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-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I
- Quarta serie - Storia
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51526]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
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- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1849-1861)
-
- QUARTA SERIE
-
-
- I.
-
- STORIA
-
-
- Federazione e Unità ERNESTO MASI.
- Gli eroi della Rivoluzione FRANCESCO S. NITTI.
- Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia
- di San Martino POMPEO MOLMENTI.
- Il Re galantuomo DOMENICO OLIVA.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- LIBRAI-EDITORI
- 1901
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-
- _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33
-
-
-
-
-FEDERAZIONE E UNITÀ
-
-CONFERENZA DI ERNESTO MASI.
-
-
-Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento
-dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce
-sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore
-quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono
-accolte.
-
-Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo
-articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori
-il titolo di Re d'Italia».
-
-Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva
-nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova
-èra incomincia!»
-
-E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi
-nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei
-momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_;
-momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel
-presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni
-dell'avvenire.
-
-«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti
-abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo
-portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno
-le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero
-mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di
-Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla
-canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella
-fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero
-le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le
-nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo;
-qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono
-l'Italia!_»
-
-Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di
-leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca);
-enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta:
-il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di
-gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la
-presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi
-avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi
-e Mazzini.... Peccato!
-
-Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario
-del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata
-un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare.
-Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,»
-rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma
-mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli
-ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il
-governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo
-del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel
-Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei
-grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita».
-Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare
-l'unità nazionale spetta al governo del Re.
-
-E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle
-iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche
-e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa
-stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il
-più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era
-egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe
-potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte
-di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?
-
-Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel
-momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così
-poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si
-potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era
-stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi
-tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica
-dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana
-con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da
-un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.
-
-Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per
-molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita
-altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita
-dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante,
-cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del
-Conte di Cavour.
-
-Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto
-discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal
-1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha
-avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento
-dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti
-a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi
-vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per
-oggi basta! —
-
-Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour
-abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo
-_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo
-quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è
-la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non
-fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove?
-La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno
-appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa
-italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario
-lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri.
-Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita
-italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli
-di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere
-più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era
-principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti
-all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima
-d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle
-incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a
-Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani.
-L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha
-notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma
-sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il
-Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non
-soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri
-uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui,
-non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua
-mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo
-spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che
-gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso
-anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte
-di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica,
-che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po'
-appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle
-forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari
-politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si
-cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il
-Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario,
-ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde
-usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di
-squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia
-liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un
-personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo
-indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario
-politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento
-Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività
-mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una
-provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine
-di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo
-per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al
-principe nell'opera di cui ragiono.»
-
-Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità
-così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur
-quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne
-sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità
-generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse
-l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom,
-uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si
-proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile,
-ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del
-possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma
-il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli
-altri uomini!»
-
-Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di
-pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del
-Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione
-italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia
-e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di
-federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei
-quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente
-dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo
-di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a
-tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a
-sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo,
-su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da
-farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni
-spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col
-brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.
-
-Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile
-trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi
-e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma
-spaventevole anche quattordici anni dopo?
-
-Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di
-egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua
-mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide.
-Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande
-inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua
-forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime:
-l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla
-Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione
-pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della
-sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia,
-nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di
-stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il
-maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità
-dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di
-mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.
-
-Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo
-Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di
-cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non
-è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele
-Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità
-e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi
-risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di
-Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso
-in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme
-col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel
-programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_
-del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato
-solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta
-a questa grande trasformazione.
-
-«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno
-maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà
-lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno
-crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma
-prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò
-interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro
-e dirò: non lo conosco».
-
-Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro
-il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società
-Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte,
-come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu
-pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non
-adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli
-adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma:
-«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione
-politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia
-le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia,
-offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso
-dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo
-straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre
-alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene.
-
-Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente
-altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi
-alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la
-guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la
-presidenza del Papa.
-
-E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A
-buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono
-_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a
-Villafranca uscì l'unità italiana.
-
-Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri
-molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte
-di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica
-tradizione di tutta la storia italiana».
-
-Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po'
-passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli
-d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima;
-alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale
-o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva
-invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a
-nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859
-poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e
-questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito?
-Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere
-pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi
-guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare
-il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti
-della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi
-offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne
-esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea,
-italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il
-modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere,
-che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito
-diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando
-diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a
-volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della
-nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo
-savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la
-civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori
-fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in
-scienza così credenzoni, in religione così intolleranti.
-
-Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno
-alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una
-tradizione federale.
-
-Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano)
-oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze,
-che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi
-diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni
-italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua
-conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare
-della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza
-ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla,
-perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la
-penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla
-salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione.
-Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di
-popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo
-esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di
-fatto si compì col formarsi dello stato di Roma.
-
-Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici,
-uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè
-lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto
-del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei
-soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un
-sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio
-intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè
-federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la
-quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come
-sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti
-Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un
-progressivo avviarsi alla dittatura.
-
-Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale
-del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le
-grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a
-cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men
-vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè
-il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma
-non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma
-del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li
-unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente
-le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In
-Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei
-Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però)
-dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il
-Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie
-nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così
-remote cagioni.
-
-Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi,
-i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma
-Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e
-potesse attecchire uno Stato unificatore.
-
-Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di
-carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai
-grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna
-azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo
-ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al
-Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni
-straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo
-VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a
-gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo
-II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non
-l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo
-e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano
-mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la
-Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista
-delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non
-è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero
-guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante,
-tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e
-tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà
-nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli
-seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera
-tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica,
-che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie
-d'un forte Stato unitario!!
-
-Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù
-operativa e di tanta gloria nell'età dei principati.
-
-E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria,
-forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai
-l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per
-l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda
-preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile
-federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e
-dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui
-il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non
-pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero
-i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si
-valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora
-l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un
-grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza
-e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata,
-nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè
-in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe
-umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e
-quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne
-furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o
-il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi
-prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel
-secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi
-un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione
-di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto
-un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione
-di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No.
-Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della
-Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si
-trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze
-straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti
-scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi,
-Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia.
-Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa
-dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè
-unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli
-stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e
-sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più
-a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa
-o quella regione, vale a dire o che sia libera
-
-Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a
-discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno
-Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri,
-cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma,
-nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà
-d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della
-sua.
-
-Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè
-unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna
-fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi,
-francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino
-ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e
-spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima
-che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati
-un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di
-quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e
-la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli
-stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non
-rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva
-nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma
-non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe
-dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per
-concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni
-unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti
-in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie
-saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno
-che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per
-le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili.
-
-Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle
-visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare
-per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di
-qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva
-ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii
-dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche
-barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto
-cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno
-essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual
-maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la
-realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle
-profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire
-una tradizione storica?
-
-L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato,
-unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è
-difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse
-mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e
-finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo
-e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve
-essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani.
-
-Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità
-italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua
-italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile
-della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là
-dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè
-finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini
-geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico,
-egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace,
-quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse
-abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la
-pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare
-che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua
-Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso
-non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che
-
-Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo.
-Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro
-consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per
-lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì
-la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della
-nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale
-è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza
-cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine
-eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il
-perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel
-suo tempo.
-
-Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni,
-dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare
-peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema
-politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi,
-ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino
-e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli,
-finisce esso pure nell'idillico:
-
- Io vo gridando: pace, pace, pace;
-
-il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e
-Caino.
-
-Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi,
-abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non
-contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria,
-superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al
-collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a
-furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non
-comprenderli e svisarli del tutto.
-
-Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si
-oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei,
-quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari
-accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del
-Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il
-personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che
-con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che
-occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il
-concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni
-considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un
-personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha
-per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui
-giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino
-in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà
-quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia
-medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella
-della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo,
-i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte,
-il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in
-cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione
-dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta,
-in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e
-di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello
-cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione
-feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque
-pur di lontano accennasse ad una impresa italiana.
-
-In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo
-II di Savoia canti in un sonetto:
-
- Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;
-
-che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento
-patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi
-nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo
-ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano.
-Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi
-fra il 1860 e il 1870?
-
-Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore
-o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo
-principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle
-porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di
-Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa.
-Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta
-Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza
-la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta
-uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il
-che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre
-più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli
-che alcuna loro virtù».
-
-Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la
-tradizione unitaria o federale.
-
-Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però
-un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli
-mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale,
-e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso;
-non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico
-pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del
-Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì,
-nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due
-uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo.
-
-Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele
-Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle
-Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con
-una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due
-contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini
-sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi
-quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e
-l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi
-in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta
-unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per
-essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e
-gli oroscopi che le predicono:
-
- La tua stirpe dall'Alpi native
- Scender deve cogli anni e col Po,
-
-bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre
-secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che
-la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere
-stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di
-questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore;
-bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle
-insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità
-delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la
-direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud
-della penisola.
-
-Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia
-stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini,
-repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla
-repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a
-questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di
-Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione
-e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole:
-«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_».
-
-Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente
-alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè
-unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta
-nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa
-in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti,
-soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della
-sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra
-moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito
-di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già
-rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore,
-che sono i veri precursori!
-
-La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è
-sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi,
-ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille
-diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per
-settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.
-
-Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi
-di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate
-ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce
-per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una
-continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana)
-verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani
-francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il
-contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti)
-il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia
-e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti
-dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma
-per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli
-animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non
-bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la
-Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia
-degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad
-avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.
-
-Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli
-altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica,
-quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del
-1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.
-
-Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia
-d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per
-opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo
-Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente
-tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche
-all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna
-i nostri tentativi rivoluzionari.
-
-Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro,
-dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti.
-L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno
-napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.
-
-Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare
-compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le
-abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di
-quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.
-
-Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà
-è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega
-doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica,
-con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si
-trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione,
-dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma,
-al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in
-Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.
-
-La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene,
-secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno
-di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma
-l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che
-aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu
-sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere
-soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini
-si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella
-Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione
-piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese
-Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che
-per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non
-si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo
-nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della
-sua tragica fine.
-
-Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta,
-seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il
-grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno
-degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il
-sistema federale monarchico finisce per sempre così.
-
-Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del
-Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo,
-mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del
-Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo
-Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in
-campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa
-di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.
-
-Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di
-questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.
-
-Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi
-vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo
-incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema
-unitario repubblicano.
-
-Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè
-esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe
-Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno,
-questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella
-terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non
-altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!
-
-A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere
-altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità
-nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato
-con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour,
-gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in
-antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate
-tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.
-
-Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando
-colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie
-indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono
-irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed
-impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in
-Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.
-
-Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe
-Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari
-e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che
-strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti
-partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana,
-ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una
-fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci
-avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.
-
-Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente
-all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi
-e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in
-verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti
-della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano
-gli altri, nè gli altri loro.
-
-«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari,
-«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e
-di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima
-novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di
-Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del
-tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto
-mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che
-dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del
-mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in
-un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora
-infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante
-delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e
-delle speranze, che cadono ad una ad una».
-
-Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici
-della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne
-staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e
-apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole
-ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di
-Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al
-punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della
-nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.
-
-
-
-
-GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE
-
-CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI
-
-
- _L'Italia è la terra degli Eroi._
-
-
-Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma
-nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo
-e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si
-chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?
-
-La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è
-un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni,
-di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario
-molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca,
-l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei
-piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione
-francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e
-nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la
-tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore
-interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa
-fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che
-soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.
-
-E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non
-c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi:
-essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette
-insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i
-Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e
-i nostri.
-
-La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei
-fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si
-emancipa per mezzo degli eroi.
-
-«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale,
-la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la
-storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono
-gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la
-massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte
-le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore
-materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri,
-che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe
-giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»
-
-Non vi è niente di meno vero.
-
-Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono
-stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli
-determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di
-sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non
-possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli
-l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime
-doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India
-o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata
-uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto
-biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di
-milioni di uomini passati da allora per il mondo.
-
-Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque
-qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i
-quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una
-minoranza più audace e più forte.
-
-La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata,
-rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della
-descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie
-terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense
-montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita
-degli uomini meno importanti.
-
-Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura:
-pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie
-in cui viviamo.
-
-«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo
-viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi,
-dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha
-traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai
-sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo,
-perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un
-cataclisma.»
-
-Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia
-collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di
-cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.
-
-È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci
-la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono
-grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e
-perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.
-
-L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e
-dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.
-
-Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una
-specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento
-difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche
-adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo
-sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se
-avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi,
-e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.
-
-Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto
-che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico
-Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle
-teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali
-riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non
-riesce nè meno a concepire.
-
-In questo senso vi sono gli eroi.
-
-Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna,
-vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi
-speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle,
-egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di
-rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro
-è sempre un eroe.
-
-Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male:
-cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà
-moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande
-depressione.
-
-L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero
-fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque
-l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese
-depresso.
-
-Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il
-sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero
-degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella
-Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna!
-Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo
-che vince o vincerà soggiacciono!
-
-Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la
-coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non
-ha eroi.
-
-Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono
-per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa
-disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata
-e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era
-sempre immensa.
-
-Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno
-ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile.
-
-Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il
-vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini
-marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe
-Moltke?
-
-Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia
-scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che
-guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.
-
-Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà
-è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri,
-politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi.
-
-L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non
-avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli
-fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.
-
-I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di
-sviluppo e di solidarietà.
-
-L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero
-di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora
-noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano
-pure gli abissi.
-
-E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale,
-dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura
-stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e
-sperare nella riuscita di essi.
-
- *
- * *
-
-La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno
-conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così
-inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi
-come quelli di Ruffo e di Garibaldi.
-
-Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza
-colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati,
-pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne
-avessimo conosciuti gli attori.
-
-Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto
-a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la
-libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime,
-tante se ne son tentate!
-
-In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi
-gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno
-imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti!
-
-Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo
-finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse
-lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo
-ora sì come Garibaldi.
-
-Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime
-eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria,
-poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia
-circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice.
-
-Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece
-con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era
-fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino
-al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui
-assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di
-Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane.
-
-In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi
-posteriori.
-
-Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga
-fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli
-a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata
-proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato
-nella Sicilia.
-
-Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte,
-pareva quasi disperato.
-
-Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che
-nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito,
-che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava
-non era uomo d'armi.
-
-Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia
-e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi
-fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il
-primo nucleo del suo esercito.
-
-Il suo piano era semplice.
-
-Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi
-medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della
-monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:
-i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe
-tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino.
-
-Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione.
-
-Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore
-del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un
-eroe.
-
-Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non
-avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a
-riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno?
-
-Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di
-parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa
-per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse
-l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci
-parrebbe quasi un uomo divino.
-
-Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva
-riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano
-predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non
-avea quasi nessuno seco, contare su altri?
-
-Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che
-avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno
-sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I
-un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta
-sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per
-conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di
-cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con
-_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel
-male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso
-predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere
-un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e
-non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale
-Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata
-a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli
-si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per
-riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per
-riescire.
-
-Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe
-raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo.
-
-Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che
-importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un
-eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi
-inverosimile per la causa in cui credeva.
-
-Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla
-riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più
-grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante
-volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!
-
-Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni
-non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una
-cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono
-borbonico?
-
-Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di
-seguire il piano di Ruffo per una causa opposta!
-
-Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco;
-furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia
-pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.
-
-Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere
-per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il
-viaggio trionfale del prelato reazionario!
-
-L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai
-rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo
-straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi
-rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale.
-
-Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia,
-che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti
-facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi.
-
-La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da
-una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri
-di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio,
-non si conoscono nemmeno.
-
-Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono
-strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima
-del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla
-costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime.
-
-Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono
-recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!
-
-Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella
-indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per
-inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non
-conobbero tutte le difficoltà.
-
-Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi,
-le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella
-di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani
-s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che
-avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì.
-
-Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio
-della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come
-alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo
-servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari,
-essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli
-in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e
-di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che
-decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme
-a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno
-sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare
-le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme
-tutto il regno di Napoli.
-
-Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera
-partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento
-di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio
-Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri
-concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per
-utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e
-saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i
-petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza,
-della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»
-
-Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza
-di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella
-cui essi si avventuravano.
-
-La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa
-calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era
-tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono
-all'arrivo.
-
-Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche
-nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro
-arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la
-indifferenza.
-
-Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda
-religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui
-parecchi morirono, dovettero arrendersi.
-
-Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio,
-in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della
-rivolta.
-
-Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi,
-di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le
-gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi
-il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a
-Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava:
-
- Bevve la terra italica
- Del vostro sangue l'onda,
- E piova più feconda
- Giammai non penetrò.
-
-La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi
-anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata
-e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto
-confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni.
-
-Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che
-non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed
-è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.
-
-Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si
-basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di
-tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,
-per la ingenuità con cui fu compiuto.
-
-Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni
-di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il
-tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò
-che fece che per ciò che si proponeva di fare.
-
-Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e
-importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile
-famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea
-combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio;
-era esule a Genova nel 1857.
-
-Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici
-delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare
-sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di
-congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a
-capo di esercito numeroso e ribelle.
-
-L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di
-Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le
-distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.
-
-Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che
-allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma
-nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si
-manifesta sinceramente anarchico.
-
-Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e
-si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini
-abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e
-sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste,
-in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro
-l'ordine naturale delle cose.
-
-Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa
-sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle
-anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i
-violenti.
-
-Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la
-concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera
-di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai
-fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano
-scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.
-
-«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza
-popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le
-istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.
-Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece
-più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete,
-gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il
-suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser
-libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle
-concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal
-bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se
-la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità
-per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»
-
-Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano
-per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune;
-abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della
-produzione.
-
-Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le
-difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani;
-come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle
-difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli
-uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare
-a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di
-rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza
-commozione.
-
-Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto
-combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso
-irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la
-spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.
-
-La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena
-coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.
-
-E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il
-suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono
-leggere senza emozione profonda.
-
-Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo
-da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane
-dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me
-non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere
-una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia
-ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio
-di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il
-reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che
-la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte
-fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la
-rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro,
-che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo
-è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il
-popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà
-libero.»
-
-La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono
-che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese
-è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero
-questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai;
-invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di
-cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia
-parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe
-immediatamente gigante.»
-
-Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore
-e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non
-ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo,
-e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il
-plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto,
-ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita
-consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo
-i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto
-di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo
-non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di
-pensarlo.»
-
-Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano
-incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio
-paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse;
-la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro,
-e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di
-partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse
-chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea.
-Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera
-quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana;
-combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione
-italiana.
-
-«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo
-che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita.
-Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della
-mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno
-cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun
-bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria
-trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.»
-
-La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane
-andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in
-certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale
-andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il
-quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche
-non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti
-degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere
-chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società.
-Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema
-politico e i difensori del sistema economico?
-
-Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu
-ideata e con quali mezzi.
-
-Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte
-incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo
-dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò
-a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia
-Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così
-scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano
-della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati
-politici e riunì in tutto 323 uomini.
-
-Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e
-tentativi di rivolta nelle province.
-
-La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non
-trovò quasi nulla.
-
-Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo
-e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera
-eterna.
-
-Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e
-i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che
-indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano?
-
-Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa
-porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e
-della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro
-la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri?
-
-Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare.
-
-Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole
-pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così
-giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di
-morte traversando quel paesaggio di malinconia.
-
-L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in
-moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini,
-quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie.
-Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe
-reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi,
-lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa
-duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei
-boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli
-uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste
-con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in
-gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed
-egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in
-pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era
-per essi uno straniero? era un nemico?
-
-Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande:
-della spedizione di Garibaldi.
-
-Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di
-Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno,
-in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione.
-
-Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne
-ignori la quasi leggendaria fortuna.
-
-Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in
-Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed
-entrava in Napoli da trionfatore.
-
-Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso
-riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila
-soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano
-così deboli mezzi.
-
-Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima
-la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche
-allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e
-dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia
-stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario?
-
-Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove
-le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici,
-in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi
-dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un
-eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini
-morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del
-sentimento che fu il movimento per l'unità!
-
-Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e
-sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che
-nessuno ricorderà più!
-
-L'Italia è stata veramente la terra degli eroi.
-
-Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta
-di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli
-eroi.
-
-Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente,
-noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza.
-
-Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi?
-
-Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità
-individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava
-quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri
-paesi più educati, o più fortunati.
-
-Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle
-grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva.
-Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza
-individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini.
-
-Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi
-siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini
-può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un
-popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è
-già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo
-ancora le antiche illusioni.
-
-Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli
-eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere
-i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi
-finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti
-perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi;
-quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E
-poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere
-quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui
-nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo
-lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo
-le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte,
-e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia
-eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta
-individuale ci sorprende.
-
-Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il
-fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re
-costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò
-che è chiaro, ciò che è evidente.
-
-Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta,
-ma che si sia mantenuta.
-
-Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio.
-
-Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche
-il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola
-rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un
-fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare
-la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo
-dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto,
-ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza
-o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti
-doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute
-e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di
-creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale,
-bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo.
-
-Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo
-provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale
-è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il
-mezzo, ma come lo scopo.
-
-L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che
-agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei
-grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se
-si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri
-fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in
-realtà esistono.
-
-Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo
-da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte,
-l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare,
-ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.
-
-Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni
-uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono
-durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale
-delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima
-collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è
-maggiore.
-
-Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui
-fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo.
-
-Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi
-già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli.
-Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro
-umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo
-quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo;
-evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più
-grande del presente.
-
-Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in
-quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è
-sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo
-realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto
-più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri.
-
-Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione
-supina è dei deboli.
-
-Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità:
-l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco.
-
-Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della
-loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi
-morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo
-più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se
-occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo
-avuto, finora.
-
-
- _Signore, Signori_,
-
-Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato,
-che il romanziere potente ha divulgato.
-
-Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra
-franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano
-a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte
-aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico
-con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano
-una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi
-pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto
-eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della
-vittoria immancabile.
-
-Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche
-nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e,
-più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non
-lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea
-un'anima sola.
-
-Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi
-abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi?
-
-
-
-
-DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO
-
-CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.
-
-
-No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia,
-con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non
-bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata
-
- Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.
-
-E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia
-rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando
-l'Aleardi cantava:
-
- Brescia dai monti fertili di spade
- Niobe guerriera de le mie contrade
- Lïonessa d'Italia,
-
-e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra
-le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava:
-
- Lieta del fato Brescia raccolsemi,
- Brescia la forte, Brescia la ferrea,
- Brescia leonessa d'Italia
- Beverata nel sangue nemico.
-
-V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero,
-breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con
-impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa
-la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione,
-la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico
-d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria,
-nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli
-dell'esultanza.
-
-In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che
-fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e
-cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare
-la bandiera nazionale sul colle Cidneo.
-
-La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la
-tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla
-sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i
-soldati stranieri rientravano in Brescia.
-
-Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle
-fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva
-torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e
-delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti.
-Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo
-tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia,
-e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati
-diritti.
-
-Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si
-avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione
-lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.
-
-Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve,
-con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di
-apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere
-per la patria.
-
-La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza
-delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga
-la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello
-dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte,
-incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde
-lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti,
-augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese.
-
-Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato,
-scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate;
-con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque
-rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a
-distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.
-
-Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent
-correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono
-animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare
-che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti
-e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica,
-i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore
-imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato
-di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato
-e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.
-
-Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del
-Nugent, il quale rivolto ai parlamentari:
-
-«Entrerò in Brescia per amore o per forza.»
-
-A cui lo Speri:
-
-«Per forza, forse: per amore mai.»
-
-Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.
-
-Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero
-traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana,
-Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era
-sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il
-pensiero.
-
-Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra
-e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone
-tedesco e il martellare delle campane bresciane.
-
-Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti
-perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del
-nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.
-
-Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a
-Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.
-
-Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso,
-e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai
-nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.
-
-Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia
-assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di
-lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor
-capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati.
-Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di
-Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello,
-insieme con molte milizie.
-
-Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco,
-dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva
-superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro
-le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della
-città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile.
-
-I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla
-custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le
-popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di
-ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si
-scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si
-estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via
-nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante
-d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio
-cielo, dal sole della libertà.
-
-Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello
-straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la
-giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari.
-
-Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel
-micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo
-senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione.
-
-Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza
-del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a
-brandire le armi,
-
-No, Italia non vide mai un coraggio così determinato.
-
-Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho
-partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo
-figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti
-combattere e ne sentirono orgoglio!
-
-Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone
-diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e
-la città fu investita da tutte le cinque porte.
-
-La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte
-mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava
-verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti
-salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di
-resa.
-
-Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso
-una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.»
-Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati
-bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal
-Castello l'epica zuffa.
-
-Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.
-
-Non un colpo andava in fallo.
-
-Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria,
-furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti,
-sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le
-coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi
-dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le
-pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne
-il fiato.
-
-E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili
-combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono
-scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da
-una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato
-sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.
-
-Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza
-dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.
-
-Questa è vera gloria!
-
-Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta
-costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si
-appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono
-lugubremente illuminate dagli incendî.
-
-S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato
-di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar
-dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era
-follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata
-più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato
-un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il
-popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler
-combattere ancora.
-
-Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda
-libertà italiana!
-
-Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il
-combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di
-titanica lotta.
-
-Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della
-battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo.
-Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e
-dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la
-potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.
-
-Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da
-agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero
-donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran
-chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie
-mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di
-carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il
-Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le
-sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste
-di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio
-cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni
-portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato;
-le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le
-armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente
-resisteva.
-
-Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli
-incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie
-nemica.
-
-A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello,
-per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco,
-implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla
-d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_.
-
-Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti?
-Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del
-loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
-
-La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi?
-Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_.
-
-Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me
-fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.»
-— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva
-gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei
-commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti.
-Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle
-sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia
-piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro
-popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia
-contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e
-torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro
-ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo
-aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva!
-mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù
-e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che,
-alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo
-Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che
-levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi
-prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e
-valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la
-fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai
-reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto
-della l'esistenza disperata nel sangue.
-
-Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino
-all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire
-dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze
-irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi,
-di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati,
-martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri
-ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè
-il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri
-di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo,
-trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti,
-sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di
-fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il
-fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre
-massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per
-cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo
-un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e
-scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette,
-per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano,
-Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh!
-esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande,
-il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con
-fremiti di sangue.
-
-Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la
-libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza
-ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente.
-Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di
-resurrezione.
-
-Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua
-eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi
-martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle
-Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero
-dominio.
-
-Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca,
-pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con
-l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro
-paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza
-d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca
-del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali
-avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano
-smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le
-speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione,
-e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare
-la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con
-l'opera, con la parola, con il sangue.
-
-Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e
-le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale,
-istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare
-in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca
-dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era
-anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia
-soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni
-con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con
-gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le
-persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme
-di libertà.
-
-La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa,
-milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa
-il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato
-a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti
-di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal,
-il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il
-patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi
-mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.
-
-Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche
-mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva
-sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa
-fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di
-Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non
-è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte
-precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita
-a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non
-si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli
-scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in
-confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che
-miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire
-per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero
-averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente
-entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la
-religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che
-ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie
-magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di
-patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità,
-dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora
-la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà
-del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della
-virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di
-religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno
-bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che,
-pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo
-misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente
-rifiutare la vita per la patria adorata.
-
-Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli
-animi, anelanti a libertà.
-
-Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle
-provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella
-Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie,
-che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo
-straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.
-
-Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande
-della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il
-concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia
-di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia.
-
-Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe
-comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù
-di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di
-costituirsi in nazione indipendente.
-
-L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni
-cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme
-di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme
-più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non
-domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo —
-che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada;
-noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e
-solo vogliamo esser padroni in casa nostra!»
-
-Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica
-ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu
-appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.
-
- *
- * *
-
-Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli,
-unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra
-di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata
-solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo
-della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava
-che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_.
-
-Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con
-l'ansia del desiderio, gli eventi.
-
-E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola,
-commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la
-gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per
-iscuotere i danni e le onte del servaggio!
-
-Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III
-si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi
-_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi
-franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30
-sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi,
-il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.
-
-Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi
-vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno
-Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico
-delle popolazioni redente.
-
-Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove,
-ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito
-austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie,
-sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe.
-Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo
-due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio,
-il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli
-eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita.
-All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di
-numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.
-
-Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un
-richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze
-e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del
-cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.
-
-Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo
-l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i
-franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto,
-e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.
-
-I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su
-quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha
-per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura
-mantovana.
-
-Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone,
-e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata
-al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono
-Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.
-
-Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli
-alleati.
-
-I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni
-montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre
-da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre
-guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova
-i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal
-Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con
-grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale
-tenacia.
-
-Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a
-Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del
-grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente
-stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per
-molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza,
-i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata,
-l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia
-vincevano ovunque.
-
-Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi
-s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili,
-sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.
-
-Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri
-si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le
-importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della
-Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma
-aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato,
-senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile
-valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte
-ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino
-e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo
-secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che
-abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso
-contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non
-era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava
-di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie,
-mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck
-raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando
-scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di
-Francia.
-
-Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare
-Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della
-Scoperta, presto occupata dal generale Durando.
-
-Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il
-pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo
-con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi
-saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle
-armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino
-premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La
-Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del
-Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando
-scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo
-impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da
-violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando,
-dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle
-offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie
-nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano
-serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia
-di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati
-d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le
-difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le
-baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i
-sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna
-in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri
-acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era
-stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati
-giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»
-
-Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la
-vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue
-francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei
-austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi,
-tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634
-e 9290 scomparsi e dispersi.[1]
-
-L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a
-raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta,
-la giustizia era fatta.
-
-A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di
-Villafranca.
-
-Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto
-le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un
-pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul
-Reno.
-
-Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino
-avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e
-San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo.
-Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato
-ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle
-prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della
-Toscana, dell'Emilia.
-
-Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di
-Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera
-Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che
-sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele
-«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.
-
-Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio
-Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise
-da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di
-resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva:
-«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete
-presa.»
-
-Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour,
-che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de
-Villafranca.»
-
-Sacra antiveggenza del genio!
-
-Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì
-resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma
-avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la
-quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di
-popolo.
-
-Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti
-italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli
-avvenimenti.
-
-Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento
-del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio
-della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla
-Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico
-cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso
-dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio.
-Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour
-di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello
-spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca
-finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola
-far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o
-Italia!
-
-Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene,
-Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava
-sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor
-della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante
-illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce
-del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino
-all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.
-
-Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente
-accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più
-stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea
-condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»
-
-_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte
-della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla
-pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi
-regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia
-rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I
-plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860
-s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele
-II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.
-
-Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini
-che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro
-vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed
-è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone.
-Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.
-
-Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti
-intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai
-la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini
-che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli,
-Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano
-così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento
-della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della
-unità nazionale.
-
-Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta
-all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui.
-Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche
-più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro,
-rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti
-accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici.
-Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe
-che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi,
-che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico
-istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di
-tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi
-aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e
-la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.
-E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la
-nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando
-pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro
-sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti
-verso le presenti miserie e meno pessimisti.
-
-Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli
-errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni
-di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60.
-Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica,
-che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di
-veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto
-di queruli, di critici e di mediocri.
-
-Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.
-
-Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.
-
-La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella
-piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle
-industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del
-'59 e del '60.
-
-
-
-
-IL RE GALANTUOMO
-
-(1849-1859)
-
-CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.
-
-
-Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re
-e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di
-Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran
-state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi
-d'oltraggi e di sangue.
-
-Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma,
-pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva
-dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si
-accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in
-tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie
-civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il
-popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava:
-la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età
-poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva
-fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere,
-si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante
-un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo
-incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.
-
-Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria:
-volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino.
-Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande
-cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e
-tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano
-ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che
-dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli
-altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la
-sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano
-la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non
-sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto,
-cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano
-numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o
-stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al
-sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima
-ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,
-incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata
-ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il
-vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e
-possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente
-difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della
-vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e
-fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra
-fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere
-avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da
-Alessandria e da Genova.
-
-E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in
-quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente
-potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla
-indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e
-nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri,
-artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e
-impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta
-della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli
-austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono:
-lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato,
-supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una
-vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia
-del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere,
-tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i
-nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta,
-minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra
-e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento
-abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce
-dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani
-rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un
-coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.
-
-Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir
-parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva
-uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano
-incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza.
-Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni
-dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che,
-nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto
-innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali,
-il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna,
-in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che
-rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono
-votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio
-di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle
-arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta.
-Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere
-la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei
-sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul
-campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa
-corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono
-più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio,
-mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui,
-gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando
-quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura
-e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e
-lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli
-astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non
-ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,
-batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei
-morenti.
-
-Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più
-rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così
-chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»
-
-E partì verso la morte.
-
- *
- * *
-
-Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane,
-che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul
-campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era
-che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in
-quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede.
-Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori
-compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,»
-avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli
-attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi
-uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una
-parola.
-
-Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo
-pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi
-chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,
-fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più
-efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico
-mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni
-si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A
-questo debito noi non abbiamo fallito.
-
-Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore,
-di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le
-istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei
-popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla
-nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»
-
-Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire
-con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale.
-Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i
-pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati,
-qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un
-grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il
-vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo
-volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e
-gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re,
-desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la
-regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva
-bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi
-l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser
-mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi
-siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo
-vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido
-e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso
-tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli,
-nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a
-questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno
-imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata
-e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i
-perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli
-che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun
-sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati.
-Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete
-giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e
-per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii,
-l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato
-e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare
-come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia.
-Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente
-patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra
-le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i
-principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che
-ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo
-trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto
-nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro
-destino.»
-
-«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come
-principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia
-e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso
-dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono
-a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire.
-Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non
-tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li
-compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per
-stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre,
-per crescermi di potenza.»
-
-E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel
-vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione
-indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo
-capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui
-chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed
-era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,
-l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente
-italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa
-ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra
-piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui
-si curvava il tempo mortale.
-
-In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta
-l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.
-
-Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite
-cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci
-avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele
-incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e
-un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo
-aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna
-esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue
-e l'amore della patria.
-
- *
- * *
-
-Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il
-generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera
-salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e
-per rincominciare.»
-
-Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di
-Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva
-la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee
-e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire
-dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella
-metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa
-una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione
-di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato
-al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle
-recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più
-disperati.
-
-Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo
-Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo
-Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia
-cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge,
-appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,
-senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul
-trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare
-che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto
-che si dà sempre ai Sovrani.
-
-Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua
-negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare
-tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo
-intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non
-piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava
-la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro
-tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera,
-indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori
-aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era
-impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera
-compiere.
-
-Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo,
-Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio.
-E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte
-vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a
-persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi
-a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio
-quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano
-il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor
-signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro
-desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse
-in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un
-quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e
-vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli
-fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi,
-ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li
-meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più
-avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo
-ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si
-votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati
-che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che
-v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed
-estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica;
-più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso
-di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si
-accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del
-Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare,
-colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa
-si sfogava l'ira) dice:
-
-— Vorrei sapere chi è quel signore!
-
-— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._
-
-— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?
-
-— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ —
-
-E poi vòlto alla Camera:
-
-— Messieurs.... — egli incomincia.
-
-— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la
-parola. —
-
-E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.
-
-Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno,
-sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai
-traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo
-guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità
-disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo,
-dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente
-Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo
-di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi
-non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro,
-vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,
-spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso
-ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico,
-l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il
-giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a
-Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai
-rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua
-nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella
-pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle
-agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che
-si voleva continuasse.
-
-La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un
-avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai
-diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della
-politica.
-
-Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento
-della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore
-penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come
-se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla
-patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose
-collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a
-penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che
-Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva
-minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo,
-il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui.
-Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano
-al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano,
-chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e
-paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio
-di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_
-al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra
-un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva
-mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la
-sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli
-anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a
-una grande e incrollabile fermezza.
-
-Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei
-più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il
-pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con
-modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella
-reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i
-popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla
-condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno,
-legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e
-minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro,
-con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà.
-«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque
-siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.
-Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera
-diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente:
-ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su
-me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che
-potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi
-di loro.»
-
-Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel
-proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati
-di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava?
-Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno
-agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta
-leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande
-e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano
-invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria
-immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la
-gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era
-veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente,
-energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un
-grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo
-il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione
-intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare
-il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.
-
-La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste
-istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la
-salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la
-Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia,
-chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato
-mentre tutti disperavano?
-
-Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino
-apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una
-poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti,
-il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi
-primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che
-il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella
-fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose
-che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori
-insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano
-natura.
-
- *
- * *
-
-Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa,
-lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si
-possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia
-in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde,
-si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino,
-il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre
-crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme,
-si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole
-che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour,
-provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee,
-le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni
-dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i
-biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato
-piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al
-cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa
-di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di
-repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si
-sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita,
-formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in
-quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi
-contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che
-pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare
-il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel
-fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza
-avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili,
-sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non
-vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole,
-e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre
-fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono
-tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.
-
-Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re
-soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla
-e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie
-montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo
-dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta
-terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono
-sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi
-e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli
-ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che
-vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,
-è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive:
-lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove,
-lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto
-della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!)
-del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette
-a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per
-reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour
-e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il
-d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo»
-dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli
-altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai
-suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà
-a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con
-rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva
-battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne
-sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe
-veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare
-il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede
-allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di
-questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto
-un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si
-deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il
-mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re
-galantuomo.»
-
-Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un
-certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente
-nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di
-Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto
-la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di
-mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito,
-il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava
-l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli
-altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero
-suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi
-impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa;
-spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni
-della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando,
-finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri,
-ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà
-di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più
-incomodo che fosse al mondo.
-
-La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il
-Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte,
-all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di
-Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo,
-e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che
-l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è
-che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale
-e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto
-per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole
-elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del
-Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e
-fondamentale condizione della sua politica.
-
-E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e
-la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per
-noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che
-sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati
-civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè
-di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose;
-e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano
-nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie
-regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font
-dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez
-le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e
-muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a
-condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono
-comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così
-terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi
-sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro
-Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità,
-di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere
-che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa
-prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore
-e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto
-innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.
-
-E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali
-eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia
-ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al
-rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo
-un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e
-commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio
-e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria
-coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al
-grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e,
-quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue
-promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi
-morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e
-rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù
-Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo
-sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il
-feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia,
-manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:
-
-«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la
-terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici
-sovvertitori della quiete generale d'Europa.»
-
-E il Re scrive al Cavour:
-
-
- «Caro Cavour,
-
-«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che
-di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di
-mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così
-concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco
-dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva
-qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.»
-
-
-E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera
-si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati
-al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto
-ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la
-potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi
-può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di
-questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di
-regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto
-e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a
-combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo
-Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il
-Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la
-prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»
-
-E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere
-austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San
-Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca
-tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza,
-egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano
-atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo
-videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e
-questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e
-mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento
-italiano lo consacrava Re d'Italia.
-
- *
- * *
-
-Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della
-nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè
-la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa
-concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva
-divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo
-aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva
-e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva
-intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio
-Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo:
-e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi.
-Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si
-sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva.
-Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il
-protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì
-per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono
-Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco
-perchè questa gloria è immortale.
-
-
-
-
-NOTA:
-
-[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au
-dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le
-général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Federazione e Unità Pag. 5
- Gli eroi della Rivoluzione 41
- Dalle dieci giornate di Brescia alla
- battaglia di San Martino 75
- Il Re galantuomo 105
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
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-
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-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
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-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
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- </head>
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-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I
- Quarta serie - Storia
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51526]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br />
-(1849-1861)
-<span class="smaller">I.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="high">
-<span class="x-large">LA</span><br />
-<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br />
-<span class="small">NEL</span><br />
-<span class="x-large">RISORGIMENTO</span>
-</p>
-
-<p class="x-large">
-(1849-1861)
-</p>
-
-<hr class="tiny" />
-
-<p class="pad2 large">
-QUARTA SERIE
-</p>
-
-<p class="large">
-I.
-</p>
-
-<p class="small g">
-STORIA.
-</p>
-
-<div class="container-center">
-<div class="container-left">
-<table class="front" summary="">
- <tr>
- <td>Federazione e Unità.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Ernesto Masi.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Gli eroi della Rivoluzione.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Francesco S. Nitti.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Pompeo Molmenti.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Re galantuomo.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Domenico Oliva.</span></td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-</div>
-
-<p class="pad2">
-FIRENZE<br />
-<span class="small">R. BEMPORAD &amp; FIGLIO</span><br />
-<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br />
-—<br />
-<span class="small">1901.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad &amp; Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte
-tutte le copie non munite della seguente firma</i>:
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a>
- <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div>
-
-<p>
-Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h2 id="federazione">FEDERAZIONE E UNITÀ</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">ERNESTO MASI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta
-in Torino il Parlamento dell'Italia — «libera ed
-unita quasi tutta,» — come disse con voce sonora
-Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e
-nel cuore quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche,
-con cui furono accolte.
-</p>
-
-<p>
-Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata
-una legge d'un solo articolo: «Il re Vittorio
-Emanuele II assume per sè e suoi successori
-il titolo di Re d'Italia».
-</p>
-
-<p>
-Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte
-di Cavour scriveva nella relazione, che lo precede:
-«un gran fatto s'è compiuto; una nuova èra incomincia!»
-</p>
-
-<p>
-E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini:
-«ci sono delle oasi nei deserti della storia,
-diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei momenti
-solenni, che potrebbero chiamarsi la <i>poesia della
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-storia</i>; momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali
-l'anima, assorta nel presente, si chiude ai rammarichi
-del passato, come alle preoccupazioni dell'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti
-sediamo su questi scanni, tutti abbiamo diversamente
-lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo
-portato la nostra pietra al grande edifìzio,
-sotto il quale riposeranno le future generazioni.
-Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci
-sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di
-Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti
-catene; qui colla canizie, colle rughe precoci, oratori,
-scrittori, apostoli di quella fede, che fece i soldati
-ed i martiri; qui i generali, che vinsero le
-nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono
-le nostre politiche: di qui parta unanime
-dunque (un) grido d'entusiasmo; qui finalmente
-l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: <i>Io
-sono l'Italia!</i>»
-</p>
-
-<p>
-Enfasi magniloquente, che però era allora di
-stagione (adesso par di leggere una delle <i>Epistole</i>
-famigliari, varie o senili del Petrarca); enfasi, che
-allora altresì, cosa insolita, era perfettamente
-esatta: il fatto grande e nuovissimo nella nostra
-storia, il sentimento di gioia suprema, che suscitava
-in tutti, dal re all'ultimo popolano, la presenza
-di tutti i principali uomini, che in tanti modi
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-diversi vi avevano cooperato. V'erano tutti in realtà.
-Non mancavano che Garibaldi e Mazzini.... Peccato!
-</p>
-
-<p>
-Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio,
-vecchio avversario del Conte di Cavour, accusandolo
-d'avere con questa legge usurpata un'iniziativa,
-che spettava tutta invece alla rappresentanza
-popolare. Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo
-parò. «Tutti gli Italiani,» rispose, «hanno avuto
-parte nel gran dramma del nostro risorgimento,
-ma mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda
-convinzione; negli ultimi avvenimenti l'iniziativa
-fu presa dal governo del Re.... Fu il governo,
-che prese l'iniziativa della campagna di
-Crimea; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa
-di proclamare il diritto d'Italia nel Congresso
-di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa
-dei grandi atti del 1859, in virtù dei quali
-l'Italia s'è costituita». Perciò, concludeva con
-altre parole, anche l'iniziativa di proclamare l'unità
-nazionale spetta al governo del Re.
-</p>
-
-<p>
-E perchè no? Si millantava forse il Conte di
-Cavour? Senza quelle iniziative, tutte sue (e notate
-che tacque della campagna delle Marche e dell'Umbria)
-l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli
-sarebbe essa stata mai neppure possibile? Dell'unità
-nazionale non v'ha dubbio, il più antico
-e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi
-era egli pure un grande coefficente di ciò che ora
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-accadeva, ma chi avrebbe potuto sul serio, nell'ordine
-dei fatti, paragonare l'opera del Conte di
-Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino
-allora?
-</p>
-
-<p>
-Se non che il partito radicale e ultra-democratico,
-di cui in quel momento si facea interprete
-il Brofferio, avea sempre capito così poco il Conte
-di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli
-si potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin
-dalla culla non era stato e ad ogni costo unitario,
-che, piemontese e monarchico innanzi tutto, sfruttava
-ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica
-dinastica del <i>carciofo</i>, e affrettava le annessioni
-e l'unità italiana con lo zelo del neofita,
-dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da un
-improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.
-</p>
-
-<p>
-Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del
-che è lecito per molti di dubitare) è stolto ed insipiente
-in sommo grado, e non merita altra risposta
-se non quella che mi rammento aver io stesso
-sentita dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista
-repubblicaneggiante, cui pareva aver trovato
-l'Achille degli argomenti contro la memoria
-del Conte di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-Passeggiavamo di piena estate in una campagna
-e dopo aver molto discusso: — Insomma, — sclamò
-quel tale, — Mazzini credeva fino dal 1832
-all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-chi ha avuto ragione? — Senti; — rispose
-il Bonghi — se tu in questo momento dici: «credo
-che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se
-seguiti a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come
-di solito, e tu vuoi vantarti: «vedete, se avevo
-ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per oggi
-basta!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il
-Conte di Cavour abbia pensato e creduto in gioventù,
-perchè mai il giorno dopo <i>Novara</i> sarebb'egli
-stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo
-quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe
-accaduto? Qual'è la dottrina, che s'era salvata?
-quale il partito politico, che non fosse stato
-sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove?
-La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte
-di Cavour stanno appunto in quella piena libertà
-di spirito, con cui pigliò l'impresa italiana. Non
-una tradizione lo preoccupava, non un impegno
-settario lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava
-i suoi pensieri. Sentiva, e profondamente
-sentiva, tutta l'immensa miseria della vita
-italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto,
-che tre secoli di servitù aveano arrecato al carattere
-nostro e perciò potè procedere più franco,
-più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura
-era principalmente inglese e francese; i suoi
-viaggi erano stati tutti all'estero; l'Italia gli era
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-quasi ignota, e tuttavia essa era in cima d'ogni
-suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran
-parte delle incertezze di Massimo d'Azeglio, che
-avea vissuto a Roma, a Firenze, a Milano, a Napoli,
-gli proveniva dal conoscere troppo bene gli
-Italiani. L'audace confidenza del Conte di Cavour
-dal conoscerli poco; lo ha notato lo stesso Garibaldi.
-Non è un complimento per gli Italiani, ma
-sempre più ogni giorno che passa la credo una
-verità! Per questo il Conte di Cavour fu tra gli
-Italiani un fenomeno così straordinario. Non soltanto
-la potenza della mente lo singolareggiava
-fra tutti. Altri uomini di mente potentissima e per
-certi rispetti superiori a lui, non mancavano di
-certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua
-mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la
-disposizione del suo spirito, il modo, con cui afferra,
-esamina, risolve ogni questione, che gli si
-presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente
-diverso anche dalle più insigni varietà
-dell'ingegno italiano, fa del Conte di Cavour un
-fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica,
-che in sua gioventù e durante la rivoluzione
-del 1848-49 rimanga un po' appartato, che nonostante
-la perspicuità somma delle sue idee e delle
-forme, nelle quali le espone, apparisca per molto
-tempo agli avversari politici, ed anche uh poco
-agli amici, una specie di enigma, a cui si cercano
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane
-(il Brofferio e compagni lo chiamavano
-<i>Lord Cavour</i>) ora un reazionario, ora un municipalista;
-fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde
-usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello
-torbido e fuor di squadra, a Corte un Giacobino
-in ritardo e fra la diffidente borghesia liberale del
-Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare,
-un personaggio sospetto e da mettere in quarantena.
-Chi prima di tutti lo indovinò e lo preconizzò
-fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario politico,
-ma che gli rese giustizia con quelle parole del
-<i>Rinnovamento Civile</i> scritte nel 1851: «quel brio,
-quel vigore, quell'attività mi rapiscono e ammiro
-lo stesso errore magnanimo di trattare una provincia,
-come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla
-dappocaggine di coloro, che ebbero la nazione in
-conto d'una provincia. Io lo reputo per uno degli
-uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare
-al principe nell'opera di cui ragiono.»
-</p>
-
-<p>
-Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè
-su questa qualità così generica dell'ingegno,
-di cui a volte non sono privi neppur quelli che
-in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi
-poi ne sono per lo più forniti a dovizia, anche su
-questa, dico, qualità generica dell'ingegno, bisogna
-intendersi. E quale propriamente fosse l'ingegno
-del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-Isacco Artom, uno dei suoi collaboratori più modesti
-e più intimi. «Egli non si proponeva mai,»
-scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile,
-ma nel tempo stesso egli non si contentava
-mai di conseguire meno del possibile. Il suo sguardo
-non oltrepassava mai i confini del reale, ma il reale
-era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non
-sia per gli altri uomini!»
-</p>
-
-<p>
-Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour
-(diciamolo a costo di pagare cinquanta centesimi a
-<i>Rabagas</i>, come nella commedia del Sardou) Dio ci
-mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione
-italiana non si perdesse più ad almanaccare
-<i>a priori</i> di monarchia e di repubblica, di tradizioni
-storiche e di profezie letterarie, di federazione e
-di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi,
-nei quali s'era malamente e le tante volte smarrita,
-uscisse finalmente dalla catalessi dei fanatici e
-dei solitari ed entrasse in un periodo di effettuale
-realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a
-tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati,
-che abbiano a sbucar di sotterra, su cataclismi,
-che abbiano a subissar mezzo mondo, su idealità
-vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di
-noi da farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli,
-che battono capate in ogni spigolo di muraglia, o
-eroi metastasiani che trinciano l'aria col brando,
-ma non confidano che nella clemenza delle stelle.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-</p>
-
-<p>
-Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere
-d'un simile trapasso dal regno dei sogni
-a quello della realtà i milioni di Arcadi e d'analfabeti,
-dei quali Pasquale Villari potè tirare una
-somma spaventevole anche quattordici anni dopo?
-</p>
-
-<p>
-Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte
-quella politica di egemonia nazionale, che
-ha fatto l'Italia, non era forse nella sua mente alcun
-disegno preventivamente fissato con linee troppo
-rigide. Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva
-la sua grande inferiorità rispetto a loro, e
-fu invece la sua originalità e la sua forza. Amava
-con passione la patria, e due cose tenea per certissime:
-l'impotenza del riformismo dottrinario e
-del rivoluzionarismo alla Mazzini, e la necessità
-che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione pubblica
-europea da imbrigliar esso la rivoluzione a
-vantaggio della sua politica e da poter trattare da
-pari a pari con la diplomazia, nonostante che il
-fine della politica piemontese fosse quello di stracciarle
-sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e
-rovesciarle il maggiore di que' suoi accomodamenti
-posticci del 1815, alla perpetuità dei quali, con una
-boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari
-di mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.
-</p>
-
-<p>
-Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso
-ch'egli, al pari di Carlo Alberto e di Cesare Balbo,
-considerasse come assoluta: la necessità di cacciar
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario,
-però, non è vero ch'egli del tutto lo respingesse.
-Nel 1856 vide a Parigi Daniele Manin, che
-gli divisò il suo nuovo programma: «<i>Indipendenza,
-Unità e Casa di Savoia.</i>» Lo giudicò alquanto utopistico,
-ma già i grandi risultamenti morali e politici
-da lui potuti ottenere nel Congresso di Parigi,
-avevano talmente slargate le sue speranze, che
-nell'anno stesso in un segreto colloquio col Lafarina
-il quale era tutto inteso, insieme col Manin,
-col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare
-su quel programma una <i>Società Nazionale</i> da surrogare
-alla <i>Giovine Italia</i> del Mazzini: «ho fede,
-gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato solo e
-che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa
-sia disposta a questa grande trasformazione.
-</p>
-
-<p>
-«.... Faccia la <i>Società Nazionale</i>; se gli Italiani
-si mostreranno maturi per l'unità, io ho speranza
-che l'opportunità non si farà lungamente
-attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno
-crede alla possibilità dell'impresa. Venga da
-me quando vuole, ma prima di giorno e che nessuno
-la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato
-in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò
-come Pietro e dirò: non lo conosco».
-</p>
-
-<p>
-Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al
-suo arco e, contro il suo solito, si vantò appunto
-d'aver cospirato colla <i>Società Nazionale</i> nel suo
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte,
-come associazione consentita dalle leggi,
-la <i>Società Nazionale</i> fu pubblica; segreta invece
-nelle altre parti d'Italia, essa però non adottò nessuna
-delle forme delle antiche sètte, nè sottopose
-gli adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare
-il programma: «<i>Indipendenza, Unità e
-Casa di Savoia</i>». E che una cospirazione politica,
-la quale si proponeva di raccogliere in una nuova
-concordia le sparse forze del paese e ai Mazziniani,
-in compenso della Monarchia, offriva l'unità nazionale,
-ai conservatori liberali, in compenso dell'unità,
-offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza
-dallo straniero, che una cospirazione politica, dico,
-dovesse contrapporre alle antiche sètte un nuovo
-<i>Credo</i> molto determinato, si capisce bene.
-</p>
-
-<p>
-Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour
-vincolarsi palesemente altrettanto? Non andrà un
-anno poco più, e all'ombra dei grandi alberi di
-Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la
-guerra immediata a prezzo d'una confederazione
-di tre Stati sotto la presidenza del Papa.
-</p>
-
-<p>
-E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli
-avesse rifiutato? A buon conto, da un progetto impossibile
-di confederazione uscirono <i>Magenta</i> e
-<i>San Martino</i>, e dalla guerra malamente troncata a
-Villafranca uscì l'unità italiana.
-</p>
-
-<p>
-Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-di Cavour, bensì altri molti: «No; l'unità politica
-dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte di Cavour,
-e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la
-vera, l'unica tradizione di tutta la storia italiana».
-</p>
-
-<p>
-Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal
-più al meno, siamo un po' passati per questa fisima;
-tutti, dal più al meno, siamo colpevoli d'aver
-bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa
-fisima; alla quale si contrapponeva poi un'altra
-scuola, cattolico-liberale o razionalista e repubblicana,
-che nella storia d'Italia pretendeva invece
-a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo
-colpa a nessuno; forse anzi è un merito patriottico.
-Chi mai prima del 1859 poteva occuparsi di storia
-d'Italia senza un sottinteso politico? e questo sottinteso
-non dovea essere il programma del proprio
-partito? Perocchè v'ha bensì mia verità storica,
-ma purtroppo vi possono essere pure tante interpretazioni
-soggettive, quanti sono gli storici. Dio
-mi guardi dal dire che con la storia alla mano si
-possa ugualmente provare il <i>sì</i> ed il <i>no</i>, ma certo
-è che nell'immenso arsenale dei fatti della storia
-si possono trovare argomenti per tutte le cause,
-armi offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe
-facile citarne esempi, specie fra gli scrittori
-di nostra storia contemporanea, italiani e stranieri.
-C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il
-modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-talvolta da credere, che si possano scrivere su documenti
-identici due storie di spirito diametralmente
-opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant,
-quando diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila
-fatti e posso valermene a volontà». Vi pare scetticismo
-questo? No, signore. È servirsi della nostra
-ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da
-questo savissimo scetticismo, nota un grande scrittore
-inglese, che la civiltà moderna ha potuto correggere
-in parte quei tre massimi errori fondamentali,
-che, in passato, ci rendevano in politica così
-ignavi, in scienza così credenzoni, in religione così
-intolleranti.
-</p>
-
-<p>
-Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia
-d'Italia, fino almeno alla fine del secolo XVIII,
-nè una tradizione unitaria, nè una tradizione federale.
-</p>
-
-<p>
-Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano
-le mosse di lontano) oltre alla forma allungata della
-penisola, alla varietà delle razze, che la popolarono,
-non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi
-diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche
-federazioni italiche, anteriori a Roma, e resistenti
-per tanto tempo alla sua conquista, l'esperimento
-tipico, vale a dire, la prima pietra angolare della
-tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere,
-non senza ragione, che quegli argomenti etnografici
-e morali non provan nulla, perchè di troppe altre
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la penisola,
-<i>che il mar circonda e l'Alpe</i>, compensa ampiamente
-colla salda certezza de' suoi confini i pericoli
-della sua configurazione. Quanto alle prime
-federazioni italiche, circondate, com'erano, di popoli
-nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche
-cosa, certo esprimevano piuttosto una rudimentale
-tendenza all'unità, la quale di fatto si compì
-col formarsi dello stato di Roma.
-</p>
-
-<p>
-Se non che, come mai può dirsi la vecchia
-Roma, la Roma dei classici, uno stato unitario nel
-senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè
-lottare assai più per conquistare l'Italia, che non
-tutto il resto del suo impero. In secondo luogo le
-città italiane furono tutte a lei soggette in vario
-grado, con forme diverse, e tenute a freno con un
-sistema di colonie, che s'andava via via slargando
-e sempre col doppio intento d'impedire una rivolta
-e di difendere la città dominatrice. Nè federazione
-quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice,
-contro la quale le ribellioni furono molteplici e tremende,
-e sfido negare, come sogliono gli unitari,
-che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti
-Cristo, non esprimano una tendenza separatista,
-domata soltanto da un progressivo avviarsi alla
-dittatura.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma
-la dominazione universale del mondo, e se, quando
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le grandi diocesi,
-nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno
-a cui si composero con lento lavoro le altre
-nazioni moderne, non è men vero che nella diocesi
-d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè il
-regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re
-in Italia, ma non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti
-sempre dietro al vano fantasma del cosmopolitismo
-romano, non consentirono mai che questo regno
-li unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi
-insieme perfettamente le due razze, quella degli
-indigeni e quella degli invasori. In Italia, invece, le
-due razze si contrastano ancora nell'età dei Comuni
-rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno
-però) dai feudatari dei castelli e dal popolo del
-Comune, e quindi entro il Comune stesso dai nobili
-e dal popolo, benchè nelle costoro discordie nè sempre
-le loro divisioni siano così esatte, nè sempre
-abbiano così remote cagioni.
-</p>
-
-<p>
-Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti
-e a' Longobardi, i meno barbari fra i Barbari;
-per questo Leone III incoronò in Roma Carlomagno,
-per impedire cioè che mai sorgesse un regno
-d'Italia e potesse attecchire uno Stato unificatore.
-</p>
-
-<p>
-Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero
-d'origine, feudale di carattere, non ha che fare colle
-tradizioni romane: somiglia appunto ai grandi Stati,
-che si vengono formando in Europa, e non ha quindi
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-alcuna azione sull'assetto, che l'Italia prende nel
-Medio Evo. Serve solo ad essere opposto ora dal
-Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al Papa,
-finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle
-invasioni straniere e determina il fato della storia
-moderna in Italia da Carlo VIII fino ai giorni nostri,
-fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a gambe
-levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia.
-Federigo II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana
-e in Lombardia se non l'Imperatore, il capo del
-partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo e Roberto
-d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte,
-non fondano mai nulla di proprio, non sono che
-capi di parte, combattono per la Chiesa e per l'Impero,
-entrano, vale a dire, nel sistema particolarista
-delle città italiane, sistema frazionato all'infinito,
-nel quale non è traccia nè di unità nè di federazione,
-e a volte neppure di vero guelfismo papale o di
-vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante, tra
-l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge
-con tale e tanta gloria, forza e potenza, da creare
-tutta una grande civiltà nazionale, senza paragone
-possibile nel mondo d'allora e nei secoli seguenti.
-Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa
-vera tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica
-e burocratica, che ci diede tutti i guai, senza
-nessuna delle grandi e feconde energie d'un forte
-Stato unitario!!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato
-di tanta virtù operativa e di tanta gloria
-nell'età dei principati.
-</p>
-
-<p>
-E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione
-unitaria, forsechè nell'età dei Comuni o in
-quella dei Principati apparisce mai l'indizio d'una
-vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per
-l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la
-Lega Lombarda preesisteva, mentre poi essa stessa
-non preluse ad alcuna stabile federazione, bensì condusse
-la lega temporanea di tante città, e dopo la
-stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia,
-in cui il Papa, capo della Lega, abbandonò subito
-i suoi alleati per non pensare che a sè, e alla pace
-di Costanza, in cui i Comuni riconobbero i diritti
-dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie
-ottenute si valsero per dilaniarsi peggio che mai
-fra di loro? Si ricorderà ancora l'equilibrio di Lorenzo
-il Magnifico, che era tutto un artificio d'un
-grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla
-sua sapiente destrezza e scomparve con lui? No;
-una vera federazione stabile, ordinata, nazionale, in
-Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè
-in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo
-dei Comuni leghe umbre, toscane, lombarde, formate
-sempre a qualche intento speciale e quasi sempre
-sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve
-ne furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse,
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-la defezione o il tradimento le sciolsero tutte,
-nè bisogna nella d'Italia lasciarsi prendere
-dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono.
-Nel secolo XVI, per esempio, si direbbe che
-l'Italia stia per ordinarsi un momento sotto l'unità
-monarchica francese, o sotto la federazione di Cambrai,
-ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi
-di fatto un'unità politica sotto la mano d'un
-re straniero, o una federazione di stranieri e italiani
-contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No.
-Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia,
-prima della Rivoluzione francese, tradizioni unitarie
-o federali, non altro si trova invece se non le
-cagioni prossime o remote delle preponderanze
-straniere.
-Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire
-tanti scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri,
-e persino papi, Giulio II, Clemente VII,
-Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia. Per
-tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran
-parte è colpa dei tempi) per tutti <i>libertà d'Italia</i>
-non significa già l'Italia nè unità, nè federata, nè
-libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli stranieri,
-i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga
-all'altro, e sotto a questo concetto v'è ancora
-un altro particolarismo, che sta più a cuore anche
-dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa
-o quella regione, vale a dire o che sia libera
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<p>
-Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del
-Papa non sia a discrezione nè di stranieri nè d'italiani:
-questo soprattutto che uno Stato italiano, per
-forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri,
-cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono
-alla terraferma, nessun straniero pare più minaccioso
-di lei alla cosiddetta <i>libertà d'Italia</i>, nessuna
-preponderanza è più temuta e più contrastata
-della sua.
-</p>
-
-<p>
-Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non
-c'è tradizione nè unitaria, nè federale, ma non
-c'è più politica propria di nessuna fatta. La politica
-d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei
-tempi, francese, spagnuola, austriaca, e il popolo
-italiano perde persino ogni coscienza dell'esser suo.
-L'Italia, che pur ha così forti e spiccati segni d'individualità
-nazionale, essa stessa (molto prima che
-il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli
-Stati un'<i>espressione geografica</i>. Questa divisione
-dell'Italia, che era di quasi ottanta Stati, ridotti a
-dieci dopo le guerre di successione e la pace d'Aquisgrana,
-e non per opera certo degli italiani, ma
-degli stranieri, questa divisione nazionalmente non
-ricorda nulla, non rappresenta nulla. Parlando della
-sola Toscana il Giorgini scriveva nel 1861: «Io
-conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane;
-ma non conosco che umiliazioni e miserie toscane!»
-Il medesimo si potrebbe dire, e forse con più ragione,
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-delle rimanenti parti d'Italia. E, per concludere,
-è opportuno notare che tutti gli spigolatori
-di tradizioni unitarie e federali nella storia
-d'Italia sono, non volendo, caduti in questo abbaglio
-singolare, che mentre credono indicare le traccie
-saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto,
-altro non fanno che enumerare più o meno
-compiutamente le cagioni grandi o piccine, per le
-quali nè unità, nè federazione non sono mai state
-possibili.
-</p>
-
-<p>
-Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano
-nelle visioni dei pensatori, nei vaticinii dei
-poeti, o tentano far passare per un principio almeno
-di unificazione nazionale le ambizioni di
-qualche principe, che approfittando di contingenze
-favorevoli voleva ingrandire lo Stato. Quanto alle
-visioni dei pensatori e ai vaticinii dei poeti, il fatto
-è vero e giovò certo a tener vivo qualche barlume
-di sentimento nazionale, se non altro, in qualche
-ristretto cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno
-nel proprio tempo hanno essi veramente il significato
-che si suole loro attribuire? o qual maraviglia
-in ogni caso che ingegni ed animi eletti
-sorpassino la realtà che li circonda, e si slancino
-nell'utopia inapplicabile o nelle profezie, che non
-si verificano? può questo fatto da solo costituire
-una tradizione storica?
-</p>
-
-<p>
-L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-dell'Impero restaurato, unità di giurisdizione suprema,
-non unità di Stato, dalla quale è difficile
-arguire che il misterioso <i>Veltro</i>, da lui profetato,
-potesse mai poco o molto rassomigliare prima a
-Napoleone, poi a Pio IX e finalmente a Vittorio
-Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo
-tempo e va considerato nel suo tempo, anche se
-il poema divino è, e deve essere per sempre, la
-bibbia nazionale degli Italiani.
-</p>
-
-<p>
-Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza
-d'una nazionalità italiana. L'ebbe, perchè compose,
-si può dire, l'unità della lingua italiana, perchè
-mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile
-della nostra comunanza di linguaggio col verso:
-«Il bel paese là dove il sì suona», comprendendovi
-la Sicilia e il Trentino, perchè finalmente la penisola
-fu da lui descritta ne' suoi precisi confini
-geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo
-concetto politico, egli invoca la calata d'un Imperatore,
-affinchè riconduca la pace, quella pace
-imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse
-abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale
-suo grande è la pace; sono sempre le discordie politiche,
-ch'egli flagella, e gli pare che cesserebbero
-d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua
-Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII,
-Dante sa bene che esso non verrà a fare l'unità
-italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dante sperasse in detta occasione una confederazione.
-Non credo. Egli non ha sperato e voluto
-che la pace, tant'è che non altro consiglia a popoli
-e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per
-lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante
-afferma bensì la nazionalità italiana, ma non discute
-l'assetto politico della nazione: per lui Roma
-è la sede dell'Impero, la monarchia universale è
-necessaria siccome istituita da Dio per la pace del
-mondo, senza cui l'uomo non può conseguire il
-proprio fine e la beatitudine eterna. Oltrediché
-quella monarchia è per lui la continuazione e il
-perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante
-è nelle sue idee e nel suo tempo.
-</p>
-
-<p>
-Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia
-dei tribuni, dei signori e dei condottieri,
-fra la quale è condannato ad andare peregrinando
-tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema
-politico, perchè le sue speranze si fissano
-ora in Cola di Rienzi, ora nell'Imperatore Carlo IV,
-ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino e Galeazzo
-Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi
-idoli, finisce esso pure nell'idillico:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Io vo gridando: pace, pace, pace;</p>
-</div>
-
-<p>
-il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti
-di Abele e Caino.
-</p>
-
-<p>
-Chi può negare che uomini così grandi, rientrando
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-in sè stessi, abbandonandosi alle proprie
-aspirazioni e speculazioni, non contemplino e non
-profetizzino ideali di redenzione della patria, superiori
-a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma
-da questo al collegarli con ciò che è accaduto nel
-tempo nostro ci corre, e a furia d'interpretazioni
-arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non comprenderli
-e svisarli del tutto.
-</p>
-
-<p>
-Molto più moderno è certamente il Machiavelli,
-ma anche con lui si oltrepassa, si violenta
-il senso genuino dei fatti contemporanei, quando si
-afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe
-magari accettato per re d'Italia Valentino Borgia.
-Leggete il libro del Villari e vedrete che Valentino
-Borgia non è pel Machiavelli il personaggio
-reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo,
-che con alcune delle sue qualità personali gli inspira
-il concetto, che occuperà poi tutta la sua
-vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il concetto
-cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente
-da ogni considerazione morale. Il Machiavelli fa
-per tal guisa del Valentino un personaggio ideale,
-ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha
-per un furfante matricolato, degno figlio di Papa
-Alessandro, di cui giudica egualmente. Tant'è che
-della meschina catastrofe del Valentino in Roma,
-il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure,
-non si dà quasi per inteso. In conclusione, mentre
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-si usciva appena dall'anarchia medioevale,
-l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non
-quella della nazione. Perciò i suoi <i>delenda Carthago</i>
-sono il feudalismo, i soldati di ventura, il
-potere politico delle corporazioni d'arte, il dominio
-temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato,
-in cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile
-dell'unificazione dell'Italia. In questo senso,
-se si vuole, il Machiavelli è profeta, in quanto
-cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana,
-e di uno Stato opposto al Papa, libero dalla
-sua ingerenza, non quello cioè, su cui, come sul
-regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione feudale
-e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i
-piedi a chiunque pur di lontano accennasse ad una
-impresa italiana.
-</p>
-
-<p>
-In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita
-d'un figlio di Amedeo II di Savoia canti in un sonetto:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;</p>
-</div>
-
-<p>
-che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano
-con sentimento patrio contro la tirannide
-spagnuola, che questo sentimento riecheggi nei
-versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri
-sta benissimo ed è giusto che loro rendiamo la
-lode e la gratitudine, che meritano. Ma s'hanno a
-vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi
-fra il 1860 e il 1870?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p>
-Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni
-di qualche signore o principe che tentò in
-Italia slargare la sua signoria o il suo principato.
-Mastino della Scala corre da Verona sino quasi
-alle porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze
-unite di Firenze e di Venezia, e giuoca in questa
-impresa tutta la potenza della sua casa. Gian Galeazzo
-Visconti pare vicino a diventar padrone di
-quasi tutta Italia, ma se la piglia con Firenze, e
-una morte repentina sbarazza la gloriosa città di
-questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta
-uguale impresa ed una morte molto opportuna la
-tronca anche a lui, il che facea dire a quella linguaccia
-del Machiavelli: «la morte fu sempre più
-amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più
-potente a salvarli che alcuna loro virtù».
-</p>
-
-<p>
-Comunque, finite così, queste imprese non provano
-nè pro nè contro la tradizione unitaria o federale.
-</p>
-
-<p>
-Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese
-del Blanquet ha però un bel titolarlo <i>roi d'Italie</i>,
-ma che vuol egli in sostanza? Egli mira a
-fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia
-centrale, e forse a rendere ereditario il papato.
-Il progetto era grandioso; non dico di no.
-Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico
-pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione
-stessa del Papato e colle condizioni dell'Italia
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-da poter riescire e non riescì, nonostante l'energia
-diabolica e la mancanza di scrupoli dei due uomini,
-il Papa e il Duca Valentino, che cercarono
-d'attuarlo.
-</p>
-
-<p>
-Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione
-fino ad Emanuele Filiberto, che fissa la
-capitale a Torino, non si sa da qual lato delle
-Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa
-possa bilanciarsi con una abilità ed un coraggio
-singolare fra Francia e Spagna e tra i due contendenti
-ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri
-destini sta nella grandezza dei suoi disegni e
-dei suoi propositi e, direi quasi, nella sproporzione
-stessa, che è fra questi e le sue forze e l'estensione
-del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver
-l'armi in mano e nell'adoprarle sempre,
-nel valor militare e nella stretta unione fra principi
-e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi
-per essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini
-di Stato e dei poeti, e gli oroscopi che le predicono:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>La tua stirpe dall'Alpi native</p>
-<p>Scender deve cogli anni e col Po,</p>
-</div>
-
-<p>
-bisognerà aspettare che una coscienza nazionale
-spenta nei tre secoli di servitù, si sia rifatta in
-tutto il popolo italiano, e che la meteora napoleonica
-passi; bisognerà aspettare che dopo essere stato
-il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-di questa susciti in Carlo Alberto il misterioso
-<i>Amleto</i> vendicatore; bisognerà aspettare che
-la rivoluzione italiana si svolga e che, colle insurrezioni
-del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente
-la rivalità delle due monarchie italiane e risolto in
-modo definitivo che la direziono della rivoluzione
-debba esser presa dal nord, anzichè dal sud della
-penisola.
-</p>
-
-<p>
-Allora accadrà questo fatto straordinario che
-per due volte l'Italia stessa si offre ai Savoia, nel
-1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, repubblicano
-unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla
-repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità
-d'Italia e gli dice: «a questo patto siamo tutti
-con voi; <i>se no, no</i>;» nel 1856 per bocca di Daniele
-Manin, repubblicano federale, che, rinunciando
-alla federazione e alla repubblica, dice a Vittorio
-Emanuele colle medesime parole: «fate l'unità
-d'Italia e siamo tutti con voi; <i>se no, no</i>».
-</p>
-
-<p>
-Stringo oramai il mio discorso. Nella storia
-d'Italia, precedente alla Rivoluzione francese, non
-c'è, non ci può essere tradizione nè unitaria, nè
-federale. La coscienza stessa della nazione s'era
-spenta nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione
-francese, precorsa in Italia dal moto filosofico,
-che agita i pensieri e i sentimenti, soprattutto nell'alta
-e nella media classe, e, per dir solo della sua
-aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-e l'altra moralità della sua satira ritempra l'uomo,
-e coll'Alfieri e il fremito di ribellione della sua
-tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già rinnovato
-in sè stesso, una patria e la libertà. Questi
-sì, o signore, che sono i veri precursori!
-</p>
-
-<p>
-La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione
-francese nel 1796, è sgarbata, violenta e provoca
-fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, ma mercè
-sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso
-mille diverse vicende ora felici, ora infelicissime,
-non si fermerà più per settantaquattro anni sino
-al suo pieno trionfo.
-</p>
-
-<p>
-Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte,
-se muovendo dai congressi di Modena e Reggio
-del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate
-ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di
-Lione, da cui esce per la prima volta dopo tanti
-secoli uno Stato di nome italiano «è una continua
-ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana)
-verso l'ideale della patria unita». Se
-non che pei repubblicani francesi l'Italia non è
-se non una conquista da sfruttare, e allora il contrasto
-(è una bella e profonda considerazione di
-Augusto Franchetti) il contrasto fra le promesse
-di redenzione universale della filosofia e le opere
-ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti
-dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne
-fanno in Italia, forma per la prima volta in Italia
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-un'opinione, che si fa strada prima negli animi
-più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza,
-che cioè non bisogna più vagellar sempre dietro
-a concetti universali, come già la Chiesa e l'Impero
-ed ora la repubblica democratica, ai quali la
-storia degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì
-pensare finalmente ad avere anche noi una patria
-unita e indipendente dallo straniero.
-</p>
-
-<p>
-Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto,
-gli uni degli altri, sistemi unitari e federali
-tanto nella letteratura politica, quanto nelle sètte
-cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del
-1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e
-del '49.
-</p>
-
-<p>
-Se si vuole dunque una tradizione unitaria o
-federale nella storia d'Italia, essa incomincia dopo
-l'invasione francese del 1796 e già per opera di
-molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di
-Carlo Tivaroni principalmente) ne furono notate
-e raccolte diligentemente tutte le più minute testimonianze,
-monarchiche e repubblicane, anche
-all'infuori della grande letteratura politica, che
-precede e accompagna i nostri tentativi rivoluzionari.
-</p>
-
-<p>
-Ma quei sistemi unitari e federali non varcano
-i limiti del libro, dell'opuscolo o delle ispirazioni
-individuali di patriotti e di poeti. L'unica applicazione
-del sistema unitario monarchico è nel regno
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.
-</p>
-
-<p>
-Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una
-grande e regolare compagine di governo, valse a
-ridarci colle armi le virtù e le abitudini militari
-spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi
-di quel breve sogno di redenzione italiana non perirono
-più.
-</p>
-
-<p>
-Quanto al sistema federale, l'esperimento più
-prossimo alla realtà è nella rivoluzione del 1848,
-ma non potè oltrepassar mai una lega doganale
-fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione
-politica, con una Dieta permanente in Roma
-sotto la presidenza del Papa, si trascinò in vani
-tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, dai
-primi ministeri liberali di Pio IX alla missione
-Rosmini in Roma, al ministero Alfieri in Piemonte,
-al congresso federativo promosso in Torino da Vincenzo
-Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.
-</p>
-
-<p>
-La liquidazione finale del sistema federale monarchico
-avviene, secondo me, quando il Rosmini,
-che già avea concordato un disegno di confederazione,
-in cui assegnava alla Dieta residente in
-Roma l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando
-così gli scrupoli, che aveano prodotta la defezione
-di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu sconfessato
-del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere
-soltanto qual contingente il Papa potesse dare
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-alla guerra. Il Rosmini si ricusò di fare questa
-domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella Corte di
-Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro
-l'ambizione piemontese, ed ecco ita in fumo ogni
-idea di federazione. La riprese Pellegrino Rossi,
-appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea
-che per allora non si dovesse ripigliare la guerra
-e che in ogni caso non si potesse pensare a far
-senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo nel
-progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle
-cagioni della sua tragica fine.
-</p>
-
-<p>
-Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della
-propria sconfitta, seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione,
-che colà ebbe a soffrire il grand'uomo, e
-l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono
-uno degli scandali più ignobili dalla reazione, che
-ormai imperversava. Il sistema federale monarchico
-finisce per sempre così.
-</p>
-
-<p>
-Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema,
-unitario repubblicano del Mazzini. A lui, Triumviro
-in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo,
-mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare
-le ripugnanze del Guerrazzi in Toscana, quelle
-del Manin in Venezia e il fatto che Carlo Alberto
-e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e
-da soli in campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta
-subito della difesa di Roma contro i
-Francesi, non gli permise neppure di tentare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente
-caduta, che un po' di questa gloria ridette
-nuovo vigore al programma del Mazzini.
-</p>
-
-<p>
-Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara
-e i tentativi vanissimi del 1853, che determinarono
-tanti abbandoni dell'apostolo incorreggibile,
-compiono altresì la liquidazione finale del
-sistema unitario repubblicano.
-</p>
-
-<p>
-Del sistema federale repubblicano quasi non
-occorre parlare, giacchè esso non fu mai che l'ubbia
-di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe Ferrari
-e pochi altri, ai quali, nella genialità grande
-dell'ingegno, questo ordinamento pareva o più conforme
-all'indole nazionale nella terra classica delle
-città o più atto ad assicurare ai popoli, se non
-altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale
-un altro!
-</p>
-
-<p>
-A tutto si contrappose l'egemonia piemontese,
-che non poteva avere altro risultamento se non
-questo dilemma: <i>o finis Italiae</i>, o unità nazionale
-sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato
-con ardimento, fortuna e ingegno senza pari
-dal Conte di Cavour, gli Italiani si unirono, appunto
-perchè era nuovo, appunto perchè in antitesi
-diretta con tutta la storia passata, appunto perchè
-liquidate tutte le forme rivali, era rimasto il
-solo possibile.
-</p>
-
-<p>
-Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-che piegando colla persuasione o dominando colla
-forza del numero le energie indisciplinate, che disgregate
-possono poco o nulla e divengono irresistibili
-solo allorquando, o persuase o costrette,
-fanno gruppo ed impeto tutte ad un segno. Così
-fu in Inghilterra nel 1688, così fu in Francia
-nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.
-</p>
-
-<p>
-Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista
-repubblicano, Giuseppe Ferrari, deputato al
-primo parlamento italiano e storico delle secolari
-e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno
-e vedendo che strana varietà d'uomini, provenienti
-da tante vecchie scuole e da tanti partiti
-politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità
-italiana, ammoniva i colleghi: badassero; esser essi
-vittime al certo d'una fatale illusione e star per
-commettere un errore così madornale, che ci avrebbe
-tutti condotti a Dio sa quali disastri.
-</p>
-
-<p>
-Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un
-convertito recente all'unità) che forse il Ferrari si
-credeva ancora al tempo dei Guelfi e Ghibellini,
-dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e
-che in verità lo storico illustre gli somigliava uno
-di quei sette dormienti della leggenda, che, svegliatisi
-dopo cinque secoli, nè più intendevano gli
-altri, nè gli altri loro.
-</p>
-
-<p>
-«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a
-un dipresso il Ferrari, «il sonno magico della scienza;
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-ma mi svegliò il cannone di Magenta e di San Martino,
-e allora m'informai o seppi dipoi che una
-grandissima novità stava per accadere, <i>l'unità italiana
-sotto la monarchia di Savoia</i>. Fate pure!
-Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del
-tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia,
-e del tutto mutata, da quella di prima? Altrimenti,
-siete voi che dormiste, che dormite ora più
-che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del
-mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi
-al pari di me in un'ora di vittoria, ora divina
-per tutti, ma se non proprio nell'ora infame
-del disastro e del pentimento, in quella ben più
-demoralizzante delle illusioni, che si dileguano, degli
-sconforti, che opprimono, e delle speranze, che
-cadono ad una ad una».
-</p>
-
-<p>
-Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le
-forze conservatrici della monarchia liberale, che
-han fatta l'unità della patria, se ne staranno ancora
-inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e apertamente
-o copertamente nemiche, si lascieranno
-invece agir sole ed in piena impunità, potrà avverarsi
-ben peggio del pronostico di Giuseppe Ferrari
-ed il problema della storia d'Italia ritornerà
-al punto, da cui il programma unitario (questa
-novità, questa gloria della nostra Rivoluzione) pareva
-averlo tratto per sempre.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<h2 id="eroi">GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">FRANCESCO S. NITTI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indr">
-<i>L'Italia è la terra degli Eroi.</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato
-questo aforisma nei quaderni di calligrafia.
-E pure nella preoccupazione del rotondo e del gotico,
-dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta
-si chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli
-eroi?
-</p>
-
-<p>
-La storia che ci è stata insegnata nelle scuole
-medie, quando non è un'arida successione di nomi
-e di date, è una successione di matrimoni, di congiure
-e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è
-d'ordinario molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che
-personifica tutta un'epoca, l'uomo il quale fa ciò
-che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei piccoli
-trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione
-francese e ai moti per la liberazione d'Italia
-è breve il passo: e nella mente rimane tutta una
-confusione. Il popolo giace sotto la tirannia di un
-solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore interviene
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura
-vittoriosa fanno ciò che la folla non sa fare.
-Qualche volta è un paese intero che soggiace allo
-straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.
-</p>
-
-<p>
-E poichè i matrimoni, le date, le genealogie
-de' regnanti non c'interessano, noi ricordiamo soltanto
-i nomi e le azioni degli eroi: essi personificano
-per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette
-insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli
-Orazii (o infidi!), i Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della
-rivoluzione francese, Garibaldi e i nostri.
-</p>
-
-<p>
-La concezione di Carlyle, in realtà, non è che
-la concezione dei fanciulli delle nostre scuole: l'umanità
-che progredisce, che si emancipa per mezzo
-degli eroi.
-</p>
-
-<p>
-«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle)
-la storia universale, la storia di quanto l'uomo ha
-compiuto sulla terra, è, in fondo, la storia dei grandi
-uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono
-gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori
-di quanto la massa generale degli uomini riescì
-a compiere o a raggiungere; tutte le cose che
-vediamo compiute nel mondo sono propriamente
-l'esteriore materiale resultato, la pratica attuazione
-e incarnazione di pensieri, che albergarono nei
-grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe giustamente
-considerarsi come l'anima della storia di
-tutto il mondo.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non vi è niente di meno vero.
-</p>
-
-<p>
-Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano
-guidato il mondo, sono stati essi medesimi l'espressione
-di bisogni di società e di popoli determinati.
-Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di
-sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il
-prodotto. Noi non possiamo concepire Garibaldi nelle
-circostanze attuali: farebbe egli l'ostruzionismo?
-sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime
-doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone
-fosse nato in India o in Cina che cosa sarebbe
-stato? Nulla forse. Quella vita che è stata uno dei
-più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo
-fatto biologico, la nascita e la morte di un individuo
-tra le migliaia di milioni di uomini passati da allora
-per il mondo.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi
-non sono dunque qualche cosa al di fuori degli altri
-esseri: ma essi sono coloro i quali riescono a
-rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una
-minoranza più audace e più forte.
-</p>
-
-<p>
-La storia eroica quale noi insegnamo e quale
-noi abbiamo imparata, rassomiglia, in certo modo, a
-una geografia che si occupi solo della descrizione
-delle montagne. La più grande parte della superficie
-terrestre è occupata da grandi pianure, da colline
-ondulate: le immense montagne rappresentano
-una minima parte, e ancora sono per la vita degli
-uomini meno importanti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più
-dell'infinita pianura: pure è quest'ultima che costituisce
-grandissima parte della superficie in cui
-viviamo.
-</p>
-
-<p>
-«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità,
-nel suo lungo viaggio, non ha conservato che il
-ricordo di alcuni precipizi, dimenticando la continuità
-monotona delle pianure felici che ha traversato.
-Noi siamo una folla immemore e ingrata: più
-sensibile ai sogni che ai successi, così nel passato
-come nel presente. Il successo, perchè la folla lo
-noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un
-cataclisma.»
-</p>
-
-<p>
-Ma la storia vera, quella che val più la pena di
-penetrare, è la storia collettiva: la storia delle grandi
-masse umane, dei grandi aggregati di cui noi indaghiamo
-solo alcune espressioni e non sempre le più
-felici.
-</p>
-
-<p>
-È una specie di pigrizia di mente quella per cui
-noi vogliamo spiegarci la storia mediante le opere
-di alcuni uomini: quand'anche furono grandissimi
-non poterono esser tali che per contingenze particolari,
-e perchè interpetrarono bisogni collettivi o
-sentimenti in formazione.
-</p>
-
-<p>
-L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che
-vive di sè stesso e dalla sua anima ricava tutto, non
-è mai esistito nè esisterà mai.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-ci fa rassegnare a una specie di fatalismo buddista.
-Tante volte noi diciamo in un momento
-difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale.
-Anche adesso, nelle difficoltà dell'Italia
-presente, che sono prova del suo sviluppo, anche
-adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se
-avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi:
-è in ognuno di noi, e quando vorremo trovarlo noi
-lo ritroveremo.
-</p>
-
-<p>
-Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra
-il loro tempo — è noto che colui il quale ha
-trovato l'espressione di superuomo, Federico Nietsche,
-ha finito, povero <i>ueber mensch</i> in un manicomio
-quelle teorie che vi pareano nate dentro — vi
-sono però uomini i quali riescono a compiere opere
-straordinarie, e a fare ciò che la folla non riesce nè
-meno a concepire.
-</p>
-
-<p>
-In questo senso vi sono gli eroi.
-</p>
-
-<p>
-Quando un paese è soggetto a dominazione e la
-folla si rassegna, vi è un uomo che si ribella solo o
-con pochi: se egli non ha quasi speranza di vincere,
-se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, egli è
-veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia
-lievito di rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca,
-nell'un caso e nell'altro è sempre un eroe.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione
-di un male: cioè della bassezza collettiva. I
-popoli che hanno nella civiltà moderna maggior numero
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-di eroi, sono quelli che hanno una più grande
-depressione.
-</p>
-
-<p>
-L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi
-altri dovrebbero fare. Se la folla si rassegna
-vi è chi si immola. Egli è dunque l'eroe, cioè la
-espressione altissima di un bisogno ideale di un
-paese depresso.
-</p>
-
-<p>
-Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva
-è bassa, più il sentimento del dovere individuale
-è debole, più grande è il numero degli eroi e
-spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi
-nella Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti
-nella Turchia odierna! Quanti sono che tentano nel
-silenzio e nel dolore, quanti per un solo che vince o
-vincerà soggiacciono!
-</p>
-
-<p>
-Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata,
-un paese ove la coscienza collettiva si è formata,
-dove tutti fanno il loro dovere, non ha eroi.
-</p>
-
-<p>
-Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti
-eroi si sacrificarono per destarli dal sonno. Vi fu
-chi andò a morire in una impresa disperata, come
-Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata
-e arditissima. Felici o infelici per il risultato,
-la loro anima era sempre immensa.
-</p>
-
-<p>
-Ma in un paese ove la educazione delle masse si è
-formata, ove ognuno ha il sentimento della responsabilità
-sua, l'eroe non è possibile.
-</p>
-
-<p>
-Nelson è stato un grande marino e Moltke un
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-tattico grandissimo. Ma il vincitore di Trafalgar che
-vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini marinai
-fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un
-eroe Moltke?
-</p>
-
-<p>
-Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato.
-La sua faccia scarna e seria di «chimico matematico»
-corrispondeva ad un uomo che guadagnava
-le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.
-</p>
-
-<p>
-Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese
-ove la solidarietà è grande, non ha eroi: può avere
-grandi tecnici, grandi condottieri, politici avveduti,
-uomini insigni per scienza: non ha eroi.
-</p>
-
-<p>
-L'eroe è come la montagna che non sorge dalla
-scorza terrestre, se non avendo intorno valli profonde:
-i paesi di montagna sono pieni di valli fonde:
-vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.
-</p>
-
-<p>
-I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto
-che un debole grado di sviluppo e di solidarietà.
-</p>
-
-<p>
-L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha
-avuto grandissimo numero di eroi: appunto perchè
-il valor sociale della folla era scarso. Ora noi
-valiamo di più e può darsi che manchino alcune
-cime, poichè mancano pure gli abissi.
-</p>
-
-<p>
-E i tentativi più eroici sono partiti sempre
-dall'Italia meridionale, dove appunto la coscienza
-collettiva era meno alta e dove la natura stessa del
-paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi
-e sperare nella riuscita di essi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati
-in Salerno conquistarono il reame di Napoli in pochi
-giorni, non è così inverosimile se a tanti secoli
-di distanza furono possibili tentativi come quelli
-di Ruffo e di Garibaldi.
-</p>
-
-<p>
-Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia
-e traversa quasi senza colpo ferire, fino al
-Volturno, un regno che avea centomila soldati,
-pare quasi una leggenda: una leggenda cui non
-crederemmo se non ne avessimo conosciuti gli attori.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille
-va studiato in rapporto a tutta la storia del passato.
-Spedizioni come quella dei mille per la libertà
-o per la reazione, per la unità o la difesa del
-vecchio regime, tante se ne son tentate!
-</p>
-
-<p>
-In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal
-Ruffo a Garibaldi gli eroi i quali hanno con pochissimi
-audaci tentato nel Mezzogiorno imprese
-cui la ragione si ribella, sono stati tanti!
-</p>
-
-<p>
-Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi
-non vediamo che il successo finale. Se Pisacane
-fosse riescito qualche anno prima e non avesse
-lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo
-glorificheremmo ora sì come Garibaldi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi
-folle per sublime eroismo, non fossero stati trattenuti
-nella triste terra di Calabria, poco dopo lo
-sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia
-circondati di ben'altra aureola che quella del martirio
-infelice.
-</p>
-
-<p>
-Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa,
-Fabrizio Ruffo, fece con successo completo di ridare
-al suo re tutto un regno da cui era fuggito,
-e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi
-uomini, fino al tentativo di Garibaldi è una serie
-di tentativi eroici: di cui assai lungo sarebbe il
-dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di Morelli
-e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di
-Pisacane.
-</p>
-
-<p>
-In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida
-per i tentativi posteriori.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire
-in Sicilia (la fuga fu poi per la sua famiglia
-quasi una istituzione) e lasciare Napoli a piccolo
-esercito francese. La repubblica partenopea era
-stata proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale,
-si era ricoverato nella Sicilia.
-</p>
-
-<p>
-Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie
-le province insorte, pareva quasi disperato.
-</p>
-
-<p>
-Se non che un cardinale di curia che parea più
-esperto nel giuoco che nell'arte militare, concepì
-un piano arditissimo. Un piano così ardito, che pare
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo
-tentava non era uomo d'armi.
-</p>
-
-<p>
-Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di
-partire dalla Sicilia e senza nessun esercito riconquistare
-al re il regno. Partì con pochi fedeli, sbarcò
-a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono
-il primo nucleo del suo esercito.
-</p>
-
-<p>
-Il suo piano era semplice.
-</p>
-
-<p>
-Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era
-l'odio fra le classi medie e le plebi rurali, e volea
-smuovere queste ultime a favore della monarchia
-e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:
-i <i>giacobini</i> appartenevano alle classi medie,
-il popolo non avrebbe tardato a trasformare ogni
-proprietario in giacobino.
-</p>
-
-<p>
-Era la guerra sociale in favore del legittimismo
-e della reazione.
-</p>
-
-<p>
-Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo.
-Egli era migliore del suo re e della sua riputazione:
-egli fu sotto tutti gli aspetti un eroe.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa si deve pensare di chi non essendo che
-ecclesiastico e non avendo, come abbiamo detto,
-pratica d'armi, si decide quasi solo a riconquistare
-a un re profugo e pauroso un intero regno?
-</p>
-
-<p>
-Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in
-un modo, e gli uomini di parte avversa in un altro.
-Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa per
-scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-avesse l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio
-della libertà, egli ci parrebbe quasi un uomo
-divino.
-</p>
-
-<p>
-Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli
-uomini che poteva riunire, contadini che desideravano
-vendicarsi, poveri che desideravano predare e
-perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli,
-che non avea quasi nessuno seco, contare su altri?
-</p>
-
-<p>
-Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799
-il cardinale, che avea con sè pochi familiari e qualche
-prete, giunse ai primi di giugno sotto le mura
-di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando
-I un regno. Il suo viaggio fu presso a poco
-quello che per causa opposta sessant'anni dopo
-compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per
-conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio
-un grande arco di cerchio prima di giungere
-a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con <i>pazza gioja
-dalla plebe</i>. E perchè fu accolto? Dovea egli anche
-nel male avere l'eroismo che trascina. Coloro che
-lo seguivano erano spesso predoni di campagna e
-ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere un'impresa
-quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono
-crudeli? e non furono a Sansevero e Gragnano
-crudeli anche i francesi? Il generale Vatrin non fu
-egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va
-usata a proposito una volta, è nell'avventura del
-cardinale Ruffo: egli si servì veramente dell'odio
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-fra le plebi rurali e la borghesia, per riconquistare
-il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio
-per riescire.
-</p>
-
-<p>
-Poche cose sono più straordinarie di vedere
-un chierico con poche turbe raccogliticce fare ciò
-che un esercito intero non aveva saputo.
-</p>
-
-<p>
-Che importa se egli operò per una causa che non
-è la nostra? che importa se egli rese possibile la
-reazione più crudele? Egli fu un eroe, perchè compì
-atto di straordinaria audacia, avventura quasi inverosimile
-per la causa in cui credeva.
-</p>
-
-<p>
-Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della
-reazione, alla riescita della spedizione dei mille di
-Garibaldi, che fu il trionfo più grande per la unità,
-intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante
-volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!
-</p>
-
-<p>
-Perchè ciò che un prete non avea fatto per la
-causa dei Borboni non si potea ripetere contro di
-essi? Perchè diffuse le file di una cospirazione non
-bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono
-borbonico?
-</p>
-
-<p>
-Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante
-volte sognarono di seguire il piano di Ruffo per
-una causa opposta!
-</p>
-
-<p>
-Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno
-necessario uno sbarco; furono pochi ufficiali che
-tentarono una rivolta e che produssero, sia pure
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.
-</p>
-
-<p>
-Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il
-sogno. Poterla ripetere per la causa liberale! potere
-arditamente rifare per la libertà il viaggio trionfale
-del prelato reazionario!
-</p>
-
-<p>
-L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la
-zona più adatta ai rivolgimenti improvvisi. Nel nostro
-secolo se le guerre con lo straniero sono state
-combattute nella valle del Po, tutti i tentativi rivoluzionari
-o quasi tutti sono cominciati nell'Italia
-meridionale.
-</p>
-
-<p>
-Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto
-il resto d'Italia, che misura una lunghezza assai
-grande e non permette concentramenti facili, rende
-possibili i colpi di mano improvvisi.
-</p>
-
-<p>
-La Calabria lanciata nel mare è traversata in
-tutta la sua lunghezza da una catena di monti.
-Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri
-di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso
-nessun commercio, non si conoscono nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso
-longitudinale; vi sono strade numerose. Ma quando
-le comunicazioni eran difficili, come prima del
-1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in
-Calabria, o sulla costa del Cilento potea avere conseguenze
-grandissime.
-</p>
-
-<p>
-Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-giovani vite furono recise! quanti prodi morirono
-vittime del miraggio ingannatore!
-</p>
-
-<p>
-Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito
-immenso nella indifferenza di tutti; alcuni fallirono
-per troppa audacia, altri per inconscienza
-giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze
-e non conobbero tutte le difficoltà.
-</p>
-
-<p>
-Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa
-eroica di Garibaldi, le due più interessanti furono
-quella dei fratelli Bandiera e quella di Carlo Pisacane;
-l'una per l'eroica ingenuità con cui i due
-giovani s'immolarono nella speranza, più che della
-vittoria, del martirio che avrebbe ridestato gli spiriti;
-la seconda per l'uomo che la concepì.
-</p>
-
-<p>
-Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di
-un contrammiraglio della marina austriaca, di cui
-essi stessi faceano parte, l'uno come alfiere di vascello
-e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo
-servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni
-moti rivoluzionari, essi si erano ricoverati a Corfù.
-E in quel contatto con altri esuli in terra straniera;
-in quel comunicarsi continuo di aspirazioni
-e di speranze, più rincresceva loro l'inedia che
-l'esilio. Ond'è che decisero una spedizione arditissima,
-quasi folle per ardimento. Insieme a Ricciotti,
-a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere
-uno sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero
-cercato di far rivoltare le popolazioni calabresi
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme
-tutto il regno di Napoli.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i
-due fratelli Bandiera partirono per la spiaggia calabrese.
-Era in essi presentimento di morte. Quasi
-al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio
-Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo,
-dite ai nostri concittadini che imitino
-l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente
-impiegarla; e la causa per la quale avremo
-combattuto e saremo morti, è la più pura, la più
-santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini;
-essa è quella della libertà, della eguaglianza, della
-umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»
-</p>
-
-<p>
-Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la
-giovanile ingenuità senza di che non è possibile
-compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella
-cui essi si avventuravano.
-</p>
-
-<p>
-La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò
-sulla costa calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il
-luogo dello sbarco era tristissimo: ma la terra
-d'Italia parve a essi sacra e la baciarono all'arrivo.
-</p>
-
-<p>
-Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei
-luoghi, aveva anche nel suo seno chi dovea tradirlo.
-Gli esuli speravano di trovare al loro arrivo
-popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità
-e la indifferenza.
-</p>
-
-<p>
-Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-già sacro alla leggenda religiosa — circuiti dai soldati
-del re, dopo disperata lotta in cui parecchi morirono,
-dovettero arrendersi.
-</p>
-
-<p>
-Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono
-fucilati, il 25 luglio, in quella stessa terra da cui
-avevano sperato partisse il segnale della rivolta.
-</p>
-
-<p>
-Ma nessuna morte fu più compianta della loro.
-Erano giovani, ricchi, di alto casato: aveano rinunziato
-con serenità superumana a tutte le gioie della
-vita. Aveano tutte le qualità per destare negli
-animi il compianto, e la loro morte fu una delle
-cose che più nocquero a Ferdinando II. Ma non fu
-vana morte: Alessandro Poerio cantava:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Bevve la terra italica</p>
-<p class="i2">Del vostro sangue l'onda,</p>
-<p class="i2">E piova più feconda</p>
-<p class="i2">Giammai non penetrò.</p>
-</div>
-
-<p>
-La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio,
-se parecchi anni dopo un generale
-crudelissimo non avesse fatto con scellerata e sacrilega
-idea profanare il nobile sepolcro, e non
-avesse fatto confondere le ossa dei due martiri con
-quelle dei malfattori comuni.
-</p>
-
-<p>
-Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide,
-vi è qualche cosa che non può essere profanata
-da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed è il
-ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.
-</p>
-
-<p>
-Quello dei Bandiera era un tentativo che non
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-potea riescire: poichè si basava sopra cose che non
-erano. Pure nessun tentativo è circondato di tanta
-poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,
-per la ingenuità con cui fu compiuto.
-</p>
-
-<p>
-Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute
-prima delle spedizioni di Garibaldi fu più interessante
-di quella di Pisacane; meno per il tentativo
-rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo;
-meno per ciò che fece che per ciò che si proponeva
-di fare.
-</p>
-
-<p>
-Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione
-autorevole e importante nello stato maggiore delle
-due Sicilie; era di nobile famiglia; era sopra tutto
-un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea combattuto
-in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta
-San Pancrazio; era esule a Genova nel 1857.
-</p>
-
-<p>
-Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra
-movimenti patriottici delle popolazioni meridionali,
-concepì l'idea audace di sbarcare sulla costa salernitana
-nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di congiungerle
-ad altre ribelli di Basilicata e di giungere
-in Napoli a capo di esercito numeroso e ribelle.
-</p>
-
-<p>
-L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere
-alla spedizione di Garibaldi, era anche nella mente
-di Pisacane. Solo egli abbreviava le distanze, e sperava
-giungere come per sorpresa sulla capitale.
-</p>
-
-<p>
-Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava
-questa parola che allora non era in uso, benchè
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-Proudhon l'avesse già introdotta. Ma nella sua
-dottrina contenuta nel libro <i>Saggio sulla rivoluzione</i>
-si manifesta sinceramente anarchico.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema
-del liberalismo, e si basa sopra tutto su due concetti:
-sulla credenza che gli uomini abbiano una tendenza
-naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e sull'altra
-credenza che gli uomini siano guastati dalle
-leggi. Queste, in certa guisa, rappresentano un male,
-poichè sono la violenza contro l'ordine naturale delle
-cose.
-</p>
-
-<p>
-Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia
-si basa sull'ottimismo; ma appunto per questo ha
-un fàscino di attrazione sulle anime semplici e sugli
-spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i violenti.
-</p>
-
-<p>
-Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo
-storico, la concezione marxistica della storia
-è chiaramente tracciata nell'opera di Pisacane, il
-quale riattaccava i fatti politici e sociali ai fenomeni
-della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano
-scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.
-</p>
-
-<p>
-«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle
-in apparenza popolari, favoriscono solamente la
-classe ricca e culta, imperocchè le istituzioni sociali,
-per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.
-Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi
-alla mèta, ne andrete invece più lontano. Voi lavorate,
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-gli oziosi gioiscono; voi producete, gli
-oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la
-libertà. Il suffragio universale è un inganno. Come
-il vostro voto può esser libero, se la vostra
-esistenza dipende dal salario del padrone, dalle
-concessioni del proprietario? Voi indubbiamente
-voterete costretti dal bisogno come quelli vorranno.
-Come il vostro voto può esser giusto, se la
-miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie
-ogni abilità per giudicare degli uomini e dei
-loro concetti?»
-</p>
-
-<p>
-Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane
-avea un piano per abolire la proprietà privata,
-e trasformarla in proprietà comune; abolire lo Stato
-e andare incontro a una specie di comunismo della
-produzione.
-</p>
-
-<p>
-Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non
-sentiva tutte le difficoltà che la natura delle cose opponeva
-a tutti i suoi piani; come ogni anarchico egli
-vedeva il male non già nella natura e nelle difficoltà
-limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà
-degli uomini: uno sforzo di una minoranza
-audace parea a lui dovesse bastare a tutto. Pure come
-l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di
-rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè
-meno adesso senza commozione.
-</p>
-
-<p>
-Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni:
-avea molto combattuto, molto visto. Nella
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-sua vita irregolare — in ogni senso irregolare — avea
-perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano
-la spedizione dei Bandiera; egli era in ogni
-senso un uomo maturo.
-</p>
-
-<p>
-La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta
-dunque con piena coscienza delle difficoltà, anzi con
-la quasi certezza della morte.
-</p>
-
-<p>
-E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857
-egli volle dettare il suo <i>testamento politico</i>: poche
-pagine che neppur quelle si possono leggere senza
-emozione profonda.
-</p>
-
-<p>
-Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver
-notato che solo da una rivoluzione sociale potrà venir
-bene all'umanità, Pisacane dichiarava la sua antipatia
-per i movimenti costituzionali «.... per me
-non farei il menomo sacrificio per cangiare un
-ministro, per ottenere una costituzione; non meno
-per cacciare gli austriaci dalla Lombardia ed accrescere
-il regno Sardo; per me dominio di casa
-Savoia e dominio di casa d'Austria è precisamente
-lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale
-del Piemonte sia più dannoso all'Italia
-che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente
-che se il Piemonte fosse stato retto nella
-guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione
-sarebbe fatta. Questo mio convincimento
-emerge dall'altro, che la propaganda dell'idea è
-una chimera, che l'educazione del popolo è un
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da
-quelle ed il popolo non sarà libero quando sarà
-educato, ma sarà educato quando sarà libero.»
-</p>
-
-<p>
-La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali.
-«Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla
-paese; ciò è incontestabile. Ma il paese è composto
-di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero
-questo giorno senza congiurare, la rivoluzione
-non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero:
-la rivoluzione deve farla il paese, di cui io
-sono una particella infinitesimale; epperò ho anche
-la mia parte infinitesimale da compiere, e la
-compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente
-gigante.»
-</p>
-
-<p>
-Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel
-principato Citeriore e aver dichiarato lo scopo della
-impresa, Pisacane affermava: «Non ho che i miei affetti
-e la mia vita da sacrificare a questo scopo, e
-non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa
-riesce avrò il plauso universale: se fallisse il biasimo
-di tutti; mi diranno stolto, ambizioso, turbolento,
-e molti che mai nulla fanno e passano la
-vita consumando gli altri, esamineranno minutamente
-la cosa, porranno a nudo i miei errori; mi
-daranno la colpa di non esser riescito per difetto
-di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano
-che io li credo non solo incapaci di fare quello
-che io ho tentato, ma incapaci di pensarlo.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci,
-che avevano incontrato diffidenza e avversione,
-Pisacane continuava: «Non voglio paragonare la
-mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune
-con esse; la disapprovazione universale prima di
-riescire e dopo il disastro, e l'ammirazione dopo
-un felice risultamento. Se Napoleone prima di
-partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50
-granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti
-avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone
-avea il prestigio del suo nome; io porto sulla
-bandiera quanti affetti e quante speranze ha con
-sè la rivoluzione italiana; combattono a mio favore
-tutti i dolori e tutte le miserie della nazione
-italiana.
-</p>
-
-<p>
-«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente
-l'ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo
-poco il suo plauso in caso di riuscita.
-Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo
-trovo nel fondo della mia coscienza e nel cuore
-di quei cari e generosi amici che hanno cooperato
-e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se
-mai nessun bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio,
-sarà sempre una gloria trovar gente che
-volenterosa s'immola al suo avvenire.»
-</p>
-
-<p>
-La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio
-che Pisacane andava a compiere, vengono
-fuori da ogni parola. Pisacane era in certa guisa
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-l'anarchico che per una contraddizione sentimentale
-andava a compiere un movimento politico unitario;
-era l'anarchico, il quale però non discuteva dei mezzi,
-e, perchè alle forme politiche non credeva, tutto
-avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti
-degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri
-per prendere chiunque potesse aiutarlo, appartenesse
-pure al rifiuto della società. Non involgeva
-egli in una stessa avversione i difensori del sistema
-politico e i difensori del sistema economico?
-</p>
-
-<p>
-Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui,
-nè dire com'essa fu ideata e con quali mezzi.
-</p>
-
-<p>
-Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su
-promesse in gran parte incerte e contando sull'incontro
-di forti nuclei che Rosolino Pilo dovea condurre
-dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si
-imbarcò a Genova insieme a soli 22 compagni su
-un piroscafo della compagnia Rubattino. L'incontro
-con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi
-così scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e,
-consenziente il capitano della nave, fece uno sbarco
-temerario a Ponza, liberò molti relegati politici e
-riunì in tutto 323 uomini.
-</p>
-
-<p>
-Contava altri uomini trovare al momento dello
-sbarco a Sapri, e tentativi di rivolta nelle province.
-</p>
-
-<p>
-La sera del 29 giugno che il <i>Cagliari</i> operò lo
-sbarco a Sapri, non trovò quasi nulla.
-</p>
-
-<p>
-Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-dov'è tanto cielo e tanto mare, in cui gli aranci
-sono boschi ed è come una primavera eterna.
-</p>
-
-<p>
-Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di
-Ferdinando II, Pisacane e i suoi compagni cercavano
-smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che indifferenza.
-Chi erano costoro? donde venivano? che
-cosa volevano?
-</p>
-
-<p>
-Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il
-prestigio della rossa porpora e della croce d'oro e
-parlava il linguaggio della passione e della violenza
-ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro
-la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano
-a Sapri?
-</p>
-
-<p>
-Il drappello procedette nella indifferente avversione
-popolare.
-</p>
-
-<p>
-Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono
-monti petrosi, piccole pianure piene di sterpi, alberi
-nani. La spedizione sbarcata così giocondamente
-nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento
-di morte traversando quel paesaggio di
-malinconia.
-</p>
-
-<p>
-L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i
-gendarmi erano in moto. La piccola spedizione non
-si era accresciuta che di pochi uomini, quando sulla
-collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie.
-Dopo accanito combattimento in cui era per
-vincere, l'arrivo di truppe reali del settimo cacciatori
-costrinse la spedizione a ritirarsi, lasciando
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e
-circa duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane
-contava internarsi pei boschi e andare a fare insorgere
-il Cilento. Ma a poca distanza gli uomini della
-spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste
-con le sue case nere, furono assaliti da una turba
-di contadini e in gran parte uccisi, o feriti, o presi.
-Pisacane stesso fu ucciso: ed egli che avea sognato
-il trionfo o una morte eroica, combattendo in pieno
-sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna
-triste. Era per essi uno straniero? era un nemico?
-</p>
-
-<p>
-Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo
-di fatto ben più grande: della spedizione di Garibaldi.
-</p>
-
-<p>
-Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi
-partiva dallo scoglio di Quarto, diretta verso la Sicilia
-e portava la rivolta nel Mezzogiorno, in cui
-già per la incapacità del capo il governo era in
-dissoluzione.
-</p>
-
-<p>
-Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e
-non v'è alcuno che ne ignori la quasi leggendaria
-fortuna.
-</p>
-
-<p>
-Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola
-resistenza in Sicilia, la traversava trionfalmente;
-sbarcava sul continente ed entrava in Napoli
-da trionfatore.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile?
-e perchè potè esso riescire? sembra quasi inverosimile
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-che un regno in cui erano centomila soldati
-sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini,
-che avevano così deboli mezzi.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa
-era stata 61 anni prima la spedizione di Ruffo? Un
-tentativo eroico legittimista avea anche allora riconquistato
-al re un paese che era nelle mani dei
-francesi e dei liberali. E si può proprio dire che la
-spedizione di Ruffo non sia stata la preparazione di
-tutte le seguenti fatte nel senso contrario?
-</p>
-
-<p>
-Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa
-è stata il paese ove le spedizioni più temerarie sono
-avvenute, vincitrici o perditrici, in breve volgere di
-anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi dimenticati,
-quante audaci imprese, quanti tentativi
-temerari! Per un eroe che ricordiamo quale turba
-anonima di dimenticati, quanti uomini morti nel
-silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera
-del sentimento che fu il movimento per
-l'unità!
-</p>
-
-<p>
-Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che
-hanno lottato e sofferto; benedetti più ancora quelli
-che noi non ricordiamo e che nessuno ricorderà più!
-</p>
-
-<p>
-L'Italia è stata veramente la terra degli eroi.
-</p>
-
-<p>
-Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose
-straordinarie, o tenta di compierle, e per esse muore,
-l'Italia è stata la terra sacra degli eroi.
-</p>
-
-<p>
-Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-della nostra gente, noi dobbiamo trarre ragione di
-intima tristezza.
-</p>
-
-<p>
-Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi?
-</p>
-
-<p>
-Perchè in essa era debole il sentimento della
-responsabilità individuale; perchè la cultura individuale
-era bassa; perchè mancava quello spirito
-di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri
-paesi più educati, o più fortunati.
-</p>
-
-<p>
-Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato
-di compiere quelle grandi opere che dovevano venir
-fuori dalla coscienza collettiva. Ond'è rimasto a noi
-un senso di faziosità, di superbia, una violenza individuale,
-una sfiducia nella democrazia dei nostri
-ordini.
-</p>
-
-<p>
-Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione
-passata impera, noi siamo rimasti il paese
-sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini può
-tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò
-che dovrebbe un popolo; se non vi sono necessità
-che s'impongano; la faziosità che è già nell'istinto
-entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo
-ancora le antiche illusioni.
-</p>
-
-<p>
-Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia
-è la terra degli eroi; pure continuiamo a lodare la
-violenza individuale; a riconoscere i tentativi violenti
-di sommosse del passato non già come episodi
-finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile.
-Siamo giunti perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo,
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-a descriverne i benefizi; quasi che fosse
-lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E poi
-ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece
-di avere quelle qualità di ordine, di metodo, di
-disciplina, senza di cui nessuna democrazia è durevole,
-sia di sua natura faziosa. Abbiamo lodato il
-regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo
-le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di
-sètte, di rivolte, e pretendiamo la disciplina e la
-solidarietà; insegnamo una storia eroica, cioè una
-storia di rivolte individuali, e ogni rivolta individuale
-ci sorprende.
-</p>
-
-<p>
-Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi,
-che, se il fine è buono, sopprimere un re assoluto
-sia bene e sopprimere un re costituzionale
-sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice,
-ciò che è chiaro, ciò che è evidente.
-</p>
-
-<p>
-Quello che è più meraviglioso non è che l'unità
-italiana si sia fatta, ma che si sia mantenuta.
-</p>
-
-<p>
-Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso
-linguaggio.
-</p>
-
-<p>
-Ogni atto di creazione non si compie se non
-con una violenza. Anche il pulcino che esce dall'ovo
-fa come dicono i naturalisti, una piccola rivoluzione.
-Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo
-lento non è che un fatto continuativo, senza violenze
-biologiche. Noi dobbiamo considerare la nostra
-formazione come una necessità; non come un
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-metodo. Dobbiamo dire che l'Italia è stata la terra
-degli eroi non perchè valesse molto, ma perchè
-valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella
-debolezza o nella indifferenza del grande numero,
-hanno fatto ciò che tutti doveano. Ma le loro
-opere non possono essere conservate e accresciute
-e migliorate se non con una educazione progressiva.
-Ogni atto di creazione è un atto di violenza:
-ma è una fase, traversata la quale, bisogna che lo
-sviluppo sia lento e continuo.
-</p>
-
-<p>
-Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione
-l'uomo provvidenziale: ci dobbiamo convincere
-che quest'uomo provvidenziale è in tutti, e
-dobbiamo considerare gli altri uomini non già
-come il mezzo, ma come lo scopo.
-</p>
-
-<p>
-L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un
-uomo è dato far più che agli altri, non bisogna
-nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei
-grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso
-agli altri, se si potessero trasportare da noi non farebbero
-se non ciò che i nostri fanno: infatti essi
-sono grandi perchè imperniano movimenti che in
-realtà esistono.
-</p>
-
-<p>
-Questa contemplazione buddistica, per cui in
-ogni partito ci asteniamo da ogni opera attiva di
-bene e aspettiamo che venga l'uomo forte, l'uomo
-provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa
-immaginare, ed è il risultato della nostra concezione
-eroica della storia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le società umane in tanto valgono in quanto
-valgono non alcuni uomini, ma tutti gli uomini che
-le compongono. I popoli che prevalgono durevolmente
-sono quelli di cui la educazione intellettuale e
-materiale delle masse è più alta e dove la solidarietà
-è più grande. Dove l'anima collettiva vibra di più,
-dove più grande è l'unione, ivi la forza è maggiore.
-</p>
-
-<p>
-Pensate invece quale effetto deva avere sopra
-menti incolte, in cui fermentano l'odio e la superstizione,
-l'insegnamento che noi diamo.
-</p>
-
-<p>
-Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei
-nostri padri, e noi già scriviamo con le opere nostre
-la storia dei nostri figliuoli. Facciamo che
-questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il
-lavoro umano è sacro; che la violenza comunque
-adoperata è male; infondiamo quel rispetto della
-libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo;
-evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che
-il passato è più grande del presente.
-</p>
-
-<p>
-Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata
-ciò che è ora: in quarant'anni di unità, di questa
-unità che con le sue ingiustizie è sempre il nostro
-più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo
-realizzato progressi immensi. Noi non eravamo
-nulla e noi siamo molto più ricchi; molto più
-colti; molto migliori dei nostri padri.
-</p>
-
-<p>
-Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene,
-poichè la rassegnazione supina è dei deboli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-</p>
-
-<p>
-Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi
-e diciamo tutta la verità: l'Italia è stata la terra
-degli eroi, perchè valea poco.
-</p>
-
-<p>
-Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere,
-il senso della loro responsabilità, quando sopra
-tutto avremo combattuto i germi morbidi della
-miseria e i fermenti della ignoranza; allora non
-avremo più bisogno di eroi: potremo avere grandi
-statisti, grandi tecnici, se occorrerà grandi strateghi,
-non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo avuto,
-finora.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p class="indl">
-<i>Signore, Signori</i>,
-</p>
-
-<p>
-Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno
-tante volte ricordato, che il romanziere potente ha
-divulgato.
-</p>
-
-<p>
-Nella notte che precedette la battaglia più decisiva
-della guerra franco prussiana, l'esercito tedesco
-e l'esercito francese non erano a grande distanza,
-e nel campo francese in cui già le prime
-disfatte aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano
-le mosse del nemico con ansia indicibile.
-Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano
-una immensa voce. Nella notte fredda e solenne
-tutti i soldati tedeschi pregavano insieme e cantavano
-insieme il corale di Lutero. Era un canto
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza
-comune e della vittoria immancabile.
-</p>
-
-<p>
-Quegli stessi soldati di Francia che si erano
-mostrati arditi anche nella disfatta sentirono scendere
-nell'anima come una nube di dolore e, più
-che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono
-che non lottavano già contro un esercito, ma
-contro tutto un popolo, che avea un'anima sola.
-</p>
-
-<p>
-Troveremo anche noi questa grande parola di
-unione? Sapremo noi abbandonare i nostri errori e
-i nostri pregiudizi?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<h2 id="giornate">DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA
-<span class="smaller">ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">POMPEO MOLMENTI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-No, signore e signori; questa volta i poeti non
-esagerano. Brescia, con meraviglioso esempio di
-virtù guerresca, dimostrò come non bugiardamente
-Vincenzo Monti l'avesse chiamata
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.</p>
-</div>
-
-<p>
-E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano
-valore, la poesia rispondeva ancora esattamente
-all'austero giudizio della storia, quando l'Aleardi
-cantava:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Brescia dai monti fertili di spade</p>
-<p>Niobe guerriera de le mie contrade</p>
-<p>Lïonessa d'Italia,</p>
-</div>
-
-<p>
-e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della
-Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano,
-esclamava:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Lieta del fato Brescia raccolsemi,</p>
-<p>Brescia la forte, Brescia la ferrea,</p>
-<p>Brescia leonessa d'Italia</p>
-<p>Beverata nel sangue nemico.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-</p>
-
-<p>
-V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia
-contro lo straniero, breve lotta di soli dieci
-giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con impavida
-fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode,
-essere questa la più eroica pagina di quella sfortunata,
-ma non inutile rivoluzione, la quale, or è
-mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico d'Italia.
-Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè
-la patria, nei dì del dolore fortemente sofferto,
-più santa appare che in quelli dell'esultanza.
-</p>
-
-<p>
-In quella impetuosa carica alla baionetta contro
-lo straniero, che fu la rivoluzione del 1848,
-Brescia si trovò subito in prima linea; e cacciata
-la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg,
-fece sventolare la bandiera nazionale sul colle
-Cidneo.
-</p>
-
-<p>
-La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì
-in breve, e la tirannide straniera calò ancora
-tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla sconfitta di
-Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto
-i soldati stranieri rientravano in Brescia.
-</p>
-
-<p>
-Tra inique persecuzioni e frequenti speranze
-s'apriva il 1849. Alle fucilazioni, alle verghe, alle
-prigionie, agli oltraggi, rispondeva torbido e cupo il
-fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e
-delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni
-di patriotti. Gli animi trepidavano ancora di speranza,
-guardando al vessillo tricolore, tuttora sventolante
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-su due città gloriose, Roma e Venezia, e al
-Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere
-conculcati diritti.
-</p>
-
-<p>
-Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto
-lasciava Torino e si avviava verso la Lombardia. A
-Brescia, ove metteva capo la cospirazione lombarda,
-un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la
-bella città, apparve, con una squadra d'armati,
-araldo di libertà, il prete Boifava, anima di apostolo
-e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo
-di combattere per la patria.
-</p>
-
-<p>
-La fiamma vendicatrice divampa il giorno
-23 marzo. Una nuova prepotenza delle soldataglie
-straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga la guarnigione
-austriaca, appena in tempo di chiudersi nel
-Castello dominante, entro le mura la città. E dal Castello,
-a mezzanotte, incomincia furioso il bombardamento.
-Il fragor del cannone si diffonde lontano pei
-campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti,
-augusto segnale alle milizie del popolo, preparato
-a disperate difese.
-</p>
-
-<p>
-Si ricorre a tutte le armi somministrate dal
-furore, e il selciato, scomposto da uomini, da donne,
-da fanciulli serve ad erigere barricate; con ostinazione
-invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque
-rischio, non ricusano qualsivoglia miseria
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-estrema, stanno pertinaci a distrugger sè stessi,
-piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del
-generale Nugent correvano su Brescia, ma, giunti
-alle porte della città, trovarono animosi drappelli
-guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare
-che Brescia non era preda esposta nè facile, e non
-le mancavano e petti e braccia e ostinata virtù di
-resistere. Con impeto di prodezza eroica, i nostri ributtarono
-i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore
-imprudente non fosse stato trattenuto da Tito
-Speri, capo improvvisato di gente raccogliticcia, ma
-che aveva occhio di capitano esperimentato e non
-ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.
-</p>
-
-<p>
-Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore
-contro i battaglioni del Nugent, il quale rivolto ai
-parlamentari:
-</p>
-
-<p>
-«Entrerò in Brescia per amore o per forza.»
-</p>
-
-<p>
-A cui lo Speri:
-</p>
-
-<p>
-«Per forza, forse: per amore mai.»
-</p>
-
-<p>
-Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.
-</p>
-
-<p>
-Con che dignità antica questa nobile figura di
-patriota e di guerriero traversa i campi della morte!
-Nella meravigliosa decade bresciana, Tito Speri
-s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in
-lui era sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e
-l'amore, il sentimento e il pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-gridando: «Guerra e morte» e al terribile
-grido s'unirono in breve il rombo del cannone tedesco
-e il martellare delle campane bresciane.
-</p>
-
-<p>
-Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti,
-ma alle cruenti perdite dei bresciani non furono
-compenso quelle, benchè maggiori, del nemico,
-ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente
-ferito.
-</p>
-
-<p>
-Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna
-italica s'era infranta a Novara. L'immane sventura
-parve rinvigorire il coraggio.
-</p>
-
-<p>
-Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano
-con alto fracasso, e i bresciani, privi di ripari,
-si mostravano egualmente terribili ai nemici, giurando
-ai loro morti onore di funerali di sangue.
-</p>
-
-<p>
-Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a
-campo sotto Venezia assediata, fremeva di sdegno
-apprendendo che, dopo sette giorni di lotta, le bene
-agguerrite milizie imperiali non erano state ancor
-capaci di aver ragione di una folla incomposta di
-popolani male armati. Il feroce soldato prese un
-subito divisamento: abbandonato il blocco di Venezia
-corse a Brescia, e col favore della notte
-penetrò nel Castello, insieme con molte milizie.
-</p>
-
-<p>
-Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo
-austriaco, dallo sterrato del castello, guardò
-dinanzi a sè, Brescia appariva superbamente bella,
-quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro le
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva,
-quasi voce della città, palpitante di prodigiosa vita
-e accesa da virtù indomabile.
-</p>
-
-<p>
-I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano
-vigilanti alla custodia della patria. Tra un velo nebbioso
-si vedevano appena le popolose borgate, i colli
-fertili e incastellati, i ronchi sparsi di ville. Sotto
-il giro delle oscure piante, che incoronano i monti,
-si scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride
-pendici, e si estendeva misteriosa e indefinita
-la pianura lombarda, sfumante via via nei cinerei
-vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante
-d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata,
-anche sotto il grigio cielo, dal sole della
-libertà.
-</p>
-
-<p>
-Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati
-nel bieco animo dello straniero? Ah! è solo nel
-pensiero dei buoni che la bellezza e la giovinezza
-della natura diventano belle e dolci del pari.
-</p>
-
-<p>
-Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio
-animavano quel micidiale, il quale spediva
-tosto un messaggio al Municipio, chiedendo senza
-dimora la resa della città, minacciando saccheggi
-e devastazione.
-</p>
-
-<p>
-Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva
-col pericolo la fermezza del proposito generoso
-e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a brandire
-le armi,
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-No, Italia non vide mai un coraggio così determinato.
-</p>
-
-<p>
-Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca
-che rispose: «l'ho partorito per questo» a chi
-le annunziava morto in battaglia suo figlio: quante
-bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti
-combattere e ne sentirono orgoglio!
-</p>
-
-<p>
-Le campane tutte cominciarono a suonare a
-stormo, e quando il cannone diede il segno, le soldatesche
-si precipitarono fuori del Castello, e la città
-fu investita da tutte le cinque porte.
-</p>
-
-<p>
-La procella del ferro e del fuoco imperversava
-furiosa, la morte mieteva a Brescia il fiore de' suoi
-prodi, dalle ruine fumanti s'alzava verso il popolo
-una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi,
-ti salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava
-ogni proposta di resa.
-</p>
-
-<p>
-Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò
-alcuni battaglioni verso una piazza della città chiamata
-dell'Albera «Termopili bresciana.» Qui la resistenza
-fu più che umana. «Trentamila di questi
-indemoniati bresciani per conquistar Parigi!» esclamò
-Haynau, guardando dal Castello l'epica zuffa.
-</p>
-
-<p>
-Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.
-</p>
-
-<p>
-Non un colpo andava in fallo.
-</p>
-
-<p>
-Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime
-grida di vittoria, furiosi, accecati, deliranti.
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-apparivano, neri di polvere e stravolti, sull'alto dei
-ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le
-coltella, digrignando i denti, con le vene turgide,
-con gli occhi dilatati, iniettati di sangue, nei quali
-scintillavano trucemente le pupille, correvano a furia
-sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne il fiato.
-</p>
-
-<p>
-E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei
-terribili combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati,
-confusi, cercarono scampo nella fuga, altri
-conquisi da un invincibile timor pànico, da una
-paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti,
-col fiato sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi
-dallo stupore.
-</p>
-
-<p>
-Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno
-sulla piazza dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.
-</p>
-
-<p>
-Questa è vera gloria!
-</p>
-
-<p>
-Il maresciallo feroce, disperando piegare con le
-armi l'invitta costanza dei bresciani, ordinò che con
-acqua ragia e pece, si appiccasse il fuoco alle case,
-così che in breve le tenebre furono lugubremente
-illuminate dagli incendî.
-</p>
-
-<p>
-S'adunarono allora a consiglio i reggitori del
-Comune e il Comitato di difesa. Il rovinìo delle
-case, il crepitìo degli incendî, il tuonar dei moschetti,
-il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce
-ch'era follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca
-si sarebbe voltata più feroce contro la città,
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-che l'arrendersi avrebbe risparmiato un nuovo spreco
-di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il popolo
-divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva
-di voler combattere ancora.
-</p>
-
-<p>
-Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il
-fato della moribonda libertà italiana!
-</p>
-
-<p>
-Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile
-si rinnovò il combattimento, parve che Brescia non
-fosse esausta da nove giorni di titanica lotta.
-</p>
-
-<p>
-Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva
-lo spirito della battaglia, anco una volta balenarono
-le vecchie milizie del dispotismo. Se non che nuove
-artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e
-dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco,
-schiacciarono con la potenza delle armi, non vinsero
-i difensori di Brescia.
-</p>
-
-<p>
-Alcune parti della città presentarono allora uno
-spettacolo da agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono,
-incendiarono, uccisero donne, vecchi,
-bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri
-eran chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue.
-Ingombravano le vie mucchi di cadaveri scorticati,
-sbranati, sfracellati, masse informi di carni lacerate.
-Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il
-Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire
-ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti, altre
-volte scaraventarono teste di teneri bambini tra le
-schiere bresciane.
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-Con altissimo scroscio cadevano le barricate,
-passava la processione lugubre dei compagni portati
-sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato;
-le schiere erano spazzate via dalla mitraglia,
-e il popolo con le armi alla gola, all'intimazione di
-cedere, di sottoporsi, fieramente resisteva.
-</p>
-
-<p>
-Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia,
-e tra le fiamme degli incendi si combatteva ancora,
-con un valore più forte della barbarie nemica.
-</p>
-
-<p>
-A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era
-recato al Castello, per ispetrare il duro cuore di Haynau,
-il generale austriaco, implacabilmente imperioso,
-con lugubre ironia rispondeva che <i>nulla
-d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato
-fra i superstiti? Fra i superstiti, che molti e
-molti indomati eroi avevano bagnato del loro sangue
-le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
-</p>
-
-<p>
-La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che
-importano i nomi? Tutti erano pronti a morire
-com'essi dicevano, <i>alla bresciana</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ecco uno che squarciato il petto da una palla
-cade dicendo: «Me fortunato, ho l'onore di morire
-per primo sul campo di battaglia.» — «Ed io secondo» — rispondeva
-un altro, cui la mitraglia dirompeva
-gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito,
-rifiutava l'aiuto dei commilitoni, perchè non abbandonassero
-il posto. — I ricordi son molti.
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei
-suoi fasti alle sfortunate, ma eroiche prove di valore,
-date dalla vecchia aristocrazia piemontese pochi
-giorni prima, sugli infausti campi di Novara.
-L'oscuro popolano bresciano, che, col cappello forato
-da tre palle, si scaglia contro quattro austriaci, ne
-uccide uno, manda in fuga gli altri e torna a' suoi
-dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro
-ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio
-sinistro, e dopo aver scaricato col braccio destro il
-fucile cade gridando: «Viva! mi resta un braccio
-per la spada!» non sono forse pari nella virtù e
-nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San
-Martino, che, alla Bicocca, colpito a morte, stramazza
-di cavallo, dicendo a Carlo Alberto: «Ora
-il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant,
-che levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva
-il Re»? È in tutti questi prodi un comune lignaggio,
-che ha per motto di famiglia: <i>patria e valore</i>.
-Haynau, passato alla storia col marchio del sangue
-sopra la fronte, impose a Brescia duri patti, che
-dovettero essere accettati dai reggitori della città.
-Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto della
-l'esistenza disperata nel sangue.
-</p>
-
-<p>
-Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle
-resistere tino all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori
-per incrudelire dovunque e per iniquamente
-violare i patti della resa.
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-Testimonianze irrefragabili parlano degli orrori
-della soldataglia, d'incendi, di fucilazioni, di violenze:
-narrano di cittadini inermi bastonati, martoriati,
-d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti,
-d'altri ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano
-come nè l'età, nè il sesso imponesser pietà,
-essendosi trovati donne e vecchi laceri di ferite,
-bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul
-suolo, trapassati dalle baionette e lasciati là, fra
-orrendi contorcimenti, sotto gli occhi materni. Quelle
-belve umane entrate in un collegio di fanciulli, ne
-sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato
-il fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto
-gli occhi della madre massacrarono un giovane epilettico.
-Un prete, uscito di città, per cercar notizie
-della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso
-vivo un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti
-giovanette stuprate e scannato un nipote: un
-vecchio venerando, trapassato dalle baionette, per
-non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale:
-un popolano, Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso
-con uno de' suoi carnefici. Oh! esecrazione! Non resiste
-più l'animo a queste scelleraggini nefande, il
-cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare
-il cuore con fremiti di sangue.
-</p>
-
-<p>
-Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva
-strangolata la libertà bresciana, e, fra la tirannia
-militaresca e la violenza ladra dei barbari, la scettica
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-e vile Europa guardava indifferente. Ma quei morti
-tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di
-resurrezione.
-</p>
-
-<p>
-Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava
-l'Italia della sua eroica virtù, aveva raccolto
-dalla propria storia e al sangue de' suoi martiri
-aveva confidato il diritto che dentro alla sacra
-cerchia delle Alpi e del mare, la patria non dovea
-essere contaminata da straniero dominio.
-</p>
-
-<p>
-Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria,
-con impudenza soldatesca, pensò assicurare la obbedienza
-col terrore, col sospetto, con l'arbitrio, e la
-Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro
-paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo
-grande altezza d'illusioni e speranze in orrende
-calamità. La baldanza soldatesca del Radetzky non
-obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali avrebbero
-voluto porre un freno all'imperio della spada.
-Ma non erano smarriti gli animi e gli intelletti degli
-italiani, non tutte spente le speranze, e la nazione
-imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, e,
-ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia
-a ritentare la prova, ad affermare la libertà
-e la patria con la meditazione, con l'opera, con la
-parola, con il sangue.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di
-patriottismo, e le società segrete, prendendo inspirazione
-dal comitato nazionale, istituito a Londra
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare
-in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva
-l'ira soldatesca dello straniero, ordinavasi un comitato
-di patriotti, di cui era anima Enrico Tazzoli,
-sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia soffocava
-le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni
-con le bastonature, con le confische dei patrimoni,
-con le multe, con gli esigli, con la violazione
-della legge comune e dei trattati. Le persecuzioni
-accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il
-seme di libertà.
-</p>
-
-<p>
-La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico
-popolano Sciesa, milanese, fucilato il 2 agosto 1851.
-Lo seguono nella morte gloriosa il comasco Dottesio
-strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato
-a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio,
-sugli spalti di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini,
-lo Zambelli, il Canal, il Poma, il Grazioli, il
-Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il patibolo,
-furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda,
-poi mandati a scontare il delitto d'amare la
-patria nelle prigioni boeme.
-</p>
-
-<p>
-Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato,
-ove le burrasche mondane romoreggiano, come
-il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva sicura, ci
-appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa
-fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci
-giornate di Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore.
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-Quel pallido fantasma non è accompagnato
-da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La
-notte precedente al supplizio, l'eroico giovane, il
-quale abbandonava la vita a ventotto anni, scriveva
-una lettera ad Alberto Cavalletto, che non si può
-leggere senza profonda commozione, «Nella mia
-vita — così egli scrive — ho qualche volta gustato
-delle gioie, ma te lo assicuro, in confronto a
-quelle che provo in questi momenti, esse non furono
-che miserabile fango. La mia gioia al pensiero che
-fra poco andrò a morire per la patria, è così viva,
-così intensa, che se gl'Italiani potessero averne
-un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo
-stesso ardente entusiasmo, i martiri della Chiesa
-primitiva andavano a morire per la religione. Oggi,
-dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che
-ci diedero una patria, sembrano così distanti da
-noi, quelle audacie magnanime sembrano così lontane
-da questi giorni, in cui ogni senso di patria
-poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di
-vanità, dalla pratica operosità, che converte l'anima
-in denaro. Ma allora la patria era veramente una
-religione, la quale insegnava la nobiltà del morire
-per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della
-virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva
-dal cuore: virtù di religione, esercitata per amore
-all'invincibile sentimento dell'eterno bello, dell'eterno
-giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che,
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e
-lo sentiva, e lo misurava, e lo sopportava; virtù di
-sacrifizio, che facea serenamente rifiutare la vita per
-la patria adorata.
-</p>
-
-<p>
-Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce,
-poteva domare gli animi, anelanti a libertà.
-</p>
-
-<p>
-Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i
-profughi delle provincie oppresse e li adoperava
-come cittadini. Le lettere nella Lombardia e nella
-Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, che
-aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio
-contro lo straniero, continuavano ad armare
-le menti al conquisto della libertà.
-</p>
-
-<p>
-Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino
-era anche più grande della mente acuta del
-ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il
-concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava
-nella monarchia di Savoia, compiendo una
-delle più belle rivoluzioni della storia.
-</p>
-
-<p>
-Ormai s'era creato in Europa il convincimento
-che l'Austria avrebbe comandato in Italia ancora
-per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù di sacrifizi,
-di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di
-costituirsi in nazione indipendente.
-</p>
-
-<p>
-L'Austria allora, cui più che la vergogna delle
-sue inique oppressioni cuoceva la riprovazione di
-tutte le nazioni civili per le sue forme di governo,
-pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più
-umana. «No, noi non domandiamo all'Austria — esclamava
-Daniele Manin, l'esule magnanimo — che
-sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo
-che se ne vada; noi non sappiamo che farci
-della sua umanità e del suo liberalismo, e solo vogliamo
-esser padroni in casa nostra!»
-</p>
-
-<p>
-Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie
-celasse l'antica ferocia, provò la nuova forca
-rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu appeso, inclito
-martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi
-di Sebastopoli, unita ai vessilli dei più forti popoli
-dell'Occidente. Dopo la guerra di Russia, nel Congresso
-di Parigi, la causa italiana fu dichiarata
-solennemente d'interesse europeo, raccomandata al
-tribunale supremo della civiltà cristiana, e il conte
-di Cavour arditamente proclamava che l'<i>Austria in
-Italia era stata sempre attendata</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata,
-e precorreva, con l'ansia del desiderio, gli eventi.
-</p>
-
-<p>
-E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro
-della penisola, commosse, non molto dopo, i popoli,
-all'annunzio che la Francia, la gloriosa sorella latina,
-dava la mano all'Italia per rialzarsi e per
-iscuotere i danni e le onte del servaggio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio
-Emanuele e Napoleone III si mettono a capo dei
-loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi <i>Cacciatori
-delle Alpi</i>. Il 20 maggio, gli austriaci toccano
-dalle armi franco-piemontesi la prima sconfitta
-in Lombardia, a Montebello; il 30 sono fugati
-a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi,
-il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il
-27 a Como.
-</p>
-
-<p>
-Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino,
-e i francesi vincono il nemico a Magenta; l'8 a
-Melegnano. In questo stesso giorno Vittorio e
-Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico
-delle popolazioni redente.
-</p>
-
-<p>
-Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso
-il Mincio, dove, ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è
-concentrato l'esercito austriaco, riordinato, rafforzato
-da fresche e numerose milizie, sotto il comando
-supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe.
-Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia,
-seguìto, dopo due giorni, da Napoleone. Il nemico
-è vicino: al di là del Mincio, il quadrilatero
-formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli
-eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E'
-ardua la partita. All'austriaco, vinto nelle precedenti
-battaglie, ma sempre superiore di numero, parevano
-sorridere probabilità di vittoria.
-</p>
-
-<p>
-Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-di gente, un richiedersi ansioso fra i cittadini,
-un'agitazione piena di speranze e di trepidazioni.
-Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo
-del cannone. A poche miglia da Brescia si decide
-delle sorti d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe,
-riprendendo l'offensiva, aveva fatto ripassare il
-Mincio al suo esercito. Nè i franco-piemontesi, nè
-gli austriaci credevano incontrarsi così presto, e
-nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.
-</p>
-
-<p>
-I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno
-contro l'altro, su quel terreno, che sta fra il Chiese
-e il Mincio, e da una parte ha per confine il Lago
-di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura mantovana.
-</p>
-
-<p>
-Erano centosessantatre mila gli austriaci, con
-688 pezzi di cannone, e si spiegavano su circa
-trenta chilometri, con la destra appoggiata al Lago
-di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui
-s'ergono Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la
-pianura di Mantova.
-</p>
-
-<p>
-Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi
-d'artiglieria, gli alleati.
-</p>
-
-<p>
-I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le
-forti posizioni montagnose, che dal Lago di Garda
-vanno digradando alla pianura, mentre da Lonato
-e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-di altre guerre napoleoniche, si distendevano fino
-alla pianura di Mantova i corpi d'esercito francese,
-comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal Mac-Mahon,
-dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare
-con grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto
-sostennero con uguale tenacia.
-</p>
-
-<p>
-Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile
-nel centro, a Solferino, dove Napoleone III,
-con prontezza di concetto degna del grande zio,
-comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là
-veramente stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata,
-atroce, e vano per molte ore l'evento, superando
-gli austriaci di numero e di costanza, i francesi
-d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata,
-l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le
-armi di Francia vincevano ovunque.
-</p>
-
-<p>
-Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra,
-dove i Piemontesi s'erano trovati di fronte ad
-uno dei corpi austriaci più formidabili, sotto la
-condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.
-</p>
-
-<p>
-Il combattimento era cominciato alle sette del
-mattino, e i nostri si avanzavano verso Pozzolengo.
-Avevano potuto conquistare le importantissime posizioni
-di San Martino e della Madonna della Scoperta,
-ma assaliti dal nemico numeroso, furono,
-dopo breve ma aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco
-dai nostri, ma slegato, senz'ordine, mandando
-alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile valore,
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-parecchie volte s'impadronirono delle alture e
-parecchie volte ne furono respinti. Gli austriaci occupavano
-fortemente San Martino e Madonna della
-Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo
-secondo colle, mentre il generale Mollard, più
-valoroso soldato che abile condottiero, attaccava
-San Martino e vinceva. Ma un vigoroso contrattacco
-non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura.
-Non era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava
-i suoi e restava di contro alle posizioni nemiche
-aspettando nuove e fresche milizie, mostrando
-di esser pronto a ritentare la prova, mentre
-il Benedeck raccoglieva il suo esercito sull'altura
-di San Martino, non osando scendere a soccorrere
-Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di
-Francia.
-</p>
-
-<p>
-Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon
-riuscirono ad occupare Solferino, gli austriaci dovettero
-abbandonare la Madonna della Scoperta, presto
-occupata dal generale Durando.
-</p>
-
-<p>
-Vittorio Emanuele, che correva or qua or là,
-dove più terribile era il pericolo, con l'angoscia
-nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo con
-buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri,
-mantenevasi saldo sulle cime di San Martino e dei
-prossimi poggi. Al valore delle armi italiane non
-voleva sorridere la fortuna. Più che il destino premeva
-al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-egli allora al La Marmora di mettersi a capo di due
-divisioni, le univa a quelle del Mollard, e stava per
-tentare un generale furibondo assalto, quando scoppiò
-uno spaventevole uragano. La battaglia rimase
-tronca, essendo impossibile ai soldati, per la furia
-del vento, accompagnato da violenta grandine, non
-che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, dalle
-rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini
-alle offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti.
-Invano le artiglierie nemiche fulminavano quelle
-schiere di valorosi, che procedevano serrati, terribili
-all'aspetto. Scoppiò un grido: <i>Savoia</i>, da migliaia
-di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche,
-e i soldati d'Italia piombarono terribili all'assalto.
-Ma non meno terribili le difese. È un combattere
-asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le baionette,
-con le sciabole, con le daghe, con i calci
-del fucile, con i sassi, co' pugni, con le unghie,
-co' denti. Piega finalmente la fortuna in favore
-d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri
-acquistano vigore, la Contraccannia, la casa,
-dove più ostinata era stata la resistenza del Benedeck,
-è presa. Gli austriaci sono cacciati giù dalla
-china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia!
-Viva il Re!»
-</p>
-
-<p>
-Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane
-salutavano la vittoria, su quei campi dove giacevano
-uccisi mille seicento ventidue francesi, seicento
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-novantuno italiani, duemila trecento ottantasei austriaci;
-feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518,
-tra i francesi, tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi
-1258; tra gli austriaci 10,634 e 9290 scomparsi
-e dispersi.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-</p>
-
-<p>
-L'unico e santo intento di tanto sangue versato
-era vicino a raggiungersi. Ancora una battaglia sotto
-Verona e l'opera era compiuta, la giustizia era fatta.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come
-folgore, la pace di Villafranca.
-</p>
-
-<p>
-Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione
-abbian potuto le notizie di Germania, la
-quale nelle vittorie francesi vedeva un pericolo e
-una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la
-guerra sul Reno.
-</p>
-
-<p>
-Parve per un momento dovesse l'Italia cedere
-per sempre al destino avverso. Sulle fulgide
-glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e
-San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva
-come un velo funereo. Angoscie e lagrime scoppiarono
-irrefrenate nel Veneto, condannato ancora al
-servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati
-alle prime aure di libertà i più felici fratelli della
-Lombardia, della Toscana, dell'Emilia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i
-capitoli della pace di Villafranca, questi non si potè
-trattenere dall'esclamare: «Povera Italia!» Ed
-avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello
-che sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero»
-rispose Vittorio Emanuele «che tutti faremo il nostro
-dovere.» E lo fecero.
-</p>
-
-<p>
-Il conte di Cavour, il quale in un memorando
-colloquio con Vittorio Emanuele, voleva che il Re
-respingesse sdegnosamente la pace, si dimise da ministro
-e al Farini, che annunziava da Modena la sua
-risolutezza di resistere anche a costo della vita, al
-ritorno del Duca, egli scriveva: «Il ministro è morto,
-l'amico applaude alla risoluzione che avete presa.»
-</p>
-
-<p>
-Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso
-conte di Cavour, che al principe Girolamo Bonaparte
-scriveva: «Bénie soit la paix de Villafranca.»
-</p>
-
-<p>
-Sacra antiveggenza del genio!
-</p>
-
-<p>
-Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia,
-avrebbe bensì resa libera Venezia e costituito
-un forte regno nell'alta Italia, ma avrebbe resa onnipotente
-nella penisola la supremazia francese, la
-quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi,
-cacciati per virtù di popolo.
-</p>
-
-<p>
-Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento
-delle menti italiane, e il concetto dell'unità
-italiana era rinnovato dagli avvenimenti.
-</p>
-
-<p>
-Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-magnanimo ardimento del Re guerriero, il quale,
-invece d'essere la coscienza e il braccio della rivoluzione,
-avrebbe dovuto rispettare i patti imposti
-dalla Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no,
-potuto Garibaldi, l'epico cavaliere, rovesciare, con
-l'aiuto del Piemonte, con il concorso dell'Inghilterra,
-il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio.
-Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso
-al Cavour di far parlare l'anima sua entusiasta
-di cittadino più alto dello spirito prudente e chiuso
-del diplomatico. Senza la pace di Villafranca finalmente,
-non avrebbero potuto gli uomini migliori
-della penisola far risuonare insieme al grido augusto
-di libertà il tuo santo nome, o Italia!
-</p>
-
-<p>
-Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva
-fra le ribadite catene, Napoli e Sicilia fremevano
-sotto un giogo abominato, ma restava sempre una
-grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor
-della patria, — reso più tenace, più forte dal
-dolore delle infrante illusioni. Sì, l'amor della patria,
-sfavillante più puro nella luce del sacrificio, si ergeva
-ancora fidente, con tutte le sue forze, sino all'ultimo
-suo fine, in tutti i suoi modi.
-</p>
-
-<p>
-Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano
-maggiormente accesi lo spirito di sacrificio e l'energia
-del bene, s'era fatta più stretta quella santa unione
-d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea condurre
-l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Italia e Vittorio Emanuele</i> fu il grido, che
-risuonò in ogni parte della penisola, unendo i
-fratelli, chiamando gli avversari alla pugna, facendo
-dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi
-regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le
-zolle d'Italia rosseggiarono di sangue italiano, a
-preparare il trionfo del Re. I plebisciti confermarono
-le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 s'aperse
-il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio
-Emanuele II, fu, per legge, proclamato Re
-d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Così, o signori, in questi grandi avvenimenti
-della storia gli uomini che credono dirigerli sono da
-essi trascinati, e nel fondo del quadro vi è l'eroe
-oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed
-è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia
-e s'impone. Gl'Italiani erano maturi pel
-grande riscatto nazionale.
-</p>
-
-<p>
-Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori
-e più alti intendimenti, divisare un'Italia distribuita
-in nuovi regni, ma omai la coscienza del
-popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini
-che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour,
-Garibaldi, Ricasoli, Farini, Minghetti ed altri
-spiriti magni di cotale grandezza, erano così degni
-d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque
-tradimento della politica si sarebbe trovato il modo
-di torcerlo a favore della unità nazionale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si
-Sarebbe fatta all'ora voluta dalla storia con lui, senza
-di lui, o contro di lui. Arrestatosi al Mincio, il dolore
-della delusione fece prorompere anche più impetuoso
-il bisogno della unità in un popolo come
-il nostro, rappresentato da statisti come i nostri, i
-quali in certi momenti accoppiarono le doti degli
-eroi con quelle dei più fini diplomatici. Il Cavour,
-nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca,
-è un eroe che dimentica i doveri del ministro verso
-il suo Re. Il Garibaldi, che sulle balze del Tirolo sa
-fermarsi e obbedire, è un politico istantaneo, che
-lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E
-di tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi
-accorgimenti santi aveva bisogno la patria per unirsi,
-anche quando pareva che il cielo e la terra, il papa
-e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.
-E pensando a quelle giornate del nostro riscatto,
-nelle quali nè la nazione, nè gli uomini che la dirigevano
-commisero errori, quando pareva che tutti
-i grandi della nostra storia si alzassero dai loro sepolcri
-per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere
-più indulgenti verso le presenti miserie e meno
-pessimisti.
-</p>
-
-<p>
-Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma
-neppure i languori, gli errori, le colpe dei contemporanei
-ci tolgono la fede che nei giorni di supremo
-pericolo non si troverebbero le energie del '59 e
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-del '60. Poichè, o signori, è contrario alla legge
-della continuità storica, che un popolo il quale, quaranta
-anni or sono, era composto tutto di veggenti,
-di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato
-soltanto di queruli, di critici e di mediocri.
-</p>
-
-<p>
-Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo
-l'antica grandezza.
-</p>
-
-<p>
-Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli
-antichi fervori.
-</p>
-
-<p>
-La responsabilità maggiore di quest'ora opaca
-che si attraversa è nella piccolezza degli uomini
-politici, ma, fuori della vita politica, nelle industrie,
-nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia
-del '59 e del '60.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<h2 id="galantuomo">IL RE GALANTUOMO
-<span class="smaller">(1849-1859)</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">DOMENICO OLIVA</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova:
-sulla sua anima di re e di patriota, l'armistizio Salasco,
-l'ultima ed inutile difesa di Milano, le scene
-di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran
-state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano
-come ricordi d'oltraggi e di sangue.
-</p>
-
-<p>
-Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata,
-non doma, pareva pronta alla riscossa:
-Venezia si teneva libera e si difendeva dall'Austria,
-e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si
-accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze:
-erano in tempesta Toscana, Romagna, Roma,
-dilaniate da fosche e basse discordie civili, ma non
-vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il
-popolo di quelle contrade favellava pure sempre di
-libertà e aspettava: la Sicilia, insorta in armi, sfidava
-il nemico. Era tramontata l'età poetica: non
-più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-fosse promessa la vittoria alla disperazione, e,
-se non a vincere, si anelava a morire, a porre sulla
-strada della reazione trionfante un'Italia sanguinosa
-e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo
-incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti
-lontani.
-</p>
-
-<p>
-Questa, in generale, la condizione morale e materiale
-della patria: volgiamo lo sguardo alle condizioni
-particolari del regno subalpino. Mai, io penso,
-un re e un popolo affrontarono tanto male un
-grande cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte,
-nella incipiente e tristissima primavera del
-1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano ogni
-sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro
-che dovevano combattere, gli uni affermavano
-che il Re era tradito, gli altri che il Re era traditore:
-prezzo del tradimento, l'onore, la sicurezza, la
-libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano
-la sedizione! Nessuno credeva, la Camera
-urlava, i ministri non sapevano, il capo supremo
-dell'esercito era uno straniero ignoto, cui era ignoto
-persino il suono della nostra lingua; i soldati erano
-numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani,
-non esercitati o stanchi, non agguerriti, non ordinati:
-l'aristocrazia pronta al sagrificio, ma nauseata
-della demagogia o imperante o prossima ad imperare,
-il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,
-incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure,
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-non parata ad affrontare e a sostenere le nuove.
-Tentavasi così di vincere il vecchio maresciallo Radetzky,
-chiaritosi l'anno innanzi strenuo e possente
-capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente
-difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre
-si accampava, certo della vittoria, coi suoi veterani
-al confine piemontese. Breve sogno e fallace:
-Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra
-destra fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto
-Novara, minacciati d'essere avvolti e separati dalla
-metropoli subalpina, come lo eravamo da Alessandria
-e da Genova.
-</p>
-
-<p>
-E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e
-parve che appunto in quelle ch'erano ore estreme
-di agonia, la nostra fortuna stranamente potesse risorgere:
-le schiere affrante, stanche, già percorse
-dalla indisciplina, male ordinate, peggio nudrite,
-sentirono che nei cuori e nelle braccia stava per
-risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri, artiglieri,
-ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e
-impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo,
-colla punta della spada rivolta al nemico,
-respinsero i formidabili assalti degli austriaci, li assalirono
-a loro volta, e ripetutamente li fugarono:
-lo inseguimento di quelli che parevano già vinti,
-chiesto, implorato, supplicato dal duca di Genova,
-avrebbe fatto forse di Novara una vittoria italiana
-e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico
-a combattere, tutte le forze imperiali, richiamate,
-giunsero sul campo: cadevano i nostri generali, gli
-artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, minuta,
-incessante snervava i combattenti, l'aria era
-grigia e tetra e poi scendeva rapida la sera sui vinti
-che gridando al tradimento abbandonavano le ordinanze,
-sui gregari che non ascoltavano più la voce
-dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed
-armi fratricide e mani rapaci e voglie bestiali si
-agitavano furiosamente nell'ombra, fra un coro d'imprecazioni,
-di grida paurose e di bestemmie.
-</p>
-
-<p>
-Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando
-senza profferir parola, senza muover ciglio, la palla
-liberatrice. Non poteva uccidersi, perchè cristiano;
-poteva morire, perchè soldato, per la mano incosciente
-ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero
-a forza. Si riebbe, chiese patti al vincitore:
-gli risposero con imposizioni dolorose e vergognose.
-E subito si determinò a quel sacrificio che, nell'ammirazione
-e nella gratitudine di noi nepoti, tanto
-e tanto innalza la sua figura. Convocati a tarda notte,
-i figli, i generali, il ministro Cadorna, quanti eran
-con lui, amici nella cattiva fortuna, in una sala del
-palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che
-rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza
-italiana, io mi sono votato con tutta l'anima mia:
-per essa volli esposta ad ogni rischio di guerra la
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle
-arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è
-per sempre perduta. Comprendo essere oggi la mia
-persona d'impedimento a conchiudere la pace diventata
-indispensabile; pace che d'altronde io non potrei
-sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta
-la fortuna di morire sul campo, non mi resta, per
-la salute del mio paese, che deporre questa corona
-che posi al cimento per la libertà della patria. Io
-non sono più vostro Re, o signori, il vostro Re da
-questo momento è Vittorio, mio figlio.» E, fatto cenno
-al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, gli pose la
-mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando
-quasi un antico rito di consacrazione, che
-la grandezza della sventura e gli uomini e l'ora facevano
-solenne. Poi strinse il figlio al cuore e lungamente,
-poi abbracciò il secondogenito e ad uno
-ad uno, tutti gli astanti, su cui più che la riverenza
-potè l'intensa commozione, e non ebbero freno le
-lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,
-batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida
-dei feriti e dei morenti.
-</p>
-
-<p>
-Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che
-non doveva più rivedere e al suo segretario: al
-nuovo Re disse brevi parole, che così chiuse: «Sopra
-tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»
-</p>
-
-<p>
-E partì verso la morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava
-il regno d'un giovane, che il popolo e l'esercito
-conoscevano solamente pel suo valore sul campo
-di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non
-era che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito:
-ma le fantasie in quei tempi eran malate e nei soldati,
-vinti, non si aveva più fede. Lo dicevano impaziente,
-lo affermava qualcuno conscio degli errori
-compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente
-comanda,» avrebbe gridato un giorno in un
-impeto di sdegno; e v'era chi gli attribuiva qualche
-buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi
-uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno
-osava dire una parola.
-</p>
-
-<p>
-Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli
-e lo stese di suo pugno. «Fatali avvenimenti, la
-volontà del veneratissimo genitore mi chiamano assai
-prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,
-fra le quali prendo le redini del governo,
-sono tali che senza il più efficace concorso di tutti,
-difficilmente potrei compiere l'unico mio voto, la
-salvezza della patria comune. I destini delle nazioni
-si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe
-tutta la sua opera. A questo debito noi non abbiamo
-fallito.
-</p>
-
-<p>
-Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della
-pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali.
-A questa impresa scongiuro tutti i miei
-popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento,
-ed attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto,
-fiducia.»
-</p>
-
-<p>
-Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky
-vuol conferire con lui e gli va incontro, da
-Momo, verso la fattoria di Vignale. Percorreva la
-strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i
-pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati
-sbandati, qualche carro di feriti e costoro non
-lo salutavano che con un grido ch'era un lamento:
-«Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il vecchio
-Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo
-volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano
-la tarda età e gli acciacchi, e gli fu mestieri
-d'aiuto. Quando fu accanto al Re, desiderò abbracciarlo
-e gli rammentò che amava con tenerezza paterna
-la regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido
-e terribile, si faceva bonario, diceva sorridente
-di gioie domestiche, cercava cattivarsi l'animo del
-giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete
-esser mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io
-sono un vincitore e voi siete un vinto: se ascolterete
-me sarete come un vincitore, e questo vostro regno
-oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido
-e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli.
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-perchè ora posso tutto. Volete la tutela delle mie armi?
-Sono vostre. Sudditi ribelli, nemici esterni
-nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a
-questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della
-vostra Casa hanno imposto a vostro padre: innalzate
-ancora l'antica, che fu rispettata e temuta e gloriosa,
-simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i perfidi
-consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate
-a quelli che fecero i primi anni del suo regno
-così sicuri e prosperi. Nessun sagrificio domando a
-voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. Ascoltate un
-vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete
-giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti
-per conoscervi e per amarvi, vi uniscono vincoli
-di sangue, contiguità di territorii, l'interessamento
-di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato
-e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria
-oggi sa divinare come un tempo e sosterrà le legittime
-ambizioni della casa di Savoia. Non volete? Ci
-volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente
-patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete
-solo, fra le passioni irruenti dei partiti, abbandonato
-da noi e da tutti i principi italiani. Che dico
-italiani? Da tutti i principi europei. Che ha fatto per
-voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro
-piccolo trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete
-un giorno l'aiuto nostro, sarà tardi certamente.
-Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro destino.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo
-il Re «ho giurato come principe, sto per giurare
-come Sovrano: ho combattuto per l'Italia e non pochi
-italiani hanno combattuto al mio fianco. Non
-posso dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio
-tradire nessuno. Sono a capo d'uno stato indipendente,
-e tale voglio sia per l'avvenire. Mi rassegno
-alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri
-non tratto alcun componimento e giudice dei miei
-doveri sono io solo e li compirò, qualunque cosa
-compierli dovesse costare a me. A voi vengo per stipulare
-una tregua, non per stringere alleanza, per
-guadagnare terre, per crescermi di potenza.»
-</p>
-
-<p>
-E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò
-sempre; negò e nel vecchio si facevano strada meraviglia
-e rispetto, e quasi la sensazione indefinita
-che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo
-capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re,
-le parole di lui chiare e sicure, quell'anima che gli
-si palesava tutta e che pareva ed era tanto maggiore
-della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,
-l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne
-verso la gente italiana. Contro volontà stava volontà:
-quella vinceva più vigorosa ed ardita, quella
-che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra
-piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere,
-l'altra per cui si curvava il tempo mortale.
-</p>
-
-<p>
-In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-per la prima volta l'uomo che l'Italia aveva a
-lungo invocato.
-</p>
-
-<p>
-Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia
-che ne siano uscite cose grandi? Un attimo
-d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci
-avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile:
-Vittorio Emanuele incontrava deliberatamente il
-maresciallo Radetzky, come un Re e un italiano
-doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto
-lo aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun
-consiglio, nessuna esperienza; teneva luogo d'ogni
-altra cosa la generosa voce del sangue e l'amore
-della patria.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava:
-«M'ha compreso il generale nemico, mi comprenderanno
-i miei: io reco loro la bandiera salva,
-il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per
-vivere e per rincominciare.»
-</p>
-
-<p>
-Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte
-nel principe di Carignano, che gli reca un messaggio
-della Regina: e la lettera diceva la esaltazione,
-la esacerbazione degli animi, la confusione
-dell'idee e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento
-degli altri, le ire dei partigiani, le cupide
-voglie, quanto di morboso si sollevava nella metropoli
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-piemontese. La Camera aveva udito leggere
-da Domenico Buffa una lettera del Cadorna, annunziatrice
-del disastro e dell'abdicazione di Carlo
-Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo,
-votato al re martire un monumento nazionale;
-ma poi si perdeva in mezzo alle recriminazioni, alle
-accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più disperati.
-</p>
-
-<p>
-Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento
-di fedeltà allo Statuto, e mentre traversa lo
-spazio che sta fra la reggia e il Palazzo Madama,
-ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e
-la milizia cittadina in armi; non un grido ascolta,
-non un viso benevolo scorge, appena gli si rivolge
-qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,
-senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra
-nell'aula, sale sul trono, senatori e deputati si levano
-in piedi, nessuno applaude e pare che sulle
-labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il
-benvenuto che si dà sempre ai Sovrani.
-</p>
-
-<p>
-Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la
-fede sua negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento
-dovrà compendiare tutta la sua vita. Silenzio
-profondo: non lo acclamano, non lo intendono.
-Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco
-non piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai
-duro, mentre consacrava la sua esistenza al suo popolo
-e alle più alte idealità del nostro tempo, mentr'era
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita
-libera, indipendenza del Regno, non essere accolto
-a braccia aperte, a cuori aperti, circondato da quella
-fiducia di tutti, senza la quale era impossibile accingersi
-all'opera, nell'opera perseverare, l'opera compiere.
-</p>
-
-<p>
-Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti,
-Ceppi, Montezemolo, Lanza, Rattazzi e Mellana,
-eletti dalla Camera per fargli omaggio. E liberamente
-esprime il suo forte rincrescimento, con
-parole tutte vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare
-i prevenuti, a persuadere i peritanti, ad
-inspirare il coraggio di rispondere franchi a chi si
-esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio
-quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e
-gli manifestano il desiderio che l'armistizio sia revocato,
-così replica: «Lor signori deplorano tutto
-questo ed io lo deploro più di loro: loro desidererebbero
-che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse
-in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano
-solamente un quarantamila buoni soldati, ed io domani
-rompo l'armistizio e vado a cacciare gli austriaci
-nel Ticino.» Mentre così diceva, gli fiammeggiavano
-gli occhi. Uscirono i deputati dalla
-Reggia rispettosi, ammirando la ingenua fierezza
-del giovane principe, che veramente li meravigliò
-come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso,
-più avveduto degli altri, Urbano Rattazzi
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-forse pensava al futuro primo ministro d'un tal Re
-e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re
-si votò con devozione profonda, prima segreta, poi
-manifesta. Ma tornati che furono a Palazzo Carignano,
-eccoli travolti tra la bufera che v'imperversa:
-e una bufera pareva trascinasse tutto il
-paese a ruina ed estrema. Insorgeva Genova, gridando
-una strana ed effimera repubblica; più non
-erano finanze, più non era esercito, più non esisteva
-senso di dovere civile, e il nuovo ministero,
-creato dopo la catastrofe, si accoglieva dalla Camera
-ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del
-Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in
-assisa militare, colle sue decorazioni e il presidente
-fra le risa di tutti (colle risa si sfogava l'ira) dice:
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei sapere chi è quel signore!
-</p>
-
-<p>
-— <i>Je suis Delaunay, lieutenant-général.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Va bene: e in che qualità Ella viene fra
-di noi?
-</p>
-
-<p>
-— <i>En qualité de président des ministres da
-Roi Victor-Emmanuel.</i>&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E poi vòlto alla Camera:
-</p>
-
-<p>
-— Messieurs.... — egli incomincia.
-</p>
-
-<p>
-— Un momento — interrompe il presidente — mi
-domandi prima la parola.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E qui nuove risa e ogni sorta di atti di
-scherno.
-</p>
-
-<p>
-Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-dell'Interno, sale alla tribuna per leggere i
-patti dell'armistizio. «Morte ai traditori!» s'urla
-d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo
-guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste
-furie fu necessità disciogliere la Camera, convocarne
-un'altra e discioglierla di nuovo, dopo poche
-sedute, che per primo atto aveva eletto a suo
-presidente Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova,
-cui il Re era stato largo di perdono. «Ma
-se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva
-«essi non dovevano dimenticare.» E fu necessità
-cangiare il primo ministro, vincere lo riluttanze,
-le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,
-spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il
-potere. E l'assunse, inviso ai reazionari che odiavano
-il gran signore originale e democratico,
-l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere,
-il giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese
-ch'era lombardo a Milano, toscano a Firenze,
-romano a Roma, italiano dovunque; inviso
-ai rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato
-a non dar tregua nessuna alla demagogia,
-a far politica di conservatore, a fare quella pace
-coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere
-l'era delle agitazioni, il periodo dell'anarchia
-in cui era caduto lo Stato, e che si voleva continuasse.
-</p>
-
-<p>
-La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-ad aprirsi la via, e un avvenimento doloroso rivelò
-quale fosse il sentimento del popolo, assai diverso,
-come spesso accade, da quello che s'agitava negli
-uomini della politica.
-</p>
-
-<p>
-Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri
-affidare il reggimento della cosa pubblica al duca
-di Genova, e forte sgomento, forte dolore penetrò
-nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele
-come se un nuovo male, peggiore d'ogni altro,
-stesse per piombare sulla patria. S'intuì che la
-salvezza e la fortuna del Regno eran cose collegate
-strettamente alla salute e alla vita del Re. Già
-cominciava a penetrare nei piemontesi e nelle altre
-genti italiane il pensiero che Vittorio Emanuele era
-un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva
-minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente
-questo esser solo, il grande argomento per cui
-le speranze sorgevano e andavano a lui. Ovunque i
-principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano
-al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano,
-anzi lo imploravano, chiusi tutti nelle rinnovate
-consuetudini d'una tirannide stolta e paurosa,
-certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio
-di nazionalità non potesse più risorgere. Ed
-egli invece, stava <i>solo</i> al posto che aveva eletto, a
-capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra un trono
-mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e
-voleva mantenere i giuramenti, affermando ch'era
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-principe italiano e che la sua era bandiera italiana,
-non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli anzi animosamente
-con una grande lealtà di parole e di
-azione unita a una grande e incrollabile fermezza.
-</p>
-
-<p>
-Ma mentre appariva questo principio di giustizia
-nella opinione dei più, si stimò necessario un ultimo
-atto e solenne per significare il pensiero dei Re e
-provocare un'indubbia manifestazione del popolo.
-Con modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma
-legittimato da quella reverenza e da quell'affetto che
-per tradizione più volte secolare, i popoli subalpini
-nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla
-condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava
-il Regno, legittimato dai pericoli esterni ed interni
-che parevano minacciare e minacciavano la
-Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro,
-con parola amorevole e severa, un atto di buona e
-patriottica volontà. «Ho promesso salvare la Nazione
-dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il
-nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.
-Questa promessa, questo giuramento lo
-adempio disciogliendo una Camera diventata impossibile:
-li adempio convocandone un'altra immediatamente:
-ma se il paese, se gli elettori mi negano
-il loro concorso, non su me ricadrà oramai la
-responsabilità del futuro e dei disordini che potessero
-avvenire; non avranno a dolersi di me, ma
-avranno a dolersi di loro.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<p>
-Queste parole e le altre che parvero di colore
-oscuro, scritte nel proclama di Moncalieri, agitarono
-profondamente gli animi già agitati di quel
-tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava?
-Poichè ormai si comincia anche fra noi
-a formare una leggenda intorno agli avvenimenti
-primordiali del risorgimento nostro, dice codesta
-leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri
-sarebbe stato grande e fulmineo. Le testimonianze
-che si possono raccogliere affermano invece il contrario:
-fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria
-immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore
-cessò e la gente incominciò a ragionare: a
-poco a poco si comprese che si era veramente
-giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente,
-energicamente ritirarsi: si comprese che
-il Re, pure iniziando un grande movimento di conservazione,
-rimetteva alla coscienza del popolo il
-giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione
-intorno alle sorti dello Stato. E il popolo,
-che incominciava ad amare il Re finalmente
-lo intese e come doveva rispose.
-</p>
-
-<p>
-La nuova Camera sorse appunto colla missione
-di chiudere la triste istoria del passato e di preparare
-il futuro. Si era salvi: e la salvezza parve
-opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato
-la Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti
-supremi d'angoscia, chi aveva creduto quando
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-nessuno più credeva, chi non aveva disperato mentre
-tutti disperavano?
-</p>
-
-<p>
-Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso
-d'un Regno, cui il destino apparecchiava tante glorie
-e tanti trionfi: pure è illuminato da una poesia
-triste e virile, e se poi, per effetto di grandi
-avvenimenti, il Re parve più grande, mai fu grande
-veramente come in questi primi istanti di cimento
-e di pericolo, nei quali fu mestieri che il giovane
-principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta
-quella fermezza, tutta quella lucida conoscenza e
-degli uomini e delle cose che solamente gli anni e
-le prove e l'esperienze e anche gli errori insegnano,
-ma che in lui, per fortuna della nostra patria,
-erano natura.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu
-una vigilia operosa, lieta, fortunata, nè la storia
-conosce sin qui un periodo che le si possa paragonare
-pur da lontano: il piccolo Regno trascorre
-da audacia in audacia, sorgono nello Stato intelletti
-poderosi, anime gagliarde, si preparano e si
-compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, il
-parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione
-sempre crescente, dell'ammirazione di
-tutta Europa: si aspetta, si teme, si spera dovunque
-alla vigilia d'un discorso della Corona: le
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-parole che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio
-o Camillo di Cavour, provocano le polemiche
-della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, le
-manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le
-dimostrazioni dei popoli, le note, le proteste, le
-lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i biasimi, i rancori,
-le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato piemontese
-che assume il diritto di parlare in nome
-d'Italia al cospetto di tutti i popoli, e l'Austria
-possente d'armi, orgogliosa di vittorie, ordinata
-mirabilmente come strumento di minaccia e di repressione,
-diventa lo spettacolo più drammatico e
-più bello che si sia mai rappresentato sulla scena
-del mondo. Formidabile partita, formidabile in
-quanto le forze sono enormemente sproporzionate,
-in quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare
-stia per rovesciarsi contro l'altro per distruggerlo,
-per schiacciarlo, mentre quello che pare più debole
-non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce.
-Pare il Piemonte si faccia ad ogni istante
-più forte e più temerario, nel fervore e nell'emozione
-della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza
-avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono
-atti virili, sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le
-immagini di quel tempo, e non vedrete che un ondeggiare
-festoso di bandiere al vento e sotto il
-sole, e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche
-di gioia, mentre fra i silenzi profondi delle
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-altre regioni italiane, tutti si volgono tacitamente
-sperando verso la Reggia di Torino e salutano e
-aspettano.
-</p>
-
-<p>
-Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il
-Re cacciatore, il Re soldato, il Re giovane e robusto,
-il Re che scende fra la folla, parla e scherza nel
-dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie
-montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini,
-com'è l'idolo dei soldati e degli operai. È Re
-sul trono, talvolta severo, talvolta terribile, e il suo
-sguardo sdegnato è di quelli che non si possono sopportare:
-ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza
-dei modi e delle parole avvince i cuori, persuade
-le coscienze, supera gli ostacoli, appiana le difficoltà,
-rompe gl'indugi, fa tutto quello che vuole. Il ministro
-ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,
-è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....»
-gli dice o gli scrive: lo ha avuto al suo fianco nei
-gravissimi giorni delle prime prove, lo vorrebbe
-sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto
-della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore
-(e quanto!) del denaro, galante colle signore,
-anima di soldato, che si mette a capo della forza
-armata, vestito da colonnello di cavalleria per reprimere
-una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere
-Camillo di Cavour e pone sull'avviso l'amico:
-<i>l'empio rivale</i>, come lo chiamerà poi il d'Azeglio,
-batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-tempo» dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone
-a lui, consenzienti gli altri ministri, come ministro
-di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai suoi
-consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non
-ho difficoltà a nominarlo, ma questo signore li manderà
-via tutti.» Si divide con rincrescimento e
-dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva
-battezzato <i>Re galantuomo</i>. — Massimo gli disse un
-giorno: «Ve ne sono stati così pochi nella storia di re
-galantuomini, che sarebbe veramente bello cominciare
-la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare il
-Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra
-Maestà ha giurato fede allo Statuto, ha pensato all'Italia,
-non al Piemonte; continuiamo di questo
-passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto
-un re quanto un individuo oscuro non hanno che
-una sola parola e che a quella si deve stare.» Il Re
-pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il
-mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente:
-«Abbiamo il Re galantuomo.»
-</p>
-
-<p>
-Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una
-certa indolenza, di un certo signorile scetticismo
-che governavano il d'Azeglio, specialmente nelle
-faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro
-di Agricoltura e Commercio, ministro delle
-Finanze e reggeva di fatto la presidenza del Consiglio.
-Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di mala voglia
-e di rado correva alla pronta risoluzione d'un
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-dibattito, il Cavour sempre stava sulla breccia e
-d'ogni questione indovinava l'aspetto politico e sopra
-ogni questione esprimeva quello che gli altri
-credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era
-pensiero suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano
-prima meravigliati, poi impacciati, e in fine
-non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa; spirito
-indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le
-combinazioni della politica, a tutte le necessità d'ordine
-parlamentare, cercando, finché gli riusciva, di
-procedere di conserva cogli altri ministri, ma spesso
-facendo a suo modo, con una scioltezza e una
-strana libertà di azione, che facevano di lui il collega
-pili simpatico e insieme più incomodo che
-fosse al mondo.
-</p>
-
-<p>
-La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di
-già suonata, e il Re comprese a tempo che l'uomo
-era necessario a lui, al Piemonte, all'Italia. E gli
-serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di Villafranca.
-Camillo di Cavour circondava il Re d'un
-rispetto profondo, e, così grande com'era, desiderava
-piuttosto apparire l'inspirato che l'inspiratore
-ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo
-è che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento
-passionale e le parole correvano a fiotti
-e s'agitava e fremeva, e, distratto per eccellenza,
-d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole
-elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-ed ardente del Re subito si vinceva, e si rammentava
-che il Re era la prima e fondamentale condizione
-della sua politica.
-</p>
-
-<p>
-E che cosa fosse veramente il Re mostrarono
-le lotte fra lo Stato e la Chiesa, che talvolta ebbero
-un'acutezza quasi inesplicabile per noi: la
-Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte
-quello che sopportava tranquillamente, anzi riconosceva
-in tutti gli altri Stati civili: non voleva sapere
-nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè di
-matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni
-religiose; e la coscienza cristiana del Re soffriva
-fieri assalti; s'agitavano nell'ombra confessori
-e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie
-regine supplicavano «<i>Ma mère et ma femme</i>»
-scriveva il Re «<i>me font dire qu'elles se meurent
-de chagrin à cause de moi: vous comprenez le
-plaisir que cela me fait.</i>» E muoiono a pochi
-giorni di distanza e muore il duca di Genova, il
-forte capitano che pareva predestinato a condurci
-alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto
-possono comprendere che grandezza d'animo era
-necessaria per resistere a così terribili e replicati
-colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi sacerdoti
-osavano dire che questi erano castighi di
-Dio! Ma altro Dio era quello di Vittorio Emanuele,
-Dio di giustizia e di verità, di cui adorava i decreti,
-sempre ascoltando l'austera voce del dovere
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-che gli favellava nell'animo. Anche questa volta
-vinse, anche questa prova vinse, e con lui fu vittorioso
-Camillo di Cavour, l'inspiratore e l'autore
-della grande politica nazionale e liberale, che tanto
-innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.
-</p>
-
-<p>
-E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari,
-i marziali eroismi, la causa d'Italia per la
-prima volta sostenuta in faccia ai rappresentanti
-delle potenze di questo mondo, in faccia al rappresentante
-dell'Austria dalla parola del grande ministro:
-avemmo un esercito, un'amministrazione,
-una diplomazia, fiorirono industrie e commerci,
-s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del
-Cenisio e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne
-la guerra all'Austria coli' alleanza francese.
-Il Re annunzia di non essere insensibile al grido
-di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso
-di lui, e, quando l'ora sta per suonare, ritraendosi
-Napoleone III dalle sue promesse per maligno influsso
-di cortigiani e per naturale e quasi morbosa
-incertezza d'animo, egli grida che farà come suo
-padre e rinunzierà alla corona e diventerà puramente
-e semplicemente <i>Monsù Savoia</i> e diventerà
-repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo sperato
-errore, e dopo lunga provocazione provoca a
-sua volta noi. Il feldmaresciallo Giulay, duce supremo
-dell'esercito austriaco in Italia, manda alle
-sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde
-abbassare per la terza volta l'albagia del Piemonte
-e snidare dal loro covo i fanatici sovvertitori della
-quiete generale d'Europa.»
-</p>
-
-<p>
-E il Re scrive al Cavour:
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p class="indl">
-«Caro Cavour,
-</p>
-
-<p>
-«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione
-di guerra. Credo che di conferenze non si discorrerà
-più. Sono pieno d'ira! La prego di mandare
-in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone
-così concepito: <i>Ti comunico l'ordine del
-giorno dato all'esercito austriaco dall'Imperatore:
-fa' le opportune riflessioni.</i> Caro Cavour, mi scriva
-qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'<i>ultimatum</i>:
-la Camera si riunisce in tornata
-straordinaria, il Cavour propone siano dati al Re
-pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine
-del resoconto ufficiale, ma di cui a tant'anni di
-distanza, indoviniamo tutta la potenza, tutta la
-commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi,
-chi può essere miglior custode della nostra libertà?
-Chi più degno di questa prova di fiducia della Nazione?
-Egli, il cui nome dieci anni di regno fecero
-sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre
-alto e fermo il vessillo tricolore italiano, egli
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-che ora si apparecchia a combattere per la libertà
-e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo Carignano,
-traversando la folla che gridava freneticamente
-«Viva il Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata
-dall'ultima Camera piemontese, la prossima
-sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»
-</p>
-
-<p>
-E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a
-Palestro sulle schiere austriache, invano rattenuto
-dagli zuavi francesi, e lo videro a San Martino guidare
-le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca
-tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno
-di sdegno e d'amarezza, egli restò al suo posto,
-fidente nella stella che i suoi avi avevano atteso, e
-che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze.
-Lo videro poi trionfante le città della penisola,
-Milano, Parma, Modena e questa gloriosa Firenze
-e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima:
-e mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia
-e Roma, il parlamento italiano lo consacrava Re
-d'Italia.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo
-più bello della nostra storia: nulla è mancato a
-noi: nè il genio degli statisti, nè la virtù dei guerrieri,
-nè la sapienza civile, nè la maravigliosa concordia,
-nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo
-aveva divinato nelle stupende pagine del <i>Rinnovamento</i>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-Vincenzo Gioberti, lo aveva compreso Daniele
-Manin convertito, mentre la sventura lo
-assaliva e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia
-nazionale; lo aveva intuito Giuseppe Garibaldi
-che innalzò il grido «Italia e Vittorio Emanuele»
-col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande
-capitolo: e di fronte a questo, gli altri appaiono o
-scialbi piccoli o cattivi. Tutte l'energie che l'Italia
-aveva accumulate in secoli di dolore si sprigionarono
-d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno
-conosceva. Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato,
-ove non apparisse il protagonista, l'eroe che
-seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì per
-tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi
-fondarono Stati: egli fondò una Nazione: ecco la
-parola della sua gloria: ecco perchè questa gloria è
-immortale.
-</p>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTA:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie
-1859, rédigée au dépôt de la guerre d'après les documents
-officiels étant directeur le général Blondel.</i> Paris,
-Imprimerie Impériale, 1863.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#federazione">Federazione e Unità</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#eroi">Gli eroi della Rivoluzione</a></td> <td class="pag">41</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giornate">Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino</a></td> <td class="pag">75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#galantuomo">Il Re galantuomo</a></td> <td class="pag">105</td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
-***** This file should be named 51526-h.htm or 51526-h.zip *****
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