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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I - Quarta serie - Storia - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51526] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1849-1861) - - QUARTA SERIE - - - I. - - STORIA - - - Federazione e Unità ERNESTO MASI. - Gli eroi della Rivoluzione FRANCESCO S. NITTI. - Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia - di San Martino POMPEO MOLMENTI. - Il Re galantuomo DOMENICO OLIVA. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - LIBRAI-EDITORI - 1901 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI. - - _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33 - - - - -FEDERAZIONE E UNITÀ - -CONFERENZA DI ERNESTO MASI. - - -Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento -dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce -sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore -quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono -accolte. - -Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo -articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori -il titolo di Re d'Italia». - -Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva -nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova -èra incomincia!» - -E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi -nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei -momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_; -momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel -presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni -dell'avvenire. - -«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti -abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo -portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno -le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero -mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di -Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla -canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella -fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero -le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le -nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo; -qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono -l'Italia!_» - -Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di -leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca); -enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta: -il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di -gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la -presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi -avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi -e Mazzini.... Peccato! - -Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario -del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata -un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare. -Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,» -rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma -mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli -ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il -governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo -del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel -Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei -grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita». -Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare -l'unità nazionale spetta al governo del Re. - -E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle -iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche -e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa -stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il -più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era -egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe -potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte -di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora? - -Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel -momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così -poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si -potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era -stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi -tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica -dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana -con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da -un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco. - -Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per -molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita -altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita -dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante, -cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del -Conte di Cavour. - -Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto -discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal -1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha -avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento -dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti -a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi -vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per -oggi basta! — - -Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour -abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo -_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo -quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è -la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non -fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove? -La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno -appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa -italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario -lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri. -Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita -italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli -di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere -più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era -principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti -all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima -d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle -incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a -Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani. -L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha -notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma -sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il -Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non -soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri -uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui, -non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua -mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo -spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che -gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso -anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte -di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica, -che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po' -appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle -forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari -politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si -cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il -Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario, -ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde -usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di -squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia -liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un -personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo -indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario -politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento -Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività -mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una -provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine -di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo -per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al -principe nell'opera di cui ragiono.» - -Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità -così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur -quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne -sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità -generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse -l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom, -uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si -proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile, -ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del -possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma -il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli -altri uomini!» - -Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di -pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del -Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione -italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia -e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di -federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei -quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente -dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo -di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a -tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a -sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo, -su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da -farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni -spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col -brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle. - -Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile -trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi -e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma -spaventevole anche quattordici anni dopo? - -Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di -egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua -mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide. -Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande -inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua -forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime: -l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla -Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione -pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della -sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia, -nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di -stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il -maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità -dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di -mestiere, era solita d'aggiustar piena fede. - -Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo -Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di -cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non -è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele -Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità -e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi -risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di -Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso -in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme -col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel -programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_ -del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato -solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta -a questa grande trasformazione. - -«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno -maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà -lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno -crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma -prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò -interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro -e dirò: non lo conosco». - -Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro -il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società -Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte, -come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu -pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non -adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli -adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma: -«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione -politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia -le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia, -offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso -dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo -straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre -alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene. - -Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente -altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi -alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la -guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la -presidenza del Papa. - -E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A -buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono -_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a -Villafranca uscì l'unità italiana. - -Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri -molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte -di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica -tradizione di tutta la storia italiana». - -Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po' -passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli -d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima; -alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale -o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva -invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a -nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859 -poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e -questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito? -Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere -pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi -guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare -il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti -della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi -offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne -esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea, -italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il -modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere, -che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito -diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando -diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a -volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della -nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo -savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la -civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori -fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in -scienza così credenzoni, in religione così intolleranti. - -Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno -alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una -tradizione federale. - -Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano) -oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze, -che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi -diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni -italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua -conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare -della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza -ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla, -perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la -penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla -salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione. -Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di -popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo -esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di -fatto si compì col formarsi dello stato di Roma. - -Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici, -uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè -lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto -del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei -soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un -sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio -intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè -federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la -quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come -sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti -Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un -progressivo avviarsi alla dittatura. - -Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale -del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le -grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a -cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men -vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè -il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma -non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma -del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li -unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente -le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In -Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei -Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però) -dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il -Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie -nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così -remote cagioni. - -Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi, -i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma -Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e -potesse attecchire uno Stato unificatore. - -Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di -carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai -grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna -azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo -ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al -Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni -straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo -VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a -gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo -II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non -l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo -e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano -mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la -Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista -delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non -è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero -guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante, -tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e -tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà -nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli -seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera -tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica, -che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie -d'un forte Stato unitario!! - -Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù -operativa e di tanta gloria nell'età dei principati. - -E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria, -forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai -l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per -l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda -preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile -federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e -dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui -il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non -pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero -i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si -valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora -l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un -grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza -e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata, -nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè -in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe -umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e -quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne -furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o -il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi -prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel -secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi -un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione -di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto -un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione -di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No. -Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della -Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si -trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze -straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti -scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi, -Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia. -Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa -dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè -unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli -stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e -sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più -a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa -o quella regione, vale a dire o che sia libera - -Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a -discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno -Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri, -cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma, -nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà -d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della -sua. - -Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè -unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna -fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi, -francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino -ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e -spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima -che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati -un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di -quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e -la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli -stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non -rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva -nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma -non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe -dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per -concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni -unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti -in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie -saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno -che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per -le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili. - -Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle -visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare -per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di -qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva -ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii -dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche -barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto -cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno -essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual -maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la -realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle -profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire -una tradizione storica? - -L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato, -unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è -difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse -mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e -finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo -e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve -essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani. - -Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità -italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua -italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile -della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là -dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè -finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini -geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico, -egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace, -quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse -abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la -pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare -che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua -Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso -non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che - -Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo. -Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro -consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per -lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì -la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della -nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale -è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza -cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine -eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il -perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel -suo tempo. - -Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni, -dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare -peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema -politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi, -ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino -e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli, -finisce esso pure nell'idillico: - - Io vo gridando: pace, pace, pace; - -il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e -Caino. - -Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi, -abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non -contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria, -superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al -collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a -furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non -comprenderli e svisarli del tutto. - -Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si -oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei, -quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari -accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del -Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il -personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che -con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che -occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il -concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni -considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un -personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha -per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui -giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino -in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà -quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia -medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella -della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo, -i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte, -il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in -cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione -dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta, -in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e -di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello -cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione -feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque -pur di lontano accennasse ad una impresa italiana. - -In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo -II di Savoia canti in un sonetto: - - Italia, Italia, il tuo soccorso è nato; - -che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento -patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi -nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo -ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano. -Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi -fra il 1860 e il 1870? - -Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore -o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo -principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle -porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di -Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa. -Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta -Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza -la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta -uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il -che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre -più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli -che alcuna loro virtù». - -Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la -tradizione unitaria o federale. - -Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però -un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli -mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale, -e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso; -non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico -pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del -Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì, -nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due -uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo. - -Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele -Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle -Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con -una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due -contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini -sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi -quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e -l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi -in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta -unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per -essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e -gli oroscopi che le predicono: - - La tua stirpe dall'Alpi native - Scender deve cogli anni e col Po, - -bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre -secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che -la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere -stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di -questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore; -bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle -insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità -delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la -direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud -della penisola. - -Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia -stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, -repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla -repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a -questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di -Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione -e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole: -«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_». - -Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente -alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè -unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta -nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa -in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti, -soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della -sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra -moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito -di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già -rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore, -che sono i veri precursori! - -La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è -sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, -ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille -diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per -settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo. - -Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi -di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate -ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce -per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una -continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana) -verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani -francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il -contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti) -il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia -e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti -dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma -per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli -animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non -bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la -Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia -degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad -avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero. - -Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli -altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica, -quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del -1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49. - -Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia -d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per -opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo -Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente -tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche -all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna -i nostri tentativi rivoluzionari. - -Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro, -dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti. -L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno -napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero. - -Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare -compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le -abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di -quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più. - -Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà -è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega -doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica, -con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si -trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, -dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma, -al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in -Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi. - -La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene, -secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno -di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma -l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che -aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu -sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere -soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini -si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella -Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione -piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese -Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che -per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non -si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo -nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della -sua tragica fine. - -Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta, -seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il -grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno -degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il -sistema federale monarchico finisce per sempre così. - -Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del -Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo, -mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del -Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo -Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in -campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa -di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare. - -Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di -questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini. - -Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi -vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo -incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema -unitario repubblicano. - -Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè -esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe -Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno, -questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella -terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non -altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro! - -A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere -altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità -nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato -con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour, -gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in -antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate -tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile. - -Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando -colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie -indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono -irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed -impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in -Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60. - -Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe -Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari -e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che -strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti -partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana, -ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una -fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci -avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri. - -Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente -all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi -e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in -verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti -della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano -gli altri, nè gli altri loro. - -«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari, -«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e -di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima -novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di -Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del -tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto -mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che -dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del -mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in -un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora -infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante -delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e -delle speranze, che cadono ad una ad una». - -Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici -della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne -staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e -apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole -ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di -Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al -punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della -nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre. - - - - -GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE - -CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI - - - _L'Italia è la terra degli Eroi._ - - -Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma -nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo -e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si -chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi? - -La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è -un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni, -di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario -molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca, -l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei -piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione -francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e -nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la -tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore -interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa -fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che -soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo. - -E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non -c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi: -essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette -insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i -Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e -i nostri. - -La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei -fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si -emancipa per mezzo degli eroi. - -«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale, -la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la -storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono -gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la -massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte -le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore -materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri, -che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe -giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.» - -Non vi è niente di meno vero. - -Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono -stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli -determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di -sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non -possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli -l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime -doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India -o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata -uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto -biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di -milioni di uomini passati da allora per il mondo. - -Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque -qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i -quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una -minoranza più audace e più forte. - -La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata, -rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della -descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie -terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense -montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita -degli uomini meno importanti. - -Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura: -pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie -in cui viviamo. - -«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo -viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi, -dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha -traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai -sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo, -perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un -cataclisma.» - -Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia -collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di -cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici. - -È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci -la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono -grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e -perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione. - -L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e -dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai. - -Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una -specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento -difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche -adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo -sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se -avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi, -e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo. - -Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto -che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico -Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle -teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali -riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non -riesce nè meno a concepire. - -In questo senso vi sono gli eroi. - -Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna, -vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi -speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, -egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di -rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro -è sempre un eroe. - -Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male: -cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà -moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande -depressione. - -L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero -fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque -l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese -depresso. - -Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il -sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero -degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella -Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna! -Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo -che vince o vincerà soggiacciono! - -Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la -coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non -ha eroi. - -Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono -per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa -disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata -e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era -sempre immensa. - -Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno -ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile. - -Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il -vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini -marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe -Moltke? - -Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia -scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che -guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra. - -Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà -è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri, -politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi. - -L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non -avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli -fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso. - -I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di -sviluppo e di solidarietà. - -L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero -di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora -noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano -pure gli abissi. - -E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale, -dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura -stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e -sperare nella riuscita di essi. - - * - * * - -La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno -conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così -inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi -come quelli di Ruffo e di Garibaldi. - -Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza -colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati, -pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne -avessimo conosciuti gli attori. - -Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto -a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la -libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime, -tante se ne son tentate! - -In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi -gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno -imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti! - -Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo -finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse -lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo -ora sì come Garibaldi. - -Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime -eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria, -poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia -circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice. - -Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece -con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era -fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino -al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui -assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di -Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane. - -In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi -posteriori. - -Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga -fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli -a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata -proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato -nella Sicilia. - -Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte, -pareva quasi disperato. - -Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che -nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito, -che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava -non era uomo d'armi. - -Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia -e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi -fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il -primo nucleo del suo esercito. - -Il suo piano era semplice. - -Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi -medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della -monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia: -i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe -tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino. - -Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione. - -Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore -del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un -eroe. - -Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non -avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a -riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno? - -Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di -parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa -per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse -l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci -parrebbe quasi un uomo divino. - -Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva -riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano -predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non -avea quasi nessuno seco, contare su altri? - -Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che -avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno -sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I -un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta -sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per -conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di -cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con -_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel -male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso -predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere -un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e -non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale -Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata -a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli -si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per -riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per -riescire. - -Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe -raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo. - -Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che -importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un -eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi -inverosimile per la causa in cui credeva. - -Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla -riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più -grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante -volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali! - -Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni -non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una -cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono -borbonico? - -Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di -seguire il piano di Ruffo per una causa opposta! - -Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco; -furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia -pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali. - -Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere -per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il -viaggio trionfale del prelato reazionario! - -L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai -rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo -straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi -rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale. - -Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia, -che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti -facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi. - -La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da -una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri -di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio, -non si conoscono nemmeno. - -Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono -strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima -del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla -costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime. - -Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono -recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore! - -Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella -indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per -inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non -conobbero tutte le difficoltà. - -Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi, -le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella -di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani -s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che -avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì. - -Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio -della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come -alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo -servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari, -essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli -in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e -di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che -decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme -a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno -sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare -le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme -tutto il regno di Napoli. - -Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera -partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento -di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio -Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri -concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per -utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e -saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i -petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza, -della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.» - -Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza -di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella -cui essi si avventuravano. - -La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa -calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era -tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono -all'arrivo. - -Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche -nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro -arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la -indifferenza. - -Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda -religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui -parecchi morirono, dovettero arrendersi. - -Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio, -in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della -rivolta. - -Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi, -di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le -gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi -il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a -Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava: - - Bevve la terra italica - Del vostro sangue l'onda, - E piova più feconda - Giammai non penetrò. - -La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi -anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata -e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto -confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni. - -Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che -non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed -è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice. - -Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si -basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di -tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile, -per la ingenuità con cui fu compiuto. - -Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni -di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il -tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò -che fece che per ciò che si proponeva di fare. - -Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e -importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile -famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea -combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio; -era esule a Genova nel 1857. - -Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici -delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare -sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di -congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a -capo di esercito numeroso e ribelle. - -L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di -Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le -distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale. - -Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che -allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma -nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si -manifesta sinceramente anarchico. - -Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e -si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini -abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e -sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste, -in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro -l'ordine naturale delle cose. - -Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa -sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle -anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i -violenti. - -Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la -concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera -di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai -fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano -scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira. - -«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza -popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le -istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. -Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece -più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, -gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il -suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser -libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle -concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal -bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se -la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità -per giudicare degli uomini e dei loro concetti?» - -Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano -per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune; -abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della -produzione. - -Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le -difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani; -come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle -difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli -uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare -a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di -rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza -commozione. - -Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto -combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso -irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la -spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo. - -La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena -coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte. - -E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il -suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono -leggere senza emozione profonda. - -Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo -da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane -dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me -non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere -una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia -ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio -di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il -reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che -la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte -fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la -rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro, -che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo -è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il -popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà -libero.» - -La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono -che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese -è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero -questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; -invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di -cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia -parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe -immediatamente gigante.» - -Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore -e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non -ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo, -e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il -plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto, -ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita -consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo -i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto -di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo -non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di -pensarlo.» - -Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano -incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio -paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse; -la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro, -e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di -partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse -chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. -Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera -quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana; -combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione -italiana. - -«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo -che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. -Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della -mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno -cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun -bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria -trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.» - -La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane -andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in -certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale -andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il -quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche -non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti -degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere -chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società. -Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema -politico e i difensori del sistema economico? - -Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu -ideata e con quali mezzi. - -Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte -incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo -dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò -a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia -Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così -scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano -della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati -politici e riunì in tutto 323 uomini. - -Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e -tentativi di rivolta nelle province. - -La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non -trovò quasi nulla. - -Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo -e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera -eterna. - -Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e -i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che -indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano? - -Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa -porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e -della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro -la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri? - -Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare. - -Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole -pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così -giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di -morte traversando quel paesaggio di malinconia. - -L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in -moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini, -quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie. -Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe -reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi, -lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa -duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei -boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli -uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste -con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in -gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed -egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in -pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era -per essi uno straniero? era un nemico? - -Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande: -della spedizione di Garibaldi. - -Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di -Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno, -in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione. - -Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne -ignori la quasi leggendaria fortuna. - -Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in -Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed -entrava in Napoli da trionfatore. - -Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso -riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila -soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano -così deboli mezzi. - -Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima -la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche -allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e -dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia -stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario? - -Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove -le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici, -in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi -dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un -eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini -morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del -sentimento che fu il movimento per l'unità! - -Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e -sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che -nessuno ricorderà più! - -L'Italia è stata veramente la terra degli eroi. - -Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta -di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli -eroi. - -Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente, -noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza. - -Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi? - -Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità -individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava -quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri -paesi più educati, o più fortunati. - -Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle -grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva. -Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza -individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini. - -Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi -siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini -può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un -popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è -già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo -ancora le antiche illusioni. - -Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli -eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere -i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi -finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti -perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi; -quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E -poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere -quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui -nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo -lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo -le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte, -e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia -eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta -individuale ci sorprende. - -Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il -fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re -costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò -che è chiaro, ciò che è evidente. - -Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta, -ma che si sia mantenuta. - -Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio. - -Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche -il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola -rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un -fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare -la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo -dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto, -ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza -o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti -doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute -e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di -creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale, -bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo. - -Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo -provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale -è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il -mezzo, ma come lo scopo. - -L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che -agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei -grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se -si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri -fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in -realtà esistono. - -Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo -da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte, -l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare, -ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia. - -Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni -uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono -durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale -delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima -collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è -maggiore. - -Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui -fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo. - -Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi -già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli. -Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro -umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo -quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo; -evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più -grande del presente. - -Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in -quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è -sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo -realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto -più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri. - -Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione -supina è dei deboli. - -Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità: -l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco. - -Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della -loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi -morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo -più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se -occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo -avuto, finora. - - - _Signore, Signori_, - -Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato, -che il romanziere potente ha divulgato. - -Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra -franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano -a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte -aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico -con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano -una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi -pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto -eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della -vittoria immancabile. - -Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche -nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e, -più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non -lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea -un'anima sola. - -Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi -abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi? - - - - -DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO - -CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI. - - -No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia, -con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non -bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata - - Ricca d'onor, di ferro e di coraggio. - -E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia -rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando -l'Aleardi cantava: - - Brescia dai monti fertili di spade - Niobe guerriera de le mie contrade - Lïonessa d'Italia, - -e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra -le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava: - - Lieta del fato Brescia raccolsemi, - Brescia la forte, Brescia la ferrea, - Brescia leonessa d'Italia - Beverata nel sangue nemico. - -V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero, -breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con -impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa -la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione, -la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico -d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria, -nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli -dell'esultanza. - -In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che -fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e -cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare -la bandiera nazionale sul colle Cidneo. - -La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la -tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla -sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i -soldati stranieri rientravano in Brescia. - -Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle -fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva -torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e -delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti. -Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo -tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia, -e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati -diritti. - -Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si -avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione -lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione. - -Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve, -con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di -apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere -per la patria. - -La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza -delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga -la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello -dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte, -incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde -lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti, -augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese. - -Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato, -scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate; -con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque -rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a -distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero. - -Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent -correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono -animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare -che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti -e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica, -i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore -imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato -di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato -e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche. - -Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del -Nugent, il quale rivolto ai parlamentari: - -«Entrerò in Brescia per amore o per forza.» - -A cui lo Speri: - -«Per forza, forse: per amore mai.» - -Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria. - -Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero -traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana, -Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era -sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il -pensiero. - -Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra -e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone -tedesco e il martellare delle campane bresciane. - -Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti -perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del -nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito. - -Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a -Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio. - -Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso, -e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai -nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue. - -Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia -assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di -lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor -capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati. -Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di -Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello, -insieme con molte milizie. - -Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco, -dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva -superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro -le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della -città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile. - -I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla -custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le -popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di -ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si -scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si -estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via -nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante -d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio -cielo, dal sole della libertà. - -Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello -straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la -giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari. - -Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel -micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo -senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione. - -Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza -del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a -brandire le armi, - -No, Italia non vide mai un coraggio così determinato. - -Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho -partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo -figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti -combattere e ne sentirono orgoglio! - -Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone -diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e -la città fu investita da tutte le cinque porte. - -La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte -mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava -verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti -salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di -resa. - -Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso -una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.» -Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati -bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal -Castello l'epica zuffa. - -Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli. - -Non un colpo andava in fallo. - -Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria, -furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti, -sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le -coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi -dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le -pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne -il fiato. - -E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili -combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono -scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da -una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato -sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore. - -Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza -dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca. - -Questa è vera gloria! - -Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta -costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si -appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono -lugubremente illuminate dagli incendî. - -S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato -di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar -dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era -follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata -più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato -un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il -popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler -combattere ancora. - -Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda -libertà italiana! - -Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il -combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di -titanica lotta. - -Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della -battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo. -Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e -dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la -potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia. - -Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da -agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero -donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran -chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie -mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di -carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il -Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le -sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste -di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio -cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni -portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; -le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le -armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente -resisteva. - -Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli -incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie -nemica. - -A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello, -per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco, -implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla -d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_. - -Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti? -Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del -loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo. - -La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi? -Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_. - -Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me -fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.» -— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva -gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei -commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti. -Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle -sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia -piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro -popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia -contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e -torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro -ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo -aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva! -mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù -e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che, -alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo -Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che -levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi -prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e -valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la -fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai -reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto -della l'esistenza disperata nel sangue. - -Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino -all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire -dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze -irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi, -di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati, -martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri -ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè -il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri -di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo, -trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti, -sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di -fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il -fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre -massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per -cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo -un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e -scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette, -per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano, -Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh! -esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande, -il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con -fremiti di sangue. - -Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la -libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza -ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente. -Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di -resurrezione. - -Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua -eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi -martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle -Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero -dominio. - -Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca, -pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con -l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro -paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza -d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca -del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali -avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano -smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le -speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, -e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare -la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con -l'opera, con la parola, con il sangue. - -Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e -le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale, -istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare -in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca -dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era -anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia -soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni -con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con -gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le -persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme -di libertà. - -La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa, -milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa -il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato -a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti -di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal, -il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il -patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi -mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme. - -Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche -mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva -sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa -fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di -Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non -è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte -precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita -a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non -si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli -scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in -confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che -miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire -per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero -averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente -entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la -religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che -ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie -magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di -patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità, -dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora -la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà -del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della -virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di -religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno -bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che, -pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo -misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente -rifiutare la vita per la patria adorata. - -Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli -animi, anelanti a libertà. - -Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle -provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella -Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, -che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo -straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà. - -Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande -della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il -concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia -di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia. - -Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe -comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù -di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di -costituirsi in nazione indipendente. - -L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni -cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme -di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme -più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non -domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo — -che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada; -noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e -solo vogliamo esser padroni in casa nostra!» - -Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica -ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu -appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore. - - * - * * - -Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli, -unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra -di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata -solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo -della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava -che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_. - -Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con -l'ansia del desiderio, gli eventi. - -E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola, -commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la -gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per -iscuotere i danni e le onte del servaggio! - -Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III -si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi -_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi -franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30 -sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi, -il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como. - -Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi -vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno -Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico -delle popolazioni redente. - -Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove, -ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito -austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie, -sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. -Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo -due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio, -il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli -eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita. -All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di -numero, parevano sorridere probabilità di vittoria. - -Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un -richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze -e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del -cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia. - -Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo -l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i -franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto, -e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia. - -I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su -quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha -per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura -mantovana. - -Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone, -e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata -al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono -Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova. - -Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli -alleati. - -I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni -montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre -da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre -guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova -i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal -Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con -grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale -tenacia. - -Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a -Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del -grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente -stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per -molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza, -i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, -l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia -vincevano ovunque. - -Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi -s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili, -sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck. - -Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri -si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le -importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della -Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma -aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato, -senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile -valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte -ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino -e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo -secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che -abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso -contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non -era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava -di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie, -mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck -raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando -scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di -Francia. - -Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare -Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della -Scoperta, presto occupata dal generale Durando. - -Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il -pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo -con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi -saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle -armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino -premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La -Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del -Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando -scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo -impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da -violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, -dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle -offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie -nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano -serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia -di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati -d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le -difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le -baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i -sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna -in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri -acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era -stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati -giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!» - -Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la -vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue -francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei -austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi, -tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634 -e 9290 scomparsi e dispersi.[1] - -L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a -raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta, -la giustizia era fatta. - -A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di -Villafranca. - -Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto -le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un -pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul -Reno. - -Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino -avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e -San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo. -Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato -ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle -prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della -Toscana, dell'Emilia. - -Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di -Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera -Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che -sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele -«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero. - -Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio -Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise -da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di -resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva: -«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete -presa.» - -Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour, -che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de -Villafranca.» - -Sacra antiveggenza del genio! - -Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì -resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma -avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la -quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di -popolo. - -Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti -italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli -avvenimenti. - -Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento -del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio -della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla -Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico -cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso -dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio. -Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour -di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello -spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca -finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola -far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o -Italia! - -Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene, -Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava -sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor -della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante -illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce -del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino -all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi. - -Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente -accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più -stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea -condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.» - -_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte -della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla -pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi -regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia -rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I -plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 -s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele -II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia. - -Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini -che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro -vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed -è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone. -Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale. - -Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti -intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai -la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini -che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli, -Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano -così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento -della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della -unità nazionale. - -Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta -all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui. -Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche -più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro, -rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti -accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici. -Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe -che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi, -che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico -istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di -tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi -aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e -la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione. -E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la -nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando -pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro -sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti -verso le presenti miserie e meno pessimisti. - -Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli -errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni -di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60. -Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica, -che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di -veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto -di queruli, di critici e di mediocri. - -Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza. - -Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori. - -La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella -piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle -industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del -'59 e del '60. - - - - -IL RE GALANTUOMO - -(1849-1859) - -CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA. - - -Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re -e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di -Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran -state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi -d'oltraggi e di sangue. - -Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma, -pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva -dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si -accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in -tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie -civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il -popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava: -la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età -poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva -fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere, -si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante -un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo -incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani. - -Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria: -volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino. -Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande -cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e -tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano -ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che -dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli -altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la -sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano -la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non -sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto, -cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano -numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o -stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al -sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima -ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante, -incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata -ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il -vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e -possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente -difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della -vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e -fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra -fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere -avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da -Alessandria e da Genova. - -E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in -quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente -potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla -indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e -nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri, -artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e -impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta -della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli -austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono: -lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato, -supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una -vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia -del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere, -tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i -nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, -minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra -e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento -abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce -dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani -rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un -coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie. - -Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir -parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva -uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano -incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza. -Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni -dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che, -nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto -innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali, -il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna, -in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che -rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono -votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio -di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle -arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta. -Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere -la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei -sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul -campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa -corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono -più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio, -mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, -gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando -quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura -e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e -lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli -astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non -ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori, -batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei -morenti. - -Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più -rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così -chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.» - -E partì verso la morte. - - * - * * - -Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane, -che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul -campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era -che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in -quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede. -Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori -compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,» -avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli -attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi -uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una -parola. - -Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo -pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi -chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, -fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più -efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico -mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni -si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A -questo debito noi non abbiamo fallito. - -Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, -di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le -istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei -popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla -nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.» - -Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire -con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale. -Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i -pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati, -qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un -grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il -vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo -volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e -gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re, -desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la -regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva -bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi -l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser -mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi -siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo -vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido -e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso -tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli, -nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a -questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno -imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata -e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i -perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli -che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun -sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. -Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete -giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e -per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii, -l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato -e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare -come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia. -Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente -patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra -le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i -principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che -ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo -trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto -nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro -destino.» - -«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come -principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia -e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso -dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono -a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire. -Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non -tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li -compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per -stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre, -per crescermi di potenza.» - -E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel -vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione -indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo -capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui -chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed -era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, -l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente -italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa -ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra -piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui -si curvava il tempo mortale. - -In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta -l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato. - -Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite -cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci -avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele -incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e -un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo -aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna -esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue -e l'amore della patria. - - * - * * - -Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il -generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera -salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e -per rincominciare.» - -Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di -Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva -la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee -e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire -dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella -metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa -una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione -di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato -al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle -recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più -disperati. - -Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo -Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo -Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia -cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge, -appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare, -senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul -trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare -che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto -che si dà sempre ai Sovrani. - -Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua -negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare -tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo -intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non -piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava -la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro -tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera, -indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori -aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era -impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera -compiere. - -Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo, -Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio. -E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte -vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a -persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi -a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio -quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano -il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor -signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro -desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse -in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un -quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e -vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli -fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi, -ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li -meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più -avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo -ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si -votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati -che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che -v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed -estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica; -più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso -di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si -accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del -Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare, -colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa -si sfogava l'ira) dice: - -— Vorrei sapere chi è quel signore! - -— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._ - -— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi? - -— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ — - -E poi vòlto alla Camera: - -— Messieurs.... — egli incomincia. - -— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la -parola. — - -E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno. - -Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno, -sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai -traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo -guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità -disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo, -dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente -Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo -di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi -non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro, -vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo, -spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso -ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico, -l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il -giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a -Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai -rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua -nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella -pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle -agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che -si voleva continuasse. - -La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un -avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai -diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della -politica. - -Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento -della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore -penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come -se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla -patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose -collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a -penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che -Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva -minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo, -il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui. -Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano -al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano, -chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e -paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio -di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_ -al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra -un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva -mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la -sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli -anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a -una grande e incrollabile fermezza. - -Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei -più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il -pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con -modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella -reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i -popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla -condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno, -legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e -minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro, -con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà. -«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque -siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. -Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera -diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente: -ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su -me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che -potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi -di loro.» - -Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel -proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati -di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava? -Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno -agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta -leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande -e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano -invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria -immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la -gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era -veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente, -energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un -grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo -il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione -intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare -il Re finalmente lo intese e come doveva rispose. - -La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste -istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la -salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la -Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia, -chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato -mentre tutti disperavano? - -Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino -apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una -poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti, -il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi -primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che -il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella -fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose -che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori -insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano -natura. - - * - * * - -Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa, -lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si -possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia -in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde, -si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, -il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre -crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme, -si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole -che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour, -provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, -le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni -dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i -biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato -piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al -cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa -di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di -repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si -sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita, -formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in -quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi -contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che -pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare -il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel -fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza -avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili, -sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non -vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole, -e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre -fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono -tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano. - -Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re -soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla -e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie -montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo -dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta -terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono -sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi -e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli -ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che -vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno, -è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive: -lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove, -lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto -della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!) -del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette -a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per -reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour -e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il -d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo» -dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli -altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai -suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà -a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con -rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva -battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne -sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe -veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare -il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede -allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di -questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto -un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si -deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il -mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re -galantuomo.» - -Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un -certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente -nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di -Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto -la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di -mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito, -il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava -l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli -altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero -suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi -impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa; -spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni -della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando, -finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri, -ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà -di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più -incomodo che fosse al mondo. - -La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il -Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte, -all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di -Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo, -e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che -l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è -che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale -e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto -per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole -elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del -Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e -fondamentale condizione della sua politica. - -E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e -la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per -noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che -sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati -civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè -di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose; -e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano -nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie -regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font -dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez -le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e -muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a -condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono -comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così -terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi -sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro -Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità, -di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere -che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa -prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore -e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto -innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa. - -E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali -eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia -ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al -rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo -un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e -commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio -e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria -coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al -grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e, -quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue -promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi -morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e -rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù -Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo -sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il -feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia, -manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge: - -«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la -terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici -sovvertitori della quiete generale d'Europa.» - -E il Re scrive al Cavour: - - - «Caro Cavour, - -«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che -di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di -mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così -concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco -dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva -qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.» - - -E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera -si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati -al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto -ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la -potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi -può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di -questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di -regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto -e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a -combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo -Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il -Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la -prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.» - -E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere -austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San -Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca -tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza, -egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano -atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo -videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e -questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e -mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento -italiano lo consacrava Re d'Italia. - - * - * * - -Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della -nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè -la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa -concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva -divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo -aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva -e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva -intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio -Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo: -e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi. -Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si -sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva. -Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il -protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì -per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono -Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco -perchè questa gloria è immortale. - - - - -NOTA: - -[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au -dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le -général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863. - - - - -INDICE - - - Federazione e Unità Pag. 5 - Gli eroi della Rivoluzione 41 - Dalle dieci giornate di Brescia alla - battaglia di San Martino 75 - Il Re galantuomo 105 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I *** - -***** This file should be named 51526-0.txt or 51526-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51526/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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Nitti.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Pompeo Molmenti.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Il Re galantuomo.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Domenico Oliva.</span></td> - </tr> -</table> -</div> -</div> - -<p class="pad2"> -FIRENZE<br /> -<span class="small">R. BEMPORAD & FIGLIO</span><br /> -<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br /> -—<br /> -<span class="small">1901.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -RISERVATI TUTTI I DIRITTI. -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad & Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte -tutte le copie non munite della seguente firma</i>: -</p> - -<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a> - <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div> - -<p> -Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h2 id="federazione">FEDERAZIONE E UNITÀ</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">ERNESTO MASI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta -in Torino il Parlamento dell'Italia — «libera ed -unita quasi tutta,» — come disse con voce sonora -Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e -nel cuore quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, -con cui furono accolte. -</p> - -<p> -Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata -una legge d'un solo articolo: «Il re Vittorio -Emanuele II assume per sè e suoi successori -il titolo di Re d'Italia». -</p> - -<p> -Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte -di Cavour scriveva nella relazione, che lo precede: -«un gran fatto s'è compiuto; una nuova èra incomincia!» -</p> - -<p> -E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: -«ci sono delle oasi nei deserti della storia, -diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei momenti -solenni, che potrebbero chiamarsi la <i>poesia della -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -storia</i>; momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali -l'anima, assorta nel presente, si chiude ai rammarichi -del passato, come alle preoccupazioni dell'avvenire. -</p> - -<p> -«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti -sediamo su questi scanni, tutti abbiamo diversamente -lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo -portato la nostra pietra al grande edifìzio, -sotto il quale riposeranno le future generazioni. -Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci -sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di -Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti -catene; qui colla canizie, colle rughe precoci, oratori, -scrittori, apostoli di quella fede, che fece i soldati -ed i martiri; qui i generali, che vinsero le -nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono -le nostre politiche: di qui parta unanime -dunque (un) grido d'entusiasmo; qui finalmente -l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: <i>Io -sono l'Italia!</i>» -</p> - -<p> -Enfasi magniloquente, che però era allora di -stagione (adesso par di leggere una delle <i>Epistole</i> -famigliari, varie o senili del Petrarca); enfasi, che -allora altresì, cosa insolita, era perfettamente -esatta: il fatto grande e nuovissimo nella nostra -storia, il sentimento di gioia suprema, che suscitava -in tutti, dal re all'ultimo popolano, la presenza -di tutti i principali uomini, che in tanti modi -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -diversi vi avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. -Non mancavano che Garibaldi e Mazzini.... Peccato! -</p> - -<p> -Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, -vecchio avversario del Conte di Cavour, accusandolo -d'avere con questa legge usurpata un'iniziativa, -che spettava tutta invece alla rappresentanza -popolare. Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo -parò. «Tutti gli Italiani,» rispose, «hanno avuto -parte nel gran dramma del nostro risorgimento, -ma mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda -convinzione; negli ultimi avvenimenti l'iniziativa -fu presa dal governo del Re.... Fu il governo, -che prese l'iniziativa della campagna di -Crimea; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa -di proclamare il diritto d'Italia nel Congresso -di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa -dei grandi atti del 1859, in virtù dei quali -l'Italia s'è costituita». Perciò, concludeva con -altre parole, anche l'iniziativa di proclamare l'unità -nazionale spetta al governo del Re. -</p> - -<p> -E perchè no? Si millantava forse il Conte di -Cavour? Senza quelle iniziative, tutte sue (e notate -che tacque della campagna delle Marche e dell'Umbria) -l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli -sarebbe essa stata mai neppure possibile? Dell'unità -nazionale non v'ha dubbio, il più antico -e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi -era egli pure un grande coefficente di ciò che ora -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -accadeva, ma chi avrebbe potuto sul serio, nell'ordine -dei fatti, paragonare l'opera del Conte di -Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino -allora? -</p> - -<p> -Se non che il partito radicale e ultra-democratico, -di cui in quel momento si facea interprete -il Brofferio, avea sempre capito così poco il Conte -di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli -si potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin -dalla culla non era stato e ad ogni costo unitario, -che, piemontese e monarchico innanzi tutto, sfruttava -ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica -dinastica del <i>carciofo</i>, e affrettava le annessioni -e l'unità italiana con lo zelo del neofita, -dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da un -improvviso raggio di sole sulla via di Damasco. -</p> - -<p> -Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del -che è lecito per molti di dubitare) è stolto ed insipiente -in sommo grado, e non merita altra risposta -se non quella che mi rammento aver io stesso -sentita dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista -repubblicaneggiante, cui pareva aver trovato -l'Achille degli argomenti contro la memoria -del Conte di Cavour. -</p> - -<p> -Passeggiavamo di piena estate in una campagna -e dopo aver molto discusso: — Insomma, — sclamò -quel tale, — Mazzini credeva fino dal 1832 -all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -chi ha avuto ragione? — Senti; — rispose -il Bonghi — se tu in questo momento dici: «credo -che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se -seguiti a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come -di solito, e tu vuoi vantarti: «vedete, se avevo -ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per oggi -basta! — -</p> - -<p> -Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il -Conte di Cavour abbia pensato e creduto in gioventù, -perchè mai il giorno dopo <i>Novara</i> sarebb'egli -stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo -quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe -accaduto? Qual'è la dottrina, che s'era salvata? -quale il partito politico, che non fosse stato -sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove? -La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte -di Cavour stanno appunto in quella piena libertà -di spirito, con cui pigliò l'impresa italiana. Non -una tradizione lo preoccupava, non un impegno -settario lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava -i suoi pensieri. Sentiva, e profondamente -sentiva, tutta l'immensa miseria della vita -italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, -che tre secoli di servitù aveano arrecato al carattere -nostro e perciò potè procedere più franco, -più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura -era principalmente inglese e francese; i suoi -viaggi erano stati tutti all'estero; l'Italia gli era -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -quasi ignota, e tuttavia essa era in cima d'ogni -suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran -parte delle incertezze di Massimo d'Azeglio, che -avea vissuto a Roma, a Firenze, a Milano, a Napoli, -gli proveniva dal conoscere troppo bene gli -Italiani. L'audace confidenza del Conte di Cavour -dal conoscerli poco; lo ha notato lo stesso Garibaldi. -Non è un complimento per gli Italiani, ma -sempre più ogni giorno che passa la credo una -verità! Per questo il Conte di Cavour fu tra gli -Italiani un fenomeno così straordinario. Non soltanto -la potenza della mente lo singolareggiava -fra tutti. Altri uomini di mente potentissima e per -certi rispetti superiori a lui, non mancavano di -certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua -mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la -disposizione del suo spirito, il modo, con cui afferra, -esamina, risolve ogni questione, che gli si -presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente -diverso anche dalle più insigni varietà -dell'ingegno italiano, fa del Conte di Cavour un -fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica, -che in sua gioventù e durante la rivoluzione -del 1848-49 rimanga un po' appartato, che nonostante -la perspicuità somma delle sue idee e delle -forme, nelle quali le espone, apparisca per molto -tempo agli avversari politici, ed anche uh poco -agli amici, una specie di enigma, a cui si cercano -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane -(il Brofferio e compagni lo chiamavano -<i>Lord Cavour</i>) ora un reazionario, ora un municipalista; -fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde -usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello -torbido e fuor di squadra, a Corte un Giacobino -in ritardo e fra la diffidente borghesia liberale del -Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, -un personaggio sospetto e da mettere in quarantena. -Chi prima di tutti lo indovinò e lo preconizzò -fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario politico, -ma che gli rese giustizia con quelle parole del -<i>Rinnovamento Civile</i> scritte nel 1851: «quel brio, -quel vigore, quell'attività mi rapiscono e ammiro -lo stesso errore magnanimo di trattare una provincia, -come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla -dappocaggine di coloro, che ebbero la nazione in -conto d'una provincia. Io lo reputo per uno degli -uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare -al principe nell'opera di cui ragiono.» -</p> - -<p> -Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè -su questa qualità così generica dell'ingegno, -di cui a volte non sono privi neppur quelli che -in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi -poi ne sono per lo più forniti a dovizia, anche su -questa, dico, qualità generica dell'ingegno, bisogna -intendersi. E quale propriamente fosse l'ingegno -del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -Isacco Artom, uno dei suoi collaboratori più modesti -e più intimi. «Egli non si proponeva mai,» -scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile, -ma nel tempo stesso egli non si contentava -mai di conseguire meno del possibile. Il suo sguardo -non oltrepassava mai i confini del reale, ma il reale -era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non -sia per gli altri uomini!» -</p> - -<p> -Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour -(diciamolo a costo di pagare cinquanta centesimi a -<i>Rabagas</i>, come nella commedia del Sardou) Dio ci -mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione -italiana non si perdesse più ad almanaccare -<i>a priori</i> di monarchia e di repubblica, di tradizioni -storiche e di profezie letterarie, di federazione e -di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, -nei quali s'era malamente e le tante volte smarrita, -uscisse finalmente dalla catalessi dei fanatici e -dei solitari ed entrasse in un periodo di effettuale -realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a -tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, -che abbiano a sbucar di sotterra, su cataclismi, -che abbiano a subissar mezzo mondo, su idealità -vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di -noi da farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, -che battono capate in ogni spigolo di muraglia, o -eroi metastasiani che trinciano l'aria col brando, -ma non confidano che nella clemenza delle stelle. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere -d'un simile trapasso dal regno dei sogni -a quello della realtà i milioni di Arcadi e d'analfabeti, -dei quali Pasquale Villari potè tirare una -somma spaventevole anche quattordici anni dopo? -</p> - -<p> -Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte -quella politica di egemonia nazionale, che -ha fatto l'Italia, non era forse nella sua mente alcun -disegno preventivamente fissato con linee troppo -rigide. Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva -la sua grande inferiorità rispetto a loro, e -fu invece la sua originalità e la sua forza. Amava -con passione la patria, e due cose tenea per certissime: -l'impotenza del riformismo dottrinario e -del rivoluzionarismo alla Mazzini, e la necessità -che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione pubblica -europea da imbrigliar esso la rivoluzione a -vantaggio della sua politica e da poter trattare da -pari a pari con la diplomazia, nonostante che il -fine della politica piemontese fosse quello di stracciarle -sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e -rovesciarle il maggiore di que' suoi accomodamenti -posticci del 1815, alla perpetuità dei quali, con una -boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari -di mestiere, era solita d'aggiustar piena fede. -</p> - -<p> -Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso -ch'egli, al pari di Carlo Alberto e di Cesare Balbo, -considerasse come assoluta: la necessità di cacciar -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, -però, non è vero ch'egli del tutto lo respingesse. -Nel 1856 vide a Parigi Daniele Manin, che -gli divisò il suo nuovo programma: «<i>Indipendenza, -Unità e Casa di Savoia.</i>» Lo giudicò alquanto utopistico, -ma già i grandi risultamenti morali e politici -da lui potuti ottenere nel Congresso di Parigi, -avevano talmente slargate le sue speranze, che -nell'anno stesso in un segreto colloquio col Lafarina -il quale era tutto inteso, insieme col Manin, -col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare -su quel programma una <i>Società Nazionale</i> da surrogare -alla <i>Giovine Italia</i> del Mazzini: «ho fede, -gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato solo e -che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa -sia disposta a questa grande trasformazione. -</p> - -<p> -«.... Faccia la <i>Società Nazionale</i>; se gli Italiani -si mostreranno maturi per l'unità, io ho speranza -che l'opportunità non si farà lungamente -attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno -crede alla possibilità dell'impresa. Venga da -me quando vuole, ma prima di giorno e che nessuno -la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato -in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò -come Pietro e dirò: non lo conosco». -</p> - -<p> -Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al -suo arco e, contro il suo solito, si vantò appunto -d'aver cospirato colla <i>Società Nazionale</i> nel suo -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte, -come associazione consentita dalle leggi, -la <i>Società Nazionale</i> fu pubblica; segreta invece -nelle altre parti d'Italia, essa però non adottò nessuna -delle forme delle antiche sètte, nè sottopose -gli adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare -il programma: «<i>Indipendenza, Unità e -Casa di Savoia</i>». E che una cospirazione politica, -la quale si proponeva di raccogliere in una nuova -concordia le sparse forze del paese e ai Mazziniani, -in compenso della Monarchia, offriva l'unità nazionale, -ai conservatori liberali, in compenso dell'unità, -offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza -dallo straniero, che una cospirazione politica, dico, -dovesse contrapporre alle antiche sètte un nuovo -<i>Credo</i> molto determinato, si capisce bene. -</p> - -<p> -Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour -vincolarsi palesemente altrettanto? Non andrà un -anno poco più, e all'ombra dei grandi alberi di -Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la -guerra immediata a prezzo d'una confederazione -di tre Stati sotto la presidenza del Papa. -</p> - -<p> -E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli -avesse rifiutato? A buon conto, da un progetto impossibile -di confederazione uscirono <i>Magenta</i> e -<i>San Martino</i>, e dalla guerra malamente troncata a -Villafranca uscì l'unità italiana. -</p> - -<p> -Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -di Cavour, bensì altri molti: «No; l'unità politica -dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte di Cavour, -e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la -vera, l'unica tradizione di tutta la storia italiana». -</p> - -<p> -Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal -più al meno, siamo un po' passati per questa fisima; -tutti, dal più al meno, siamo colpevoli d'aver -bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa -fisima; alla quale si contrapponeva poi un'altra -scuola, cattolico-liberale o razionalista e repubblicana, -che nella storia d'Italia pretendeva invece -a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo -colpa a nessuno; forse anzi è un merito patriottico. -Chi mai prima del 1859 poteva occuparsi di storia -d'Italia senza un sottinteso politico? e questo sottinteso -non dovea essere il programma del proprio -partito? Perocchè v'ha bensì mia verità storica, -ma purtroppo vi possono essere pure tante interpretazioni -soggettive, quanti sono gli storici. Dio -mi guardi dal dire che con la storia alla mano si -possa ugualmente provare il <i>sì</i> ed il <i>no</i>, ma certo -è che nell'immenso arsenale dei fatti della storia -si possono trovare argomenti per tutte le cause, -armi offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe -facile citarne esempi, specie fra gli scrittori -di nostra storia contemporanea, italiani e stranieri. -C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il -modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -talvolta da credere, che si possano scrivere su documenti -identici due storie di spirito diametralmente -opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, -quando diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila -fatti e posso valermene a volontà». Vi pare scetticismo -questo? No, signore. È servirsi della nostra -ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da -questo savissimo scetticismo, nota un grande scrittore -inglese, che la civiltà moderna ha potuto correggere -in parte quei tre massimi errori fondamentali, -che, in passato, ci rendevano in politica così -ignavi, in scienza così credenzoni, in religione così -intolleranti. -</p> - -<p> -Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia -d'Italia, fino almeno alla fine del secolo XVIII, -nè una tradizione unitaria, nè una tradizione federale. -</p> - -<p> -Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano -le mosse di lontano) oltre alla forma allungata della -penisola, alla varietà delle razze, che la popolarono, -non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi -diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche -federazioni italiche, anteriori a Roma, e resistenti -per tanto tempo alla sua conquista, l'esperimento -tipico, vale a dire, la prima pietra angolare della -tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, -non senza ragione, che quegli argomenti etnografici -e morali non provan nulla, perchè di troppe altre -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la penisola, -<i>che il mar circonda e l'Alpe</i>, compensa ampiamente -colla salda certezza de' suoi confini i pericoli -della sua configurazione. Quanto alle prime -federazioni italiche, circondate, com'erano, di popoli -nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche -cosa, certo esprimevano piuttosto una rudimentale -tendenza all'unità, la quale di fatto si compì -col formarsi dello stato di Roma. -</p> - -<p> -Se non che, come mai può dirsi la vecchia -Roma, la Roma dei classici, uno stato unitario nel -senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè -lottare assai più per conquistare l'Italia, che non -tutto il resto del suo impero. In secondo luogo le -città italiane furono tutte a lei soggette in vario -grado, con forme diverse, e tenute a freno con un -sistema di colonie, che s'andava via via slargando -e sempre col doppio intento d'impedire una rivolta -e di difendere la città dominatrice. Nè federazione -quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, -contro la quale le ribellioni furono molteplici e tremende, -e sfido negare, come sogliono gli unitari, -che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti -Cristo, non esprimano una tendenza separatista, -domata soltanto da un progressivo avviarsi alla -dittatura. -</p> - -<p> -Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma -la dominazione universale del mondo, e se, quando -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le grandi diocesi, -nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno -a cui si composero con lento lavoro le altre -nazioni moderne, non è men vero che nella diocesi -d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè il -regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re -in Italia, ma non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti -sempre dietro al vano fantasma del cosmopolitismo -romano, non consentirono mai che questo regno -li unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi -insieme perfettamente le due razze, quella degli -indigeni e quella degli invasori. In Italia, invece, le -due razze si contrastano ancora nell'età dei Comuni -rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno -però) dai feudatari dei castelli e dal popolo del -Comune, e quindi entro il Comune stesso dai nobili -e dal popolo, benchè nelle costoro discordie nè sempre -le loro divisioni siano così esatte, nè sempre -abbiano così remote cagioni. -</p> - -<p> -Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti -e a' Longobardi, i meno barbari fra i Barbari; -per questo Leone III incoronò in Roma Carlomagno, -per impedire cioè che mai sorgesse un regno -d'Italia e potesse attecchire uno Stato unificatore. -</p> - -<p> -Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero -d'origine, feudale di carattere, non ha che fare colle -tradizioni romane: somiglia appunto ai grandi Stati, -che si vengono formando in Europa, e non ha quindi -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -alcuna azione sull'assetto, che l'Italia prende nel -Medio Evo. Serve solo ad essere opposto ora dal -Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al Papa, -finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle -invasioni straniere e determina il fato della storia -moderna in Italia da Carlo VIII fino ai giorni nostri, -fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a gambe -levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. -Federigo II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana -e in Lombardia se non l'Imperatore, il capo del -partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo e Roberto -d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, -non fondano mai nulla di proprio, non sono che -capi di parte, combattono per la Chiesa e per l'Impero, -entrano, vale a dire, nel sistema particolarista -delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, -nel quale non è traccia nè di unità nè di federazione, -e a volte neppure di vero guelfismo papale o di -vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante, tra -l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge -con tale e tanta gloria, forza e potenza, da creare -tutta una grande civiltà nazionale, senza paragone -possibile nel mondo d'allora e nei secoli seguenti. -Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa -vera tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica -e burocratica, che ci diede tutti i guai, senza -nessuna delle grandi e feconde energie d'un forte -Stato unitario!! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato -di tanta virtù operativa e di tanta gloria -nell'età dei principati. -</p> - -<p> -E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione -unitaria, forsechè nell'età dei Comuni o in -quella dei Principati apparisce mai l'indizio d'una -vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per -l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la -Lega Lombarda preesisteva, mentre poi essa stessa -non preluse ad alcuna stabile federazione, bensì condusse -la lega temporanea di tante città, e dopo la -stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, -in cui il Papa, capo della Lega, abbandonò subito -i suoi alleati per non pensare che a sè, e alla pace -di Costanza, in cui i Comuni riconobbero i diritti -dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie -ottenute si valsero per dilaniarsi peggio che mai -fra di loro? Si ricorderà ancora l'equilibrio di Lorenzo -il Magnifico, che era tutto un artificio d'un -grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla -sua sapiente destrezza e scomparve con lui? No; -una vera federazione stabile, ordinata, nazionale, in -Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè -in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo -dei Comuni leghe umbre, toscane, lombarde, formate -sempre a qualche intento speciale e quasi sempre -sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve -ne furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -la defezione o il tradimento le sciolsero tutte, -nè bisogna nella d'Italia lasciarsi prendere -dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. -Nel secolo XVI, per esempio, si direbbe che -l'Italia stia per ordinarsi un momento sotto l'unità -monarchica francese, o sotto la federazione di Cambrai, -ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi -di fatto un'unità politica sotto la mano d'un -re straniero, o una federazione di stranieri e italiani -contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No. -Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, -prima della Rivoluzione francese, tradizioni unitarie -o federali, non altro si trova invece se non le -cagioni prossime o remote delle preponderanze -straniere. -Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire -tanti scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, -e persino papi, Giulio II, Clemente VII, -Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia. Per -tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran -parte è colpa dei tempi) per tutti <i>libertà d'Italia</i> -non significa già l'Italia nè unità, nè federata, nè -libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli stranieri, -i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga -all'altro, e sotto a questo concetto v'è ancora -un altro particolarismo, che sta più a cuore anche -dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa -o quella regione, vale a dire o che sia libera -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -</p> - -<p> -Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del -Papa non sia a discrezione nè di stranieri nè d'italiani: -questo soprattutto che uno Stato italiano, per -forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri, -cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono -alla terraferma, nessun straniero pare più minaccioso -di lei alla cosiddetta <i>libertà d'Italia</i>, nessuna -preponderanza è più temuta e più contrastata -della sua. -</p> - -<p> -Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non -c'è tradizione nè unitaria, nè federale, ma non -c'è più politica propria di nessuna fatta. La politica -d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei -tempi, francese, spagnuola, austriaca, e il popolo -italiano perde persino ogni coscienza dell'esser suo. -L'Italia, che pur ha così forti e spiccati segni d'individualità -nazionale, essa stessa (molto prima che -il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli -Stati un'<i>espressione geografica</i>. Questa divisione -dell'Italia, che era di quasi ottanta Stati, ridotti a -dieci dopo le guerre di successione e la pace d'Aquisgrana, -e non per opera certo degli italiani, ma -degli stranieri, questa divisione nazionalmente non -ricorda nulla, non rappresenta nulla. Parlando della -sola Toscana il Giorgini scriveva nel 1861: «Io -conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; -ma non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» -Il medesimo si potrebbe dire, e forse con più ragione, -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -delle rimanenti parti d'Italia. E, per concludere, -è opportuno notare che tutti gli spigolatori -di tradizioni unitarie e federali nella storia -d'Italia sono, non volendo, caduti in questo abbaglio -singolare, che mentre credono indicare le traccie -saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, -altro non fanno che enumerare più o meno -compiutamente le cagioni grandi o piccine, per le -quali nè unità, nè federazione non sono mai state -possibili. -</p> - -<p> -Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano -nelle visioni dei pensatori, nei vaticinii dei -poeti, o tentano far passare per un principio almeno -di unificazione nazionale le ambizioni di -qualche principe, che approfittando di contingenze -favorevoli voleva ingrandire lo Stato. Quanto alle -visioni dei pensatori e ai vaticinii dei poeti, il fatto -è vero e giovò certo a tener vivo qualche barlume -di sentimento nazionale, se non altro, in qualche -ristretto cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno -nel proprio tempo hanno essi veramente il significato -che si suole loro attribuire? o qual maraviglia -in ogni caso che ingegni ed animi eletti -sorpassino la realtà che li circonda, e si slancino -nell'utopia inapplicabile o nelle profezie, che non -si verificano? può questo fatto da solo costituire -una tradizione storica? -</p> - -<p> -L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -dell'Impero restaurato, unità di giurisdizione suprema, -non unità di Stato, dalla quale è difficile -arguire che il misterioso <i>Veltro</i>, da lui profetato, -potesse mai poco o molto rassomigliare prima a -Napoleone, poi a Pio IX e finalmente a Vittorio -Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo -tempo e va considerato nel suo tempo, anche se -il poema divino è, e deve essere per sempre, la -bibbia nazionale degli Italiani. -</p> - -<p> -Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza -d'una nazionalità italiana. L'ebbe, perchè compose, -si può dire, l'unità della lingua italiana, perchè -mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile -della nostra comunanza di linguaggio col verso: -«Il bel paese là dove il sì suona», comprendendovi -la Sicilia e il Trentino, perchè finalmente la penisola -fu da lui descritta ne' suoi precisi confini -geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo -concetto politico, egli invoca la calata d'un Imperatore, -affinchè riconduca la pace, quella pace -imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse -abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale -suo grande è la pace; sono sempre le discordie politiche, -ch'egli flagella, e gli pare che cesserebbero -d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua -Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, -Dante sa bene che esso non verrà a fare l'unità -italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Dante sperasse in detta occasione una confederazione. -Non credo. Egli non ha sperato e voluto -che la pace, tant'è che non altro consiglia a popoli -e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per -lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante -afferma bensì la nazionalità italiana, ma non discute -l'assetto politico della nazione: per lui Roma -è la sede dell'Impero, la monarchia universale è -necessaria siccome istituita da Dio per la pace del -mondo, senza cui l'uomo non può conseguire il -proprio fine e la beatitudine eterna. Oltrediché -quella monarchia è per lui la continuazione e il -perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante -è nelle sue idee e nel suo tempo. -</p> - -<p> -Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia -dei tribuni, dei signori e dei condottieri, -fra la quale è condannato ad andare peregrinando -tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema -politico, perchè le sue speranze si fissano -ora in Cola di Rienzi, ora nell'Imperatore Carlo IV, -ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino e Galeazzo -Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi -idoli, finisce esso pure nell'idillico: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Io vo gridando: pace, pace, pace;</p> -</div> - -<p> -il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti -di Abele e Caino. -</p> - -<p> -Chi può negare che uomini così grandi, rientrando -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -in sè stessi, abbandonandosi alle proprie -aspirazioni e speculazioni, non contemplino e non -profetizzino ideali di redenzione della patria, superiori -a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma -da questo al collegarli con ciò che è accaduto nel -tempo nostro ci corre, e a furia d'interpretazioni -arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non comprenderli -e svisarli del tutto. -</p> - -<p> -Molto più moderno è certamente il Machiavelli, -ma anche con lui si oltrepassa, si violenta -il senso genuino dei fatti contemporanei, quando si -afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe -magari accettato per re d'Italia Valentino Borgia. -Leggete il libro del Villari e vedrete che Valentino -Borgia non è pel Machiavelli il personaggio -reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, -che con alcune delle sue qualità personali gli inspira -il concetto, che occuperà poi tutta la sua -vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il concetto -cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente -da ogni considerazione morale. Il Machiavelli fa -per tal guisa del Valentino un personaggio ideale, -ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha -per un furfante matricolato, degno figlio di Papa -Alessandro, di cui giudica egualmente. Tant'è che -della meschina catastrofe del Valentino in Roma, -il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, -non si dà quasi per inteso. In conclusione, mentre -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -si usciva appena dall'anarchia medioevale, -l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non -quella della nazione. Perciò i suoi <i>delenda Carthago</i> -sono il feudalismo, i soldati di ventura, il -potere politico delle corporazioni d'arte, il dominio -temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, -in cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile -dell'unificazione dell'Italia. In questo senso, -se si vuole, il Machiavelli è profeta, in quanto -cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, -e di uno Stato opposto al Papa, libero dalla -sua ingerenza, non quello cioè, su cui, come sul -regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione feudale -e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i -piedi a chiunque pur di lontano accennasse ad una -impresa italiana. -</p> - -<p> -In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita -d'un figlio di Amedeo II di Savoia canti in un sonetto: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;</p> -</div> - -<p> -che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano -con sentimento patrio contro la tirannide -spagnuola, che questo sentimento riecheggi nei -versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri -sta benissimo ed è giusto che loro rendiamo la -lode e la gratitudine, che meritano. Ma s'hanno a -vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi -fra il 1860 e il 1870? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p> -Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni -di qualche signore o principe che tentò in -Italia slargare la sua signoria o il suo principato. -Mastino della Scala corre da Verona sino quasi -alle porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze -unite di Firenze e di Venezia, e giuoca in questa -impresa tutta la potenza della sua casa. Gian Galeazzo -Visconti pare vicino a diventar padrone di -quasi tutta Italia, ma se la piglia con Firenze, e -una morte repentina sbarazza la gloriosa città di -questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta -uguale impresa ed una morte molto opportuna la -tronca anche a lui, il che facea dire a quella linguaccia -del Machiavelli: «la morte fu sempre più -amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più -potente a salvarli che alcuna loro virtù». -</p> - -<p> -Comunque, finite così, queste imprese non provano -nè pro nè contro la tradizione unitaria o federale. -</p> - -<p> -Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese -del Blanquet ha però un bel titolarlo <i>roi d'Italie</i>, -ma che vuol egli in sostanza? Egli mira a -fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia -centrale, e forse a rendere ereditario il papato. -Il progetto era grandioso; non dico di no. -Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico -pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione -stessa del Papato e colle condizioni dell'Italia -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -da poter riescire e non riescì, nonostante l'energia -diabolica e la mancanza di scrupoli dei due uomini, -il Papa e il Duca Valentino, che cercarono -d'attuarlo. -</p> - -<p> -Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione -fino ad Emanuele Filiberto, che fissa la -capitale a Torino, non si sa da qual lato delle -Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa -possa bilanciarsi con una abilità ed un coraggio -singolare fra Francia e Spagna e tra i due contendenti -ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri -destini sta nella grandezza dei suoi disegni e -dei suoi propositi e, direi quasi, nella sproporzione -stessa, che è fra questi e le sue forze e l'estensione -del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver -l'armi in mano e nell'adoprarle sempre, -nel valor militare e nella stretta unione fra principi -e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi -per essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini -di Stato e dei poeti, e gli oroscopi che le predicono: -</p> - -<div class="poem"> -<p>La tua stirpe dall'Alpi native</p> -<p>Scender deve cogli anni e col Po,</p> -</div> - -<p> -bisognerà aspettare che una coscienza nazionale -spenta nei tre secoli di servitù, si sia rifatta in -tutto il popolo italiano, e che la meteora napoleonica -passi; bisognerà aspettare che dopo essere stato -il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -di questa susciti in Carlo Alberto il misterioso -<i>Amleto</i> vendicatore; bisognerà aspettare che -la rivoluzione italiana si svolga e che, colle insurrezioni -del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente -la rivalità delle due monarchie italiane e risolto in -modo definitivo che la direziono della rivoluzione -debba esser presa dal nord, anzichè dal sud della -penisola. -</p> - -<p> -Allora accadrà questo fatto straordinario che -per due volte l'Italia stessa si offre ai Savoia, nel -1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, repubblicano -unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla -repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità -d'Italia e gli dice: «a questo patto siamo tutti -con voi; <i>se no, no</i>;» nel 1856 per bocca di Daniele -Manin, repubblicano federale, che, rinunciando -alla federazione e alla repubblica, dice a Vittorio -Emanuele colle medesime parole: «fate l'unità -d'Italia e siamo tutti con voi; <i>se no, no</i>». -</p> - -<p> -Stringo oramai il mio discorso. Nella storia -d'Italia, precedente alla Rivoluzione francese, non -c'è, non ci può essere tradizione nè unitaria, nè -federale. La coscienza stessa della nazione s'era -spenta nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione -francese, precorsa in Italia dal moto filosofico, -che agita i pensieri e i sentimenti, soprattutto nell'alta -e nella media classe, e, per dir solo della sua -aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -e l'altra moralità della sua satira ritempra l'uomo, -e coll'Alfieri e il fremito di ribellione della sua -tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già rinnovato -in sè stesso, una patria e la libertà. Questi -sì, o signore, che sono i veri precursori! -</p> - -<p> -La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione -francese nel 1796, è sgarbata, violenta e provoca -fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, ma mercè -sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso -mille diverse vicende ora felici, ora infelicissime, -non si fermerà più per settantaquattro anni sino -al suo pieno trionfo. -</p> - -<p> -Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, -se muovendo dai congressi di Modena e Reggio -del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate -ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di -Lione, da cui esce per la prima volta dopo tanti -secoli uno Stato di nome italiano «è una continua -ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana) -verso l'ideale della patria unita». Se -non che pei repubblicani francesi l'Italia non è -se non una conquista da sfruttare, e allora il contrasto -(è una bella e profonda considerazione di -Augusto Franchetti) il contrasto fra le promesse -di redenzione universale della filosofia e le opere -ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti -dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne -fanno in Italia, forma per la prima volta in Italia -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -un'opinione, che si fa strada prima negli animi -più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, -che cioè non bisogna più vagellar sempre dietro -a concetti universali, come già la Chiesa e l'Impero -ed ora la repubblica democratica, ai quali la -storia degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì -pensare finalmente ad avere anche noi una patria -unita e indipendente dallo straniero. -</p> - -<p> -Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, -gli uni degli altri, sistemi unitari e federali -tanto nella letteratura politica, quanto nelle sètte -cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del -1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e -del '49. -</p> - -<p> -Se si vuole dunque una tradizione unitaria o -federale nella storia d'Italia, essa incomincia dopo -l'invasione francese del 1796 e già per opera di -molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di -Carlo Tivaroni principalmente) ne furono notate -e raccolte diligentemente tutte le più minute testimonianze, -monarchiche e repubblicane, anche -all'infuori della grande letteratura politica, che -precede e accompagna i nostri tentativi rivoluzionari. -</p> - -<p> -Ma quei sistemi unitari e federali non varcano -i limiti del libro, dell'opuscolo o delle ispirazioni -individuali di patriotti e di poeti. L'unica applicazione -del sistema unitario monarchico è nel regno -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero. -</p> - -<p> -Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una -grande e regolare compagine di governo, valse a -ridarci colle armi le virtù e le abitudini militari -spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi -di quel breve sogno di redenzione italiana non perirono -più. -</p> - -<p> -Quanto al sistema federale, l'esperimento più -prossimo alla realtà è nella rivoluzione del 1848, -ma non potè oltrepassar mai una lega doganale -fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione -politica, con una Dieta permanente in Roma -sotto la presidenza del Papa, si trascinò in vani -tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, dai -primi ministeri liberali di Pio IX alla missione -Rosmini in Roma, al ministero Alfieri in Piemonte, -al congresso federativo promosso in Torino da Vincenzo -Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi. -</p> - -<p> -La liquidazione finale del sistema federale monarchico -avviene, secondo me, quando il Rosmini, -che già avea concordato un disegno di confederazione, -in cui assegnava alla Dieta residente in -Roma l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando -così gli scrupoli, che aveano prodotta la defezione -di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu sconfessato -del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere -soltanto qual contingente il Papa potesse dare -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -alla guerra. Il Rosmini si ricusò di fare questa -domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella Corte di -Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro -l'ambizione piemontese, ed ecco ita in fumo ogni -idea di federazione. La riprese Pellegrino Rossi, -appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea -che per allora non si dovesse ripigliare la guerra -e che in ogni caso non si potesse pensare a far -senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo nel -progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle -cagioni della sua tragica fine. -</p> - -<p> -Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della -propria sconfitta, seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, -che colà ebbe a soffrire il grand'uomo, e -l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono -uno degli scandali più ignobili dalla reazione, che -ormai imperversava. Il sistema federale monarchico -finisce per sempre così. -</p> - -<p> -Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, -unitario repubblicano del Mazzini. A lui, Triumviro -in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo, -mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare -le ripugnanze del Guerrazzi in Toscana, quelle -del Manin in Venezia e il fatto che Carlo Alberto -e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e -da soli in campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta -subito della difesa di Roma contro i -Francesi, non gli permise neppure di tentare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -</p> - -<p> -Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente -caduta, che un po' di questa gloria ridette -nuovo vigore al programma del Mazzini. -</p> - -<p> -Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara -e i tentativi vanissimi del 1853, che determinarono -tanti abbandoni dell'apostolo incorreggibile, -compiono altresì la liquidazione finale del -sistema unitario repubblicano. -</p> - -<p> -Del sistema federale repubblicano quasi non -occorre parlare, giacchè esso non fu mai che l'ubbia -di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe Ferrari -e pochi altri, ai quali, nella genialità grande -dell'ingegno, questo ordinamento pareva o più conforme -all'indole nazionale nella terra classica delle -città o più atto ad assicurare ai popoli, se non -altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale -un altro! -</p> - -<p> -A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, -che non poteva avere altro risultamento se non -questo dilemma: <i>o finis Italiae</i>, o unità nazionale -sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato -con ardimento, fortuna e ingegno senza pari -dal Conte di Cavour, gli Italiani si unirono, appunto -perchè era nuovo, appunto perchè in antitesi -diretta con tutta la storia passata, appunto perchè -liquidate tutte le forme rivali, era rimasto il -solo possibile. -</p> - -<p> -Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -che piegando colla persuasione o dominando colla -forza del numero le energie indisciplinate, che disgregate -possono poco o nulla e divengono irresistibili -solo allorquando, o persuase o costrette, -fanno gruppo ed impeto tutte ad un segno. Così -fu in Inghilterra nel 1688, così fu in Francia -nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60. -</p> - -<p> -Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista -repubblicano, Giuseppe Ferrari, deputato al -primo parlamento italiano e storico delle secolari -e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno -e vedendo che strana varietà d'uomini, provenienti -da tante vecchie scuole e da tanti partiti -politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità -italiana, ammoniva i colleghi: badassero; esser essi -vittime al certo d'una fatale illusione e star per -commettere un errore così madornale, che ci avrebbe -tutti condotti a Dio sa quali disastri. -</p> - -<p> -Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un -convertito recente all'unità) che forse il Ferrari si -credeva ancora al tempo dei Guelfi e Ghibellini, -dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e -che in verità lo storico illustre gli somigliava uno -di quei sette dormienti della leggenda, che, svegliatisi -dopo cinque secoli, nè più intendevano gli -altri, nè gli altri loro. -</p> - -<p> -«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a -un dipresso il Ferrari, «il sonno magico della scienza; -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -ma mi svegliò il cannone di Magenta e di San Martino, -e allora m'informai o seppi dipoi che una -grandissima novità stava per accadere, <i>l'unità italiana -sotto la monarchia di Savoia</i>. Fate pure! -Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del -tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, -e del tutto mutata, da quella di prima? Altrimenti, -siete voi che dormiste, che dormite ora più -che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del -mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi -al pari di me in un'ora di vittoria, ora divina -per tutti, ma se non proprio nell'ora infame -del disastro e del pentimento, in quella ben più -demoralizzante delle illusioni, che si dileguano, degli -sconforti, che opprimono, e delle speranze, che -cadono ad una ad una». -</p> - -<p> -Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le -forze conservatrici della monarchia liberale, che -han fatta l'unità della patria, se ne staranno ancora -inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e apertamente -o copertamente nemiche, si lascieranno -invece agir sole ed in piena impunità, potrà avverarsi -ben peggio del pronostico di Giuseppe Ferrari -ed il problema della storia d'Italia ritornerà -al punto, da cui il programma unitario (questa -novità, questa gloria della nostra Rivoluzione) pareva -averlo tratto per sempre. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<h2 id="eroi">GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">FRANCESCO S. NITTI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<p class="pad2 indr"> -<i>L'Italia è la terra degli Eroi.</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato -questo aforisma nei quaderni di calligrafia. -E pure nella preoccupazione del rotondo e del gotico, -dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta -si chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli -eroi? -</p> - -<p> -La storia che ci è stata insegnata nelle scuole -medie, quando non è un'arida successione di nomi -e di date, è una successione di matrimoni, di congiure -e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è -d'ordinario molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che -personifica tutta un'epoca, l'uomo il quale fa ciò -che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei piccoli -trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione -francese e ai moti per la liberazione d'Italia -è breve il passo: e nella mente rimane tutta una -confusione. Il popolo giace sotto la tirannia di un -solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore interviene -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura -vittoriosa fanno ciò che la folla non sa fare. -Qualche volta è un paese intero che soggiace allo -straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo. -</p> - -<p> -E poichè i matrimoni, le date, le genealogie -de' regnanti non c'interessano, noi ricordiamo soltanto -i nomi e le azioni degli eroi: essi personificano -per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette -insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli -Orazii (o infidi!), i Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della -rivoluzione francese, Garibaldi e i nostri. -</p> - -<p> -La concezione di Carlyle, in realtà, non è che -la concezione dei fanciulli delle nostre scuole: l'umanità -che progredisce, che si emancipa per mezzo -degli eroi. -</p> - -<p> -«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) -la storia universale, la storia di quanto l'uomo ha -compiuto sulla terra, è, in fondo, la storia dei grandi -uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono -gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori -di quanto la massa generale degli uomini riescì -a compiere o a raggiungere; tutte le cose che -vediamo compiute nel mondo sono propriamente -l'esteriore materiale resultato, la pratica attuazione -e incarnazione di pensieri, che albergarono nei -grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe giustamente -considerarsi come l'anima della storia di -tutto il mondo.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p> -Non vi è niente di meno vero. -</p> - -<p> -Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano -guidato il mondo, sono stati essi medesimi l'espressione -di bisogni di società e di popoli determinati. -Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di -sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il -prodotto. Noi non possiamo concepire Garibaldi nelle -circostanze attuali: farebbe egli l'ostruzionismo? -sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime -doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone -fosse nato in India o in Cina che cosa sarebbe -stato? Nulla forse. Quella vita che è stata uno dei -più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo -fatto biologico, la nascita e la morte di un individuo -tra le migliaia di milioni di uomini passati da allora -per il mondo. -</p> - -<p> -Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi -non sono dunque qualche cosa al di fuori degli altri -esseri: ma essi sono coloro i quali riescono a -rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una -minoranza più audace e più forte. -</p> - -<p> -La storia eroica quale noi insegnamo e quale -noi abbiamo imparata, rassomiglia, in certo modo, a -una geografia che si occupi solo della descrizione -delle montagne. La più grande parte della superficie -terrestre è occupata da grandi pianure, da colline -ondulate: le immense montagne rappresentano -una minima parte, e ancora sono per la vita degli -uomini meno importanti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<p> -Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più -dell'infinita pianura: pure è quest'ultima che costituisce -grandissima parte della superficie in cui -viviamo. -</p> - -<p> -«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, -nel suo lungo viaggio, non ha conservato che il -ricordo di alcuni precipizi, dimenticando la continuità -monotona delle pianure felici che ha traversato. -Noi siamo una folla immemore e ingrata: più -sensibile ai sogni che ai successi, così nel passato -come nel presente. Il successo, perchè la folla lo -noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un -cataclisma.» -</p> - -<p> -Ma la storia vera, quella che val più la pena di -penetrare, è la storia collettiva: la storia delle grandi -masse umane, dei grandi aggregati di cui noi indaghiamo -solo alcune espressioni e non sempre le più -felici. -</p> - -<p> -È una specie di pigrizia di mente quella per cui -noi vogliamo spiegarci la storia mediante le opere -di alcuni uomini: quand'anche furono grandissimi -non poterono esser tali che per contingenze particolari, -e perchè interpetrarono bisogni collettivi o -sentimenti in formazione. -</p> - -<p> -L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che -vive di sè stesso e dalla sua anima ricava tutto, non -è mai esistito nè esisterà mai. -</p> - -<p> -Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -ci fa rassegnare a una specie di fatalismo buddista. -Tante volte noi diciamo in un momento -difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. -Anche adesso, nelle difficoltà dell'Italia -presente, che sono prova del suo sviluppo, anche -adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se -avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: -è in ognuno di noi, e quando vorremo trovarlo noi -lo ritroveremo. -</p> - -<p> -Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra -il loro tempo — è noto che colui il quale ha -trovato l'espressione di superuomo, Federico Nietsche, -ha finito, povero <i>ueber mensch</i> in un manicomio -quelle teorie che vi pareano nate dentro — vi -sono però uomini i quali riescono a compiere opere -straordinarie, e a fare ciò che la folla non riesce nè -meno a concepire. -</p> - -<p> -In questo senso vi sono gli eroi. -</p> - -<p> -Quando un paese è soggetto a dominazione e la -folla si rassegna, vi è un uomo che si ribella solo o -con pochi: se egli non ha quasi speranza di vincere, -se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, egli è -veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia -lievito di rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, -nell'un caso e nell'altro è sempre un eroe. -</p> - -<p> -Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione -di un male: cioè della bassezza collettiva. I -popoli che hanno nella civiltà moderna maggior numero -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -di eroi, sono quelli che hanno una più grande -depressione. -</p> - -<p> -L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi -altri dovrebbero fare. Se la folla si rassegna -vi è chi si immola. Egli è dunque l'eroe, cioè la -espressione altissima di un bisogno ideale di un -paese depresso. -</p> - -<p> -Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva -è bassa, più il sentimento del dovere individuale -è debole, più grande è il numero degli eroi e -spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi -nella Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti -nella Turchia odierna! Quanti sono che tentano nel -silenzio e nel dolore, quanti per un solo che vince o -vincerà soggiacciono! -</p> - -<p> -Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, -un paese ove la coscienza collettiva si è formata, -dove tutti fanno il loro dovere, non ha eroi. -</p> - -<p> -Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti -eroi si sacrificarono per destarli dal sonno. Vi fu -chi andò a morire in una impresa disperata, come -Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata -e arditissima. Felici o infelici per il risultato, -la loro anima era sempre immensa. -</p> - -<p> -Ma in un paese ove la educazione delle masse si è -formata, ove ognuno ha il sentimento della responsabilità -sua, l'eroe non è possibile. -</p> - -<p> -Nelson è stato un grande marino e Moltke un -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -tattico grandissimo. Ma il vincitore di Trafalgar che -vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini marinai -fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un -eroe Moltke? -</p> - -<p> -Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. -La sua faccia scarna e seria di «chimico matematico» -corrispondeva ad un uomo che guadagnava -le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra. -</p> - -<p> -Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese -ove la solidarietà è grande, non ha eroi: può avere -grandi tecnici, grandi condottieri, politici avveduti, -uomini insigni per scienza: non ha eroi. -</p> - -<p> -L'eroe è come la montagna che non sorge dalla -scorza terrestre, se non avendo intorno valli profonde: -i paesi di montagna sono pieni di valli fonde: -vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso. -</p> - -<p> -I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto -che un debole grado di sviluppo e di solidarietà. -</p> - -<p> -L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha -avuto grandissimo numero di eroi: appunto perchè -il valor sociale della folla era scarso. Ora noi -valiamo di più e può darsi che manchino alcune -cime, poichè mancano pure gli abissi. -</p> - -<p> -E i tentativi più eroici sono partiti sempre -dall'Italia meridionale, dove appunto la coscienza -collettiva era meno alta e dove la natura stessa del -paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi -e sperare nella riuscita di essi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati -in Salerno conquistarono il reame di Napoli in pochi -giorni, non è così inverosimile se a tanti secoli -di distanza furono possibili tentativi come quelli -di Ruffo e di Garibaldi. -</p> - -<p> -Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia -e traversa quasi senza colpo ferire, fino al -Volturno, un regno che avea centomila soldati, -pare quasi una leggenda: una leggenda cui non -crederemmo se non ne avessimo conosciuti gli attori. -</p> - -<p> -Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille -va studiato in rapporto a tutta la storia del passato. -Spedizioni come quella dei mille per la libertà -o per la reazione, per la unità o la difesa del -vecchio regime, tante se ne son tentate! -</p> - -<p> -In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal -Ruffo a Garibaldi gli eroi i quali hanno con pochissimi -audaci tentato nel Mezzogiorno imprese -cui la ragione si ribella, sono stati tanti! -</p> - -<p> -Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi -non vediamo che il successo finale. Se Pisacane -fosse riescito qualche anno prima e non avesse -lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo -glorificheremmo ora sì come Garibaldi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p> -Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi -folle per sublime eroismo, non fossero stati trattenuti -nella triste terra di Calabria, poco dopo lo -sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia -circondati di ben'altra aureola che quella del martirio -infelice. -</p> - -<p> -Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, -Fabrizio Ruffo, fece con successo completo di ridare -al suo re tutto un regno da cui era fuggito, -e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi -uomini, fino al tentativo di Garibaldi è una serie -di tentativi eroici: di cui assai lungo sarebbe il -dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di Morelli -e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di -Pisacane. -</p> - -<p> -In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida -per i tentativi posteriori. -</p> - -<p> -Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire -in Sicilia (la fuga fu poi per la sua famiglia -quasi una istituzione) e lasciare Napoli a piccolo -esercito francese. La repubblica partenopea era -stata proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, -si era ricoverato nella Sicilia. -</p> - -<p> -Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie -le province insorte, pareva quasi disperato. -</p> - -<p> -Se non che un cardinale di curia che parea più -esperto nel giuoco che nell'arte militare, concepì -un piano arditissimo. Un piano così ardito, che pare -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo -tentava non era uomo d'armi. -</p> - -<p> -Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di -partire dalla Sicilia e senza nessun esercito riconquistare -al re il regno. Partì con pochi fedeli, sbarcò -a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono -il primo nucleo del suo esercito. -</p> - -<p> -Il suo piano era semplice. -</p> - -<p> -Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era -l'odio fra le classi medie e le plebi rurali, e volea -smuovere queste ultime a favore della monarchia -e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia: -i <i>giacobini</i> appartenevano alle classi medie, -il popolo non avrebbe tardato a trasformare ogni -proprietario in giacobino. -</p> - -<p> -Era la guerra sociale in favore del legittimismo -e della reazione. -</p> - -<p> -Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. -Egli era migliore del suo re e della sua riputazione: -egli fu sotto tutti gli aspetti un eroe. -</p> - -<p> -Che cosa si deve pensare di chi non essendo che -ecclesiastico e non avendo, come abbiamo detto, -pratica d'armi, si decide quasi solo a riconquistare -a un re profugo e pauroso un intero regno? -</p> - -<p> -Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in -un modo, e gli uomini di parte avversa in un altro. -Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa per -scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -avesse l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio -della libertà, egli ci parrebbe quasi un uomo -divino. -</p> - -<p> -Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli -uomini che poteva riunire, contadini che desideravano -vendicarsi, poveri che desideravano predare e -perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, -che non avea quasi nessuno seco, contare su altri? -</p> - -<p> -Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 -il cardinale, che avea con sè pochi familiari e qualche -prete, giunse ai primi di giugno sotto le mura -di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando -I un regno. Il suo viaggio fu presso a poco -quello che per causa opposta sessant'anni dopo -compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per -conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio -un grande arco di cerchio prima di giungere -a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con <i>pazza gioja -dalla plebe</i>. E perchè fu accolto? Dovea egli anche -nel male avere l'eroismo che trascina. Coloro che -lo seguivano erano spesso predoni di campagna e -ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere un'impresa -quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono -crudeli? e non furono a Sansevero e Gragnano -crudeli anche i francesi? Il generale Vatrin non fu -egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va -usata a proposito una volta, è nell'avventura del -cardinale Ruffo: egli si servì veramente dell'odio -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -fra le plebi rurali e la borghesia, per riconquistare -il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio -per riescire. -</p> - -<p> -Poche cose sono più straordinarie di vedere -un chierico con poche turbe raccogliticce fare ciò -che un esercito intero non aveva saputo. -</p> - -<p> -Che importa se egli operò per una causa che non -è la nostra? che importa se egli rese possibile la -reazione più crudele? Egli fu un eroe, perchè compì -atto di straordinaria audacia, avventura quasi inverosimile -per la causa in cui credeva. -</p> - -<p> -Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della -reazione, alla riescita della spedizione dei mille di -Garibaldi, che fu il trionfo più grande per la unità, -intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante -volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali! -</p> - -<p> -Perchè ciò che un prete non avea fatto per la -causa dei Borboni non si potea ripetere contro di -essi? Perchè diffuse le file di una cospirazione non -bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono -borbonico? -</p> - -<p> -Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante -volte sognarono di seguire il piano di Ruffo per -una causa opposta! -</p> - -<p> -Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno -necessario uno sbarco; furono pochi ufficiali che -tentarono una rivolta e che produssero, sia pure -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali. -</p> - -<p> -Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il -sogno. Poterla ripetere per la causa liberale! potere -arditamente rifare per la libertà il viaggio trionfale -del prelato reazionario! -</p> - -<p> -L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la -zona più adatta ai rivolgimenti improvvisi. Nel nostro -secolo se le guerre con lo straniero sono state -combattute nella valle del Po, tutti i tentativi rivoluzionari -o quasi tutti sono cominciati nell'Italia -meridionale. -</p> - -<p> -Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto -il resto d'Italia, che misura una lunghezza assai -grande e non permette concentramenti facili, rende -possibili i colpi di mano improvvisi. -</p> - -<p> -La Calabria lanciata nel mare è traversata in -tutta la sua lunghezza da una catena di monti. -Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri -di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso -nessun commercio, non si conoscono nemmeno. -</p> - -<p> -Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso -longitudinale; vi sono strade numerose. Ma quando -le comunicazioni eran difficili, come prima del -1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in -Calabria, o sulla costa del Cilento potea avere conseguenze -grandissime. -</p> - -<p> -Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -giovani vite furono recise! quanti prodi morirono -vittime del miraggio ingannatore! -</p> - -<p> -Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito -immenso nella indifferenza di tutti; alcuni fallirono -per troppa audacia, altri per inconscienza -giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze -e non conobbero tutte le difficoltà. -</p> - -<p> -Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa -eroica di Garibaldi, le due più interessanti furono -quella dei fratelli Bandiera e quella di Carlo Pisacane; -l'una per l'eroica ingenuità con cui i due -giovani s'immolarono nella speranza, più che della -vittoria, del martirio che avrebbe ridestato gli spiriti; -la seconda per l'uomo che la concepì. -</p> - -<p> -Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di -un contrammiraglio della marina austriaca, di cui -essi stessi faceano parte, l'uno come alfiere di vascello -e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo -servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni -moti rivoluzionari, essi si erano ricoverati a Corfù. -E in quel contatto con altri esuli in terra straniera; -in quel comunicarsi continuo di aspirazioni -e di speranze, più rincresceva loro l'inedia che -l'esilio. Ond'è che decisero una spedizione arditissima, -quasi folle per ardimento. Insieme a Ricciotti, -a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere -uno sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero -cercato di far rivoltare le popolazioni calabresi -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme -tutto il regno di Napoli. -</p> - -<p> -Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i -due fratelli Bandiera partirono per la spiaggia calabrese. -Era in essi presentimento di morte. Quasi -al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio -Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, -dite ai nostri concittadini che imitino -l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente -impiegarla; e la causa per la quale avremo -combattuto e saremo morti, è la più pura, la più -santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini; -essa è quella della libertà, della eguaglianza, della -umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.» -</p> - -<p> -Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la -giovanile ingenuità senza di che non è possibile -compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella -cui essi si avventuravano. -</p> - -<p> -La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò -sulla costa calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il -luogo dello sbarco era tristissimo: ma la terra -d'Italia parve a essi sacra e la baciarono all'arrivo. -</p> - -<p> -Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei -luoghi, aveva anche nel suo seno chi dovea tradirlo. -Gli esuli speravano di trovare al loro arrivo -popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità -e la indifferenza. -</p> - -<p> -Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -già sacro alla leggenda religiosa — circuiti dai soldati -del re, dopo disperata lotta in cui parecchi morirono, -dovettero arrendersi. -</p> - -<p> -Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono -fucilati, il 25 luglio, in quella stessa terra da cui -avevano sperato partisse il segnale della rivolta. -</p> - -<p> -Ma nessuna morte fu più compianta della loro. -Erano giovani, ricchi, di alto casato: aveano rinunziato -con serenità superumana a tutte le gioie della -vita. Aveano tutte le qualità per destare negli -animi il compianto, e la loro morte fu una delle -cose che più nocquero a Ferdinando II. Ma non fu -vana morte: Alessandro Poerio cantava: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Bevve la terra italica</p> -<p class="i2">Del vostro sangue l'onda,</p> -<p class="i2">E piova più feconda</p> -<p class="i2">Giammai non penetrò.</p> -</div> - -<p> -La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, -se parecchi anni dopo un generale -crudelissimo non avesse fatto con scellerata e sacrilega -idea profanare il nobile sepolcro, e non -avesse fatto confondere le ossa dei due martiri con -quelle dei malfattori comuni. -</p> - -<p> -Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, -vi è qualche cosa che non può essere profanata -da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed è il -ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice. -</p> - -<p> -Quello dei Bandiera era un tentativo che non -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -potea riescire: poichè si basava sopra cose che non -erano. Pure nessun tentativo è circondato di tanta -poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile, -per la ingenuità con cui fu compiuto. -</p> - -<p> -Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute -prima delle spedizioni di Garibaldi fu più interessante -di quella di Pisacane; meno per il tentativo -rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; -meno per ciò che fece che per ciò che si proponeva -di fare. -</p> - -<p> -Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione -autorevole e importante nello stato maggiore delle -due Sicilie; era di nobile famiglia; era sopra tutto -un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea combattuto -in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta -San Pancrazio; era esule a Genova nel 1857. -</p> - -<p> -Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra -movimenti patriottici delle popolazioni meridionali, -concepì l'idea audace di sbarcare sulla costa salernitana -nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di congiungerle -ad altre ribelli di Basilicata e di giungere -in Napoli a capo di esercito numeroso e ribelle. -</p> - -<p> -L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere -alla spedizione di Garibaldi, era anche nella mente -di Pisacane. Solo egli abbreviava le distanze, e sperava -giungere come per sorpresa sulla capitale. -</p> - -<p> -Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava -questa parola che allora non era in uso, benchè -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -Proudhon l'avesse già introdotta. Ma nella sua -dottrina contenuta nel libro <i>Saggio sulla rivoluzione</i> -si manifesta sinceramente anarchico. -</p> - -<p> -Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema -del liberalismo, e si basa sopra tutto su due concetti: -sulla credenza che gli uomini abbiano una tendenza -naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e sull'altra -credenza che gli uomini siano guastati dalle -leggi. Queste, in certa guisa, rappresentano un male, -poichè sono la violenza contro l'ordine naturale delle -cose. -</p> - -<p> -Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia -si basa sull'ottimismo; ma appunto per questo ha -un fàscino di attrazione sulle anime semplici e sugli -spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i violenti. -</p> - -<p> -Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo -storico, la concezione marxistica della storia -è chiaramente tracciata nell'opera di Pisacane, il -quale riattaccava i fatti politici e sociali ai fenomeni -della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano -scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira. -</p> - -<p> -«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle -in apparenza popolari, favoriscono solamente la -classe ricca e culta, imperocchè le istituzioni sociali, -per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. -Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi -alla mèta, ne andrete invece più lontano. Voi lavorate, -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -gli oziosi gioiscono; voi producete, gli -oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la -libertà. Il suffragio universale è un inganno. Come -il vostro voto può esser libero, se la vostra -esistenza dipende dal salario del padrone, dalle -concessioni del proprietario? Voi indubbiamente -voterete costretti dal bisogno come quelli vorranno. -Come il vostro voto può esser giusto, se la -miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie -ogni abilità per giudicare degli uomini e dei -loro concetti?» -</p> - -<p> -Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane -avea un piano per abolire la proprietà privata, -e trasformarla in proprietà comune; abolire lo Stato -e andare incontro a una specie di comunismo della -produzione. -</p> - -<p> -Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non -sentiva tutte le difficoltà che la natura delle cose opponeva -a tutti i suoi piani; come ogni anarchico egli -vedeva il male non già nella natura e nelle difficoltà -limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà -degli uomini: uno sforzo di una minoranza -audace parea a lui dovesse bastare a tutto. Pure come -l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di -rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè -meno adesso senza commozione. -</p> - -<p> -Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: -avea molto combattuto, molto visto. Nella -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -sua vita irregolare — in ogni senso irregolare — avea -perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano -la spedizione dei Bandiera; egli era in ogni -senso un uomo maturo. -</p> - -<p> -La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta -dunque con piena coscienza delle difficoltà, anzi con -la quasi certezza della morte. -</p> - -<p> -E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 -egli volle dettare il suo <i>testamento politico</i>: poche -pagine che neppur quelle si possono leggere senza -emozione profonda. -</p> - -<p> -Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver -notato che solo da una rivoluzione sociale potrà venir -bene all'umanità, Pisacane dichiarava la sua antipatia -per i movimenti costituzionali «.... per me -non farei il menomo sacrificio per cangiare un -ministro, per ottenere una costituzione; non meno -per cacciare gli austriaci dalla Lombardia ed accrescere -il regno Sardo; per me dominio di casa -Savoia e dominio di casa d'Austria è precisamente -lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale -del Piemonte sia più dannoso all'Italia -che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente -che se il Piemonte fosse stato retto nella -guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione -sarebbe fatta. Questo mio convincimento -emerge dall'altro, che la propaganda dell'idea è -una chimera, che l'educazione del popolo è un -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da -quelle ed il popolo non sarà libero quando sarà -educato, ma sarà educato quando sarà libero.» -</p> - -<p> -La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. -«Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla -paese; ciò è incontestabile. Ma il paese è composto -di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero -questo giorno senza congiurare, la rivoluzione -non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: -la rivoluzione deve farla il paese, di cui io -sono una particella infinitesimale; epperò ho anche -la mia parte infinitesimale da compiere, e la -compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente -gigante.» -</p> - -<p> -Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel -principato Citeriore e aver dichiarato lo scopo della -impresa, Pisacane affermava: «Non ho che i miei affetti -e la mia vita da sacrificare a questo scopo, e -non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa -riesce avrò il plauso universale: se fallisse il biasimo -di tutti; mi diranno stolto, ambizioso, turbolento, -e molti che mai nulla fanno e passano la -vita consumando gli altri, esamineranno minutamente -la cosa, porranno a nudo i miei errori; mi -daranno la colpa di non esser riescito per difetto -di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano -che io li credo non solo incapaci di fare quello -che io ho tentato, ma incapaci di pensarlo.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<p> -Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, -che avevano incontrato diffidenza e avversione, -Pisacane continuava: «Non voglio paragonare la -mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune -con esse; la disapprovazione universale prima di -riescire e dopo il disastro, e l'ammirazione dopo -un felice risultamento. Se Napoleone prima di -partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 -granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti -avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone -avea il prestigio del suo nome; io porto sulla -bandiera quanti affetti e quante speranze ha con -sè la rivoluzione italiana; combattono a mio favore -tutti i dolori e tutte le miserie della nazione -italiana. -</p> - -<p> -«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente -l'ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo -poco il suo plauso in caso di riuscita. -Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo -trovo nel fondo della mia coscienza e nel cuore -di quei cari e generosi amici che hanno cooperato -e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se -mai nessun bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, -sarà sempre una gloria trovar gente che -volenterosa s'immola al suo avvenire.» -</p> - -<p> -La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio -che Pisacane andava a compiere, vengono -fuori da ogni parola. Pisacane era in certa guisa -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -l'anarchico che per una contraddizione sentimentale -andava a compiere un movimento politico unitario; -era l'anarchico, il quale però non discuteva dei mezzi, -e, perchè alle forme politiche non credeva, tutto -avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti -degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri -per prendere chiunque potesse aiutarlo, appartenesse -pure al rifiuto della società. Non involgeva -egli in una stessa avversione i difensori del sistema -politico e i difensori del sistema economico? -</p> - -<p> -Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, -nè dire com'essa fu ideata e con quali mezzi. -</p> - -<p> -Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su -promesse in gran parte incerte e contando sull'incontro -di forti nuclei che Rosolino Pilo dovea condurre -dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si -imbarcò a Genova insieme a soli 22 compagni su -un piroscafo della compagnia Rubattino. L'incontro -con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi -così scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, -consenziente il capitano della nave, fece uno sbarco -temerario a Ponza, liberò molti relegati politici e -riunì in tutto 323 uomini. -</p> - -<p> -Contava altri uomini trovare al momento dello -sbarco a Sapri, e tentativi di rivolta nelle province. -</p> - -<p> -La sera del 29 giugno che il <i>Cagliari</i> operò lo -sbarco a Sapri, non trovò quasi nulla. -</p> - -<p> -Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -dov'è tanto cielo e tanto mare, in cui gli aranci -sono boschi ed è come una primavera eterna. -</p> - -<p> -Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di -Ferdinando II, Pisacane e i suoi compagni cercavano -smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che indifferenza. -Chi erano costoro? donde venivano? che -cosa volevano? -</p> - -<p> -Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il -prestigio della rossa porpora e della croce d'oro e -parlava il linguaggio della passione e della violenza -ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro -la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano -a Sapri? -</p> - -<p> -Il drappello procedette nella indifferente avversione -popolare. -</p> - -<p> -Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono -monti petrosi, piccole pianure piene di sterpi, alberi -nani. La spedizione sbarcata così giocondamente -nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento -di morte traversando quel paesaggio di -malinconia. -</p> - -<p> -L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i -gendarmi erano in moto. La piccola spedizione non -si era accresciuta che di pochi uomini, quando sulla -collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie. -Dopo accanito combattimento in cui era per -vincere, l'arrivo di truppe reali del settimo cacciatori -costrinse la spedizione a ritirarsi, lasciando -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e -circa duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane -contava internarsi pei boschi e andare a fare insorgere -il Cilento. Ma a poca distanza gli uomini della -spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste -con le sue case nere, furono assaliti da una turba -di contadini e in gran parte uccisi, o feriti, o presi. -Pisacane stesso fu ucciso: ed egli che avea sognato -il trionfo o una morte eroica, combattendo in pieno -sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna -triste. Era per essi uno straniero? era un nemico? -</p> - -<p> -Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo -di fatto ben più grande: della spedizione di Garibaldi. -</p> - -<p> -Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi -partiva dallo scoglio di Quarto, diretta verso la Sicilia -e portava la rivolta nel Mezzogiorno, in cui -già per la incapacità del capo il governo era in -dissoluzione. -</p> - -<p> -Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e -non v'è alcuno che ne ignori la quasi leggendaria -fortuna. -</p> - -<p> -Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola -resistenza in Sicilia, la traversava trionfalmente; -sbarcava sul continente ed entrava in Napoli -da trionfatore. -</p> - -<p> -Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? -e perchè potè esso riescire? sembra quasi inverosimile -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -che un regno in cui erano centomila soldati -sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, -che avevano così deboli mezzi. -</p> - -<p> -Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa -era stata 61 anni prima la spedizione di Ruffo? Un -tentativo eroico legittimista avea anche allora riconquistato -al re un paese che era nelle mani dei -francesi e dei liberali. E si può proprio dire che la -spedizione di Ruffo non sia stata la preparazione di -tutte le seguenti fatte nel senso contrario? -</p> - -<p> -Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa -è stata il paese ove le spedizioni più temerarie sono -avvenute, vincitrici o perditrici, in breve volgere di -anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi dimenticati, -quante audaci imprese, quanti tentativi -temerari! Per un eroe che ricordiamo quale turba -anonima di dimenticati, quanti uomini morti nel -silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera -del sentimento che fu il movimento per -l'unità! -</p> - -<p> -Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che -hanno lottato e sofferto; benedetti più ancora quelli -che noi non ricordiamo e che nessuno ricorderà più! -</p> - -<p> -L'Italia è stata veramente la terra degli eroi. -</p> - -<p> -Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose -straordinarie, o tenta di compierle, e per esse muore, -l'Italia è stata la terra sacra degli eroi. -</p> - -<p> -Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -della nostra gente, noi dobbiamo trarre ragione di -intima tristezza. -</p> - -<p> -Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi? -</p> - -<p> -Perchè in essa era debole il sentimento della -responsabilità individuale; perchè la cultura individuale -era bassa; perchè mancava quello spirito -di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri -paesi più educati, o più fortunati. -</p> - -<p> -Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato -di compiere quelle grandi opere che dovevano venir -fuori dalla coscienza collettiva. Ond'è rimasto a noi -un senso di faziosità, di superbia, una violenza individuale, -una sfiducia nella democrazia dei nostri -ordini. -</p> - -<p> -Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione -passata impera, noi siamo rimasti il paese -sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini può -tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò -che dovrebbe un popolo; se non vi sono necessità -che s'impongano; la faziosità che è già nell'istinto -entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo -ancora le antiche illusioni. -</p> - -<p> -Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia -è la terra degli eroi; pure continuiamo a lodare la -violenza individuale; a riconoscere i tentativi violenti -di sommosse del passato non già come episodi -finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. -Siamo giunti perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -a descriverne i benefizi; quasi che fosse -lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E poi -ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece -di avere quelle qualità di ordine, di metodo, di -disciplina, senza di cui nessuna democrazia è durevole, -sia di sua natura faziosa. Abbiamo lodato il -regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo -le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di -sètte, di rivolte, e pretendiamo la disciplina e la -solidarietà; insegnamo una storia eroica, cioè una -storia di rivolte individuali, e ogni rivolta individuale -ci sorprende. -</p> - -<p> -Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, -che, se il fine è buono, sopprimere un re assoluto -sia bene e sopprimere un re costituzionale -sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, -ciò che è chiaro, ciò che è evidente. -</p> - -<p> -Quello che è più meraviglioso non è che l'unità -italiana si sia fatta, ma che si sia mantenuta. -</p> - -<p> -Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso -linguaggio. -</p> - -<p> -Ogni atto di creazione non si compie se non -con una violenza. Anche il pulcino che esce dall'ovo -fa come dicono i naturalisti, una piccola rivoluzione. -Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo -lento non è che un fatto continuativo, senza violenze -biologiche. Noi dobbiamo considerare la nostra -formazione come una necessità; non come un -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -metodo. Dobbiamo dire che l'Italia è stata la terra -degli eroi non perchè valesse molto, ma perchè -valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella -debolezza o nella indifferenza del grande numero, -hanno fatto ciò che tutti doveano. Ma le loro -opere non possono essere conservate e accresciute -e migliorate se non con una educazione progressiva. -Ogni atto di creazione è un atto di violenza: -ma è una fase, traversata la quale, bisogna che lo -sviluppo sia lento e continuo. -</p> - -<p> -Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione -l'uomo provvidenziale: ci dobbiamo convincere -che quest'uomo provvidenziale è in tutti, e -dobbiamo considerare gli altri uomini non già -come il mezzo, ma come lo scopo. -</p> - -<p> -L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un -uomo è dato far più che agli altri, non bisogna -nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei -grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso -agli altri, se si potessero trasportare da noi non farebbero -se non ciò che i nostri fanno: infatti essi -sono grandi perchè imperniano movimenti che in -realtà esistono. -</p> - -<p> -Questa contemplazione buddistica, per cui in -ogni partito ci asteniamo da ogni opera attiva di -bene e aspettiamo che venga l'uomo forte, l'uomo -provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa -immaginare, ed è il risultato della nostra concezione -eroica della storia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -</p> - -<p> -Le società umane in tanto valgono in quanto -valgono non alcuni uomini, ma tutti gli uomini che -le compongono. I popoli che prevalgono durevolmente -sono quelli di cui la educazione intellettuale e -materiale delle masse è più alta e dove la solidarietà -è più grande. Dove l'anima collettiva vibra di più, -dove più grande è l'unione, ivi la forza è maggiore. -</p> - -<p> -Pensate invece quale effetto deva avere sopra -menti incolte, in cui fermentano l'odio e la superstizione, -l'insegnamento che noi diamo. -</p> - -<p> -Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei -nostri padri, e noi già scriviamo con le opere nostre -la storia dei nostri figliuoli. Facciamo che -questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il -lavoro umano è sacro; che la violenza comunque -adoperata è male; infondiamo quel rispetto della -libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo; -evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che -il passato è più grande del presente. -</p> - -<p> -Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata -ciò che è ora: in quarant'anni di unità, di questa -unità che con le sue ingiustizie è sempre il nostro -più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo -realizzato progressi immensi. Noi non eravamo -nulla e noi siamo molto più ricchi; molto più -colti; molto migliori dei nostri padri. -</p> - -<p> -Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, -poichè la rassegnazione supina è dei deboli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -</p> - -<p> -Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi -e diciamo tutta la verità: l'Italia è stata la terra -degli eroi, perchè valea poco. -</p> - -<p> -Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, -il senso della loro responsabilità, quando sopra -tutto avremo combattuto i germi morbidi della -miseria e i fermenti della ignoranza; allora non -avremo più bisogno di eroi: potremo avere grandi -statisti, grandi tecnici, se occorrerà grandi strateghi, -non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo avuto, -finora. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p class="indl"> -<i>Signore, Signori</i>, -</p> - -<p> -Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno -tante volte ricordato, che il romanziere potente ha -divulgato. -</p> - -<p> -Nella notte che precedette la battaglia più decisiva -della guerra franco prussiana, l'esercito tedesco -e l'esercito francese non erano a grande distanza, -e nel campo francese in cui già le prime -disfatte aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano -le mosse del nemico con ansia indicibile. -Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano -una immensa voce. Nella notte fredda e solenne -tutti i soldati tedeschi pregavano insieme e cantavano -insieme il corale di Lutero. Era un canto -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza -comune e della vittoria immancabile. -</p> - -<p> -Quegli stessi soldati di Francia che si erano -mostrati arditi anche nella disfatta sentirono scendere -nell'anima come una nube di dolore e, più -che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono -che non lottavano già contro un esercito, ma -contro tutto un popolo, che avea un'anima sola. -</p> - -<p> -Troveremo anche noi questa grande parola di -unione? Sapremo noi abbandonare i nostri errori e -i nostri pregiudizi? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<h2 id="giornate">DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA -<span class="smaller">ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">POMPEO MOLMENTI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -No, signore e signori; questa volta i poeti non -esagerano. Brescia, con meraviglioso esempio di -virtù guerresca, dimostrò come non bugiardamente -Vincenzo Monti l'avesse chiamata -</p> - -<div class="poem"> -<p>Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.</p> -</div> - -<p> -E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano -valore, la poesia rispondeva ancora esattamente -all'austero giudizio della storia, quando l'Aleardi -cantava: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Brescia dai monti fertili di spade</p> -<p>Niobe guerriera de le mie contrade</p> -<p>Lïonessa d'Italia,</p> -</div> - -<p> -e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della -Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano, -esclamava: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Lieta del fato Brescia raccolsemi,</p> -<p>Brescia la forte, Brescia la ferrea,</p> -<p>Brescia leonessa d'Italia</p> -<p>Beverata nel sangue nemico.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -</p> - -<p> -V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia -contro lo straniero, breve lotta di soli dieci -giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con impavida -fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, -essere questa la più eroica pagina di quella sfortunata, -ma non inutile rivoluzione, la quale, or è -mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico d'Italia. -Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè -la patria, nei dì del dolore fortemente sofferto, -più santa appare che in quelli dell'esultanza. -</p> - -<p> -In quella impetuosa carica alla baionetta contro -lo straniero, che fu la rivoluzione del 1848, -Brescia si trovò subito in prima linea; e cacciata -la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, -fece sventolare la bandiera nazionale sul colle -Cidneo. -</p> - -<p> -La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì -in breve, e la tirannide straniera calò ancora -tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla sconfitta di -Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto -i soldati stranieri rientravano in Brescia. -</p> - -<p> -Tra inique persecuzioni e frequenti speranze -s'apriva il 1849. Alle fucilazioni, alle verghe, alle -prigionie, agli oltraggi, rispondeva torbido e cupo il -fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e -delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni -di patriotti. Gli animi trepidavano ancora di speranza, -guardando al vessillo tricolore, tuttora sventolante -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -su due città gloriose, Roma e Venezia, e al -Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere -conculcati diritti. -</p> - -<p> -Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto -lasciava Torino e si avviava verso la Lombardia. A -Brescia, ove metteva capo la cospirazione lombarda, -un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione. -</p> - -<p> -Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la -bella città, apparve, con una squadra d'armati, -araldo di libertà, il prete Boifava, anima di apostolo -e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo -di combattere per la patria. -</p> - -<p> -La fiamma vendicatrice divampa il giorno -23 marzo. Una nuova prepotenza delle soldataglie -straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga la guarnigione -austriaca, appena in tempo di chiudersi nel -Castello dominante, entro le mura la città. E dal Castello, -a mezzanotte, incomincia furioso il bombardamento. -Il fragor del cannone si diffonde lontano pei -campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti, -augusto segnale alle milizie del popolo, preparato -a disperate difese. -</p> - -<p> -Si ricorre a tutte le armi somministrate dal -furore, e il selciato, scomposto da uomini, da donne, -da fanciulli serve ad erigere barricate; con ostinazione -invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque -rischio, non ricusano qualsivoglia miseria -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -estrema, stanno pertinaci a distrugger sè stessi, -piuttosto di venire ad accordi con lo straniero. -</p> - -<p> -Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del -generale Nugent correvano su Brescia, ma, giunti -alle porte della città, trovarono animosi drappelli -guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare -che Brescia non era preda esposta nè facile, e non -le mancavano e petti e braccia e ostinata virtù di -resistere. Con impeto di prodezza eroica, i nostri ributtarono -i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore -imprudente non fosse stato trattenuto da Tito -Speri, capo improvvisato di gente raccogliticcia, ma -che aveva occhio di capitano esperimentato e non -ignorava le industrie e le precauzioni guerresche. -</p> - -<p> -Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore -contro i battaglioni del Nugent, il quale rivolto ai -parlamentari: -</p> - -<p> -«Entrerò in Brescia per amore o per forza.» -</p> - -<p> -A cui lo Speri: -</p> - -<p> -«Per forza, forse: per amore mai.» -</p> - -<p> -Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria. -</p> - -<p> -Con che dignità antica questa nobile figura di -patriota e di guerriero traversa i campi della morte! -Nella meravigliosa decade bresciana, Tito Speri -s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in -lui era sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e -l'amore, il sentimento e il pensiero. -</p> - -<p> -Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -gridando: «Guerra e morte» e al terribile -grido s'unirono in breve il rombo del cannone tedesco -e il martellare delle campane bresciane. -</p> - -<p> -Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, -ma alle cruenti perdite dei bresciani non furono -compenso quelle, benchè maggiori, del nemico, -ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente -ferito. -</p> - -<p> -Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna -italica s'era infranta a Novara. L'immane sventura -parve rinvigorire il coraggio. -</p> - -<p> -Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano -con alto fracasso, e i bresciani, privi di ripari, -si mostravano egualmente terribili ai nemici, giurando -ai loro morti onore di funerali di sangue. -</p> - -<p> -Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a -campo sotto Venezia assediata, fremeva di sdegno -apprendendo che, dopo sette giorni di lotta, le bene -agguerrite milizie imperiali non erano state ancor -capaci di aver ragione di una folla incomposta di -popolani male armati. Il feroce soldato prese un -subito divisamento: abbandonato il blocco di Venezia -corse a Brescia, e col favore della notte -penetrò nel Castello, insieme con molte milizie. -</p> - -<p> -Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo -austriaco, dallo sterrato del castello, guardò -dinanzi a sè, Brescia appariva superbamente bella, -quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro le -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, -quasi voce della città, palpitante di prodigiosa vita -e accesa da virtù indomabile. -</p> - -<p> -I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano -vigilanti alla custodia della patria. Tra un velo nebbioso -si vedevano appena le popolose borgate, i colli -fertili e incastellati, i ronchi sparsi di ville. Sotto -il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, -si scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride -pendici, e si estendeva misteriosa e indefinita -la pianura lombarda, sfumante via via nei cinerei -vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante -d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, -anche sotto il grigio cielo, dal sole della -libertà. -</p> - -<p> -Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati -nel bieco animo dello straniero? Ah! è solo nel -pensiero dei buoni che la bellezza e la giovinezza -della natura diventano belle e dolci del pari. -</p> - -<p> -Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio -animavano quel micidiale, il quale spediva -tosto un messaggio al Municipio, chiedendo senza -dimora la resa della città, minacciando saccheggi -e devastazione. -</p> - -<p> -Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva -col pericolo la fermezza del proposito generoso -e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a brandire -le armi, -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p> -No, Italia non vide mai un coraggio così determinato. -</p> - -<p> -Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca -che rispose: «l'ho partorito per questo» a chi -le annunziava morto in battaglia suo figlio: quante -bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti -combattere e ne sentirono orgoglio! -</p> - -<p> -Le campane tutte cominciarono a suonare a -stormo, e quando il cannone diede il segno, le soldatesche -si precipitarono fuori del Castello, e la città -fu investita da tutte le cinque porte. -</p> - -<p> -La procella del ferro e del fuoco imperversava -furiosa, la morte mieteva a Brescia il fiore de' suoi -prodi, dalle ruine fumanti s'alzava verso il popolo -una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, -ti salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava -ogni proposta di resa. -</p> - -<p> -Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò -alcuni battaglioni verso una piazza della città chiamata -dell'Albera «Termopili bresciana.» Qui la resistenza -fu più che umana. «Trentamila di questi -indemoniati bresciani per conquistar Parigi!» esclamò -Haynau, guardando dal Castello l'epica zuffa. -</p> - -<p> -Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli. -</p> - -<p> -Non un colpo andava in fallo. -</p> - -<p> -Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime -grida di vittoria, furiosi, accecati, deliranti. -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -apparivano, neri di polvere e stravolti, sull'alto dei -ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le -coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, -con gli occhi dilatati, iniettati di sangue, nei quali -scintillavano trucemente le pupille, correvano a furia -sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne il fiato. -</p> - -<p> -E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei -terribili combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, -confusi, cercarono scampo nella fuga, altri -conquisi da un invincibile timor pànico, da una -paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, -col fiato sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi -dallo stupore. -</p> - -<p> -Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno -sulla piazza dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca. -</p> - -<p> -Questa è vera gloria! -</p> - -<p> -Il maresciallo feroce, disperando piegare con le -armi l'invitta costanza dei bresciani, ordinò che con -acqua ragia e pece, si appiccasse il fuoco alle case, -così che in breve le tenebre furono lugubremente -illuminate dagli incendî. -</p> - -<p> -S'adunarono allora a consiglio i reggitori del -Comune e il Comitato di difesa. Il rovinìo delle -case, il crepitìo degli incendî, il tuonar dei moschetti, -il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce -ch'era follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca -si sarebbe voltata più feroce contro la città, -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -che l'arrendersi avrebbe risparmiato un nuovo spreco -di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il popolo -divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva -di voler combattere ancora. -</p> - -<p> -Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il -fato della moribonda libertà italiana! -</p> - -<p> -Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile -si rinnovò il combattimento, parve che Brescia non -fosse esausta da nove giorni di titanica lotta. -</p> - -<p> -Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva -lo spirito della battaglia, anco una volta balenarono -le vecchie milizie del dispotismo. Se non che nuove -artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e -dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, -schiacciarono con la potenza delle armi, non vinsero -i difensori di Brescia. -</p> - -<p> -Alcune parti della città presentarono allora uno -spettacolo da agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, -incendiarono, uccisero donne, vecchi, -bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri -eran chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. -Ingombravano le vie mucchi di cadaveri scorticati, -sbranati, sfracellati, masse informi di carni lacerate. -Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il -Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire -ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti, altre -volte scaraventarono teste di teneri bambini tra le -schiere bresciane. -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -Con altissimo scroscio cadevano le barricate, -passava la processione lugubre dei compagni portati -sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; -le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, -e il popolo con le armi alla gola, all'intimazione di -cedere, di sottoporsi, fieramente resisteva. -</p> - -<p> -Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, -e tra le fiamme degli incendi si combatteva ancora, -con un valore più forte della barbarie nemica. -</p> - -<p> -A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era -recato al Castello, per ispetrare il duro cuore di Haynau, -il generale austriaco, implacabilmente imperioso, -con lugubre ironia rispondeva che <i>nulla -d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini</i>. -</p> - -<p> -Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato -fra i superstiti? Fra i superstiti, che molti e -molti indomati eroi avevano bagnato del loro sangue -le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo. -</p> - -<p> -La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che -importano i nomi? Tutti erano pronti a morire -com'essi dicevano, <i>alla bresciana</i>. -</p> - -<p> -Ecco uno che squarciato il petto da una palla -cade dicendo: «Me fortunato, ho l'onore di morire -per primo sul campo di battaglia.» — «Ed io secondo» — rispondeva -un altro, cui la mitraglia dirompeva -gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, -rifiutava l'aiuto dei commilitoni, perchè non abbandonassero -il posto. — I ricordi son molti. -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei -suoi fasti alle sfortunate, ma eroiche prove di valore, -date dalla vecchia aristocrazia piemontese pochi -giorni prima, sugli infausti campi di Novara. -L'oscuro popolano bresciano, che, col cappello forato -da tre palle, si scaglia contro quattro austriaci, ne -uccide uno, manda in fuga gli altri e torna a' suoi -dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro -ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio -sinistro, e dopo aver scaricato col braccio destro il -fucile cade gridando: «Viva! mi resta un braccio -per la spada!» non sono forse pari nella virtù e -nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San -Martino, che, alla Bicocca, colpito a morte, stramazza -di cavallo, dicendo a Carlo Alberto: «Ora -il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, -che levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva -il Re»? È in tutti questi prodi un comune lignaggio, -che ha per motto di famiglia: <i>patria e valore</i>. -Haynau, passato alla storia col marchio del sangue -sopra la fronte, impose a Brescia duri patti, che -dovettero essere accettati dai reggitori della città. -Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto della -l'esistenza disperata nel sangue. -</p> - -<p> -Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle -resistere tino all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori -per incrudelire dovunque e per iniquamente -violare i patti della resa. -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -Testimonianze irrefragabili parlano degli orrori -della soldataglia, d'incendi, di fucilazioni, di violenze: -narrano di cittadini inermi bastonati, martoriati, -d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, -d'altri ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano -come nè l'età, nè il sesso imponesser pietà, -essendosi trovati donne e vecchi laceri di ferite, -bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul -suolo, trapassati dalle baionette e lasciati là, fra -orrendi contorcimenti, sotto gli occhi materni. Quelle -belve umane entrate in un collegio di fanciulli, ne -sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato -il fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto -gli occhi della madre massacrarono un giovane epilettico. -Un prete, uscito di città, per cercar notizie -della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso -vivo un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti -giovanette stuprate e scannato un nipote: un -vecchio venerando, trapassato dalle baionette, per -non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: -un popolano, Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso -con uno de' suoi carnefici. Oh! esecrazione! Non resiste -più l'animo a queste scelleraggini nefande, il -cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare -il cuore con fremiti di sangue. -</p> - -<p> -Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva -strangolata la libertà bresciana, e, fra la tirannia -militaresca e la violenza ladra dei barbari, la scettica -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -e vile Europa guardava indifferente. Ma quei morti -tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di -resurrezione. -</p> - -<p> -Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava -l'Italia della sua eroica virtù, aveva raccolto -dalla propria storia e al sangue de' suoi martiri -aveva confidato il diritto che dentro alla sacra -cerchia delle Alpi e del mare, la patria non dovea -essere contaminata da straniero dominio. -</p> - -<p> -Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, -con impudenza soldatesca, pensò assicurare la obbedienza -col terrore, col sospetto, con l'arbitrio, e la -Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro -paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo -grande altezza d'illusioni e speranze in orrende -calamità. La baldanza soldatesca del Radetzky non -obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali avrebbero -voluto porre un freno all'imperio della spada. -Ma non erano smarriti gli animi e gli intelletti degli -italiani, non tutte spente le speranze, e la nazione -imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, e, -ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia -a ritentare la prova, ad affermare la libertà -e la patria con la meditazione, con l'opera, con la -parola, con il sangue. -</p> - -<p> -Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di -patriottismo, e le società segrete, prendendo inspirazione -dal comitato nazionale, istituito a Londra -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare -in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva -l'ira soldatesca dello straniero, ordinavasi un comitato -di patriotti, di cui era anima Enrico Tazzoli, -sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia soffocava -le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni -con le bastonature, con le confische dei patrimoni, -con le multe, con gli esigli, con la violazione -della legge comune e dei trattati. Le persecuzioni -accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il -seme di libertà. -</p> - -<p> -La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico -popolano Sciesa, milanese, fucilato il 2 agosto 1851. -Lo seguono nella morte gloriosa il comasco Dottesio -strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato -a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, -sugli spalti di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, -lo Zambelli, il Canal, il Poma, il Grazioli, il -Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il patibolo, -furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, -poi mandati a scontare il delitto d'amare la -patria nelle prigioni boeme. -</p> - -<p> -Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, -ove le burrasche mondane romoreggiano, come -il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva sicura, ci -appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa -fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci -giornate di Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -Quel pallido fantasma non è accompagnato -da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La -notte precedente al supplizio, l'eroico giovane, il -quale abbandonava la vita a ventotto anni, scriveva -una lettera ad Alberto Cavalletto, che non si può -leggere senza profonda commozione, «Nella mia -vita — così egli scrive — ho qualche volta gustato -delle gioie, ma te lo assicuro, in confronto a -quelle che provo in questi momenti, esse non furono -che miserabile fango. La mia gioia al pensiero che -fra poco andrò a morire per la patria, è così viva, -così intensa, che se gl'Italiani potessero averne -un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo -stesso ardente entusiasmo, i martiri della Chiesa -primitiva andavano a morire per la religione. Oggi, -dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che -ci diedero una patria, sembrano così distanti da -noi, quelle audacie magnanime sembrano così lontane -da questi giorni, in cui ogni senso di patria -poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di -vanità, dalla pratica operosità, che converte l'anima -in denaro. Ma allora la patria era veramente una -religione, la quale insegnava la nobiltà del morire -per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della -virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva -dal cuore: virtù di religione, esercitata per amore -all'invincibile sentimento dell'eterno bello, dell'eterno -giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che, -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e -lo sentiva, e lo misurava, e lo sopportava; virtù di -sacrifizio, che facea serenamente rifiutare la vita per -la patria adorata. -</p> - -<p> -Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, -poteva domare gli animi, anelanti a libertà. -</p> - -<p> -Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i -profughi delle provincie oppresse e li adoperava -come cittadini. Le lettere nella Lombardia e nella -Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, che -aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio -contro lo straniero, continuavano ad armare -le menti al conquisto della libertà. -</p> - -<p> -Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino -era anche più grande della mente acuta del -ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il -concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava -nella monarchia di Savoia, compiendo una -delle più belle rivoluzioni della storia. -</p> - -<p> -Ormai s'era creato in Europa il convincimento -che l'Austria avrebbe comandato in Italia ancora -per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù di sacrifizi, -di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di -costituirsi in nazione indipendente. -</p> - -<p> -L'Austria allora, cui più che la vergogna delle -sue inique oppressioni cuoceva la riprovazione di -tutte le nazioni civili per le sue forme di governo, -pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più -umana. «No, noi non domandiamo all'Austria — esclamava -Daniele Manin, l'esule magnanimo — che -sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo -che se ne vada; noi non sappiamo che farci -della sua umanità e del suo liberalismo, e solo vogliamo -esser padroni in casa nostra!» -</p> - -<p> -Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie -celasse l'antica ferocia, provò la nuova forca -rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu appeso, inclito -martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi -di Sebastopoli, unita ai vessilli dei più forti popoli -dell'Occidente. Dopo la guerra di Russia, nel Congresso -di Parigi, la causa italiana fu dichiarata -solennemente d'interesse europeo, raccomandata al -tribunale supremo della civiltà cristiana, e il conte -di Cavour arditamente proclamava che l'<i>Austria in -Italia era stata sempre attendata</i>. -</p> - -<p> -Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, -e precorreva, con l'ansia del desiderio, gli eventi. -</p> - -<p> -E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro -della penisola, commosse, non molto dopo, i popoli, -all'annunzio che la Francia, la gloriosa sorella latina, -dava la mano all'Italia per rialzarsi e per -iscuotere i danni e le onte del servaggio! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<p> -Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio -Emanuele e Napoleone III si mettono a capo dei -loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi <i>Cacciatori -delle Alpi</i>. Il 20 maggio, gli austriaci toccano -dalle armi franco-piemontesi la prima sconfitta -in Lombardia, a Montebello; il 30 sono fugati -a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi, -il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il -27 a Como. -</p> - -<p> -Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, -e i francesi vincono il nemico a Magenta; l'8 a -Melegnano. In questo stesso giorno Vittorio e -Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico -delle popolazioni redente. -</p> - -<p> -Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso -il Mincio, dove, ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è -concentrato l'esercito austriaco, riordinato, rafforzato -da fresche e numerose milizie, sotto il comando -supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. -Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, -seguìto, dopo due giorni, da Napoleone. Il nemico -è vicino: al di là del Mincio, il quadrilatero -formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli -eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' -ardua la partita. All'austriaco, vinto nelle precedenti -battaglie, ma sempre superiore di numero, parevano -sorridere probabilità di vittoria. -</p> - -<p> -Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -di gente, un richiedersi ansioso fra i cittadini, -un'agitazione piena di speranze e di trepidazioni. -Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo -del cannone. A poche miglia da Brescia si decide -delle sorti d'Italia. -</p> - -<p> -Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, -riprendendo l'offensiva, aveva fatto ripassare il -Mincio al suo esercito. Nè i franco-piemontesi, nè -gli austriaci credevano incontrarsi così presto, e -nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia. -</p> - -<p> -I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno -contro l'altro, su quel terreno, che sta fra il Chiese -e il Mincio, e da una parte ha per confine il Lago -di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura mantovana. -</p> - -<p> -Erano centosessantatre mila gli austriaci, con -688 pezzi di cannone, e si spiegavano su circa -trenta chilometri, con la destra appoggiata al Lago -di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui -s'ergono Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la -pianura di Mantova. -</p> - -<p> -Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi -d'artiglieria, gli alleati. -</p> - -<p> -I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le -forti posizioni montagnose, che dal Lago di Garda -vanno digradando alla pianura, mentre da Lonato -e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -di altre guerre napoleoniche, si distendevano fino -alla pianura di Mantova i corpi d'esercito francese, -comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal Mac-Mahon, -dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare -con grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto -sostennero con uguale tenacia. -</p> - -<p> -Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile -nel centro, a Solferino, dove Napoleone III, -con prontezza di concetto degna del grande zio, -comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là -veramente stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, -atroce, e vano per molte ore l'evento, superando -gli austriaci di numero e di costanza, i francesi -d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, -l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le -armi di Francia vincevano ovunque. -</p> - -<p> -Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, -dove i Piemontesi s'erano trovati di fronte ad -uno dei corpi austriaci più formidabili, sotto la -condotta di un generale valentissimo, il Benedeck. -</p> - -<p> -Il combattimento era cominciato alle sette del -mattino, e i nostri si avanzavano verso Pozzolengo. -Avevano potuto conquistare le importantissime posizioni -di San Martino e della Madonna della Scoperta, -ma assaliti dal nemico numeroso, furono, -dopo breve ma aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco -dai nostri, ma slegato, senz'ordine, mandando -alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile valore, -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -parecchie volte s'impadronirono delle alture e -parecchie volte ne furono respinti. Gli austriaci occupavano -fortemente San Martino e Madonna della -Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo -secondo colle, mentre il generale Mollard, più -valoroso soldato che abile condottiero, attaccava -San Martino e vinceva. Ma un vigoroso contrattacco -non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. -Non era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava -i suoi e restava di contro alle posizioni nemiche -aspettando nuove e fresche milizie, mostrando -di esser pronto a ritentare la prova, mentre -il Benedeck raccoglieva il suo esercito sull'altura -di San Martino, non osando scendere a soccorrere -Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di -Francia. -</p> - -<p> -Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon -riuscirono ad occupare Solferino, gli austriaci dovettero -abbandonare la Madonna della Scoperta, presto -occupata dal generale Durando. -</p> - -<p> -Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, -dove più terribile era il pericolo, con l'angoscia -nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo con -buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, -mantenevasi saldo sulle cime di San Martino e dei -prossimi poggi. Al valore delle armi italiane non -voleva sorridere la fortuna. Più che il destino premeva -al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -egli allora al La Marmora di mettersi a capo di due -divisioni, le univa a quelle del Mollard, e stava per -tentare un generale furibondo assalto, quando scoppiò -uno spaventevole uragano. La battaglia rimase -tronca, essendo impossibile ai soldati, per la furia -del vento, accompagnato da violenta grandine, non -che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, dalle -rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini -alle offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. -Invano le artiglierie nemiche fulminavano quelle -schiere di valorosi, che procedevano serrati, terribili -all'aspetto. Scoppiò un grido: <i>Savoia</i>, da migliaia -di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, -e i soldati d'Italia piombarono terribili all'assalto. -Ma non meno terribili le difese. È un combattere -asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le baionette, -con le sciabole, con le daghe, con i calci -del fucile, con i sassi, co' pugni, con le unghie, -co' denti. Piega finalmente la fortuna in favore -d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri -acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, -dove più ostinata era stata la resistenza del Benedeck, -è presa. Gli austriaci sono cacciati giù dalla -china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! -Viva il Re!» -</p> - -<p> -Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane -salutavano la vittoria, su quei campi dove giacevano -uccisi mille seicento ventidue francesi, seicento -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -novantuno italiani, duemila trecento ottantasei austriaci; -feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, -tra i francesi, tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi -1258; tra gli austriaci 10,634 e 9290 scomparsi -e dispersi.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> -</p> - -<p> -L'unico e santo intento di tanto sangue versato -era vicino a raggiungersi. Ancora una battaglia sotto -Verona e l'opera era compiuta, la giustizia era fatta. -</p> - -<p> -A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come -folgore, la pace di Villafranca. -</p> - -<p> -Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione -abbian potuto le notizie di Germania, la -quale nelle vittorie francesi vedeva un pericolo e -una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la -guerra sul Reno. -</p> - -<p> -Parve per un momento dovesse l'Italia cedere -per sempre al destino avverso. Sulle fulgide -glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e -San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva -come un velo funereo. Angoscie e lagrime scoppiarono -irrefrenate nel Veneto, condannato ancora al -servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati -alle prime aure di libertà i più felici fratelli della -Lombardia, della Toscana, dell'Emilia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -</p> - -<p> -Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i -capitoli della pace di Villafranca, questi non si potè -trattenere dall'esclamare: «Povera Italia!» Ed -avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello -che sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» -rispose Vittorio Emanuele «che tutti faremo il nostro -dovere.» E lo fecero. -</p> - -<p> -Il conte di Cavour, il quale in un memorando -colloquio con Vittorio Emanuele, voleva che il Re -respingesse sdegnosamente la pace, si dimise da ministro -e al Farini, che annunziava da Modena la sua -risolutezza di resistere anche a costo della vita, al -ritorno del Duca, egli scriveva: «Il ministro è morto, -l'amico applaude alla risoluzione che avete presa.» -</p> - -<p> -Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso -conte di Cavour, che al principe Girolamo Bonaparte -scriveva: «Bénie soit la paix de Villafranca.» -</p> - -<p> -Sacra antiveggenza del genio! -</p> - -<p> -Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, -avrebbe bensì resa libera Venezia e costituito -un forte regno nell'alta Italia, ma avrebbe resa onnipotente -nella penisola la supremazia francese, la -quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, -cacciati per virtù di popolo. -</p> - -<p> -Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento -delle menti italiane, e il concetto dell'unità -italiana era rinnovato dagli avvenimenti. -</p> - -<p> -Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -magnanimo ardimento del Re guerriero, il quale, -invece d'essere la coscienza e il braccio della rivoluzione, -avrebbe dovuto rispettare i patti imposti -dalla Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, -potuto Garibaldi, l'epico cavaliere, rovesciare, con -l'aiuto del Piemonte, con il concorso dell'Inghilterra, -il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio. -Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso -al Cavour di far parlare l'anima sua entusiasta -di cittadino più alto dello spirito prudente e chiuso -del diplomatico. Senza la pace di Villafranca finalmente, -non avrebbero potuto gli uomini migliori -della penisola far risuonare insieme al grido augusto -di libertà il tuo santo nome, o Italia! -</p> - -<p> -Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva -fra le ribadite catene, Napoli e Sicilia fremevano -sotto un giogo abominato, ma restava sempre una -grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor -della patria, — reso più tenace, più forte dal -dolore delle infrante illusioni. Sì, l'amor della patria, -sfavillante più puro nella luce del sacrificio, si ergeva -ancora fidente, con tutte le sue forze, sino all'ultimo -suo fine, in tutti i suoi modi. -</p> - -<p> -Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano -maggiormente accesi lo spirito di sacrificio e l'energia -del bene, s'era fatta più stretta quella santa unione -d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea condurre -l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -<i>Italia e Vittorio Emanuele</i> fu il grido, che -risuonò in ogni parte della penisola, unendo i -fratelli, chiamando gli avversari alla pugna, facendo -dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi -regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le -zolle d'Italia rosseggiarono di sangue italiano, a -preparare il trionfo del Re. I plebisciti confermarono -le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 s'aperse -il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio -Emanuele II, fu, per legge, proclamato Re -d'Italia. -</p> - -<p> -Così, o signori, in questi grandi avvenimenti -della storia gli uomini che credono dirigerli sono da -essi trascinati, e nel fondo del quadro vi è l'eroe -oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed -è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia -e s'impone. Gl'Italiani erano maturi pel -grande riscatto nazionale. -</p> - -<p> -Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori -e più alti intendimenti, divisare un'Italia distribuita -in nuovi regni, ma omai la coscienza del -popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini -che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, -Garibaldi, Ricasoli, Farini, Minghetti ed altri -spiriti magni di cotale grandezza, erano così degni -d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque -tradimento della politica si sarebbe trovato il modo -di torcerlo a favore della unità nazionale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si -Sarebbe fatta all'ora voluta dalla storia con lui, senza -di lui, o contro di lui. Arrestatosi al Mincio, il dolore -della delusione fece prorompere anche più impetuoso -il bisogno della unità in un popolo come -il nostro, rappresentato da statisti come i nostri, i -quali in certi momenti accoppiarono le doti degli -eroi con quelle dei più fini diplomatici. Il Cavour, -nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, -è un eroe che dimentica i doveri del ministro verso -il suo Re. Il Garibaldi, che sulle balze del Tirolo sa -fermarsi e obbedire, è un politico istantaneo, che -lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E -di tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi -accorgimenti santi aveva bisogno la patria per unirsi, -anche quando pareva che il cielo e la terra, il papa -e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione. -E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, -nelle quali nè la nazione, nè gli uomini che la dirigevano -commisero errori, quando pareva che tutti -i grandi della nostra storia si alzassero dai loro sepolcri -per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere -più indulgenti verso le presenti miserie e meno -pessimisti. -</p> - -<p> -Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma -neppure i languori, gli errori, le colpe dei contemporanei -ci tolgono la fede che nei giorni di supremo -pericolo non si troverebbero le energie del '59 e -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -del '60. Poichè, o signori, è contrario alla legge -della continuità storica, che un popolo il quale, quaranta -anni or sono, era composto tutto di veggenti, -di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato -soltanto di queruli, di critici e di mediocri. -</p> - -<p> -Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo -l'antica grandezza. -</p> - -<p> -Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli -antichi fervori. -</p> - -<p> -La responsabilità maggiore di quest'ora opaca -che si attraversa è nella piccolezza degli uomini -politici, ma, fuori della vita politica, nelle industrie, -nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia -del '59 e del '60. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -</p> - -<h2 id="galantuomo">IL RE GALANTUOMO -<span class="smaller">(1849-1859)</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">DOMENICO OLIVA</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: -sulla sua anima di re e di patriota, l'armistizio Salasco, -l'ultima ed inutile difesa di Milano, le scene -di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran -state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano -come ricordi d'oltraggi e di sangue. -</p> - -<p> -Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, -non doma, pareva pronta alla riscossa: -Venezia si teneva libera e si difendeva dall'Austria, -e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si -accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: -erano in tempesta Toscana, Romagna, Roma, -dilaniate da fosche e basse discordie civili, ma non -vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il -popolo di quelle contrade favellava pure sempre di -libertà e aspettava: la Sicilia, insorta in armi, sfidava -il nemico. Era tramontata l'età poetica: non -più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, -se non a vincere, si anelava a morire, a porre sulla -strada della reazione trionfante un'Italia sanguinosa -e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo -incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti -lontani. -</p> - -<p> -Questa, in generale, la condizione morale e materiale -della patria: volgiamo lo sguardo alle condizioni -particolari del regno subalpino. Mai, io penso, -un re e un popolo affrontarono tanto male un -grande cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, -nella incipiente e tristissima primavera del -1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano ogni -sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro -che dovevano combattere, gli uni affermavano -che il Re era tradito, gli altri che il Re era traditore: -prezzo del tradimento, l'onore, la sicurezza, la -libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano -la sedizione! Nessuno credeva, la Camera -urlava, i ministri non sapevano, il capo supremo -dell'esercito era uno straniero ignoto, cui era ignoto -persino il suono della nostra lingua; i soldati erano -numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, -non esercitati o stanchi, non agguerriti, non ordinati: -l'aristocrazia pronta al sagrificio, ma nauseata -della demagogia o imperante o prossima ad imperare, -il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante, -incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -non parata ad affrontare e a sostenere le nuove. -Tentavasi così di vincere il vecchio maresciallo Radetzky, -chiaritosi l'anno innanzi strenuo e possente -capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente -difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre -si accampava, certo della vittoria, coi suoi veterani -al confine piemontese. Breve sogno e fallace: -Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra -destra fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto -Novara, minacciati d'essere avvolti e separati dalla -metropoli subalpina, come lo eravamo da Alessandria -e da Genova. -</p> - -<p> -E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e -parve che appunto in quelle ch'erano ore estreme -di agonia, la nostra fortuna stranamente potesse risorgere: -le schiere affrante, stanche, già percorse -dalla indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, -sentirono che nei cuori e nelle braccia stava per -risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri, artiglieri, -ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e -impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, -colla punta della spada rivolta al nemico, -respinsero i formidabili assalti degli austriaci, li assalirono -a loro volta, e ripetutamente li fugarono: -lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, -chiesto, implorato, supplicato dal duca di Genova, -avrebbe fatto forse di Novara una vittoria italiana -e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico -a combattere, tutte le forze imperiali, richiamate, -giunsero sul campo: cadevano i nostri generali, gli -artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, minuta, -incessante snervava i combattenti, l'aria era -grigia e tetra e poi scendeva rapida la sera sui vinti -che gridando al tradimento abbandonavano le ordinanze, -sui gregari che non ascoltavano più la voce -dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed -armi fratricide e mani rapaci e voglie bestiali si -agitavano furiosamente nell'ombra, fra un coro d'imprecazioni, -di grida paurose e di bestemmie. -</p> - -<p> -Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando -senza profferir parola, senza muover ciglio, la palla -liberatrice. Non poteva uccidersi, perchè cristiano; -poteva morire, perchè soldato, per la mano incosciente -ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero -a forza. Si riebbe, chiese patti al vincitore: -gli risposero con imposizioni dolorose e vergognose. -E subito si determinò a quel sacrificio che, nell'ammirazione -e nella gratitudine di noi nepoti, tanto -e tanto innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, -i figli, i generali, il ministro Cadorna, quanti eran -con lui, amici nella cattiva fortuna, in una sala del -palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che -rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza -italiana, io mi sono votato con tutta l'anima mia: -per essa volli esposta ad ogni rischio di guerra la -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle -arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è -per sempre perduta. Comprendo essere oggi la mia -persona d'impedimento a conchiudere la pace diventata -indispensabile; pace che d'altronde io non potrei -sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta -la fortuna di morire sul campo, non mi resta, per -la salute del mio paese, che deporre questa corona -che posi al cimento per la libertà della patria. Io -non sono più vostro Re, o signori, il vostro Re da -questo momento è Vittorio, mio figlio.» E, fatto cenno -al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, gli pose la -mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando -quasi un antico rito di consacrazione, che -la grandezza della sventura e gli uomini e l'ora facevano -solenne. Poi strinse il figlio al cuore e lungamente, -poi abbracciò il secondogenito e ad uno -ad uno, tutti gli astanti, su cui più che la riverenza -potè l'intensa commozione, e non ebbero freno le -lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori, -batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida -dei feriti e dei morenti. -</p> - -<p> -Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che -non doveva più rivedere e al suo segretario: al -nuovo Re disse brevi parole, che così chiuse: «Sopra -tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.» -</p> - -<p> -E partì verso la morte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava -il regno d'un giovane, che il popolo e l'esercito -conoscevano solamente pel suo valore sul campo -di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non -era che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: -ma le fantasie in quei tempi eran malate e nei soldati, -vinti, non si aveva più fede. Lo dicevano impaziente, -lo affermava qualcuno conscio degli errori -compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente -comanda,» avrebbe gridato un giorno in un -impeto di sdegno; e v'era chi gli attribuiva qualche -buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi -uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno -osava dire una parola. -</p> - -<p> -Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli -e lo stese di suo pugno. «Fatali avvenimenti, la -volontà del veneratissimo genitore mi chiamano assai -prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, -fra le quali prendo le redini del governo, -sono tali che senza il più efficace concorso di tutti, -difficilmente potrei compiere l'unico mio voto, la -salvezza della patria comune. I destini delle nazioni -si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe -tutta la sua opera. A questo debito noi non abbiamo -fallito. -</p> - -<p> -Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della -pubblica fortuna, di consolidare le istituzioni costituzionali. -A questa impresa scongiuro tutti i miei -popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, -ed attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto, -fiducia.» -</p> - -<p> -Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky -vuol conferire con lui e gli va incontro, da -Momo, verso la fattoria di Vignale. Percorreva la -strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i -pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati -sbandati, qualche carro di feriti e costoro non -lo salutavano che con un grido ch'era un lamento: -«Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il vecchio -Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo -volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano -la tarda età e gli acciacchi, e gli fu mestieri -d'aiuto. Quando fu accanto al Re, desiderò abbracciarlo -e gli rammentò che amava con tenerezza paterna -la regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido -e terribile, si faceva bonario, diceva sorridente -di gioie domestiche, cercava cattivarsi l'animo del -giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete -esser mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io -sono un vincitore e voi siete un vinto: se ascolterete -me sarete come un vincitore, e questo vostro regno -oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido -e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -perchè ora posso tutto. Volete la tutela delle mie armi? -Sono vostre. Sudditi ribelli, nemici esterni -nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a -questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della -vostra Casa hanno imposto a vostro padre: innalzate -ancora l'antica, che fu rispettata e temuta e gloriosa, -simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i perfidi -consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate -a quelli che fecero i primi anni del suo regno -così sicuri e prosperi. Nessun sagrificio domando a -voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. Ascoltate un -vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete -giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti -per conoscervi e per amarvi, vi uniscono vincoli -di sangue, contiguità di territorii, l'interessamento -di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato -e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria -oggi sa divinare come un tempo e sosterrà le legittime -ambizioni della casa di Savoia. Non volete? Ci -volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente -patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete -solo, fra le passioni irruenti dei partiti, abbandonato -da noi e da tutti i principi italiani. Che dico -italiani? Da tutti i principi europei. Che ha fatto per -voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro -piccolo trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete -un giorno l'aiuto nostro, sarà tardi certamente. -Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro destino.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo -il Re «ho giurato come principe, sto per giurare -come Sovrano: ho combattuto per l'Italia e non pochi -italiani hanno combattuto al mio fianco. Non -posso dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio -tradire nessuno. Sono a capo d'uno stato indipendente, -e tale voglio sia per l'avvenire. Mi rassegno -alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri -non tratto alcun componimento e giudice dei miei -doveri sono io solo e li compirò, qualunque cosa -compierli dovesse costare a me. A voi vengo per stipulare -una tregua, non per stringere alleanza, per -guadagnare terre, per crescermi di potenza.» -</p> - -<p> -E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò -sempre; negò e nel vecchio si facevano strada meraviglia -e rispetto, e quasi la sensazione indefinita -che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo -capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, -le parole di lui chiare e sicure, quell'anima che gli -si palesava tutta e che pareva ed era tanto maggiore -della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, -l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne -verso la gente italiana. Contro volontà stava volontà: -quella vinceva più vigorosa ed ardita, quella -che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra -piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, -l'altra per cui si curvava il tempo mortale. -</p> - -<p> -In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -per la prima volta l'uomo che l'Italia aveva a -lungo invocato. -</p> - -<p> -Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia -che ne siano uscite cose grandi? Un attimo -d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci -avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: -Vittorio Emanuele incontrava deliberatamente il -maresciallo Radetzky, come un Re e un italiano -doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto -lo aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun -consiglio, nessuna esperienza; teneva luogo d'ogni -altra cosa la generosa voce del sangue e l'amore -della patria. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: -«M'ha compreso il generale nemico, mi comprenderanno -i miei: io reco loro la bandiera salva, -il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per -vivere e per rincominciare.» -</p> - -<p> -Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte -nel principe di Carignano, che gli reca un messaggio -della Regina: e la lettera diceva la esaltazione, -la esacerbazione degli animi, la confusione -dell'idee e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento -degli altri, le ire dei partigiani, le cupide -voglie, quanto di morboso si sollevava nella metropoli -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -piemontese. La Camera aveva udito leggere -da Domenico Buffa una lettera del Cadorna, annunziatrice -del disastro e dell'abdicazione di Carlo -Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, -votato al re martire un monumento nazionale; -ma poi si perdeva in mezzo alle recriminazioni, alle -accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più disperati. -</p> - -<p> -Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento -di fedeltà allo Statuto, e mentre traversa lo -spazio che sta fra la reggia e il Palazzo Madama, -ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e -la milizia cittadina in armi; non un grido ascolta, -non un viso benevolo scorge, appena gli si rivolge -qualche saluto, i più lo guardano senza parlare, -senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra -nell'aula, sale sul trono, senatori e deputati si levano -in piedi, nessuno applaude e pare che sulle -labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il -benvenuto che si dà sempre ai Sovrani. -</p> - -<p> -Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la -fede sua negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento -dovrà compendiare tutta la sua vita. Silenzio -profondo: non lo acclamano, non lo intendono. -Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco -non piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai -duro, mentre consacrava la sua esistenza al suo popolo -e alle più alte idealità del nostro tempo, mentr'era -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita -libera, indipendenza del Regno, non essere accolto -a braccia aperte, a cuori aperti, circondato da quella -fiducia di tutti, senza la quale era impossibile accingersi -all'opera, nell'opera perseverare, l'opera compiere. -</p> - -<p> -Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, -Ceppi, Montezemolo, Lanza, Rattazzi e Mellana, -eletti dalla Camera per fargli omaggio. E liberamente -esprime il suo forte rincrescimento, con -parole tutte vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare -i prevenuti, a persuadere i peritanti, ad -inspirare il coraggio di rispondere franchi a chi si -esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio -quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e -gli manifestano il desiderio che l'armistizio sia revocato, -così replica: «Lor signori deplorano tutto -questo ed io lo deploro più di loro: loro desidererebbero -che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse -in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano -solamente un quarantamila buoni soldati, ed io domani -rompo l'armistizio e vado a cacciare gli austriaci -nel Ticino.» Mentre così diceva, gli fiammeggiavano -gli occhi. Uscirono i deputati dalla -Reggia rispettosi, ammirando la ingenua fierezza -del giovane principe, che veramente li meravigliò -come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, -più avveduto degli altri, Urbano Rattazzi -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -forse pensava al futuro primo ministro d'un tal Re -e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re -si votò con devozione profonda, prima segreta, poi -manifesta. Ma tornati che furono a Palazzo Carignano, -eccoli travolti tra la bufera che v'imperversa: -e una bufera pareva trascinasse tutto il -paese a ruina ed estrema. Insorgeva Genova, gridando -una strana ed effimera repubblica; più non -erano finanze, più non era esercito, più non esisteva -senso di dovere civile, e il nuovo ministero, -creato dopo la catastrofe, si accoglieva dalla Camera -ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del -Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in -assisa militare, colle sue decorazioni e il presidente -fra le risa di tutti (colle risa si sfogava l'ira) dice: -</p> - -<p> -— Vorrei sapere chi è quel signore! -</p> - -<p> -— <i>Je suis Delaunay, lieutenant-général.</i> -</p> - -<p> -— Va bene: e in che qualità Ella viene fra -di noi? -</p> - -<p> -— <i>En qualité de président des ministres da -Roi Victor-Emmanuel.</i> — -</p> - -<p> -E poi vòlto alla Camera: -</p> - -<p> -— Messieurs.... — egli incomincia. -</p> - -<p> -— Un momento — interrompe il presidente — mi -domandi prima la parola. — -</p> - -<p> -E qui nuove risa e ogni sorta di atti di -scherno. -</p> - -<p> -Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -dell'Interno, sale alla tribuna per leggere i -patti dell'armistizio. «Morte ai traditori!» s'urla -d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo -guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste -furie fu necessità disciogliere la Camera, convocarne -un'altra e discioglierla di nuovo, dopo poche -sedute, che per primo atto aveva eletto a suo -presidente Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, -cui il Re era stato largo di perdono. «Ma -se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva -«essi non dovevano dimenticare.» E fu necessità -cangiare il primo ministro, vincere lo riluttanze, -le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo, -spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il -potere. E l'assunse, inviso ai reazionari che odiavano -il gran signore originale e democratico, -l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, -il giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese -ch'era lombardo a Milano, toscano a Firenze, -romano a Roma, italiano dovunque; inviso -ai rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato -a non dar tregua nessuna alla demagogia, -a far politica di conservatore, a fare quella pace -coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere -l'era delle agitazioni, il periodo dell'anarchia -in cui era caduto lo Stato, e che si voleva continuasse. -</p> - -<p> -La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -ad aprirsi la via, e un avvenimento doloroso rivelò -quale fosse il sentimento del popolo, assai diverso, -come spesso accade, da quello che s'agitava negli -uomini della politica. -</p> - -<p> -Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri -affidare il reggimento della cosa pubblica al duca -di Genova, e forte sgomento, forte dolore penetrò -nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele -come se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, -stesse per piombare sulla patria. S'intuì che la -salvezza e la fortuna del Regno eran cose collegate -strettamente alla salute e alla vita del Re. Già -cominciava a penetrare nei piemontesi e nelle altre -genti italiane il pensiero che Vittorio Emanuele era -un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva -minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente -questo esser solo, il grande argomento per cui -le speranze sorgevano e andavano a lui. Ovunque i -principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano -al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, -anzi lo imploravano, chiusi tutti nelle rinnovate -consuetudini d'una tirannide stolta e paurosa, -certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio -di nazionalità non potesse più risorgere. Ed -egli invece, stava <i>solo</i> al posto che aveva eletto, a -capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra un trono -mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e -voleva mantenere i giuramenti, affermando ch'era -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -principe italiano e che la sua era bandiera italiana, -non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli anzi animosamente -con una grande lealtà di parole e di -azione unita a una grande e incrollabile fermezza. -</p> - -<p> -Ma mentre appariva questo principio di giustizia -nella opinione dei più, si stimò necessario un ultimo -atto e solenne per significare il pensiero dei Re e -provocare un'indubbia manifestazione del popolo. -Con modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma -legittimato da quella reverenza e da quell'affetto che -per tradizione più volte secolare, i popoli subalpini -nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla -condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava -il Regno, legittimato dai pericoli esterni ed interni -che parevano minacciare e minacciavano la -Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro, -con parola amorevole e severa, un atto di buona e -patriottica volontà. «Ho promesso salvare la Nazione -dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il -nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. -Questa promessa, questo giuramento lo -adempio disciogliendo una Camera diventata impossibile: -li adempio convocandone un'altra immediatamente: -ma se il paese, se gli elettori mi negano -il loro concorso, non su me ricadrà oramai la -responsabilità del futuro e dei disordini che potessero -avvenire; non avranno a dolersi di me, ma -avranno a dolersi di loro.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -</p> - -<p> -Queste parole e le altre che parvero di colore -oscuro, scritte nel proclama di Moncalieri, agitarono -profondamente gli animi già agitati di quel -tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava? -Poichè ormai si comincia anche fra noi -a formare una leggenda intorno agli avvenimenti -primordiali del risorgimento nostro, dice codesta -leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri -sarebbe stato grande e fulmineo. Le testimonianze -che si possono raccogliere affermano invece il contrario: -fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria -immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore -cessò e la gente incominciò a ragionare: a -poco a poco si comprese che si era veramente -giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente, -energicamente ritirarsi: si comprese che -il Re, pure iniziando un grande movimento di conservazione, -rimetteva alla coscienza del popolo il -giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione -intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, -che incominciava ad amare il Re finalmente -lo intese e come doveva rispose. -</p> - -<p> -La nuova Camera sorse appunto colla missione -di chiudere la triste istoria del passato e di preparare -il futuro. Si era salvi: e la salvezza parve -opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato -la Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti -supremi d'angoscia, chi aveva creduto quando -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -nessuno più credeva, chi non aveva disperato mentre -tutti disperavano? -</p> - -<p> -Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso -d'un Regno, cui il destino apparecchiava tante glorie -e tanti trionfi: pure è illuminato da una poesia -triste e virile, e se poi, per effetto di grandi -avvenimenti, il Re parve più grande, mai fu grande -veramente come in questi primi istanti di cimento -e di pericolo, nei quali fu mestieri che il giovane -principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta -quella fermezza, tutta quella lucida conoscenza e -degli uomini e delle cose che solamente gli anni e -le prove e l'esperienze e anche gli errori insegnano, -ma che in lui, per fortuna della nostra patria, -erano natura. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu -una vigilia operosa, lieta, fortunata, nè la storia -conosce sin qui un periodo che le si possa paragonare -pur da lontano: il piccolo Regno trascorre -da audacia in audacia, sorgono nello Stato intelletti -poderosi, anime gagliarde, si preparano e si -compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, il -parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione -sempre crescente, dell'ammirazione di -tutta Europa: si aspetta, si teme, si spera dovunque -alla vigilia d'un discorso della Corona: le -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -parole che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio -o Camillo di Cavour, provocano le polemiche -della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, le -manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le -dimostrazioni dei popoli, le note, le proteste, le -lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i biasimi, i rancori, -le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato piemontese -che assume il diritto di parlare in nome -d'Italia al cospetto di tutti i popoli, e l'Austria -possente d'armi, orgogliosa di vittorie, ordinata -mirabilmente come strumento di minaccia e di repressione, -diventa lo spettacolo più drammatico e -più bello che si sia mai rappresentato sulla scena -del mondo. Formidabile partita, formidabile in -quanto le forze sono enormemente sproporzionate, -in quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare -stia per rovesciarsi contro l'altro per distruggerlo, -per schiacciarlo, mentre quello che pare più debole -non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. -Pare il Piemonte si faccia ad ogni istante -più forte e più temerario, nel fervore e nell'emozione -della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza -avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono -atti virili, sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le -immagini di quel tempo, e non vedrete che un ondeggiare -festoso di bandiere al vento e sotto il -sole, e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche -di gioia, mentre fra i silenzi profondi delle -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -altre regioni italiane, tutti si volgono tacitamente -sperando verso la Reggia di Torino e salutano e -aspettano. -</p> - -<p> -Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il -Re cacciatore, il Re soldato, il Re giovane e robusto, -il Re che scende fra la folla, parla e scherza nel -dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie -montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, -com'è l'idolo dei soldati e degli operai. È Re -sul trono, talvolta severo, talvolta terribile, e il suo -sguardo sdegnato è di quelli che non si possono sopportare: -ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza -dei modi e delle parole avvince i cuori, persuade -le coscienze, supera gli ostacoli, appiana le difficoltà, -rompe gl'indugi, fa tutto quello che vuole. Il ministro -ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno, -è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» -gli dice o gli scrive: lo ha avuto al suo fianco nei -gravissimi giorni delle prime prove, lo vorrebbe -sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto -della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore -(e quanto!) del denaro, galante colle signore, -anima di soldato, che si mette a capo della forza -armata, vestito da colonnello di cavalleria per reprimere -una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere -Camillo di Cavour e pone sull'avviso l'amico: -<i>l'empio rivale</i>, come lo chiamerà poi il d'Azeglio, -batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -tempo» dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone -a lui, consenzienti gli altri ministri, come ministro -di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai suoi -consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non -ho difficoltà a nominarlo, ma questo signore li manderà -via tutti.» Si divide con rincrescimento e -dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva -battezzato <i>Re galantuomo</i>. — Massimo gli disse un -giorno: «Ve ne sono stati così pochi nella storia di re -galantuomini, che sarebbe veramente bello cominciare -la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare il -Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra -Maestà ha giurato fede allo Statuto, ha pensato all'Italia, -non al Piemonte; continuiamo di questo -passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto -un re quanto un individuo oscuro non hanno che -una sola parola e che a quella si deve stare.» Il Re -pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il -mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: -«Abbiamo il Re galantuomo.» -</p> - -<p> -Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una -certa indolenza, di un certo signorile scetticismo -che governavano il d'Azeglio, specialmente nelle -faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro -di Agricoltura e Commercio, ministro delle -Finanze e reggeva di fatto la presidenza del Consiglio. -Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di mala voglia -e di rado correva alla pronta risoluzione d'un -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -dibattito, il Cavour sempre stava sulla breccia e -d'ogni questione indovinava l'aspetto politico e sopra -ogni questione esprimeva quello che gli altri -credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era -pensiero suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano -prima meravigliati, poi impacciati, e in fine -non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa; spirito -indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le -combinazioni della politica, a tutte le necessità d'ordine -parlamentare, cercando, finché gli riusciva, di -procedere di conserva cogli altri ministri, ma spesso -facendo a suo modo, con una scioltezza e una -strana libertà di azione, che facevano di lui il collega -pili simpatico e insieme più incomodo che -fosse al mondo. -</p> - -<p> -La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di -già suonata, e il Re comprese a tempo che l'uomo -era necessario a lui, al Piemonte, all'Italia. E gli -serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di Villafranca. -Camillo di Cavour circondava il Re d'un -rispetto profondo, e, così grande com'era, desiderava -piuttosto apparire l'inspirato che l'inspiratore -ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo -è che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento -passionale e le parole correvano a fiotti -e s'agitava e fremeva, e, distratto per eccellenza, -d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole -elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -ed ardente del Re subito si vinceva, e si rammentava -che il Re era la prima e fondamentale condizione -della sua politica. -</p> - -<p> -E che cosa fosse veramente il Re mostrarono -le lotte fra lo Stato e la Chiesa, che talvolta ebbero -un'acutezza quasi inesplicabile per noi: la -Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte -quello che sopportava tranquillamente, anzi riconosceva -in tutti gli altri Stati civili: non voleva sapere -nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè di -matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni -religiose; e la coscienza cristiana del Re soffriva -fieri assalti; s'agitavano nell'ombra confessori -e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie -regine supplicavano «<i>Ma mère et ma femme</i>» -scriveva il Re «<i>me font dire qu'elles se meurent -de chagrin à cause de moi: vous comprenez le -plaisir que cela me fait.</i>» E muoiono a pochi -giorni di distanza e muore il duca di Genova, il -forte capitano che pareva predestinato a condurci -alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto -possono comprendere che grandezza d'animo era -necessaria per resistere a così terribili e replicati -colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi sacerdoti -osavano dire che questi erano castighi di -Dio! Ma altro Dio era quello di Vittorio Emanuele, -Dio di giustizia e di verità, di cui adorava i decreti, -sempre ascoltando l'austera voce del dovere -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -che gli favellava nell'animo. Anche questa volta -vinse, anche questa prova vinse, e con lui fu vittorioso -Camillo di Cavour, l'inspiratore e l'autore -della grande politica nazionale e liberale, che tanto -innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa. -</p> - -<p> -E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, -i marziali eroismi, la causa d'Italia per la -prima volta sostenuta in faccia ai rappresentanti -delle potenze di questo mondo, in faccia al rappresentante -dell'Austria dalla parola del grande ministro: -avemmo un esercito, un'amministrazione, -una diplomazia, fiorirono industrie e commerci, -s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del -Cenisio e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne -la guerra all'Austria coli' alleanza francese. -Il Re annunzia di non essere insensibile al grido -di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso -di lui, e, quando l'ora sta per suonare, ritraendosi -Napoleone III dalle sue promesse per maligno influsso -di cortigiani e per naturale e quasi morbosa -incertezza d'animo, egli grida che farà come suo -padre e rinunzierà alla corona e diventerà puramente -e semplicemente <i>Monsù Savoia</i> e diventerà -repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo sperato -errore, e dopo lunga provocazione provoca a -sua volta noi. Il feldmaresciallo Giulay, duce supremo -dell'esercito austriaco in Italia, manda alle -sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p> -«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde -abbassare per la terza volta l'albagia del Piemonte -e snidare dal loro covo i fanatici sovvertitori della -quiete generale d'Europa.» -</p> - -<p> -E il Re scrive al Cavour: -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p class="indl"> -«Caro Cavour, -</p> - -<p> -«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione -di guerra. Credo che di conferenze non si discorrerà -più. Sono pieno d'ira! La prego di mandare -in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone -così concepito: <i>Ti comunico l'ordine del -giorno dato all'esercito austriaco dall'Imperatore: -fa' le opportune riflessioni.</i> Caro Cavour, mi scriva -qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.» -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'<i>ultimatum</i>: -la Camera si riunisce in tornata -straordinaria, il Cavour propone siano dati al Re -pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine -del resoconto ufficiale, ma di cui a tant'anni di -distanza, indoviniamo tutta la potenza, tutta la -commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, -chi può essere miglior custode della nostra libertà? -Chi più degno di questa prova di fiducia della Nazione? -Egli, il cui nome dieci anni di regno fecero -sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre -alto e fermo il vessillo tricolore italiano, egli -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -che ora si apparecchia a combattere per la libertà -e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo Carignano, -traversando la folla che gridava freneticamente -«Viva il Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata -dall'ultima Camera piemontese, la prossima -sarà quella della Camera del Regno d'Italia.» -</p> - -<p> -E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a -Palestro sulle schiere austriache, invano rattenuto -dagli zuavi francesi, e lo videro a San Martino guidare -le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca -tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno -di sdegno e d'amarezza, egli restò al suo posto, -fidente nella stella che i suoi avi avevano atteso, e -che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. -Lo videro poi trionfante le città della penisola, -Milano, Parma, Modena e questa gloriosa Firenze -e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: -e mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia -e Roma, il parlamento italiano lo consacrava Re -d'Italia. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo -più bello della nostra storia: nulla è mancato a -noi: nè il genio degli statisti, nè la virtù dei guerrieri, -nè la sapienza civile, nè la maravigliosa concordia, -nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo -aveva divinato nelle stupende pagine del <i>Rinnovamento</i> -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -Vincenzo Gioberti, lo aveva compreso Daniele -Manin convertito, mentre la sventura lo -assaliva e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia -nazionale; lo aveva intuito Giuseppe Garibaldi -che innalzò il grido «Italia e Vittorio Emanuele» -col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande -capitolo: e di fronte a questo, gli altri appaiono o -scialbi piccoli o cattivi. Tutte l'energie che l'Italia -aveva accumulate in secoli di dolore si sprigionarono -d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno -conosceva. Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, -ove non apparisse il protagonista, l'eroe che -seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì per -tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi -fondarono Stati: egli fondò una Nazione: ecco la -parola della sua gloria: ecco perchè questa gloria è -immortale. -</p> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTA: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span><i>Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie -1859, rédigée au dépôt de la guerre d'après les documents -officiels étant directeur le général Blondel.</i> Paris, -Imprimerie Impériale, 1863.</p> -</div> -</div> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><a href="#federazione">Federazione e Unità</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#eroi">Gli eroi della Rivoluzione</a></td> <td class="pag">41</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#giornate">Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia di San Martino</a></td> <td class="pag">75</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#galantuomo">Il Re galantuomo</a></td> <td class="pag">105</td> - </tr> -</table> -<hr /> - -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I *** - -***** This file should be named 51526-h.htm or 51526-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51526/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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