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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte I - Quarta serie - Storia - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51526] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1849-1861) - - QUARTA SERIE - - - I. - - STORIA - - - Federazione e Unità ERNESTO MASI. - Gli eroi della Rivoluzione FRANCESCO S. NITTI. - Dalle dieci giornate di Brescia alla battaglia - di San Martino POMPEO MOLMENTI. - Il Re galantuomo DOMENICO OLIVA. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - LIBRAI-EDITORI - 1901 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI. - - _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1901 — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33 - - - - -FEDERAZIONE E UNITÀ - -CONFERENZA DI ERNESTO MASI. - - -Il 18 febbraio 1861 s'adunò per la prima volta in Torino il Parlamento -dell'Italia — «libera ed unita quasi tutta,» — come disse con voce -sonora Vittorio Emanuele, e sento ancora nell'orecchio e nel cuore -quelle parole e lo scoppio di grida entusiastiche, con cui furono -accolte. - -Pochi giorni dopo, il 17 marzo 1861, fu promulgata una legge d'un solo -articolo: «Il re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori -il titolo di Re d'Italia». - -Nel presentarne il progetto ai deputati, il Conte di Cavour scriveva -nella relazione, che lo precede: «un gran fatto s'è compiuto; una nuova -èra incomincia!» - -E il relatore parlamentare, Giambattista Giorgini: «ci sono delle oasi -nei deserti della storia, diceva, ci sono nella vita delle nazioni dei -momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la _poesia della storia_; -momenti di trionfo e d'ebbrezza, nei quali l'anima, assorta nel -presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni -dell'avvenire. - -«Rendiamoci una volta giustizia! Quanti sediamo su questi scanni, tutti -abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo -portato la nostra pietra al grande edifìzio, sotto il quale riposeranno -le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero -mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di -Sant'Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colla -canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella -fede, che fece i soldati ed i martiri; qui i generali, che vinsero -le nostre battaglie, qui gli uomini di Stato, che governarono le -nostre politiche: di qui parta unanime dunque (un) grido d'entusiasmo; -qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica: _Io sono -l'Italia!_» - -Enfasi magniloquente, che però era allora di stagione (adesso par di -leggere una delle _Epistole_ famigliari, varie o senili del Petrarca); -enfasi, che allora altresì, cosa insolita, era perfettamente esatta: -il fatto grande e nuovissimo nella nostra storia, il sentimento di -gioia suprema, che suscitava in tutti, dal re all'ultimo popolano, la -presenza di tutti i principali uomini, che in tanti modi diversi vi -avevano cooperato. V'erano tutti in realtà. Non mancavano che Garibaldi -e Mazzini.... Peccato! - -Volle sottolineare tale mancanza il Brofferio, vecchio avversario -del Conte di Cavour, accusandolo d'avere con questa legge usurpata -un'iniziativa, che spettava tutta invece alla rappresentanza popolare. -Il Cavour sentì il colpo e fieramente lo parò. «Tutti gli Italiani,» -rispose, «hanno avuto parte nel gran dramma del nostro risorgimento, ma -mi sia pur lecito dirlo e proclamarlo con profonda convinzione; negli -ultimi avvenimenti l'iniziativa fu presa dal governo del Re.... Fu il -governo, che prese l'iniziativa della campagna di Crimea; fu il governo -del Re, che prese l'iniziativa di proclamare il diritto d'Italia nel -Congresso di Parigi; fu il governo del Re, che prese l'iniziativa dei -grandi atti del 1859, in virtù dei quali l'Italia s'è costituita». -Perciò, concludeva con altre parole, anche l'iniziativa di proclamare -l'unità nazionale spetta al governo del Re. - -E perchè no? Si millantava forse il Conte di Cavour? Senza quelle -iniziative, tutte sue (e notate che tacque della campagna delle Marche -e dell'Umbria) l'impresa di Garibaldi in Sicilia e Napoli sarebbe essa -stata mai neppure possibile? Dell'unità nazionale non v'ha dubbio, il -più antico e perseverante apostolo era stato il Mazzini, e quindi era -egli pure un grande coefficente di ciò che ora accadeva, ma chi avrebbe -potuto sul serio, nell'ordine dei fatti, paragonare l'opera del Conte -di Cavour coi tentativi del Mazzini dal 1833 insino allora? - -Se non che il partito radicale e ultra-democratico, di cui in quel -momento si facea interprete il Brofferio, avea sempre capito così -poco il Conte di Cavour da parergli la maggiore accusa, che gli si -potesse fare, essere appunto questa, ch'egli fin dalla culla non era -stato e ad ogni costo unitario, che, piemontese e monarchico innanzi -tutto, sfruttava ora l'opera d'altri a beneficio dell'antica politica -dinastica del _carciofo_, e affrettava le annessioni e l'unità italiana -con lo zelo del neofita, dell'operaio dell'ultim'ora, del convertito da -un improvviso raggio di sole sulla via di Damasco. - -Tuttociò, se fu detto o scritto in buona fede (del che è lecito per -molti di dubitare) è stolto ed insipiente in sommo grado, e non merita -altra risposta se non quella che mi rammento aver io stesso sentita -dare da Ruggero Bonghi ad un amico, progressista repubblicaneggiante, -cui pareva aver trovato l'Achille degli argomenti contro la memoria del -Conte di Cavour. - -Passeggiavamo di piena estate in una campagna e dopo aver molto -discusso: — Insomma, — sclamò quel tale, — Mazzini credeva fino dal -1832 all'unità italiana e il Conte di Cavour no. Ora all'ultimo chi ha -avuto ragione? — Senti; — rispose il Bonghi — se tu in questo momento -dici: «credo che nevica,» per certo dici una sciocchezza. Ma se seguiti -a dirla fino a quest'inverno, e nevica, come di solito, e tu vuoi -vantarti: «vedete, se avevo ragione?;» ne dici un'altra, e son due. Per -oggi basta! — - -Così è in realtà, e lasciando stare ciò che il Conte di Cavour -abbia pensato e creduto in gioventù, perchè mai il giorno dopo -_Novara_ sarebb'egli stato unitario o federalista? chi sapeva, dopo -quell'immensa ruina del 1848 e 49, che cosa sarebbe accaduto? Qual'è -la dottrina, che s'era salvata? quale il partito politico, che non -fosse stato sconfitto, benchè tutti avessero fatte lo loro prove? -La grandezza maggiore, l'originalità vera del Conte di Cavour stanno -appunto in quella piena libertà di spirito, con cui pigliò l'impresa -italiana. Non una tradizione lo preoccupava, non un impegno settario -lo impediva, non una vecchia dottrina tiranneggiava i suoi pensieri. -Sentiva, e profondamente sentiva, tutta l'immensa miseria della vita -italiana; solamente non avvertiva forse tutto il guasto, che tre secoli -di servitù aveano arrecato al carattere nostro e perciò potè procedere -più franco, più sicuro, più espedito d'ogni altro. La sua cultura era -principalmente inglese e francese; i suoi viaggi erano stati tutti -all'estero; l'Italia gli era quasi ignota, e tuttavia essa era in cima -d'ogni suo pensiero. Ciò pure, direi, gli ha giovato. Gran parte delle -incertezze di Massimo d'Azeglio, che avea vissuto a Roma, a Firenze, a -Milano, a Napoli, gli proveniva dal conoscere troppo bene gli Italiani. -L'audace confidenza del Conte di Cavour dal conoscerli poco; lo ha -notato lo stesso Garibaldi. Non è un complimento per gli Italiani, ma -sempre più ogni giorno che passa la credo una verità! Per questo il -Conte di Cavour fu tra gli Italiani un fenomeno così straordinario. Non -soltanto la potenza della mente lo singolareggiava fra tutti. Altri -uomini di mente potentissima e per certi rispetti superiori a lui, -non mancavano di certo all'Italia. Bensì l'organismo stesso della sua -mente, la forma della sua cultura, la tendenza, la disposizione del suo -spirito, il modo, con cui afferra, esamina, risolve ogni questione, che -gli si presenti, tutto questo esser suo, così fondamentalmente diverso -anche dalle più insigni varietà dell'ingegno italiano, fa del Conte -di Cavour un fenomeno; fa sì ch'egli venga tardi sulla scena politica, -che in sua gioventù e durante la rivoluzione del 1848-49 rimanga un po' -appartato, che nonostante la perspicuità somma delle sue idee e delle -forme, nelle quali le espone, apparisca per molto tempo agli avversari -politici, ed anche uh poco agli amici, una specie di enigma, a cui si -cercano mille assurde spiegazioni, ora titolandolo un anglomane (il -Brofferio e compagni lo chiamavano _Lord Cavour_) ora un reazionario, -ora un municipalista; fa sì che tra la stessa aristocrazia, donde -usciva, lo si giudichi ne' suoi primordi un cervello torbido e fuor di -squadra, a Corte un Giacobino in ritardo e fra la diffidente borghesia -liberale del Piemonte, che avea tante rivendicazioni da fare, un -personaggio sospetto e da mettere in quarantena. Chi prima di tutti lo -indovinò e lo preconizzò fu Vincenzo Gioberti, stato già suo avversario -politico, ma che gli rese giustizia con quelle parole del _Rinnovamento -Civile_ scritte nel 1851: «quel brio, quel vigore, quell'attività -mi rapiscono e ammiro lo stesso errore magnanimo di trattare una -provincia, come fosse la nazione, se lo ragguaglio alla dappocaggine -di coloro, che ebbero la nazione in conto d'una provincia. Io lo reputo -per uno degli uomini più capaci, dal lato dell'ingegno, di cooperare al -principe nell'opera di cui ragiono.» - -Ma di quale ingegno parlava il Gioberti? Perocchè su questa qualità -così generica dell'ingegno, di cui a volte non sono privi neppur -quelli che in sostanza non ne azzeccano mai una, e i tristi poi ne -sono per lo più forniti a dovizia, anche su questa, dico, qualità -generica dell'ingegno, bisogna intendersi. E quale propriamente fosse -l'ingegno del Cavour niuno l'ha detto con più finezza di Isacco Artom, -uno dei suoi collaboratori più modesti e più intimi. «Egli non si -proponeva mai,» scrive l'Artom, «una mèta immaginaria e inaccessibile, -ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del -possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale, ma -il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto, che non sia per gli -altri uomini!» - -Dio ci mandò, o signore, il Conte di Cavour (diciamolo a costo di -pagare cinquanta centesimi a _Rabagas_, come nella commedia del -Sardou) Dio ci mandò il Conte di Cavour, appunto perchè la rivoluzione -italiana non si perdesse più ad almanaccare _a priori_ di monarchia -e di repubblica, di tradizioni storiche e di profezie letterarie, di -federazione e di unità, ma tratta fuori da tutti i vecchi solchi, nei -quali s'era malamente e le tante volte smarrita, uscisse finalmente -dalla catalessi dei fanatici e dei solitari ed entrasse in un periodo -di effettuale realtà, contasse sul possibile ed anche sull'osare a -tempo, ma non farneticasse più sui milioni d'armati, che abbiano a -sbucar di sotterra, su cataclismi, che abbiano a subissar mezzo mondo, -su idealità vaghe e in tale contrasto con tutto il fuori di noi da -farci parer sempre ubbriachi e sonnambuli, che battono capate in ogni -spigolo di muraglia, o eroi metastasiani che trinciano l'aria col -brando, ma non confidano che nella clemenza delle stelle. - -Credete voi che in Italia ci volesse poco a persuadere d'un simile -trapasso dal regno dei sogni a quello della realtà i milioni di Arcadi -e d'analfabeti, dei quali Pasquale Villari potè tirare una somma -spaventevole anche quattordici anni dopo? - -Quando il Conte di Cavour inaugurò nel Piemonte quella politica di -egemonia nazionale, che ha fatto l'Italia, non era forse nella sua -mente alcun disegno preventivamente fissato con linee troppo rigide. -Pei radicali e gli ultra-democratici ciò costituiva la sua grande -inferiorità rispetto a loro, e fu invece la sua originalità e la sua -forza. Amava con passione la patria, e due cose tenea per certissime: -l'impotenza del riformismo dottrinario e del rivoluzionarismo alla -Mazzini, e la necessità che il Piemonte s'inalzasse tanto nell'opinione -pubblica europea da imbrigliar esso la rivoluzione a vantaggio della -sua politica e da poter trattare da pari a pari con la diplomazia, -nonostante che il fine della politica piemontese fosse quello di -stracciarle sul muso i suoi trattati e di sconvolgerle e rovesciarle il -maggiore di que' suoi accomodamenti posticci del 1815, alla perpetuità -dei quali, con una boria non meno pazza di quella dei rivoluzionari di -mestiere, era solita d'aggiustar piena fede. - -Una cosa sola, del resto, m'è sempre parso ch'egli, al pari di Carlo -Alberto e di Cesare Balbo, considerasse come assoluta: la necessità di -cacciar l'Austria dall'Italia. Quanto al programma unitario, però, non -è vero ch'egli del tutto lo respingesse. Nel 1856 vide a Parigi Daniele -Manin, che gli divisò il suo nuovo programma: «_Indipendenza, Unità -e Casa di Savoia._» Lo giudicò alquanto utopistico, ma già i grandi -risultamenti morali e politici da lui potuti ottenere nel Congresso di -Parigi, avevano talmente slargate le sue speranze, che nell'anno stesso -in un segreto colloquio col Lafarina il quale era tutto inteso, insieme -col Manin, col Pallavicino e quindi con Garibaldi, a fondare su quel -programma una _Società Nazionale_ da surrogare alla _Giovine Italia_ -del Mazzini: «ho fede, gli disse, che l'Italia diventerà uno Stato -solo e che avrà Roma per sua capitale, ma ignoro se essa sia disposta -a questa grande trasformazione. - -«.... Faccia la _Società Nazionale_; se gli Italiani si mostreranno -maturi per l'unità, io ho speranza che l'opportunità non si farà -lungamente attendere, ma badi che dei miei amici politici nessuno -crede alla possibilità dell'impresa. Venga da me quando vuole, ma -prima di giorno e che nessuno la veda e che nessuno lo sappia. Se sarò -interrogato in Parlamento e dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro -e dirò: non lo conosco». - -Eccolo anche cospiratore. Avea tutte le corde al suo arco e, contro -il suo solito, si vantò appunto d'aver cospirato colla _Società -Nazionale_ nel suo secondo gran discorso su Roma capitale. In Piemonte, -come associazione consentita dalle leggi, la _Società Nazionale_ fu -pubblica; segreta invece nelle altre parti d'Italia, essa però non -adottò nessuna delle forme delle antiche sètte, nè sottopose gli -adepti a nessun altro vincolo morale, salvo accettare il programma: -«_Indipendenza, Unità e Casa di Savoia_». E che una cospirazione -politica, la quale si proponeva di raccogliere in una nuova concordia -le sparse forze del paese e ai Mazziniani, in compenso della Monarchia, -offriva l'unità nazionale, ai conservatori liberali, in compenso -dell'unità, offriva la monarchia, a tutti l'indipendenza dallo -straniero, che una cospirazione politica, dico, dovesse contrapporre -alle antiche sètte un nuovo _Credo_ molto determinato, si capisce bene. - -Ma come avrebbe potuto il Conte di Cavour vincolarsi palesemente -altrettanto? Non andrà un anno poco più, e all'ombra dei grandi -alberi di Plombières sentirà offrirsi l'alleanza francese e la -guerra immediata a prezzo d'una confederazione di tre Stati sotto la -presidenza del Papa. - -E che cosa sarebbe avvenuto dell'Italia, s'egli avesse rifiutato? A -buon conto, da un progetto impossibile di confederazione uscirono -_Magenta_ e _San Martino_, e dalla guerra malamente troncata a -Villafranca uscì l'unità italiana. - -Ma dicono non soltanto gli avversari del Conte di Cavour, bensì altri -molti: «No; l'unità politica dell'Italia s'è fatta malgrado il Conte -di Cavour, e s'è fatta perchè l'unità era la grande, la vera, l'unica -tradizione di tutta la storia italiana». - -Non so se il Conte di Cavour, ma tutti, dal più al meno, siamo un po' -passati per questa fisima; tutti, dal più al meno, siamo colpevoli -d'aver bruciato qualche granello d'incenso rettorico a questa fisima; -alla quale si contrapponeva poi un'altra scuola, cattolico-liberale -o razionalista e repubblicana, che nella storia d'Italia pretendeva -invece a trovare la tradizione federale. Non ne facciamo colpa a -nessuno; forse anzi è un merito patriottico. Chi mai prima del 1859 -poteva occuparsi di storia d'Italia senza un sottinteso politico? e -questo sottinteso non dovea essere il programma del proprio partito? -Perocchè v'ha bensì mia verità storica, ma purtroppo vi possono essere -pure tante interpretazioni soggettive, quanti sono gli storici. Dio mi -guardi dal dire che con la storia alla mano si possa ugualmente provare -il _sì_ ed il _no_, ma certo è che nell'immenso arsenale dei fatti -della storia si possono trovare argomenti per tutte le cause, armi -offensive e difensive per tutti i partiti, e sarebbe facile citarne -esempi, specie fra gli scrittori di nostra storia contemporanea, -italiani e stranieri. C'è insomma una rettorica dei fatti e secondo il -modo di aggrupparli e farli apparire, ci sarebbe talvolta da credere, -che si possano scrivere su documenti identici due storie di spirito -diametralmente opposto, e da dar ragione a Beniamino Constant, quando -diceva: «Io ho dieci, venti, quarantamila fatti e posso valermene a -volontà». Vi pare scetticismo questo? No, signore. È servirsi della -nostra ragione, poichè Dio ce l'ha data, ed è partendo da questo -savissimo scetticismo, nota un grande scrittore inglese, che la -civiltà moderna ha potuto correggere in parte quei tre massimi errori -fondamentali, che, in passato, ci rendevano in politica così ignavi, in -scienza così credenzoni, in religione così intolleranti. - -Nel caso nostro non c'è in realtà nella storia d'Italia, fino almeno -alla fine del secolo XVIII, nè una tradizione unitaria, nè una -tradizione federale. - -Ma eccovi gli uni a citarvi (per lo più pigliano le mosse di lontano) -oltre alla forma allungata della penisola, alla varietà delle razze, -che la popolarono, non appena divenne abitabile, alle indoli e costumi -diversi, tutti indizi repugnanti a unità, le antiche federazioni -italiche, anteriori a Roma, e resistenti per tanto tempo alla sua -conquista, l'esperimento tipico, vale a dire, la prima pietra angolare -della tradizione federale; ed eccovi gli altri a ribattere, non senza -ragione, che quegli argomenti etnografici e morali non provan nulla, -perchè di troppe altre nazioni unitarie si potrebbero addurre, e la -penisola, _che il mar circonda e l'Alpe_, compensa ampiamente colla -salda certezza de' suoi confini i pericoli della sua configurazione. -Quanto alle prime federazioni italiche, circondate, com'erano, di -popoli nomadi e selvaggi, se mai esprimevano qualche cosa, certo -esprimevano piuttosto una rudimentale tendenza all'unità, la quale di -fatto si compì col formarsi dello stato di Roma. - -Se non che, come mai può dirsi la vecchia Roma, la Roma dei classici, -uno stato unitario nel senso, che oggi intendiamo? Da prima Roma dovè -lottare assai più per conquistare l'Italia, che non tutto il resto -del suo impero. In secondo luogo le città italiane furono tutte a lei -soggette in vario grado, con forme diverse, e tenute a freno con un -sistema di colonie, che s'andava via via slargando e sempre col doppio -intento d'impedire una rivolta e di difendere la città dominatrice. Nè -federazione quindi, nè unita, ma soggezione pura e semplice, contro la -quale le ribellioni furono molteplici e tremende, e sfido negare, come -sogliono gli unitari, che le guerre sociali dall'anno 90 al 60 avanti -Cristo, non esprimano una tendenza separatista, domata soltanto da un -progressivo avviarsi alla dittatura. - -Quanto all'Impero, esso non e più Roma, ma la dominazione universale -del mondo, e se, quando l'Impero si dissolse, si ha il fatto che le -grandi diocesi, nelle quali era spartito, furono il nucleo, intorno a -cui si composero con lento lavoro le altre nazioni moderne, non è men -vero che nella diocesi d'Italia appunto tale fatto non s'avverò, perchè -il regno, che i Barbari vi fondarono, li fece bensì re in Italia, ma -non re d'Italia, e gl'Italiani, perduti sempre dietro al vano fantasma -del cosmopolitismo romano, non consentirono mai che questo regno li -unificasse, come altrove era accaduto, fondendosi insieme perfettamente -le due razze, quella degli indigeni e quella degli invasori. In -Italia, invece, le due razze si contrastano ancora nell'età dei -Comuni rappresentate rispettivamente (fino ad un certo segno però) -dai feudatari dei castelli e dal popolo del Comune, e quindi entro il -Comune stesso dai nobili e dal popolo, benchè nelle costoro discordie -nè sempre le loro divisioni siano così esatte, nè sempre abbiano così -remote cagioni. - -Per questo non si diè tregua mai neppure a' Goti e a' Longobardi, -i meno barbari fra i Barbari; per questo Leone III incoronò in Roma -Carlomagno, per impedire cioè che mai sorgesse un regno d'Italia e -potesse attecchire uno Stato unificatore. - -Vi fu bensì un regno meridionale; ma straniero d'origine, feudale di -carattere, non ha che fare colle tradizioni romane: somiglia appunto ai -grandi Stati, che si vengono formando in Europa, e non ha quindi alcuna -azione sull'assetto, che l'Italia prende nel Medio Evo. Serve solo -ad essere opposto ora dal Papa all'Imperatore, ora dall'Imperatore al -Papa, finchè diviene il titolo, il pretesto giuridico delle invasioni -straniere e determina il fato della storia moderna in Italia da Carlo -VIII fino ai giorni nostri, fino a che Garibaldi, cioè, lo manda a -gambe levate. Non si assimila mai nessuna parte d'Italia. Federigo -II, re di Puglia e Sicilia, non è in Toscana e in Lombardia se non -l'Imperatore, il capo del partito ghibellino. Così Manfredi, così Carlo -e Roberto d'Angiò in Toscana, in Romagna, in Piemonte, non fondano -mai nulla di proprio, non sono che capi di parte, combattono per la -Chiesa e per l'Impero, entrano, vale a dire, nel sistema particolarista -delle città italiane, sistema frazionato all'infinito, nel quale non -è traccia nè di unità nè di federazione, e a volte neppure di vero -guelfismo papale o di vero ghibellismo imperiale, ma che nonostante, -tra l'Imperatore assente e il Papa disarmato, si svolge con tale e -tanta gloria, forza e potenza, da creare tutta una grande civiltà -nazionale, senza paragone possibile nel mondo d'allora e nei secoli -seguenti. Troppo ce ne siamo scordati noi, soffocando questa vera -tradizione italiana sotto un'unità formale, meccanica e burocratica, -che ci diede tutti i guai, senza nessuna delle grandi e feconde energie -d'un forte Stato unitario!! - -Il frazionamento è ancora maggiore e non compensato di tanta virtù -operativa e di tanta gloria nell'età dei principati. - -E se tuttociò è precisamente l'opposto d'una tradizione unitaria, -forsechè nell'età dei Comuni o in quella dei Principati apparisce mai -l'indizio d'una vera tradizione federale? Si vorrà ancora citare per -l'età dei Comuni il giuramento di Pontida, a cui la Lega Lombarda -preesisteva, mentre poi essa stessa non preluse ad alcuna stabile -federazione, bensì condusse la lega temporanea di tante città, e -dopo la stessa vittoria di Legnano, al Congresso di Venezia, in cui -il Papa, capo della Lega, abbandonò subito i suoi alleati per non -pensare che a sè, e alla pace di Costanza, in cui i Comuni riconobbero -i diritti dell'Imperatore Romano e delle nuove franchigie ottenute si -valsero per dilaniarsi peggio che mai fra di loro? Si ricorderà ancora -l'equilibrio di Lorenzo il Magnifico, che era tutto un artificio d'un -grand'uomo politico, ma non si fondava che sulla sua sapiente destrezza -e scomparve con lui? No; una vera federazione stabile, ordinata, -nazionale, in Italia non c'è stata mai nè nell'età dei Comuni, nè -in quella dei Principati. Vi furono bensì al tempo dei Comuni leghe -umbre, toscane, lombarde, formate sempre a qualche intento speciale e -quasi sempre sciolte prima che quell'intento fosse conseguito. Ve ne -furono altre al tempo dei principati, ma l'interesse, la defezione o -il tradimento le sciolsero tutte, nè bisogna nella d'Italia lasciarsi -prendere dai miraggi, che a quando a quando vi compariscono. Nel -secolo XVI, per esempio, si direbbe che l'Italia stia per ordinarsi -un momento sotto l'unità monarchica francese, o sotto la federazione -di Cambrai, ma il miraggio scompare subito. Può concepirsi di fatto -un'unità politica sotto la mano d'un re straniero, o una federazione -di stranieri e italiani contro la gloriosa Repubblica di Venezia? No. -Per quanto si faccia, se si cercano nella storia d'Italia, prima della -Rivoluzione francese, tradizioni unitarie o federali, non altro si -trova invece se non le cagioni prossime o remote delle preponderanze -straniere. Nè bisogna lasciarsi ingannare neppure dal sentire tanti -scrittori e statisti, e diplomatici e guerrieri, e persino papi, -Giulio II, Clemente VII, Paolo IV, parlar sempre di libertà d'Italia. -Per tutti (non vuolsi far loro colpa di ciò che in gran parte è colpa -dei tempi) per tutti _libertà d'Italia_ non significa già l'Italia nè -unità, nè federata, nè libera dagli stranieri, bensì che nessuno degli -stranieri, i quali si contendono Napoli o Milano, prevalga all'altro, e -sotto a questo concetto v'è ancora un altro particolarismo, che sta più -a cuore anche dei patriotti migliori, dei più elevati spiriti di questa -o quella regione, vale a dire o che sia libera - -Firenze, o che sia libera Milano, o che lo Stato del Papa non sia a -discrezione nè di stranieri nè d'italiani: questo soprattutto che uno -Stato italiano, per forza sua o d'alleanze non prevalga sugli altri, -cosicchè quando le ambizioni di Venezia si volgono alla terraferma, -nessun straniero pare più minaccioso di lei alla cosiddetta _libertà -d'Italia_, nessuna preponderanza è più temuta e più contrastata della -sua. - -Dopodichè, nell'età degli Stati non solo non c'è tradizione nè -unitaria, nè federale, ma non c'è più politica propria di nessuna -fatta. La politica d'ognuno di essi è, a seconda dei casi e dei tempi, -francese, spagnuola, austriaca, e il popolo italiano perde persino -ogni coscienza dell'esser suo. L'Italia, che pur ha così forti e -spiccati segni d'individualità nazionale, essa stessa (molto prima -che il Metternich lo dica) si lasciò ridurre nell'età degli Stati -un'_espressione geografica_. Questa divisione dell'Italia, che era di -quasi ottanta Stati, ridotti a dieci dopo le guerre di successione e -la pace d'Aquisgrana, e non per opera certo degli italiani, ma degli -stranieri, questa divisione nazionalmente non ricorda nulla, non -rappresenta nulla. Parlando della sola Toscana il Giorgini scriveva -nel 1861: «Io conosco tradizioni, glorie fiorentine, senesi, pisane; ma -non conosco che umiliazioni e miserie toscane!» Il medesimo si potrebbe -dire, e forse con più ragione, delle rimanenti parti d'Italia. E, per -concludere, è opportuno notare che tutti gli spigolatori di tradizioni -unitarie e federali nella storia d'Italia sono, non volendo, caduti -in questo abbaglio singolare, che mentre credono indicare le traccie -saltuarie e interrotte dell'uno o dell'altro concetto, altro non fanno -che enumerare più o meno compiutamente le cagioni grandi o piccine, per -le quali nè unità, nè federazione non sono mai state possibili. - -Se non che, battuti sul terreno dei fatti, si rifugiano nelle -visioni dei pensatori, nei vaticinii dei poeti, o tentano far passare -per un principio almeno di unificazione nazionale le ambizioni di -qualche principe, che approfittando di contingenze favorevoli voleva -ingrandire lo Stato. Quanto alle visioni dei pensatori e ai vaticinii -dei poeti, il fatto è vero e giovò certo a tener vivo qualche -barlume di sentimento nazionale, se non altro, in qualche ristretto -cenacolo letterario, ma ricollocati ognuno nel proprio tempo hanno -essi veramente il significato che si suole loro attribuire? o qual -maraviglia in ogni caso che ingegni ed animi eletti sorpassino la -realtà che li circonda, e si slancino nell'utopia inapplicabile o nelle -profezie, che non si verificano? può questo fatto da solo costituire -una tradizione storica? - -L'unità d'Italia per Dante Alighieri è l'unità dell'Impero restaurato, -unità di giurisdizione suprema, non unità di Stato, dalla quale è -difficile arguire che il misterioso _Veltro_, da lui profetato, potesse -mai poco o molto rassomigliare prima a Napoleone, poi a Pio IX e -finalmente a Vittorio Emanuele o a Garibaldi. Ma Dante è nel suo tempo -e va considerato nel suo tempo, anche se il poema divino è, e deve -essere per sempre, la bibbia nazionale degli Italiani. - -Egli, difatto, ebbe per primo forse vera coscienza d'una nazionalità -italiana. L'ebbe, perchè compose, si può dire, l'unità della lingua -italiana, perchè mostrò di conoscere l'importanza etnografica e civile -della nostra comunanza di linguaggio col verso: «Il bel paese là -dove il sì suona», comprendendovi la Sicilia e il Trentino, perchè -finalmente la penisola fu da lui descritta ne' suoi precisi confini -geografici. Ma fuori di questo, e rifacendoci al suo concetto politico, -egli invoca la calata d'un Imperatore, affinchè riconduca la pace, -quella pace imperiale, che è quanto dire universale, in cui forse -abbozzava un pensiero di fraternità umana. L'ideale suo grande è la -pace; sono sempre le discordie politiche, ch'egli flagella, e gli pare -che cesserebbero d'imperversare, se l'Imperatore ritornasse alla sua -Roma. Quando sospira la venuta di Arrigo VII, Dante sa bene che esso -non verrà a fare l'unità italiana. V'ha anzi chi ha persino creduto che - -Dante sperasse in detta occasione una confederazione. Non credo. -Egli non ha sperato e voluto che la pace, tant'è che non altro -consiglia a popoli e principi; e, il solo mezzo di mantenerla, è per -lui il riconoscimento dei diritti dell'Impero. Dante afferma bensì -la nazionalità italiana, ma non discute l'assetto politico della -nazione: per lui Roma è la sede dell'Impero, la monarchia universale -è necessaria siccome istituita da Dio per la pace del mondo, senza -cui l'uomo non può conseguire il proprio fine e la beatitudine -eterna. Oltrediché quella monarchia è per lui la continuazione e il -perfezionamento dell'Impero Romano. Così Dante è nelle sue idee e nel -suo tempo. - -Il medesimo è da faro col Petrarca, che nell'anarchia dei tribuni, -dei signori e dei condottieri, fra la quale è condannato ad andare -peregrinando tutta la vita, non lascia precisare affatto il suo sistema -politico, perchè le sue speranze si fissano ora in Cola di Rienzi, -ora nell'Imperatore Carlo IV, ora in Roberto d'Angiò, ora in Luchino -e Galeazzo Visconti, e, mancati tutti a un per volta i suoi idoli, -finisce esso pure nell'idillico: - - Io vo gridando: pace, pace, pace; - -il consiglio purtroppo più inutile da dare ai discendenti di Abele e -Caino. - -Chi può negare che uomini così grandi, rientrando in sè stessi, -abbandonandosi alle proprie aspirazioni e speculazioni, non -contemplino e non profetizzino ideali di redenzione della patria, -superiori a quelli di tutti i loro contemporanei? Ma da questo al -collegarli con ciò che è accaduto nel tempo nostro ci corre, e a -furia d'interpretazioni arbitrarie ed anacronistiche si rischia di non -comprenderli e svisarli del tutto. - -Molto più moderno è certamente il Machiavelli, ma anche con lui si -oltrepassa, si violenta il senso genuino dei fatti contemporanei, -quando si afferma che pur d'ottenere l'unità d'Italia avrebbe magari -accettato per re d'Italia Valentino Borgia. Leggete il libro del -Villari e vedrete che Valentino Borgia non è pel Machiavelli il -personaggio reale, che deve fare l'unità d'Italia, bensì il tipo, che -con alcune delle sue qualità personali gli inspira il concetto, che -occuperà poi tutta la sua vita e dominerà in tutti i suoi scritti, il -concetto cioè d'una scienza di Stato separata e indipendente da ogni -considerazione morale. Il Machiavelli fa per tal guisa del Valentino un -personaggio ideale, ma del Valentino vero giudica come merita e l'ha -per un furfante matricolato, degno figlio di Papa Alessandro, di cui -giudica egualmente. Tant'è che della meschina catastrofe del Valentino -in Roma, il Machiavelli, che era allora in Roma esso pure, non si dà -quasi per inteso. In conclusione, mentre si usciva appena dall'anarchia -medioevale, l'unità, a cui egli mira, è quella dello Stato, non quella -della nazione. Perciò i suoi _delenda Carthago_ sono il feudalismo, -i soldati di ventura, il potere politico delle corporazioni d'arte, -il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, in -cui ravvisa, e con ragione, l'ostacolo insuperabile dell'unificazione -dell'Italia. In questo senso, se si vuole, il Machiavelli è profeta, -in quanto cioè l'unità organica di uno Stato farà l'unità italiana, e -di uno Stato opposto al Papa, libero dalla sua ingerenza, non quello -cioè, su cui, come sul regno di Napoli, il Papa esercita giurisdizione -feudale e di cui si è sempre valuto per gettarlo fra i piedi a chiunque -pur di lontano accennasse ad una impresa italiana. - -In seguito, che Eustachio Manfredi alla nascita d'un figlio di Amedeo -II di Savoia canti in un sonetto: - - Italia, Italia, il tuo soccorso è nato; - -che Traiano Boccalini e Alessandro Tassoni scrivano con sentimento -patrio contro la tirannide spagnuola, che questo sentimento riecheggi -nei versi di Fulvio Testi, del Filicaia e di tanti altri sta benissimo -ed è giusto che loro rendiamo la lode e la gratitudine, che meritano. -Ma s'hanno a vedere in ciò i prodromi dell'unità italiana compiutasi -fra il 1860 e il 1870? - -Meno che mai mi pare di scorgerli nelle ambizioni di qualche signore -o principe che tentò in Italia slargare la sua signoria o il suo -principato. Mastino della Scala corre da Verona sino quasi alle -porte di Firenze, ma ivi è fermato dalle forze unite di Firenze e di -Venezia, e giuoca in questa impresa tutta la potenza della sua casa. -Gian Galeazzo Visconti pare vicino a diventar padrone di quasi tutta -Italia, ma se la piglia con Firenze, e una morte repentina sbarazza -la gloriosa città di questo terribile nemico; Ladislao di Napoli tenta -uguale impresa ed una morte molto opportuna la tronca anche a lui, il -che facea dire a quella linguaccia del Machiavelli: «la morte fu sempre -più amica ai Fiorentini che niuno altro amico e più potente a salvarli -che alcuna loro virtù». - -Comunque, finite così, queste imprese non provano nè pro nè contro la -tradizione unitaria o federale. - -Altro è di Valentino Borgia. Il romanzo francese del Blanquet ha però -un bel titolarlo _roi d'Italie_, ma che vuol egli in sostanza? Egli -mira a fondare la dinastia dei Borgia in un regno dell'Italia centrale, -e forse a rendere ereditario il papato. Il progetto era grandioso; -non dico di no. Era l'ultimo perfezionamento del nepotismo politico -pontificio; ma troppo in opposizione colla costituzione stessa del -Papato e colle condizioni dell'Italia da poter riescire e non riescì, -nonostante l'energia diabolica e la mancanza di scrupoli dei due -uomini, il Papa e il Duca Valentino, che cercarono d'attuarlo. - -Resta la Casa di Savoia, la cui fortunata ambizione fino ad Emanuele -Filiberto, che fissa la capitale a Torino, non si sa da qual lato delle -Alpi inclinerà. In appresso è già molto ch'essa possa bilanciarsi con -una abilità ed un coraggio singolare fra Francia e Spagna e tra i due -contendenti ingrandirsi. L'indizio maggiore dei suoi futuri destini -sta nella grandezza dei suoi disegni e dei suoi propositi e, direi -quasi, nella sproporzione stessa, che è fra questi e le sue forze e -l'estensione del suo territorio. Ma più che tutto sta nell'aver l'armi -in mano e nell'adoprarle sempre, nel valor militare e nella stretta -unione fra principi e popolo. Affinchè però comincino ad avverarsi per -essa i vaticinii dei pensatori, degli uomini di Stato e dei poeti, e -gli oroscopi che le predicono: - - La tua stirpe dall'Alpi native - Scender deve cogli anni e col Po, - -bisognerà aspettare che una coscienza nazionale spenta nei tre -secoli di servitù, si sia rifatta in tutto il popolo italiano, e che -la meteora napoleonica passi; bisognerà aspettare che dopo essere -stato il Piemonte travolto esso pure nella reazione, l'eccesso di -questa susciti in Carlo Alberto il misterioso _Amleto_ vendicatore; -bisognerà aspettare che la rivoluzione italiana si svolga e che, colle -insurrezioni del 1820 e 21 sia decisa irrevocabilmente la rivalità -delle due monarchie italiane e risolto in modo definitivo che la -direziono della rivoluzione debba esser presa dal nord, anzichè dal sud -della penisola. - -Allora accadrà questo fatto straordinario che per due volte l'Italia -stessa si offre ai Savoia, nel 1831 per bocca di Giuseppe Mazzini, -repubblicano unitario, che si dichiara disposto a rinunciare alla -repubblica, purchè Carlo Alberto faccia l'unità d'Italia e gli dice: «a -questo patto siamo tutti con voi; _se no, no_;» nel 1856 per bocca di -Daniele Manin, repubblicano federale, che, rinunciando alla federazione -e alla repubblica, dice a Vittorio Emanuele colle medesime parole: -«fate l'unità d'Italia e siamo tutti con voi; _se no, no_». - -Stringo oramai il mio discorso. Nella storia d'Italia, precedente -alla Rivoluzione francese, non c'è, non ci può essere tradizione nè -unitaria, nè federale. La coscienza stessa della nazione s'era spenta -nella servitù, e chi la rifece fu la Rivoluzione francese, precorsa -in Italia dal moto filosofico, che agita i pensieri e i sentimenti, -soprattutto nell'alta e nella media classe, e, per dir solo della -sua aziono più largamente diffusa e sentita, col Parini e l'altra -moralità della sua satira ritempra l'uomo, e coll'Alfieri e il fremito -di ribellione della sua tragedia, invoca per quest'uomo, da lui già -rinnovato in sè stesso, una patria e la libertà. Questi sì, o signore, -che sono i veri precursori! - -La scossa, che l'Italia riceve dall'invasione francese nel 1796, è -sgarbata, violenta e provoca fiere e sanguinose reazioni nelle plebi, -ma mercè sua la rivoluzione italiana incomincia, e a traverso mille -diverse vicende ora felici, ora infelicissime, non si fermerà più per -settantaquattro anni sino al suo pieno trionfo. - -Dopo le meravigliose vittorie del Bonaparte, se muovendo dai congressi -di Modena e Reggio del 1796 per la federazione Cispadana, voi passate -ai Parlamenti della Cisalpina e alla Costituente di Lione, da cui esce -per la prima volta dopo tanti secoli uno Stato di nome italiano «è una -continua ascensione (dicono gli editori degli atti della Cispadana) -verso l'ideale della patria unita». Se non che pei repubblicani -francesi l'Italia non è se non una conquista da sfruttare, e allora il -contrasto (è una bella e profonda considerazione di Augusto Franchetti) -il contrasto fra le promesse di redenzione universale della filosofia -e le opere ladre degli invasori, fra la proclamazione dei diritti -dell'uomo e l'applicazione, che i francesi ne fanno in Italia, forma -per la prima volta in Italia un'opinione, che si fa strada prima negli -animi più eletti, poi nei vari ordini della cittadinanza, che cioè non -bisogna più vagellar sempre dietro a concetti universali, come già la -Chiesa e l'Impero ed ora la repubblica democratica, ai quali la storia -degli Italiani fu un continuo olocausto, bensì pensare finalmente ad -avere anche noi una patria unita e indipendente dallo straniero. - -Per raggiungere questo fine sorgono a contrapposto, gli uni degli -altri, sistemi unitari e federali tanto nella letteratura politica, -quanto nelle sètte cospiratrici e nei successivi moti rivoluzionari del -1815, del '20, del '21, del '31, del '45, del '48 e del '49. - -Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia -d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per -opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo -Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente -tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche -all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna -i nostri tentativi rivoluzionari. - -Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro, -dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti. -L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno -napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero. - -Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare -compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le -abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di -quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più. - -Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà -è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega -doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica, -con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si -trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, -dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma, -al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in -Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi. - -La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene, -secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno -di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma -l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che -aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu -sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere -soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini -si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella -Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione -piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese -Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che -per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non -si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo -nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della -sua tragica fine. - -Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta, -seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il -grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno -degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il -sistema federale monarchico finisce per sempre così. - -Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del -Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo, -mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del -Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo -Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in -campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa -di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare. - -Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di -questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini. - -Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi -vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo -incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema -unitario repubblicano. - -Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè -esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe -Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno, -questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella -terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non -altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro! - -A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere -altro risultamento se non questo dilemma: _o finis Italiae_, o unità -nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato -con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour, -gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in -antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate -tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile. - -Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando -colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie -indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono -irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed -impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in -Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60. - -Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe -Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari -e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che -strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti -partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana, -ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una -fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci -avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri. - -Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente -all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi -e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in -verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti -della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano -gli altri, nè gli altri loro. - -«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari, -«il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e -di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima -novità stava per accadere, _l'unità italiana sotto la monarchia di -Savoia_. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del -tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto -mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che -dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del -mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in -un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora -infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante -delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e -delle speranze, che cadono ad una ad una». - -Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici -della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne -staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e -apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole -ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di -Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al -punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della -nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre. - - - - -GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE - -CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI - - - _L'Italia è la terra degli Eroi._ - - -Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma -nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo -e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si -chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi? - -La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è -un'arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni, -di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia, che è d'ordinario -molto nojosa, appare l'eroe: l'uomo che personifica tutta un'epoca, -l'uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei -piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione -francese e ai moti per la liberazione d'Italia è breve il passo: e -nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la -tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi; l'eroe liberatore -interviene a tempo. Un colpo di pugnale o una congiura vittoriosa -fanno ciò che la folla non sa fare. Qualche volta è un paese intero che -soggiace allo straniero, e n'è liberato per l'opera eroica di un solo. - -E poichè i matrimoni, le date, le genealogie de' regnanti non -c'interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi: -essi personificano per noi tutto un tempo: e la mente inesperta mette -insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i -Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e -i nostri. - -La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei -fanciulli delle nostre scuole: l'umanità che progredisce, che si -emancipa per mezzo degli eroi. - -«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale, -la storia di quanto l'uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la -storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono -gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la -massa generale degli uomini riescì a compiere o a raggiungere; tutte -le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l'esteriore -materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri, -che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe -giustamente considerarsi come l'anima della storia di tutto il mondo.» - -Non vi è niente di meno vero. - -Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono -stati essi medesimi l'espressione di bisogni di società e di popoli -determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di -sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non -possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli -l'ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime -doganale? si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India -o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata -uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto -biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di -milioni di uomini passati da allora per il mondo. - -Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque -qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i -quali riescono a rappresentare l'anima collettiva, o il bisogno di una -minoranza più audace e più forte. - -La storia eroica quale noi insegnamo e quale noi abbiamo imparata, -rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della -descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie -terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense -montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita -degli uomini meno importanti. - -Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell'infinita pianura: -pure è quest'ultima che costituisce grandissima parte della superficie -in cui viviamo. - -«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L'umanità, nel suo lungo -viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi, -dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha -traversato. Noi siamo una folla immemore e ingrata: più sensibile ai -sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo, -perchè la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un -cataclisma.» - -Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia -collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di -cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici. - -È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci -la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono -grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e -perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione. - -L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e -dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai. - -Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una -specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento -difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche -adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo -sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se -avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi, -e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo. - -Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto -che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico -Nietsche, ha finito, povero _ueber mensch_ in un manicomio quelle -teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali -riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non -riesce nè meno a concepire. - -In questo senso vi sono gli eroi. - -Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna, -vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi -speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, -egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di -rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro -è sempre un eroe. - -Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male: -cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà -moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande -depressione. - -L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero -fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque -l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese -depresso. - -Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il -sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero -degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella -Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna! -Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo -che vince o vincerà soggiacciono! - -Ma un paese ove l'educazione popolare è elevata, un paese ove la -coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non -ha eroi. - -Gl'Italiani si rassegnavano alla servitù: e tanti eroi si sacrificarono -per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa -disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un'impresa fortunata -e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era -sempre immensa. - -Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno -ha il sentimento della responsabilità sua, l'eroe non è possibile. - -Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il -vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che avea ai suoi ordini -marinai fieri, devoti, era egli un eroe? Ed è stato forse un eroe -Moltke? - -Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia -scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che -guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l'algebra. - -Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà -è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri, -politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi. - -L'eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non -avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli -fonde: vi è l'estrema altezza e vi è l'abisso. - -I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di -sviluppo e di solidarietà. - -L'Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero -di eroi: appunto perchè il valor sociale della folla era scarso. Ora -noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poichè mancano -pure gli abissi. - -E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall'Italia meridionale, -dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura -stessa del paese permetteva concepire alcuni piani audacissimi e -sperare nella riuscita di essi. - - * - * * - -La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno -conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così -inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi -come quelli di Ruffo e di Garibaldi. - -Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza -colpo ferire, fino al Volturno, un regno che avea centomila soldati, -pare quasi una leggenda: una leggenda cui non crederemmo se non ne -avessimo conosciuti gli attori. - -Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto -a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la -libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime, -tante se ne son tentate! - -In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi -gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno -imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti! - -Noi non ammiriamo che i vincitori; anzi noi non vediamo che il successo -finale. Se Pisacane fosse riescito qualche anno prima e non avesse -lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo -ora sì come Garibaldi. - -Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime -eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria, -poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia -circondati di ben'altra aureola che quella del martirio infelice. - -Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece -con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era -fuggito, e di ridarglielo scendendo in lotta con pochi uomini, fino -al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui -assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di -Morelli e Silviati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane. - -In fondo, l'itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi -posteriori. - -Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga -fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli -a piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata -proclamata, e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato -nella Sicilia. - -Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte, -pareva quasi disperato. - -Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel giuoco che -nell'arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito, -che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava -non era uomo d'armi. - -Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia -e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi -fedeli, sbarcò a Bagnara ch'era suo feudo; pochi contadini furono il -primo nucleo del suo esercito. - -Il suo piano era semplice. - -Egli sapeva che nel Mezzogiorno, grande era l'odio fra le classi -medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della -monarchia e del re. Volea smuoverle eccitandole contro la borghesia: -i _giacobini_ appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe -tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino. - -Era la guerra sociale in favore del legittimismo e della reazione. - -Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore -del suo re e della sua riputazione: egli fu sotto tutti gli aspetti un -eroe. - -Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non -avendo, come abbiamo detto, pratica d'armi, si decide quasi solo a -riconquistare a un re profugo e pauroso un intero regno? - -Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di -parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa -per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse -l'eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli ci -parrebbe quasi un uomo divino. - -Il cardinale Ruffo non avea soldati: riunì gli uomini che poteva -riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano -predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non -avea quasi nessuno seco, contare su altri? - -Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che -avea con sè pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno -sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I -un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta -sessant'anni dopo compì Garibaldi. Tranne che il cardinale Ruffo, per -conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di -cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con -_pazza gioja dalla plebe_. E perchè fu accolto? Dovea egli anche nel -male avere l'eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso -predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere -un'impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e -non furono a Sansevero e Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale -Vatrin non fu egli peggiore? Se l'espressione lotta di classe va usata -a proposito una volta, è nell'avventura del cardinale Ruffo: egli -si servì veramente dell'odio fra le plebi rurali e la borghesia, per -riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per -riescire. - -Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe -raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo. - -Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che -importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un -eroe, perchè compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi -inverosimile per la causa in cui credeva. - -Dall'avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla -riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più -grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante -volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali! - -Perchè ciò che un prete non avea fatto per la causa dei Borboni -non si potea ripetere contro di essi? Perchè diffuse le file di una -cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono -borbonico? - -Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di -seguire il piano di Ruffo per una causa opposta! - -Qualche volta come nel 1820 non fu nemmeno necessario uno sbarco; -furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia -pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali. - -Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere -per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il -viaggio trionfale del prelato reazionario! - -L'Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai -rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo se le guerre con lo -straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi -rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell'Italia meridionale. - -Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d'Italia, -che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti -facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi. - -La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da -una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri -di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio, -non si conoscono nemmeno. - -Ora vi sono grandi linee ferroviarie, in senso longitudinale; vi sono -strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima -del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla -costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime. - -Garibaldi fu il trionfo, ma prima di lui quante giovani vite furono -recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore! - -Erano eroi veri; poichè si attribuivano un cómpito immenso nella -indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per -inconscienza giovanile, altri perchè non misurarono le loro forze e non -conobbero tutte le difficoltà. - -Di tutte le spedizioni che precedettero l'impresa eroica di Garibaldi, -le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella -di Carlo Pisacane; l'una per l'eroica ingenuità con cui i due giovani -s'immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che -avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l'uomo che la concepì. - -Attilio ed Emilio Bandiera erano figliuoli di un contrammiraglio -della marina austriaca, di cui essi stessi faceano parte, l'uno come -alfiere di vascello e l'altro come alfiere di fregata. Non volendo -servire l'Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari, -essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli -in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e -di speranze, più rincresceva loro l'inedia che l'esilio. Ond'è che -decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme -a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno -sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare -le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme -tutto il regno di Napoli. - -Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno i due fratelli Bandiera -partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento -di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio -Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri -concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per -utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e -saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i -petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza, -della umanità, dell'indipendenza, dell'unità d'Italia.» - -Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza -di che non è possibile compiere, ma nemmeno tentare imprese come quella -cui essi si avventuravano. - -La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa -calabrese, alla foce del fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era -tristissimo: ma la terra d'Italia parve a essi sacra e la baciarono -all'arrivo. - -Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche -nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro -arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l'ostilità e la -indifferenza. - -Nella valle di San Giovanni in Fiore — paese già sacro alla leggenda -religiosa — circuiti dai soldati del re, dopo disperata lotta in cui -parecchi morirono, dovettero arrendersi. - -Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio, -in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della -rivolta. - -Ma nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi, -di alto casato: aveano rinunziato con serenità superumana a tutte le -gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi -il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a -Ferdinando II. Ma non fu vana morte: Alessandro Poerio cantava: - - Bevve la terra italica - Del vostro sangue l'onda, - E piova più feconda - Giammai non penetrò. - -La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi -anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata -e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non avesse fatto -confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni. - -Che importa! vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che -non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed -è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice. - -Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poichè si -basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di -tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch'era irrealizzabile, -per la ingenuità con cui fu compiuto. - -Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni -di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il -tentativo rivoluzionario che per l'uomo che n'era a capo; meno per ciò -che fece che per ciò che si proponeva di fare. - -Carlo Pisacane napoletano era stato in situazione autorevole e -importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile -famiglia; era sopra tutto un'anima inquieta, desiderosa di novità. Avea -combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio; -era esule a Genova nel 1857. - -Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici -delle popolazioni meridionali, concepì l'idea audace di sbarcare -sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di -congiungerle ad altre ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a -capo di esercito numeroso e ribelle. - -L'idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di -Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le -distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale. - -Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che -allora non era in uso, benchè Proudhon l'avesse già introdotta. Ma -nella sua dottrina contenuta nel libro _Saggio sulla rivoluzione_ si -manifesta sinceramente anarchico. - -Che cosa è l'anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e -si basa sopra tutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini -abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e -sull'altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste, -in certa guisa, rappresentano un male, poichè sono la violenza contro -l'ordine naturale delle cose. - -Come tutte le dottrine estreme, anche l'anarchia si basa -sull'ottimismo; ma appunto per questo ha un fàscino di attrazione sulle -anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl'ingenui e i -violenti. - -Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la -concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell'opera -di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici e sociali ai -fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera sembrano -scritti ora, tanta è la modernità che l'ispira. - -«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza -popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocchè le -istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. -Voi plebe, allorchè crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece -più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, -gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il -suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser -libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle -concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal -bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se -la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e si toglie ogni abilità -per giudicare degli uomini e dei loro concetti?» - -Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano -per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune; -abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della -produzione. - -Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le -difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani; -come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle -difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli -uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare -a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di -rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza -commozione. - -Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto -combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso -irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la -spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo. - -La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena -coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte. - -E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il -suo _testamento politico_: poche pagine che neppur quelle si possono -leggere senza emozione profonda. - -Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo -da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane -dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me -non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere -una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia -ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio -di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il -reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che -la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte -fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la -rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro, -che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo -è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il -popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà -libero.» - -La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono -che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese -è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero -questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; -invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di -cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia -parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe -immediatamente gigante.» - -Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore -e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non -ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo, -e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il -plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto, -ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita -consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo -i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto -di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo -non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di -pensarlo.» - -Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano -incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio -paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse; -la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro, -e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di -partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse -chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. -Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera -quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana; -combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione -italiana. - -«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo -che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. -Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della -mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno -cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun -bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria -trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.» - -La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane -andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in -certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale -andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il -quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche -non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti -degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere -chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società. -Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema -politico e i difensori del sistema economico? - -Le fasi della spedizione è inutile raccontare qui, nè dire com'essa fu -ideata e con quali mezzi. - -Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte -incerte e contando sull'incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo -dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò -a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia -Rubattino. L'incontro con Pilo non avvenne: ma Pisacane con mezzi così -scarsi volle nondimeno tentare la fortuna, e, consenziente il capitano -della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati -politici e riunì in tutto 323 uomini. - -Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e -tentativi di rivolta nelle province. - -La sera del 29 giugno che il _Cagliari_ operò lo sbarco a Sapri, non -trovò quasi nulla. - -Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov'è tanto cielo -e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera -eterna. - -Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e -i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che -indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano? - -Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa -porpora e della croce d'oro e parlava il linguaggio della passione e -della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro -la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri? - -Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare. - -Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole -pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata così -giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di -morte traversando quel paesaggio di malinconia. - -L'avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in -moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini, -quando sulla collina detta Morge del Piesco, incontrò le forze regie. -Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l'arrivo di truppe -reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi, -lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa -duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi pei -boschi e andare a fare insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli -uomini della spedizione, giunti sotto il paese di Sanza, così triste -con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in -gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed -egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in -pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era -per essi uno straniero? era un nemico? - -Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande: -della spedizione di Garibaldi. - -Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di -Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno, -in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione. - -Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v'è alcuno che ne -ignori la quasi leggendaria fortuna. - -Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in -Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed -entrava in Napoli da trionfatore. - -Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? e perchè potè esso -riescire? sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila -soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano -così deboli mezzi. - -Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima -la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche -allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e -dei liberali. E si può proprio dire che la spedizione di Ruffo non sia -stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario? - -Io ho parlato dell'Italia meridionale poichè essa è stata il paese ove -le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici, -in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismi -dimenticati, quante audaci imprese, quanti tentativi temerari! Per un -eroe che ricordiamo quale turba anonima di dimenticati, quanti uomini -morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera del -sentimento che fu il movimento per l'unità! - -Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e -sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che -nessuno ricorderà più! - -L'Italia è stata veramente la terra degli eroi. - -Se l'eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta -di compierle, e per esse muore, l'Italia è stata la terra sacra degli -eroi. - -Pure da questo fatto che dimostra l'intima virtù della nostra gente, -noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza. - -Perchè l'Italia è stata la terra degli eroi? - -Perchè in essa era debole il sentimento della responsabilità -individuale; perchè la cultura individuale era bassa; perchè mancava -quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri -paesi più educati, o più fortunati. - -Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle -grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva. -Ond'è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza -individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini. - -Poichè gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi -siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l'azione di pochi uomini -può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un -popolo; se non vi sono necessità che s'impongano; la faziosità che è -già nell'istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo -ancora le antiche illusioni. - -Pure nelle scuole continuiamo a dire che l'Italia è la terra degli -eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere -i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi -finiti, ma come qualche cosa di grande e d'imitabile. Siamo giunti -perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi; -quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un'altra. E -poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere -quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui -nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo -lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale: riempiamo -le teste giovanili di ricordi di cospirazioni, di sètte, di rivolte, -e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnamo una storia -eroica, cioè una storia di rivolte individuali, e ogni rivolta -individuale ci sorprende. - -Il popolo non ama le distinzioni; nè sa persuadersi, che, se il -fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re -costituzionale sia male. L'anima popolare ama ciò che è semplice, ciò -che è chiaro, ciò che è evidente. - -Quello che è più meraviglioso non è che l'unità italiana si sia fatta, -ma che si sia mantenuta. - -Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio. - -Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche -il pulcino che esce dall'ovo fa come dicono i naturalisti, una piccola -rivoluzione. Ma quando n'è uscito, il suo sviluppo lento non è che un -fatto continuativo, senza violenze biologiche. Noi dobbiamo considerare -la nostra formazione come una necessità; non come un metodo. Dobbiamo -dire che l'Italia è stata la terra degli eroi non perchè valesse molto, -ma perchè valea poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza -o nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti -doveano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute -e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di -creazione è un atto di violenza: ma è una fase, traversata la quale, -bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo. - -Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l'uomo -provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest'uomo provvidenziale -è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il -mezzo, ma come lo scopo. - -L'uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato far più che -agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei -grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se -si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri -fanno: infatti essi sono grandi perchè imperniano movimenti che in -realtà esistono. - -Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo -da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l'uomo forte, -l'uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare, -ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia. - -Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni -uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono -durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale -delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l'anima -collettiva vibra di più, dove più grande è l'unione, ivi la forza è -maggiore. - -Pensate invece quale effetto deva avere sopra menti incolte, in cui -fermentano l'odio e la superstizione, l'insegnamento che noi diamo. - -Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi -già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli. -Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnamo che il lavoro -umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo -quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo; -evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più -grande del presente. - -Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in -quarant'anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è -sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo -realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto -più ricchi; molto più colti; molto migliori dei nostri padri. - -Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poichè la rassegnazione -supina è dei deboli. - -Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità: -l'Italia è stata la terra degli eroi, perchè valea poco. - -Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della -loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi -morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza; allora non avremo -più bisogno di eroi: potremo avere grandi statisti, grandi tecnici, se -occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo -avuto, finora. - - - _Signore, Signori_, - -Voi ricordate l'episodio che gli storici hanno tante volte ricordato, -che il romanziere potente ha divulgato. - -Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra -franco prussiana, l'esercito tedesco e l'esercito francese non erano -a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte -aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico -con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano -una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi -pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto -eguale, solenne, quasi l'affermazione della speranza comune e della -vittoria immancabile. - -Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche -nella disfatta sentirono scendere nell'anima come una nube di dolore e, -più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non -lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea -un'anima sola. - -Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi -abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi? - - - - -DALLE DIECI GIORNATE DI BRESCIA ALLA BATTAGLIA DI SAN MARTINO - -CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI. - - -No, signore e signori; questa volta i poeti non esagerano. Brescia, -con meraviglioso esempio di virtù guerresca, dimostrò come non -bugiardamente Vincenzo Monti l'avesse chiamata - - Ricca d'onor, di ferro e di coraggio. - -E, dopo un'alta e suprema prova di bresciano valore, la poesia -rispondeva ancora esattamente all'austero giudizio della storia, quando -l'Aleardi cantava: - - Brescia dai monti fertili di spade - Niobe guerriera de le mie contrade - Lïonessa d'Italia, - -e il Carducci, allora che, volgendosi alla statua della Vittoria, tra -le rovine del tempio di Vespasiano, esclamava: - - Lieta del fato Brescia raccolsemi, - Brescia la forte, Brescia la ferrea, - Brescia leonessa d'Italia - Beverata nel sangue nemico. - -V'è infatti tanta grandezza nella lotta di Brescia contro lo straniero, -breve lotta di soli dieci giorni, ma atroce, disperata, sostenuta con -impavida fortezza, da poter dire, senza eccesso di lode, essere questa -la più eroica pagina di quella sfortunata, ma non inutile rivoluzione, -la quale, or è mezzo secolo, iniziava il risorgimento politico -d'Italia. Ricordiamo quei tempi e quelle prove, perchè la patria, -nei dì del dolore fortemente sofferto, più santa appare che in quelli -dell'esultanza. - -In quella impetuosa carica alla baionetta contro lo straniero, che -fu la rivoluzione del 1848, Brescia si trovò subito in prima linea; e -cacciata la guarnigione austriaca dello Schwarzenberg, fece sventolare -la bandiera nazionale sul colle Cidneo. - -La fioritura italica d'illusioni e di speranze appassì in breve, e la -tirannide straniera calò ancora tenebrosa sulla libertà nazionale. Alla -sconfitta di Custoza seguiva l'armistizio Salasco, e il 16 agosto i -soldati stranieri rientravano in Brescia. - -Tra inique persecuzioni e frequenti speranze s'apriva il 1849. Alle -fucilazioni, alle verghe, alle prigionie, agli oltraggi, rispondeva -torbido e cupo il fremito, non pure di Brescia, ma delle campagne e -delle vallate vicine, fatte contro a segreti convegni di patriotti. -Gli animi trepidavano ancora di speranza, guardando al vessillo -tricolore, tuttora sventolante su due città gloriose, Roma e Venezia, -e al Piemonte, il quale si cimentava di nuovo a difendere conculcati -diritti. - -Denunziato l'armistizio Salasco, Carlo Alberto lasciava Torino e si -avviava verso la Lombardia. A Brescia, ove metteva capo la cospirazione -lombarda, un comitato di cittadini animosi preparava l'insurrezione. - -Il giorno 19 marzo, sui colli che incoronano la bella città, apparve, -con una squadra d'armati, araldo di libertà, il prete Boifava, anima di -apostolo e di soldato, tutta accesa del divino entusiasmo di combattere -per la patria. - -La fiamma vendicatrice divampa il giorno 23 marzo. Una nuova prepotenza -delle soldataglie straniere fa insorgere il popolo, il quale fuga -la guarnigione austriaca, appena in tempo di chiudersi nel Castello -dominante, entro le mura la città. E dal Castello, a mezzanotte, -incomincia furioso il bombardamento. Il fragor del cannone si diffonde -lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandano i monti circostanti, -augusto segnale alle milizie del popolo, preparato a disperate difese. - -Si ricorre a tutte le armi somministrate dal furore, e il selciato, -scomposto da uomini, da donne, da fanciulli serve ad erigere barricate; -con ostinazione invincibile i combattenti cacciandosi a qualunque -rischio, non ricusano qualsivoglia miseria estrema, stanno pertinaci a -distrugger sè stessi, piuttosto di venire ad accordi con lo straniero. - -Intanto, da Mantova, i battaglioni austriaci del generale Nugent -correvano su Brescia, ma, giunti alle porte della città, trovarono -animosi drappelli guidati dal Boifava e dallo Speri, pronti a mostrare -che Brescia non era preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti -e braccia e ostinata virtù di resistere. Con impeto di prodezza eroica, -i nostri ributtarono i croati e volevano inseguirli, se quell'ardore -imprudente non fosse stato trattenuto da Tito Speri, capo improvvisato -di gente raccogliticcia, ma che aveva occhio di capitano esperimentato -e non ignorava le industrie e le precauzioni guerresche. - -Poco più di cento prodi tennero fermo tre ore contro i battaglioni del -Nugent, il quale rivolto ai parlamentari: - -«Entrerò in Brescia per amore o per forza.» - -A cui lo Speri: - -«Per forza, forse: per amore mai.» - -Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria. - -Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero -traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana, -Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era -sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il -pensiero. - -Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra -e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone -tedesco e il martellare delle campane bresciane. - -Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti -perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del -nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito. - -Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a -Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio. - -Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso, -e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai -nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue. - -Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia -assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di -lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor -capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati. -Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di -Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello, -insieme con molte milizie. - -Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco, -dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva -superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro -le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della -città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile. - -I bresciani, cuori forti, sani, generosi, stavano vigilanti alla -custodia della patria. Tra un velo nebbioso si vedevano appena le -popolose borgate, i colli fertili e incastellati, i ronchi sparsi di -ville. Sotto il giro delle oscure piante, che incoronano i monti, si -scorgevano distinti appena i verdi seni delle floride pendici, e si -estendeva misteriosa e indefinita la pianura lombarda, sfumante via via -nei cinerei vapori dell'orizzonte. E lì sotto, Brescia, torreggiante -d'ogni intorno di palagi e di chiese, illuminata, anche sotto il grigio -cielo, dal sole della libertà. - -Quali pensieri si saranno in quell'ora agitati nel bieco animo dello -straniero? Ah! è solo nel pensiero dei buoni che la bellezza e la -giovinezza della natura diventano belle e dolci del pari. - -Non altro che feroci cupidigie di stragi o di dominio animavano quel -micidiale, il quale spediva tosto un messaggio al Municipio, chiedendo -senza dimora la resa della città, minacciando saccheggi e devastazione. - -Le minacce raddoppiarono l'ardimento. Cresceva col pericolo la fermezza -del proposito generoso e feroce. Divampanti d'ira, tutti corsero a -brandire le armi, - -No, Italia non vide mai un coraggio così determinato. - -Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho -partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo -figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti -combattere e ne sentirono orgoglio! - -Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone -diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e -la città fu investita da tutte le cinque porte. - -La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte -mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava -verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti -salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di -resa. - -Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso -una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.» -Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati -bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal -Castello l'epica zuffa. - -Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli. - -Non un colpo andava in fallo. - -Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria, -furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti, -sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le -coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi -dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le -pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne -il fiato. - -E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili -combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono -scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da -una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato -sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore. - -Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza -dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca. - -Questa è vera gloria! - -Il maresciallo feroce, disperando piegare con le armi l'invitta -costanza dei bresciani, ordinò che con acqua ragia e pece, si -appiccasse il fuoco alle case, così che in breve le tenebre furono -lugubremente illuminate dagli incendî. - -S'adunarono allora a consiglio i reggitori del Comune e il Comitato -di difesa. Il rovinìo delle case, il crepitìo degli incendî, il tuonar -dei moschetti, il rombo del cannone, dicevano con lugubre voce ch'era -follia prolungar le difese, che la rabbia tedesca si sarebbe voltata -più feroce contro la città, che l'arrendersi avrebbe risparmiato -un nuovo spreco di vite, uno sperpero lagrimabile di sangue, e il -popolo divinamente lacero, sanguinoso, straziato, rispondeva di voler -combattere ancora. - -Brescia accoglieva degnamente sul suo capo il fato della moribonda -libertà italiana! - -Alla violenza eroica, con cui il dì primo di aprile si rinnovò il -combattimento, parve che Brescia non fosse esausta da nove giorni di -titanica lotta. - -Al furore dei bresciani, nel cui animo ruggiva lo spirito della -battaglia, anco una volta balenarono le vecchie milizie del dispotismo. -Se non che nuove artiglierie e nuovi battaglioni, giunti dal Ticino e -dal Mincio, oppressero con un turbine di fuoco, schiacciarono con la -potenza delle armi, non vinsero i difensori di Brescia. - -Alcune parti della città presentarono allora uno spettacolo da -agghiacciare le vene. I soldati saccheggiarono, incendiarono, uccisero -donne, vecchi, bambini. Correvano rigagnoli di sangue, i muri eran -chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue. Ingombravano le vie -mucchi di cadaveri scorticati, sbranati, sfracellati, masse informi di -carni lacerate. Alcune volte (è uno scrittore sereno che racconta, il -Correnti) quei crudi si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le -sbranate viscere dei loro diletti, altre volte scaraventarono teste -di teneri bambini tra le schiere bresciane. Con altissimo scroscio -cadevano le barricate, passava la processione lugubre dei compagni -portati sulle barelle, con la fronte spaccata, il petto lacerato; -le schiere erano spazzate via dalla mitraglia, e il popolo con le -armi alla gola, all'intimazione di cedere, di sottoporsi, fieramente -resisteva. - -Già la bandiera bianca sventolava sulla Loggia, e tra le fiamme degli -incendi si combatteva ancora, con un valore più forte della barbarie -nemica. - -A un frate, che tra il grandinar dello palle s'era recato al Castello, -per ispetrare il duro cuore di Haynau, il generale austriaco, -implacabilmente imperioso, con lugubre ironia rispondeva che _nulla -d'ostile avrebbero sofferto i pacifici cittadini_. - -Ma qual cittadino pacifico si sarebbe ancora trovato fra i superstiti? -Fra i superstiti, che molti e molti indomati eroi avevano bagnato del -loro sangue le zolle della patria, che parevano palpitar di ribrezzo. - -La storia ne ricorda i fatti più che i nomi. Che importano i nomi? -Tutti erano pronti a morire com'essi dicevano, _alla bresciana_. - -Ecco uno che squarciato il petto da una palla cade dicendo: «Me -fortunato, ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia.» -— «Ed io secondo» — rispondeva un altro, cui la mitraglia dirompeva -gl'intestini. Un terzo, gravemente ferito, rifiutava l'aiuto dei -commilitoni, perchè non abbandonassero il posto. — I ricordi son molti. -Sacri ricordi, o signori, che la patria unisce nei suoi fasti alle -sfortunate, ma eroiche prove di valore, date dalla vecchia aristocrazia -piemontese pochi giorni prima, sugli infausti campi di Novara. L'oscuro -popolano bresciano, che, col cappello forato da tre palle, si scaglia -contro quattro austriaci, ne uccide uno, manda in fuga gli altri e -torna a' suoi dicendo: «Ben mi pagai del mio cappello»; e l'altro -ignoto plebeo, a cui una bomba porta via il braccio sinistro, e dopo -aver scaricato col braccio destro il fucile cade gridando: «Viva! -mi resta un braccio per la spada!» non sono forse pari nella virtù -e nella gloria a quel vecchio patrizio Perrone di San Martino, che, -alla Bicocca, colpito a morte, stramazza di cavallo, dicendo a Carlo -Alberto: «Ora il mio dovere è compiuto,» e al conte di Robilant, che -levando il moncherino sanguinoso grida: «Viva il Re»? È in tutti questi -prodi un comune lignaggio, che ha per motto di famiglia: _patria e -valore_. Haynau, passato alla storia col marchio del sangue sopra la -fronte, impose a Brescia duri patti, che dovettero essere accettati dai -reggitori della città. Ma non da tutti i bresciani, nati con l'istinto -della l'esistenza disperata nel sangue. - -Le mura poteano vincersi, i petti no, e si volle resistere tino -all'estremo spirito. Pretesto agli oppositori per incrudelire -dovunque e per iniquamente violare i patti della resa. Testimonianze -irrefragabili parlano degli orrori della soldataglia, d'incendi, -di fucilazioni, di violenze: narrano di cittadini inermi bastonati, -martoriati, d'alcuni arsi vivi, impeciati ed abbrustoliti, d'altri -ammazzati nel letto, nei nascondigli: affermano come nè l'età, nè -il sesso imponesser pietà, essendosi trovati donne e vecchi laceri -di ferite, bambini o infranti alle muraglie, o calpestati sul suolo, -trapassati dalle baionette e lasciati là, fra orrendi contorcimenti, -sotto gli occhi materni. Quelle belve umane entrate in un collegio di -fanciulli, ne sgozzarono cinque; altri, ebbri per avere aspirato il -fumo del sangue, entrarono in una casa e sotto gli occhi della madre -massacrarono un giovane epilettico. Un prete, uscito di città, per -cercar notizie della madre, fu fucilato: asperso di resina e arso vivo -un altro prete, dopo aver veduto due sue nipoti giovanette stuprate e -scannato un nipote: un vecchio venerando, trapassato dalle baionette, -per non aver voluto giurare sulla bandiera imperiale: un popolano, -Carlo Zima, vendicò sè, morendo arso con uno de' suoi carnefici. Oh! -esecrazione! Non resiste più l'animo a queste scelleraggini nefande, -il cui solo ricordo ci oscura la ragione e ci fa palpitare il cuore con -fremiti di sangue. - -Così, per le mani di un soldato carnefice, finiva strangolata la -libertà bresciana, e, fra la tirannia militaresca e la violenza -ladra dei barbari, la scettica e vile Europa guardava indifferente. -Ma quei morti tennero viva l'Italia, e da quelle stragi uscì voce di -resurrezione. - -Brescia, che in quei memorabili giorni irradiava l'Italia della sua -eroica virtù, aveva raccolto dalla propria storia e al sangue de' suoi -martiri aveva confidato il diritto che dentro alla sacra cerchia delle -Alpi e del mare, la patria non dovea essere contaminata da straniero -dominio. - -Seguirono tempi di cupa tirannide. L'Austria, con impudenza soldatesca, -pensò assicurare la obbedienza col terrore, col sospetto, con -l'arbitrio, e la Lombardia e la Venezia, oppresse peggio che altro -paese dell'infelice Italia, precipitarono da una troppo grande altezza -d'illusioni e speranze in orrende calamità. La baldanza soldatesca -del Radetzky non obbediva neppure ai ministri di Vienna, i quali -avrebbero voluto porre un freno all'imperio della spada. Ma non erano -smarriti gli animi e gli intelletti degli italiani, non tutte spente le -speranze, e la nazione imparava dal dolore l'arcano della risurrezione, -e, ammaestrata dalla esperienza, si preparava con tenacia a ritentare -la prova, ad affermare la libertà e la patria con la meditazione, con -l'opera, con la parola, con il sangue. - -Il cielo d'Italia è ancora solcato da fuochi di patriottismo, e -le società segrete, prendendo inspirazione dal comitato nazionale, -istituito a Londra dal Mazzini, ordivano congiure, pronte a scoppiare -in aperta rivolta. A Mantova, dove più inferociva l'ira soldatesca -dello straniero, ordinavasi un comitato di patriotti, di cui era -anima Enrico Tazzoli, sacerdote di santa vita. L'austriaca ferocia -soffocava le riottose speranze i con supplizi, con le carcerazioni -con le bastonature, con le confische dei patrimoni, con le multe, con -gli esigli, con la violazione della legge comune e dei trattati. Le -persecuzioni accendevano l'ira, e il sangue versato fecondava il seme -di libertà. - -La nuova serie dei martiri è iniziata dall'eroico popolano Sciesa, -milanese, fucilato il 2 agosto 1851. Lo seguono nella morte gloriosa -il comasco Dottesio strozzato a Venezia, il sacerdote Grioli fucilato -a Mantova. E a Mantova furono poi tratti al supplizio, sugli spalti -di Belfiore, Enrico Tazzoli, lo Scarsellini, lo Zambelli, il Canal, -il Poma, il Grazioli, il Montanari. Molti, a cui fu risparmiato il -patibolo, furono prima sepolti nelle orrende mude della Mainolda, poi -mandati a scontare il delitto d'amare la patria nelle prigioni boeme. - -Allora che l'anima si ritrae nell'asilo del passato, ove le burrasche -mondane romoreggiano, come il fiotto procelloso dell'Oceano sulla riva -sicura, ci appare, tra i crocei vapori vespertini, nobile e santa -fra tutte, la figura di Tito Speri, l'eroe delle dieci giornate di -Brescia, penzolante dalla forca, di Belfiore. Quel pallido fantasma non -è accompagnato da alcun sentimento di rancore o di vendetta. La notte -precedente al supplizio, l'eroico giovane, il quale abbandonava la vita -a ventotto anni, scriveva una lettera ad Alberto Cavalletto, che non -si può leggere senza profonda commozione, «Nella mia vita — così egli -scrive — ho qualche volta gustato delle gioie, ma te lo assicuro, in -confronto a quelle che provo in questi momenti, esse non furono che -miserabile fango. La mia gioia al pensiero che fra poco andrò a morire -per la patria, è così viva, così intensa, che se gl'Italiani potessero -averne un'idea, si farebbero tutti ammazzare.» Con lo stesso ardente -entusiasmo, i martiri della Chiesa primitiva andavano a morire per la -religione. Oggi, dopo tanto breve corso di tempo, quei generosi che -ci diedero una patria, sembrano così distanti da noi, quelle audacie -magnanime sembrano così lontane da questi giorni, in cui ogni senso di -patria poesia è distrutto dalla cosa pubblica fatta bottega di vanità, -dalla pratica operosità, che converte l'anima in denaro. Ma allora -la patria era veramente una religione, la quale insegnava la nobiltà -del morire per un'alta idea e apprendeva la forte efficacia della -virtù, che a quei santi dell'età moderna proveniva dal cuore: virtù di -religione, esercitata per amore all'invincibile sentimento dell'eterno -bello, dell'eterno giusto, dell'eterno vero; virtù d'affetto, che, -pur vibrando alle speranze, non fuggiva il dolore e lo sentiva, e lo -misurava, e lo sopportava; virtù di sacrifizio, che facea serenamente -rifiutare la vita per la patria adorata. - -Allora nessuna persecuzione, per quanto feroce, poteva domare gli -animi, anelanti a libertà. - -Il Piemonte, il nobile asilo d'Italia, accoglieva i profughi delle -provincie oppresse e li adoperava come cittadini. Le lettere nella -Lombardia e nella Venezia, pur lasciando le forme rivoluzionarie, -che aveano preparato il 48, ma sempre informate all'odio contro lo -straniero, continuavano ad armare le menti al conquisto della libertà. - -Camillo di Cavour, nel quale l'animo del cittadino era anche più grande -della mente acuta del ministro, faceva suo, con penetrazione sicura, il -concetto mazziniano dell'unità italiana e lo incarnava nella monarchia -di Savoia, compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia. - -Ormai s'era creato in Europa il convincimento che l'Austria avrebbe -comandato in Italia ancora per poco, e che l'Italia, dopo tanta virtù -di sacrifizi, di lotte, di opere, di studi, avea bene il diritto di -costituirsi in nazione indipendente. - -L'Austria allora, cui più che la vergogna delle sue inique oppressioni -cuoceva la riprovazione di tutte le nazioni civili per le sue forme -di governo, pensò adoperare, dopo i patiboli e le carceri, un'arme -più insidiosa, le lusinghe, e simulò di farsi più umana. «No, noi non -domandiamo all'Austria — esclamava Daniele Manin, l'esule magnanimo — -che sia umana e liberale in Italia, ma le domandiamo che se ne vada; -noi non sappiamo che farci della sua umanità e del suo liberalismo, e -solo vogliamo esser padroni in casa nostra!» - -Che l'Austria non fosse mutata e sotto le blandizie celasse l'antica -ferocia, provò la nuova forca rizzata nel 1855 a Mantova, e a cui fu -appeso, inclito martire, Pietro Fortunato Calvi, l'eroe del Cadore. - - * - * * - -Un dì, la bandiera italiana apparve sui baluardi di Sebastopoli, -unita ai vessilli dei più forti popoli dell'Occidente. Dopo la guerra -di Russia, nel Congresso di Parigi, la causa italiana fu dichiarata -solennemente d'interesse europeo, raccomandata al tribunale supremo -della civiltà cristiana, e il conte di Cavour arditamente proclamava -che l'_Austria in Italia era stata sempre attendata_. - -Ormai l'Italia non si sentiva più sola, abbandonata, e precorreva, con -l'ansia del desiderio, gli eventi. - -E che giubilo irrefrenato, da un capo all'altro della penisola, -commosse, non molto dopo, i popoli, all'annunzio che la Francia, la -gloriosa sorella latina, dava la mano all'Italia per rialzarsi e per -iscuotere i danni e le onte del servaggio! - -Nei primi giorni del maggio 1859, Vittorio Emanuele e Napoleone III -si mettono a capo dei loro eserciti, mentre Garibaldi conduce i suoi -_Cacciatori delle Alpi_. Il 20 maggio, gli austriaci toccano dalle armi -franco-piemontesi la prima sconfitta in Lombardia, a Montebello; il 30 -sono fugati a Palestro. Fra la prima e la seconda vittoria, Garibaldi, -il 23 maggio, entra trionfante a Varese, il 27 a Como. - -Il 4 giugno, gli eserciti alleati passano il Ticino, e i francesi -vincono il nemico a Magenta; l'8 a Melegnano. In questo stesso giorno -Vittorio e Napoleone entrano in Milano, tra l'entusiasmo frenetico -delle popolazioni redente. - -Gli alleati, con rapida marcia, avanzano verso il Mincio, dove, -ritirandosi sulla sinistra sponda, s'è concentrato l'esercito -austriaco, riordinato, rafforzato da fresche e numerose milizie, -sotto il comando supremo dello stesso imperatore Francesco Giuseppe. -Il 16 giugno, Vittorio Emanuele entra in Brescia, seguìto, dopo -due giorni, da Napoleone. Il nemico è vicino: al di là del Mincio, -il quadrilatero formidabile: protetto dal quadrilatero uno degli -eserciti più agguerriti e disciplinati del mondo. E' ardua la partita. -All'austriaco, vinto nelle precedenti battaglie, ma sempre superiore di -numero, parevano sorridere probabilità di vittoria. - -Il 24 giugno, per le strade di Brescia, è un affollarsi di gente, un -richiedersi ansioso fra i cittadini, un'agitazione piena di speranze -e di trepidazioni. Distinto, incessante, tremendo giunge il rombo del -cannone. A poche miglia da Brescia si decide delle sorti d'Italia. - -Il 23 giugno, l'imperatore Francesco Giuseppe, riprendendo -l'offensiva, aveva fatto ripassare il Mincio al suo esercito. Nè i -franco-piemontesi, nè gli austriaci credevano incontrarsi così presto, -e nessuno pensava si sarebbe subito impegnata battaglia. - -I due eserciti procedevano, senza saperlo, l'uno contro l'altro, su -quel terreno, che sta fra il Chiese e il Mincio, e da una parte ha -per confine il Lago di Garda, dall'altra finisce nell'ampia pianura -mantovana. - -Erano centosessantatre mila gli austriaci, con 688 pezzi di cannone, -e si spiegavano su circa trenta chilometri, con la destra appoggiata -al Lago di Garda, il centro nel gruppo di colline, fra cui s'ergono -Solferino e Cavriana, e la sinistra verso la pianura di Mantova. - -Erano centocinquantacinque mila, con 552 pezzi d'artiglieria, gli -alleati. - -I piemontesi, alla, sinistra, dovevano occupare le forti posizioni -montagnose, che dal Lago di Garda vanno digradando alla pianura, mentre -da Lonato e Castiglione, nei campi in cui vivono le memorie di altre -guerre napoleoniche, si distendevano fino alla pianura di Mantova -i corpi d'esercito francese, comandati dal Baraguay d'Hilliers, dal -Mac-Mahon, dal Niel e dal Canrobert. Fu primo il Niel a urtare con -grandissimo impeto gli austriaci, che l'assalto sostennero con uguale -tenacia. - -Presto la pugna s'accese dovunque; più terribile nel centro, a -Solferino, dove Napoleone III, con prontezza di concetto degna del -grande zio, comandò di concentrare lo sforzo maggiore. Là veramente -stava la vittoria. Fu la lotta lunga, ostinata, atroce, e vano per -molte ore l'evento, superando gli austriaci di numero e di costanza, -i francesi d'impeto e di ardire. Dopo una resistenza ostinata, -l'austriaco si ritirava rotto e sanguinoso, e le armi di Francia -vincevano ovunque. - -Molto diverse procedevano le cose sull'ala sinistra, dove i Piemontesi -s'erano trovati di fronte ad uno dei corpi austriaci più formidabili, -sotto la condotta di un generale valentissimo, il Benedeck. - -Il combattimento era cominciato alle sette del mattino, e i nostri -si avanzavano verso Pozzolengo. Avevano potuto conquistare le -importantissime posizioni di San Martino e della Madonna della -Scoperta, ma assaliti dal nemico numeroso, furono, dopo breve ma -aspra lotta, cacciati. Si rinnovò l'attacco dai nostri, ma slegato, -senz'ordine, mandando alla spicciolata i soldati, i quali, con mirabile -valore, parecchie volte s'impadronirono delle alture e parecchie volte -ne furono respinti. Gli austriaci occupavano fortemente San Martino -e Madonna della Scoperta. Il generale Durando invano assaliva questo -secondo colle, mentre il generale Mollard, più valoroso soldato che -abile condottiero, attaccava San Martino e vinceva. Ma un vigoroso -contrattacco non tardava a respingerlo fino al piede dell'altura. Non -era però lo scompiglio della fuga: Mollard riordinava i suoi e restava -di contro alle posizioni nemiche aspettando nuove e fresche milizie, -mostrando di esser pronto a ritentare la prova, mentre il Benedeck -raccoglieva il suo esercito sull'altura di San Martino, non osando -scendere a soccorrere Solferino, dove la fortuna inclinava a favore di -Francia. - -Quando il Baraguay d'Hilliers e il Mac-Mahon riuscirono ad occupare -Solferino, gli austriaci dovettero abbandonare la Madonna della -Scoperta, presto occupata dal generale Durando. - -Vittorio Emanuele, che correva or qua or là, dove più terribile era il -pericolo, con l'angoscia nel cuore vedea che il Benedeck, respingendo -con buon successo parecchi assalti vigorosi dei nostri, mantenevasi -saldo sulle cime di San Martino e dei prossimi poggi. Al valore delle -armi italiane non voleva sorridere la fortuna. Più che il destino -premeva al Re magnanimo l'onore d'Italia. Ordinava egli allora al La -Marmora di mettersi a capo di due divisioni, le univa a quelle del -Mollard, e stava per tentare un generale furibondo assalto, quando -scoppiò uno spaventevole uragano. La battaglia rimase tronca, essendo -impossibile ai soldati, per la furia del vento, accompagnato da -violenta grandine, non che di avanzare di reggersi in piedi. Quando, -dalle rotte nuvole, riapparve il sole, tornarono gli uomini alle -offese. I piemontesi sorsero risoluti e pronti. Invano le artiglierie -nemiche fulminavano quelle schiere di valorosi, che procedevano -serrati, terribili all'aspetto. Scoppiò un grido: _Savoia_, da migliaia -di petti; rullarono i tamburi, suonarono le musiche, e i soldati -d'Italia piombarono terribili all'assalto. Ma non meno terribili le -difese. È un combattere asprissimo e mortalissimo. Si pugna con le -baionette, con le sciabole, con le daghe, con i calci del fucile, con i -sassi, co' pugni, con le unghie, co' denti. Piega finalmente la fortuna -in favore d'Italia. Gli austriaci cominciano a balenare, i nostri -acquistano vigore, la Contraccannia, la casa, dove più ostinata era -stata la resistenza del Benedeck, è presa. Gli austriaci sono cacciati -giù dalla china, e un gran grido s'inalza: «Viva l'Italia! Viva il Re!» - -Il giorno finiva e le artiglierie franco-italiane salutavano la -vittoria, su quei campi dove giacevano uccisi mille seicento ventidue -francesi, seicento novantuno italiani, duemila trecento ottantasei -austriaci; feriti 8530, e prigionieri e scomparsi 1518, tra i francesi, -tra i piemontesi feriti 3572 e scomparsi 1258; tra gli austriaci 10,634 -e 9290 scomparsi e dispersi.[1] - -L'unico e santo intento di tanto sangue versato era vicino a -raggiungersi. Ancora una battaglia sotto Verona e l'opera era compiuta, -la giustizia era fatta. - -A un tratto, fra quelle speranze, scoppia, come folgore, la pace di -Villafranca. - -Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto -le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un -pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul -Reno. - -Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino -avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e -San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo. -Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato -ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle -prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della -Toscana, dell'Emilia. - -Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di -Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera -Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che -sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele -«che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero. - -Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio -Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise -da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di -resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva: -«Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete -presa.» - -Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour, -che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de -Villafranca.» - -Sacra antiveggenza del genio! - -Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì -resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma -avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la -quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di -popolo. - -Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti -italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli -avvenimenti. - -Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento -del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio -della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla -Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico -cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso -dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio. -Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour -di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello -spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca -finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola -far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o -Italia! - -Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene, -Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava -sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor -della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante -illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce -del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino -all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi. - -Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente -accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più -stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea -condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.» - -_Italia e Vittorio Emanuele_ fu il grido, che risuonò in ogni parte -della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla -pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi -regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia -rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I -plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 -s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele -II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia. - -Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini -che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro -vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed -è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone. -Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale. - -Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti -intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai -la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini -che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli, -Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano -così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento -della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della -unità nazionale. - -Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta -all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui. -Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche -più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro, -rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti -accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici. -Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe -che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi, -che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico -istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di -tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi -aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e -la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione. -E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la -nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando -pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro -sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti -verso le presenti miserie e meno pessimisti. - -Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli -errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni -di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60. -Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica, -che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di -veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto -di queruli, di critici e di mediocri. - -Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza. - -Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori. - -La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella -piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle -industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del -'59 e del '60. - - - - -IL RE GALANTUOMO - -(1849-1859) - -CONFERENZA DI DOMENICO OLIVA. - - -Carlo Alberto aveva voluto ritentare la prova: sulla sua anima di re -e di patriota, l'armistizio Salasco, l'ultima ed inutile difesa di -Milano, le scene di violenza, d'ingratitudine e di follia, da cui eran -state bruttate le vie della Metropoli lombarda, pesavano come ricordi -d'oltraggi e di sangue. - -Tutta Italia fremeva ancora: la Lombardia soggiogata, non doma, -pareva pronta alla riscossa: Venezia si teneva libera e si difendeva -dall'Austria, e, penetrata dal severo spirito di Daniele Manin, si -accendeva alle visioni di guerra e all'estreme speranze: erano in -tempesta Toscana, Romagna, Roma, dilaniate da fosche e basse discordie -civili, ma non vinte ancora: il re di Napoli s'era disvelato, ma il -popolo di quelle contrade favellava pure sempre di libertà e aspettava: -la Sicilia, insorta in armi, sfidava il nemico. Era tramontata l'età -poetica: non più idillii, non più liete crociate, furore invece: pareva -fosse promessa la vittoria alla disperazione, e, se non a vincere, -si anelava a morire, a porre sulla strada della reazione trionfante -un'Italia sanguinosa e lacera, ultima protesta, ultima vendetta, ultimo -incitamento alle ire rinnovellate dei nepoti lontani. - -Questa, in generale, la condizione morale e materiale della patria: -volgiamo lo sguardo alle condizioni particolari del regno subalpino. -Mai, io penso, un re e un popolo affrontarono tanto male un grande -cimento, come Carlo Alberto ed il Piemonte, nella incipiente e -tristissima primavera del 1849. Reazionari e rivoluzionari spargevano -ogni sorta di veleni nella massa della nazione, e fra coloro che -dovevano combattere, gli uni affermavano che il Re era tradito, gli -altri che il Re era traditore: prezzo del tradimento, l'onore, la -sicurezza, la libertà del popolo: predicavano la sfiducia, preparavano -la sedizione! Nessuno credeva, la Camera urlava, i ministri non -sapevano, il capo supremo dell'esercito era uno straniero ignoto, -cui era ignoto persino il suono della nostra lingua; i soldati erano -numerosi, ma o troppo vecchi, o troppo giovani, non esercitati o -stanchi, non agguerriti, non ordinati: l'aristocrazia pronta al -sagrificio, ma nauseata della demagogia o imperante o prossima -ad imperare, il clero pauroso di novità, la folla ondeggiante, -incerta, immiserita, dolorosa per le recenti sventure, non parata -ad affrontare e a sostenere le nuove. Tentavasi così di vincere il -vecchio maresciallo Radetzky, chiaritosi l'anno innanzi strenuo e -possente capitano, di ricacciarlo nei fortilizi già da lui animosamente -difesi, di obbligarlo a darsi vinto, mentre si accampava, certo della -vittoria, coi suoi veterani al confine piemontese. Breve sogno e -fallace: Ramorino fu sorpreso o si lasciò sorprendere, la nostra destra -fu assalita e battuta, ci ritraemmo sotto Novara, minacciati d'essere -avvolti e separati dalla metropoli subalpina, come lo eravamo da -Alessandria e da Genova. - -E ci lasciammo trascinare all'ultimo sforzo, e parve che appunto in -quelle ch'erano ore estreme di agonia, la nostra fortuna stranamente -potesse risorgere: le schiere affrante, stanche, già percorse dalla -indisciplina, male ordinate, peggio nudrite, sentirono che nei cuori e -nelle braccia stava per risorgere la virtù antica: fanti, cavalieri, -artiglieri, ufficiali, soldati, sotto gli sguardi del Re pallido e -impassibile, guidati dal duca di Genova, erto sul cavallo, colla punta -della spada rivolta al nemico, respinsero i formidabili assalti degli -austriaci, li assalirono a loro volta, e ripetutamente li fugarono: -lo inseguimento di quelli che parevano già vinti, chiesto, implorato, -supplicato dal duca di Genova, avrebbe fatto forse di Novara una -vittoria italiana e forse mutato (chi può dire in qual modo) la storia -del nostro paese. Non fu conceduto: tornò il nemico a combattere, -tutte le forze imperiali, richiamate, giunsero sul campo: cadevano i -nostri generali, gli artiglieri morivano sui pezzi, la pioggia fitta, -minuta, incessante snervava i combattenti, l'aria era grigia e tetra -e poi scendeva rapida la sera sui vinti che gridando al tradimento -abbandonavano le ordinanze, sui gregari che non ascoltavano più la voce -dei capi: erano tenebre, orrore, desolazione! Ed armi fratricide e mani -rapaci e voglie bestiali si agitavano furiosamente nell'ombra, fra un -coro d'imprecazioni, di grida paurose e di bestemmie. - -Egli era là, sul bastione di Novara, aspettando senza profferir -parola, senza muover ciglio, la palla liberatrice. Non poteva -uccidersi, perchè cristiano; poteva morire, perchè soldato, per la mano -incosciente ed ignota d'un soldato nemico. E lo ritrassero a forza. -Si riebbe, chiese patti al vincitore: gli risposero con imposizioni -dolorose e vergognose. E subito si determinò a quel sacrificio che, -nell'ammirazione e nella gratitudine di noi nepoti, tanto e tanto -innalza la sua figura. Convocati a tarda notte, i figli, i generali, -il ministro Cadorna, quanti eran con lui, amici nella cattiva fortuna, -in una sala del palazzo Passalacqua, in piedi, presso al focolare che -rosseggiava, disse: «Alla causa della indipendenza italiana, io mi sono -votato con tutta l'anima mia: per essa volli esposta ad ogni rischio -di guerra la mia e la vita dei miei figli. Il Cielo non mi volle -arridere, e la sublime vagheggiata mèta per me è per sempre perduta. -Comprendo essere oggi la mia persona d'impedimento a conchiudere -la pace diventata indispensabile; pace che d'altronde io non potrei -sottoscrivere senza disdoro. Non avendo avuta la fortuna di morire sul -campo, non mi resta, per la salute del mio paese, che deporre questa -corona che posi al cimento per la libertà della patria. Io non sono -più vostro Re, o signori, il vostro Re da questo momento è Vittorio, -mio figlio.» E, fatto cenno al duca di Savoia di avvicinarsi a lui, -gli pose la mano destra sul capo, e ve la tenne un istante, rinnovando -quasi un antico rito di consacrazione, che la grandezza della sventura -e gli uomini e l'ora facevano solenne. Poi strinse il figlio al cuore e -lungamente, poi abbracciò il secondogenito e ad uno ad uno, tutti gli -astanti, su cui più che la riverenza potè l'intensa commozione, e non -ebbero freno le lagrime: la sala fu tutta singulti e non altro. Fuori, -batteva ostinata la pioggia e non cessavano le grida dei feriti e dei -morenti. - -Volle restar solo coi figli, scrisse alla moglie che non doveva più -rivedere e al suo segretario: al nuovo Re disse brevi parole, che così -chiuse: «Sopra tutto devi esser sempre fedele ai tuoi giuramenti.» - -E partì verso la morte. - - * - * * - -Così cominciava il nuovo regno. Così cominciava il regno d'un giovane, -che il popolo e l'esercito conoscevano solamente pel suo valore sul -campo di battaglia: nella fantasia della gente egli altro non era -che l'eroico soldato di Santa Lucia e di Goito: ma le fantasie in -quei tempi eran malate e nei soldati, vinti, non si aveva più fede. -Lo dicevano impaziente, lo affermava qualcuno conscio degli errori -compiuti. «Dobbiamo ciecamente obbedire a chi ciecamente comanda,» -avrebbe gridato un giorno in un impeto di sdegno; e v'era chi gli -attribuiva qualche buon consiglio inascoltato. Ciò era poco. I primi -uomini che lo avvicinarono, aspettavano ordini, nessuno osava dire una -parola. - -Volle subito dettare un manifesto ai suoi popoli e lo stese di suo -pugno. «Fatali avvenimenti, la volontà del veneratissimo genitore mi -chiamano assai prima del tempo, al trono dei miei avi. Le circostanze, -fra le quali prendo le redini del governo, sono tali che senza il più -efficace concorso di tutti, difficilmente potrei compiere l'unico -mio voto, la salvezza della patria comune. I destini delle nazioni -si maturano nei disegni di Dio: l'uomo vi debbe tutta la sua opera. A -questo debito noi non abbiamo fallito. - -Ora la nostra impresa dev'essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, -di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le -istituzioni costituzionali. A questa impresa scongiuro tutti i miei -popoli: io mi appresto a darne solenne giuramento, ed attendo dalla -nazione in ricambio aiuto, affetto, fiducia.» - -Poi gli giunge notizia che il maresciallo Radetzky vuol conferire -con lui e gli va incontro, da Momo, verso la fattoria di Vignale. -Percorreva la strada, guasta dalla pioggia, a cavallo precedendo i -pochi seguaci, vedeva contadini pallidi, sparuti, soldati sbandati, -qualche carro di feriti e costoro non lo salutavano che con un -grido ch'era un lamento: «Pace, pace!» Non rispondeva. Scorse il -vecchio Radetzky a cavallo: discese pronto: anche il maresciallo -volle affrettarsi a scendere, ma lo impacciavano la tarda età e -gli acciacchi, e gli fu mestieri d'aiuto. Quando fu accanto al Re, -desiderò abbracciarlo e gli rammentò che amava con tenerezza paterna la -regina Maria Adelaide. Così il vecchio, rigido e terribile, si faceva -bonario, diceva sorridente di gioie domestiche, cercava cattivarsi -l'animo del giovane, e tendeva a una sottile seduzione. «Volete esser -mio e vi farò possente: dimentichiamo ch'io sono un vincitore e voi -siete un vinto: se ascolterete me sarete come un vincitore, e questo -vostro regno oggi tanto battuto e disfatto, in breve diventerà florido -e forte. Volete nuovi dominii? Io posso darveli. perchè ora posso -tutto. Volete la tutela delle mie armi? Sono vostre. Sudditi ribelli, -nemici esterni nulla potranno, finchè saremo uniti. Rinunciate a -questa bandiera, che la rivoluzione e i nemici della vostra Casa hanno -imposto a vostro padre: innalzate ancora l'antica, che fu rispettata -e temuta e gloriosa, simbolo d'onore e di vittoria. Allontanate i -perfidi consiglieri che hanno perduto Carlo Alberto e tornate a quelli -che fecero i primi anni del suo regno così sicuri e prosperi. Nessun -sagrificio domando a voi: Re, state coi Re; soldato, coi soldati. -Ascoltate un vecchio esperto della vita e delle battaglie; voi siete -giovane, com'è giovane il mio sovrano, siete fatti per conoscervi e -per amarvi, vi uniscono vincoli di sangue, contiguità di territorii, -l'interessamento di cui gli animi vostri sono compresi per l'ordinato -e pacifico avvenire dei vostri popoli. L'Austria oggi sa divinare -come un tempo e sosterrà le legittime ambizioni della casa di Savoia. -Non volete? Ci volete nemici? Ebbene, potrei offrirvi generosamente -patti decorosi e tollerabili: ma rammentatevi che starete solo, fra -le passioni irruenti dei partiti, abbandonato da noi e da tutti i -principi italiani. Che dico italiani? Da tutti i principi europei. Che -ha fatto per voi la Francia? Nulla! Che farà? Nulla! Il vostro piccolo -trono sprofonderà fra le tempeste; e se chiederete un giorno l'aiuto -nostro, sarà tardi certamente. Pensate, Sire, questa è l'ora del vostro -destino.» - -«Ho giurato» gli rispose cortese, ma fermo il Re «ho giurato come -principe, sto per giurare come Sovrano: ho combattuto per l'Italia -e non pochi italiani hanno combattuto al mio fianco. Non posso -dimenticare, non debbo dimenticarli, non voglio tradire nessuno. Sono -a capo d'uno stato indipendente, e tale voglio sia per l'avvenire. -Mi rassegno alla sorte del vinto, ma intorno ai miei doveri non -tratto alcun componimento e giudice dei miei doveri sono io solo e li -compirò, qualunque cosa compierli dovesse costare a me. A voi vengo per -stipulare una tregua, non per stringere alleanza, per guadagnare terre, -per crescermi di potenza.» - -E come l'altro si faceva ad insistere, il Re negò sempre; negò e nel -vecchio si facevano strada meraviglia e rispetto, e quasi la sensazione -indefinita che quel giovane stesse per dar principio a un nuovo -capitolo di storia. La figura sdegnosa del nuovo Re, le parole di lui -chiare e sicure, quell'anima che gli si palesava tutta e che pareva ed -era tanto maggiore della sventura, vinsero gl'istinti di prepotenza, -l'orgoglio della vittoria, l'odio antico e perenne verso la gente -italiana. Contro volontà stava volontà: quella vinceva più vigorosa -ed ardita, quella che veramente si volgeva al futuro, mentre l'altra -piegava, l'altra su cui pesavano gli anni e le opere, l'altra per cui -si curvava il tempo mortale. - -In quel colloquio fu fatta l'Italia, e si mostrò per la prima volta -l'uomo che l'Italia aveva a lungo invocato. - -Fu un istante di vera grandezza; qual meraviglia che ne siano uscite -cose grandi? Un attimo d'esitazione, logica ed umana d'altra parte, ci -avrebbe perduti. Ma esitazione non era possibile: Vittorio Emanuele -incontrava deliberatamente il maresciallo Radetzky, come un Re e -un italiano doveva incontrare il nemico. Un magnifico istinto lo -aveva fatto forte: nessuna preparazione, nessun consiglio, nessuna -esperienza; teneva luogo d'ogni altra cosa la generosa voce del sangue -e l'amore della patria. - - * - * * - -Usciva trionfante. E già pensava l'opera. Pensava: «M'ha compreso il -generale nemico, mi comprenderanno i miei: io reco loro la bandiera -salva, il simbolo e la realtà, tutto quello che si vuole per vivere e -per rincominciare.» - -Senonchè, quasi alle porte di Torino s'imbatte nel principe di -Carignano, che gli reca un messaggio della Regina: e la lettera diceva -la esaltazione, la esacerbazione degli animi, la confusione dell'idee -e dei propositi, il dolore degli uni, l'avvilimento degli altri, le ire -dei partigiani, le cupide voglie, quanto di morboso si sollevava nella -metropoli piemontese. La Camera aveva udito leggere da Domenico Buffa -una lettera del Cadorna, annunziatrice del disastro e dell'abdicazione -di Carlo Alberto: aveva, in un impeto di doloroso entusiasmo, votato -al re martire un monumento nazionale; ma poi si perdeva in mezzo alle -recriminazioni, alle accuse, alle ingiurie, ai pensieri più folli e più -disperati. - -Vittorio Emanuele si reca subito a prestare giuramento di fedeltà allo -Statuto, e mentre traversa lo spazio che sta fra la reggia e il Palazzo -Madama, ove s'era raccolto il Parlamento, vede gran folla e la milizia -cittadina in armi; non un grido ascolta, non un viso benevolo scorge, -appena gli si rivolge qualche saluto, i più lo guardano senza parlare, -senza muoversi, freddi, sospettosi, accorati. Entra nell'aula, sale sul -trono, senatori e deputati si levano in piedi, nessuno applaude e pare -che sulle labbra di quei dolenti o di quei nemici muoia il benvenuto -che si dà sempre ai Sovrani. - -Il Re giura, poi parla brevi parole, riafferma la fede sua -negl'istituti liberali: dice che il suo giuramento dovrà compendiare -tutta la sua vita. Silenzio profondo: non lo acclamano, non lo -intendono. Esce, così com'è entrato, col cuore stretto, e per poco non -piange di dolore e di rabbia. Gli pareva assai duro, mentre consacrava -la sua esistenza al suo popolo e alle più alte idealità del nostro -tempo, mentr'era già riuscito a serbare bandiera, statuto, vita libera, -indipendenza del Regno, non essere accolto a braccia aperte, a cuori -aperti, circondato da quella fiducia di tutti, senza la quale era -impossibile accingersi all'opera, nell'opera perseverare, l'opera -compiere. - -Ma in breve si vince: accoglie i deputati losti, Ceppi, Montezemolo, -Lanza, Rattazzi e Mellana, eletti dalla Camera per fargli omaggio. -E liberamente esprime il suo forte rincrescimento, con parole tutte -vivacità e schiettezza, parole atte a disarmare i prevenuti, a -persuadere i peritanti, ad inspirare il coraggio di rispondere franchi -a chi si esprime franco. E poichè gli dicono essere l'armistizio -quello che crea nel Parlamento diffidenza e peggio, e gli manifestano -il desiderio che l'armistizio sia revocato, così replica: «Lor -signori deplorano tutto questo ed io lo deploro più di loro: loro -desidererebbero che si lacerassero quei patti e si ridiscendesse -in campo, ed io lo desidero più di loro. Mi diano solamente un -quarantamila buoni soldati, ed io domani rompo l'armistizio e -vado a cacciare gli austriaci nel Ticino.» Mentre così diceva, gli -fiammeggiavano gli occhi. Uscirono i deputati dalla Reggia rispettosi, -ammirando la ingenua fierezza del giovane principe, che veramente li -meravigliò come cosa inaspettata: più ingegnoso, più ambizioso, più -avveduto degli altri, Urbano Rattazzi forse pensava al futuro primo -ministro d'un tal Re e probabilmente fu da quel giorno che a quel Re si -votò con devozione profonda, prima segreta, poi manifesta. Ma tornati -che furono a Palazzo Carignano, eccoli travolti tra la bufera che -v'imperversa: e una bufera pareva trascinasse tutto il paese a ruina ed -estrema. Insorgeva Genova, gridando una strana ed effimera repubblica; -più non erano finanze, più non era esercito, più non esisteva senso -di dovere civile, e il nuovo ministero, creato dopo la catastrofe, si -accoglieva dalla Camera ingiuriosamente. Il Delaunay, presidente del -Consiglio e generale, si presenta all'Assemblea in assisa militare, -colle sue decorazioni e il presidente fra le risa di tutti (colle risa -si sfogava l'ira) dice: - -— Vorrei sapere chi è quel signore! - -— _Je suis Delaunay, lieutenant-général._ - -— Va bene: e in che qualità Ella viene fra di noi? - -— _En qualité de président des ministres da Roi Victor-Emmanuel._ — - -E poi vòlto alla Camera: - -— Messieurs.... — egli incomincia. - -— Un momento — interrompe il presidente — mi domandi prima la -parola. — - -E qui nuove risa e ogni sorta di atti di scherno. - -Peggio accade quando Pier Luigi Pinelli, ministro dell'Interno, -sale alla tribuna per leggere i patti dell'armistizio. «Morte ai -traditori!» s'urla d'ogni parte. «No, no; è una viltà, vogliamo -guerra a morte, guerra a coltello!.» Per queste furie fu necessità -disciogliere la Camera, convocarne un'altra e discioglierla di nuovo, -dopo poche sedute, che per primo atto aveva eletto a suo presidente -Lorenzo Pareto, uno dei ribelli di Genova, cui il Re era stato largo -di perdono. «Ma se io ho dimenticato» diceva il Re e scriveva «essi -non dovevano dimenticare.» E fu necessità cangiare il primo ministro, -vincere lo riluttanze, le resistenze di Massimo d'Azeglio, convincerlo, -spingerlo, obbligarlo quasi ad assumere il potere. E l'assunse, inviso -ai reazionari che odiavano il gran signore originale e democratico, -l'artista che si faceva pagare i suoi quadri, il romanziere, il -giornalista, il ferito di Vicenza, il piemontese ch'era lombardo a -Milano, toscano a Firenze, romano a Roma, italiano dovunque; inviso ai -rivoluzionari che lo sapevano fermamente deliberato a non dar tregua -nessuna alla demagogia, a far politica di conservatore, a fare quella -pace coll'Austria, senza la quale non potevasi chiudere l'era delle -agitazioni, il periodo dell'anarchia in cui era caduto lo Stato, e che -si voleva continuasse. - -La verità frattanto, lenta ma certa, cominciava ad aprirsi la via, e un -avvenimento doloroso rivelò quale fosse il sentimento del popolo, assai -diverso, come spesso accade, da quello che s'agitava negli uomini della -politica. - -Il Re infermò e così gravemente, che fu mestieri affidare il reggimento -della cosa pubblica al duca di Genova, e forte sgomento, forte dolore -penetrò nell'animo di tutti e furono istanti d'ansia crudele come -se un nuovo male, peggiore d'ogni altro, stesse per piombare sulla -patria. S'intuì che la salvezza e la fortuna del Regno eran cose -collegate strettamente alla salute e alla vita del Re. Già cominciava a -penetrare nei piemontesi e nelle altre genti italiane il pensiero che -Vittorio Emanuele era un uomo necessario: «Voi sarete solo» gli aveva -minacciato il maresciallo Radetzky: ma era veramente questo esser solo, -il grande argomento per cui le speranze sorgevano e andavano a lui. -Ovunque i principi violavano gli statuti del 1848, si sottomettevano -al vassallaggio austriaco, anzi lo desideravano, anzi lo imploravano, -chiusi tutti nelle rinnovate consuetudini d'una tirannide stolta e -paurosa, certi, per quanto avveniva fuori d'Italia, che il principio -di nazionalità non potesse più risorgere. Ed egli invece, stava _solo_ -al posto che aveva eletto, a capo d'un popolo piccolo e vinto, sopra -un trono mal sicuro, ripetendo a tutti che aveva giurato e voleva -mantenere i giuramenti, affermando ch'era principe italiano e che la -sua era bandiera italiana, non isfuggendo gli ostacoli, affrontandoli -anzi animosamente con una grande lealtà di parole e di azione unita a -una grande e incrollabile fermezza. - -Ma mentre appariva questo principio di giustizia nella opinione dei -più, si stimò necessario un ultimo atto e solenne per significare il -pensiero dei Re e provocare un'indubbia manifestazione del popolo. Con -modo inusato nei reggimenti costituzionali, ma legittimato da quella -reverenza e da quell'affetto che per tradizione più volte secolare, i -popoli subalpini nudrivano verso la Casa di Savoia, legittimato dalla -condizione, singolarmente grave, in cui tuttora versava il Regno, -legittimato dai pericoli esterni ed interni che parevano minacciare e -minacciavano la Monarchia, il Re si volge ai cittadini e chiede loro, -con parola amorevole e severa, un atto di buona e patriottica volontà. -«Ho promesso salvare la Nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque -siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono. -Questa promessa, questo giuramento lo adempio disciogliendo una Camera -diventata impossibile: li adempio convocandone un'altra immediatamente: -ma se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su -me ricadrà oramai la responsabilità del futuro e dei disordini che -potessero avvenire; non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi -di loro.» - -Queste parole e le altre che parvero di colore oscuro, scritte nel -proclama di Moncalieri, agitarono profondamente gli animi già agitati -di quel tempo: che si voleva? che si chiedeva? che si minacciava? -Poichè ormai si comincia anche fra noi a formare una leggenda intorno -agli avvenimenti primordiali del risorgimento nostro, dice codesta -leggenda che l'effetto del proclama di Moncalieri sarebbe stato grande -e fulmineo. Le testimonianze che si possono raccogliere affermano -invece il contrario: fu uno stupore, ma non si ebbe una vittoria -immediata. Anzi venne la vittoria, quando lo stupore cessò e la -gente incominciò a ragionare: a poco a poco si comprese che si era -veramente giunti sull'orlo del precipizio, e che bisognava prontamente, -energicamente ritirarsi: si comprese che il Re, pure iniziando un -grande movimento di conservazione, rimetteva alla coscienza del popolo -il giudizio intorno alla condotta del governo e la deliberazione -intorno alle sorti dello Stato. E il popolo, che incominciava ad amare -il Re finalmente lo intese e come doveva rispose. - -La nuova Camera sorse appunto colla missione di chiudere la triste -istoria del passato e di preparare il futuro. Si era salvi: e la -salvezza parve opera della Nazione ed era. Ma chi aveva guidato la -Nazione, chi aveva eletta la buona via in momenti supremi d'angoscia, -chi aveva creduto quando nessuno più credeva, chi non aveva disperato -mentre tutti disperavano? - -Tale il primo periodo fortunoso e tempestoso d'un Regno, cui il destino -apparecchiava tante glorie e tanti trionfi: pure è illuminato da una -poesia triste e virile, e se poi, per effetto di grandi avvenimenti, -il Re parve più grande, mai fu grande veramente come in questi -primi istanti di cimento e di pericolo, nei quali fu mestieri che -il giovane principe dimostrasse tutta quella costanza, tutta quella -fermezza, tutta quella lucida conoscenza e degli uomini e delle cose -che solamente gli anni e le prove e l'esperienze e anche gli errori -insegnano, ma che in lui, per fortuna della nostra patria, erano -natura. - - * - * * - -Da allora in poi cominciarono tempi nuovi: fu una vigilia operosa, -lieta, fortunata, nè la storia conosce sin qui un periodo che le si -possa paragonare pur da lontano: il piccolo Regno trascorre da audacia -in audacia, sorgono nello Stato intelletti poderosi, anime gagliarde, -si preparano e si compiono gesta meravigliose; il Re subalpino, -il parlamento subalpino diventano l'oggetto dell'attenzione sempre -crescente, dell'ammirazione di tutta Europa: si aspetta, si teme, -si spera dovunque alla vigilia d'un discorso della Corona: le parole -che pronunziano alla tribuna Massimo d'Azeglio o Camillo di Cavour, -provocano le polemiche della stampa, i dibattiti delle altre assemblee, -le manovre della diplomazia, i raggiri delle Corti, le dimostrazioni -dei popoli, le note, le proteste, le lodi, gl'inni, gli entusiasmi, i -biasimi, i rancori, le paure. Il duello che incomincia fra lo Stato -piemontese che assume il diritto di parlare in nome d'Italia al -cospetto di tutti i popoli, e l'Austria possente d'armi, orgogliosa -di vittorie, ordinata mirabilmente come strumento di minaccia e di -repressione, diventa lo spettacolo più drammatico e più bello che si -sia mai rappresentato sulla scena del mondo. Formidabile partita, -formidabile in quanto le forze sono enormemente sproporzionate, in -quanto, ad ogni tratto, uno degli avversari pare stia per rovesciarsi -contro l'altro per distruggerlo, per schiacciarlo, mentre quello che -pare più debole non cede mai, anzi provoca ed offende e colpisce. Pare -il Piemonte si faccia ad ogni istante più forte e più temerario, nel -fervore e nell'emozione della lotta: un'aura di poesia e di giovinezza -avvolge tutta la politica, sono parole vibranti, sono atti virili, -sono promesse e sorrisi. Sintetizzate le immagini di quel tempo, e non -vedrete che un ondeggiare festoso di bandiere al vento e sotto il sole, -e non udrete che plausi ed acclamazioni frenetiche di gioia, mentre -fra i silenzi profondi delle altre regioni italiane, tutti si volgono -tacitamente sperando verso la Reggia di Torino e salutano e aspettano. - -Innanzi a tutti è il Re, il Re popolare, il Re cacciatore, il Re -soldato, il Re giovane e robusto, il Re che scende fra la folla, parla -e scherza nel dialetto nativo, sale sulle vette ardue delle patrie -montagne, diventa l'idolo dei pastori e dei contadini, com'è l'idolo -dei soldati e degli operai. È Re sul trono, talvolta severo, talvolta -terribile, e il suo sguardo sdegnato è di quelli che non si possono -sopportare: ma più spesso, colla bontà e colla schiettezza dei modi -e delle parole avvince i cuori, persuade le coscienze, supera gli -ostacoli, appiana le difficoltà, rompe gl'indugi, fa tutto quello che -vuole. Il ministro ch'egli ama, di cui si fa l'amico e il compagno, -è Massimo d'Azeglio. «Ciao, Massimo....» gli dice o gli scrive: -lo ha avuto al suo fianco nei gravissimi giorni delle prime prove, -lo vorrebbe sempre al suo fianco, cavalleresco, spiritoso, esperto -della vita, spregiatore d'ogni cosa volgare, spregiatore (e quanto!) -del denaro, galante colle signore, anima di soldato, che si mette -a capo della forza armata, vestito da colonnello di cavalleria per -reprimere una dimostrazione tumultuosa. Vede sorgere Camillo di Cavour -e pone sull'avviso l'amico: _l'empio rivale_, come lo chiamerà poi il -d'Azeglio, batte alla porta: «Non è il suo tempo, verrà il suo tempo» -dice il Re, e quando il d'Azeglio lo propone a lui, consenzienti gli -altri ministri, come ministro di Agricoltura e Commercio, il Re dice ai -suoi consiglieri: «Giacché lor signori lo vogliono, non ho difficoltà -a nominarlo, ma questo signore li manderà via tutti.» Si divide con -rincrescimento e dopo molta riluttanza dal d'Azeglio, che lo aveva -battezzato _Re galantuomo_. — Massimo gli disse un giorno: «Ve ne -sono stati così pochi nella storia di re galantuomini, che sarebbe -veramente bello cominciare la serie.» E il Re gli chiede: «Ho da fare -il Re galantuomo?» Massimo soggiunse: «Vostra Maestà ha giurato fede -allo Statuto, ha pensato all'Italia, non al Piemonte; continuiamo di -questo passo a tener per fermo che, a questo mondo, tanto un re quanto -un individuo oscuro non hanno che una sola parola e che a quella si -deve stare.» Il Re pensa un istante, e poi dice risoluto: «Ebbene, il -mestiere mi par facile.» E Massimo afferma lietamente: «Abbiamo il Re -galantuomo.» - -Ma Camillo di Cavour, col favore anche di una certa indolenza, di un -certo signorile scetticismo che governavano il d'Azeglio, specialmente -nelle faccende d'ogni giorno, era diventato tutto: da ministro di -Agricoltura e Commercio, ministro delle Finanze e reggeva di fatto -la presidenza del Consiglio. Mentre il d'Azeglio parlava di rado e di -mala voglia e di rado correva alla pronta risoluzione d'un dibattito, -il Cavour sempre stava sulla breccia e d'ogni questione indovinava -l'aspetto politico e sopra ogni questione esprimeva quello che gli -altri credevano il pensiero del gabinetto e in realtà era pensiero -suo e suo solamente: i colleghi lo ascoltavano prima meravigliati, poi -impacciati, e in fine non osavano ribellarsi e accettavano ogni cosa; -spirito indemoniato, infaticabile, provvedeva a tutte le combinazioni -della politica, a tutte le necessità d'ordine parlamentare, cercando, -finché gli riusciva, di procedere di conserva cogli altri ministri, -ma spesso facendo a suo modo, con una scioltezza e una strana libertà -di azione, che facevano di lui il collega pili simpatico e insieme più -incomodo che fosse al mondo. - -La sua ora s'avvicinava veramente, anzi era di già suonata, e il -Re comprese a tempo che l'uomo era necessario a lui, al Piemonte, -all'Italia. E gli serbò inalterata fiducia sino all'armistizio di -Villafranca. Camillo di Cavour circondava il Re d'un rispetto profondo, -e, così grande com'era, desiderava piuttosto apparire l'inspirato che -l'inspiratore ed anche in questo, come in tutto, riusciva. Certo è -che talvolta gli prendeva la mano quel suo temperamento passionale -e le parole correvano a fiotti e s'agitava e fremeva, e, distratto -per eccellenza, d'ogni cosa si dimenticava, anche di alcune regole -elementari di etichetta: ma sotto lo sguardo fiero ed ardente del -Re subito si vinceva, e si rammentava che il Re era la prima e -fondamentale condizione della sua politica. - -E che cosa fosse veramente il Re mostrarono le lotte fra lo Stato e -la Chiesa, che talvolta ebbero un'acutezza quasi inesplicabile per -noi: la Corte vaticana non voleva tollerare in Piemonte quello che -sopportava tranquillamente, anzi riconosceva in tutti gli altri Stati -civili: non voleva sapere nè di abolizione di foro ecclesiastico, nè -di matrimonio civile, nè di soppressione di corporazioni religiose; -e la coscienza cristiana del Re soffriva fieri assalti; s'agitavano -nell'ombra confessori e prelati, si minacciavano scomuniche, le pie -regine supplicavano «_Ma mère et ma femme_» scriveva il Re «_me font -dire qu'elles se meurent de chagrin à cause de moi: vous comprenez -le plaisir que cela me fait._» E muoiono a pochi giorni di distanza e -muore il duca di Genova, il forte capitano che pareva predestinato a -condurci alla vittoria: quanti di noi hanno amato e sofferto possono -comprendere che grandezza d'animo era necessaria per resistere a così -terribili e replicati colpi del destino e trionfarne, mentre bugiardi -sacerdoti osavano dire che questi erano castighi di Dio! Ma altro -Dio era quello di Vittorio Emanuele, Dio di giustizia e di verità, -di cui adorava i decreti, sempre ascoltando l'austera voce del dovere -che gli favellava nell'animo. Anche questa volta vinse, anche questa -prova vinse, e con lui fu vittorioso Camillo di Cavour, l'inspiratore -e l'autore della grande politica nazionale e liberale, che tanto -innalzava il Piemonte al cospetto d'Europa. - -E vennero i giorni di Crimea, le vittorie militari, i marziali -eroismi, la causa d'Italia per la prima volta sostenuta in faccia -ai rappresentanti delle potenze di questo mondo, in faccia al -rappresentante dell'Austria dalla parola del grande ministro: avemmo -un esercito, un'amministrazione, una diplomazia, fiorirono industrie e -commerci, s'iniziarono opere gigantesche, quali il traforo del Cenisio -e l'arsenale di Spezia, si preparò e si ottenne la guerra all'Austria -coli' alleanza francese. Il Re annunzia di non essere insensibile al -grido di dolore che d'ogni parto d'Italia si leva verso di lui, e, -quando l'ora sta per suonare, ritraendosi Napoleone III dalle sue -promesse per maligno influsso di cortigiani e per naturale e quasi -morbosa incertezza d'animo, egli grida che farà come suo padre e -rinunzierà alla corona e diventerà puramente e semplicemente _Monsù -Savoia_ e diventerà repubblicano. Finalmente l'Austria commette lo -sperato errore, e dopo lunga provocazione provoca a sua volta noi. Il -feldmaresciallo Giulay, duce supremo dell'esercito austriaco in Italia, -manda alle sue milizie un ordine del giorno ove questo si legge: - -«L'imperatore vi ha chiamati sotto le armi onde abbassare per la -terza volta l'albagia del Piemonte e snidare dal loro covo i fanatici -sovvertitori della quiete generale d'Europa.» - -E il Re scrive al Cavour: - - - «Caro Cavour, - -«L'ordine del giorno è una vera dichiarazione di guerra. Credo che -di conferenze non si discorrerà più. Sono pieno d'ira! La prego di -mandare in mio nome un dispaccio cifrato al principe Napoleone così -concepito: _Ti comunico l'ordine del giorno dato all'esercito austriaco -dall'Imperatore: fa' le opportune riflessioni._ Caro Cavour, mi scriva -qualche cosa. Vorrei fare le cannonate questa sera.» - - -E giungono a Torino gl'inviati austriaci coll'_ultimatum_: la Camera -si riunisce in tornata straordinaria, il Cavour propone siano dati -al Re pieni poteri. Con un impeto, notato nelle pagine del resoconto -ufficiale, ma di cui a tant'anni di distanza, indoviniamo tutta la -potenza, tutta la commozione, l'uomo immortale esclama: «E chi, chi -può essere miglior custode della nostra libertà? Chi più degno di -questa prova di fiducia della Nazione? Egli, il cui nome dieci anni di -regno fecero sinonimo di lealtà e d'onore, egli che tenne sempre alto -e fermo il vessillo tricolore italiano, egli che ora si apparecchia a -combattere per la libertà e per la indipendenza!» E uscendo dal palazzo -Carignano, traversando la folla che gridava freneticamente «Viva il -Re!» disse: «Esco dall'ultima tornata dall'ultima Camera piemontese, la -prossima sarà quella della Camera del Regno d'Italia.» - -E il Re tornò soldato e lo videro lanciarsi a Palestro sulle schiere -austriache, invano rattenuto dagli zuavi francesi, e lo videro a San -Martino guidare le nostre fanterie all'ultimo cimento. A Villafranca -tutto parve perduto: Cavour si ritrasse pieno di sdegno e d'amarezza, -egli restò al suo posto, fidente nella stella che i suoi avi avevano -atteso, e che suo padre aveva salutato fra i martirii e le speranze. Lo -videro poi trionfante le città della penisola, Milano, Parma, Modena e -questa gloriosa Firenze e poi Napoli immensa e Palermo ridentissima: e -mentre, promessa del destino, aspettavano Venezia e Roma, il parlamento -italiano lo consacrava Re d'Italia. - - * - * * - -Questo, dirò ancora una volta, è finora il capitolo più bello della -nostra storia: nulla è mancato a noi: nè il genio degli statisti, nè -la virtù dei guerrieri, nè la sapienza civile, nè la maravigliosa -concordia, nè il trionfo rapido, insperato, grandioso. Lo aveva -divinato nelle stupende pagine del _Rinnovamento_ Vincenzo Gioberti, lo -aveva compreso Daniele Manin convertito, mentre la sventura lo assaliva -e non l'opprimeva, alla fede nella monarchia nazionale; lo aveva -intuito Giuseppe Garibaldi che innalzò il grido «Italia e Vittorio -Emanuele» col quale si è ricostituita la patria. Fu un grande capitolo: -e di fronte a questo, gli altri appaiono o scialbi piccoli o cattivi. -Tutte l'energie che l'Italia aveva accumulate in secoli di dolore si -sprigionarono d'un tratto, e sorse un'Italia che nessuno conosceva. -Ma tutto il capitolo rimarrebbe inesplicato, ove non apparisse il -protagonista, l'eroe che seppe e volle, che sperò per tutti, che soffrì -per tutti, che vinse per tutti. Gli altri grandi principi fondarono -Stati: egli fondò una Nazione: ecco la parola della sua gloria: ecco -perchè questa gloria è immortale. - - - - -NOTA: - -[1] _Campagne de l'empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au -dépôt de la guerre d'après les documents officiels étant directeur le -général Blondel._ Paris, Imprimerie Impériale, 1863. - - - - -INDICE - - - Federazione e Unità Pag. 5 - Gli eroi della Rivoluzione 41 - Dalle dieci giornate di Brescia alla - battaglia di San Martino 75 - Il Re galantuomo 105 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE I *** - -***** This file should be named 51526-0.txt or 51526-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51526/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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