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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I - Terza serie - Lettere, scienze e arti - -Author: Various - -Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1846-1849) - - TERZA SERIE - - - I. - - LETTERE, SCIENZE E ARTI. - - - La poesia del quarantotto ENRICO PANZACCHI. - La poesia dei Giusti ISIDORO DEL LUNGO. - G. G. Belli e la Vita Romana ALFREDO BACCELLI. - Il Teatro. Una musa scomparsa VINCENZO MORELLO. - Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno UGO OJETTI. - Il Vapore e le sue applicazioni GIUSEPPE COLOMBO. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI - 7, Via del Proconsolo - 1900 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI - - _Gli editori R. BEMPORAD & FIGLIO dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1900. — Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46. - - - - -LA POESIA DEL QUARANTOTTO - -CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI - - -I. - -Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, forse il più -attraente, si presenta a noi come una sonante e fulgida pagina di -poesia. Aspettando che i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla -vostra ragione, di mano in mano illustrino gli altri aspetti di -quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga un poco di questa -poesia del '48, la quale, più che nelle carte dei poeti, fu scritta -nei fatti e nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo -italiano; e tutti, in alto e in basso, furono poeti per un momento, -poichè una corrente irresistibile trasse e confuse gli italiani di -tutte le classi a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi. - -Era il tempo in cui un frate benedettino nella solitudine del -suo cenobio, nel silenzio della sua cella, dopo avere scritto una -storia della Lega lombarda, la dedicava al Papa con queste parole: — -Affacciatevi, Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli, ed ascoltate la -voce dei tempi nuovi. Scrutate i nostri cuori, e vedrete che noi siamo -sempre degni nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero -la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete, o Padre -Santo, la bandiera che Alessandro III appese al sepolcro del beato -Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela sventolare al sole -d'Italia! — - -Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa la voce isolata di un -asceta sognatore?... No. Se il Padre Tosti dall'altezza di Montecassino -avesse teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla sua, in -quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia e passare le Alpi e -invadere tutta l'Europa e volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i -tristi esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto riparare in -America ritornavano sopra una nave che s'intitolava «La Speranza», ed -entrati nel Mediterraneo e visto nell'orizzonte gli umili confini della -Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, si abbracciavano, e -gridavano: — Viva Pio Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che -cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? No. Un semplice sogno -non produce movimenti così forti, così universali e così perduranti. Il -sogno vero e grande lo aveva fatto prima un altro tonsurato, Vincenzo -Gioberti, il quale, là, tra il '40 e il '42, esule a Bruxelles, -anch'esso per peccato di patriottismo, aveva accolto nella sua mente la -più audace chimera che potesse mai attraversare il cervello d'un poeta. -Egli, a quei lumi di luna, aveva immaginato «una Italia prospera, -devota a Dio e concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo evento, -«i principi italiani e i popoli non più ringhiosi e sospettosi fra -loro, ma affratellati in un'ammirabile concordia per costruire insieme -l'edifizio di una patria grande e meravigliosa, che superasse in -grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E questo audacissimo -Abate arrivava, nella grandezza del suo sogno, fino a vedere in tempo -non lontano le altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e -devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere da lei le norme -del bene e le forme del bello.» - -Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in pochi anni, non già -alla sua realtà, ma ad inizii così fausti e felici, che quasi facevano -credere prossimo il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore? -Perchè da qualche tempo un uomo vestito di bianco di tanto in tanto -si affacciava alla loggia del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi -a gran folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione di Dio -sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di bianco era «il Signor dei -credenti,» come con frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. E -in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione di tante e così -stupefacenti novità. - -Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. Dal canto suo, il -grande Cancelliere dell'Austria, Metternich, sconcertato in tutti -i suoi disegni, aveva detto che nella sua prudenza politica egli -tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso inverosimile di un Papa -liberale! - -E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità vertiginosa. -In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, avvenne per opera di Pio IX, -soltanto riguardando all'interno dello Stato Pontificio, una serie -di riforme alle quali pareva non dovesse bastare mezzo secolo: -l'amnistia che ridonava alle famiglie gli esuli e i carcerati per -colpe di patriottismo, poi la Consulta di Stato, la guardia civica, la -secolarizzazione parziale del governo, la lega doganale dei principi, -anticipante la desiderata confederazione politica, poi la Costituzione. -Finalmente la guerra allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,» -che era anche il padre comune di tutti i fedeli! I principi dovettero -seguire, chi di buon grado chi a mal in cuore, l'esempio trascinante di -Pio IX. A Napoli il Re volle essere il primo a largire la Costituzione; -e diede tutto con la facilità di chi è poi disposto a tutto ripigliarsi -e tutto sconfessare. - - -II. - -Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta -quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo indicibile e in una -specie di festività permanente. Se voi volete avere una qualche idea -di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere -gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure -cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito -liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i -fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella -gioia traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile coi più -vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava «la luna di miele.» - -Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di -ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo -all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo -da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi -capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano, -che imprecano, che piangono, tanta è la piena dei loro affetti; e -donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti -bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar -fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano giù per le strade, -acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei -campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte -le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal -cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto questo è certamente -argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo -mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di -beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il -domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto? - -È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, Giuseppe -Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso -la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al -ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo Sterbini, il Guerrini, -il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali «accendevano gli -spiriti col genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque essi -non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi più -che quattro generali d'armata. «Ciò serva di avviso ai reggitori dei -popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i -coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica -quiete.» La polizia dunque era avvisata. - -Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi -quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore -della brigata; ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai ne -aveste! - -La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il -Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche -nei loro momenti più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando la nostra -mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro -versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare, -si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore -inspirato di _Ildegonda_ e dei _Lombardi alla prima crociata_, quando -scosso dai grandi fatti di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole -in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo, -compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo -una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non -abbia subito compresa la grande disparità che era fra il tema del suo -canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare -nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto -Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non -aveva creduto mai al «miracolo di Papa.» Tutto quel gran contrasto -tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più -cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione -si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di -sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo -spirito pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi il suo -estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi -a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza, -volgendosi al granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare un -poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa. -Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti -sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo? -perchè (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando -tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco -due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi -ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparità non -scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel -'48. Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli -avvenimenti, è come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le -sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di -Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si è voluto esaltare. Io -credo che la sua più bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi -del Gianicolo. Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno «Fratelli -d'Italia» arrivato alla strofa: - - Dov'è la vittoria? - Le porge la chioma, - Chè schiava di Roma - Iddio la creò, - -o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi -per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto -a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo -la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto -quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra -citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme -contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande -poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte -generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe -Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del -cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa. - - -III. - -Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più degna nella musa -popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso -volgarucci, non può non colpire il confronto coi canti anteriori: per -esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca -Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi -la diffidenza, come suona la tristezza! «Napoleone, guarda quel che -fai!,» comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono -il gran dolore delle nostre povere plebi per dover andare a combattere -lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana: - - Partirò, partirò, partir bisogna - Dove comanderà il nostro sovrano. - Chi prenderà la strada di Bologna, - Chi anderà a Parigi e chi a Milano! - -E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un -singhiozzo: «Dio, che partenza amara!» E la esclamazione amarissima ci -fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta -il fiore della gioventù italiana mandata a morire fra i ghiacci delle -«rutene squallide spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire alla -cara patria lontana: - - La vita che mi desti, ecco ti rendo, - -poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi -tiranni, per «coloro che la uccidevano!» - -Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile di poesie -popolari, delle quali credo che non metta conto intrattenervi: -canzonette, canzonucce e canzonacce. In quella immobile gora però, -noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea. È la canzoncina -toscana: - - Addio, mia bella, addio, - L'armata se ne va.... - -Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la gentile ed eroica -canzoncina, perchè si sa che ne fu autore un certo Bosi, il quale -morì pensionato e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo. -Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, il popolo se la -assimilò e la rese interprete dell'anima sua. Ed è veramente una cara -e poetica cosa; un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi -invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo Wagner. Questa candida -e bella ninfea, in mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella -lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi lombardi, dove -nelle veglie delle armi aveva consolato i cuori magnanimi dei giovani -toscani, che dovevano cessar di battere a Curtatone e a Montanara; -e seguitò a risonare per le nostre campagne, per le nostre città. -Sopraggiunti i tristi tempi della invasione straniera, la gentile ed -eroica canzoncina non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente -modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove ecco che torna sulle -labbra di tutti, ed è ancora la canzone prediletta del popolo! E -sempre poi, mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i partiti -laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale prendeva il posto -dell'amor patrio, ostentandone sacrilegamente le apparenze, il popolo -italiano continuava, nella innata bontà del suo cuore, a credere che -bello era il combattere e il morire per la patria; e continuava a -cantare: - - Se non partissi anch'io - Sarebbe una viltà. - - -IV. - -Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del Quarantotto; e fu l'inno -del Manzoni. Fatto curioso! Questo inno è il peana del Quarantotto, ma -venne composto nel Ventuno: - - Soffermati sull'arida sponda - Volto il guardo al varcato Ticino, - Tutti assorti nel nuovo destino, - Caldi in cuor dell'antica virtù, - L'han giurato!... - -La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu varcato. L'inno in sè -stesso rappresentava un'aspirazione poetica dell'anima di Manzoni, -il quale, come vide che al carme non corrisposero gli eventi prese -questo partito: non scrisse, non pubblicò, e nemmeno affidò alla -carta questo volo, questo sprazzo della sua anima poetica. Egli volle -tenerlo gelosamente chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire; -egli l'avrebbe poi detta questa parola quando fossero giunti gli -avvenimenti che essa affannosamente invocava. E di fatti, allorchè -scoppiarono i grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno lontano -la redenzione della patria, allora Alessandro Manzoni scrisse l'inno -pensato e meditato già da ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e -questo va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome sotto una -protesta contro l'Austria, una protesta che, date le circostanze, -poteva benissimo costargli la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia -delle Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro della -penisola, risuonarono le affettuosissime voci: - - Cara Italia! dovunque un dolente - Grido uscì del tuo lungo servaggio - Dove ancor dell'umano linguaggio - Ogni speme deserta non è; - - Dove già libertade è fiorita, - Dove ancor nel silenzio matura, - Dove ha lacrime un'alta sventura - Non v'ha cor che non batta per te. - -Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e profeta; poichè aveva fin -dal Ventuno vaticinato il grande consenso di tutto il mondo civile -alla causa italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi era di -buono e di generoso nell'Europa civile di quel tempo, si raccoglieva -veramente intorno alla rivoluzione italiana e faceva voti per lei. - -La grande poesia del Quarantotto dunque, come vi ho detto in principio, -o Signore, sta nei fatti principalmente e nelle condizioni degli animi. - -E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non domandate che la -poesia si renda interprete di ciò che avviene nel cuore umano quando -il cuore umano è gonfio di passioni, quando la passione grida essa -impetuosamente le sue voci non traducibili con parola precisa. Vi -è una legge psichica di cui fanno testimonianza le storie di tutte -le letterature, o Signore: i due grandi fattori della poesia sono, -da una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano innanzi, -dall'altra il ricordo e il desiderio che si volgono indietro. La -poesia o spera o ricorda. Quando l'uomo ama nel parossismo della sua -passione, sia anche poeta come Dante e come Petrarca, non aspettate -da lui dei versi d'amore. I versi d'amore egli li compone, e sono -veramente degni dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata, -oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza la felicità che -è fuggita da lui. Questi i due momenti psichici, i due fattori veri -della poesia. Quello che avviene degli individui, doveva anche avvenire -nella grande collettività del popolo italiano. Non è nell'orgasmo, -non è nell'esaltazione, non è tra le luminarie e i baccani e le ansie -dell'aspettazione, che la musa (la quale come disse Parini, formulando -un canone eterno dell'arte «orecchio ama pacato e mente arguta e -cuor gentile») poteva meditare e comporre il grande carme degno degli -avvenimenti. - -La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno di questi -fatti vogliamo ricordare, io potrei dirvi che la più alta poesia del -Quarantotto esalò da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati -fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di tutto il mondo -civile, tra l'amore della libertà e l'amore della religione. Fu davvero -un momento storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete -la storia del nostro Risorgimento, voi troverete che nessuno ha mai -detto e spero che nessuno dirà mai che fra amor di patria e religiosità -vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto, che una certa -diffidenza fra l'una cosa e l'altra vi è sempre stata, e purtroppo vi è -ancora. Da Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del Poggetto -voleva disperder le ceneri perchè lo aveva in odore di eretico, alle -censure ecclesiastiche dei libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i -sospetti di questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) si sono -sempre, più o meno, manifestati in Italia. E non fu questa l'ultima -causa (diciamolo con coscienza d'uomini liberi) delle nostre divisioni -e della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni! - -Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe Mazzini aveva -inalberata una fiera tradizione ghibellina, che non ammetteva patto -nè temporale nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo -invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si formò insomma una -tradizione neoguelfa accanto a quella tradizione ghibellina; e gli -animi ne rimanevano perplessi e dolorosi; e le coscienze timide non -sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come tutte le sante cose -che la natura istilla nel cuore dell'uomo, mandava le sue querule voci, -ma queste voci parevano superate e fatte tacere da una voce anche più -autorevole.... Quando, a un tratto, ecco che un vento liberatore spazza -via tutta questa nebbia e nel cielo rasserenato appaiono congiunte, -affratellate, la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone del -Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco uno degli aspetti veramente -poetici del Quarantotto! Un altro aspetto egualmente poetico di questa -epoca, anch'esso intimamente connaturato colla storia, risultò da -questo, che il movimento politico redenzionista suscitatosi nella -penisola e in essa maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato -del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, del Troia, e dello -stesso Mazzini, si differenziò dai movimenti anteriori per la sua -maggiore modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani -erano insorti sempre in nome di un ideale classico molto austero e -molto elevato, ma un po' troppo lontano dalla immediata percezione -del nostro sentimento. Era il grande ideale classico di Roma antica, -erano i fasci, i littori, la grande Repubblica conquistatrice del -mondo, e tutto quell'insieme di reminiscenze e di anacronismi, che -il Giusti aveva già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece -il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e da tutta una -cultura italiana più moderna, richiamò il sentimento della nazione a -qualche cosa di meno devulso, di meno separato da noi. Per forza di -avvenimenti l'Italia del Quarantotto non mira più a Roma antica, mira -piuttosto al Medio Evo; voglio dire a quello che il Medio Evo conteneva -di tradizione ancora viva, ancora permanente in mezzo a noi. Lo stesso -neoguelfismo aiutava in questo. Quindi i poeti evocano, piuttosto che -Roma antica e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; e i -giovani volontari vanno al campo avendo sul petto una croce fiammante -che significa insieme un ideale politico e religioso. Il Quarantotto -evoca i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in nome dei -loro civili diritti, in nome dei loro focolari e delle loro chiese, e -combattono e vincono l'Imperatore. Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che -fervono nelle menti, che splendono alla fantasia come dei fari! - - -V. - -In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni -storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano -familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne -con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva il Medio Evo. -Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai -fatti nuovi esisteva una reale affinità, una corrente di simpatie e -di impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto suscitare. Noi -non guardavamo più al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al -Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di -morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto -dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia -cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori. - -Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque -e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale nè -troppo calda nè troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere -e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di -vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una -gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi -sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso -e non declinerò ora da questo mio proposito, perchè voglio lasciare -intera libertà ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare -uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verità -storica da tutti riconosciuta, ripetendovi che il Quarantotto, se fu -una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei -fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato -dall'attraentissimo argomento, mi contenterò di ricordare una sentenza -di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni, -diceva: «Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere -dei fanciulli.» La sentenza non potrà, io credo, essere tacciata di -severità. - -E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero -l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze, -le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e -finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per -un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata città, -dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era -perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere un grande servigio -alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo, -senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti -della triste resa. - -Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe essere argomento di -un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni -intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, da -diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca -dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera -d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre -nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima -italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo -delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo -era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle -memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi -inusitati e crea una visione che è una delle più potenti, non dubito di -affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano. -Tutta la _Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto_ è un -misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai -popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a -voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di pietà -e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere -insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma -poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli -occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al -giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio -del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti -maliaugurî, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno -al trono, anche questa parola è improntata di un profondo carattere di -poesia: poichè è la poesia della speranza! - - Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo, - Per questa dolente nel fiero torneo, - Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar! - . . . . . . . . . . . . . . - La croce sabauda, che ornò sette troni, - Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni, - Raggiando sull'armi l'antico splendor, - Segnal di vittoria per gli occhi dei forti, - Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti, - Verrà benedetta sull'Adige ancor! - -Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore -dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che -la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la -speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di -Federigo Schiller: che le cose di quaggiù, hanno bisogno di morire -nella realtà, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale -dell'arte.... - - - - -LA POESIA DEL GIUSTI - -CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO - - - _Signore e Signori,_ - -Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in relazione con la poesia -italiana, mi propongo parlarvi) intende comunemente qualche cosa -di agevole e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un concepimento -simultaneo e un'unione così schietta d'idea e di parola, che la parola -vela appena l'idea senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare -che la cosa non potesse proprio esser detta altro che in quel modo lì. -Nè fanno ostacolo il verso o la rima: perchè i metri sono quasi sempre -i più snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso chiede mai -al metro nulla di più di quello che il metro, secondo il suo naturale -congegno e le pose sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra -appostata in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, e che se vi -accadesse di ripetere quelle cose conversando, incappereste in quelle -rime anche voi. Conversando, sicuro; perchè il Giusti è il poeta più -conversevole che vi paia aver mai conosciuto: e quando egli scherza con -voi, voi ne sentite la voce, voi lo vedete sorridere, e ammiccare, e -comporre il viso, come il discorso richiede; cosicchè non manchi a quel -tanto che la parola scritta ha di muto, non manchi (tale è, leggendo, -l'illusione) l'avvivamento del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento, -del gesto. - -Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? qual altro ci -procura sensazioni consimili? - -Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di rispondere, bisogna, a -voler rispondere con giustizia, bisogna pure riflettere, se alcun -altro de' nostri poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e -tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a pensare, profonde o -commoventi a sentire; quante si sentono o si pensano leggendo i suoi -versi. Tutto quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49, che ci -sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica di quei componimenti -motteggevoli e ironici; co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti, -o disorpellati delle loro lustre, o messi addirittura al nudo del loro -brutto e cattivo, o piantati alla berlina con le loro debolezze, o -trascinati al _redde rationem_ delle opere loro: cotesto piccolo mondo, -del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia per modo dinanzi, che -nel giudicarne voi dobbiate sempre fare appello ai sentimenti vostri -migliori. Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i Gingillini -e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti di buon governo e i -loro Birri a congresso — al sentimento dell'umana dignità, nel far la -debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di quei parassiti del -regio rescritto, di quelle croci di Santo Stefano sul petto dei mal -arricchiti, di quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa -spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento della moralità -educatrice, se motteggia sull'imperiale e real giuoco del lotto, o -sul reuma d'un cantante, sull'abuso sentimentale del cloroformio, -sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente affermato -della umana fraternità, se sfata con ironica iperbole le pericolose -utopie umanitarie, le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al -sentimento della pedagogia naturale, o diciamo senz'altro al prezioso -senso comune, se fra gl'Immobili e i Semoventi rivendica la libertà del -fanciullo che i taumaturghi del metodo vorrebbero plasmare a macchina, -e averne fantocci tutti d'un pezzo e d'un getto: — al rispetto delle -memorie ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio -palazzo appigionato dai posteri di Farinata, o scaglia sul viso dei -gaudenti, dimentichi in carnevale perpetuo, il brindisi che esalta le -gloriose quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità santa d'Italia -madre, quando per l'incoronazione austriaca sfilano in complice schiera -i principotti italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua -storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di Milano, fra que' poveri -Croati e Boemi mandati qua a odiare ed essere odiati, sospira una -patria per se e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie miopi -e sordastre il _delenda Carthago_ dell'indipendenza dallo straniero; -o protesta al suo Gino Capponi contro l'insulto codardo alla Terra dei -morti. - -E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, e ritien più del -bonario e del familiare, ma sempre con qualche vena di malinconico; -le Memorie di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di Rimini, -l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato sugli zecchini d'oro, Momo -salmista e predicatore, le virtù della Chiocciola, il re Travicello; -nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola ironia del Poeta -passa pel vostro spirito, senza lasciarvi altresì qualche grano di -moralità gentile, fermentatrice di bene. - -E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie del Giusti (pur -abbandonando alla bibliografia le generiche e non caratteristiche, -o nate morte che vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le -vitali e vive quelle che non appartengono alla sua Satira: nelle quali, -sia nelle poesie che chiamerei addirittura sentimentali, sia in quella -Canzone reminiscente all'Alighieri maestro, egli è quanto alla forma -un altro poeta, ma l'anima del Poeta, anche in codeste liriche, voi la -sentite pur sempre la stessa. - -Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua propria missione, -questo pur così amabile ed agile verseggiatore; questo umorista è, -innanzi tutto, un moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce -e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati espressamente tali -suoi caratteri, i quali è facile si accompagnino a difetti di aridità, -pesantezza, accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo la -dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del Giusti, poeta (come mi -è venuto detto) conversevole? la risposta, nella quale credo dobbiamo -convenire lettori e critici, è che nessun altro. - -Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria tanto e così svariatamente -e a pezzi e bocconi, quanto di lui? E non è un saperne a memoria -per averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli fatto imparare -senza che noi ce ne accorgessimo, solo per quel farci tanto pensare -e sentire, con immagini e parole e locuzioni e rime trovate così a -proposito e tanto di nostro genio: - -Dal - - Girella, emerito - di molto merito, - -al _Credo_ bestemmiato da Gingillino, - - _Io credo nella Zecca onnipotente_ - _e nel figliuolo suo detto Zecchino;_ - -dalla Ghigliottina a vapore, che - - fa la testa a centomila - messi in fila, - -alla visione papale del Gioberti, di - - prete Pero, buon cristiano - lieto semplice e alla mano, - -che - - vive e lascia vivere; - -dalla - - pallida capelluta - parodia d'Assalonne, - -alla coppia felice, che - - l'amorosa si chiama Veneranda - e l'amoroso si chiama Taddeo; - -dal giro pe' chiostri - - contando i tumoli - degli avi nostri, - -alla partenza da Pisa, lasciando - - la baraonda - tanto gioconda; - -dal - - Viva la Chiocciola, - viva una bestia - che unisce il merito - alla modestia, - -all'esopiano re Travicello - - piovuto ai ranocchi; - -dal più o meno manzoniano - - Apollo tonsurato - che dall'Alpi a Palermo - insegna il canto fermo, - -alla patriottica baffuta Babele, che succhia - - sigari e ponci; - -dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», al padre X. -conservatore dello _statu quo_: dal Congresso di Pisa che suscita le -escandescenze del solito Rogantino, tirannetto - - da quattordici al duetto, - -all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi, - - Nè mai tanto apparato - d'anni crebbe congiunto - all'umor moderato - di non provarle punto. - Dormi, Europa, sicura: - più armi, e più paura. - -Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c'è -come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo: -— Donde attinse egli tale sua qualità? Fu natura? fu magistero? Ne -trovò egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli -venne fatto così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori, -questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte -a vita sociale e civile, nè fra i Satirici propriamente detti, -dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici -urbani, che dai Latini anche più direttamente assumono il Sermone e -l'Epistola: e neanco poi, dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal -Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? — - -Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto è -rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento, -che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed è -ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile -e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia -a vivacità fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante -la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi, -sfrondando cotesto frascame a buon dritto, però dissangua e stecchisce; -e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la -spontaneità della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira è -la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone è il verso -sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente -atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualità -epica prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato -sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di -quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti. - -E questa medesima ragione del metro, già di per se pone distacco assai -fra lui e i cosiddetti burleschi, sinchè la forma tradizionale anche di -costoro séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e -dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli -o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a -quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi; -la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando -(innominabili) avevano esercitata più o meno toscanamente, e che il -Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità nuova; e quando -il Guadagnoli, con maggior toscanità di chicchessia, assume cotesta -umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad -essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il -quinario; — soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire -il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: chè chi -senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale -pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe, -più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe e al Pananti -e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti sì civili e -sì d'arte, che nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al -Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza, -dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in -quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si -tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito dire: «Vedete come la -poesia burlesca, nel secolo decimonono, si è svolta di mano in mano, -dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti.» -Il fatto è, che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti, -conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la -Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con ben altro -vigore di effetti le veci. - -E nata satira più specialmente della regione toscana, addivenne -popolare in tutta Italia, sì perchè a Italia tutta aveva il cuore -il Poeta, e sì per le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in -altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare -tollerabilmente, come potè essere quella del Guadagnoli dal Fusinato -veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase -poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il -Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Béranger nelle -_Canzonette_ dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco, -il Belli atteggiò a epigramma popolare quel vecchio peccatore -aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggiò con -arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo -pisano, i Sonetti di Renato Fucini. - - -II. - -Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità della sua poesia, -fu, almeno indirettamente, cioè in questi altri termini, — come fosse -ella fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di altri, — fu -proposto assai prima che si curiosasse di critica quanto oggi; e dette -occasione a uno scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la -testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la critica più intima, -che della poesia del Giusti si sia avuta, anche dopo le belle pagine -del Carducci, del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi, -del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del 1851, appena un anno -dopo la morte del caro ospite suo, a un articolo del critico francese -Gustavo Planche, il quale era venuto narrando a' suoi compatriotti, -essere il Giusti una sorta d'improvvisatore che, impaziente o incurante -delle bellezze di stile, accettava senza pensarvi la prima parola che -gli scendeva giù per la penna: perciò privo di vivezza, di eleganza, di -precisione, di tutte insomma le doti proprie d'uno scrittore che ami e -rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel suo sorriso benevolo -che gli abbiamo conosciuto e quella temperanza che tanto più gravi -quanto più miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello essere il -ritratto non dell'amico suo ma di altri poeti (i burleschi appunto del -penultimo periodo), diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa, in -ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi dal sentire della nostra, -e dalle norme ch'essa impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente -gentili.» Di questa lingua avere il Giusti, dai grandi scrittori e -dal popolo, anche campagnolo, tratto tutto quanto è di più fino ma -insieme di più nascosto, mediante un senso squisito suo proprio, -educato sui classici latini e nostri, ed un grande studio ch'egli -poneva con ostinata perseveranza nello scegliere le voci e collocarle -industriosamente. Da ciò esser venuta alla sua poesia una efficacia -piuttosto condensata e ristretta, «intesa com'ella è a penetrare -più addentro»; tantochè aveva egli finito col quasi «negare parte di -sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani suoi» (il che è -verissimo, e i commenti venuti dopo lo dicono), non che dei Francesi. E -a questi più particolarmente volgendosi, e «sfidando la Francia tutta» -a cogliere il valore di certi motti giustiani, come quello (negli _Eroi -da poltrona_) sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva -il Béranger, «nome» dice il Capponi «che riviene spontaneo a proposito -del Giusti»; e dichiarava che non avremmo noi osato, sebbene tanto più -familiari e alla lingua e alle cose di Francia che non alla lingua e -alle cose d'Italia i Francesi, non oseremmo noi, e saviamente, dare -sentenza sul Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di quella -letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), per non risicare di -giudicarlo piuttosto facitor di canzonette che poeta. L'onore del -qual nome, nel senso di artefice consapevole, e in queste due cose -soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza di espressione», -rivendicava egli al Giusti contro la condanna pronunziata dal Planche, -che «i versi suoi non vivrebbero». - -È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, e si ristampano, e -(come il Capponi presentiva, nè gliene faceva lode) ce li commentiamo: -di che non credo che per quelli del Béranger, ed è pregio suo e della -lingua, si sia mai sentito in Francia il bisogno; perchè, cominciando -dall'arietta sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in -quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima del poeta, e ne -rivola fuora trillando; laddove il Giusti (che ammirava il Béranger; ma -quando lo chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non soltanto -per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando da questa: d'averlo -letto dopo essersi «imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato -la propria forma con un intendimento del tutto soggettivo e di sua -iniziativa, pur mirando a «farsi interprete delle cose che gli stavano -d'intorno». Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio mondo, -che nel contrasto fra i due secoli «l'un contro l'altro armato» era -destinato a frantumarsi, tanto poco, anzi nulla, avevano che fare -insieme, che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato) alle -_Chansons_ la toscanità degli _Scherzi_, anche quando i soggetti -combaciano e si rasentano, si va nel goffo; e qualche imitazione in -stile giustesco dal Béranger, per esempio, dal _Bon Dieu_ quella del -_Creatore e il suo mondo_, è, fra le apocrife appioppate al Giusti, -delle più intrinsecamente aliene, nonostante le apparenze, dal fare -autentico e legittimo di lui. - -Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto ascoltare il -giudizio del critico francese, non ne avrebbe fatte grandi meraviglie, -perchè già si era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare -da un tale qui in casa sua, se avesse letto altro che romanzi e -giornali; e ci racconta altresì, come «prontissimo ad immaginare, e -assai lesto ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima mano, -e credeva che la morte sola gli avrebbe portato via il pennello de' -ritocchi»: dichiarando espressamente, che quel suo «modo di dir le -cose alla casalinga» non provava nulla, e che pur troppo il suo difetto -era di non contentarsi mai. E séguita confessando le proprie colpe: la -stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver avuto a combattere -con quei metri, «facili in apparenza, difficilissimi in sostanza; i -quali se non ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da tutte -le parti», e la inversione poi va a finire nello «scontorcimento». -«Gino Capponi mi aveva ammonito più e più volte d'andar per le piane, -d'esser semplice e corrente, di lasciare le lambiccature, le finezze -sopraffini, le frasi e le parole vistose; perchè, dice il proverbio, -chi troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a lasciarlo dire, -e a dargli retta senz'altro, cioè senza far la tara all'ipocondria -di quel povero organismo malato, si finirebbe..... altro che -l'«improvvisatore» denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole» -che io ho cominciato, Signore mie, dal ripresentarvi come una vecchia -comune conoscenza.... si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe -Giusti è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che abbiano mai -esercitata la pazienza delle nove sorelle. - - -III. - -Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche -de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanità della lingua, -tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi -atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli -eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele -dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli -e volgarucci, con molta diffidenza di sè medesimo, le aveva poi -deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si -era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira -a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte -convergevano, serrandosi sempre in più stretto fascio, le volontà e le -intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria -privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» son sue -parole «dalla vana chiacchiera, dalla disonestà, dalla inutilità, che -l'hanno «deturpata anco nelle mani dei maestri». Su qualche tentativo -da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti -canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: «prosa -rimata». - -La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente -da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e più -particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virtù -repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente -italiano, era rimasto simbolo di quella italianità, le cui tradizioni, -conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servitù -e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine -di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste -vicende si trabalzò, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero, -la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima -di cittadino, _canto di Virgilio senza cuore di Dante_: — di mezzo -a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico -e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sentì che non -era Italia in quelle «reggie adulate dove il ricco e il dotto e il -patrizio vulgo si seppellivano»; e al risorgere di un «futuro popolo -italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò auspicii degni -dai Sepolcri di Santa Croce: — e a questi sepolcri pure si volgeva, -pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava -come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore -italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori -della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con -Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano -le virtù della civiltà grecolatina, che nella latina penisola si -risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione -nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma -pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra -conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per -dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima -a Cristo liberatore dell'umanità, affigurava poi sotto più aspetti, -e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni -sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide -degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione -spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servitù italiche; e in nome -della cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre nazioni, -la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro -Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti -del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale -le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del -Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del -'31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai -sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria. - -Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in -quella forma di poesia, dove la servitù non pure aveva impedito le -manifestazioni della verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la -sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della -bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi -del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da -più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era, -dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato -le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e i -rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il -bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo: -nè ciò poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione -la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; nè questa veste -poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cioè a -dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua -Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicità di grande -artista il poemetto eroicomico; non però aspirando certamente con -quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità di lettori, di -recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando -anonimo l'anonimo Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature», -dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle -calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disertò mai la -causa della patria e della sventura, non disperò mai della giustizia -di Dio e dell'avvenire del Popolo», diceva che ben da Milano, quartier -generale degli oppressori, eran venute le «melodie rossiniane» del -Berchet, «ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della -commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello -scherno». - - -IV. - -Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a -quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino -tra carnevale e quaresima, che intitolò _I brindisi_. Dove egli, -raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima -brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione, -lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano; -e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario è come -l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, dà l'aíre al -«Brindisi per un desinare alla buona»: - - A noi qui non annuvola il cervello - la bottiglia di Francia e la cucina, - lo stomaco ci appaga ogni cantina - ogni fornello. - . . . . . . . . . . . . . . . - Chi del natio terreno i doni sprezza - e il mento in forestieri unti s'imbroda, - la cara patria a non curar per moda - talor s'avvezza. - . . . . . . . . . . . . . . . - O nonni, del nipote alla memoria - fate che torni, quando mangia e beve, - che alle vostre quaresime si deve - l'itala gloria. - . . . . . . . . . . . . . . . - Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti - ciò che le rape un dì fruttaro a voi; - in casa vostra, o trecentisti eroi, - comandan gli osti. - E strugger poi, crocifero babbeo,..... - -Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto -del caffè; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il -bicchierino e la chicchera: - - E strugger puoi, crocifero babbeo, - l'asse paterno sul paterno foco, - per poi, briaco, preferire il cuoco - a Galileo; - e bestemmiar sull'arti, e di Mercato - maledicendo il Porco, e chi lo fece, - desiderar che ve ne fosse invece - uno salato? - . . . . . . . . . . . . . . . - Oh beato colui che si ricrea - col fiasco paesano e col galletto! - senza debiti andrà nel cataletto, - senza livrea. - -Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava -egli stesso, alle «brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto -tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine». - -E nella «Origine degli scherzi», altra saffica che ben a ragione è -stata chiamata la sua «Arte poetica», dice come, dopo avere da giovine -«sbagliato se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», la coscienza -aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora -de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua -paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», satira nutrita d'amarezza -e di sdegno, «riso che non passa alla midolla», come quello del -saltimbanco, - - che muor di fame, e in vista ilare e franco - trattien la folla. - -E «a uno scrittor di satire in gala» - - Vedi piuttosto - -diceva - - di chiamare al banco - i vizi del tuo popolo in toscano, - di chiamar nero il nero e bianco il bianco, - e di pigliare arditamente in mano - il dizionario che ti suona in bocca, - che, se non altro, è schietto e paesano. - -Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi parrebbe ormai -l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro -rimarremo soli noi vecchi. È stata una superba malinconia de' signori -ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia -superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' dì -nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o, -come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a rovescio e in -onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir -cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso -accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi, -di periodi ciceroniani. La verità vera è invece, che ciascun secolo -ha scritto la lingua che parlava, finchè e nello scrivere e nel -parlare non è entrata, con la servitù politica e, peggio con la -intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu -solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col -rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo -altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per -la restaurazione di questo nella lingua, si è voluto e saputo, dopo la -regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza -utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il -popolo, e cioè il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non -abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe, -che la letteratura italiana incominci da quando si è racquistato il -sentimento italico della toscanità; da quando l'unità della lingua in -Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo -al Monti, è divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le -teorie, dall'Autore dei _Promessi Sposi_; nè che il Giusti (per tornare -al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo, -dato l'esempio del «pigliare arditamente in mano il dizionario che -ci suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle sue prefazioni, -definì la propria «un genere di poesia che può avvantaggiarsi di tutta -la lingua scritta e di tutta la lingua parlata». - -Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a sè, il -mostrarvi come cotesto dizionario si è saputo maneggiar sempre e da -tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile -(perchè altro è lingua, altro è stile) fatti invalere fra gli scrittori -dall'autorità preponderante di questo o quello fra i nostri solenni -maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca. -Mi contenterò (e non voglio entrare nella prosa, solamente perchè vi -parlo di poesia) mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno -che Dante. Non per la _Commedia_: la quale pure sappiamo oramai quanto -grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e -Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli -ne sentisse tutta l'_attualità_, di contenuto e di forma); non pel -Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo -il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si -volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e -del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, al Purgatorio fra -i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello -zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi -raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un -certo _Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali -di Lucca_ da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario -«schietto e paesano» del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi -tempi, con abbastanza modernità. L'altro esempio è di messer Angelo -Poliziano, il poeta dell'_Orfeo_ e della _Giostra_, il principe degli -umanisti nel Rinascimento, che però fu anche il gaio rimatore delle -Canzoni a ballo e dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio -solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole, -e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una _Il segreto -d'amore e la confessione_, e l'altra _Il galletto, la chiocciola e -la nave in porto_; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella -sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile non le abbia mai lette, -avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso -il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a -buon diritto, di non avere «svisato i propri concetti» per l'ambizione -di «tradurre sè stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine, -leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli -del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre. - -Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del -Cinquecento, e nell'età di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo -che il Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli, -in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e là, -a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e -ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi -fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita -di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga -del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la -Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il _tran tran_ di quel -mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava -da sè; non vengon meno, nè il Saccenti nè il Pananti nè il Guadagnoli, -— mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a -scrivere le sue Satire in classico stile — non vengon meno davvero -al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani, -e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto -Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi dialoghetti del Sesto Caio -(il _Baccelli infreddato_, per esempio, o il _Baccelli zoppo_, o -dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di _Gosto e Mea_), -certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i -battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono -l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili -delle _Istruzioni a un emissario_, della _Spia_ dopo le riforme, dei -dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di -Maso nel _Sortilegio_, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte -che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata. - -Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri, -perchè nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua -del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e -nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il Giusti ci aveva, e -che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; _All'amica -lontana_, _Affetti d'una madre_, _La fiducia in Dio_, _Il sospiro -dell'anima_, _A Roberto nel 1841_, _A una giovinetta nel '43_, e in -quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a _Gino Capponi_, -dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze -magnanime, pronuncia il _non sum dignus_ d'essere il censore del suo -popolo risorto e ringiovanito. È il Giusti, che gareggiando con lo -scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso - - quasi obliando la corporea salma - -l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza quaggiù. È del -Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti -d'artista: - - Sdegnoso dell'error, d'error macchiato, - or mi sento co' pochi alto levato, - ora giù caddi e vaneggiai col volgo! - . . . . . . . . . . . . . . . - E anch'io quell'ardua imagine dell'arte, - che al genio è donna, e figlia è di natura, - e in parte ha forma della madre, e in parte - di più alto esemplar rende figura; - come l'amante che non si diparte - da quella che d'amor più l'assicura, - vagheggio, inteso a migliorar me stesso, - e d'innovarmi nel pudico amplesso - la trepida speranza ancor mi dura. - -Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi più -belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo: - - Goder d'ogni mio bene - d'ogni mia contentezza il ciel ti dia; - io della vita nella dubbia via - il peso porterò delle tue pene. - Oh se per nuovo obietto - un dì t'affanna giovenil desìo, - ti risovvenga del materno affetto! - nessun mai t'amerà dell'amor mio. - E tu nel tuo dolor solo e pensoso - ricercherai la madre, e in quelle braccia - nasconderai la faccia; - nel sen che mai non cangia avrai riposo. - -Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde, -talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altresì -con una delicatezza d'imagini e soavità di concetti e nitidezza di -frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo -romanticismo morboso; di cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto -gentile; non c'è quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli -qualche stilla: in alcune poi, come nel _Sant'Ambrogio_, l'affetto è la -nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere «di carità -nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto -riso.» - -E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia uno dei distintivi -nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente -per questo, come «scrittore di piccola mente» potesse (dispiace -ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò Tommasèo. E -si avverta che il Tommasèo stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe -«elaborate e maestrevoli» le poesie del Giusti, vide in quel lavorío -i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, gli parve -che negli sdegni e sogghigni «del poeta, il cuore non parlasse». E -pregò il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro -sì l'ammonì, ma non di questo. Nè so invero chi possa, pur reverente -all'autorità del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi. -Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari più difetti che virtù, -nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero -critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come -egli disse, «celie profane», e metteva fra queste anche il combinarsi -alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con -l'innodia popolare della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» e -senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani, -dai quali il Giusti si staccò, come vedemmo, e si sollevò: in lui, -anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere -altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i -restitutori della italianità, nel secolo che doveva finalmente veder -rivendicata l'indipendenza e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano -il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro -Manzoni. - -Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore d'assai; e francamente -può dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera -all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della -lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe -dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei -secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po' -forte ad ammettersi; e quel vampo scolastico ha cominciato da un pezzo -a dar giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili, -e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri -uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie -non più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e -come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo -Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato -genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, anzi più espressa -e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e -che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di più: perchè sono -difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche -la familiare e satirica, consente alquanto più, che non la prosa, -la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo -stesso significa) la squisitezza. Non è qui il caso nè il luogo: ma -se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si -farebbe capo le più volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi -non sempre coerenti fra sè e col soggetto, qualche altra volta a frasi -e costrutti un po' sforzati; come pure non è lodevole certo scintillío -di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e -monotonia. Tuttavia il Camerini, che fa anch'esso' quest'appunto -della squisitezza, ha altresì queste parole: «Ma quella lettera a -Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile -dipintura del ballo villereccio in casa del notaro, è bella come le sue -più belle poesie.» E dice bene. - - -V. - -Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare ch'egli morì a -quarant'anni. Morì col presentimento che la sua poesia fosse finita -con lui, ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47, ma però -nell'atto di raccogliere i suoi versi, «Sento che questo modo di -poesia comincia a essere un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi -all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi ai nostri occhi -con tanta maestà d'andamento..... Se mi darà l'animo di poterlo -tentare, certo non me ne starò: se poi non mi sentissi da tanto, non -avrò la caponeria d'ostinarmi a sonare a morto in un tempo che tutti -suonano a battesimo». E nel '48, preparando un'altra edizione, che -doveva pur troppo uscir postuma nel '52 per cura del Capponi e del -Tabarrini: «Perchè dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se -io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? E vero che -agli errori e ai vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori -delle cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via del bene, non -ho più cuore di menare attorno la frusta; e col mio paese ringiovinito, -ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della primissima -adolescenza. E questa fede posso dire non essersi spenta mai nell'animo -mio; e il non aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso -sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima testimonianza». Erano i -giorni de' quali l'amico Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a -Voi la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, il Giusti con -parole di cittadino e d'artista, degni l'uno dell'altro, aggiungeva: -«Ora che il popolo, eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa -epopea, noi miseri accozzatori di strofe, bisogna guardare e stupire, -astenendoci religiosamente d'immischiarci oltre nei solenni parlari -di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di già nel vostro petto -animoso, o giovani, che accorrete nei campi Lombardi a dare il sangue -per questa terra diletta: ed io ne sento il preludio e ne bevo le note -con tacita compiacenza. Toccò a noi il misero ufficio di sterpare la -via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, all'ombra -delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o -magnanimi, che un amico di questa libertà che vi inspira la impresa -santissima, baci la fronte e il petto e la mano di tutti voi. L'Italia -adesso è costà: costà, ove si stenta, ove si combatte, e ove convengono -da ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli non degeneri, i -nostri primogeniti veri.» - -Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante tutto, si è -continuata sino ai dì nostri; e che, oggi compion tre anni, sul campo -doloroso ma glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede e di -sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me fosse lecito evocare dai -sepolcri la immortale poesia della patria, oggi dal colle di San -Miniato, memore della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di -Giuseppe Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi il saluto -d'Italia madre; e la voce, con la quale il Poeta accompagnava le -prime battaglie per l'indipendenza, echeggerebbe sino a quelle plaghe -lontane, dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle leggi della -patria, son caduti sotto la stessa bandiera. - -Quella voce, per essere non atteggiata in misura di verso, non era -però meno voce di poeta. Chè del resto, la musa del Giusti, e in quel -tempo lieto e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui tristezze -rimuginò egli, nelli estremi del viver suo, in pagine di Cronaca -dolorose) la musa sua non sofferse già di tacere affatto. E come a -Leopoldo secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio del -libero verso, - - Signor, sospeso il pungolo severo, - a te parla la Musa alta e sicura, - la Musa onde ti venne in pro del vero - acre puntura; - -così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e di licenza -sconclusionata, che ricondussero tragicamente questa e le altre parti -d'Italia, salvo il predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il -Giusti alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo lasciò tra le -sue carte frammenti bellissimi, altre ne alternò della sua vecchia -maniera, come la _Repubblica_ (a Pietro Giannone); il _Deputato_ -(a Rosina); e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una supposta -commedia, Granchio e Ventola, Trippa e Ganghero, Crema e Vespa; e i -Sonetti epigrammatici, le _Maggioranze_, l'_Arruffapopoli_, scoccati -fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo Vecchio; -ed anche qualche svolazzo lirico d'un inno patriottico, rifioritura -d'altro simile tentativo fatto da studente pei moti del '31. Non può -dunque dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, che di tante -piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse in disparte; nè molto -meno gli si attaglia la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone -che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga impaurito -de' calcinacci che cascano. Dopo il '48, non cascarono calcinacci, -pur troppo: furono rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato -a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, e tutti i -preparatori, avevano per modi diversi faticato a mettere in piedi. - -Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore d'una maniera -nuova, che senza sguagliar troppo dallo stile ormai caratteristico del -Poeta, procede più severa e composta, parineggiando quasi, ma sempre -con vivacità toscanissima. Di questo nuovo atteggiarsi della poesia -giustiana è singolare documento l'_Ode dello scrivere per le gazzette_, -dov'egli promette a sè medesimo che non più - - in aperto motteggio - travierà la rima, - -mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che nella beata illusione de' -nuovi tempi avea creduto poter deporre: e si volge attorno, e vede la -demagogia pullulata - - come in pianura molle - scoppia fungaia marcida - di suolo che ribolle; - -e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e vola la strofa, -alata veramente, all'ideale, da quei sozzi vapori ottenebrato, -all'ideale della patria: - - O veneranda Italia, - sempre al tuo santo nome - religïoso brivido - il cor mi scosse, come - nomando un caro obietto - lega le labbra il trepido - e riverente affetto. - Povera madre! il gaudio - vano, i superbi vanti, - le garrule discordie, - perdona ai figli erranti; - perdona a me le amare - dubbiezze, e il labbro attonito - nelle fraterne gare. - Sai che nel primo strazio - di colpo impreveduto, - per l'abbondar soverchio - anche il dolore è muto; - e sai qual duro peso - m'ha tronchi i nervi e l'igneo - vigor dell'alma offeso. - Se trarti di miseria - a me non si concede, - basti l'amor non timido - e l'incorrotta fede; - basti che in tresca oscena - mano non pòrsi a cingerti - nuova e peggior catena. - -I primi versi di questa tenera filiale apostrofe sono stati scolpiti -sulla base del monumento che fra i dolci colli del suo Monsummano lo -ricorda ai credenti ancora nella religione della patria. Nè vi si -leggono senza commozione, nè senza pensare che forse era quella (a -me par di sentirlo con sicurezza) la forma evolutiva che ne'tempi -novissimi avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non vide, -morendo sull'inizio del salutare decennio espiatorio, che ci condusse -al '59. Le stanche ossa del Poeta posarono nel bel colle di San -Miniato; e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il compianto e -l'onoranza d'Italia, per avere, - - con arguto stile castigando i vizi - senza toglier fede a virtù, - inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti - e delle idee generose. - -Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto e cruccioso suo verso; -mancò ai giorni delle pugne supreme e della vittoria il suo canto -augurale. Così non paia, o Signori, che sia mancata alla decadenza -delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine dei dopo venuti, -all'offuscamento de' principii di moralità civile, all'infiacchimento -delle energie d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe esaurita, -sia mancata la educatrice satira del Poeta, il quale non avrebbe -accettato gli si raddoppiassero gli anni brevi di vita concessigli, se -avesse dovuto ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio sopra -una società intorpidita e restìa, ma il flagello di Giovenale sopra -una degenerazione di cittadini che tradissero le sante speranze della -patria, per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di pianto e di sangue, -a sè medesima restituita. - - Firenze, 1º marzo 1899. - - - - -G. G. BELLI E LA VITA ROMANA - -CONFERENZA DI ALFREDO BACCELLI - - -I. - -Per intendere e giudicare convenientemente l'opera poetica dialettale -di Giuseppe Belli occorre rievocare il quadro della vita romana quale -fu dal 1830 al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare -nell'anima sua e comprenderla. - -Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo Pontefice, candido -nella veste e magnifico, circondato dalle porpore cardinalizie e -dallo stuolo solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni -dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe come l'immagine -della potenza divina in terra; e allo splendore delle forme esteriori -rispondevano la forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge. - -La necessità di accrescere prestigio ai ministri della religione e di -attrarre genti ed oro alla basilica universale aveva moltiplicato le -feste e gli apparati; dal _Corpus Domini_ a _San Pietro_, dal _Natale_ -e dall'_Epifania_ alla _Pasqua_ erano sempre cerimonie, scampanii, -processioni: di quando in quando canonizzazioni, beatificazioni, -pellegrinaggi. - -Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne la benedizione del -Pontefice dalla loggia Vaticana. Sulla piazza formicolavano migliaia -di persone. A un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si -faceva profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia gestatoria -appariva il Pontefice, e, levata la mano, benediceva il popolo: le -sacre parole sembravano squillare nel silenzio della piazza gremita. -Dopo la benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del tamburo, -squillavano le trombe. Quasi abbracciati dalle due curve delle colonne -vaticane, i cattolici di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: i -romani ammiravano lo splendore della festa ma argutamente sorridevano. -Sorridevano, perchè quel papa divino essi lo conoscevano per un beone -volgare, quella mistica benedizione vibrante di cristiano amore la -udivano dalla bocca di colui che ordinava supplizi e prigionie; e i -cardinali amavano le belle, gli alti dignitari vendevano cariche e -favori. - -Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso -i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al -guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle -bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio; -e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè -tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la -confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1]. - -Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella -metropoli e fosse rallegrato il popolo (_dare panem et circenses_), -alle feste sacre si alternavano le feste profane. - -Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai -campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti, -le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle _botti_ o -_nei legni a quattro posti_ le _minenti_, avvolte le spalle ampie e -matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente, -costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini -e fermezze d'oro. In altre _carrettelle_, divisi dalle _minenti_, -sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul -cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto. -Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva: -le guardie del Papa non se ne curavano. - -Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I _carri_ -con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori -e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo _scalinone_ del -palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera, -signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei -_barberi_ entusiasmava il popolo, e i _moccoletti_ spenti e riaccesi -l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte -del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio -tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che -il divieto del carnevale. - -Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo -dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non -avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato! - -Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi -si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere -alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava -nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle -piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento -erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile -comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita -pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti -domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma -l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in -68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano -quotidianamente comandati. - -Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere, -reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non -permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai -vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno. - -Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo -ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un -volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal -Tosti. - -I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali -pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano -nuove gabelle, la rapace _mano regia_ colpiva fulmineamente i -cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65 -per 100. - -Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla -reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837. - -Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non -conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide -e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati -e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere -languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le -baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far -valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra -il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che -dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto -insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva -vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega -ecclesiastica. - -Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o -non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e -dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il -malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale, -al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca -borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli -umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti -conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la -facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza -si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben -dotata andava a marito. - -Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene, -non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle -viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri -imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti, -senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi -dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il -turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei -politici rigore tirannico; la libertà al ladro _transeat_, ma al -giacobino non mai. - -Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo? - -Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di -piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare -facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio, -buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed -entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo -papale ignorante ed ozioso. - -I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la -morte. Il _decus_ antico come era rimasto nella linea del volto e del -fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile, -ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la -dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella -forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo _scialo_, odiavano -l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento, -cortesia di forma non sapevano che fossero. - -Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione -di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del -popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica -era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede -cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero -a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e -chimere. - -L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare -il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i -bimbi per impietosire i passanti. - -Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva -mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo? - -Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i -mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava -diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non -gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e -l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto -i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira. -Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò -spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne -pasquinate: la satira. - -Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e -costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di _humour_, soffio -moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli, -una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino, -impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno -lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di -fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette, -motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo -sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla -moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di -popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le -risa»[2]. - -Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua -poesia dialettale. - - -II. - -Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli -al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e -da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre, -con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i -rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia -Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu -costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di -Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva. -E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti. - -Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare -il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella -darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno -a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste -e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe, -austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi -e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la -solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del -mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto. - -La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette -grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta -satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero -difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio. - -Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e -volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi -ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera -buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo. - -Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio, -prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i -galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il -contagio e ne morì. - -Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola, -studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture, -metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta -pena abbandonò la classe. - -Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a -pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa -ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della -concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano -così formando pessimista. - -Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a -prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie; -così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico -motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi -versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano -senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia -di forma. - -Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama -pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del -Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello -gli moriva e la sorella si votava monaca. - -Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel -1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere -cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie -di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie -forme. Il primo suo volumetto stampato fu: _La Pestilenza stata in -Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII_, scritta, secondo afferma -lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813. - -Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi; -egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne -scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come -un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva -sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le -osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il -violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti. - -Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne -ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli -empi. - -Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte -Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non -essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà -dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa -ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di -stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio. - -Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e -arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare -altrui. - -Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere -ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto -osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che -dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase, -per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la -figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito. - -Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad -attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di -correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie. -Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse, -e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel -Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del -Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia -dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come -fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed -ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice -periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse -più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa, -clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti -si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li -ammiravano. - -Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei -quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe, -temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi -sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione... -Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava, -editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel -1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato -ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo -persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto -dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita. - -Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849, -ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse -che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli -quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al -Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812. - -Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili -di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro -il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli -ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe -avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo -un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere -dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa -duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali -e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente. - -Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale; -ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono -la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel -testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò -al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto -bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò, -e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi, -degnamente curata dal Morandi. - -Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero -scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini -e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia; -e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a -volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse -due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei -sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione -dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845 -si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore -italiano men che mediocre. - -Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo. - - -III. - -Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito -semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la -figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli? - -Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato -che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla -benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia -sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto -aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e -tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve -mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore -grande all'irradiamento dell'_io_. - -Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella -solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il -concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita. -Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava -nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto -dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre -lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore -melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo -che al lamento e alle lagrime. - -Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente -morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva -l'ambiente. - -Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal -cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e -non sapeva entusiasmarsi. - -Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava, -e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della -fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa -ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del -pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria -italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante. - -L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei -quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e -nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e -fiacco. - -La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo -burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato -— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua -coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito. - -Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon -cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi -del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del -pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale -poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso, -perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli -anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora -partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo -come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare -sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli -invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si -piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla -mano del fato e dagli avvenimenti. - -Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici -che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria -al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e -chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso? - -Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e -continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli -fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e -l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma -anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli -cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli -che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano. - -Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo -della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo -medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è -ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri -chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a -lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare, -fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la -letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede -scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere -ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza -discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a -destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il -Belli credette di nuovo. - -Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi -che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi -alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con -impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun -aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva -e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere -il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a -raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva -così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente, -riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e -della assidua lima. - -Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine -gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero. - -La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano -gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze. -Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana -era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza -passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di -forme retoriche, manifestava puramente il vero. - -Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze -sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi -di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza -insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon -senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia -nel componimento e varietà infinita di particolari. - -Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali -all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il -particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per -coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il -sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta -si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più -liberamente il pensiero. - -Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua — -intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non -importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria -conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si -attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte. - -Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed -ebbe grande potenza di assimilazione. - - -IV. - -Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del -Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera, -sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per -l'esecuzione. - -Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da -più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e -compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della -interpretazione. - -«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino -ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti -dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col -pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi -pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto -di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento -di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di -originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la -credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò -insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la -distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è -tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città -cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi -da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da -confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla -bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, -senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non -quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una -regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero -poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di -correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette, -nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può -mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di -colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la -religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di -genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio. -Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, -apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io -ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già -esistente, e più lasciata senza miglioramento.» - -Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le -qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con -perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia -per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia -per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di -forma. - -Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste -le prove: ed è il metodo più pedantescamente _verista_ che si conosca, -da disgradarne lo stesso Zola. - -Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi -nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava -e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un -racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se -ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano -il _motivo_ del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta. -E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche -qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza; -immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così -in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il -germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza -stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli -erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue. - -Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come -assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così -è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta, -senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo -esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita -e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre -sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che -anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che -l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello -e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale, -assimilate. - -La prova più convincente che l'_io_ del poeta aveva nella creazione -di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di -tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta -romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse -l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale -autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia -e il cui umore satirico son celebri nella storia. - -Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di -fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti -essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli -saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e -con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci -innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E -però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo -eminente; ma creatore non è. - -Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del -Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo: -corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la -lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli, -questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta -era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828. -Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di -scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema -belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma. - - -V. - -Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa -varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4]. -Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno -alla vita romana e intorno al poeta. - -Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso -i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente -satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte -della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come -poeta satirico. - -La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si -esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva -essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e -sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un -_humour_ bonario. - -Della religione il Belli scrisse come chi non ha la radiosa visione di -Dio, non il dolce conforto della fede, per essere stati spenti l'una e -l'altro dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità dei dogmi, -dagli eccessi del culto. La sinistra luce che dal prete egli proietta -anche sulle più pure concezioni, come Cristo e Maria, spiace, perchè -spiace ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, la frase -scultoria abbattono con tale violenza idoli, costruzioni teologiche e -precetti preteschi, che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel -mondo abbia roteato la clava di Ercole. - -Un povero popolano invoca per la moglie malata il miracolo di Santa -Filomena e offre candele al prete: (III. 339). - - Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio - Me disce, vostra mojje a cche sse trova? - Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.» - E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova? - Rieccheve li moccoli, perch'io - Nun vojjo scredità una santa nova.» - -Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa d'aver -crocifisso Gesù: Gesù discese in terra - - Cco' l'idea de quer zanto venardì. - Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà, - Subbito che llui venne pe' mmorì, - Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162). - -E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo Spirito Santo, che -nei dipinti figura dipinto all'orecchio suo? - - Va spargenno pe Rroma un framasone - Ch'er papa san Grigorio tammaturco - Era un furbo e un maestro de finzione. - E pprotenne quell'anima de turco - Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione, - Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223). - -Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, mentre il figliuolo di -Dio non li ebbe? - - «Fijjo, disce, voi sete un iggnorante, - E nun zapete come li peccati - Hanno fatto la cchiesa militante. - Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui, - E ssi Ccristo teneva li sordati, - Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291). - -Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo che racconta i suoi -mali e le sanguigne sofferte, esclama: (II. 325). - - Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje! - L'esercito der Papa nun ce tiggne - La terra, manco in trentasei bbattajje. - -La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù dell'Ara Coeli -ribalta: (V. 132). - - La cosa in zè mmedema nun è ggnente, - Ma a sti tempi che ppoco sce se crede - Va' cche impressione possi fà a la ggente! - Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego - De miracoli, e llui non ze tiè in piede! - Prima càrita ssincipi tabbègo. - -Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno della tesi, -è un'uscita geniale. Ne potrebbe essere più comica l'antitesi in Santa -Rosa: (II. 366). - - Santa Rosa era sciuca e annava a scola; - E ffascenno la cacca a la ssediola, - Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette. - -E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, importa -riprodurre per intiero _Er fugone de la sagra famijja_, in cui la forza -satirica, velata dalla forma burlesca, raggiunge il vertice dell'arte: -(II. 19). - - Ner ventisette de dicemmre a lletto, - San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto - Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto - Provanno scerti nummeri dell'otto; - -(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri pel lotto, -ponendoli la notte sotto il guanciale). - - Cuanno j'apparze in zogno un angeletto - Cór un lunario che ttieneva sotto; - E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto, - Che festa viè qui ddrento a li ventotto.» - Se svejjò San Giuseppe com'un matto, - Prese un zomaro ggiovene in affitto, - E pe' la prescia manco fesce er patto. - E cquanno er giorno appresso uscì l'editto, - Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto - Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto. - -Nella satira politica (e se ne intende agevolmente la ragione) il Belli -è anche più violento ed amaro. Papi, cardinali, monsignori, curati, -preti, frati, governatori, decani, favoriti, tutti son frustati; il mal -costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle amministrazioni, -i lussi sfrenati, le acerbità del Fisco, le crudeltà delle persecuzioni -politiche e la tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono -immortalmente designati all'odio e al disprezzo degli uomini, in figure -che paiono fuse nel bronzo. - -Papa Gregorio era un beone. - - Ho sentito mo ppropio de risbarzo - (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore) - Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore - Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118). - -(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo). - -Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il Belli scrive cotesto -capolavoro: - - ER VIATICO DE L'ANTRA NOTTE. (V. 99). - - Notte addietro, ar quartier de la Reale - De San Pietro, le scento sintinelle - Strillòrno _all'arme!_ e a lo strillà de quelle - Er tammurro bbattè la ggenerale. - Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale - E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle - Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle? - Passà immezz'a ddu torce er Prencipale. - Cor naso mezzo drento e mezzo fora, - Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia. - Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!» - Povero frate! è ttanto scacarcione - Che ssi una rondinella passa e ffischia - La pijja pe' na palla de cannone. - -Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel Sant'Angelo, perchè -(V. 290). - - Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco - Er Zanto Padre, si jje fanno spalla - Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco. - E ssotto la bbanniera bianca e ggialla, - Po ddà commidamente da quer' loco - Binedizzione e ccannonate a ppalla. - -Ecco lo specchio del governo: - - Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro - Che cqualúnque malanno che sse dia - S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro. - Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria: - Cquanno se vede che lo stato sbuzzica, - E che er ladro se succhia tutto er grasso, - E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica; - Tu allora, che lo vedi de sto passo. - Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica. - Che ccurre curre fin che ttrova er sasso. - -E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si fermò. - -Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della Religione, perchè -(III. 146). - - Che bbella cosa sarìa stata ar monno - De vede er Nazzareno a ffà la guerra - E a scrive editti fra vviggijja e ssonno! - E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra, - E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno - A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra. - -Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è da far festa. - - Poveri scechi! E nun ve sète accorti - Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato - Se poterìa chiamà _Llibbro de morti_? (III. 345). - -Ecco come si vive a Roma: - - ER VENTRE DE VACCA. (II. 347). - - Na setta de garganti che rrameggia - E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli; - Un Papa maganzese che stancheggia, - Promettennosce tordi e cce dà ggrilli; - N'armata de Todeschi che ttraccheggia, - Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli: - Un diluvio de frati che scorreggia, - E intontisce er Zignore cò li strilli: - Preti cocciuti ppiù dde tartaruche; - Edittoni da facce un focaraccio. - Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche: - Li cuadrini serrati a ccatenaccio; - Furti, castell'in aria e ffanfaluche: - Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio. - -Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli io debbo sovente -riferire immagini e parole sconvenienti e rozze; le ho, per quanto -era possibile, evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari a -lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche) un ultimo quadro di -_genere_ e passeremo ad altri argomenti. - - ER LOGOTENENTE. - - Come intese a cciarlà der cavalletto, - Presto io curze dar sor logotenente: - «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto.... - Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.» - Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto. - Lui cor un zenno manna via la gente: - Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto: - Tu' marito lo voi reo o innoscente?» - «Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:» - E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo - Me schiaffa la man dritta drent'ar busto. - Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!» - E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto: - Annate via: vostro marito è rreo.» - -Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori satirici la -vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole anche perchè inedito. Ne -possiede il manoscritto l'egregio professor Pio Spezi, studioso del -nostro poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua. Eccolo: - - ER CAPITOLO. - - Li frati ereno trenta; e ffra costoro - Venuto er giorno de creà er guardiano, - Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano, - Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro. - Ellì, a uno a uno, ognun de lóro - (Comincianno, s'intenne, dar più anziano) - Co una cartina siggillata in mano, - Annò a fficcalla in un bussolo d'oro. - Fatto questo se venne a la lettura: - Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto, - Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura.... - Inzomma un doppo l'antro un terremoto - De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto - Perchè tutti li frati ebbeno un voto. - 7 marzo 1836. - -Abbiamo detto che la satira del Belli non si arrestò alla Chiesa, -ma, sebbene non senza bonarietà, si esercitò anche sui costumi della -borghesia e della plebe. - -La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia, la prodigalità -dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza, la dissolutezza del -costume, l'indulgenza verso il reato, l'inganno nel commercio sono -effigiati in vive ligure. - -Una popolana dà pegni al Monte di Pietà: - - Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290). - -e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter bagordare il Martedì -Grasso: - - Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena; - E prima me daria la testa ar muro, - Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28). - -Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura: - - Tutta la nostra gran zoddisfazzione - De noàntri quann'èrimo regazzi - Era a le case nove e a li palazzi - De sporcajje li muri còr carbone - ................................. - Quelle so bbell'età, per Dio de leggno! - Sibbè ch'adesso puro me la godo, - E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399). - -E come s'educano i figliuoli? - - Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino; - Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato. - No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino - Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87). - -Queste sono le _grazziette de mamma_: (V. 63). - - Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio - De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna. - Per avèmme levata da st'impiccio. - Questa è l'aricompenza, eh? de le pene - De' na povera madre che s'affanna, - Vassalla infame, p'educatte bbene? - -L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo che deride il padrone -perchè studia astronomia e pesa l'aria senza _stadera_. (V. 17). - - Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria! - Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni - Se pagherebbe dodiscionce d'aria. - -La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto: - - Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17). - -e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della fiacca e oziosa vita -delle case romane di quel tempo meglio del sonetto sulla elezione di -Papa Gregorio: - - Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce - Dava la pappa ar fijjo piccinino; - Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino - Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce. - Peppandrea s'allustrava la vernisce - De la tracolla, e io stavo ar cammino - A accenne cor zoffietto uno scardino - De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190) - -Ecco il _confiteor_ del romano: (IV. 35). - - Tutta la mi' passione Sarvatore - Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente; - E quanno che sto in ozzio, propiamente - Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore. - -L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un sonetto celebre: -(V. 97). - - Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina. - -M'hanno assalito. Paura io? Di che? - - Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne. - E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta! - Co' sta battajjeria d'impicci addosso, - Come avevo da fà, ssì bbenedetta? - -Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino, e come grida -contro l'editto delle osterie! (II. 200). - - Noi mannesce a scannatte er giacubbino, - Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore, - Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino. - -Del mal costume delle signore e delle popolane offrono esempio, tra gli -altri, i sonetti 199 V, 78 V; ed ecco un bel saggio della _compassione -de la commare._ (V. 197). - - Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi! - Me fai rimane un pizzico de sale. - E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale? - Ma ggià, de che! de li malacci antichi. - Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale - Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi! - Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi, - L'aveva, veh, una scera de spedale. - E cch'ha llassato? me figuro, stracci. - E la mojje che ddisce, poverella? - So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei. - Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella! - Nun passa un mese che, bbon prò jje facci, - Va eco un antro cornuto in carrettella. - -Non è possibile condensare meglio di così in quattordici versi -tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro di osservazione, così viva -freschezza di forma. È la personificazione del pettegolezzo amaro -e della finta pietà femminile. _Li conti co' la cuscienza_ (IV. 38) -mostrano quanto sia debole la morale del popolo; se si potesse far il -male senza andare in prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le -grazie che fa il Papa nuovo. - - Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni. - Me dà gguai e mme scoccia li ......... - Dunque bbisognerà che lo bbastoni; - E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni. - A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni. - Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni - So' un passaporto pell'antri carzoni. - Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni. - Tempo, amico. Per ora te sopporto: - Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo - Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto. - Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more, - Viè er concrave, se crea er Papa novo, - Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore. - -Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111, II. 151, ecc.) e -talvolta pregiudizi e ignoranza fusi insieme finiscono in una punta di -satira psicologica, come, per esempio, nel sonetto _La pietra de carne_ -(IV. 305). - -Ma se la satira costituisce la nota caratteristica del Belli, non è la -sola della sua Musa. - -La fierezza popolare e il senso d'onore hanno voci gagliarde, come -nel III. 409; non manca il grido del povero operaio che confronta -amaramente il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi -dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54); non manca -l'esortazione morale in uno dei più efficaci sonetti: (III. 95). - - Lassa ste vanità: llassele spòsa. - Ar monno, bbella mia, tutto finissce. - Come sèmo arrivati ar profiscissce, - Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa. - Quanto te credi de fà la vanosa - Co' ste pietrucce luccichente e llisce? - Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce - La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa? - Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima. - Rosica sordo sordo e tt'assottijja, - Che ggnisun giorno sei quella de prima. - Dunque nun rovinà la tu' famijja: - Nun mette a rrepentajjo la tu' stima, - Lassa ste vanità; llassele fijja. - -L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento così vivo e poetico, -non trova in tanta mole di sonetti la sua rappresentazione. Molta -volgarità di rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento. -Perchè? Non sapeva amare la plebe di Roma? O era sordo il cuore del -poeta? Non credo che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili -dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze che sapessero amare -dovevano pure trovarsene. - -Non credo che il Belli fosse un uomo passionale (basta ricordare come -volesse bene al marito della sua adorata marchesina e come sposasse una -donna di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca); ma il momento -sentimentale non gli sarà mancato. Comunque, il fatto è certo; nè -può affermarsi che sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso -Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza di sentire. -Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia hanno echi mirabili (IV. -310, 311, 375, 409); e valga per tutti: (IV. 120). - - LA MORTE DE TUTA. - - Povera fijja mia! Una regazza - Che vvenneva salute! Una colonna! - Viè una frebbe, arincarza la siconna, - Aripète la terza e mme l'ammazza. - Io l'avevo invotita a la Madonna, - Ma inutile, lei puro me strapazza. - Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza - De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna - Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi - Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare - De vedemmela sempre avanti all'occhi. - Fijja mia bbona bbona! angelo mio! - Tuta mia bbella! viscere mie care, - Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio! - -Quale contrasto tra la finta _compassione della comare_ e cotesto grido -straziante d'un'anima ferita! Tanta altezza lirica di passione non è -frequente nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono frequenti -i sonetti di tenerezza materna verso i bimbi; ma _La morte di Tuta_ -ha pure qualche compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia -rappresentativa i tre sonetti _La povera madre_. (II. 175) in cui -sono descritti il dolore e le sventure della moglie di un perseguitato -politico: - - Eccolo llì cquer fijjo poverello - Che ll'antro mese te pareva un fiore! - Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore - Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello! - Sin da la notte de cuer gran rumore, - Da che er padre je messeno in Castello, - Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello; - Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore. - -Non meno efficaci _La vedova dell'ammazzato_ (V. 169) e _La nottata de -spavento_ (V. 109). - -Udite quale tesoro d'amore ne _La famijja poverella_: (IV. 329). - - Quiete, cratùre mie, stateve quiete: - Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata. - Oh Vvergine der Pianto Addolorata, - Provedeteme voi che lo potete. - No, vviscere mie care, nun piaggnete: - Nun me fate mori ccusì accorata. - Lui quarche ccosa l'averà abbuscata, - E pijjeremo er pane e magnerete. - Si ccapissivo er bene che ve vojjo! - Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro? - Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo? - E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla, - Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro - Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla. - -Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari sono gli esempi, -ma potenti; e il Pascarella, che nelle prime prove offrì notevoli -sonetti di cotesta ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto -non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli. Sentite la forza -della selvaggia semplicità, de _Li malincontri_: (V. 328). - - M'aricordo quann'ero piccinino - Che ttata me portava fòr de porta - A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta - A rrinfrescacce co' un bicchier de vino. - Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta - Dov'è cquello sfasciume d'un casino - Ce trovassimo stesa lli viscino - Tra un orticheto una regazza morta. - Tata, ar vedella llì a ppanza per aria - Piena de sangue e cco' no squarcio in gola, - Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria. - E io, sibbè ttant'anni so' ppassati, - Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola - De ggirà ppe' li loghi scampaggnati. - -Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano è affascinato dalla -potenza rappresentativa di cotesti quattordici versi. - -Non sembra possibile che il fosco pittore dei _malincontri_ sia il -semplice e mite scrittore della _poverella_ (II. 116). _La poverella_ -non pare un sonetto, ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto è -naturale - - Bbenefattore mio, che la Madonna, - L'accompagni e lo scampi d'ogni male, - Dia quarche ccosa a sta povera donna - Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale. - Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna: - Ste crature so' ignude tal e cquale - Ch'el Bambino la notte de Natale: - Dormimo sotto a un banco a la Ritonna. - Anime sante! se movessi un cane - A ppietà! ar meno ce se movi lei: - -(Ecco l'umorista che fa capolino). - - Me facci prenne un bocconcin de pane. - Signore mio, ma ppropro me la merito, - Sinnò, davero, nu' lo seccherei - Dio lo conzoli e jje ne reuni merito. - -Perfino il sentimento della natura, che parrebbe estraneo all'animo di -un poeta psicologico e satirico, ispirò al Belli un sonetto, che non -morrà: - - ER TEMPO BBONO. (II. 415). - - Una ggiornata come stammatina - Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata. - Ah bbene mio! te senti arifiatata; - Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina! - Tutta la vòrta der celo turchina; - L'aria odora che ppare imbarzimata: - Che ddilizzia! che bbella matinata! - Propio te disce: cammina, cammina. - N'avem'avute de ggiornate tetre, - Ma oggi se po' ddì una primavera. - Varda che ssole, va': spacca le pietre. - Ammalappena eh'ho ccacciato er viso - Da la finestra, ho ffatto stammatina: - Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso. - -Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito per rendere -l'immagine vera dell'arte belliana, di cui un solo aspetto è -popolarmente noto, molti e molti altri dovrei citarne. Ma mi -accontenterò di un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per -l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra umoristica e -sarcastica, la filosofica rassegnazione e la consueta sincerità ed -efficacia di forma. Si tratta dell'_Amore delle donne_; le colte e -gentili uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il Belli era un -pessimista, e molto gli deve essere perdonato: (IV. 387). - - L'amore d'una donna io te lo do - A uso de quadrini e ssantità; - Credilo sempre metà ppè mmetà: - Pijjelo, e ttira via come se po'. - Er bene che llei disce che tte vo', - E ttutte le scimmiate che tte fa, - Quarche vvorta ponn'esse verità, - E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no. - Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè - Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù, - Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è. - Co' le donne hai da fa ccome fai tu - Quanno bbevi favetta pe' ccaffè: - Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù. - -Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono una enciclopedia -romanesca; pensieri, sentimenti, costumi, frasi; satira religiosa e -satira politica, satira di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo, -arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare, pettegolezzi -di vicinato, dolcezze di famiglia e crudeltà di coltello, sentimento -della natura, psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto -è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia e la cronaca -sono inquadrate nei loro episodi e nei loro aneddoti; la rivoluzione -e il colèra. Don Marino e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e -del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito e della Grisi; -Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è il Cardinal Tosti e il Cardinale -Lambruschini, la scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli -Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo passaggio della -carrozza cardinalizia attraverso il cammino del Papa e gli sdegni -di Gaetanino Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto dei -doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone e la casa di piacere -scoperta, tutto è rammentato e rappresentato. - -Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal pianto al riso, risorge -innanzi alla fantasia con tal forza di carattere e classica semplicità -di forma da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però il Belli, -che pur deve alla plebe romana la sua gloria, è passato ai futuri come -uno dei maggiori poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830 -al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre, vive e vivrà, -com'egli prediceva, nel monumento dell'arte, per opera sua. - - -NOTA. - -Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli consulti il -BOVET, _Le peuple de Rome vers 1840_: Neuchàtel, Attinger frères, 1898. -— L'edizione più completa dei sonetti è quella del _Lapi_, curata dal -MORANDI, alla quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di -Castello, 1886-1889, 6ª edizione). - -Prima del Belli la letteratura romanesca era povera; degli stornelli -e delle improvvisazioni popolari; un poema del PERESIO, _Il Maggio -romanesco_, uno del BERNIERI, _Meo Patacca_ e poi la _Passatella_ del -CIAMPOLI e dei sonetti del GIRAUD. Il più antico scrittore di sonetti -romaneschi pare che fosse BENEDETTO MICHELI (_Jachello de la Lenzarà_). -Forse altre Opere esistono, ma ignorate. Nessuno di questi poeti merita -di essere tratto dall'oblio. - -Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli, fra i -quali lo SPADA. Dopo lui debbono essere rammentati il FERRETTI, autore -della _Dottrinella_; AUGUSTO MARINI, che scrisse in romanesco impuro, -ma con vena satirica; GIGGI ZANAZZO, il più geniale, il più vario e il -più puramente romanesco di tutti; il PASCARELLA, arguto ed efficace; il -QUERINI, il GIACQUINTO, il SALUSTRI (_Trilussa_), ecc. - - - - -IL TEATRO UNA MUSA SCOMPARSA - -CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO - - - _Signore e Signori_. - -Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico -che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura -tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia -dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po' -indietro nel tempo, e, poichè del teatro non si è parlato e non sarebbe -stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare -tutta la produzione dalla prima metà del secolo. - -Non breve cammino — come vedete — e forse non lieto. Non lieto. -La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha -eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non -fiorisce la gioia nella società italiana, e non s'accende l'amore -sulla scena. Manca la donna. cioè il sorriso, la grazia, la bellezza, -l'errore, il peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione -e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se -non vi è sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla -lastra fotografica; e se non vi è amore e libertà nella vita sociale -passano inavvertite le figure umane sulla scena. — Il dramma, almeno, -si rifugiò nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede -alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma -la comedia tentò invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle -piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie -e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste -dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia! - -La comedia è un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche -quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della -Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte. - -Nessun paese credo possa vantare una più varia e abbondante produzione -teatrale, che la Francia nella prima metà del secolo: comedia di -carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale. -Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva, -gesticolava: un vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi -che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero -brulichìo di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e -determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica società -francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava -dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone, -costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare -sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere -e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era -un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la -formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta -materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del -costume e del gusto. — Ma in Italia! Mai società fu più stremata, mai -vita fu più triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo -napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva -almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni, -ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo -quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa, -per decreto internazionale — del quale fu affidata all'Austria -l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, in -fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa -argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo -di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel -nostro paese una più ardita invasione barbarica, di quella che mosse -moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi -a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato, -insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle -persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si -chiusero nelle sètte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno, -per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi -aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media -temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire -la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio -gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui -si raccoglie e si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in -un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di -propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio è una legge -e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libertà dei -movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia dà l'orario -della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle -amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei -giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi -a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o -nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera -Talia non può, al più, che proteggere mestamente le innocue abilità dei -tre _Ludro_, le vuote preziosità della _Fiera_, le modeste ingenuità -dell'_Ajo nell'imbarazzo_. Non osservazione, non sentimento, non -caratteri, non abilità tecnica, e neppure lingua italiana, in simili -produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico; -gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere, -mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro -autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste più. E se gli -autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta -ricordati, è solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, che -Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia dell'arte italiana. - -Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo -chiuso mondo della comedia; — e volgerci, invece, a interrogare i -grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han -richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori -nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza -nazionale. - - * - * * - -Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: _Cajo Gracco_. - -Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, _Cajo Gracco_ leva la -sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo -italiano, dalla scena: - - Io per supremo - Degli dèi beneficio, in grembo nato - Di questa bella Italia, Italia tutta - Partecipe chiamai della romana - Cittadinanza, e di serva la feci - Libera e prima nazïon del mondo. - Voi, romani, voi sommi incliti figli - Di questa madre, nomerete or voi - L'italïana libertà delitto? - -_No_ — rispondono i cittadini. - - No: itali siam tutti, un popol solo, - Una sola famiglia.... - .... Italiani - Tutti, o fratelli. - -Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia -saluta la patria al principio del secolo. - -Che cosa è dunque questo _Cajo Gracco_? - -Il Monti aveva già dato al teatro _Aristodemo_ e _Galeotto Manfredi_ -— due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza -caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse -sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col _Cajo -Gracco_ egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola -di tutto il contenuto politico e morale ch'era più proprio ai suoi -sentimenti, e, vorrei dire, più continuo e resistente nella troppo -rapida varietà e variabilità dei suoi principî e delle sue opere. - -Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia -in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di -appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il -governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana -esaltazione di tutte le sue facoltà morali, per un impetuoso -risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina -primavera fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua -coscienza, egli riescì, a un dato momento della sua vita, a dare -unità artistica agli elementi più puri e più belli che aveva sparso -nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto -rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E creò il _Cajo Gracco_. -Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta: -la più grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia -osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non -ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme -la più solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico -dell'avvenire, che dovrà governare con la legge e per la legge, coi -buoni e non coi tristi, in gloria dei più alti ideali e non delle più -basse passioni dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna e Roma, -quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libertà -romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto -del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo partigiano, consiglia: -_Con tutti_. Ma egli risponde: _Con uno solo: con la giustizia e con -l'amore._ — Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una -stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, dà il segno della -sommossa, uccidendo Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale -è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa -dei Gracchi. — Il cattivo genio della tragedia è, come vedete, Fulvio: -il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: — - - Di libertade - Che parli tu! e con chi? Non hai pudore, - Non hai virtude, e libero ti chiami? - Zelo di libertà, pretesto eterno - D'ogni delitto! Frangere le leggi - Impunemente, seminar per tutto - Il furor delle parti e con atroci - Mille calunnie tormentar qualunque - Non vi somigli.... - Ecco l'egregia, la sublime e santa - Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi. - Libertà di ladroni e d'assassini. - -E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo -dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che -ho citati, i versi seguenti del canto II della _Mascheroniana_, sui -giacobini: - - Dal calzato allo scalzo, le fortune - Migrar fûr viste, e libertà divenne - Merce di ladri e furia di tribune. - -E questi altri del canto III: - - Tutta allor mareggiò di cittadino - Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito - Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino. - -E questi altri del canto II della _Bassvilliana_: - - E di sue libertà spietato e baldo - Tuffò le stolte insegne e le man ladre - Nel sangue del suo re fumante e caldo. - -La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso -accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a -Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui, -uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo -risponde indignato: - - Fulmine colga, - Sperda quei tristi che per via di sangue - Recando libertà, recan catene. - Ed infame e crudel più che il servaggio - Fan la medesma libertà. Non dire - Empio, non dir che la sentenza è mia!... - -Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei Pétion, degli Isnard, -dei deputati della Legislativa e della _Convenzione_, che dichiaravano -_utili e necessari i massacri del settembre_, legittimi e doverosi gli -assassinî _quando l'autorità delle leggi può sembrare al popolo qualche -volta troppo lenta per garantirne la sicurezza_, e legali e naturali le -condanne senza prove, perchè basta il sospetto per la distruzione dei -cospiratori. — Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta -in tali sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più civile: - - E che dunque? Altra non havvi - Via di certa salute e di vendetta - Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei, - Ad Opimio lasciate ed al Senato - Il mestier dei carnefici. Romani, - Leggi e non sangue! - -Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando -politico. E contro il sangue, e l'opera già consumata o da consumare, -si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che è -diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel -nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri -il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una -figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si -rifletta la soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento -di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode la voce di un popolano, che, -durante la sua arringa, minaccia: _Morte ai patrizi_ — risponde subito: -_Morte a nessuno!_ — E così rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone -della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo _morte_ a -tanta gente! — _Morte a nessuno!_ — Era, dal Cajo Gracco del poeta, al -Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana, -nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libertà, per la via della -concordia e della giustizia! - - * - * * - -Se _Cajo Gracco_ è il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo -è la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo. -Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il più straziato -prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata -la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione -pubblica, più meno ristretta e più o meno illuminata, ma arbitra ormai -del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo -uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, secondo che -i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di -creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava -l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa -natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta -fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le -tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile -e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e -la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza -assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di -programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in sè tanti germi -di malattie sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al più -alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealità. -Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di -eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, tutte -le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il -rappresentante più angosciato e la vittima più turbolenta. Mai si -può dire di un letterato, con maggior verità che di lui: «che fu un -milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola. -Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il -suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo lo -spingessero ad amarlo. — _Il sacrificio dalla patria è compiuto_ — così -comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. _I miei concittadini son -vili_ — così finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra. -Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva -sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al -dominatore. Che fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa lettera -— di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non -han saputo altro fare che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di -sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo di Don Chisciotte.» -Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come -una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse -che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attività non -aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica; -multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria -di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza -via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale -cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e -venivan fuori l'_Ode all'amica risanata_ e i _Frammenti delle Grazie_. -Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella lotta, più accanito -e più disperato di prima. — Da una tale situazione di spirito, da una -situazione così tragica, così personalmente tragica, poteva uscire la -lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo -connaturata nell'artista stesso, perchè potesse essere ricercata e -ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad -esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che -questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un -solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome -dell'autore di _Amleto_ o di _Otello_, potete chiamarlo Shakespeare o -Bacone: poco importa: _Amleto_ e _Otello_ resteranno sempre le grandi -tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita -propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi -togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono più: -perchè esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo -che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti -di creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di Foscolo, il -discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici; -non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e -indicazioni di sentimenti politici. _Ajace_ è tutto chiuso nel suo -disdegno. _Guelfo_ della _Ricciarda_ è tutto chiuso nel suo disprezzo. -Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria. -Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire: - - A che la gloria delle mie ferite - S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa - Troja pur sia, _servirem tutti a un solo?_ — - -dice Ajace. E più, innanzi: - - . . . . Agide e i suoi - Abbian tal prova omai che, se ognun trema, - In me la patria e la sua forza vive. - -Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere -che ho sopra citato: - - . . . . Ajace, fuggi - Ora più non vedrai nè traditori, - Nè _tiranni_, nè _vili_. - -L'Ajace è del 1812. La _Ricciarda_ del 1813. Furono tutte e due -proibite dal governo imperiale. Qual è il motivo della _Ricciarda_? Lo -stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilità della lotta, -a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama Guelfo — - - Amor d'Italia? A basso intento è velo - Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia.... - .... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche - Sterminar potess'io tutti i suoi mille - _Vili signori e la più vil sua plebe_! - -Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne era rimeritato! -Scriveva al Cicognani: «Io avevo poco da lodarmi del governo -napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me — e in ciò le -parti erano pari — perchè io nè volli nella _Ricciarda_ partirmi dai -miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, nè chi governava -lasciò che essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò che, del -resto, egli non permise. A _Guelfo_, che mostrava tanto disprezzo per -l'Italia, _Averardo_ risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo, -ad amarlo per la causa santa, a dare spade _cittadine_ alle _cittadine -mani_, e far gl'italiani - - Non masnadieri, o partigiani, o sgherri, - Ma guerrieri d'Italia! - -Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama -il popolo alle istorie, all'unità di lingua e di costume; così lo -chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie — -ripeto — dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa? -In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo -fruttificato! - - * - * * - -E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale. - -Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare -il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento -ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete -a discutere il carattere poetico di un personaggio, e più difficilmente -a descrivervene le bellezze d'arte. Non è mia colpa. La nostra -letteratura drammatica è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: è un -indice dello _stato d'animo_ dei nostri scrittori; non è la figurazione -e la rappresentazione di uno _stato d'animo_ dell'umanità. Non solo: -ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della vita sociale rendeva -impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del -nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile -nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi -genere. In fondo, o Signori, la nostra letteratura è, essenzialmente, -letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando -gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. «A noi -quindi — dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli — quell'infanzia -d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine -fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte -mancò: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la -natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire, -fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando -noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi -una parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» E quale -fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere -con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza -d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cioè, -ricreare, rifare, in un più ampio contenuto ideale e in una più -armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale -che ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri -popoli. Così dal caos delle _visioni_ traemmo con Dante il poema -sacro; dai _fabliaux_ traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e -dalle _canzoni di gesta_ e dai _romanzi d'avventure_ traemmo più tardi -col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo -dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli -d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo -noi potevamo dare, con la _Summa_ di San Tommaso d'Aquino un organismo, -una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica. -Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri -popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo -delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici. -Ma appunto queste qualità che resero possibile la fioritura del -poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche -rendere impossibile la creazione del teatro. Finchè si trattò di -ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione, -della storia, della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi fummo -signori. Ma quando si trattò di osservare, di intendere e comprendere -_direttamente_ la natura e la vita, quando si trattò di interrogare, -di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo, -allora più fresche fantasie, più limpidi occhi, più giovani spiriti, -più libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte -e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini del -dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella -gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo -in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo più ricco e -meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra -cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena -a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni -del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria -e del potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da -guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma -torniamo al dramma storico. - - * - * * - -L'epoca napoleonica si chiude quasi con la _Ricciarda_. L'epoca -nuova si apre con l'_Adelchi_. Foscolo rappresentava lo squilibrio -delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche, -la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni -rappresenta la rassegnazione, - - Chiniam la fronte al massimo - Fattor.... - -La Reazione leva intanto il braccio minaccioso! - - * - * * - -Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo -movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un -movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed -arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare -il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per -piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le -_Lezioni di letteratura drammatica_ di Augusto Guglielmo Schlegel, e le -_Lezioni di storia della letteratura moderna_ del fratello Federigo, -nelle quali — specialmente nelle prime — sono dettate le nuove leggi -letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Staël sulla -_Germania_, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del -1810. La _Lettera semiseria_ di Grisostomo, cioè di Giovanni Berchet, è -del 1816. Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau -prima di M.me de Staël; ma il precetto, la regola, il ragionamento -critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da -quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul -Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo, -ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro -proclamano: Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo avendo dato un -nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale che diventi base d'una nuova -letteratura»; e M.me de Staël, «che la religione e la storia nazionale -hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale»; -e Châteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, «che -convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro, -la religione cristiana essere invece la religione più poetica, più -umana, più favorevole alla libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il -Cristianesimo conduce alla verità»: e Manzoni, infine, a dichiarare -che, nella «morale cristiana, essendo tutta la verità, egli nutriva -sentimenti _molto più irriverenti degli altri romantici verso i -classici, perchè la parte morale dei classici e essenzialmente falsa, -mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione_, ch'è stata -una grande sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie -fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'_eterna giovinezza -dell'anima argiva_: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo -nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi che -aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau. - -Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le -ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi -solo quel tanto che mi è necessario per poter comprendere e spiegare -la tragedia che n'è l'espressione più completa e più concreta: -l'_Adelchi_. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi: -arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la -storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare, -contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei -soggetti, la produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel nome -della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e -corrotta dal Volterrianismo. — In questo senso, il solo vero, grande, -convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione, è Alessandro -Manzoni: il cristiano più puro e sereno, l'artista più sincero e più -casto, l'uomo più semplice e pio che la letteratura moderna possa -vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza -qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui, -la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la -religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, pareva che la -stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue -passioni. «In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il -vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» egli scriveva. «E questo -sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra -avere una _tendenza religiosa_.» — La tendenza religiosa nel sistema, -nel metodo, è ben tutto quello che può dare un'anima di religioso e di -poeta! - -Io non vi parlerò delle trasformazioni formali che il Manzoni portò -nella tragedia. Se è vero che prima ancora della _Prefazione_ del -Cromwell egli bandì la guerra alle _due unità_, ed è suo merito, come -dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera -al signor Chauvet, _mirabile di ragionamento e di stile critico_; è -anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango -Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unità il colpo fatale, col -_pugno di ferro_ del suo _Goetz di Berlichingen_, cinquant'anni prima! -Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunziò in -gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate, -al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso -sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: «Letto -Shakespeare, io ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia -_regolare_. L'unità di luogo, mi sembrò triste come una prigione; le -unità d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra -immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora -sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno -fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve -sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi -loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. » -— La guerra, dunque, alle _regole_ venne indetta da un classico. Ed è -bene constatarlo. Come è bene constatare che tre altri italiani erano -insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie, -fra le quali era il primo suo dramma _Giustino_, contro l'_unità di -luogo_; il Goldoni, nella dedicatoria ai _Malcontenti_, contro l'unità -di _luogo_ e di _tempo_: e il Baretti nella polemica col Voltaire, -contro tutte e tre le unità insieme: di _tempo_, di _luogo_ e di -_spazio_. - -Ma torniamo all'_Adelchi_. - - * - * * - -_Adelchi_ è nel mondo degli eroi, quel che è il Manzoni nel mondo dei -letterati; ed è nel campo dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo -della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo, -un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta -così profonda, così precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni -nell'_Adelchi_. Il discorso sulla storia della gente longobardica in -Italia è forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore — -o del pubblico — dal vero personaggio della tragedia e per impedire -di constatarne l'identità; perchè mai personaggio fu meno storico -dell'_Adelchi_ del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente -allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine, -quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del -suo pensiero, la morale della sua filosofia. - -Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei -Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re -dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della -Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi -si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il -padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice. -Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre la -figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di -San Salvatore in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica -nel più stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad -avvertire: «Il carattere di un personaggio, qual è presentato in questa -tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i -suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere -insomma è inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto da un -originale moderno. Partito così alla ricerca della _realtà storica_ nel -dramma, egli è tornato con una _realtà psicologica_: quella sua, di -autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che nella Prefazione -del _Carmagnola_, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che, -«rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi,» -ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il -vantaggio «di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione -e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche vero -che la Prefazione del _Carmagnola_ (1816-20) è anteriore all'_Adelchi_ -(1820-22). — - -Questo _Adelchi_, dunque, è la tragedia della rassegnazione: la -tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete. -Non vi è, in essa, lotta di nessun genere; e non vi è affermazione -di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione della -volontà. Il _Cid_, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre, -dice: _Se dovessi, tornerei ancora a farlo._ È il trionfo della volontà -umana, che si fa la vita e le leggi della vita; così come la tragedia -antica era il trionfo di una volontà superiore, contro la volontà -umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In _Adelchi_ è -soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è soppresso ogni elemento -di forza e di contrasto. _Chiniam la fronte al massimo — Fattor_ — ecco -la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi è il tipo -dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo -cristiano. Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I Franchi -scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli consiglierebbe -di lasciarli passare. Ma, poichè il padre impone il contrario, si -sottomette al padre: - - .... E tu mi chiedi - Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando - Nella tua mano. Ecco il legato: il mio - _Dover_ sia scritto _nella tua risposta_. - -I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde -il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna -rassegnarsi: - - .... Ti fu tolto un regno. - Deh, nol pianger, mel credi! - -A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il -vincitore passerà. Quegli è un _uom che morrà_! — Impotente verso gli -altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi -vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del -nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi. -Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione -impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo -non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica -aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli -altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro -se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di -Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide, -Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi, -Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia: - - _Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!_ - -Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero: - - E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo - Senza aspettar che tu mi chiami? - -Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno? -Ma la vita, la vita vera, è quella di là: Gesù disse: _Il mio regno non -è di questo mondo_. Questo mondo non è che uno esperimento — questa -vita non è che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani -chiamarono appunto _dies natalis_ il giorno della morte! — - -Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza -di _Adelchi_ che vi si uniforma. 11 disprezzo delle cose terrene; -la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in -conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno -trascendentale per tutte le vanità: la dottrina insomma della -liberazione dell'anima nella fede, è una dottrina senza dubbio -venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento -di tragedia; se per tragedia si debba intendere ancora lotta di -forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento -e fondamento di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice il -Renan nella _Vita di Gesù_ — ha molto contribuito in questo senso a -indebolire il sentimento dei _doveri del cittadino_, e a dare il mondo -in balìa dei fatti compiuti.» - -L'_Adelchi_ porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cioè, della -più feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia. - -Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del -regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi, -Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e -rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia. -Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al figlio la -Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi, -nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo -_richiedeva la coscienza e l'onore_, i fatti del passato luglio, lo -esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di -quella _coscienza_ e di quell'_onore_ imponevano. Voi sapete il resto: -il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il -Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re, -tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice -il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva avuto il sacro deposito -della fede giurata, dei patti accettati! — Ah, Signori, se Adelchi -avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato -meno obbediente al padre — al traditore di Lubiana! — Io non posso -pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello! - - * - * * - -La reazione del 21 spazzò il focolare domestico del patriottismo -italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i -cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente -contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due -imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con -un manifesto che li qualificava «malfattori e violatori di ogni -legge divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono -protagonisti: _Il Cenacolo_ del _Conciliatore_ fu sbandato: l'Arconati, -il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De -Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca; -Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni; -Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le -campagne — come narra un contemporaneo — piene di fuggiaschi, le galere -e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno, -mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria, -Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della -giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto -al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente sereno fra i dolori e i -tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli! - -Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da -Paolo nella _Francesca da Rimini_, di promettere all'Italia il suo -braccio nel momento del pericolo: - - Per te, per te, che cittadini hai prodi, - Italia mia, combatterò se oltraggio - Ti moverà l'invidia.... - -Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono, -quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, più che -per altro, la _Francesca_ divenne la tragedia popolare per eccellenza. -Come tragedia, è mediocre; e non a torto il Foscolo consigliò -amicamente al Pellico, quando gliela mandò a leggere, di lanciare -all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in -quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza -e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli -animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione -di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati, -e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione -all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con -impeto di eroi! — Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo -periodo di tempo. Essi furono più che i cooperatori, i motori delle -opere stesse degli autori — che molte volte nascevano morte — e che -essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: «Non vi saranno attori in Italia, -finchè non vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render -giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano, -convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a -formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la -fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore -dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si -consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella _Francesca_ -salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto -che nel _Procida_ sollevava ad altezze epiche il verso contro il -Franco invasore: _Ripassi l'alpe e tornerà fratello_ — non rimangono -suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano -bensì nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo, -ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile! -Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa -quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo -abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva -venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo -più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica -e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e -di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi -e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica, -se così posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la -piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli, -dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della -censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e -rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo non bastava, -agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali; -in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in -dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte, -dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con -arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel -momento del pericolo. Perchè dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei -tempi il _bel gesto_ del patriottismo italiano. Salutatela anche voi, -passando, o Signori, con un _bel gesto_ di riconoscenza! - - * - * * - -Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono -a Milano distrutti gli ultimi residui della libertà dei cittadini, -andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori. - -E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la -_Rosmunda_, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione, -la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza -privata, che poteva compromettere gli amici. Ma nè supplizi, nè -torture, nè soppressione di poeti e di poesie, arrestano il cammino -dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. _Alere flammam_ -— era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare -la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in -un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento: - - O man che scrisse Arnaldo - O petto di virtude albergo saldo, - Chi a' miei baci vi porge? — - -chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. Quella che nel -periodo più scuro della reazione, nel periodo più duro del dolore, dal -28 al 48, versò tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu -la mano di Giambattista Niccolini. - - * - * * - -Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai che una memoria -letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte più -viva delle nostre speranze, la parte più bella ed ardente delle -nostre illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di drammi -storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni letterato italiano -cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per -mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla -punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi più -tutti i _Manfredi_, i _Masaniello_, i _Fornaretti_, i _Farinata_, i -_Lorenzino_, i _Sampiero di Bottelica_, i _Vitige_, le _Leghe Lombarde_ -che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei -loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di -Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni -seppe strappare ai nostri padri nella _Pia de' Tolomei_; e il Revere -e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per -altre cose che non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva -della scuola e della schiera è Giambattista Niccolini. Certo, nessuna -delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi -poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un -cielo ben più nobile e più sacro: quello della coscienza nazionale. -— Dell'_Arnaldo_ il poeta stesso scriveva: _Se non ho scritto una -buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa._ E -di questo l'Italia allora aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva -di aver voluto combattere una battaglia, più che scrivere un libro, -con l'_Assedio di Firenze_. Così il Berchet scriveva «di aver fatto -sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di -aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.» -— E non è il più lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libertà -perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui -dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! — So bene -anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia, -ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma -sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di -storia. Che importa? — «Io vi esorto alle istorie — aveva detto agli -italiani Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare -nè più calamità da compiangere, ne più errori da evitare, ne più -virtù che vi facciano rispettare, ne più grandi anime degne di essere -liberate dall'oblivione.» — E il Niccolini si assunse proprio questa -missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virtù, di liberar -dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli -conveniva il popolo, quasi a comizio. Così, il _Foscarini_. nel quale -erano denunziate le iniquità dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto, -dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il _Giovanni da -Procida_, rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti entusiasmi, da -impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli -a chiedere al governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente -non stentarono molto a ottenere. Il _Ludovico Sforza_, scritto nel 34 -e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col _Procida_ nel -47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita -fu chiamata una _festa civile_. E intanto l'_Arnaldo_, sfuggendo a -tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre -d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che -portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore -dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che -cosa era _Arnaldo_? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia -la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero -invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un -sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato -per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio, -la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in -movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per -scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa -e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero, -il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e -all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana, -dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le -crete malefiche parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'_Arnaldo_ -tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza -dell'idea classica che animò la mente e mosse l'arte di Dante, di -Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni, -e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come -questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra -principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, inevitabile la -lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle -parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar -torto, quando, tre anni dopo la protesta d'_Arnaldo_, un nuovo papa, -più incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul -tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di -una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la -fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette -straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono a -dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre -valida l'intimazione fatta da _Arnaldo_ ad Adriano, nell'atto III, in -Vaticano: - - Sei pontefice, o re? L'ultimo nome - Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo - Il vicario tu sei, saper dovresti - Che sol di spine fu la sua corona. - -Con l'_Arnaldo_ si chiude il ciclo della tragedia classica. E si -chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond'è che a ragione -l'Italia onorò il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti -nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò _giovane di santi -costumi_, al Carducci che, vecchio, lo chiamò _sacro veglio_, tutti -s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina -il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria -richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo. - - Alzate or tutti voi - Le sacre faci ardenti. - Lo scortate, onorandolo co' suoi - Carmi, coi suoi concenti. — - - * - * * - -E qui mi fermo. - -L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti -tristi, la confortò coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incitò -coi rimproveri; nei momenti di lotta, la servì con le opere. L'Italia -politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili -a giudicare l'arte della prima metà del secolo! Di altro che di belle -imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era -occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali -tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva -singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva -l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un -oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si -preparava qualcosa di più che la catastrofe di un gruppo di personaggi -ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del -gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In -certi tempi, la letteratura è azione. La miglior opera d'arte è nella -creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista è nel trionfo -di quel fatto ch'egli è concorso a creare od a render possibile. - -Quali sono i titoli dei drammi nella prima metà del secolo? Potete pure -dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori -alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale è una, -e si chiama il _Quarantotto_: — protagonista, l'Italia, che dopo tanti -errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo spirito, e afferma -contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volontà e -la sua personalità. — L'arte donde quella produzione è derivata, oggi -non esiste più: si è consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta. -Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a -lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande -generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria! - - - - -LE BELLE ARTI DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO - -CONFERENZA DI UGO OJETTI - - - _Signore e signori,_ - -Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo, anche perchè -è facile fare a meno di conoscere quel che si disprezza. Non è più -una quistione di temperamento, d'umor nero ed arcigno o d'indole -entusiastica e presto fanatica; è addirittura una quistione di metodo -logico. Oggi le lodi dei critici non sono che rari segni bianchi sopra -una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero e, al pubblico, -più utile, delinear le proprie opinioni in nero sopra una pagina -bianca. Anche nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà del -secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei fatti della politica. -Forse da quattrocento anni di qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella -realtà e nel sogno, nel presente e nella speranza — non era stato -innalzato con così franco volo, non aveva fatto fremere i cieli con -sì ampie penne, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'uomo non ha -amato la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità, -quanto ora. Forse da quattrocento anni l'arte non è stata così sincera, -l'anima così presso alla superficie su dal profondo vorticoso mare -delle apparenze. - -Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più largamente -dell'estetica nostra è stato tempo in cui ogni arte convenzionale -e gelidamente formale, ogni arte, secondo il valor volgare della -parola, retorica sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo -in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho detto ripugnante ma non -incomprensibile. Quasi cinquant'anni di positivismo e di illuminato -determinismo dànno ormai alle menti moderne la snellezza della -versatilità, l'oggettività d'esame necessaria a veder con curioso e -sereno studio i gesti e le parole di coscienze estetiche per fortuna -dissimili dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, direi quasi -a gustarle senza fastidio, specialmente quando nel confronto noi -possiamo dedurre a nostro vantaggio un progresso solare, e possiamo -concedere al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo una qualche -soddisfazione. - -Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile cultura e col suo -affascinante garbo di dicitore vi intrattenne su le arti belle nei -primi venticinque anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di -quella pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura fu -detta romantica. - -Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? Quell'epoca, direbbe -oggi Gabriele Tarde, era artisticamente un'epoca non di creazione -ma di moda. Fede ed amore in altro che non fosse la materia e la -material forma dell'opera erano cosa vana. L'immaginazione bastava a -dare il tema, anche una semplice immaginazione illustrativa, suddita -umile della letteratura — fosse questa letteratura storia o poesia. -L'estetica winckelmaniana e le enfasi su l'_Apollo_ soddisfacevano -ancora le anime, e le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e -Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni orazione accademica. «I -lavori più nobili di coloro che operarono in questa classica terra,» -per dirla con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto dal David, -nella teoria dal Lessing e ancora si credeva con lo Schlegel che la -tragedia antica non fosse stata che della scultura. _La Teoria del -Bello_ di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser considerata -come il riassunto di quello che predicavano pittori e scultori e -architetti i quali, al cospetto di Dio e dei sovrani e dei colleghi, -erano fecondi più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è la -rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile conveniente, -per via della quale si risvegli l'armonico esercizio delle facoltà -dell'anima»: questa è la definizione precisa dove quel _conveniente_ -e quell'_armonico_ annebbiano e gelano ogni speranza d'una sincerità -anche prudente. Non il vero e non l'emozione per simpatia gli artisti -si propongono, ma il nuvoloso metafisico _prototipo_ od _archetipo_ il -quale era, proprio secondo le parole del Ficker, «un oggetto di somma -perfezione pensato per mezzo delle idee e concreato o reso percettibile -ai sensi con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione della -relatività e della mutabilità del bello è penetrata anche nella -mente della folla, sembrano e sono incomprensibili, se non ingenue. -Victor Cousin poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi di -Diotima a Socrate nel _Convito_: «Bellezza eterna non generata e non -caduca, scevra d'aumento e di diminuzione, che non è bella in una -parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, in un luogo, in un -rapporto, bella per gli uni, brutta per gli altri, bellezza disciolta -da ogni forma sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è nemmeno -il tal pensiero o la tale scienza particolare, che non risiede in -alcun essere diverso da sè stessa, come in un animale, nella terra, nel -cielo in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile per sè -medesima, di cui tutte le altre bellezze partecipano, in maniera però -che il loro apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione nè -accrescimento nè il più leggero mutamento.» - -Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica potremmo chiamare -teologia del bello, accennava a svanire verso le nuvole donde era -scesa. Era tenace come una religione ed assiepata da intrichi di -pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che valeva mutilazione -nella vita, falsità nella produzione, aveva i suoi fanatici e i suoi -pontefici e, nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora il -professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini, presidente e -cattedratico di pittura nell'insigne e pontificia Accademia romana -di San Luca, rappresentante onoratissimo del più puro purismo e del -più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva in un solenne discorso -quella esatta definizione del bello ideale con tanta fede, che in una -copia che io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne dedica a -un amico: «Tu che comprendi la ragion delle cose, leggi e di' a me, -Tommaso Minardi, se imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il V -maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, professore di eloquenza -alla regia Università di Torino, lodava gli artisti «i quali altro non -fanno che riprodurre quanto di più vago e magnifico a lor si mostra.... -Se ben, a che dico io, il riproducono? Meglio era dire il migliorano.» -Ancora, nel 1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze l'opuscoletto -su la _Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile_ diceva che -«il bello è ordine, è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in -una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso quadro; l'ideale è -un'idea colta attraverso le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico -credeva necessario lungamente dissertare su la _Opportunità di trattare -in pittura anche soggetti tolti dalla vita contemporanea_; sebbene -il Tommasèo e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale la -potenza di commuovere, riducendo così finalmente a teoria quella nostra -pittura romantica che già declinava, anzi già — come vedremo — era -vinta. - -Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre in ritardo paragonati -agli artisti creatori, e non fanno che dedurre dalle premesse che -questi hanno già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto dopo Turner. -Figuriamoci se il Tommasèo non doveva arrivare almeno quindici anni -dopo il Bacio dell'Hayez! - -Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori italiani paragonati ai -pittori di Francia. Tra il venti e il trenta mentre in Italia è ancor -vivo e glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani teatrali -e lividi copiatori di statue, il Camuccini che ha dipinto la _Moglie -di Cesare_ e dipinge ancora per Bergamo la _Giuditta che ringrazia -Iddio dopo aver ucciso Oloferne_, per Praga la _Discesa di Gesù al -Limbo_, pei Torlonia l'_Ingresso di Francesco Sforza in Milano_, -e soltanto l'Agricola e il Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi -Sabatelli a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa egemonia -paragonabile a quella del Thorwaldsen in scultura, — in Francia il -Géricault, il Delacroix avevano redento per varii modi l'arte dalla -stupida cieca tirannia del cosiddetto _stile_ e Corot era già stato in -Italia e aveva dipinto il _Ponte di Narni_, il _Colosseo_ e l'_isola di -San Bartolommeo_. - -Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto a Roma, era tra quei -neoclassici davideggianti alla Camuccini e i puristi tedescheggianti -alla Minardi. Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto -a Via Sistina nella casa degli Zuccari per commissione del cavalier -Bartholdy console di Prussia, e nella Villa Massimo al Laterano avevano -su per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato con -composta placidità Dante, il Tasso e l'Ariosto. Anzi in quegli anni -il «nazareno» Overbeck, detto allora l'Angelico del secolo decimonono, -ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva estatico la fronte -della Porziuncola francescana ad Assisi, in Santa Maria degli Angeli, -sotto la cupola del Vignola. - -Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una stessa accusa -gli avversarî, e a leggere l'opuscolo del Bianchini sul _Purismo -nelle arti_ o quello del Selvatico sul _Purismo nella pittura_ e a -guardar a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi anni direttore -dell'Accademia, i disegni anche più dei pochi squallidi dipinti del -Minardi, non possiamo comprendere perchè le due scuole così timide -di contro al vero non si riconoscessero sorelle in un comune peccato -originale: quello di imitare una imitazione. A noi sembra che tanto -valesse condurre in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri qui -a Firenze ad ammirare in casa Mozzi _Il giuramento de' Sassoni a -Napoleone dopo la battaglia di Jena_ dipinto dal Benvenuti o al palazzo -della Gherardesca a godere il suo _Conte Ugolino nella torre di Pisa_, -quanto su su per la scalinata di Piazza di Spagna farli a Roma salire -a venerare gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a casa del -Bartholdy. - -Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni prima, presentato a -Roma al Canova con le commendatizie del Cicognara, questi gli aveva -parlato così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non il programma -dei suoi studî: ritengo che l'intenzione sarà di studiare Raffaello e -l'antica scultura greca per formarsi un'idea del bello che certamente -quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal vero.» E nei consigli -del grande di Possagno i due indirizzi già si raccoglievano in un -elogio che oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un biasimo. -Se da un lato le sculture classiche erano l'ideale che nei loro quadri -camucciniani mettevano in moto come altrettanti manichini creati -diciassette diciotto secoli prima a Roma o ad Atene o ad Alessandria -pel loro comodo e pel loro piacere, dall'altro i _nazareni_ tedeschi -dalla lunga chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto -aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo o del Perugino -col nobile scopo di riempire le tele che loro erano state allogate da -qualche nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. Col -vero si aveva il minor rapporto possibile, perchè il pericolo della -volgarità era pericolo di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale -per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e magniloquente, ora -anche questo simulacro è sdegnato dai puristi che si inginocchiano -prima di dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio del Minardi -scritto nel '21 quando dalla direzione dell'Accademia perugina cui -l'aveva raccomandato quattro anni prima lo stesso Canova egli passò -a Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, si dice che per -lui rivisse l'antico spirito perugino; e doveva dirsi che da lui -si erano lucidate le antiche forme peruginesche. Se non fosse il -colorito incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi e dei gesti, -se non si sentisse a ogni segno e ad ogni pennellata la stereotipata -abilità di composizione e di ricomposizione sostituita alla franca -geniale spontaneità dell'invenzione come la luna invece del sole, -tutta l'opera del Minardi potrebbe nel metodo paragonarsi a quelli -affreschi e a quei quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli -di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo a pezzo i cartoni del -maestro e voltandoli da un fianco o dall'altro e magari a una tunica -d'apostolo infilando le braccia, i piedi e la faccia della Santa che -loro era stata per pochi scudi e per mezzo sacco di grano allogata. Ma -le più stentate pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere di -Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato divino e la sincerità -e la sicurezza che a questi importanti monotoni sillabatori di poemi -eterni mancano, e giustamente. - -Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi soavissimi pittori dal -color di manteca e dal disegno esemplarmente calligrafico si venivano -scrivendo vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, dello Spagna -e del Francia, del Ghirlandajo e magari del buon frate Lippi come se -fossero stati altrettanti santi passati in terra belli e compunti, -a miracol mostrare. E il Rio con l'_Art chrétien_ raccogliendo dieci -anni dopo tutte queste agiografie sarà considerato l'ideale storico -dell'arte, e il padre Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico -scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla sua nobile anima -parvero rinnovatori fecondi laddove non erano che plagiarî sterili -gelidi e timidi. - -Forse la parola _plagio_ è troppo cruda per quegli onesti, perchè il -loro plagio fu incosciente ed essi credettero fare opera di purezza -commettendolo, e anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío -tanto che i più di loro morti anche venti o dieci anni fa, oggi son -rinnegati financo dai discepoli, e dal pubblico abbandonati nelle -ultime sale delle accademie e delle pinacoteche. - -Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in Francia ravviva la -memoria di ogni più oscuro pittore della libera scuola del Trenta; e -in Germania stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena prima di -Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata, dimenticata. Per molto tempo -essa gelida e diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa -da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano nulla di nuovo e non -lasciano alcun ricordo; sono corrette, decenti e fredde» diceva nel -1828 lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e avrebbe potuto -dire lo stesso delle poche tele del Minardi. - -Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi, che in realtà -fu solo un maestro e specialmente al senese e gentile Luigi Mussini -fraterno amico dell'Ingres onorato così in Francia come in Italia, -pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica. Qui più cospicuamente -si vede la rispondenza fra i puristi in pittura e i puristi in -letteratura; qui più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come il -Basilio Puoti del pennello, e il suo _Discorso su le qualità essenziali -della pittura italiana_ scritto nel '34 continua venticinque anni -dopo la _Dissertazione su lo stato presente della lingua italiana_ -presentata dal Cesari all'Accademia milanese. - -Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro e d'ombra con che il -Benvenuti e il Camuccini e tanti altri minori preparavano nei dipinti -le parti luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi effetti dal -vero, ma disponendoli con una luce teatrale, della cui falsità (come -narra nelle sue _Memorie_ l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire -Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e lo vide dipingere la -_Morte di Priamo_), si gloriavano apertamente. Così i loro colori -furono chiari se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare -lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura riaddussero -in onore l'encausto e ritrovarono i buoni metodi del fresco. Nella -prospettiva, poi, ricominciarono a conformare la grandezza degli -oggetti ritratti alle dimensioni della immagine prospettica, quale è -descritta nel taglio del cono visuale, al punto in cui l'artista si -pone così da non dover spostare, come avveniva spesso nei macchinosi -quadri davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi -romantici, il punto della veduta due volte almeno per una stessa -pittura. - -Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il Sabatelli nel '50, il -Biscarra che dal '21 era stato da Carlo Felice chiamato a dirigere -l'Accademia a Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato -a Roma e aveva plagiato nel _Caino_ il _Delitto perseguitato_ di -Prudhon, ebbe nella sua Accademia a direttore della scuola di disegno -ornamentale quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 aveva osato -nel reale palazzo di Torino e nelle ville di Pollenzo e di Racconigi -distruggere tutte le delicatezze delle ornamentazioni _Louis XV_ -per sostituirvi le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti costoro -poterono prima di morire veder che nulla rimaneva loro fuor che gli -onori. L'Hayez ormai trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e -sapor di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più che l'Hayez il -popolo e la violenza del popolo trionfavano. - -Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione e il gelo, -contro ogni moda straniera, poterono seder sul trono e schiacciare -ogni spontaneità di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture -definire le condizioni sociali, l'ambiente morale e politico dove -l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, dove l'arte ufficiale potè restare -immobile. - -Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente della _poca plebe_ -sbrigliata in piazza, nel periodo che va dal '21 al '48, da quando -a Modena Carlo Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione -piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni del -'48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia non dettero che -esempii di timorati desiderii platonici. Composte nel gesto e nelle -parole, ammonite dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse -si rammentano dell'unità e dell'indipendenza della patria quando -sognano non quando agiscono. Il 1848 è stato voluto e ottenuto dal -popolo: è bene rammentarlo. Uscito di prigione Silvio Pellico che, -come il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione, nei _Doveri -dell'uomo_ ha questo passo caratteristico: «Il progresso sociale -verrà con le virtù domestiche e con la carità civile, o non verrà -in alcun tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica, -facciamo cristianamente quel bene che possiamo, ciascuno nel nostro -circolo: preghiamo Dio per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente -e forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà, altro ci volle -che la serenità e la indulgenza e la carità predicata dall'autore -della _Francesca da Rimini_! Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio, -la tirannide interna premeva poco; l'importante era fare l'Italia con -la libertà se era possibile, e, se no, anche col dispotismo, anche con -l'aiuto dei principi, con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma -egli potè vedere che se gli individui non sono liberi, è inutile che -sia libera la patria. - -La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico e d'Azeglio e -Manzoni appartennero, e di cui — come disse il De Sanctis — Balbo fu -il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo -da parte la libertà come fine, volendo lasciare la società alle sue -forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo ogni idea -di violenza, sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse -dal basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni e, -soprattutto, era composta e misurata. Misurate e composte furono le -classi dominanti finchè essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino -all'avvento della scuola democratica mazziniana. - -Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico mitologico, cioè -una mitologia senza mito e una rettorica senza eloquenza — Camuccini, -Landi, Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli che verso -il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo minardiano, così placidi e -frigidi, così lontani dalla realtà, così assestati, così teatralmente -panneggiati o così misticamente diafani, poterono contentare -formalmente quelle classi che uniche davano pane e lodi agli artisti. -E specialmente lo poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita se -non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente a Firenze, che un -grande critico disse essere a quelli anni soltanto «un passato illustre -immobilizzato e regolato.» L'_Arnaldo da Brescia_, come tutti sanno, è -del 1844. - -Ho detto che il classicismo e il purismo poterono contentare -_formalmente_ le classi dominanti, perchè occorse la pittura romantica -per appagarle anche con la sostanza. - -La scuola liberale, considerando e studiando la società come una -cosa reale e spontaneamente e indefinitamente progrediente, dovette -interrogare, per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, la -logica della storia, cioè divenire una scuola storica. E la storia fu a -base anche dei lavori di immaginazione e si videro pullulare i romanzi -storici, le tragedie storiche, e le pitture storiche. - -Certo, anche la pittura che si è convenuto di chiamare romantica, ebbe -su lo scoppio della rivoluzione italiana un'azione molto indiretta: ma -di ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, quali ne sieno -stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata alla letteratura romantica, -ad essa manca il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il Tommaso -Grossi. - - * - * * - -Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò il momento storico che -certo egli non creò, ma dal quale con versatile docilità si lasciò -nella lunga onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue _Memorie_ -purtroppo incompiute, sebbene esse non abbiano ne la vivacità fresca -e inesausta dei _Ricordi_ di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità -affettuosa di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente che egli -è un pittore di transizione, non un rivoluzionario fanatico e fisso in -ciò che egli creda essere la ideale verità infallibile. Troppi esempî -di virile costanza e in letteratura e in politica e anche nelle belle -arti — come vedremo parlando della scultura — in quei tempi avventurosi -gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare la sua abile -mobilità. - -Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, mandava al concorso -dell'Accademia di Milano il _Laocoonte_ famoso, tipo nel tema e nella -tecnica di classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva -fra gli applausi il _Carmagnola_, e nel '30 i _Profughi di Parga_, -eco degli entusiasmi filellenici, e nel 1848 firmava un autoritratto -_Francesco Hayez italiano di Venezia_, e nel '67 mandava a Parigi la -_Battaglia di Magenta_: è il vero riflesso pittorico delle vicende -politiche intellettuali e sentimentali le quali mossero e commossero -l'Italia nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo direttivo -nel labirinto delle opposte tendenze dei sogni che balzano d'un tratto -in piena realtà, dei fatti che lampeggiano invano per un attimo e si -spengono sotto la nebbia dell'utopia. - -Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati, e l'impero -napoleonico cadde mentre egli dipingeva sopra un'ampia tela _Ulisse -nella reggia di Alcinoo re dei Feaci_, e riparò a Venezia dove stette -tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto tanto che -nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli dipinse _Diotima che -insegna a Socrate l'arte monocromata e Alcibiade nel gineceo quando -è rimproverato da Socrate_, dentro un fregio di amorini dove l'_Amor -feroce_ è simboleggiato dalla tigre, l'_Amor leggero_ dalla farfalla, -l'_Amor forte_ dal leone, e così via! - -Se egli non fosse stato quel pronto spirito che dicevo poco fa, -voi vedete in quale palude si sarebbe annegato. Ma ode da Milano i -richiami del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre ed espone -il _Carmagnola_ ed è salvo. Messosi così nella corrente, egli per sua -ventura, non ne escirà più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi, -checchè egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con Tommaso -Grossi lo esorta a perseverare. - -Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il rispetto, coreografo -sagacissimo, coloritore non oso dir veneziano, ma certo ammiratore -dei Veneziani, disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli -aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili e impassibili -neoclassici, ormai egli può abbandonarsi alla sua foga feconda, in -gara coi letterati che han trovato il perfetto illustratore e lo -chiaman fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per qualche anno -sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 succedette per trent'anni, -ritrattista aulico di tutti i sovrani convenuti nel 1822 al congresso -di Verona, protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich da cui -si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente a braccetto, -pittore nel soffitto della sala delle Cariatidi al palazzo reale di -Milano quando si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse la -corona di ferro, se non fosse stato un pittore, sarei curioso di sapere -come l'avrebbe giudicato il Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899, -ai pittori e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso ai -poeti, e io devo parlarvi solo della sua versatilità artistica. Certo -è che quando nel 1872 Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il -veterano della pittura italiana, a me par di vedere in quella parola -_veterano_ scritta dal glorioso reduce di Venezia una punta di benigna -ironia. - -Il _Bacio_ è forse il quadro più noto dell'Hayez, e meritatamente. Il -sentimento, anzi, l'impeto amoroso, non è stato segnato con altrettanta -intensità in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste di -un bel limpido azzurro è così abbandonata su le spalle e contro le -labbra dell'amante, con gli occhi chiusi per la dolorosa delizia di -quell'addio, e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di color -bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente virile, che anche -oggi, a prima vista, nonostante il disgusto delle oleografie untuose -che primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte le romanticherie -cantate per anni sotto la luna, ci commove, sebbene, per fortuna, non -ci piaccia più. - -E la commozione patetica fu appunto lo scopo di tutta quell'arte -romantica. Il bello morale, come essi dicevano, è il loro Dio, e ogni -scolaretto ripete dal Forcellini l'etimologia del bello, _bellus_, da -_bonellus_ cioè dal buono. La forma che nei classici era stata il fine, -nei romantici diviene il mezzo per eccitare affetti. Tommaso Grossi -appare allora superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni -no. La così detta donna romantica è la sua fissazione; e la Fuggitiva, -Lida, Ildegonda, Bice, Giselda sono il tema favorito dei pittori -lacrimosi che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso ad essere -lacrimevoli. - -Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile e anche inutile. -Di _Imelda de' Lambertazzi_, di _Maria Stuarda_, di _Giulietta e -Romeo_, di _Clorinda e Tancredi_, della Congiura dei Fieschi, di scene -delle Crociate da _Pietro l'Eremita_, alla _Sete dei Crociati_, egli -fece tre, quattro, cinque variazioni in quadri grandi e in quadri a -figure terzine, in bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti, -dal _Carmagnola_ a _Marin Faliero_, da _Vittor Pisani_ a _Valenza -Gradenigo_, da _Caterina Cornaro_ ai _Due Foscari_ che voi avete qui -alla vostra Accademia, egli fu di una attività da Briareo e di una -varietà di combinazioni melodrammatiche degna di Felice Romani. E -dall'estero le ordinazioni piovevano come le lagrime delle spettatrici. -Nè perciò egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per tornare agli -antichissimi, i soggetti mitologici. Ma per alcuno dei ritratti, -massime per il suo agli Uffizi, essendo costretto a rendere il vero -senza veli rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato anche -oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del conte Giovanni Morosini e -di Antonio Rosmini, quando qualche volonteroso che forse non è lontano, -farà la storia del ritratto nella pittura italiana, dovranno avere nel -periodo che va dal '30 al '50 un posto d'onore. Così a Roma il Consoni, -il Capalti, il Cochetti suoi contemporanei, non meritano una menzione -per altro. - -E passiamo ai minori. - -Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e non vi dirò d'altri — -spesso gli furono eguali per valore. In tutti i varii indirizzi a volta -a volta riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente e del -tema, e quello che nell'Hayez fu graduale evoluzione sincera, in loro -o è incertezza di convinzione o destrezza di opportunismo eclettico. - -Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco e Giuseppe Sabatelli figli -di quel Luigi Sabatelli che già vi segnalai come emulo del Camuccini -e cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette l'Hayez. Il -padre li vide morir tutti e due. Francesco, maggiore di dieci anni, -mandato giovanissimo da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo soli -diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, tornò a Firenze a -finire la sala dell'Iliade cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando -quella d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e quella di -Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre Pietro Benvenuti dipingeva -tutta la cupola della Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da -questi sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere -della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa nella composizione -ma più franca nel colore è, nella minuscola cappella a sinistra del -coro in Santa Croce, la figurazione di _Ezelino da Romano ai piedi di -Sant'Antonio_. Del fratello Giuseppe, anche chi non ha cercato a San -Firenze la misera cupoletta ormai cadente della Cappella della Madonna, -o all'Accademia la _Battaglia del Serchio con Farinata e Buondelmonti_, -rammenta le affettuose parole del Duprè nel cui studio ogni mattina -egli si riposava andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi -neri facevano ancora apparire più pallido quel viso mansueto e -serio; dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole; la sua -compagnia era mite e soave; e la memoria di lui mi ritorna mestamente -serena come il ricordo di un bene smarrito ma non perduto.» - -E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma sanesi, Luigi e Cesare -Mussini. Luigi che come ho detto, cominciò con l'essere un purista -minardiano, si inromantichì presto nel suo _Decamerone sanese_, e più -_nell'Eudoro e Cimodocea_ di questa Accademia, un quadro derivato da -Chateaubriand, color di rosa e color di cenere, levigato e mantecato -e illuminato non si seppe mai da che parte. Cesare fu un coreografo -anche più complicato in quella _Congiura dei Pazzi_ che verso il '45 -era stimato uno dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco dopo -fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.» - -Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il freddo e compassato -Pollastrini che dopo aver fatto accademicamente melodrammaticamente -morire _Ferruccio a Gavinana_, uccise anche _Lorenzino de' Medici_ con -altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro _cacciò in nome del -vittorioso Cosimo primo i sanesi da Siena_. Ho detto un dopo l'altro: -come nei Mussini così in tutti questi altri romantici le figure sono -viste a una a una, e il chiaro e lo scuro è reso, non nell'insieme, ma -su ciascuna di esse singolarmente e speciosamente. - -Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio di lui, verso il -quaranta, dipinse un'_Eva_ che aveva qualche floridezza e qualche -freschezza di carni, ma subito ricadde nella coreografia trionfale con -la gran tela figurante l'_ingresso di Carlo ottavo in Firenze_, che -ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. Andatela un giorno a vedere, -all'Accademia, e mi perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche di -criticarla. - -Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano questo periodo: il -Malatesta e il Guardassoni. Del Guardassoni non è di voi chi non -conosca almeno un'oleografia dell'_Innominato_ da lui più volte -ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo sono state dalla -Provvidenza destinate ad essere appunto riprodotte nel modo a loro -meglio convenevole, cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta onestà -della pennellata, per una certa vivezza di colore, per la disinvoltura -del disegno, il quadro appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè, -mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò basta a giustificare -l'oblio. A Bologna cento chiese — San Giuseppe ed Ignazio, la Trinità, -San Giuliano, Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena, -Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San Gregorio, San Giorgio, -SS. Filippo e Giacomo, San Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di -Saragozza, la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture sue -eseguite prima e dopo il '50, con una mano sempre più facile e anche -sempre più trascurata, celeremente, per poco danaro, alla brava. - -Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove anni fa. Dipinse -con grande chiarezza molti ritratti, con minore arte quadri sacri e -quadri storici, fra i quali il più noto è quello in cui i _soldati -della lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla battaglia di -Cassano d'Adda_. Un titolo, come udite, un po' lungo, e veramente io -penso a trovarne di altri anche più esplicativi e più lunghi, che cosa -dovessero valere quei quadri per chi non sapesse leggere o almeno non -sapesse di storia. - -Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini, del De Min, del -Gregoletti, del Gazzotto che illustrò Dante a penna, sono oggi -memorabili solo i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene -in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo d'Oria di Cirié in -via Lagrange si apriva la prima esposizione della Promotrice, con -centocinquanta opere di autori viventi e quello fu il terzo grande -avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, dopo l'apertura -della Pinacoteca e la restaurazione dell'Accademia Albertina. Giuseppe -Camino, i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, Francesco Gamba -erano tra gli espositori. Ma non è questo il momento di definir l'opera -di tali valorosi, cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e non solo -in arte. Ora rammento solo artisti più vecchi: Ferdinando Cavalieri, -amico dell'Hayez, che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola -dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava di là per la -sala dei paggi nel Reale Palazzo un quadro rappresentante _Il conte -Amedeo III che giura la sacra lega in Susa_; il Biscarra che scendeva -dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei suoi Alessandri e dei suoi -Mosè per romanticheggiare con una veramente misera _Morte del conte -Ugolino_; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare la sua attività -ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore del Voto e più l'autore di molti -ritratti privi di luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, che -sebbene fosse nato presso Milano, pure è da iscriversi tra i piemontesi -per essere stato dal '43 al '60 professore di pittura all'Accademia di -Torino. Un'altra _Congiura dei Pazzi_, il _Federigo Barbarossa cacciato -da Alessandria_ che è in quel Palazzo Reale, e l'incomprensibile -episodio della Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca -bolognese, sono opere che raccolgono bellamente tutti i difetti suoi e -dei tempi, ma hanno un certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve -a Luigi Sabatelli maestro suo. - -A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. Che memoria resta -di loro? Io che son cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho -udito pronunciare questi due nomi con venerazione, quando un giorno -mi son determinato entrando nelle stanze di Raffaello in Vaticano a -fermarmi nella prima stanza detta della Concezione e tutta affrescata -dal Podesti con una squallida intonazione tra color di rosa e color -di legno, con una compassata scolastica composizione che non si -può più nemmeno dire teatrale; quando nella minuscola pinacoteca di -Ancona sua patria invece di correre ad adorare la piccola madonna del -Crivelli ho voluto guardare con qualche attenzione i cartoni, i quadri -e i quadretti del tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato -una delusione tale, che oggi non oso con esatte parole ripeterla. Il -pittore de Sanctis che di lui morto parlò nell'Accademia di San Luca, -affermò che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava alto -nella pittura come quello di Verdi nella musica», un paragone che a noi -di un'altra generazione oggi sembra irriverente addirittura. Pure la -sua fama fu immensa; e da quando nel 1830 espose in Campidoglio nella -prima Esposizione degli amatori e cultori di belle arti il _Martirio -di Santa Dorotea_ fino a che per commissione di Carlo Alberto eseguì -il _Giudizio di Salomone_; da quando per don Alessandro Torlonia nella -villa fuori Porta Pia dipinse a fresco le _imprese di Bacco_ e nel -Palazzo di piazza Venezia il _mito di Diana_ fino a che per Pio nono -eseguì la stanza della Concezione; dal quadro dell'_Assedio di Ancona_ -che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di Londra ebbe due medaglie -d'oro e oggi sarebbe rifiutato in una promotrice provinciale fino a -tutti gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, egli fu -venerato a Roma anche più di quel che l'Hayez fosse stimato a Milano o -il Bezzuoli a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne. - -Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di San Rocco a Roma più -virile e ha un colore più franco, ma anche egli non sente la luce e -tanto meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo; le quali due -accuse sono, in realtà, le massime contro tutta la pittura d'allora. -Tanto che tutte quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri -azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette e giallette, -che modellan muscolo a muscolo la carne e i soliti toni di cobalto e -di roseo alla Sassoferrato, fanno della _Crocifissione_ cui allora -stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino presso le ampie -figure zuccaresche dell'abside, ornamentali e baroccamente violente. - -In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe Bertini che -nato nel '25 è morto quest'anno conservatore della Pinacoteca di Brera, -sebbene sia più noto come primo maestro di qualche grande, pure meritò -per la mobilità del suo stile dal Selvatico questa lode «or sa farsi -Ghirlandajo, ora Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode -sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio invece fu protesa verso -l'avvenire che egli bene intravvide, ma nel quale, come pittore, non -riescì ad entrare. Più che la _Sfida di Barletta_ o il _Brindisi di -Ferruccio_ o la _Battaglia di Gavinana_ o lo Sforza che gitta l'accetta -su l'albero o tutti i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i -suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, _finiva_ sul vero. -Dei quadri supposti storici, dei quali ora più ci occupiamo, egli si -gloria che avessero il gran merito — o piuttosto la condizione _sine -qua non_ di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di servire -cioè al pensiero italiano. - -Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre vero: ma per -gli altri lo fu? E se lo fu, questa pittura romantica raggiunse lo -scopo, cioè affrettò la rivoluzione verso la unità e per la libertà -individuale e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da giovane aveva -veduto domare la rivoluzione francese e l'aristocrazia e il re tornare -a Torino e i cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri -e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva con ironia: «Quale -appare secondo esse la via più breve onde condurre un popolo alla -perfetta felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi dietro -un uscio e far la posta al tiranno; quando passa, _tonfete!_, una buona -botta sul capo, e tutto si trova fatto, compito e terminato; tutti sono -contenti, tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, virtuosi, -eguali, fratelli amorosi, insomma un popolo si trova diventato d'un -colpo il paese della cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo -è egli vero, e mette forse in capo idee vere?» - -E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso della pittura romantica -e di tutte le _Leghe Lombarde_ e di tutte le _Congiure dei Pazzi_ e di -tutte le _Disfide di Barletta_ che furono dipinte allora? Invece di -dire al vicino «La tua casa brucia» quei bravi artisti gli dicevano, -ad esempio: «Brucia la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana -in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva essere rettorico -e, verso la polizia, comodo, ma poteva anche essere inutile. Eran -ricordi di scuola, finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti, -favole non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni, forme che -non sprizzavano direttamente dal pensiero e dalla passione vivi ma -li viziavano e li impacciavano come paludamenti. La pittura fu, come -disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia con licenza -dei superiori,» Permettete a chi forse ammira troppo il tempo in cui -vive di constatare che anche in franchezza, per fortuna, noi abbiamo -progredito. - - * - * * - -Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici spinsero tutti -gli animi a questa franchezza e lacerarono le maschere prudenti, e i -pittori di Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero o meglio -dovettero divenire i pittori di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e -di Garibaldi, vi dirò qualche parola su la scultura e gli scultori. E -più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho la ventura di parlare -nella patria di Lorenzo Bartolini. - - E tu giunto a compièta, - Lorenzo, come mai - Infondi nella creta - La vita che non hai? - -Prima di lui la scultura classica del Canova, o più propriamente -inclinata alle semplicità del purismo nel Thorwaldsen e nel suo nobile -allievo il nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in Europa. -Per un momento tutta la nostra gloria artistica parve affidata a lei. -Nè Dannecker nè Rauch in Germania, ne François Rude o David d'Angers -Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore d'onori, la fecondità -pure diligente, la fattura squisita dei nostri. Per confrontare -Thorwaldsen al conte Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal -monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di Pio ottavo Albani; ma -la castigatezza e il fermo modellare sì del maestro che del discepolo -sono schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose così, che al -confronto il Gregorovius potè dire che le due tombe sembrano fra tanta -sontuosità di cattolicismo due monumenti protestanti. È stato detto che -il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì, ma il Minardi non seppe -nè dipingere nè coi disegni commuovere; il Tenerani seppe e scolpire -e commuovere. Dalla _Psiche abbandonata_ che piacque tanto al Giordani -fino all'altra _Psiche svenuta_ che egli dovè ripetere quindici volte, -dal rilievo della _Deposizione dalla Croce_ che è tra gli ori candido -vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al colossale _San -Giovanni Evangelista_ pel San Francesco di Paola a Napoli, dal troppo -classico _Monumento pel conte Orloff_ al _Monumento per Bolivar_ o -alla statua di _Pellegrino Rossi_, egli ha mostrato veramente un'anima -geniale e una scienza tecnica di polita gentilezza e un'abilità di -panneggiare insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E basta leggere una -pagina della sua biografia scritta dal Raggi, per sentire quanto il -mondo fosse allora pieno della sua fama. - -Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa di cavalli e di -cavalieri purtroppo ancora visibili, nessuno dei quali per fortuna -nostra vale l'_Emanuele Filiberto_ di piazza San Carlo a Torino. Però -nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo e la tenacia diritta e -la forza combattiva del vostro Bartolini. - -Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi detti poco fa, sembra -che anche per lui abbia cantato: - - In corpo e in anima - Servi il reale, - E non ti perdere - Nell'ideale, - -parole chiare che diverranno una divisa di coraggio. - -Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882, Lorenzo Bartolini -tra il 1777 e il 1850. Confrontateli: versatile, opportunista, già -dimenticato il primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più -vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un magnano, fattorino -di bottega, commesso d'un sarto, garzone d'un vetraio e d'un marmista, -suonatore di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di Parigi, -il Delaborde in un articolo che la _Revue des Deux mondes_ pubblicava -quarantaquattr'anni fa, narra come il David stesso anche prima che il -Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz per la -colonna Vendôme restasse stupito e soggiogato dal sentimento semplice, -dall'ingenua larghezza, dalla sincerità mai volgare di quella giovenile -arte di lui, che la natura voleva interpretare direttamente senza -infrapposizioni di morte bellezze officiali. - -Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di verso il '40 leggevo -una sua caratteristica polemica, quando dette per tema agli scolari -il bassorilievo d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del -monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia fiorentina, -aveva scritto: «Diverse figure adattate per esercizio del nudo, servono -a dimostrare che tutta la natura è bella, quando però è relativa al -soggetto, e che colui il quale saprà meglio imitarla potrà quindi -eseguire qualunque tema gli venga proposto.» Un anonimo nel _Diario di -Roma_, un tale Zanelli nell'_Album_, combatterono questa affermazione -rivoluzionaria, questa ostentazione di massime antiaccademiche, questa -franca glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî che nei -fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura può prendersi qual'è, ma -non nel corpo umano perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e -il prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente anche -Winckelmann; infine, a difesa del bello ideale, gli proponevano: -«dipingete o scolpite cento vecchie e cento giovani con egual maestria, -tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul _Commercio_ rispondeva: -«Come saranno brutte quelle giovani se l'avrete inventate voi!» - -La sua ammirazione per Napoleone con quella sua misteriosa corsa -all'isola d'Elba in pieno 1814 quando caduto l'imperatore la folla gli -penetrò nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa, è un indice -del suo cuore. La sua amicizia per Ingres con cui aveva studiato e -vissuto a Parigi e che lo ritrattò, e per Byron e per M.me de Staël i -cui busti egli scolpì, è un indice della sua mente. - -Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran Napoleone che è a Bastia -vòlto al mare d'Italia e la genuflessa _Fiducia in Dio_ che è a Milano -nel palazzo Poldi-Pezzoli e l'_Astianatte_ impetuoso che pure a Milano -è su la terrazza di palazzo Trivulzio sono tutte a Firenze — è inutile -parlare. Chi di voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo Pitti, -la _Carità educatrice_, in piazza Demidoff, il _Monumento a Nicola -Demidoff_, o in Santa Croce la statua giacente della vecchia contessa -Zamoyska che veramente sembra addormentata in un marmoreo sonno di -morte? Chi non ha visto nel refettorio del convento di San Salvi i -gessi dei ritratti in busto plasmati da lui, massimo quello dell'attore -Vestri il cui marmo è alla Certosa di Bologna? Non dobbiamo dimenticare -che egli nascendo all'arte trovò il mondo della scultura popolato di -dèi e di semidei e di omerici eroi tutti belli. E quand'egli morì, -l'Italia aveva il Vela e il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il -suo monumento scrivere la insegna della sua vita _Natura lumen artium_. - -Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni Duprè sarebbero -stati. Come lui essi sorsero dal popolo, energici e fiduciosi; più -bellicoso e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile il -secondo. Ma, se l'_Abele_ del Duprè è del 1842, la _Pietà_ è del 1862 -e lo _Spartaco_ del Vela appare nel 1879. Così che l'esame dell'opera -di questi due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà l'arte -italiana dopo il '48. - - * - * * - -Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare donde non solo una -nuova politica si parte ma anche una nuova arte, più libera e franca -sotto il sole. - -Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita tendono a riunirsi e nel -1843 Vincenzo Gioberti pubblica il _Primato_, nel 1844 Cesare Balbo -le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio, il romanziere e il pittore di -Ettore e di Ginevra, l'opuscolo _Dei casi di Romagna_ subito dopo i -moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e -quasi dottrinario rispetto al famoso libro su _I lutti di Lombardia_. -Egli è ferito a Vicenza. Le cinque giornate di Milano, la difesa di -Venezia, la difesa di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire -la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio -accetta di essere ministro per la pace, e da quel giorno è ecclissato -da Cavour. Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni prima, -tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione con l'incitargli -contro i tumulti della piazza più impetuosi, aveva detto: — Bisogna -fargli assaggiar del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E il sangue, -il sangue è apparso e non più quello dipinto con pallidi vermigli -nei più tragici quadri romantici sul petto di uomini mascherati alla -medievale, ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, il sangue -stesso di quelli artisti cui dai franchi occhi cadde il velo della -rettorica e folgorò tra i lampi dell'armi la visione della patria quale -doveva essere, — visione precisa, limpida, come un segnale dall'alto. - -La scuola mazziniana democratica opposta alla liberale -lombardo-piemontese — Campanella a Genova, Farini in Romagna, La -Farina in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli — -fece direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione calabrese -e la rivoluzione di Palermo, e le difese di Roma e di Venezia e le -resistenze di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e -Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade dal governo incontrastato -delle menti. E la pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata -la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura così il -realismo comincia in pittura. Luigi Mussini finirà a fare il ritratto -di Vittorio Emanuele, l'Hayez che ha dipinto il _Bacio di Giulietta -e Romeo_ finirà a dipingere il _Bacio del volontario che parte_, come -pochi anni prima il vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto -_Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio_. - -Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, nei quadri di paese. -In Francia Rousseau, Corot, Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto -a loro tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o da -venti anni attendono di predicar con le loro opere il vangelo della -luce d'Italia. Dal Piemonte, prima che da ogni altra regione, partono -per varcar le Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali hanno il -torto di credere che il cammino più breve verso Parigi sia attraverso -la Svizzera cioè attraverso l'imitazione della buja e piatta e -scenografica scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli che, -come fu detto con una frase troppo chirurgica, toglieranno le cateratte -agli occhi della pittura italiana, — saranno napoletani. - -Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei potuto indicarvi -in quel gelo se non l'accademicissimo Tommaso De Vivo, o Giuseppe -Mancinelli, che nell'_Aiace e Cassandra_ del Palazzo Reale ancora -venera in ginocchio il Camuccini e nel _San Francesco di Paola_ a -Capodimonte, non fa che voltarsi a venerare il Podesti? Filippo Palizzi -e Achille Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato i suoi primi -flebili amori coi puristi, anche Domenico Morelli: ecco quei rivelatori -che solo un altr'anno vi saranno rivelati. - -Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione della vita -nell'arte, diverrà emozione sincera in due forme di pittura: _una_ -larga e, direi, sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà -il quadro realmente storico ed eroico con gli _Iconoclasti_ del -Morelli, coi _Dieci_ del Celentano, con la _Stuarda_ del Vannutelli, -col _Sordello_ del Faruffini, alla Brera, coi _Martiri gorgomiensi_ del -Fracassini, in Vaticano; una più intima e più placida che sarà detta -pittura di genere. - -I fratelli Induno crearono la pittura di genere. Ambedue studiarono -all'Accademia milanese sotto il Sabatelli, ambedue cominciarono a -camminare sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a questi -inizii, e al loro tempo, che devono essere giudicati. E nell'uno e -nell'altro il 1848 interruppe la vita artistica e cacciò Domenico ad -esulare in Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di dodici -anni, a combattere a Roma. I _Contrabbandieri_, il _Pane e lagrime_, il -_Dolore del soldato_, la _Questua_, il _Rosario_ dipinti da Domenico, -furono le tele che prime persuasero gli artisti non derivar solo -dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima sincerità essere nella -immediata contemporanea realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera -d'arte essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. Per lui -Pietro Selvatico scrisse quel saggio _Su la opportunità di trattare in -pittura anche soggetti tolti alla vita contemporanea_, che aveva per -epigrafe ancora un verso del nostro Giusti: - - Di te, dell'età tua prenditi cura. - -A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione patriottica -e il Palazzo Reale e le ultime gelide sale di Brera[5], voi potete -trovare le maggiori tele di Girolamo, e _Crimea_ e _Magenta_ e -_Palestro_ e la _Partenza del coscritto_, le quali, come dicono i -titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche in quel Palazzo Reale -potete trovare il _Cader delle foglie_ di Domenico, che a me è sempre -sembrato il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si spegne in -conspetto della larga campagna autunnale, quando sui monti azzurrini -del fondo già biancheggiano le prime nevi. Certo la pennellata franca -e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e bigio, secondo la -fievole intonazione che da mezzo secolo smorza ogni sole; ma, quando il -modello è vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale -_Ritratto d'uomo_ nella galleria d'arte moderna a Roma, d'un colore -così affocato ed intenso e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così -dolorosa e lancinante che nessun altro ritratto là dentro regge al -confronto. - - * - * * - -Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana è libera — libera -dal servile plagio degli antichi che è mille volte più dannoso della -imitazione dei contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio -e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da quella che Ruskin -disse l'_insolenza della fede_. L'individuo, diviene, almeno in arte, -il padrone di sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali -si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che l'arte vera non è -mai fissata o definita, ma è un continuo divenire come la religione e -come la scienza. Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in -cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella sua attualità, -alla spontaneità anche violenta e anche intemperante, il giorno in cui -si è compreso che le pitture più belle non sono le più pittoresche ma -le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata al suo massimo -cómpito — cioè a farci amare la vita che ella stessa ha amato, poichè -ha cercato di comprenderla e di renderla e di interpretarla per la -nostra più precisa delizia. E questa è la sua funzione nella società. - -«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei occhi divengono giganti,» -diceva un grande poeta. Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier -Camuccini si illuse di rappresentare, ci daranno questa sensazione di -magnificenza e di ampiezza e di eternità, ma una quieta pianura dipinta -dal Vertunni o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o una -nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè questi hanno visto e -hanno reso la natura con semplicità d'amore. - - - - -IL VAPORE E LE SUE APPLICAZIONI - -CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO - - -Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e delle scoperte -scientifiche che illustrarono la fine del XVIII secolo e il principio -dell'attuale, vi ho detto che quel periodo storico fu segnalato da -due grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre nelle condizioni -economiche e sociali di tutto il mondo la più grande rivoluzione che la -storia abbia registrato finora. Questi avvenimenti furono la scoperta -della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione della macchina a vapore, -dovuta a Watt. Dell'una ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa; -dell'altra, e delle sue prime applicazioni in Italia, ho la fortuna di -potervi parlare quest'oggi. - -È la macchina a vapore che ha creato l'industria moderna. Lo scozzese -Watt, trovando la prima soluzione pratica del problema di convertire -il calore in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un orizzonte -sconfinato, verso il quale l'umanità si è slanciata con tanto ardore, -che oggi il pensatore ha diritto di domandarsi se non si sia battuta -una falsa strada e se l'invenzione della macchina a vapore si possa -veramente dire, dal punto di vista sociale, un beneficio. - -Non è un paradosso l'enunciazione di un simile dubbio. Certo la -macchina a vapore ha prodotto un mutamento profondo nella vita sociale -e individuale; ha permesso di creare immense ricchezze, ha soppresso le -distanze, ha messo a disposizione dell'uomo mille nuove risorse che gli -possono render facile e aggradevole la vita; ma ha anche moltiplicato -la popolazione, e ha moltiplicati i suoi bisogni. Ormai presso i popoli -civili il problema supremo è di continuare a produrre indefinitamente, -e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto pena di soccombere -sotto la concorrenza e di piombare nella disoccupazione e nella -miseria. Se la felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni -e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo si trovi più -felice ora in mezzo a tanto progresso, che ai tempi antichi, quando -non esisteva la grande industria, e non si conoscevano nè le macchine -a vapore, nè le ferrovie. - -La grande industria, come si svolse in questo secolo dopo l'invenzione -della macchina a vapore, non esisteva presso gli antichi. C'erano, -è vero, manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti e -consumati anche a grande distanza, come le ceramiche e le gioiellerie -fenicie ed etrusche, i vasi di Egina e di Samo, i ricami frigi, le -stoffe d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica Falleri, -così ben ordinati e raccolti a Roma nel Museo di Papa Giulio, mostrano -chiaramente l'esistenza di questo movimento commerciale, e l'influenza -dei prodotti importati sullo sviluppo delle industrie locali. Erano -prodotti fabbricati a mano, col sussidio di utensili la cui forma ci -è trasmessa sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità -conosceva e la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il trapano è -descritto nell'_Odissea_, ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva -il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni primitive, -premendo un pezzo di legno appuntito contro un legno piano, e facendolo -girare rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi torniti di -alabastro e di serpentino provenienti dall'Egitto, che si trovano nel -museo di Berlino, dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si -conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di pietra o d'argilla -e i tessuti trovati nelle palafitte fanno testimonianza dei mezzi -meccanici, già quasi perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile -preistorica. Ma si trattava sempre di industria domestica, press'a -poco come quella che esisteva nel Giappone prima che vi penetrasse la -civiltà europea; e siccome non vi si impiegava altra forza che quella -dell'uomo o al più degli animali, così la produzione non poteva essere -che assai limitata. - -La grande industria non poteva nascere che colla possibilità di -disporre delle forze naturali, come quella delle cadute d'acqua e del -vapore. L'antichità lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto, -sostituì pel primo, alcune centinaia di anni avanti l'èra volgare, -la forza dell'acqua a quella dell'uomo per la macinazione del grano, -e forse per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 anni avanti -Cristo, un filosofo della scuola alessandrina ebbe la prima idea della -forza del vapore, quando immaginò la celebre eolipila, che ancor oggi, -a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i gabinetti di fisica. - -Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, cui il poeta greco -Antiparo inneggiava come all'invenzione che doveva risparmiare il -lavoro alle schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso secolo un -motore pressochè esclusivamente limitato, come nell'antichità, alle -fucine e ai molini; e l'eolipila restò quella che era ai tempi di -Erone, cioè un giocattolo scientifico. - -Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare innanzi tutto -la grande catastrofe delle immigrazioni dei barbari, che travolse, -colla caduta dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale. -Per qualche tempo, durante il dominio arabo in Europa, l'indagine -scientifica si ravviva; ma la scuola d'Aristotile e i sofismi della -scolastica immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito umano. -Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità, la scienza trova la sua -vera base con Galileo, e può ormai procedere senza vincoli alla -ricerca del vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione -delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio di luce che squarciò -le nebbie scolastiche diffuse su tutte le scienze, comincia il metodo -di osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi che si connette -l'invenzione della macchina a vapore. - -Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo erra nel vago e -nell'indeterminato. Non si possono dimenticare ad un tratto i vecchi -errori. La fisica si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica; -si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione del vitello -d'oro, o per indagare quante migliaia d'angeli potrebbero stare sulla -punta di uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca delle sterili -elucubrazioni di Branca in Italia, di De Caus in Francia, e del -marchese di Worcester in Inghilterra, tutti più o meno direttamente -ispirati dalla _Spiritalia_ di Erone, i quali a torto furono indicati -come i precursori dell'inventore della macchina a vapore. - -Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra l'esistenza della -pressione dell'atmosfera, e ne dà la misura, invano osteggiato -dalla vecchia scuola che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la -scienza in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal aggiunge -altre dimostrazioni di questa pressione; Otto von Guericke inventa a -Magdeburgo la macchina pneumatica e mostra con quanta forza agisca la -pressione dell'aria sulla parete di un recipiente in cui si faccia il -vuoto; ed ecco Papin, il quale, partendo dalla conoscenza di questa -forza, si propone di utilizzarla, e usa del vapore per la prima volta -per produrre il vuoto, condensandolo con aspersioni di acqua fredda; e -poi Savery che ne usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere -di carbone, facendo premere direttamente il vapore sull'acqua da -sollevare. Siamo al 1700. - -Da questo momento la storia dell'invenzione della macchina a vapore -diventa interessantissima, e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se -ne avessi il tempo. In meno di un secolo, la macchina a vapore moderna -è inventata. Dapprima Newcomen e Cowley, un fabbro e un vetraio, si -uniscono a Savery e perfezionano la macchina di Papin in guisa che -quasi tutti i proprietari di miniere di carbon fossile dell'Inghilterra -l'adottano come pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee. -Siamo al 1750. - -Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente del vapore. Fra i -suoi allievi c'è un giovane apprendista di genio, Giacomo Watt, che -prende in esame le macchine esistenti, le trasforma radicalmente e -ne fa uscire, verso il 1770, la macchina a vapore perfetta quale la -vediamo tuttora. Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto da -quell'epoca ad oggi. - -Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. Si mette -dell'acqua in una gran caldaia chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua -comincia a bollire e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si -converte in vapore, la pressione interna dovuta alla forza del vapore, -cresce rapidamente e potrebbe anche far scoppiare la caldaia, se questa -non fosse robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È questa, in -sostanza, la famosa pentola di Papin. Allora si apre la comunicazione -fra la caldaia e la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della -macchina, spinge davanti a se una parete mobile, detta lo stantuffo, il -quale è veramente l'organo motore e trasmette poi il movimento a tutte -le macchine che si tratta di fare agire. - -È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo carme sull'industria: - - . . . . . . somigliante a domo - Chiuso Titano, cento rote e cento - Volve il vapor, che dall'assiduo stento - Francheggia l'uomo. - -Esercitata così la sua azione, il vapore viene condensato con -dell'acqua fredda, si riduce così ancora in acqua, lasciando il vuoto -dietro di sè; e in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E -adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: cioè è la stessa -quantità d'acqua che alternativamente vaporizzata e poi condensata -fornisce la forza alla macchina. - -Questo risultato finale, cioè la forza della macchina, o, per -dir meglio, il lavoro che compie, sia sollevando dei carichi o -macinando del grano o lavorando il ferro o movendo un bastimento o un -convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione qualsiasi -della materia, si ottiene bruciando del carbon fossile o un altro -combustibile qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore. Quindi la -macchina a vapore è un mezzo per trasformare calore in lavoro. - -Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara e più completa dì questa -trasformazione. Ma per ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le -prove e le più importanti applicazioni della macchina a vapore, che si -sieno fatte in Italia nel periodo storico cui si riferisce questa serie -di conferenze. - -In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a vapore non era ancora -perfetta, che già trovavasi impiegata per il prosciugamento delle -miniere di carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua -per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione di questo -genere alla birreria Whitebread di Londra che nacque la denominazione, -diventata poi così comune, di cavallo-vapore per designare la forza -delle macchine; poichè la macchina a vapore doveva ivi, come altrove, -surrogare il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli da -birrai, così celebri per la loro forza, pressochè doppia di quella dei -cavalli comuni. Ma in breve tempo se ne impadronivano pure l'industria -tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi disporre, colla -macchina a vapore, di forze enormi e quasi illimitate, l'industria -casalinga cominciò a cedere il posto alla grande industria esercitata -negli opifici. - -È difficile di accertare con precisione l'epoca nella quale la macchina -a vapore cominciò a penetrare in Italia a servizio dell'industria. -Prima del 1830 esistevano certo degli stabilimenti industriali in -Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. Probabilmente uno dei -primi motori a vapore, se non il primo, fu quello applicato nel 1832 -alla raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. Certo, ancora -nel 1839, secondo ne scrisse Carlo Cattaneo, le macchine a vapore in -Lombardia si contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa fece il -primo impianto a vapore per la bonifica di Brondolo su quel di Chioggia -con macchine che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 fu fatto -funzionare il primo molino a vapore di Bougleux a Livorno, con carbone -di Montebamboli. Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse -sempre più largamente col sussidio di macchine a vapore, per lo più -importate dall'estero, finchè per l'opera d'un grande industriale, -l'ingegner Tosi, che una mano scellerata sospinse innanzi tempo alla -tomba, l'Italia potè per la prima volta non soltanto fornire a sè -stessa i motori a vapore, ma farsene esportatrice. - -Più che nel campo industriale è facile accertare le date delle prime -applicazioni del vapore fatte in Italia per la navigazione e le -ferrovie. - -La storia della navigazione a vapore è ricca di incidenti. L'americano -Fulton lancia nel 1803 un battello a ruote sulla Senna, ma non trovando -appoggio in Napoleone, che lo crede un avventuriero, torna in America -e inaugura il 10 agosto 1807 un servizio regolare a vapore sulla -East River fra New York e Albany. Nel 1816 l'_Elise_, un battellino -a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa pel primo la Manica, -malgrado una tempesta furiosa, in 17 ore; nel 1819 il _Savannah_ di 380 -tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, parte a vela -e parte a vapore, in 25 giorni; nel 1825 l'_Enterprise_ fa il primo -viaggio alle Indie. Ma la vera navigazione transatlantica non comincia -che colla famosa gara del _Sirius_ e del _Great Western_. Il 5 aprile -1838 il _Sirius_ di 700 tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre -giorni dopo salpa da Bristol il _Great Western_ di 1340 tonnellate -e 450 cavalli, e ambedue arrivano a New York il '23, salutati dai -cannoni e dalle campane e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le -stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle grandi Compagnie -transatlantiche; ma ora si tratta di vapori di 20 a 30 mila cavalli, -capaci di 3 a 4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia si -compie ormai dai vapori più veloci in meno di sei giorni, cioè colla -velocità di 20 miglia all'ora. E le navi moderne da guerra hanno -velocità ancora maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora. - -Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine del XVII secolo, -prima di legno, poi di ferro, pel trasporto dei carboni fossili; ma -le prime macchine datano soltanto dal 1804, e non rappresentano che -tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio Stephenson, il cui nome -rimarrà congiunto alla storia delle ferrovie come quello di Watt -a quella delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva -soddisfacente pel servizio merci sul tronco fra Darlington e Stockton; -ma la vera locomotiva moderna non nasce che col celebre concorso del -1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da Giorgio e Roberto -Stephenson colla macchina _Rocket_, che ancora si conserva come ricordo -del grande avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la prima volta -il servizio dei passeggeri. In due anni il dividendo dell'intrapresa -sale al 10%, e comincia una sfrenata speculazione ferroviaria, che fu -causa in quel tempo di grandi fortune e anche di grandi disastri. - -A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, e rimorchiavano -sei od otto carrozze con velocità appena maggiore di quella di un buon -cavallo, da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno locomotive perfino -di 100 tonnellate, rimorchianti convogli di migliaia di tonnellate; e -i treni diretti vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora. - -In Italia le grandi intraprese navali cominciarono tardi; ma la -navigazione a vapore fluviale e lacuale si svolse poco più tardi che -in Inghilterra. Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello -a vapore l'_Eridano_, costrutto nelle officine di Watt e destinato -a navigare sul Po. Ma l'impresa ben presto fallì, e la macchina -dell'_Eridano_ fu messa a bordo di un battello varato a Locarno sul -Lago Maggiore nel 1826 col nome di _Verbano_: e nello stesso anno fu -varato il _Lario_ destinato al Lago di Como, cui tennero dietro il -_Plinio_ e il _Falco_, e più tardi il _Veloce_ e il _Lariano_, per la -inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi scrisse questi versi, -per vero dire poco peregrini: - - Ve' sublime fra tanto navile - Vasto un legno torreggia signor: - Mai quest'onde solcava un simile - In audacia, vaghezza e lavor. - -A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia costrutta in Italia: -quella fra Napoli e Portici, inaugurata solennemente da Ferdinando II -il 26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre successivo. -La cerimonia d'inaugurazione fu un avvenimento; e come particolare -curioso riferisce il De Cesare che la signora Cottrau, la quale aveva -preso parte alla corsa inaugurale, si sgravò sul treno, durante il -ritorno, d'un bambino, che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva -tanto illustrarsi in materia di ferrovie. - -Fu il Genio militare che costrusse quella linea e poi l'altra fra -Napoli, Caserta e Capua, e ne diresse l'esercizio. Il Re stesso ne -aveva determinato il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie -non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla morale pubblica e perchè -il Re non voleva _pertusi_. Quando viaggiava il Re, era lui che dava -gli ordini, e il capotreno, stando sul predellino della carrozza reale, -li trasmetteva al macchinista. Egli amava la gran velocità e faceva -fare in mezz'ora i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla Regina -Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, e perciò raccomandava al -macchinista di andar piano come un somarello. - -Benchè si trattasse di linee del governo, e il Re stesso si -interessasse dall'esercizio, pure venuto l'uragano del 1848, -diventarono anch'esse uno strumento di rivoluzione. Così il De Cesare -racconta che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato ordine a -due reggimenti di portarsi immediatamente da Capua a Napoli, il capo -stazione di Capua, affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre si -preparavano i treni, fece smontare da un uomo di fiducia un tratto -di binario, e partì poi egli stesso col primo treno per evitare un -disastro; ma intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le truppe per -un giorno intero. - -Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente quella fra Milano -e Monza inaugurata il 13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione -della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. Intanto si apriva -in Toscana la linea Livorno-Pisa il 14 marzo 1844 sotto la direzione -di Roberto Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi. nel 1848, -col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 al 1850 in tutta Italia si -costrussero circa 600 chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500. - -Sono ormai più di cent'anni che la macchina a vapore esiste; ed essa, -perfezionandosi sempre più, continua a lottare vigorosamente contro -tutti i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, a petrolio, che -tentano, ancora invano, di contenderle il primato, cioè di fornire la -forza a un prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come potrebbe -perfezionarsi ancora? - -Qui entriamo nel cuore della questione della trasformazione di calore -in lavoro. E una materia astrusa, forse poco adatta alla parte più -gentile del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al giorno d'oggi -si può dire che nessuna questione, anche tecnica, non può nè deve esser -straniera alle intelligenze educate. - -Come si fa a convertire calore in lavoro nella macchina a vapore? Si -prende dell'acqua: le si adduce del calore da una sorgente di calore -qual è il combustibile ardente; la si converte così in vapore che -compie il lavoro colla grande forza che possiede; poi questo vapore -viene ridotto di nuovo in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli -calore con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua fredda. -E questo vapore così ridotto in acqua è pronto a compiere un secondo -ciclo, anzi una serie indefinita di cicli simili al primo. In sostanza, -si attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile ardente, e -si cede calore a un corpo freddo, che è l'acqua refrigerante. Una parte -del calore è così semplicemente trasformata dal corpo caldo al corpo -freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè si è convertita nel lavoro -fatto dalla macchina. - -Ora, come mai il calore si può convertire in forza e lavoro? -Considerate un corpo caldo; orbene: secondo l'ipotesi più probabile, -l'impressione di calore che esso produce sul nostro senso del tatto -non sarebbe che la comunicazione ai nervi di un movimento rapidissimo -di vibrazione delle molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare -dell'acqua ossia comunicarle calore, vuol dire impartire alle sue -molecole una rapidissima vibrazione. Quando il calore trasmesso è -abbastanza forte, la vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole -dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano libere da -tutte le parti; ed ecco che così l'acqua si converte in vapore. Queste -molecole, diventate libere, sono come altrettanti proiettili che -vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il vapore è rinchiuso; -se una di queste pareti è mobile, come è appunto lo stantuffo della -macchina, questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad urtarlo, lo -spingeranno avanti, vincendo le resistenze che gli si appongono. Ecco -come il calore si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce il -principio fondamentale della teoria moderna del calore, il così detto -primo principio, o principio dell'equivalenza. - -Si fa dunque compiere al calore un salto da una temperatura alta a -una temperatura bassa, mentre nel compiere questo salto una parte del -calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro. - -Ora non facciamo noi una cosa analoga quando adoperiamo la forza -dell'acqua? Voi avrete visto un molino in montagna, per esempio: arriva -l'acqua dal monte a un certo livello, e la si manda sulla ruota del -molino; poi quest'acqua lascia la ruota a un livello più basso e va -pel suo cammino. L'acqua ha qui compiuto un salto da un livello alto -a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro; ed è chiaro che -quanto più grande sarà il salto, tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto -colla medesima acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto più grande -sarà il salto di temperatura in una macchina a vapore, più grande sarà -l'effetto utile, ossia il lavoro fornito da una medesima quantità di -calore. È questo il secondo principio della termodinamica, il famoso -principio di Carnot, l'avo dello sventurato presidente della Repubblica -francese. - -Se si potesse godere di tutto il salto di un corso d'acqua della -sorgente fino al mare si caverebbe da quell'acqua tutto l'utile che -essa può dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il salto dalla -temperatura del combustibile incandescente, che è la sorgente, sino -al freddo assoluto, che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero, -e che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua, caveremmo il più -gran partito possibile dal calore, ossia dal combustibile consumato. E -questo possibile? O entro quali limiti sarebbe possibile? - -La pressione del vapore cresce assai più rapidamente della sua -temperatura; e voi sapete, per le notizie che sentite di tanto in tanto -di terribili scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose le -alte pressioni. Ma ci si va abituando, e d'altra parte si riesce ora a -garantirsi sempre più contro simili eventualità con scelti materiali e -una accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di Watt una pressione -di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; ora si va a 10, 12, 15 atmosfere, -e già si fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma anche se si -adottassero queste enormi pressioni, la temperatura non si eleverebbe -a più di 250° circa. È come dire che da questa parte il salto è stato -aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe essere elevato -molto di più. - -D'altra parte, è egli possibile di scendere a temperature più basse di -quelle dell'acqua fredda che serve d'ordinario come mezzo refrigerante? -È possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello zero assoluto, -cioè a 273° sotto la temperatura del ghiaccio fondente? - -Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori diversi da quello -dell'acqua. Voi sapete che ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti -i gas colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, non sono -che vapori di liquidi sconosciuti nelle condizioni di temperatura e di -pressione nelle quali viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto -l'idrogeno; ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse dell'acqua -comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno che una temperatura di -190° sotto lo zero; e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora più -bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa, nè instabile; -con certe precauzioni la si può conservare sicuramente per parecchi -giorni; essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso in essa -brucia con gran violenza, ma, mentre brucia, si copre di brina, poichè -l'acido carbonico prodotto dalla combustione gela a temperatura assai -più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi esponete al fuoco -un vaso pieno d'aria liquida, le pareti esterne del vaso si copron -di brina, e le stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve di -acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile di maneggiarla, -tanto che si può evaporarla lentamente e così spogliarla dell'azoto -che è più vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido -qualunque e spogliarla dell'acido carbonico che rimane sul filtro come -residuo solido. Ecco dunque un refrigerante che si avvicina molto -alla temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe a nulla per -una macchina a vapor d'acqua, il cui liquido gela a una temperatura -assai più alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare -dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, cioè a 10°, o a 15°. -Dunque anche da questa parte il salto di temperatura disponibile per la -macchina a vapore è assai limitato. - -Son molto migliori, da questo punto di vista del salto di temperatura, -le macchine a petrolio e a gas, colle quali si utilizza la forza -d'esplosione di una miscela di petrolio o gas e d'aria, che si accende -entro la macchina stessa, servendo al tempo stesso da combustibile e da -sostanza motrice, cosicchè la temperatura superiore oltrepassa anche i -1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore si è perfezionata tanto, che -batte tutte queste sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare -3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora per ogni cavallo di forza, -essa arriva ora a consumarne anche solo 600 o 700 grammi, che costano -2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le macchine a gas -non possono competere con essa per la spesa, e nemmeno le macchine a -petrolio: le quali, se son preferite per le automobili, gli è soltanto -in causa dell'assenza della caldaia che difficilmente si potrebbe -mettere sopra una carrozza e meno ancora su un triciclo. - -Ma appunto nel momento dei suoi più grandi trionfi, la macchina a -vapore è, per due cause diverse, minacciata di morte, certo non -ingloriosa e nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima -che non si creda. Da una parte si è constatata in modo sempre più -preciso l'esauribilità delle riserve sotterranee di carbon fossile e -di petrolio; dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi -dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone. - -Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra che le riserve di -carbone accumulate sotto terra dai cataclismi cui fu soggetto il nostro -globo non potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto della -progressione crescente che si verifica nel consumo di carbone in tutto -il mondo. Ma quei calcoli non erano attendibili. Prima di tutto non -si può ammettere che il consumo di carbone aumenti sempre nella stessa -misura, poichè la scarsezza del carbone diventerebbe presto un freno a -consumarne di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici, -sarebbero, come argutamente osservò il celebre socialista George, tanto -esatti quanto, il calcolo di colui che dicesse: il mio cane ha un mese -di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a 5 anni avrà una coda -di 3 metri. Poi bisogna tener conto delle riserve di carbone ancor -conosciute. Già negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di -carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, cioè quella che -si trova a meno di 1200 metri di profondità) più di 650 mila milioni -di tonnellate, contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei. -Le riserve della China, ormai considerato come il paese delle più -straordinarie e misteriose risorse, son stimate più di 600 mila milioni -di tonnellate, poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non sono -ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al più spostare l'asse -del mondo industriale, ma poco gioverebbero all'industria europea. - -Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto recentemente dal -celebre Lord Kelvin. Quando la terra era appena uscita dal periodo di -incandescenza, ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di -vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas inerti, prodotti -dalla precedente conflagrazione, cioè di acido carbonico, d'azoto e di -vapore d'acqua.... Era quell'epoca geologica, quando ancora, come poetò -lo Zanella nella «Conchiglia fossile»: - - Riflesso nel seno - Di ceruli piani - Ardeva il baleno - Di cento vulcani; - -e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido manto cantato -dall'Aleardi: - - L'aura, bagnata di mortal rugiada - Colle tepide nubi invidiava - Alla giovine terra il blando riso - Delle giovani stelle. - -La vegetazione cominciò a separarne i componenti, appropriandosi -il carbonio e l'idrogeno dell'acido carbonico e del vapor d'acqua e -mettendone in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare l'ossigeno, -che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I combustibili bruciati da -allora in poi e la respirazione degli animali assorbirono una parte -di quest'ossigeno, ma la nuova vegetazione ne produsse dell'altro; -cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è esattamente in proporzione con -tutta la materia combustibile che contiene la terra, sia alla superfice -sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in forma di lignite, di -carbon fossile e di petrolio. Calcolandone la quantità in proporzione -a quella dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce (1000 -milioni di milioni di tonnellate circa) Lord Kelvin, tenuto conto -dell'aumento della popolazione e del consumo e di altre circostanze, -ritiene che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso pure che gli -uomini pensino, estendendo a tempo le foreste, a prepararsi l'ossigeno -per la respirazione, perchè altrimenti l'umanità, prima di perire -di freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima di mancare del -tutto, il carbone costerebbe così caro, che il calore e la forza, che -esso può dare, diventerebbero consumi di lusso. - -Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè coll'utilizzazione delle -cadute d'acqua, ed è questo, in fatto, il solo e vero formidabile -nemico della macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il vapore. - -Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza motrice lo sapete tutti. -E non è soltanto l'acqua delle cascate, che agendo con tutta la sua -pressione sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più grande, -quanto più grande è la massa dell'acqua cadente e l'altezza della -caduta; perchè un'enorme riserva di forza l'abbiamo anche nelle -maree e nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna solleva -la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata in serbatoi dentro -terra; e allora se nel periodo della bassa marea aprite le chiuse dei -serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua farà una cascata -che potete utilizzare come quella di un fiume o di un torrente. E -lo stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano alte e -minacciose contro una ripida costa. Questi ed altri sistemi analoghi -per utilizzare le onde e le maree sono state proposte più volte ed -anche provate con perfetto successo: e state certi che si attueranno -definitivamente in avvenire, sopratutto nei luoghi dove le onde e -le maree si elevano a parecchi metri di altezza, come avviene, per -esempio, nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord. Se non che -queste incalcolabili forze naturali che l'uomo ha a sua disposizione -nei monti e sulle rive del mare non avrebbero che uno scarso valore -rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero trasmettere -economicamente a grandi distanze, dovunque si abbia bisogno di forza. -Ora, la trasmissione delle forze si può fare, voi lo sapete, per mezzo -dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione forse più grande del -nostro secolo, pur tanto fecondo di invenzioni di ogni natura. - -Supponete di avere una forza disponibile in qualche luogo: per esempio, -la forza d'una caduta d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di -una motrice idraulica e servitevene per far girare un gomitolo di -fili di rame fra le branche di una calamita. Ad ogni giro di questo -gomitolo, il flusso magnetico che emana dalla calamita e che è tanto -potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza di produrre nel -gomitolo una corrente elettrica. È questa la macchina che comunemente -si chiama una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del gomitolo -e tirateli lontano fin che volete: centinaia di chilometri, se è -necessario. La corrente circolerà nel filo sin dove questo arriva. Ivi -attaccate questi capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete -che il gomitolo di questa seconda dinamo si metterà spontaneamente a -girare, riproducendo la forza della lontana caduta. Senza dubbio ci -sarà qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si vuole secondo -la grossezza del filo impiegato. Ecco in che consiste la trasmissione -elettrica della forza; e vedete che non è una cosa molto complicata, ne -difficile da capire. - -Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta questa invenzione, che -data da dieci anni, e con quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione. -In America si è pensato subito al Niagara, dove è già in funzione -un impianto di 150 mila cavalli, la cui forza in parte è impiegata -sul posto e in parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri di -distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno utilizzando all'uscita del -fiume San Lorenzo dal lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di -Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di 14000 cavalli ciascuno, -di Cusset-Jonage e di Bellegarde sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli -e altri numerosi di minore importanza; ma noi li abbiamo preceduti -in Italia colla trasmissione di 2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li -emuliamo già con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 chilometri -di distanza, la forza delle rapide dell'Adda di 13000 cavalli, e li -sorpasseremo fra breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000 -cavalli di forza attinta dal Ticino. - -Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 50 chilometri di -distanza sono nulla a paragone di quelli che già si annunciano come -sicuri. Il progresso dell'elettricità è così vertiginosamente rapido -in questi anni, che niente più ci può sorprendere. Già gli inglesi si -preparano a portare al Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650 -chilometri di distanza, per l'irrigazione del Delta: e calcolano che -la forza utilizzata costerà meno di quella che si potrebbe ottenere sul -posto con macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe così -una delle più feconde regioni della terra. Fu anche proposto di trarre -partito dalla famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone sul fiume -Zambesi per servire alle macchine lavoratrici del minerale d'oro della -Rhodesia e del Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni -si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, quando sia -gratuita, a centinaia di chilometri di distanza ancora con economia in -confronto all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da considerarsi -come un'utopia l'idea di portare economicamente a Parigi la forza -delle cascate dei Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta -la valle del Po. E così lo stesso problema, che pochi mesi fa pareva -ancora assai difficile, di usare la forza dell'acqua per la trazione -sulle grandi linee ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si -presenta oggi di più facile e più probabile soluzione. - -Voi vedete dunque che l'impero della macchina a vapore è già molto -scosso, e che la futura scarsezza del carbone non può più ispirare -paura; poichè colla trasmissione elettrica della forza non solamente -surroghiamo la forza del vapore, ma possiamo surrogare lo stesso -carbone. Infatti colla corrente elettrica possiamo produrre calore, -sia per grandi operazioni industriali, quanto per la stessa economia -domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità; già si può -produrre la fiamma, servendosi della corrente elettrica per decomporre -l'acqua, e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si può bruciare -come il gas; e infine voi avete già le stufe e le cucine elettriche, -dove il calore è fornito da un filo metallico arroventato dalla -corrente. - -Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro momento di fortuna, e così -l'hanno anche le nazioni; non si tratta che di saperne approfittare. - -Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per ciò che è l'anima di -tutte le industrie, il carbone. Sono 100 a 120 milioni che mandiamo -ogni anno in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto -in paese è stata ed è una delle cause della nostra inferiorità -industriale. Ma poichè siamo ricchissimi di acque perenni, non -avremo più da subire le conseguenze della mancanza di combustibili -fossili. Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze idrauliche, -che ammontano a decine di milioni di cavalli, noi potremo facilmente -duplicare e triplicare le nostre industrie, risparmiando 200 o 300 -milioni di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza a questi -paesi che ora la fanno a noi. - -Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è assai improbabile. Si -potrebbe trovare un mezzo economico di immagazzinare la forza, di -imballarla come una merce qualunque e di trasportarla lontano per -terra e per mare. Gli Americani potrebbero allora utilizzare tutti i -sei milioni di cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto -alla domenica lo spettacolo della celebre cascata; e avrebbero tanta -forza, insieme a quella degli altri loro grandi fiumi, da poterne -fare una larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile, -poichè ci sono già gli accumulatori elettrici, che permettono -d'immagazzinare la forza, e anche di portarla attorno, come avviene -sui carrozzoni delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche -sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, non si è trovato -ancora l'accumulatore di forza poco costoso e leggero, che ci vorrebbe -per poterla trasportare economicamente a grandi distanze e non par -facile che si abbia a trovarlo così presto. E del resto, anche se si -trovasse, ebbene, metteremo un dazio protettivo sulla forza importata -dall'estero. - -Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità dell'economia -nazionale, l'avvenire ci sorride. A noi poco importa cosa diverrà -la macchina a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza. È -venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, e giova sperare che -sapremo valercene con prudenza e con sagacia, senza sperperarle, e -senza comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta di goderne nel -presente. - -Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò che il Sommeiller -presagiva in seno alla Camera subalpina all'epoca del traforo del -Moncenisio: «Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri -schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei chiudere meglio -questa conferenza che augurando al nostro paese il compimento della -profezia, ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla quale -avete voluto ascoltarmi. - - - - -INDICE - - - La poesia del quarantotto Pag. 5 - La poesia del Giusti 31 - G. G. Belli e la vita romana 75 - Il teatro. Una musa scomparsa 129 - Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno 177 - Il vapore e le sue applicazioni 225 - - - - -NOTE: - - -[1] BELLI, II, 326. - -[2] BELLI, III, 177. - -[3] _Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti_ nella -_Nuova Antologia_, VII, 1879. - -[4] Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo contiene -i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume, perchè contiene i -sonetti più osceni. - -[5] Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime sale di Brera -dove eran rifugiati i quadri moderni, sono da mesi sossopra, perchè -due delle sale sono state cedute alla Galleria antica. Pare che nel -1901 essi saranno novamente e più ordinatamente ricollocati nelle sale -residue. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1846-1849), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - -***** This file should be named 51462-0.txt or 51462-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/4/6/51462/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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