summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/51526-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/51526-0.txt')
-rw-r--r--old/51526-0.txt3372
1 files changed, 0 insertions, 3372 deletions
diff --git a/old/51526-0.txt b/old/51526-0.txt
deleted file mode 100644
index 375a4ea..0000000
--- a/old/51526-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,3372 +0,0 @@
-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I
- Quarta serie - Storia
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51526]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1849-1861)
-
- QUARTA SERIE
-
-
- I.
-
- STORIA
-
-
- Federazione e Unità ERNESTO MASI.
- Gli eroi della Rivoluzione FRANCESCO S. NITTI.
- Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia
- di San Martino POMPEO MOLMENTI.
- Il Re galantuomo DOMENICO OLIVA.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- LIBRAI-EDITORI
- 1901
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-
- _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33
-
-
-
-
-FEDERAZIONE E UNITÀ
-
-CONFERENZA DI ERNESTO MASI.
-
-
-Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento
-dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce
-sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore
-quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono
-accolte.
-
-Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo
-articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori
-il titolo di Re d'Italia».
-
-Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva
-nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova
-èra incomincia!»
-
-E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi
-nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei
-momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_;
-momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel
-presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni
-dell'avvenire.
-
-«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti
-abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo
-portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno
-le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero
-mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di
-Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla
-canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella
-fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero
-le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le
-nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo;
-qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono
-l'Italia!_»
-
-Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di
-leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca);
-enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta:
-il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di
-gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la
-presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi
-avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi
-e Mazzini.... Peccato!
-
-Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario
-del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata
-un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare.
-Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,»
-rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma
-mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli
-ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il
-governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo
-del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel
-Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei
-grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita».
-Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare
-l'unità nazionale spetta al governo del Re.
-
-E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle
-iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche
-e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa
-stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il
-più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era
-egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe
-potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte
-di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora?
-
-Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel
-momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così
-poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si
-potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era
-stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi
-tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica
-dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana
-con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da
-un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco.
-
-Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per
-molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita
-altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita
-dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante,
-cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del
-Conte di Cavour.
-
-Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto
-discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal
-1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha
-avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento
-dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti
-a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi
-vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per
-oggi basta! —
-
-Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour
-abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo
-_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo
-quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è
-la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non
-fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove?
-La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno
-appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa
-italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario
-lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri.
-Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita
-italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli
-di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere
-più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era
-principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti
-all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima
-d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle
-incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a
-Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani.
-L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha
-notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma
-sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il
-Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non
-soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri
-uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui,
-non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua
-mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo
-spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che
-gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso
-anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte
-di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica,
-che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po'
-appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle
-forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari
-politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si
-cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il
-Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario,
-ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde
-usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di
-squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia
-liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un
-personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo
-indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario
-politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento
-Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività
-mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una
-provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine
-di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo
-per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al
-principe nell'opera di cui ragiono.»
-
-Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità
-così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur
-quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne
-sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità
-generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse
-l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom,
-uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si
-proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile,
-ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del
-possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma
-il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli
-altri uomini!»
-
-Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di
-pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del
-Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione
-italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia
-e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di
-federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei
-quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente
-dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo
-di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a
-tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a
-sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo,
-su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da
-farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni
-spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col
-brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle.
-
-Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile
-trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi
-e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma
-spaventevole anche quattordici anni dopo?
-
-Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di
-egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua
-mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide.
-Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande
-inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua
-forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime:
-l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla
-Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione
-pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della
-sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia,
-nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di
-stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il
-maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità
-dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di
-mestiere, era solita d'aggiustar piena fede.
-
-Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo
-Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di
-cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non
-è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele
-Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità
-e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi
-risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di
-Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso
-in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme
-col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel
-programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_
-del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato
-solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta
-a questa grande trasformazione.
-
-«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno
-maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà
-lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno
-crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma
-prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò
-interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro
-e dirò: non lo conosco».
-
-Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro
-il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società
-Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte,
-come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu
-pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non
-adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli
-adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma:
-«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione
-politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia
-le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia,
-offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso
-dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo
-straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre
-alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene.
-
-Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente
-altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi
-alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la
-guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la
-presidenza del Papa.
-
-E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A
-buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono
-_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a
-Villafranca uscì l'unità italiana.
-
-Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri
-molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte
-di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica
-tradizione di tutta la storia italiana».
-
-Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po'
-passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli
-d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima;
-alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale
-o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva
-invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a
-nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859
-poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e
-questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito?
-Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere
-pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi
-guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare
-il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti
-della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi
-offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne
-esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea,
-italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il
-modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere,
-che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito
-diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando
-diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a
-volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della
-nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo
-savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la
-civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori
-fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in
-scienza così credenzoni, in religione così intolleranti.
-
-Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno
-alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una
-tradizione federale.
-
-Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano)
-oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze,
-che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi
-diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni
-italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua
-conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare
-della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza
-ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla,
-perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la
-penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla
-salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione.
-Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di
-popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo
-esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di
-fatto si compì col formarsi dello stato di Roma.
-
-Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici,
-uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè
-lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto
-del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei
-soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un
-sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio
-intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè
-federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la
-quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come
-sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti
-Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un
-progressivo avviarsi alla dittatura.
-
-Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale
-del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le
-grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a
-cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men
-vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè
-il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma
-non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma
-del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li
-unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente
-le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In
-Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei
-Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però)
-dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il
-Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie
-nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così
-remote cagioni.
-
-Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi,
-i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma
-Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e
-potesse attecchire uno Stato unificatore.
-
-Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di
-carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai
-grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna
-azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo
-ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al
-Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni
-straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo
-VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a
-gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo
-II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non
-l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo
-e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano
-mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la
-Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista
-delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non
-è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero
-guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante,
-tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e
-tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà
-nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli
-seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera
-tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica,
-che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie
-d'un forte Stato unitario!!
-
-Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù
-operativa e di tanta gloria nell'età dei principati.
-
-E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria,
-forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai
-l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per
-l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda
-preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile
-federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e
-dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui
-il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non
-pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero
-i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si
-valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora
-l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un
-grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza
-e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata,
-nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè
-in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe
-umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e
-quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne
-furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o
-il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi
-prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel
-secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi
-un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione
-di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto
-un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione
-di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No.
-Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della
-Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si
-trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze
-straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti
-scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi,
-Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia.
-Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa
-dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè
-unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli
-stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e
-sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più
-a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa
-o quella regione, vale a dire o che sia libera
-
-Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a
-discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno
-Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri,
-cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma,
-nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà
-d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della
-sua.
-
-Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè
-unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna
-fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi,
-francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino
-ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e
-spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima
-che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati
-un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di
-quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e
-la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli
-stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non
-rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva
-nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma
-non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe
-dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per
-concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni
-unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti
-in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie
-saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno
-che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per
-le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili.
-
-Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle
-visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare
-per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di
-qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva
-ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii
-dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche
-barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto
-cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno
-essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual
-maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la
-realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle
-profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire
-una tradizione storica?
-
-L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato,
-unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è
-difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse
-mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e
-finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo
-e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve
-essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani.
-
-Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità
-italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua
-italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile
-della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là
-dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè
-finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini
-geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico,
-egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace,
-quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse
-abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la
-pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare
-che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua
-Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso
-non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che
-
-Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo.
-Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro
-consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per
-lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì
-la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della
-nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale
-è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza
-cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine
-eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il
-perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel
-suo tempo.
-
-Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni,
-dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare
-peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema
-politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi,
-ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino
-e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli,
-finisce esso pure nell'idillico:
-
- Io vo gridando: pace, pace, pace;
-
-il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e
-Caino.
-
-Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi,
-abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non
-contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria,
-superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al
-collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a
-furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non
-comprenderli e svisarli del tutto.
-
-Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si
-oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei,
-quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari
-accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del
-Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il
-personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che
-con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che
-occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il
-concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni
-considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un
-personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha
-per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui
-giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino
-in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà
-quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia
-medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella
-della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo,
-i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte,
-il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in
-cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione
-dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta,
-in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e
-di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello
-cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione
-feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque
-pur di lontano accennasse ad una impresa italiana.
-
-In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo
-II di Savoia canti in un sonetto:
-
- Italia, Italia, il tuo soccorso è nato;
-
-che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento
-patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi
-nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo
-ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano.
-Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi
-fra il 1860 e il 1870?
-
-Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore
-o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo
-principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle
-porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di
-Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa.
-Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta
-Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza
-la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta
-uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il
-che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre
-più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli
-che alcuna loro virtù».
-
-Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la
-tradizione unitaria o federale.
-
-Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però
-un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli
-mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale,
-e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso;
-non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico
-pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del
-Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì,
-nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due
-uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo.
-
-Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele
-Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle
-Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con
-una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due
-contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini
-sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi
-quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e
-l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi
-in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta
-unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per
-essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e
-gli oroscopi che le predicono:
-
- La tua stirpe dall'Alpi native
- Scender deve cogli anni e col Po,
-
-bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre
-secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che
-la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere
-stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di
-questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore;
-bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle
-insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità
-delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la
-direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud
-della penisola.
-
-Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia
-stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini,
-repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla
-repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a
-questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di
-Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione
-e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole:
-«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_».
-
-Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente
-alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè
-unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta
-nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa
-in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti,
-soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della
-sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra
-moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito
-di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già
-rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore,
-che sono i veri precursori!
-
-La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è
-sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi,
-ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille
-diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per
-settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo.
-
-Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi
-di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate
-ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce
-per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una
-continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana)
-verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani
-francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il
-contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti)
-il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia
-e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti
-dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma
-per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli
-animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non
-bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la
-Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia
-degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad
-avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero.
-
-Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli
-altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica,
-quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del
-1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49.
-
-Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia
-d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per
-opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo
-Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente
-tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche
-all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna
-i nostri tentativi rivoluzionari.
-
-Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro,
-dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti.
-L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno
-napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.
-
-Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare
-compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le
-abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di
-quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.
-
-Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà
-è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega
-doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica,
-con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si
-trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione,
-dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma,
-al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in
-Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.
-
-La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene,
-secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno
-di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma
-l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che
-aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu
-sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere
-soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini
-si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella
-Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione
-piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese
-Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che
-per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non
-si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo
-nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della
-sua tragica fine.
-
-Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta,
-seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il
-grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno
-degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il
-sistema federale monarchico finisce per sempre così.
-
-Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del
-Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo,
-mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del
-Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo
-Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in
-campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa
-di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.
-
-Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di
-questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.
-
-Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi
-vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo
-incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema
-unitario repubblicano.
-
-Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè
-esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe
-Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno,
-questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella
-terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non
-altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!
-
-A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere
-altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità
-nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato
-con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour,
-gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in
-antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate
-tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.
-
-Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando
-colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie
-indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono
-irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed
-impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in
-Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.
-
-Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe
-Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari
-e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che
-strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti
-partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana,
-ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una
-fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci
-avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.
-
-Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente
-all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi
-e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in
-verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti
-della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano
-gli altri, nè gli altri loro.
-
-«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari,
-«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e
-di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima
-novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di
-Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del
-tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto
-mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che
-dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del
-mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in
-un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora
-infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante
-delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e
-delle speranze, che cadono ad una ad una».
-
-Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici
-della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne
-staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e
-apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole
-ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di
-Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al
-punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della
-nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.
-
-
-
-
-GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE
-
-CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI
-
-
- _L'Italia è la terra degli Eroi._
-
-
-Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma
-nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo
-e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si
-chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?
-
-La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è
-un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni,
-di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario
-molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca,
-l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei
-piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione
-francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e
-nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la
-tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore
-interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa
-fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che
-soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo.
-
-E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non
-c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi:
-essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette
-insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i
-Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e
-i nostri.
-
-La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei
-fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si
-emancipa per mezzo degli eroi.
-
-«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale,
-la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la
-storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono
-gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la
-massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte
-le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore
-materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri,
-che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe
-giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.»
-
-Non vi è niente di meno vero.
-
-Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono
-stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli
-determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di
-sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non
-possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli
-l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime
-doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India
-o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata
-uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto
-biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di
-milioni di uomini passati da allora per il mondo.
-
-Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque
-qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i
-quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una
-minoranza più audace e più forte.
-
-La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata,
-rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della
-descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie
-terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense
-montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita
-degli uomini meno importanti.
-
-Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura:
-pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie
-in cui viviamo.
-
-«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo
-viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi,
-dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha
-traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai
-sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo,
-perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un
-cataclisma.»
-
-Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia
-collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di
-cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.
-
-È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci
-la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono
-grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e
-perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.
-
-L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e
-dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.
-
-Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una
-specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento
-difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche
-adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo
-sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se
-avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi,
-e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.
-
-Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto
-che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico
-Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle
-teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali
-riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non
-riesce nè meno a concepire.
-
-In questo senso vi sono gli eroi.
-
-Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna,
-vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi
-speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle,
-egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di
-rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro
-è sempre un eroe.
-
-Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male:
-cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà
-moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande
-depressione.
-
-L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero
-fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque
-l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese
-depresso.
-
-Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il
-sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero
-degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella
-Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna!
-Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo
-che vince o vincerà soggiacciono!
-
-Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la
-coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non
-ha eroi.
-
-Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono
-per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa
-disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata
-e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era
-sempre immensa.
-
-Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno
-ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile.
-
-Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il
-vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini
-marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe
-Moltke?
-
-Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia
-scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che
-guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra.
-
-Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà
-è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri,
-politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi.
-
-L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non
-avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli
-fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso.
-
-I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di
-sviluppo e di solidarietà.
-
-L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero
-di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora
-noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano
-pure gli abissi.
-
-E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale,
-dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura
-stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e
-sperare nella riuscita di essi.
-
- *
- * *
-
-La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno
-conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così
-inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi
-come quelli di Ruffo e di Garibaldi.
-
-Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza
-colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati,
-pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne
-avessimo conosciuti gli attori.
-
-Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto
-a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la
-libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime,
-tante se ne son tentate!
-
-In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi
-gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno
-imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti!
-
-Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo
-finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse
-lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo
-ora sì come Garibaldi.
-
-Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime
-eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria,
-poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia
-circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice.
-
-Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece
-con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era
-fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino
-al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui
-assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di
-Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane.
-
-In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi
-posteriori.
-
-Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga
-fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli
-a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata
-proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato
-nella Sicilia.
-
-Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte,
-pareva quasi disperato.
-
-Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che
-nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito,
-che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava
-non era uomo d'armi.
-
-Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia
-e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi
-fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il
-primo nucleo del suo esercito.
-
-Il suo piano era semplice.
-
-Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi
-medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della
-monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia:
-i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe
-tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino.
-
-Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione.
-
-Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore
-del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un
-eroe.
-
-Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non
-avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a
-riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno?
-
-Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di
-parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa
-per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse
-l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci
-parrebbe quasi un uomo divino.
-
-Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva
-riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano
-predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non
-avea quasi nessuno seco, contare su altri?
-
-Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che
-avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno
-sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I
-un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta
-sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per
-conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di
-cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con
-_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel
-male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso
-predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere
-un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e
-non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale
-Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata
-a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli
-si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per
-riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per
-riescire.
-
-Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe
-raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo.
-
-Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che
-importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un
-eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi
-inverosimile per la causa in cui credeva.
-
-Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla
-riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più
-grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante
-volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali!
-
-Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni
-non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una
-cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono
-borbonico?
-
-Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di
-seguire il piano di Ruffo per una causa opposta!
-
-Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco;
-furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia
-pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali.
-
-Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere
-per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il
-viaggio trionfale del prelato reazionario!
-
-L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai
-rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo
-straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi
-rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale.
-
-Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia,
-che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti
-facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi.
-
-La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da
-una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri
-di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio,
-non si conoscono nemmeno.
-
-Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono
-strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima
-del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla
-costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime.
-
-Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono
-recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!
-
-Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella
-indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per
-inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non
-conobbero tutte le difficoltà.
-
-Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi,
-le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella
-di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani
-s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che
-avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì.
-
-Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio
-della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come
-alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo
-servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari,
-essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli
-in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e
-di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che
-decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme
-a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno
-sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare
-le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme
-tutto il regno di Napoli.
-
-Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera
-partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento
-di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio
-Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri
-concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per
-utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e
-saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i
-petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza,
-della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.»
-
-Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza
-di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella
-cui essi si avventuravano.
-
-La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa
-calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era
-tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono
-all'arrivo.
-
-Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche
-nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro
-arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la
-indifferenza.
-
-Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda
-religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui
-parecchi morirono, dovettero arrendersi.
-
-Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio,
-in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della
-rivolta.
-
-Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi,
-di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le
-gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi
-il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a
-Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava:
-
- Bevve la terra italica
- Del vostro sangue l'onda,
- E piova più feconda
- Giammai non penetrò.
-
-La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi
-anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata
-e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto
-confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni.
-
-Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che
-non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed
-è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice.
-
-Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si
-basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di
-tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile,
-per la ingenuità con cui fu compiuto.
-
-Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni
-di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il
-tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò
-che fece che per ciò che si proponeva di fare.
-
-Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e
-importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile
-famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea
-combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio;
-era esule a Genova nel 1857.
-
-Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici
-delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare
-sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di
-congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a
-capo di esercito numeroso e ribelle.
-
-L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di
-Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le
-distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale.
-
-Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che
-allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma
-nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si
-manifesta sinceramente anarchico.
-
-Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e
-si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini
-abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e
-sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste,
-in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro
-l'ordine naturale delle cose.
-
-Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa
-sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle
-anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i
-violenti.
-
-Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la
-concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera
-di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai
-fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano
-scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira.
-
-«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza
-popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le
-istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio.
-Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece
-più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete,
-gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il
-suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser
-libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle
-concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal
-bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se
-la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità
-per giudicare degli uomini e dei loro concetti?»
-
-Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano
-per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune;
-abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della
-produzione.
-
-Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le
-difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani;
-come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle
-difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli
-uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare
-a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di
-rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza
-commozione.
-
-Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto
-combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso
-irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la
-spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.
-
-La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena
-coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.
-
-E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il
-suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono
-leggere senza emozione profonda.
-
-Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo
-da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane
-dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me
-non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere
-una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia
-ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio
-di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il
-reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che
-la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte
-fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la
-rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro,
-che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo
-è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il
-popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà
-libero.»
-
-La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono
-che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese
-è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero
-questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai;
-invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di
-cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia
-parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe
-immediatamente gigante.»
-
-Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore
-e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non
-ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo,
-e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il
-plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto,
-ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita
-consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo
-i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto
-di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo
-non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di
-pensarlo.»
-
-Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano
-incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio
-paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse;
-la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro,
-e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di
-partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse
-chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea.
-Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera
-quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana;
-combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione
-italiana.
-
-«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo
-che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita.
-Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della
-mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno
-cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun
-bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria
-trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.»
-
-La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane
-andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in
-certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale
-andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il
-quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche
-non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti
-degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere
-chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società.
-Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema
-politico e i difensori del sistema economico?
-
-Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu
-ideata e con quali mezzi.
-
-Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte
-incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo
-dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò
-a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia
-Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così
-scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano
-della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati
-politici e riunì in tutto 323 uomini.
-
-Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e
-tentativi di rivolta nelle province.
-
-La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non
-trovò quasi nulla.
-
-Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo
-e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera
-eterna.
-
-Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e
-i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che
-indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano?
-
-Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa
-porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e
-della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro
-la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri?
-
-Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare.
-
-Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole
-pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così
-giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di
-morte traversando quel paesaggio di malinconia.
-
-L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in
-moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini,
-quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie.
-Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe
-reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi,
-lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa
-duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei
-boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli
-uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste
-con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in
-gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed
-egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in
-pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era
-per essi uno straniero? era un nemico?
-
-Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande:
-della spedizione di Garibaldi.
-
-Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di
-Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno,
-in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione.
-
-Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne
-ignori la quasi leggendaria fortuna.
-
-Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in
-Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed
-entrava in Napoli da trionfatore.
-
-Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso
-riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila
-soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano
-così deboli mezzi.
-
-Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima
-la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche
-allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e
-dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia
-stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario?
-
-Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove
-le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici,
-in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi
-dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un
-eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini
-morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del
-sentimento che fu il movimento per l'unità!
-
-Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e
-sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che
-nessuno ricorderà più!
-
-L'Italia è stata veramente la terra degli eroi.
-
-Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta
-di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli
-eroi.
-
-Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente,
-noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza.
-
-Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi?
-
-Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità
-individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava
-quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri
-paesi più educati, o più fortunati.
-
-Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle
-grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva.
-Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza
-individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini.
-
-Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi
-siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini
-può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un
-popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è
-già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo
-ancora le antiche illusioni.
-
-Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli
-eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere
-i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi
-finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti
-perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi;
-quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E
-poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere
-quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui
-nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo
-lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo
-le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte,
-e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia
-eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta
-individuale ci sorprende.
-
-Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il
-fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re
-costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò
-che è chiaro, ciò che è evidente.
-
-Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta,
-ma che si sia mantenuta.
-
-Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio.
-
-Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche
-il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola
-rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un
-fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare
-la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo
-dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto,
-ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza
-o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti
-doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute
-e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di
-creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale,
-bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo.
-
-Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo
-provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale
-è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il
-mezzo, ma come lo scopo.
-
-L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che
-agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei
-grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se
-si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri
-fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in
-realtà esistono.
-
-Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo
-da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte,
-l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare,
-ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.
-
-Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni
-uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono
-durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale
-delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima
-collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è
-maggiore.
-
-Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui
-fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo.
-
-Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi
-già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli.
-Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro
-umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo
-quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo;
-evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più
-grande del presente.
-
-Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in
-quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è
-sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo
-realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto
-più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri.
-
-Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione
-supina è dei deboli.
-
-Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità:
-l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco.
-
-Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della
-loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi
-morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo
-più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se
-occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo
-avuto, finora.
-
-
- _Signore, Signori_,
-
-Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato,
-che il romanziere potente ha divulgato.
-
-Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra
-franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano
-a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte
-aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico
-con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano
-una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi
-pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto
-eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della
-vittoria immancabile.
-
-Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche
-nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e,
-più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non
-lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea
-un'anima sola.
-
-Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi
-abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi?
-
-
-
-
-DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO
-
-CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.
-
-
-No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia,
-con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non
-bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata
-
- Ricca d'onor, di ferro e di coraggio.
-
-E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia
-rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando
-l'Aleardi cantava:
-
- Brescia dai monti fertili di spade
- Niobe guerriera de le mie contrade
- Lïonessa d'Italia,
-
-e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra
-le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava:
-
- Lieta del fato Brescia raccolsemi,
- Brescia la forte, Brescia la ferrea,
- Brescia leonessa d'Italia
- Beverata nel sangue nemico.
-
-V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero,
-breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con
-impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa
-la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione,
-la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico
-d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria,
-nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli
-dell'esultanza.
-
-In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che
-fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e
-cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare
-la bandiera nazionale sul colle Cidneo.
-
-La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la
-tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla
-sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i
-soldati stranieri rientravano in Brescia.
-
-Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle
-fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva
-torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e
-delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti.
-Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo
-tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia,
-e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati
-diritti.
-
-Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si
-avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione
-lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione.
-
-Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve,
-con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di
-apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere
-per la patria.
-
-La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza
-delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga
-la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello
-dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte,
-incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde
-lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti,
-augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese.
-
-Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato,
-scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate;
-con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque
-rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a
-distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero.
-
-Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent
-correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono
-animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare
-che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti
-e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica,
-i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore
-imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato
-di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato
-e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche.
-
-Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del
-Nugent, il quale rivolto ai parlamentari:
-
-«Entrerò in Brescia per amore o per forza.»
-
-A cui lo Speri:
-
-«Per forza, forse: per amore mai.»
-
-Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.
-
-Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero
-traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana,
-Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era
-sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il
-pensiero.
-
-Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra
-e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone
-tedesco e il martellare delle campane bresciane.
-
-Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti
-perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del
-nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.
-
-Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a
-Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.
-
-Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso,
-e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai
-nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.
-
-Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia
-assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di
-lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor
-capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati.
-Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di
-Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello,
-insieme con molte milizie.
-
-Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco,
-dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva
-superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro
-le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della
-città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile.
-
-I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla
-custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le
-popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di
-ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si
-scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si
-estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via
-nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante
-d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio
-cielo, dal sole della libertà.
-
-Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello
-straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la
-giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari.
-
-Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel
-micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo
-senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione.
-
-Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza
-del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a
-brandire le armi,
-
-No, Italia non vide mai un coraggio così determinato.
-
-Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho
-partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo
-figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti
-combattere e ne sentirono orgoglio!
-
-Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone
-diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e
-la città fu investita da tutte le cinque porte.
-
-La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte
-mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava
-verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti
-salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di
-resa.
-
-Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso
-una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.»
-Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati
-bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal
-Castello l'epica zuffa.
-
-Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.
-
-Non un colpo andava in fallo.
-
-Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria,
-furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti,
-sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le
-coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi
-dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le
-pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne
-il fiato.
-
-E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili
-combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono
-scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da
-una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato
-sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.
-
-Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza
-dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.
-
-Questa è vera gloria!
-
-Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta
-costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si
-appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono
-lugubremente illuminate dagli incendî.
-
-S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato
-di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar
-dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era
-follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata
-più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato
-un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il
-popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler
-combattere ancora.
-
-Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda
-libertà italiana!
-
-Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il
-combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di
-titanica lotta.
-
-Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della
-battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo.
-Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e
-dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la
-potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia.
-
-Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da
-agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero
-donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran
-chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie
-mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di
-carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il
-Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le
-sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste
-di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio
-cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni
-portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato;
-le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le
-armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente
-resisteva.
-
-Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli
-incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie
-nemica.
-
-A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello,
-per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco,
-implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla
-d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_.
-
-Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti?
-Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del
-loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo.
-
-La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi?
-Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_.
-
-Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me
-fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.»
-— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva
-gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei
-commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti.
-Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle
-sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia
-piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro
-popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia
-contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e
-torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro
-ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo
-aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva!
-mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù
-e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che,
-alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo
-Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che
-levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi
-prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e
-valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la
-fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai
-reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto
-della l'esistenza disperata nel sangue.
-
-Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino
-all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire
-dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze
-irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi,
-di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati,
-martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri
-ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè
-il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri
-di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo,
-trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti,
-sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di
-fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il
-fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre
-massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per
-cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo
-un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e
-scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette,
-per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano,
-Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh!
-esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande,
-il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con
-fremiti di sangue.
-
-Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la
-libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza
-ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente.
-Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di
-resurrezione.
-
-Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua
-eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi
-martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle
-Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero
-dominio.
-
-Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca,
-pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con
-l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro
-paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza
-d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca
-del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali
-avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano
-smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le
-speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione,
-e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare
-la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con
-l'opera, con la parola, con il sangue.
-
-Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e
-le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale,
-istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare
-in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca
-dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era
-anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia
-soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni
-con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con
-gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le
-persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme
-di libertà.
-
-La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa,
-milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa
-il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato
-a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti
-di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal,
-il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il
-patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi
-mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme.
-
-Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche
-mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva
-sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa
-fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di
-Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non
-è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte
-precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita
-a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non
-si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli
-scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in
-confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che
-miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire
-per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero
-averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente
-entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la
-religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che
-ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie
-magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di
-patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità,
-dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora
-la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà
-del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della
-virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di
-religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno
-bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che,
-pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo
-misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente
-rifiutare la vita per la patria adorata.
-
-Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli
-animi, anelanti a libertà.
-
-Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle
-provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella
-Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie,
-che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo
-straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà.
-
-Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande
-della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il
-concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia
-di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia.
-
-Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe
-comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù
-di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di
-costituirsi in nazione indipendente.
-
-L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni
-cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme
-di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme
-più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non
-domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo —
-che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada;
-noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e
-solo vogliamo esser padroni in casa nostra!»
-
-Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica
-ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu
-appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore.
-
- *
- * *
-
-Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli,
-unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra
-di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata
-solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo
-della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava
-che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_.
-
-Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con
-l'ansia del desiderio, gli eventi.
-
-E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola,
-commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la
-gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per
-iscuotere i danni e le onte del servaggio!
-
-Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III
-si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi
-_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi
-franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30
-sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi,
-il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como.
-
-Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi
-vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno
-Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico
-delle popolazioni redente.
-
-Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove,
-ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito
-austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie,
-sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe.
-Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo
-due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio,
-il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli
-eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita.
-All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di
-numero, parevano sorridere probabilità di vittoria.
-
-Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un
-richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze
-e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del
-cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia.
-
-Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo
-l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i
-franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto,
-e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia.
-
-I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su
-quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha
-per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura
-mantovana.
-
-Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone,
-e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata
-al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono
-Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova.
-
-Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli
-alleati.
-
-I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni
-montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre
-da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre
-guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova
-i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal
-Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con
-grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale
-tenacia.
-
-Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a
-Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del
-grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente
-stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per
-molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza,
-i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata,
-l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia
-vincevano ovunque.
-
-Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi
-s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili,
-sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck.
-
-Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri
-si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le
-importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della
-Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma
-aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato,
-senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile
-valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte
-ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino
-e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo
-secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che
-abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso
-contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non
-era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava
-di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie,
-mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck
-raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando
-scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di
-Francia.
-
-Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare
-Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della
-Scoperta, presto occupata dal generale Durando.
-
-Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il
-pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo
-con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi
-saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle
-armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino
-premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La
-Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del
-Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando
-scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo
-impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da
-violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando,
-dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle
-offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie
-nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano
-serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia
-di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati
-d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le
-difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le
-baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i
-sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna
-in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri
-acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era
-stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati
-giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!»
-
-Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la
-vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue
-francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei
-austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi,
-tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634
-e 9290 scomparsi e dispersi.[1]
-
-L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a
-raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta,
-la giustizia era fatta.
-
-A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di
-Villafranca.
-
-Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto
-le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un
-pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul
-Reno.
-
-Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino
-avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e
-San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo.
-Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato
-ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle
-prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della
-Toscana, dell'Emilia.
-
-Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di
-Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera
-Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che
-sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele
-«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.
-
-Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio
-Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise
-da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di
-resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva:
-«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete
-presa.»
-
-Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour,
-che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de
-Villafranca.»
-
-Sacra antiveggenza del genio!
-
-Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì
-resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma
-avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la
-quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di
-popolo.
-
-Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti
-italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli
-avvenimenti.
-
-Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento
-del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio
-della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla
-Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico
-cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso
-dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio.
-Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour
-di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello
-spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca
-finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola
-far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o
-Italia!
-
-Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene,
-Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava
-sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor
-della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante
-illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce
-del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino
-all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.
-
-Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente
-accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più
-stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea
-condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»
-
-_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte
-della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla
-pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi
-regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia
-rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I
-plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860
-s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele
-II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.
-
-Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini
-che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro
-vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed
-è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone.
-Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.
-
-Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti
-intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai
-la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini
-che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli,
-Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano
-così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento
-della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della
-unità nazionale.
-
-Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta
-all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui.
-Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche
-più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro,
-rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti
-accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici.
-Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe
-che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi,
-che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico
-istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di
-tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi
-aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e
-la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione.
-E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la
-nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando
-pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro
-sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti
-verso le presenti miserie e meno pessimisti.
-
-Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli
-errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni
-di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60.
-Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica,
-che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di
-veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto
-di queruli, di critici e di mediocri.
-
-Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.
-
-Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.
-
-La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella
-piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle
-industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del
-'59 e del '60.
-
-
-
-
-IL RE GALANTUOMO
-
-(1849-1859)
-
-CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA.
-
-
-Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re
-e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di
-Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran
-state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi
-d'oltraggi e di sangue.
-
-Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma,
-pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva
-dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si
-accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in
-tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie
-civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il
-popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava:
-la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età
-poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva
-fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere,
-si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante
-un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo
-incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani.
-
-Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria:
-volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino.
-Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande
-cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e
-tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano
-ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che
-dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli
-altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la
-sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano
-la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non
-sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto,
-cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano
-numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o
-stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al
-sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima
-ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante,
-incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata
-ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il
-vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e
-possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente
-difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della
-vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e
-fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra
-fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere
-avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da
-Alessandria e da Genova.
-
-E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in
-quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente
-potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla
-indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e
-nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri,
-artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e
-impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta
-della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli
-austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono:
-lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato,
-supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una
-vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia
-del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere,
-tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i
-nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta,
-minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra
-e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento
-abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce
-dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani
-rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un
-coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie.
-
-Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir
-parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva
-uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano
-incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza.
-Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni
-dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che,
-nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto
-innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali,
-il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna,
-in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che
-rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono
-votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio
-di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle
-arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta.
-Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere
-la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei
-sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul
-campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa
-corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono
-più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio,
-mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui,
-gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando
-quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura
-e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e
-lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli
-astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non
-ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori,
-batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei
-morenti.
-
-Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più
-rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così
-chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.»
-
-E partì verso la morte.
-
- *
- * *
-
-Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane,
-che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul
-campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era
-che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in
-quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede.
-Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori
-compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,»
-avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli
-attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi
-uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una
-parola.
-
-Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo
-pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi
-chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze,
-fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più
-efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico
-mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni
-si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A
-questo debito noi non abbiamo fallito.
-
-Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore,
-di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le
-istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei
-popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla
-nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.»
-
-Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire
-con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale.
-Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i
-pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati,
-qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un
-grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il
-vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo
-volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e
-gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re,
-desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la
-regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva
-bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi
-l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser
-mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi
-siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo
-vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido
-e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso
-tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli,
-nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a
-questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno
-imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata
-e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i
-perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli
-che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun
-sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati.
-Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete
-giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e
-per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii,
-l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato
-e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare
-come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia.
-Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente
-patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra
-le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i
-principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che
-ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo
-trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto
-nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro
-destino.»
-
-«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come
-principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia
-e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso
-dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono
-a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire.
-Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non
-tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li
-compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per
-stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre,
-per crescermi di potenza.»
-
-E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel
-vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione
-indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo
-capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui
-chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed
-era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza,
-l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente
-italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa
-ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra
-piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui
-si curvava il tempo mortale.
-
-In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta
-l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato.
-
-Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite
-cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci
-avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele
-incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e
-un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo
-aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna
-esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue
-e l'amore della patria.
-
- *
- * *
-
-Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il
-generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera
-salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e
-per rincominciare.»
-
-Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di
-Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva
-la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee
-e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire
-dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella
-metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa
-una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione
-di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato
-al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle
-recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più
-disperati.
-
-Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo
-Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo
-Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia
-cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge,
-appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare,
-senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul
-trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare
-che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto
-che si dà sempre ai Sovrani.
-
-Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua
-negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare
-tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo
-intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non
-piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava
-la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro
-tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera,
-indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori
-aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era
-impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera
-compiere.
-
-Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo,
-Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio.
-E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte
-vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a
-persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi
-a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio
-quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano
-il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor
-signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro
-desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse
-in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un
-quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e
-vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli
-fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi,
-ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li
-meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più
-avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo
-ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si
-votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati
-che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che
-v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed
-estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica;
-più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso
-di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si
-accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del
-Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare,
-colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa
-si sfogava l'ira) dice:
-
-— Vorrei sapere chi è quel signore!
-
-— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._
-
-— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi?
-
-— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ —
-
-E poi vòlto alla Camera:
-
-— Messieurs.... — egli incomincia.
-
-— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la
-parola. —
-
-E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno.
-
-Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno,
-sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai
-traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo
-guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità
-disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo,
-dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente
-Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo
-di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi
-non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro,
-vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo,
-spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso
-ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico,
-l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il
-giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a
-Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai
-rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua
-nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella
-pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle
-agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che
-si voleva continuasse.
-
-La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un
-avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai
-diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della
-politica.
-
-Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento
-della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore
-penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come
-se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla
-patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose
-collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a
-penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che
-Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva
-minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo,
-il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui.
-Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano
-al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano,
-chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e
-paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio
-di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_
-al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra
-un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva
-mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la
-sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli
-anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a
-una grande e incrollabile fermezza.
-
-Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei
-più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il
-pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con
-modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella
-reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i
-popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla
-condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno,
-legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e
-minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro,
-con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà.
-«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque
-siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.
-Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera
-diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente:
-ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su
-me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che
-potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi
-di loro.»
-
-Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel
-proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati
-di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava?
-Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno
-agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta
-leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande
-e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano
-invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria
-immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la
-gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era
-veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente,
-energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un
-grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo
-il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione
-intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare
-il Re finalmente lo intese e come doveva rispose.
-
-La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste
-istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la
-salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la
-Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia,
-chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato
-mentre tutti disperavano?
-
-Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino
-apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una
-poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti,
-il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi
-primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che
-il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella
-fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose
-che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori
-insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano
-natura.
-
- *
- * *
-
-Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa,
-lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si
-possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia
-in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde,
-si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino,
-il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre
-crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme,
-si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole
-che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour,
-provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee,
-le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni
-dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i
-biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato
-piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al
-cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa
-di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di
-repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si
-sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita,
-formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in
-quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi
-contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che
-pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare
-il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel
-fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza
-avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili,
-sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non
-vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole,
-e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre
-fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono
-tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano.
-
-Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re
-soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla
-e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie
-montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo
-dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta
-terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono
-sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi
-e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli
-ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che
-vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno,
-è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive:
-lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove,
-lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto
-della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!)
-del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette
-a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per
-reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour
-e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il
-d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo»
-dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli
-altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai
-suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà
-a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con
-rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva
-battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne
-sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe
-veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare
-il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede
-allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di
-questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto
-un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si
-deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il
-mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re
-galantuomo.»
-
-Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un
-certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente
-nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di
-Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto
-la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di
-mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito,
-il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava
-l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli
-altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero
-suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi
-impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa;
-spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni
-della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando,
-finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri,
-ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà
-di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più
-incomodo che fosse al mondo.
-
-La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il
-Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte,
-all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di
-Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo,
-e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che
-l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è
-che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale
-e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto
-per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole
-elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del
-Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e
-fondamentale condizione della sua politica.
-
-E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e
-la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per
-noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che
-sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati
-civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè
-di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose;
-e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano
-nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie
-regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font
-dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez
-le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e
-muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a
-condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono
-comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così
-terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi
-sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro
-Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità,
-di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere
-che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa
-prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore
-e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto
-innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa.
-
-E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali
-eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia
-ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al
-rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo
-un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e
-commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio
-e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria
-coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al
-grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e,
-quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue
-promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi
-morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e
-rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù
-Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo
-sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il
-feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia,
-manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge:
-
-«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la
-terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici
-sovvertitori della quiete generale d'Europa.»
-
-E il Re scrive al Cavour:
-
-
- «Caro Cavour,
-
-«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che
-di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di
-mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così
-concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco
-dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva
-qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.»
-
-
-E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera
-si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati
-al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto
-ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la
-potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi
-può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di
-questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di
-regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto
-e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a
-combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo
-Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il
-Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la
-prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.»
-
-E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere
-austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San
-Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca
-tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza,
-egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano
-atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo
-videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e
-questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e
-mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento
-italiano lo consacrava Re d'Italia.
-
- *
- * *
-
-Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della
-nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè
-la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa
-concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva
-divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo
-aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva
-e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva
-intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio
-Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo:
-e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi.
-Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si
-sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva.
-Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il
-protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì
-per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono
-Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco
-perchè questa gloria è immortale.
-
-
-
-
-NOTA:
-
-[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au
-dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le
-général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Federazione e Unità Pag. 5
- Gli eroi della Rivoluzione 41
- Dalle dieci giornate di Brescia alla
- battaglia di San Martino 75
- Il Re galantuomo 105
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I ***
-
-***** This file should be named 51526-0.txt or 51526-0.zip *****
-This and all associated files of various formats will be found in:
- http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51526/
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
-States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive
-specific permission. If you do not charge anything for copies of this
-eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook
-for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
-performances and research. They may be modified and printed and given
-away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks
-not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the
-trademark license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country outside the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you'll have to check the laws of the country where you
- are located before using this ebook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm web site
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The
-Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm
-trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-