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-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I
- Terza serie - Lettere, scienze e arti
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
-
-
-
-
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-
- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1846-1849)
-
- TERZA SERIE
-
-
- I.
-
- LETTERE, SCIENZE E ARTI.
-
-
- La poesia del quarantotto ENRICO PANZACCHI.
- La poesia dei Giusti ISIDORO DEL LUNGO.
- G. G. Belli e la Vita Romana ALFREDO BACCELLI.
- Il Teatro. Una musa scomparsa VINCENZO MORELLO.
- Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno UGO OJETTI.
- Il Vapore e le sue applicazioni GIUSEPPE COLOMBO.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI
- 7, Via del Proconsolo
- 1900
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI
-
- _Gli editori R. BEMPORAD & FIGLIO dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1900. — Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.
-
-
-
-
-LA POESIA DEL QUARANTOTTO
-
-CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI
-
-
-I.
-
-Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, forse il più
-attraente, si presenta a noi come una sonante e fulgida pagina di
-poesia. Aspettando che i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla
-vostra ragione, di mano in mano illustrino gli altri aspetti di
-quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga un poco di questa
-poesia del '48, la quale, più che nelle carte dei poeti, fu scritta
-nei fatti e nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo
-italiano; e tutti, in alto e in basso, furono poeti per un momento,
-poichè una corrente irresistibile trasse e confuse gli italiani di
-tutte le classi a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi.
-
-Era il tempo in cui un frate benedettino nella solitudine del
-suo cenobio, nel silenzio della sua cella, dopo avere scritto una
-storia della Lega lombarda, la dedicava al Papa con queste parole: —
-Affacciatevi, Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli, ed ascoltate la
-voce dei tempi nuovi. Scrutate i nostri cuori, e vedrete che noi siamo
-sempre degni nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero
-la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete, o Padre
-Santo, la bandiera che Alessandro III appese al sepolcro del beato
-Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela sventolare al sole
-d'Italia! —
-
-Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa la voce isolata di un
-asceta sognatore?... No. Se il Padre Tosti dall'altezza di Montecassino
-avesse teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla sua, in
-quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia e passare le Alpi e
-invadere tutta l'Europa e volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i
-tristi esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto riparare in
-America ritornavano sopra una nave che s'intitolava «La Speranza», ed
-entrati nel Mediterraneo e visto nell'orizzonte gli umili confini della
-Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, si abbracciavano, e
-gridavano: — Viva Pio Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che
-cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? No. Un semplice sogno
-non produce movimenti così forti, così universali e così perduranti. Il
-sogno vero e grande lo aveva fatto prima un altro tonsurato, Vincenzo
-Gioberti, il quale, là, tra il '40 e il '42, esule a Bruxelles,
-anch'esso per peccato di patriottismo, aveva accolto nella sua mente la
-più audace chimera che potesse mai attraversare il cervello d'un poeta.
-Egli, a quei lumi di luna, aveva immaginato «una Italia prospera,
-devota a Dio e concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo evento,
-«i principi italiani e i popoli non più ringhiosi e sospettosi fra
-loro, ma affratellati in un'ammirabile concordia per costruire insieme
-l'edifizio di una patria grande e meravigliosa, che superasse in
-grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E questo audacissimo
-Abate arrivava, nella grandezza del suo sogno, fino a vedere in tempo
-non lontano le altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e
-devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere da lei le norme
-del bene e le forme del bello.»
-
-Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in pochi anni, non già
-alla sua realtà, ma ad inizii così fausti e felici, che quasi facevano
-credere prossimo il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore?
-Perchè da qualche tempo un uomo vestito di bianco di tanto in tanto
-si affacciava alla loggia del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi
-a gran folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione di Dio
-sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di bianco era «il Signor dei
-credenti,» come con frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. E
-in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione di tante e così
-stupefacenti novità.
-
-Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. Dal canto suo, il
-grande Cancelliere dell'Austria, Metternich, sconcertato in tutti
-i suoi disegni, aveva detto che nella sua prudenza politica egli
-tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso inverosimile di un Papa
-liberale!
-
-E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità vertiginosa.
-In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, avvenne per opera di Pio IX,
-soltanto riguardando all'interno dello Stato Pontificio, una serie
-di riforme alle quali pareva non dovesse bastare mezzo secolo:
-l'amnistia che ridonava alle famiglie gli esuli e i carcerati per
-colpe di patriottismo, poi la Consulta di Stato, la guardia civica, la
-secolarizzazione parziale del governo, la lega doganale dei principi,
-anticipante la desiderata confederazione politica, poi la Costituzione.
-Finalmente la guerra allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,»
-che era anche il padre comune di tutti i fedeli! I principi dovettero
-seguire, chi di buon grado chi a mal in cuore, l'esempio trascinante di
-Pio IX. A Napoli il Re volle essere il primo a largire la Costituzione;
-e diede tutto con la facilità di chi è poi disposto a tutto ripigliarsi
-e tutto sconfessare.
-
-
-II.
-
-Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta
-quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo indicibile e in una
-specie di festività permanente. Se voi volete avere una qualche idea
-di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere
-gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure
-cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito
-liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i
-fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella
-gioia traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile coi più
-vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava «la luna di miele.»
-
-Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di
-ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo
-all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo
-da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi
-capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano,
-che imprecano, che piangono, tanta è la piena dei loro affetti; e
-donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti
-bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar
-fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano giù per le strade,
-acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei
-campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte
-le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal
-cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto questo è certamente
-argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo
-mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di
-beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il
-domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto?
-
-È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, Giuseppe
-Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso
-la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al
-ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo Sterbini, il Guerrini,
-il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali «accendevano gli
-spiriti col genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque essi
-non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi più
-che quattro generali d'armata. «Ciò serva di avviso ai reggitori dei
-popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i
-coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica
-quiete.» La polizia dunque era avvisata.
-
-Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi
-quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore
-della brigata; ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai ne
-aveste!
-
-La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il
-Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche
-nei loro momenti più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando la nostra
-mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro
-versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare,
-si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore
-inspirato di _Ildegonda_ e dei _Lombardi alla prima crociata_, quando
-scosso dai grandi fatti di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole
-in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo,
-compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo
-una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non
-abbia subito compresa la grande disparità che era fra il tema del suo
-canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare
-nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto
-Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non
-aveva creduto mai al «miracolo di Papa.» Tutto quel gran contrasto
-tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più
-cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione
-si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di
-sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo
-spirito pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi il suo
-estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi
-a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza,
-volgendosi al granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare un
-poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa.
-Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti
-sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo?
-perchè (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando
-tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco
-due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi
-ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparità non
-scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel
-'48. Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli
-avvenimenti, è come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le
-sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di
-Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si è voluto esaltare. Io
-credo che la sua più bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi
-del Gianicolo. Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno «Fratelli
-d'Italia» arrivato alla strofa:
-
- Dov'è la vittoria?
- Le porge la chioma,
- Chè schiava di Roma
- Iddio la creò,
-
-o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi
-per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto
-a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo
-la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto
-quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra
-citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme
-contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande
-poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte
-generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe
-Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del
-cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa.
-
-
-III.
-
-Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più degna nella musa
-popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso
-volgarucci, non può non colpire il confronto coi canti anteriori: per
-esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca
-Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi
-la diffidenza, come suona la tristezza! «Napoleone, guarda quel che
-fai!,» comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono
-il gran dolore delle nostre povere plebi per dover andare a combattere
-lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana:
-
- Partirò, partirò, partir bisogna
- Dove comanderà il nostro sovrano.
- Chi prenderà la strada di Bologna,
- Chi anderà a Parigi e chi a Milano!
-
-E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un
-singhiozzo: «Dio, che partenza amara!» E la esclamazione amarissima ci
-fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta
-il fiore della gioventù italiana mandata a morire fra i ghiacci delle
-«rutene squallide spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire alla
-cara patria lontana:
-
- La vita che mi desti, ecco ti rendo,
-
-poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi
-tiranni, per «coloro che la uccidevano!»
-
-Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile di poesie
-popolari, delle quali credo che non metta conto intrattenervi:
-canzonette, canzonucce e canzonacce. In quella immobile gora però,
-noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea. È la canzoncina
-toscana:
-
- Addio, mia bella, addio,
- L'armata se ne va....
-
-Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la gentile ed eroica
-canzoncina, perchè si sa che ne fu autore un certo Bosi, il quale
-morì pensionato e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo.
-Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, il popolo se la
-assimilò e la rese interprete dell'anima sua. Ed è veramente una cara
-e poetica cosa; un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi
-invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo Wagner. Questa candida
-e bella ninfea, in mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella
-lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi lombardi, dove
-nelle veglie delle armi aveva consolato i cuori magnanimi dei giovani
-toscani, che dovevano cessar di battere a Curtatone e a Montanara;
-e seguitò a risonare per le nostre campagne, per le nostre città.
-Sopraggiunti i tristi tempi della invasione straniera, la gentile ed
-eroica canzoncina non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente
-modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove ecco che torna sulle
-labbra di tutti, ed è ancora la canzone prediletta del popolo! E
-sempre poi, mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i partiti
-laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale prendeva il posto
-dell'amor patrio, ostentandone sacrilegamente le apparenze, il popolo
-italiano continuava, nella innata bontà del suo cuore, a credere che
-bello era il combattere e il morire per la patria; e continuava a
-cantare:
-
- Se non partissi anch'io
- Sarebbe una viltà.
-
-
-IV.
-
-Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del Quarantotto; e fu l'inno
-del Manzoni. Fatto curioso! Questo inno è il peana del Quarantotto, ma
-venne composto nel Ventuno:
-
- Soffermati sull'arida sponda
- Volto il guardo al varcato Ticino,
- Tutti assorti nel nuovo destino,
- Caldi in cuor dell'antica virtù,
- L'han giurato!...
-
-La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu varcato. L'inno in sè
-stesso rappresentava un'aspirazione poetica dell'anima di Manzoni,
-il quale, come vide che al carme non corrisposero gli eventi prese
-questo partito: non scrisse, non pubblicò, e nemmeno affidò alla
-carta questo volo, questo sprazzo della sua anima poetica. Egli volle
-tenerlo gelosamente chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire;
-egli l'avrebbe poi detta questa parola quando fossero giunti gli
-avvenimenti che essa affannosamente invocava. E di fatti, allorchè
-scoppiarono i grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno lontano
-la redenzione della patria, allora Alessandro Manzoni scrisse l'inno
-pensato e meditato già da ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e
-questo va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome sotto una
-protesta contro l'Austria, una protesta che, date le circostanze,
-poteva benissimo costargli la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia
-delle Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro della
-penisola, risuonarono le affettuosissime voci:
-
- Cara Italia! dovunque un dolente
- Grido uscì del tuo lungo servaggio
- Dove ancor dell'umano linguaggio
- Ogni speme deserta non è;
-
- Dove già libertade è fiorita,
- Dove ancor nel silenzio matura,
- Dove ha lacrime un'alta sventura
- Non v'ha cor che non batta per te.
-
-Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e profeta; poichè aveva fin
-dal Ventuno vaticinato il grande consenso di tutto il mondo civile
-alla causa italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi era di
-buono e di generoso nell'Europa civile di quel tempo, si raccoglieva
-veramente intorno alla rivoluzione italiana e faceva voti per lei.
-
-La grande poesia del Quarantotto dunque, come vi ho detto in principio,
-o Signore, sta nei fatti principalmente e nelle condizioni degli animi.
-
-E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non domandate che la
-poesia si renda interprete di ciò che avviene nel cuore umano quando
-il cuore umano è gonfio di passioni, quando la passione grida essa
-impetuosamente le sue voci non traducibili con parola precisa. Vi
-è una legge psichica di cui fanno testimonianza le storie di tutte
-le letterature, o Signore: i due grandi fattori della poesia sono,
-da una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano innanzi,
-dall'altra il ricordo e il desiderio che si volgono indietro. La
-poesia o spera o ricorda. Quando l'uomo ama nel parossismo della sua
-passione, sia anche poeta come Dante e come Petrarca, non aspettate
-da lui dei versi d'amore. I versi d'amore egli li compone, e sono
-veramente degni dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata,
-oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza la felicità che
-è fuggita da lui. Questi i due momenti psichici, i due fattori veri
-della poesia. Quello che avviene degli individui, doveva anche avvenire
-nella grande collettività del popolo italiano. Non è nell'orgasmo,
-non è nell'esaltazione, non è tra le luminarie e i baccani e le ansie
-dell'aspettazione, che la musa (la quale come disse Parini, formulando
-un canone eterno dell'arte «orecchio ama pacato e mente arguta e
-cuor gentile») poteva meditare e comporre il grande carme degno degli
-avvenimenti.
-
-La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno di questi
-fatti vogliamo ricordare, io potrei dirvi che la più alta poesia del
-Quarantotto esalò da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati
-fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di tutto il mondo
-civile, tra l'amore della libertà e l'amore della religione. Fu davvero
-un momento storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete
-la storia del nostro Risorgimento, voi troverete che nessuno ha mai
-detto e spero che nessuno dirà mai che fra amor di patria e religiosità
-vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto, che una certa
-diffidenza fra l'una cosa e l'altra vi è sempre stata, e purtroppo vi è
-ancora. Da Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del Poggetto
-voleva disperder le ceneri perchè lo aveva in odore di eretico, alle
-censure ecclesiastiche dei libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i
-sospetti di questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) si sono
-sempre, più o meno, manifestati in Italia. E non fu questa l'ultima
-causa (diciamolo con coscienza d'uomini liberi) delle nostre divisioni
-e della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni!
-
-Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe Mazzini aveva
-inalberata una fiera tradizione ghibellina, che non ammetteva patto
-nè temporale nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo
-invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si formò insomma una
-tradizione neoguelfa accanto a quella tradizione ghibellina; e gli
-animi ne rimanevano perplessi e dolorosi; e le coscienze timide non
-sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come tutte le sante cose
-che la natura istilla nel cuore dell'uomo, mandava le sue querule voci,
-ma queste voci parevano superate e fatte tacere da una voce anche più
-autorevole.... Quando, a un tratto, ecco che un vento liberatore spazza
-via tutta questa nebbia e nel cielo rasserenato appaiono congiunte,
-affratellate, la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone del
-Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco uno degli aspetti veramente
-poetici del Quarantotto! Un altro aspetto egualmente poetico di questa
-epoca, anch'esso intimamente connaturato colla storia, risultò da
-questo, che il movimento politico redenzionista suscitatosi nella
-penisola e in essa maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato
-del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, del Troia, e dello
-stesso Mazzini, si differenziò dai movimenti anteriori per la sua
-maggiore modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani
-erano insorti sempre in nome di un ideale classico molto austero e
-molto elevato, ma un po' troppo lontano dalla immediata percezione
-del nostro sentimento. Era il grande ideale classico di Roma antica,
-erano i fasci, i littori, la grande Repubblica conquistatrice del
-mondo, e tutto quell'insieme di reminiscenze e di anacronismi, che
-il Giusti aveva già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece
-il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e da tutta una
-cultura italiana più moderna, richiamò il sentimento della nazione a
-qualche cosa di meno devulso, di meno separato da noi. Per forza di
-avvenimenti l'Italia del Quarantotto non mira più a Roma antica, mira
-piuttosto al Medio Evo; voglio dire a quello che il Medio Evo conteneva
-di tradizione ancora viva, ancora permanente in mezzo a noi. Lo stesso
-neoguelfismo aiutava in questo. Quindi i poeti evocano, piuttosto che
-Roma antica e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; e i
-giovani volontari vanno al campo avendo sul petto una croce fiammante
-che significa insieme un ideale politico e religioso. Il Quarantotto
-evoca i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in nome dei
-loro civili diritti, in nome dei loro focolari e delle loro chiese, e
-combattono e vincono l'Imperatore. Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che
-fervono nelle menti, che splendono alla fantasia come dei fari!
-
-
-V.
-
-In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni
-storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano
-familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne
-con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva il Medio Evo.
-Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai
-fatti nuovi esisteva una reale affinità, una corrente di simpatie e
-di impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto suscitare. Noi
-non guardavamo più al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al
-Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di
-morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto
-dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia
-cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori.
-
-Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque
-e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale nè
-troppo calda nè troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere
-e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di
-vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una
-gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi
-sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso
-e non declinerò ora da questo mio proposito, perchè voglio lasciare
-intera libertà ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare
-uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verità
-storica da tutti riconosciuta, ripetendovi che il Quarantotto, se fu
-una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei
-fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato
-dall'attraentissimo argomento, mi contenterò di ricordare una sentenza
-di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni,
-diceva: «Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere
-dei fanciulli.» La sentenza non potrà, io credo, essere tacciata di
-severità.
-
-E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero
-l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze,
-le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e
-finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per
-un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata città,
-dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era
-perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere un grande servigio
-alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo,
-senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti
-della triste resa.
-
-Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe essere argomento di
-un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni
-intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, da
-diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca
-dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera
-d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre
-nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima
-italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo
-delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo
-era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle
-memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi
-inusitati e crea una visione che è una delle più potenti, non dubito di
-affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano.
-Tutta la _Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto_ è un
-misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai
-popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a
-voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di pietà
-e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere
-insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma
-poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli
-occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al
-giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio
-del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti
-maliaugurî, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno
-al trono, anche questa parola è improntata di un profondo carattere di
-poesia: poichè è la poesia della speranza!
-
- Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,
- Per questa dolente nel fiero torneo,
- Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!
- . . . . . . . . . . . . . .
- La croce sabauda, che ornò sette troni,
- Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,
- Raggiando sull'armi l'antico splendor,
- Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,
- Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,
- Verrà benedetta sull'Adige ancor!
-
-Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore
-dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che
-la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la
-speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di
-Federigo Schiller: che le cose di quaggiù, hanno bisogno di morire
-nella realtà, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale
-dell'arte....
-
-
-
-
-LA POESIA DEL GIUSTI
-
-CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in relazione con la poesia
-italiana, mi propongo parlarvi) intende comunemente qualche cosa
-di agevole e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un concepimento
-simultaneo e un'unione così schietta d'idea e di parola, che la parola
-vela appena l'idea senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare
-che la cosa non potesse proprio esser detta altro che in quel modo lì.
-Nè fanno ostacolo il verso o la rima: perchè i metri sono quasi sempre
-i più snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso chiede mai
-al metro nulla di più di quello che il metro, secondo il suo naturale
-congegno e le pose sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra
-appostata in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, e che se vi
-accadesse di ripetere quelle cose conversando, incappereste in quelle
-rime anche voi. Conversando, sicuro; perchè il Giusti è il poeta più
-conversevole che vi paia aver mai conosciuto: e quando egli scherza con
-voi, voi ne sentite la voce, voi lo vedete sorridere, e ammiccare, e
-comporre il viso, come il discorso richiede; cosicchè non manchi a quel
-tanto che la parola scritta ha di muto, non manchi (tale è, leggendo,
-l'illusione) l'avvivamento del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento,
-del gesto.
-
-Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? qual altro ci
-procura sensazioni consimili?
-
-Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di rispondere, bisogna, a
-voler rispondere con giustizia, bisogna pure riflettere, se alcun
-altro de' nostri poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e
-tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a pensare, profonde o
-commoventi a sentire; quante si sentono o si pensano leggendo i suoi
-versi. Tutto quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49, che ci
-sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica di quei componimenti
-motteggevoli e ironici; co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti,
-o disorpellati delle loro lustre, o messi addirittura al nudo del loro
-brutto e cattivo, o piantati alla berlina con le loro debolezze, o
-trascinati al _redde rationem_ delle opere loro: cotesto piccolo mondo,
-del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia per modo dinanzi, che
-nel giudicarne voi dobbiate sempre fare appello ai sentimenti vostri
-migliori. Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i Gingillini
-e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti di buon governo e i
-loro Birri a congresso — al sentimento dell'umana dignità, nel far la
-debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di quei parassiti del
-regio rescritto, di quelle croci di Santo Stefano sul petto dei mal
-arricchiti, di quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa
-spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento della moralità
-educatrice, se motteggia sull'imperiale e real giuoco del lotto, o
-sul reuma d'un cantante, sull'abuso sentimentale del cloroformio,
-sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente affermato
-della umana fraternità, se sfata con ironica iperbole le pericolose
-utopie umanitarie, le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al
-sentimento della pedagogia naturale, o diciamo senz'altro al prezioso
-senso comune, se fra gl'Immobili e i Semoventi rivendica la libertà del
-fanciullo che i taumaturghi del metodo vorrebbero plasmare a macchina,
-e averne fantocci tutti d'un pezzo e d'un getto: — al rispetto delle
-memorie ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio
-palazzo appigionato dai posteri di Farinata, o scaglia sul viso dei
-gaudenti, dimentichi in carnevale perpetuo, il brindisi che esalta le
-gloriose quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità santa d'Italia
-madre, quando per l'incoronazione austriaca sfilano in complice schiera
-i principotti italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua
-storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di Milano, fra que' poveri
-Croati e Boemi mandati qua a odiare ed essere odiati, sospira una
-patria per se e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie miopi
-e sordastre il _delenda Carthago_ dell'indipendenza dallo straniero;
-o protesta al suo Gino Capponi contro l'insulto codardo alla Terra dei
-morti.
-
-E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, e ritien più del
-bonario e del familiare, ma sempre con qualche vena di malinconico;
-le Memorie di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di Rimini,
-l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato sugli zecchini d'oro, Momo
-salmista e predicatore, le virtù della Chiocciola, il re Travicello;
-nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola ironia del Poeta
-passa pel vostro spirito, senza lasciarvi altresì qualche grano di
-moralità gentile, fermentatrice di bene.
-
-E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie del Giusti (pur
-abbandonando alla bibliografia le generiche e non caratteristiche,
-o nate morte che vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le
-vitali e vive quelle che non appartengono alla sua Satira: nelle quali,
-sia nelle poesie che chiamerei addirittura sentimentali, sia in quella
-Canzone reminiscente all'Alighieri maestro, egli è quanto alla forma
-un altro poeta, ma l'anima del Poeta, anche in codeste liriche, voi la
-sentite pur sempre la stessa.
-
-Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua propria missione,
-questo pur così amabile ed agile verseggiatore; questo umorista è,
-innanzi tutto, un moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce
-e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati espressamente tali
-suoi caratteri, i quali è facile si accompagnino a difetti di aridità,
-pesantezza, accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo la
-dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del Giusti, poeta (come mi
-è venuto detto) conversevole? la risposta, nella quale credo dobbiamo
-convenire lettori e critici, è che nessun altro.
-
-Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria tanto e così svariatamente
-e a pezzi e bocconi, quanto di lui? E non è un saperne a memoria
-per averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli fatto imparare
-senza che noi ce ne accorgessimo, solo per quel farci tanto pensare
-e sentire, con immagini e parole e locuzioni e rime trovate così a
-proposito e tanto di nostro genio:
-
-Dal
-
- Girella, emerito
- di molto merito,
-
-al _Credo_ bestemmiato da Gingillino,
-
- _Io credo nella Zecca onnipotente_
- _e nel figliuolo suo detto Zecchino;_
-
-dalla Ghigliottina a vapore, che
-
- fa la testa a centomila
- messi in fila,
-
-alla visione papale del Gioberti, di
-
- prete Pero, buon cristiano
- lieto semplice e alla mano,
-
-che
-
- vive e lascia vivere;
-
-dalla
-
- pallida capelluta
- parodia d'Assalonne,
-
-alla coppia felice, che
-
- l'amorosa si chiama Veneranda
- e l'amoroso si chiama Taddeo;
-
-dal giro pe' chiostri
-
- contando i tumoli
- degli avi nostri,
-
-alla partenza da Pisa, lasciando
-
- la baraonda
- tanto gioconda;
-
-dal
-
- Viva la Chiocciola,
- viva una bestia
- che unisce il merito
- alla modestia,
-
-all'esopiano re Travicello
-
- piovuto ai ranocchi;
-
-dal più o meno manzoniano
-
- Apollo tonsurato
- che dall'Alpi a Palermo
- insegna il canto fermo,
-
-alla patriottica baffuta Babele, che succhia
-
- sigari e ponci;
-
-dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», al padre X.
-conservatore dello _statu quo_: dal Congresso di Pisa che suscita le
-escandescenze del solito Rogantino, tirannetto
-
- da quattordici al duetto,
-
-all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi,
-
- Nè mai tanto apparato
- d'anni crebbe congiunto
- all'umor moderato
- di non provarle punto.
- Dormi, Europa, sicura:
- più armi, e più paura.
-
-Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c'è
-come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo:
-— Donde attinse egli tale sua qualità? Fu natura? fu magistero? Ne
-trovò egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli
-venne fatto così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori,
-questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte
-a vita sociale e civile, nè fra i Satirici propriamente detti,
-dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici
-urbani, che dai Latini anche più direttamente assumono il Sermone e
-l'Epistola: e neanco poi, dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal
-Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? —
-
-Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto è
-rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento,
-che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed è
-ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile
-e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia
-a vivacità fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante
-la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi,
-sfrondando cotesto frascame a buon dritto, però dissangua e stecchisce;
-e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la
-spontaneità della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira è
-la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone è il verso
-sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente
-atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualità
-epica prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato
-sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di
-quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti.
-
-E questa medesima ragione del metro, già di per se pone distacco assai
-fra lui e i cosiddetti burleschi, sinchè la forma tradizionale anche di
-costoro séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e
-dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli
-o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a
-quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi;
-la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando
-(innominabili) avevano esercitata più o meno toscanamente, e che il
-Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità nuova; e quando
-il Guadagnoli, con maggior toscanità di chicchessia, assume cotesta
-umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad
-essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il
-quinario; — soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire
-il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: chè chi
-senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale
-pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe,
-più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe e al Pananti
-e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti sì civili e
-sì d'arte, che nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al
-Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza,
-dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in
-quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si
-tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito dire: «Vedete come la
-poesia burlesca, nel secolo decimonono, si è svolta di mano in mano,
-dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti.»
-Il fatto è, che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti,
-conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la
-Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con ben altro
-vigore di effetti le veci.
-
-E nata satira più specialmente della regione toscana, addivenne
-popolare in tutta Italia, sì perchè a Italia tutta aveva il cuore
-il Poeta, e sì per le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in
-altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare
-tollerabilmente, come potè essere quella del Guadagnoli dal Fusinato
-veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase
-poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il
-Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Béranger nelle
-_Canzonette_ dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco,
-il Belli atteggiò a epigramma popolare quel vecchio peccatore
-aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggiò con
-arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo
-pisano, i Sonetti di Renato Fucini.
-
-
-II.
-
-Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità della sua poesia,
-fu, almeno indirettamente, cioè in questi altri termini, — come fosse
-ella fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di altri, — fu
-proposto assai prima che si curiosasse di critica quanto oggi; e dette
-occasione a uno scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la
-testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la critica più intima,
-che della poesia del Giusti si sia avuta, anche dopo le belle pagine
-del Carducci, del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi,
-del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del 1851, appena un anno
-dopo la morte del caro ospite suo, a un articolo del critico francese
-Gustavo Planche, il quale era venuto narrando a' suoi compatriotti,
-essere il Giusti una sorta d'improvvisatore che, impaziente o incurante
-delle bellezze di stile, accettava senza pensarvi la prima parola che
-gli scendeva giù per la penna: perciò privo di vivezza, di eleganza, di
-precisione, di tutte insomma le doti proprie d'uno scrittore che ami e
-rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel suo sorriso benevolo
-che gli abbiamo conosciuto e quella temperanza che tanto più gravi
-quanto più miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello essere il
-ritratto non dell'amico suo ma di altri poeti (i burleschi appunto del
-penultimo periodo), diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa, in
-ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi dal sentire della nostra,
-e dalle norme ch'essa impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente
-gentili.» Di questa lingua avere il Giusti, dai grandi scrittori e
-dal popolo, anche campagnolo, tratto tutto quanto è di più fino ma
-insieme di più nascosto, mediante un senso squisito suo proprio,
-educato sui classici latini e nostri, ed un grande studio ch'egli
-poneva con ostinata perseveranza nello scegliere le voci e collocarle
-industriosamente. Da ciò esser venuta alla sua poesia una efficacia
-piuttosto condensata e ristretta, «intesa com'ella è a penetrare
-più addentro»; tantochè aveva egli finito col quasi «negare parte di
-sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani suoi» (il che è
-verissimo, e i commenti venuti dopo lo dicono), non che dei Francesi. E
-a questi più particolarmente volgendosi, e «sfidando la Francia tutta»
-a cogliere il valore di certi motti giustiani, come quello (negli _Eroi
-da poltrona_) sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva
-il Béranger, «nome» dice il Capponi «che riviene spontaneo a proposito
-del Giusti»; e dichiarava che non avremmo noi osato, sebbene tanto più
-familiari e alla lingua e alle cose di Francia che non alla lingua e
-alle cose d'Italia i Francesi, non oseremmo noi, e saviamente, dare
-sentenza sul Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di quella
-letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), per non risicare di
-giudicarlo piuttosto facitor di canzonette che poeta. L'onore del
-qual nome, nel senso di artefice consapevole, e in queste due cose
-soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza di espressione»,
-rivendicava egli al Giusti contro la condanna pronunziata dal Planche,
-che «i versi suoi non vivrebbero».
-
-È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, e si ristampano, e
-(come il Capponi presentiva, nè gliene faceva lode) ce li commentiamo:
-di che non credo che per quelli del Béranger, ed è pregio suo e della
-lingua, si sia mai sentito in Francia il bisogno; perchè, cominciando
-dall'arietta sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in
-quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima del poeta, e ne
-rivola fuora trillando; laddove il Giusti (che ammirava il Béranger; ma
-quando lo chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non soltanto
-per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando da questa: d'averlo
-letto dopo essersi «imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato
-la propria forma con un intendimento del tutto soggettivo e di sua
-iniziativa, pur mirando a «farsi interprete delle cose che gli stavano
-d'intorno». Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio mondo,
-che nel contrasto fra i due secoli «l'un contro l'altro armato» era
-destinato a frantumarsi, tanto poco, anzi nulla, avevano che fare
-insieme, che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato) alle
-_Chansons_ la toscanità degli _Scherzi_, anche quando i soggetti
-combaciano e si rasentano, si va nel goffo; e qualche imitazione in
-stile giustesco dal Béranger, per esempio, dal _Bon Dieu_ quella del
-_Creatore e il suo mondo_, è, fra le apocrife appioppate al Giusti,
-delle più intrinsecamente aliene, nonostante le apparenze, dal fare
-autentico e legittimo di lui.
-
-Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto ascoltare il
-giudizio del critico francese, non ne avrebbe fatte grandi meraviglie,
-perchè già si era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare
-da un tale qui in casa sua, se avesse letto altro che romanzi e
-giornali; e ci racconta altresì, come «prontissimo ad immaginare, e
-assai lesto ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima mano,
-e credeva che la morte sola gli avrebbe portato via il pennello de'
-ritocchi»: dichiarando espressamente, che quel suo «modo di dir le
-cose alla casalinga» non provava nulla, e che pur troppo il suo difetto
-era di non contentarsi mai. E séguita confessando le proprie colpe: la
-stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver avuto a combattere
-con quei metri, «facili in apparenza, difficilissimi in sostanza; i
-quali se non ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da tutte
-le parti», e la inversione poi va a finire nello «scontorcimento».
-«Gino Capponi mi aveva ammonito più e più volte d'andar per le piane,
-d'esser semplice e corrente, di lasciare le lambiccature, le finezze
-sopraffini, le frasi e le parole vistose; perchè, dice il proverbio,
-chi troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a lasciarlo dire,
-e a dargli retta senz'altro, cioè senza far la tara all'ipocondria
-di quel povero organismo malato, si finirebbe..... altro che
-l'«improvvisatore» denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole»
-che io ho cominciato, Signore mie, dal ripresentarvi come una vecchia
-comune conoscenza.... si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe
-Giusti è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che abbiano mai
-esercitata la pazienza delle nove sorelle.
-
-
-III.
-
-Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche
-de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanità della lingua,
-tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi
-atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli
-eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele
-dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli
-e volgarucci, con molta diffidenza di sè medesimo, le aveva poi
-deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si
-era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira
-a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte
-convergevano, serrandosi sempre in più stretto fascio, le volontà e le
-intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria
-privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» son sue
-parole «dalla vana chiacchiera, dalla disonestà, dalla inutilità, che
-l'hanno «deturpata anco nelle mani dei maestri». Su qualche tentativo
-da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti
-canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: «prosa
-rimata».
-
-La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente
-da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e più
-particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virtù
-repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente
-italiano, era rimasto simbolo di quella italianità, le cui tradizioni,
-conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servitù
-e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine
-di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste
-vicende si trabalzò, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero,
-la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima
-di cittadino, _canto di Virgilio senza cuore di Dante_: — di mezzo
-a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico
-e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sentì che non
-era Italia in quelle «reggie adulate dove il ricco e il dotto e il
-patrizio vulgo si seppellivano»; e al risorgere di un «futuro popolo
-italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò auspicii degni
-dai Sepolcri di Santa Croce: — e a questi sepolcri pure si volgeva,
-pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava
-come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore
-italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori
-della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con
-Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano
-le virtù della civiltà grecolatina, che nella latina penisola si
-risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione
-nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma
-pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra
-conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per
-dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima
-a Cristo liberatore dell'umanità, affigurava poi sotto più aspetti,
-e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni
-sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide
-degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione
-spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servitù italiche; e in nome
-della cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre nazioni,
-la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro
-Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti
-del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale
-le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del
-Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del
-'31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai
-sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria.
-
-Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in
-quella forma di poesia, dove la servitù non pure aveva impedito le
-manifestazioni della verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la
-sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della
-bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi
-del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da
-più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era,
-dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato
-le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e i
-rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il
-bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo:
-nè ciò poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione
-la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; nè questa veste
-poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cioè a
-dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua
-Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicità di grande
-artista il poemetto eroicomico; non però aspirando certamente con
-quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità di lettori, di
-recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando
-anonimo l'anonimo Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature»,
-dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle
-calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disertò mai la
-causa della patria e della sventura, non disperò mai della giustizia
-di Dio e dell'avvenire del Popolo», diceva che ben da Milano, quartier
-generale degli oppressori, eran venute le «melodie rossiniane» del
-Berchet, «ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della
-commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello
-scherno».
-
-
-IV.
-
-Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a
-quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino
-tra carnevale e quaresima, che intitolò _I brindisi_. Dove egli,
-raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima
-brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione,
-lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano;
-e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario è come
-l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, dà l'aíre al
-«Brindisi per un desinare alla buona»:
-
- A noi qui non annuvola il cervello
- la bottiglia di Francia e la cucina,
- lo stomaco ci appaga ogni cantina
- ogni fornello.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Chi del natio terreno i doni sprezza
- e il mento in forestieri unti s'imbroda,
- la cara patria a non curar per moda
- talor s'avvezza.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- O nonni, del nipote alla memoria
- fate che torni, quando mangia e beve,
- che alle vostre quaresime si deve
- l'itala gloria.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti
- ciò che le rape un dì fruttaro a voi;
- in casa vostra, o trecentisti eroi,
- comandan gli osti.
- E strugger poi, crocifero babbeo,.....
-
-Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto
-del caffè; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il
-bicchierino e la chicchera:
-
- E strugger puoi, crocifero babbeo,
- l'asse paterno sul paterno foco,
- per poi, briaco, preferire il cuoco
- a Galileo;
- e bestemmiar sull'arti, e di Mercato
- maledicendo il Porco, e chi lo fece,
- desiderar che ve ne fosse invece
- uno salato?
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Oh beato colui che si ricrea
- col fiasco paesano e col galletto!
- senza debiti andrà nel cataletto,
- senza livrea.
-
-Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava
-egli stesso, alle «brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto
-tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine».
-
-E nella «Origine degli scherzi», altra saffica che ben a ragione è
-stata chiamata la sua «Arte poetica», dice come, dopo avere da giovine
-«sbagliato se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», la coscienza
-aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora
-de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua
-paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», satira nutrita d'amarezza
-e di sdegno, «riso che non passa alla midolla», come quello del
-saltimbanco,
-
- che muor di fame, e in vista ilare e franco
- trattien la folla.
-
-E «a uno scrittor di satire in gala»
-
- Vedi piuttosto
-
-diceva
-
- di chiamare al banco
- i vizi del tuo popolo in toscano,
- di chiamar nero il nero e bianco il bianco,
- e di pigliare arditamente in mano
- il dizionario che ti suona in bocca,
- che, se non altro, è schietto e paesano.
-
-Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi parrebbe ormai
-l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro
-rimarremo soli noi vecchi. È stata una superba malinconia de' signori
-ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia
-superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' dì
-nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o,
-come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a rovescio e in
-onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir
-cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso
-accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi,
-di periodi ciceroniani. La verità vera è invece, che ciascun secolo
-ha scritto la lingua che parlava, finchè e nello scrivere e nel
-parlare non è entrata, con la servitù politica e, peggio con la
-intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu
-solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col
-rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo
-altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per
-la restaurazione di questo nella lingua, si è voluto e saputo, dopo la
-regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza
-utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il
-popolo, e cioè il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non
-abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe,
-che la letteratura italiana incominci da quando si è racquistato il
-sentimento italico della toscanità; da quando l'unità della lingua in
-Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo
-al Monti, è divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le
-teorie, dall'Autore dei _Promessi Sposi_; nè che il Giusti (per tornare
-al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo,
-dato l'esempio del «pigliare arditamente in mano il dizionario che
-ci suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle sue prefazioni,
-definì la propria «un genere di poesia che può avvantaggiarsi di tutta
-la lingua scritta e di tutta la lingua parlata».
-
-Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a sè, il
-mostrarvi come cotesto dizionario si è saputo maneggiar sempre e da
-tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile
-(perchè altro è lingua, altro è stile) fatti invalere fra gli scrittori
-dall'autorità preponderante di questo o quello fra i nostri solenni
-maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca.
-Mi contenterò (e non voglio entrare nella prosa, solamente perchè vi
-parlo di poesia) mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno
-che Dante. Non per la _Commedia_: la quale pure sappiamo oramai quanto
-grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e
-Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli
-ne sentisse tutta l'_attualità_, di contenuto e di forma); non pel
-Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo
-il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si
-volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e
-del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, al Purgatorio fra
-i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello
-zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi
-raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un
-certo _Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali
-di Lucca_ da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario
-«schietto e paesano» del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi
-tempi, con abbastanza modernità. L'altro esempio è di messer Angelo
-Poliziano, il poeta dell'_Orfeo_ e della _Giostra_, il principe degli
-umanisti nel Rinascimento, che però fu anche il gaio rimatore delle
-Canzoni a ballo e dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio
-solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole,
-e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una _Il segreto
-d'amore e la confessione_, e l'altra _Il galletto, la chiocciola e
-la nave in porto_; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella
-sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile non le abbia mai lette,
-avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso
-il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a
-buon diritto, di non avere «svisato i propri concetti» per l'ambizione
-di «tradurre sè stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine,
-leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli
-del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre.
-
-Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del
-Cinquecento, e nell'età di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo
-che il Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli,
-in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e là,
-a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e
-ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi
-fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita
-di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga
-del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la
-Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il _tran tran_ di quel
-mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava
-da sè; non vengon meno, nè il Saccenti nè il Pananti nè il Guadagnoli,
-— mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a
-scrivere le sue Satire in classico stile — non vengon meno davvero
-al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani,
-e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto
-Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi dialoghetti del Sesto Caio
-(il _Baccelli infreddato_, per esempio, o il _Baccelli zoppo_, o
-dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di _Gosto e Mea_),
-certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i
-battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono
-l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili
-delle _Istruzioni a un emissario_, della _Spia_ dopo le riforme, dei
-dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di
-Maso nel _Sortilegio_, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte
-che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata.
-
-Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri,
-perchè nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua
-del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e
-nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il Giusti ci aveva, e
-che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; _All'amica
-lontana_, _Affetti d'una madre_, _La fiducia in Dio_, _Il sospiro
-dell'anima_, _A Roberto nel 1841_, _A una giovinetta nel '43_, e in
-quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a _Gino Capponi_,
-dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze
-magnanime, pronuncia il _non sum dignus_ d'essere il censore del suo
-popolo risorto e ringiovanito. È il Giusti, che gareggiando con lo
-scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso
-
- quasi obliando la corporea salma
-
-l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza quaggiù. È del
-Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti
-d'artista:
-
- Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,
- or mi sento co' pochi alto levato,
- ora giù caddi e vaneggiai col volgo!
- . . . . . . . . . . . . . . .
- E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,
- che al genio è donna, e figlia è di natura,
- e in parte ha forma della madre, e in parte
- di più alto esemplar rende figura;
- come l'amante che non si diparte
- da quella che d'amor più l'assicura,
- vagheggio, inteso a migliorar me stesso,
- e d'innovarmi nel pudico amplesso
- la trepida speranza ancor mi dura.
-
-Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi più
-belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo:
-
- Goder d'ogni mio bene
- d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;
- io della vita nella dubbia via
- il peso porterò delle tue pene.
- Oh se per nuovo obietto
- un dì t'affanna giovenil desìo,
- ti risovvenga del materno affetto!
- nessun mai t'amerà dell'amor mio.
- E tu nel tuo dolor solo e pensoso
- ricercherai la madre, e in quelle braccia
- nasconderai la faccia;
- nel sen che mai non cangia avrai riposo.
-
-Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde,
-talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altresì
-con una delicatezza d'imagini e soavità di concetti e nitidezza di
-frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo
-romanticismo morboso; di cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto
-gentile; non c'è quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli
-qualche stilla: in alcune poi, come nel _Sant'Ambrogio_, l'affetto è la
-nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere «di carità
-nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto
-riso.»
-
-E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia uno dei distintivi
-nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente
-per questo, come «scrittore di piccola mente» potesse (dispiace
-ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò Tommasèo. E
-si avverta che il Tommasèo stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe
-«elaborate e maestrevoli» le poesie del Giusti, vide in quel lavorío
-i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, gli parve
-che negli sdegni e sogghigni «del poeta, il cuore non parlasse». E
-pregò il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro
-sì l'ammonì, ma non di questo. Nè so invero chi possa, pur reverente
-all'autorità del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi.
-Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari più difetti che virtù,
-nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero
-critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come
-egli disse, «celie profane», e metteva fra queste anche il combinarsi
-alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con
-l'innodia popolare della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» e
-senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani,
-dai quali il Giusti si staccò, come vedemmo, e si sollevò: in lui,
-anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere
-altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i
-restitutori della italianità, nel secolo che doveva finalmente veder
-rivendicata l'indipendenza e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano
-il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro
-Manzoni.
-
-Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore d'assai; e francamente
-può dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera
-all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della
-lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe
-dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei
-secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po'
-forte ad ammettersi; e quel vampo scolastico ha cominciato da un pezzo
-a dar giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili,
-e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri
-uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie
-non più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e
-come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo
-Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato
-genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, anzi più espressa
-e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e
-che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di più: perchè sono
-difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche
-la familiare e satirica, consente alquanto più, che non la prosa,
-la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo
-stesso significa) la squisitezza. Non è qui il caso nè il luogo: ma
-se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si
-farebbe capo le più volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi
-non sempre coerenti fra sè e col soggetto, qualche altra volta a frasi
-e costrutti un po' sforzati; come pure non è lodevole certo scintillío
-di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e
-monotonia. Tuttavia il Camerini, che fa anch'esso' quest'appunto
-della squisitezza, ha altresì queste parole: «Ma quella lettera a
-Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile
-dipintura del ballo villereccio in casa del notaro, è bella come le sue
-più belle poesie.» E dice bene.
-
-
-V.
-
-Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare ch'egli morì a
-quarant'anni. Morì col presentimento che la sua poesia fosse finita
-con lui, ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47, ma però
-nell'atto di raccogliere i suoi versi, «Sento che questo modo di
-poesia comincia a essere un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi
-all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi ai nostri occhi
-con tanta maestà d'andamento..... Se mi darà l'animo di poterlo
-tentare, certo non me ne starò: se poi non mi sentissi da tanto, non
-avrò la caponeria d'ostinarmi a sonare a morto in un tempo che tutti
-suonano a battesimo». E nel '48, preparando un'altra edizione, che
-doveva pur troppo uscir postuma nel '52 per cura del Capponi e del
-Tabarrini: «Perchè dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se
-io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? E vero che
-agli errori e ai vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori
-delle cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via del bene, non
-ho più cuore di menare attorno la frusta; e col mio paese ringiovinito,
-ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della primissima
-adolescenza. E questa fede posso dire non essersi spenta mai nell'animo
-mio; e il non aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso
-sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima testimonianza». Erano i
-giorni de' quali l'amico Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a
-Voi la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, il Giusti con
-parole di cittadino e d'artista, degni l'uno dell'altro, aggiungeva:
-«Ora che il popolo, eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa
-epopea, noi miseri accozzatori di strofe, bisogna guardare e stupire,
-astenendoci religiosamente d'immischiarci oltre nei solenni parlari
-di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di già nel vostro petto
-animoso, o giovani, che accorrete nei campi Lombardi a dare il sangue
-per questa terra diletta: ed io ne sento il preludio e ne bevo le note
-con tacita compiacenza. Toccò a noi il misero ufficio di sterpare la
-via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, all'ombra
-delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o
-magnanimi, che un amico di questa libertà che vi inspira la impresa
-santissima, baci la fronte e il petto e la mano di tutti voi. L'Italia
-adesso è costà: costà, ove si stenta, ove si combatte, e ove convengono
-da ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli non degeneri, i
-nostri primogeniti veri.»
-
-Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante tutto, si è
-continuata sino ai dì nostri; e che, oggi compion tre anni, sul campo
-doloroso ma glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede e di
-sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me fosse lecito evocare dai
-sepolcri la immortale poesia della patria, oggi dal colle di San
-Miniato, memore della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di
-Giuseppe Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi il saluto
-d'Italia madre; e la voce, con la quale il Poeta accompagnava le
-prime battaglie per l'indipendenza, echeggerebbe sino a quelle plaghe
-lontane, dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle leggi della
-patria, son caduti sotto la stessa bandiera.
-
-Quella voce, per essere non atteggiata in misura di verso, non era
-però meno voce di poeta. Chè del resto, la musa del Giusti, e in quel
-tempo lieto e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui tristezze
-rimuginò egli, nelli estremi del viver suo, in pagine di Cronaca
-dolorose) la musa sua non sofferse già di tacere affatto. E come a
-Leopoldo secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio del
-libero verso,
-
- Signor, sospeso il pungolo severo,
- a te parla la Musa alta e sicura,
- la Musa onde ti venne in pro del vero
- acre puntura;
-
-così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e di licenza
-sconclusionata, che ricondussero tragicamente questa e le altre parti
-d'Italia, salvo il predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il
-Giusti alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo lasciò tra le
-sue carte frammenti bellissimi, altre ne alternò della sua vecchia
-maniera, come la _Repubblica_ (a Pietro Giannone); il _Deputato_
-(a Rosina); e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una supposta
-commedia, Granchio e Ventola, Trippa e Ganghero, Crema e Vespa; e i
-Sonetti epigrammatici, le _Maggioranze_, l'_Arruffapopoli_, scoccati
-fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo Vecchio;
-ed anche qualche svolazzo lirico d'un inno patriottico, rifioritura
-d'altro simile tentativo fatto da studente pei moti del '31. Non può
-dunque dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, che di tante
-piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse in disparte; nè molto
-meno gli si attaglia la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone
-che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga impaurito
-de' calcinacci che cascano. Dopo il '48, non cascarono calcinacci,
-pur troppo: furono rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato
-a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, e tutti i
-preparatori, avevano per modi diversi faticato a mettere in piedi.
-
-Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore d'una maniera
-nuova, che senza sguagliar troppo dallo stile ormai caratteristico del
-Poeta, procede più severa e composta, parineggiando quasi, ma sempre
-con vivacità toscanissima. Di questo nuovo atteggiarsi della poesia
-giustiana è singolare documento l'_Ode dello scrivere per le gazzette_,
-dov'egli promette a sè medesimo che non più
-
- in aperto motteggio
- travierà la rima,
-
-mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che nella beata illusione de'
-nuovi tempi avea creduto poter deporre: e si volge attorno, e vede la
-demagogia pullulata
-
- come in pianura molle
- scoppia fungaia marcida
- di suolo che ribolle;
-
-e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e vola la strofa,
-alata veramente, all'ideale, da quei sozzi vapori ottenebrato,
-all'ideale della patria:
-
- O veneranda Italia,
- sempre al tuo santo nome
- religïoso brivido
- il cor mi scosse, come
- nomando un caro obietto
- lega le labbra il trepido
- e riverente affetto.
- Povera madre! il gaudio
- vano, i superbi vanti,
- le garrule discordie,
- perdona ai figli erranti;
- perdona a me le amare
- dubbiezze, e il labbro attonito
- nelle fraterne gare.
- Sai che nel primo strazio
- di colpo impreveduto,
- per l'abbondar soverchio
- anche il dolore è muto;
- e sai qual duro peso
- m'ha tronchi i nervi e l'igneo
- vigor dell'alma offeso.
- Se trarti di miseria
- a me non si concede,
- basti l'amor non timido
- e l'incorrotta fede;
- basti che in tresca oscena
- mano non pòrsi a cingerti
- nuova e peggior catena.
-
-I primi versi di questa tenera filiale apostrofe sono stati scolpiti
-sulla base del monumento che fra i dolci colli del suo Monsummano lo
-ricorda ai credenti ancora nella religione della patria. Nè vi si
-leggono senza commozione, nè senza pensare che forse era quella (a
-me par di sentirlo con sicurezza) la forma evolutiva che ne'tempi
-novissimi avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non vide,
-morendo sull'inizio del salutare decennio espiatorio, che ci condusse
-al '59. Le stanche ossa del Poeta posarono nel bel colle di San
-Miniato; e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il compianto e
-l'onoranza d'Italia, per avere,
-
- con arguto stile castigando i vizi
- senza toglier fede a virtù,
- inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti
- e delle idee generose.
-
-Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto e cruccioso suo verso;
-mancò ai giorni delle pugne supreme e della vittoria il suo canto
-augurale. Così non paia, o Signori, che sia mancata alla decadenza
-delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine dei dopo venuti,
-all'offuscamento de' principii di moralità civile, all'infiacchimento
-delle energie d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe esaurita,
-sia mancata la educatrice satira del Poeta, il quale non avrebbe
-accettato gli si raddoppiassero gli anni brevi di vita concessigli, se
-avesse dovuto ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio sopra
-una società intorpidita e restìa, ma il flagello di Giovenale sopra
-una degenerazione di cittadini che tradissero le sante speranze della
-patria, per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di pianto e di sangue,
-a sè medesima restituita.
-
- Firenze, 1º marzo 1899.
-
-
-
-
-G. G. BELLI E LA VITA ROMANA
-
-CONFERENZA DI ALFREDO BACCELLI
-
-
-I.
-
-Per intendere e giudicare convenientemente l'opera poetica dialettale
-di Giuseppe Belli occorre rievocare il quadro della vita romana quale
-fu dal 1830 al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare
-nell'anima sua e comprenderla.
-
-Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo Pontefice, candido
-nella veste e magnifico, circondato dalle porpore cardinalizie e
-dallo stuolo solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni
-dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe come l'immagine
-della potenza divina in terra; e allo splendore delle forme esteriori
-rispondevano la forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge.
-
-La necessità di accrescere prestigio ai ministri della religione e di
-attrarre genti ed oro alla basilica universale aveva moltiplicato le
-feste e gli apparati; dal _Corpus Domini_ a _San Pietro_, dal _Natale_
-e dall'_Epifania_ alla _Pasqua_ erano sempre cerimonie, scampanii,
-processioni: di quando in quando canonizzazioni, beatificazioni,
-pellegrinaggi.
-
-Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne la benedizione del
-Pontefice dalla loggia Vaticana. Sulla piazza formicolavano migliaia
-di persone. A un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si
-faceva profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia gestatoria
-appariva il Pontefice, e, levata la mano, benediceva il popolo: le
-sacre parole sembravano squillare nel silenzio della piazza gremita.
-Dopo la benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del tamburo,
-squillavano le trombe. Quasi abbracciati dalle due curve delle colonne
-vaticane, i cattolici di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: i
-romani ammiravano lo splendore della festa ma argutamente sorridevano.
-Sorridevano, perchè quel papa divino essi lo conoscevano per un beone
-volgare, quella mistica benedizione vibrante di cristiano amore la
-udivano dalla bocca di colui che ordinava supplizi e prigionie; e i
-cardinali amavano le belle, gli alti dignitari vendevano cariche e
-favori.
-
-Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso
-i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al
-guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle
-bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio;
-e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè
-tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la
-confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1].
-
-Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella
-metropoli e fosse rallegrato il popolo (_dare panem et circenses_),
-alle feste sacre si alternavano le feste profane.
-
-Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai
-campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti,
-le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle _botti_ o
-_nei legni a quattro posti_ le _minenti_, avvolte le spalle ampie e
-matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente,
-costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini
-e fermezze d'oro. In altre _carrettelle_, divisi dalle _minenti_,
-sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul
-cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto.
-Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva:
-le guardie del Papa non se ne curavano.
-
-Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I _carri_
-con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori
-e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo _scalinone_ del
-palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera,
-signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei
-_barberi_ entusiasmava il popolo, e i _moccoletti_ spenti e riaccesi
-l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte
-del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio
-tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che
-il divieto del carnevale.
-
-Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo
-dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non
-avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato!
-
-Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi
-si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere
-alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava
-nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle
-piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento
-erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile
-comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita
-pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti
-domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma
-l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in
-68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano
-quotidianamente comandati.
-
-Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere,
-reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non
-permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai
-vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno.
-
-Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo
-ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un
-volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal
-Tosti.
-
-I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali
-pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano
-nuove gabelle, la rapace _mano regia_ colpiva fulmineamente i
-cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65
-per 100.
-
-Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla
-reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837.
-
-Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non
-conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide
-e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati
-e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere
-languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le
-baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far
-valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra
-il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che
-dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto
-insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva
-vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega
-ecclesiastica.
-
-Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o
-non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e
-dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il
-malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale,
-al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca
-borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli
-umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti
-conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la
-facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza
-si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben
-dotata andava a marito.
-
-Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene,
-non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle
-viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri
-imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti,
-senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi
-dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il
-turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei
-politici rigore tirannico; la libertà al ladro _transeat_, ma al
-giacobino non mai.
-
-Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo?
-
-Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di
-piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare
-facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio,
-buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed
-entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo
-papale ignorante ed ozioso.
-
-I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la
-morte. Il _decus_ antico come era rimasto nella linea del volto e del
-fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile,
-ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la
-dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella
-forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo _scialo_, odiavano
-l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento,
-cortesia di forma non sapevano che fossero.
-
-Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione
-di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del
-popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica
-era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede
-cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero
-a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e
-chimere.
-
-L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare
-il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i
-bimbi per impietosire i passanti.
-
-Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva
-mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo?
-
-Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i
-mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava
-diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non
-gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e
-l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto
-i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira.
-Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò
-spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne
-pasquinate: la satira.
-
-Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e
-costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di _humour_, soffio
-moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli,
-una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino,
-impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno
-lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di
-fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette,
-motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo
-sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla
-moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di
-popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le
-risa»[2].
-
-Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua
-poesia dialettale.
-
-
-II.
-
-Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli
-al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e
-da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre,
-con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i
-rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia
-Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu
-costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di
-Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva.
-E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti.
-
-Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare
-il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella
-darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno
-a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste
-e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe,
-austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi
-e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la
-solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del
-mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto.
-
-La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette
-grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta
-satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero
-difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio.
-
-Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e
-volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi
-ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera
-buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo.
-
-Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio,
-prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i
-galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il
-contagio e ne morì.
-
-Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola,
-studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture,
-metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta
-pena abbandonò la classe.
-
-Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a
-pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa
-ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della
-concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano
-così formando pessimista.
-
-Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a
-prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie;
-così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico
-motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi
-versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano
-senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia
-di forma.
-
-Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama
-pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del
-Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello
-gli moriva e la sorella si votava monaca.
-
-Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel
-1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere
-cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie
-di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie
-forme. Il primo suo volumetto stampato fu: _La Pestilenza stata in
-Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII_, scritta, secondo afferma
-lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813.
-
-Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi;
-egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne
-scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come
-un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva
-sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le
-osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il
-violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti.
-
-Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne
-ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli
-empi.
-
-Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte
-Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non
-essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà
-dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa
-ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di
-stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.
-
-Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e
-arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare
-altrui.
-
-Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere
-ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto
-osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che
-dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase,
-per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la
-figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito.
-
-Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad
-attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di
-correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie.
-Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse,
-e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel
-Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del
-Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia
-dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come
-fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed
-ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice
-periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse
-più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa,
-clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti
-si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li
-ammiravano.
-
-Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei
-quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe,
-temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi
-sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione...
-Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava,
-editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel
-1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato
-ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo
-persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto
-dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita.
-
-Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849,
-ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse
-che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli
-quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al
-Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812.
-
-Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili
-di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro
-il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli
-ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe
-avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo
-un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere
-dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa
-duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali
-e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente.
-
-Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale;
-ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono
-la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel
-testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò
-al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto
-bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò,
-e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi,
-degnamente curata dal Morandi.
-
-Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero
-scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini
-e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia;
-e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a
-volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse
-due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei
-sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione
-dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845
-si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore
-italiano men che mediocre.
-
-Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo.
-
-
-III.
-
-Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito
-semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la
-figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli?
-
-Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato
-che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla
-benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia
-sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto
-aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e
-tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve
-mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore
-grande all'irradiamento dell'_io_.
-
-Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella
-solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il
-concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita.
-Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava
-nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto
-dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre
-lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore
-melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo
-che al lamento e alle lagrime.
-
-Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente
-morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva
-l'ambiente.
-
-Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal
-cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e
-non sapeva entusiasmarsi.
-
-Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava,
-e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della
-fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa
-ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del
-pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria
-italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante.
-
-L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei
-quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e
-nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e
-fiacco.
-
-La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo
-burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato
-— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua
-coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito.
-
-Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon
-cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi
-del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del
-pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale
-poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso,
-perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli
-anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora
-partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo
-come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare
-sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli
-invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si
-piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla
-mano del fato e dagli avvenimenti.
-
-Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici
-che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria
-al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e
-chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso?
-
-Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e
-continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli
-fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e
-l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma
-anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli
-cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli
-che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano.
-
-Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo
-della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo
-medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è
-ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri
-chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a
-lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare,
-fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la
-letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede
-scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere
-ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza
-discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a
-destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il
-Belli credette di nuovo.
-
-Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi
-che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi
-alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con
-impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun
-aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva
-e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere
-il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a
-raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva
-così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente,
-riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e
-della assidua lima.
-
-Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine
-gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero.
-
-La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano
-gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze.
-Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana
-era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza
-passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di
-forme retoriche, manifestava puramente il vero.
-
-Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze
-sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi
-di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza
-insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon
-senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia
-nel componimento e varietà infinita di particolari.
-
-Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali
-all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il
-particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per
-coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il
-sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta
-si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più
-liberamente il pensiero.
-
-Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua —
-intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non
-importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria
-conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si
-attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte.
-
-Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed
-ebbe grande potenza di assimilazione.
-
-
-IV.
-
-Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del
-Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera,
-sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per
-l'esecuzione.
-
-Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da
-più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e
-compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della
-interpretazione.
-
-«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino
-ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti
-dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col
-pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi
-pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto
-di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento
-di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di
-originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la
-credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò
-insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la
-distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è
-tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città
-cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi
-da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da
-confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla
-bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione,
-senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non
-quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una
-regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero
-poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di
-correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette,
-nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può
-mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di
-colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la
-religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di
-genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
-Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa,
-apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io
-ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già
-esistente, e più lasciata senza miglioramento.»
-
-Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le
-qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con
-perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia
-per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia
-per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di
-forma.
-
-Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste
-le prove: ed è il metodo più pedantescamente _verista_ che si conosca,
-da disgradarne lo stesso Zola.
-
-Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi
-nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava
-e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un
-racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se
-ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano
-il _motivo_ del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta.
-E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche
-qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza;
-immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così
-in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il
-germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza
-stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli
-erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue.
-
-Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come
-assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così
-è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta,
-senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo
-esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita
-e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre
-sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che
-anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che
-l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello
-e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale,
-assimilate.
-
-La prova più convincente che l'_io_ del poeta aveva nella creazione
-di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di
-tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta
-romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse
-l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale
-autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia
-e il cui umore satirico son celebri nella storia.
-
-Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di
-fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti
-essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli
-saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e
-con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci
-innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E
-però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo
-eminente; ma creatore non è.
-
-Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del
-Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo:
-corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la
-lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli,
-questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta
-era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828.
-Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di
-scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema
-belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma.
-
-
-V.
-
-Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa
-varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4].
-Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno
-alla vita romana e intorno al poeta.
-
-Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso
-i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente
-satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte
-della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come
-poeta satirico.
-
-La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si
-esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva
-essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e
-sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un
-_humour_ bonario.
-
-Della religione il Belli scrisse come chi non ha la radiosa visione di
-Dio, non il dolce conforto della fede, per essere stati spenti l'una e
-l'altro dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità dei dogmi,
-dagli eccessi del culto. La sinistra luce che dal prete egli proietta
-anche sulle più pure concezioni, come Cristo e Maria, spiace, perchè
-spiace ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, la frase
-scultoria abbattono con tale violenza idoli, costruzioni teologiche e
-precetti preteschi, che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel
-mondo abbia roteato la clava di Ercole.
-
-Un povero popolano invoca per la moglie malata il miracolo di Santa
-Filomena e offre candele al prete: (III. 339).
-
- Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio
- Me disce, vostra mojje a cche sse trova?
- Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.»
- E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova?
- Rieccheve li moccoli, perch'io
- Nun vojjo scredità una santa nova.»
-
-Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa d'aver
-crocifisso Gesù: Gesù discese in terra
-
- Cco' l'idea de quer zanto venardì.
- Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà,
- Subbito che llui venne pe' mmorì,
- Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162).
-
-E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo Spirito Santo, che
-nei dipinti figura dipinto all'orecchio suo?
-
- Va spargenno pe Rroma un framasone
- Ch'er papa san Grigorio tammaturco
- Era un furbo e un maestro de finzione.
- E pprotenne quell'anima de turco
- Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione,
- Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223).
-
-Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, mentre il figliuolo di
-Dio non li ebbe?
-
- «Fijjo, disce, voi sete un iggnorante,
- E nun zapete come li peccati
- Hanno fatto la cchiesa militante.
- Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui,
- E ssi Ccristo teneva li sordati,
- Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291).
-
-Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo che racconta i suoi
-mali e le sanguigne sofferte, esclama: (II. 325).
-
- Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje!
- L'esercito der Papa nun ce tiggne
- La terra, manco in trentasei bbattajje.
-
-La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù dell'Ara Coeli
-ribalta: (V. 132).
-
- La cosa in zè mmedema nun è ggnente,
- Ma a sti tempi che ppoco sce se crede
- Va' cche impressione possi fà a la ggente!
- Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego
- De miracoli, e llui non ze tiè in piede!
- Prima càrita ssincipi tabbègo.
-
-Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno della tesi,
-è un'uscita geniale. Ne potrebbe essere più comica l'antitesi in Santa
-Rosa: (II. 366).
-
- Santa Rosa era sciuca e annava a scola;
- E ffascenno la cacca a la ssediola,
- Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette.
-
-E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, importa
-riprodurre per intiero _Er fugone de la sagra famijja_, in cui la forza
-satirica, velata dalla forma burlesca, raggiunge il vertice dell'arte:
-(II. 19).
-
- Ner ventisette de dicemmre a lletto,
- San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto
- Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto
- Provanno scerti nummeri dell'otto;
-
-(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri pel lotto,
-ponendoli la notte sotto il guanciale).
-
- Cuanno j'apparze in zogno un angeletto
- Cór un lunario che ttieneva sotto;
- E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto,
- Che festa viè qui ddrento a li ventotto.»
- Se svejjò San Giuseppe com'un matto,
- Prese un zomaro ggiovene in affitto,
- E pe' la prescia manco fesce er patto.
- E cquanno er giorno appresso uscì l'editto,
- Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto
- Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto.
-
-Nella satira politica (e se ne intende agevolmente la ragione) il Belli
-è anche più violento ed amaro. Papi, cardinali, monsignori, curati,
-preti, frati, governatori, decani, favoriti, tutti son frustati; il mal
-costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle amministrazioni,
-i lussi sfrenati, le acerbità del Fisco, le crudeltà delle persecuzioni
-politiche e la tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono
-immortalmente designati all'odio e al disprezzo degli uomini, in figure
-che paiono fuse nel bronzo.
-
-Papa Gregorio era un beone.
-
- Ho sentito mo ppropio de risbarzo
- (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore)
- Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore
- Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118).
-
-(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo).
-
-Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il Belli scrive cotesto
-capolavoro:
-
- ER VIATICO DE L'ANTRA NOTTE. (V. 99).
-
- Notte addietro, ar quartier de la Reale
- De San Pietro, le scento sintinelle
- Strillòrno _all'arme!_ e a lo strillà de quelle
- Er tammurro bbattè la ggenerale.
- Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale
- E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle
- Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle?
- Passà immezz'a ddu torce er Prencipale.
- Cor naso mezzo drento e mezzo fora,
- Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia.
- Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!»
- Povero frate! è ttanto scacarcione
- Che ssi una rondinella passa e ffischia
- La pijja pe' na palla de cannone.
-
-Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel Sant'Angelo, perchè
-(V. 290).
-
- Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco
- Er Zanto Padre, si jje fanno spalla
- Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco.
- E ssotto la bbanniera bianca e ggialla,
- Po ddà commidamente da quer' loco
- Binedizzione e ccannonate a ppalla.
-
-Ecco lo specchio del governo:
-
- Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro
- Che cqualúnque malanno che sse dia
- S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro.
- Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria:
- Cquanno se vede che lo stato sbuzzica,
- E che er ladro se succhia tutto er grasso,
- E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica;
- Tu allora, che lo vedi de sto passo.
- Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica.
- Che ccurre curre fin che ttrova er sasso.
-
-E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si fermò.
-
-Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della Religione, perchè
-(III. 146).
-
- Che bbella cosa sarìa stata ar monno
- De vede er Nazzareno a ffà la guerra
- E a scrive editti fra vviggijja e ssonno!
- E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra,
- E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno
- A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra.
-
-Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è da far festa.
-
- Poveri scechi! E nun ve sète accorti
- Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato
- Se poterìa chiamà _Llibbro de morti_? (III. 345).
-
-Ecco come si vive a Roma:
-
- ER VENTRE DE VACCA. (II. 347).
-
- Na setta de garganti che rrameggia
- E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli;
- Un Papa maganzese che stancheggia,
- Promettennosce tordi e cce dà ggrilli;
- N'armata de Todeschi che ttraccheggia,
- Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:
- Un diluvio de frati che scorreggia,
- E intontisce er Zignore cò li strilli:
- Preti cocciuti ppiù dde tartaruche;
- Edittoni da facce un focaraccio.
- Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:
- Li cuadrini serrati a ccatenaccio;
- Furti, castell'in aria e ffanfaluche:
- Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio.
-
-Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli io debbo sovente
-riferire immagini e parole sconvenienti e rozze; le ho, per quanto
-era possibile, evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari a
-lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche) un ultimo quadro di
-_genere_ e passeremo ad altri argomenti.
-
- ER LOGOTENENTE.
-
- Come intese a cciarlà der cavalletto,
- Presto io curze dar sor logotenente:
- «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto....
- Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.»
- Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto.
- Lui cor un zenno manna via la gente:
- Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto:
- Tu' marito lo voi reo o innoscente?»
- «Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:»
- E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo
- Me schiaffa la man dritta drent'ar busto.
- Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!»
- E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto:
- Annate via: vostro marito è rreo.»
-
-Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori satirici la
-vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole anche perchè inedito. Ne
-possiede il manoscritto l'egregio professor Pio Spezi, studioso del
-nostro poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua. Eccolo:
-
- ER CAPITOLO.
-
- Li frati ereno trenta; e ffra costoro
- Venuto er giorno de creà er guardiano,
- Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano,
- Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro.
- Ellì, a uno a uno, ognun de lóro
- (Comincianno, s'intenne, dar più anziano)
- Co una cartina siggillata in mano,
- Annò a fficcalla in un bussolo d'oro.
- Fatto questo se venne a la lettura:
- Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto,
- Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura....
- Inzomma un doppo l'antro un terremoto
- De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto
- Perchè tutti li frati ebbeno un voto.
- 7 marzo 1836.
-
-Abbiamo detto che la satira del Belli non si arrestò alla Chiesa,
-ma, sebbene non senza bonarietà, si esercitò anche sui costumi della
-borghesia e della plebe.
-
-La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia, la prodigalità
-dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza, la dissolutezza del
-costume, l'indulgenza verso il reato, l'inganno nel commercio sono
-effigiati in vive ligure.
-
-Una popolana dà pegni al Monte di Pietà:
-
- Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290).
-
-e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter bagordare il Martedì
-Grasso:
-
- Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena;
- E prima me daria la testa ar muro,
- Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28).
-
-Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura:
-
- Tutta la nostra gran zoddisfazzione
- De noàntri quann'èrimo regazzi
- Era a le case nove e a li palazzi
- De sporcajje li muri còr carbone
- .................................
- Quelle so bbell'età, per Dio de leggno!
- Sibbè ch'adesso puro me la godo,
- E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399).
-
-E come s'educano i figliuoli?
-
- Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino;
- Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato.
- No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino
- Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87).
-
-Queste sono le _grazziette de mamma_: (V. 63).
-
- Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio
- De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna.
- Per avèmme levata da st'impiccio.
- Questa è l'aricompenza, eh? de le pene
- De' na povera madre che s'affanna,
- Vassalla infame, p'educatte bbene?
-
-L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo che deride il padrone
-perchè studia astronomia e pesa l'aria senza _stadera_. (V. 17).
-
- Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria!
- Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni
- Se pagherebbe dodiscionce d'aria.
-
-La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto:
-
- Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17).
-
-e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della fiacca e oziosa vita
-delle case romane di quel tempo meglio del sonetto sulla elezione di
-Papa Gregorio:
-
- Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce
- Dava la pappa ar fijjo piccinino;
- Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino
- Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.
- Peppandrea s'allustrava la vernisce
- De la tracolla, e io stavo ar cammino
- A accenne cor zoffietto uno scardino
- De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190)
-
-Ecco il _confiteor_ del romano: (IV. 35).
-
- Tutta la mi' passione Sarvatore
- Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente;
- E quanno che sto in ozzio, propiamente
- Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore.
-
-L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un sonetto celebre:
-(V. 97).
-
- Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina.
-
-M'hanno assalito. Paura io? Di che?
-
- Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne.
- E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta!
- Co' sta battajjeria d'impicci addosso,
- Come avevo da fà, ssì bbenedetta?
-
-Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino, e come grida
-contro l'editto delle osterie! (II. 200).
-
- Noi mannesce a scannatte er giacubbino,
- Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore,
- Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino.
-
-Del mal costume delle signore e delle popolane offrono esempio, tra gli
-altri, i sonetti 199 V, 78 V; ed ecco un bel saggio della _compassione
-de la commare._ (V. 197).
-
- Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi!
- Me fai rimane un pizzico de sale.
- E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale?
- Ma ggià, de che! de li malacci antichi.
- Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale
- Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi!
- Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi,
- L'aveva, veh, una scera de spedale.
- E cch'ha llassato? me figuro, stracci.
- E la mojje che ddisce, poverella?
- So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei.
- Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella!
- Nun passa un mese che, bbon prò jje facci,
- Va eco un antro cornuto in carrettella.
-
-Non è possibile condensare meglio di così in quattordici versi
-tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro di osservazione, così viva
-freschezza di forma. È la personificazione del pettegolezzo amaro
-e della finta pietà femminile. _Li conti co' la cuscienza_ (IV. 38)
-mostrano quanto sia debole la morale del popolo; se si potesse far il
-male senza andare in prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le
-grazie che fa il Papa nuovo.
-
- Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni.
- Me dà gguai e mme scoccia li .........
- Dunque bbisognerà che lo bbastoni;
- E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni.
- A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni.
- Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni
- So' un passaporto pell'antri carzoni.
- Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni.
- Tempo, amico. Per ora te sopporto:
- Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo
- Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto.
- Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more,
- Viè er concrave, se crea er Papa novo,
- Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore.
-
-Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111, II. 151, ecc.) e
-talvolta pregiudizi e ignoranza fusi insieme finiscono in una punta di
-satira psicologica, come, per esempio, nel sonetto _La pietra de carne_
-(IV. 305).
-
-Ma se la satira costituisce la nota caratteristica del Belli, non è la
-sola della sua Musa.
-
-La fierezza popolare e il senso d'onore hanno voci gagliarde, come
-nel III. 409; non manca il grido del povero operaio che confronta
-amaramente il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi
-dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54); non manca
-l'esortazione morale in uno dei più efficaci sonetti: (III. 95).
-
- Lassa ste vanità: llassele spòsa.
- Ar monno, bbella mia, tutto finissce.
- Come sèmo arrivati ar profiscissce,
- Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa.
- Quanto te credi de fà la vanosa
- Co' ste pietrucce luccichente e llisce?
- Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce
- La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa?
- Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima.
- Rosica sordo sordo e tt'assottijja,
- Che ggnisun giorno sei quella de prima.
- Dunque nun rovinà la tu' famijja:
- Nun mette a rrepentajjo la tu' stima,
- Lassa ste vanità; llassele fijja.
-
-L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento così vivo e poetico,
-non trova in tanta mole di sonetti la sua rappresentazione. Molta
-volgarità di rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento.
-Perchè? Non sapeva amare la plebe di Roma? O era sordo il cuore del
-poeta? Non credo che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili
-dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze che sapessero amare
-dovevano pure trovarsene.
-
-Non credo che il Belli fosse un uomo passionale (basta ricordare come
-volesse bene al marito della sua adorata marchesina e come sposasse una
-donna di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca); ma il momento
-sentimentale non gli sarà mancato. Comunque, il fatto è certo; nè
-può affermarsi che sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso
-Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza di sentire.
-Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia hanno echi mirabili (IV.
-310, 311, 375, 409); e valga per tutti: (IV. 120).
-
- LA MORTE DE TUTA.
-
- Povera fijja mia! Una regazza
- Che vvenneva salute! Una colonna!
- Viè una frebbe, arincarza la siconna,
- Aripète la terza e mme l'ammazza.
- Io l'avevo invotita a la Madonna,
- Ma inutile, lei puro me strapazza.
- Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza
- De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna
- Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi
- Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare
- De vedemmela sempre avanti all'occhi.
- Fijja mia bbona bbona! angelo mio!
- Tuta mia bbella! viscere mie care,
- Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio!
-
-Quale contrasto tra la finta _compassione della comare_ e cotesto grido
-straziante d'un'anima ferita! Tanta altezza lirica di passione non è
-frequente nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono frequenti
-i sonetti di tenerezza materna verso i bimbi; ma _La morte di Tuta_
-ha pure qualche compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia
-rappresentativa i tre sonetti _La povera madre_. (II. 175) in cui
-sono descritti il dolore e le sventure della moglie di un perseguitato
-politico:
-
- Eccolo llì cquer fijjo poverello
- Che ll'antro mese te pareva un fiore!
- Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore
- Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello!
- Sin da la notte de cuer gran rumore,
- Da che er padre je messeno in Castello,
- Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello;
- Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore.
-
-Non meno efficaci _La vedova dell'ammazzato_ (V. 169) e _La nottata de
-spavento_ (V. 109).
-
-Udite quale tesoro d'amore ne _La famijja poverella_: (IV. 329).
-
- Quiete, cratùre mie, stateve quiete:
- Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata.
- Oh Vvergine der Pianto Addolorata,
- Provedeteme voi che lo potete.
- No, vviscere mie care, nun piaggnete:
- Nun me fate mori ccusì accorata.
- Lui quarche ccosa l'averà abbuscata,
- E pijjeremo er pane e magnerete.
- Si ccapissivo er bene che ve vojjo!
- Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro?
- Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo?
- E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla,
- Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro
- Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla.
-
-Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari sono gli esempi,
-ma potenti; e il Pascarella, che nelle prime prove offrì notevoli
-sonetti di cotesta ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto
-non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli. Sentite la forza
-della selvaggia semplicità, de _Li malincontri_: (V. 328).
-
- M'aricordo quann'ero piccinino
- Che ttata me portava fòr de porta
- A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta
- A rrinfrescacce co' un bicchier de vino.
- Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta
- Dov'è cquello sfasciume d'un casino
- Ce trovassimo stesa lli viscino
- Tra un orticheto una regazza morta.
- Tata, ar vedella llì a ppanza per aria
- Piena de sangue e cco' no squarcio in gola,
- Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria.
- E io, sibbè ttant'anni so' ppassati,
- Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola
- De ggirà ppe' li loghi scampaggnati.
-
-Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano è affascinato dalla
-potenza rappresentativa di cotesti quattordici versi.
-
-Non sembra possibile che il fosco pittore dei _malincontri_ sia il
-semplice e mite scrittore della _poverella_ (II. 116). _La poverella_
-non pare un sonetto, ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto è
-naturale
-
- Bbenefattore mio, che la Madonna,
- L'accompagni e lo scampi d'ogni male,
- Dia quarche ccosa a sta povera donna
- Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale.
- Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna:
- Ste crature so' ignude tal e cquale
- Ch'el Bambino la notte de Natale:
- Dormimo sotto a un banco a la Ritonna.
- Anime sante! se movessi un cane
- A ppietà! ar meno ce se movi lei:
-
-(Ecco l'umorista che fa capolino).
-
- Me facci prenne un bocconcin de pane.
- Signore mio, ma ppropro me la merito,
- Sinnò, davero, nu' lo seccherei
- Dio lo conzoli e jje ne reuni merito.
-
-Perfino il sentimento della natura, che parrebbe estraneo all'animo di
-un poeta psicologico e satirico, ispirò al Belli un sonetto, che non
-morrà:
-
- ER TEMPO BBONO. (II. 415).
-
- Una ggiornata come stammatina
- Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata.
- Ah bbene mio! te senti arifiatata;
- Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina!
- Tutta la vòrta der celo turchina;
- L'aria odora che ppare imbarzimata:
- Che ddilizzia! che bbella matinata!
- Propio te disce: cammina, cammina.
- N'avem'avute de ggiornate tetre,
- Ma oggi se po' ddì una primavera.
- Varda che ssole, va': spacca le pietre.
- Ammalappena eh'ho ccacciato er viso
- Da la finestra, ho ffatto stammatina:
- Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso.
-
-Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito per rendere
-l'immagine vera dell'arte belliana, di cui un solo aspetto è
-popolarmente noto, molti e molti altri dovrei citarne. Ma mi
-accontenterò di un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per
-l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra umoristica e
-sarcastica, la filosofica rassegnazione e la consueta sincerità ed
-efficacia di forma. Si tratta dell'_Amore delle donne_; le colte e
-gentili uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il Belli era un
-pessimista, e molto gli deve essere perdonato: (IV. 387).
-
- L'amore d'una donna io te lo do
- A uso de quadrini e ssantità;
- Credilo sempre metà ppè mmetà:
- Pijjelo, e ttira via come se po'.
- Er bene che llei disce che tte vo',
- E ttutte le scimmiate che tte fa,
- Quarche vvorta ponn'esse verità,
- E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no.
- Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè
- Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù,
- Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è.
- Co' le donne hai da fa ccome fai tu
- Quanno bbevi favetta pe' ccaffè:
- Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù.
-
-Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono una enciclopedia
-romanesca; pensieri, sentimenti, costumi, frasi; satira religiosa e
-satira politica, satira di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo,
-arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare, pettegolezzi
-di vicinato, dolcezze di famiglia e crudeltà di coltello, sentimento
-della natura, psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto
-è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia e la cronaca
-sono inquadrate nei loro episodi e nei loro aneddoti; la rivoluzione
-e il colèra. Don Marino e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e
-del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito e della Grisi;
-Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è il Cardinal Tosti e il Cardinale
-Lambruschini, la scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli
-Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo passaggio della
-carrozza cardinalizia attraverso il cammino del Papa e gli sdegni
-di Gaetanino Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto dei
-doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone e la casa di piacere
-scoperta, tutto è rammentato e rappresentato.
-
-Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal pianto al riso, risorge
-innanzi alla fantasia con tal forza di carattere e classica semplicità
-di forma da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però il Belli,
-che pur deve alla plebe romana la sua gloria, è passato ai futuri come
-uno dei maggiori poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830
-al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre, vive e vivrà,
-com'egli prediceva, nel monumento dell'arte, per opera sua.
-
-
-NOTA.
-
-Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli consulti il
-BOVET, _Le peuple de Rome vers 1840_: Neuchàtel, Attinger frères, 1898.
-— L'edizione più completa dei sonetti è quella del _Lapi_, curata dal
-MORANDI, alla quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di
-Castello, 1886-1889, 6ª edizione).
-
-Prima del Belli la letteratura romanesca era povera; degli stornelli
-e delle improvvisazioni popolari; un poema del PERESIO, _Il Maggio
-romanesco_, uno del BERNIERI, _Meo Patacca_ e poi la _Passatella_ del
-CIAMPOLI e dei sonetti del GIRAUD. Il più antico scrittore di sonetti
-romaneschi pare che fosse BENEDETTO MICHELI (_Jachello de la Lenzarà_).
-Forse altre Opere esistono, ma ignorate. Nessuno di questi poeti merita
-di essere tratto dall'oblio.
-
-Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli, fra i
-quali lo SPADA. Dopo lui debbono essere rammentati il FERRETTI, autore
-della _Dottrinella_; AUGUSTO MARINI, che scrisse in romanesco impuro,
-ma con vena satirica; GIGGI ZANAZZO, il più geniale, il più vario e il
-più puramente romanesco di tutti; il PASCARELLA, arguto ed efficace; il
-QUERINI, il GIACQUINTO, il SALUSTRI (_Trilussa_), ecc.
-
-
-
-
-IL TEATRO UNA MUSA SCOMPARSA
-
-CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO
-
-
- _Signore e Signori_.
-
-Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico
-che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura
-tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia
-dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po'
-indietro nel tempo, e, poichè del teatro non si è parlato e non sarebbe
-stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare
-tutta la produzione dalla prima metà del secolo.
-
-Non breve cammino — come vedete — e forse non lieto. Non lieto.
-La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha
-eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non
-fiorisce la gioia nella società italiana, e non s'accende l'amore
-sulla scena. Manca la donna. cioè il sorriso, la grazia, la bellezza,
-l'errore, il peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione
-e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se
-non vi è sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla
-lastra fotografica; e se non vi è amore e libertà nella vita sociale
-passano inavvertite le figure umane sulla scena. — Il dramma, almeno,
-si rifugiò nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede
-alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma
-la comedia tentò invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle
-piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie
-e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste
-dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia!
-
-La comedia è un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche
-quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della
-Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte.
-
-Nessun paese credo possa vantare una più varia e abbondante produzione
-teatrale, che la Francia nella prima metà del secolo: comedia di
-carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale.
-Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva,
-gesticolava: un vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi
-che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero
-brulichìo di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e
-determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica società
-francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava
-dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone,
-costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare
-sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere
-e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era
-un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la
-formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta
-materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del
-costume e del gusto. — Ma in Italia! Mai società fu più stremata, mai
-vita fu più triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo
-napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva
-almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni,
-ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo
-quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa,
-per decreto internazionale — del quale fu affidata all'Austria
-l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, in
-fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa
-argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo
-di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel
-nostro paese una più ardita invasione barbarica, di quella che mosse
-moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi
-a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato,
-insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle
-persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si
-chiusero nelle sètte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno,
-per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi
-aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media
-temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire
-la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio
-gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui
-si raccoglie e si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in
-un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di
-propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio è una legge
-e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libertà dei
-movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia dà l'orario
-della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle
-amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei
-giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi
-a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o
-nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera
-Talia non può, al più, che proteggere mestamente le innocue abilità dei
-tre _Ludro_, le vuote preziosità della _Fiera_, le modeste ingenuità
-dell'_Ajo nell'imbarazzo_. Non osservazione, non sentimento, non
-caratteri, non abilità tecnica, e neppure lingua italiana, in simili
-produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico;
-gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere,
-mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro
-autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste più. E se gli
-autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta
-ricordati, è solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, che
-Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia dell'arte italiana.
-
-Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo
-chiuso mondo della comedia; — e volgerci, invece, a interrogare i
-grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han
-richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori
-nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza
-nazionale.
-
- *
- * *
-
-Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: _Cajo Gracco_.
-
-Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, _Cajo Gracco_ leva la
-sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo
-italiano, dalla scena:
-
- Io per supremo
- Degli dèi beneficio, in grembo nato
- Di questa bella Italia, Italia tutta
- Partecipe chiamai della romana
- Cittadinanza, e di serva la feci
- Libera e prima nazïon del mondo.
- Voi, romani, voi sommi incliti figli
- Di questa madre, nomerete or voi
- L'italïana libertà delitto?
-
-_No_ — rispondono i cittadini.
-
- No: itali siam tutti, un popol solo,
- Una sola famiglia....
- .... Italiani
- Tutti, o fratelli.
-
-Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia
-saluta la patria al principio del secolo.
-
-Che cosa è dunque questo _Cajo Gracco_?
-
-Il Monti aveva già dato al teatro _Aristodemo_ e _Galeotto Manfredi_
-— due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza
-caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse
-sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col _Cajo
-Gracco_ egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola
-di tutto il contenuto politico e morale ch'era più proprio ai suoi
-sentimenti, e, vorrei dire, più continuo e resistente nella troppo
-rapida varietà e variabilità dei suoi principî e delle sue opere.
-
-Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia
-in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di
-appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il
-governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana
-esaltazione di tutte le sue facoltà morali, per un impetuoso
-risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina
-primavera fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua
-coscienza, egli riescì, a un dato momento della sua vita, a dare
-unità artistica agli elementi più puri e più belli che aveva sparso
-nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto
-rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E creò il _Cajo Gracco_.
-Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta:
-la più grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia
-osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non
-ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme
-la più solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico
-dell'avvenire, che dovrà governare con la legge e per la legge, coi
-buoni e non coi tristi, in gloria dei più alti ideali e non delle più
-basse passioni dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna e Roma,
-quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libertà
-romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto
-del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo partigiano, consiglia:
-_Con tutti_. Ma egli risponde: _Con uno solo: con la giustizia e con
-l'amore._ — Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una
-stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, dà il segno della
-sommossa, uccidendo Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale
-è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa
-dei Gracchi. — Il cattivo genio della tragedia è, come vedete, Fulvio:
-il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: —
-
- Di libertade
- Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,
- Non hai virtude, e libero ti chiami?
- Zelo di libertà, pretesto eterno
- D'ogni delitto! Frangere le leggi
- Impunemente, seminar per tutto
- Il furor delle parti e con atroci
- Mille calunnie tormentar qualunque
- Non vi somigli....
- Ecco l'egregia, la sublime e santa
- Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi.
- Libertà di ladroni e d'assassini.
-
-E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo
-dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che
-ho citati, i versi seguenti del canto II della _Mascheroniana_, sui
-giacobini:
-
- Dal calzato allo scalzo, le fortune
- Migrar fûr viste, e libertà divenne
- Merce di ladri e furia di tribune.
-
-E questi altri del canto III:
-
- Tutta allor mareggiò di cittadino
- Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito
- Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.
-
-E questi altri del canto II della _Bassvilliana_:
-
- E di sue libertà spietato e baldo
- Tuffò le stolte insegne e le man ladre
- Nel sangue del suo re fumante e caldo.
-
-La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso
-accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a
-Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui,
-uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo
-risponde indignato:
-
- Fulmine colga,
- Sperda quei tristi che per via di sangue
- Recando libertà, recan catene.
- Ed infame e crudel più che il servaggio
- Fan la medesma libertà. Non dire
- Empio, non dir che la sentenza è mia!...
-
-Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei Pétion, degli Isnard,
-dei deputati della Legislativa e della _Convenzione_, che dichiaravano
-_utili e necessari i massacri del settembre_, legittimi e doverosi gli
-assassinî _quando l'autorità delle leggi può sembrare al popolo qualche
-volta troppo lenta per garantirne la sicurezza_, e legali e naturali le
-condanne senza prove, perchè basta il sospetto per la distruzione dei
-cospiratori. — Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta
-in tali sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più civile:
-
- E che dunque? Altra non havvi
- Via di certa salute e di vendetta
- Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,
- Ad Opimio lasciate ed al Senato
- Il mestier dei carnefici. Romani,
- Leggi e non sangue!
-
-Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando
-politico. E contro il sangue, e l'opera già consumata o da consumare,
-si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che è
-diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel
-nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri
-il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una
-figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si
-rifletta la soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento
-di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode la voce di un popolano, che,
-durante la sua arringa, minaccia: _Morte ai patrizi_ — risponde subito:
-_Morte a nessuno!_ — E così rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone
-della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo _morte_ a
-tanta gente! — _Morte a nessuno!_ — Era, dal Cajo Gracco del poeta, al
-Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana,
-nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libertà, per la via della
-concordia e della giustizia!
-
- *
- * *
-
-Se _Cajo Gracco_ è il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo
-è la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo.
-Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il più straziato
-prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata
-la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione
-pubblica, più meno ristretta e più o meno illuminata, ma arbitra ormai
-del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo
-uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, secondo che
-i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di
-creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava
-l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa
-natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta
-fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le
-tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile
-e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e
-la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza
-assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di
-programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in sè tanti germi
-di malattie sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al più
-alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealità.
-Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di
-eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, tutte
-le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il
-rappresentante più angosciato e la vittima più turbolenta. Mai si
-può dire di un letterato, con maggior verità che di lui: «che fu un
-milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola.
-Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il
-suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo lo
-spingessero ad amarlo. — _Il sacrificio dalla patria è compiuto_ — così
-comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. _I miei concittadini son
-vili_ — così finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra.
-Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva
-sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al
-dominatore. Che fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa lettera
-— di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non
-han saputo altro fare che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di
-sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo di Don Chisciotte.»
-Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come
-una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse
-che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attività non
-aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica;
-multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria
-di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza
-via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale
-cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e
-venivan fuori l'_Ode all'amica risanata_ e i _Frammenti delle Grazie_.
-Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella lotta, più accanito
-e più disperato di prima. — Da una tale situazione di spirito, da una
-situazione così tragica, così personalmente tragica, poteva uscire la
-lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo
-connaturata nell'artista stesso, perchè potesse essere ricercata e
-ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad
-esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che
-questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un
-solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome
-dell'autore di _Amleto_ o di _Otello_, potete chiamarlo Shakespeare o
-Bacone: poco importa: _Amleto_ e _Otello_ resteranno sempre le grandi
-tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita
-propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi
-togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono più:
-perchè esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo
-che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti
-di creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di Foscolo, il
-discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici;
-non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e
-indicazioni di sentimenti politici. _Ajace_ è tutto chiuso nel suo
-disdegno. _Guelfo_ della _Ricciarda_ è tutto chiuso nel suo disprezzo.
-Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria.
-Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire:
-
- A che la gloria delle mie ferite
- S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa
- Troja pur sia, _servirem tutti a un solo?_ —
-
-dice Ajace. E più, innanzi:
-
- . . . . Agide e i suoi
- Abbian tal prova omai che, se ognun trema,
- In me la patria e la sua forza vive.
-
-Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere
-che ho sopra citato:
-
- . . . . Ajace, fuggi
- Ora più non vedrai nè traditori,
- Nè _tiranni_, nè _vili_.
-
-L'Ajace è del 1812. La _Ricciarda_ del 1813. Furono tutte e due
-proibite dal governo imperiale. Qual è il motivo della _Ricciarda_? Lo
-stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilità della lotta,
-a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama Guelfo —
-
- Amor d'Italia? A basso intento è velo
- Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia....
- .... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche
- Sterminar potess'io tutti i suoi mille
- _Vili signori e la più vil sua plebe_!
-
-Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne era rimeritato!
-Scriveva al Cicognani: «Io avevo poco da lodarmi del governo
-napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me — e in ciò le
-parti erano pari — perchè io nè volli nella _Ricciarda_ partirmi dai
-miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, nè chi governava
-lasciò che essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò che, del
-resto, egli non permise. A _Guelfo_, che mostrava tanto disprezzo per
-l'Italia, _Averardo_ risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo,
-ad amarlo per la causa santa, a dare spade _cittadine_ alle _cittadine
-mani_, e far gl'italiani
-
- Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,
- Ma guerrieri d'Italia!
-
-Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama
-il popolo alle istorie, all'unità di lingua e di costume; così lo
-chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie —
-ripeto — dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa?
-In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo
-fruttificato!
-
- *
- * *
-
-E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale.
-
-Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare
-il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento
-ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete
-a discutere il carattere poetico di un personaggio, e più difficilmente
-a descrivervene le bellezze d'arte. Non è mia colpa. La nostra
-letteratura drammatica è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: è un
-indice dello _stato d'animo_ dei nostri scrittori; non è la figurazione
-e la rappresentazione di uno _stato d'animo_ dell'umanità. Non solo:
-ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della vita sociale rendeva
-impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del
-nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile
-nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi
-genere. In fondo, o Signori, la nostra letteratura è, essenzialmente,
-letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando
-gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. «A noi
-quindi — dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli — quell'infanzia
-d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine
-fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte
-mancò: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la
-natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire,
-fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando
-noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi
-una parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» E quale
-fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere
-con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza
-d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cioè,
-ricreare, rifare, in un più ampio contenuto ideale e in una più
-armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale
-che ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri
-popoli. Così dal caos delle _visioni_ traemmo con Dante il poema
-sacro; dai _fabliaux_ traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e
-dalle _canzoni di gesta_ e dai _romanzi d'avventure_ traemmo più tardi
-col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo
-dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli
-d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo
-noi potevamo dare, con la _Summa_ di San Tommaso d'Aquino un organismo,
-una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica.
-Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri
-popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo
-delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici.
-Ma appunto queste qualità che resero possibile la fioritura del
-poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche
-rendere impossibile la creazione del teatro. Finchè si trattò di
-ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione,
-della storia, della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi fummo
-signori. Ma quando si trattò di osservare, di intendere e comprendere
-_direttamente_ la natura e la vita, quando si trattò di interrogare,
-di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo,
-allora più fresche fantasie, più limpidi occhi, più giovani spiriti,
-più libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte
-e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini del
-dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella
-gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo
-in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo più ricco e
-meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra
-cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena
-a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni
-del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria
-e del potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da
-guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma
-torniamo al dramma storico.
-
- *
- * *
-
-L'epoca napoleonica si chiude quasi con la _Ricciarda_. L'epoca
-nuova si apre con l'_Adelchi_. Foscolo rappresentava lo squilibrio
-delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche,
-la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni
-rappresenta la rassegnazione,
-
- Chiniam la fronte al massimo
- Fattor....
-
-La Reazione leva intanto il braccio minaccioso!
-
- *
- * *
-
-Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo
-movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un
-movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed
-arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare
-il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per
-piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le
-_Lezioni di letteratura drammatica_ di Augusto Guglielmo Schlegel, e le
-_Lezioni di storia della letteratura moderna_ del fratello Federigo,
-nelle quali — specialmente nelle prime — sono dettate le nuove leggi
-letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Staël sulla
-_Germania_, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del
-1810. La _Lettera semiseria_ di Grisostomo, cioè di Giovanni Berchet, è
-del 1816. Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau
-prima di M.me de Staël; ma il precetto, la regola, il ragionamento
-critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da
-quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul
-Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo,
-ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro
-proclamano: Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo avendo dato un
-nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale che diventi base d'una nuova
-letteratura»; e M.me de Staël, «che la religione e la storia nazionale
-hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale»;
-e Châteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, «che
-convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro,
-la religione cristiana essere invece la religione più poetica, più
-umana, più favorevole alla libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il
-Cristianesimo conduce alla verità»: e Manzoni, infine, a dichiarare
-che, nella «morale cristiana, essendo tutta la verità, egli nutriva
-sentimenti _molto più irriverenti degli altri romantici verso i
-classici, perchè la parte morale dei classici e essenzialmente falsa,
-mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione_, ch'è stata
-una grande sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie
-fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'_eterna giovinezza
-dell'anima argiva_: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo
-nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi che
-aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau.
-
-Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le
-ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi
-solo quel tanto che mi è necessario per poter comprendere e spiegare
-la tragedia che n'è l'espressione più completa e più concreta:
-l'_Adelchi_. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi:
-arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la
-storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare,
-contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei
-soggetti, la produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel nome
-della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e
-corrotta dal Volterrianismo. — In questo senso, il solo vero, grande,
-convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione, è Alessandro
-Manzoni: il cristiano più puro e sereno, l'artista più sincero e più
-casto, l'uomo più semplice e pio che la letteratura moderna possa
-vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza
-qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui,
-la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la
-religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, pareva che la
-stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue
-passioni. «In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il
-vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» egli scriveva. «E questo
-sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra
-avere una _tendenza religiosa_.» — La tendenza religiosa nel sistema,
-nel metodo, è ben tutto quello che può dare un'anima di religioso e di
-poeta!
-
-Io non vi parlerò delle trasformazioni formali che il Manzoni portò
-nella tragedia. Se è vero che prima ancora della _Prefazione_ del
-Cromwell egli bandì la guerra alle _due unità_, ed è suo merito, come
-dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera
-al signor Chauvet, _mirabile di ragionamento e di stile critico_; è
-anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango
-Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unità il colpo fatale, col
-_pugno di ferro_ del suo _Goetz di Berlichingen_, cinquant'anni prima!
-Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunziò in
-gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate,
-al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso
-sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: «Letto
-Shakespeare, io ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia
-_regolare_. L'unità di luogo, mi sembrò triste come una prigione; le
-unità d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra
-immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora
-sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno
-fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve
-sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi
-loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. »
-— La guerra, dunque, alle _regole_ venne indetta da un classico. Ed è
-bene constatarlo. Come è bene constatare che tre altri italiani erano
-insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie,
-fra le quali era il primo suo dramma _Giustino_, contro l'_unità di
-luogo_; il Goldoni, nella dedicatoria ai _Malcontenti_, contro l'unità
-di _luogo_ e di _tempo_: e il Baretti nella polemica col Voltaire,
-contro tutte e tre le unità insieme: di _tempo_, di _luogo_ e di
-_spazio_.
-
-Ma torniamo all'_Adelchi_.
-
- *
- * *
-
-_Adelchi_ è nel mondo degli eroi, quel che è il Manzoni nel mondo dei
-letterati; ed è nel campo dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo
-della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo,
-un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta
-così profonda, così precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni
-nell'_Adelchi_. Il discorso sulla storia della gente longobardica in
-Italia è forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore —
-o del pubblico — dal vero personaggio della tragedia e per impedire
-di constatarne l'identità; perchè mai personaggio fu meno storico
-dell'_Adelchi_ del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente
-allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine,
-quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del
-suo pensiero, la morale della sua filosofia.
-
-Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei
-Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re
-dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della
-Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi
-si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il
-padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice.
-Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre la
-figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di
-San Salvatore in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica
-nel più stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad
-avvertire: «Il carattere di un personaggio, qual è presentato in questa
-tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i
-suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere
-insomma è inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto da un
-originale moderno. Partito così alla ricerca della _realtà storica_ nel
-dramma, egli è tornato con una _realtà psicologica_: quella sua, di
-autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che nella Prefazione
-del _Carmagnola_, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che,
-«rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi,»
-ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il
-vantaggio «di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione
-e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche vero
-che la Prefazione del _Carmagnola_ (1816-20) è anteriore all'_Adelchi_
-(1820-22). —
-
-Questo _Adelchi_, dunque, è la tragedia della rassegnazione: la
-tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete.
-Non vi è, in essa, lotta di nessun genere; e non vi è affermazione
-di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione della
-volontà. Il _Cid_, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre,
-dice: _Se dovessi, tornerei ancora a farlo._ È il trionfo della volontà
-umana, che si fa la vita e le leggi della vita; così come la tragedia
-antica era il trionfo di una volontà superiore, contro la volontà
-umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In _Adelchi_ è
-soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è soppresso ogni elemento
-di forza e di contrasto. _Chiniam la fronte al massimo — Fattor_ — ecco
-la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi è il tipo
-dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo
-cristiano. Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I Franchi
-scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli consiglierebbe
-di lasciarli passare. Ma, poichè il padre impone il contrario, si
-sottomette al padre:
-
- .... E tu mi chiedi
- Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando
- Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
- _Dover_ sia scritto _nella tua risposta_.
-
-I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde
-il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna
-rassegnarsi:
-
- .... Ti fu tolto un regno.
- Deh, nol pianger, mel credi!
-
-A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il
-vincitore passerà. Quegli è un _uom che morrà_! — Impotente verso gli
-altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi
-vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del
-nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi.
-Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione
-impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo
-non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica
-aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli
-altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro
-se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di
-Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide,
-Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi,
-Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia:
-
- _Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!_
-
-Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:
-
- E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo
- Senza aspettar che tu mi chiami?
-
-Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno?
-Ma la vita, la vita vera, è quella di là: Gesù disse: _Il mio regno non
-è di questo mondo_. Questo mondo non è che uno esperimento — questa
-vita non è che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani
-chiamarono appunto _dies natalis_ il giorno della morte! —
-
-Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza
-di _Adelchi_ che vi si uniforma. 11 disprezzo delle cose terrene;
-la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in
-conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno
-trascendentale per tutte le vanità: la dottrina insomma della
-liberazione dell'anima nella fede, è una dottrina senza dubbio
-venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento
-di tragedia; se per tragedia si debba intendere ancora lotta di
-forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento
-e fondamento di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice il
-Renan nella _Vita di Gesù_ — ha molto contribuito in questo senso a
-indebolire il sentimento dei _doveri del cittadino_, e a dare il mondo
-in balìa dei fatti compiuti.»
-
-L'_Adelchi_ porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cioè, della
-più feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia.
-
-Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del
-regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi,
-Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e
-rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia.
-Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al figlio la
-Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi,
-nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo
-_richiedeva la coscienza e l'onore_, i fatti del passato luglio, lo
-esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di
-quella _coscienza_ e di quell'_onore_ imponevano. Voi sapete il resto:
-il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il
-Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re,
-tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice
-il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva avuto il sacro deposito
-della fede giurata, dei patti accettati! — Ah, Signori, se Adelchi
-avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato
-meno obbediente al padre — al traditore di Lubiana! — Io non posso
-pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello!
-
- *
- * *
-
-La reazione del 21 spazzò il focolare domestico del patriottismo
-italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i
-cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente
-contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due
-imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con
-un manifesto che li qualificava «malfattori e violatori di ogni
-legge divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono
-protagonisti: _Il Cenacolo_ del _Conciliatore_ fu sbandato: l'Arconati,
-il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De
-Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca;
-Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni;
-Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le
-campagne — come narra un contemporaneo — piene di fuggiaschi, le galere
-e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno,
-mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria,
-Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della
-giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto
-al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente sereno fra i dolori e i
-tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli!
-
-Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da
-Paolo nella _Francesca da Rimini_, di promettere all'Italia il suo
-braccio nel momento del pericolo:
-
- Per te, per te, che cittadini hai prodi,
- Italia mia, combatterò se oltraggio
- Ti moverà l'invidia....
-
-Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono,
-quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, più che
-per altro, la _Francesca_ divenne la tragedia popolare per eccellenza.
-Come tragedia, è mediocre; e non a torto il Foscolo consigliò
-amicamente al Pellico, quando gliela mandò a leggere, di lanciare
-all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in
-quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza
-e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli
-animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione
-di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati,
-e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione
-all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con
-impeto di eroi! — Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo
-periodo di tempo. Essi furono più che i cooperatori, i motori delle
-opere stesse degli autori — che molte volte nascevano morte — e che
-essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: «Non vi saranno attori in Italia,
-finchè non vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render
-giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano,
-convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a
-formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la
-fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore
-dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si
-consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella _Francesca_
-salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto
-che nel _Procida_ sollevava ad altezze epiche il verso contro il
-Franco invasore: _Ripassi l'alpe e tornerà fratello_ — non rimangono
-suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano
-bensì nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo,
-ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile!
-Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa
-quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo
-abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva
-venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo
-più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica
-e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e
-di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi
-e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica,
-se così posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la
-piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli,
-dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della
-censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e
-rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo non bastava,
-agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali;
-in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in
-dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte,
-dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con
-arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel
-momento del pericolo. Perchè dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei
-tempi il _bel gesto_ del patriottismo italiano. Salutatela anche voi,
-passando, o Signori, con un _bel gesto_ di riconoscenza!
-
- *
- * *
-
-Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono
-a Milano distrutti gli ultimi residui della libertà dei cittadini,
-andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori.
-
-E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la
-_Rosmunda_, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione,
-la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza
-privata, che poteva compromettere gli amici. Ma nè supplizi, nè
-torture, nè soppressione di poeti e di poesie, arrestano il cammino
-dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. _Alere flammam_
-— era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare
-la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in
-un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento:
-
- O man che scrisse Arnaldo
- O petto di virtude albergo saldo,
- Chi a' miei baci vi porge? —
-
-chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. Quella che nel
-periodo più scuro della reazione, nel periodo più duro del dolore, dal
-28 al 48, versò tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu
-la mano di Giambattista Niccolini.
-
- *
- * *
-
-Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai che una memoria
-letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte più
-viva delle nostre speranze, la parte più bella ed ardente delle
-nostre illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di drammi
-storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni letterato italiano
-cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per
-mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla
-punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi più
-tutti i _Manfredi_, i _Masaniello_, i _Fornaretti_, i _Farinata_, i
-_Lorenzino_, i _Sampiero di Bottelica_, i _Vitige_, le _Leghe Lombarde_
-che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei
-loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di
-Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni
-seppe strappare ai nostri padri nella _Pia de' Tolomei_; e il Revere
-e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per
-altre cose che non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva
-della scuola e della schiera è Giambattista Niccolini. Certo, nessuna
-delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi
-poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un
-cielo ben più nobile e più sacro: quello della coscienza nazionale.
-— Dell'_Arnaldo_ il poeta stesso scriveva: _Se non ho scritto una
-buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa._ E
-di questo l'Italia allora aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva
-di aver voluto combattere una battaglia, più che scrivere un libro,
-con l'_Assedio di Firenze_. Così il Berchet scriveva «di aver fatto
-sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di
-aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.»
-— E non è il più lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libertà
-perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui
-dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! — So bene
-anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia,
-ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma
-sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di
-storia. Che importa? — «Io vi esorto alle istorie — aveva detto agli
-italiani Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare
-nè più calamità da compiangere, ne più errori da evitare, ne più
-virtù che vi facciano rispettare, ne più grandi anime degne di essere
-liberate dall'oblivione.» — E il Niccolini si assunse proprio questa
-missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virtù, di liberar
-dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli
-conveniva il popolo, quasi a comizio. Così, il _Foscarini_. nel quale
-erano denunziate le iniquità dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto,
-dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il _Giovanni da
-Procida_, rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti entusiasmi, da
-impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli
-a chiedere al governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente
-non stentarono molto a ottenere. Il _Ludovico Sforza_, scritto nel 34
-e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col _Procida_ nel
-47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita
-fu chiamata una _festa civile_. E intanto l'_Arnaldo_, sfuggendo a
-tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre
-d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che
-portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore
-dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che
-cosa era _Arnaldo_? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia
-la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero
-invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un
-sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato
-per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio,
-la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in
-movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per
-scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa
-e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero,
-il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e
-all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana,
-dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le
-crete malefiche parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'_Arnaldo_
-tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza
-dell'idea classica che animò la mente e mosse l'arte di Dante, di
-Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni,
-e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come
-questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra
-principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, inevitabile la
-lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle
-parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar
-torto, quando, tre anni dopo la protesta d'_Arnaldo_, un nuovo papa,
-più incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul
-tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di
-una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la
-fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette
-straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono a
-dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre
-valida l'intimazione fatta da _Arnaldo_ ad Adriano, nell'atto III, in
-Vaticano:
-
- Sei pontefice, o re? L'ultimo nome
- Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo
- Il vicario tu sei, saper dovresti
- Che sol di spine fu la sua corona.
-
-Con l'_Arnaldo_ si chiude il ciclo della tragedia classica. E si
-chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond'è che a ragione
-l'Italia onorò il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti
-nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò _giovane di santi
-costumi_, al Carducci che, vecchio, lo chiamò _sacro veglio_, tutti
-s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina
-il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria
-richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo.
-
- Alzate or tutti voi
- Le sacre faci ardenti.
- Lo scortate, onorandolo co' suoi
- Carmi, coi suoi concenti. —
-
- *
- * *
-
-E qui mi fermo.
-
-L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti
-tristi, la confortò coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incitò
-coi rimproveri; nei momenti di lotta, la servì con le opere. L'Italia
-politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili
-a giudicare l'arte della prima metà del secolo! Di altro che di belle
-imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era
-occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali
-tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva
-singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva
-l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un
-oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si
-preparava qualcosa di più che la catastrofe di un gruppo di personaggi
-ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del
-gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In
-certi tempi, la letteratura è azione. La miglior opera d'arte è nella
-creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista è nel trionfo
-di quel fatto ch'egli è concorso a creare od a render possibile.
-
-Quali sono i titoli dei drammi nella prima metà del secolo? Potete pure
-dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori
-alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale è una,
-e si chiama il _Quarantotto_: — protagonista, l'Italia, che dopo tanti
-errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo spirito, e afferma
-contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volontà e
-la sua personalità. — L'arte donde quella produzione è derivata, oggi
-non esiste più: si è consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta.
-Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a
-lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande
-generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria!
-
-
-
-
-LE BELLE ARTI DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO
-
-CONFERENZA DI UGO OJETTI
-
-
- _Signore e signori,_
-
-Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo, anche perchè
-è facile fare a meno di conoscere quel che si disprezza. Non è più
-una quistione di temperamento, d'umor nero ed arcigno o d'indole
-entusiastica e presto fanatica; è addirittura una quistione di metodo
-logico. Oggi le lodi dei critici non sono che rari segni bianchi sopra
-una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero e, al pubblico,
-più utile, delinear le proprie opinioni in nero sopra una pagina
-bianca. Anche nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà del
-secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei fatti della politica.
-Forse da quattrocento anni di qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella
-realtà e nel sogno, nel presente e nella speranza — non era stato
-innalzato con così franco volo, non aveva fatto fremere i cieli con
-sì ampie penne, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'uomo non ha
-amato la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità,
-quanto ora. Forse da quattrocento anni l'arte non è stata così sincera,
-l'anima così presso alla superficie su dal profondo vorticoso mare
-delle apparenze.
-
-Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più largamente
-dell'estetica nostra è stato tempo in cui ogni arte convenzionale
-e gelidamente formale, ogni arte, secondo il valor volgare della
-parola, retorica sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo
-in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho detto ripugnante ma non
-incomprensibile. Quasi cinquant'anni di positivismo e di illuminato
-determinismo dànno ormai alle menti moderne la snellezza della
-versatilità, l'oggettività d'esame necessaria a veder con curioso e
-sereno studio i gesti e le parole di coscienze estetiche per fortuna
-dissimili dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, direi quasi
-a gustarle senza fastidio, specialmente quando nel confronto noi
-possiamo dedurre a nostro vantaggio un progresso solare, e possiamo
-concedere al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo una qualche
-soddisfazione.
-
-Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile cultura e col suo
-affascinante garbo di dicitore vi intrattenne su le arti belle nei
-primi venticinque anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di
-quella pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura fu
-detta romantica.
-
-Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? Quell'epoca, direbbe
-oggi Gabriele Tarde, era artisticamente un'epoca non di creazione
-ma di moda. Fede ed amore in altro che non fosse la materia e la
-material forma dell'opera erano cosa vana. L'immaginazione bastava a
-dare il tema, anche una semplice immaginazione illustrativa, suddita
-umile della letteratura — fosse questa letteratura storia o poesia.
-L'estetica winckelmaniana e le enfasi su l'_Apollo_ soddisfacevano
-ancora le anime, e le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e
-Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni orazione accademica. «I
-lavori più nobili di coloro che operarono in questa classica terra,»
-per dirla con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto dal David,
-nella teoria dal Lessing e ancora si credeva con lo Schlegel che la
-tragedia antica non fosse stata che della scultura. _La Teoria del
-Bello_ di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser considerata
-come il riassunto di quello che predicavano pittori e scultori e
-architetti i quali, al cospetto di Dio e dei sovrani e dei colleghi,
-erano fecondi più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è la
-rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile conveniente,
-per via della quale si risvegli l'armonico esercizio delle facoltà
-dell'anima»: questa è la definizione precisa dove quel _conveniente_
-e quell'_armonico_ annebbiano e gelano ogni speranza d'una sincerità
-anche prudente. Non il vero e non l'emozione per simpatia gli artisti
-si propongono, ma il nuvoloso metafisico _prototipo_ od _archetipo_ il
-quale era, proprio secondo le parole del Ficker, «un oggetto di somma
-perfezione pensato per mezzo delle idee e concreato o reso percettibile
-ai sensi con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione della
-relatività e della mutabilità del bello è penetrata anche nella
-mente della folla, sembrano e sono incomprensibili, se non ingenue.
-Victor Cousin poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi di
-Diotima a Socrate nel _Convito_: «Bellezza eterna non generata e non
-caduca, scevra d'aumento e di diminuzione, che non è bella in una
-parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, in un luogo, in un
-rapporto, bella per gli uni, brutta per gli altri, bellezza disciolta
-da ogni forma sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è nemmeno
-il tal pensiero o la tale scienza particolare, che non risiede in
-alcun essere diverso da sè stessa, come in un animale, nella terra, nel
-cielo in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile per sè
-medesima, di cui tutte le altre bellezze partecipano, in maniera però
-che il loro apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione nè
-accrescimento nè il più leggero mutamento.»
-
-Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica potremmo chiamare
-teologia del bello, accennava a svanire verso le nuvole donde era
-scesa. Era tenace come una religione ed assiepata da intrichi di
-pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che valeva mutilazione
-nella vita, falsità nella produzione, aveva i suoi fanatici e i suoi
-pontefici e, nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora il
-professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini, presidente e
-cattedratico di pittura nell'insigne e pontificia Accademia romana
-di San Luca, rappresentante onoratissimo del più puro purismo e del
-più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva in un solenne discorso
-quella esatta definizione del bello ideale con tanta fede, che in una
-copia che io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne dedica a
-un amico: «Tu che comprendi la ragion delle cose, leggi e di' a me,
-Tommaso Minardi, se imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il V
-maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, professore di eloquenza
-alla regia Università di Torino, lodava gli artisti «i quali altro non
-fanno che riprodurre quanto di più vago e magnifico a lor si mostra....
-Se ben, a che dico io, il riproducono? Meglio era dire il migliorano.»
-Ancora, nel 1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze l'opuscoletto
-su la _Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile_ diceva che
-«il bello è ordine, è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in
-una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso quadro; l'ideale è
-un'idea colta attraverso le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico
-credeva necessario lungamente dissertare su la _Opportunità di trattare
-in pittura anche soggetti tolti dalla vita contemporanea_; sebbene
-il Tommasèo e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale la
-potenza di commuovere, riducendo così finalmente a teoria quella nostra
-pittura romantica che già declinava, anzi già — come vedremo — era
-vinta.
-
-Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre in ritardo paragonati
-agli artisti creatori, e non fanno che dedurre dalle premesse che
-questi hanno già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto dopo Turner.
-Figuriamoci se il Tommasèo non doveva arrivare almeno quindici anni
-dopo il Bacio dell'Hayez!
-
-Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori italiani paragonati ai
-pittori di Francia. Tra il venti e il trenta mentre in Italia è ancor
-vivo e glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani teatrali
-e lividi copiatori di statue, il Camuccini che ha dipinto la _Moglie
-di Cesare_ e dipinge ancora per Bergamo la _Giuditta che ringrazia
-Iddio dopo aver ucciso Oloferne_, per Praga la _Discesa di Gesù al
-Limbo_, pei Torlonia l'_Ingresso di Francesco Sforza in Milano_,
-e soltanto l'Agricola e il Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi
-Sabatelli a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa egemonia
-paragonabile a quella del Thorwaldsen in scultura, — in Francia il
-Géricault, il Delacroix avevano redento per varii modi l'arte dalla
-stupida cieca tirannia del cosiddetto _stile_ e Corot era già stato in
-Italia e aveva dipinto il _Ponte di Narni_, il _Colosseo_ e l'_isola di
-San Bartolommeo_.
-
-Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto a Roma, era tra quei
-neoclassici davideggianti alla Camuccini e i puristi tedescheggianti
-alla Minardi. Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto
-a Via Sistina nella casa degli Zuccari per commissione del cavalier
-Bartholdy console di Prussia, e nella Villa Massimo al Laterano avevano
-su per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato con
-composta placidità Dante, il Tasso e l'Ariosto. Anzi in quegli anni
-il «nazareno» Overbeck, detto allora l'Angelico del secolo decimonono,
-ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva estatico la fronte
-della Porziuncola francescana ad Assisi, in Santa Maria degli Angeli,
-sotto la cupola del Vignola.
-
-Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una stessa accusa
-gli avversarî, e a leggere l'opuscolo del Bianchini sul _Purismo
-nelle arti_ o quello del Selvatico sul _Purismo nella pittura_ e a
-guardar a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi anni direttore
-dell'Accademia, i disegni anche più dei pochi squallidi dipinti del
-Minardi, non possiamo comprendere perchè le due scuole così timide
-di contro al vero non si riconoscessero sorelle in un comune peccato
-originale: quello di imitare una imitazione. A noi sembra che tanto
-valesse condurre in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri qui
-a Firenze ad ammirare in casa Mozzi _Il giuramento de' Sassoni a
-Napoleone dopo la battaglia di Jena_ dipinto dal Benvenuti o al palazzo
-della Gherardesca a godere il suo _Conte Ugolino nella torre di Pisa_,
-quanto su su per la scalinata di Piazza di Spagna farli a Roma salire
-a venerare gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a casa del
-Bartholdy.
-
-Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni prima, presentato a
-Roma al Canova con le commendatizie del Cicognara, questi gli aveva
-parlato così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non il programma
-dei suoi studî: ritengo che l'intenzione sarà di studiare Raffaello e
-l'antica scultura greca per formarsi un'idea del bello che certamente
-quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal vero.» E nei consigli
-del grande di Possagno i due indirizzi già si raccoglievano in un
-elogio che oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un biasimo.
-Se da un lato le sculture classiche erano l'ideale che nei loro quadri
-camucciniani mettevano in moto come altrettanti manichini creati
-diciassette diciotto secoli prima a Roma o ad Atene o ad Alessandria
-pel loro comodo e pel loro piacere, dall'altro i _nazareni_ tedeschi
-dalla lunga chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto
-aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo o del Perugino
-col nobile scopo di riempire le tele che loro erano state allogate da
-qualche nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. Col
-vero si aveva il minor rapporto possibile, perchè il pericolo della
-volgarità era pericolo di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale
-per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e magniloquente, ora
-anche questo simulacro è sdegnato dai puristi che si inginocchiano
-prima di dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio del Minardi
-scritto nel '21 quando dalla direzione dell'Accademia perugina cui
-l'aveva raccomandato quattro anni prima lo stesso Canova egli passò
-a Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, si dice che per
-lui rivisse l'antico spirito perugino; e doveva dirsi che da lui
-si erano lucidate le antiche forme peruginesche. Se non fosse il
-colorito incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi e dei gesti,
-se non si sentisse a ogni segno e ad ogni pennellata la stereotipata
-abilità di composizione e di ricomposizione sostituita alla franca
-geniale spontaneità dell'invenzione come la luna invece del sole,
-tutta l'opera del Minardi potrebbe nel metodo paragonarsi a quelli
-affreschi e a quei quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli
-di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo a pezzo i cartoni del
-maestro e voltandoli da un fianco o dall'altro e magari a una tunica
-d'apostolo infilando le braccia, i piedi e la faccia della Santa che
-loro era stata per pochi scudi e per mezzo sacco di grano allogata. Ma
-le più stentate pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere di
-Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato divino e la sincerità
-e la sicurezza che a questi importanti monotoni sillabatori di poemi
-eterni mancano, e giustamente.
-
-Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi soavissimi pittori dal
-color di manteca e dal disegno esemplarmente calligrafico si venivano
-scrivendo vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, dello Spagna
-e del Francia, del Ghirlandajo e magari del buon frate Lippi come se
-fossero stati altrettanti santi passati in terra belli e compunti,
-a miracol mostrare. E il Rio con l'_Art chrétien_ raccogliendo dieci
-anni dopo tutte queste agiografie sarà considerato l'ideale storico
-dell'arte, e il padre Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico
-scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla sua nobile anima
-parvero rinnovatori fecondi laddove non erano che plagiarî sterili
-gelidi e timidi.
-
-Forse la parola _plagio_ è troppo cruda per quegli onesti, perchè il
-loro plagio fu incosciente ed essi credettero fare opera di purezza
-commettendolo, e anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío
-tanto che i più di loro morti anche venti o dieci anni fa, oggi son
-rinnegati financo dai discepoli, e dal pubblico abbandonati nelle
-ultime sale delle accademie e delle pinacoteche.
-
-Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in Francia ravviva la
-memoria di ogni più oscuro pittore della libera scuola del Trenta; e
-in Germania stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena prima di
-Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata, dimenticata. Per molto tempo
-essa gelida e diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa
-da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano nulla di nuovo e non
-lasciano alcun ricordo; sono corrette, decenti e fredde» diceva nel
-1828 lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e avrebbe potuto
-dire lo stesso delle poche tele del Minardi.
-
-Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi, che in realtà
-fu solo un maestro e specialmente al senese e gentile Luigi Mussini
-fraterno amico dell'Ingres onorato così in Francia come in Italia,
-pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica. Qui più cospicuamente
-si vede la rispondenza fra i puristi in pittura e i puristi in
-letteratura; qui più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come il
-Basilio Puoti del pennello, e il suo _Discorso su le qualità essenziali
-della pittura italiana_ scritto nel '34 continua venticinque anni
-dopo la _Dissertazione su lo stato presente della lingua italiana_
-presentata dal Cesari all'Accademia milanese.
-
-Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro e d'ombra con che il
-Benvenuti e il Camuccini e tanti altri minori preparavano nei dipinti
-le parti luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi effetti dal
-vero, ma disponendoli con una luce teatrale, della cui falsità (come
-narra nelle sue _Memorie_ l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire
-Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e lo vide dipingere la
-_Morte di Priamo_), si gloriavano apertamente. Così i loro colori
-furono chiari se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare
-lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura riaddussero
-in onore l'encausto e ritrovarono i buoni metodi del fresco. Nella
-prospettiva, poi, ricominciarono a conformare la grandezza degli
-oggetti ritratti alle dimensioni della immagine prospettica, quale è
-descritta nel taglio del cono visuale, al punto in cui l'artista si
-pone così da non dover spostare, come avveniva spesso nei macchinosi
-quadri davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi
-romantici, il punto della veduta due volte almeno per una stessa
-pittura.
-
-Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il Sabatelli nel '50, il
-Biscarra che dal '21 era stato da Carlo Felice chiamato a dirigere
-l'Accademia a Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato
-a Roma e aveva plagiato nel _Caino_ il _Delitto perseguitato_ di
-Prudhon, ebbe nella sua Accademia a direttore della scuola di disegno
-ornamentale quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 aveva osato
-nel reale palazzo di Torino e nelle ville di Pollenzo e di Racconigi
-distruggere tutte le delicatezze delle ornamentazioni _Louis XV_
-per sostituirvi le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti costoro
-poterono prima di morire veder che nulla rimaneva loro fuor che gli
-onori. L'Hayez ormai trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e
-sapor di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più che l'Hayez il
-popolo e la violenza del popolo trionfavano.
-
-Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione e il gelo,
-contro ogni moda straniera, poterono seder sul trono e schiacciare
-ogni spontaneità di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture
-definire le condizioni sociali, l'ambiente morale e politico dove
-l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, dove l'arte ufficiale potè restare
-immobile.
-
-Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente della _poca plebe_
-sbrigliata in piazza, nel periodo che va dal '21 al '48, da quando
-a Modena Carlo Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione
-piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni del
-'48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia non dettero che
-esempii di timorati desiderii platonici. Composte nel gesto e nelle
-parole, ammonite dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse
-si rammentano dell'unità e dell'indipendenza della patria quando
-sognano non quando agiscono. Il 1848 è stato voluto e ottenuto dal
-popolo: è bene rammentarlo. Uscito di prigione Silvio Pellico che,
-come il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione, nei _Doveri
-dell'uomo_ ha questo passo caratteristico: «Il progresso sociale
-verrà con le virtù domestiche e con la carità civile, o non verrà
-in alcun tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica,
-facciamo cristianamente quel bene che possiamo, ciascuno nel nostro
-circolo: preghiamo Dio per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente
-e forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà, altro ci volle
-che la serenità e la indulgenza e la carità predicata dall'autore
-della _Francesca da Rimini_! Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio,
-la tirannide interna premeva poco; l'importante era fare l'Italia con
-la libertà se era possibile, e, se no, anche col dispotismo, anche con
-l'aiuto dei principi, con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma
-egli potè vedere che se gli individui non sono liberi, è inutile che
-sia libera la patria.
-
-La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico e d'Azeglio e
-Manzoni appartennero, e di cui — come disse il De Sanctis — Balbo fu
-il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo
-da parte la libertà come fine, volendo lasciare la società alle sue
-forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo ogni idea
-di violenza, sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse
-dal basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni e,
-soprattutto, era composta e misurata. Misurate e composte furono le
-classi dominanti finchè essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino
-all'avvento della scuola democratica mazziniana.
-
-Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico mitologico, cioè
-una mitologia senza mito e una rettorica senza eloquenza — Camuccini,
-Landi, Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli che verso
-il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo minardiano, così placidi e
-frigidi, così lontani dalla realtà, così assestati, così teatralmente
-panneggiati o così misticamente diafani, poterono contentare
-formalmente quelle classi che uniche davano pane e lodi agli artisti.
-E specialmente lo poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita se
-non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente a Firenze, che un
-grande critico disse essere a quelli anni soltanto «un passato illustre
-immobilizzato e regolato.» L'_Arnaldo da Brescia_, come tutti sanno, è
-del 1844.
-
-Ho detto che il classicismo e il purismo poterono contentare
-_formalmente_ le classi dominanti, perchè occorse la pittura romantica
-per appagarle anche con la sostanza.
-
-La scuola liberale, considerando e studiando la società come una
-cosa reale e spontaneamente e indefinitamente progrediente, dovette
-interrogare, per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, la
-logica della storia, cioè divenire una scuola storica. E la storia fu a
-base anche dei lavori di immaginazione e si videro pullulare i romanzi
-storici, le tragedie storiche, e le pitture storiche.
-
-Certo, anche la pittura che si è convenuto di chiamare romantica, ebbe
-su lo scoppio della rivoluzione italiana un'azione molto indiretta: ma
-di ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, quali ne sieno
-stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata alla letteratura romantica,
-ad essa manca il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il Tommaso
-Grossi.
-
- *
- * *
-
-Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò il momento storico che
-certo egli non creò, ma dal quale con versatile docilità si lasciò
-nella lunga onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue _Memorie_
-purtroppo incompiute, sebbene esse non abbiano ne la vivacità fresca
-e inesausta dei _Ricordi_ di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità
-affettuosa di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente che egli
-è un pittore di transizione, non un rivoluzionario fanatico e fisso in
-ciò che egli creda essere la ideale verità infallibile. Troppi esempî
-di virile costanza e in letteratura e in politica e anche nelle belle
-arti — come vedremo parlando della scultura — in quei tempi avventurosi
-gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare la sua abile
-mobilità.
-
-Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, mandava al concorso
-dell'Accademia di Milano il _Laocoonte_ famoso, tipo nel tema e nella
-tecnica di classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva
-fra gli applausi il _Carmagnola_, e nel '30 i _Profughi di Parga_,
-eco degli entusiasmi filellenici, e nel 1848 firmava un autoritratto
-_Francesco Hayez italiano di Venezia_, e nel '67 mandava a Parigi la
-_Battaglia di Magenta_: è il vero riflesso pittorico delle vicende
-politiche intellettuali e sentimentali le quali mossero e commossero
-l'Italia nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo direttivo
-nel labirinto delle opposte tendenze dei sogni che balzano d'un tratto
-in piena realtà, dei fatti che lampeggiano invano per un attimo e si
-spengono sotto la nebbia dell'utopia.
-
-Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati, e l'impero
-napoleonico cadde mentre egli dipingeva sopra un'ampia tela _Ulisse
-nella reggia di Alcinoo re dei Feaci_, e riparò a Venezia dove stette
-tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto tanto che
-nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli dipinse _Diotima che
-insegna a Socrate l'arte monocromata e Alcibiade nel gineceo quando
-è rimproverato da Socrate_, dentro un fregio di amorini dove l'_Amor
-feroce_ è simboleggiato dalla tigre, l'_Amor leggero_ dalla farfalla,
-l'_Amor forte_ dal leone, e così via!
-
-Se egli non fosse stato quel pronto spirito che dicevo poco fa,
-voi vedete in quale palude si sarebbe annegato. Ma ode da Milano i
-richiami del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre ed espone
-il _Carmagnola_ ed è salvo. Messosi così nella corrente, egli per sua
-ventura, non ne escirà più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi,
-checchè egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con Tommaso
-Grossi lo esorta a perseverare.
-
-Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il rispetto, coreografo
-sagacissimo, coloritore non oso dir veneziano, ma certo ammiratore
-dei Veneziani, disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli
-aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili e impassibili
-neoclassici, ormai egli può abbandonarsi alla sua foga feconda, in
-gara coi letterati che han trovato il perfetto illustratore e lo
-chiaman fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per qualche anno
-sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 succedette per trent'anni,
-ritrattista aulico di tutti i sovrani convenuti nel 1822 al congresso
-di Verona, protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich da cui
-si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente a braccetto,
-pittore nel soffitto della sala delle Cariatidi al palazzo reale di
-Milano quando si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse la
-corona di ferro, se non fosse stato un pittore, sarei curioso di sapere
-come l'avrebbe giudicato il Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899,
-ai pittori e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso ai
-poeti, e io devo parlarvi solo della sua versatilità artistica. Certo
-è che quando nel 1872 Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il
-veterano della pittura italiana, a me par di vedere in quella parola
-_veterano_ scritta dal glorioso reduce di Venezia una punta di benigna
-ironia.
-
-Il _Bacio_ è forse il quadro più noto dell'Hayez, e meritatamente. Il
-sentimento, anzi, l'impeto amoroso, non è stato segnato con altrettanta
-intensità in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste di
-un bel limpido azzurro è così abbandonata su le spalle e contro le
-labbra dell'amante, con gli occhi chiusi per la dolorosa delizia di
-quell'addio, e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di color
-bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente virile, che anche
-oggi, a prima vista, nonostante il disgusto delle oleografie untuose
-che primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte le romanticherie
-cantate per anni sotto la luna, ci commove, sebbene, per fortuna, non
-ci piaccia più.
-
-E la commozione patetica fu appunto lo scopo di tutta quell'arte
-romantica. Il bello morale, come essi dicevano, è il loro Dio, e ogni
-scolaretto ripete dal Forcellini l'etimologia del bello, _bellus_, da
-_bonellus_ cioè dal buono. La forma che nei classici era stata il fine,
-nei romantici diviene il mezzo per eccitare affetti. Tommaso Grossi
-appare allora superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni
-no. La così detta donna romantica è la sua fissazione; e la Fuggitiva,
-Lida, Ildegonda, Bice, Giselda sono il tema favorito dei pittori
-lacrimosi che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso ad essere
-lacrimevoli.
-
-Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile e anche inutile.
-Di _Imelda de' Lambertazzi_, di _Maria Stuarda_, di _Giulietta e
-Romeo_, di _Clorinda e Tancredi_, della Congiura dei Fieschi, di scene
-delle Crociate da _Pietro l'Eremita_, alla _Sete dei Crociati_, egli
-fece tre, quattro, cinque variazioni in quadri grandi e in quadri a
-figure terzine, in bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti,
-dal _Carmagnola_ a _Marin Faliero_, da _Vittor Pisani_ a _Valenza
-Gradenigo_, da _Caterina Cornaro_ ai _Due Foscari_ che voi avete qui
-alla vostra Accademia, egli fu di una attività da Briareo e di una
-varietà di combinazioni melodrammatiche degna di Felice Romani. E
-dall'estero le ordinazioni piovevano come le lagrime delle spettatrici.
-Nè perciò egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per tornare agli
-antichissimi, i soggetti mitologici. Ma per alcuno dei ritratti,
-massime per il suo agli Uffizi, essendo costretto a rendere il vero
-senza veli rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato anche
-oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del conte Giovanni Morosini e
-di Antonio Rosmini, quando qualche volonteroso che forse non è lontano,
-farà la storia del ritratto nella pittura italiana, dovranno avere nel
-periodo che va dal '30 al '50 un posto d'onore. Così a Roma il Consoni,
-il Capalti, il Cochetti suoi contemporanei, non meritano una menzione
-per altro.
-
-E passiamo ai minori.
-
-Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e non vi dirò d'altri —
-spesso gli furono eguali per valore. In tutti i varii indirizzi a volta
-a volta riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente e del
-tema, e quello che nell'Hayez fu graduale evoluzione sincera, in loro
-o è incertezza di convinzione o destrezza di opportunismo eclettico.
-
-Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco e Giuseppe Sabatelli figli
-di quel Luigi Sabatelli che già vi segnalai come emulo del Camuccini
-e cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette l'Hayez. Il
-padre li vide morir tutti e due. Francesco, maggiore di dieci anni,
-mandato giovanissimo da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo soli
-diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, tornò a Firenze a
-finire la sala dell'Iliade cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando
-quella d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e quella di
-Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre Pietro Benvenuti dipingeva
-tutta la cupola della Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da
-questi sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere
-della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa nella composizione
-ma più franca nel colore è, nella minuscola cappella a sinistra del
-coro in Santa Croce, la figurazione di _Ezelino da Romano ai piedi di
-Sant'Antonio_. Del fratello Giuseppe, anche chi non ha cercato a San
-Firenze la misera cupoletta ormai cadente della Cappella della Madonna,
-o all'Accademia la _Battaglia del Serchio con Farinata e Buondelmonti_,
-rammenta le affettuose parole del Duprè nel cui studio ogni mattina
-egli si riposava andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi
-neri facevano ancora apparire più pallido quel viso mansueto e
-serio; dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole; la sua
-compagnia era mite e soave; e la memoria di lui mi ritorna mestamente
-serena come il ricordo di un bene smarrito ma non perduto.»
-
-E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma sanesi, Luigi e Cesare
-Mussini. Luigi che come ho detto, cominciò con l'essere un purista
-minardiano, si inromantichì presto nel suo _Decamerone sanese_, e più
-_nell'Eudoro e Cimodocea_ di questa Accademia, un quadro derivato da
-Chateaubriand, color di rosa e color di cenere, levigato e mantecato
-e illuminato non si seppe mai da che parte. Cesare fu un coreografo
-anche più complicato in quella _Congiura dei Pazzi_ che verso il '45
-era stimato uno dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco dopo
-fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.»
-
-Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il freddo e compassato
-Pollastrini che dopo aver fatto accademicamente melodrammaticamente
-morire _Ferruccio a Gavinana_, uccise anche _Lorenzino de' Medici_ con
-altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro _cacciò in nome del
-vittorioso Cosimo primo i sanesi da Siena_. Ho detto un dopo l'altro:
-come nei Mussini così in tutti questi altri romantici le figure sono
-viste a una a una, e il chiaro e lo scuro è reso, non nell'insieme, ma
-su ciascuna di esse singolarmente e speciosamente.
-
-Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio di lui, verso il
-quaranta, dipinse un'_Eva_ che aveva qualche floridezza e qualche
-freschezza di carni, ma subito ricadde nella coreografia trionfale con
-la gran tela figurante l'_ingresso di Carlo ottavo in Firenze_, che
-ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. Andatela un giorno a vedere,
-all'Accademia, e mi perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche di
-criticarla.
-
-Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano questo periodo: il
-Malatesta e il Guardassoni. Del Guardassoni non è di voi chi non
-conosca almeno un'oleografia dell'_Innominato_ da lui più volte
-ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo sono state dalla
-Provvidenza destinate ad essere appunto riprodotte nel modo a loro
-meglio convenevole, cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta onestà
-della pennellata, per una certa vivezza di colore, per la disinvoltura
-del disegno, il quadro appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè,
-mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò basta a giustificare
-l'oblio. A Bologna cento chiese — San Giuseppe ed Ignazio, la Trinità,
-San Giuliano, Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena,
-Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San Gregorio, San Giorgio,
-SS. Filippo e Giacomo, San Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di
-Saragozza, la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture sue
-eseguite prima e dopo il '50, con una mano sempre più facile e anche
-sempre più trascurata, celeremente, per poco danaro, alla brava.
-
-Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove anni fa. Dipinse
-con grande chiarezza molti ritratti, con minore arte quadri sacri e
-quadri storici, fra i quali il più noto è quello in cui i _soldati
-della lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla battaglia di
-Cassano d'Adda_. Un titolo, come udite, un po' lungo, e veramente io
-penso a trovarne di altri anche più esplicativi e più lunghi, che cosa
-dovessero valere quei quadri per chi non sapesse leggere o almeno non
-sapesse di storia.
-
-Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini, del De Min, del
-Gregoletti, del Gazzotto che illustrò Dante a penna, sono oggi
-memorabili solo i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene
-in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo d'Oria di Cirié in
-via Lagrange si apriva la prima esposizione della Promotrice, con
-centocinquanta opere di autori viventi e quello fu il terzo grande
-avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, dopo l'apertura
-della Pinacoteca e la restaurazione dell'Accademia Albertina. Giuseppe
-Camino, i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, Francesco Gamba
-erano tra gli espositori. Ma non è questo il momento di definir l'opera
-di tali valorosi, cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e non solo
-in arte. Ora rammento solo artisti più vecchi: Ferdinando Cavalieri,
-amico dell'Hayez, che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola
-dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava di là per la
-sala dei paggi nel Reale Palazzo un quadro rappresentante _Il conte
-Amedeo III che giura la sacra lega in Susa_; il Biscarra che scendeva
-dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei suoi Alessandri e dei suoi
-Mosè per romanticheggiare con una veramente misera _Morte del conte
-Ugolino_; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare la sua attività
-ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore del Voto e più l'autore di molti
-ritratti privi di luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, che
-sebbene fosse nato presso Milano, pure è da iscriversi tra i piemontesi
-per essere stato dal '43 al '60 professore di pittura all'Accademia di
-Torino. Un'altra _Congiura dei Pazzi_, il _Federigo Barbarossa cacciato
-da Alessandria_ che è in quel Palazzo Reale, e l'incomprensibile
-episodio della Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca
-bolognese, sono opere che raccolgono bellamente tutti i difetti suoi e
-dei tempi, ma hanno un certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve
-a Luigi Sabatelli maestro suo.
-
-A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. Che memoria resta
-di loro? Io che son cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho
-udito pronunciare questi due nomi con venerazione, quando un giorno
-mi son determinato entrando nelle stanze di Raffaello in Vaticano a
-fermarmi nella prima stanza detta della Concezione e tutta affrescata
-dal Podesti con una squallida intonazione tra color di rosa e color
-di legno, con una compassata scolastica composizione che non si
-può più nemmeno dire teatrale; quando nella minuscola pinacoteca di
-Ancona sua patria invece di correre ad adorare la piccola madonna del
-Crivelli ho voluto guardare con qualche attenzione i cartoni, i quadri
-e i quadretti del tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato
-una delusione tale, che oggi non oso con esatte parole ripeterla. Il
-pittore de Sanctis che di lui morto parlò nell'Accademia di San Luca,
-affermò che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava alto
-nella pittura come quello di Verdi nella musica», un paragone che a noi
-di un'altra generazione oggi sembra irriverente addirittura. Pure la
-sua fama fu immensa; e da quando nel 1830 espose in Campidoglio nella
-prima Esposizione degli amatori e cultori di belle arti il _Martirio
-di Santa Dorotea_ fino a che per commissione di Carlo Alberto eseguì
-il _Giudizio di Salomone_; da quando per don Alessandro Torlonia nella
-villa fuori Porta Pia dipinse a fresco le _imprese di Bacco_ e nel
-Palazzo di piazza Venezia il _mito di Diana_ fino a che per Pio nono
-eseguì la stanza della Concezione; dal quadro dell'_Assedio di Ancona_
-che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di Londra ebbe due medaglie
-d'oro e oggi sarebbe rifiutato in una promotrice provinciale fino a
-tutti gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, egli fu
-venerato a Roma anche più di quel che l'Hayez fosse stimato a Milano o
-il Bezzuoli a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne.
-
-Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di San Rocco a Roma più
-virile e ha un colore più franco, ma anche egli non sente la luce e
-tanto meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo; le quali due
-accuse sono, in realtà, le massime contro tutta la pittura d'allora.
-Tanto che tutte quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri
-azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette e giallette,
-che modellan muscolo a muscolo la carne e i soliti toni di cobalto e
-di roseo alla Sassoferrato, fanno della _Crocifissione_ cui allora
-stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino presso le ampie
-figure zuccaresche dell'abside, ornamentali e baroccamente violente.
-
-In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe Bertini che
-nato nel '25 è morto quest'anno conservatore della Pinacoteca di Brera,
-sebbene sia più noto come primo maestro di qualche grande, pure meritò
-per la mobilità del suo stile dal Selvatico questa lode «or sa farsi
-Ghirlandajo, ora Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode
-sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio invece fu protesa verso
-l'avvenire che egli bene intravvide, ma nel quale, come pittore, non
-riescì ad entrare. Più che la _Sfida di Barletta_ o il _Brindisi di
-Ferruccio_ o la _Battaglia di Gavinana_ o lo Sforza che gitta l'accetta
-su l'albero o tutti i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i
-suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, _finiva_ sul vero.
-Dei quadri supposti storici, dei quali ora più ci occupiamo, egli si
-gloria che avessero il gran merito — o piuttosto la condizione _sine
-qua non_ di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di servire
-cioè al pensiero italiano.
-
-Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre vero: ma per
-gli altri lo fu? E se lo fu, questa pittura romantica raggiunse lo
-scopo, cioè affrettò la rivoluzione verso la unità e per la libertà
-individuale e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da giovane aveva
-veduto domare la rivoluzione francese e l'aristocrazia e il re tornare
-a Torino e i cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri
-e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva con ironia: «Quale
-appare secondo esse la via più breve onde condurre un popolo alla
-perfetta felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi dietro
-un uscio e far la posta al tiranno; quando passa, _tonfete!_, una buona
-botta sul capo, e tutto si trova fatto, compito e terminato; tutti sono
-contenti, tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, virtuosi,
-eguali, fratelli amorosi, insomma un popolo si trova diventato d'un
-colpo il paese della cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo
-è egli vero, e mette forse in capo idee vere?»
-
-E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso della pittura romantica
-e di tutte le _Leghe Lombarde_ e di tutte le _Congiure dei Pazzi_ e di
-tutte le _Disfide di Barletta_ che furono dipinte allora? Invece di
-dire al vicino «La tua casa brucia» quei bravi artisti gli dicevano,
-ad esempio: «Brucia la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana
-in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva essere rettorico
-e, verso la polizia, comodo, ma poteva anche essere inutile. Eran
-ricordi di scuola, finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti,
-favole non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni, forme che
-non sprizzavano direttamente dal pensiero e dalla passione vivi ma
-li viziavano e li impacciavano come paludamenti. La pittura fu, come
-disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia con licenza
-dei superiori,» Permettete a chi forse ammira troppo il tempo in cui
-vive di constatare che anche in franchezza, per fortuna, noi abbiamo
-progredito.
-
- *
- * *
-
-Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici spinsero tutti
-gli animi a questa franchezza e lacerarono le maschere prudenti, e i
-pittori di Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero o meglio
-dovettero divenire i pittori di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e
-di Garibaldi, vi dirò qualche parola su la scultura e gli scultori. E
-più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho la ventura di parlare
-nella patria di Lorenzo Bartolini.
-
- E tu giunto a compièta,
- Lorenzo, come mai
- Infondi nella creta
- La vita che non hai?
-
-Prima di lui la scultura classica del Canova, o più propriamente
-inclinata alle semplicità del purismo nel Thorwaldsen e nel suo nobile
-allievo il nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in Europa.
-Per un momento tutta la nostra gloria artistica parve affidata a lei.
-Nè Dannecker nè Rauch in Germania, ne François Rude o David d'Angers
-Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore d'onori, la fecondità
-pure diligente, la fattura squisita dei nostri. Per confrontare
-Thorwaldsen al conte Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal
-monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di Pio ottavo Albani; ma
-la castigatezza e il fermo modellare sì del maestro che del discepolo
-sono schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose così, che al
-confronto il Gregorovius potè dire che le due tombe sembrano fra tanta
-sontuosità di cattolicismo due monumenti protestanti. È stato detto che
-il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì, ma il Minardi non seppe
-nè dipingere nè coi disegni commuovere; il Tenerani seppe e scolpire
-e commuovere. Dalla _Psiche abbandonata_ che piacque tanto al Giordani
-fino all'altra _Psiche svenuta_ che egli dovè ripetere quindici volte,
-dal rilievo della _Deposizione dalla Croce_ che è tra gli ori candido
-vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al colossale _San
-Giovanni Evangelista_ pel San Francesco di Paola a Napoli, dal troppo
-classico _Monumento pel conte Orloff_ al _Monumento per Bolivar_ o
-alla statua di _Pellegrino Rossi_, egli ha mostrato veramente un'anima
-geniale e una scienza tecnica di polita gentilezza e un'abilità di
-panneggiare insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E basta leggere una
-pagina della sua biografia scritta dal Raggi, per sentire quanto il
-mondo fosse allora pieno della sua fama.
-
-Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa di cavalli e di
-cavalieri purtroppo ancora visibili, nessuno dei quali per fortuna
-nostra vale l'_Emanuele Filiberto_ di piazza San Carlo a Torino. Però
-nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo e la tenacia diritta e
-la forza combattiva del vostro Bartolini.
-
-Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi detti poco fa, sembra
-che anche per lui abbia cantato:
-
- In corpo e in anima
- Servi il reale,
- E non ti perdere
- Nell'ideale,
-
-parole chiare che diverranno una divisa di coraggio.
-
-Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882, Lorenzo Bartolini
-tra il 1777 e il 1850. Confrontateli: versatile, opportunista, già
-dimenticato il primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più
-vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un magnano, fattorino
-di bottega, commesso d'un sarto, garzone d'un vetraio e d'un marmista,
-suonatore di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di Parigi,
-il Delaborde in un articolo che la _Revue des Deux mondes_ pubblicava
-quarantaquattr'anni fa, narra come il David stesso anche prima che il
-Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz per la
-colonna Vendôme restasse stupito e soggiogato dal sentimento semplice,
-dall'ingenua larghezza, dalla sincerità mai volgare di quella giovenile
-arte di lui, che la natura voleva interpretare direttamente senza
-infrapposizioni di morte bellezze officiali.
-
-Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di verso il '40 leggevo
-una sua caratteristica polemica, quando dette per tema agli scolari
-il bassorilievo d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del
-monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia fiorentina,
-aveva scritto: «Diverse figure adattate per esercizio del nudo, servono
-a dimostrare che tutta la natura è bella, quando però è relativa al
-soggetto, e che colui il quale saprà meglio imitarla potrà quindi
-eseguire qualunque tema gli venga proposto.» Un anonimo nel _Diario di
-Roma_, un tale Zanelli nell'_Album_, combatterono questa affermazione
-rivoluzionaria, questa ostentazione di massime antiaccademiche, questa
-franca glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî che nei
-fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura può prendersi qual'è, ma
-non nel corpo umano perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e
-il prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente anche
-Winckelmann; infine, a difesa del bello ideale, gli proponevano:
-«dipingete o scolpite cento vecchie e cento giovani con egual maestria,
-tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul _Commercio_ rispondeva:
-«Come saranno brutte quelle giovani se l'avrete inventate voi!»
-
-La sua ammirazione per Napoleone con quella sua misteriosa corsa
-all'isola d'Elba in pieno 1814 quando caduto l'imperatore la folla gli
-penetrò nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa, è un indice
-del suo cuore. La sua amicizia per Ingres con cui aveva studiato e
-vissuto a Parigi e che lo ritrattò, e per Byron e per M.me de Staël i
-cui busti egli scolpì, è un indice della sua mente.
-
-Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran Napoleone che è a Bastia
-vòlto al mare d'Italia e la genuflessa _Fiducia in Dio_ che è a Milano
-nel palazzo Poldi-Pezzoli e l'_Astianatte_ impetuoso che pure a Milano
-è su la terrazza di palazzo Trivulzio sono tutte a Firenze — è inutile
-parlare. Chi di voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo Pitti,
-la _Carità educatrice_, in piazza Demidoff, il _Monumento a Nicola
-Demidoff_, o in Santa Croce la statua giacente della vecchia contessa
-Zamoyska che veramente sembra addormentata in un marmoreo sonno di
-morte? Chi non ha visto nel refettorio del convento di San Salvi i
-gessi dei ritratti in busto plasmati da lui, massimo quello dell'attore
-Vestri il cui marmo è alla Certosa di Bologna? Non dobbiamo dimenticare
-che egli nascendo all'arte trovò il mondo della scultura popolato di
-dèi e di semidei e di omerici eroi tutti belli. E quand'egli morì,
-l'Italia aveva il Vela e il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il
-suo monumento scrivere la insegna della sua vita _Natura lumen artium_.
-
-Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni Duprè sarebbero
-stati. Come lui essi sorsero dal popolo, energici e fiduciosi; più
-bellicoso e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile il
-secondo. Ma, se l'_Abele_ del Duprè è del 1842, la _Pietà_ è del 1862
-e lo _Spartaco_ del Vela appare nel 1879. Così che l'esame dell'opera
-di questi due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà l'arte
-italiana dopo il '48.
-
- *
- * *
-
-Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare donde non solo una
-nuova politica si parte ma anche una nuova arte, più libera e franca
-sotto il sole.
-
-Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita tendono a riunirsi e nel
-1843 Vincenzo Gioberti pubblica il _Primato_, nel 1844 Cesare Balbo
-le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio, il romanziere e il pittore di
-Ettore e di Ginevra, l'opuscolo _Dei casi di Romagna_ subito dopo i
-moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e
-quasi dottrinario rispetto al famoso libro su _I lutti di Lombardia_.
-Egli è ferito a Vicenza. Le cinque giornate di Milano, la difesa di
-Venezia, la difesa di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire
-la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio
-accetta di essere ministro per la pace, e da quel giorno è ecclissato
-da Cavour. Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni prima,
-tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione con l'incitargli
-contro i tumulti della piazza più impetuosi, aveva detto: — Bisogna
-fargli assaggiar del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E il sangue,
-il sangue è apparso e non più quello dipinto con pallidi vermigli
-nei più tragici quadri romantici sul petto di uomini mascherati alla
-medievale, ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, il sangue
-stesso di quelli artisti cui dai franchi occhi cadde il velo della
-rettorica e folgorò tra i lampi dell'armi la visione della patria quale
-doveva essere, — visione precisa, limpida, come un segnale dall'alto.
-
-La scuola mazziniana democratica opposta alla liberale
-lombardo-piemontese — Campanella a Genova, Farini in Romagna, La
-Farina in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli —
-fece direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione calabrese
-e la rivoluzione di Palermo, e le difese di Roma e di Venezia e le
-resistenze di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e
-Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade dal governo incontrastato
-delle menti. E la pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata
-la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura così il
-realismo comincia in pittura. Luigi Mussini finirà a fare il ritratto
-di Vittorio Emanuele, l'Hayez che ha dipinto il _Bacio di Giulietta
-e Romeo_ finirà a dipingere il _Bacio del volontario che parte_, come
-pochi anni prima il vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto
-_Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio_.
-
-Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, nei quadri di paese.
-In Francia Rousseau, Corot, Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto
-a loro tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o da
-venti anni attendono di predicar con le loro opere il vangelo della
-luce d'Italia. Dal Piemonte, prima che da ogni altra regione, partono
-per varcar le Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali hanno il
-torto di credere che il cammino più breve verso Parigi sia attraverso
-la Svizzera cioè attraverso l'imitazione della buja e piatta e
-scenografica scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli che,
-come fu detto con una frase troppo chirurgica, toglieranno le cateratte
-agli occhi della pittura italiana, — saranno napoletani.
-
-Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei potuto indicarvi
-in quel gelo se non l'accademicissimo Tommaso De Vivo, o Giuseppe
-Mancinelli, che nell'_Aiace e Cassandra_ del Palazzo Reale ancora
-venera in ginocchio il Camuccini e nel _San Francesco di Paola_ a
-Capodimonte, non fa che voltarsi a venerare il Podesti? Filippo Palizzi
-e Achille Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato i suoi primi
-flebili amori coi puristi, anche Domenico Morelli: ecco quei rivelatori
-che solo un altr'anno vi saranno rivelati.
-
-Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione della vita
-nell'arte, diverrà emozione sincera in due forme di pittura: _una_
-larga e, direi, sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà
-il quadro realmente storico ed eroico con gli _Iconoclasti_ del
-Morelli, coi _Dieci_ del Celentano, con la _Stuarda_ del Vannutelli,
-col _Sordello_ del Faruffini, alla Brera, coi _Martiri gorgomiensi_ del
-Fracassini, in Vaticano; una più intima e più placida che sarà detta
-pittura di genere.
-
-I fratelli Induno crearono la pittura di genere. Ambedue studiarono
-all'Accademia milanese sotto il Sabatelli, ambedue cominciarono a
-camminare sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a questi
-inizii, e al loro tempo, che devono essere giudicati. E nell'uno e
-nell'altro il 1848 interruppe la vita artistica e cacciò Domenico ad
-esulare in Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di dodici
-anni, a combattere a Roma. I _Contrabbandieri_, il _Pane e lagrime_, il
-_Dolore del soldato_, la _Questua_, il _Rosario_ dipinti da Domenico,
-furono le tele che prime persuasero gli artisti non derivar solo
-dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima sincerità essere nella
-immediata contemporanea realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera
-d'arte essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. Per lui
-Pietro Selvatico scrisse quel saggio _Su la opportunità di trattare in
-pittura anche soggetti tolti alla vita contemporanea_, che aveva per
-epigrafe ancora un verso del nostro Giusti:
-
- Di te, dell'età tua prenditi cura.
-
-A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione patriottica
-e il Palazzo Reale e le ultime gelide sale di Brera[5], voi potete
-trovare le maggiori tele di Girolamo, e _Crimea_ e _Magenta_ e
-_Palestro_ e la _Partenza del coscritto_, le quali, come dicono i
-titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche in quel Palazzo Reale
-potete trovare il _Cader delle foglie_ di Domenico, che a me è sempre
-sembrato il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si spegne in
-conspetto della larga campagna autunnale, quando sui monti azzurrini
-del fondo già biancheggiano le prime nevi. Certo la pennellata franca
-e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e bigio, secondo la
-fievole intonazione che da mezzo secolo smorza ogni sole; ma, quando il
-modello è vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale
-_Ritratto d'uomo_ nella galleria d'arte moderna a Roma, d'un colore
-così affocato ed intenso e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così
-dolorosa e lancinante che nessun altro ritratto là dentro regge al
-confronto.
-
- *
- * *
-
-Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana è libera — libera
-dal servile plagio degli antichi che è mille volte più dannoso della
-imitazione dei contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio
-e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da quella che Ruskin
-disse l'_insolenza della fede_. L'individuo, diviene, almeno in arte,
-il padrone di sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali
-si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che l'arte vera non è
-mai fissata o definita, ma è un continuo divenire come la religione e
-come la scienza. Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in
-cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella sua attualità,
-alla spontaneità anche violenta e anche intemperante, il giorno in cui
-si è compreso che le pitture più belle non sono le più pittoresche ma
-le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata al suo massimo
-cómpito — cioè a farci amare la vita che ella stessa ha amato, poichè
-ha cercato di comprenderla e di renderla e di interpretarla per la
-nostra più precisa delizia. E questa è la sua funzione nella società.
-
-«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei occhi divengono giganti,»
-diceva un grande poeta. Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier
-Camuccini si illuse di rappresentare, ci daranno questa sensazione di
-magnificenza e di ampiezza e di eternità, ma una quieta pianura dipinta
-dal Vertunni o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o una
-nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè questi hanno visto e
-hanno reso la natura con semplicità d'amore.
-
-
-
-
-IL VAPORE E LE SUE APPLICAZIONI
-
-CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO
-
-
-Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e delle scoperte
-scientifiche che illustrarono la fine del XVIII secolo e il principio
-dell'attuale, vi ho detto che quel periodo storico fu segnalato da
-due grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre nelle condizioni
-economiche e sociali di tutto il mondo la più grande rivoluzione che la
-storia abbia registrato finora. Questi avvenimenti furono la scoperta
-della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione della macchina a vapore,
-dovuta a Watt. Dell'una ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa;
-dell'altra, e delle sue prime applicazioni in Italia, ho la fortuna di
-potervi parlare quest'oggi.
-
-È la macchina a vapore che ha creato l'industria moderna. Lo scozzese
-Watt, trovando la prima soluzione pratica del problema di convertire
-il calore in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un orizzonte
-sconfinato, verso il quale l'umanità si è slanciata con tanto ardore,
-che oggi il pensatore ha diritto di domandarsi se non si sia battuta
-una falsa strada e se l'invenzione della macchina a vapore si possa
-veramente dire, dal punto di vista sociale, un beneficio.
-
-Non è un paradosso l'enunciazione di un simile dubbio. Certo la
-macchina a vapore ha prodotto un mutamento profondo nella vita sociale
-e individuale; ha permesso di creare immense ricchezze, ha soppresso le
-distanze, ha messo a disposizione dell'uomo mille nuove risorse che gli
-possono render facile e aggradevole la vita; ma ha anche moltiplicato
-la popolazione, e ha moltiplicati i suoi bisogni. Ormai presso i popoli
-civili il problema supremo è di continuare a produrre indefinitamente,
-e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto pena di soccombere
-sotto la concorrenza e di piombare nella disoccupazione e nella
-miseria. Se la felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni
-e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo si trovi più
-felice ora in mezzo a tanto progresso, che ai tempi antichi, quando
-non esisteva la grande industria, e non si conoscevano nè le macchine
-a vapore, nè le ferrovie.
-
-La grande industria, come si svolse in questo secolo dopo l'invenzione
-della macchina a vapore, non esisteva presso gli antichi. C'erano,
-è vero, manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti e
-consumati anche a grande distanza, come le ceramiche e le gioiellerie
-fenicie ed etrusche, i vasi di Egina e di Samo, i ricami frigi, le
-stoffe d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica Falleri,
-così ben ordinati e raccolti a Roma nel Museo di Papa Giulio, mostrano
-chiaramente l'esistenza di questo movimento commerciale, e l'influenza
-dei prodotti importati sullo sviluppo delle industrie locali. Erano
-prodotti fabbricati a mano, col sussidio di utensili la cui forma ci
-è trasmessa sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità
-conosceva e la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il trapano è
-descritto nell'_Odissea_, ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva
-il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni primitive,
-premendo un pezzo di legno appuntito contro un legno piano, e facendolo
-girare rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi torniti di
-alabastro e di serpentino provenienti dall'Egitto, che si trovano nel
-museo di Berlino, dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si
-conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di pietra o d'argilla
-e i tessuti trovati nelle palafitte fanno testimonianza dei mezzi
-meccanici, già quasi perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile
-preistorica. Ma si trattava sempre di industria domestica, press'a
-poco come quella che esisteva nel Giappone prima che vi penetrasse la
-civiltà europea; e siccome non vi si impiegava altra forza che quella
-dell'uomo o al più degli animali, così la produzione non poteva essere
-che assai limitata.
-
-La grande industria non poteva nascere che colla possibilità di
-disporre delle forze naturali, come quella delle cadute d'acqua e del
-vapore. L'antichità lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto,
-sostituì pel primo, alcune centinaia di anni avanti l'èra volgare,
-la forza dell'acqua a quella dell'uomo per la macinazione del grano,
-e forse per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 anni avanti
-Cristo, un filosofo della scuola alessandrina ebbe la prima idea della
-forza del vapore, quando immaginò la celebre eolipila, che ancor oggi,
-a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i gabinetti di fisica.
-
-Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, cui il poeta greco
-Antiparo inneggiava come all'invenzione che doveva risparmiare il
-lavoro alle schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso secolo un
-motore pressochè esclusivamente limitato, come nell'antichità, alle
-fucine e ai molini; e l'eolipila restò quella che era ai tempi di
-Erone, cioè un giocattolo scientifico.
-
-Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare innanzi tutto
-la grande catastrofe delle immigrazioni dei barbari, che travolse,
-colla caduta dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale.
-Per qualche tempo, durante il dominio arabo in Europa, l'indagine
-scientifica si ravviva; ma la scuola d'Aristotile e i sofismi della
-scolastica immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito umano.
-Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità, la scienza trova la sua
-vera base con Galileo, e può ormai procedere senza vincoli alla
-ricerca del vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione
-delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio di luce che squarciò
-le nebbie scolastiche diffuse su tutte le scienze, comincia il metodo
-di osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi che si connette
-l'invenzione della macchina a vapore.
-
-Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo erra nel vago e
-nell'indeterminato. Non si possono dimenticare ad un tratto i vecchi
-errori. La fisica si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica;
-si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione del vitello
-d'oro, o per indagare quante migliaia d'angeli potrebbero stare sulla
-punta di uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca delle sterili
-elucubrazioni di Branca in Italia, di De Caus in Francia, e del
-marchese di Worcester in Inghilterra, tutti più o meno direttamente
-ispirati dalla _Spiritalia_ di Erone, i quali a torto furono indicati
-come i precursori dell'inventore della macchina a vapore.
-
-Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra l'esistenza della
-pressione dell'atmosfera, e ne dà la misura, invano osteggiato
-dalla vecchia scuola che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la
-scienza in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal aggiunge
-altre dimostrazioni di questa pressione; Otto von Guericke inventa a
-Magdeburgo la macchina pneumatica e mostra con quanta forza agisca la
-pressione dell'aria sulla parete di un recipiente in cui si faccia il
-vuoto; ed ecco Papin, il quale, partendo dalla conoscenza di questa
-forza, si propone di utilizzarla, e usa del vapore per la prima volta
-per produrre il vuoto, condensandolo con aspersioni di acqua fredda; e
-poi Savery che ne usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere
-di carbone, facendo premere direttamente il vapore sull'acqua da
-sollevare. Siamo al 1700.
-
-Da questo momento la storia dell'invenzione della macchina a vapore
-diventa interessantissima, e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se
-ne avessi il tempo. In meno di un secolo, la macchina a vapore moderna
-è inventata. Dapprima Newcomen e Cowley, un fabbro e un vetraio, si
-uniscono a Savery e perfezionano la macchina di Papin in guisa che
-quasi tutti i proprietari di miniere di carbon fossile dell'Inghilterra
-l'adottano come pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee.
-Siamo al 1750.
-
-Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente del vapore. Fra i
-suoi allievi c'è un giovane apprendista di genio, Giacomo Watt, che
-prende in esame le macchine esistenti, le trasforma radicalmente e
-ne fa uscire, verso il 1770, la macchina a vapore perfetta quale la
-vediamo tuttora. Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto da
-quell'epoca ad oggi.
-
-Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. Si mette
-dell'acqua in una gran caldaia chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua
-comincia a bollire e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si
-converte in vapore, la pressione interna dovuta alla forza del vapore,
-cresce rapidamente e potrebbe anche far scoppiare la caldaia, se questa
-non fosse robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È questa, in
-sostanza, la famosa pentola di Papin. Allora si apre la comunicazione
-fra la caldaia e la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della
-macchina, spinge davanti a se una parete mobile, detta lo stantuffo, il
-quale è veramente l'organo motore e trasmette poi il movimento a tutte
-le macchine che si tratta di fare agire.
-
-È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo carme sull'industria:
-
- . . . . . . somigliante a domo
- Chiuso Titano, cento rote e cento
- Volve il vapor, che dall'assiduo stento
- Francheggia l'uomo.
-
-Esercitata così la sua azione, il vapore viene condensato con
-dell'acqua fredda, si riduce così ancora in acqua, lasciando il vuoto
-dietro di sè; e in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E
-adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: cioè è la stessa
-quantità d'acqua che alternativamente vaporizzata e poi condensata
-fornisce la forza alla macchina.
-
-Questo risultato finale, cioè la forza della macchina, o, per
-dir meglio, il lavoro che compie, sia sollevando dei carichi o
-macinando del grano o lavorando il ferro o movendo un bastimento o un
-convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione qualsiasi
-della materia, si ottiene bruciando del carbon fossile o un altro
-combustibile qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore. Quindi la
-macchina a vapore è un mezzo per trasformare calore in lavoro.
-
-Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara e più completa dì questa
-trasformazione. Ma per ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le
-prove e le più importanti applicazioni della macchina a vapore, che si
-sieno fatte in Italia nel periodo storico cui si riferisce questa serie
-di conferenze.
-
-In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a vapore non era ancora
-perfetta, che già trovavasi impiegata per il prosciugamento delle
-miniere di carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua
-per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione di questo
-genere alla birreria Whitebread di Londra che nacque la denominazione,
-diventata poi così comune, di cavallo-vapore per designare la forza
-delle macchine; poichè la macchina a vapore doveva ivi, come altrove,
-surrogare il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli da
-birrai, così celebri per la loro forza, pressochè doppia di quella dei
-cavalli comuni. Ma in breve tempo se ne impadronivano pure l'industria
-tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi disporre, colla
-macchina a vapore, di forze enormi e quasi illimitate, l'industria
-casalinga cominciò a cedere il posto alla grande industria esercitata
-negli opifici.
-
-È difficile di accertare con precisione l'epoca nella quale la macchina
-a vapore cominciò a penetrare in Italia a servizio dell'industria.
-Prima del 1830 esistevano certo degli stabilimenti industriali in
-Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. Probabilmente uno dei
-primi motori a vapore, se non il primo, fu quello applicato nel 1832
-alla raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. Certo, ancora
-nel 1839, secondo ne scrisse Carlo Cattaneo, le macchine a vapore in
-Lombardia si contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa fece il
-primo impianto a vapore per la bonifica di Brondolo su quel di Chioggia
-con macchine che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 fu fatto
-funzionare il primo molino a vapore di Bougleux a Livorno, con carbone
-di Montebamboli. Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse
-sempre più largamente col sussidio di macchine a vapore, per lo più
-importate dall'estero, finchè per l'opera d'un grande industriale,
-l'ingegner Tosi, che una mano scellerata sospinse innanzi tempo alla
-tomba, l'Italia potè per la prima volta non soltanto fornire a sè
-stessa i motori a vapore, ma farsene esportatrice.
-
-Più che nel campo industriale è facile accertare le date delle prime
-applicazioni del vapore fatte in Italia per la navigazione e le
-ferrovie.
-
-La storia della navigazione a vapore è ricca di incidenti. L'americano
-Fulton lancia nel 1803 un battello a ruote sulla Senna, ma non trovando
-appoggio in Napoleone, che lo crede un avventuriero, torna in America
-e inaugura il 10 agosto 1807 un servizio regolare a vapore sulla
-East River fra New York e Albany. Nel 1816 l'_Elise_, un battellino
-a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa pel primo la Manica,
-malgrado una tempesta furiosa, in 17 ore; nel 1819 il _Savannah_ di 380
-tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, parte a vela
-e parte a vapore, in 25 giorni; nel 1825 l'_Enterprise_ fa il primo
-viaggio alle Indie. Ma la vera navigazione transatlantica non comincia
-che colla famosa gara del _Sirius_ e del _Great Western_. Il 5 aprile
-1838 il _Sirius_ di 700 tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre
-giorni dopo salpa da Bristol il _Great Western_ di 1340 tonnellate
-e 450 cavalli, e ambedue arrivano a New York il '23, salutati dai
-cannoni e dalle campane e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le
-stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle grandi Compagnie
-transatlantiche; ma ora si tratta di vapori di 20 a 30 mila cavalli,
-capaci di 3 a 4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia si
-compie ormai dai vapori più veloci in meno di sei giorni, cioè colla
-velocità di 20 miglia all'ora. E le navi moderne da guerra hanno
-velocità ancora maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora.
-
-Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine del XVII secolo,
-prima di legno, poi di ferro, pel trasporto dei carboni fossili; ma
-le prime macchine datano soltanto dal 1804, e non rappresentano che
-tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio Stephenson, il cui nome
-rimarrà congiunto alla storia delle ferrovie come quello di Watt
-a quella delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva
-soddisfacente pel servizio merci sul tronco fra Darlington e Stockton;
-ma la vera locomotiva moderna non nasce che col celebre concorso del
-1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da Giorgio e Roberto
-Stephenson colla macchina _Rocket_, che ancora si conserva come ricordo
-del grande avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la prima volta
-il servizio dei passeggeri. In due anni il dividendo dell'intrapresa
-sale al 10%, e comincia una sfrenata speculazione ferroviaria, che fu
-causa in quel tempo di grandi fortune e anche di grandi disastri.
-
-A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, e rimorchiavano
-sei od otto carrozze con velocità appena maggiore di quella di un buon
-cavallo, da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno locomotive perfino
-di 100 tonnellate, rimorchianti convogli di migliaia di tonnellate; e
-i treni diretti vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora.
-
-In Italia le grandi intraprese navali cominciarono tardi; ma la
-navigazione a vapore fluviale e lacuale si svolse poco più tardi che
-in Inghilterra. Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello
-a vapore l'_Eridano_, costrutto nelle officine di Watt e destinato
-a navigare sul Po. Ma l'impresa ben presto fallì, e la macchina
-dell'_Eridano_ fu messa a bordo di un battello varato a Locarno sul
-Lago Maggiore nel 1826 col nome di _Verbano_: e nello stesso anno fu
-varato il _Lario_ destinato al Lago di Como, cui tennero dietro il
-_Plinio_ e il _Falco_, e più tardi il _Veloce_ e il _Lariano_, per la
-inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi scrisse questi versi,
-per vero dire poco peregrini:
-
- Ve' sublime fra tanto navile
- Vasto un legno torreggia signor:
- Mai quest'onde solcava un simile
- In audacia, vaghezza e lavor.
-
-A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia costrutta in Italia:
-quella fra Napoli e Portici, inaugurata solennemente da Ferdinando II
-il 26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre successivo.
-La cerimonia d'inaugurazione fu un avvenimento; e come particolare
-curioso riferisce il De Cesare che la signora Cottrau, la quale aveva
-preso parte alla corsa inaugurale, si sgravò sul treno, durante il
-ritorno, d'un bambino, che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva
-tanto illustrarsi in materia di ferrovie.
-
-Fu il Genio militare che costrusse quella linea e poi l'altra fra
-Napoli, Caserta e Capua, e ne diresse l'esercizio. Il Re stesso ne
-aveva determinato il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie
-non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla morale pubblica e perchè
-il Re non voleva _pertusi_. Quando viaggiava il Re, era lui che dava
-gli ordini, e il capotreno, stando sul predellino della carrozza reale,
-li trasmetteva al macchinista. Egli amava la gran velocità e faceva
-fare in mezz'ora i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla Regina
-Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, e perciò raccomandava al
-macchinista di andar piano come un somarello.
-
-Benchè si trattasse di linee del governo, e il Re stesso si
-interessasse dall'esercizio, pure venuto l'uragano del 1848,
-diventarono anch'esse uno strumento di rivoluzione. Così il De Cesare
-racconta che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato ordine a
-due reggimenti di portarsi immediatamente da Capua a Napoli, il capo
-stazione di Capua, affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre si
-preparavano i treni, fece smontare da un uomo di fiducia un tratto
-di binario, e partì poi egli stesso col primo treno per evitare un
-disastro; ma intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le truppe per
-un giorno intero.
-
-Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente quella fra Milano
-e Monza inaugurata il 13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione
-della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. Intanto si apriva
-in Toscana la linea Livorno-Pisa il 14 marzo 1844 sotto la direzione
-di Roberto Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi. nel 1848,
-col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 al 1850 in tutta Italia si
-costrussero circa 600 chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500.
-
-Sono ormai più di cent'anni che la macchina a vapore esiste; ed essa,
-perfezionandosi sempre più, continua a lottare vigorosamente contro
-tutti i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, a petrolio, che
-tentano, ancora invano, di contenderle il primato, cioè di fornire la
-forza a un prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come potrebbe
-perfezionarsi ancora?
-
-Qui entriamo nel cuore della questione della trasformazione di calore
-in lavoro. E una materia astrusa, forse poco adatta alla parte più
-gentile del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al giorno d'oggi
-si può dire che nessuna questione, anche tecnica, non può nè deve esser
-straniera alle intelligenze educate.
-
-Come si fa a convertire calore in lavoro nella macchina a vapore? Si
-prende dell'acqua: le si adduce del calore da una sorgente di calore
-qual è il combustibile ardente; la si converte così in vapore che
-compie il lavoro colla grande forza che possiede; poi questo vapore
-viene ridotto di nuovo in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli
-calore con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua fredda.
-E questo vapore così ridotto in acqua è pronto a compiere un secondo
-ciclo, anzi una serie indefinita di cicli simili al primo. In sostanza,
-si attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile ardente, e
-si cede calore a un corpo freddo, che è l'acqua refrigerante. Una parte
-del calore è così semplicemente trasformata dal corpo caldo al corpo
-freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè si è convertita nel lavoro
-fatto dalla macchina.
-
-Ora, come mai il calore si può convertire in forza e lavoro?
-Considerate un corpo caldo; orbene: secondo l'ipotesi più probabile,
-l'impressione di calore che esso produce sul nostro senso del tatto
-non sarebbe che la comunicazione ai nervi di un movimento rapidissimo
-di vibrazione delle molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare
-dell'acqua ossia comunicarle calore, vuol dire impartire alle sue
-molecole una rapidissima vibrazione. Quando il calore trasmesso è
-abbastanza forte, la vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole
-dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano libere da
-tutte le parti; ed ecco che così l'acqua si converte in vapore. Queste
-molecole, diventate libere, sono come altrettanti proiettili che
-vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il vapore è rinchiuso;
-se una di queste pareti è mobile, come è appunto lo stantuffo della
-macchina, questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad urtarlo, lo
-spingeranno avanti, vincendo le resistenze che gli si appongono. Ecco
-come il calore si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce il
-principio fondamentale della teoria moderna del calore, il così detto
-primo principio, o principio dell'equivalenza.
-
-Si fa dunque compiere al calore un salto da una temperatura alta a
-una temperatura bassa, mentre nel compiere questo salto una parte del
-calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro.
-
-Ora non facciamo noi una cosa analoga quando adoperiamo la forza
-dell'acqua? Voi avrete visto un molino in montagna, per esempio: arriva
-l'acqua dal monte a un certo livello, e la si manda sulla ruota del
-molino; poi quest'acqua lascia la ruota a un livello più basso e va
-pel suo cammino. L'acqua ha qui compiuto un salto da un livello alto
-a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro; ed è chiaro che
-quanto più grande sarà il salto, tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto
-colla medesima acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto più grande
-sarà il salto di temperatura in una macchina a vapore, più grande sarà
-l'effetto utile, ossia il lavoro fornito da una medesima quantità di
-calore. È questo il secondo principio della termodinamica, il famoso
-principio di Carnot, l'avo dello sventurato presidente della Repubblica
-francese.
-
-Se si potesse godere di tutto il salto di un corso d'acqua della
-sorgente fino al mare si caverebbe da quell'acqua tutto l'utile che
-essa può dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il salto dalla
-temperatura del combustibile incandescente, che è la sorgente, sino
-al freddo assoluto, che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero,
-e che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua, caveremmo il più
-gran partito possibile dal calore, ossia dal combustibile consumato. E
-questo possibile? O entro quali limiti sarebbe possibile?
-
-La pressione del vapore cresce assai più rapidamente della sua
-temperatura; e voi sapete, per le notizie che sentite di tanto in tanto
-di terribili scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose le
-alte pressioni. Ma ci si va abituando, e d'altra parte si riesce ora a
-garantirsi sempre più contro simili eventualità con scelti materiali e
-una accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di Watt una pressione
-di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; ora si va a 10, 12, 15 atmosfere,
-e già si fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma anche se si
-adottassero queste enormi pressioni, la temperatura non si eleverebbe
-a più di 250° circa. È come dire che da questa parte il salto è stato
-aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe essere elevato
-molto di più.
-
-D'altra parte, è egli possibile di scendere a temperature più basse di
-quelle dell'acqua fredda che serve d'ordinario come mezzo refrigerante?
-È possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello zero assoluto,
-cioè a 273° sotto la temperatura del ghiaccio fondente?
-
-Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori diversi da quello
-dell'acqua. Voi sapete che ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti
-i gas colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, non sono
-che vapori di liquidi sconosciuti nelle condizioni di temperatura e di
-pressione nelle quali viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto
-l'idrogeno; ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse dell'acqua
-comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno che una temperatura di
-190° sotto lo zero; e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora più
-bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa, nè instabile;
-con certe precauzioni la si può conservare sicuramente per parecchi
-giorni; essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso in essa
-brucia con gran violenza, ma, mentre brucia, si copre di brina, poichè
-l'acido carbonico prodotto dalla combustione gela a temperatura assai
-più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi esponete al fuoco
-un vaso pieno d'aria liquida, le pareti esterne del vaso si copron
-di brina, e le stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve di
-acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile di maneggiarla,
-tanto che si può evaporarla lentamente e così spogliarla dell'azoto
-che è più vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido
-qualunque e spogliarla dell'acido carbonico che rimane sul filtro come
-residuo solido. Ecco dunque un refrigerante che si avvicina molto
-alla temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe a nulla per
-una macchina a vapor d'acqua, il cui liquido gela a una temperatura
-assai più alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare
-dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, cioè a 10°, o a 15°.
-Dunque anche da questa parte il salto di temperatura disponibile per la
-macchina a vapore è assai limitato.
-
-Son molto migliori, da questo punto di vista del salto di temperatura,
-le macchine a petrolio e a gas, colle quali si utilizza la forza
-d'esplosione di una miscela di petrolio o gas e d'aria, che si accende
-entro la macchina stessa, servendo al tempo stesso da combustibile e da
-sostanza motrice, cosicchè la temperatura superiore oltrepassa anche i
-1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore si è perfezionata tanto, che
-batte tutte queste sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare
-3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora per ogni cavallo di forza,
-essa arriva ora a consumarne anche solo 600 o 700 grammi, che costano
-2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le macchine a gas
-non possono competere con essa per la spesa, e nemmeno le macchine a
-petrolio: le quali, se son preferite per le automobili, gli è soltanto
-in causa dell'assenza della caldaia che difficilmente si potrebbe
-mettere sopra una carrozza e meno ancora su un triciclo.
-
-Ma appunto nel momento dei suoi più grandi trionfi, la macchina a
-vapore è, per due cause diverse, minacciata di morte, certo non
-ingloriosa e nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima
-che non si creda. Da una parte si è constatata in modo sempre più
-preciso l'esauribilità delle riserve sotterranee di carbon fossile e
-di petrolio; dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi
-dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone.
-
-Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra che le riserve di
-carbone accumulate sotto terra dai cataclismi cui fu soggetto il nostro
-globo non potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto della
-progressione crescente che si verifica nel consumo di carbone in tutto
-il mondo. Ma quei calcoli non erano attendibili. Prima di tutto non
-si può ammettere che il consumo di carbone aumenti sempre nella stessa
-misura, poichè la scarsezza del carbone diventerebbe presto un freno a
-consumarne di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici,
-sarebbero, come argutamente osservò il celebre socialista George, tanto
-esatti quanto, il calcolo di colui che dicesse: il mio cane ha un mese
-di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a 5 anni avrà una coda
-di 3 metri. Poi bisogna tener conto delle riserve di carbone ancor
-conosciute. Già negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di
-carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, cioè quella che
-si trova a meno di 1200 metri di profondità) più di 650 mila milioni
-di tonnellate, contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei.
-Le riserve della China, ormai considerato come il paese delle più
-straordinarie e misteriose risorse, son stimate più di 600 mila milioni
-di tonnellate, poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non sono
-ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al più spostare l'asse
-del mondo industriale, ma poco gioverebbero all'industria europea.
-
-Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto recentemente dal
-celebre Lord Kelvin. Quando la terra era appena uscita dal periodo di
-incandescenza, ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di
-vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas inerti, prodotti
-dalla precedente conflagrazione, cioè di acido carbonico, d'azoto e di
-vapore d'acqua.... Era quell'epoca geologica, quando ancora, come poetò
-lo Zanella nella «Conchiglia fossile»:
-
- Riflesso nel seno
- Di ceruli piani
- Ardeva il baleno
- Di cento vulcani;
-
-e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido manto cantato
-dall'Aleardi:
-
- L'aura, bagnata di mortal rugiada
- Colle tepide nubi invidiava
- Alla giovine terra il blando riso
- Delle giovani stelle.
-
-La vegetazione cominciò a separarne i componenti, appropriandosi
-il carbonio e l'idrogeno dell'acido carbonico e del vapor d'acqua e
-mettendone in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare l'ossigeno,
-che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I combustibili bruciati da
-allora in poi e la respirazione degli animali assorbirono una parte
-di quest'ossigeno, ma la nuova vegetazione ne produsse dell'altro;
-cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è esattamente in proporzione con
-tutta la materia combustibile che contiene la terra, sia alla superfice
-sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in forma di lignite, di
-carbon fossile e di petrolio. Calcolandone la quantità in proporzione
-a quella dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce (1000
-milioni di milioni di tonnellate circa) Lord Kelvin, tenuto conto
-dell'aumento della popolazione e del consumo e di altre circostanze,
-ritiene che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso pure che gli
-uomini pensino, estendendo a tempo le foreste, a prepararsi l'ossigeno
-per la respirazione, perchè altrimenti l'umanità, prima di perire
-di freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima di mancare del
-tutto, il carbone costerebbe così caro, che il calore e la forza, che
-esso può dare, diventerebbero consumi di lusso.
-
-Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè coll'utilizzazione delle
-cadute d'acqua, ed è questo, in fatto, il solo e vero formidabile
-nemico della macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il vapore.
-
-Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza motrice lo sapete tutti.
-E non è soltanto l'acqua delle cascate, che agendo con tutta la sua
-pressione sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più grande,
-quanto più grande è la massa dell'acqua cadente e l'altezza della
-caduta; perchè un'enorme riserva di forza l'abbiamo anche nelle
-maree e nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna solleva
-la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata in serbatoi dentro
-terra; e allora se nel periodo della bassa marea aprite le chiuse dei
-serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua farà una cascata
-che potete utilizzare come quella di un fiume o di un torrente. E
-lo stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano alte e
-minacciose contro una ripida costa. Questi ed altri sistemi analoghi
-per utilizzare le onde e le maree sono state proposte più volte ed
-anche provate con perfetto successo: e state certi che si attueranno
-definitivamente in avvenire, sopratutto nei luoghi dove le onde e
-le maree si elevano a parecchi metri di altezza, come avviene, per
-esempio, nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord. Se non che
-queste incalcolabili forze naturali che l'uomo ha a sua disposizione
-nei monti e sulle rive del mare non avrebbero che uno scarso valore
-rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero trasmettere
-economicamente a grandi distanze, dovunque si abbia bisogno di forza.
-Ora, la trasmissione delle forze si può fare, voi lo sapete, per mezzo
-dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione forse più grande del
-nostro secolo, pur tanto fecondo di invenzioni di ogni natura.
-
-Supponete di avere una forza disponibile in qualche luogo: per esempio,
-la forza d'una caduta d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di
-una motrice idraulica e servitevene per far girare un gomitolo di
-fili di rame fra le branche di una calamita. Ad ogni giro di questo
-gomitolo, il flusso magnetico che emana dalla calamita e che è tanto
-potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza di produrre nel
-gomitolo una corrente elettrica. È questa la macchina che comunemente
-si chiama una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del gomitolo
-e tirateli lontano fin che volete: centinaia di chilometri, se è
-necessario. La corrente circolerà nel filo sin dove questo arriva. Ivi
-attaccate questi capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete
-che il gomitolo di questa seconda dinamo si metterà spontaneamente a
-girare, riproducendo la forza della lontana caduta. Senza dubbio ci
-sarà qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si vuole secondo
-la grossezza del filo impiegato. Ecco in che consiste la trasmissione
-elettrica della forza; e vedete che non è una cosa molto complicata, ne
-difficile da capire.
-
-Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta questa invenzione, che
-data da dieci anni, e con quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione.
-In America si è pensato subito al Niagara, dove è già in funzione
-un impianto di 150 mila cavalli, la cui forza in parte è impiegata
-sul posto e in parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri di
-distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno utilizzando all'uscita del
-fiume San Lorenzo dal lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di
-Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di 14000 cavalli ciascuno,
-di Cusset-Jonage e di Bellegarde sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli
-e altri numerosi di minore importanza; ma noi li abbiamo preceduti
-in Italia colla trasmissione di 2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li
-emuliamo già con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 chilometri
-di distanza, la forza delle rapide dell'Adda di 13000 cavalli, e li
-sorpasseremo fra breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000
-cavalli di forza attinta dal Ticino.
-
-Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 50 chilometri di
-distanza sono nulla a paragone di quelli che già si annunciano come
-sicuri. Il progresso dell'elettricità è così vertiginosamente rapido
-in questi anni, che niente più ci può sorprendere. Già gli inglesi si
-preparano a portare al Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650
-chilometri di distanza, per l'irrigazione del Delta: e calcolano che
-la forza utilizzata costerà meno di quella che si potrebbe ottenere sul
-posto con macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe così
-una delle più feconde regioni della terra. Fu anche proposto di trarre
-partito dalla famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone sul fiume
-Zambesi per servire alle macchine lavoratrici del minerale d'oro della
-Rhodesia e del Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni
-si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, quando sia
-gratuita, a centinaia di chilometri di distanza ancora con economia in
-confronto all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da considerarsi
-come un'utopia l'idea di portare economicamente a Parigi la forza
-delle cascate dei Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta
-la valle del Po. E così lo stesso problema, che pochi mesi fa pareva
-ancora assai difficile, di usare la forza dell'acqua per la trazione
-sulle grandi linee ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si
-presenta oggi di più facile e più probabile soluzione.
-
-Voi vedete dunque che l'impero della macchina a vapore è già molto
-scosso, e che la futura scarsezza del carbone non può più ispirare
-paura; poichè colla trasmissione elettrica della forza non solamente
-surroghiamo la forza del vapore, ma possiamo surrogare lo stesso
-carbone. Infatti colla corrente elettrica possiamo produrre calore,
-sia per grandi operazioni industriali, quanto per la stessa economia
-domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità; già si può
-produrre la fiamma, servendosi della corrente elettrica per decomporre
-l'acqua, e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si può bruciare
-come il gas; e infine voi avete già le stufe e le cucine elettriche,
-dove il calore è fornito da un filo metallico arroventato dalla
-corrente.
-
-Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro momento di fortuna, e così
-l'hanno anche le nazioni; non si tratta che di saperne approfittare.
-
-Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per ciò che è l'anima di
-tutte le industrie, il carbone. Sono 100 a 120 milioni che mandiamo
-ogni anno in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto
-in paese è stata ed è una delle cause della nostra inferiorità
-industriale. Ma poichè siamo ricchissimi di acque perenni, non
-avremo più da subire le conseguenze della mancanza di combustibili
-fossili. Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze idrauliche,
-che ammontano a decine di milioni di cavalli, noi potremo facilmente
-duplicare e triplicare le nostre industrie, risparmiando 200 o 300
-milioni di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza a questi
-paesi che ora la fanno a noi.
-
-Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è assai improbabile. Si
-potrebbe trovare un mezzo economico di immagazzinare la forza, di
-imballarla come una merce qualunque e di trasportarla lontano per
-terra e per mare. Gli Americani potrebbero allora utilizzare tutti i
-sei milioni di cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto
-alla domenica lo spettacolo della celebre cascata; e avrebbero tanta
-forza, insieme a quella degli altri loro grandi fiumi, da poterne
-fare una larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile,
-poichè ci sono già gli accumulatori elettrici, che permettono
-d'immagazzinare la forza, e anche di portarla attorno, come avviene
-sui carrozzoni delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche
-sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, non si è trovato
-ancora l'accumulatore di forza poco costoso e leggero, che ci vorrebbe
-per poterla trasportare economicamente a grandi distanze e non par
-facile che si abbia a trovarlo così presto. E del resto, anche se si
-trovasse, ebbene, metteremo un dazio protettivo sulla forza importata
-dall'estero.
-
-Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità dell'economia
-nazionale, l'avvenire ci sorride. A noi poco importa cosa diverrà
-la macchina a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza. È
-venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, e giova sperare che
-sapremo valercene con prudenza e con sagacia, senza sperperarle, e
-senza comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta di goderne nel
-presente.
-
-Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò che il Sommeiller
-presagiva in seno alla Camera subalpina all'epoca del traforo del
-Moncenisio: «Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri
-schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei chiudere meglio
-questa conferenza che augurando al nostro paese il compimento della
-profezia, ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla quale
-avete voluto ascoltarmi.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- La poesia del quarantotto Pag. 5
- La poesia del Giusti 31
- G. G. Belli e la vita romana 75
- Il teatro. Una musa scomparsa 129
- Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno 177
- Il vapore e le sue applicazioni 225
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] BELLI, II, 326.
-
-[2] BELLI, III, 177.
-
-[3] _Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti_ nella
-_Nuova Antologia_, VII, 1879.
-
-[4] Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo contiene
-i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume, perchè contiene i
-sonetti più osceni.
-
-[5] Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime sale di Brera
-dove eran rifugiati i quadri moderni, sono da mesi sossopra, perchè
-due delle sale sono state cedute alla Galleria antica. Pare che nel
-1901 essi saranno novamente e più ordinatamente ricollocati nelle sale
-residue.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
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-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
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-and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
-works. See paragraph 1.E below.
-
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-1.E.9.
-
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
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-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
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-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
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-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
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- La vita italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 1, di Autori vari
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- </head>
-<body>
-
-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I
- Terza serie - Lettere, scienze e arti
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net
-(This file was produced from images generously made
-available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br />
-(1846-1849)
-<span class="smaller">I.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="high">
-<span class="x-large">LA</span><br />
-<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br />
-<span class="small">NEL</span><br />
-<span class="x-large">RISORGIMENTO</span>
-</p>
-
-<p class="x-large">
-(1846-1849)
-</p>
-
-<hr class="tiny" />
-
-<p class="pad2 large">
-TERZA SERIE
-</p>
-
-<p class="large">
-I.
-</p>
-
-<p class="small g">
-LETTERE, SCIENZE E ARTI.
-</p>
-
-<div class="container-center">
-<div class="container-left">
-<table class="front" summary="">
- <tr>
- <td>La poesia del quarantotto.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Enrico Panzacchi.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La poesia del Giusti.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Isidoro Del Lungo.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>G. G. Belli e la Vita Romana.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Alfredo Baccelli.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Teatro. Una musa scomparsa.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Vincenzo Morello.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Ugo Ojetti.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Vapore e le sue applicazioni.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giuseppe Colombo.</span></td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-</div>
-
-<p class="pad2">
-FIRENZE<br />
-<span class="small">R. BEMPORAD &amp; FIGLIO</span><br />
-<span class="x-small">CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI</span><br />
-<span class="small">7, Via del Proconsolo</span><br />
-—<br />
-<span class="small">1900.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad &amp; Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte
-tutte le copie non munite della seguente firma</i>:
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a>
- <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div>
-
-<p>
-Firenze, 1900. Tip. Cooperativa. Via Pietrapiana, 46.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h2 id="poesia48">LA POESIA DEL QUARANTOTTO</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">ENRICO PANZACCHI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti,
-forse il più attraente, si presenta a noi come una
-sonante e fulgida pagina di poesia. Aspettando che
-i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla vostra ragione,
-di mano in mano illustrino gli altri aspetti
-di quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga
-un poco di questa poesia del '48, la quale,
-più che nelle carte dei poeti, fu scritta nei fatti e
-nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo
-italiano; e tutti, in alto e in basso, furono
-poeti per un momento, poichè una corrente irresistibile
-trasse e confuse gli italiani di tutte le classi
-a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi.
-</p>
-
-<p>
-Era il tempo in cui un frate benedettino nella
-solitudine del suo cenobio, nel silenzio della sua
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-cella, dopo avere scritto una storia della Lega lombarda,
-la dedicava al Papa con queste parole: — Affacciatevi,
-Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli,
-ed ascoltate la voce dei tempi nuovi. Scrutate i
-nostri cuori, e vedrete che noi siamo sempre degni
-nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero
-la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete,
-o Padre Santo, la bandiera
-che Alessandro III appese al sepolcro del beato
-Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela
-sventolare al sole d'Italia!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa
-la voce isolata di un asceta sognatore?... No. Se il
-Padre Tosti dall'altezza di Montecassino avesse
-teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla
-sua, in quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia
-e passare le Alpi e invadere tutta l'Europa e
-volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i tristi
-esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto
-riparare in America ritornavano sopra una nave
-che s'intitolava «La Speranza», ed entrati nel Mediterraneo
-e visto nell'orizzonte gli umili confini
-della Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime,
-si abbracciavano, e gridavano: — Viva Pio
-Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che
-cosa era successo? Era sogno di menti esaltate?
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-No. Un semplice sogno non produce movimenti
-così forti, così universali e così perduranti. Il sogno
-vero e grande lo aveva fatto prima un altro
-tonsurato, Vincenzo Gioberti, il quale, là, tra il '40
-e il '42, esule a Bruxelles, anch'esso per peccato di
-patriottismo, aveva accolto nella sua mente la più
-audace chimera che potesse mai attraversare il cervello
-d'un poeta. Egli, a quei lumi di luna, aveva
-immaginato «una Italia prospera, devota a Dio e
-concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo
-evento, «i principi italiani e i popoli non più ringhiosi
-e sospettosi fra loro, ma affratellati in un'ammirabile
-concordia per costruire insieme l'edifizio di
-una patria grande e meravigliosa, che superasse in
-grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E
-questo audacissimo Abate arrivava, nella grandezza
-del suo sogno, fino a vedere in tempo non lontano le
-altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e
-devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere
-da lei le norme del bene e le forme del bello.»
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in
-pochi anni, non già alla sua realtà, ma ad inizii così
-fausti e felici, che quasi facevano credere prossimo
-il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore?
-Perchè da qualche tempo un uomo vestito
-di bianco di tanto in tanto si affacciava alla loggia
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi a gran
-folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione
-di Dio sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di
-bianco era «il Signor dei credenti,» come con
-frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati.
-E in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione
-di tante e così stupefacenti novità.
-</p>
-
-<p>
-Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani.
-Dal canto suo, il grande Cancelliere dell'Austria,
-Metternich, sconcertato in tutti i suoi disegni,
-aveva detto che nella sua prudenza politica
-egli tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso
-inverosimile di un Papa liberale!
-</p>
-
-<p>
-E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità
-vertiginosa. In diciotto mesi, dice Cesare Balbo,
-avvenne per opera di Pio IX, soltanto riguardando
-all'interno dello Stato Pontificio, una serie di riforme
-alle quali pareva non dovesse bastare mezzo
-secolo: l'amnistia che ridonava alle famiglie gli
-esuli e i carcerati per colpe di patriottismo, poi la
-Consulta di Stato, la guardia civica, la secolarizzazione
-parziale del governo, la lega doganale dei
-principi, anticipante la desiderata confederazione
-politica, poi la Costituzione. Finalmente la guerra
-allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,»
-che era anche il padre comune di tutti i fedeli!
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-I principi dovettero seguire, chi di buon grado chi
-a mal in cuore, l'esempio trascinante di Pio IX.
-A Napoli il Re volle essere il primo a largire la
-Costituzione; e diede tutto con la facilità di chi
-è poi disposto a tutto ripigliarsi e tutto sconfessare.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato
-da tutta quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo
-indicibile e in una specie di festività permanente.
-Se voi volete avere una qualche idea di
-tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio
-di non leggere gli storici liberali. Leggete invece
-il padre Bresciani, il quale, pure cospargendo di
-tante menzogne e di tante calunnie l'opera del
-partito liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona
-e con altri racconti i fatti del '48, non negandoli,
-anzi descrivendo quelle feste, quella gioia
-traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile
-coi più vividi colori. E con arguzia maligna le
-intitolava «la luna di miele.»
-</p>
-
-<p>
-Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-cerchiamo di ricomporre quel quadro incomparabile,
-ci immaginiamo, da un capo all'altro
-della penisola, popolazioni che sorgono acclamando.
-Vediamo da per tutto feste e luminarie e fanfare,
-e nella folla uomini coi capelli lunghi, vestiti all'italiana,
-che declamano, che strepitano, che imprecano,
-che piangono, tanta è la piena dei loro
-affetti; e donne belle, vestite dei colori nazionali,
-che agitano fazzoletti bianchi e gialli affacciandosi
-alle finestre e a' balconi a gettar fiori, fiori, fiori,
-sopra i volontari che passano giù per le strade,
-acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto.
-Essi vanno nei campi lombardi ad affrontare la
-morte per la cara patria. E sopra tutte le acclamazioni
-e tutte le grida, un grido altissimo quasi
-venuto dal cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto
-questo è certamente argomento di poesia.
-Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo mondo,
-se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza
-e di beatitudine negli individui e nei popoli?
-Quindi viene spontaneo il domandare: Che parte
-ebbe la poesia in tutto questo moto?
-</p>
-
-<p>
-È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua,
-Giuseppe Spada, raccontando, alla sua
-maniera, i fatti di Roma del '48, verso la fine del
-suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo
-Sterbini, il Guerrini, il Masi, il Meucci, tutti e
-quattro poeti, i quali «accendevano gli spiriti col
-genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque
-essi non fossero che quattro giovani poeti, pesarono
-sugli eventi più che quattro generali d'armata.
-«Ciò serva di avviso ai reggitori dei popoli (conclude
-il nostro bravo storico) per stare in guardia
-sopra i coltivatori di un dono tanto mirabile ma
-tanto pericoloso alla pubblica quiete.» La polizia
-dunque era avvisata.
-</p>
-
-<p>
-Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune
-strofe di questi quattro geni e specialmente
-dello Sterbini che mi pare il migliore della brigata;
-ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai
-ne aveste!
-</p>
-
-<p>
-La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti.
-Il Peretti, il Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini
-non si elevarono mai, anche nei loro momenti
-più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando
-la nostra mente misura l'intervallo enorme che
-corre fra il valore dei loro versi e l'importanza
-degli avvenimenti che intendono di celebrare, si rimane
-proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi,
-il cantore inspirato di <i>Ildegonda</i> e dei <i>Lombardi
-alla prima crociata</i>, quando scosso dai grandi fatti
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole in
-un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo
-di popolo, compone delle strofe fredde, meditate,
-quasi lambiccate; e proviamo una vera pena domandandoci
-come mai un uomo di tanto ingegno
-non abbia subito compresa la grande disparità che
-era fra il tema del suo canto e la forma poetica che
-egli aveva miseramente potuto conquistare nella laboriosa
-concitazione del suo estro ribelle. A Firenze
-intanto Giambattista Niccolini viveva come un iroso
-appartato. Egli non aveva creduto mai al «miracolo
-di Papa.» Tutto quel gran contrasto tra le sue opinioni
-e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più
-cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi
-la sua ragione si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu
-un misto di soddisfatto e di sfaccendato. Per una
-parte il suo spirito troppo fondendosi con lo spirito
-pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi
-il suo estro per natura acre e penetrante e battagliero,
-dovette adattarsi a cantare affettuosamente la parola
-del perdono e della fratellanza, volgendosi al
-granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare
-un poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi
-di Ventola e di Vespa. Mancava insomma il naturale
-obiettivo alla sua Musa. Quando tutti sorridevano,
-a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo?
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-perchè (come scriveva ad un amico) continuare a
-sonare a morto, quando tutti suonavano a festa?....
-Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco due figure
-di poeti che vengono subito in mente pensando alle
-grandi ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche
-qui la disparità non scema o scema ben di poco.
-Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel '48.
-Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla
-grandezza degli avvenimenti, è come uno strumento
-che si sforza a vibrare in tutte le sue corde, ma il
-gran motivo epico non esce da quello strumento.
-Di Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si
-è voluto esaltare. Io credo che la sua più bella
-lirica fu di morire eroicamente ai piedi del Gianicolo.
-Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno
-«Fratelli d'Italia» arrivato alla strofa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Dov'è la vittoria?</p>
-<p class="i01">Le porge la chioma,</p>
-<p class="i01">Chè schiava di Roma</p>
-<p class="i01">Iddio la creò,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte
-anch'egli i fianchi per generare in sè stesso una
-larva di entusiasmo; ma poi è costretto a convenire
-che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava
-troppo la decadente evoluzione del romanticismo e
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-d'altra parte che tutto quel virgiliano o quel claudianesco
-della interrogazione lirica sopra citata
-contrastava troppo miseramente colla esiguità de
-fatti d'arme contemporanei. Onde anche egli è tratto
-a concludere che la grande poesia di questo giovane
-eroico fu nella sua breve vita e nella morte generosa
-per la libertà. Così mostra di intenderlo anche
-Giuseppe Mazzini, e così ce lo descrive, fino a
-commuoverci nell'intimo del cuore, in un'ammirabile
-pagina della sua prosa.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più
-degna nella musa popolare? Nemmeno questo, io
-credo. Certo riandando quei canti, spesso volgarucci,
-non può non colpire il confronto coi canti anteriori:
-per esempio i canti del popolo italiano e specialmente
-toscano nell'epoca Napoleonica, qualche volta
-tutt'altro che triviali. Come suona in essi la diffidenza,
-come suona la tristezza! «Napoleone, guarda
-quel che fai!,» comincia uno stornello popolare.
-Ve ne sono altri che esprimono il gran dolore delle
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-nostre povere plebi per dover andare a combattere
-lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Partirò, partirò, partir bisogna</p>
-<p class="i01">Dove comanderà il nostro sovrano.</p>
-<p class="i01">Chi prenderà la strada di Bologna,</p>
-<p class="i01">Chi anderà a Parigi e chi a Milano!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello
-che pare un singhiozzo: «Dio, che partenza
-amara!» E la esclamazione amarissima ci fa correre
-con la mente ai versi di Giacomo Leopardi,
-quando lamenta il fiore della gioventù italiana mandata
-a morire fra i ghiacci delle «rutene squallide
-spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire
-alla cara patria lontana:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La vita che mi desti, ecco ti rendo,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per
-essa, ma per i suoi tiranni, per «coloro che la uccidevano!»
-</p>
-
-<p>
-Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile
-di poesie popolari, delle quali credo che
-non metta conto intrattenervi: canzonette, canzonucce
-e canzonacce. In quella immobile gora però,
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea.
-È la canzoncina toscana:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Addio, mia bella, addio,</p>
-<p class="i01">L'armata se ne va....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la
-gentile ed eroica canzoncina, perchè si sa che ne
-fu autore un certo Bosi, il quale morì pensionato
-e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo.
-Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua,
-il popolo se la assimilò e la rese interprete dell'anima
-sua. Ed è veramente una cara e poetica cosa;
-un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e
-quasi invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo
-Wagner. Questa candida e bella ninfea, in
-mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella
-lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi
-lombardi, dove nelle veglie delle armi aveva consolato
-i cuori magnanimi dei giovani toscani, che dovevano
-cessar di battere a Curtatone e a Montanara;
-e seguitò a risonare per le nostre campagne, per
-le nostre città. Sopraggiunti i tristi tempi della
-invasione straniera, la gentile ed eroica canzoncina
-non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente
-modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove
-ecco che torna sulle labbra di tutti, ed è ancora
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-la canzone prediletta del popolo! E sempre poi,
-mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i
-partiti laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale
-prendeva il posto dell'amor patrio, ostentandone
-sacrilegamente le apparenze, il popolo italiano
-continuava, nella innata bontà del suo cuore,
-a credere che bello era il combattere e il morire
-per la patria; e continuava a cantare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Se non partissi anch'io</p>
-<p class="i01">Sarebbe una viltà.</p>
-</div></div>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del
-Quarantotto; e fu l'inno del Manzoni. Fatto curioso!
-Questo inno è il peana del Quarantotto, ma venne
-composto nel Ventuno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02">Soffermati sull'arida sponda</p>
-<p class="i01">Volto il guardo al varcato Ticino,</p>
-<p class="i01">Tutti assorti nel nuovo destino,</p>
-<p class="i01">Caldi in cuor dell'antica virtù,</p>
-<p class="i01">L'han giurato!...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<p>
-La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu
-varcato. L'inno in sè stesso rappresentava un'aspirazione
-poetica dell'anima di Manzoni, il quale,
-come vide che al carme non corrisposero gli eventi
-prese questo partito: non scrisse, non pubblicò, e
-nemmeno affidò alla carta questo volo, questo sprazzo
-della sua anima poetica. Egli volle tenerlo gelosamente
-chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire;
-egli l'avrebbe poi detta questa parola quando
-fossero giunti gli avvenimenti che essa affannosamente
-invocava. E di fatti, allorchè scoppiarono i
-grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno
-lontano la redenzione della patria, allora Alessandro
-Manzoni scrisse l'inno pensato e meditato già da
-ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e questo
-va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome
-sotto una protesta contro l'Austria, una protesta
-che, date le circostanze, poteva benissimo costargli
-la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia delle
-Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro
-della penisola, risuonarono le affettuosissime
-voci:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cara Italia! dovunque un dolente</p>
-<p class="i01">Grido uscì del tuo lungo servaggio</p>
-<p class="i01">Dove ancor dell'umano linguaggio</p>
-<p class="i01">Ogni speme deserta non è;</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Dove già libertade è fiorita,</p>
-<p class="i01">Dove ancor nel silenzio matura,</p>
-<p class="i01">Dove ha lacrime un'alta sventura</p>
-<p class="i01">Non v'ha cor che non batta per te.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e
-profeta; poichè aveva fin dal Ventuno vaticinato il
-grande consenso di tutto il mondo civile alla causa
-italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi
-era di buono e di generoso nell'Europa civile di
-quel tempo, si raccoglieva veramente intorno alla
-rivoluzione italiana e faceva voti per lei.
-</p>
-
-<p>
-La grande poesia del Quarantotto dunque, come
-vi ho detto in principio, o Signore, sta nei fatti
-principalmente e nelle condizioni degli animi.
-</p>
-
-<p>
-E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non
-domandate che la poesia si renda interprete di ciò
-che avviene nel cuore umano quando il cuore umano
-è gonfio di passioni, quando la passione grida essa
-impetuosamente le sue voci non traducibili con parola
-precisa. Vi è una legge psichica di cui fanno
-testimonianza le storie di tutte le letterature, o
-Signore: i due grandi fattori della poesia sono, da
-una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano
-innanzi, dall'altra il ricordo e il desiderio
-che si volgono indietro. La poesia o spera o ricorda.
-Quando l'uomo ama nel parossismo della sua passione,
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-sia anche poeta come Dante e come Petrarca,
-non aspettate da lui dei versi d'amore. I versi
-d'amore egli li compone, e sono veramente degni
-dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata,
-oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza
-la felicità che è fuggita da lui. Questi i due momenti
-psichici, i due fattori veri della poesia. Quello
-che avviene degli individui, doveva anche avvenire
-nella grande collettività del popolo italiano. Non
-è nell'orgasmo, non è nell'esaltazione, non è tra
-le luminarie e i baccani e le ansie dell'aspettazione,
-che la musa (la quale come disse Parini, formulando
-un canone eterno dell'arte «orecchio ama
-pacato e mente arguta e cuor gentile») poteva meditare
-e comporre il grande carme degno degli avvenimenti.
-</p>
-
-<p>
-La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno
-di questi fatti vogliamo ricordare, io potrei
-dirvi che la più alta poesia del Quarantotto esalò
-da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati
-fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di
-tutto il mondo civile, tra l'amore della libertà e
-l'amore della religione. Fu davvero un momento
-storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete
-la storia del nostro Risorgimento, voi troverete
-che nessuno ha mai detto e spero che nessuno
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-dirà mai che fra amor di patria e religiosità
-vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto,
-che una certa diffidenza fra l'una cosa e l'altra
-vi è sempre stata, e purtroppo vi è ancora. Da
-Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del
-Poggetto voleva disperder le ceneri perchè lo aveva
-in odore di eretico, alle censure ecclesiastiche dei
-libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i sospetti di
-questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi)
-si sono sempre, più o meno, manifestati in Italia.
-E non fu questa l'ultima causa (diciamolo con coscienza
-d'uomini liberi) delle nostre divisioni e
-della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni!
-</p>
-
-<p>
-Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe
-Mazzini aveva inalberata una fiera tradizione
-ghibellina, che non ammetteva patto nè temporale
-nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo
-invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si
-formò insomma una tradizione neoguelfa accanto
-a quella tradizione ghibellina; e gli animi ne rimanevano
-perplessi e dolorosi; e le coscienze timide
-non sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come
-tutte le sante cose che la natura istilla nel cuore
-dell'uomo, mandava le sue querule voci, ma queste
-voci parevano superate e fatte tacere da una voce
-anche più autorevole.... Quando, a un tratto, ecco
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-che un vento liberatore spazza via tutta questa nebbia
-e nel cielo rasserenato appaiono congiunte, affratellate,
-la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone
-del Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco
-uno degli aspetti veramente poetici del Quarantotto!
-Un altro aspetto egualmente poetico di questa
-epoca, anch'esso intimamente connaturato colla
-storia, risultò da questo, che il movimento politico
-redenzionista suscitatosi nella penisola e in essa
-maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato
-del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini,
-del Troia, e dello stesso Mazzini, si differenziò
-dai movimenti anteriori per la sua maggiore
-modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani
-erano insorti sempre in nome di un ideale classico
-molto austero e molto elevato, ma un po' troppo
-lontano dalla immediata percezione del nostro sentimento.
-Era il grande ideale classico di Roma antica,
-erano i fasci, i littori, la grande Repubblica
-conquistatrice del mondo, e tutto quell'insieme di
-reminiscenze e di anacronismi, che il Giusti aveva
-già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece
-il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e
-da tutta una cultura italiana più moderna, richiamò
-il sentimento della nazione a qualche cosa di meno
-devulso, di meno separato da noi. Per forza di avvenimenti
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-l'Italia del Quarantotto non mira più a
-Roma antica, mira piuttosto al Medio Evo; voglio
-dire a quello che il Medio Evo conteneva di tradizione
-ancora viva, ancora permanente in mezzo
-a noi. Lo stesso neoguelfismo aiutava in questo.
-Quindi i poeti evocano, piuttosto che Roma antica
-e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate;
-e i giovani volontari vanno al campo avendo
-sul petto una croce fiammante che significa insieme
-un ideale politico e religioso. Il Quarantotto evoca
-i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in
-nome dei loro civili diritti, in nome dei loro focolari
-e delle loro chiese, e combattono e vincono l'Imperatore.
-Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che fervono
-nelle menti, che splendono alla fantasia come
-dei fari!
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-In questo il romanticismo ebbe la sua parte.
-Tutte quelle evocazioni storiche uscite dalle liriche,
-dai poemi e dai romanzi, avevano familiarizzato
-le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne
-con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-il Medio Evo. Tra quel cavalleresco medioevale e
-i nuovi sentimenti suscitati dai fatti nuovi esisteva
-una reale affinità, una corrente di simpatie e di
-impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto
-suscitare. Noi non guardavamo più al Campidoglio
-e alla Legione antica, guardavamo al Carroccio,
-guardavamo ai cavalieri della Morte, che
-avevano giurato di morir tutti piuttosto che permettere
-che l'altare del Comune benedetto dal Vescovo
-cadesse in mano dello straniero. Un potente
-alito di poesia cristiana correva nell'aria ed empiva
-i cuori.
-</p>
-
-<p>
-Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande
-poesia non nacque e forse non poteva nascere. Mancava
-quella temperatura ideale nè troppo calda nè
-troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere
-e maturarsi della pura opera d'arte, della
-poesia veramente degna di vivere nei secoli. Pensate
-inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una gran
-luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche
-ombre. Io mi sono astenuto da qualunque giudizio
-politico durante il mio discorso e non declinerò ora
-da questo mio proposito, perchè voglio lasciare intera
-libertà ai conferenzieri che mi succederanno
-di giudicare uomini e cose; ma credo di non rendere
-che un omaggio alla verità storica da tutti riconosciuta,
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-ripetendovi che il Quarantotto, se fu una
-gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto
-tutti quei fiori, molti rettili strisciarono.... E per
-non essere trascinato dall'attraentissimo argomento,
-mi contenterò di ricordare una sentenza di Massimo
-d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni,
-diceva: «Credevamo di essere degli uomini
-e ci siamo accorti di essere dei fanciulli.» La sentenza
-non potrà, io credo, essere tacciata di severità.
-</p>
-
-<p>
-E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe
-punitrice. Vennero l'assassinio di Rossi, le sconfitte
-Lombarde, le discordie pazze, le illusioni fanciullesche,
-i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e
-finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto,
-dopo avere per un giorno intero cercato la morte
-sugli spaldi della fulminata città, dovette persuadersi
-che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente
-era perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere
-un grande servigio alla sua povera Italia, togliendosi
-di mezzo e lasciando il figliuolo, senza rancori e
-preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti
-della triste resa.
-</p>
-
-<p>
-Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe
-essere argomento di un lungo discorso. Il giovane
-Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni intorno era
-circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie,
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-da diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena
-comincia l'epoca dei tristi ricordi, ecco che la
-poesia, come vera e grande opera d'arte, accenna a
-rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre nel
-canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro
-dell'anima italiana quando intuona una solenne e
-melanconica melodia all'arrivo delle sue fredde spoglie
-dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo
-era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina
-ispirazione delle memorie! Il poeta, rivolgendo uno
-sguardo indietro, trova accordi inusitati e crea una
-visione che è una delle più potenti, non dubito di
-affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia
-di poeta italiano. Tutta la <i>Trenodia pel ritorno
-delle ceneri di Carlo Alberto</i> è un misto di palinodie
-dolenti e di speranze generose, di rimproveri
-ai popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento
-il poeta accenna a voler riunire gli uni e gli
-altri in un sentimento profondo di pietà e di commiserazione
-scambievoli, quasi col proposito di riprendere
-insieme, ammaestrati dai comuni errori,
-la via aspra e gloriosa. Ma poi, avvertito da un
-istinto infallibile che lo spinge a fissare gli occhi
-nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima
-parola al giovane Re del Piemonte. E anche questa
-parola, sussurrata all'orecchio del Monarca, in mezzo
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti maliaugurî,
-che, come sinistri augelli, allora svolazzavano
-intorno al trono, anche questa parola è improntata
-di un profondo carattere di poesia: poichè è la
-poesia della speranza!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,</p>
-<p class="i01">Per questa dolente nel fiero torneo,</p>
-<p class="i01">Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">La croce sabauda, che ornò sette troni,</p>
-<p class="i01">Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,</p>
-<p class="i01">Raggiando sull'armi l'antico splendor,</p>
-<p class="i01">Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,</p>
-<p class="i01">Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,</p>
-<p class="i01">Verrà benedetta sull'Adige ancor!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo
-e nello stupore dei grandi avvenimenti non
-aveva trovato la parola sua, ecco che la trova nei
-giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire
-la speranza! Quasi per dare una nuova conferma a
-quella sentenza di Federigo Schiller: che le cose di
-quaggiù, hanno bisogno di morire nella realtà, per
-rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale dell'arte....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<h2 id="giusti">LA POESIA DEL GIUSTI</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">ISIDORO DEL LUNGO</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e Signori,</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in
-relazione con la poesia italiana, mi propongo parlarvi)
-intende comunemente qualche cosa di agevole
-e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un
-concepimento simultaneo e un'unione così schietta
-d'idea e di parola, che la parola vela appena l'idea
-senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare
-che la cosa non potesse proprio esser detta altro
-che in quel modo lì. Nè fanno ostacolo il verso o
-la rima: perchè i metri sono quasi sempre i più
-snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso
-chiede mai al metro nulla di più di quello che il
-metro, secondo il suo naturale congegno e le pose
-sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra appostata
-in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte,
-e che se vi accadesse di ripetere quelle cose conversando,
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-incappereste in quelle rime anche voi. Conversando,
-sicuro; perchè il Giusti è il poeta più conversevole
-che vi paia aver mai conosciuto: e quando
-egli scherza con voi, voi ne sentite la voce, voi lo
-vedete sorridere, e ammiccare, e comporre il viso,
-come il discorso richiede; cosicchè non manchi a
-quel tanto che la parola scritta ha di muto, non
-manchi (tale è, leggendo, l'illusione) l'avvivamento
-del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento, del
-gesto.
-</p>
-
-<p>
-Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione?
-qual altro ci procura sensazioni consimili?
-</p>
-
-<p>
-Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di
-rispondere, bisogna, a voler rispondere con giustizia,
-bisogna pure riflettere, se alcun altro de' nostri
-poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e
-tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a
-pensare, profonde o commoventi a sentire; quante
-si sentono o si pensano leggendo i suoi versi. Tutto
-quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49,
-che ci sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica
-di quei componimenti motteggevoli e ironici;
-co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti, o disorpellati
-delle loro lustre, o messi addirittura al
-nudo del loro brutto e cattivo, o piantati alla berlina
-con le loro debolezze, o trascinati al <i>redde
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-rationem</i> delle opere loro: cotesto piccolo mondo,
-del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia
-per modo dinanzi, che nel giudicarne voi dobbiate
-sempre fare appello ai sentimenti vostri migliori.
-Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i
-Gingillini e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti
-di buon governo e i loro Birri a congresso — al
-sentimento dell'umana dignità, nel far la
-debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di
-quei parassiti del regio rescritto, di quelle croci
-di Santo Stefano sul petto dei mal arricchiti, di
-quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa
-spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento
-della moralità educatrice, se motteggia sull'imperiale
-e real giuoco del lotto, o sul reuma d'un cantante,
-sull'abuso sentimentale del cloroformio,
-sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente
-affermato della umana fraternità, se sfata
-con ironica iperbole le pericolose utopie umanitarie,
-le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al
-sentimento della pedagogia naturale, o diciamo
-senz'altro al prezioso senso comune, se fra gl'Immobili
-e i Semoventi rivendica la libertà del fanciullo
-che i taumaturghi del metodo vorrebbero
-plasmare a macchina, e averne fantocci tutti d'un
-pezzo e d'un getto: — al rispetto delle memorie
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio
-palazzo appigionato dai posteri di Farinata,
-o scaglia sul viso dei gaudenti, dimentichi in carnevale
-perpetuo, il brindisi che esalta le gloriose
-quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità
-santa d'Italia madre, quando per l'incoronazione
-austriaca sfilano in complice schiera i principotti
-italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua
-storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di
-Milano, fra que' poveri Croati e Boemi mandati qua
-a odiare ed essere odiati, sospira una patria per se
-e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie
-miopi e sordastre il <i>delenda Carthago</i> dell'indipendenza
-dallo straniero; o protesta al suo Gino Capponi
-contro l'insulto codardo alla Terra dei morti.
-</p>
-
-<p>
-E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione,
-e ritien più del bonario e del familiare, ma
-sempre con qualche vena di malinconico; le Memorie
-di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di
-Rimini, l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato
-sugli zecchini d'oro, Momo salmista e predicatore,
-le virtù della Chiocciola, il re Travicello;
-nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola
-ironia del Poeta passa pel vostro spirito,
-senza lasciarvi altresì qualche grano di moralità
-gentile, fermentatrice di bene.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<p>
-E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie
-del Giusti (pur abbandonando alla bibliografia le
-generiche e non caratteristiche, o nate morte che
-vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le
-vitali e vive quelle che non appartengono alla
-sua Satira: nelle quali, sia nelle poesie che chiamerei
-addirittura sentimentali, sia in quella Canzone
-reminiscente all'Alighieri maestro, egli è
-quanto alla forma un altro poeta, ma l'anima del
-Poeta, anche in codeste liriche, voi la sentite pur
-sempre la stessa.
-</p>
-
-<p>
-Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua
-propria missione, questo pur così amabile ed agile
-verseggiatore; questo umorista è, innanzi tutto, un
-moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce
-e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati
-espressamente tali suoi caratteri, i quali è facile
-si accompagnino a difetti di aridità, pesantezza,
-accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo
-la dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del
-Giusti, poeta (come mi è venuto detto) conversevole?
-la risposta, nella quale credo dobbiamo convenire
-lettori e critici, è che nessun altro.
-</p>
-
-<p>
-Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria
-tanto e così svariatamente e a pezzi e bocconi,
-quanto di lui? E non è un saperne a memoria per
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli
-fatto imparare senza che noi ce ne accorgessimo,
-solo per quel farci tanto pensare e sentire, con
-immagini e parole e locuzioni e rime trovate così
-a proposito e tanto di nostro genio:
-</p>
-
-<p>
-Dal
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Girella, emerito</p>
-<p class="i01">di molto merito,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-al <i>Credo</i> bestemmiato da Gingillino,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Io credo nella Zecca onnipotente</i></p>
-<p class="i01"><i>e nel figliuolo suo detto Zecchino;</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-dalla Ghigliottina a vapore, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">fa la testa a centomila</p>
-<p class="i01">messi in fila,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-alla visione papale del Gioberti, di
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">prete Pero, buon cristiano</p>
-<p class="i01">lieto semplice e alla mano,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">vive e lascia vivere;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dalla
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">pallida capelluta</p>
-<p class="i01">parodia d'Assalonne,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-alla coppia felice, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">l'amorosa si chiama Veneranda</p>
-<p class="i01">e l'amoroso si chiama Taddeo;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dal giro pe' chiostri
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">contando i tumoli</p>
-<p class="i01">degli avi nostri,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-alla partenza da Pisa, lasciando
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">la baraonda</p>
-<p class="i01">tanto gioconda;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dal
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Viva la Chiocciola,</p>
-<p class="i01">viva una bestia</p>
-<p class="i01">che unisce il merito</p>
-<p class="i01">alla modestia,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-all'esopiano re Travicello
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">piovuto ai ranocchi;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dal più o meno manzoniano
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Apollo tonsurato</p>
-<p class="i01">che dall'Alpi a Palermo</p>
-<p class="i01">insegna il canto fermo,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-alla patriottica baffuta Babele, che succhia
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">sigari e ponci;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-</p>
-
-<p>
-dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena»,
-al padre X. conservatore dello <i>statu quo</i>: dal Congresso
-di Pisa che suscita le escandescenze del solito
-Rogantino, tirannetto
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">da quattordici al duetto,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa
-d'oggi,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nè mai tanto apparato</p>
-<p class="i01">d'anni crebbe congiunto</p>
-<p class="i01">all'umor moderato</p>
-<p class="i01">di non provarle punto.</p>
-<p class="i01">Dormi, Europa, sicura:</p>
-<p class="i01">più armi, e più paura.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno
-de' nostri poeti c'è come il Giusti affiatato
-e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo: — Donde
-attinse egli tale sua qualità? Fu natura?
-fu magistero? Ne trovò egli, studiosamente cercandolo,
-il segreto? o senz'altro, gli venne fatto
-così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori,
-questi non si rinvengono, anche ragguagliando
-uomini a tempi, arte a vita sociale e civile,
-nè fra i Satirici propriamente detti, dall'Ariosto
-pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-urbani, che dai Latini anche più direttamente
-assumono il Sermone e l'Epistola: e neanco poi,
-dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal Berni
-pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Infatti, la satira del Cinquecento, della quale
-l'Ariosto è rappresentante meraviglioso, riflette
-spiccatamente il Rinascimento, che tutta informa
-la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed
-è ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante,
-poesia signorile e dotta. La satira dei Secentisti,
-anche quando col Menzini si atteggia a vivacità
-fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua
-dominante la declamazione retorica e l'amplificazione
-curiale. L'Alfieri poi, sfrondando cotesto frascame
-a buon dritto, però dissangua e stecchisce;
-e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in
-lui difetto la spontaneità della lingua. Inoltre, il
-metro consacrato alla Satira è la terzina, la grave
-e magistrale terzina; come del Sermone è il verso
-sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il
-Parini magistralmente atteggia e trasforma: metri,
-l'uno e l'altro, nei quali la virtualità epica
-prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato
-sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo,
-rispetto a chiunque di quelli scrittori, troppo siamo
-discosti dalla maniera del Giusti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-</p>
-
-<p>
-E questa medesima ragione del metro, già di
-per se pone distacco assai fra lui e i cosiddetti burleschi,
-sinchè la forma tradizionale anche di costoro
-séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente
-Berni e dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri
-o allo sprolungato Fagiuoli o al Saccenti
-triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a
-quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa
-de' poemi giocosi; la stanza narrativa, in sesta o
-ottava rima, che altri novellando (innominabili)
-avevano esercitata più o meno toscanamente, e che
-il Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità
-nuova; e quando il Guadagnoli, con maggior
-toscanità di chicchessia, assume cotesta umile e
-svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando
-ad essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario,
-il settenario, il quinario; — soltanto allora
-la poesia burlesca toscana ci fa presentire il
-Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo:
-chè chi senz'altro lo aggregasse a quella famiglia
-di scrittori con la quale pure qualche attacco,
-massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe,
-più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe
-e al Pananti e al Guadagnoli aggiungere una
-coerenza d'intendimenti sì civili e sì d'arte, che
-nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-al Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica,
-trasandatezza, dalla quale invece egli anche
-ne' suoi primi tentativi, anche in quelli un po' birichini
-e della vecchia maniera, quasi per istinto,
-si tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito
-dire: «Vedete come la poesia burlesca, nel secolo
-decimonono, si è svolta di mano in mano, dal Pananti
-passando al Guadagnoli, e da questo salendo
-al Giusti.» Il fatto è, che essa in que' due rimase
-burlesca; e nel Giusti, conservando ma nobilitando
-l'impronta sua paesana, addivenne lei la Satira
-nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con
-ben altro vigore di effetti le veci.
-</p>
-
-<p>
-E nata satira più specialmente della regione
-toscana, addivenne popolare in tutta Italia, sì perchè
-a Italia tutta aveva il cuore il Poeta, e sì per
-le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in altre
-regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti
-imitare tollerabilmente, come potè essere quella del
-Guadagnoli dal Fusinato veneto. L'Italia ebbe dalla
-Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase poi all'idioma
-meneghino la gloria del Porta artista sovrano;
-e il Piemonte patriottico ebbe un di mezzo
-fra il Giusti e il Béranger nelle <i>Canzonette</i> dialettali
-di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco,
-il Belli atteggiò a epigramma popolare quel
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-vecchio peccatore aristocratico del Parnaso italiano,
-il Sonetto; ve lo atteggiò con arguzia che direi
-non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo
-pisano, i Sonetti di Renato Fucini.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità
-della sua poesia, fu, almeno indirettamente,
-cioè in questi altri termini, — come fosse ella
-fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di
-altri, — fu proposto assai prima che si curiosasse
-di critica quanto oggi; e dette occasione a uno
-scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la
-testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la
-critica più intima, che della poesia del Giusti si
-sia avuta, anche dopo le belle pagine del Carducci,
-del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi,
-del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del
-1851, appena un anno dopo la morte del caro
-ospite suo, a un articolo del critico francese Gustavo
-Planche, il quale era venuto narrando a' suoi
-compatriotti, essere il Giusti una sorta d'improvvisatore
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-che, impaziente o incurante delle bellezze
-di stile, accettava senza pensarvi la prima parola
-che gli scendeva giù per la penna: perciò privo
-di vivezza, di eleganza, di precisione, di tutte insomma
-le doti proprie d'uno scrittore che ami e
-rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel
-suo sorriso benevolo che gli abbiamo conosciuto e
-quella temperanza che tanto più gravi quanto più
-miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello
-essere il ritratto non dell'amico suo ma di altri
-poeti (i burleschi appunto del penultimo periodo),
-diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa,
-in ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi
-dal sentire della nostra, e dalle norme ch'essa
-impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente
-gentili.» Di questa lingua avere il Giusti,
-dai grandi scrittori e dal popolo, anche campagnolo,
-tratto tutto quanto è di più fino ma insieme
-di più nascosto, mediante un senso squisito
-suo proprio, educato sui classici latini e nostri, ed
-un grande studio ch'egli poneva con ostinata perseveranza
-nello scegliere le voci e collocarle industriosamente.
-Da ciò esser venuta alla sua poesia
-una efficacia piuttosto condensata e ristretta, «intesa
-com'ella è a penetrare più addentro»; tantochè
-aveva egli finito col quasi «negare parte di
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani
-suoi» (il che è verissimo, e i commenti venuti
-dopo lo dicono), non che dei Francesi. E a questi
-più particolarmente volgendosi, e «sfidando la
-Francia tutta» a cogliere il valore di certi motti
-giustiani, come quello (negli <i>Eroi da poltrona</i>)
-sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva
-il Béranger, «nome» dice il Capponi «che
-riviene spontaneo a proposito del Giusti»; e dichiarava
-che non avremmo noi osato, sebbene tanto più
-familiari e alla lingua e alle cose di Francia che
-non alla lingua e alle cose d'Italia i Francesi,
-non oseremmo noi, e saviamente, dare sentenza sul
-Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di
-quella letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais),
-per non risicare di giudicarlo piuttosto facitor di
-canzonette che poeta. L'onore del qual nome, nel
-senso di artefice consapevole, e in queste due cose
-soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza
-di espressione», rivendicava egli al Giusti contro
-la condanna pronunziata dal Planche, che «i versi
-suoi non vivrebbero».
-</p>
-
-<p>
-È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono,
-e si ristampano, e (come il Capponi presentiva,
-nè gliene faceva lode) ce li commentiamo:
-di che non credo che per quelli del Béranger, ed
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-è pregio suo e della lingua, si sia mai sentito in
-Francia il bisogno; perchè, cominciando dall'arietta
-sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in
-quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima
-del poeta, e ne rivola fuora trillando; laddove il
-Giusti (che ammirava il Béranger; ma quando lo
-chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non
-soltanto per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando
-da questa: d'averlo letto dopo essersi
-«imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato
-la propria forma con un intendimento del tutto
-soggettivo e di sua iniziativa, pur mirando a «farsi
-interprete delle cose che gli stavano d'intorno».
-Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio
-mondo, che nel contrasto fra i due secoli «l'un
-contro l'altro armato» era destinato a frantumarsi,
-tanto poco, anzi nulla, avevano che fare insieme,
-che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato)
-alle <i>Chansons</i> la toscanità degli <i>Scherzi</i>,
-anche quando i soggetti combaciano e si rasentano,
-si va nel goffo; e qualche imitazione in stile giustesco
-dal Béranger, per esempio, dal <i>Bon Dieu</i>
-quella del <i>Creatore e il suo mondo</i>, è, fra le apocrife
-appioppate al Giusti, delle più intrinsecamente
-aliene, nonostante le apparenze, dal fare autentico
-e legittimo di lui.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto
-ascoltare il giudizio del critico francese, non
-ne avrebbe fatte grandi meraviglie, perchè già si
-era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare
-da un tale qui in casa sua, se avesse letto
-altro che romanzi e giornali; e ci racconta altresì,
-come «prontissimo ad immaginare, e assai lesto
-ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima
-mano, e credeva che la morte sola gli
-avrebbe portato via il pennello de' ritocchi»:
-dichiarando espressamente, che quel suo «modo di
-dir le cose alla casalinga» non provava nulla, e
-che pur troppo il suo difetto era di non contentarsi
-mai. E séguita confessando le proprie colpe:
-la stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver
-avuto a combattere con quei metri, «facili in apparenza,
-difficilissimi in sostanza; i quali se non
-ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da
-tutte le parti», e la inversione poi va a finire
-nello «scontorcimento». «Gino Capponi mi
-aveva ammonito più e più volte d'andar per le
-piane, d'esser semplice e corrente, di lasciare le
-lambiccature, le finezze sopraffini, le frasi e le
-parole vistose; perchè, dice il proverbio, chi
-troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a
-lasciarlo dire, e a dargli retta senz'altro, cioè senza
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-far la tara all'ipocondria di quel povero organismo
-malato, si finirebbe..... altro che l'«improvvisatore»
-denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole»
-che io ho cominciato, Signore mie, dal
-ripresentarvi come una vecchia comune conoscenza....
-si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe Giusti
-è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che
-abbiano mai esercitata la pazienza delle nove sorelle.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei
-suoi, anche de' maggiori, riassunta alle
-lettere la toscanità della lingua, tornando alle fonti
-genuine del parlar popolare, ma questo poi atteggiando
-con vigoria d'artista in quelle forme di satira
-che gli eran balzate alle mani, nemmen lui
-sapeva come, e esperimentatele dapprima in gingilli
-di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli e volgarucci,
-con molta diffidenza di sè medesimo, le
-aveva poi deliberatamente elette siccome acconcie
-al suo disegno, quale gli si era venuto maturando
-nella mente. E questo era di far servire la Satira
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale,
-verso cui tutte convergevano, serrandosi sempre in
-più stretto fascio, le volontà e le intelligenze italiane;
-e di questo ufficio della Satira vera e propria
-privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola»
-son sue parole «dalla vana chiacchiera,
-dalla disonestà, dalla inutilità, che l'hanno
-«deturpata anco nelle mani dei maestri». Su
-qualche tentativo da lui fatto di poesia politica
-nelle forme tradizionali di tanti canzoneggiatori
-mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare:
-«prosa rimata».
-</p>
-
-<p>
-La poesia d'intendimenti politici era in Italia
-rampollata naturalmente da quella d'intendimenti
-civili del Parini e dell'Alfieri; e più particolarmente
-il nome di questo, con gli ideali suoi di
-antiche virtù repubblicane e col disdegno di tutto
-quanto non fosse sinceramente italiano, era rimasto
-simbolo di quella italianità, le cui tradizioni, conservate
-e alimentate dalla letteratura lungo i secoli
-di servitù e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare
-in novello ordine di cose, occasioni propizie
-dalle esteriori vicende. Fra queste vicende si trabalzò,
-nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero,
-la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile
-di poeta senz'anima di cittadino, <i>canto di Virgilio
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-senza cuore di Dante</i>: — di mezzo a quelle
-vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico
-e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto,
-sentì che non era Italia in quelle «reggie adulate
-dove il ricco e il dotto e il patrizio vulgo si seppellivano»;
-e al risorgere di un «futuro popolo
-italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò
-auspicii degni dai Sepolcri di Santa Croce: — e a
-questi sepolcri pure si volgeva, pallido della breve
-esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava come
-altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al
-valore italiano, prodigato in terra straniera per gli
-stranieri derubatori della nostra, evocava la trenodia
-di Simonide sui Trecento morti con Leonida
-per la patria. Erano le voci della grande arte antica,
-erano le virtù della civiltà grecolatina, che
-nella latina penisola si risvegliavano spontanee,
-prenunciatrici legittime della rivendicazione nazionale.
-Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la
-caduta di Roma pagana; dalle rovine dell'evo barbaro,
-di su le quali, all'ombra conserta del Papato
-e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per
-dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che
-inneggiato prima a Cristo liberatore dell'umanità,
-affigurava poi sotto più aspetti, e con le forme oggettive
-del dramma e del romanzo, nelle intrusioni
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre
-fratricide degli Stati indipendenti, nelle vergogne
-lacrimevoli dell'oppressione spagnuola, tutta la storia
-luttuosa delle servitù italiche; e in nome della
-cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre
-nazioni, la esistenza d'una nazione italiana. Era la
-voce di Alessandro Manzoni, ed era la prigionia del
-Pellico, erano dall'esilio i canti del Berchet e del
-Rossetti, erano sulla scena classica o medievale le
-figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo
-quelle del Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano
-i moti del '21 e del '31, e mantenevano, invitto
-a tutte le repressioni violente, non mai sodisfatto
-sin che avesse trionfato, il sentimento della patria.
-</p>
-
-<p>
-Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete
-in quella forma di poesia, dove la servitù
-non pure aveva impedito le manifestazioni della
-verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la sostituzione
-della burla, dell'equivoco, della dissimulazione,
-della bugia. Ed era complemento oggimai
-necessario, massime dopo i casi del '31 e l'avvento
-regio della borghesia in quella Francia ormai da
-più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico
-europeo, era, dico, necessario che la poesia
-nostra non solo derivasse dal passato le grandi ispirazioni
-e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-i rimproveri, ma per entro al presente valesse e
-sapesse rimuginare il bene e il male della vita
-quotidiana, e in vive figure atteggiarlo: nè ciò poteva
-fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione
-la veste dell'ironia, dello scherzo, dello
-scherno; nè questa veste poteva contessersi che di
-forme per eccellenza idiomatiche, cioè a dire toscane.
-Con tale concetto aveva il Leopardi data
-forma alla sua Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo
-con felicità di grande artista il poemetto
-eroicomico; non però aspirando certamente
-con quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità
-di lettori, di recitatori, d'imitatori. Con tale
-concetto Cesare Correnti, salutando anonimo l'anonimo
-Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature»,
-dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni
-dell'Alighieri alle calme e solenni proteste
-del Manzoni, la poesia non disertò mai la
-causa della patria e della sventura, non disperò
-mai della giustizia di Dio e dell'avvenire del
-Popolo», diceva che ben da Milano, quartier
-generale degli oppressori, eran venute le «melodie
-rossiniane» del Berchet, «ma dall'arguta Toscana,
-dalla patria del Berni e della commedia
-italiana, doveva venire il poeta popolare della
-satira e dello scherno».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Di quale satira e di quale scherno, e in quanto
-simile e in quanto no a quelli dei predecessori, il
-Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino tra carnevale
-e quaresima, che intitolò <i>I brindisi</i>. Dove
-egli, raccolti in brigata i tipi appunto della sua
-satira, fa prima brindisare l'abate volterriano nelle
-solite sestine da colascione, lardellate di equivoci
-tra il grasso e il magro, il sacro e il profano; e
-poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario
-è come l'aculeo dell'ape che sfiora e della
-vespa che punge, dà l'aíre al «Brindisi per un
-desinare alla buona»:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A noi qui non annuvola il cervello</p>
-<p class="i01">la bottiglia di Francia e la cucina,</p>
-<p class="i01">lo stomaco ci appaga ogni cantina</p>
-<p class="i11"> ogni fornello.</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Chi del natio terreno i doni sprezza</p>
-<p class="i01">e il mento in forestieri unti s'imbroda,</p>
-<p class="i01">la cara patria a non curar per moda</p>
-<p class="i11"> talor s'avvezza.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span></p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">O nonni, del nipote alla memoria</p>
-<p class="i01">fate che torni, quando mangia e beve,</p>
-<p class="i01">che alle vostre quaresime si deve</p>
-<p class="i11"> l'itala gloria.</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti</p>
-<p class="i01">ciò che le rape un dì fruttaro a voi;</p>
-<p class="i01">in casa vostra, o trecentisti eroi,</p>
-<p class="i11"> comandan gli osti.</p>
-<p class="i01">E strugger poi, crocifero babbeo,.....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe,
-col pretesto del caffè; e il poeta ci regala
-la parte rimastagli in tal modo fra il bicchierino
-e la chicchera:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E strugger puoi, crocifero babbeo,</p>
-<p class="i02"> l'asse paterno sul paterno foco,</p>
-<p class="i02"> per poi, briaco, preferire il cuoco</p>
-<p class="i11"> a Galileo;</p>
-<p class="i01">e bestemmiar sull'arti, e di Mercato</p>
-<p class="i02"> maledicendo il Porco, e chi lo fece,</p>
-<p class="i02"> desiderar che ve ne fosse invece</p>
-<p class="i11"> uno salato?</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Oh beato colui che si ricrea</p>
-<p class="i02"> col fiasco paesano e col galletto!</p>
-<p class="i02"> senza debiti andrà nel cataletto,</p>
-<p class="i11"> senza livrea.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in
-contrapposto, annotava egli stesso, alle «brutte facezie,
-che hanno avuto voga per tanto tempo,
-lusingando l'ozio e la scempiataggine».
-</p>
-
-<p>
-E nella «Origine degli scherzi», altra saffica
-che ben a ragione è stata chiamata la sua «Arte
-poetica», dice come, dopo avere da giovine «sbagliato
-se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato»,
-la coscienza aveva rettificata la sua vocazione,
-e di mezzo alle due scuole d'allora de' Classici
-e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira
-sua paesana, «nel suo volgare, col suo vestito»,
-satira nutrita d'amarezza e di sdegno, «riso che
-non passa alla midolla», come quello del saltimbanco,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">che muor di fame, e in vista ilare e franco</p>
-<p class="i11"> trattien la folla.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E «a uno scrittor di satire in gala»
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Vedi piuttosto</p>
-</div></div>
-
-<p>
-diceva
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> di chiamare al banco</p>
-<p class="i02"> i vizi del tuo popolo in toscano,</p>
-<p class="i02"> di chiamar nero il nero e bianco il bianco,</p>
-<p class="i01">e di pigliare arditamente in mano</p>
-<p class="i02"> il dizionario che ti suona in bocca,</p>
-<p class="i02"> che, se non altro, è schietto e paesano.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi
-parrebbe ormai l'ora, prima che s'esca dal secolo
-che fra poco a chiamar nostro rimarremo soli noi
-vecchi. È stata una superba malinconia de' signori
-ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia),
-una malinconia superba o piuttosto una iattanza
-vana, questa: che solamente a' dì nostri la letteratura
-italiana si sia giovata della lingua viva o,
-come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a
-rovescio e in onta di quel gran signore che fu il
-Cinquecento, il quale, a sentir cotesti scriventi loro
-soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso accozzatore
-di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi,
-di periodi ciceroniani. La verità vera è
-invece, che ciascun secolo ha scritto la lingua che
-parlava, finchè e nello scrivere e nel parlare non è
-entrata, con la servitù politica e, peggio con la
-intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma;
-il che fu solamente dopo passato il Secento:
-e che se a' nostri giorni, col rivendicare il
-diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo
-altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il
-carattere; se per la restaurazione di questo nella
-lingua, si è voluto e saputo, dopo la regressione al
-nazionale antico operata artificialmente ma non
-senza utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-interrogando il popolo, e cioè il popolo di
-quella fra le regioni nostre che sola non abbia
-dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni
-parrebbe, che la letteratura italiana incominci
-da quando si è racquistato il sentimento italico
-della toscanità; da quando l'unità della lingua in
-Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di
-lettere dal Bembo al Monti, è divenuta una cosa
-dimostrata col fatto, meglio che con le teorie, dall'Autore
-dei <i>Promessi Sposi</i>; nè che il Giusti (per
-tornare al nostro argomento) sia quello fra i poeti
-che abbia, lui per primo, dato l'esempio del «pigliare
-arditamente in mano il dizionario che ci
-suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle
-sue prefazioni, definì la propria «un genere di poesia
-che può avvantaggiarsi di tutta la lingua scritta
-e di tutta la lingua parlata».
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un
-argomento a sè, il mostrarvi come cotesto dizionario
-si è saputo maneggiar sempre e da tutti,
-grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o
-quello stile (perchè altro è lingua, altro è stile)
-fatti invalere fra gli scrittori dall'autorità preponderante
-di questo o quello fra i nostri solenni maestri,
-e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio
-e dal Petrarca. Mi contenterò (e non voglio entrare
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-nella prosa, solamente perchè vi parlo di poesia)
-mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno
-che Dante. Non per la <i>Commedia</i>: la quale
-pure sappiamo oramai quanto grande portato ella
-sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e
-Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema
-mostrano com'egli ne sentisse tutta l'<i>attualità</i>,
-di contenuto e di forma); non pel Poema, dico,
-ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco
-dopo il 1290, e che da quanto erano, diciamolo
-pure, piazzaioli, non si volevano nemmeno riconoscere
-per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e
-del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò,
-al Purgatorio fra i ghiotti), col quale fanno a dirsele
-a botta e risposta con quello zelo che in simili
-casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi
-raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di
-giovinastri con un certo <i>Saggio di lingua parlata
-del Trecento cavato dai Libri criminali di Lucca</i>
-da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario
-«schietto e paesano» del Giusti il divino
-Poeta lo sfoglia, pe' suoi tempi, con abbastanza
-modernità. L'altro esempio è di messer Angelo
-Poliziano, il poeta dell'<i>Orfeo</i> e della <i>Giostra</i>, il
-principe degli umanisti nel Rinascimento, che però
-fu anche il gaio rimatore delle Canzoni a ballo e
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio
-solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto
-sboccate poesiole, e ne sceglierei due che si potrebbero
-intitolare, l'una <i>Il segreto d'amore e la confessione</i>,
-e l'altra <i>Il galletto, la chiocciola e la nave
-in porto</i>; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti,
-che nella sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile
-non le abbia mai lette, avrebbe potuto ricusare
-all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso
-il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi,
-si arrogava a buon diritto, di non avere «svisato
-i propri concetti» per l'ambizione di «tradurre sè
-stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine,
-leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le
-strofette incantevoli del Poliziano, non avranno
-avuto alcun bisogno di ritradurre.
-</p>
-
-<p>
-Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca
-e la comica del Cinquecento, e nell'età di
-decadenza que' tali poeti con cui vedemmo che il
-Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge.
-Il Fagiuoli, in quel suo interminabile profluvio di
-Capitoli slombati, ha qua e là, a sprazzi, dei quadretti
-di genere, dove la lingua fiorentinissima (e
-ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente
-que' suoi fantoccini dal vero. E il Saccenti,
-dipingendo, pur dal vero, la vita di provincia
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga
-del Poeta di Teatro ne' primi decennii del
-secolo; e il Guadagnoli, la Toscanina patriarcale
-dell'ultimo Lorenese, e il <i>tran tran</i> di quel mondo
-che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni,
-andava da sè; non vengon meno, nè il Saccenti
-nè il Pananti nè il Guadagnoli, — mentre il
-buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente
-a scrivere le sue Satire in classico stile — non
-vengon meno davvero al dizionario che sonava
-in bocca dei loro valdarnesi e mugellani, e dei fedeli
-abbonati d'anno in anno al prezioso lunario
-di Sesto Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi
-dialoghetti del Sesto Caio (il <i>Baccelli infreddato</i>,
-per esempio, o il <i>Baccelli zoppo</i>, o dello stesso
-Guadagnoli il bozzetto villereccio di <i>Gosto e Mea</i>),
-certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con
-lo zio prete, i battibecchi dei commedianti fra loro
-e col poeta), se non raggiungono l'efficacia drammatica
-che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili
-delle <i>Istruzioni a un emissario</i>, della <i>Spia</i>
-dopo le riforme, dei dopopranzo di Taddeo e Veneranda,
-delle disperazioni della moglie di Maso nel
-<i>Sortilegio</i>, son tuttavia derivazioni dalla medesima
-fonte che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo
-sopra a quelli altri, perchè nessuno di essi seppe
-o volle adoperare e temperare la lingua del popolo
-toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava;
-e nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il
-Giusti ci aveva, e che espresse nelle poesie che ho
-chiamate sentimentali; <i>All'amica lontana</i>, <i>Affetti
-d'una madre</i>, <i>La fiducia in Dio</i>, <i>Il sospiro dell'anima</i>,
-<i>A Roberto nel 1841</i>, <i>A una giovinetta
-nel '43</i>, e in quella stupenda, nona rima fra il '46
-e il '47 a <i>Gino Capponi</i>, dov'egli, in cospetto
-del rinnovamento italiano e delle speranze magnanime,
-pronuncia il <i>non sum dignus</i> d'essere il
-censore del suo popolo risorto e ringiovanito. È il
-Giusti, che gareggiando con lo scalpello del Bartolini,
-scolpisce in un verso
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">quasi obliando la corporea salma</p>
-</div></div>
-
-<p>
-l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza
-quaggiù. È del Giusti quella sublime espressione
-de' suoi ardimenti e sgomenti d'artista:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,</p>
-<p class="i01">or mi sento co' pochi alto levato,</p>
-<p class="i01">ora giù caddi e vaneggiai col volgo!</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i02"> E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span></p>
-<p class="i01">che al genio è donna, e figlia è di natura,</p>
-<p class="i01">e in parte ha forma della madre, e in parte</p>
-<p class="i01">di più alto esemplar rende figura;</p>
-<p class="i01">come l'amante che non si diparte</p>
-<p class="i01">da quella che d'amor più l'assicura,</p>
-<p class="i01">vagheggio, inteso a migliorar me stesso,</p>
-<p class="i01">e d'innovarmi nel pudico amplesso</p>
-<p class="i01">la trepida speranza ancor mi dura.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli
-Scherzi, i versi più belli forse ne' quali abbia mai
-parlato la madre al figliuolo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Goder d'ogni mio bene</p>
-<p class="i01">d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;</p>
-<p class="i01">io della vita nella dubbia via</p>
-<p class="i01">il peso porterò delle tue pene.</p>
-<p class="i02"> Oh se per nuovo obietto</p>
-<p class="i01">un dì t'affanna giovenil desìo,</p>
-<p class="i01">ti risovvenga del materno affetto!</p>
-<p class="i01">nessun mai t'amerà dell'amor mio.</p>
-<p class="i02"> E tu nel tuo dolor solo e pensoso</p>
-<p class="i01">ricercherai la madre, e in quelle braccia</p>
-<p class="i01">nasconderai la faccia;</p>
-<p class="i01">nel sen che mai non cangia avrai riposo.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi
-versi si effonde, talvolta, se volete, con un certo
-languore lamartiniano, ma altresì con una delicatezza
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-d'imagini e soavità di concetti e nitidezza
-di frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune
-maniera di certo romanticismo morboso; di
-cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto gentile;
-non c'è quasi poesia delle sue satiriche che
-non ve ne trapeli qualche stilla: in alcune poi,
-come nel <i>Sant'Ambrogio</i>, l'affetto è la nota dominante.
-Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere
-«di carità nell'onde temprato l'ardito ingegno, e
-tratto dallo sdegno il mesto riso.»
-</p>
-
-<p>
-E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia
-uno dei distintivi nobilissimi della sua poesia, meno
-mi capacito, anche solamente per questo, come
-«scrittore di piccola mente» potesse (dispiace ricordarlo)
-potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò
-Tommasèo. E si avverta che il Tommasèo stesso,
-scrivendo al Capponi, riconobbe «elaborate e maestrevoli»
-le poesie del Giusti, vide in quel lavorío
-i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò,
-gli parve che negli sdegni e sogghigni
-«del poeta, il cuore non parlasse». E pregò il
-Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come
-vedemmo, d'altro sì l'ammonì, ma non di questo.
-Nè so invero chi possa, pur reverente all'autorità
-del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi.
-Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-più difetti che virtù, nelle poesie del Giusti; la
-stessa sorte ebbero, presso l'austero critico, il Foscolo
-e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come
-egli disse, «celie profane», e metteva fra queste
-anche il combinarsi alcune bizzarrie metriche, che
-al Giusti avean fatto comodo, con l'innodia popolare
-della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente»
-e senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri
-satirici toscani, dai quali il Giusti si staccò, come
-vedemmo, e si sollevò: in lui, anche sottoposto a
-giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere
-altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento;
-e fra i restitutori della italianità, nel secolo
-che doveva finalmente veder rivendicata l'indipendenza
-e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano
-il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza
-di Alessandro Manzoni.
-</p>
-
-<p>
-Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore
-d'assai; e francamente può dirsi che nelle sue
-prose, troppo spesso prevalga la maniera all'ispirazione.
-Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici
-della lingua parlata che dicevo poco fa. Stando
-ai loro criteri, si sarebbe dovuto scriver tutti a
-quel modo, e concluderne che solamente dopo sei
-secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo.
-Era un po' forte ad ammettersi; e quel
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-vampo scolastico ha cominciato da un pezzo a dar
-giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite
-lodi consimili, e che sopra teorie di tal fatta ci
-avrebbe architettato volentieri uno di que' suoi
-scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie non
-più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la
-martellava, e come! Tormentava persino le lettere
-che scriveva agli amici; e il suo Epistolario, anche
-quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato
-genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza,
-anzi più espressa e sensibile. Quei difetti che abbiamo
-sentito il Capponi rilevargli, e che egli riconosceva,
-nella prosa stridono anche di più: perchè
-sono difetti (come il Capponi dice) di squisitezza;
-e la poesia, anche la familiare e satirica,
-consente alquanto più, che non la prosa, la ricerca
-del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo
-stesso significa) la squisitezza. Non è qui
-il caso nè il luogo: ma se volessimo esemplificare,
-sia dalla prosa sia anche dai versi, si farebbe capo
-le più volte ad abusi di locuzione figurata, con
-elementi non sempre coerenti fra sè e col soggetto,
-qualche altra volta a frasi e costrutti un po' sforzati;
-come pure non è lodevole certo scintillío di
-concetti continuato, che finisce con l'ingenerare
-stanchezza e monotonia. Tuttavia il Camerini, che
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-fa anch'esso' quest'appunto della squisitezza, ha
-altresì queste parole: «Ma quella lettera a Drea
-Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce
-con la mirabile dipintura del ballo villereccio in
-casa del notaro, è bella come le sue più belle
-poesie.» E dice bene.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare
-ch'egli morì a quarant'anni. Morì col
-presentimento che la sua poesia fosse finita con lui,
-ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47,
-ma però nell'atto di raccogliere i suoi versi,
-«Sento che questo modo di poesia comincia a essere
-un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi
-all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi
-ai nostri occhi con tanta maestà d'andamento.....
-Se mi darà l'animo di poterlo tentare,
-certo non me ne starò: se poi non mi sentissi
-da tanto, non avrò la caponeria d'ostinarmi a
-sonare a morto in un tempo che tutti suonano
-a battesimo». E nel '48, preparando un'altra
-edizione, che doveva pur troppo uscir postuma nel
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-'52 per cura del Capponi e del Tabarrini: «Perchè
-dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se
-io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo?
-E vero che agli errori e ai vizi di
-tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori delle
-cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via
-del bene, non ho più cuore di menare attorno
-la frusta; e col mio paese ringiovinito, ritorno
-anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della
-primissima adolescenza. E questa fede posso dire
-non essersi spenta mai nell'animo mio; e il non
-aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso
-sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima
-testimonianza». Erano i giorni de' quali l'amico
-Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a Voi
-la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto,
-il Giusti con parole di cittadino e d'artista, degni
-l'uno dell'altro, aggiungeva: «Ora che il popolo,
-eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa
-epopea, noi miseri accozzatori di strofe,
-bisogna guardare e stupire, astenendoci religiosamente
-d'immischiarci oltre nei solenni parlari
-di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di
-già nel vostro petto animoso, o giovani, che accorrete
-nei campi Lombardi a dare il sangue per
-questa terra diletta: ed io ne sento il preludio
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-e ne bevo le note con tacita compiacenza. Toccò
-a noi il misero ufficio di sterpare la via; tocca
-a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie,
-all'ombra delle quali proseguiranno le generazioni
-che sorgono. Lasciate, o magnanimi, che un
-amico di questa libertà che vi inspira la impresa
-santissima, baci la fronte e il petto e la mano
-di tutti voi. L'Italia adesso è costà: costà, ove
-si stenta, ove si combatte, e ove convengono da
-ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli
-non degeneri, i nostri primogeniti veri.»
-</p>
-
-<p>
-Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante
-tutto, si è continuata sino ai dì nostri; e
-che, oggi compion tre anni, sul campo doloroso ma
-glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede
-e di sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me
-fosse lecito evocare dai sepolcri la immortale poesia
-della patria, oggi dal colle di San Miniato, memore
-della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di Giuseppe
-Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi
-il saluto d'Italia madre; e la voce, con la quale
-il Poeta accompagnava le prime battaglie per l'indipendenza,
-echeggerebbe sino a quelle plaghe lontane,
-dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle
-leggi della patria, son caduti sotto la stessa bandiera.
-</p>
-
-<p>
-Quella voce, per essere non atteggiata in misura
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-di verso, non era però meno voce di poeta. Chè del
-resto, la musa del Giusti, e in quel tempo lieto
-e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui
-tristezze rimuginò egli, nelli estremi del viver suo,
-in pagine di Cronaca dolorose) la musa sua non
-sofferse già di tacere affatto. E come a Leopoldo
-secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio
-del libero verso,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Signor, sospeso il pungolo severo,</p>
-<p class="i02"> a te parla la Musa alta e sicura,</p>
-<p class="i02"> la Musa onde ti venne in pro del vero</p>
-<p class="i05"> acre puntura;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e
-di licenza sconclusionata, che ricondussero tragicamente
-questa e le altre parti d'Italia, salvo il
-predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il Giusti
-alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo
-lasciò tra le sue carte frammenti bellissimi, altre
-ne alternò della sua vecchia maniera, come la <i>Repubblica</i>
-(a Pietro Giannone); il <i>Deputato</i> (a Rosina);
-e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una
-supposta commedia, Granchio e Ventola, Trippa e
-Ganghero, Crema e Vespa; e i Sonetti epigrammatici,
-le <i>Maggioranze</i>, l'<i>Arruffapopoli</i>, scoccati
-fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-Vecchio; ed anche qualche svolazzo lirico d'un
-inno patriottico, rifioritura d'altro simile tentativo
-fatto da studente pei moti del '31. Non può dunque
-dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia,
-che di tante piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse
-in disparte; nè molto meno gli si attaglia
-la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone
-che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga
-impaurito de' calcinacci che cascano. Dopo
-il '48, non cascarono calcinacci, pur troppo: furono
-rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato
-a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi,
-e tutti i preparatori, avevano per modi diversi
-faticato a mettere in piedi.
-</p>
-
-<p>
-Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore
-d'una maniera nuova, che senza sguagliar
-troppo dallo stile ormai caratteristico del Poeta,
-procede più severa e composta, parineggiando quasi,
-ma sempre con vivacità toscanissima. Di questo
-nuovo atteggiarsi della poesia giustiana è singolare
-documento l'<i>Ode dello scrivere per le gazzette</i>,
-dov'egli promette a sè medesimo che non più
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">in aperto motteggio</p>
-<p class="i01">travierà la rima,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-nella beata illusione de' nuovi tempi avea creduto
-poter deporre: e si volge attorno, e vede la demagogia
-pullulata
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">come in pianura molle</p>
-<p class="i01">scoppia fungaia marcida</p>
-<p class="i01">di suolo che ribolle;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e
-vola la strofa, alata veramente, all'ideale, da quei
-sozzi vapori ottenebrato, all'ideale della patria:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O veneranda Italia,</p>
-<p class="i02"> sempre al tuo santo nome</p>
-<p class="i02"> religïoso brivido</p>
-<p class="i02"> il cor mi scosse, come</p>
-<p class="i02"> nomando un caro obietto</p>
-<p class="i02"> lega le labbra il trepido</p>
-<p class="i02"> e riverente affetto.</p>
-<p class="i01">Povera madre! il gaudio</p>
-<p class="i02"> vano, i superbi vanti,</p>
-<p class="i02"> le garrule discordie,</p>
-<p class="i02"> perdona ai figli erranti;</p>
-<p class="i02"> perdona a me le amare</p>
-<p class="i02"> dubbiezze, e il labbro attonito</p>
-<p class="i02"> nelle fraterne gare.</p>
-<p class="i01">Sai che nel primo strazio</p>
-<p class="i02"> di colpo impreveduto,</p>
-<p class="i02"> per l'abbondar soverchio</p>
-<p class="i02"> anche il dolore è muto;</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p>
-<p class="i02"> e sai qual duro peso</p>
-<p class="i02"> m'ha tronchi i nervi e l'igneo</p>
-<p class="i02"> vigor dell'alma offeso.</p>
-<p class="i01">Se trarti di miseria</p>
-<p class="i02"> a me non si concede,</p>
-<p class="i02"> basti l'amor non timido</p>
-<p class="i02"> e l'incorrotta fede;</p>
-<p class="i02"> basti che in tresca oscena</p>
-<p class="i02"> mano non pòrsi a cingerti</p>
-<p class="i02"> nuova e peggior catena.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-I primi versi di questa tenera filiale apostrofe
-sono stati scolpiti sulla base del monumento che
-fra i dolci colli del suo Monsummano lo ricorda
-ai credenti ancora nella religione della patria. Nè
-vi si leggono senza commozione, nè senza pensare
-che forse era quella (a me par di sentirlo con sicurezza)
-la forma evolutiva che ne'tempi novissimi
-avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non
-vide, morendo sull'inizio del salutare decennio
-espiatorio, che ci condusse al '59. Le stanche ossa
-del Poeta posarono nel bel colle di San Miniato;
-e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il
-compianto e l'onoranza d'Italia, per avere,
-</p>
-
-<p class="center min">
-con arguto stile castigando i vizi<br />
-senza toglier fede a virtù,<br />
-inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti<br />
-e delle idee generose.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto
-e cruccioso suo verso; mancò ai giorni delle
-pugne supreme e della vittoria il suo canto augurale.
-Così non paia, o Signori, che sia mancata alla
-decadenza delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine
-dei dopo venuti, all'offuscamento de' principii
-di moralità civile, all'infiacchimento delle energie
-d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe
-esaurita, sia mancata la educatrice satira del Poeta,
-il quale non avrebbe accettato gli si raddoppiassero
-gli anni brevi di vita concessigli, se avesse dovuto
-ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio
-sopra una società intorpidita e restìa, ma il
-flagello di Giovenale sopra una degenerazione di
-cittadini che tradissero le sante speranze della patria,
-per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di
-pianto e di sangue, a sè medesima restituita.
-</p>
-
-<p class="pad1 indl">
-Firenze, 1º marzo 1899.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<h2 id="belli">G. G. BELLI
-<span class="smaller">E LA VITA ROMANA</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">ALFREDO BACCELLI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Per intendere e giudicare convenientemente l'opera
-poetica dialettale di Giuseppe Belli occorre rievocare
-il quadro della vita romana quale fu dal 1830
-al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare
-nell'anima sua e comprenderla.
-</p>
-
-<p>
-Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo
-Pontefice, candido nella veste e magnifico,
-circondato dalle porpore cardinalizie e dallo stuolo
-solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni
-dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe
-come l'immagine della potenza divina in terra; e
-allo splendore delle forme esteriori rispondevano la
-forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge.
-</p>
-
-<p>
-La necessità di accrescere prestigio ai ministri
-della religione e di attrarre genti ed oro alla basilica
-universale aveva moltiplicato le feste e gli apparati;
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-dal <i>Corpus Domini</i> a <i>San Pietro</i>, dal <i>Natale</i>
-e dall'<i>Epifania</i> alla <i>Pasqua</i> erano sempre cerimonie,
-scampanii, processioni: di quando in quando
-canonizzazioni, beatificazioni, pellegrinaggi.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne
-la benedizione del Pontefice dalla loggia Vaticana.
-Sulla piazza formicolavano migliaia di persone. A
-un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si faceva
-profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia
-gestatoria appariva il Pontefice, e, levata la mano,
-benediceva il popolo: le sacre parole sembravano
-squillare nel silenzio della piazza gremita. Dopo la
-benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del
-tamburo, squillavano le trombe. Quasi abbracciati
-dalle due curve delle colonne vaticane, i cattolici
-di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio:
-i romani ammiravano lo splendore della festa ma
-argutamente sorridevano. Sorridevano, perchè quel
-papa divino essi lo conoscevano per un beone volgare,
-quella mistica benedizione vibrante di cristiano
-amore la udivano dalla bocca di colui che ordinava
-supplizi e prigionie; e i cardinali amavano le belle,
-gli alti dignitari vendevano cariche e favori.
-</p>
-
-<p>
-Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva
-un tempo acceso i primi fuochi della Riforma, era
-giunto nella Chiesa di Roma al guadagno quotidiano.
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-Basti rammentare che fino per la benedizione delle
-bestie il calendario notava il suo giorno: quello di
-Sant'Antonio; e si davano candele e si pagavano
-quattrini; e il privilegio, poichè tutto era privilegiato,
-di benedire asini, porci e capre lo godeva la
-confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri
-che venivano nella metropoli e fosse rallegrato il
-popolo (<i>dare panem et circenses</i>), alle feste sacre
-si alternavano le feste profane.
-</p>
-
-<p>
-Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine,
-invitavano ai campi; ma poichè l'agro
-romano non si allieta di floridezze agresti, le gite
-avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle <i>botti</i>
-o <i>nei legni a quattro posti</i> le <i>minenti</i>, avvolte le
-spalle ampie e matronali nei fazzoletti di seta dai
-colori vivaci, col seno opulente, costretto da una
-vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini
-e fermezze d'oro. In altre <i>carrettelle</i>, divisi
-dalle <i>minenti</i>, sedevano i popolani, con le giacchette
-e i calzoni di velluto. Sul cappello fiori:
-e un cantare, un gridare, uno stamburare da per
-tutto. Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli,
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-il sangue scorreva: le guardie del Papa non
-se ne curavano.
-</p>
-
-<p>
-Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali
-romani. I <i>carri</i> con le maschere si commentavano
-come avvenimenti: le battaglie di fiori e
-confetti servivano per accendere gli amori, e sullo
-<i>scalinone</i> del palazzo Ruspoli nel Corso andavano
-a sedere, nascoste dalla maschera, signore nobili e
-belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei
-<i>barberi</i> entusiasmava il popolo, e i <i>moccoletti</i> spenti
-e riaccesi l'ultima sera come una miriade di lucciole
-illuminavano la morte del buon umore. Dopo,
-quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio
-tollerato qualche nuovo reggimento francese o una
-gabella di più, che il divieto del carnevale.
-</p>
-
-<p>
-Si tentava così di distrarre verso le esteriorità
-delle feste l'animo dei romani: si dava sempre
-pascolo all'occhio perchè il cervello non avesse
-tempo di pensare. Guai, se avesse pensato!
-</p>
-
-<p>
-Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli
-più odiosi si concedevano ai favoriti del clero.
-Tutto e tutti dovevano cedere alla tirannia del
-prete, che con la forza della religione dominava
-nelle pareti domestiche, con la forza del governo
-sulle vie e sulle piazze. Non solo l'atto, ma la
-parola, il pensiero, il sentimento erano spiati e sorpresi
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-e violentati; una mano di ferro intollerabile
-comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata,
-la vita pubblica sepolta, le attività intellettuali
-imprigionate, gli affetti domestici insidiati.
-Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma l'eccezione
-conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice,
-eseguì in 68 anni 517 pene capitali; le prigioni
-rigurgitavano; gli esilî erano quotidianamente
-comandati.
-</p>
-
-<p>
-Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per
-l'eccesso del bere, reazionario, freddo, crudele,
-proibiva gli asili d'infanzia, non permetteva la costruzione
-delle strade ferrate e financo vietava ai
-vetturini di percorrere più d'una determinata distanza
-al giorno.
-</p>
-
-<p>
-Con questa mente e con questo cuore, governava
-i Romani. Il suo primo ministro un tiranno: il
-cardinale Lambruschini; il suo favorito un volgare:
-Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il
-cardinal Tosti.
-</p>
-
-<p>
-I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a
-principi e cardinali pesavano aspramente sul popolo;
-l'erario era esausto; s'imponevano nuove gabelle,
-la rapace <i>mano regia</i> colpiva fulmineamente i cittadini,
-e non si esitava a contrarre debiti all'enorme
-tasso del 65 per 100.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831,
-soffocati dalla reazione più crudele, successero la
-carestia e il colèra del 1837.
-</p>
-
-<p>
-Nè ai danni morali e materiali potevano riparare
-i romani. Essi non conoscevano industrie, non
-conoscevano commercio: le campagne squallide e
-deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi
-scientifici tarpati e rinviliti dal dogma e dallo spirito
-retrivo; le arti e le lettere languenti. Ai romani
-il governo papale, per dominare sicuro con le
-baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente
-che sa far valere il giusto e l'onesto, il
-virile esercizio delle armi che tempra il carattere
-e prepara alle lotte, la produttività economica che
-dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se
-pur avesse voluto insorgere, non avrebbe saputo come
-nè con quali mezzi: e se voleva vivere, doveva ricevere
-il pane dal principe padrone o dalla bottega
-ecclesiastica.
-</p>
-
-<p>
-Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e
-frati, non sapendo o non potendo vincere i cattivi
-istinti, diffondevano la corruzione e dovevano, per
-difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia.
-Il malo esempio dalle più alte cime discendeva alle
-radici: dal cardinale, al monsignore, al curato, al
-prete; dalla principessa, alla ricca borghese, alla
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano
-agli umili i proprî favori: molte avevano
-più d'un amante: non rari mariti conoscevano e
-accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie:
-la facile concessione si pagava con doni o con sussidi;
-e se una ragazza si sentiva madre e invocava
-l'aiuto del curato o d'altro prete, ben dotata andava
-a marito.
-</p>
-
-<p>
-Le vie della città sudicie: non decoro edilizio,
-non cura d'igiene, non comodo moderno. La notte
-rari lumi rompevano le tenebre delle viuzze tortuose:
-qua e là Madonne e Santi con lampade accese.
-I ladri imperavano da padroni, assalendo e
-depredando case e viandanti, senza che il Governo
-si curasse di proteggere la vita e gli averi dei cittadini.
-Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie;
-il turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari
-pietà negligenza; pei politici rigore tirannico; la
-libertà al ladro <i>transeat</i>, ma al giacobino non mai.
-</p>
-
-<p>
-Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura
-del popolo?
-</p>
-
-<p>
-Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata
-da ossigeno di piante, e forse anche l'eredità per
-l'ozio e l'abbandono secolare facevano il romano
-grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio, buon
-senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-ed entusiasmo. La storica grandezza lo aveva
-fatto superbo, il governo papale ignorante ed ozioso.
-</p>
-
-<p>
-I romani erano grandi di animo: davano generosamente
-e non temevano la morte. Il <i>decus</i> antico
-come era rimasto nella linea del volto e del
-fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento
-e nel tratto virile, ma sforzato e falsato e contorto
-dai mali influssi clericali; la dignità era degenerata
-in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri
-nella forma e propensi al lazzo, amavano il bel
-tempo e lo <i>scialo</i>, odiavano l'attività laboriosa.
-Eleganza di vita, squisitezza di sentimento, cortesia
-di forma non sapevano che fossero.
-</p>
-
-<p>
-Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa
-esaltazione di santi e d'immagini miracolose
-perchè potesse fiorire nel cuore del popolo la fede
-pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica
-era stata sostituita alla mistica adorazione
-dello spirito, la fede cedette il luogo alla superstizione.
-L'ignoranza e la fantasia diedero a questa
-corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie
-e chimere.
-</p>
-
-<p>
-L'ozio generava la mendicità, che governo e
-ambiente fomentavano: fare il povero era un'industria,
-si prendevano più che ora in affitto i bimbi
-per impietosire i passanti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti,
-quale doveva mostrarsi il popolo romano
-di fronte al governo tirannico e tristo?
-</p>
-
-<p>
-Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale
-per conoscere i mali profondi e dolersene: l'acume
-del retto giudizio gl'insegnava diagnosi e critica:
-ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non
-gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità
-naturale e l'abito dell'ozio gli vietavano di
-pensare al riparo e di porre in atto i propositi.
-La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva
-l'ira. Che poteva restare? Quella che nella tradizione
-storica germogliò spontanea nell'animo dei
-romani, dalle antiche atellane alle moderne pasquinate:
-la satira.
-</p>
-
-<p>
-Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava
-a sangue uomini e costumi, non senza, talvolta,
-qualche tenue vena di <i>humour</i>, soffio moderno
-nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il
-Belli, una maschera originale riassumeva la satira:
-quella di Cassandrino, impersonata in Filippo Teoli.
-Filippo Teoli era un orafo che il giorno lavorava
-ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera,
-di fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva
-le sue marionette, motteggiando e deridendo.
-«Cassandrino (annota il Belli a un suo sonetto),
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito
-alla moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma
-arguto molto e fecondo di popolali facezie, che
-esprime con una voce veramente atta a muovere
-le risa»<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli
-come fonte della sua poesia dialettale.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli
-ultimi nomi impostigli al fonte battesimale) nacque
-in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio
-e da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati
-computisti: il padre, con maggior fortuna e decoro,
-aveva intrapreso il commercio. Durante i rivolgimenti
-politici, poi che il generale Valentini, dalla
-famiglia Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi
-mandato a morte, essa fu costretta a fuggire. Ma,
-passando la notte in un albergo del Regno di Napoli,
-fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-quanto possedeva. E in Napoli l'attendevano nuovi
-pericoli e stenti.
-</p>
-
-<p>
-Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII
-volle compensare il fedele amico, e Gaudenzio Belli
-ottenne un lucroso ufficio nella darsena di Civitavecchia.
-Allora i parassiti si addensarono intorno
-a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava
-di feste e di risa, aperta a conviti di allegre
-brigate. Il piccolo Giuseppe, austeramente trattato
-dal padre, non si compiaceva di quei chiassi e di
-quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico,
-cercava la solitudine, fantasticava sentimentalmente
-la sera presso la riva del mare, e sovente si ritrovava
-cogli occhi umidi di pianto.
-</p>
-
-<p>
-La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di
-settemila scudi da sette grassatori mascherati,
-presso Civitavecchia, e così il futuro poeta satirico
-cominciava a conoscere per esperienza propria come
-fossero difesi le persone e gli averi dei cittadini
-dal governo pontificio.
-</p>
-
-<p>
-Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava
-poco attento e volenteroso nello studio del latino;
-ne le pene gravi (per essersi ritenuto un soldo il
-padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera
-buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia,
-Gaudenzio, prodigo della vita come già delle
-sostanze, si diede a curare i galeotti e a tentar ripari
-contro il flagello; ma prese egli stesso il contagio
-e ne morì.
-</p>
-
-<p>
-Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe,
-mandato alla scuola, studiava e vinceva i compagni,
-ma era insofferente delle battiture, metodo
-scolastico allora in voga; e non volendo sopportare
-una ingiusta pena abbandonò la classe.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto
-appena, costretto a pensare alla famigliuola orfana
-e a soffrire amaramente della pietosa ospitalità
-dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della
-concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti
-lo venivano così formando pessimista.
-</p>
-
-<p>
-Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi,
-accenna a prendere la via dei disordini e a
-frequentare le male compagnie; così si eccita e si
-anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico
-motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17
-anni scrive i primi versi, italiani, che, come tutti
-gli altri italiani scritti dopo, erano senza impeto
-di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza
-grazia di forma.
-</p>
-
-<p>
-Dopo essere passato dall'uno all'altro officio,
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-ottenne una grama pensione e soffrì la fame. Migliorò
-stato entrando come segretario del Principe
-Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto
-il fratello gli moriva e la sorella si votava monaca.
-</p>
-
-<p>
-Egli proseguiva negli studi letterari; fondava
-insieme con altri nel 1813 l'Accademia Tiberina — era
-quello il tempo delle Accademie, vere cooperative
-d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche
-e specie di quelle dell'Ossian, continuava
-a comporre, oscillando tra varie forme. Il primo
-suo volumetto stampato fu: <i>La Pestilenza stata in
-Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII</i>,
-scritta, secondo afferma lo Gnoli<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>, nel 1812 e
-nel 1813.
-</p>
-
-<p>
-Ma la sua attività intellettuale non si arrestava
-allo scriver versi; egli studiava le scienze fisico-chimiche
-e fisico-matematiche, e ne scriveva; studiava
-la lingua francese e l'inglese; si addestrava,
-come un meccanico, a costruire ingegni; leggeva
-molti libri e ne scriveva sunti ordinati; osservava
-avvenimenti, vita, costumi, e annotava le osservazioni.
-Si occupava anche di storia e geografia, e
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-suonava il violino; nè ometteva di copiare lunghi
-brani dei libri letti.
-</p>
-
-<p>
-Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non
-aveva mai amato ne ammirato Napoleone, acclamò
-quello in versi, assai violenti contro gli empi.
-</p>
-
-<p>
-Di lui intanto si invaghiva la signora Maria
-Conti, vedova del conte Pichi, ricca ma di dieci anni
-maggiore. Egli voleva resistere, per non essere mantenuto
-dalla moglie; ma alla fine, nonostante la
-contrarietà dei parenti di lei, si piegò per la promessa,
-dalla Conti stessa ottenuta, di un ufficio
-presso il Governo, con dieci scudi mensili di stipendio.
-E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-Presso le compagnie il Belli era noto come un
-burlone, un collettore e arguto raccontatore di aneddoti
-e facezie, abilissimo nel contraffare altrui.
-</p>
-
-<p>
-Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e
-tranquillità attendere ai suoi studi; intraprese dei
-viaggi annuali, durante i quali molto osservava ed
-annotava; e s'innamorò anche di una marchesina,
-che dapprima parve corrispondergli, poi si maritò
-per amore. A lei rimase, per altro, legato sempre
-da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la figliuola
-di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito.
-</p>
-
-<p>
-Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-costretto ad attendere, se la passava lietamente, ed
-ebbe tempo e piacere di correre, nel carnevale, mascherato
-per le vie di Roma, dicendo facezie. Mentre
-viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto
-scrisse, e comprese quanto la vita sua differisse
-da quella di Roma), nel Settembre del 1827
-acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del
-Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo
-alla poesia dialettale; alla quale più liberamente
-potè dedicarsi uscendo, come fece, nel 1828
-dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina.
-Ed ecco giunto, quand'egli contava poco meno
-che quarant'anni, il felice periodo della sua gloria;
-periodo non lungo, durante il quale scrisse più di
-duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando
-Chiesa, clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale,
-celebrato. I sonetti si diffondevano manoscritti per
-Roma, e tutti li conoscevano e li ammiravano.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi
-finanziari, dei quali egli si sgomenta. Il colèra
-invade Roma e fa strage; e Giuseppe, temendo
-di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta,
-i suoi sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di
-morte, la distruzione... Nel 1838 rientrava nell'Accademia
-Tiberina; nel 1839 pubblicava, editore il
-Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno;
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-e nel 1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI
-che aveva flagellato ne' sonetti, perchè gli concedesse
-un ufficio da lucrare; e a ciò lo persuase il
-grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo
-avuto dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima
-cura della sua vita.
-</p>
-
-<p>
-Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della
-moglie al 1849, ultimo della sua musa dialettale,
-cioè in 12 anni, il Belli non scrisse che 318 sonetti;
-mentre dal 1828 (non importa tener conto
-dei soli quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè
-degli otto senza data) al Luglio del 1837, cioè in
-9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812.
-</p>
-
-<p>
-Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più
-di 40 scudi mensili di stipendio, il Belli scrisse
-ancora sonetti aspri e fieri contro il Pontefice e il
-Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli
-ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con
-l'assegno cui avrebbe avuto diritto se avesse prestato
-l'opera sua per 37 anni; e fu questo un singolare
-favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè
-tacere dischiuse una nuova fioritura romanesca
-(in poco più di 3 anni circa duecento sonetti) e continuò
-a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali e
-dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva
-diversamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<p>
-Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX,
-pontefice liberale; ma le violenze e i torbidi della
-repubblica che successe compirono la metamorfosi;
-e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel
-testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi;
-e li consegnò al Tizzani perchè li bruciasse.
-Ma fu notato che, se avesse voluto bruciarli davvero,
-li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò,
-e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi
-quella completa del Lapi, degnamente curata dal
-Morandi.
-</p>
-
-<p>
-Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore
-del clero scrisse in lingua italiana un
-violento sonetto contro il Mazzini e i liberali; e
-prestò poi l'opera sua alla censura pontificia; e si
-mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo.
-Attese a volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario,
-e nel 1859 scrisse due componimenti in ottave
-sulla Passione. Ma la trasformazione dei
-sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la
-trasformazione dell'arte: la splendida parentesi di
-gloria aperta dal 1828 al 1845 si era chiusa, e il
-Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore
-italiano men che mediocre.
-</p>
-
-<p>
-Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre
-era morto da un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella
-posta ho riferito semplice e nuda di osservazioni e
-di giudizî, quale appare a noi la figura morale e
-intellettuale di Giuseppe Belli?
-</p>
-
-<p>
-Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie,
-dall'amore sviscerato che portò al figliuolo, dall'affetto
-che lo strinse agli amici, dalla benevola consuetudine
-che serbò verso la marchesina e la famiglia
-sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo
-affettuoso e soprattutto aperto ai sentimenti domestici,
-miti e quieti. Anzi, la sua casa e tutto quanto
-lo circondava amava così, da non tollerare il più
-lieve mutamento. Il che significa timidezza di spirito
-e misantropia e amore grande all'irradiamento
-dell'<i>io</i>.
-</p>
-
-<p>
-Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime
-adolescenti nella solitudine della riva del
-mare, le sue ripetute dichiarazioni e il concetto
-pessimista che si era formato degli uomini e della
-vita. Ma non era melanconia elegiaca: la punta
-della vendetta luccicava nella nera visione del mondo
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto dei rovesci del
-commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre
-lui in Ispagna era stata invece mandata con
-grano in Africa. L'umore melanconico doveva atteggiarsi
-dunque più allo scherno e al sarcasmo
-che al lamento e alle lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano
-quanto più rettamente morale s'era formato l'animo
-suo e sconciamente immorale appariva l'ambiente.
-</p>
-
-<p>
-Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo
-sdegno sgorgavano dal cuore del Belli, perchè l'animo
-era mite e debole ed amava la pace e non sapeva
-entusiasmarsi.
-</p>
-
-<p>
-Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva,
-annotava, copiava, e la minuzia con cui osservava
-e il suo diletto negli studi della fisica, della chimica,
-della meccanica; la scarsa parte da lui presa
-ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione
-del pensiero, alle grida di patria e libertà
-di cui fremeva la nuova aria italiana, sa come la
-sua non fosse natura ardente e vibrante.
-</p>
-
-<p>
-L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i
-casi della vita, pei quali fin da fanciullo aveva dovuto
-tremare nelle tempeste politiche e nei forti
-venti della rivoluzione, costituirono un carattere
-timido e fiacco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava
-all'esauriente giogo burocratico e adempiva scrupolosamente
-il suo dovere di buon impiegato — vada
-la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto
-fondo della sua coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza
-del suo spirito.
-</p>
-
-<p>
-Egli della cosa pubblica non si interessò quanto
-avrebbe dovuto un buon cittadino. La sua mente
-non si fermò a riflettere sui grandi problemi del
-tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza
-piena del pensiero; nè alla deficienza del contenuto
-politico intellettuale poteva supplire l'impeto
-santo del cuore e il sentimento generoso, perchè
-la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In
-quegli anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo
-e spazzando, ed ora partivano da mezzodì, ora
-da settentrione, conveniva avere animo fermo come
-torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e
-conservare sempre il carattere medesimo in mezzo
-ai più contrarî ambienti. Egli invece, che pensava
-e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si
-piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò
-plasmare dalla mano del fato e dagli avvenimenti.
-</p>
-
-<p>
-Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli
-affetti domestici che sentiva, sacrificò i politici che
-non sentiva e immolò la patria al figlio, la geniale
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e
-chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI
-che aveva vilipeso?
-</p>
-
-<p>
-Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore,
-non tacesse, e continuasse a scrivere sonetti
-acri e pungenti; e neppur questo gli fa onore, chè
-il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e
-l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure
-da apprezzare. Ma anche pei mutamenti improvvisi
-e radicali occorrono caratteri; i deboli cercano sempre
-di conciliare il passato col presente e d'essere
-quelli che sono, pur non lasciando di essere quelli
-che erano.
-</p>
-
-<p>
-Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo
-e all'ultimo periodo della sua vita, conviene rispondere
-di sì; se si pone mente al periodo medio, a
-quello del Belli geniale, conviene rispondere di no.
-Il vero è ch'egli in religione come in politica non
-fu saldo e non ebbe pensieri chiari e certi, come non
-ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a lui
-l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione
-familiare, fu religioso; quando prevalse lo
-spirito dei tempi nuovi e la letteratura volterriana
-e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede scomparve;
-quando tornò l'onda reazionaria, e il suo
-timido carattere ebbe sentito orrore degli eccessi
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-rivoluzionari e la vecchiezza discese, come un tramonto
-lunare, a velar passioni e fantasie e a destare
-pensieri e melanconie della futura notte dell'altra
-vita, il Belli credette di nuovo.
-</p>
-
-<p>
-Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto
-era vigoroso. Noi che conosciamo ora il suo cuore,
-sappiamo ch'egli non poteva levarsi alle altezze sublimi
-del sentimento vivificatore, che non poteva
-con impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo
-sguardo sagace nessun aspetto di cosa o movimento
-d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva e giudicava,
-raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre
-cogliere il particolare caratteristico, la nota significativa;
-assuefatto a raggruppare e a scegliere,
-aveva acquistato una rara maestria selettiva così pel
-fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto
-e paziente, riusciva maravigliosamente nel
-lavoro della perfetta composizione e della assidua
-lima.
-</p>
-
-<p>
-Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante;
-dotato di fine gusto, sapeva sempre dar rilievo
-di forma al pensiero.
-</p>
-
-<p>
-La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se
-talvolta vietavano gli alti voli, davano un sapore di
-sagacia e di verità alle sentenze. Della verità e della
-semplice schiettezza la sua mente chiara e sana era
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi,
-senza passare a traverso la trasformazione di
-pensieri convenzionali e di forme retoriche, manifestava
-puramente il vero.
-</p>
-
-<p>
-Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare
-lampi geniali d'altezze sintetiche, non lusso smagliante
-di fantasia, non impeti gagliardi di sentimenti;
-ma potenti rivelazioni di anime, verità ed
-evidenza insuperabili di rappresentazione, vivacità,
-arguzia, satira, buon senso, sano giudizio: rilievo
-e perfezione di forma, fusione d'armonia nel componimento
-e varietà infinita di particolari.
-</p>
-
-<p>
-Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse
-sonetti ne' quali all'impeto prevale l'euritmia, al
-grande quadro è sostituito il particolare vivace, e
-l'arguzia finale ha singolare importanza. Per coteste
-qualità egli non parla mai, ed evita così di
-esprimere il sentimento suo, ma fa muovere e parlare
-gli altri, nei quali talvolta si rimpiatta; e la
-sua timidità gli permette di esprimere così più
-liberamente il pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Esaminando fra poco il metodo di cui egli si
-servì e l'opera sua — intendo sempre parlare dell'opera
-dialettale, chè della italiana non importa
-discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero
-necessaria conseguenza dell'uomo e del tempo, e
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-come all'uomo e al tempo si attagliassero; e però
-la poesia del Belli è grande arte.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più
-artista che poeta, ed ebbe grande potenza di assimilazione.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo
-e la mente del Belli, cioè la fonte della ispirazione
-e il generatore dell'opera, sarà agevole intenderla
-cotesta opera, sia pel proposito che per l'esecuzione.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada
-amico suo, da più scrittori riprodotta, ebbe cura di
-esprimere così chiaramente e compiutamente il proprio
-pensiero, da risparmiarci il lavoro della interpretazione.
-</p>
-
-<p>
-«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi
-da plebe. Ne ho sino ad oggi in centocinquantatrè
-sonetti, sessantasei de' quali scritti dopo la
-metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e
-unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire
-dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che
-questa serie di poesie vada a prendere un aspetto
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-di qualche cosa, da poter forse davvero restare
-per un monumento di quello che oggi è la plebe
-di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità:
-e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche,
-la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie,
-e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene,
-a mio giudizio, una impronta che la distingue
-d'assai da qualunque altro carattere di
-popolo. Nè Roma è tale, che la plebe di lei non
-faccia parte di gran cosa, di una città cioè di
-sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra
-non iscompagnarsi da novità la mia idea. Un disegno
-così colorito non troverà lavoro da confronto
-che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano
-quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza
-ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni
-di sintassi o troncamenti di licenza, se non
-quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso;
-insomma, cavare una regola dal caso e una grammatica
-dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero
-poetico deve uscire come per accidente dal casuale
-accozzamento di correnti e libere parole e frasi,
-non iscomposte giammai, nè corrette, nè modellate,
-nè accomodate con modo diverso da quello
-che ci può mandare il testimonio delle orecchie.
-Che se con simigliante corredo di colori nativi
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita
-e la religione del nostro popolo di Roma, avrò,
-credo, offerto un quadro di genere, non disprezzabile
-da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
-Non casta, non religiosa talvolta, sebbene
-devota e superstiziosa, apparrà la materia e la
-forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio,
-non per dare un modello, ma sì una traduzione
-di cosa già esistente, e più lasciata senza
-miglioramento.»
-</p>
-
-<p>
-Il disegno, come si vede, era vasto e geniale:
-ed egli doveva (le qualità dell'animo e dell'ingegno
-le abbiamo conosciute) colorirlo con perfezione
-di particolari, sia per la diligenza del raccogliere,
-sia per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto
-dello scegliere, sia per l'assidua cura della schiettezza,
-della semplicità e del rilievo di forma.
-</p>
-
-<p>
-Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli
-stesso e ne son rimaste le prove: ed è il metodo
-più pedantescamente <i>verista</i> che si conosca, da disgradarne
-lo stesso Zola.
-</p>
-
-<p>
-Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie,
-tutti i luoghi nei quali conveniva la plebe di
-Roma: e colà guardava, udiva osservava e rammentava.
-La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo
-o di un racconto, quando egli col suo fine gusto artistico
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-comprendeva che se ne potesse trarre un
-quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano il
-<i>motivo</i> del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini
-di carta. E v'aggiungeva l'immagine saliente o la
-frase arguta finale ed anche qualche espressione più
-significativa per caratteristica naturalezza; immagini,
-frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della
-plebe. Così in ciascuno di quei fogliolini che egli
-custodiva con cura stava il germe e lo scheletro
-d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza
-stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare
-del popolo gli erano passati, dopo tanta consuetudine,
-in succo ed in sangue.
-</p>
-
-<p>
-Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima
-origine? No certo; come assai note rimasero nei
-fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così è da
-credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia
-del poeta, senza il soccorso delle note. Ma la sua
-memoria, per quel continuo esercizio di ascoltare,
-scegliere e raccogliere, era così piena di vita e di
-discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo
-comporre sonetti romaneschi era così atteggiata
-a quel genere di creazione, che anche i sonetti
-scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano
-che l'effetto, più o meno avvertito, di immagini
-fotografate nel cervello e di materia raccolta e,
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-dopo una trasformazione chimica intellettuale, assimilate.
-</p>
-
-<p>
-La prova più convincente che l'<i>io</i> del poeta
-aveva nella creazione di quell'opera una parte modesta
-è offerta dalla grigia mediocrità di tutti i
-versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il
-poeta romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile,
-se egli fosse l'unico autore di tutti i
-suoi versi. Il vero è che la principale autrice del
-grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui
-arguzia e il cui umore satirico son celebri nella
-storia.
-</p>
-
-<p>
-Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere
-fra le migliaia di fatti, d'immagini, d'espressioni
-che gli passavano dinanzi, i tratti essenziali
-del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di
-averli saputi riprodurre con una verità e con un
-colorito dei particolari e con una fedeltà ed una
-schiettezza di rappresentazione, da metterci innanzi
-il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte.
-E però egli è grande e fra i poeti italiani
-del secolo occupa un luogo eminente; ma creatore
-non è.
-</p>
-
-<p>
-Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto
-in lui la lettura del Porta; ed alcuno affermò che
-il Porta generò il Belli. Io non credo: corre troppo
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-grande differenza tra i due poeti. Che se da vero
-la lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei
-sonetti del Belli, questi non avrebbero cominciato a
-piovere nel 1829, quando il Porta era stato letto da
-lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel
-1828. Credo perciò che il Porta possa aver acceso
-nel Belli il desiderio di scrivere in dialetto; ma
-non più di questo. Ripeto ancora; il poema belliano
-è dovuto in gran parte alla plebe di Roma.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella
-sua maravigliosa varietà; ed apprezzarne i principali
-motivi e le forme principali<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Ammirandolo,
-troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e
-intorno alla vita romana e intorno al poeta.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da
-quella mente, attraverso i giudizi del popolo di
-Roma, doveva generare poesia specialmente satirica.
-E la satira difatti tinge del suo colore la
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-massima parte della produzione belliana: così che
-il Belli è universalmente noto come poeta satirico.
-</p>
-
-<p>
-La satira, per la vita romana del tempo, doveva
-esercitarsi e si esercitò massime sulla religione, sul
-governo e sul clero; e doveva essere, come fu, acre
-e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e
-sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e
-quasi venata di un <i>humour</i> bonario.
-</p>
-
-<p>
-Della religione il Belli scrisse come chi non ha
-la radiosa visione di Dio, non il dolce conforto
-della fede, per essere stati spenti l'una e l'altro
-dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità
-dei dogmi, dagli eccessi del culto. La sinistra luce
-che dal prete egli proietta anche sulle più pure concezioni,
-come Cristo e Maria, spiace, perchè spiace
-ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente,
-la frase scultoria abbattono con tale violenza
-idoli, costruzioni teologiche e precetti preteschi,
-che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel
-mondo abbia roteato la clava di Ercole.
-</p>
-
-<p>
-Un povero popolano invoca per la moglie malata
-il miracolo di Santa Filomena e offre candele al
-prete: (III. 339).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio</p>
-<p class="i02"> Me disce, vostra mojje a cche sse trova?</p>
-<p class="i02"> Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.»</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span></p>
-<p class="i01">E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova?</p>
-<p class="i02"> Rieccheve li moccoli, perch'io</p>
-<p class="i02"> Nun vojjo scredità una santa nova.»</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa
-d'aver crocifisso Gesù: Gesù discese in terra
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Cco' l'idea de quer zanto venardì.</p>
-<p class="i01">Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà,</p>
-<p class="i02"> Subbito che llui venne pe' mmorì,</p>
-<p class="i02"> Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo
-Spirito Santo, che nei dipinti figura dipinto all'orecchio
-suo?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Va spargenno pe Rroma un framasone</p>
-<p class="i02"> Ch'er papa san Grigorio tammaturco</p>
-<p class="i02"> Era un furbo e un maestro de finzione.</p>
-<p class="i01">E pprotenne quell'anima de turco</p>
-<p class="i02"> Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione,</p>
-<p class="i02"> Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati,
-mentre il figliuolo di Dio non li ebbe?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Fijjo, disce, voi sete un iggnorante,</p>
-<p class="i02"> E nun zapete come li peccati</p>
-<p class="i02"> Hanno fatto la cchiesa militante.</p>
-<p class="i01">Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui,</p>
-<p class="i02"> E ssi Ccristo teneva li sordati,</p>
-<p class="i02"> Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo
-che racconta i suoi mali e le sanguigne sofferte,
-esclama: (II. 325).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje!</p>
-<p class="i02"> L'esercito der Papa nun ce tiggne</p>
-<p class="i02"> La terra, manco in trentasei bbattajje.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù
-dell'Ara Coeli ribalta: (V. 132).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La cosa in zè mmedema nun è ggnente,</p>
-<p class="i02"> Ma a sti tempi che ppoco sce se crede</p>
-<p class="i02"> Va' cche impressione possi fà a la ggente!</p>
-<p class="i01">Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego</p>
-<p class="i02"> De miracoli, e llui non ze tiè in piede!</p>
-<p class="i02"> Prima càrita ssincipi tabbègo.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno
-della tesi, è un'uscita geniale. Ne potrebbe
-essere più comica l'antitesi in Santa Rosa: (II. 366).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Santa Rosa era sciuca e annava a scola;</p>
-<p class="i02"> E ffascenno la cacca a la ssediola,</p>
-<p class="i02"> Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E, prima di riferire qualche saggio di satira politica,
-importa riprodurre per intiero <i>Er fugone
-de la sagra famijja</i>, in cui la forza satirica, velata
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-dalla forma burlesca, raggiunge il vertice
-dell'arte: (II. 19).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ner ventisette de dicemmre a lletto,</p>
-<p class="i02"> San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto</p>
-<p class="i02"> Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto</p>
-<p class="i02"> Provanno scerti nummeri dell'otto;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri
-pel lotto, ponendoli la notte sotto il guanciale).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cuanno j'apparze in zogno un angeletto</p>
-<p class="i02"> Cór un lunario che ttieneva sotto;</p>
-<p class="i02"> E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto,</p>
-<p class="i02"> Che festa viè qui ddrento a li ventotto.»</p>
-<p class="i01">Se svejjò San Giuseppe com'un matto,</p>
-<p class="i02"> Prese un zomaro ggiovene in affitto,</p>
-<p class="i02"> E pe' la prescia manco fesce er patto.</p>
-<p class="i01">E cquanno er giorno appresso uscì l'editto,</p>
-<p class="i02"> Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto</p>
-<p class="i02"> Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella satira politica (e se ne intende agevolmente
-la ragione) il Belli è anche più violento ed amaro.
-Papi, cardinali, monsignori, curati, preti, frati, governatori,
-decani, favoriti, tutti son frustati; il mal
-costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle
-amministrazioni, i lussi sfrenati, le acerbità del
-Fisco, le crudeltà delle persecuzioni politiche e la
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono
-immortalmente designati all'odio e al disprezzo
-degli uomini, in figure che paiono fuse nel bronzo.
-</p>
-
-<p>
-Papa Gregorio era un beone.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ho sentito mo ppropio de risbarzo</p>
-<p class="i02"> (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore)</p>
-<p class="i02"> Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore</p>
-<p class="i02"> Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo).
-</p>
-
-<p>
-Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il
-Belli scrive cotesto capolavoro:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">Er Viatico de l'antra notte.</span> (V. 99).</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Notte addietro, ar quartier de la Reale</p>
-<p class="i02"> De San Pietro, le scento sintinelle</p>
-<p class="i02"> Strillòrno <i>all'arme!</i> e a lo strillà de quelle</p>
-<p class="i02"> Er tammurro bbattè la ggenerale.</p>
-<p class="i01">Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale</p>
-<p class="i02"> E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle</p>
-<p class="i02"> Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle?</p>
-<p class="i02"> Passà immezz'a ddu torce er Prencipale.</p>
-<p class="i01">Cor naso mezzo drento e mezzo fora,</p>
-<p class="i02"> Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia.</p>
-<p class="i02"> Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!»</p>
-<p class="i01">Povero frate! è ttanto scacarcione</p>
-<p class="i02"> Che ssi una rondinella passa e ffischia</p>
-<p class="i02"> La pijja pe' na palla de cannone.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel
-Sant'Angelo, perchè (V. 290).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco</p>
-<p class="i02"> Er Zanto Padre, si jje fanno spalla</p>
-<p class="i02"> Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco.</p>
-<p class="i01">E ssotto la bbanniera bianca e ggialla,</p>
-<p class="i02"> Po ddà commidamente da quer' loco</p>
-<p class="i02"> Binedizzione e ccannonate a ppalla.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco lo specchio del governo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro</p>
-<p class="i02"> Che cqualúnque malanno che sse dia</p>
-<p class="i02"> S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro.</p>
-<p class="i02"> Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria:</p>
-<p class="i01">Cquanno se vede che lo stato sbuzzica,</p>
-<p class="i02"> E che er ladro se succhia tutto er grasso,</p>
-<p class="i02"> E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica;</p>
-<p class="i01">Tu allora, che lo vedi de sto passo.</p>
-<p class="i02"> Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica.</p>
-<p class="i02"> Che ccurre curre fin che ttrova er sasso.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si
-fermò.
-</p>
-
-<p>
-Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della
-Religione, perchè (III. 146).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che bbella cosa sarìa stata ar monno</p>
-<p class="i02"> De vede er Nazzareno a ffà la guerra</p>
-<p class="i02"> E a scrive editti fra vviggijja e ssonno!</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span></p>
-<p class="i01">E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra,</p>
-<p class="i02"> E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno</p>
-<p class="i02"> A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è
-da far festa.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Poveri scechi! E nun ve sète accorti</p>
-<p class="i02"> Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato</p>
-<p class="i02"> Se poterìa chiamà <i>Llibbro de morti</i>? (III. 345).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco come si vive a Roma:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">Er ventre de vacca.</span> (II. 347).</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Na setta de garganti che rrameggia</p>
-<p class="i02"> E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli;</p>
-<p class="i02"> Un Papa maganzese che stancheggia,</p>
-<p class="i02"> Promettennosce tordi e cce dà ggrilli;</p>
-<p class="i01">N'armata de Todeschi che ttraccheggia,</p>
-<p class="i02"> Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:</p>
-<p class="i02"> Un diluvio de frati che scorreggia,</p>
-<p class="i02"> E intontisce er Zignore cò li strilli:</p>
-<p class="i01">Preti cocciuti ppiù dde tartaruche;</p>
-<p class="i02"> Edittoni da facce un focaraccio.</p>
-<p class="i02"> Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:</p>
-<p class="i01">Li cuadrini serrati a ccatenaccio;</p>
-<p class="i02"> Furti, castell'in aria e ffanfaluche:</p>
-<p class="i02"> Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli
-io debbo sovente riferire immagini e parole sconvenienti
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-e rozze; le ho, per quanto era possibile,
-evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari
-a lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche)
-un ultimo quadro di <i>genere</i> e passeremo
-ad altri argomenti.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">Er logotenente.</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Come intese a cciarlà der cavalletto,</p>
-<p class="i02"> Presto io curze dar sor logotenente:</p>
-<p class="i02"> «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto....</p>
-<p class="i02"> Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.»</p>
-<p class="i01">Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto.</p>
-<p class="i02"> Lui cor un zenno manna via la gente:</p>
-<p class="i02"> Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto:</p>
-<p class="i02"> Tu' marito lo voi reo o innoscente?»</p>
-<p class="i01">«Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:»</p>
-<p class="i02"> E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo</p>
-<p class="i02"> Me schiaffa la man dritta drent'ar busto.</p>
-<p class="i01">Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!»</p>
-<p class="i02"> E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto:</p>
-<p class="i02"> Annate via: vostro marito è rreo.»</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori
-satirici la vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole
-anche perchè inedito. Ne possiede il manoscritto
-l'egregio professor Pio Spezi, studioso del nostro
-poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua.
-Eccolo:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">Er capitolo.</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Li frati ereno trenta; e ffra costoro</p>
-<p class="i02"> Venuto er giorno de creà er guardiano,</p>
-<p class="i02"> Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano,</p>
-<p class="i02"> Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro.</p>
-<p class="i01">Ellì, a uno a uno, ognun de lóro</p>
-<p class="i02"> (Comincianno, s'intenne, dar più anziano)</p>
-<p class="i02"> Co una cartina siggillata in mano,</p>
-<p class="i02"> Annò a fficcalla in un bussolo d'oro.</p>
-<p class="i01">Fatto questo se venne a la lettura:</p>
-<p class="i02"> Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto,</p>
-<p class="i02"> Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura....</p>
-<p class="i01">Inzomma un doppo l'antro un terremoto</p>
-<p class="i02"> De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto</p>
-<p class="i02"> Perchè tutti li frati ebbeno un voto.</p>
-<p class="i18"> 7 marzo 1836.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Abbiamo detto che la satira del Belli non si
-arrestò alla Chiesa, ma, sebbene non senza bonarietà,
-si esercitò anche sui costumi della borghesia
-e della plebe.
-</p>
-
-<p>
-La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia,
-la prodigalità dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza,
-la dissolutezza del costume, l'indulgenza
-verso il reato, l'inganno nel commercio sono effigiati
-in vive ligure.
-</p>
-
-<p>
-Una popolana dà pegni al Monte di Pietà:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter
-bagordare il Martedì Grasso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena;</p>
-<p class="i02"> E prima me daria la testa ar muro,</p>
-<p class="i02"> Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tutta la nostra gran zoddisfazzione</p>
-<p class="i02"> De noàntri quann'èrimo regazzi</p>
-<p class="i02"> Era a le case nove e a li palazzi</p>
-<p class="i02"> De sporcajje li muri còr carbone</p>
-<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Quelle so bbell'età, per Dio de leggno!</p>
-<p class="i02">Sibbè ch'adesso puro me la godo,</p>
-<p class="i02">E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E come s'educano i figliuoli?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino;</p>
-<p class="i02"> Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato.</p>
-<p class="i02"> No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino</p>
-<p class="i02"> Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Queste sono le <i>grazziette de mamma</i>: (V. 63).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio</p>
-<p class="i02"> De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna.</p>
-<p class="i02"> Per avèmme levata da st'impiccio.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span></p>
-<p class="i01">Questa è l'aricompenza, eh? de le pene</p>
-<p class="i02"> De' na povera madre che s'affanna,</p>
-<p class="i02"> Vassalla infame, p'educatte bbene?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo
-che deride il padrone perchè studia astronomia e
-pesa l'aria senza <i>stadera</i>. (V. 17).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria!</p>
-<p class="i02"> Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni</p>
-<p class="i02"> Se pagherebbe dodiscionce d'aria.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17).</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della
-fiacca e oziosa vita delle case romane di quel tempo
-meglio del sonetto sulla elezione di Papa Gregorio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce</p>
-<p class="i02"> Dava la pappa ar fijjo piccinino;</p>
-<p class="i02"> Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino</p>
-<p class="i02"> Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.</p>
-<p class="i01">Peppandrea s'allustrava la vernisce</p>
-<p class="i02"> De la tracolla, e io stavo ar cammino</p>
-<p class="i02"> A accenne cor zoffietto uno scardino</p>
-<p class="i02"> De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190)</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco il <i>confiteor</i> del romano: (IV. 35).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tutta la mi' passione Sarvatore</p>
-<p class="i02"> Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente;</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span></p>
-<p class="i02"> E quanno che sto in ozzio, propiamente</p>
-<p class="i02"> Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un
-sonetto celebre: (V. 97).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-M'hanno assalito. Paura io? Di che?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne.</p>
-<p class="i01">E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta!</p>
-<p class="i02"> Co' sta battajjeria d'impicci addosso,</p>
-<p class="i02"> Come avevo da fà, ssì bbenedetta?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino,
-e come grida contro l'editto delle osterie! (II. 200).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Noi mannesce a scannatte er giacubbino,</p>
-<p class="i02"> Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore,</p>
-<p class="i02"> Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Del mal costume delle signore e delle popolane
-offrono esempio, tra gli altri, i sonetti 199 V, 78 V;
-ed ecco un bel saggio della <i>compassione de la
-commare.</i> (V. 197).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi!</p>
-<p class="i02"> Me fai rimane un pizzico de sale.</p>
-<p class="i02"> E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale?</p>
-<p class="i02"> Ma ggià, de che! de li malacci antichi.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span></p>
-<p class="i01">Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale</p>
-<p class="i02"> Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi!</p>
-<p class="i02"> Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi,</p>
-<p class="i02"> L'aveva, veh, una scera de spedale.</p>
-<p class="i01">E cch'ha llassato? me figuro, stracci.</p>
-<p class="i02"> E la mojje che ddisce, poverella?</p>
-<p class="i02"> So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei.</p>
-<p class="i01">Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella!</p>
-<p class="i02"> Nun passa un mese che, bbon prò jje facci,</p>
-<p class="i02"> Va eco un antro cornuto in carrettella.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non è possibile condensare meglio di così in quattordici
-versi tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro
-di osservazione, così viva freschezza di forma.
-È la personificazione del pettegolezzo amaro e della
-finta pietà femminile. <i>Li conti co' la cuscienza</i>
-(IV. 38) mostrano quanto sia debole la morale del
-popolo; se si potesse far il male senza andare in
-prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le grazie
-che fa il Papa nuovo.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni.</p>
-<p class="i02"> Me dà gguai e mme scoccia li .........</p>
-<p class="i02"> Dunque bbisognerà che lo bbastoni;</p>
-<p class="i02"> E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni.</p>
-<p class="i01">A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni.</p>
-<p class="i02"> Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni</p>
-<p class="i02"> So' un passaporto pell'antri carzoni.</p>
-<p class="i02"> Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p>
-<p class="i01">Tempo, amico. Per ora te sopporto:</p>
-<p class="i02"> Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo</p>
-<p class="i02"> Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto.</p>
-<p class="i01">Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more,</p>
-<p class="i02"> Viè er concrave, se crea er Papa novo,</p>
-<p class="i02"> Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111,
-II. 151, ecc.) e talvolta pregiudizi e ignoranza fusi
-insieme finiscono in una punta di satira psicologica,
-come, per esempio, nel sonetto <i>La pietra de
-carne</i> (IV. 305).
-</p>
-
-<p>
-Ma se la satira costituisce la nota caratteristica
-del Belli, non è la sola della sua Musa.
-</p>
-
-<p>
-La fierezza popolare e il senso d'onore hanno
-voci gagliarde, come nel III. 409; non manca il
-grido del povero operaio che confronta amaramente
-il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi
-dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54);
-non manca l'esortazione morale in uno dei più efficaci
-sonetti: (III. 95).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lassa ste vanità: llassele spòsa.</p>
-<p class="i02"> Ar monno, bbella mia, tutto finissce.</p>
-<p class="i02"> Come sèmo arrivati ar profiscissce,</p>
-<p class="i02"> Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa.</p>
-<p class="i01">Quanto te credi de fà la vanosa</p>
-<p class="i02"> Co' ste pietrucce luccichente e llisce?</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p>
-<p class="i02"> Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce</p>
-<p class="i02"> La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa?</p>
-<p class="i01">Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima.</p>
-<p class="i02"> Rosica sordo sordo e tt'assottijja,</p>
-<p class="i02"> Che ggnisun giorno sei quella de prima.</p>
-<p class="i01">Dunque nun rovinà la tu' famijja:</p>
-<p class="i02"> Nun mette a rrepentajjo la tu' stima,</p>
-<p class="i02"> Lassa ste vanità; llassele fijja.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento
-così vivo e poetico, non trova in tanta mole di
-sonetti la sua rappresentazione. Molta volgarità di
-rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento.
-Perchè? Non sapeva amare la plebe di
-Roma? O era sordo il cuore del poeta? Non credo
-che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili
-dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze
-che sapessero amare dovevano pure trovarsene.
-</p>
-
-<p>
-Non credo che il Belli fosse un uomo passionale
-(basta ricordare come volesse bene al marito della
-sua adorata marchesina e come sposasse una donna
-di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca);
-ma il momento sentimentale non gli sarà mancato.
-Comunque, il fatto è certo; nè può affermarsi che
-sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso
-Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza
-di sentire.
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia
-hanno echi mirabili (IV. 310, 311, 375, 409); e
-valga per tutti: (IV. 120).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">La morte de Tuta.</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Povera fijja mia! Una regazza</p>
-<p class="i02"> Che vvenneva salute! Una colonna!</p>
-<p class="i02"> Viè una frebbe, arincarza la siconna,</p>
-<p class="i02"> Aripète la terza e mme l'ammazza.</p>
-<p class="i01">Io l'avevo invotita a la Madonna,</p>
-<p class="i02"> Ma inutile, lei puro me strapazza.</p>
-<p class="i02"> Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza</p>
-<p class="i02"> De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna</p>
-<p class="i01">Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi</p>
-<p class="i02"> Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare</p>
-<p class="i02"> De vedemmela sempre avanti all'occhi.</p>
-<p class="i01">Fijja mia bbona bbona! angelo mio!</p>
-<p class="i02"> Tuta mia bbella! viscere mie care,</p>
-<p class="i02"> Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quale contrasto tra la finta <i>compassione della comare</i>
-e cotesto grido straziante d'un'anima ferita!
-Tanta altezza lirica di passione non è frequente
-nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono
-frequenti i sonetti di tenerezza materna verso i
-bimbi; ma <i>La morte di Tuta</i> ha pure qualche
-compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia
-rappresentativa i tre sonetti <i>La povera madre</i>.
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-(II. 175) in cui sono descritti il dolore e le sventure
-della moglie di un perseguitato politico:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Eccolo llì cquer fijjo poverello</p>
-<p class="i02"> Che ll'antro mese te pareva un fiore!</p>
-<p class="i02"> Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore</p>
-<p class="i02"> Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello!</p>
-<p class="i01">Sin da la notte de cuer gran rumore,</p>
-<p class="i02"> Da che er padre je messeno in Castello,</p>
-<p class="i02"> Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello;</p>
-<p class="i02"> Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non meno efficaci <i>La vedova dell'ammazzato</i> (V. 169)
-e <i>La nottata de spavento</i> (V. 109).
-</p>
-
-<p>
-Udite quale tesoro d'amore ne <i>La famijja poverella</i>:
-(IV. 329).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quiete, cratùre mie, stateve quiete:</p>
-<p class="i02"> Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata.</p>
-<p class="i02"> Oh Vvergine der Pianto Addolorata,</p>
-<p class="i02"> Provedeteme voi che lo potete.</p>
-<p class="i01">No, vviscere mie care, nun piaggnete:</p>
-<p class="i02"> Nun me fate mori ccusì accorata.</p>
-<p class="i02"> Lui quarche ccosa l'averà abbuscata,</p>
-<p class="i02"> E pijjeremo er pane e magnerete.</p>
-<p class="i01">Si ccapissivo er bene che ve vojjo!</p>
-<p class="i02"> Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro?</p>
-<p class="i02"> Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo?</p>
-<p class="i01">E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla,</p>
-<p class="i02"> Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro</p>
-<p class="i02"> Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari
-sono gli esempi, ma potenti; e il Pascarella, che
-nelle prime prove offrì notevoli sonetti di cotesta
-ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto
-non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli.
-Sentite la forza della selvaggia semplicità, de
-<i>Li malincontri</i>: (V. 328).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">M'aricordo quann'ero piccinino</p>
-<p class="i02"> Che ttata me portava fòr de porta</p>
-<p class="i02"> A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta</p>
-<p class="i02"> A rrinfrescacce co' un bicchier de vino.</p>
-<p class="i01">Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta</p>
-<p class="i02"> Dov'è cquello sfasciume d'un casino</p>
-<p class="i02"> Ce trovassimo stesa lli viscino</p>
-<p class="i02"> Tra un orticheto una regazza morta.</p>
-<p class="i01">Tata, ar vedella llì a ppanza per aria</p>
-<p class="i02"> Piena de sangue e cco' no squarcio in gola,</p>
-<p class="i02"> Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria.</p>
-<p class="i01">E io, sibbè ttant'anni so' ppassati,</p>
-<p class="i02"> Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola</p>
-<p class="i02"> De ggirà ppe' li loghi scampaggnati.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano
-è affascinato dalla potenza rappresentativa di cotesti
-quattordici versi.
-</p>
-
-<p>
-Non sembra possibile che il fosco pittore dei
-<i>malincontri</i> sia il semplice e mite scrittore della
-<i>poverella</i> (II. 116). <i>La poverella</i> non pare un sonetto,
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto
-è naturale
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bbenefattore mio, che la Madonna,</p>
-<p class="i02"> L'accompagni e lo scampi d'ogni male,</p>
-<p class="i02"> Dia quarche ccosa a sta povera donna</p>
-<p class="i02"> Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale.</p>
-<p class="i01">Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna:</p>
-<p class="i02"> Ste crature so' ignude tal e cquale</p>
-<p class="i02"> Ch'el Bambino la notte de Natale:</p>
-<p class="i02"> Dormimo sotto a un banco a la Ritonna.</p>
-<p class="i01">Anime sante! se movessi un cane</p>
-<p class="i02"> A ppietà! ar meno ce se movi lei:</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(Ecco l'umorista che fa capolino).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Me facci prenne un bocconcin de pane.</p>
-<p class="i01">Signore mio, ma ppropro me la merito,</p>
-<p class="i02"> Sinnò, davero, nu' lo seccherei</p>
-<p class="i02"> Dio lo conzoli e jje ne reuni merito.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Perfino il sentimento della natura, che parrebbe
-estraneo all'animo di un poeta psicologico e satirico,
-ispirò al Belli un sonetto, che non morrà:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"> <span class="smcap">Er tempo bbono</span>. (II. 415).</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Una ggiornata come stammatina</p>
-<p class="i02"> Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata.</p>
-<p class="i02"> Ah bbene mio! te senti arifiatata;</p>
-<p class="i02"> Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina!</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span></p>
-<p class="i01">Tutta la vòrta der celo turchina;</p>
-<p class="i02"> L'aria odora che ppare imbarzimata:</p>
-<p class="i02"> Che ddilizzia! che bbella matinata!</p>
-<p class="i02"> Propio te disce: cammina, cammina.</p>
-<p class="i01">N'avem'avute de ggiornate tetre,</p>
-<p class="i02"> Ma oggi se po' ddì una primavera.</p>
-<p class="i02"> Varda che ssole, va': spacca le pietre.</p>
-<p class="i01">Ammalappena eh'ho ccacciato er viso</p>
-<p class="i02"> Da la finestra, ho ffatto stammatina:</p>
-<p class="i02"> Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito
-per rendere l'immagine vera dell'arte belliana,
-di cui un solo aspetto è popolarmente noto, molti
-e molti altri dovrei citarne. Ma mi accontenterò di
-un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per
-l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra
-umoristica e sarcastica, la filosofica rassegnazione
-e la consueta sincerità ed efficacia di forma. Si
-tratta dell'<i>Amore delle donne</i>; le colte e gentili
-uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il
-Belli era un pessimista, e molto gli deve essere
-perdonato: (IV. 387).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'amore d'una donna io te lo do</p>
-<p class="i02"> A uso de quadrini e ssantità;</p>
-<p class="i02"> Credilo sempre metà ppè mmetà:</p>
-<p class="i02"> Pijjelo, e ttira via come se po'.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span></p>
-<p class="i01">Er bene che llei disce che tte vo',</p>
-<p class="i02"> E ttutte le scimmiate che tte fa,</p>
-<p class="i02"> Quarche vvorta ponn'esse verità,</p>
-<p class="i02"> E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no.</p>
-<p class="i01">Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè</p>
-<p class="i02"> Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù,</p>
-<p class="i02"> Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è.</p>
-<p class="i01">Co' le donne hai da fa ccome fai tu</p>
-<p class="i02"> Quanno bbevi favetta pe' ccaffè:</p>
-<p class="i02"> Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù.</p>
-</div></div>
-
-<p>
- Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono
-una enciclopedia romanesca; pensieri, sentimenti,
-costumi, frasi; satira religiosa e satira politica, satira
-di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo,
-arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare,
-pettegolezzi di vicinato, dolcezze di famiglia
-e crudeltà di coltello, sentimento della natura,
-psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto
-è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia
-e la cronaca sono inquadrate nei loro episodi e nei
-loro aneddoti; la rivoluzione e il colèra. Don Marino
-e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e
-del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito
-e della Grisi; Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è
-il Cardinal Tosti e il Cardinale Lambruschini, la
-scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo
-passaggio della carrozza cardinalizia attraverso
-il cammino del Papa e gli sdegni di Gaetanino
-Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto
-dei doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone
-e la casa di piacere scoperta, tutto è rammentato
-e rappresentato.
-</p>
-
-<p>
-Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal
-pianto al riso, risorge innanzi alla fantasia con tal
-forza di carattere e classica semplicità di forma
-da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però
-il Belli, che pur deve alla plebe romana la sua
-gloria, è passato ai futuri come uno dei maggiori
-poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830
-al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre,
-vive e vivrà, com'egli prediceva, nel monumento
-dell'arte, per opera sua.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<h3>NOTA.</h3>
-
-<p>
-Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli
-consulti il <span class="smcap">Bovet</span>, <i>Le peuple de Rome vers 1840</i>: Neuchàtel,
-Attinger frères, 1898. — L'edizione più completa
-dei sonetti è quella del <i>Lapi</i>, curata dal <span class="smcap">Morandi</span>, alla
-quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di Castello,
-1886-1889, 6ª edizione).
-</p>
-
-<p>
-Prima del Belli la letteratura romanesca era povera;
-degli stornelli e delle improvvisazioni popolari; un poema
-del <span class="smcap">Peresio</span>, <i>Il Maggio romanesco</i>, uno del <span class="smcap">Bernieri</span>,
-<i>Meo Patacca</i> e poi la <i>Passatella</i> del <span class="smcap">Ciampoli</span> e dei sonetti del
-<span class="smcap">Giraud</span>. Il più antico scrittore di sonetti romaneschi
-pare che fosse <span class="smcap">Benedetto Micheli</span> (<i>Jachello de
-la Lenzarà</i>). Forse altre Opere esistono, ma ignorate.
-Nessuno di questi poeti merita di essere tratto dall'oblio.
-</p>
-
-<p>
-Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli,
-fra i quali lo <span class="smcap">Spada</span>. Dopo lui debbono essere
-rammentati il <span class="smcap">Ferretti</span>, autore della <i>Dottrinella</i>; <span class="smcap">Augusto
-Marini</span>, che scrisse in romanesco impuro, ma con vena
-satirica; <span class="smcap">Giggi Zanazzo</span>, il più geniale, il più vario e il
-più puramente romanesco di tutti; il <span class="smcap">Pascarella</span>, arguto
-ed efficace; il <span class="smcap">Querini</span>, il <span class="smcap">Giacquinto</span>, il <span class="smcap">Salustri</span> (<i>Trilussa</i>),
-ecc.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<h2 id="teatro">IL TEATRO
-<span class="smaller">UNA MUSA SCOMPARSA</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">VINCENZO MORELLO</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e Signori</i>.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete,
-il periodo storico che va dal 1846 al 49:
-breve periodo, che nella sua temperatura tropicale
-fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia
-dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone
-di rifarmi un po' indietro nel tempo, e, poichè del
-teatro non si è parlato e non sarebbe stato possibile
-parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare
-tutta la produzione dalla prima metà del
-secolo.
-</p>
-
-<p>
-Non breve cammino — come vedete — e forse
-non lieto. Non lieto. La comedia, in questi cinquant'anni,
-non ha freschezza e non ha eleganza,
-e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori.
-Non fiorisce la gioia nella società italiana, e
-non s'accende l'amore sulla scena. Manca la donna.
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-cioè il sorriso, la grazia, la bellezza, l'errore, il
-peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione
-e d'espansione di tutti i pensieri e di
-tutti gli affetti umani. Se non vi è sole nell'aria,
-passano inavvertite le figure umane sulla lastra
-fotografica; e se non vi è amore e libertà nella
-vita sociale passano inavvertite le figure umane
-sulla scena. — Il dramma, almeno, si rifugiò nella
-storia, e col calore del sentimento patriottico diede
-alla morta gente ancora un palpito di vita, un
-gesto di gloria. Ma la comedia tentò invano di
-spingere il suo carro nelle vie e nelle piazze, e di
-agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case.
-Le vie e le piazze erano deserte: le fiere e le case
-erano mute. Le feste dionisiache erano da un pezzo
-finite nelle terre d'Italia!
-</p>
-
-<p>
-La comedia è un'espressione di vita; e dove
-questa manca, manca anche quella. Paragonate, di
-fronte alla miseria nostra, la ricchezza della Francia,
-nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte.
-</p>
-
-<p>
-Nessun paese credo possa vantare una più varia
-e abbondante produzione teatrale, che la Francia
-nella prima metà del secolo: comedia di carattere
-comedia di costume; dramma storico o dramma
-sentimentale. Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo,
-amava, lottava, combatteva, gesticolava: un
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti
-nuovi che provano il canto e le penne nella primavera
-del secolo: un vero brulichìo di sostanze
-embrionali che si sforzavano di fissarsi e determinarsi
-in un nuovo ordine e in una nuova forma.
-L'antica società francese era spezzata, se non vinta;
-la tradizione ricominciava dall'89, se non dal 93:
-il plebeo, diventato generale sotto Napoleone, costretto
-a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni,
-per conquistare sotto Luigi Filippo il potere prima
-e la ricchezza dopo, e col potere e la ricchezza
-una fisionomia propria e un proprio atteggiamento,
-era un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o
-Signori, attraverso la formazione di questo tipo
-quanta vis comica e drammatica, e quanta materia
-d'osservazione e di discussione nella relativa formazione
-del costume e del gusto. — Ma in Italia!
-Mai società fu più stremata, mai vita fu più
-triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo
-napoleonico, che, malgrado le leve forzate
-e le spoliazioni, aveva almeno influito, come disse
-il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni, ed agguerrir
-le forze fisiche nella disciplina e nello
-studio; dopo quel periodo, dunque, la vita italiana
-fu a un tratto soppressa, per decreto internazionale — del
-quale fu affidata all'Austria
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica,
-in fondo, fu l'Italia. Il movimento di
-reazione del '15, che con troppa argutezza diplomatica
-fu detto di restaurazione, non ebbe altro
-campo di espansione che l'Italia. Da Odoacre in
-poi, non s'era vista nel nostro paese una più
-ardita invasione barbarica, di quella che mosse
-moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo
-condannato quasi a domicilio coatto, messo
-sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato, insidiato,
-oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire
-alle persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe,
-gli italiani si chiusero nelle sètte. Ora
-voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno, per
-esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di
-costumi aperti, di abitudini amabili; ha bisogno,
-per muoversi, di quella media temperatura cerebrale
-e sociale nella quale possa agevolmente fiorire
-la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la
-critica: proprio gli elementi e la temperatura assolutamente
-contrari a quelli in cui si raccoglie e
-si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in
-un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare
-come mezzo di propaganda la cospirazione, in
-un paese in cui il silenzio è una legge e la reticenza
-una difesa, in cui lo spionaggio toglie la
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-libertà dei movimenti intellettuali, in un paese in
-cui la polizia dà l'orario della giornata e le formule
-del cerimoniale, e il prete la guida delle
-amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento
-dei giuochi e delle feste, dite voi se sia
-possibile che la comedia si levi a guardare, in alto
-ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o
-nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni,
-la povera Talia non può, al più, che proteggere
-mestamente le innocue abilità dei tre <i>Ludro</i>,
-le vuote preziosità della <i>Fiera</i>, le modeste ingenuità
-dell'<i>Ajo nell'imbarazzo</i>. Non osservazione,
-non sentimento, non caratteri, non abilità tecnica,
-e neppure lingua italiana, in simili produzioni. Le
-idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico;
-gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi,
-mogli leggere, mariti compiacenti, non derivano
-nemmeno dall'esperienza dei loro autori, e
-si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste
-più. E se gli autori, Alberto Nota, il conte Giraud,
-Augusto Bon, sono a loro volta ricordati, è
-solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè,
-che Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia
-dell'arte italiana.
-</p>
-
-<p>
-Possiamo dunque passare senza fermarci accanto
-ai silenzi di questo chiuso mondo della comedia; — e
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-volgerci, invece, a interrogare i grandi fantasmi
-del teatro eroico, che i nostri poeti civili han richiamato
-dalle lontananze della storia, consiglieri e
-aiutatori nella riconquista del paradiso perduto di
-nostra gente: la coscienza nazionale.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol
-novo: <i>Cajo Gracco</i>.
-</p>
-
-<p>
-Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, <i>Cajo
-Gracco</i> leva la sua voce possente di tribuno, e
-chiama quasi a plebiscito il popolo italiano, dalla
-scena:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> Io per supremo</p>
-<p class="i01">Degli dèi beneficio, in grembo nato</p>
-<p class="i01">Di questa bella Italia, Italia tutta</p>
-<p class="i01">Partecipe chiamai della romana</p>
-<p class="i01">Cittadinanza, e di serva la feci</p>
-<p class="i01">Libera e prima nazïon del mondo.</p>
-<p class="i01">Voi, romani, voi sommi incliti figli</p>
-<p class="i01">Di questa madre, nomerete or voi</p>
-<p class="i01">L'italïana libertà delitto?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>No</i> — rispondono i cittadini.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">No: itali siam tutti, un popol solo,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span></p>
-<p class="i01">Una sola famiglia....</p>
-<p class="i12"> .... Italiani</p>
-<p class="i01">Tutti, o fratelli.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria,
-la poesia saluta la patria al principio
-del secolo.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa è dunque questo <i>Cajo Gracco</i>?
-</p>
-
-<p>
-Il Monti aveva già dato al teatro <i>Aristodemo</i> e
-<i>Galeotto Manfredi</i> — due tragedie di mediocre
-invenzione e di mediocre struttura, senza caratteri,
-senza movimento, senza passione, malgrado la prima
-fosse sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli
-del genere. Col <i>Cajo Gracco</i> egli diede alfine
-un'opera d'arte organica e forte, animandola di
-tutto il contenuto politico e morale ch'era più
-proprio ai suoi sentimenti, e, vorrei dire, più continuo
-e resistente nella troppo rapida varietà e
-variabilità dei suoi principî e delle sue opere.
-</p>
-
-<p>
-Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo,
-par che non stia in piedi, che non abbia spina dorsale,
-e senta sempre bisogno di appoggiarsi a qualche
-cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il
-governo e la persona un potente. Ma, a un tratto,
-per una strana esaltazione di tutte le sue facoltà
-morali, per un impetuoso risorgimento di tutte le
-sue forze poetiche, come se una divina primavera
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-fosse passata sulle cime della sua fantasia e della
-sua coscienza, egli riescì, a un dato momento della
-sua vita, a dare unità artistica agli elementi più
-puri e più belli che aveva sparso nelle varie sue
-opere, che per una ragione o per l'altra aveva
-dovuto rinnegare, o scusarne le origini e i motivi.
-E creò il <i>Cajo Gracco</i>. Il quale, secondo me, rappresenta
-una grande e solenne protesta: la più
-grande e solenne protesta che la letteratura del
-tempo abbia osato contro il giacobinismo, i cui fatti
-erano scritti a sangue non ancora disseccato nelle
-vie e nella storia di Francia; e insieme la più solenne
-e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico
-dell'avvenire, che dovrà governare con la
-legge e per la legge, coi buoni e non coi tristi, in
-gloria dei più alti ideali e non delle più basse passioni
-dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna
-e Roma, quando, console Opimio, il Senato onnipossente
-opprimendo la libertà romana, crede sia
-suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto
-del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo
-partigiano, consiglia: <i>Con tutti</i>. Ma egli risponde:
-<i>Con uno solo: con la giustizia e con l'amore.</i> — Fulvio
-non intende, e fa la sua via; e raccogliendo
-in una stessa azione i suoi sentimenti, l'odio
-e l'amore, dà il segno della sommossa, uccidendo
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale
-è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna
-di Cajo e della casa dei Gracchi. — Il cattivo genio
-della tragedia è, come vedete, Fulvio: il giacobino.
-Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo
-descrive:&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> Di libertade</p>
-<p class="i01">Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,</p>
-<p class="i01">Non hai virtude, e libero ti chiami?</p>
-<p class="i01">Zelo di libertà, pretesto eterno</p>
-<p class="i01">D'ogni delitto! Frangere le leggi</p>
-<p class="i01">Impunemente, seminar per tutto</p>
-<p class="i01">Il furor delle parti e con atroci</p>
-<p class="i01">Mille calunnie tormentar qualunque</p>
-<p class="i01">Non vi somigli....</p>
-<p class="i01">Ecco l'egregia, la sublime e santa</p>
-<p class="i01">Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi.</p>
-<p class="i01">Libertà di ladroni e d'assassini.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di
-questo dramma, me lo dicono le altre opere del
-Monti. Confrontate, infatti, con quelli che ho citati,
-i versi seguenti del canto II della <i>Mascheroniana</i>,
-sui giacobini:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Dal calzato allo scalzo, le fortune</p>
-<p class="i01">Migrar fûr viste, e libertà divenne</p>
-<p class="i01">Merce di ladri e furia di tribune.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-E questi altri del canto III:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Tutta allor mareggiò di cittadino</p>
-<p class="i01">Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito</p>
-<p class="i01">Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E questi altri del canto II della <i>Bassvilliana</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> E di sue libertà spietato e baldo</p>
-<p class="i01">Tuffò le stolte insegne e le man ladre</p>
-<p class="i01">Nel sangue del suo re fumante e caldo.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi
-con lo stesso accento musicale. Quando rimproverato
-del delitto, Fulvio risponde a Cajo Gracco
-ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di
-lui, uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto
-le sue parole, Cajo risponde indignato:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> Fulmine colga,</p>
-<p class="i01">Sperda quei tristi che per via di sangue</p>
-<p class="i01">Recando libertà, recan catene.</p>
-<p class="i01">Ed infame e crudel più che il servaggio</p>
-<p class="i01">Fan la medesma libertà. Non dire</p>
-<p class="i01">Empio, non dir che la sentenza è mia!...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei
-Pétion, degli Isnard, dei deputati della Legislativa
-e della <i>Convenzione</i>, che dichiaravano <i>utili
-e necessari i massacri del settembre</i>, legittimi e
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-doverosi gli assassinî <i>quando l'autorità delle leggi
-può sembrare al popolo qualche volta troppo lenta
-per garantirne la sicurezza</i>, e legali e naturali le
-condanne senza prove, perchè basta il sospetto per
-la distruzione dei cospiratori. — Contro tali sentenze,
-contro tutta la dottrina contenuta in tali
-sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più
-civile:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> E che dunque? Altra non havvi</p>
-<p class="i01">Via di certa salute e di vendetta</p>
-<p class="i01">Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,</p>
-<p class="i01">Ad Opimio lasciate ed al Senato</p>
-<p class="i01">Il mestier dei carnefici. Romani,</p>
-<p class="i01">Leggi e non sangue!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e
-il nuovo comando politico. E contro il sangue, e
-l'opera già consumata o da consumare, si leva fieramente,
-protestando; e la protesta affida a un
-nome che è diventato titolo nobiliare di democrazia;
-e per quella protesta e quel nome disegna una
-figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri
-il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in
-una figura reale, una figura tutta nostra, tutta italiana,
-nei cui occhi azzurri par che si rifletta la
-soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento
-di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-la voce di un popolano, che, durante la sua arringa,
-minaccia: <i>Morte ai patrizi</i> — risponde subito:
-<i>Morte a nessuno!</i> — E così rispose Giuseppe Garibaldi
-dal balcone della Prefettura al popolo di
-Napoli che gridava furibondo <i>morte</i> a tanta gente! — <i>Morte
-a nessuno!</i> — Era, dal Cajo Gracco del
-poeta, al Garibaldi della storia, la vibrazione della
-pura coscienza italiana, nata nel diritto, aspirante
-alla pace e alla libertà, per la via della concordia
-e della giustizia!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Se <i>Cajo Gracco</i> è il primo personaggio del nuovo
-teatro; Ugo Foscolo è la prima persona, l'uomo
-nuovo della nuova vita italiana del secolo. Monti
-era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il
-più straziato prodotto del mecenatismo di governo.
-Il mecenatismo aveva spostata la sua base: dal
-palazzo nella piazza, ed era diventata opinione pubblica,
-più meno ristretta e più o meno illuminata,
-ma arbitra ormai del destino degli uomini
-e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo uomo
-della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò,
-secondo che i tempi richiedevano e il suo spirito
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-urgeva, di distruggere e di creare, di trasformare o
-soggiogare. In Monti il letterato scusava l'uomo.
-In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e
-complessa natura insieme di uomo e di letterato!
-Egli par nato dalla violenta fantasia di Byron e
-dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le
-tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni,
-l'orgoglio indomabile e il disprezzo invincibile del
-prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e la collera, gli
-ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza
-assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro,
-in fatto di programma nazionale. Figlio di un
-secolo, che portava in sè tanti germi di malattie
-sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al
-più alto grado la febbre di quelle malattie, il furore
-di quelle idealità. Temperamento profondamente
-romantico, in una forma di elezione e di
-eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti,
-tutte le contraddizioni dell'epoca in cui
-visse, e della quale fu il rappresentante più angosciato
-e la vittima più turbolenta. Mai si può dire
-di un letterato, con maggior verità che di lui: «che
-fu un milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed
-alto senso della parola. Dopo la vendita di Venezia
-all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il suo sentimento
-e il concetto greco della gloria e dell'eroismo
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-lo spingessero ad amarlo. — <i>Il sacrificio dalla
-patria è compiuto</i> — così comincia la prima lettera
-di Jacopo Ortis. <i>I miei concittadini son vili</i> — così
-finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra.
-Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva
-la sua patria. Aveva sperato nei suoi concittadini,
-e questi si mostrarono ossequenti al dominatore. Che
-fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa
-lettera — di accrescere ormai il numero degli italiani
-che da Dante in qua non han saputo altro fare
-che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di
-sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo
-di Don Chisciotte.» Era il fallimento! Egli l'aveva
-presa sul serio, la vita, proprio come una milizia,
-ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi
-stesse che gli erano fornite nel combattimento.
-Qual forma di attività non aveva tentato? Nell'esercito,
-nella scuola, nel teatro, nella politica;
-multiagitante e multisonante come dice Omero del
-mar della sua patria di origine. Quando a quando,
-come il soldato che fermandosi a mezza via scuote
-col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli
-sale cantando nell'aria, nei momenti di riposo
-egli scuoteva il suo cuore e venivan fuori l'<i>Ode
-all'amica risanata</i> e i <i>Frammenti delle Grazie</i>.
-Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-lotta, più accanito e più disperato di prima. — Da
-una tale situazione di spirito, da una situazione
-così tragica, così personalmente tragica, poteva
-uscire la lirica, non la tragedia propriamente detta.
-La tragedia era troppo connaturata nell'artista
-stesso, perchè potesse essere ricercata e ricreata al
-di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica,
-ad esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai
-dei personaggi che questi immaginava per la scena.
-Il teatro d'Alfieri non crea che un solo personaggio:
-Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il
-nome dell'autore di <i>Amleto</i> o di <i>Otello</i>, potete
-chiamarlo Shakespeare o Bacone: poco importa:
-<i>Amleto</i> e <i>Otello</i> resteranno sempre le grandi tragedie
-del pensiero e del sentimento umano: vivranno
-sempre di vita propria, come dopo la creazione
-vive il mondo negli spazi. Ma se voi togliete
-il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono
-più: perchè esse sono la parola, la coscienza,
-la voce, il gesto di un uomo che tenta di influire
-su altri uomini, non di un artista che tenti di
-creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di
-Foscolo, il discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie,
-ma atteggiamenti tragici; non sono esplicazioni
-di lotta e di contrasti umani, ma accenni
-e indicazioni di sentimenti politici. <i>Ajace</i> è tutto
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-chiuso nel suo disdegno. <i>Guelfo</i> della <i>Ricciarda</i>
-è tutto chiuso nel suo disprezzo. Vi era Moreau
-in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca
-secondaria. Vi era certo il sentimento italiano umiliato
-di servire:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A che la gloria delle mie ferite</p>
-<p class="i01">S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa</p>
-<p class="i01">Troja pur sia, <i>servirem tutti a un solo?</i>&nbsp;—</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice Ajace. E più, innanzi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> . . . . Agide e i suoi</p>
-<p class="i01">Abbian tal prova omai che, se ognun trema,</p>
-<p class="i01">In me la patria e la sua forza vive.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore
-espresso nelle lettere che ho sopra citato:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> . . . . Ajace, fuggi</p>
-<p class="i01">Ora più non vedrai nè traditori,</p>
-<p class="i01">Nè <i>tiranni</i>, nè <i>vili</i>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'Ajace è del 1812. La <i>Ricciarda</i> del 1813. Furono
-tutte e due proibite dal governo imperiale.
-Qual è il motivo della <i>Ricciarda</i>? Lo stesso dell'Ajace:
-il disprezzo contro i vili; l'inutilità della
-lotta, a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama
-Guelfo&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Amor d'Italia? A basso intento è velo</p>
-<p class="i01">Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia....</p>
-<p class="i01">.... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche</p>
-<p class="i01">Sterminar potess'io tutti i suoi mille</p>
-<p class="i01"><i>Vili signori e la più vil sua plebe</i>!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne
-era rimeritato! Scriveva al Cicognani: «Io avevo
-poco da lodarmi del governo napoleonico, e il governo
-assai poco a lodarsi di me — e in ciò le
-parti erano pari — perchè io nè volli nella <i>Ricciarda</i>
-partirmi dai miei sensi troppo italiani ed
-alteramente politici, nè chi governava lasciò che
-essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò
-che, del resto, egli non permise. A <i>Guelfo</i>, che
-mostrava tanto disprezzo per l'Italia, <i>Averardo</i>
-risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo,
-ad amarlo per la causa santa, a dare spade <i>cittadine</i>
-alle <i>cittadine mani</i>, e far gl'italiani
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,</p>
-<p class="i01">Ma guerrieri d'Italia!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di
-eloquenza richiama il popolo alle istorie, all'unità
-di lingua e di costume; così lo chiama nella tragedia
-alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie — ripeto — dell'anima
-del poeta, non dei suoi personaggi.
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-Ma che importa? In esse vi era semenza
-d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo
-fruttificato!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-E qui, o Signori, permettetemi una osservazione
-di ordine generale.
-</p>
-
-<p>
-Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento
-a ricercare il pensiero animatore di questa o
-quella tragedia, il sentimento ispiratore di questo
-o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete
-a discutere il carattere poetico di un personaggio,
-e più difficilmente a descrivervene le bellezze d'arte.
-Non è mia colpa. La nostra letteratura drammatica
-è, in questo tempo, un mezzo e non un fine:
-è un indice dello <i>stato d'animo</i> dei nostri scrittori;
-non è la figurazione e la rappresentazione
-di uno <i>stato d'animo</i> dell'umanità. Non solo:
-ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della
-vita sociale rendeva impossibile la comedia; aggiungo
-ora che i caratteri speciali del nostro spirito
-e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile
-nella nostra letteratura la produzione del
-dramma, di qualsiasi genere. In fondo, o Signori,
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-la nostra letteratura è, essenzialmente, letteratura
-di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando
-gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia.
-«A noi quindi — dice benissimo il compianto
-Adolfo Bartoli — quell'infanzia d'intelletto e di
-cuore che presso le altre genti germaniche e latine
-fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in
-grandissima parte mancò: noi fummo sempre molto
-congiunti con la storia, e poco con la natura. Per
-conseguenza lasciammo che leggende, canti epici,
-satire, fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero
-dovunque, o restando noi quasi affatto estranei
-a quel grande movimento, o prendendovi una
-parte che designa all'evidenza il nostro carattere.»
-E quale fu questa parte? Fu immensa, e quale
-soltanto noi potevamo compiere con la nostra matura
-intelligenza e la nostra superiore esperienza
-d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli:
-ripensare, cioè, ricreare, rifare, in un più ampio
-contenuto ideale e in una più armonica costruzione
-formale tutti gli elementi, tutto il materiale che
-ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale
-degli altri popoli. Così dal caos delle <i>visioni</i>
-traemmo con Dante il poema sacro; dai <i>fabliaux</i>
-traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e
-dalle <i>canzoni di gesta</i> e dai <i>romanzi d'avventure</i>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-traemmo più tardi col Bojardo e con l'Ariosto il
-poema cavalleresco. Solo noi potevamo dare a tutti
-gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri
-popoli d'Europa un organismo, una fusione, una
-forma definitiva, come solo noi potevamo dare, con
-la <i>Summa</i> di San Tommaso d'Aquino un organismo,
-una fusione, una forma quasi direi, ai vari
-elementi della scolastica. Noi fummo per molto
-tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri popoli
-pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci
-il tributo delle loro esperienze sentimentali e dei
-loro ardimenti fantastici. Ma appunto queste qualità
-che resero possibile la fioritura del poema
-sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano
-anche rendere impossibile la creazione del
-teatro. Finchè si trattò di ripensare, di rifare, di
-riorganizzare, nel campo della tradizione, della storia,
-della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi
-fummo signori. Ma quando si trattò di osservare,
-di intendere e comprendere <i>direttamente</i> la natura
-e la vita, quando si trattò di interrogare, di scrutare,
-di rivelare i secreti del cuore e della mente
-dell'uomo, allora più fresche fantasie, più limpidi
-occhi, più giovani spiriti, più libere coscienze dovevano
-avere ed ebbero il dominio nell'arte e nella
-poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-del dramma. Ma voi sapete, o Signori, che
-il dramma moderno nacque nella gran combustione
-della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo
-in cui esplosero quasi tutte insieme le forze
-del popolo più ricco e meglio dotato della storia
-moderna, e quaranta autori drammatici, fra cui
-Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono
-appena a ritrarre gli odii, gli amori, le follie,
-tutte le violenti passioni del senso e dell'intelligenza,
-tutti i sogni onnipossenti della gloria e del
-potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo
-che miserie da guardare, ricordi da custodire,
-e qualche speranza da infiorare....
-Ma torniamo al dramma storico.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-L'epoca napoleonica si chiude quasi con la <i>Ricciarda</i>.
-L'epoca nuova si apre con l'<i>Adelchi</i>. Foscolo
-rappresentava lo squilibrio delle violenze passionali,
-l'impeto delle ribellioni patriottiche, la
-tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti,
-Manzoni rappresenta la rassegnazione,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chiniam la fronte al massimo</p>
-<p class="i01">Fattor....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La Reazione leva intanto il braccio minaccioso!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
- Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica
-un grande e nuovo movimento letterario si era cominciato
-a disegnare in Europa: un movimento
-che non solo intendeva a rinnovare il contenuto
-poetico ed arricchire il materiale artistico, ma anche
-e soprattutto a rinnovare il contenuto morale.
-Il Romanticismo ebbe poco da combattere per piantare
-le sue bandiere cattoliche nella Repubblica
-delle lettere. Le <i>Lezioni di letteratura drammatica</i>
-di Augusto Guglielmo Schlegel, e le <i>Lezioni
-di storia della letteratura moderna</i> del fratello
-Federigo, nelle quali — specialmente nelle prime — sono
-dettate le nuove leggi letterarie, portano la
-data del 1818. Il libro di M.<sup>me</sup> de Staël sulla <i>Germania</i>,
-in cui quelle lezioni sono glorificate, porta
-la data del 1810. La <i>Lettera semiseria</i> di Grisostomo,
-cioè di Giovanni Berchet, è del 1816.
-Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel,
-e Rousseau prima di M.<sup>me</sup> de Staël; ma il precetto,
-la regola, il ragionamento critico che serve di fondamento
-alla scuola, data da quegli anni e da quei
-libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-sul Rinascimento. Quel che il Rinasciniento
-aveva detto del Medio Evo, ora il Romanticismo
-dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro proclamano:
-Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo
-avendo dato un nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale
-che diventi base d'una nuova letteratura»; e
-M.<sup>me</sup> de Staël, «che la religione e la storia nazionale
-hanno diritto di informare e perfezionare la
-letteratura nazionale»; e Châteaubriand, memore
-della proposizione contraria di Boileau, «che convenga
-provare il Cristianesimo non essere un sistema,
-barbaro, la religione cristiana essere invece la religione
-più poetica, più umana, più favorevole alla
-libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il Cristianesimo
-conduce alla verità»: e Manzoni, infine,
-a dichiarare che, nella «morale cristiana, essendo
-tutta la verità, egli nutriva sentimenti <i>molto più
-irriverenti degli altri romantici verso i classici,
-perchè la parte morale dei classici e essenzialmente
-falsa, mancando nei loro scritti quella
-prima ed ultima ragione</i>, ch'è stata una grande
-sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie
-fu portata al sepolcro, per la seconda volta,
-l'<i>eterna giovinezza dell'anima argiva</i>: e, come
-disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo nacque il
-nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-che aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente, io non posso del Romanticismo
-descrivervi tutte le ramificazioni, le manifestazioni
-e le trasformazioni; ma devo dirvi solo quel tanto
-che mi è necessario per poter comprendere e spiegare
-la tragedia che n'è l'espressione più completa
-e più concreta: l'<i>Adelchi</i>. Il Romanticismo si
-propose, come accennai, due scopi: arricchire, in
-genere il contenuto poetico di tutto il materiale
-che la storia e la mitologia cristiana potevano offrire;
-e, cosmopolizzare, contemporaneamente, col
-libero scambio delle traduzioni e dei soggetti, la
-produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel
-nome della religione, la coscienza degli uomini, deviata
-dal Rinascimento e corrotta dal Volterrianismo. — In
-questo senso, il solo vero, grande,
-convinto romantico, per forza di sentimento e di
-ragione, è Alessandro Manzoni: il cristiano più puro
-e sereno, l'artista più sincero e più casto, l'uomo
-più semplice e pio che la letteratura moderna possa
-vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella
-sua coscienza qualcosa dell'azzurro dei miti cieli
-di Galilea. Ripensata da lui, la vita umana quasi
-si purificava. Passando per il suo spirito, la religione
-diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo,
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-pareva che la stessa storia si vergognasse delle sue
-colpe, e l'anima umana delle sue passioni. «In
-ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico
-e il vero morale, ecco quel che bisogna proporsi»
-egli scriveva. «E questo sistema, non solo
-in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra
-avere una <i>tendenza religiosa</i>.» — La tendenza
-religiosa nel sistema, nel metodo, è ben tutto quello
-che può dare un'anima di religioso e di poeta!
-</p>
-
-<p>
-Io non vi parlerò delle trasformazioni formali
-che il Manzoni portò nella tragedia. Se è vero che
-prima ancora della <i>Prefazione</i> del Cromwell egli
-bandì la guerra alle <i>due unità</i>, ed è suo merito,
-come dice il Carducci, di averne esposte le ragioni
-nella celebre lettera al signor Chauvet, <i>mirabile
-di ragionamento e di stile critico</i>; è anche
-vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento,
-Volfango Goethe, un classico, aveva dato
-a quelle due unità il colpo fatale, col <i>pugno di
-ferro</i> del suo <i>Goetz di Berlichingen</i>, cinquant'anni
-prima! Chi ricorda il discorso ditirambico
-che il giovine Goethe pronunziò in gloria di Shakespeare,
-a Francoforte, nelle feste da lui organizzate,
-al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese?
-In quel discorso sono le seguenti parole, che troppo
-spesso sono dimenticate: «Letto Shakespeare, io
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia
-<i>regolare</i>. L'unità di luogo, mi sembrò triste
-come una prigione; le unità d'azione e di tempo,
-mi apparvero come pesanti catene alla nostra immaginazione.
-Io saltai allora nello spazio libero, e
-solo allora sentii che avevo mani e piedi. E ora
-ch'io vedo quanto male hanno fatto le regole dei
-maestri, e quante anime libere sono ancora curve
-sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io
-non dichiarassi loro la guerra e non cercassi ogni
-giorno il modo di distruggerle. » — La guerra,
-dunque, alle <i>regole</i> venne indetta da un classico.
-Ed è bene constatarlo. Come è bene constatare che
-tre altri italiani erano insorti prima: il Metastasio
-nella dedicatoria alle sue prime poesie, fra le quali
-era il primo suo dramma <i>Giustino</i>, contro l'<i>unità
-di luogo</i>; il Goldoni, nella dedicatoria ai <i>Malcontenti</i>,
-contro l'unità di <i>luogo</i> e di <i>tempo</i>: e il
-Baretti nella polemica col Voltaire, contro tutte
-e tre le unità insieme: di <i>tempo</i>, di <i>luogo</i> e di
-<i>spazio</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma torniamo all'<i>Adelchi</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-<i>Adelchi</i> è nel mondo degli eroi, quel che è il
-Manzoni nel mondo dei letterati; ed è nel campo
-dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo della vita.
-Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai,
-credo, un autore ha dato ad un personaggio della sua
-fantasia un'impronta così profonda, così precisa,
-come di se stesso l'ha data il Manzoni nell'<i>Adelchi</i>.
-Il discorso sulla storia della gente longobardica
-in Italia è forse una scusa per allontanare il
-pensiero del lettore — o del pubblico — dal vero
-personaggio della tragedia e per impedire di constatarne
-l'identità; perchè mai personaggio fu
-meno storico dell'<i>Adelchi</i> del Manzoni, mai fantasma
-d'arte fu meno rispondente allo spirito, al
-costume, alle abitudini del tempo donde ha origine,
-quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci
-la filosofia del suo pensiero, la morale della
-sua filosofia.
-</p>
-
-<p>
-Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra
-Carlo re dei Franchi, chiamato in sua difesa da papa
-Adriano, contro Desiderio re dei Longobardi, il quale
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-non voleva cedere al papa le terre della Chiesa.
-Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra,
-e vi si sottomette solo per obbedienza al padre;
-ma vorrebbe invece che il padre restituisse alla
-Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice. Ma
-Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre
-la figlia Ermengarda, moglie ripudiata
-di Carlo, muore nel monastero di San Salvatore
-in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia
-storica nel più stretto senso della parola.
-Ma egli stesso si affretta ad avvertire: «Il carattere
-di un personaggio, qual è presentato in questa
-tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i
-disegni d'Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti,
-le sue inclinazioni, tutto il carattere insomma è
-inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto
-da un originale moderno. Partito così alla
-ricerca della <i>realtà storica</i> nel dramma, egli è
-tornato con una <i>realtà psicologica</i>: quella sua, di
-autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che
-nella Prefazione del <i>Carmagnola</i>, parlando dell'ufficio
-dei cori, egli dice che, «rendendoli indipendenti
-dall'azione e non applicati ai personaggi,»
-ma facendoli quali organi del sentimento del poeta,
-si ottiene il vantaggio «di diminuire al poeta la
-tentazione d'introdurli nell'azione e di prestare ai
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche
-vero che la Prefazione del <i>Carmagnola</i> (1816-20)
-è anteriore all'<i>Adelchi</i> (1820-22).&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Questo <i>Adelchi</i>, dunque, è la tragedia della rassegnazione:
-la tragedia dell'inerzia: una contraddizione
-nei termini, come vedete. Non vi è, in essa,
-lotta di nessun genere; e non vi è affermazione
-di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione
-della volontà. Il <i>Cid</i>, dopo di avere vendicato
-il suo onore e suo padre, dice: <i>Se dovessi,
-tornerei ancora a farlo.</i> È il trionfo della volontà
-umana, che si fa la vita e le leggi della
-vita; così come la tragedia antica era il trionfo di
-una volontà superiore, contro la volontà umana, che
-vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In <i>Adelchi</i>
-è soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è
-soppresso ogni elemento di forza e di contrasto.
-<i>Chiniam la fronte al massimo — Fattor</i> — ecco
-la morale del personaggio e la morale della tragedia.
-Adelchi è il tipo dell'obbedienza passiva, in
-tutte le forme; e anche del pessimismo cristiano.
-Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I
-Franchi scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli
-consiglierebbe di lasciarli passare.
-Ma, poichè il padre impone il contrario, si sottomette
-al padre:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> .... E tu mi chiedi</p>
-<p class="i01">Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando</p>
-<p class="i01">Nella tua mano. Ecco il legato: il mio</p>
-<p class="i01"><i>Dover</i> sia scritto <i>nella tua risposta</i>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina:
-il padre perde il regno, ch'è pure il suo.
-Che importa? O, che farci? — Bisogna rassegnarsi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> .... Ti fu tolto un regno.</p>
-<p class="i01">Deh, nol pianger, mel credi!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A che piangere del resto? Tutto passa a questo
-mondo. Anche il vincitore passerà. Quegli è un
-<i>uom che morrà</i>! — Impotente verso gli altri, impotente
-verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre
-tutti i suoi vassalli lo tradiscono, e le città cadono
-una a una nelle mani del nemico, egli, angosciato,
-scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi.
-Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero.
-La religione impedisce il suicidio. La Chiesa
-non concede tomba al suicida. L'uomo non è padrone
-della vita che Dio gli ha data. — La tragedia
-classica aveva il suicidio in onore. Quando
-non poteva più nulla contro gli altri, il personaggio
-della tragedia classica diventava eroe contro se
-stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva.
-Le tragedie di Alfieri sono piene di suicidî. Carlo,
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-Isabella, Emone, Saul, Agide, Agesistrato, Mirra,
-sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi, Antonio,
-rivolto ad Augusto, minaccia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo</p>
-<p class="i01">Senza aspettar che tu mi chiami?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per
-un affetto terreno? Ma la vita, la vita vera, è
-quella di là: Gesù disse: <i>Il mio regno non è di
-questo mondo</i>. Questo mondo non è che uno esperimento — questa
-vita non è che un sentiero di
-passaggio. E gli antichi cristiani chiamarono appunto
-<i>dies natalis</i> il giorno della morte!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
- Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e
-alla coscienza di <i>Adelchi</i> che vi si uniforma. 11
-disprezzo delle cose terrene; la convinzione che il
-mondo non meriti la pena di esser tenuto in conto:
-il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il
-disdegno trascendentale per tutte le vanità: la dottrina
-insomma della liberazione dell'anima nella
-fede, è una dottrina senza dubbio venerabile. Ma
-nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento
-di tragedia; se per tragedia si debba intendere
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-ancora lotta di forze e di passioni. E nego
-anche possa diventare soltanto elemento e fondamento
-di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice
-il Renan nella <i>Vita di Gesù</i> — ha molto contribuito
-in questo senso a indebolire il sentimento
-dei <i>doveri del cittadino</i>, e a dare il mondo in balìa
-dei fatti compiuti.»
-</p>
-
-<p>
-L'<i>Adelchi</i> porta la data di tristi anni: 1820-22;
-la data, cioè, della più feroce reazione che sia mai
-imperversata sull'Italia.
-</p>
-
-<p>
- Mentre il Manzoni componeva questa tragedia
-e studiava le sorti del regno dei Longobardi e
-narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi, Ferdinando
-I e il principe ereditario, suo figlio, componevano
-e rappresentavano, a spese del popolo
-napoletano, una lor triste comedia. Invitato a Lubiana
-dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al
-figlio la Reggenza, con una lettera piena di nobili
-sensi e di severi propositi, nella quale, dopo di aver
-dichiarato che andava a difendere, secondo <i>richiedeva
-la coscienza e l'onore</i>, i fatti del passato
-luglio, lo esortava ad agire, nella sua assenza, secondo
-appunto i dettami di quella <i>coscienza</i> e di
-quell'<i>onore</i> imponevano. Voi sapete il resto: il
-tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso
-distrutto: il Parlamento e la Costituzione
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-sospesi: i patrioti sbaragliati: il re, tenuto alla
-reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice
-il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva
-avuto il sacro deposito della fede giurata, dei patti
-accettati! — Ah, Signori, se Adelchi avesse avuto
-meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse
-stato meno obbediente al padre — al traditore di
-Lubiana! — Io non posso pensare a queste due cose,
-senza sentir freddo al cervello!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La reazione del 21 spazzò il focolare domestico
-del patriottismo italiano, di tutti i poeti, gli scrittori,
-gli artisti, i pensatori, i cospiratori, che la
-polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente
-contro i liberali romantici, che, associandosi alla
-plebe, due imperatori e il re di Prussia non si
-vergognarono di infamare, con un manifesto che li
-qualificava «malfattori e violatori di ogni legge
-divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici
-furono protagonisti: <i>Il Cenacolo</i> del <i>Conciliatore</i>
-fu sbandato: l'Arconati, il Bossi, il Pecchio,
-il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De
-Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-alla forca; Gonfalonieri, Andryane, condannati
-a vita; Maroncelli a 20 anni; Pellico a 15. E non
-parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le campagne — come
-narra un contemporaneo — piene di
-fuggiaschi, le galere e gli ergastoli pieni di uomini
-illustri per natali e per ingegno, mescolati coi ladri
-e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria, Finestrelle,
-Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti
-della giovinezza e dell'anima del popolo italiano.
-Nello Spielberg, accanto al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente
-sereno fra i dolori e i tormenti,
-di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori
-crudeli!
-</p>
-
-<p>
- Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran
-delitto commesso da Paolo nella <i>Francesca da Rimini</i>,
-di promettere all'Italia il suo braccio nel
-momento del pericolo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Per te, per te, che cittadini hai prodi,</p>
-<p class="i01">Italia mia, combatterò se oltraggio</p>
-<p class="i01">Ti moverà l'invidia....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti
-cuori incitarono, quanta fantasia incoraggiarono all'azione!
-Per questi versi, più che per altro, la
-<i>Francesca</i> divenne la tragedia popolare per eccellenza.
-Come tragedia, è mediocre; e non a torto il
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-Foscolo consigliò amicamente al Pellico, quando
-gliela mandò a leggere, di lanciare all'inferno i
-personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia,
-in quella tragedia, che la faceva cara al
-pubblico: un senso di tristezza e di malinconia,
-che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli
-animi contristati nella disperazione: una irresistibile
-tentazione di pianto che scendeva fino al profondo
-di quei cuori affaticati, e quasi dava un
-sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione
-all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di
-cittadini, con impeto di eroi! — Noi non dobbiamo
-dimenticare gli attori, in questo periodo di tempo.
-Essi furono più che i cooperatori, i motori delle
-opere stesse degli autori — che molte volte nascevano
-morte — e che essi vivificavano. Diceva l'Alfieri:
-«Non vi saranno attori in Italia, finchè non
-vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render
-giustizia agli attori, e, contro l'opinione del
-grande Astigiano, convenire che sono essi, invece,
-che hanno contribuito, se non pure a formare il
-pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico
-la fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono,
-l'accento, la linea, il colore dell'espressione alla
-passione patriottica. La forza dell'attore si consuma,
-pur troppo, nella stessa azione. La voce che
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-nella <i>Francesca</i> salutava il sole d'Italia e agitava la
-polve degli eroi; il gesto che nel <i>Procida</i> sollevava
-ad altezze epiche il verso contro il Franco
-invasore: <i>Ripassi l'alpe e tornerà fratello</i> — non
-rimangono suggellati in nessun libro, ne scolpiti
-in nessun marmo. Ma rimanevano bensì nel cuore
-e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo,
-ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di
-sentimenti invincibile! Come tante altre cose ormai,
-noi chiamiamo retorica rappresentativa quella
-dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non
-ci rendiamo abbastanza conto dell'efficacia di certe
-intonazioni vocali che pareva venissero dalle profonde
-lontananze della storia; forse non ci rendiamo
-più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella
-loro ampiezza eroica e sacerdotale pareva che raccogliessero
-tanto movimento di passione e di vita,
-per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori,
-grandi e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico
-la formula ritmica, se così posso esprimermi,
-del pensiero patriottico; e quando, la piena degli
-affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli,
-dimenticavano o fingevano d'ignorare il
-comando della polizia e della censura, e recitavano
-nella lezione originale il verso proibito, e rimettevano
-a posto la parola cancellata, e quando questo
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-non bastava, agitavano un nastro, un fiore, un
-fazzoletto dai colori nazionali; in grazia loro, il
-popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in dimostrazioni
-di entusiasmo. Molti di quelli attori
-passavano la notte, dal palcoscenico sul tavolaccio
-della polizia; molti finivano con arruolarsi volontari,
-scendevano in piazza con gli altri cittadini
-nel momento del pericolo. Perchè dimenticarli?
-L'arte drammatica fu in quei tempi il <i>bel gesto</i>
-del patriottismo italiano. Salutatela anche voi,
-passando, o Signori, con un <i>bel gesto</i> di riconoscenza!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Nella furia della repressione o della soppressione,
-come andarono a Milano distrutti gli ultimi
-residui della libertà dei cittadini, andarono anche
-distrutti molti manoscritti degli scrittori.
-</p>
-
-<p>
-E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni
-Berchet, la <i>Rosmunda</i>, che, nella fretta,
-per paura di una imminente persecuzione, la famiglia
-diede alle fiamme, assieme con le carte e
-la corrispondenza privata, che poteva compromettere
-gli amici. Ma nè supplizi, nè torture, nè soppressione
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-di poeti e di poesie, arrestano il cammino
-dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale.
-<i>Alere flammam</i> — era il motto dell'emblema
-scelto dal Berchet, per significare la costanza
-della propaganda patriottica. L'emblema
-consisteva in un'antica lucerna accesa, in cui una
-mano misteriosa versa l'alimento:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O man che scrisse Arnaldo</p>
-<p class="i01">O petto di virtude albergo saldo,</p>
-<p class="i01">Chi a' miei baci vi porge?&nbsp;—</p>
-</div></div>
-
-<p>
-chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente.
-Quella che nel periodo più scuro della reazione,
-nel periodo più duro del dolore, dal 28 al 48, versò
-tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale,
-fu la mano di Giambattista Niccolini.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai
-che una memoria letteraria; ma come tutte le memorie,
-esso racchiude la parte più viva delle nostre
-speranze, la parte più bella ed ardente delle nostre
-illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di
-drammi storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-letterato italiano cercava allora un nome alla storia,
-un'occasione a quel nome per mettersi in comunicazione
-col pubblico e fare sventolare sulla
-punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi
-ricorda oggi più tutti i <i>Manfredi</i>, i <i>Masaniello</i>,
-i <i>Fornaretti</i>, i <i>Farinata</i>, i <i>Lorenzino</i>, i <i>Sampiero
-di Bottelica</i>, i <i>Vitige</i>, le <i>Leghe Lombarde</i>
-che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi
-ricorda i nomi dei loro autori: i Corelli, i Sabbatini,
-i Turotti, i Giotti? Il nome di Carlo Marenco
-sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni
-seppe strappare ai nostri padri nella <i>Pia de' Tolomei</i>;
-e il Revere e il Brofferio e il Dall'Ongaro
-rimangono nella nostra memoria, per altre cose che
-non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva
-della scuola e della schiera è Giambattista
-Niccolini. Certo, nessuna delle sue tragedie
-ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi
-poetici: ma tutte hanno la gloria di aver
-contribuito a creare un cielo ben più nobile e più
-sacro: quello della coscienza nazionale. — Dell'<i>Arnaldo</i>
-il poeta stesso scriveva: <i>Se non ho scritto
-una buona tragedia, credo di aver fatto almeno
-un'opera coraggiosa.</i> E di questo l'Italia allora
-aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva di aver voluto
-combattere una battaglia, più che scrivere un
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-libro, con l'<i>Assedio di Firenze</i>. Così il Berchet
-scriveva «di aver fatto sacrifizio della pura intenzione
-estetica ad un'altra intenzione: di aver fatto
-sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.» — E
-non è il più lieve sacrificio, che, dopo
-la pace e la libertà perduta, questi fieri italiani
-abbiano fatto alla patria, e di cui dovremmo almeno
-avere la creanza di mostrarci loro grati! — So
-bene anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non
-disegna una fisionomia, ma abbozza appena dei
-contorni umani; non costruisce caratteri, ma sviluppa
-soltanto idee astratte, non crea anime, ma
-fa lezioni di storia. Che importa? — «Io vi esorto
-alle istorie — aveva detto agli italiani Ugo Foscolo — perchè
-niun popolo più di voi può mostrare
-nè più calamità da compiangere, ne più errori da
-evitare, ne più virtù che vi facciano rispettare, ne
-più grandi anime degne di essere liberate dall'oblivione.» — E
-il Niccolini si assunse proprio
-questa missione: di mostrar gli errori, di far rispettare
-le virtù, di liberar dall'oblivione le grandi
-anime della storia italiana. A teatro, egli conveniva
-il popolo, quasi a comizio. Così, il <i>Foscarini</i>.
-nel quale erano denunziate le iniquità dell'inquisizione
-di Stato, fu ripetuto, dal febbraio 1827 in
-poi, non meno di 200 volte. Il <i>Giovanni da Procida</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti
-entusiasmi, da impensierir gli ambasciatori d'Austria
-e di Francia, e costringerli a chiedere al
-governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente
-non stentarono molto a ottenere. Il <i>Ludovico
-Sforza</i>, scritto nel 34 e proibito nel teatro
-e nella stampa, fu ripreso col <i>Procida</i> nel 47,
-dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che
-ogni recita fu chiamata una <i>festa civile</i>. E intanto
-l'<i>Arnaldo</i>, sfuggendo a tutte le vigilanze
-della polizia e della censura, correva le terre
-d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una
-copertina che portava un altro titolo, battendo alle
-porte delle case e al cuore dei cittadini, ricordando,
-ammonendo, istigando, incoraggiando. Che
-cosa era <i>Arnaldo</i>? Era il libero pensiero che
-mostrava all'Italia la via del Campidoglio; era
-la libera protesta contro lo straniero invadente e
-il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata
-in un sol uomo, o sia pure in un sol nome,
-di una lotta che aveva affaticato per secoli l'Italia,
-e finalmente chiedeva con la palma del martirio,
-la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran
-lotta sono in movimento in questo dramma polemico,
-che contiene in se, scena per scena, la tesi
-e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo;
-di fronte al clero, il popolo; di fronte al
-vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e all'Imperatore
-tedesco, l'infinita tristezza della campagna
-romana, dove un idealista lacero e scalzo,
-aspettando la morte, gitta fra le crete malefiche
-parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'<i>Arnaldo</i>
-tutta la tradizione della coscienza civile italiana,
-tutta l'essenza dell'idea classica che animò la
-mente e mosse l'arte di Dante, di Machiavelli,
-d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di
-Manzoni, e al neocattolicismo di Gioberti e di
-Rosmini, senza chiedere, come questi, accomodamenti,
-senza tentare, come questi, compromessi
-tra principi e papi, proclamò invincibile il dissidio,
-inevitabile la lotta, irreconciliabili i termini
-del problema e gli interessi delle parti combattenti.
-Parve, un momento, che i fatti gli dovessero
-dar torto, quando, tre anni dopo la protesta d'<i>Arnaldo</i>,
-un nuovo papa, più incauto forse che abile,
-distese, fra la commozione generale, sul tempestoso
-orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore,
-di una promessa di pace. Ma la benedizione dei
-croati, subito dopo, e la fuga e il proclama di Gaeta
-e il ritorno a Roma su tutte le baionette straniere,
-e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-a dimostrare sempre opportuna l'indignazione del
-poeta ghibellino, sempre valida l'intimazione fatta
-da <i>Arnaldo</i> ad Adriano, nell'atto III, in Vaticano:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Sei pontefice, o re? L'ultimo nome</p>
-<p class="i01">Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo</p>
-<p class="i01">Il vicario tu sei, saper dovresti</p>
-<p class="i01">Che sol di spine fu la sua corona.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Con l'<i>Arnaldo</i> si chiude il ciclo della tragedia
-classica. E si chiude, per l'opera e per l'autore,
-degnamente; ond'è che a ragione l'Italia onorò il
-Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti nazionali:
-e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò
-<i>giovane di santi costumi</i>, al Carducci che, vecchio,
-lo chiamò <i>sacro veglio</i>, tutti s'inchinarono a lui,
-come nella comedia di Aristofane si inchina il coro
-al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone
-la patria richiama tra i vivi in un momento di
-pubblico pericolo.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Alzate or tutti voi</p>
-<p class="i01">Le sacre faci ardenti.</p>
-<p class="i01">Lo scortate, onorandolo co' suoi</p>
-<p class="i01">Carmi, coi suoi concenti.&nbsp;—</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-E qui mi fermo.
-</p>
-
-<p>
-L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la
-patria. Nei momenti tristi, la confortò coi ricordi;
-nei momenti di abbandono, la incitò coi rimproveri;
-nei momenti di lotta, la servì con le opere.
-L'Italia politica fu una creazione letteraria. Non
-siamo dunque tanto difficili a giudicare l'arte della
-prima metà del secolo! Di altro che di belle imagini
-e puri profili e armoniose strofe; di altro, di
-altro ell'era occupata, che di se stessa! La fantasia
-batteva dolorosamente le ali tra i ruderi
-della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva
-singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena.
-Il teatro aveva l'aspetto di un Foro; e sui rostri
-del palcoscenico, ogni autore era un oratore in
-difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto,
-si preparava qualcosa di più che la catastrofe
-di un gruppo di personaggi ideali: si preparava,
-e si sforzava a precipitare, la catastrofe
-del gran dramma secolare del popolo italiano!
-Che importa la forma? In certi tempi, la letteratura
-è azione. La miglior opera d'arte è nella
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista
-è nel trionfo di quel fatto ch'egli è concorso
-a creare od a render possibile.
-</p>
-
-<p>
-Quali sono i titoli dei drammi nella prima
-metà del secolo? Potete pure dimenticarli, o Signori,
-senza per questo recare offesa agli autori
-alla letteratura. La gran produzione del nostro
-teatro nazionale è una, e si chiama il <i>Quarantotto</i>: — protagonista,
-l'Italia, che dopo tanti
-errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo
-spirito, e afferma contro tutti i suoi oppressori,
-contemporaneamente, la sua volontà e la sua personalità. — L'arte
-donde quella produzione è derivata,
-oggi non esiste più: si è consumata nel
-fuoco stesso che l'ha prodotta. Ma le ceneri restano
-sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno
-a lungo' nell'avvenire, il calore del cuore
-e della mente della grande generazione che ridiede
-all'Italia una vita, agli Italiani una patria!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-</p>
-
-<h2 id="bellearti">LE BELLE ARTI
-<span class="smaller">DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">UGO OJETTI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e signori,</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo,
-anche perchè è facile fare a meno di conoscere
-quel che si disprezza. Non è più una quistione
-di temperamento, d'umor nero ed arcigno
-o d'indole entusiastica e presto fanatica; è addirittura
-una quistione di metodo logico. Oggi le lodi
-dei critici non sono che rari segni bianchi sopra
-una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero
-e, al pubblico, più utile, delinear le proprie
-opinioni in nero sopra una pagina bianca. Anche
-nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà
-del secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei
-fatti della politica. Forse da quattrocento anni di
-qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella realtà e
-nel sogno, nel presente e nella speranza — non era
-stato innalzato con così franco volo, non aveva fatto
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-fremere i cieli con sì ampie penne, quanto ora.
-Forse da quattrocento anni l'uomo non ha amato
-la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità,
-quanto ora. Forse da quattrocento anni
-l'arte non è stata così sincera, l'anima così presso
-alla superficie su dal profondo vorticoso mare delle
-apparenze.
-</p>
-
-<p>
-Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più
-largamente dell'estetica nostra è stato tempo in
-cui ogni arte convenzionale e gelidamente formale,
-ogni arte, secondo il valor volgare della parola, retorica
-sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo
-in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho
-detto ripugnante ma non incomprensibile. Quasi
-cinquant'anni di positivismo e di illuminato determinismo
-dànno ormai alle menti moderne la snellezza
-della versatilità, l'oggettività d'esame necessaria
-a veder con curioso e sereno studio i gesti
-e le parole di coscienze estetiche per fortuna dissimili
-dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle,
-direi quasi a gustarle senza fastidio, specialmente
-quando nel confronto noi possiamo dedurre a nostro
-vantaggio un progresso solare, e possiamo concedere
-al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo
-una qualche soddisfazione.
-</p>
-
-<p>
-Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-cultura e col suo affascinante garbo di dicitore vi
-intrattenne su le arti belle nei primi venticinque
-anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di quella
-pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura
-fu detta romantica.
-</p>
-
-<p>
-Quale era il gusto del pubblico verso il 1825?
-Quell'epoca, direbbe oggi Gabriele Tarde, era artisticamente
-un'epoca non di creazione ma di moda.
-Fede ed amore in altro che non fosse la materia
-e la material forma dell'opera erano cosa vana.
-L'immaginazione bastava a dare il tema, anche
-una semplice immaginazione illustrativa, suddita
-umile della letteratura — fosse questa letteratura
-storia o poesia. L'estetica winckelmaniana e le enfasi
-su l'<i>Apollo</i> soddisfacevano ancora le anime, e
-le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e
-Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni
-orazione accademica. «I lavori più nobili di coloro
-che operarono in questa classica terra,» per dirla
-con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto
-dal David, nella teoria dal Lessing e ancora si credeva
-con lo Schlegel che la tragedia antica non
-fosse stata che della scultura. <i>La Teoria del Bello</i>
-di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser
-considerata come il riassunto di quello che predicavano
-pittori e scultori e architetti i quali, al cospetto
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-di Dio e dei sovrani e dei colleghi, erano fecondi
-più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è
-la rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile
-conveniente, per via della quale si risvegli l'armonico
-esercizio delle facoltà dell'anima»: questa
-è la definizione precisa dove quel <i>conveniente</i> e
-quell'<i>armonico</i> annebbiano e gelano ogni speranza
-d'una sincerità anche prudente. Non il vero e non
-l'emozione per simpatia gli artisti si propongono,
-ma il nuvoloso metafisico <i>prototipo</i> od <i>archetipo</i>
-il quale era, proprio secondo le parole del Ficker,
-«un oggetto di somma perfezione pensato per mezzo
-delle idee e concreato o reso percettibile ai sensi
-con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione
-della relatività e della mutabilità del bello è penetrata
-anche nella mente della folla, sembrano e
-sono incomprensibili, se non ingenue. Victor Cousin
-poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi
-di Diotima a Socrate nel <i>Convito</i>: «Bellezza
-eterna non generata e non caduca, scevra d'aumento
-e di diminuzione, che non è bella in una
-parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo,
-in un luogo, in un rapporto, bella per gli uni,
-brutta per gli altri, bellezza disciolta da ogni forma
-sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è
-nemmeno il tal pensiero o la tale scienza particolare,
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-che non risiede in alcun essere diverso da sè
-stessa, come in un animale, nella terra, nel cielo
-in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile
-per sè medesima, di cui tutte le altre
-bellezze partecipano, in maniera però che il loro
-apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione
-nè accrescimento nè il più leggero mutamento.»
-</p>
-
-<p>
-Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica
-potremmo chiamare teologia del bello, accennava
-a svanire verso le nuvole donde era scesa. Era
-tenace come una religione ed assiepata da intrichi
-di pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che
-valeva mutilazione nella vita, falsità nella produzione,
-aveva i suoi fanatici e i suoi pontefici e,
-nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora
-il professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini,
-presidente e cattedratico di pittura nell'insigne
-e pontificia Accademia romana di San Luca,
-rappresentante onoratissimo del più puro purismo
-e del più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva
-in un solenne discorso quella esatta definizione del
-bello ideale con tanta fede, che in una copia che
-io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne
-dedica a un amico: «Tu che comprendi la ragion
-delle cose, leggi e di' a me, Tommaso Minardi, se
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il
-V maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia,
-professore di eloquenza alla regia Università di
-Torino, lodava gli artisti «i quali altro non fanno
-che riprodurre quanto di più vago e magnifico a
-lor si mostra.... Se ben, a che dico io, il riproducono?
-Meglio era dire il migliorano.» Ancora, nel
-1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze
-l'opuscoletto su la <i>Bellezza e civiltà o delle arti
-del bello sensibile</i> diceva che «il bello è ordine,
-è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in
-una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso
-quadro; l'ideale è un'idea colta attraverso
-le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico credeva
-necessario lungamente dissertare su la <i>Opportunità
-di trattare in pittura anche soggetti tolti
-dalla vita contemporanea</i>; sebbene il Tommasèo
-e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale
-la potenza di commuovere, riducendo così finalmente
-a teoria quella nostra pittura romantica che
-già declinava, anzi già — come vedremo — era vinta.
-</p>
-
-<p>
-Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre
-in ritardo paragonati agli artisti creatori, e non
-fanno che dedurre dalle premesse che questi hanno
-già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto
-dopo Turner. Figuriamoci se il Tommasèo non doveva
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-arrivare almeno quindici anni dopo il Bacio
-dell'Hayez!
-</p>
-
-<p>
-Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori
-italiani paragonati ai pittori di Francia. Tra il
-venti e il trenta mentre in Italia è ancor vivo e
-glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani
-teatrali e lividi copiatori di statue, il Camuccini
-che ha dipinto la <i>Moglie di Cesare</i> e dipinge ancora
-per Bergamo la <i>Giuditta che ringrazia Iddio
-dopo aver ucciso Oloferne</i>, per Praga la <i>Discesa
-di Gesù al Limbo</i>, pei Torlonia l'<i>Ingresso di Francesco
-Sforza in Milano</i>, e soltanto l'Agricola e il
-Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli
-a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa
-egemonia paragonabile a quella del Thorwaldsen
-in scultura, — in Francia il Géricault, il Delacroix
-avevano redento per varii modi l'arte dalla stupida
-cieca tirannia del cosiddetto <i>stile</i> e Corot era
-già stato in Italia e aveva dipinto il <i>Ponte di
-Narni</i>, il <i>Colosseo</i> e l'<i>isola di San Bartolommeo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto
-a Roma, era tra quei neoclassici davideggianti alla
-Camuccini e i puristi tedescheggianti alla Minardi.
-Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto
-a Via Sistina nella casa degli Zuccari per
-commissione del cavalier Bartholdy console di Prussia,
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-e nella Villa Massimo al Laterano avevano su
-per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato
-con composta placidità Dante, il Tasso e
-l'Ariosto. Anzi in quegli anni il «nazareno» Overbeck,
-detto allora l'Angelico del secolo decimonono,
-ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva
-estatico la fronte della Porziuncola francescana ad
-Assisi, in Santa Maria degli Angeli, sotto la cupola
-del Vignola.
-</p>
-
-<p>
-Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una
-stessa accusa gli avversarî, e a leggere l'opuscolo
-del Bianchini sul <i>Purismo nelle arti</i> o quello del
-Selvatico sul <i>Purismo nella pittura</i> e a guardar
-a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi
-anni direttore dell'Accademia, i disegni anche più
-dei pochi squallidi dipinti del Minardi, non possiamo
-comprendere perchè le due scuole così timide
-di contro al vero non si riconoscessero sorelle in
-un comune peccato originale: quello di imitare una
-imitazione. A noi sembra che tanto valesse condurre
-in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri
-qui a Firenze ad ammirare in casa Mozzi <i>Il giuramento
-de' Sassoni a Napoleone dopo la battaglia
-di Jena</i> dipinto dal Benvenuti o al palazzo
-della Gherardesca a godere il suo <i>Conte Ugolino
-nella torre di Pisa</i>, quanto su su per la scalinata
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-di Piazza di Spagna farli a Roma salire a venerare
-gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a
-casa del Bartholdy.
-</p>
-
-<p>
-Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni
-prima, presentato a Roma al Canova con le commendatizie
-del Cicognara, questi gli aveva parlato
-così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non
-il programma dei suoi studî: ritengo che l'intenzione
-sarà di studiare Raffaello e l'antica scultura
-greca per formarsi un'idea del bello che certamente
-quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal
-vero.» E nei consigli del grande di Possagno i
-due indirizzi già si raccoglievano in un elogio che
-oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un
-biasimo. Se da un lato le sculture classiche erano
-l'ideale che nei loro quadri camucciniani mettevano
-in moto come altrettanti manichini creati diciassette
-diciotto secoli prima a Roma o ad Atene
-o ad Alessandria pel loro comodo e pel loro piacere,
-dall'altro i <i>nazareni</i> tedeschi dalla lunga
-chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto
-aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo
-o del Perugino col nobile scopo di riempire
-le tele che loro erano state allogate da qualche
-nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita.
-Col vero si aveva il minor rapporto possibile,
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-perchè il pericolo della volgarità era pericolo
-di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale
-per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e
-magniloquente, ora anche questo simulacro è sdegnato
-dai puristi che si inginocchiano prima di
-dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio
-del Minardi scritto nel '21 quando dalla direzione
-dell'Accademia perugina cui l'aveva raccomandato
-quattro anni prima lo stesso Canova egli passò a
-Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca,
-si dice che per lui rivisse l'antico spirito perugino;
-e doveva dirsi che da lui si erano lucidate
-le antiche forme peruginesche. Se non fosse il colorito
-incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi
-e dei gesti, se non si sentisse a ogni segno e ad
-ogni pennellata la stereotipata abilità di composizione
-e di ricomposizione sostituita alla franca geniale
-spontaneità dell'invenzione come la luna invece
-del sole, tutta l'opera del Minardi potrebbe
-nel metodo paragonarsi a quelli affreschi e a quei
-quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli
-di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo
-a pezzo i cartoni del maestro e voltandoli da un
-fianco o dall'altro e magari a una tunica d'apostolo
-infilando le braccia, i piedi e la faccia della
-Santa che loro era stata per pochi scudi e per
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-mezzo sacco di grano allogata. Ma le più stentate
-pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere
-di Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato
-divino e la sincerità e la sicurezza che a questi
-importanti monotoni sillabatori di poemi eterni
-mancano, e giustamente.
-</p>
-
-<p>
-Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi
-soavissimi pittori dal color di manteca e dal disegno
-esemplarmente calligrafico si venivano scrivendo
-vite e panegirici di Raffaello e di Perugino,
-dello Spagna e del Francia, del Ghirlandajo e magari
-del buon frate Lippi come se fossero stati altrettanti
-santi passati in terra belli e compunti, a
-miracol mostrare. E il Rio con l'<i>Art chrétien</i> raccogliendo
-dieci anni dopo tutte queste agiografie
-sarà considerato l'ideale storico dell'arte, e il padre
-Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico
-scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla
-sua nobile anima parvero rinnovatori fecondi laddove
-non erano che plagiarî sterili gelidi e timidi.
-</p>
-
-<p>
-Forse la parola <i>plagio</i> è troppo cruda per quegli
-onesti, perchè il loro plagio fu incosciente ed essi
-credettero fare opera di purezza commettendolo, e
-anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío
-tanto che i più di loro morti anche venti o dieci
-anni fa, oggi son rinnegati financo dai discepoli, e
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-dal pubblico abbandonati nelle ultime sale delle
-accademie e delle pinacoteche.
-</p>
-
-<p>
-Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in
-Francia ravviva la memoria di ogni più oscuro pittore
-della libera scuola del Trenta; e in Germania
-stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena
-prima di Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata,
-dimenticata. Per molto tempo essa gelida e
-diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa
-da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano
-nulla di nuovo e non lasciano alcun ricordo;
-sono corrette, decenti e fredde» diceva nel 1828
-lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e
-avrebbe potuto dire lo stesso delle poche tele del
-Minardi.
-</p>
-
-<p>
-Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi,
-che in realtà fu solo un maestro e specialmente
-al senese e gentile Luigi Mussini fraterno
-amico dell'Ingres onorato così in Francia come in
-Italia, pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica.
-Qui più cospicuamente si vede la rispondenza fra
-i puristi in pittura e i puristi in letteratura; qui
-più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come
-il Basilio Puoti del pennello, e il suo <i>Discorso su
-le qualità essenziali della pittura italiana</i> scritto
-nel '34 continua venticinque anni dopo la <i>Dissertazione
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-su lo stato presente della lingua italiana</i>
-presentata dal Cesari all'Accademia milanese.
-</p>
-
-<p>
-Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro
-e d'ombra con che il Benvenuti e il Camuccini e
-tanti altri minori preparavano nei dipinti le parti
-luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi
-effetti dal vero, ma disponendoli con una luce teatrale,
-della cui falsità (come narra nelle sue <i>Memorie</i>
-l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire
-Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e
-lo vide dipingere la <i>Morte di Priamo</i>), si gloriavano
-apertamente. Così i loro colori furono chiari
-se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare
-lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura
-riaddussero in onore l'encausto e ritrovarono i buoni
-metodi del fresco. Nella prospettiva, poi, ricominciarono
-a conformare la grandezza degli oggetti ritratti
-alle dimensioni della immagine prospettica,
-quale è descritta nel taglio del cono visuale, al
-punto in cui l'artista si pone così da non dover
-spostare, come avveniva spesso nei macchinosi quadri
-davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi
-romantici, il punto della veduta due volte
-almeno per una stessa pittura.
-</p>
-
-<p>
-Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il
-Sabatelli nel '50, il Biscarra che dal '21 era stato
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-da Carlo Felice chiamato a dirigere l'Accademia a
-Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato
-a Roma e aveva plagiato nel <i>Caino</i> il <i>Delitto
-perseguitato</i> di Prudhon, ebbe nella sua Accademia
-a direttore della scuola di disegno ornamentale
-quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34
-aveva osato nel reale palazzo di Torino e nelle ville
-di Pollenzo e di Racconigi distruggere tutte le delicatezze
-delle ornamentazioni <i>Louis XV</i> per sostituirvi
-le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti
-costoro poterono prima di morire veder che nulla
-rimaneva loro fuor che gli onori. L'Hayez ormai
-trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e sapor
-di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più
-che l'Hayez il popolo e la violenza del popolo trionfavano.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione
-e il gelo, contro ogni moda straniera, poterono
-seder sul trono e schiacciare ogni spontaneità
-di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture
-definire le condizioni sociali, l'ambiente morale
-e politico dove l'arte ebbe a svolgersi, o meglio,
-dove l'arte ufficiale potè restare immobile.
-</p>
-
-<p>
-Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente
-della <i>poca plebe</i> sbrigliata in piazza, nel periodo
-che va dal '21 al '48, da quando a Modena Carlo
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione
-piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni
-del '48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia
-non dettero che esempii di timorati desiderii platonici.
-Composte nel gesto e nelle parole, ammonite
-dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse si
-rammentano dell'unità e dell'indipendenza della
-patria quando sognano non quando agiscono. Il 1848
-è stato voluto e ottenuto dal popolo: è bene rammentarlo.
-Uscito di prigione Silvio Pellico che, come
-il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione,
-nei <i>Doveri dell'uomo</i> ha questo passo caratteristico:
-«Il progresso sociale verrà con le virtù domestiche
-e con la carità civile, o non verrà in alcun
-tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica,
-facciamo cristianamente quel bene che possiamo,
-ciascuno nel nostro circolo: preghiamo Dio
-per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente e
-forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà,
-altro ci volle che la serenità e la indulgenza e la
-carità predicata dall'autore della <i>Francesca da Rimini</i>!
-Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio, la
-tirannide interna premeva poco; l'importante era
-fare l'Italia con la libertà se era possibile, e, se
-no, anche col dispotismo, anche con l'aiuto dei principi,
-con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-egli potè vedere che se gli individui non sono liberi,
-è inutile che sia libera la patria.
-</p>
-
-<p>
-La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico
-e d'Azeglio e Manzoni appartennero, e di cui — come
-disse il De Sanctis — Balbo fu il dottrinario,
-Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo
-da parte la libertà come fine, volendo lasciare
-la società alle sue forze naturali perchè riescisse al
-progresso, respingendo ogni idea di violenza, sia che
-la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal
-basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni
-e, soprattutto, era composta e misurata. Misurate
-e composte furono le classi dominanti finchè
-essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino all'avvento
-della scuola democratica mazziniana.
-</p>
-
-<p>
-Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico
-mitologico, cioè una mitologia senza mito e
-una rettorica senza eloquenza — Camuccini, Landi,
-Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli
-che verso il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo
-minardiano, così placidi e frigidi, così lontani
-dalla realtà, così assestati, così teatralmente
-panneggiati o così misticamente diafani, poterono
-contentare formalmente quelle classi che uniche davano
-pane e lodi agli artisti. E specialmente lo
-poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-se non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente
-a Firenze, che un grande critico disse essere
-a quelli anni soltanto «un passato illustre immobilizzato
-e regolato.» L'<i>Arnaldo da Brescia</i>, come
-tutti sanno, è del 1844.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto che il classicismo e il purismo poterono
-contentare <i>formalmente</i> le classi dominanti, perchè
-occorse la pittura romantica per appagarle anche
-con la sostanza.
-</p>
-
-<p>
-La scuola liberale, considerando e studiando la
-società come una cosa reale e spontaneamente e
-indefinitamente progrediente, dovette interrogare,
-per giustificare la sua calma e benevola aspettativa,
-la logica della storia, cioè divenire una scuola storica.
-E la storia fu a base anche dei lavori di immaginazione
-e si videro pullulare i romanzi storici,
-le tragedie storiche, e le pitture storiche.
-</p>
-
-<p>
-Certo, anche la pittura che si è convenuto di
-chiamare romantica, ebbe su lo scoppio della rivoluzione
-italiana un'azione molto indiretta: ma di
-ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia,
-quali ne sieno stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata
-alla letteratura romantica, ad essa manca
-il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il
-Tommaso Grossi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò
-il momento storico che certo egli non creò, ma dal
-quale con versatile docilità si lasciò nella lunga
-onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue
-<i>Memorie</i> purtroppo incompiute, sebbene esse non
-abbiano ne la vivacità fresca e inesausta dei <i>Ricordi</i>
-di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità affettuosa
-di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente
-che egli è un pittore di transizione, non
-un rivoluzionario fanatico e fisso in ciò che egli
-creda essere la ideale verità infallibile. Troppi
-esempî di virile costanza e in letteratura e in politica
-e anche nelle belle arti — come vedremo parlando
-della scultura — in quei tempi avventurosi
-gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare
-la sua abile mobilità.
-</p>
-
-<p>
-Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova,
-mandava al concorso dell'Accademia di Milano il
-<i>Laocoonte</i> famoso, tipo nel tema e nella tecnica di
-classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva
-fra gli applausi il <i>Carmagnola</i>, e nel '30 i
-<i>Profughi di Parga</i>, eco degli entusiasmi filellenici,
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-e nel 1848 firmava un autoritratto <i>Francesco
-Hayez italiano di Venezia</i>, e nel '67 mandava
-a Parigi la <i>Battaglia di Magenta</i>: è il vero
-riflesso pittorico delle vicende politiche intellettuali
-e sentimentali le quali mossero e commossero l'Italia
-nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo
-direttivo nel labirinto delle opposte tendenze dei
-sogni che balzano d'un tratto in piena realtà, dei
-fatti che lampeggiano invano per un attimo e si
-spengono sotto la nebbia dell'utopia.
-</p>
-
-<p>
-Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati,
-e l'impero napoleonico cadde mentre egli dipingeva
-sopra un'ampia tela <i>Ulisse nella reggia di
-Alcinoo re dei Feaci</i>, e riparò a Venezia dove stette
-tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto
-tanto che nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli
-dipinse <i>Diotima che insegna a Socrate l'arte
-monocromata e Alcibiade nel gineceo quando è
-rimproverato da Socrate</i>, dentro un fregio di amorini
-dove l'<i>Amor feroce</i> è simboleggiato dalla tigre,
-l'<i>Amor leggero</i> dalla farfalla, l'<i>Amor forte</i> dal leone,
-e così via!
-</p>
-
-<p>
-Se egli non fosse stato quel pronto spirito che
-dicevo poco fa, voi vedete in quale palude si
-sarebbe annegato. Ma ode da Milano i richiami
-del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-ed espone il <i>Carmagnola</i> ed è salvo. Messosi così
-nella corrente, egli per sua ventura, non ne escirà
-più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi, checchè
-egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con
-Tommaso Grossi lo esorta a perseverare.
-</p>
-
-<p>
-Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il
-rispetto, coreografo sagacissimo, coloritore non oso
-dir veneziano, ma certo ammiratore dei Veneziani,
-disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli
-aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili
-e impassibili neoclassici, ormai egli può abbandonarsi
-alla sua foga feconda, in gara coi letterati
-che han trovato il perfetto illustratore e lo chiaman
-fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per
-qualche anno sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850
-succedette per trent'anni, ritrattista aulico di tutti
-i sovrani convenuti nel 1822 al congresso di Verona,
-protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich
-da cui si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente
-a braccetto, pittore nel soffitto della sala
-delle Cariatidi al palazzo reale di Milano quando
-si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse
-la corona di ferro, se non fosse stato un pittore,
-sarei curioso di sapere come l'avrebbe giudicato il
-Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899, ai pittori
-e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-ai poeti, e io devo parlarvi solo della sua
-versatilità artistica. Certo è che quando nel 1872
-Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il
-veterano della pittura italiana, a me par di vedere
-in quella parola <i>veterano</i> scritta dal glorioso reduce
-di Venezia una punta di benigna ironia.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Bacio</i> è forse il quadro più noto dell'Hayez,
-e meritatamente. Il sentimento, anzi, l'impeto amoroso,
-non è stato segnato con altrettanta intensità
-in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste
-di un bel limpido azzurro è così abbandonata su
-le spalle e contro le labbra dell'amante, con gli
-occhi chiusi per la dolorosa delizia di quell'addio,
-e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di
-color bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente
-virile, che anche oggi, a prima vista, nonostante
-il disgusto delle oleografie untuose che
-primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte
-le romanticherie cantate per anni sotto la luna, ci
-commove, sebbene, per fortuna, non ci piaccia più.
-</p>
-
-<p>
-E la commozione patetica fu appunto lo scopo
-di tutta quell'arte romantica. Il bello morale, come
-essi dicevano, è il loro Dio, e ogni scolaretto ripete
-dal Forcellini l'etimologia del bello, <i>bellus</i>, da <i>bonellus</i>
-cioè dal buono. La forma che nei classici
-era stata il fine, nei romantici diviene il mezzo
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-per eccitare affetti. Tommaso Grossi appare allora
-superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni
-no. La così detta donna romantica è la sua
-fissazione; e la Fuggitiva, Lida, Ildegonda, Bice,
-Giselda sono il tema favorito dei pittori lacrimosi
-che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso
-ad essere lacrimevoli.
-</p>
-
-<p>
-Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile
-e anche inutile. Di <i>Imelda de' Lambertazzi</i>, di
-<i>Maria Stuarda</i>, di <i>Giulietta e Romeo</i>, di <i>Clorinda
-e Tancredi</i>, della Congiura dei Fieschi, di
-scene delle Crociate da <i>Pietro l'Eremita</i>, alla <i>Sete
-dei Crociati</i>, egli fece tre, quattro, cinque variazioni
-in quadri grandi e in quadri a figure terzine, in
-bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti,
-dal <i>Carmagnola</i> a <i>Marin Faliero</i>, da <i>Vittor Pisani</i>
-a <i>Valenza Gradenigo</i>, da <i>Caterina Cornaro</i>
-ai <i>Due Foscari</i> che voi avete qui alla vostra Accademia,
-egli fu di una attività da Briareo e di
-una varietà di combinazioni melodrammatiche degna
-di Felice Romani. E dall'estero le ordinazioni piovevano
-come le lagrime delle spettatrici. Nè perciò
-egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per
-tornare agli antichissimi, i soggetti mitologici. Ma
-per alcuno dei ritratti, massime per il suo agli
-Uffizi, essendo costretto a rendere il vero senza veli
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato
-anche oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del
-conte Giovanni Morosini e di Antonio Rosmini,
-quando qualche volonteroso che forse non è lontano,
-farà la storia del ritratto nella pittura italiana,
-dovranno avere nel periodo che va dal '30 al '50
-un posto d'onore. Così a Roma il Consoni, il Capalti,
-il Cochetti suoi contemporanei, non meritano
-una menzione per altro.
-</p>
-
-<p>
-E passiamo ai minori.
-</p>
-
-<p>
-Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e
-non vi dirò d'altri — spesso gli furono eguali per
-valore. In tutti i varii indirizzi a volta a volta
-riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente
-e del tema, e quello che nell'Hayez fu
-graduale evoluzione sincera, in loro o è incertezza di
-convinzione o destrezza di opportunismo eclettico.
-</p>
-
-<p>
-Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco
-e Giuseppe Sabatelli figli di quel Luigi Sabatelli
-che già vi segnalai come emulo del Camuccini e
-cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette
-l'Hayez. Il padre li vide morir tutti e due.
-Francesco, maggiore di dieci anni, mandato giovanissimo
-da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo
-soli diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro,
-tornò a Firenze a finire la sala dell'Iliade
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando quella
-d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e
-quella di Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre
-Pietro Benvenuti dipingeva tutta la cupola della
-Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da questi
-sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere
-della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa
-nella composizione ma più franca nel colore è, nella
-minuscola cappella a sinistra del coro in Santa
-Croce, la figurazione di <i>Ezelino da Romano ai piedi
-di Sant'Antonio</i>. Del fratello Giuseppe, anche chi
-non ha cercato a San Firenze la misera cupoletta
-ormai cadente della Cappella della Madonna, o all'Accademia
-la <i>Battaglia del Serchio con Farinata
-e Buondelmonti</i>, rammenta le affettuose parole del
-Duprè nel cui studio ogni mattina egli si riposava
-andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi
-neri facevano ancora apparire più pallido
-quel viso mansueto e serio; dal suo labbro non
-uscivano che poche e benigne parole; la sua compagnia
-era mite e soave; e la memoria di lui mi
-ritorna mestamente serena come il ricordo di un
-bene smarrito ma non perduto.»
-</p>
-
-<p>
-E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma
-sanesi, Luigi e Cesare Mussini. Luigi che come ho
-detto, cominciò con l'essere un purista minardiano,
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-si inromantichì presto nel suo <i>Decamerone sanese</i>,
-e più <i>nell'Eudoro e Cimodocea</i> di questa Accademia,
-un quadro derivato da Chateaubriand, color di
-rosa e color di cenere, levigato e mantecato e illuminato
-non si seppe mai da che parte. Cesare fu
-un coreografo anche più complicato in quella <i>Congiura
-dei Pazzi</i> che verso il '45 era stimato uno
-dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco
-dopo fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.»
-</p>
-
-<p>
-Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il
-freddo e compassato Pollastrini che dopo aver fatto
-accademicamente melodrammaticamente morire <i>Ferruccio
-a Gavinana</i>, uccise anche <i>Lorenzino de' Medici</i>
-con altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro
-<i>cacciò in nome del vittorioso Cosimo primo i
-sanesi da Siena</i>. Ho detto un dopo l'altro: come
-nei Mussini così in tutti questi altri romantici le
-figure sono viste a una a una, e il chiaro e lo scuro
-è reso, non nell'insieme, ma su ciascuna di esse
-singolarmente e speciosamente.
-</p>
-
-<p>
-Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio
-di lui, verso il quaranta, dipinse un'<i>Eva</i> che aveva
-qualche floridezza e qualche freschezza di carni, ma
-subito ricadde nella coreografia trionfale con la gran
-tela figurante l'<i>ingresso di Carlo ottavo in Firenze</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-che ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen.
-Andatela un giorno a vedere, all'Accademia, e mi
-perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche
-di criticarla.
-</p>
-
-<p>
-Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano
-questo periodo: il Malatesta e il Guardassoni.
-Del Guardassoni non è di voi chi non conosca almeno
-un'oleografia dell'<i>Innominato</i> da lui più volte
-ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo
-sono state dalla Provvidenza destinate ad essere appunto
-riprodotte nel modo a loro meglio convenevole,
-cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta
-onestà della pennellata, per una certa vivezza di
-colore, per la disinvoltura del disegno, il quadro
-appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè,
-mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò
-basta a giustificare l'oblio. A Bologna cento chiese — San
-Giuseppe ed Ignazio, la Trinità, San Giuliano,
-Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena,
-Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San
-Gregorio, San Giorgio, SS. Filippo e Giacomo, San
-Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di Saragozza,
-la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture
-sue eseguite prima e dopo il '50, con una mano
-sempre più facile e anche sempre più trascurata,
-celeremente, per poco danaro, alla brava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove
-anni fa. Dipinse con grande chiarezza molti ritratti,
-con minore arte quadri sacri e quadri storici, fra
-i quali il più noto è quello in cui i <i>soldati della
-lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla
-battaglia di Cassano d'Adda</i>. Un titolo, come
-udite, un po' lungo, e veramente io penso a trovarne
-di altri anche più esplicativi e più lunghi,
-che cosa dovessero valere quei quadri per chi non
-sapesse leggere o almeno non sapesse di storia.
-</p>
-
-<p>
-Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini,
-del De Min, del Gregoletti, del Gazzotto che
-illustrò Dante a penna, sono oggi memorabili solo
-i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene
-in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo
-d'Oria di Cirié in via Lagrange si apriva la
-prima esposizione della Promotrice, con centocinquanta
-opere di autori viventi e quello fu il terzo
-grande avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto,
-dopo l'apertura della Pinacoteca e la restaurazione
-dell'Accademia Albertina. Giuseppe Camino,
-i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin,
-Francesco Gamba erano tra gli espositori. Ma non
-è questo il momento di definir l'opera di tali valorosi,
-cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e
-non solo in arte. Ora rammento solo artisti più
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-vecchi: Ferdinando Cavalieri, amico dell'Hayez,
-che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola
-dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava
-di là per la sala dei paggi nel Reale Palazzo
-un quadro rappresentante <i>Il conte Amedeo III che
-giura la sacra lega in Susa</i>; il Biscarra che scendeva
-dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei
-suoi Alessandri e dei suoi Mosè per romanticheggiare
-con una veramente misera <i>Morte del conte
-Ugolino</i>; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare
-la sua attività ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore
-del Voto e più l'autore di molti ritratti privi di
-luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti,
-che sebbene fosse nato presso Milano, pure è da
-iscriversi tra i piemontesi per essere stato dal '43
-al '60 professore di pittura all'Accademia di Torino.
-Un'altra <i>Congiura dei Pazzi</i>, il <i>Federigo
-Barbarossa cacciato da Alessandria</i> che è in quel
-Palazzo Reale, e l'incomprensibile episodio della
-Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca
-bolognese, sono opere che raccolgono bellamente
-tutti i difetti suoi e dei tempi, ma hanno un
-certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve a
-Luigi Sabatelli maestro suo.
-</p>
-
-<p>
-A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi.
-Che memoria resta di loro? Io che son
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho udito
-pronunciare questi due nomi con venerazione, quando
-un giorno mi son determinato entrando nelle stanze
-di Raffaello in Vaticano a fermarmi nella prima
-stanza detta della Concezione e tutta affrescata dal
-Podesti con una squallida intonazione tra color di
-rosa e color di legno, con una compassata scolastica
-composizione che non si può più nemmeno dire teatrale;
-quando nella minuscola pinacoteca di Ancona
-sua patria invece di correre ad adorare la piccola
-madonna del Crivelli ho voluto guardare con qualche
-attenzione i cartoni, i quadri e i quadretti del
-tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato
-una delusione tale, che oggi non oso con esatte
-parole ripeterla. Il pittore de Sanctis che di lui
-morto parlò nell'Accademia di San Luca, affermò
-che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava
-alto nella pittura come quello di Verdi
-nella musica», un paragone che a noi di un'altra
-generazione oggi sembra irriverente addirittura.
-Pure la sua fama fu immensa; e da quando nel
-1830 espose in Campidoglio nella prima Esposizione
-degli amatori e cultori di belle arti il <i>Martirio
-di Santa Dorotea</i> fino a che per commissione di
-Carlo Alberto eseguì il <i>Giudizio di Salomone</i>; da
-quando per don Alessandro Torlonia nella villa
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-fuori Porta Pia dipinse a fresco le <i>imprese di
-Bacco</i> e nel Palazzo di piazza Venezia il <i>mito di
-Diana</i> fino a che per Pio nono eseguì la stanza
-della Concezione; dal quadro dell'<i>Assedio di Ancona</i>
-che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di
-Londra ebbe due medaglie d'oro e oggi sarebbe rifiutato
-in una promotrice provinciale fino a tutti
-gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine,
-egli fu venerato a Roma anche più di quel
-che l'Hayez fosse stimato a Milano o il Bezzuoli
-a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne.
-</p>
-
-<p>
-Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di
-San Rocco a Roma più virile e ha un colore più
-franco, ma anche egli non sente la luce e tanto
-meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo;
-le quali due accuse sono, in realtà, le massime
-contro tutta la pittura d'allora. Tanto che tutte
-quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri
-azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette
-e giallette, che modellan muscolo a muscolo
-la carne e i soliti toni di cobalto e di roseo alla
-Sassoferrato, fanno della <i>Crocifissione</i> cui allora
-stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino
-presso le ampie figure zuccaresche dell'abside, ornamentali
-e baroccamente violente.
-</p>
-
-<p>
-In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-Bertini che nato nel '25 è morto quest'anno
-conservatore della Pinacoteca di Brera, sebbene sia
-più noto come primo maestro di qualche grande,
-pure meritò per la mobilità del suo stile dal Selvatico
-questa lode «or sa farsi Ghirlandajo, ora
-Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode
-sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio
-invece fu protesa verso l'avvenire che egli bene intravvide,
-ma nel quale, come pittore, non riescì ad
-entrare. Più che la <i>Sfida di Barletta</i> o il <i>Brindisi
-di Ferruccio</i> o la <i>Battaglia di Gavinana</i> o
-lo Sforza che gitta l'accetta su l'albero o tutti
-i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i
-suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui,
-<i>finiva</i> sul vero. Dei quadri supposti storici, dei
-quali ora più ci occupiamo, egli si gloria che avessero
-il gran merito — o piuttosto la condizione
-<i>sine qua non</i> di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di
-servire cioè al pensiero italiano.
-</p>
-
-<p>
-Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre
-vero: ma per gli altri lo fu? E se lo fu, questa
-pittura romantica raggiunse lo scopo, cioè affrettò
-la rivoluzione verso la unità e per la libertà individuale
-e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da
-giovane aveva veduto domare la rivoluzione francese
-e l'aristocrazia e il re tornare a Torino e i
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri
-e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva
-con ironia: «Quale appare secondo esse la
-via più breve onde condurre un popolo alla perfetta
-felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi
-dietro un uscio e far la posta al tiranno; quando
-passa, <i>tonfete!</i>, una buona botta sul capo, e tutto
-si trova fatto, compito e terminato; tutti sono contenti,
-tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici,
-virtuosi, eguali, fratelli amorosi, insomma un
-popolo si trova diventato d'un colpo il paese della
-cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo
-è egli vero, e mette forse in capo idee vere?»
-</p>
-
-<p>
-E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso
-della pittura romantica e di tutte le <i>Leghe Lombarde</i>
-e di tutte le <i>Congiure dei Pazzi</i> e di tutte
-le <i>Disfide di Barletta</i> che furono dipinte allora?
-Invece di dire al vicino «La tua casa brucia»
-quei bravi artisti gli dicevano, ad esempio: «Brucia
-la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana
-in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva
-essere rettorico e, verso la polizia, comodo, ma
-poteva anche essere inutile. Eran ricordi di scuola,
-finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti, favole
-non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni,
-forme che non sprizzavano direttamente dal pensiero
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-e dalla passione vivi ma li viziavano e li impacciavano
-come paludamenti. La pittura fu, come
-disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia
-con licenza dei superiori,» Permettete a chi
-forse ammira troppo il tempo in cui vive di constatare
-che anche in franchezza, per fortuna, noi
-abbiamo progredito.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici
-spinsero tutti gli animi a questa franchezza
-e lacerarono le maschere prudenti, e i pittori di
-Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero
-o meglio dovettero divenire i pittori di Carlo
-Alberto, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, vi
-dirò qualche parola su la scultura e gli scultori.
-E più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho
-la ventura di parlare nella patria di Lorenzo Bartolini.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> E tu giunto a compièta,</p>
-<p class="i01">Lorenzo, come mai</p>
-<p class="i01">Infondi nella creta</p>
-<p class="i01">La vita che non hai?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Prima di lui la scultura classica del Canova, o
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-più propriamente inclinata alle semplicità del purismo
-nel Thorwaldsen e nel suo nobile allievo il
-nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in
-Europa. Per un momento tutta la nostra gloria artistica
-parve affidata a lei. Nè Dannecker nè Rauch
-in Germania, ne François Rude o David d'Angers
-Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore
-d'onori, la fecondità pure diligente, la fattura squisita
-dei nostri. Per confrontare Thorwaldsen al conte
-Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal
-monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di
-Pio ottavo Albani; ma la castigatezza e il fermo
-modellare sì del maestro che del discepolo sono
-schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose
-così, che al confronto il Gregorovius potè dire che
-le due tombe sembrano fra tanta sontuosità di cattolicismo
-due monumenti protestanti. È stato detto
-che il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì,
-ma il Minardi non seppe nè dipingere nè coi disegni
-commuovere; il Tenerani seppe e scolpire e
-commuovere. Dalla <i>Psiche abbandonata</i> che piacque
-tanto al Giordani fino all'altra <i>Psiche svenuta</i> che
-egli dovè ripetere quindici volte, dal rilievo della
-<i>Deposizione dalla Croce</i> che è tra gli ori candido
-vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al
-colossale <i>San Giovanni Evangelista</i> pel San Francesco
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-di Paola a Napoli, dal troppo classico <i>Monumento
-pel conte Orloff</i> al <i>Monumento per Bolivar</i>
-o alla statua di <i>Pellegrino Rossi</i>, egli ha mostrato
-veramente un'anima geniale e una scienza
-tecnica di polita gentilezza e un'abilità di panneggiare
-insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E
-basta leggere una pagina della sua biografia scritta
-dal Raggi, per sentire quanto il mondo fosse allora
-pieno della sua fama.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa
-di cavalli e di cavalieri purtroppo ancora visibili,
-nessuno dei quali per fortuna nostra vale l'<i>Emanuele
-Filiberto</i> di piazza San Carlo a Torino.
-Però nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo
-e la tenacia diritta e la forza combattiva del vostro
-Bartolini.
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi
-detti poco fa, sembra che anche per lui abbia
-cantato:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In corpo e in anima</p>
-<p class="i01">Servi il reale,</p>
-<p class="i01">E non ti perdere</p>
-<p class="i01">Nell'ideale,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-parole chiare che diverranno una divisa di coraggio.
-</p>
-
-<p>
-Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882,
-Lorenzo Bartolini tra il 1777 e il 1850. Confrontateli:
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-versatile, opportunista, già dimenticato il
-primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più
-vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un
-magnano, fattorino di bottega, commesso d'un sarto,
-garzone d'un vetraio e d'un marmista, suonatore
-di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di
-Parigi, il Delaborde in un articolo che la <i>Revue
-des Deux mondes</i> pubblicava quarantaquattr'anni
-fa, narra come il David stesso anche prima che il
-Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia
-d'Austerlitz per la colonna Vendôme restasse stupito
-e soggiogato dal sentimento semplice, dall'ingenua
-larghezza, dalla sincerità mai volgare di
-quella giovenile arte di lui, che la natura voleva
-interpretare direttamente senza infrapposizioni di
-morte bellezze officiali.
-</p>
-
-<p>
-Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di
-verso il '40 leggevo una sua caratteristica polemica,
-quando dette per tema agli scolari il bassorilievo
-d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del
-monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia
-fiorentina, aveva scritto: «Diverse figure
-adattate per esercizio del nudo, servono a dimostrare
-che tutta la natura è bella, quando però è
-relativa al soggetto, e che colui il quale saprà meglio
-imitarla potrà quindi eseguire qualunque tema
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-gli venga proposto.» Un anonimo nel <i>Diario di
-Roma</i>, un tale Zanelli nell'<i>Album</i>, combatterono
-questa affermazione rivoluzionaria, questa ostentazione
-di massime antiaccademiche, questa franca
-glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî
-che nei fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura
-può prendersi qual'è, ma non nel corpo umano
-perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e il
-prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente
-anche Winckelmann; infine, a difesa del
-bello ideale, gli proponevano: «dipingete o scolpite
-cento vecchie e cento giovani con egual maestria,
-tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul
-<i>Commercio</i> rispondeva: «Come saranno brutte
-quelle giovani se l'avrete inventate voi!»
-</p>
-
-<p>
-La sua ammirazione per Napoleone con quella
-sua misteriosa corsa all'isola d'Elba in pieno 1814
-quando caduto l'imperatore la folla gli penetrò
-nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa,
-è un indice del suo cuore. La sua amicizia per
-Ingres con cui aveva studiato e vissuto a Parigi e
-che lo ritrattò, e per Byron e per M.<sup>me</sup> de Staël
-i cui busti egli scolpì, è un indice della sua
-mente.
-</p>
-
-<p>
-Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran
-Napoleone che è a Bastia vòlto al mare d'Italia
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-e la genuflessa <i>Fiducia in Dio</i> che è a Milano nel
-palazzo Poldi-Pezzoli e l'<i>Astianatte</i> impetuoso che
-pure a Milano è su la terrazza di palazzo Trivulzio
-sono tutte a Firenze — è inutile parlare. Chi di
-voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo
-Pitti, la <i>Carità educatrice</i>, in piazza Demidoff, il
-<i>Monumento a Nicola Demidoff</i>, o in Santa Croce
-la statua giacente della vecchia contessa Zamoyska
-che veramente sembra addormentata in un marmoreo
-sonno di morte? Chi non ha visto nel refettorio
-del convento di San Salvi i gessi dei ritratti
-in busto plasmati da lui, massimo quello
-dell'attore Vestri il cui marmo è alla Certosa di
-Bologna? Non dobbiamo dimenticare che egli nascendo
-all'arte trovò il mondo della scultura popolato
-di dèi e di semidei e di omerici eroi tutti
-belli. E quand'egli morì, l'Italia aveva il Vela e
-il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il suo
-monumento scrivere la insegna della sua vita <i>Natura
-lumen artium</i>.
-</p>
-
-<p>
-Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni
-Duprè sarebbero stati. Come lui essi sorsero
-dal popolo, energici e fiduciosi; più bellicoso
-e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile
-il secondo. Ma, se l'<i>Abele</i> del Duprè è del 1842,
-la <i>Pietà</i> è del 1862 e lo <i>Spartaco</i> del Vela appare
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-nel 1879. Così che l'esame dell'opera di questi
-due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà
-l'arte italiana dopo il '48.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare
-donde non solo una nuova politica si parte
-ma anche una nuova arte, più libera e franca sotto
-il sole.
-</p>
-
-<p>
-Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita
-tendono a riunirsi e nel 1843 Vincenzo Gioberti
-pubblica il <i>Primato</i>, nel 1844 Cesare Balbo le
-<i>Speranze d'Italia</i>, e d'Azeglio, il romanziere e il
-pittore di Ettore e di Ginevra, l'opuscolo <i>Dei casi
-di Romagna</i> subito dopo i moti di Rimini e di
-Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e
-quasi dottrinario rispetto al famoso libro su <i>I lutti
-di Lombardia</i>. Egli è ferito a Vicenza. Le cinque
-giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa
-di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire
-la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo
-Novara, il d'Azeglio accetta di essere ministro per
-la pace, e da quel giorno è ecclissato da Cavour.
-Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-prima, tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione
-con l'incitargli contro i tumulti della piazza
-più impetuosi, aveva detto: — Bisogna fargli assaggiar
-del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E
-il sangue, il sangue è apparso e non più quello
-dipinto con pallidi vermigli nei più tragici quadri
-romantici sul petto di uomini mascherati alla medievale,
-ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli,
-il sangue stesso di quelli artisti cui dai
-franchi occhi cadde il velo della rettorica e folgorò
-tra i lampi dell'armi la visione della patria
-quale doveva essere, — visione precisa, limpida,
-come un segnale dall'alto.
-</p>
-
-<p>
-La scuola mazziniana democratica opposta alla
-liberale lombardo-piemontese — Campanella a Genova,
-Farini in Romagna, La Farina in Sicilia,
-Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli — fece
-direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione
-calabrese e la rivoluzione di Palermo,
-e le difese di Roma e di Venezia e le resistenze
-di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e
-Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade
-dal governo incontrastato delle menti. E la
-pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata
-la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura
-così il realismo comincia in pittura. Luigi
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-Mussini finirà a fare il ritratto di Vittorio Emanuele,
-l'Hayez che ha dipinto il <i>Bacio di Giulietta
-e Romeo</i> finirà a dipingere il <i>Bacio del
-volontario che parte</i>, come pochi anni prima il
-vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto
-<i>Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio</i>.
-</p>
-
-<p>
-Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto,
-nei quadri di paese. In Francia Rousseau, Corot,
-Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto a loro
-tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o
-da venti anni attendono di predicar con le loro opere
-il vangelo della luce d'Italia. Dal Piemonte, prima
-che da ogni altra regione, partono per varcar le
-Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali
-hanno il torto di credere che il cammino più breve
-verso Parigi sia attraverso la Svizzera cioè attraverso
-l'imitazione della buja e piatta e scenografica
-scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli
-che, come fu detto con una frase troppo chirurgica,
-toglieranno le cateratte agli occhi della pittura italiana, — saranno
-napoletani.
-</p>
-
-<p>
-Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei
-potuto indicarvi in quel gelo se non l'accademicissimo
-Tommaso De Vivo, o Giuseppe Mancinelli, che
-nell'<i>Aiace e Cassandra</i> del Palazzo Reale ancora
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-venera in ginocchio il Camuccini e nel <i>San Francesco
-di Paola</i> a Capodimonte, non fa che voltarsi
-a venerare il Podesti? Filippo Palizzi e Achille
-Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato
-i suoi primi flebili amori coi puristi, anche Domenico
-Morelli: ecco quei rivelatori che solo un
-altr'anno vi saranno rivelati.
-</p>
-
-<p>
-Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione
-della vita nell'arte, diverrà emozione
-sincera in due forme di pittura: <i>una</i> larga e, direi,
-sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà
-il quadro realmente storico ed eroico con gli <i>Iconoclasti</i>
-del Morelli, coi <i>Dieci</i> del Celentano, con
-la <i>Stuarda</i> del Vannutelli, col <i>Sordello</i> del Faruffini,
-alla Brera, coi <i>Martiri gorgomiensi</i> del Fracassini,
-in Vaticano; una più intima e più placida
-che sarà detta pittura di genere.
-</p>
-
-<p>
-I fratelli Induno crearono la pittura di genere.
-Ambedue studiarono all'Accademia milanese sotto
-il Sabatelli, ambedue cominciarono a camminare
-sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a
-questi inizii, e al loro tempo, che devono essere
-giudicati. E nell'uno e nell'altro il 1848 interruppe
-la vita artistica e cacciò Domenico ad esulare in
-Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di
-dodici anni, a combattere a Roma. I <i>Contrabbandieri</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-il <i>Pane e lagrime</i>, il <i>Dolore del soldato</i>, la
-<i>Questua</i>, il <i>Rosario</i> dipinti da Domenico, furono
-le tele che prime persuasero gli artisti non derivar
-solo dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima
-sincerità essere nella immediata contemporanea
-realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera d'arte
-essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva.
-Per lui Pietro Selvatico scrisse quel saggio <i>Su
-la opportunità di trattare in pittura anche soggetti
-tolti alla vita contemporanea</i>, che aveva per epigrafe
-ancora un verso del nostro Giusti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Di te, dell'età tua prenditi cura.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione
-patriottica e il Palazzo Reale e le ultime
-gelide sale di Brera<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>, voi potete trovare le maggiori
-tele di Girolamo, e <i>Crimea</i> e <i>Magenta</i> e <i>Palestro</i>
-e la <i>Partenza del coscritto</i>, le quali, come
-dicono i titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche
-in quel Palazzo Reale potete trovare il <i>Cader delle
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-foglie</i> di Domenico, che a me è sempre sembrato
-il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si
-spegne in conspetto della larga campagna autunnale,
-quando sui monti azzurrini del fondo già biancheggiano
-le prime nevi. Certo la pennellata franca
-e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e
-bigio, secondo la fievole intonazione che da mezzo
-secolo smorza ogni sole; ma, quando il modello è
-vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale
-<i>Ritratto d'uomo</i> nella galleria d'arte moderna
-a Roma, d'un colore così affocato ed intenso
-e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così dolorosa
-e lancinante che nessun altro ritratto là dentro
-regge al confronto.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana
-è libera — libera dal servile plagio degli antichi
-che è mille volte più dannoso della imitazione dei
-contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio
-e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da
-quella che Ruskin disse l'<i>insolenza della fede</i>.
-L'individuo, diviene, almeno in arte, il padrone di
-sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali
-si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-l'arte vera non è mai fissata o definita, ma è un
-continuo divenire come la religione e come la scienza.
-Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in
-cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella
-sua attualità, alla spontaneità anche violenta e anche
-intemperante, il giorno in cui si è compreso che le
-pitture più belle non sono le più pittoresche ma
-le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata
-al suo massimo cómpito — cioè a farci amare
-la vita che ella stessa ha amato, poichè ha cercato
-di comprenderla e di renderla e di interpretarla
-per la nostra più precisa delizia. E questa è la sua
-funzione nella società.
-</p>
-
-<p>
-«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei
-occhi divengono giganti,» diceva un grande poeta.
-Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier Camuccini
-si illuse di rappresentare, ci daranno questa
-sensazione di magnificenza e di ampiezza e di eternità,
-ma una quieta pianura dipinta dal Vertunni
-o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o
-una nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè
-questi hanno visto e hanno reso la natura con
-semplicità d'amore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-</p>
-
-<h2 id="vapore">IL VAPORE
-<span class="smaller">E LE SUE APPLICAZIONI</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">GIUSEPPE COLOMBO</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e
-delle scoperte scientifiche che illustrarono la fine
-del XVIII secolo e il principio dell'attuale, vi ho
-detto che quel periodo storico fu segnalato da due
-grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre
-nelle condizioni economiche e sociali di tutto il
-mondo la più grande rivoluzione che la storia abbia
-registrato finora. Questi avvenimenti furono la
-scoperta della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione
-della macchina a vapore, dovuta a Watt. Dell'una
-ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa; dell'altra,
-e delle sue prime applicazioni in Italia,
-ho la fortuna di potervi parlare quest'oggi.
-</p>
-
-<p>
-È la macchina a vapore che ha creato l'industria
-moderna. Lo scozzese Watt, trovando la prima
-soluzione pratica del problema di convertire il calore
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un
-orizzonte sconfinato, verso il quale l'umanità si è
-slanciata con tanto ardore, che oggi il pensatore
-ha diritto di domandarsi se non si sia battuta
-una falsa strada e se l'invenzione della macchina
-a vapore si possa veramente dire, dal punto di
-vista sociale, un beneficio.
-</p>
-
-<p>
-Non è un paradosso l'enunciazione di un simile
-dubbio. Certo la macchina a vapore ha prodotto
-un mutamento profondo nella vita sociale e individuale;
-ha permesso di creare immense ricchezze,
-ha soppresso le distanze, ha messo a disposizione
-dell'uomo mille nuove risorse che gli possono render
-facile e aggradevole la vita; ma ha anche
-moltiplicato la popolazione, e ha moltiplicati i suoi
-bisogni. Ormai presso i popoli civili il problema
-supremo è di continuare a produrre indefinitamente,
-e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto
-pena di soccombere sotto la concorrenza e di piombare
-nella disoccupazione e nella miseria. Se la
-felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni
-e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo
-si trovi più felice ora in mezzo a tanto
-progresso, che ai tempi antichi, quando non esisteva
-la grande industria, e non si conoscevano nè
-le macchine a vapore, nè le ferrovie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-</p>
-
-<p>
-La grande industria, come si svolse in questo
-secolo dopo l'invenzione della macchina a vapore,
-non esisteva presso gli antichi. C'erano, è vero,
-manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti
-e consumati anche a grande distanza, come le ceramiche
-e le gioiellerie fenicie ed etrusche, i vasi
-di Egina e di Samo, i ricami frigi, le stoffe
-d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica
-Falleri, così ben ordinati e raccolti a Roma nel
-Museo di Papa Giulio, mostrano chiaramente l'esistenza
-di questo movimento commerciale, e l'influenza
-dei prodotti importati sullo sviluppo delle
-industrie locali. Erano prodotti fabbricati a mano,
-col sussidio di utensili la cui forma ci è trasmessa
-sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità
-conosceva e la cui origine si perde nella
-notte dei tempi. Il trapano è descritto nell'<i>Odissea</i>,
-ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva
-il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni
-primitive, premendo un pezzo di legno appuntito
-contro un legno piano, e facendolo girare
-rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi
-torniti di alabastro e di serpentino provenienti
-dall'Egitto, che si trovano nel museo di Berlino,
-dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si
-conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-pietra o d'argilla e i tessuti trovati nelle palafitte
-fanno testimonianza dei mezzi meccanici, già quasi
-perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile
-preistorica. Ma si trattava sempre di industria
-domestica, press'a poco come quella che esisteva
-nel Giappone prima che vi penetrasse la civiltà
-europea; e siccome non vi si impiegava altra
-forza che quella dell'uomo o al più degli animali,
-così la produzione non poteva essere che assai limitata.
-</p>
-
-<p>
-La grande industria non poteva nascere che colla
-possibilità di disporre delle forze naturali, come
-quella delle cadute d'acqua e del vapore. L'antichità
-lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto,
-sostituì pel primo, alcune centinaia di anni
-avanti l'èra volgare, la forza dell'acqua a quella
-dell'uomo per la macinazione del grano, e forse
-per la lavorazione del ferro e del rame; e 120
-anni avanti Cristo, un filosofo della scuola alessandrina
-ebbe la prima idea della forza del vapore,
-quando immaginò la celebre eolipila, che ancor
-oggi, a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i
-gabinetti di fisica.
-</p>
-
-<p>
-Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica,
-cui il poeta greco Antiparo inneggiava come
-all'invenzione che doveva risparmiare il lavoro alle
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso
-secolo un motore pressochè esclusivamente limitato,
-come nell'antichità, alle fucine e ai molini; e
-l'eolipila restò quella che era ai tempi di Erone,
-cioè un giocattolo scientifico.
-</p>
-
-<p>
-Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare
-innanzi tutto la grande catastrofe delle
-immigrazioni dei barbari, che travolse, colla caduta
-dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale.
-Per qualche tempo, durante il dominio arabo
-in Europa, l'indagine scientifica si ravviva; ma
-la scuola d'Aristotile e i sofismi della scolastica
-immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito
-umano. Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità,
-la scienza trova la sua vera base con Galileo, e
-può ormai procedere senza vincoli alla ricerca del
-vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione
-delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio
-di luce che squarciò le nebbie scolastiche diffuse
-su tutte le scienze, comincia il metodo di
-osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi
-che si connette l'invenzione della macchina a vapore.
-</p>
-
-<p>
-Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo
-erra nel vago e nell'indeterminato. Non si possono
-dimenticare ad un tratto i vecchi errori. La fisica
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica;
-si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione
-del vitello d'oro, o per indagare quante
-migliaia d'angeli potrebbero stare sulla punta di
-uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca
-delle sterili elucubrazioni di Branca in Italia, di
-De Caus in Francia, e del marchese di Worcester
-in Inghilterra, tutti più o meno direttamente ispirati
-dalla <i>Spiritalia</i> di Erone, i quali a torto
-furono indicati come i precursori dell'inventore
-della macchina a vapore.
-</p>
-
-<p>
-Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra
-l'esistenza della pressione dell'atmosfera, e ne dà
-la misura, invano osteggiato dalla vecchia scuola
-che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la scienza
-in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal
-aggiunge altre dimostrazioni di questa pressione;
-Otto von Guericke inventa a Magdeburgo la macchina
-pneumatica e mostra con quanta forza agisca
-la pressione dell'aria sulla parete di un recipiente
-in cui si faccia il vuoto; ed ecco Papin, il quale,
-partendo dalla conoscenza di questa forza, si propone
-di utilizzarla, e usa del vapore per la prima
-volta per produrre il vuoto, condensandolo con
-aspersioni di acqua fredda; e poi Savery che ne
-usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-di carbone, facendo premere direttamente il
-vapore sull'acqua da sollevare. Siamo al 1700.
-</p>
-
-<p>
-Da questo momento la storia dell'invenzione
-della macchina a vapore diventa interessantissima,
-e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se ne avessi
-il tempo. In meno di un secolo, la macchina a
-vapore moderna è inventata. Dapprima Newcomen
-e Cowley, un fabbro e un vetraio, si uniscono a
-Savery e perfezionano la macchina di Papin in
-guisa che quasi tutti i proprietari di miniere di
-carbon fossile dell'Inghilterra l'adottano come
-pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee.
-Siamo al 1750.
-</p>
-
-<p>
-Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente
-del vapore. Fra i suoi allievi c'è un giovane
-apprendista di genio, Giacomo Watt, che
-prende in esame le macchine esistenti, le trasforma
-radicalmente e ne fa uscire, verso il 1770, la macchina
-a vapore perfetta quale la vediamo tuttora.
-Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto
-da quell'epoca ad oggi.
-</p>
-
-<p>
-Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici.
-Si mette dell'acqua in una gran caldaia
-chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua comincia a bollire
-e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si
-converte in vapore, la pressione interna dovuta alla
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-forza del vapore, cresce rapidamente e potrebbe
-anche far scoppiare la caldaia, se questa non fosse
-robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È
-questa, in sostanza, la famosa pentola di Papin.
-Allora si apre la comunicazione fra la caldaia e
-la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della
-macchina, spinge davanti a se una parete mobile,
-detta lo stantuffo, il quale è veramente l'organo
-motore e trasmette poi il movimento a tutte le
-macchine che si tratta di fare agire.
-</p>
-
-<p>
-È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo
-carme sull'industria:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> . . . . . . somigliante a domo</p>
-<p class="i01">Chiuso Titano, cento rote e cento</p>
-<p class="i01">Volve il vapor, che dall'assiduo stento</p>
-<p class="i01">Francheggia l'uomo.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Esercitata così la sua azione, il vapore viene
-condensato con dell'acqua fredda, si riduce così
-ancora in acqua, lasciando il vuoto dietro di sè; e
-in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E
-adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie:
-cioè è la stessa quantità d'acqua che alternativamente
-vaporizzata e poi condensata fornisce
-la forza alla macchina.
-</p>
-
-<p>
-Questo risultato finale, cioè la forza della macchina,
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-o, per dir meglio, il lavoro che compie, sia
-sollevando dei carichi o macinando del grano o
-lavorando il ferro o movendo un bastimento o un
-convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione
-qualsiasi della materia, si ottiene bruciando
-del carbon fossile o un altro combustibile
-qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore.
-Quindi la macchina a vapore è un mezzo per trasformare
-calore in lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara
-e più completa dì questa trasformazione. Ma per
-ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le prove
-e le più importanti applicazioni della macchina
-a vapore, che si sieno fatte in Italia nel periodo
-storico cui si riferisce questa serie di conferenze.
-</p>
-
-<p>
-In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a
-vapore non era ancora perfetta, che già trovavasi
-impiegata per il prosciugamento delle miniere di
-carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua
-per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione
-di questo genere alla birreria Whitebread
-di Londra che nacque la denominazione,
-diventata poi così comune, di cavallo-vapore per
-designare la forza delle macchine; poichè la macchina
-a vapore doveva ivi, come altrove, surrogare
-il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-da birrai, così celebri per la loro forza, pressochè
-doppia di quella dei cavalli comuni. Ma in
-breve tempo se ne impadronivano pure l'industria
-tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi
-disporre, colla macchina a vapore, di forze enormi
-e quasi illimitate, l'industria casalinga cominciò
-a cedere il posto alla grande industria esercitata
-negli opifici.
-</p>
-
-<p>
-È difficile di accertare con precisione l'epoca nella
-quale la macchina a vapore cominciò a penetrare
-in Italia a servizio dell'industria. Prima del 1830
-esistevano certo degli stabilimenti industriali in
-Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua.
-Probabilmente uno dei primi motori a vapore, se
-non il primo, fu quello applicato nel 1832 alla
-raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano.
-Certo, ancora nel 1839, secondo ne scrisse Carlo
-Cattaneo, le macchine a vapore in Lombardia si
-contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa
-fece il primo impianto a vapore per la bonifica
-di Brondolo su quel di Chioggia con macchine
-che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840
-fu fatto funzionare il primo molino a vapore di
-Bougleux a Livorno, con carbone di Montebamboli.
-Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse
-sempre più largamente col sussidio di macchine a
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-vapore, per lo più importate dall'estero, finchè per
-l'opera d'un grande industriale, l'ingegner Tosi,
-che una mano scellerata sospinse innanzi tempo
-alla tomba, l'Italia potè per la prima volta non
-soltanto fornire a sè stessa i motori a vapore, ma
-farsene esportatrice.
-</p>
-
-<p>
-Più che nel campo industriale è facile accertare
-le date delle prime applicazioni del vapore
-fatte in Italia per la navigazione e le ferrovie.
-</p>
-
-<p>
-La storia della navigazione a vapore è ricca di
-incidenti. L'americano Fulton lancia nel 1803 un
-battello a ruote sulla Senna, ma non trovando appoggio
-in Napoleone, che lo crede un avventuriero,
-torna in America e inaugura il 10 agosto 1807
-un servizio regolare a vapore sulla East River fra
-New York e Albany. Nel 1816 l'<i>Elise</i>, un battellino
-a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa
-pel primo la Manica, malgrado una tempesta
-furiosa, in 17 ore; nel 1819 il <i>Savannah</i> di 380
-tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool,
-parte a vela e parte a vapore, in 25 giorni;
-nel 1825 l'<i>Enterprise</i> fa il primo viaggio alle Indie.
-Ma la vera navigazione transatlantica non comincia
-che colla famosa gara del <i>Sirius</i> e del
-<i>Great Western</i>. Il 5 aprile 1838 il <i>Sirius</i> di 700
-tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre giorni
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-dopo salpa da Bristol il <i>Great Western</i> di 1340
-tonnellate e 450 cavalli, e ambedue arrivano a
-New York il '23, salutati dai cannoni e dalle campane
-e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le
-stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle
-grandi Compagnie transatlantiche; ma ora si tratta
-di vapori di 20 a 30 mila cavalli, capaci di 3 a
-4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia
-si compie ormai dai vapori più veloci in meno di
-sei giorni, cioè colla velocità di 20 miglia all'ora.
-E le navi moderne da guerra hanno velocità ancora
-maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora.
-</p>
-
-<p>
-Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine
-del XVII secolo, prima di legno, poi di ferro, pel
-trasporto dei carboni fossili; ma le prime macchine
-datano soltanto dal 1804, e non rappresentano
-che tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio
-Stephenson, il cui nome rimarrà congiunto alla
-storia delle ferrovie come quello di Watt a quella
-delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva
-soddisfacente pel servizio merci sul tronco
-fra Darlington e Stockton; ma la vera locomotiva
-moderna non nasce che col celebre concorso del
-1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da
-Giorgio e Roberto Stephenson colla macchina <i>Rocket</i>,
-che ancora si conserva come ricordo del grande
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la
-prima volta il servizio dei passeggeri. In due anni
-il dividendo dell'intrapresa sale al 10%, e comincia
-una sfrenata speculazione ferroviaria, che
-fu causa in quel tempo di grandi fortune e anche
-di grandi disastri.
-</p>
-
-<p>
-A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate,
-e rimorchiavano sei od otto carrozze con
-velocità appena maggiore di quella di un buon cavallo,
-da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno
-locomotive perfino di 100 tonnellate, rimorchianti
-convogli di migliaia di tonnellate; e i treni diretti
-vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora.
-</p>
-
-<p>
-In Italia le grandi intraprese navali cominciarono
-tardi; ma la navigazione a vapore fluviale e
-lacuale si svolse poco più tardi che in Inghilterra.
-Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello
-a vapore l'<i>Eridano</i>, costrutto nelle officine
-di Watt e destinato a navigare sul Po. Ma l'impresa
-ben presto fallì, e la macchina dell'<i>Eridano</i>
-fu messa a bordo di un battello varato a Locarno
-sul Lago Maggiore nel 1826 col nome di <i>Verbano</i>:
-e nello stesso anno fu varato il <i>Lario</i> destinato al
-Lago di Como, cui tennero dietro il <i>Plinio</i> e il
-<i>Falco</i>, e più tardi il <i>Veloce</i> e il <i>Lariano</i>, per la
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi
-scrisse questi versi, per vero dire poco peregrini:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ve' sublime fra tanto navile</p>
-<p class="i01">Vasto un legno torreggia signor:</p>
-<p class="i01">Mai quest'onde solcava un simile</p>
-<p class="i01">In audacia, vaghezza e lavor.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia
-costrutta in Italia: quella fra Napoli e Portici,
-inaugurata solennemente da Ferdinando II il
-26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre
-successivo. La cerimonia d'inaugurazione fu
-un avvenimento; e come particolare curioso riferisce
-il De Cesare che la signora Cottrau, la
-quale aveva preso parte alla corsa inaugurale, si
-sgravò sul treno, durante il ritorno, d'un bambino,
-che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva tanto
-illustrarsi in materia di ferrovie.
-</p>
-
-<p>
-Fu il Genio militare che costrusse quella linea
-e poi l'altra fra Napoli, Caserta e Capua, e ne
-diresse l'esercizio. Il Re stesso ne aveva determinato
-il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie
-non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla
-morale pubblica e perchè il Re non voleva <i>pertusi</i>.
-Quando viaggiava il Re, era lui che dava gli
-ordini, e il capotreno, stando sul predellino della
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-carrozza reale, li trasmetteva al macchinista. Egli
-amava la gran velocità e faceva fare in mezz'ora
-i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla
-Regina Maria Teresa non garbava correre a rompicollo,
-e perciò raccomandava al macchinista di
-andar piano come un somarello.
-</p>
-
-<p>
-Benchè si trattasse di linee del governo, e il
-Re stesso si interessasse dall'esercizio, pure venuto
-l'uragano del 1848, diventarono anch'esse uno strumento
-di rivoluzione. Così il De Cesare racconta
-che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato
-ordine a due reggimenti di portarsi immediatamente
-da Capua a Napoli, il capo stazione di Capua,
-affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre
-si preparavano i treni, fece smontare da un uomo
-di fiducia un tratto di binario, e partì poi egli
-stesso col primo treno per evitare un disastro; ma
-intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le
-truppe per un giorno intero.
-</p>
-
-<p>
-Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente
-quella fra Milano e Monza inaugurata il
-13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione
-della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846.
-Intanto si apriva in Toscana la linea Livorno-Pisa
-il 14 marzo 1844 sotto la direzione di Roberto
-Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi.
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-nel 1848, col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839
-al 1850 in tutta Italia si costrussero circa 600
-chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500.
-</p>
-
-<p>
-Sono ormai più di cent'anni che la macchina
-a vapore esiste; ed essa, perfezionandosi sempre
-più, continua a lottare vigorosamente contro tutti
-i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas,
-a petrolio, che tentano, ancora invano, di contenderle
-il primato, cioè di fornire la forza a un
-prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come
-potrebbe perfezionarsi ancora?
-</p>
-
-<p>
-Qui entriamo nel cuore della questione della
-trasformazione di calore in lavoro. E una materia
-astrusa, forse poco adatta alla parte più gentile
-del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al
-giorno d'oggi si può dire che nessuna questione,
-anche tecnica, non può nè deve esser straniera alle
-intelligenze educate.
-</p>
-
-<p>
-Come si fa a convertire calore in lavoro nella
-macchina a vapore? Si prende dell'acqua: le si
-adduce del calore da una sorgente di calore qual è
-il combustibile ardente; la si converte così in vapore
-che compie il lavoro colla grande forza che
-possiede; poi questo vapore viene ridotto di nuovo
-in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli calore
-con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-fredda. E questo vapore così ridotto in acqua è
-pronto a compiere un secondo ciclo, anzi una serie
-indefinita di cicli simili al primo. In sostanza, si
-attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile
-ardente, e si cede calore a un corpo freddo,
-che è l'acqua refrigerante. Una parte del calore è
-così semplicemente trasformata dal corpo caldo al
-corpo freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè
-si è convertita nel lavoro fatto dalla macchina.
-</p>
-
-<p>
-Ora, come mai il calore si può convertire in
-forza e lavoro? Considerate un corpo caldo; orbene:
-secondo l'ipotesi più probabile, l'impressione
-di calore che esso produce sul nostro senso
-del tatto non sarebbe che la comunicazione ai nervi
-di un movimento rapidissimo di vibrazione delle
-molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare dell'acqua
-ossia comunicarle calore, vuol dire impartire
-alle sue molecole una rapidissima vibrazione.
-Quando il calore trasmesso è abbastanza forte, la
-vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole
-dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano
-libere da tutte le parti; ed ecco che così
-l'acqua si converte in vapore. Queste molecole, diventate
-libere, sono come altrettanti proiettili che
-vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il
-vapore è rinchiuso; se una di queste pareti è mobile,
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-come è appunto lo stantuffo della macchina,
-questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad
-urtarlo, lo spingeranno avanti, vincendo le resistenze
-che gli si appongono. Ecco come il calore
-si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce
-il principio fondamentale della teoria moderna del
-calore, il così detto primo principio, o principio
-dell'equivalenza.
-</p>
-
-<p>
-Si fa dunque compiere al calore un salto da
-una temperatura alta a una temperatura bassa,
-mentre nel compiere questo salto una parte del
-calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Ora non facciamo noi una cosa analoga quando
-adoperiamo la forza dell'acqua? Voi avrete visto
-un molino in montagna, per esempio: arriva l'acqua
-dal monte a un certo livello, e la si manda sulla
-ruota del molino; poi quest'acqua lascia la ruota
-a un livello più basso e va pel suo cammino. L'acqua
-ha qui compiuto un salto da un livello alto
-a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro;
-ed è chiaro che quanto più grande sarà il salto,
-tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto colla medesima
-acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto
-più grande sarà il salto di temperatura in una
-macchina a vapore, più grande sarà l'effetto utile,
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-ossia il lavoro fornito da una medesima quantità
-di calore. È questo il secondo principio della termodinamica,
-il famoso principio di Carnot, l'avo
-dello sventurato presidente della Repubblica francese.
-</p>
-
-<p>
-Se si potesse godere di tutto il salto di un
-corso d'acqua della sorgente fino al mare si caverebbe
-da quell'acqua tutto l'utile che essa può
-dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il
-salto dalla temperatura del combustibile incandescente,
-che è la sorgente, sino al freddo assoluto,
-che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero, e
-che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua,
-caveremmo il più gran partito possibile dal calore,
-ossia dal combustibile consumato. E questo possibile?
-O entro quali limiti sarebbe possibile?
-</p>
-
-<p>
-La pressione del vapore cresce assai più rapidamente
-della sua temperatura; e voi sapete, per
-le notizie che sentite di tanto in tanto di terribili
-scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose
-le alte pressioni. Ma ci si va abituando, e
-d'altra parte si riesce ora a garantirsi sempre più
-contro simili eventualità con scelti materiali e una
-accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di
-Watt una pressione di 2 o 3 atmosfere faceva spavento;
-ora si va a 10, 12, 15 atmosfere, e già si
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma
-anche se si adottassero queste enormi pressioni, la
-temperatura non si eleverebbe a più di 250° circa.
-È come dire che da questa parte il salto è stato
-aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe
-essere elevato molto di più.
-</p>
-
-<p>
-D'altra parte, è egli possibile di scendere a
-temperature più basse di quelle dell'acqua fredda
-che serve d'ordinario come mezzo refrigerante? È
-possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello
-zero assoluto, cioè a 273° sotto la temperatura del
-ghiaccio fondente?
-</p>
-
-<p>
-Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori
-diversi da quello dell'acqua. Voi sapete che
-ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti i gas
-colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza,
-non sono che vapori di liquidi sconosciuti nelle
-condizioni di temperatura e di pressione nelle quali
-viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto l'idrogeno;
-ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse
-dell'acqua comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno
-che una temperatura di 190° sotto lo zero;
-e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora
-più bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa,
-nè instabile; con certe precauzioni la si
-può conservare sicuramente per parecchi giorni;
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso
-in essa brucia con gran violenza, ma, mentre
-brucia, si copre di brina, poichè l'acido carbonico
-prodotto dalla combustione gela a temperatura assai
-più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi
-esponete al fuoco un vaso pieno d'aria liquida,
-le pareti esterne del vaso si copron di brina, e le
-stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve
-di acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile
-di maneggiarla, tanto che si può evaporarla
-lentamente e così spogliarla dell'azoto che è più
-vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido
-qualunque e spogliarla dell'acido carbonico
-che rimane sul filtro come residuo solido. Ecco
-dunque un refrigerante che si avvicina molto alla
-temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe
-a nulla per una macchina a vapor d'acqua,
-il cui liquido gela a una temperatura assai più
-alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare
-dell'acqua fresca alle temperature ordinarie,
-cioè a 10°, o a 15°. Dunque anche da questa
-parte il salto di temperatura disponibile per la
-macchina a vapore è assai limitato.
-</p>
-
-<p>
-Son molto migliori, da questo punto di vista
-del salto di temperatura, le macchine a petrolio
-e a gas, colle quali si utilizza la forza d'esplosione
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-di una miscela di petrolio o gas e d'aria,
-che si accende entro la macchina stessa, servendo
-al tempo stesso da combustibile e da sostanza motrice,
-cosicchè la temperatura superiore oltrepassa
-anche i 1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore
-si è perfezionata tanto, che batte tutte queste
-sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare
-3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora
-per ogni cavallo di forza, essa arriva ora a consumarne
-anche solo 600 o 700 grammi, che costano
-2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le
-macchine a gas non possono competere con essa
-per la spesa, e nemmeno le macchine a petrolio:
-le quali, se son preferite per le automobili, gli è
-soltanto in causa dell'assenza della caldaia che
-difficilmente si potrebbe mettere sopra una carrozza
-e meno ancora su un triciclo.
-</p>
-
-<p>
-Ma appunto nel momento dei suoi più grandi
-trionfi, la macchina a vapore è, per due cause diverse,
-minacciata di morte, certo non ingloriosa e
-nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima
-che non si creda. Da una parte si è constatata
-in modo sempre più preciso l'esauribilità delle
-riserve sotterranee di carbon fossile e di petrolio;
-dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi
-dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra
-che le riserve di carbone accumulate sotto terra
-dai cataclismi cui fu soggetto il nostro globo non
-potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto
-della progressione crescente che si verifica nel consumo
-di carbone in tutto il mondo. Ma quei calcoli
-non erano attendibili. Prima di tutto non si
-può ammettere che il consumo di carbone aumenti
-sempre nella stessa misura, poichè la scarsezza del
-carbone diventerebbe presto un freno a consumarne
-di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici,
-sarebbero, come argutamente osservò il celebre
-socialista George, tanto esatti quanto, il calcolo
-di colui che dicesse: il mio cane ha un mese
-di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a
-5 anni avrà una coda di 3 metri. Poi bisogna tener
-conto delle riserve di carbone ancor conosciute. Già
-negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di
-carbone valutati (s'intende per la parte scavabile,
-cioè quella che si trova a meno di 1200 metri di
-profondità) più di 650 mila milioni di tonnellate,
-contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei.
-Le riserve della China, ormai considerato come il
-paese delle più straordinarie e misteriose risorse,
-son stimate più di 600 mila milioni di tonnellate,
-poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-sono ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al
-più spostare l'asse del mondo industriale, ma poco
-gioverebbero all'industria europea.
-</p>
-
-<p>
-Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto
-recentemente dal celebre Lord Kelvin. Quando la
-terra era appena uscita dal periodo di incandescenza,
-ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di
-vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas
-inerti, prodotti dalla precedente conflagrazione, cioè
-di acido carbonico, d'azoto e di vapore d'acqua....
-Era quell'epoca geologica, quando ancora, come
-poetò lo Zanella nella «Conchiglia fossile»:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Riflesso nel seno</p>
-<p class="i01">Di ceruli piani</p>
-<p class="i01">Ardeva il baleno</p>
-<p class="i01">Di cento vulcani;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido
-manto cantato dall'Aleardi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'aura, bagnata di mortal rugiada</p>
-<p class="i01">Colle tepide nubi invidiava</p>
-<p class="i01">Alla giovine terra il blando riso</p>
-<p class="i01">Delle giovani stelle.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La vegetazione cominciò a separarne i componenti,
-appropriandosi il carbonio e l'idrogeno dell'acido
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-carbonico e del vapor d'acqua e mettendone
-in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare
-l'ossigeno, che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I
-combustibili bruciati da allora in poi e la respirazione
-degli animali assorbirono una parte di quest'ossigeno,
-ma la nuova vegetazione ne produsse
-dell'altro; cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è
-esattamente in proporzione con tutta la materia
-combustibile che contiene la terra, sia alla superfice
-sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in
-forma di lignite, di carbon fossile e di petrolio.
-Calcolandone la quantità in proporzione a quella
-dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce
-(1000 milioni di milioni di tonnellate circa)
-Lord Kelvin, tenuto conto dell'aumento della popolazione
-e del consumo e di altre circostanze, ritiene
-che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso
-pure che gli uomini pensino, estendendo a tempo
-le foreste, a prepararsi l'ossigeno per la respirazione,
-perchè altrimenti l'umanità, prima di perire di
-freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima
-di mancare del tutto, il carbone costerebbe così
-caro, che il calore e la forza, che esso può dare, diventerebbero
-consumi di lusso.
-</p>
-
-<p>
-Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè
-coll'utilizzazione delle cadute d'acqua, ed è questo,
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-in fatto, il solo e vero formidabile nemico della
-macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il
-vapore.
-</p>
-
-<p>
-Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza
-motrice lo sapete tutti. E non è soltanto l'acqua
-delle cascate, che agendo con tutta la sua pressione
-sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più
-grande, quanto più grande è la massa dell'acqua
-cadente e l'altezza della caduta; perchè un'enorme
-riserva di forza l'abbiamo anche nelle maree e
-nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna
-solleva la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata
-in serbatoi dentro terra; e allora se nel
-periodo della bassa marea aprite le chiuse dei
-serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua
-farà una cascata che potete utilizzare
-come quella di un fiume o di un torrente. E lo
-stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano
-alte e minacciose contro una ripida costa. Questi
-ed altri sistemi analoghi per utilizzare le onde
-e le maree sono state proposte più volte ed anche
-provate con perfetto successo: e state certi che si
-attueranno definitivamente in avvenire, sopratutto
-nei luoghi dove le onde e le maree si elevano a
-parecchi metri di altezza, come avviene, per esempio,
-nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord.
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-Se non che queste incalcolabili forze naturali
-che l'uomo ha a sua disposizione nei monti e sulle
-rive del mare non avrebbero che uno scarso valore
-rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero
-trasmettere economicamente a grandi distanze,
-dovunque si abbia bisogno di forza. Ora, la trasmissione
-delle forze si può fare, voi lo sapete,
-per mezzo dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione
-forse più grande del nostro secolo, pur
-tanto fecondo di invenzioni di ogni natura.
-</p>
-
-<p>
-Supponete di avere una forza disponibile in
-qualche luogo: per esempio, la forza d'una caduta
-d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di una
-motrice idraulica e servitevene per far girare un
-gomitolo di fili di rame fra le branche di una
-calamita. Ad ogni giro di questo gomitolo, il flusso
-magnetico che emana dalla calamita e che è tanto
-potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza
-di produrre nel gomitolo una corrente elettrica. È
-questa la macchina che comunemente si chiama
-una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del
-gomitolo e tirateli lontano fin che volete: centinaia
-di chilometri, se è necessario. La corrente circolerà
-nel filo sin dove questo arriva. Ivi attaccate questi
-capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete
-che il gomitolo di questa seconda dinamo si
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-metterà spontaneamente a girare, riproducendo la
-forza della lontana caduta. Senza dubbio ci sarà
-qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si
-vuole secondo la grossezza del filo impiegato. Ecco
-in che consiste la trasmissione elettrica della forza;
-e vedete che non è una cosa molto complicata, ne
-difficile da capire.
-</p>
-
-<p>
-Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta
-questa invenzione, che data da dieci anni, e con
-quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione. In
-America si è pensato subito al Niagara, dove è
-già in funzione un impianto di 150 mila cavalli,
-la cui forza in parte è impiegata sul posto e in
-parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri
-di distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno
-utilizzando all'uscita del fiume San Lorenzo dal
-lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di
-Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di
-14000 cavalli ciascuno, di Cusset-Jonage e di Bellegarde
-sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli
-e altri numerosi di minore importanza; ma noi li
-abbiamo preceduti in Italia colla trasmissione di
-2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li emuliamo già
-con quella di Paderno, che porta a Milano a 31
-chilometri di distanza, la forza delle rapide dell'Adda
-di 13000 cavalli, e li sorpasseremo fra
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000
-cavalli di forza attinta dal Ticino.
-</p>
-
-<p>
-Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40
-50 chilometri di distanza sono nulla a paragone
-di quelli che già si annunciano come sicuri. Il
-progresso dell'elettricità è così vertiginosamente
-rapido in questi anni, che niente più ci può sorprendere.
-Già gli inglesi si preparano a portare al
-Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650 chilometri
-di distanza, per l'irrigazione del Delta:
-e calcolano che la forza utilizzata costerà meno
-di quella che si potrebbe ottenere sul posto con
-macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe
-così una delle più feconde regioni della
-terra. Fu anche proposto di trarre partito dalla
-famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone
-sul fiume Zambesi per servire alle macchine lavoratrici
-del minerale d'oro della Rhodesia e del
-Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni
-si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua,
-quando sia gratuita, a centinaia di chilometri
-di distanza ancora con economia in confronto
-all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da
-considerarsi come un'utopia l'idea di portare economicamente
-a Parigi la forza delle cascate dei
-Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-la valle del Po. E così lo stesso problema, che
-pochi mesi fa pareva ancora assai difficile, di usare
-la forza dell'acqua per la trazione sulle grandi linee
-ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si
-presenta oggi di più facile e più probabile soluzione.
-</p>
-
-<p>
-Voi vedete dunque che l'impero della macchina
-a vapore è già molto scosso, e che la futura scarsezza
-del carbone non può più ispirare paura; poichè
-colla trasmissione elettrica della forza non
-solamente surroghiamo la forza del vapore, ma
-possiamo surrogare lo stesso carbone. Infatti colla
-corrente elettrica possiamo produrre calore, sia per
-grandi operazioni industriali, quanto per la stessa
-economia domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità;
-già si può produrre la fiamma, servendosi
-della corrente elettrica per decomporre l'acqua,
-e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si
-può bruciare come il gas; e infine voi avete già le
-stufe e le cucine elettriche, dove il calore è fornito
-da un filo metallico arroventato dalla corrente.
-</p>
-
-<p>
-Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro
-momento di fortuna, e così l'hanno anche le nazioni;
-non si tratta che di saperne approfittare.
-</p>
-
-<p>
-Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per
-ciò che è l'anima di tutte le industrie, il carbone.
-Sono 100 a 120 milioni che mandiamo ogni anno
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto
-in paese è stata ed è una delle cause della
-nostra inferiorità industriale. Ma poichè siamo ricchissimi
-di acque perenni, non avremo più da subire
-le conseguenze della mancanza di combustibili fossili.
-Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze
-idrauliche, che ammontano a decine di milioni di
-cavalli, noi potremo facilmente duplicare e triplicare
-le nostre industrie, risparmiando 200 o 300 milioni
-di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza
-a questi paesi che ora la fanno a noi.
-</p>
-
-<p>
-Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è
-assai improbabile. Si potrebbe trovare un mezzo
-economico di immagazzinare la forza, di imballarla
-come una merce qualunque e di trasportarla
-lontano per terra e per mare. Gli Americani potrebbero
-allora utilizzare tutti i sei milioni di
-cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto
-alla domenica lo spettacolo della celebre
-cascata; e avrebbero tanta forza, insieme a quella
-degli altri loro grandi fiumi, da poterne fare una
-larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile,
-poichè ci sono già gli accumulatori elettrici,
-che permettono d'immagazzinare la forza, e anche
-di portarla attorno, come avviene sui carrozzoni
-delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto,
-non si è trovato ancora l'accumulatore di forza
-poco costoso e leggero, che ci vorrebbe per poterla
-trasportare economicamente a grandi distanze e non
-par facile che si abbia a trovarlo così presto. E
-del resto, anche se si trovasse, ebbene, metteremo un
-dazio protettivo sulla forza importata dall'estero.
-</p>
-
-<p>
-Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità
-dell'economia nazionale, l'avvenire ci sorride.
-A noi poco importa cosa diverrà la macchina
-a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza.
-È venuto il momento di sfruttare le nostre risorse,
-e giova sperare che sapremo valercene con prudenza
-e con sagacia, senza sperperarle, e senza
-comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta
-di goderne nel presente.
-</p>
-
-<p>
-Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò
-che il Sommeiller presagiva in seno alla Camera
-subalpina all'epoca del traforo del Moncenisio:
-«Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri
-schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei
-chiudere meglio questa conferenza che augurando
-al nostro paese il compimento della profezia,
-ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla
-quale avete voluto ascoltarmi.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#poesia48">La poesia del quarantotto</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giusti">La poesia del Giusti</a></td> <td class="pag">31</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#belli">G. G. Belli e la vita romana</a></td> <td class="pag">75</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#teatro">Il teatro. Una musa scomparsa</a></td> <td class="pag">129</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#bellearti">Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno</a></td> <td class="pag">177</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#vapore">Il vapore e le sue applicazioni</a></td> <td class="pag">225</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Belli</span>, II, 326.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Belli</span>, III, 177.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti</i>
-nella <i>Nuova Antologia</i>, VII, 1879.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo
-contiene i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume,
-perchè contiene i sonetti più osceni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime
-sale di Brera dove eran rifugiati i quadri moderni, sono
-da mesi sossopra, perchè due delle sale sono state cedute
-alla Galleria antica. Pare che nel 1901 essi saranno novamente
-e più ordinatamente ricollocati nelle sale residue.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1846-1849), parte I, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I ***
-
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-interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
-the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
-provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
-with this agreement, and any volunteers associated with the production,
-promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
-harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
-that arise directly or indirectly from any of the following which you do
-or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
-work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
-Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
-
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of computers
-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
-people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at
-809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official
-page at http://pglaf.org
-
-For additional contact information:
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To
-SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
-particular state visit http://pglaf.org
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations.
-To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
-
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
-works.
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
-
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
-unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
-keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
-
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
-
- http://www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-
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