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-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I
- Terza serie - Lettere, scienze e arti
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
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- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1846-1849)
-
- TERZA SERIE
-
-
- I.
-
- LETTERE, SCIENZE E ARTI.
-
-
- La poesia del quarantotto ENRICO PANZACCHI.
- La poesia dei Giusti ISIDORO DEL LUNGO.
- G. G. Belli e la Vita Romana ALFREDO BACCELLI.
- Il Teatro. Una musa scomparsa VINCENZO MORELLO.
- Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno UGO OJETTI.
- Il Vapore e le sue applicazioni GIUSEPPE COLOMBO.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI
- 7, Via del Proconsolo
- 1900
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI
-
- _Gli editori R. BEMPORAD & FIGLIO dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1900. — Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.
-
-
-
-
-LA POESIA DEL QUARANTOTTO
-
-CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI
-
-
-I.
-
-Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, forse il più
-attraente, si presenta a noi come una sonante e fulgida pagina di
-poesia. Aspettando che i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla
-vostra ragione, di mano in mano illustrino gli altri aspetti di
-quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga un poco di questa
-poesia del '48, la quale, più che nelle carte dei poeti, fu scritta
-nei fatti e nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo
-italiano; e tutti, in alto e in basso, furono poeti per un momento,
-poichè una corrente irresistibile trasse e confuse gli italiani di
-tutte le classi a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi.
-
-Era il tempo in cui un frate benedettino nella solitudine del
-suo cenobio, nel silenzio della sua cella, dopo avere scritto una
-storia della Lega lombarda, la dedicava al Papa con queste parole: —
-Affacciatevi, Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli, ed ascoltate la
-voce dei tempi nuovi. Scrutate i nostri cuori, e vedrete che noi siamo
-sempre degni nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero
-la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete, o Padre
-Santo, la bandiera che Alessandro III appese al sepolcro del beato
-Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela sventolare al sole
-d'Italia! —
-
-Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa la voce isolata di un
-asceta sognatore?... No. Se il Padre Tosti dall'altezza di Montecassino
-avesse teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla sua, in
-quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia e passare le Alpi e
-invadere tutta l'Europa e volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i
-tristi esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto riparare in
-America ritornavano sopra una nave che s'intitolava «La Speranza», ed
-entrati nel Mediterraneo e visto nell'orizzonte gli umili confini della
-Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, si abbracciavano, e
-gridavano: — Viva Pio Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che
-cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? No. Un semplice sogno
-non produce movimenti così forti, così universali e così perduranti. Il
-sogno vero e grande lo aveva fatto prima un altro tonsurato, Vincenzo
-Gioberti, il quale, là, tra il '40 e il '42, esule a Bruxelles,
-anch'esso per peccato di patriottismo, aveva accolto nella sua mente la
-più audace chimera che potesse mai attraversare il cervello d'un poeta.
-Egli, a quei lumi di luna, aveva immaginato «una Italia prospera,
-devota a Dio e concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo evento,
-«i principi italiani e i popoli non più ringhiosi e sospettosi fra
-loro, ma affratellati in un'ammirabile concordia per costruire insieme
-l'edifizio di una patria grande e meravigliosa, che superasse in
-grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E questo audacissimo
-Abate arrivava, nella grandezza del suo sogno, fino a vedere in tempo
-non lontano le altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e
-devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere da lei le norme
-del bene e le forme del bello.»
-
-Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in pochi anni, non già
-alla sua realtà, ma ad inizii così fausti e felici, che quasi facevano
-credere prossimo il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore?
-Perchè da qualche tempo un uomo vestito di bianco di tanto in tanto
-si affacciava alla loggia del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi
-a gran folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione di Dio
-sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di bianco era «il Signor dei
-credenti,» come con frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. E
-in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione di tante e così
-stupefacenti novità.
-
-Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. Dal canto suo, il
-grande Cancelliere dell'Austria, Metternich, sconcertato in tutti
-i suoi disegni, aveva detto che nella sua prudenza politica egli
-tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso inverosimile di un Papa
-liberale!
-
-E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità vertiginosa.
-In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, avvenne per opera di Pio IX,
-soltanto riguardando all'interno dello Stato Pontificio, una serie
-di riforme alle quali pareva non dovesse bastare mezzo secolo:
-l'amnistia che ridonava alle famiglie gli esuli e i carcerati per
-colpe di patriottismo, poi la Consulta di Stato, la guardia civica, la
-secolarizzazione parziale del governo, la lega doganale dei principi,
-anticipante la desiderata confederazione politica, poi la Costituzione.
-Finalmente la guerra allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,»
-che era anche il padre comune di tutti i fedeli! I principi dovettero
-seguire, chi di buon grado chi a mal in cuore, l'esempio trascinante di
-Pio IX. A Napoli il Re volle essere il primo a largire la Costituzione;
-e diede tutto con la facilità di chi è poi disposto a tutto ripigliarsi
-e tutto sconfessare.
-
-
-II.
-
-Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta
-quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo indicibile e in una
-specie di festività permanente. Se voi volete avere una qualche idea
-di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere
-gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure
-cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito
-liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i
-fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella
-gioia traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile coi più
-vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava «la luna di miele.»
-
-Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di
-ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo
-all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo
-da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi
-capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano,
-che imprecano, che piangono, tanta è la piena dei loro affetti; e
-donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti
-bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar
-fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano giù per le strade,
-acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei
-campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte
-le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal
-cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto questo è certamente
-argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo
-mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di
-beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il
-domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto?
-
-È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, Giuseppe
-Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso
-la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al
-ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo Sterbini, il Guerrini,
-il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali «accendevano gli
-spiriti col genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque essi
-non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi più
-che quattro generali d'armata. «Ciò serva di avviso ai reggitori dei
-popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i
-coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica
-quiete.» La polizia dunque era avvisata.
-
-Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi
-quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore
-della brigata; ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai ne
-aveste!
-
-La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il
-Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche
-nei loro momenti più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando la nostra
-mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro
-versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare,
-si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore
-inspirato di _Ildegonda_ e dei _Lombardi alla prima crociata_, quando
-scosso dai grandi fatti di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole
-in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo,
-compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo
-una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non
-abbia subito compresa la grande disparità che era fra il tema del suo
-canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare
-nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto
-Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non
-aveva creduto mai al «miracolo di Papa.» Tutto quel gran contrasto
-tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più
-cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione
-si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di
-sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo
-spirito pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi il suo
-estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi
-a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza,
-volgendosi al granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare un
-poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa.
-Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti
-sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo?
-perchè (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando
-tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco
-due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi
-ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparità non
-scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel
-'48. Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli
-avvenimenti, è come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le
-sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di
-Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si è voluto esaltare. Io
-credo che la sua più bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi
-del Gianicolo. Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno «Fratelli
-d'Italia» arrivato alla strofa:
-
- Dov'è la vittoria?
- Le porge la chioma,
- Chè schiava di Roma
- Iddio la creò,
-
-o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi
-per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto
-a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo
-la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto
-quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra
-citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme
-contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande
-poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte
-generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe
-Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del
-cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa.
-
-
-III.
-
-Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più degna nella musa
-popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso
-volgarucci, non può non colpire il confronto coi canti anteriori: per
-esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca
-Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi
-la diffidenza, come suona la tristezza! «Napoleone, guarda quel che
-fai!,» comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono
-il gran dolore delle nostre povere plebi per dover andare a combattere
-lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana:
-
- Partirò, partirò, partir bisogna
- Dove comanderà il nostro sovrano.
- Chi prenderà la strada di Bologna,
- Chi anderà a Parigi e chi a Milano!
-
-E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un
-singhiozzo: «Dio, che partenza amara!» E la esclamazione amarissima ci
-fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta
-il fiore della gioventù italiana mandata a morire fra i ghiacci delle
-«rutene squallide spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire alla
-cara patria lontana:
-
- La vita che mi desti, ecco ti rendo,
-
-poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi
-tiranni, per «coloro che la uccidevano!»
-
-Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile di poesie
-popolari, delle quali credo che non metta conto intrattenervi:
-canzonette, canzonucce e canzonacce. In quella immobile gora però,
-noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea. È la canzoncina
-toscana:
-
- Addio, mia bella, addio,
- L'armata se ne va....
-
-Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la gentile ed eroica
-canzoncina, perchè si sa che ne fu autore un certo Bosi, il quale
-morì pensionato e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo.
-Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, il popolo se la
-assimilò e la rese interprete dell'anima sua. Ed è veramente una cara
-e poetica cosa; un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi
-invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo Wagner. Questa candida
-e bella ninfea, in mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella
-lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi lombardi, dove
-nelle veglie delle armi aveva consolato i cuori magnanimi dei giovani
-toscani, che dovevano cessar di battere a Curtatone e a Montanara;
-e seguitò a risonare per le nostre campagne, per le nostre città.
-Sopraggiunti i tristi tempi della invasione straniera, la gentile ed
-eroica canzoncina non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente
-modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove ecco che torna sulle
-labbra di tutti, ed è ancora la canzone prediletta del popolo! E
-sempre poi, mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i partiti
-laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale prendeva il posto
-dell'amor patrio, ostentandone sacrilegamente le apparenze, il popolo
-italiano continuava, nella innata bontà del suo cuore, a credere che
-bello era il combattere e il morire per la patria; e continuava a
-cantare:
-
- Se non partissi anch'io
- Sarebbe una viltà.
-
-
-IV.
-
-Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del Quarantotto; e fu l'inno
-del Manzoni. Fatto curioso! Questo inno è il peana del Quarantotto, ma
-venne composto nel Ventuno:
-
- Soffermati sull'arida sponda
- Volto il guardo al varcato Ticino,
- Tutti assorti nel nuovo destino,
- Caldi in cuor dell'antica virtù,
- L'han giurato!...
-
-La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu varcato. L'inno in sè
-stesso rappresentava un'aspirazione poetica dell'anima di Manzoni,
-il quale, come vide che al carme non corrisposero gli eventi prese
-questo partito: non scrisse, non pubblicò, e nemmeno affidò alla
-carta questo volo, questo sprazzo della sua anima poetica. Egli volle
-tenerlo gelosamente chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire;
-egli l'avrebbe poi detta questa parola quando fossero giunti gli
-avvenimenti che essa affannosamente invocava. E di fatti, allorchè
-scoppiarono i grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno lontano
-la redenzione della patria, allora Alessandro Manzoni scrisse l'inno
-pensato e meditato già da ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e
-questo va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome sotto una
-protesta contro l'Austria, una protesta che, date le circostanze,
-poteva benissimo costargli la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia
-delle Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro della
-penisola, risuonarono le affettuosissime voci:
-
- Cara Italia! dovunque un dolente
- Grido uscì del tuo lungo servaggio
- Dove ancor dell'umano linguaggio
- Ogni speme deserta non è;
-
- Dove già libertade è fiorita,
- Dove ancor nel silenzio matura,
- Dove ha lacrime un'alta sventura
- Non v'ha cor che non batta per te.
-
-Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e profeta; poichè aveva fin
-dal Ventuno vaticinato il grande consenso di tutto il mondo civile
-alla causa italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi era di
-buono e di generoso nell'Europa civile di quel tempo, si raccoglieva
-veramente intorno alla rivoluzione italiana e faceva voti per lei.
-
-La grande poesia del Quarantotto dunque, come vi ho detto in principio,
-o Signore, sta nei fatti principalmente e nelle condizioni degli animi.
-
-E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non domandate che la
-poesia si renda interprete di ciò che avviene nel cuore umano quando
-il cuore umano è gonfio di passioni, quando la passione grida essa
-impetuosamente le sue voci non traducibili con parola precisa. Vi
-è una legge psichica di cui fanno testimonianza le storie di tutte
-le letterature, o Signore: i due grandi fattori della poesia sono,
-da una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano innanzi,
-dall'altra il ricordo e il desiderio che si volgono indietro. La
-poesia o spera o ricorda. Quando l'uomo ama nel parossismo della sua
-passione, sia anche poeta come Dante e come Petrarca, non aspettate
-da lui dei versi d'amore. I versi d'amore egli li compone, e sono
-veramente degni dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata,
-oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza la felicità che
-è fuggita da lui. Questi i due momenti psichici, i due fattori veri
-della poesia. Quello che avviene degli individui, doveva anche avvenire
-nella grande collettività del popolo italiano. Non è nell'orgasmo,
-non è nell'esaltazione, non è tra le luminarie e i baccani e le ansie
-dell'aspettazione, che la musa (la quale come disse Parini, formulando
-un canone eterno dell'arte «orecchio ama pacato e mente arguta e
-cuor gentile») poteva meditare e comporre il grande carme degno degli
-avvenimenti.
-
-La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno di questi
-fatti vogliamo ricordare, io potrei dirvi che la più alta poesia del
-Quarantotto esalò da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati
-fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di tutto il mondo
-civile, tra l'amore della libertà e l'amore della religione. Fu davvero
-un momento storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete
-la storia del nostro Risorgimento, voi troverete che nessuno ha mai
-detto e spero che nessuno dirà mai che fra amor di patria e religiosità
-vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto, che una certa
-diffidenza fra l'una cosa e l'altra vi è sempre stata, e purtroppo vi è
-ancora. Da Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del Poggetto
-voleva disperder le ceneri perchè lo aveva in odore di eretico, alle
-censure ecclesiastiche dei libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i
-sospetti di questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) si sono
-sempre, più o meno, manifestati in Italia. E non fu questa l'ultima
-causa (diciamolo con coscienza d'uomini liberi) delle nostre divisioni
-e della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni!
-
-Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe Mazzini aveva
-inalberata una fiera tradizione ghibellina, che non ammetteva patto
-nè temporale nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo
-invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si formò insomma una
-tradizione neoguelfa accanto a quella tradizione ghibellina; e gli
-animi ne rimanevano perplessi e dolorosi; e le coscienze timide non
-sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come tutte le sante cose
-che la natura istilla nel cuore dell'uomo, mandava le sue querule voci,
-ma queste voci parevano superate e fatte tacere da una voce anche più
-autorevole.... Quando, a un tratto, ecco che un vento liberatore spazza
-via tutta questa nebbia e nel cielo rasserenato appaiono congiunte,
-affratellate, la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone del
-Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco uno degli aspetti veramente
-poetici del Quarantotto! Un altro aspetto egualmente poetico di questa
-epoca, anch'esso intimamente connaturato colla storia, risultò da
-questo, che il movimento politico redenzionista suscitatosi nella
-penisola e in essa maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato
-del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, del Troia, e dello
-stesso Mazzini, si differenziò dai movimenti anteriori per la sua
-maggiore modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani
-erano insorti sempre in nome di un ideale classico molto austero e
-molto elevato, ma un po' troppo lontano dalla immediata percezione
-del nostro sentimento. Era il grande ideale classico di Roma antica,
-erano i fasci, i littori, la grande Repubblica conquistatrice del
-mondo, e tutto quell'insieme di reminiscenze e di anacronismi, che
-il Giusti aveva già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece
-il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e da tutta una
-cultura italiana più moderna, richiamò il sentimento della nazione a
-qualche cosa di meno devulso, di meno separato da noi. Per forza di
-avvenimenti l'Italia del Quarantotto non mira più a Roma antica, mira
-piuttosto al Medio Evo; voglio dire a quello che il Medio Evo conteneva
-di tradizione ancora viva, ancora permanente in mezzo a noi. Lo stesso
-neoguelfismo aiutava in questo. Quindi i poeti evocano, piuttosto che
-Roma antica e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; e i
-giovani volontari vanno al campo avendo sul petto una croce fiammante
-che significa insieme un ideale politico e religioso. Il Quarantotto
-evoca i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in nome dei
-loro civili diritti, in nome dei loro focolari e delle loro chiese, e
-combattono e vincono l'Imperatore. Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che
-fervono nelle menti, che splendono alla fantasia come dei fari!
-
-
-V.
-
-In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni
-storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano
-familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne
-con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva il Medio Evo.
-Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai
-fatti nuovi esisteva una reale affinità, una corrente di simpatie e
-di impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto suscitare. Noi
-non guardavamo più al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al
-Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di
-morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto
-dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia
-cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori.
-
-Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque
-e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale nè
-troppo calda nè troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere
-e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di
-vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una
-gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi
-sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso
-e non declinerò ora da questo mio proposito, perchè voglio lasciare
-intera libertà ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare
-uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verità
-storica da tutti riconosciuta, ripetendovi che il Quarantotto, se fu
-una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei
-fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato
-dall'attraentissimo argomento, mi contenterò di ricordare una sentenza
-di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni,
-diceva: «Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere
-dei fanciulli.» La sentenza non potrà, io credo, essere tacciata di
-severità.
-
-E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero
-l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze,
-le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e
-finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per
-un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata città,
-dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era
-perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere un grande servigio
-alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo,
-senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti
-della triste resa.
-
-Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe essere argomento di
-un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni
-intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, da
-diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca
-dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera
-d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre
-nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima
-italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo
-delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo
-era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle
-memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi
-inusitati e crea una visione che è una delle più potenti, non dubito di
-affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano.
-Tutta la _Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto_ è un
-misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai
-popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a
-voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di pietà
-e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere
-insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma
-poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli
-occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al
-giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio
-del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti
-maliaugurî, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno
-al trono, anche questa parola è improntata di un profondo carattere di
-poesia: poichè è la poesia della speranza!
-
- Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,
- Per questa dolente nel fiero torneo,
- Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!
- . . . . . . . . . . . . . .
- La croce sabauda, che ornò sette troni,
- Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,
- Raggiando sull'armi l'antico splendor,
- Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,
- Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,
- Verrà benedetta sull'Adige ancor!
-
-Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore
-dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che
-la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la
-speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di
-Federigo Schiller: che le cose di quaggiù, hanno bisogno di morire
-nella realtà, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale
-dell'arte....
-
-
-
-
-LA POESIA DEL GIUSTI
-
-CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in relazione con la poesia
-italiana, mi propongo parlarvi) intende comunemente qualche cosa
-di agevole e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un concepimento
-simultaneo e un'unione così schietta d'idea e di parola, che la parola
-vela appena l'idea senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare
-che la cosa non potesse proprio esser detta altro che in quel modo lì.
-Nè fanno ostacolo il verso o la rima: perchè i metri sono quasi sempre
-i più snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso chiede mai
-al metro nulla di più di quello che il metro, secondo il suo naturale
-congegno e le pose sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra
-appostata in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, e che se vi
-accadesse di ripetere quelle cose conversando, incappereste in quelle
-rime anche voi. Conversando, sicuro; perchè il Giusti è il poeta più
-conversevole che vi paia aver mai conosciuto: e quando egli scherza con
-voi, voi ne sentite la voce, voi lo vedete sorridere, e ammiccare, e
-comporre il viso, come il discorso richiede; cosicchè non manchi a quel
-tanto che la parola scritta ha di muto, non manchi (tale è, leggendo,
-l'illusione) l'avvivamento del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento,
-del gesto.
-
-Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? qual altro ci
-procura sensazioni consimili?
-
-Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di rispondere, bisogna, a
-voler rispondere con giustizia, bisogna pure riflettere, se alcun
-altro de' nostri poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e
-tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a pensare, profonde o
-commoventi a sentire; quante si sentono o si pensano leggendo i suoi
-versi. Tutto quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49, che ci
-sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica di quei componimenti
-motteggevoli e ironici; co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti,
-o disorpellati delle loro lustre, o messi addirittura al nudo del loro
-brutto e cattivo, o piantati alla berlina con le loro debolezze, o
-trascinati al _redde rationem_ delle opere loro: cotesto piccolo mondo,
-del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia per modo dinanzi, che
-nel giudicarne voi dobbiate sempre fare appello ai sentimenti vostri
-migliori. Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i Gingillini
-e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti di buon governo e i
-loro Birri a congresso — al sentimento dell'umana dignità, nel far la
-debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di quei parassiti del
-regio rescritto, di quelle croci di Santo Stefano sul petto dei mal
-arricchiti, di quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa
-spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento della moralità
-educatrice, se motteggia sull'imperiale e real giuoco del lotto, o
-sul reuma d'un cantante, sull'abuso sentimentale del cloroformio,
-sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente affermato
-della umana fraternità, se sfata con ironica iperbole le pericolose
-utopie umanitarie, le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al
-sentimento della pedagogia naturale, o diciamo senz'altro al prezioso
-senso comune, se fra gl'Immobili e i Semoventi rivendica la libertà del
-fanciullo che i taumaturghi del metodo vorrebbero plasmare a macchina,
-e averne fantocci tutti d'un pezzo e d'un getto: — al rispetto delle
-memorie ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio
-palazzo appigionato dai posteri di Farinata, o scaglia sul viso dei
-gaudenti, dimentichi in carnevale perpetuo, il brindisi che esalta le
-gloriose quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità santa d'Italia
-madre, quando per l'incoronazione austriaca sfilano in complice schiera
-i principotti italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua
-storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di Milano, fra que' poveri
-Croati e Boemi mandati qua a odiare ed essere odiati, sospira una
-patria per se e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie miopi
-e sordastre il _delenda Carthago_ dell'indipendenza dallo straniero;
-o protesta al suo Gino Capponi contro l'insulto codardo alla Terra dei
-morti.
-
-E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, e ritien più del
-bonario e del familiare, ma sempre con qualche vena di malinconico;
-le Memorie di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di Rimini,
-l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato sugli zecchini d'oro, Momo
-salmista e predicatore, le virtù della Chiocciola, il re Travicello;
-nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola ironia del Poeta
-passa pel vostro spirito, senza lasciarvi altresì qualche grano di
-moralità gentile, fermentatrice di bene.
-
-E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie del Giusti (pur
-abbandonando alla bibliografia le generiche e non caratteristiche,
-o nate morte che vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le
-vitali e vive quelle che non appartengono alla sua Satira: nelle quali,
-sia nelle poesie che chiamerei addirittura sentimentali, sia in quella
-Canzone reminiscente all'Alighieri maestro, egli è quanto alla forma
-un altro poeta, ma l'anima del Poeta, anche in codeste liriche, voi la
-sentite pur sempre la stessa.
-
-Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua propria missione,
-questo pur così amabile ed agile verseggiatore; questo umorista è,
-innanzi tutto, un moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce
-e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati espressamente tali
-suoi caratteri, i quali è facile si accompagnino a difetti di aridità,
-pesantezza, accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo la
-dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del Giusti, poeta (come mi
-è venuto detto) conversevole? la risposta, nella quale credo dobbiamo
-convenire lettori e critici, è che nessun altro.
-
-Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria tanto e così svariatamente
-e a pezzi e bocconi, quanto di lui? E non è un saperne a memoria
-per averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli fatto imparare
-senza che noi ce ne accorgessimo, solo per quel farci tanto pensare
-e sentire, con immagini e parole e locuzioni e rime trovate così a
-proposito e tanto di nostro genio:
-
-Dal
-
- Girella, emerito
- di molto merito,
-
-al _Credo_ bestemmiato da Gingillino,
-
- _Io credo nella Zecca onnipotente_
- _e nel figliuolo suo detto Zecchino;_
-
-dalla Ghigliottina a vapore, che
-
- fa la testa a centomila
- messi in fila,
-
-alla visione papale del Gioberti, di
-
- prete Pero, buon cristiano
- lieto semplice e alla mano,
-
-che
-
- vive e lascia vivere;
-
-dalla
-
- pallida capelluta
- parodia d'Assalonne,
-
-alla coppia felice, che
-
- l'amorosa si chiama Veneranda
- e l'amoroso si chiama Taddeo;
-
-dal giro pe' chiostri
-
- contando i tumoli
- degli avi nostri,
-
-alla partenza da Pisa, lasciando
-
- la baraonda
- tanto gioconda;
-
-dal
-
- Viva la Chiocciola,
- viva una bestia
- che unisce il merito
- alla modestia,
-
-all'esopiano re Travicello
-
- piovuto ai ranocchi;
-
-dal più o meno manzoniano
-
- Apollo tonsurato
- che dall'Alpi a Palermo
- insegna il canto fermo,
-
-alla patriottica baffuta Babele, che succhia
-
- sigari e ponci;
-
-dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», al padre X.
-conservatore dello _statu quo_: dal Congresso di Pisa che suscita le
-escandescenze del solito Rogantino, tirannetto
-
- da quattordici al duetto,
-
-all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi,
-
- Nè mai tanto apparato
- d'anni crebbe congiunto
- all'umor moderato
- di non provarle punto.
- Dormi, Europa, sicura:
- più armi, e più paura.
-
-Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c'è
-come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo:
-— Donde attinse egli tale sua qualità? Fu natura? fu magistero? Ne
-trovò egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli
-venne fatto così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori,
-questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte
-a vita sociale e civile, nè fra i Satirici propriamente detti,
-dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici
-urbani, che dai Latini anche più direttamente assumono il Sermone e
-l'Epistola: e neanco poi, dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal
-Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? —
-
-Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto è
-rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento,
-che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed è
-ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile
-e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia
-a vivacità fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante
-la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi,
-sfrondando cotesto frascame a buon dritto, però dissangua e stecchisce;
-e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la
-spontaneità della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira è
-la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone è il verso
-sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente
-atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualità
-epica prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato
-sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di
-quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti.
-
-E questa medesima ragione del metro, già di per se pone distacco assai
-fra lui e i cosiddetti burleschi, sinchè la forma tradizionale anche di
-costoro séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e
-dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli
-o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a
-quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi;
-la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando
-(innominabili) avevano esercitata più o meno toscanamente, e che il
-Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità nuova; e quando
-il Guadagnoli, con maggior toscanità di chicchessia, assume cotesta
-umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad
-essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il
-quinario; — soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire
-il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: chè chi
-senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale
-pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe,
-più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe e al Pananti
-e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti sì civili e
-sì d'arte, che nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al
-Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza,
-dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in
-quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si
-tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito dire: «Vedete come la
-poesia burlesca, nel secolo decimonono, si è svolta di mano in mano,
-dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti.»
-Il fatto è, che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti,
-conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la
-Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con ben altro
-vigore di effetti le veci.
-
-E nata satira più specialmente della regione toscana, addivenne
-popolare in tutta Italia, sì perchè a Italia tutta aveva il cuore
-il Poeta, e sì per le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in
-altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare
-tollerabilmente, come potè essere quella del Guadagnoli dal Fusinato
-veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase
-poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il
-Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Béranger nelle
-_Canzonette_ dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco,
-il Belli atteggiò a epigramma popolare quel vecchio peccatore
-aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggiò con
-arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo
-pisano, i Sonetti di Renato Fucini.
-
-
-II.
-
-Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità della sua poesia,
-fu, almeno indirettamente, cioè in questi altri termini, — come fosse
-ella fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di altri, — fu
-proposto assai prima che si curiosasse di critica quanto oggi; e dette
-occasione a uno scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la
-testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la critica più intima,
-che della poesia del Giusti si sia avuta, anche dopo le belle pagine
-del Carducci, del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi,
-del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del 1851, appena un anno
-dopo la morte del caro ospite suo, a un articolo del critico francese
-Gustavo Planche, il quale era venuto narrando a' suoi compatriotti,
-essere il Giusti una sorta d'improvvisatore che, impaziente o incurante
-delle bellezze di stile, accettava senza pensarvi la prima parola che
-gli scendeva giù per la penna: perciò privo di vivezza, di eleganza, di
-precisione, di tutte insomma le doti proprie d'uno scrittore che ami e
-rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel suo sorriso benevolo
-che gli abbiamo conosciuto e quella temperanza che tanto più gravi
-quanto più miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello essere il
-ritratto non dell'amico suo ma di altri poeti (i burleschi appunto del
-penultimo periodo), diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa, in
-ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi dal sentire della nostra,
-e dalle norme ch'essa impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente
-gentili.» Di questa lingua avere il Giusti, dai grandi scrittori e
-dal popolo, anche campagnolo, tratto tutto quanto è di più fino ma
-insieme di più nascosto, mediante un senso squisito suo proprio,
-educato sui classici latini e nostri, ed un grande studio ch'egli
-poneva con ostinata perseveranza nello scegliere le voci e collocarle
-industriosamente. Da ciò esser venuta alla sua poesia una efficacia
-piuttosto condensata e ristretta, «intesa com'ella è a penetrare
-più addentro»; tantochè aveva egli finito col quasi «negare parte di
-sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani suoi» (il che è
-verissimo, e i commenti venuti dopo lo dicono), non che dei Francesi. E
-a questi più particolarmente volgendosi, e «sfidando la Francia tutta»
-a cogliere il valore di certi motti giustiani, come quello (negli _Eroi
-da poltrona_) sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva
-il Béranger, «nome» dice il Capponi «che riviene spontaneo a proposito
-del Giusti»; e dichiarava che non avremmo noi osato, sebbene tanto più
-familiari e alla lingua e alle cose di Francia che non alla lingua e
-alle cose d'Italia i Francesi, non oseremmo noi, e saviamente, dare
-sentenza sul Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di quella
-letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), per non risicare di
-giudicarlo piuttosto facitor di canzonette che poeta. L'onore del
-qual nome, nel senso di artefice consapevole, e in queste due cose
-soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza di espressione»,
-rivendicava egli al Giusti contro la condanna pronunziata dal Planche,
-che «i versi suoi non vivrebbero».
-
-È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, e si ristampano, e
-(come il Capponi presentiva, nè gliene faceva lode) ce li commentiamo:
-di che non credo che per quelli del Béranger, ed è pregio suo e della
-lingua, si sia mai sentito in Francia il bisogno; perchè, cominciando
-dall'arietta sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in
-quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima del poeta, e ne
-rivola fuora trillando; laddove il Giusti (che ammirava il Béranger; ma
-quando lo chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non soltanto
-per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando da questa: d'averlo
-letto dopo essersi «imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato
-la propria forma con un intendimento del tutto soggettivo e di sua
-iniziativa, pur mirando a «farsi interprete delle cose che gli stavano
-d'intorno». Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio mondo,
-che nel contrasto fra i due secoli «l'un contro l'altro armato» era
-destinato a frantumarsi, tanto poco, anzi nulla, avevano che fare
-insieme, che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato) alle
-_Chansons_ la toscanità degli _Scherzi_, anche quando i soggetti
-combaciano e si rasentano, si va nel goffo; e qualche imitazione in
-stile giustesco dal Béranger, per esempio, dal _Bon Dieu_ quella del
-_Creatore e il suo mondo_, è, fra le apocrife appioppate al Giusti,
-delle più intrinsecamente aliene, nonostante le apparenze, dal fare
-autentico e legittimo di lui.
-
-Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto ascoltare il
-giudizio del critico francese, non ne avrebbe fatte grandi meraviglie,
-perchè già si era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare
-da un tale qui in casa sua, se avesse letto altro che romanzi e
-giornali; e ci racconta altresì, come «prontissimo ad immaginare, e
-assai lesto ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima mano,
-e credeva che la morte sola gli avrebbe portato via il pennello de'
-ritocchi»: dichiarando espressamente, che quel suo «modo di dir le
-cose alla casalinga» non provava nulla, e che pur troppo il suo difetto
-era di non contentarsi mai. E séguita confessando le proprie colpe: la
-stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver avuto a combattere
-con quei metri, «facili in apparenza, difficilissimi in sostanza; i
-quali se non ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da tutte
-le parti», e la inversione poi va a finire nello «scontorcimento».
-«Gino Capponi mi aveva ammonito più e più volte d'andar per le piane,
-d'esser semplice e corrente, di lasciare le lambiccature, le finezze
-sopraffini, le frasi e le parole vistose; perchè, dice il proverbio,
-chi troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a lasciarlo dire,
-e a dargli retta senz'altro, cioè senza far la tara all'ipocondria
-di quel povero organismo malato, si finirebbe..... altro che
-l'«improvvisatore» denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole»
-che io ho cominciato, Signore mie, dal ripresentarvi come una vecchia
-comune conoscenza.... si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe
-Giusti è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che abbiano mai
-esercitata la pazienza delle nove sorelle.
-
-
-III.
-
-Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche
-de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanità della lingua,
-tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi
-atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli
-eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele
-dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli
-e volgarucci, con molta diffidenza di sè medesimo, le aveva poi
-deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si
-era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira
-a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte
-convergevano, serrandosi sempre in più stretto fascio, le volontà e le
-intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria
-privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» son sue
-parole «dalla vana chiacchiera, dalla disonestà, dalla inutilità, che
-l'hanno «deturpata anco nelle mani dei maestri». Su qualche tentativo
-da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti
-canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: «prosa
-rimata».
-
-La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente
-da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e più
-particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virtù
-repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente
-italiano, era rimasto simbolo di quella italianità, le cui tradizioni,
-conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servitù
-e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine
-di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste
-vicende si trabalzò, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero,
-la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima
-di cittadino, _canto di Virgilio senza cuore di Dante_: — di mezzo
-a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico
-e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sentì che non
-era Italia in quelle «reggie adulate dove il ricco e il dotto e il
-patrizio vulgo si seppellivano»; e al risorgere di un «futuro popolo
-italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò auspicii degni
-dai Sepolcri di Santa Croce: — e a questi sepolcri pure si volgeva,
-pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava
-come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore
-italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori
-della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con
-Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano
-le virtù della civiltà grecolatina, che nella latina penisola si
-risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione
-nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma
-pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra
-conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per
-dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima
-a Cristo liberatore dell'umanità, affigurava poi sotto più aspetti,
-e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni
-sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide
-degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione
-spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servitù italiche; e in nome
-della cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre nazioni,
-la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro
-Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti
-del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale
-le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del
-Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del
-'31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai
-sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria.
-
-Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in
-quella forma di poesia, dove la servitù non pure aveva impedito le
-manifestazioni della verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la
-sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della
-bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi
-del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da
-più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era,
-dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato
-le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e i
-rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il
-bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo:
-nè ciò poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione
-la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; nè questa veste
-poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cioè a
-dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua
-Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicità di grande
-artista il poemetto eroicomico; non però aspirando certamente con
-quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità di lettori, di
-recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando
-anonimo l'anonimo Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature»,
-dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle
-calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disertò mai la
-causa della patria e della sventura, non disperò mai della giustizia
-di Dio e dell'avvenire del Popolo», diceva che ben da Milano, quartier
-generale degli oppressori, eran venute le «melodie rossiniane» del
-Berchet, «ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della
-commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello
-scherno».
-
-
-IV.
-
-Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a
-quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino
-tra carnevale e quaresima, che intitolò _I brindisi_. Dove egli,
-raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima
-brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione,
-lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano;
-e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario è come
-l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, dà l'aíre al
-«Brindisi per un desinare alla buona»:
-
- A noi qui non annuvola il cervello
- la bottiglia di Francia e la cucina,
- lo stomaco ci appaga ogni cantina
- ogni fornello.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Chi del natio terreno i doni sprezza
- e il mento in forestieri unti s'imbroda,
- la cara patria a non curar per moda
- talor s'avvezza.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- O nonni, del nipote alla memoria
- fate che torni, quando mangia e beve,
- che alle vostre quaresime si deve
- l'itala gloria.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti
- ciò che le rape un dì fruttaro a voi;
- in casa vostra, o trecentisti eroi,
- comandan gli osti.
- E strugger poi, crocifero babbeo,.....
-
-Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto
-del caffè; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il
-bicchierino e la chicchera:
-
- E strugger puoi, crocifero babbeo,
- l'asse paterno sul paterno foco,
- per poi, briaco, preferire il cuoco
- a Galileo;
- e bestemmiar sull'arti, e di Mercato
- maledicendo il Porco, e chi lo fece,
- desiderar che ve ne fosse invece
- uno salato?
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Oh beato colui che si ricrea
- col fiasco paesano e col galletto!
- senza debiti andrà nel cataletto,
- senza livrea.
-
-Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava
-egli stesso, alle «brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto
-tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine».
-
-E nella «Origine degli scherzi», altra saffica che ben a ragione è
-stata chiamata la sua «Arte poetica», dice come, dopo avere da giovine
-«sbagliato se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», la coscienza
-aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora
-de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua
-paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», satira nutrita d'amarezza
-e di sdegno, «riso che non passa alla midolla», come quello del
-saltimbanco,
-
- che muor di fame, e in vista ilare e franco
- trattien la folla.
-
-E «a uno scrittor di satire in gala»
-
- Vedi piuttosto
-
-diceva
-
- di chiamare al banco
- i vizi del tuo popolo in toscano,
- di chiamar nero il nero e bianco il bianco,
- e di pigliare arditamente in mano
- il dizionario che ti suona in bocca,
- che, se non altro, è schietto e paesano.
-
-Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi parrebbe ormai
-l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro
-rimarremo soli noi vecchi. È stata una superba malinconia de' signori
-ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia
-superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' dì
-nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o,
-come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a rovescio e in
-onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir
-cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso
-accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi,
-di periodi ciceroniani. La verità vera è invece, che ciascun secolo
-ha scritto la lingua che parlava, finchè e nello scrivere e nel
-parlare non è entrata, con la servitù politica e, peggio con la
-intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu
-solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col
-rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo
-altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per
-la restaurazione di questo nella lingua, si è voluto e saputo, dopo la
-regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza
-utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il
-popolo, e cioè il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non
-abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe,
-che la letteratura italiana incominci da quando si è racquistato il
-sentimento italico della toscanità; da quando l'unità della lingua in
-Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo
-al Monti, è divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le
-teorie, dall'Autore dei _Promessi Sposi_; nè che il Giusti (per tornare
-al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo,
-dato l'esempio del «pigliare arditamente in mano il dizionario che
-ci suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle sue prefazioni,
-definì la propria «un genere di poesia che può avvantaggiarsi di tutta
-la lingua scritta e di tutta la lingua parlata».
-
-Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a sè, il
-mostrarvi come cotesto dizionario si è saputo maneggiar sempre e da
-tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile
-(perchè altro è lingua, altro è stile) fatti invalere fra gli scrittori
-dall'autorità preponderante di questo o quello fra i nostri solenni
-maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca.
-Mi contenterò (e non voglio entrare nella prosa, solamente perchè vi
-parlo di poesia) mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno
-che Dante. Non per la _Commedia_: la quale pure sappiamo oramai quanto
-grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e
-Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli
-ne sentisse tutta l'_attualità_, di contenuto e di forma); non pel
-Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo
-il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si
-volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e
-del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, al Purgatorio fra
-i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello
-zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi
-raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un
-certo _Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali
-di Lucca_ da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario
-«schietto e paesano» del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi
-tempi, con abbastanza modernità. L'altro esempio è di messer Angelo
-Poliziano, il poeta dell'_Orfeo_ e della _Giostra_, il principe degli
-umanisti nel Rinascimento, che però fu anche il gaio rimatore delle
-Canzoni a ballo e dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio
-solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole,
-e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una _Il segreto
-d'amore e la confessione_, e l'altra _Il galletto, la chiocciola e
-la nave in porto_; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella
-sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile non le abbia mai lette,
-avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso
-il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a
-buon diritto, di non avere «svisato i propri concetti» per l'ambizione
-di «tradurre sè stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine,
-leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli
-del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre.
-
-Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del
-Cinquecento, e nell'età di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo
-che il Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli,
-in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e là,
-a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e
-ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi
-fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita
-di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga
-del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la
-Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il _tran tran_ di quel
-mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava
-da sè; non vengon meno, nè il Saccenti nè il Pananti nè il Guadagnoli,
-— mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a
-scrivere le sue Satire in classico stile — non vengon meno davvero
-al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani,
-e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto
-Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi dialoghetti del Sesto Caio
-(il _Baccelli infreddato_, per esempio, o il _Baccelli zoppo_, o
-dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di _Gosto e Mea_),
-certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i
-battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono
-l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili
-delle _Istruzioni a un emissario_, della _Spia_ dopo le riforme, dei
-dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di
-Maso nel _Sortilegio_, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte
-che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata.
-
-Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri,
-perchè nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua
-del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e
-nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il Giusti ci aveva, e
-che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; _All'amica
-lontana_, _Affetti d'una madre_, _La fiducia in Dio_, _Il sospiro
-dell'anima_, _A Roberto nel 1841_, _A una giovinetta nel '43_, e in
-quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a _Gino Capponi_,
-dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze
-magnanime, pronuncia il _non sum dignus_ d'essere il censore del suo
-popolo risorto e ringiovanito. È il Giusti, che gareggiando con lo
-scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso
-
- quasi obliando la corporea salma
-
-l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza quaggiù. È del
-Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti
-d'artista:
-
- Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,
- or mi sento co' pochi alto levato,
- ora giù caddi e vaneggiai col volgo!
- . . . . . . . . . . . . . . .
- E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,
- che al genio è donna, e figlia è di natura,
- e in parte ha forma della madre, e in parte
- di più alto esemplar rende figura;
- come l'amante che non si diparte
- da quella che d'amor più l'assicura,
- vagheggio, inteso a migliorar me stesso,
- e d'innovarmi nel pudico amplesso
- la trepida speranza ancor mi dura.
-
-Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi più
-belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo:
-
- Goder d'ogni mio bene
- d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;
- io della vita nella dubbia via
- il peso porterò delle tue pene.
- Oh se per nuovo obietto
- un dì t'affanna giovenil desìo,
- ti risovvenga del materno affetto!
- nessun mai t'amerà dell'amor mio.
- E tu nel tuo dolor solo e pensoso
- ricercherai la madre, e in quelle braccia
- nasconderai la faccia;
- nel sen che mai non cangia avrai riposo.
-
-Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde,
-talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altresì
-con una delicatezza d'imagini e soavità di concetti e nitidezza di
-frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo
-romanticismo morboso; di cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto
-gentile; non c'è quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli
-qualche stilla: in alcune poi, come nel _Sant'Ambrogio_, l'affetto è la
-nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere «di carità
-nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto
-riso.»
-
-E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia uno dei distintivi
-nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente
-per questo, come «scrittore di piccola mente» potesse (dispiace
-ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò Tommasèo. E
-si avverta che il Tommasèo stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe
-«elaborate e maestrevoli» le poesie del Giusti, vide in quel lavorío
-i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, gli parve
-che negli sdegni e sogghigni «del poeta, il cuore non parlasse». E
-pregò il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro
-sì l'ammonì, ma non di questo. Nè so invero chi possa, pur reverente
-all'autorità del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi.
-Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari più difetti che virtù,
-nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero
-critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come
-egli disse, «celie profane», e metteva fra queste anche il combinarsi
-alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con
-l'innodia popolare della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» e
-senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani,
-dai quali il Giusti si staccò, come vedemmo, e si sollevò: in lui,
-anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere
-altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i
-restitutori della italianità, nel secolo che doveva finalmente veder
-rivendicata l'indipendenza e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano
-il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro
-Manzoni.
-
-Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore d'assai; e francamente
-può dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera
-all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della
-lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe
-dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei
-secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po'
-forte ad ammettersi; e quel vampo scolastico ha cominciato da un pezzo
-a dar giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili,
-e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri
-uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie
-non più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e
-come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo
-Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato
-genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, anzi più espressa
-e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e
-che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di più: perchè sono
-difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche
-la familiare e satirica, consente alquanto più, che non la prosa,
-la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo
-stesso significa) la squisitezza. Non è qui il caso nè il luogo: ma
-se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si
-farebbe capo le più volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi
-non sempre coerenti fra sè e col soggetto, qualche altra volta a frasi
-e costrutti un po' sforzati; come pure non è lodevole certo scintillío
-di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e
-monotonia. Tuttavia il Camerini, che fa anch'esso' quest'appunto
-della squisitezza, ha altresì queste parole: «Ma quella lettera a
-Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile
-dipintura del ballo villereccio in casa del notaro, è bella come le sue
-più belle poesie.» E dice bene.
-
-
-V.
-
-Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare ch'egli morì a
-quarant'anni. Morì col presentimento che la sua poesia fosse finita
-con lui, ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47, ma però
-nell'atto di raccogliere i suoi versi, «Sento che questo modo di
-poesia comincia a essere un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi
-all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi ai nostri occhi
-con tanta maestà d'andamento..... Se mi darà l'animo di poterlo
-tentare, certo non me ne starò: se poi non mi sentissi da tanto, non
-avrò la caponeria d'ostinarmi a sonare a morto in un tempo che tutti
-suonano a battesimo». E nel '48, preparando un'altra edizione, che
-doveva pur troppo uscir postuma nel '52 per cura del Capponi e del
-Tabarrini: «Perchè dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se
-io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? E vero che
-agli errori e ai vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori
-delle cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via del bene, non
-ho più cuore di menare attorno la frusta; e col mio paese ringiovinito,
-ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della primissima
-adolescenza. E questa fede posso dire non essersi spenta mai nell'animo
-mio; e il non aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso
-sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima testimonianza». Erano i
-giorni de' quali l'amico Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a
-Voi la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, il Giusti con
-parole di cittadino e d'artista, degni l'uno dell'altro, aggiungeva:
-«Ora che il popolo, eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa
-epopea, noi miseri accozzatori di strofe, bisogna guardare e stupire,
-astenendoci religiosamente d'immischiarci oltre nei solenni parlari
-di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di già nel vostro petto
-animoso, o giovani, che accorrete nei campi Lombardi a dare il sangue
-per questa terra diletta: ed io ne sento il preludio e ne bevo le note
-con tacita compiacenza. Toccò a noi il misero ufficio di sterpare la
-via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, all'ombra
-delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o
-magnanimi, che un amico di questa libertà che vi inspira la impresa
-santissima, baci la fronte e il petto e la mano di tutti voi. L'Italia
-adesso è costà: costà, ove si stenta, ove si combatte, e ove convengono
-da ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli non degeneri, i
-nostri primogeniti veri.»
-
-Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante tutto, si è
-continuata sino ai dì nostri; e che, oggi compion tre anni, sul campo
-doloroso ma glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede e di
-sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me fosse lecito evocare dai
-sepolcri la immortale poesia della patria, oggi dal colle di San
-Miniato, memore della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di
-Giuseppe Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi il saluto
-d'Italia madre; e la voce, con la quale il Poeta accompagnava le
-prime battaglie per l'indipendenza, echeggerebbe sino a quelle plaghe
-lontane, dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle leggi della
-patria, son caduti sotto la stessa bandiera.
-
-Quella voce, per essere non atteggiata in misura di verso, non era
-però meno voce di poeta. Chè del resto, la musa del Giusti, e in quel
-tempo lieto e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui tristezze
-rimuginò egli, nelli estremi del viver suo, in pagine di Cronaca
-dolorose) la musa sua non sofferse già di tacere affatto. E come a
-Leopoldo secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio del
-libero verso,
-
- Signor, sospeso il pungolo severo,
- a te parla la Musa alta e sicura,
- la Musa onde ti venne in pro del vero
- acre puntura;
-
-così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e di licenza
-sconclusionata, che ricondussero tragicamente questa e le altre parti
-d'Italia, salvo il predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il
-Giusti alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo lasciò tra le
-sue carte frammenti bellissimi, altre ne alternò della sua vecchia
-maniera, come la _Repubblica_ (a Pietro Giannone); il _Deputato_
-(a Rosina); e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una supposta
-commedia, Granchio e Ventola, Trippa e Ganghero, Crema e Vespa; e i
-Sonetti epigrammatici, le _Maggioranze_, l'_Arruffapopoli_, scoccati
-fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo Vecchio;
-ed anche qualche svolazzo lirico d'un inno patriottico, rifioritura
-d'altro simile tentativo fatto da studente pei moti del '31. Non può
-dunque dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, che di tante
-piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse in disparte; nè molto
-meno gli si attaglia la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone
-che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga impaurito
-de' calcinacci che cascano. Dopo il '48, non cascarono calcinacci,
-pur troppo: furono rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato
-a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, e tutti i
-preparatori, avevano per modi diversi faticato a mettere in piedi.
-
-Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore d'una maniera
-nuova, che senza sguagliar troppo dallo stile ormai caratteristico del
-Poeta, procede più severa e composta, parineggiando quasi, ma sempre
-con vivacità toscanissima. Di questo nuovo atteggiarsi della poesia
-giustiana è singolare documento l'_Ode dello scrivere per le gazzette_,
-dov'egli promette a sè medesimo che non più
-
- in aperto motteggio
- travierà la rima,
-
-mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che nella beata illusione de'
-nuovi tempi avea creduto poter deporre: e si volge attorno, e vede la
-demagogia pullulata
-
- come in pianura molle
- scoppia fungaia marcida
- di suolo che ribolle;
-
-e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e vola la strofa,
-alata veramente, all'ideale, da quei sozzi vapori ottenebrato,
-all'ideale della patria:
-
- O veneranda Italia,
- sempre al tuo santo nome
- religïoso brivido
- il cor mi scosse, come
- nomando un caro obietto
- lega le labbra il trepido
- e riverente affetto.
- Povera madre! il gaudio
- vano, i superbi vanti,
- le garrule discordie,
- perdona ai figli erranti;
- perdona a me le amare
- dubbiezze, e il labbro attonito
- nelle fraterne gare.
- Sai che nel primo strazio
- di colpo impreveduto,
- per l'abbondar soverchio
- anche il dolore è muto;
- e sai qual duro peso
- m'ha tronchi i nervi e l'igneo
- vigor dell'alma offeso.
- Se trarti di miseria
- a me non si concede,
- basti l'amor non timido
- e l'incorrotta fede;
- basti che in tresca oscena
- mano non pòrsi a cingerti
- nuova e peggior catena.
-
-I primi versi di questa tenera filiale apostrofe sono stati scolpiti
-sulla base del monumento che fra i dolci colli del suo Monsummano lo
-ricorda ai credenti ancora nella religione della patria. Nè vi si
-leggono senza commozione, nè senza pensare che forse era quella (a
-me par di sentirlo con sicurezza) la forma evolutiva che ne'tempi
-novissimi avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non vide,
-morendo sull'inizio del salutare decennio espiatorio, che ci condusse
-al '59. Le stanche ossa del Poeta posarono nel bel colle di San
-Miniato; e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il compianto e
-l'onoranza d'Italia, per avere,
-
- con arguto stile castigando i vizi
- senza toglier fede a virtù,
- inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti
- e delle idee generose.
-
-Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto e cruccioso suo verso;
-mancò ai giorni delle pugne supreme e della vittoria il suo canto
-augurale. Così non paia, o Signori, che sia mancata alla decadenza
-delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine dei dopo venuti,
-all'offuscamento de' principii di moralità civile, all'infiacchimento
-delle energie d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe esaurita,
-sia mancata la educatrice satira del Poeta, il quale non avrebbe
-accettato gli si raddoppiassero gli anni brevi di vita concessigli, se
-avesse dovuto ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio sopra
-una società intorpidita e restìa, ma il flagello di Giovenale sopra
-una degenerazione di cittadini che tradissero le sante speranze della
-patria, per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di pianto e di sangue,
-a sè medesima restituita.
-
- Firenze, 1º marzo 1899.
-
-
-
-
-G. G. BELLI E LA VITA ROMANA
-
-CONFERENZA DI ALFREDO BACCELLI
-
-
-I.
-
-Per intendere e giudicare convenientemente l'opera poetica dialettale
-di Giuseppe Belli occorre rievocare il quadro della vita romana quale
-fu dal 1830 al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare
-nell'anima sua e comprenderla.
-
-Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo Pontefice, candido
-nella veste e magnifico, circondato dalle porpore cardinalizie e
-dallo stuolo solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni
-dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe come l'immagine
-della potenza divina in terra; e allo splendore delle forme esteriori
-rispondevano la forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge.
-
-La necessità di accrescere prestigio ai ministri della religione e di
-attrarre genti ed oro alla basilica universale aveva moltiplicato le
-feste e gli apparati; dal _Corpus Domini_ a _San Pietro_, dal _Natale_
-e dall'_Epifania_ alla _Pasqua_ erano sempre cerimonie, scampanii,
-processioni: di quando in quando canonizzazioni, beatificazioni,
-pellegrinaggi.
-
-Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne la benedizione del
-Pontefice dalla loggia Vaticana. Sulla piazza formicolavano migliaia
-di persone. A un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si
-faceva profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia gestatoria
-appariva il Pontefice, e, levata la mano, benediceva il popolo: le
-sacre parole sembravano squillare nel silenzio della piazza gremita.
-Dopo la benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del tamburo,
-squillavano le trombe. Quasi abbracciati dalle due curve delle colonne
-vaticane, i cattolici di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: i
-romani ammiravano lo splendore della festa ma argutamente sorridevano.
-Sorridevano, perchè quel papa divino essi lo conoscevano per un beone
-volgare, quella mistica benedizione vibrante di cristiano amore la
-udivano dalla bocca di colui che ordinava supplizi e prigionie; e i
-cardinali amavano le belle, gli alti dignitari vendevano cariche e
-favori.
-
-Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso
-i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al
-guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle
-bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio;
-e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè
-tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la
-confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1].
-
-Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella
-metropoli e fosse rallegrato il popolo (_dare panem et circenses_),
-alle feste sacre si alternavano le feste profane.
-
-Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai
-campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti,
-le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle _botti_ o
-_nei legni a quattro posti_ le _minenti_, avvolte le spalle ampie e
-matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente,
-costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini
-e fermezze d'oro. In altre _carrettelle_, divisi dalle _minenti_,
-sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul
-cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto.
-Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva:
-le guardie del Papa non se ne curavano.
-
-Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I _carri_
-con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori
-e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo _scalinone_ del
-palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera,
-signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei
-_barberi_ entusiasmava il popolo, e i _moccoletti_ spenti e riaccesi
-l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte
-del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio
-tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che
-il divieto del carnevale.
-
-Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo
-dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non
-avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato!
-
-Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi
-si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere
-alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava
-nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle
-piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento
-erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile
-comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita
-pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti
-domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma
-l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in
-68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano
-quotidianamente comandati.
-
-Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere,
-reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non
-permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai
-vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno.
-
-Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo
-ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un
-volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal
-Tosti.
-
-I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali
-pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano
-nuove gabelle, la rapace _mano regia_ colpiva fulmineamente i
-cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65
-per 100.
-
-Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla
-reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837.
-
-Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non
-conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide
-e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati
-e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere
-languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le
-baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far
-valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra
-il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che
-dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto
-insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva
-vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega
-ecclesiastica.
-
-Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o
-non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e
-dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il
-malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale,
-al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca
-borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli
-umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti
-conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la
-facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza
-si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben
-dotata andava a marito.
-
-Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene,
-non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle
-viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri
-imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti,
-senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi
-dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il
-turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei
-politici rigore tirannico; la libertà al ladro _transeat_, ma al
-giacobino non mai.
-
-Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo?
-
-Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di
-piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare
-facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio,
-buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed
-entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo
-papale ignorante ed ozioso.
-
-I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la
-morte. Il _decus_ antico come era rimasto nella linea del volto e del
-fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile,
-ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la
-dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella
-forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo _scialo_, odiavano
-l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento,
-cortesia di forma non sapevano che fossero.
-
-Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione
-di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del
-popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica
-era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede
-cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero
-a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e
-chimere.
-
-L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare
-il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i
-bimbi per impietosire i passanti.
-
-Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva
-mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo?
-
-Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i
-mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava
-diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non
-gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e
-l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto
-i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira.
-Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò
-spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne
-pasquinate: la satira.
-
-Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e
-costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di _humour_, soffio
-moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli,
-una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino,
-impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno
-lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di
-fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette,
-motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo
-sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla
-moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di
-popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le
-risa»[2].
-
-Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua
-poesia dialettale.
-
-
-II.
-
-Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli
-al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e
-da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre,
-con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i
-rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia
-Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu
-costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di
-Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva.
-E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti.
-
-Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare
-il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella
-darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno
-a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste
-e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe,
-austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi
-e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la
-solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del
-mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto.
-
-La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette
-grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta
-satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero
-difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio.
-
-Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e
-volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi
-ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera
-buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo.
-
-Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio,
-prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i
-galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il
-contagio e ne morì.
-
-Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola,
-studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture,
-metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta
-pena abbandonò la classe.
-
-Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a
-pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa
-ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della
-concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano
-così formando pessimista.
-
-Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a
-prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie;
-così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico
-motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi
-versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano
-senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia
-di forma.
-
-Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama
-pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del
-Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello
-gli moriva e la sorella si votava monaca.
-
-Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel
-1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere
-cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie
-di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie
-forme. Il primo suo volumetto stampato fu: _La Pestilenza stata in
-Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII_, scritta, secondo afferma
-lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813.
-
-Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi;
-egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne
-scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come
-un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva
-sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le
-osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il
-violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti.
-
-Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne
-ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli
-empi.
-
-Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte
-Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non
-essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà
-dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa
-ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di
-stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.
-
-Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e
-arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare
-altrui.
-
-Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere
-ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto
-osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che
-dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase,
-per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la
-figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito.
-
-Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad
-attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di
-correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie.
-Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse,
-e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel
-Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del
-Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia
-dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come
-fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed
-ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice
-periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse
-più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa,
-clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti
-si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li
-ammiravano.
-
-Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei
-quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe,
-temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi
-sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione...
-Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava,
-editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel
-1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato
-ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo
-persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto
-dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita.
-
-Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849,
-ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse
-che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli
-quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al
-Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812.
-
-Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili
-di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro
-il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli
-ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe
-avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo
-un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere
-dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa
-duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali
-e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente.
-
-Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale;
-ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono
-la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel
-testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò
-al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto
-bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò,
-e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi,
-degnamente curata dal Morandi.
-
-Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero
-scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini
-e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia;
-e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a
-volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse
-due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei
-sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione
-dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845
-si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore
-italiano men che mediocre.
-
-Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo.
-
-
-III.
-
-Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito
-semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la
-figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli?
-
-Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato
-che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla
-benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia
-sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto
-aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e
-tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve
-mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore
-grande all'irradiamento dell'_io_.
-
-Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella
-solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il
-concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita.
-Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava
-nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto
-dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre
-lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore
-melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo
-che al lamento e alle lagrime.
-
-Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente
-morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva
-l'ambiente.
-
-Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal
-cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e
-non sapeva entusiasmarsi.
-
-Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava,
-e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della
-fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa
-ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del
-pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria
-italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante.
-
-L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei
-quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e
-nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e
-fiacco.
-
-La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo
-burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato
-— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua
-coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito.
-
-Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon
-cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi
-del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del
-pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale
-poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso,
-perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli
-anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora
-partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo
-come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare
-sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli
-invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si
-piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla
-mano del fato e dagli avvenimenti.
-
-Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici
-che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria
-al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e
-chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso?
-
-Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e
-continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli
-fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e
-l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma
-anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli
-cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli
-che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano.
-
-Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo
-della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo
-medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è
-ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri
-chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a
-lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare,
-fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la
-letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede
-scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere
-ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza
-discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a
-destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il
-Belli credette di nuovo.
-
-Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi
-che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi
-alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con
-impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun
-aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva
-e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere
-il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a
-raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva
-così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente,
-riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e
-della assidua lima.
-
-Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine
-gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero.
-
-La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano
-gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze.
-Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana
-era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza
-passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di
-forme retoriche, manifestava puramente il vero.
-
-Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze
-sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi
-di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza
-insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon
-senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia
-nel componimento e varietà infinita di particolari.
-
-Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali
-all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il
-particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per
-coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il
-sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta
-si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più
-liberamente il pensiero.
-
-Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua —
-intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non
-importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria
-conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si
-attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte.
-
-Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed
-ebbe grande potenza di assimilazione.
-
-
-IV.
-
-Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del
-Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera,
-sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per
-l'esecuzione.
-
-Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da
-più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e
-compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della
-interpretazione.
-
-«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino
-ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti
-dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col
-pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi
-pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto
-di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento
-di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di
-originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la
-credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò
-insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la
-distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è
-tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città
-cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi
-da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da
-confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla
-bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione,
-senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non
-quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una
-regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero
-poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di
-correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette,
-nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può
-mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di
-colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la
-religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di
-genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
-Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa,
-apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io
-ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già
-esistente, e più lasciata senza miglioramento.»
-
-Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le
-qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con
-perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia
-per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia
-per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di
-forma.
-
-Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste
-le prove: ed è il metodo più pedantescamente _verista_ che si conosca,
-da disgradarne lo stesso Zola.
-
-Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi
-nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava
-e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un
-racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se
-ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano
-il _motivo_ del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta.
-E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche
-qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza;
-immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così
-in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il
-germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza
-stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli
-erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue.
-
-Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come
-assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così
-è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta,
-senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo
-esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita
-e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre
-sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che
-anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che
-l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello
-e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale,
-assimilate.
-
-La prova più convincente che l'_io_ del poeta aveva nella creazione
-di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di
-tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta
-romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse
-l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale
-autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia
-e il cui umore satirico son celebri nella storia.
-
-Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di
-fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti
-essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli
-saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e
-con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci
-innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E
-però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo
-eminente; ma creatore non è.
-
-Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del
-Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo:
-corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la
-lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli,
-questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta
-era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828.
-Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di
-scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema
-belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma.
-
-
-V.
-
-Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa
-varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4].
-Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno
-alla vita romana e intorno al poeta.
-
-Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso
-i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente
-satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte
-della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come
-poeta satirico.
-
-La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si
-esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva
-essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e
-sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un
-_humour_ bonario.
-
-Della religione il Belli scrisse come chi non ha la radiosa visione di
-Dio, non il dolce conforto della fede, per essere stati spenti l'una e
-l'altro dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità dei dogmi,
-dagli eccessi del culto. La sinistra luce che dal prete egli proietta
-anche sulle più pure concezioni, come Cristo e Maria, spiace, perchè
-spiace ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, la frase
-scultoria abbattono con tale violenza idoli, costruzioni teologiche e
-precetti preteschi, che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel
-mondo abbia roteato la clava di Ercole.
-
-Un povero popolano invoca per la moglie malata il miracolo di Santa
-Filomena e offre candele al prete: (III. 339).
-
- Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio
- Me disce, vostra mojje a cche sse trova?
- Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.»
- E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova?
- Rieccheve li moccoli, perch'io
- Nun vojjo scredità una santa nova.»
-
-Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa d'aver
-crocifisso Gesù: Gesù discese in terra
-
- Cco' l'idea de quer zanto venardì.
- Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà,
- Subbito che llui venne pe' mmorì,
- Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162).
-
-E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo Spirito Santo, che
-nei dipinti figura dipinto all'orecchio suo?
-
- Va spargenno pe Rroma un framasone
- Ch'er papa san Grigorio tammaturco
- Era un furbo e un maestro de finzione.
- E pprotenne quell'anima de turco
- Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione,
- Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223).
-
-Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, mentre il figliuolo di
-Dio non li ebbe?
-
- «Fijjo, disce, voi sete un iggnorante,
- E nun zapete come li peccati
- Hanno fatto la cchiesa militante.
- Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui,
- E ssi Ccristo teneva li sordati,
- Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291).
-
-Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo che racconta i suoi
-mali e le sanguigne sofferte, esclama: (II. 325).
-
- Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje!
- L'esercito der Papa nun ce tiggne
- La terra, manco in trentasei bbattajje.
-
-La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù dell'Ara Coeli
-ribalta: (V. 132).
-
- La cosa in zè mmedema nun è ggnente,
- Ma a sti tempi che ppoco sce se crede
- Va' cche impressione possi fà a la ggente!
- Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego
- De miracoli, e llui non ze tiè in piede!
- Prima càrita ssincipi tabbègo.
-
-Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno della tesi,
-è un'uscita geniale. Ne potrebbe essere più comica l'antitesi in Santa
-Rosa: (II. 366).
-
- Santa Rosa era sciuca e annava a scola;
- E ffascenno la cacca a la ssediola,
- Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette.
-
-E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, importa
-riprodurre per intiero _Er fugone de la sagra famijja_, in cui la forza
-satirica, velata dalla forma burlesca, raggiunge il vertice dell'arte:
-(II. 19).
-
- Ner ventisette de dicemmre a lletto,
- San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto
- Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto
- Provanno scerti nummeri dell'otto;
-
-(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri pel lotto,
-ponendoli la notte sotto il guanciale).
-
- Cuanno j'apparze in zogno un angeletto
- Cór un lunario che ttieneva sotto;
- E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto,
- Che festa viè qui ddrento a li ventotto.»
- Se svejjò San Giuseppe com'un matto,
- Prese un zomaro ggiovene in affitto,
- E pe' la prescia manco fesce er patto.
- E cquanno er giorno appresso uscì l'editto,
- Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto
- Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto.
-
-Nella satira politica (e se ne intende agevolmente la ragione) il Belli
-è anche più violento ed amaro. Papi, cardinali, monsignori, curati,
-preti, frati, governatori, decani, favoriti, tutti son frustati; il mal
-costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle amministrazioni,
-i lussi sfrenati, le acerbità del Fisco, le crudeltà delle persecuzioni
-politiche e la tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono
-immortalmente designati all'odio e al disprezzo degli uomini, in figure
-che paiono fuse nel bronzo.
-
-Papa Gregorio era un beone.
-
- Ho sentito mo ppropio de risbarzo
- (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore)
- Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore
- Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118).
-
-(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo).
-
-Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il Belli scrive cotesto
-capolavoro:
-
- ER VIATICO DE L'ANTRA NOTTE. (V. 99).
-
- Notte addietro, ar quartier de la Reale
- De San Pietro, le scento sintinelle
- Strillòrno _all'arme!_ e a lo strillà de quelle
- Er tammurro bbattè la ggenerale.
- Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale
- E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle
- Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle?
- Passà immezz'a ddu torce er Prencipale.
- Cor naso mezzo drento e mezzo fora,
- Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia.
- Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!»
- Povero frate! è ttanto scacarcione
- Che ssi una rondinella passa e ffischia
- La pijja pe' na palla de cannone.
-
-Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel Sant'Angelo, perchè
-(V. 290).
-
- Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco
- Er Zanto Padre, si jje fanno spalla
- Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco.
- E ssotto la bbanniera bianca e ggialla,
- Po ddà commidamente da quer' loco
- Binedizzione e ccannonate a ppalla.
-
-Ecco lo specchio del governo:
-
- Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro
- Che cqualúnque malanno che sse dia
- S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro.
- Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria:
- Cquanno se vede che lo stato sbuzzica,
- E che er ladro se succhia tutto er grasso,
- E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica;
- Tu allora, che lo vedi de sto passo.
- Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica.
- Che ccurre curre fin che ttrova er sasso.
-
-E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si fermò.
-
-Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della Religione, perchè
-(III. 146).
-
- Che bbella cosa sarìa stata ar monno
- De vede er Nazzareno a ffà la guerra
- E a scrive editti fra vviggijja e ssonno!
- E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra,
- E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno
- A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra.
-
-Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è da far festa.
-
- Poveri scechi! E nun ve sète accorti
- Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato
- Se poterìa chiamà _Llibbro de morti_? (III. 345).
-
-Ecco come si vive a Roma:
-
- ER VENTRE DE VACCA. (II. 347).
-
- Na setta de garganti che rrameggia
- E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli;
- Un Papa maganzese che stancheggia,
- Promettennosce tordi e cce dà ggrilli;
- N'armata de Todeschi che ttraccheggia,
- Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:
- Un diluvio de frati che scorreggia,
- E intontisce er Zignore cò li strilli:
- Preti cocciuti ppiù dde tartaruche;
- Edittoni da facce un focaraccio.
- Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:
- Li cuadrini serrati a ccatenaccio;
- Furti, castell'in aria e ffanfaluche:
- Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio.
-
-Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli io debbo sovente
-riferire immagini e parole sconvenienti e rozze; le ho, per quanto
-era possibile, evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari a
-lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche) un ultimo quadro di
-_genere_ e passeremo ad altri argomenti.
-
- ER LOGOTENENTE.
-
- Come intese a cciarlà der cavalletto,
- Presto io curze dar sor logotenente:
- «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto....
- Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.»
- Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto.
- Lui cor un zenno manna via la gente:
- Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto:
- Tu' marito lo voi reo o innoscente?»
- «Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:»
- E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo
- Me schiaffa la man dritta drent'ar busto.
- Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!»
- E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto:
- Annate via: vostro marito è rreo.»
-
-Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori satirici la
-vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole anche perchè inedito. Ne
-possiede il manoscritto l'egregio professor Pio Spezi, studioso del
-nostro poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua. Eccolo:
-
- ER CAPITOLO.
-
- Li frati ereno trenta; e ffra costoro
- Venuto er giorno de creà er guardiano,
- Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano,
- Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro.
- Ellì, a uno a uno, ognun de lóro
- (Comincianno, s'intenne, dar più anziano)
- Co una cartina siggillata in mano,
- Annò a fficcalla in un bussolo d'oro.
- Fatto questo se venne a la lettura:
- Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto,
- Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura....
- Inzomma un doppo l'antro un terremoto
- De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto
- Perchè tutti li frati ebbeno un voto.
- 7 marzo 1836.
-
-Abbiamo detto che la satira del Belli non si arrestò alla Chiesa,
-ma, sebbene non senza bonarietà, si esercitò anche sui costumi della
-borghesia e della plebe.
-
-La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia, la prodigalità
-dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza, la dissolutezza del
-costume, l'indulgenza verso il reato, l'inganno nel commercio sono
-effigiati in vive ligure.
-
-Una popolana dà pegni al Monte di Pietà:
-
- Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290).
-
-e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter bagordare il Martedì
-Grasso:
-
- Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena;
- E prima me daria la testa ar muro,
- Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28).
-
-Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura:
-
- Tutta la nostra gran zoddisfazzione
- De noàntri quann'èrimo regazzi
- Era a le case nove e a li palazzi
- De sporcajje li muri còr carbone
- .................................
- Quelle so bbell'età, per Dio de leggno!
- Sibbè ch'adesso puro me la godo,
- E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399).
-
-E come s'educano i figliuoli?
-
- Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino;
- Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato.
- No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino
- Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87).
-
-Queste sono le _grazziette de mamma_: (V. 63).
-
- Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio
- De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna.
- Per avèmme levata da st'impiccio.
- Questa è l'aricompenza, eh? de le pene
- De' na povera madre che s'affanna,
- Vassalla infame, p'educatte bbene?
-
-L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo che deride il padrone
-perchè studia astronomia e pesa l'aria senza _stadera_. (V. 17).
-
- Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria!
- Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni
- Se pagherebbe dodiscionce d'aria.
-
-La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto:
-
- Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17).
-
-e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della fiacca e oziosa vita
-delle case romane di quel tempo meglio del sonetto sulla elezione di
-Papa Gregorio:
-
- Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce
- Dava la pappa ar fijjo piccinino;
- Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino
- Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.
- Peppandrea s'allustrava la vernisce
- De la tracolla, e io stavo ar cammino
- A accenne cor zoffietto uno scardino
- De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190)
-
-Ecco il _confiteor_ del romano: (IV. 35).
-
- Tutta la mi' passione Sarvatore
- Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente;
- E quanno che sto in ozzio, propiamente
- Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore.
-
-L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un sonetto celebre:
-(V. 97).
-
- Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina.
-
-M'hanno assalito. Paura io? Di che?
-
- Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne.
- E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta!
- Co' sta battajjeria d'impicci addosso,
- Come avevo da fà, ssì bbenedetta?
-
-Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino, e come grida
-contro l'editto delle osterie! (II. 200).
-
- Noi mannesce a scannatte er giacubbino,
- Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore,
- Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino.
-
-Del mal costume delle signore e delle popolane offrono esempio, tra gli
-altri, i sonetti 199 V, 78 V; ed ecco un bel saggio della _compassione
-de la commare._ (V. 197).
-
- Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi!
- Me fai rimane un pizzico de sale.
- E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale?
- Ma ggià, de che! de li malacci antichi.
- Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale
- Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi!
- Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi,
- L'aveva, veh, una scera de spedale.
- E cch'ha llassato? me figuro, stracci.
- E la mojje che ddisce, poverella?
- So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei.
- Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella!
- Nun passa un mese che, bbon prò jje facci,
- Va eco un antro cornuto in carrettella.
-
-Non è possibile condensare meglio di così in quattordici versi
-tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro di osservazione, così viva
-freschezza di forma. È la personificazione del pettegolezzo amaro
-e della finta pietà femminile. _Li conti co' la cuscienza_ (IV. 38)
-mostrano quanto sia debole la morale del popolo; se si potesse far il
-male senza andare in prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le
-grazie che fa il Papa nuovo.
-
- Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni.
- Me dà gguai e mme scoccia li .........
- Dunque bbisognerà che lo bbastoni;
- E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni.
- A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni.
- Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni
- So' un passaporto pell'antri carzoni.
- Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni.
- Tempo, amico. Per ora te sopporto:
- Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo
- Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto.
- Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more,
- Viè er concrave, se crea er Papa novo,
- Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore.
-
-Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111, II. 151, ecc.) e
-talvolta pregiudizi e ignoranza fusi insieme finiscono in una punta di
-satira psicologica, come, per esempio, nel sonetto _La pietra de carne_
-(IV. 305).
-
-Ma se la satira costituisce la nota caratteristica del Belli, non è la
-sola della sua Musa.
-
-La fierezza popolare e il senso d'onore hanno voci gagliarde, come
-nel III. 409; non manca il grido del povero operaio che confronta
-amaramente il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi
-dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54); non manca
-l'esortazione morale in uno dei più efficaci sonetti: (III. 95).
-
- Lassa ste vanità: llassele spòsa.
- Ar monno, bbella mia, tutto finissce.
- Come sèmo arrivati ar profiscissce,
- Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa.
- Quanto te credi de fà la vanosa
- Co' ste pietrucce luccichente e llisce?
- Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce
- La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa?
- Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima.
- Rosica sordo sordo e tt'assottijja,
- Che ggnisun giorno sei quella de prima.
- Dunque nun rovinà la tu' famijja:
- Nun mette a rrepentajjo la tu' stima,
- Lassa ste vanità; llassele fijja.
-
-L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento così vivo e poetico,
-non trova in tanta mole di sonetti la sua rappresentazione. Molta
-volgarità di rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento.
-Perchè? Non sapeva amare la plebe di Roma? O era sordo il cuore del
-poeta? Non credo che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili
-dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze che sapessero amare
-dovevano pure trovarsene.
-
-Non credo che il Belli fosse un uomo passionale (basta ricordare come
-volesse bene al marito della sua adorata marchesina e come sposasse una
-donna di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca); ma il momento
-sentimentale non gli sarà mancato. Comunque, il fatto è certo; nè
-può affermarsi che sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso
-Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza di sentire.
-Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia hanno echi mirabili (IV.
-310, 311, 375, 409); e valga per tutti: (IV. 120).
-
- LA MORTE DE TUTA.
-
- Povera fijja mia! Una regazza
- Che vvenneva salute! Una colonna!
- Viè una frebbe, arincarza la siconna,
- Aripète la terza e mme l'ammazza.
- Io l'avevo invotita a la Madonna,
- Ma inutile, lei puro me strapazza.
- Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza
- De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna
- Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi
- Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare
- De vedemmela sempre avanti all'occhi.
- Fijja mia bbona bbona! angelo mio!
- Tuta mia bbella! viscere mie care,
- Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio!
-
-Quale contrasto tra la finta _compassione della comare_ e cotesto grido
-straziante d'un'anima ferita! Tanta altezza lirica di passione non è
-frequente nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono frequenti
-i sonetti di tenerezza materna verso i bimbi; ma _La morte di Tuta_
-ha pure qualche compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia
-rappresentativa i tre sonetti _La povera madre_. (II. 175) in cui
-sono descritti il dolore e le sventure della moglie di un perseguitato
-politico:
-
- Eccolo llì cquer fijjo poverello
- Che ll'antro mese te pareva un fiore!
- Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore
- Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello!
- Sin da la notte de cuer gran rumore,
- Da che er padre je messeno in Castello,
- Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello;
- Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore.
-
-Non meno efficaci _La vedova dell'ammazzato_ (V. 169) e _La nottata de
-spavento_ (V. 109).
-
-Udite quale tesoro d'amore ne _La famijja poverella_: (IV. 329).
-
- Quiete, cratùre mie, stateve quiete:
- Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata.
- Oh Vvergine der Pianto Addolorata,
- Provedeteme voi che lo potete.
- No, vviscere mie care, nun piaggnete:
- Nun me fate mori ccusì accorata.
- Lui quarche ccosa l'averà abbuscata,
- E pijjeremo er pane e magnerete.
- Si ccapissivo er bene che ve vojjo!
- Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro?
- Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo?
- E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla,
- Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro
- Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla.
-
-Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari sono gli esempi,
-ma potenti; e il Pascarella, che nelle prime prove offrì notevoli
-sonetti di cotesta ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto
-non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli. Sentite la forza
-della selvaggia semplicità, de _Li malincontri_: (V. 328).
-
- M'aricordo quann'ero piccinino
- Che ttata me portava fòr de porta
- A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta
- A rrinfrescacce co' un bicchier de vino.
- Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta
- Dov'è cquello sfasciume d'un casino
- Ce trovassimo stesa lli viscino
- Tra un orticheto una regazza morta.
- Tata, ar vedella llì a ppanza per aria
- Piena de sangue e cco' no squarcio in gola,
- Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria.
- E io, sibbè ttant'anni so' ppassati,
- Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola
- De ggirà ppe' li loghi scampaggnati.
-
-Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano è affascinato dalla
-potenza rappresentativa di cotesti quattordici versi.
-
-Non sembra possibile che il fosco pittore dei _malincontri_ sia il
-semplice e mite scrittore della _poverella_ (II. 116). _La poverella_
-non pare un sonetto, ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto è
-naturale
-
- Bbenefattore mio, che la Madonna,
- L'accompagni e lo scampi d'ogni male,
- Dia quarche ccosa a sta povera donna
- Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale.
- Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna:
- Ste crature so' ignude tal e cquale
- Ch'el Bambino la notte de Natale:
- Dormimo sotto a un banco a la Ritonna.
- Anime sante! se movessi un cane
- A ppietà! ar meno ce se movi lei:
-
-(Ecco l'umorista che fa capolino).
-
- Me facci prenne un bocconcin de pane.
- Signore mio, ma ppropro me la merito,
- Sinnò, davero, nu' lo seccherei
- Dio lo conzoli e jje ne reuni merito.
-
-Perfino il sentimento della natura, che parrebbe estraneo all'animo di
-un poeta psicologico e satirico, ispirò al Belli un sonetto, che non
-morrà:
-
- ER TEMPO BBONO. (II. 415).
-
- Una ggiornata come stammatina
- Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata.
- Ah bbene mio! te senti arifiatata;
- Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina!
- Tutta la vòrta der celo turchina;
- L'aria odora che ppare imbarzimata:
- Che ddilizzia! che bbella matinata!
- Propio te disce: cammina, cammina.
- N'avem'avute de ggiornate tetre,
- Ma oggi se po' ddì una primavera.
- Varda che ssole, va': spacca le pietre.
- Ammalappena eh'ho ccacciato er viso
- Da la finestra, ho ffatto stammatina:
- Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso.
-
-Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito per rendere
-l'immagine vera dell'arte belliana, di cui un solo aspetto è
-popolarmente noto, molti e molti altri dovrei citarne. Ma mi
-accontenterò di un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per
-l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra umoristica e
-sarcastica, la filosofica rassegnazione e la consueta sincerità ed
-efficacia di forma. Si tratta dell'_Amore delle donne_; le colte e
-gentili uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il Belli era un
-pessimista, e molto gli deve essere perdonato: (IV. 387).
-
- L'amore d'una donna io te lo do
- A uso de quadrini e ssantità;
- Credilo sempre metà ppè mmetà:
- Pijjelo, e ttira via come se po'.
- Er bene che llei disce che tte vo',
- E ttutte le scimmiate che tte fa,
- Quarche vvorta ponn'esse verità,
- E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no.
- Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè
- Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù,
- Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è.
- Co' le donne hai da fa ccome fai tu
- Quanno bbevi favetta pe' ccaffè:
- Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù.
-
-Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono una enciclopedia
-romanesca; pensieri, sentimenti, costumi, frasi; satira religiosa e
-satira politica, satira di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo,
-arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare, pettegolezzi
-di vicinato, dolcezze di famiglia e crudeltà di coltello, sentimento
-della natura, psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto
-è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia e la cronaca
-sono inquadrate nei loro episodi e nei loro aneddoti; la rivoluzione
-e il colèra. Don Marino e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e
-del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito e della Grisi;
-Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è il Cardinal Tosti e il Cardinale
-Lambruschini, la scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli
-Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo passaggio della
-carrozza cardinalizia attraverso il cammino del Papa e gli sdegni
-di Gaetanino Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto dei
-doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone e la casa di piacere
-scoperta, tutto è rammentato e rappresentato.
-
-Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal pianto al riso, risorge
-innanzi alla fantasia con tal forza di carattere e classica semplicità
-di forma da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però il Belli,
-che pur deve alla plebe romana la sua gloria, è passato ai futuri come
-uno dei maggiori poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830
-al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre, vive e vivrà,
-com'egli prediceva, nel monumento dell'arte, per opera sua.
-
-
-NOTA.
-
-Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli consulti il
-BOVET, _Le peuple de Rome vers 1840_: Neuchàtel, Attinger frères, 1898.
-— L'edizione più completa dei sonetti è quella del _Lapi_, curata dal
-MORANDI, alla quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di
-Castello, 1886-1889, 6ª edizione).
-
-Prima del Belli la letteratura romanesca era povera; degli stornelli
-e delle improvvisazioni popolari; un poema del PERESIO, _Il Maggio
-romanesco_, uno del BERNIERI, _Meo Patacca_ e poi la _Passatella_ del
-CIAMPOLI e dei sonetti del GIRAUD. Il più antico scrittore di sonetti
-romaneschi pare che fosse BENEDETTO MICHELI (_Jachello de la Lenzarà_).
-Forse altre Opere esistono, ma ignorate. Nessuno di questi poeti merita
-di essere tratto dall'oblio.
-
-Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli, fra i
-quali lo SPADA. Dopo lui debbono essere rammentati il FERRETTI, autore
-della _Dottrinella_; AUGUSTO MARINI, che scrisse in romanesco impuro,
-ma con vena satirica; GIGGI ZANAZZO, il più geniale, il più vario e il
-più puramente romanesco di tutti; il PASCARELLA, arguto ed efficace; il
-QUERINI, il GIACQUINTO, il SALUSTRI (_Trilussa_), ecc.
-
-
-
-
-IL TEATRO UNA MUSA SCOMPARSA
-
-CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO
-
-
- _Signore e Signori_.
-
-Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico
-che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura
-tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia
-dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po'
-indietro nel tempo, e, poichè del teatro non si è parlato e non sarebbe
-stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare
-tutta la produzione dalla prima metà del secolo.
-
-Non breve cammino — come vedete — e forse non lieto. Non lieto.
-La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha
-eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non
-fiorisce la gioia nella società italiana, e non s'accende l'amore
-sulla scena. Manca la donna. cioè il sorriso, la grazia, la bellezza,
-l'errore, il peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione
-e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se
-non vi è sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla
-lastra fotografica; e se non vi è amore e libertà nella vita sociale
-passano inavvertite le figure umane sulla scena. — Il dramma, almeno,
-si rifugiò nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede
-alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma
-la comedia tentò invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle
-piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie
-e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste
-dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia!
-
-La comedia è un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche
-quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della
-Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte.
-
-Nessun paese credo possa vantare una più varia e abbondante produzione
-teatrale, che la Francia nella prima metà del secolo: comedia di
-carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale.
-Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva,
-gesticolava: un vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi
-che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero
-brulichìo di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e
-determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica società
-francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava
-dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone,
-costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare
-sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere
-e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era
-un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la
-formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta
-materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del
-costume e del gusto. — Ma in Italia! Mai società fu più stremata, mai
-vita fu più triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo
-napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva
-almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni,
-ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo
-quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa,
-per decreto internazionale — del quale fu affidata all'Austria
-l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, in
-fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa
-argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo
-di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel
-nostro paese una più ardita invasione barbarica, di quella che mosse
-moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi
-a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato,
-insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle
-persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si
-chiusero nelle sètte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno,
-per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi
-aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media
-temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire
-la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio
-gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui
-si raccoglie e si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in
-un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di
-propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio è una legge
-e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libertà dei
-movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia dà l'orario
-della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle
-amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei
-giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi
-a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o
-nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera
-Talia non può, al più, che proteggere mestamente le innocue abilità dei
-tre _Ludro_, le vuote preziosità della _Fiera_, le modeste ingenuità
-dell'_Ajo nell'imbarazzo_. Non osservazione, non sentimento, non
-caratteri, non abilità tecnica, e neppure lingua italiana, in simili
-produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico;
-gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere,
-mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro
-autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste più. E se gli
-autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta
-ricordati, è solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, che
-Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia dell'arte italiana.
-
-Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo
-chiuso mondo della comedia; — e volgerci, invece, a interrogare i
-grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han
-richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori
-nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza
-nazionale.
-
- *
- * *
-
-Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: _Cajo Gracco_.
-
-Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, _Cajo Gracco_ leva la
-sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo
-italiano, dalla scena:
-
- Io per supremo
- Degli dèi beneficio, in grembo nato
- Di questa bella Italia, Italia tutta
- Partecipe chiamai della romana
- Cittadinanza, e di serva la feci
- Libera e prima nazïon del mondo.
- Voi, romani, voi sommi incliti figli
- Di questa madre, nomerete or voi
- L'italïana libertà delitto?
-
-_No_ — rispondono i cittadini.
-
- No: itali siam tutti, un popol solo,
- Una sola famiglia....
- .... Italiani
- Tutti, o fratelli.
-
-Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia
-saluta la patria al principio del secolo.
-
-Che cosa è dunque questo _Cajo Gracco_?
-
-Il Monti aveva già dato al teatro _Aristodemo_ e _Galeotto Manfredi_
-— due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza
-caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse
-sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col _Cajo
-Gracco_ egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola
-di tutto il contenuto politico e morale ch'era più proprio ai suoi
-sentimenti, e, vorrei dire, più continuo e resistente nella troppo
-rapida varietà e variabilità dei suoi principî e delle sue opere.
-
-Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia
-in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di
-appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il
-governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana
-esaltazione di tutte le sue facoltà morali, per un impetuoso
-risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina
-primavera fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua
-coscienza, egli riescì, a un dato momento della sua vita, a dare
-unità artistica agli elementi più puri e più belli che aveva sparso
-nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto
-rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E creò il _Cajo Gracco_.
-Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta:
-la più grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia
-osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non
-ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme
-la più solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico
-dell'avvenire, che dovrà governare con la legge e per la legge, coi
-buoni e non coi tristi, in gloria dei più alti ideali e non delle più
-basse passioni dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna e Roma,
-quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libertà
-romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto
-del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo partigiano, consiglia:
-_Con tutti_. Ma egli risponde: _Con uno solo: con la giustizia e con
-l'amore._ — Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una
-stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, dà il segno della
-sommossa, uccidendo Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale
-è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa
-dei Gracchi. — Il cattivo genio della tragedia è, come vedete, Fulvio:
-il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: —
-
- Di libertade
- Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,
- Non hai virtude, e libero ti chiami?
- Zelo di libertà, pretesto eterno
- D'ogni delitto! Frangere le leggi
- Impunemente, seminar per tutto
- Il furor delle parti e con atroci
- Mille calunnie tormentar qualunque
- Non vi somigli....
- Ecco l'egregia, la sublime e santa
- Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi.
- Libertà di ladroni e d'assassini.
-
-E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo
-dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che
-ho citati, i versi seguenti del canto II della _Mascheroniana_, sui
-giacobini:
-
- Dal calzato allo scalzo, le fortune
- Migrar fûr viste, e libertà divenne
- Merce di ladri e furia di tribune.
-
-E questi altri del canto III:
-
- Tutta allor mareggiò di cittadino
- Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito
- Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.
-
-E questi altri del canto II della _Bassvilliana_:
-
- E di sue libertà spietato e baldo
- Tuffò le stolte insegne e le man ladre
- Nel sangue del suo re fumante e caldo.
-
-La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso
-accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a
-Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui,
-uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo
-risponde indignato:
-
- Fulmine colga,
- Sperda quei tristi che per via di sangue
- Recando libertà, recan catene.
- Ed infame e crudel più che il servaggio
- Fan la medesma libertà. Non dire
- Empio, non dir che la sentenza è mia!...
-
-Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei Pétion, degli Isnard,
-dei deputati della Legislativa e della _Convenzione_, che dichiaravano
-_utili e necessari i massacri del settembre_, legittimi e doverosi gli
-assassinî _quando l'autorità delle leggi può sembrare al popolo qualche
-volta troppo lenta per garantirne la sicurezza_, e legali e naturali le
-condanne senza prove, perchè basta il sospetto per la distruzione dei
-cospiratori. — Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta
-in tali sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più civile:
-
- E che dunque? Altra non havvi
- Via di certa salute e di vendetta
- Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,
- Ad Opimio lasciate ed al Senato
- Il mestier dei carnefici. Romani,
- Leggi e non sangue!
-
-Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando
-politico. E contro il sangue, e l'opera già consumata o da consumare,
-si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che è
-diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel
-nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri
-il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una
-figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si
-rifletta la soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento
-di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode la voce di un popolano, che,
-durante la sua arringa, minaccia: _Morte ai patrizi_ — risponde subito:
-_Morte a nessuno!_ — E così rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone
-della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo _morte_ a
-tanta gente! — _Morte a nessuno!_ — Era, dal Cajo Gracco del poeta, al
-Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana,
-nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libertà, per la via della
-concordia e della giustizia!
-
- *
- * *
-
-Se _Cajo Gracco_ è il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo
-è la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo.
-Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il più straziato
-prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata
-la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione
-pubblica, più meno ristretta e più o meno illuminata, ma arbitra ormai
-del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo
-uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, secondo che
-i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di
-creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava
-l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa
-natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta
-fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le
-tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile
-e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e
-la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza
-assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di
-programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in sè tanti germi
-di malattie sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al più
-alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealità.
-Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di
-eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, tutte
-le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il
-rappresentante più angosciato e la vittima più turbolenta. Mai si
-può dire di un letterato, con maggior verità che di lui: «che fu un
-milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola.
-Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il
-suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo lo
-spingessero ad amarlo. — _Il sacrificio dalla patria è compiuto_ — così
-comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. _I miei concittadini son
-vili_ — così finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra.
-Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva
-sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al
-dominatore. Che fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa lettera
-— di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non
-han saputo altro fare che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di
-sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo di Don Chisciotte.»
-Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come
-una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse
-che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attività non
-aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica;
-multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria
-di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza
-via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale
-cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e
-venivan fuori l'_Ode all'amica risanata_ e i _Frammenti delle Grazie_.
-Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella lotta, più accanito
-e più disperato di prima. — Da una tale situazione di spirito, da una
-situazione così tragica, così personalmente tragica, poteva uscire la
-lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo
-connaturata nell'artista stesso, perchè potesse essere ricercata e
-ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad
-esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che
-questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un
-solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome
-dell'autore di _Amleto_ o di _Otello_, potete chiamarlo Shakespeare o
-Bacone: poco importa: _Amleto_ e _Otello_ resteranno sempre le grandi
-tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita
-propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi
-togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono più:
-perchè esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo
-che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti
-di creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di Foscolo, il
-discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici;
-non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e
-indicazioni di sentimenti politici. _Ajace_ è tutto chiuso nel suo
-disdegno. _Guelfo_ della _Ricciarda_ è tutto chiuso nel suo disprezzo.
-Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria.
-Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire:
-
- A che la gloria delle mie ferite
- S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa
- Troja pur sia, _servirem tutti a un solo?_ —
-
-dice Ajace. E più, innanzi:
-
- . . . . Agide e i suoi
- Abbian tal prova omai che, se ognun trema,
- In me la patria e la sua forza vive.
-
-Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere
-che ho sopra citato:
-
- . . . . Ajace, fuggi
- Ora più non vedrai nè traditori,
- Nè _tiranni_, nè _vili_.
-
-L'Ajace è del 1812. La _Ricciarda_ del 1813. Furono tutte e due
-proibite dal governo imperiale. Qual è il motivo della _Ricciarda_? Lo
-stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilità della lotta,
-a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama Guelfo —
-
- Amor d'Italia? A basso intento è velo
- Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia....
- .... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche
- Sterminar potess'io tutti i suoi mille
- _Vili signori e la più vil sua plebe_!
-
-Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne era rimeritato!
-Scriveva al Cicognani: «Io avevo poco da lodarmi del governo
-napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me — e in ciò le
-parti erano pari — perchè io nè volli nella _Ricciarda_ partirmi dai
-miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, nè chi governava
-lasciò che essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò che, del
-resto, egli non permise. A _Guelfo_, che mostrava tanto disprezzo per
-l'Italia, _Averardo_ risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo,
-ad amarlo per la causa santa, a dare spade _cittadine_ alle _cittadine
-mani_, e far gl'italiani
-
- Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,
- Ma guerrieri d'Italia!
-
-Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama
-il popolo alle istorie, all'unità di lingua e di costume; così lo
-chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie —
-ripeto — dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa?
-In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo
-fruttificato!
-
- *
- * *
-
-E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale.
-
-Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare
-il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento
-ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete
-a discutere il carattere poetico di un personaggio, e più difficilmente
-a descrivervene le bellezze d'arte. Non è mia colpa. La nostra
-letteratura drammatica è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: è un
-indice dello _stato d'animo_ dei nostri scrittori; non è la figurazione
-e la rappresentazione di uno _stato d'animo_ dell'umanità. Non solo:
-ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della vita sociale rendeva
-impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del
-nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile
-nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi
-genere. In fondo, o Signori, la nostra letteratura è, essenzialmente,
-letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando
-gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. «A noi
-quindi — dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli — quell'infanzia
-d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine
-fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte
-mancò: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la
-natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire,
-fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando
-noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi
-una parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» E quale
-fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere
-con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza
-d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cioè,
-ricreare, rifare, in un più ampio contenuto ideale e in una più
-armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale
-che ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri
-popoli. Così dal caos delle _visioni_ traemmo con Dante il poema
-sacro; dai _fabliaux_ traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e
-dalle _canzoni di gesta_ e dai _romanzi d'avventure_ traemmo più tardi
-col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo
-dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli
-d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo
-noi potevamo dare, con la _Summa_ di San Tommaso d'Aquino un organismo,
-una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica.
-Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri
-popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo
-delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici.
-Ma appunto queste qualità che resero possibile la fioritura del
-poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche
-rendere impossibile la creazione del teatro. Finchè si trattò di
-ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione,
-della storia, della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi fummo
-signori. Ma quando si trattò di osservare, di intendere e comprendere
-_direttamente_ la natura e la vita, quando si trattò di interrogare,
-di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo,
-allora più fresche fantasie, più limpidi occhi, più giovani spiriti,
-più libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte
-e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini del
-dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella
-gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo
-in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo più ricco e
-meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra
-cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena
-a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni
-del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria
-e del potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da
-guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma
-torniamo al dramma storico.
-
- *
- * *
-
-L'epoca napoleonica si chiude quasi con la _Ricciarda_. L'epoca
-nuova si apre con l'_Adelchi_. Foscolo rappresentava lo squilibrio
-delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche,
-la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni
-rappresenta la rassegnazione,
-
- Chiniam la fronte al massimo
- Fattor....
-
-La Reazione leva intanto il braccio minaccioso!
-
- *
- * *
-
-Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo
-movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un
-movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed
-arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare
-il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per
-piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le
-_Lezioni di letteratura drammatica_ di Augusto Guglielmo Schlegel, e le
-_Lezioni di storia della letteratura moderna_ del fratello Federigo,
-nelle quali — specialmente nelle prime — sono dettate le nuove leggi
-letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Staël sulla
-_Germania_, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del
-1810. La _Lettera semiseria_ di Grisostomo, cioè di Giovanni Berchet, è
-del 1816. Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau
-prima di M.me de Staël; ma il precetto, la regola, il ragionamento
-critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da
-quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul
-Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo,
-ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro
-proclamano: Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo avendo dato un
-nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale che diventi base d'una nuova
-letteratura»; e M.me de Staël, «che la religione e la storia nazionale
-hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale»;
-e Châteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, «che
-convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro,
-la religione cristiana essere invece la religione più poetica, più
-umana, più favorevole alla libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il
-Cristianesimo conduce alla verità»: e Manzoni, infine, a dichiarare
-che, nella «morale cristiana, essendo tutta la verità, egli nutriva
-sentimenti _molto più irriverenti degli altri romantici verso i
-classici, perchè la parte morale dei classici e essenzialmente falsa,
-mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione_, ch'è stata
-una grande sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie
-fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'_eterna giovinezza
-dell'anima argiva_: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo
-nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi che
-aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau.
-
-Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le
-ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi
-solo quel tanto che mi è necessario per poter comprendere e spiegare
-la tragedia che n'è l'espressione più completa e più concreta:
-l'_Adelchi_. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi:
-arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la
-storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare,
-contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei
-soggetti, la produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel nome
-della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e
-corrotta dal Volterrianismo. — In questo senso, il solo vero, grande,
-convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione, è Alessandro
-Manzoni: il cristiano più puro e sereno, l'artista più sincero e più
-casto, l'uomo più semplice e pio che la letteratura moderna possa
-vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza
-qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui,
-la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la
-religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, pareva che la
-stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue
-passioni. «In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il
-vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» egli scriveva. «E questo
-sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra
-avere una _tendenza religiosa_.» — La tendenza religiosa nel sistema,
-nel metodo, è ben tutto quello che può dare un'anima di religioso e di
-poeta!
-
-Io non vi parlerò delle trasformazioni formali che il Manzoni portò
-nella tragedia. Se è vero che prima ancora della _Prefazione_ del
-Cromwell egli bandì la guerra alle _due unità_, ed è suo merito, come
-dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera
-al signor Chauvet, _mirabile di ragionamento e di stile critico_; è
-anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango
-Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unità il colpo fatale, col
-_pugno di ferro_ del suo _Goetz di Berlichingen_, cinquant'anni prima!
-Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunziò in
-gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate,
-al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso
-sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: «Letto
-Shakespeare, io ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia
-_regolare_. L'unità di luogo, mi sembrò triste come una prigione; le
-unità d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra
-immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora
-sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno
-fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve
-sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi
-loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. »
-— La guerra, dunque, alle _regole_ venne indetta da un classico. Ed è
-bene constatarlo. Come è bene constatare che tre altri italiani erano
-insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie,
-fra le quali era il primo suo dramma _Giustino_, contro l'_unità di
-luogo_; il Goldoni, nella dedicatoria ai _Malcontenti_, contro l'unità
-di _luogo_ e di _tempo_: e il Baretti nella polemica col Voltaire,
-contro tutte e tre le unità insieme: di _tempo_, di _luogo_ e di
-_spazio_.
-
-Ma torniamo all'_Adelchi_.
-
- *
- * *
-
-_Adelchi_ è nel mondo degli eroi, quel che è il Manzoni nel mondo dei
-letterati; ed è nel campo dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo
-della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo,
-un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta
-così profonda, così precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni
-nell'_Adelchi_. Il discorso sulla storia della gente longobardica in
-Italia è forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore —
-o del pubblico — dal vero personaggio della tragedia e per impedire
-di constatarne l'identità; perchè mai personaggio fu meno storico
-dell'_Adelchi_ del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente
-allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine,
-quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del
-suo pensiero, la morale della sua filosofia.
-
-Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei
-Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re
-dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della
-Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi
-si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il
-padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice.
-Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre la
-figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di
-San Salvatore in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica
-nel più stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad
-avvertire: «Il carattere di un personaggio, qual è presentato in questa
-tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i
-suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere
-insomma è inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto da un
-originale moderno. Partito così alla ricerca della _realtà storica_ nel
-dramma, egli è tornato con una _realtà psicologica_: quella sua, di
-autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che nella Prefazione
-del _Carmagnola_, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che,
-«rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi,»
-ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il
-vantaggio «di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione
-e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche vero
-che la Prefazione del _Carmagnola_ (1816-20) è anteriore all'_Adelchi_
-(1820-22). —
-
-Questo _Adelchi_, dunque, è la tragedia della rassegnazione: la
-tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete.
-Non vi è, in essa, lotta di nessun genere; e non vi è affermazione
-di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione della
-volontà. Il _Cid_, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre,
-dice: _Se dovessi, tornerei ancora a farlo._ È il trionfo della volontà
-umana, che si fa la vita e le leggi della vita; così come la tragedia
-antica era il trionfo di una volontà superiore, contro la volontà
-umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In _Adelchi_ è
-soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è soppresso ogni elemento
-di forza e di contrasto. _Chiniam la fronte al massimo — Fattor_ — ecco
-la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi è il tipo
-dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo
-cristiano. Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I Franchi
-scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli consiglierebbe
-di lasciarli passare. Ma, poichè il padre impone il contrario, si
-sottomette al padre:
-
- .... E tu mi chiedi
- Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando
- Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
- _Dover_ sia scritto _nella tua risposta_.
-
-I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde
-il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna
-rassegnarsi:
-
- .... Ti fu tolto un regno.
- Deh, nol pianger, mel credi!
-
-A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il
-vincitore passerà. Quegli è un _uom che morrà_! — Impotente verso gli
-altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi
-vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del
-nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi.
-Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione
-impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo
-non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica
-aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli
-altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro
-se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di
-Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide,
-Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi,
-Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia:
-
- _Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!_
-
-Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:
-
- E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo
- Senza aspettar che tu mi chiami?
-
-Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno?
-Ma la vita, la vita vera, è quella di là: Gesù disse: _Il mio regno non
-è di questo mondo_. Questo mondo non è che uno esperimento — questa
-vita non è che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani
-chiamarono appunto _dies natalis_ il giorno della morte! —
-
-Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza
-di _Adelchi_ che vi si uniforma. 11 disprezzo delle cose terrene;
-la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in
-conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno
-trascendentale per tutte le vanità: la dottrina insomma della
-liberazione dell'anima nella fede, è una dottrina senza dubbio
-venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento
-di tragedia; se per tragedia si debba intendere ancora lotta di
-forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento
-e fondamento di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice il
-Renan nella _Vita di Gesù_ — ha molto contribuito in questo senso a
-indebolire il sentimento dei _doveri del cittadino_, e a dare il mondo
-in balìa dei fatti compiuti.»
-
-L'_Adelchi_ porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cioè, della
-più feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia.
-
-Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del
-regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi,
-Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e
-rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia.
-Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al figlio la
-Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi,
-nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo
-_richiedeva la coscienza e l'onore_, i fatti del passato luglio, lo
-esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di
-quella _coscienza_ e di quell'_onore_ imponevano. Voi sapete il resto:
-il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il
-Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re,
-tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice
-il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva avuto il sacro deposito
-della fede giurata, dei patti accettati! — Ah, Signori, se Adelchi
-avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato
-meno obbediente al padre — al traditore di Lubiana! — Io non posso
-pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello!
-
- *
- * *
-
-La reazione del 21 spazzò il focolare domestico del patriottismo
-italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i
-cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente
-contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due
-imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con
-un manifesto che li qualificava «malfattori e violatori di ogni
-legge divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono
-protagonisti: _Il Cenacolo_ del _Conciliatore_ fu sbandato: l'Arconati,
-il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De
-Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca;
-Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni;
-Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le
-campagne — come narra un contemporaneo — piene di fuggiaschi, le galere
-e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno,
-mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria,
-Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della
-giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto
-al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente sereno fra i dolori e i
-tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli!
-
-Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da
-Paolo nella _Francesca da Rimini_, di promettere all'Italia il suo
-braccio nel momento del pericolo:
-
- Per te, per te, che cittadini hai prodi,
- Italia mia, combatterò se oltraggio
- Ti moverà l'invidia....
-
-Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono,
-quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, più che
-per altro, la _Francesca_ divenne la tragedia popolare per eccellenza.
-Come tragedia, è mediocre; e non a torto il Foscolo consigliò
-amicamente al Pellico, quando gliela mandò a leggere, di lanciare
-all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in
-quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza
-e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli
-animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione
-di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati,
-e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione
-all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con
-impeto di eroi! — Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo
-periodo di tempo. Essi furono più che i cooperatori, i motori delle
-opere stesse degli autori — che molte volte nascevano morte — e che
-essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: «Non vi saranno attori in Italia,
-finchè non vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render
-giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano,
-convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a
-formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la
-fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore
-dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si
-consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella _Francesca_
-salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto
-che nel _Procida_ sollevava ad altezze epiche il verso contro il
-Franco invasore: _Ripassi l'alpe e tornerà fratello_ — non rimangono
-suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano
-bensì nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo,
-ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile!
-Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa
-quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo
-abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva
-venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo
-più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica
-e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e
-di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi
-e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica,
-se così posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la
-piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli,
-dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della
-censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e
-rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo non bastava,
-agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali;
-in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in
-dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte,
-dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con
-arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel
-momento del pericolo. Perchè dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei
-tempi il _bel gesto_ del patriottismo italiano. Salutatela anche voi,
-passando, o Signori, con un _bel gesto_ di riconoscenza!
-
- *
- * *
-
-Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono
-a Milano distrutti gli ultimi residui della libertà dei cittadini,
-andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori.
-
-E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la
-_Rosmunda_, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione,
-la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza
-privata, che poteva compromettere gli amici. Ma nè supplizi, nè
-torture, nè soppressione di poeti e di poesie, arrestano il cammino
-dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. _Alere flammam_
-— era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare
-la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in
-un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento:
-
- O man che scrisse Arnaldo
- O petto di virtude albergo saldo,
- Chi a' miei baci vi porge? —
-
-chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. Quella che nel
-periodo più scuro della reazione, nel periodo più duro del dolore, dal
-28 al 48, versò tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu
-la mano di Giambattista Niccolini.
-
- *
- * *
-
-Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai che una memoria
-letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte più
-viva delle nostre speranze, la parte più bella ed ardente delle
-nostre illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di drammi
-storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni letterato italiano
-cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per
-mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla
-punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi più
-tutti i _Manfredi_, i _Masaniello_, i _Fornaretti_, i _Farinata_, i
-_Lorenzino_, i _Sampiero di Bottelica_, i _Vitige_, le _Leghe Lombarde_
-che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei
-loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di
-Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni
-seppe strappare ai nostri padri nella _Pia de' Tolomei_; e il Revere
-e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per
-altre cose che non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva
-della scuola e della schiera è Giambattista Niccolini. Certo, nessuna
-delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi
-poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un
-cielo ben più nobile e più sacro: quello della coscienza nazionale.
-— Dell'_Arnaldo_ il poeta stesso scriveva: _Se non ho scritto una
-buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa._ E
-di questo l'Italia allora aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva
-di aver voluto combattere una battaglia, più che scrivere un libro,
-con l'_Assedio di Firenze_. Così il Berchet scriveva «di aver fatto
-sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di
-aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.»
-— E non è il più lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libertà
-perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui
-dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! — So bene
-anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia,
-ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma
-sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di
-storia. Che importa? — «Io vi esorto alle istorie — aveva detto agli
-italiani Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare
-nè più calamità da compiangere, ne più errori da evitare, ne più
-virtù che vi facciano rispettare, ne più grandi anime degne di essere
-liberate dall'oblivione.» — E il Niccolini si assunse proprio questa
-missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virtù, di liberar
-dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli
-conveniva il popolo, quasi a comizio. Così, il _Foscarini_. nel quale
-erano denunziate le iniquità dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto,
-dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il _Giovanni da
-Procida_, rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti entusiasmi, da
-impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli
-a chiedere al governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente
-non stentarono molto a ottenere. Il _Ludovico Sforza_, scritto nel 34
-e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col _Procida_ nel
-47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita
-fu chiamata una _festa civile_. E intanto l'_Arnaldo_, sfuggendo a
-tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre
-d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che
-portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore
-dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che
-cosa era _Arnaldo_? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia
-la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero
-invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un
-sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato
-per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio,
-la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in
-movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per
-scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa
-e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero,
-il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e
-all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana,
-dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le
-crete malefiche parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'_Arnaldo_
-tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza
-dell'idea classica che animò la mente e mosse l'arte di Dante, di
-Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni,
-e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come
-questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra
-principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, inevitabile la
-lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle
-parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar
-torto, quando, tre anni dopo la protesta d'_Arnaldo_, un nuovo papa,
-più incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul
-tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di
-una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la
-fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette
-straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono a
-dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre
-valida l'intimazione fatta da _Arnaldo_ ad Adriano, nell'atto III, in
-Vaticano:
-
- Sei pontefice, o re? L'ultimo nome
- Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo
- Il vicario tu sei, saper dovresti
- Che sol di spine fu la sua corona.
-
-Con l'_Arnaldo_ si chiude il ciclo della tragedia classica. E si
-chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond'è che a ragione
-l'Italia onorò il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti
-nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò _giovane di santi
-costumi_, al Carducci che, vecchio, lo chiamò _sacro veglio_, tutti
-s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina
-il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria
-richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo.
-
- Alzate or tutti voi
- Le sacre faci ardenti.
- Lo scortate, onorandolo co' suoi
- Carmi, coi suoi concenti. —
-
- *
- * *
-
-E qui mi fermo.
-
-L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti
-tristi, la confortò coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incitò
-coi rimproveri; nei momenti di lotta, la servì con le opere. L'Italia
-politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili
-a giudicare l'arte della prima metà del secolo! Di altro che di belle
-imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era
-occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali
-tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva
-singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva
-l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un
-oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si
-preparava qualcosa di più che la catastrofe di un gruppo di personaggi
-ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del
-gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In
-certi tempi, la letteratura è azione. La miglior opera d'arte è nella
-creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista è nel trionfo
-di quel fatto ch'egli è concorso a creare od a render possibile.
-
-Quali sono i titoli dei drammi nella prima metà del secolo? Potete pure
-dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori
-alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale è una,
-e si chiama il _Quarantotto_: — protagonista, l'Italia, che dopo tanti
-errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo spirito, e afferma
-contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volontà e
-la sua personalità. — L'arte donde quella produzione è derivata, oggi
-non esiste più: si è consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta.
-Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a
-lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande
-generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria!
-
-
-
-
-LE BELLE ARTI DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO
-
-CONFERENZA DI UGO OJETTI
-
-
- _Signore e signori,_
-
-Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo, anche perchè
-è facile fare a meno di conoscere quel che si disprezza. Non è più
-una quistione di temperamento, d'umor nero ed arcigno o d'indole
-entusiastica e presto fanatica; è addirittura una quistione di metodo
-logico. Oggi le lodi dei critici non sono che rari segni bianchi sopra
-una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero e, al pubblico,
-più utile, delinear le proprie opinioni in nero sopra una pagina
-bianca. Anche nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà del
-secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei fatti della politica.
-Forse da quattrocento anni di qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella
-realtà e nel sogno, nel presente e nella speranza — non era stato
-innalzato con così franco volo, non aveva fatto fremere i cieli con
-sì ampie penne, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'uomo non ha
-amato la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità,
-quanto ora. Forse da quattrocento anni l'arte non è stata così sincera,
-l'anima così presso alla superficie su dal profondo vorticoso mare
-delle apparenze.
-
-Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più largamente
-dell'estetica nostra è stato tempo in cui ogni arte convenzionale
-e gelidamente formale, ogni arte, secondo il valor volgare della
-parola, retorica sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo
-in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho detto ripugnante ma non
-incomprensibile. Quasi cinquant'anni di positivismo e di illuminato
-determinismo dànno ormai alle menti moderne la snellezza della
-versatilità, l'oggettività d'esame necessaria a veder con curioso e
-sereno studio i gesti e le parole di coscienze estetiche per fortuna
-dissimili dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, direi quasi
-a gustarle senza fastidio, specialmente quando nel confronto noi
-possiamo dedurre a nostro vantaggio un progresso solare, e possiamo
-concedere al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo una qualche
-soddisfazione.
-
-Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile cultura e col suo
-affascinante garbo di dicitore vi intrattenne su le arti belle nei
-primi venticinque anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di
-quella pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura fu
-detta romantica.
-
-Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? Quell'epoca, direbbe
-oggi Gabriele Tarde, era artisticamente un'epoca non di creazione
-ma di moda. Fede ed amore in altro che non fosse la materia e la
-material forma dell'opera erano cosa vana. L'immaginazione bastava a
-dare il tema, anche una semplice immaginazione illustrativa, suddita
-umile della letteratura — fosse questa letteratura storia o poesia.
-L'estetica winckelmaniana e le enfasi su l'_Apollo_ soddisfacevano
-ancora le anime, e le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e
-Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni orazione accademica. «I
-lavori più nobili di coloro che operarono in questa classica terra,»
-per dirla con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto dal David,
-nella teoria dal Lessing e ancora si credeva con lo Schlegel che la
-tragedia antica non fosse stata che della scultura. _La Teoria del
-Bello_ di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser considerata
-come il riassunto di quello che predicavano pittori e scultori e
-architetti i quali, al cospetto di Dio e dei sovrani e dei colleghi,
-erano fecondi più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è la
-rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile conveniente,
-per via della quale si risvegli l'armonico esercizio delle facoltà
-dell'anima»: questa è la definizione precisa dove quel _conveniente_
-e quell'_armonico_ annebbiano e gelano ogni speranza d'una sincerità
-anche prudente. Non il vero e non l'emozione per simpatia gli artisti
-si propongono, ma il nuvoloso metafisico _prototipo_ od _archetipo_ il
-quale era, proprio secondo le parole del Ficker, «un oggetto di somma
-perfezione pensato per mezzo delle idee e concreato o reso percettibile
-ai sensi con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione della
-relatività e della mutabilità del bello è penetrata anche nella
-mente della folla, sembrano e sono incomprensibili, se non ingenue.
-Victor Cousin poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi di
-Diotima a Socrate nel _Convito_: «Bellezza eterna non generata e non
-caduca, scevra d'aumento e di diminuzione, che non è bella in una
-parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, in un luogo, in un
-rapporto, bella per gli uni, brutta per gli altri, bellezza disciolta
-da ogni forma sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è nemmeno
-il tal pensiero o la tale scienza particolare, che non risiede in
-alcun essere diverso da sè stessa, come in un animale, nella terra, nel
-cielo in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile per sè
-medesima, di cui tutte le altre bellezze partecipano, in maniera però
-che il loro apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione nè
-accrescimento nè il più leggero mutamento.»
-
-Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica potremmo chiamare
-teologia del bello, accennava a svanire verso le nuvole donde era
-scesa. Era tenace come una religione ed assiepata da intrichi di
-pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che valeva mutilazione
-nella vita, falsità nella produzione, aveva i suoi fanatici e i suoi
-pontefici e, nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora il
-professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini, presidente e
-cattedratico di pittura nell'insigne e pontificia Accademia romana
-di San Luca, rappresentante onoratissimo del più puro purismo e del
-più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva in un solenne discorso
-quella esatta definizione del bello ideale con tanta fede, che in una
-copia che io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne dedica a
-un amico: «Tu che comprendi la ragion delle cose, leggi e di' a me,
-Tommaso Minardi, se imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il V
-maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, professore di eloquenza
-alla regia Università di Torino, lodava gli artisti «i quali altro non
-fanno che riprodurre quanto di più vago e magnifico a lor si mostra....
-Se ben, a che dico io, il riproducono? Meglio era dire il migliorano.»
-Ancora, nel 1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze l'opuscoletto
-su la _Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile_ diceva che
-«il bello è ordine, è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in
-una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso quadro; l'ideale è
-un'idea colta attraverso le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico
-credeva necessario lungamente dissertare su la _Opportunità di trattare
-in pittura anche soggetti tolti dalla vita contemporanea_; sebbene
-il Tommasèo e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale la
-potenza di commuovere, riducendo così finalmente a teoria quella nostra
-pittura romantica che già declinava, anzi già — come vedremo — era
-vinta.
-
-Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre in ritardo paragonati
-agli artisti creatori, e non fanno che dedurre dalle premesse che
-questi hanno già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto dopo Turner.
-Figuriamoci se il Tommasèo non doveva arrivare almeno quindici anni
-dopo il Bacio dell'Hayez!
-
-Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori italiani paragonati ai
-pittori di Francia. Tra il venti e il trenta mentre in Italia è ancor
-vivo e glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani teatrali
-e lividi copiatori di statue, il Camuccini che ha dipinto la _Moglie
-di Cesare_ e dipinge ancora per Bergamo la _Giuditta che ringrazia
-Iddio dopo aver ucciso Oloferne_, per Praga la _Discesa di Gesù al
-Limbo_, pei Torlonia l'_Ingresso di Francesco Sforza in Milano_,
-e soltanto l'Agricola e il Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi
-Sabatelli a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa egemonia
-paragonabile a quella del Thorwaldsen in scultura, — in Francia il
-Géricault, il Delacroix avevano redento per varii modi l'arte dalla
-stupida cieca tirannia del cosiddetto _stile_ e Corot era già stato in
-Italia e aveva dipinto il _Ponte di Narni_, il _Colosseo_ e l'_isola di
-San Bartolommeo_.
-
-Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto a Roma, era tra quei
-neoclassici davideggianti alla Camuccini e i puristi tedescheggianti
-alla Minardi. Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto
-a Via Sistina nella casa degli Zuccari per commissione del cavalier
-Bartholdy console di Prussia, e nella Villa Massimo al Laterano avevano
-su per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato con
-composta placidità Dante, il Tasso e l'Ariosto. Anzi in quegli anni
-il «nazareno» Overbeck, detto allora l'Angelico del secolo decimonono,
-ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva estatico la fronte
-della Porziuncola francescana ad Assisi, in Santa Maria degli Angeli,
-sotto la cupola del Vignola.
-
-Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una stessa accusa
-gli avversarî, e a leggere l'opuscolo del Bianchini sul _Purismo
-nelle arti_ o quello del Selvatico sul _Purismo nella pittura_ e a
-guardar a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi anni direttore
-dell'Accademia, i disegni anche più dei pochi squallidi dipinti del
-Minardi, non possiamo comprendere perchè le due scuole così timide
-di contro al vero non si riconoscessero sorelle in un comune peccato
-originale: quello di imitare una imitazione. A noi sembra che tanto
-valesse condurre in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri qui
-a Firenze ad ammirare in casa Mozzi _Il giuramento de' Sassoni a
-Napoleone dopo la battaglia di Jena_ dipinto dal Benvenuti o al palazzo
-della Gherardesca a godere il suo _Conte Ugolino nella torre di Pisa_,
-quanto su su per la scalinata di Piazza di Spagna farli a Roma salire
-a venerare gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a casa del
-Bartholdy.
-
-Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni prima, presentato a
-Roma al Canova con le commendatizie del Cicognara, questi gli aveva
-parlato così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non il programma
-dei suoi studî: ritengo che l'intenzione sarà di studiare Raffaello e
-l'antica scultura greca per formarsi un'idea del bello che certamente
-quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal vero.» E nei consigli
-del grande di Possagno i due indirizzi già si raccoglievano in un
-elogio che oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un biasimo.
-Se da un lato le sculture classiche erano l'ideale che nei loro quadri
-camucciniani mettevano in moto come altrettanti manichini creati
-diciassette diciotto secoli prima a Roma o ad Atene o ad Alessandria
-pel loro comodo e pel loro piacere, dall'altro i _nazareni_ tedeschi
-dalla lunga chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto
-aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo o del Perugino
-col nobile scopo di riempire le tele che loro erano state allogate da
-qualche nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. Col
-vero si aveva il minor rapporto possibile, perchè il pericolo della
-volgarità era pericolo di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale
-per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e magniloquente, ora
-anche questo simulacro è sdegnato dai puristi che si inginocchiano
-prima di dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio del Minardi
-scritto nel '21 quando dalla direzione dell'Accademia perugina cui
-l'aveva raccomandato quattro anni prima lo stesso Canova egli passò
-a Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, si dice che per
-lui rivisse l'antico spirito perugino; e doveva dirsi che da lui
-si erano lucidate le antiche forme peruginesche. Se non fosse il
-colorito incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi e dei gesti,
-se non si sentisse a ogni segno e ad ogni pennellata la stereotipata
-abilità di composizione e di ricomposizione sostituita alla franca
-geniale spontaneità dell'invenzione come la luna invece del sole,
-tutta l'opera del Minardi potrebbe nel metodo paragonarsi a quelli
-affreschi e a quei quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli
-di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo a pezzo i cartoni del
-maestro e voltandoli da un fianco o dall'altro e magari a una tunica
-d'apostolo infilando le braccia, i piedi e la faccia della Santa che
-loro era stata per pochi scudi e per mezzo sacco di grano allogata. Ma
-le più stentate pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere di
-Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato divino e la sincerità
-e la sicurezza che a questi importanti monotoni sillabatori di poemi
-eterni mancano, e giustamente.
-
-Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi soavissimi pittori dal
-color di manteca e dal disegno esemplarmente calligrafico si venivano
-scrivendo vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, dello Spagna
-e del Francia, del Ghirlandajo e magari del buon frate Lippi come se
-fossero stati altrettanti santi passati in terra belli e compunti,
-a miracol mostrare. E il Rio con l'_Art chrétien_ raccogliendo dieci
-anni dopo tutte queste agiografie sarà considerato l'ideale storico
-dell'arte, e il padre Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico
-scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla sua nobile anima
-parvero rinnovatori fecondi laddove non erano che plagiarî sterili
-gelidi e timidi.
-
-Forse la parola _plagio_ è troppo cruda per quegli onesti, perchè il
-loro plagio fu incosciente ed essi credettero fare opera di purezza
-commettendolo, e anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío
-tanto che i più di loro morti anche venti o dieci anni fa, oggi son
-rinnegati financo dai discepoli, e dal pubblico abbandonati nelle
-ultime sale delle accademie e delle pinacoteche.
-
-Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in Francia ravviva la
-memoria di ogni più oscuro pittore della libera scuola del Trenta; e
-in Germania stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena prima di
-Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata, dimenticata. Per molto tempo
-essa gelida e diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa
-da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano nulla di nuovo e non
-lasciano alcun ricordo; sono corrette, decenti e fredde» diceva nel
-1828 lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e avrebbe potuto
-dire lo stesso delle poche tele del Minardi.
-
-Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi, che in realtà
-fu solo un maestro e specialmente al senese e gentile Luigi Mussini
-fraterno amico dell'Ingres onorato così in Francia come in Italia,
-pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica. Qui più cospicuamente
-si vede la rispondenza fra i puristi in pittura e i puristi in
-letteratura; qui più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come il
-Basilio Puoti del pennello, e il suo _Discorso su le qualità essenziali
-della pittura italiana_ scritto nel '34 continua venticinque anni
-dopo la _Dissertazione su lo stato presente della lingua italiana_
-presentata dal Cesari all'Accademia milanese.
-
-Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro e d'ombra con che il
-Benvenuti e il Camuccini e tanti altri minori preparavano nei dipinti
-le parti luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi effetti dal
-vero, ma disponendoli con una luce teatrale, della cui falsità (come
-narra nelle sue _Memorie_ l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire
-Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e lo vide dipingere la
-_Morte di Priamo_), si gloriavano apertamente. Così i loro colori
-furono chiari se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare
-lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura riaddussero
-in onore l'encausto e ritrovarono i buoni metodi del fresco. Nella
-prospettiva, poi, ricominciarono a conformare la grandezza degli
-oggetti ritratti alle dimensioni della immagine prospettica, quale è
-descritta nel taglio del cono visuale, al punto in cui l'artista si
-pone così da non dover spostare, come avveniva spesso nei macchinosi
-quadri davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi
-romantici, il punto della veduta due volte almeno per una stessa
-pittura.
-
-Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il Sabatelli nel '50, il
-Biscarra che dal '21 era stato da Carlo Felice chiamato a dirigere
-l'Accademia a Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato
-a Roma e aveva plagiato nel _Caino_ il _Delitto perseguitato_ di
-Prudhon, ebbe nella sua Accademia a direttore della scuola di disegno
-ornamentale quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 aveva osato
-nel reale palazzo di Torino e nelle ville di Pollenzo e di Racconigi
-distruggere tutte le delicatezze delle ornamentazioni _Louis XV_
-per sostituirvi le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti costoro
-poterono prima di morire veder che nulla rimaneva loro fuor che gli
-onori. L'Hayez ormai trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e
-sapor di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più che l'Hayez il
-popolo e la violenza del popolo trionfavano.
-
-Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione e il gelo,
-contro ogni moda straniera, poterono seder sul trono e schiacciare
-ogni spontaneità di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture
-definire le condizioni sociali, l'ambiente morale e politico dove
-l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, dove l'arte ufficiale potè restare
-immobile.
-
-Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente della _poca plebe_
-sbrigliata in piazza, nel periodo che va dal '21 al '48, da quando
-a Modena Carlo Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione
-piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni del
-'48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia non dettero che
-esempii di timorati desiderii platonici. Composte nel gesto e nelle
-parole, ammonite dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse
-si rammentano dell'unità e dell'indipendenza della patria quando
-sognano non quando agiscono. Il 1848 è stato voluto e ottenuto dal
-popolo: è bene rammentarlo. Uscito di prigione Silvio Pellico che,
-come il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione, nei _Doveri
-dell'uomo_ ha questo passo caratteristico: «Il progresso sociale
-verrà con le virtù domestiche e con la carità civile, o non verrà
-in alcun tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica,
-facciamo cristianamente quel bene che possiamo, ciascuno nel nostro
-circolo: preghiamo Dio per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente
-e forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà, altro ci volle
-che la serenità e la indulgenza e la carità predicata dall'autore
-della _Francesca da Rimini_! Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio,
-la tirannide interna premeva poco; l'importante era fare l'Italia con
-la libertà se era possibile, e, se no, anche col dispotismo, anche con
-l'aiuto dei principi, con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma
-egli potè vedere che se gli individui non sono liberi, è inutile che
-sia libera la patria.
-
-La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico e d'Azeglio e
-Manzoni appartennero, e di cui — come disse il De Sanctis — Balbo fu
-il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo
-da parte la libertà come fine, volendo lasciare la società alle sue
-forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo ogni idea
-di violenza, sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse
-dal basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni e,
-soprattutto, era composta e misurata. Misurate e composte furono le
-classi dominanti finchè essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino
-all'avvento della scuola democratica mazziniana.
-
-Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico mitologico, cioè
-una mitologia senza mito e una rettorica senza eloquenza — Camuccini,
-Landi, Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli che verso
-il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo minardiano, così placidi e
-frigidi, così lontani dalla realtà, così assestati, così teatralmente
-panneggiati o così misticamente diafani, poterono contentare
-formalmente quelle classi che uniche davano pane e lodi agli artisti.
-E specialmente lo poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita se
-non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente a Firenze, che un
-grande critico disse essere a quelli anni soltanto «un passato illustre
-immobilizzato e regolato.» L'_Arnaldo da Brescia_, come tutti sanno, è
-del 1844.
-
-Ho detto che il classicismo e il purismo poterono contentare
-_formalmente_ le classi dominanti, perchè occorse la pittura romantica
-per appagarle anche con la sostanza.
-
-La scuola liberale, considerando e studiando la società come una
-cosa reale e spontaneamente e indefinitamente progrediente, dovette
-interrogare, per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, la
-logica della storia, cioè divenire una scuola storica. E la storia fu a
-base anche dei lavori di immaginazione e si videro pullulare i romanzi
-storici, le tragedie storiche, e le pitture storiche.
-
-Certo, anche la pittura che si è convenuto di chiamare romantica, ebbe
-su lo scoppio della rivoluzione italiana un'azione molto indiretta: ma
-di ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, quali ne sieno
-stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata alla letteratura romantica,
-ad essa manca il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il Tommaso
-Grossi.
-
- *
- * *
-
-Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò il momento storico che
-certo egli non creò, ma dal quale con versatile docilità si lasciò
-nella lunga onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue _Memorie_
-purtroppo incompiute, sebbene esse non abbiano ne la vivacità fresca
-e inesausta dei _Ricordi_ di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità
-affettuosa di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente che egli
-è un pittore di transizione, non un rivoluzionario fanatico e fisso in
-ciò che egli creda essere la ideale verità infallibile. Troppi esempî
-di virile costanza e in letteratura e in politica e anche nelle belle
-arti — come vedremo parlando della scultura — in quei tempi avventurosi
-gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare la sua abile
-mobilità.
-
-Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, mandava al concorso
-dell'Accademia di Milano il _Laocoonte_ famoso, tipo nel tema e nella
-tecnica di classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva
-fra gli applausi il _Carmagnola_, e nel '30 i _Profughi di Parga_,
-eco degli entusiasmi filellenici, e nel 1848 firmava un autoritratto
-_Francesco Hayez italiano di Venezia_, e nel '67 mandava a Parigi la
-_Battaglia di Magenta_: è il vero riflesso pittorico delle vicende
-politiche intellettuali e sentimentali le quali mossero e commossero
-l'Italia nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo direttivo
-nel labirinto delle opposte tendenze dei sogni che balzano d'un tratto
-in piena realtà, dei fatti che lampeggiano invano per un attimo e si
-spengono sotto la nebbia dell'utopia.
-
-Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati, e l'impero
-napoleonico cadde mentre egli dipingeva sopra un'ampia tela _Ulisse
-nella reggia di Alcinoo re dei Feaci_, e riparò a Venezia dove stette
-tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto tanto che
-nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli dipinse _Diotima che
-insegna a Socrate l'arte monocromata e Alcibiade nel gineceo quando
-è rimproverato da Socrate_, dentro un fregio di amorini dove l'_Amor
-feroce_ è simboleggiato dalla tigre, l'_Amor leggero_ dalla farfalla,
-l'_Amor forte_ dal leone, e così via!
-
-Se egli non fosse stato quel pronto spirito che dicevo poco fa,
-voi vedete in quale palude si sarebbe annegato. Ma ode da Milano i
-richiami del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre ed espone
-il _Carmagnola_ ed è salvo. Messosi così nella corrente, egli per sua
-ventura, non ne escirà più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi,
-checchè egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con Tommaso
-Grossi lo esorta a perseverare.
-
-Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il rispetto, coreografo
-sagacissimo, coloritore non oso dir veneziano, ma certo ammiratore
-dei Veneziani, disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli
-aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili e impassibili
-neoclassici, ormai egli può abbandonarsi alla sua foga feconda, in
-gara coi letterati che han trovato il perfetto illustratore e lo
-chiaman fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per qualche anno
-sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 succedette per trent'anni,
-ritrattista aulico di tutti i sovrani convenuti nel 1822 al congresso
-di Verona, protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich da cui
-si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente a braccetto,
-pittore nel soffitto della sala delle Cariatidi al palazzo reale di
-Milano quando si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse la
-corona di ferro, se non fosse stato un pittore, sarei curioso di sapere
-come l'avrebbe giudicato il Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899,
-ai pittori e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso ai
-poeti, e io devo parlarvi solo della sua versatilità artistica. Certo
-è che quando nel 1872 Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il
-veterano della pittura italiana, a me par di vedere in quella parola
-_veterano_ scritta dal glorioso reduce di Venezia una punta di benigna
-ironia.
-
-Il _Bacio_ è forse il quadro più noto dell'Hayez, e meritatamente. Il
-sentimento, anzi, l'impeto amoroso, non è stato segnato con altrettanta
-intensità in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste di
-un bel limpido azzurro è così abbandonata su le spalle e contro le
-labbra dell'amante, con gli occhi chiusi per la dolorosa delizia di
-quell'addio, e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di color
-bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente virile, che anche
-oggi, a prima vista, nonostante il disgusto delle oleografie untuose
-che primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte le romanticherie
-cantate per anni sotto la luna, ci commove, sebbene, per fortuna, non
-ci piaccia più.
-
-E la commozione patetica fu appunto lo scopo di tutta quell'arte
-romantica. Il bello morale, come essi dicevano, è il loro Dio, e ogni
-scolaretto ripete dal Forcellini l'etimologia del bello, _bellus_, da
-_bonellus_ cioè dal buono. La forma che nei classici era stata il fine,
-nei romantici diviene il mezzo per eccitare affetti. Tommaso Grossi
-appare allora superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni
-no. La così detta donna romantica è la sua fissazione; e la Fuggitiva,
-Lida, Ildegonda, Bice, Giselda sono il tema favorito dei pittori
-lacrimosi che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso ad essere
-lacrimevoli.
-
-Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile e anche inutile.
-Di _Imelda de' Lambertazzi_, di _Maria Stuarda_, di _Giulietta e
-Romeo_, di _Clorinda e Tancredi_, della Congiura dei Fieschi, di scene
-delle Crociate da _Pietro l'Eremita_, alla _Sete dei Crociati_, egli
-fece tre, quattro, cinque variazioni in quadri grandi e in quadri a
-figure terzine, in bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti,
-dal _Carmagnola_ a _Marin Faliero_, da _Vittor Pisani_ a _Valenza
-Gradenigo_, da _Caterina Cornaro_ ai _Due Foscari_ che voi avete qui
-alla vostra Accademia, egli fu di una attività da Briareo e di una
-varietà di combinazioni melodrammatiche degna di Felice Romani. E
-dall'estero le ordinazioni piovevano come le lagrime delle spettatrici.
-Nè perciò egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per tornare agli
-antichissimi, i soggetti mitologici. Ma per alcuno dei ritratti,
-massime per il suo agli Uffizi, essendo costretto a rendere il vero
-senza veli rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato anche
-oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del conte Giovanni Morosini e
-di Antonio Rosmini, quando qualche volonteroso che forse non è lontano,
-farà la storia del ritratto nella pittura italiana, dovranno avere nel
-periodo che va dal '30 al '50 un posto d'onore. Così a Roma il Consoni,
-il Capalti, il Cochetti suoi contemporanei, non meritano una menzione
-per altro.
-
-E passiamo ai minori.
-
-Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e non vi dirò d'altri —
-spesso gli furono eguali per valore. In tutti i varii indirizzi a volta
-a volta riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente e del
-tema, e quello che nell'Hayez fu graduale evoluzione sincera, in loro
-o è incertezza di convinzione o destrezza di opportunismo eclettico.
-
-Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco e Giuseppe Sabatelli figli
-di quel Luigi Sabatelli che già vi segnalai come emulo del Camuccini
-e cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette l'Hayez. Il
-padre li vide morir tutti e due. Francesco, maggiore di dieci anni,
-mandato giovanissimo da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo soli
-diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, tornò a Firenze a
-finire la sala dell'Iliade cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando
-quella d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e quella di
-Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre Pietro Benvenuti dipingeva
-tutta la cupola della Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da
-questi sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere
-della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa nella composizione
-ma più franca nel colore è, nella minuscola cappella a sinistra del
-coro in Santa Croce, la figurazione di _Ezelino da Romano ai piedi di
-Sant'Antonio_. Del fratello Giuseppe, anche chi non ha cercato a San
-Firenze la misera cupoletta ormai cadente della Cappella della Madonna,
-o all'Accademia la _Battaglia del Serchio con Farinata e Buondelmonti_,
-rammenta le affettuose parole del Duprè nel cui studio ogni mattina
-egli si riposava andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi
-neri facevano ancora apparire più pallido quel viso mansueto e
-serio; dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole; la sua
-compagnia era mite e soave; e la memoria di lui mi ritorna mestamente
-serena come il ricordo di un bene smarrito ma non perduto.»
-
-E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma sanesi, Luigi e Cesare
-Mussini. Luigi che come ho detto, cominciò con l'essere un purista
-minardiano, si inromantichì presto nel suo _Decamerone sanese_, e più
-_nell'Eudoro e Cimodocea_ di questa Accademia, un quadro derivato da
-Chateaubriand, color di rosa e color di cenere, levigato e mantecato
-e illuminato non si seppe mai da che parte. Cesare fu un coreografo
-anche più complicato in quella _Congiura dei Pazzi_ che verso il '45
-era stimato uno dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco dopo
-fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.»
-
-Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il freddo e compassato
-Pollastrini che dopo aver fatto accademicamente melodrammaticamente
-morire _Ferruccio a Gavinana_, uccise anche _Lorenzino de' Medici_ con
-altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro _cacciò in nome del
-vittorioso Cosimo primo i sanesi da Siena_. Ho detto un dopo l'altro:
-come nei Mussini così in tutti questi altri romantici le figure sono
-viste a una a una, e il chiaro e lo scuro è reso, non nell'insieme, ma
-su ciascuna di esse singolarmente e speciosamente.
-
-Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio di lui, verso il
-quaranta, dipinse un'_Eva_ che aveva qualche floridezza e qualche
-freschezza di carni, ma subito ricadde nella coreografia trionfale con
-la gran tela figurante l'_ingresso di Carlo ottavo in Firenze_, che
-ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. Andatela un giorno a vedere,
-all'Accademia, e mi perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche di
-criticarla.
-
-Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano questo periodo: il
-Malatesta e il Guardassoni. Del Guardassoni non è di voi chi non
-conosca almeno un'oleografia dell'_Innominato_ da lui più volte
-ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo sono state dalla
-Provvidenza destinate ad essere appunto riprodotte nel modo a loro
-meglio convenevole, cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta onestà
-della pennellata, per una certa vivezza di colore, per la disinvoltura
-del disegno, il quadro appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè,
-mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò basta a giustificare
-l'oblio. A Bologna cento chiese — San Giuseppe ed Ignazio, la Trinità,
-San Giuliano, Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena,
-Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San Gregorio, San Giorgio,
-SS. Filippo e Giacomo, San Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di
-Saragozza, la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture sue
-eseguite prima e dopo il '50, con una mano sempre più facile e anche
-sempre più trascurata, celeremente, per poco danaro, alla brava.
-
-Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove anni fa. Dipinse
-con grande chiarezza molti ritratti, con minore arte quadri sacri e
-quadri storici, fra i quali il più noto è quello in cui i _soldati
-della lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla battaglia di
-Cassano d'Adda_. Un titolo, come udite, un po' lungo, e veramente io
-penso a trovarne di altri anche più esplicativi e più lunghi, che cosa
-dovessero valere quei quadri per chi non sapesse leggere o almeno non
-sapesse di storia.
-
-Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini, del De Min, del
-Gregoletti, del Gazzotto che illustrò Dante a penna, sono oggi
-memorabili solo i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene
-in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo d'Oria di Cirié in
-via Lagrange si apriva la prima esposizione della Promotrice, con
-centocinquanta opere di autori viventi e quello fu il terzo grande
-avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, dopo l'apertura
-della Pinacoteca e la restaurazione dell'Accademia Albertina. Giuseppe
-Camino, i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, Francesco Gamba
-erano tra gli espositori. Ma non è questo il momento di definir l'opera
-di tali valorosi, cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e non solo
-in arte. Ora rammento solo artisti più vecchi: Ferdinando Cavalieri,
-amico dell'Hayez, che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola
-dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava di là per la
-sala dei paggi nel Reale Palazzo un quadro rappresentante _Il conte
-Amedeo III che giura la sacra lega in Susa_; il Biscarra che scendeva
-dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei suoi Alessandri e dei suoi
-Mosè per romanticheggiare con una veramente misera _Morte del conte
-Ugolino_; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare la sua attività
-ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore del Voto e più l'autore di molti
-ritratti privi di luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, che
-sebbene fosse nato presso Milano, pure è da iscriversi tra i piemontesi
-per essere stato dal '43 al '60 professore di pittura all'Accademia di
-Torino. Un'altra _Congiura dei Pazzi_, il _Federigo Barbarossa cacciato
-da Alessandria_ che è in quel Palazzo Reale, e l'incomprensibile
-episodio della Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca
-bolognese, sono opere che raccolgono bellamente tutti i difetti suoi e
-dei tempi, ma hanno un certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve
-a Luigi Sabatelli maestro suo.
-
-A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. Che memoria resta
-di loro? Io che son cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho
-udito pronunciare questi due nomi con venerazione, quando un giorno
-mi son determinato entrando nelle stanze di Raffaello in Vaticano a
-fermarmi nella prima stanza detta della Concezione e tutta affrescata
-dal Podesti con una squallida intonazione tra color di rosa e color
-di legno, con una compassata scolastica composizione che non si
-può più nemmeno dire teatrale; quando nella minuscola pinacoteca di
-Ancona sua patria invece di correre ad adorare la piccola madonna del
-Crivelli ho voluto guardare con qualche attenzione i cartoni, i quadri
-e i quadretti del tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato
-una delusione tale, che oggi non oso con esatte parole ripeterla. Il
-pittore de Sanctis che di lui morto parlò nell'Accademia di San Luca,
-affermò che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava alto
-nella pittura come quello di Verdi nella musica», un paragone che a noi
-di un'altra generazione oggi sembra irriverente addirittura. Pure la
-sua fama fu immensa; e da quando nel 1830 espose in Campidoglio nella
-prima Esposizione degli amatori e cultori di belle arti il _Martirio
-di Santa Dorotea_ fino a che per commissione di Carlo Alberto eseguì
-il _Giudizio di Salomone_; da quando per don Alessandro Torlonia nella
-villa fuori Porta Pia dipinse a fresco le _imprese di Bacco_ e nel
-Palazzo di piazza Venezia il _mito di Diana_ fino a che per Pio nono
-eseguì la stanza della Concezione; dal quadro dell'_Assedio di Ancona_
-che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di Londra ebbe due medaglie
-d'oro e oggi sarebbe rifiutato in una promotrice provinciale fino a
-tutti gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, egli fu
-venerato a Roma anche più di quel che l'Hayez fosse stimato a Milano o
-il Bezzuoli a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne.
-
-Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di San Rocco a Roma più
-virile e ha un colore più franco, ma anche egli non sente la luce e
-tanto meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo; le quali due
-accuse sono, in realtà, le massime contro tutta la pittura d'allora.
-Tanto che tutte quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri
-azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette e giallette,
-che modellan muscolo a muscolo la carne e i soliti toni di cobalto e
-di roseo alla Sassoferrato, fanno della _Crocifissione_ cui allora
-stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino presso le ampie
-figure zuccaresche dell'abside, ornamentali e baroccamente violente.
-
-In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe Bertini che
-nato nel '25 è morto quest'anno conservatore della Pinacoteca di Brera,
-sebbene sia più noto come primo maestro di qualche grande, pure meritò
-per la mobilità del suo stile dal Selvatico questa lode «or sa farsi
-Ghirlandajo, ora Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode
-sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio invece fu protesa verso
-l'avvenire che egli bene intravvide, ma nel quale, come pittore, non
-riescì ad entrare. Più che la _Sfida di Barletta_ o il _Brindisi di
-Ferruccio_ o la _Battaglia di Gavinana_ o lo Sforza che gitta l'accetta
-su l'albero o tutti i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i
-suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, _finiva_ sul vero.
-Dei quadri supposti storici, dei quali ora più ci occupiamo, egli si
-gloria che avessero il gran merito — o piuttosto la condizione _sine
-qua non_ di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di servire
-cioè al pensiero italiano.
-
-Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre vero: ma per
-gli altri lo fu? E se lo fu, questa pittura romantica raggiunse lo
-scopo, cioè affrettò la rivoluzione verso la unità e per la libertà
-individuale e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da giovane aveva
-veduto domare la rivoluzione francese e l'aristocrazia e il re tornare
-a Torino e i cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri
-e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva con ironia: «Quale
-appare secondo esse la via più breve onde condurre un popolo alla
-perfetta felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi dietro
-un uscio e far la posta al tiranno; quando passa, _tonfete!_, una buona
-botta sul capo, e tutto si trova fatto, compito e terminato; tutti sono
-contenti, tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, virtuosi,
-eguali, fratelli amorosi, insomma un popolo si trova diventato d'un
-colpo il paese della cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo
-è egli vero, e mette forse in capo idee vere?»
-
-E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso della pittura romantica
-e di tutte le _Leghe Lombarde_ e di tutte le _Congiure dei Pazzi_ e di
-tutte le _Disfide di Barletta_ che furono dipinte allora? Invece di
-dire al vicino «La tua casa brucia» quei bravi artisti gli dicevano,
-ad esempio: «Brucia la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana
-in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva essere rettorico
-e, verso la polizia, comodo, ma poteva anche essere inutile. Eran
-ricordi di scuola, finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti,
-favole non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni, forme che
-non sprizzavano direttamente dal pensiero e dalla passione vivi ma
-li viziavano e li impacciavano come paludamenti. La pittura fu, come
-disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia con licenza
-dei superiori,» Permettete a chi forse ammira troppo il tempo in cui
-vive di constatare che anche in franchezza, per fortuna, noi abbiamo
-progredito.
-
- *
- * *
-
-Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici spinsero tutti
-gli animi a questa franchezza e lacerarono le maschere prudenti, e i
-pittori di Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero o meglio
-dovettero divenire i pittori di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e
-di Garibaldi, vi dirò qualche parola su la scultura e gli scultori. E
-più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho la ventura di parlare
-nella patria di Lorenzo Bartolini.
-
- E tu giunto a compièta,
- Lorenzo, come mai
- Infondi nella creta
- La vita che non hai?
-
-Prima di lui la scultura classica del Canova, o più propriamente
-inclinata alle semplicità del purismo nel Thorwaldsen e nel suo nobile
-allievo il nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in Europa.
-Per un momento tutta la nostra gloria artistica parve affidata a lei.
-Nè Dannecker nè Rauch in Germania, ne François Rude o David d'Angers
-Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore d'onori, la fecondità
-pure diligente, la fattura squisita dei nostri. Per confrontare
-Thorwaldsen al conte Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal
-monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di Pio ottavo Albani; ma
-la castigatezza e il fermo modellare sì del maestro che del discepolo
-sono schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose così, che al
-confronto il Gregorovius potè dire che le due tombe sembrano fra tanta
-sontuosità di cattolicismo due monumenti protestanti. È stato detto che
-il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì, ma il Minardi non seppe
-nè dipingere nè coi disegni commuovere; il Tenerani seppe e scolpire
-e commuovere. Dalla _Psiche abbandonata_ che piacque tanto al Giordani
-fino all'altra _Psiche svenuta_ che egli dovè ripetere quindici volte,
-dal rilievo della _Deposizione dalla Croce_ che è tra gli ori candido
-vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al colossale _San
-Giovanni Evangelista_ pel San Francesco di Paola a Napoli, dal troppo
-classico _Monumento pel conte Orloff_ al _Monumento per Bolivar_ o
-alla statua di _Pellegrino Rossi_, egli ha mostrato veramente un'anima
-geniale e una scienza tecnica di polita gentilezza e un'abilità di
-panneggiare insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E basta leggere una
-pagina della sua biografia scritta dal Raggi, per sentire quanto il
-mondo fosse allora pieno della sua fama.
-
-Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa di cavalli e di
-cavalieri purtroppo ancora visibili, nessuno dei quali per fortuna
-nostra vale l'_Emanuele Filiberto_ di piazza San Carlo a Torino. Però
-nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo e la tenacia diritta e
-la forza combattiva del vostro Bartolini.
-
-Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi detti poco fa, sembra
-che anche per lui abbia cantato:
-
- In corpo e in anima
- Servi il reale,
- E non ti perdere
- Nell'ideale,
-
-parole chiare che diverranno una divisa di coraggio.
-
-Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882, Lorenzo Bartolini
-tra il 1777 e il 1850. Confrontateli: versatile, opportunista, già
-dimenticato il primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più
-vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un magnano, fattorino
-di bottega, commesso d'un sarto, garzone d'un vetraio e d'un marmista,
-suonatore di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di Parigi,
-il Delaborde in un articolo che la _Revue des Deux mondes_ pubblicava
-quarantaquattr'anni fa, narra come il David stesso anche prima che il
-Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz per la
-colonna Vendôme restasse stupito e soggiogato dal sentimento semplice,
-dall'ingenua larghezza, dalla sincerità mai volgare di quella giovenile
-arte di lui, che la natura voleva interpretare direttamente senza
-infrapposizioni di morte bellezze officiali.
-
-Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di verso il '40 leggevo
-una sua caratteristica polemica, quando dette per tema agli scolari
-il bassorilievo d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del
-monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia fiorentina,
-aveva scritto: «Diverse figure adattate per esercizio del nudo, servono
-a dimostrare che tutta la natura è bella, quando però è relativa al
-soggetto, e che colui il quale saprà meglio imitarla potrà quindi
-eseguire qualunque tema gli venga proposto.» Un anonimo nel _Diario di
-Roma_, un tale Zanelli nell'_Album_, combatterono questa affermazione
-rivoluzionaria, questa ostentazione di massime antiaccademiche, questa
-franca glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî che nei
-fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura può prendersi qual'è, ma
-non nel corpo umano perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e
-il prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente anche
-Winckelmann; infine, a difesa del bello ideale, gli proponevano:
-«dipingete o scolpite cento vecchie e cento giovani con egual maestria,
-tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul _Commercio_ rispondeva:
-«Come saranno brutte quelle giovani se l'avrete inventate voi!»
-
-La sua ammirazione per Napoleone con quella sua misteriosa corsa
-all'isola d'Elba in pieno 1814 quando caduto l'imperatore la folla gli
-penetrò nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa, è un indice
-del suo cuore. La sua amicizia per Ingres con cui aveva studiato e
-vissuto a Parigi e che lo ritrattò, e per Byron e per M.me de Staël i
-cui busti egli scolpì, è un indice della sua mente.
-
-Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran Napoleone che è a Bastia
-vòlto al mare d'Italia e la genuflessa _Fiducia in Dio_ che è a Milano
-nel palazzo Poldi-Pezzoli e l'_Astianatte_ impetuoso che pure a Milano
-è su la terrazza di palazzo Trivulzio sono tutte a Firenze — è inutile
-parlare. Chi di voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo Pitti,
-la _Carità educatrice_, in piazza Demidoff, il _Monumento a Nicola
-Demidoff_, o in Santa Croce la statua giacente della vecchia contessa
-Zamoyska che veramente sembra addormentata in un marmoreo sonno di
-morte? Chi non ha visto nel refettorio del convento di San Salvi i
-gessi dei ritratti in busto plasmati da lui, massimo quello dell'attore
-Vestri il cui marmo è alla Certosa di Bologna? Non dobbiamo dimenticare
-che egli nascendo all'arte trovò il mondo della scultura popolato di
-dèi e di semidei e di omerici eroi tutti belli. E quand'egli morì,
-l'Italia aveva il Vela e il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il
-suo monumento scrivere la insegna della sua vita _Natura lumen artium_.
-
-Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni Duprè sarebbero
-stati. Come lui essi sorsero dal popolo, energici e fiduciosi; più
-bellicoso e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile il
-secondo. Ma, se l'_Abele_ del Duprè è del 1842, la _Pietà_ è del 1862
-e lo _Spartaco_ del Vela appare nel 1879. Così che l'esame dell'opera
-di questi due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà l'arte
-italiana dopo il '48.
-
- *
- * *
-
-Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare donde non solo una
-nuova politica si parte ma anche una nuova arte, più libera e franca
-sotto il sole.
-
-Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita tendono a riunirsi e nel
-1843 Vincenzo Gioberti pubblica il _Primato_, nel 1844 Cesare Balbo
-le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio, il romanziere e il pittore di
-Ettore e di Ginevra, l'opuscolo _Dei casi di Romagna_ subito dopo i
-moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e
-quasi dottrinario rispetto al famoso libro su _I lutti di Lombardia_.
-Egli è ferito a Vicenza. Le cinque giornate di Milano, la difesa di
-Venezia, la difesa di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire
-la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio
-accetta di essere ministro per la pace, e da quel giorno è ecclissato
-da Cavour. Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni prima,
-tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione con l'incitargli
-contro i tumulti della piazza più impetuosi, aveva detto: — Bisogna
-fargli assaggiar del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E il sangue,
-il sangue è apparso e non più quello dipinto con pallidi vermigli
-nei più tragici quadri romantici sul petto di uomini mascherati alla
-medievale, ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, il sangue
-stesso di quelli artisti cui dai franchi occhi cadde il velo della
-rettorica e folgorò tra i lampi dell'armi la visione della patria quale
-doveva essere, — visione precisa, limpida, come un segnale dall'alto.
-
-La scuola mazziniana democratica opposta alla liberale
-lombardo-piemontese — Campanella a Genova, Farini in Romagna, La
-Farina in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli —
-fece direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione calabrese
-e la rivoluzione di Palermo, e le difese di Roma e di Venezia e le
-resistenze di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e
-Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade dal governo incontrastato
-delle menti. E la pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata
-la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura così il
-realismo comincia in pittura. Luigi Mussini finirà a fare il ritratto
-di Vittorio Emanuele, l'Hayez che ha dipinto il _Bacio di Giulietta
-e Romeo_ finirà a dipingere il _Bacio del volontario che parte_, come
-pochi anni prima il vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto
-_Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio_.
-
-Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, nei quadri di paese.
-In Francia Rousseau, Corot, Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto
-a loro tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o da
-venti anni attendono di predicar con le loro opere il vangelo della
-luce d'Italia. Dal Piemonte, prima che da ogni altra regione, partono
-per varcar le Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali hanno il
-torto di credere che il cammino più breve verso Parigi sia attraverso
-la Svizzera cioè attraverso l'imitazione della buja e piatta e
-scenografica scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli che,
-come fu detto con una frase troppo chirurgica, toglieranno le cateratte
-agli occhi della pittura italiana, — saranno napoletani.
-
-Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei potuto indicarvi
-in quel gelo se non l'accademicissimo Tommaso De Vivo, o Giuseppe
-Mancinelli, che nell'_Aiace e Cassandra_ del Palazzo Reale ancora
-venera in ginocchio il Camuccini e nel _San Francesco di Paola_ a
-Capodimonte, non fa che voltarsi a venerare il Podesti? Filippo Palizzi
-e Achille Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato i suoi primi
-flebili amori coi puristi, anche Domenico Morelli: ecco quei rivelatori
-che solo un altr'anno vi saranno rivelati.
-
-Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione della vita
-nell'arte, diverrà emozione sincera in due forme di pittura: _una_
-larga e, direi, sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà
-il quadro realmente storico ed eroico con gli _Iconoclasti_ del
-Morelli, coi _Dieci_ del Celentano, con la _Stuarda_ del Vannutelli,
-col _Sordello_ del Faruffini, alla Brera, coi _Martiri gorgomiensi_ del
-Fracassini, in Vaticano; una più intima e più placida che sarà detta
-pittura di genere.
-
-I fratelli Induno crearono la pittura di genere. Ambedue studiarono
-all'Accademia milanese sotto il Sabatelli, ambedue cominciarono a
-camminare sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a questi
-inizii, e al loro tempo, che devono essere giudicati. E nell'uno e
-nell'altro il 1848 interruppe la vita artistica e cacciò Domenico ad
-esulare in Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di dodici
-anni, a combattere a Roma. I _Contrabbandieri_, il _Pane e lagrime_, il
-_Dolore del soldato_, la _Questua_, il _Rosario_ dipinti da Domenico,
-furono le tele che prime persuasero gli artisti non derivar solo
-dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima sincerità essere nella
-immediata contemporanea realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera
-d'arte essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. Per lui
-Pietro Selvatico scrisse quel saggio _Su la opportunità di trattare in
-pittura anche soggetti tolti alla vita contemporanea_, che aveva per
-epigrafe ancora un verso del nostro Giusti:
-
- Di te, dell'età tua prenditi cura.
-
-A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione patriottica
-e il Palazzo Reale e le ultime gelide sale di Brera[5], voi potete
-trovare le maggiori tele di Girolamo, e _Crimea_ e _Magenta_ e
-_Palestro_ e la _Partenza del coscritto_, le quali, come dicono i
-titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche in quel Palazzo Reale
-potete trovare il _Cader delle foglie_ di Domenico, che a me è sempre
-sembrato il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si spegne in
-conspetto della larga campagna autunnale, quando sui monti azzurrini
-del fondo già biancheggiano le prime nevi. Certo la pennellata franca
-e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e bigio, secondo la
-fievole intonazione che da mezzo secolo smorza ogni sole; ma, quando il
-modello è vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale
-_Ritratto d'uomo_ nella galleria d'arte moderna a Roma, d'un colore
-così affocato ed intenso e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così
-dolorosa e lancinante che nessun altro ritratto là dentro regge al
-confronto.
-
- *
- * *
-
-Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana è libera — libera
-dal servile plagio degli antichi che è mille volte più dannoso della
-imitazione dei contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio
-e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da quella che Ruskin
-disse l'_insolenza della fede_. L'individuo, diviene, almeno in arte,
-il padrone di sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali
-si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che l'arte vera non è
-mai fissata o definita, ma è un continuo divenire come la religione e
-come la scienza. Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in
-cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella sua attualità,
-alla spontaneità anche violenta e anche intemperante, il giorno in cui
-si è compreso che le pitture più belle non sono le più pittoresche ma
-le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata al suo massimo
-cómpito — cioè a farci amare la vita che ella stessa ha amato, poichè
-ha cercato di comprenderla e di renderla e di interpretarla per la
-nostra più precisa delizia. E questa è la sua funzione nella società.
-
-«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei occhi divengono giganti,»
-diceva un grande poeta. Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier
-Camuccini si illuse di rappresentare, ci daranno questa sensazione di
-magnificenza e di ampiezza e di eternità, ma una quieta pianura dipinta
-dal Vertunni o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o una
-nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè questi hanno visto e
-hanno reso la natura con semplicità d'amore.
-
-
-
-
-IL VAPORE E LE SUE APPLICAZIONI
-
-CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO
-
-
-Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e delle scoperte
-scientifiche che illustrarono la fine del XVIII secolo e il principio
-dell'attuale, vi ho detto che quel periodo storico fu segnalato da
-due grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre nelle condizioni
-economiche e sociali di tutto il mondo la più grande rivoluzione che la
-storia abbia registrato finora. Questi avvenimenti furono la scoperta
-della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione della macchina a vapore,
-dovuta a Watt. Dell'una ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa;
-dell'altra, e delle sue prime applicazioni in Italia, ho la fortuna di
-potervi parlare quest'oggi.
-
-È la macchina a vapore che ha creato l'industria moderna. Lo scozzese
-Watt, trovando la prima soluzione pratica del problema di convertire
-il calore in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un orizzonte
-sconfinato, verso il quale l'umanità si è slanciata con tanto ardore,
-che oggi il pensatore ha diritto di domandarsi se non si sia battuta
-una falsa strada e se l'invenzione della macchina a vapore si possa
-veramente dire, dal punto di vista sociale, un beneficio.
-
-Non è un paradosso l'enunciazione di un simile dubbio. Certo la
-macchina a vapore ha prodotto un mutamento profondo nella vita sociale
-e individuale; ha permesso di creare immense ricchezze, ha soppresso le
-distanze, ha messo a disposizione dell'uomo mille nuove risorse che gli
-possono render facile e aggradevole la vita; ma ha anche moltiplicato
-la popolazione, e ha moltiplicati i suoi bisogni. Ormai presso i popoli
-civili il problema supremo è di continuare a produrre indefinitamente,
-e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto pena di soccombere
-sotto la concorrenza e di piombare nella disoccupazione e nella
-miseria. Se la felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni
-e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo si trovi più
-felice ora in mezzo a tanto progresso, che ai tempi antichi, quando
-non esisteva la grande industria, e non si conoscevano nè le macchine
-a vapore, nè le ferrovie.
-
-La grande industria, come si svolse in questo secolo dopo l'invenzione
-della macchina a vapore, non esisteva presso gli antichi. C'erano,
-è vero, manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti e
-consumati anche a grande distanza, come le ceramiche e le gioiellerie
-fenicie ed etrusche, i vasi di Egina e di Samo, i ricami frigi, le
-stoffe d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica Falleri,
-così ben ordinati e raccolti a Roma nel Museo di Papa Giulio, mostrano
-chiaramente l'esistenza di questo movimento commerciale, e l'influenza
-dei prodotti importati sullo sviluppo delle industrie locali. Erano
-prodotti fabbricati a mano, col sussidio di utensili la cui forma ci
-è trasmessa sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità
-conosceva e la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il trapano è
-descritto nell'_Odissea_, ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva
-il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni primitive,
-premendo un pezzo di legno appuntito contro un legno piano, e facendolo
-girare rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi torniti di
-alabastro e di serpentino provenienti dall'Egitto, che si trovano nel
-museo di Berlino, dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si
-conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di pietra o d'argilla
-e i tessuti trovati nelle palafitte fanno testimonianza dei mezzi
-meccanici, già quasi perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile
-preistorica. Ma si trattava sempre di industria domestica, press'a
-poco come quella che esisteva nel Giappone prima che vi penetrasse la
-civiltà europea; e siccome non vi si impiegava altra forza che quella
-dell'uomo o al più degli animali, così la produzione non poteva essere
-che assai limitata.
-
-La grande industria non poteva nascere che colla possibilità di
-disporre delle forze naturali, come quella delle cadute d'acqua e del
-vapore. L'antichità lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto,
-sostituì pel primo, alcune centinaia di anni avanti l'èra volgare,
-la forza dell'acqua a quella dell'uomo per la macinazione del grano,
-e forse per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 anni avanti
-Cristo, un filosofo della scuola alessandrina ebbe la prima idea della
-forza del vapore, quando immaginò la celebre eolipila, che ancor oggi,
-a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i gabinetti di fisica.
-
-Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, cui il poeta greco
-Antiparo inneggiava come all'invenzione che doveva risparmiare il
-lavoro alle schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso secolo un
-motore pressochè esclusivamente limitato, come nell'antichità, alle
-fucine e ai molini; e l'eolipila restò quella che era ai tempi di
-Erone, cioè un giocattolo scientifico.
-
-Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare innanzi tutto
-la grande catastrofe delle immigrazioni dei barbari, che travolse,
-colla caduta dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale.
-Per qualche tempo, durante il dominio arabo in Europa, l'indagine
-scientifica si ravviva; ma la scuola d'Aristotile e i sofismi della
-scolastica immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito umano.
-Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità, la scienza trova la sua
-vera base con Galileo, e può ormai procedere senza vincoli alla
-ricerca del vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione
-delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio di luce che squarciò
-le nebbie scolastiche diffuse su tutte le scienze, comincia il metodo
-di osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi che si connette
-l'invenzione della macchina a vapore.
-
-Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo erra nel vago e
-nell'indeterminato. Non si possono dimenticare ad un tratto i vecchi
-errori. La fisica si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica;
-si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione del vitello
-d'oro, o per indagare quante migliaia d'angeli potrebbero stare sulla
-punta di uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca delle sterili
-elucubrazioni di Branca in Italia, di De Caus in Francia, e del
-marchese di Worcester in Inghilterra, tutti più o meno direttamente
-ispirati dalla _Spiritalia_ di Erone, i quali a torto furono indicati
-come i precursori dell'inventore della macchina a vapore.
-
-Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra l'esistenza della
-pressione dell'atmosfera, e ne dà la misura, invano osteggiato
-dalla vecchia scuola che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la
-scienza in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal aggiunge
-altre dimostrazioni di questa pressione; Otto von Guericke inventa a
-Magdeburgo la macchina pneumatica e mostra con quanta forza agisca la
-pressione dell'aria sulla parete di un recipiente in cui si faccia il
-vuoto; ed ecco Papin, il quale, partendo dalla conoscenza di questa
-forza, si propone di utilizzarla, e usa del vapore per la prima volta
-per produrre il vuoto, condensandolo con aspersioni di acqua fredda; e
-poi Savery che ne usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere
-di carbone, facendo premere direttamente il vapore sull'acqua da
-sollevare. Siamo al 1700.
-
-Da questo momento la storia dell'invenzione della macchina a vapore
-diventa interessantissima, e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se
-ne avessi il tempo. In meno di un secolo, la macchina a vapore moderna
-è inventata. Dapprima Newcomen e Cowley, un fabbro e un vetraio, si
-uniscono a Savery e perfezionano la macchina di Papin in guisa che
-quasi tutti i proprietari di miniere di carbon fossile dell'Inghilterra
-l'adottano come pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee.
-Siamo al 1750.
-
-Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente del vapore. Fra i
-suoi allievi c'è un giovane apprendista di genio, Giacomo Watt, che
-prende in esame le macchine esistenti, le trasforma radicalmente e
-ne fa uscire, verso il 1770, la macchina a vapore perfetta quale la
-vediamo tuttora. Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto da
-quell'epoca ad oggi.
-
-Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. Si mette
-dell'acqua in una gran caldaia chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua
-comincia a bollire e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si
-converte in vapore, la pressione interna dovuta alla forza del vapore,
-cresce rapidamente e potrebbe anche far scoppiare la caldaia, se questa
-non fosse robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È questa, in
-sostanza, la famosa pentola di Papin. Allora si apre la comunicazione
-fra la caldaia e la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della
-macchina, spinge davanti a se una parete mobile, detta lo stantuffo, il
-quale è veramente l'organo motore e trasmette poi il movimento a tutte
-le macchine che si tratta di fare agire.
-
-È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo carme sull'industria:
-
- . . . . . . somigliante a domo
- Chiuso Titano, cento rote e cento
- Volve il vapor, che dall'assiduo stento
- Francheggia l'uomo.
-
-Esercitata così la sua azione, il vapore viene condensato con
-dell'acqua fredda, si riduce così ancora in acqua, lasciando il vuoto
-dietro di sè; e in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E
-adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: cioè è la stessa
-quantità d'acqua che alternativamente vaporizzata e poi condensata
-fornisce la forza alla macchina.
-
-Questo risultato finale, cioè la forza della macchina, o, per
-dir meglio, il lavoro che compie, sia sollevando dei carichi o
-macinando del grano o lavorando il ferro o movendo un bastimento o un
-convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione qualsiasi
-della materia, si ottiene bruciando del carbon fossile o un altro
-combustibile qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore. Quindi la
-macchina a vapore è un mezzo per trasformare calore in lavoro.
-
-Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara e più completa dì questa
-trasformazione. Ma per ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le
-prove e le più importanti applicazioni della macchina a vapore, che si
-sieno fatte in Italia nel periodo storico cui si riferisce questa serie
-di conferenze.
-
-In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a vapore non era ancora
-perfetta, che già trovavasi impiegata per il prosciugamento delle
-miniere di carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua
-per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione di questo
-genere alla birreria Whitebread di Londra che nacque la denominazione,
-diventata poi così comune, di cavallo-vapore per designare la forza
-delle macchine; poichè la macchina a vapore doveva ivi, come altrove,
-surrogare il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli da
-birrai, così celebri per la loro forza, pressochè doppia di quella dei
-cavalli comuni. Ma in breve tempo se ne impadronivano pure l'industria
-tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi disporre, colla
-macchina a vapore, di forze enormi e quasi illimitate, l'industria
-casalinga cominciò a cedere il posto alla grande industria esercitata
-negli opifici.
-
-È difficile di accertare con precisione l'epoca nella quale la macchina
-a vapore cominciò a penetrare in Italia a servizio dell'industria.
-Prima del 1830 esistevano certo degli stabilimenti industriali in
-Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. Probabilmente uno dei
-primi motori a vapore, se non il primo, fu quello applicato nel 1832
-alla raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. Certo, ancora
-nel 1839, secondo ne scrisse Carlo Cattaneo, le macchine a vapore in
-Lombardia si contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa fece il
-primo impianto a vapore per la bonifica di Brondolo su quel di Chioggia
-con macchine che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 fu fatto
-funzionare il primo molino a vapore di Bougleux a Livorno, con carbone
-di Montebamboli. Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse
-sempre più largamente col sussidio di macchine a vapore, per lo più
-importate dall'estero, finchè per l'opera d'un grande industriale,
-l'ingegner Tosi, che una mano scellerata sospinse innanzi tempo alla
-tomba, l'Italia potè per la prima volta non soltanto fornire a sè
-stessa i motori a vapore, ma farsene esportatrice.
-
-Più che nel campo industriale è facile accertare le date delle prime
-applicazioni del vapore fatte in Italia per la navigazione e le
-ferrovie.
-
-La storia della navigazione a vapore è ricca di incidenti. L'americano
-Fulton lancia nel 1803 un battello a ruote sulla Senna, ma non trovando
-appoggio in Napoleone, che lo crede un avventuriero, torna in America
-e inaugura il 10 agosto 1807 un servizio regolare a vapore sulla
-East River fra New York e Albany. Nel 1816 l'_Elise_, un battellino
-a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa pel primo la Manica,
-malgrado una tempesta furiosa, in 17 ore; nel 1819 il _Savannah_ di 380
-tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, parte a vela
-e parte a vapore, in 25 giorni; nel 1825 l'_Enterprise_ fa il primo
-viaggio alle Indie. Ma la vera navigazione transatlantica non comincia
-che colla famosa gara del _Sirius_ e del _Great Western_. Il 5 aprile
-1838 il _Sirius_ di 700 tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre
-giorni dopo salpa da Bristol il _Great Western_ di 1340 tonnellate
-e 450 cavalli, e ambedue arrivano a New York il '23, salutati dai
-cannoni e dalle campane e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le
-stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle grandi Compagnie
-transatlantiche; ma ora si tratta di vapori di 20 a 30 mila cavalli,
-capaci di 3 a 4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia si
-compie ormai dai vapori più veloci in meno di sei giorni, cioè colla
-velocità di 20 miglia all'ora. E le navi moderne da guerra hanno
-velocità ancora maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora.
-
-Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine del XVII secolo,
-prima di legno, poi di ferro, pel trasporto dei carboni fossili; ma
-le prime macchine datano soltanto dal 1804, e non rappresentano che
-tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio Stephenson, il cui nome
-rimarrà congiunto alla storia delle ferrovie come quello di Watt
-a quella delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva
-soddisfacente pel servizio merci sul tronco fra Darlington e Stockton;
-ma la vera locomotiva moderna non nasce che col celebre concorso del
-1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da Giorgio e Roberto
-Stephenson colla macchina _Rocket_, che ancora si conserva come ricordo
-del grande avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la prima volta
-il servizio dei passeggeri. In due anni il dividendo dell'intrapresa
-sale al 10%, e comincia una sfrenata speculazione ferroviaria, che fu
-causa in quel tempo di grandi fortune e anche di grandi disastri.
-
-A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, e rimorchiavano
-sei od otto carrozze con velocità appena maggiore di quella di un buon
-cavallo, da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno locomotive perfino
-di 100 tonnellate, rimorchianti convogli di migliaia di tonnellate; e
-i treni diretti vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora.
-
-In Italia le grandi intraprese navali cominciarono tardi; ma la
-navigazione a vapore fluviale e lacuale si svolse poco più tardi che
-in Inghilterra. Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello
-a vapore l'_Eridano_, costrutto nelle officine di Watt e destinato
-a navigare sul Po. Ma l'impresa ben presto fallì, e la macchina
-dell'_Eridano_ fu messa a bordo di un battello varato a Locarno sul
-Lago Maggiore nel 1826 col nome di _Verbano_: e nello stesso anno fu
-varato il _Lario_ destinato al Lago di Como, cui tennero dietro il
-_Plinio_ e il _Falco_, e più tardi il _Veloce_ e il _Lariano_, per la
-inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi scrisse questi versi,
-per vero dire poco peregrini:
-
- Ve' sublime fra tanto navile
- Vasto un legno torreggia signor:
- Mai quest'onde solcava un simile
- In audacia, vaghezza e lavor.
-
-A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia costrutta in Italia:
-quella fra Napoli e Portici, inaugurata solennemente da Ferdinando II
-il 26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre successivo.
-La cerimonia d'inaugurazione fu un avvenimento; e come particolare
-curioso riferisce il De Cesare che la signora Cottrau, la quale aveva
-preso parte alla corsa inaugurale, si sgravò sul treno, durante il
-ritorno, d'un bambino, che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva
-tanto illustrarsi in materia di ferrovie.
-
-Fu il Genio militare che costrusse quella linea e poi l'altra fra
-Napoli, Caserta e Capua, e ne diresse l'esercizio. Il Re stesso ne
-aveva determinato il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie
-non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla morale pubblica e perchè
-il Re non voleva _pertusi_. Quando viaggiava il Re, era lui che dava
-gli ordini, e il capotreno, stando sul predellino della carrozza reale,
-li trasmetteva al macchinista. Egli amava la gran velocità e faceva
-fare in mezz'ora i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla Regina
-Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, e perciò raccomandava al
-macchinista di andar piano come un somarello.
-
-Benchè si trattasse di linee del governo, e il Re stesso si
-interessasse dall'esercizio, pure venuto l'uragano del 1848,
-diventarono anch'esse uno strumento di rivoluzione. Così il De Cesare
-racconta che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato ordine a
-due reggimenti di portarsi immediatamente da Capua a Napoli, il capo
-stazione di Capua, affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre si
-preparavano i treni, fece smontare da un uomo di fiducia un tratto
-di binario, e partì poi egli stesso col primo treno per evitare un
-disastro; ma intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le truppe per
-un giorno intero.
-
-Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente quella fra Milano
-e Monza inaugurata il 13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione
-della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. Intanto si apriva
-in Toscana la linea Livorno-Pisa il 14 marzo 1844 sotto la direzione
-di Roberto Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi. nel 1848,
-col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 al 1850 in tutta Italia si
-costrussero circa 600 chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500.
-
-Sono ormai più di cent'anni che la macchina a vapore esiste; ed essa,
-perfezionandosi sempre più, continua a lottare vigorosamente contro
-tutti i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, a petrolio, che
-tentano, ancora invano, di contenderle il primato, cioè di fornire la
-forza a un prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come potrebbe
-perfezionarsi ancora?
-
-Qui entriamo nel cuore della questione della trasformazione di calore
-in lavoro. E una materia astrusa, forse poco adatta alla parte più
-gentile del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al giorno d'oggi
-si può dire che nessuna questione, anche tecnica, non può nè deve esser
-straniera alle intelligenze educate.
-
-Come si fa a convertire calore in lavoro nella macchina a vapore? Si
-prende dell'acqua: le si adduce del calore da una sorgente di calore
-qual è il combustibile ardente; la si converte così in vapore che
-compie il lavoro colla grande forza che possiede; poi questo vapore
-viene ridotto di nuovo in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli
-calore con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua fredda.
-E questo vapore così ridotto in acqua è pronto a compiere un secondo
-ciclo, anzi una serie indefinita di cicli simili al primo. In sostanza,
-si attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile ardente, e
-si cede calore a un corpo freddo, che è l'acqua refrigerante. Una parte
-del calore è così semplicemente trasformata dal corpo caldo al corpo
-freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè si è convertita nel lavoro
-fatto dalla macchina.
-
-Ora, come mai il calore si può convertire in forza e lavoro?
-Considerate un corpo caldo; orbene: secondo l'ipotesi più probabile,
-l'impressione di calore che esso produce sul nostro senso del tatto
-non sarebbe che la comunicazione ai nervi di un movimento rapidissimo
-di vibrazione delle molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare
-dell'acqua ossia comunicarle calore, vuol dire impartire alle sue
-molecole una rapidissima vibrazione. Quando il calore trasmesso è
-abbastanza forte, la vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole
-dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano libere da
-tutte le parti; ed ecco che così l'acqua si converte in vapore. Queste
-molecole, diventate libere, sono come altrettanti proiettili che
-vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il vapore è rinchiuso;
-se una di queste pareti è mobile, come è appunto lo stantuffo della
-macchina, questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad urtarlo, lo
-spingeranno avanti, vincendo le resistenze che gli si appongono. Ecco
-come il calore si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce il
-principio fondamentale della teoria moderna del calore, il così detto
-primo principio, o principio dell'equivalenza.
-
-Si fa dunque compiere al calore un salto da una temperatura alta a
-una temperatura bassa, mentre nel compiere questo salto una parte del
-calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro.
-
-Ora non facciamo noi una cosa analoga quando adoperiamo la forza
-dell'acqua? Voi avrete visto un molino in montagna, per esempio: arriva
-l'acqua dal monte a un certo livello, e la si manda sulla ruota del
-molino; poi quest'acqua lascia la ruota a un livello più basso e va
-pel suo cammino. L'acqua ha qui compiuto un salto da un livello alto
-a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro; ed è chiaro che
-quanto più grande sarà il salto, tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto
-colla medesima acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto più grande
-sarà il salto di temperatura in una macchina a vapore, più grande sarà
-l'effetto utile, ossia il lavoro fornito da una medesima quantità di
-calore. È questo il secondo principio della termodinamica, il famoso
-principio di Carnot, l'avo dello sventurato presidente della Repubblica
-francese.
-
-Se si potesse godere di tutto il salto di un corso d'acqua della
-sorgente fino al mare si caverebbe da quell'acqua tutto l'utile che
-essa può dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il salto dalla
-temperatura del combustibile incandescente, che è la sorgente, sino
-al freddo assoluto, che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero,
-e che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua, caveremmo il più
-gran partito possibile dal calore, ossia dal combustibile consumato. E
-questo possibile? O entro quali limiti sarebbe possibile?
-
-La pressione del vapore cresce assai più rapidamente della sua
-temperatura; e voi sapete, per le notizie che sentite di tanto in tanto
-di terribili scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose le
-alte pressioni. Ma ci si va abituando, e d'altra parte si riesce ora a
-garantirsi sempre più contro simili eventualità con scelti materiali e
-una accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di Watt una pressione
-di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; ora si va a 10, 12, 15 atmosfere,
-e già si fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma anche se si
-adottassero queste enormi pressioni, la temperatura non si eleverebbe
-a più di 250° circa. È come dire che da questa parte il salto è stato
-aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe essere elevato
-molto di più.
-
-D'altra parte, è egli possibile di scendere a temperature più basse di
-quelle dell'acqua fredda che serve d'ordinario come mezzo refrigerante?
-È possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello zero assoluto,
-cioè a 273° sotto la temperatura del ghiaccio fondente?
-
-Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori diversi da quello
-dell'acqua. Voi sapete che ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti
-i gas colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, non sono
-che vapori di liquidi sconosciuti nelle condizioni di temperatura e di
-pressione nelle quali viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto
-l'idrogeno; ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse dell'acqua
-comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno che una temperatura di
-190° sotto lo zero; e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora più
-bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa, nè instabile;
-con certe precauzioni la si può conservare sicuramente per parecchi
-giorni; essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso in essa
-brucia con gran violenza, ma, mentre brucia, si copre di brina, poichè
-l'acido carbonico prodotto dalla combustione gela a temperatura assai
-più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi esponete al fuoco
-un vaso pieno d'aria liquida, le pareti esterne del vaso si copron
-di brina, e le stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve di
-acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile di maneggiarla,
-tanto che si può evaporarla lentamente e così spogliarla dell'azoto
-che è più vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido
-qualunque e spogliarla dell'acido carbonico che rimane sul filtro come
-residuo solido. Ecco dunque un refrigerante che si avvicina molto
-alla temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe a nulla per
-una macchina a vapor d'acqua, il cui liquido gela a una temperatura
-assai più alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare
-dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, cioè a 10°, o a 15°.
-Dunque anche da questa parte il salto di temperatura disponibile per la
-macchina a vapore è assai limitato.
-
-Son molto migliori, da questo punto di vista del salto di temperatura,
-le macchine a petrolio e a gas, colle quali si utilizza la forza
-d'esplosione di una miscela di petrolio o gas e d'aria, che si accende
-entro la macchina stessa, servendo al tempo stesso da combustibile e da
-sostanza motrice, cosicchè la temperatura superiore oltrepassa anche i
-1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore si è perfezionata tanto, che
-batte tutte queste sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare
-3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora per ogni cavallo di forza,
-essa arriva ora a consumarne anche solo 600 o 700 grammi, che costano
-2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le macchine a gas
-non possono competere con essa per la spesa, e nemmeno le macchine a
-petrolio: le quali, se son preferite per le automobili, gli è soltanto
-in causa dell'assenza della caldaia che difficilmente si potrebbe
-mettere sopra una carrozza e meno ancora su un triciclo.
-
-Ma appunto nel momento dei suoi più grandi trionfi, la macchina a
-vapore è, per due cause diverse, minacciata di morte, certo non
-ingloriosa e nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima
-che non si creda. Da una parte si è constatata in modo sempre più
-preciso l'esauribilità delle riserve sotterranee di carbon fossile e
-di petrolio; dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi
-dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone.
-
-Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra che le riserve di
-carbone accumulate sotto terra dai cataclismi cui fu soggetto il nostro
-globo non potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto della
-progressione crescente che si verifica nel consumo di carbone in tutto
-il mondo. Ma quei calcoli non erano attendibili. Prima di tutto non
-si può ammettere che il consumo di carbone aumenti sempre nella stessa
-misura, poichè la scarsezza del carbone diventerebbe presto un freno a
-consumarne di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici,
-sarebbero, come argutamente osservò il celebre socialista George, tanto
-esatti quanto, il calcolo di colui che dicesse: il mio cane ha un mese
-di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a 5 anni avrà una coda
-di 3 metri. Poi bisogna tener conto delle riserve di carbone ancor
-conosciute. Già negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di
-carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, cioè quella che
-si trova a meno di 1200 metri di profondità) più di 650 mila milioni
-di tonnellate, contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei.
-Le riserve della China, ormai considerato come il paese delle più
-straordinarie e misteriose risorse, son stimate più di 600 mila milioni
-di tonnellate, poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non sono
-ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al più spostare l'asse
-del mondo industriale, ma poco gioverebbero all'industria europea.
-
-Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto recentemente dal
-celebre Lord Kelvin. Quando la terra era appena uscita dal periodo di
-incandescenza, ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di
-vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas inerti, prodotti
-dalla precedente conflagrazione, cioè di acido carbonico, d'azoto e di
-vapore d'acqua.... Era quell'epoca geologica, quando ancora, come poetò
-lo Zanella nella «Conchiglia fossile»:
-
- Riflesso nel seno
- Di ceruli piani
- Ardeva il baleno
- Di cento vulcani;
-
-e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido manto cantato
-dall'Aleardi:
-
- L'aura, bagnata di mortal rugiada
- Colle tepide nubi invidiava
- Alla giovine terra il blando riso
- Delle giovani stelle.
-
-La vegetazione cominciò a separarne i componenti, appropriandosi
-il carbonio e l'idrogeno dell'acido carbonico e del vapor d'acqua e
-mettendone in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare l'ossigeno,
-che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I combustibili bruciati da
-allora in poi e la respirazione degli animali assorbirono una parte
-di quest'ossigeno, ma la nuova vegetazione ne produsse dell'altro;
-cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è esattamente in proporzione con
-tutta la materia combustibile che contiene la terra, sia alla superfice
-sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in forma di lignite, di
-carbon fossile e di petrolio. Calcolandone la quantità in proporzione
-a quella dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce (1000
-milioni di milioni di tonnellate circa) Lord Kelvin, tenuto conto
-dell'aumento della popolazione e del consumo e di altre circostanze,
-ritiene che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso pure che gli
-uomini pensino, estendendo a tempo le foreste, a prepararsi l'ossigeno
-per la respirazione, perchè altrimenti l'umanità, prima di perire
-di freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima di mancare del
-tutto, il carbone costerebbe così caro, che il calore e la forza, che
-esso può dare, diventerebbero consumi di lusso.
-
-Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè coll'utilizzazione delle
-cadute d'acqua, ed è questo, in fatto, il solo e vero formidabile
-nemico della macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il vapore.
-
-Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza motrice lo sapete tutti.
-E non è soltanto l'acqua delle cascate, che agendo con tutta la sua
-pressione sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più grande,
-quanto più grande è la massa dell'acqua cadente e l'altezza della
-caduta; perchè un'enorme riserva di forza l'abbiamo anche nelle
-maree e nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna solleva
-la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata in serbatoi dentro
-terra; e allora se nel periodo della bassa marea aprite le chiuse dei
-serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua farà una cascata
-che potete utilizzare come quella di un fiume o di un torrente. E
-lo stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano alte e
-minacciose contro una ripida costa. Questi ed altri sistemi analoghi
-per utilizzare le onde e le maree sono state proposte più volte ed
-anche provate con perfetto successo: e state certi che si attueranno
-definitivamente in avvenire, sopratutto nei luoghi dove le onde e
-le maree si elevano a parecchi metri di altezza, come avviene, per
-esempio, nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord. Se non che
-queste incalcolabili forze naturali che l'uomo ha a sua disposizione
-nei monti e sulle rive del mare non avrebbero che uno scarso valore
-rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero trasmettere
-economicamente a grandi distanze, dovunque si abbia bisogno di forza.
-Ora, la trasmissione delle forze si può fare, voi lo sapete, per mezzo
-dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione forse più grande del
-nostro secolo, pur tanto fecondo di invenzioni di ogni natura.
-
-Supponete di avere una forza disponibile in qualche luogo: per esempio,
-la forza d'una caduta d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di
-una motrice idraulica e servitevene per far girare un gomitolo di
-fili di rame fra le branche di una calamita. Ad ogni giro di questo
-gomitolo, il flusso magnetico che emana dalla calamita e che è tanto
-potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza di produrre nel
-gomitolo una corrente elettrica. È questa la macchina che comunemente
-si chiama una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del gomitolo
-e tirateli lontano fin che volete: centinaia di chilometri, se è
-necessario. La corrente circolerà nel filo sin dove questo arriva. Ivi
-attaccate questi capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete
-che il gomitolo di questa seconda dinamo si metterà spontaneamente a
-girare, riproducendo la forza della lontana caduta. Senza dubbio ci
-sarà qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si vuole secondo
-la grossezza del filo impiegato. Ecco in che consiste la trasmissione
-elettrica della forza; e vedete che non è una cosa molto complicata, ne
-difficile da capire.
-
-Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta questa invenzione, che
-data da dieci anni, e con quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione.
-In America si è pensato subito al Niagara, dove è già in funzione
-un impianto di 150 mila cavalli, la cui forza in parte è impiegata
-sul posto e in parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri di
-distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno utilizzando all'uscita del
-fiume San Lorenzo dal lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di
-Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di 14000 cavalli ciascuno,
-di Cusset-Jonage e di Bellegarde sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli
-e altri numerosi di minore importanza; ma noi li abbiamo preceduti
-in Italia colla trasmissione di 2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li
-emuliamo già con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 chilometri
-di distanza, la forza delle rapide dell'Adda di 13000 cavalli, e li
-sorpasseremo fra breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000
-cavalli di forza attinta dal Ticino.
-
-Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 50 chilometri di
-distanza sono nulla a paragone di quelli che già si annunciano come
-sicuri. Il progresso dell'elettricità è così vertiginosamente rapido
-in questi anni, che niente più ci può sorprendere. Già gli inglesi si
-preparano a portare al Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650
-chilometri di distanza, per l'irrigazione del Delta: e calcolano che
-la forza utilizzata costerà meno di quella che si potrebbe ottenere sul
-posto con macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe così
-una delle più feconde regioni della terra. Fu anche proposto di trarre
-partito dalla famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone sul fiume
-Zambesi per servire alle macchine lavoratrici del minerale d'oro della
-Rhodesia e del Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni
-si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, quando sia
-gratuita, a centinaia di chilometri di distanza ancora con economia in
-confronto all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da considerarsi
-come un'utopia l'idea di portare economicamente a Parigi la forza
-delle cascate dei Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta
-la valle del Po. E così lo stesso problema, che pochi mesi fa pareva
-ancora assai difficile, di usare la forza dell'acqua per la trazione
-sulle grandi linee ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si
-presenta oggi di più facile e più probabile soluzione.
-
-Voi vedete dunque che l'impero della macchina a vapore è già molto
-scosso, e che la futura scarsezza del carbone non può più ispirare
-paura; poichè colla trasmissione elettrica della forza non solamente
-surroghiamo la forza del vapore, ma possiamo surrogare lo stesso
-carbone. Infatti colla corrente elettrica possiamo produrre calore,
-sia per grandi operazioni industriali, quanto per la stessa economia
-domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità; già si può
-produrre la fiamma, servendosi della corrente elettrica per decomporre
-l'acqua, e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si può bruciare
-come il gas; e infine voi avete già le stufe e le cucine elettriche,
-dove il calore è fornito da un filo metallico arroventato dalla
-corrente.
-
-Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro momento di fortuna, e così
-l'hanno anche le nazioni; non si tratta che di saperne approfittare.
-
-Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per ciò che è l'anima di
-tutte le industrie, il carbone. Sono 100 a 120 milioni che mandiamo
-ogni anno in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto
-in paese è stata ed è una delle cause della nostra inferiorità
-industriale. Ma poichè siamo ricchissimi di acque perenni, non
-avremo più da subire le conseguenze della mancanza di combustibili
-fossili. Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze idrauliche,
-che ammontano a decine di milioni di cavalli, noi potremo facilmente
-duplicare e triplicare le nostre industrie, risparmiando 200 o 300
-milioni di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza a questi
-paesi che ora la fanno a noi.
-
-Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è assai improbabile. Si
-potrebbe trovare un mezzo economico di immagazzinare la forza, di
-imballarla come una merce qualunque e di trasportarla lontano per
-terra e per mare. Gli Americani potrebbero allora utilizzare tutti i
-sei milioni di cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto
-alla domenica lo spettacolo della celebre cascata; e avrebbero tanta
-forza, insieme a quella degli altri loro grandi fiumi, da poterne
-fare una larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile,
-poichè ci sono già gli accumulatori elettrici, che permettono
-d'immagazzinare la forza, e anche di portarla attorno, come avviene
-sui carrozzoni delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche
-sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, non si è trovato
-ancora l'accumulatore di forza poco costoso e leggero, che ci vorrebbe
-per poterla trasportare economicamente a grandi distanze e non par
-facile che si abbia a trovarlo così presto. E del resto, anche se si
-trovasse, ebbene, metteremo un dazio protettivo sulla forza importata
-dall'estero.
-
-Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità dell'economia
-nazionale, l'avvenire ci sorride. A noi poco importa cosa diverrà
-la macchina a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza. È
-venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, e giova sperare che
-sapremo valercene con prudenza e con sagacia, senza sperperarle, e
-senza comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta di goderne nel
-presente.
-
-Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò che il Sommeiller
-presagiva in seno alla Camera subalpina all'epoca del traforo del
-Moncenisio: «Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri
-schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei chiudere meglio
-questa conferenza che augurando al nostro paese il compimento della
-profezia, ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla quale
-avete voluto ascoltarmi.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- La poesia del quarantotto Pag. 5
- La poesia del Giusti 31
- G. G. Belli e la vita romana 75
- Il teatro. Una musa scomparsa 129
- Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno 177
- Il vapore e le sue applicazioni 225
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] BELLI, II, 326.
-
-[2] BELLI, III, 177.
-
-[3] _Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti_ nella
-_Nuova Antologia_, VII, 1879.
-
-[4] Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo contiene
-i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume, perchè contiene i
-sonetti più osceni.
-
-[5] Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime sale di Brera
-dove eran rifugiati i quadri moderni, sono da mesi sossopra, perchè
-due delle sale sono state cedute alla Galleria antica. Pare che nel
-1901 essi saranno novamente e più ordinatamente ricollocati nelle sale
-residue.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
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-
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-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
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-and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
-works. See paragraph 1.E below.
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-or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
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-1.E.9.
-
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-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
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-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
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-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
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-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
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