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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I - Terza serie - Lettere, scienze e arti - -Author: Various - -Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1846-1849) - - TERZA SERIE - - - I. - - LETTERE, SCIENZE E ARTI. - - - La poesia del quarantotto ENRICO PANZACCHI. - La poesia dei Giusti ISIDORO DEL LUNGO. - G. G. Belli e la Vita Romana ALFREDO BACCELLI. - Il Teatro. Una musa scomparsa VINCENZO MORELLO. - Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno UGO OJETTI. - Il Vapore e le sue applicazioni GIUSEPPE COLOMBO. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI - 7, Via del Proconsolo - 1900 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI - - _Gli editori R. BEMPORAD & FIGLIO dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1900. — Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46. - - - - -LA POESIA DEL QUARANTOTTO - -CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI - - -I. - -Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, forse il più -attraente, si presenta a noi come una sonante e fulgida pagina di -poesia. Aspettando che i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla -vostra ragione, di mano in mano illustrino gli altri aspetti di -quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga un poco di questa -poesia del '48, la quale, più che nelle carte dei poeti, fu scritta -nei fatti e nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo -italiano; e tutti, in alto e in basso, furono poeti per un momento, -poichè una corrente irresistibile trasse e confuse gli italiani di -tutte le classi a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi. - -Era il tempo in cui un frate benedettino nella solitudine del -suo cenobio, nel silenzio della sua cella, dopo avere scritto una -storia della Lega lombarda, la dedicava al Papa con queste parole: — -Affacciatevi, Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli, ed ascoltate la -voce dei tempi nuovi. Scrutate i nostri cuori, e vedrete che noi siamo -sempre degni nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero -la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete, o Padre -Santo, la bandiera che Alessandro III appese al sepolcro del beato -Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela sventolare al sole -d'Italia! — - -Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa la voce isolata di un -asceta sognatore?... No. Se il Padre Tosti dall'altezza di Montecassino -avesse teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla sua, in -quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia e passare le Alpi e -invadere tutta l'Europa e volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i -tristi esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto riparare in -America ritornavano sopra una nave che s'intitolava «La Speranza», ed -entrati nel Mediterraneo e visto nell'orizzonte gli umili confini della -Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, si abbracciavano, e -gridavano: — Viva Pio Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che -cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? No. Un semplice sogno -non produce movimenti così forti, così universali e così perduranti. Il -sogno vero e grande lo aveva fatto prima un altro tonsurato, Vincenzo -Gioberti, il quale, là, tra il '40 e il '42, esule a Bruxelles, -anch'esso per peccato di patriottismo, aveva accolto nella sua mente la -più audace chimera che potesse mai attraversare il cervello d'un poeta. -Egli, a quei lumi di luna, aveva immaginato «una Italia prospera, -devota a Dio e concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo evento, -«i principi italiani e i popoli non più ringhiosi e sospettosi fra -loro, ma affratellati in un'ammirabile concordia per costruire insieme -l'edifizio di una patria grande e meravigliosa, che superasse in -grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E questo audacissimo -Abate arrivava, nella grandezza del suo sogno, fino a vedere in tempo -non lontano le altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e -devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere da lei le norme -del bene e le forme del bello.» - -Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in pochi anni, non già -alla sua realtà, ma ad inizii così fausti e felici, che quasi facevano -credere prossimo il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore? -Perchè da qualche tempo un uomo vestito di bianco di tanto in tanto -si affacciava alla loggia del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi -a gran folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione di Dio -sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di bianco era «il Signor dei -credenti,» come con frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. E -in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione di tante e così -stupefacenti novità. - -Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. Dal canto suo, il -grande Cancelliere dell'Austria, Metternich, sconcertato in tutti -i suoi disegni, aveva detto che nella sua prudenza politica egli -tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso inverosimile di un Papa -liberale! - -E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità vertiginosa. -In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, avvenne per opera di Pio IX, -soltanto riguardando all'interno dello Stato Pontificio, una serie -di riforme alle quali pareva non dovesse bastare mezzo secolo: -l'amnistia che ridonava alle famiglie gli esuli e i carcerati per -colpe di patriottismo, poi la Consulta di Stato, la guardia civica, la -secolarizzazione parziale del governo, la lega doganale dei principi, -anticipante la desiderata confederazione politica, poi la Costituzione. -Finalmente la guerra allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,» -che era anche il padre comune di tutti i fedeli! I principi dovettero -seguire, chi di buon grado chi a mal in cuore, l'esempio trascinante di -Pio IX. A Napoli il Re volle essere il primo a largire la Costituzione; -e diede tutto con la facilità di chi è poi disposto a tutto ripigliarsi -e tutto sconfessare. - - -II. - -Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta -quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo indicibile e in una -specie di festività permanente. Se voi volete avere una qualche idea -di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere -gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure -cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito -liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i -fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella -gioia traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile coi più -vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava «la luna di miele.» - -Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di -ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo -all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo -da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi -capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano, -che imprecano, che piangono, tanta è la piena dei loro affetti; e -donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti -bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar -fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano giù per le strade, -acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei -campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte -le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal -cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto questo è certamente -argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo -mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di -beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il -domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto? - -È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, Giuseppe -Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso -la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al -ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo Sterbini, il Guerrini, -il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali «accendevano gli -spiriti col genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque essi -non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi più -che quattro generali d'armata. «Ciò serva di avviso ai reggitori dei -popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i -coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica -quiete.» La polizia dunque era avvisata. - -Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi -quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore -della brigata; ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai ne -aveste! - -La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il -Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche -nei loro momenti più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando la nostra -mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro -versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare, -si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore -inspirato di _Ildegonda_ e dei _Lombardi alla prima crociata_, quando -scosso dai grandi fatti di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole -in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo, -compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo -una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non -abbia subito compresa la grande disparità che era fra il tema del suo -canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare -nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto -Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non -aveva creduto mai al «miracolo di Papa.» Tutto quel gran contrasto -tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più -cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione -si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di -sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo -spirito pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi il suo -estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi -a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza, -volgendosi al granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare un -poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa. -Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti -sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo? -perchè (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando -tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco -due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi -ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparità non -scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel -'48. Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli -avvenimenti, è come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le -sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di -Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si è voluto esaltare. Io -credo che la sua più bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi -del Gianicolo. Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno «Fratelli -d'Italia» arrivato alla strofa: - - Dov'è la vittoria? - Le porge la chioma, - Chè schiava di Roma - Iddio la creò, - -o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi -per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto -a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo -la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto -quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra -citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme -contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande -poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte -generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe -Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del -cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa. - - -III. - -Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più degna nella musa -popolare? Nemmeno questo, io credo. Certo riandando quei canti, spesso -volgarucci, non può non colpire il confronto coi canti anteriori: per -esempio i canti del popolo italiano e specialmente toscano nell'epoca -Napoleonica, qualche volta tutt'altro che triviali. Come suona in essi -la diffidenza, come suona la tristezza! «Napoleone, guarda quel che -fai!,» comincia uno stornello popolare. Ve ne sono altri che esprimono -il gran dolore delle nostre povere plebi per dover andare a combattere -lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana: - - Partirò, partirò, partir bisogna - Dove comanderà il nostro sovrano. - Chi prenderà la strada di Bologna, - Chi anderà a Parigi e chi a Milano! - -E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello che pare un -singhiozzo: «Dio, che partenza amara!» E la esclamazione amarissima ci -fa correre con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, quando lamenta -il fiore della gioventù italiana mandata a morire fra i ghiacci delle -«rutene squallide spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire alla -cara patria lontana: - - La vita che mi desti, ecco ti rendo, - -poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per essa, ma per i suoi -tiranni, per «coloro che la uccidevano!» - -Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile di poesie -popolari, delle quali credo che non metta conto intrattenervi: -canzonette, canzonucce e canzonacce. In quella immobile gora però, -noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea. È la canzoncina -toscana: - - Addio, mia bella, addio, - L'armata se ne va.... - -Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la gentile ed eroica -canzoncina, perchè si sa che ne fu autore un certo Bosi, il quale -morì pensionato e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo. -Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, il popolo se la -assimilò e la rese interprete dell'anima sua. Ed è veramente una cara -e poetica cosa; un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi -invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo Wagner. Questa candida -e bella ninfea, in mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella -lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi lombardi, dove -nelle veglie delle armi aveva consolato i cuori magnanimi dei giovani -toscani, che dovevano cessar di battere a Curtatone e a Montanara; -e seguitò a risonare per le nostre campagne, per le nostre città. -Sopraggiunti i tristi tempi della invasione straniera, la gentile ed -eroica canzoncina non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente -modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove ecco che torna sulle -labbra di tutti, ed è ancora la canzone prediletta del popolo! E -sempre poi, mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i partiti -laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale prendeva il posto -dell'amor patrio, ostentandone sacrilegamente le apparenze, il popolo -italiano continuava, nella innata bontà del suo cuore, a credere che -bello era il combattere e il morire per la patria; e continuava a -cantare: - - Se non partissi anch'io - Sarebbe una viltà. - - -IV. - -Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del Quarantotto; e fu l'inno -del Manzoni. Fatto curioso! Questo inno è il peana del Quarantotto, ma -venne composto nel Ventuno: - - Soffermati sull'arida sponda - Volto il guardo al varcato Ticino, - Tutti assorti nel nuovo destino, - Caldi in cuor dell'antica virtù, - L'han giurato!... - -La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu varcato. L'inno in sè -stesso rappresentava un'aspirazione poetica dell'anima di Manzoni, -il quale, come vide che al carme non corrisposero gli eventi prese -questo partito: non scrisse, non pubblicò, e nemmeno affidò alla -carta questo volo, questo sprazzo della sua anima poetica. Egli volle -tenerlo gelosamente chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire; -egli l'avrebbe poi detta questa parola quando fossero giunti gli -avvenimenti che essa affannosamente invocava. E di fatti, allorchè -scoppiarono i grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno lontano -la redenzione della patria, allora Alessandro Manzoni scrisse l'inno -pensato e meditato già da ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e -questo va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome sotto una -protesta contro l'Austria, una protesta che, date le circostanze, -poteva benissimo costargli la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia -delle Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro della -penisola, risuonarono le affettuosissime voci: - - Cara Italia! dovunque un dolente - Grido uscì del tuo lungo servaggio - Dove ancor dell'umano linguaggio - Ogni speme deserta non è; - - Dove già libertade è fiorita, - Dove ancor nel silenzio matura, - Dove ha lacrime un'alta sventura - Non v'ha cor che non batta per te. - -Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e profeta; poichè aveva fin -dal Ventuno vaticinato il grande consenso di tutto il mondo civile -alla causa italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi era di -buono e di generoso nell'Europa civile di quel tempo, si raccoglieva -veramente intorno alla rivoluzione italiana e faceva voti per lei. - -La grande poesia del Quarantotto dunque, come vi ho detto in principio, -o Signore, sta nei fatti principalmente e nelle condizioni degli animi. - -E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non domandate che la -poesia si renda interprete di ciò che avviene nel cuore umano quando -il cuore umano è gonfio di passioni, quando la passione grida essa -impetuosamente le sue voci non traducibili con parola precisa. Vi -è una legge psichica di cui fanno testimonianza le storie di tutte -le letterature, o Signore: i due grandi fattori della poesia sono, -da una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano innanzi, -dall'altra il ricordo e il desiderio che si volgono indietro. La -poesia o spera o ricorda. Quando l'uomo ama nel parossismo della sua -passione, sia anche poeta come Dante e come Petrarca, non aspettate -da lui dei versi d'amore. I versi d'amore egli li compone, e sono -veramente degni dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata, -oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza la felicità che -è fuggita da lui. Questi i due momenti psichici, i due fattori veri -della poesia. Quello che avviene degli individui, doveva anche avvenire -nella grande collettività del popolo italiano. Non è nell'orgasmo, -non è nell'esaltazione, non è tra le luminarie e i baccani e le ansie -dell'aspettazione, che la musa (la quale come disse Parini, formulando -un canone eterno dell'arte «orecchio ama pacato e mente arguta e -cuor gentile») poteva meditare e comporre il grande carme degno degli -avvenimenti. - -La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno di questi -fatti vogliamo ricordare, io potrei dirvi che la più alta poesia del -Quarantotto esalò da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati -fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di tutto il mondo -civile, tra l'amore della libertà e l'amore della religione. Fu davvero -un momento storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete -la storia del nostro Risorgimento, voi troverete che nessuno ha mai -detto e spero che nessuno dirà mai che fra amor di patria e religiosità -vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto, che una certa -diffidenza fra l'una cosa e l'altra vi è sempre stata, e purtroppo vi è -ancora. Da Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del Poggetto -voleva disperder le ceneri perchè lo aveva in odore di eretico, alle -censure ecclesiastiche dei libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i -sospetti di questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) si sono -sempre, più o meno, manifestati in Italia. E non fu questa l'ultima -causa (diciamolo con coscienza d'uomini liberi) delle nostre divisioni -e della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni! - -Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe Mazzini aveva -inalberata una fiera tradizione ghibellina, che non ammetteva patto -nè temporale nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo -invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si formò insomma una -tradizione neoguelfa accanto a quella tradizione ghibellina; e gli -animi ne rimanevano perplessi e dolorosi; e le coscienze timide non -sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come tutte le sante cose -che la natura istilla nel cuore dell'uomo, mandava le sue querule voci, -ma queste voci parevano superate e fatte tacere da una voce anche più -autorevole.... Quando, a un tratto, ecco che un vento liberatore spazza -via tutta questa nebbia e nel cielo rasserenato appaiono congiunte, -affratellate, la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone del -Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco uno degli aspetti veramente -poetici del Quarantotto! Un altro aspetto egualmente poetico di questa -epoca, anch'esso intimamente connaturato colla storia, risultò da -questo, che il movimento politico redenzionista suscitatosi nella -penisola e in essa maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato -del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, del Troia, e dello -stesso Mazzini, si differenziò dai movimenti anteriori per la sua -maggiore modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani -erano insorti sempre in nome di un ideale classico molto austero e -molto elevato, ma un po' troppo lontano dalla immediata percezione -del nostro sentimento. Era il grande ideale classico di Roma antica, -erano i fasci, i littori, la grande Repubblica conquistatrice del -mondo, e tutto quell'insieme di reminiscenze e di anacronismi, che -il Giusti aveva già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece -il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e da tutta una -cultura italiana più moderna, richiamò il sentimento della nazione a -qualche cosa di meno devulso, di meno separato da noi. Per forza di -avvenimenti l'Italia del Quarantotto non mira più a Roma antica, mira -piuttosto al Medio Evo; voglio dire a quello che il Medio Evo conteneva -di tradizione ancora viva, ancora permanente in mezzo a noi. Lo stesso -neoguelfismo aiutava in questo. Quindi i poeti evocano, piuttosto che -Roma antica e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; e i -giovani volontari vanno al campo avendo sul petto una croce fiammante -che significa insieme un ideale politico e religioso. Il Quarantotto -evoca i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in nome dei -loro civili diritti, in nome dei loro focolari e delle loro chiese, e -combattono e vincono l'Imperatore. Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che -fervono nelle menti, che splendono alla fantasia come dei fari! - - -V. - -In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni -storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano -familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne -con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva il Medio Evo. -Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai -fatti nuovi esisteva una reale affinità, una corrente di simpatie e -di impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto suscitare. Noi -non guardavamo più al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al -Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di -morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto -dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia -cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori. - -Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque -e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale nè -troppo calda nè troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere -e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di -vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una -gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi -sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso -e non declinerò ora da questo mio proposito, perchè voglio lasciare -intera libertà ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare -uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verità -storica da tutti riconosciuta, ripetendovi che il Quarantotto, se fu -una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei -fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato -dall'attraentissimo argomento, mi contenterò di ricordare una sentenza -di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni, -diceva: «Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere -dei fanciulli.» La sentenza non potrà, io credo, essere tacciata di -severità. - -E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero -l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze, -le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e -finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per -un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata città, -dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era -perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere un grande servigio -alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo, -senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti -della triste resa. - -Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe essere argomento di -un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni -intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, da -diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca -dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera -d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre -nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima -italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo -delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo -era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle -memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi -inusitati e crea una visione che è una delle più potenti, non dubito di -affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano. -Tutta la _Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto_ è un -misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai -popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a -voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di pietà -e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere -insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma -poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli -occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al -giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio -del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti -maliaugurî, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno -al trono, anche questa parola è improntata di un profondo carattere di -poesia: poichè è la poesia della speranza! - - Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo, - Per questa dolente nel fiero torneo, - Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar! - . . . . . . . . . . . . . . - La croce sabauda, che ornò sette troni, - Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni, - Raggiando sull'armi l'antico splendor, - Segnal di vittoria per gli occhi dei forti, - Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti, - Verrà benedetta sull'Adige ancor! - -Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore -dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che -la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la -speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di -Federigo Schiller: che le cose di quaggiù, hanno bisogno di morire -nella realtà, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale -dell'arte.... - - - - -LA POESIA DEL GIUSTI - -CONFERENZA DI ISIDORO DEL LUNGO - - - _Signore e Signori,_ - -Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in relazione con la poesia -italiana, mi propongo parlarvi) intende comunemente qualche cosa -di agevole e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un concepimento -simultaneo e un'unione così schietta d'idea e di parola, che la parola -vela appena l'idea senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare -che la cosa non potesse proprio esser detta altro che in quel modo lì. -Nè fanno ostacolo il verso o la rima: perchè i metri sono quasi sempre -i più snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso chiede mai -al metro nulla di più di quello che il metro, secondo il suo naturale -congegno e le pose sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra -appostata in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, e che se vi -accadesse di ripetere quelle cose conversando, incappereste in quelle -rime anche voi. Conversando, sicuro; perchè il Giusti è il poeta più -conversevole che vi paia aver mai conosciuto: e quando egli scherza con -voi, voi ne sentite la voce, voi lo vedete sorridere, e ammiccare, e -comporre il viso, come il discorso richiede; cosicchè non manchi a quel -tanto che la parola scritta ha di muto, non manchi (tale è, leggendo, -l'illusione) l'avvivamento del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento, -del gesto. - -Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? qual altro ci -procura sensazioni consimili? - -Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di rispondere, bisogna, a -voler rispondere con giustizia, bisogna pure riflettere, se alcun -altro de' nostri poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e -tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a pensare, profonde o -commoventi a sentire; quante si sentono o si pensano leggendo i suoi -versi. Tutto quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49, che ci -sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica di quei componimenti -motteggevoli e ironici; co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti, -o disorpellati delle loro lustre, o messi addirittura al nudo del loro -brutto e cattivo, o piantati alla berlina con le loro debolezze, o -trascinati al _redde rationem_ delle opere loro: cotesto piccolo mondo, -del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia per modo dinanzi, che -nel giudicarne voi dobbiate sempre fare appello ai sentimenti vostri -migliori. Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i Gingillini -e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti di buon governo e i -loro Birri a congresso — al sentimento dell'umana dignità, nel far la -debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di quei parassiti del -regio rescritto, di quelle croci di Santo Stefano sul petto dei mal -arricchiti, di quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa -spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento della moralità -educatrice, se motteggia sull'imperiale e real giuoco del lotto, o -sul reuma d'un cantante, sull'abuso sentimentale del cloroformio, -sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente affermato -della umana fraternità, se sfata con ironica iperbole le pericolose -utopie umanitarie, le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al -sentimento della pedagogia naturale, o diciamo senz'altro al prezioso -senso comune, se fra gl'Immobili e i Semoventi rivendica la libertà del -fanciullo che i taumaturghi del metodo vorrebbero plasmare a macchina, -e averne fantocci tutti d'un pezzo e d'un getto: — al rispetto delle -memorie ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio -palazzo appigionato dai posteri di Farinata, o scaglia sul viso dei -gaudenti, dimentichi in carnevale perpetuo, il brindisi che esalta le -gloriose quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità santa d'Italia -madre, quando per l'incoronazione austriaca sfilano in complice schiera -i principotti italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua -storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di Milano, fra que' poveri -Croati e Boemi mandati qua a odiare ed essere odiati, sospira una -patria per se e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie miopi -e sordastre il _delenda Carthago_ dell'indipendenza dallo straniero; -o protesta al suo Gino Capponi contro l'insulto codardo alla Terra dei -morti. - -E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, e ritien più del -bonario e del familiare, ma sempre con qualche vena di malinconico; -le Memorie di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di Rimini, -l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato sugli zecchini d'oro, Momo -salmista e predicatore, le virtù della Chiocciola, il re Travicello; -nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola ironia del Poeta -passa pel vostro spirito, senza lasciarvi altresì qualche grano di -moralità gentile, fermentatrice di bene. - -E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie del Giusti (pur -abbandonando alla bibliografia le generiche e non caratteristiche, -o nate morte che vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le -vitali e vive quelle che non appartengono alla sua Satira: nelle quali, -sia nelle poesie che chiamerei addirittura sentimentali, sia in quella -Canzone reminiscente all'Alighieri maestro, egli è quanto alla forma -un altro poeta, ma l'anima del Poeta, anche in codeste liriche, voi la -sentite pur sempre la stessa. - -Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua propria missione, -questo pur così amabile ed agile verseggiatore; questo umorista è, -innanzi tutto, un moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce -e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati espressamente tali -suoi caratteri, i quali è facile si accompagnino a difetti di aridità, -pesantezza, accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo la -dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del Giusti, poeta (come mi -è venuto detto) conversevole? la risposta, nella quale credo dobbiamo -convenire lettori e critici, è che nessun altro. - -Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria tanto e così svariatamente -e a pezzi e bocconi, quanto di lui? E non è un saperne a memoria -per averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli fatto imparare -senza che noi ce ne accorgessimo, solo per quel farci tanto pensare -e sentire, con immagini e parole e locuzioni e rime trovate così a -proposito e tanto di nostro genio: - -Dal - - Girella, emerito - di molto merito, - -al _Credo_ bestemmiato da Gingillino, - - _Io credo nella Zecca onnipotente_ - _e nel figliuolo suo detto Zecchino;_ - -dalla Ghigliottina a vapore, che - - fa la testa a centomila - messi in fila, - -alla visione papale del Gioberti, di - - prete Pero, buon cristiano - lieto semplice e alla mano, - -che - - vive e lascia vivere; - -dalla - - pallida capelluta - parodia d'Assalonne, - -alla coppia felice, che - - l'amorosa si chiama Veneranda - e l'amoroso si chiama Taddeo; - -dal giro pe' chiostri - - contando i tumoli - degli avi nostri, - -alla partenza da Pisa, lasciando - - la baraonda - tanto gioconda; - -dal - - Viva la Chiocciola, - viva una bestia - che unisce il merito - alla modestia, - -all'esopiano re Travicello - - piovuto ai ranocchi; - -dal più o meno manzoniano - - Apollo tonsurato - che dall'Alpi a Palermo - insegna il canto fermo, - -alla patriottica baffuta Babele, che succhia - - sigari e ponci; - -dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», al padre X. -conservatore dello _statu quo_: dal Congresso di Pisa che suscita le -escandescenze del solito Rogantino, tirannetto - - da quattordici al duetto, - -all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi, - - Nè mai tanto apparato - d'anni crebbe congiunto - all'umor moderato - di non provarle punto. - Dormi, Europa, sicura: - più armi, e più paura. - -Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c'è -come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo: -— Donde attinse egli tale sua qualità? Fu natura? fu magistero? Ne -trovò egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli -venne fatto così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori, -questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte -a vita sociale e civile, nè fra i Satirici propriamente detti, -dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici -urbani, che dai Latini anche più direttamente assumono il Sermone e -l'Epistola: e neanco poi, dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal -Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? — - -Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto è -rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento, -che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed è -ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile -e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia -a vivacità fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante -la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi, -sfrondando cotesto frascame a buon dritto, però dissangua e stecchisce; -e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la -spontaneità della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira è -la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone è il verso -sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente -atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualità -epica prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato -sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di -quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti. - -E questa medesima ragione del metro, già di per se pone distacco assai -fra lui e i cosiddetti burleschi, sinchè la forma tradizionale anche di -costoro séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e -dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli -o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a -quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi; -la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando -(innominabili) avevano esercitata più o meno toscanamente, e che il -Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità nuova; e quando -il Guadagnoli, con maggior toscanità di chicchessia, assume cotesta -umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad -essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il -quinario; — soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire -il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: chè chi -senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale -pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe, -più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe e al Pananti -e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti sì civili e -sì d'arte, che nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al -Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza, -dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in -quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si -tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito dire: «Vedete come la -poesia burlesca, nel secolo decimonono, si è svolta di mano in mano, -dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti.» -Il fatto è, che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti, -conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la -Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con ben altro -vigore di effetti le veci. - -E nata satira più specialmente della regione toscana, addivenne -popolare in tutta Italia, sì perchè a Italia tutta aveva il cuore -il Poeta, e sì per le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in -altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare -tollerabilmente, come potè essere quella del Guadagnoli dal Fusinato -veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase -poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il -Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Béranger nelle -_Canzonette_ dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco, -il Belli atteggiò a epigramma popolare quel vecchio peccatore -aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggiò con -arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo -pisano, i Sonetti di Renato Fucini. - - -II. - -Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità della sua poesia, -fu, almeno indirettamente, cioè in questi altri termini, — come fosse -ella fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di altri, — fu -proposto assai prima che si curiosasse di critica quanto oggi; e dette -occasione a uno scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la -testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la critica più intima, -che della poesia del Giusti si sia avuta, anche dopo le belle pagine -del Carducci, del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi, -del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del 1851, appena un anno -dopo la morte del caro ospite suo, a un articolo del critico francese -Gustavo Planche, il quale era venuto narrando a' suoi compatriotti, -essere il Giusti una sorta d'improvvisatore che, impaziente o incurante -delle bellezze di stile, accettava senza pensarvi la prima parola che -gli scendeva giù per la penna: perciò privo di vivezza, di eleganza, di -precisione, di tutte insomma le doti proprie d'uno scrittore che ami e -rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel suo sorriso benevolo -che gli abbiamo conosciuto e quella temperanza che tanto più gravi -quanto più miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello essere il -ritratto non dell'amico suo ma di altri poeti (i burleschi appunto del -penultimo periodo), diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa, in -ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi dal sentire della nostra, -e dalle norme ch'essa impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente -gentili.» Di questa lingua avere il Giusti, dai grandi scrittori e -dal popolo, anche campagnolo, tratto tutto quanto è di più fino ma -insieme di più nascosto, mediante un senso squisito suo proprio, -educato sui classici latini e nostri, ed un grande studio ch'egli -poneva con ostinata perseveranza nello scegliere le voci e collocarle -industriosamente. Da ciò esser venuta alla sua poesia una efficacia -piuttosto condensata e ristretta, «intesa com'ella è a penetrare -più addentro»; tantochè aveva egli finito col quasi «negare parte di -sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani suoi» (il che è -verissimo, e i commenti venuti dopo lo dicono), non che dei Francesi. E -a questi più particolarmente volgendosi, e «sfidando la Francia tutta» -a cogliere il valore di certi motti giustiani, come quello (negli _Eroi -da poltrona_) sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva -il Béranger, «nome» dice il Capponi «che riviene spontaneo a proposito -del Giusti»; e dichiarava che non avremmo noi osato, sebbene tanto più -familiari e alla lingua e alle cose di Francia che non alla lingua e -alle cose d'Italia i Francesi, non oseremmo noi, e saviamente, dare -sentenza sul Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di quella -letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), per non risicare di -giudicarlo piuttosto facitor di canzonette che poeta. L'onore del -qual nome, nel senso di artefice consapevole, e in queste due cose -soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza di espressione», -rivendicava egli al Giusti contro la condanna pronunziata dal Planche, -che «i versi suoi non vivrebbero». - -È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, e si ristampano, e -(come il Capponi presentiva, nè gliene faceva lode) ce li commentiamo: -di che non credo che per quelli del Béranger, ed è pregio suo e della -lingua, si sia mai sentito in Francia il bisogno; perchè, cominciando -dall'arietta sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in -quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima del poeta, e ne -rivola fuora trillando; laddove il Giusti (che ammirava il Béranger; ma -quando lo chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non soltanto -per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando da questa: d'averlo -letto dopo essersi «imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato -la propria forma con un intendimento del tutto soggettivo e di sua -iniziativa, pur mirando a «farsi interprete delle cose che gli stavano -d'intorno». Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio mondo, -che nel contrasto fra i due secoli «l'un contro l'altro armato» era -destinato a frantumarsi, tanto poco, anzi nulla, avevano che fare -insieme, che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato) alle -_Chansons_ la toscanità degli _Scherzi_, anche quando i soggetti -combaciano e si rasentano, si va nel goffo; e qualche imitazione in -stile giustesco dal Béranger, per esempio, dal _Bon Dieu_ quella del -_Creatore e il suo mondo_, è, fra le apocrife appioppate al Giusti, -delle più intrinsecamente aliene, nonostante le apparenze, dal fare -autentico e legittimo di lui. - -Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto ascoltare il -giudizio del critico francese, non ne avrebbe fatte grandi meraviglie, -perchè già si era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare -da un tale qui in casa sua, se avesse letto altro che romanzi e -giornali; e ci racconta altresì, come «prontissimo ad immaginare, e -assai lesto ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima mano, -e credeva che la morte sola gli avrebbe portato via il pennello de' -ritocchi»: dichiarando espressamente, che quel suo «modo di dir le -cose alla casalinga» non provava nulla, e che pur troppo il suo difetto -era di non contentarsi mai. E séguita confessando le proprie colpe: la -stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver avuto a combattere -con quei metri, «facili in apparenza, difficilissimi in sostanza; i -quali se non ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da tutte -le parti», e la inversione poi va a finire nello «scontorcimento». -«Gino Capponi mi aveva ammonito più e più volte d'andar per le piane, -d'esser semplice e corrente, di lasciare le lambiccature, le finezze -sopraffini, le frasi e le parole vistose; perchè, dice il proverbio, -chi troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a lasciarlo dire, -e a dargli retta senz'altro, cioè senza far la tara all'ipocondria -di quel povero organismo malato, si finirebbe..... altro che -l'«improvvisatore» denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole» -che io ho cominciato, Signore mie, dal ripresentarvi come una vecchia -comune conoscenza.... si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe -Giusti è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che abbiano mai -esercitata la pazienza delle nove sorelle. - - -III. - -Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche -de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanità della lingua, -tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi -atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli -eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele -dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli -e volgarucci, con molta diffidenza di sè medesimo, le aveva poi -deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si -era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira -a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte -convergevano, serrandosi sempre in più stretto fascio, le volontà e le -intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria -privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» son sue -parole «dalla vana chiacchiera, dalla disonestà, dalla inutilità, che -l'hanno «deturpata anco nelle mani dei maestri». Su qualche tentativo -da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti -canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: «prosa -rimata». - -La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente -da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e più -particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virtù -repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente -italiano, era rimasto simbolo di quella italianità, le cui tradizioni, -conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servitù -e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine -di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste -vicende si trabalzò, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero, -la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima -di cittadino, _canto di Virgilio senza cuore di Dante_: — di mezzo -a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico -e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sentì che non -era Italia in quelle «reggie adulate dove il ricco e il dotto e il -patrizio vulgo si seppellivano»; e al risorgere di un «futuro popolo -italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò auspicii degni -dai Sepolcri di Santa Croce: — e a questi sepolcri pure si volgeva, -pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava -come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore -italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori -della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con -Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano -le virtù della civiltà grecolatina, che nella latina penisola si -risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione -nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma -pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra -conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per -dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima -a Cristo liberatore dell'umanità, affigurava poi sotto più aspetti, -e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni -sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide -degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione -spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servitù italiche; e in nome -della cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre nazioni, -la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro -Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti -del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale -le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del -Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del -'31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai -sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria. - -Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in -quella forma di poesia, dove la servitù non pure aveva impedito le -manifestazioni della verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la -sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della -bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi -del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da -più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era, -dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato -le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e i -rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il -bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo: -nè ciò poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione -la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; nè questa veste -poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cioè a -dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua -Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicità di grande -artista il poemetto eroicomico; non però aspirando certamente con -quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità di lettori, di -recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando -anonimo l'anonimo Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature», -dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle -calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disertò mai la -causa della patria e della sventura, non disperò mai della giustizia -di Dio e dell'avvenire del Popolo», diceva che ben da Milano, quartier -generale degli oppressori, eran venute le «melodie rossiniane» del -Berchet, «ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della -commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello -scherno». - - -IV. - -Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a -quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino -tra carnevale e quaresima, che intitolò _I brindisi_. Dove egli, -raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima -brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione, -lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano; -e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario è come -l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, dà l'aíre al -«Brindisi per un desinare alla buona»: - - A noi qui non annuvola il cervello - la bottiglia di Francia e la cucina, - lo stomaco ci appaga ogni cantina - ogni fornello. - . . . . . . . . . . . . . . . - Chi del natio terreno i doni sprezza - e il mento in forestieri unti s'imbroda, - la cara patria a non curar per moda - talor s'avvezza. - . . . . . . . . . . . . . . . - O nonni, del nipote alla memoria - fate che torni, quando mangia e beve, - che alle vostre quaresime si deve - l'itala gloria. - . . . . . . . . . . . . . . . - Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti - ciò che le rape un dì fruttaro a voi; - in casa vostra, o trecentisti eroi, - comandan gli osti. - E strugger poi, crocifero babbeo,..... - -Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto -del caffè; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il -bicchierino e la chicchera: - - E strugger puoi, crocifero babbeo, - l'asse paterno sul paterno foco, - per poi, briaco, preferire il cuoco - a Galileo; - e bestemmiar sull'arti, e di Mercato - maledicendo il Porco, e chi lo fece, - desiderar che ve ne fosse invece - uno salato? - . . . . . . . . . . . . . . . - Oh beato colui che si ricrea - col fiasco paesano e col galletto! - senza debiti andrà nel cataletto, - senza livrea. - -Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava -egli stesso, alle «brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto -tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine». - -E nella «Origine degli scherzi», altra saffica che ben a ragione è -stata chiamata la sua «Arte poetica», dice come, dopo avere da giovine -«sbagliato se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», la coscienza -aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora -de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua -paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», satira nutrita d'amarezza -e di sdegno, «riso che non passa alla midolla», come quello del -saltimbanco, - - che muor di fame, e in vista ilare e franco - trattien la folla. - -E «a uno scrittor di satire in gala» - - Vedi piuttosto - -diceva - - di chiamare al banco - i vizi del tuo popolo in toscano, - di chiamar nero il nero e bianco il bianco, - e di pigliare arditamente in mano - il dizionario che ti suona in bocca, - che, se non altro, è schietto e paesano. - -Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi parrebbe ormai -l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro -rimarremo soli noi vecchi. È stata una superba malinconia de' signori -ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia -superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' dì -nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o, -come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a rovescio e in -onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir -cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso -accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi, -di periodi ciceroniani. La verità vera è invece, che ciascun secolo -ha scritto la lingua che parlava, finchè e nello scrivere e nel -parlare non è entrata, con la servitù politica e, peggio con la -intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu -solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col -rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo -altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per -la restaurazione di questo nella lingua, si è voluto e saputo, dopo la -regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza -utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il -popolo, e cioè il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non -abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe, -che la letteratura italiana incominci da quando si è racquistato il -sentimento italico della toscanità; da quando l'unità della lingua in -Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo -al Monti, è divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le -teorie, dall'Autore dei _Promessi Sposi_; nè che il Giusti (per tornare -al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo, -dato l'esempio del «pigliare arditamente in mano il dizionario che -ci suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle sue prefazioni, -definì la propria «un genere di poesia che può avvantaggiarsi di tutta -la lingua scritta e di tutta la lingua parlata». - -Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a sè, il -mostrarvi come cotesto dizionario si è saputo maneggiar sempre e da -tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile -(perchè altro è lingua, altro è stile) fatti invalere fra gli scrittori -dall'autorità preponderante di questo o quello fra i nostri solenni -maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca. -Mi contenterò (e non voglio entrare nella prosa, solamente perchè vi -parlo di poesia) mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno -che Dante. Non per la _Commedia_: la quale pure sappiamo oramai quanto -grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e -Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli -ne sentisse tutta l'_attualità_, di contenuto e di forma); non pel -Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo -il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si -volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e -del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, al Purgatorio fra -i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello -zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi -raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un -certo _Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali -di Lucca_ da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario -«schietto e paesano» del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi -tempi, con abbastanza modernità. L'altro esempio è di messer Angelo -Poliziano, il poeta dell'_Orfeo_ e della _Giostra_, il principe degli -umanisti nel Rinascimento, che però fu anche il gaio rimatore delle -Canzoni a ballo e dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio -solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole, -e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una _Il segreto -d'amore e la confessione_, e l'altra _Il galletto, la chiocciola e -la nave in porto_; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella -sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile non le abbia mai lette, -avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso -il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a -buon diritto, di non avere «svisato i propri concetti» per l'ambizione -di «tradurre sè stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine, -leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli -del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre. - -Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del -Cinquecento, e nell'età di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo -che il Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli, -in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e là, -a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e -ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi -fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita -di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga -del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la -Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il _tran tran_ di quel -mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava -da sè; non vengon meno, nè il Saccenti nè il Pananti nè il Guadagnoli, -— mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a -scrivere le sue Satire in classico stile — non vengon meno davvero -al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani, -e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto -Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi dialoghetti del Sesto Caio -(il _Baccelli infreddato_, per esempio, o il _Baccelli zoppo_, o -dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di _Gosto e Mea_), -certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i -battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono -l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili -delle _Istruzioni a un emissario_, della _Spia_ dopo le riforme, dei -dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di -Maso nel _Sortilegio_, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte -che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata. - -Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri, -perchè nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua -del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e -nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il Giusti ci aveva, e -che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; _All'amica -lontana_, _Affetti d'una madre_, _La fiducia in Dio_, _Il sospiro -dell'anima_, _A Roberto nel 1841_, _A una giovinetta nel '43_, e in -quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a _Gino Capponi_, -dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze -magnanime, pronuncia il _non sum dignus_ d'essere il censore del suo -popolo risorto e ringiovanito. È il Giusti, che gareggiando con lo -scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso - - quasi obliando la corporea salma - -l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza quaggiù. È del -Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti -d'artista: - - Sdegnoso dell'error, d'error macchiato, - or mi sento co' pochi alto levato, - ora giù caddi e vaneggiai col volgo! - . . . . . . . . . . . . . . . - E anch'io quell'ardua imagine dell'arte, - che al genio è donna, e figlia è di natura, - e in parte ha forma della madre, e in parte - di più alto esemplar rende figura; - come l'amante che non si diparte - da quella che d'amor più l'assicura, - vagheggio, inteso a migliorar me stesso, - e d'innovarmi nel pudico amplesso - la trepida speranza ancor mi dura. - -Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi più -belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo: - - Goder d'ogni mio bene - d'ogni mia contentezza il ciel ti dia; - io della vita nella dubbia via - il peso porterò delle tue pene. - Oh se per nuovo obietto - un dì t'affanna giovenil desìo, - ti risovvenga del materno affetto! - nessun mai t'amerà dell'amor mio. - E tu nel tuo dolor solo e pensoso - ricercherai la madre, e in quelle braccia - nasconderai la faccia; - nel sen che mai non cangia avrai riposo. - -Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde, -talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altresì -con una delicatezza d'imagini e soavità di concetti e nitidezza di -frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo -romanticismo morboso; di cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto -gentile; non c'è quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli -qualche stilla: in alcune poi, come nel _Sant'Ambrogio_, l'affetto è la -nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere «di carità -nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto -riso.» - -E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia uno dei distintivi -nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente -per questo, come «scrittore di piccola mente» potesse (dispiace -ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò Tommasèo. E -si avverta che il Tommasèo stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe -«elaborate e maestrevoli» le poesie del Giusti, vide in quel lavorío -i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, gli parve -che negli sdegni e sogghigni «del poeta, il cuore non parlasse». E -pregò il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro -sì l'ammonì, ma non di questo. Nè so invero chi possa, pur reverente -all'autorità del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi. -Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari più difetti che virtù, -nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero -critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come -egli disse, «celie profane», e metteva fra queste anche il combinarsi -alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con -l'innodia popolare della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» e -senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani, -dai quali il Giusti si staccò, come vedemmo, e si sollevò: in lui, -anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere -altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i -restitutori della italianità, nel secolo che doveva finalmente veder -rivendicata l'indipendenza e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano -il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro -Manzoni. - -Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore d'assai; e francamente -può dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera -all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della -lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe -dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei -secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po' -forte ad ammettersi; e quel vampo scolastico ha cominciato da un pezzo -a dar giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili, -e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri -uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie -non più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e -come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo -Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato -genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, anzi più espressa -e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e -che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di più: perchè sono -difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche -la familiare e satirica, consente alquanto più, che non la prosa, -la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo -stesso significa) la squisitezza. Non è qui il caso nè il luogo: ma -se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si -farebbe capo le più volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi -non sempre coerenti fra sè e col soggetto, qualche altra volta a frasi -e costrutti un po' sforzati; come pure non è lodevole certo scintillío -di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e -monotonia. Tuttavia il Camerini, che fa anch'esso' quest'appunto -della squisitezza, ha altresì queste parole: «Ma quella lettera a -Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile -dipintura del ballo villereccio in casa del notaro, è bella come le sue -più belle poesie.» E dice bene. - - -V. - -Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare ch'egli morì a -quarant'anni. Morì col presentimento che la sua poesia fosse finita -con lui, ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47, ma però -nell'atto di raccogliere i suoi versi, «Sento che questo modo di -poesia comincia a essere un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi -all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi ai nostri occhi -con tanta maestà d'andamento..... Se mi darà l'animo di poterlo -tentare, certo non me ne starò: se poi non mi sentissi da tanto, non -avrò la caponeria d'ostinarmi a sonare a morto in un tempo che tutti -suonano a battesimo». E nel '48, preparando un'altra edizione, che -doveva pur troppo uscir postuma nel '52 per cura del Capponi e del -Tabarrini: «Perchè dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se -io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? E vero che -agli errori e ai vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori -delle cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via del bene, non -ho più cuore di menare attorno la frusta; e col mio paese ringiovinito, -ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della primissima -adolescenza. E questa fede posso dire non essersi spenta mai nell'animo -mio; e il non aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso -sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima testimonianza». Erano i -giorni de' quali l'amico Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a -Voi la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, il Giusti con -parole di cittadino e d'artista, degni l'uno dell'altro, aggiungeva: -«Ora che il popolo, eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa -epopea, noi miseri accozzatori di strofe, bisogna guardare e stupire, -astenendoci religiosamente d'immischiarci oltre nei solenni parlari -di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di già nel vostro petto -animoso, o giovani, che accorrete nei campi Lombardi a dare il sangue -per questa terra diletta: ed io ne sento il preludio e ne bevo le note -con tacita compiacenza. Toccò a noi il misero ufficio di sterpare la -via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, all'ombra -delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o -magnanimi, che un amico di questa libertà che vi inspira la impresa -santissima, baci la fronte e il petto e la mano di tutti voi. L'Italia -adesso è costà: costà, ove si stenta, ove si combatte, e ove convengono -da ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli non degeneri, i -nostri primogeniti veri.» - -Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante tutto, si è -continuata sino ai dì nostri; e che, oggi compion tre anni, sul campo -doloroso ma glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede e di -sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me fosse lecito evocare dai -sepolcri la immortale poesia della patria, oggi dal colle di San -Miniato, memore della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di -Giuseppe Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi il saluto -d'Italia madre; e la voce, con la quale il Poeta accompagnava le -prime battaglie per l'indipendenza, echeggerebbe sino a quelle plaghe -lontane, dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle leggi della -patria, son caduti sotto la stessa bandiera. - -Quella voce, per essere non atteggiata in misura di verso, non era -però meno voce di poeta. Chè del resto, la musa del Giusti, e in quel -tempo lieto e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui tristezze -rimuginò egli, nelli estremi del viver suo, in pagine di Cronaca -dolorose) la musa sua non sofferse già di tacere affatto. E come a -Leopoldo secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio del -libero verso, - - Signor, sospeso il pungolo severo, - a te parla la Musa alta e sicura, - la Musa onde ti venne in pro del vero - acre puntura; - -così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e di licenza -sconclusionata, che ricondussero tragicamente questa e le altre parti -d'Italia, salvo il predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il -Giusti alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo lasciò tra le -sue carte frammenti bellissimi, altre ne alternò della sua vecchia -maniera, come la _Repubblica_ (a Pietro Giannone); il _Deputato_ -(a Rosina); e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una supposta -commedia, Granchio e Ventola, Trippa e Ganghero, Crema e Vespa; e i -Sonetti epigrammatici, le _Maggioranze_, l'_Arruffapopoli_, scoccati -fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo Vecchio; -ed anche qualche svolazzo lirico d'un inno patriottico, rifioritura -d'altro simile tentativo fatto da studente pei moti del '31. Non può -dunque dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, che di tante -piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse in disparte; nè molto -meno gli si attaglia la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone -che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga impaurito -de' calcinacci che cascano. Dopo il '48, non cascarono calcinacci, -pur troppo: furono rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato -a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, e tutti i -preparatori, avevano per modi diversi faticato a mettere in piedi. - -Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore d'una maniera -nuova, che senza sguagliar troppo dallo stile ormai caratteristico del -Poeta, procede più severa e composta, parineggiando quasi, ma sempre -con vivacità toscanissima. Di questo nuovo atteggiarsi della poesia -giustiana è singolare documento l'_Ode dello scrivere per le gazzette_, -dov'egli promette a sè medesimo che non più - - in aperto motteggio - travierà la rima, - -mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che nella beata illusione de' -nuovi tempi avea creduto poter deporre: e si volge attorno, e vede la -demagogia pullulata - - come in pianura molle - scoppia fungaia marcida - di suolo che ribolle; - -e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e vola la strofa, -alata veramente, all'ideale, da quei sozzi vapori ottenebrato, -all'ideale della patria: - - O veneranda Italia, - sempre al tuo santo nome - religïoso brivido - il cor mi scosse, come - nomando un caro obietto - lega le labbra il trepido - e riverente affetto. - Povera madre! il gaudio - vano, i superbi vanti, - le garrule discordie, - perdona ai figli erranti; - perdona a me le amare - dubbiezze, e il labbro attonito - nelle fraterne gare. - Sai che nel primo strazio - di colpo impreveduto, - per l'abbondar soverchio - anche il dolore è muto; - e sai qual duro peso - m'ha tronchi i nervi e l'igneo - vigor dell'alma offeso. - Se trarti di miseria - a me non si concede, - basti l'amor non timido - e l'incorrotta fede; - basti che in tresca oscena - mano non pòrsi a cingerti - nuova e peggior catena. - -I primi versi di questa tenera filiale apostrofe sono stati scolpiti -sulla base del monumento che fra i dolci colli del suo Monsummano lo -ricorda ai credenti ancora nella religione della patria. Nè vi si -leggono senza commozione, nè senza pensare che forse era quella (a -me par di sentirlo con sicurezza) la forma evolutiva che ne'tempi -novissimi avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non vide, -morendo sull'inizio del salutare decennio espiatorio, che ci condusse -al '59. Le stanche ossa del Poeta posarono nel bel colle di San -Miniato; e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il compianto e -l'onoranza d'Italia, per avere, - - con arguto stile castigando i vizi - senza toglier fede a virtù, - inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti - e delle idee generose. - -Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto e cruccioso suo verso; -mancò ai giorni delle pugne supreme e della vittoria il suo canto -augurale. Così non paia, o Signori, che sia mancata alla decadenza -delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine dei dopo venuti, -all'offuscamento de' principii di moralità civile, all'infiacchimento -delle energie d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe esaurita, -sia mancata la educatrice satira del Poeta, il quale non avrebbe -accettato gli si raddoppiassero gli anni brevi di vita concessigli, se -avesse dovuto ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio sopra -una società intorpidita e restìa, ma il flagello di Giovenale sopra -una degenerazione di cittadini che tradissero le sante speranze della -patria, per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di pianto e di sangue, -a sè medesima restituita. - - Firenze, 1º marzo 1899. - - - - -G. G. BELLI E LA VITA ROMANA - -CONFERENZA DI ALFREDO BACCELLI - - -I. - -Per intendere e giudicare convenientemente l'opera poetica dialettale -di Giuseppe Belli occorre rievocare il quadro della vita romana quale -fu dal 1830 al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare -nell'anima sua e comprenderla. - -Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo Pontefice, candido -nella veste e magnifico, circondato dalle porpore cardinalizie e -dallo stuolo solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni -dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe come l'immagine -della potenza divina in terra; e allo splendore delle forme esteriori -rispondevano la forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge. - -La necessità di accrescere prestigio ai ministri della religione e di -attrarre genti ed oro alla basilica universale aveva moltiplicato le -feste e gli apparati; dal _Corpus Domini_ a _San Pietro_, dal _Natale_ -e dall'_Epifania_ alla _Pasqua_ erano sempre cerimonie, scampanii, -processioni: di quando in quando canonizzazioni, beatificazioni, -pellegrinaggi. - -Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne la benedizione del -Pontefice dalla loggia Vaticana. Sulla piazza formicolavano migliaia -di persone. A un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si -faceva profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia gestatoria -appariva il Pontefice, e, levata la mano, benediceva il popolo: le -sacre parole sembravano squillare nel silenzio della piazza gremita. -Dopo la benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del tamburo, -squillavano le trombe. Quasi abbracciati dalle due curve delle colonne -vaticane, i cattolici di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: i -romani ammiravano lo splendore della festa ma argutamente sorridevano. -Sorridevano, perchè quel papa divino essi lo conoscevano per un beone -volgare, quella mistica benedizione vibrante di cristiano amore la -udivano dalla bocca di colui che ordinava supplizi e prigionie; e i -cardinali amavano le belle, gli alti dignitari vendevano cariche e -favori. - -Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso -i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al -guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle -bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio; -e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè -tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la -confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1]. - -Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella -metropoli e fosse rallegrato il popolo (_dare panem et circenses_), -alle feste sacre si alternavano le feste profane. - -Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai -campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti, -le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle _botti_ o -_nei legni a quattro posti_ le _minenti_, avvolte le spalle ampie e -matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente, -costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini -e fermezze d'oro. In altre _carrettelle_, divisi dalle _minenti_, -sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul -cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto. -Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva: -le guardie del Papa non se ne curavano. - -Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I _carri_ -con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori -e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo _scalinone_ del -palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera, -signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei -_barberi_ entusiasmava il popolo, e i _moccoletti_ spenti e riaccesi -l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte -del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio -tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che -il divieto del carnevale. - -Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo -dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non -avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato! - -Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi -si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere -alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava -nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle -piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento -erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile -comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita -pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti -domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma -l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in -68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano -quotidianamente comandati. - -Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere, -reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non -permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai -vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno. - -Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo -ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un -volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal -Tosti. - -I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali -pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano -nuove gabelle, la rapace _mano regia_ colpiva fulmineamente i -cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65 -per 100. - -Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla -reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837. - -Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non -conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide -e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati -e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere -languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le -baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far -valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra -il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che -dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto -insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva -vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega -ecclesiastica. - -Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o -non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e -dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il -malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale, -al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca -borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli -umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti -conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la -facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza -si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben -dotata andava a marito. - -Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene, -non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle -viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri -imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti, -senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi -dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il -turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei -politici rigore tirannico; la libertà al ladro _transeat_, ma al -giacobino non mai. - -Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo? - -Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di -piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare -facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio, -buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed -entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo -papale ignorante ed ozioso. - -I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la -morte. Il _decus_ antico come era rimasto nella linea del volto e del -fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile, -ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la -dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella -forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo _scialo_, odiavano -l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento, -cortesia di forma non sapevano che fossero. - -Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione -di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del -popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica -era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede -cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero -a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e -chimere. - -L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare -il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i -bimbi per impietosire i passanti. - -Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva -mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo? - -Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i -mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava -diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non -gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e -l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto -i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira. -Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò -spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne -pasquinate: la satira. - -Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e -costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di _humour_, soffio -moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli, -una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino, -impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno -lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di -fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette, -motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo -sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla -moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di -popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le -risa»[2]. - -Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua -poesia dialettale. - - -II. - -Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli -al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e -da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre, -con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i -rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia -Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu -costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di -Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva. -E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti. - -Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare -il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella -darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno -a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste -e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe, -austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi -e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la -solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del -mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto. - -La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette -grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta -satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero -difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio. - -Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e -volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi -ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera -buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo. - -Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio, -prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i -galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il -contagio e ne morì. - -Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola, -studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture, -metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta -pena abbandonò la classe. - -Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a -pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa -ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della -concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano -così formando pessimista. - -Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a -prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie; -così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico -motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi -versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano -senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia -di forma. - -Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama -pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del -Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello -gli moriva e la sorella si votava monaca. - -Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel -1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere -cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie -di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie -forme. Il primo suo volumetto stampato fu: _La Pestilenza stata in -Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII_, scritta, secondo afferma -lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813. - -Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi; -egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne -scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come -un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva -sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le -osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il -violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti. - -Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne -ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli -empi. - -Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte -Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non -essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà -dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa -ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di -stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio. - -Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e -arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare -altrui. - -Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere -ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto -osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che -dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase, -per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la -figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito. - -Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad -attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di -correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie. -Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse, -e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel -Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del -Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia -dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come -fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed -ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice -periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse -più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa, -clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti -si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li -ammiravano. - -Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei -quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe, -temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi -sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione... -Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava, -editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel -1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato -ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo -persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto -dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita. - -Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849, -ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse -che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli -quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al -Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812. - -Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili -di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro -il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli -ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe -avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo -un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere -dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa -duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali -e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente. - -Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale; -ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono -la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel -testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò -al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto -bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò, -e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi, -degnamente curata dal Morandi. - -Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero -scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini -e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia; -e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a -volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse -due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei -sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione -dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845 -si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore -italiano men che mediocre. - -Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo. - - -III. - -Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito -semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la -figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli? - -Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato -che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla -benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia -sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto -aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e -tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve -mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore -grande all'irradiamento dell'_io_. - -Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella -solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il -concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita. -Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava -nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto -dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre -lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore -melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo -che al lamento e alle lagrime. - -Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente -morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva -l'ambiente. - -Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal -cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e -non sapeva entusiasmarsi. - -Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava, -e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della -fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa -ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del -pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria -italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante. - -L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei -quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e -nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e -fiacco. - -La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo -burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato -— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua -coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito. - -Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon -cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi -del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del -pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale -poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso, -perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli -anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora -partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo -come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare -sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli -invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si -piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla -mano del fato e dagli avvenimenti. - -Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici -che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria -al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e -chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso? - -Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e -continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli -fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e -l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma -anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli -cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli -che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano. - -Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo -della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo -medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è -ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri -chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a -lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare, -fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la -letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede -scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere -ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza -discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a -destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il -Belli credette di nuovo. - -Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi -che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi -alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con -impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun -aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva -e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere -il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a -raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva -così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente, -riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e -della assidua lima. - -Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine -gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero. - -La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano -gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze. -Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana -era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza -passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di -forme retoriche, manifestava puramente il vero. - -Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze -sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi -di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza -insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon -senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia -nel componimento e varietà infinita di particolari. - -Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali -all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il -particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per -coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il -sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta -si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più -liberamente il pensiero. - -Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua — -intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non -importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria -conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si -attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte. - -Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed -ebbe grande potenza di assimilazione. - - -IV. - -Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del -Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera, -sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per -l'esecuzione. - -Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da -più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e -compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della -interpretazione. - -«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino -ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti -dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col -pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi -pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto -di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento -di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di -originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la -credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò -insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la -distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è -tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città -cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi -da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da -confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla -bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, -senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non -quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una -regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero -poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di -correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette, -nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può -mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di -colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la -religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di -genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio. -Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, -apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io -ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già -esistente, e più lasciata senza miglioramento.» - -Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le -qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con -perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia -per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia -per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di -forma. - -Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste -le prove: ed è il metodo più pedantescamente _verista_ che si conosca, -da disgradarne lo stesso Zola. - -Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi -nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava -e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un -racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se -ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano -il _motivo_ del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta. -E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche -qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza; -immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così -in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il -germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza -stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli -erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue. - -Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come -assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così -è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta, -senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo -esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita -e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre -sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che -anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che -l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello -e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale, -assimilate. - -La prova più convincente che l'_io_ del poeta aveva nella creazione -di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di -tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta -romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse -l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale -autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia -e il cui umore satirico son celebri nella storia. - -Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di -fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti -essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli -saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e -con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci -innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E -però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo -eminente; ma creatore non è. - -Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del -Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo: -corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la -lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli, -questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta -era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828. -Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di -scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema -belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma. - - -V. - -Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa -varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4]. -Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno -alla vita romana e intorno al poeta. - -Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso -i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente -satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte -della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come -poeta satirico. - -La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si -esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva -essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e -sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un -_humour_ bonario. - -Della religione il Belli scrisse come chi non ha la radiosa visione di -Dio, non il dolce conforto della fede, per essere stati spenti l'una e -l'altro dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità dei dogmi, -dagli eccessi del culto. La sinistra luce che dal prete egli proietta -anche sulle più pure concezioni, come Cristo e Maria, spiace, perchè -spiace ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, la frase -scultoria abbattono con tale violenza idoli, costruzioni teologiche e -precetti preteschi, che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel -mondo abbia roteato la clava di Ercole. - -Un povero popolano invoca per la moglie malata il miracolo di Santa -Filomena e offre candele al prete: (III. 339). - - Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio - Me disce, vostra mojje a cche sse trova? - Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.» - E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova? - Rieccheve li moccoli, perch'io - Nun vojjo scredità una santa nova.» - -Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa d'aver -crocifisso Gesù: Gesù discese in terra - - Cco' l'idea de quer zanto venardì. - Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà, - Subbito che llui venne pe' mmorì, - Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162). - -E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo Spirito Santo, che -nei dipinti figura dipinto all'orecchio suo? - - Va spargenno pe Rroma un framasone - Ch'er papa san Grigorio tammaturco - Era un furbo e un maestro de finzione. - E pprotenne quell'anima de turco - Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione, - Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223). - -Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, mentre il figliuolo di -Dio non li ebbe? - - «Fijjo, disce, voi sete un iggnorante, - E nun zapete come li peccati - Hanno fatto la cchiesa militante. - Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui, - E ssi Ccristo teneva li sordati, - Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291). - -Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo che racconta i suoi -mali e le sanguigne sofferte, esclama: (II. 325). - - Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje! - L'esercito der Papa nun ce tiggne - La terra, manco in trentasei bbattajje. - -La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù dell'Ara Coeli -ribalta: (V. 132). - - La cosa in zè mmedema nun è ggnente, - Ma a sti tempi che ppoco sce se crede - Va' cche impressione possi fà a la ggente! - Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego - De miracoli, e llui non ze tiè in piede! - Prima càrita ssincipi tabbègo. - -Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno della tesi, -è un'uscita geniale. Ne potrebbe essere più comica l'antitesi in Santa -Rosa: (II. 366). - - Santa Rosa era sciuca e annava a scola; - E ffascenno la cacca a la ssediola, - Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette. - -E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, importa -riprodurre per intiero _Er fugone de la sagra famijja_, in cui la forza -satirica, velata dalla forma burlesca, raggiunge il vertice dell'arte: -(II. 19). - - Ner ventisette de dicemmre a lletto, - San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto - Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto - Provanno scerti nummeri dell'otto; - -(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri pel lotto, -ponendoli la notte sotto il guanciale). - - Cuanno j'apparze in zogno un angeletto - Cór un lunario che ttieneva sotto; - E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto, - Che festa viè qui ddrento a li ventotto.» - Se svejjò San Giuseppe com'un matto, - Prese un zomaro ggiovene in affitto, - E pe' la prescia manco fesce er patto. - E cquanno er giorno appresso uscì l'editto, - Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto - Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto. - -Nella satira politica (e se ne intende agevolmente la ragione) il Belli -è anche più violento ed amaro. Papi, cardinali, monsignori, curati, -preti, frati, governatori, decani, favoriti, tutti son frustati; il mal -costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle amministrazioni, -i lussi sfrenati, le acerbità del Fisco, le crudeltà delle persecuzioni -politiche e la tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono -immortalmente designati all'odio e al disprezzo degli uomini, in figure -che paiono fuse nel bronzo. - -Papa Gregorio era un beone. - - Ho sentito mo ppropio de risbarzo - (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore) - Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore - Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118). - -(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo). - -Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il Belli scrive cotesto -capolavoro: - - ER VIATICO DE L'ANTRA NOTTE. (V. 99). - - Notte addietro, ar quartier de la Reale - De San Pietro, le scento sintinelle - Strillòrno _all'arme!_ e a lo strillà de quelle - Er tammurro bbattè la ggenerale. - Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale - E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle - Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle? - Passà immezz'a ddu torce er Prencipale. - Cor naso mezzo drento e mezzo fora, - Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia. - Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!» - Povero frate! è ttanto scacarcione - Che ssi una rondinella passa e ffischia - La pijja pe' na palla de cannone. - -Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel Sant'Angelo, perchè -(V. 290). - - Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco - Er Zanto Padre, si jje fanno spalla - Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco. - E ssotto la bbanniera bianca e ggialla, - Po ddà commidamente da quer' loco - Binedizzione e ccannonate a ppalla. - -Ecco lo specchio del governo: - - Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro - Che cqualúnque malanno che sse dia - S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro. - Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria: - Cquanno se vede che lo stato sbuzzica, - E che er ladro se succhia tutto er grasso, - E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica; - Tu allora, che lo vedi de sto passo. - Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica. - Che ccurre curre fin che ttrova er sasso. - -E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si fermò. - -Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della Religione, perchè -(III. 146). - - Che bbella cosa sarìa stata ar monno - De vede er Nazzareno a ffà la guerra - E a scrive editti fra vviggijja e ssonno! - E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra, - E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno - A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra. - -Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è da far festa. - - Poveri scechi! E nun ve sète accorti - Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato - Se poterìa chiamà _Llibbro de morti_? (III. 345). - -Ecco come si vive a Roma: - - ER VENTRE DE VACCA. (II. 347). - - Na setta de garganti che rrameggia - E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli; - Un Papa maganzese che stancheggia, - Promettennosce tordi e cce dà ggrilli; - N'armata de Todeschi che ttraccheggia, - Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli: - Un diluvio de frati che scorreggia, - E intontisce er Zignore cò li strilli: - Preti cocciuti ppiù dde tartaruche; - Edittoni da facce un focaraccio. - Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche: - Li cuadrini serrati a ccatenaccio; - Furti, castell'in aria e ffanfaluche: - Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio. - -Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli io debbo sovente -riferire immagini e parole sconvenienti e rozze; le ho, per quanto -era possibile, evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari a -lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche) un ultimo quadro di -_genere_ e passeremo ad altri argomenti. - - ER LOGOTENENTE. - - Come intese a cciarlà der cavalletto, - Presto io curze dar sor logotenente: - «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto.... - Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.» - Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto. - Lui cor un zenno manna via la gente: - Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto: - Tu' marito lo voi reo o innoscente?» - «Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:» - E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo - Me schiaffa la man dritta drent'ar busto. - Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!» - E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto: - Annate via: vostro marito è rreo.» - -Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori satirici la -vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole anche perchè inedito. Ne -possiede il manoscritto l'egregio professor Pio Spezi, studioso del -nostro poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua. Eccolo: - - ER CAPITOLO. - - Li frati ereno trenta; e ffra costoro - Venuto er giorno de creà er guardiano, - Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano, - Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro. - Ellì, a uno a uno, ognun de lóro - (Comincianno, s'intenne, dar più anziano) - Co una cartina siggillata in mano, - Annò a fficcalla in un bussolo d'oro. - Fatto questo se venne a la lettura: - Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto, - Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura.... - Inzomma un doppo l'antro un terremoto - De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto - Perchè tutti li frati ebbeno un voto. - 7 marzo 1836. - -Abbiamo detto che la satira del Belli non si arrestò alla Chiesa, -ma, sebbene non senza bonarietà, si esercitò anche sui costumi della -borghesia e della plebe. - -La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia, la prodigalità -dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza, la dissolutezza del -costume, l'indulgenza verso il reato, l'inganno nel commercio sono -effigiati in vive ligure. - -Una popolana dà pegni al Monte di Pietà: - - Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290). - -e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter bagordare il Martedì -Grasso: - - Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena; - E prima me daria la testa ar muro, - Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28). - -Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura: - - Tutta la nostra gran zoddisfazzione - De noàntri quann'èrimo regazzi - Era a le case nove e a li palazzi - De sporcajje li muri còr carbone - ................................. - Quelle so bbell'età, per Dio de leggno! - Sibbè ch'adesso puro me la godo, - E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399). - -E come s'educano i figliuoli? - - Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino; - Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato. - No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino - Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87). - -Queste sono le _grazziette de mamma_: (V. 63). - - Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio - De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna. - Per avèmme levata da st'impiccio. - Questa è l'aricompenza, eh? de le pene - De' na povera madre che s'affanna, - Vassalla infame, p'educatte bbene? - -L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo che deride il padrone -perchè studia astronomia e pesa l'aria senza _stadera_. (V. 17). - - Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria! - Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni - Se pagherebbe dodiscionce d'aria. - -La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto: - - Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17). - -e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della fiacca e oziosa vita -delle case romane di quel tempo meglio del sonetto sulla elezione di -Papa Gregorio: - - Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce - Dava la pappa ar fijjo piccinino; - Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino - Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce. - Peppandrea s'allustrava la vernisce - De la tracolla, e io stavo ar cammino - A accenne cor zoffietto uno scardino - De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190) - -Ecco il _confiteor_ del romano: (IV. 35). - - Tutta la mi' passione Sarvatore - Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente; - E quanno che sto in ozzio, propiamente - Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore. - -L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un sonetto celebre: -(V. 97). - - Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina. - -M'hanno assalito. Paura io? Di che? - - Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne. - E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta! - Co' sta battajjeria d'impicci addosso, - Come avevo da fà, ssì bbenedetta? - -Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino, e come grida -contro l'editto delle osterie! (II. 200). - - Noi mannesce a scannatte er giacubbino, - Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore, - Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino. - -Del mal costume delle signore e delle popolane offrono esempio, tra gli -altri, i sonetti 199 V, 78 V; ed ecco un bel saggio della _compassione -de la commare._ (V. 197). - - Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi! - Me fai rimane un pizzico de sale. - E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale? - Ma ggià, de che! de li malacci antichi. - Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale - Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi! - Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi, - L'aveva, veh, una scera de spedale. - E cch'ha llassato? me figuro, stracci. - E la mojje che ddisce, poverella? - So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei. - Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella! - Nun passa un mese che, bbon prò jje facci, - Va eco un antro cornuto in carrettella. - -Non è possibile condensare meglio di così in quattordici versi -tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro di osservazione, così viva -freschezza di forma. È la personificazione del pettegolezzo amaro -e della finta pietà femminile. _Li conti co' la cuscienza_ (IV. 38) -mostrano quanto sia debole la morale del popolo; se si potesse far il -male senza andare in prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le -grazie che fa il Papa nuovo. - - Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni. - Me dà gguai e mme scoccia li ......... - Dunque bbisognerà che lo bbastoni; - E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni. - A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni. - Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni - So' un passaporto pell'antri carzoni. - Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni. - Tempo, amico. Per ora te sopporto: - Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo - Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto. - Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more, - Viè er concrave, se crea er Papa novo, - Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore. - -Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111, II. 151, ecc.) e -talvolta pregiudizi e ignoranza fusi insieme finiscono in una punta di -satira psicologica, come, per esempio, nel sonetto _La pietra de carne_ -(IV. 305). - -Ma se la satira costituisce la nota caratteristica del Belli, non è la -sola della sua Musa. - -La fierezza popolare e il senso d'onore hanno voci gagliarde, come -nel III. 409; non manca il grido del povero operaio che confronta -amaramente il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi -dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54); non manca -l'esortazione morale in uno dei più efficaci sonetti: (III. 95). - - Lassa ste vanità: llassele spòsa. - Ar monno, bbella mia, tutto finissce. - Come sèmo arrivati ar profiscissce, - Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa. - Quanto te credi de fà la vanosa - Co' ste pietrucce luccichente e llisce? - Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce - La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa? - Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima. - Rosica sordo sordo e tt'assottijja, - Che ggnisun giorno sei quella de prima. - Dunque nun rovinà la tu' famijja: - Nun mette a rrepentajjo la tu' stima, - Lassa ste vanità; llassele fijja. - -L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento così vivo e poetico, -non trova in tanta mole di sonetti la sua rappresentazione. Molta -volgarità di rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento. -Perchè? Non sapeva amare la plebe di Roma? O era sordo il cuore del -poeta? Non credo che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili -dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze che sapessero amare -dovevano pure trovarsene. - -Non credo che il Belli fosse un uomo passionale (basta ricordare come -volesse bene al marito della sua adorata marchesina e come sposasse una -donna di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca); ma il momento -sentimentale non gli sarà mancato. Comunque, il fatto è certo; nè -può affermarsi che sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso -Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza di sentire. -Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia hanno echi mirabili (IV. -310, 311, 375, 409); e valga per tutti: (IV. 120). - - LA MORTE DE TUTA. - - Povera fijja mia! Una regazza - Che vvenneva salute! Una colonna! - Viè una frebbe, arincarza la siconna, - Aripète la terza e mme l'ammazza. - Io l'avevo invotita a la Madonna, - Ma inutile, lei puro me strapazza. - Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza - De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna - Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi - Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare - De vedemmela sempre avanti all'occhi. - Fijja mia bbona bbona! angelo mio! - Tuta mia bbella! viscere mie care, - Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio! - -Quale contrasto tra la finta _compassione della comare_ e cotesto grido -straziante d'un'anima ferita! Tanta altezza lirica di passione non è -frequente nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono frequenti -i sonetti di tenerezza materna verso i bimbi; ma _La morte di Tuta_ -ha pure qualche compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia -rappresentativa i tre sonetti _La povera madre_. (II. 175) in cui -sono descritti il dolore e le sventure della moglie di un perseguitato -politico: - - Eccolo llì cquer fijjo poverello - Che ll'antro mese te pareva un fiore! - Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore - Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello! - Sin da la notte de cuer gran rumore, - Da che er padre je messeno in Castello, - Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello; - Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore. - -Non meno efficaci _La vedova dell'ammazzato_ (V. 169) e _La nottata de -spavento_ (V. 109). - -Udite quale tesoro d'amore ne _La famijja poverella_: (IV. 329). - - Quiete, cratùre mie, stateve quiete: - Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata. - Oh Vvergine der Pianto Addolorata, - Provedeteme voi che lo potete. - No, vviscere mie care, nun piaggnete: - Nun me fate mori ccusì accorata. - Lui quarche ccosa l'averà abbuscata, - E pijjeremo er pane e magnerete. - Si ccapissivo er bene che ve vojjo! - Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro? - Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo? - E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla, - Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro - Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla. - -Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari sono gli esempi, -ma potenti; e il Pascarella, che nelle prime prove offrì notevoli -sonetti di cotesta ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto -non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli. Sentite la forza -della selvaggia semplicità, de _Li malincontri_: (V. 328). - - M'aricordo quann'ero piccinino - Che ttata me portava fòr de porta - A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta - A rrinfrescacce co' un bicchier de vino. - Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta - Dov'è cquello sfasciume d'un casino - Ce trovassimo stesa lli viscino - Tra un orticheto una regazza morta. - Tata, ar vedella llì a ppanza per aria - Piena de sangue e cco' no squarcio in gola, - Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria. - E io, sibbè ttant'anni so' ppassati, - Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola - De ggirà ppe' li loghi scampaggnati. - -Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano è affascinato dalla -potenza rappresentativa di cotesti quattordici versi. - -Non sembra possibile che il fosco pittore dei _malincontri_ sia il -semplice e mite scrittore della _poverella_ (II. 116). _La poverella_ -non pare un sonetto, ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto è -naturale - - Bbenefattore mio, che la Madonna, - L'accompagni e lo scampi d'ogni male, - Dia quarche ccosa a sta povera donna - Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale. - Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna: - Ste crature so' ignude tal e cquale - Ch'el Bambino la notte de Natale: - Dormimo sotto a un banco a la Ritonna. - Anime sante! se movessi un cane - A ppietà! ar meno ce se movi lei: - -(Ecco l'umorista che fa capolino). - - Me facci prenne un bocconcin de pane. - Signore mio, ma ppropro me la merito, - Sinnò, davero, nu' lo seccherei - Dio lo conzoli e jje ne reuni merito. - -Perfino il sentimento della natura, che parrebbe estraneo all'animo di -un poeta psicologico e satirico, ispirò al Belli un sonetto, che non -morrà: - - ER TEMPO BBONO. (II. 415). - - Una ggiornata come stammatina - Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata. - Ah bbene mio! te senti arifiatata; - Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina! - Tutta la vòrta der celo turchina; - L'aria odora che ppare imbarzimata: - Che ddilizzia! che bbella matinata! - Propio te disce: cammina, cammina. - N'avem'avute de ggiornate tetre, - Ma oggi se po' ddì una primavera. - Varda che ssole, va': spacca le pietre. - Ammalappena eh'ho ccacciato er viso - Da la finestra, ho ffatto stammatina: - Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso. - -Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito per rendere -l'immagine vera dell'arte belliana, di cui un solo aspetto è -popolarmente noto, molti e molti altri dovrei citarne. Ma mi -accontenterò di un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per -l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra umoristica e -sarcastica, la filosofica rassegnazione e la consueta sincerità ed -efficacia di forma. Si tratta dell'_Amore delle donne_; le colte e -gentili uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il Belli era un -pessimista, e molto gli deve essere perdonato: (IV. 387). - - L'amore d'una donna io te lo do - A uso de quadrini e ssantità; - Credilo sempre metà ppè mmetà: - Pijjelo, e ttira via come se po'. - Er bene che llei disce che tte vo', - E ttutte le scimmiate che tte fa, - Quarche vvorta ponn'esse verità, - E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no. - Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè - Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù, - Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è. - Co' le donne hai da fa ccome fai tu - Quanno bbevi favetta pe' ccaffè: - Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù. - -Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono una enciclopedia -romanesca; pensieri, sentimenti, costumi, frasi; satira religiosa e -satira politica, satira di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo, -arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare, pettegolezzi -di vicinato, dolcezze di famiglia e crudeltà di coltello, sentimento -della natura, psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto -è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia e la cronaca -sono inquadrate nei loro episodi e nei loro aneddoti; la rivoluzione -e il colèra. Don Marino e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e -del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito e della Grisi; -Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è il Cardinal Tosti e il Cardinale -Lambruschini, la scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli -Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo passaggio della -carrozza cardinalizia attraverso il cammino del Papa e gli sdegni -di Gaetanino Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto dei -doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone e la casa di piacere -scoperta, tutto è rammentato e rappresentato. - -Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal pianto al riso, risorge -innanzi alla fantasia con tal forza di carattere e classica semplicità -di forma da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però il Belli, -che pur deve alla plebe romana la sua gloria, è passato ai futuri come -uno dei maggiori poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830 -al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre, vive e vivrà, -com'egli prediceva, nel monumento dell'arte, per opera sua. - - -NOTA. - -Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli consulti il -BOVET, _Le peuple de Rome vers 1840_: Neuchàtel, Attinger frères, 1898. -— L'edizione più completa dei sonetti è quella del _Lapi_, curata dal -MORANDI, alla quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di -Castello, 1886-1889, 6ª edizione). - -Prima del Belli la letteratura romanesca era povera; degli stornelli -e delle improvvisazioni popolari; un poema del PERESIO, _Il Maggio -romanesco_, uno del BERNIERI, _Meo Patacca_ e poi la _Passatella_ del -CIAMPOLI e dei sonetti del GIRAUD. Il più antico scrittore di sonetti -romaneschi pare che fosse BENEDETTO MICHELI (_Jachello de la Lenzarà_). -Forse altre Opere esistono, ma ignorate. Nessuno di questi poeti merita -di essere tratto dall'oblio. - -Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli, fra i -quali lo SPADA. Dopo lui debbono essere rammentati il FERRETTI, autore -della _Dottrinella_; AUGUSTO MARINI, che scrisse in romanesco impuro, -ma con vena satirica; GIGGI ZANAZZO, il più geniale, il più vario e il -più puramente romanesco di tutti; il PASCARELLA, arguto ed efficace; il -QUERINI, il GIACQUINTO, il SALUSTRI (_Trilussa_), ecc. - - - - -IL TEATRO UNA MUSA SCOMPARSA - -CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO - - - _Signore e Signori_. - -Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico -che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura -tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia -dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po' -indietro nel tempo, e, poichè del teatro non si è parlato e non sarebbe -stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare -tutta la produzione dalla prima metà del secolo. - -Non breve cammino — come vedete — e forse non lieto. Non lieto. -La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha -eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non -fiorisce la gioia nella società italiana, e non s'accende l'amore -sulla scena. Manca la donna. cioè il sorriso, la grazia, la bellezza, -l'errore, il peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione -e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se -non vi è sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla -lastra fotografica; e se non vi è amore e libertà nella vita sociale -passano inavvertite le figure umane sulla scena. — Il dramma, almeno, -si rifugiò nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede -alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma -la comedia tentò invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle -piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie -e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste -dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia! - -La comedia è un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche -quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della -Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte. - -Nessun paese credo possa vantare una più varia e abbondante produzione -teatrale, che la Francia nella prima metà del secolo: comedia di -carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale. -Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva, -gesticolava: un vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi -che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero -brulichìo di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e -determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica società -francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava -dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone, -costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare -sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere -e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era -un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la -formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta -materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del -costume e del gusto. — Ma in Italia! Mai società fu più stremata, mai -vita fu più triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo -napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva -almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni, -ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo -quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa, -per decreto internazionale — del quale fu affidata all'Austria -l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, in -fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa -argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo -di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel -nostro paese una più ardita invasione barbarica, di quella che mosse -moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi -a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato, -insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle -persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si -chiusero nelle sètte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno, -per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi -aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media -temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire -la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio -gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui -si raccoglie e si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in -un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di -propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio è una legge -e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libertà dei -movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia dà l'orario -della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle -amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei -giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi -a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o -nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera -Talia non può, al più, che proteggere mestamente le innocue abilità dei -tre _Ludro_, le vuote preziosità della _Fiera_, le modeste ingenuità -dell'_Ajo nell'imbarazzo_. Non osservazione, non sentimento, non -caratteri, non abilità tecnica, e neppure lingua italiana, in simili -produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico; -gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere, -mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro -autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste più. E se gli -autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta -ricordati, è solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, che -Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia dell'arte italiana. - -Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo -chiuso mondo della comedia; — e volgerci, invece, a interrogare i -grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han -richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori -nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza -nazionale. - - * - * * - -Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: _Cajo Gracco_. - -Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, _Cajo Gracco_ leva la -sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo -italiano, dalla scena: - - Io per supremo - Degli dèi beneficio, in grembo nato - Di questa bella Italia, Italia tutta - Partecipe chiamai della romana - Cittadinanza, e di serva la feci - Libera e prima nazïon del mondo. - Voi, romani, voi sommi incliti figli - Di questa madre, nomerete or voi - L'italïana libertà delitto? - -_No_ — rispondono i cittadini. - - No: itali siam tutti, un popol solo, - Una sola famiglia.... - .... Italiani - Tutti, o fratelli. - -Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia -saluta la patria al principio del secolo. - -Che cosa è dunque questo _Cajo Gracco_? - -Il Monti aveva già dato al teatro _Aristodemo_ e _Galeotto Manfredi_ -— due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza -caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse -sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col _Cajo -Gracco_ egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola -di tutto il contenuto politico e morale ch'era più proprio ai suoi -sentimenti, e, vorrei dire, più continuo e resistente nella troppo -rapida varietà e variabilità dei suoi principî e delle sue opere. - -Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia -in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di -appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il -governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana -esaltazione di tutte le sue facoltà morali, per un impetuoso -risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina -primavera fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua -coscienza, egli riescì, a un dato momento della sua vita, a dare -unità artistica agli elementi più puri e più belli che aveva sparso -nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto -rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E creò il _Cajo Gracco_. -Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta: -la più grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia -osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non -ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme -la più solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico -dell'avvenire, che dovrà governare con la legge e per la legge, coi -buoni e non coi tristi, in gloria dei più alti ideali e non delle più -basse passioni dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna e Roma, -quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libertà -romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto -del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo partigiano, consiglia: -_Con tutti_. Ma egli risponde: _Con uno solo: con la giustizia e con -l'amore._ — Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una -stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, dà il segno della -sommossa, uccidendo Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale -è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa -dei Gracchi. — Il cattivo genio della tragedia è, come vedete, Fulvio: -il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: — - - Di libertade - Che parli tu! e con chi? Non hai pudore, - Non hai virtude, e libero ti chiami? - Zelo di libertà, pretesto eterno - D'ogni delitto! Frangere le leggi - Impunemente, seminar per tutto - Il furor delle parti e con atroci - Mille calunnie tormentar qualunque - Non vi somigli.... - Ecco l'egregia, la sublime e santa - Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi. - Libertà di ladroni e d'assassini. - -E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo -dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che -ho citati, i versi seguenti del canto II della _Mascheroniana_, sui -giacobini: - - Dal calzato allo scalzo, le fortune - Migrar fûr viste, e libertà divenne - Merce di ladri e furia di tribune. - -E questi altri del canto III: - - Tutta allor mareggiò di cittadino - Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito - Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino. - -E questi altri del canto II della _Bassvilliana_: - - E di sue libertà spietato e baldo - Tuffò le stolte insegne e le man ladre - Nel sangue del suo re fumante e caldo. - -La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso -accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a -Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui, -uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo -risponde indignato: - - Fulmine colga, - Sperda quei tristi che per via di sangue - Recando libertà, recan catene. - Ed infame e crudel più che il servaggio - Fan la medesma libertà. Non dire - Empio, non dir che la sentenza è mia!... - -Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei Pétion, degli Isnard, -dei deputati della Legislativa e della _Convenzione_, che dichiaravano -_utili e necessari i massacri del settembre_, legittimi e doverosi gli -assassinî _quando l'autorità delle leggi può sembrare al popolo qualche -volta troppo lenta per garantirne la sicurezza_, e legali e naturali le -condanne senza prove, perchè basta il sospetto per la distruzione dei -cospiratori. — Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta -in tali sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più civile: - - E che dunque? Altra non havvi - Via di certa salute e di vendetta - Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei, - Ad Opimio lasciate ed al Senato - Il mestier dei carnefici. Romani, - Leggi e non sangue! - -Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando -politico. E contro il sangue, e l'opera già consumata o da consumare, -si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che è -diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel -nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri -il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una -figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si -rifletta la soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento -di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode la voce di un popolano, che, -durante la sua arringa, minaccia: _Morte ai patrizi_ — risponde subito: -_Morte a nessuno!_ — E così rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone -della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo _morte_ a -tanta gente! — _Morte a nessuno!_ — Era, dal Cajo Gracco del poeta, al -Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana, -nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libertà, per la via della -concordia e della giustizia! - - * - * * - -Se _Cajo Gracco_ è il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo -è la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo. -Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il più straziato -prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata -la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione -pubblica, più meno ristretta e più o meno illuminata, ma arbitra ormai -del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo -uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, secondo che -i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di -creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava -l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa -natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta -fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le -tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile -e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e -la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza -assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di -programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in sè tanti germi -di malattie sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al più -alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealità. -Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di -eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, tutte -le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il -rappresentante più angosciato e la vittima più turbolenta. Mai si -può dire di un letterato, con maggior verità che di lui: «che fu un -milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola. -Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il -suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo lo -spingessero ad amarlo. — _Il sacrificio dalla patria è compiuto_ — così -comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. _I miei concittadini son -vili_ — così finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra. -Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva -sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al -dominatore. Che fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa lettera -— di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non -han saputo altro fare che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di -sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo di Don Chisciotte.» -Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come -una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse -che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attività non -aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica; -multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria -di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza -via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale -cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e -venivan fuori l'_Ode all'amica risanata_ e i _Frammenti delle Grazie_. -Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella lotta, più accanito -e più disperato di prima. — Da una tale situazione di spirito, da una -situazione così tragica, così personalmente tragica, poteva uscire la -lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo -connaturata nell'artista stesso, perchè potesse essere ricercata e -ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad -esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che -questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un -solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome -dell'autore di _Amleto_ o di _Otello_, potete chiamarlo Shakespeare o -Bacone: poco importa: _Amleto_ e _Otello_ resteranno sempre le grandi -tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita -propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi -togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono più: -perchè esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo -che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti -di creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di Foscolo, il -discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici; -non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e -indicazioni di sentimenti politici. _Ajace_ è tutto chiuso nel suo -disdegno. _Guelfo_ della _Ricciarda_ è tutto chiuso nel suo disprezzo. -Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria. -Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire: - - A che la gloria delle mie ferite - S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa - Troja pur sia, _servirem tutti a un solo?_ — - -dice Ajace. E più, innanzi: - - . . . . Agide e i suoi - Abbian tal prova omai che, se ognun trema, - In me la patria e la sua forza vive. - -Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere -che ho sopra citato: - - . . . . Ajace, fuggi - Ora più non vedrai nè traditori, - Nè _tiranni_, nè _vili_. - -L'Ajace è del 1812. La _Ricciarda_ del 1813. Furono tutte e due -proibite dal governo imperiale. Qual è il motivo della _Ricciarda_? Lo -stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilità della lotta, -a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama Guelfo — - - Amor d'Italia? A basso intento è velo - Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia.... - .... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche - Sterminar potess'io tutti i suoi mille - _Vili signori e la più vil sua plebe_! - -Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne era rimeritato! -Scriveva al Cicognani: «Io avevo poco da lodarmi del governo -napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me — e in ciò le -parti erano pari — perchè io nè volli nella _Ricciarda_ partirmi dai -miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, nè chi governava -lasciò che essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò che, del -resto, egli non permise. A _Guelfo_, che mostrava tanto disprezzo per -l'Italia, _Averardo_ risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo, -ad amarlo per la causa santa, a dare spade _cittadine_ alle _cittadine -mani_, e far gl'italiani - - Non masnadieri, o partigiani, o sgherri, - Ma guerrieri d'Italia! - -Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama -il popolo alle istorie, all'unità di lingua e di costume; così lo -chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie — -ripeto — dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa? -In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo -fruttificato! - - * - * * - -E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale. - -Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare -il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento -ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete -a discutere il carattere poetico di un personaggio, e più difficilmente -a descrivervene le bellezze d'arte. Non è mia colpa. La nostra -letteratura drammatica è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: è un -indice dello _stato d'animo_ dei nostri scrittori; non è la figurazione -e la rappresentazione di uno _stato d'animo_ dell'umanità. Non solo: -ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della vita sociale rendeva -impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del -nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile -nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi -genere. In fondo, o Signori, la nostra letteratura è, essenzialmente, -letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando -gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. «A noi -quindi — dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli — quell'infanzia -d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine -fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte -mancò: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la -natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire, -fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando -noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi -una parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» E quale -fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere -con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza -d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cioè, -ricreare, rifare, in un più ampio contenuto ideale e in una più -armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale -che ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri -popoli. Così dal caos delle _visioni_ traemmo con Dante il poema -sacro; dai _fabliaux_ traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e -dalle _canzoni di gesta_ e dai _romanzi d'avventure_ traemmo più tardi -col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo -dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli -d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo -noi potevamo dare, con la _Summa_ di San Tommaso d'Aquino un organismo, -una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica. -Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri -popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo -delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici. -Ma appunto queste qualità che resero possibile la fioritura del -poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche -rendere impossibile la creazione del teatro. Finchè si trattò di -ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione, -della storia, della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi fummo -signori. Ma quando si trattò di osservare, di intendere e comprendere -_direttamente_ la natura e la vita, quando si trattò di interrogare, -di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo, -allora più fresche fantasie, più limpidi occhi, più giovani spiriti, -più libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte -e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini del -dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella -gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo -in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo più ricco e -meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra -cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena -a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni -del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria -e del potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da -guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma -torniamo al dramma storico. - - * - * * - -L'epoca napoleonica si chiude quasi con la _Ricciarda_. L'epoca -nuova si apre con l'_Adelchi_. Foscolo rappresentava lo squilibrio -delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche, -la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni -rappresenta la rassegnazione, - - Chiniam la fronte al massimo - Fattor.... - -La Reazione leva intanto il braccio minaccioso! - - * - * * - -Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo -movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un -movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed -arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare -il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per -piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le -_Lezioni di letteratura drammatica_ di Augusto Guglielmo Schlegel, e le -_Lezioni di storia della letteratura moderna_ del fratello Federigo, -nelle quali — specialmente nelle prime — sono dettate le nuove leggi -letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Staël sulla -_Germania_, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del -1810. La _Lettera semiseria_ di Grisostomo, cioè di Giovanni Berchet, è -del 1816. Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau -prima di M.me de Staël; ma il precetto, la regola, il ragionamento -critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da -quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul -Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo, -ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro -proclamano: Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo avendo dato un -nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale che diventi base d'una nuova -letteratura»; e M.me de Staël, «che la religione e la storia nazionale -hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale»; -e Châteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, «che -convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro, -la religione cristiana essere invece la religione più poetica, più -umana, più favorevole alla libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il -Cristianesimo conduce alla verità»: e Manzoni, infine, a dichiarare -che, nella «morale cristiana, essendo tutta la verità, egli nutriva -sentimenti _molto più irriverenti degli altri romantici verso i -classici, perchè la parte morale dei classici e essenzialmente falsa, -mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione_, ch'è stata -una grande sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie -fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'_eterna giovinezza -dell'anima argiva_: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo -nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi che -aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau. - -Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le -ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi -solo quel tanto che mi è necessario per poter comprendere e spiegare -la tragedia che n'è l'espressione più completa e più concreta: -l'_Adelchi_. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi: -arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la -storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare, -contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei -soggetti, la produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel nome -della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e -corrotta dal Volterrianismo. — In questo senso, il solo vero, grande, -convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione, è Alessandro -Manzoni: il cristiano più puro e sereno, l'artista più sincero e più -casto, l'uomo più semplice e pio che la letteratura moderna possa -vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza -qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui, -la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la -religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, pareva che la -stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue -passioni. «In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il -vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» egli scriveva. «E questo -sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra -avere una _tendenza religiosa_.» — La tendenza religiosa nel sistema, -nel metodo, è ben tutto quello che può dare un'anima di religioso e di -poeta! - -Io non vi parlerò delle trasformazioni formali che il Manzoni portò -nella tragedia. Se è vero che prima ancora della _Prefazione_ del -Cromwell egli bandì la guerra alle _due unità_, ed è suo merito, come -dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera -al signor Chauvet, _mirabile di ragionamento e di stile critico_; è -anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango -Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unità il colpo fatale, col -_pugno di ferro_ del suo _Goetz di Berlichingen_, cinquant'anni prima! -Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunziò in -gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate, -al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso -sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: «Letto -Shakespeare, io ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia -_regolare_. L'unità di luogo, mi sembrò triste come una prigione; le -unità d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra -immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora -sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno -fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve -sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi -loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. » -— La guerra, dunque, alle _regole_ venne indetta da un classico. Ed è -bene constatarlo. Come è bene constatare che tre altri italiani erano -insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie, -fra le quali era il primo suo dramma _Giustino_, contro l'_unità di -luogo_; il Goldoni, nella dedicatoria ai _Malcontenti_, contro l'unità -di _luogo_ e di _tempo_: e il Baretti nella polemica col Voltaire, -contro tutte e tre le unità insieme: di _tempo_, di _luogo_ e di -_spazio_. - -Ma torniamo all'_Adelchi_. - - * - * * - -_Adelchi_ è nel mondo degli eroi, quel che è il Manzoni nel mondo dei -letterati; ed è nel campo dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo -della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo, -un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta -così profonda, così precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni -nell'_Adelchi_. Il discorso sulla storia della gente longobardica in -Italia è forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore — -o del pubblico — dal vero personaggio della tragedia e per impedire -di constatarne l'identità; perchè mai personaggio fu meno storico -dell'_Adelchi_ del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente -allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine, -quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del -suo pensiero, la morale della sua filosofia. - -Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei -Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re -dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della -Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi -si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il -padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice. -Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre la -figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di -San Salvatore in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica -nel più stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad -avvertire: «Il carattere di un personaggio, qual è presentato in questa -tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i -suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere -insomma è inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto da un -originale moderno. Partito così alla ricerca della _realtà storica_ nel -dramma, egli è tornato con una _realtà psicologica_: quella sua, di -autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che nella Prefazione -del _Carmagnola_, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che, -«rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi,» -ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il -vantaggio «di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione -e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche vero -che la Prefazione del _Carmagnola_ (1816-20) è anteriore all'_Adelchi_ -(1820-22). — - -Questo _Adelchi_, dunque, è la tragedia della rassegnazione: la -tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete. -Non vi è, in essa, lotta di nessun genere; e non vi è affermazione -di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione della -volontà. Il _Cid_, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre, -dice: _Se dovessi, tornerei ancora a farlo._ È il trionfo della volontà -umana, che si fa la vita e le leggi della vita; così come la tragedia -antica era il trionfo di una volontà superiore, contro la volontà -umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In _Adelchi_ è -soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è soppresso ogni elemento -di forza e di contrasto. _Chiniam la fronte al massimo — Fattor_ — ecco -la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi è il tipo -dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo -cristiano. Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I Franchi -scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli consiglierebbe -di lasciarli passare. Ma, poichè il padre impone il contrario, si -sottomette al padre: - - .... E tu mi chiedi - Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando - Nella tua mano. Ecco il legato: il mio - _Dover_ sia scritto _nella tua risposta_. - -I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde -il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna -rassegnarsi: - - .... Ti fu tolto un regno. - Deh, nol pianger, mel credi! - -A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il -vincitore passerà. Quegli è un _uom che morrà_! — Impotente verso gli -altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi -vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del -nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi. -Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione -impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo -non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica -aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli -altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro -se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di -Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide, -Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi, -Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia: - - _Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!_ - -Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero: - - E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo - Senza aspettar che tu mi chiami? - -Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno? -Ma la vita, la vita vera, è quella di là: Gesù disse: _Il mio regno non -è di questo mondo_. Questo mondo non è che uno esperimento — questa -vita non è che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani -chiamarono appunto _dies natalis_ il giorno della morte! — - -Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza -di _Adelchi_ che vi si uniforma. 11 disprezzo delle cose terrene; -la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in -conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno -trascendentale per tutte le vanità: la dottrina insomma della -liberazione dell'anima nella fede, è una dottrina senza dubbio -venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento -di tragedia; se per tragedia si debba intendere ancora lotta di -forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento -e fondamento di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice il -Renan nella _Vita di Gesù_ — ha molto contribuito in questo senso a -indebolire il sentimento dei _doveri del cittadino_, e a dare il mondo -in balìa dei fatti compiuti.» - -L'_Adelchi_ porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cioè, della -più feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia. - -Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del -regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi, -Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e -rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia. -Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al figlio la -Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi, -nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo -_richiedeva la coscienza e l'onore_, i fatti del passato luglio, lo -esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di -quella _coscienza_ e di quell'_onore_ imponevano. Voi sapete il resto: -il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il -Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re, -tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice -il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva avuto il sacro deposito -della fede giurata, dei patti accettati! — Ah, Signori, se Adelchi -avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato -meno obbediente al padre — al traditore di Lubiana! — Io non posso -pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello! - - * - * * - -La reazione del 21 spazzò il focolare domestico del patriottismo -italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i -cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente -contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due -imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con -un manifesto che li qualificava «malfattori e violatori di ogni -legge divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono -protagonisti: _Il Cenacolo_ del _Conciliatore_ fu sbandato: l'Arconati, -il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De -Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca; -Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni; -Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le -campagne — come narra un contemporaneo — piene di fuggiaschi, le galere -e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno, -mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria, -Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della -giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto -al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente sereno fra i dolori e i -tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli! - -Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da -Paolo nella _Francesca da Rimini_, di promettere all'Italia il suo -braccio nel momento del pericolo: - - Per te, per te, che cittadini hai prodi, - Italia mia, combatterò se oltraggio - Ti moverà l'invidia.... - -Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono, -quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, più che -per altro, la _Francesca_ divenne la tragedia popolare per eccellenza. -Come tragedia, è mediocre; e non a torto il Foscolo consigliò -amicamente al Pellico, quando gliela mandò a leggere, di lanciare -all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in -quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza -e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli -animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione -di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati, -e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione -all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con -impeto di eroi! — Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo -periodo di tempo. Essi furono più che i cooperatori, i motori delle -opere stesse degli autori — che molte volte nascevano morte — e che -essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: «Non vi saranno attori in Italia, -finchè non vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render -giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano, -convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a -formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la -fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore -dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si -consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella _Francesca_ -salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto -che nel _Procida_ sollevava ad altezze epiche il verso contro il -Franco invasore: _Ripassi l'alpe e tornerà fratello_ — non rimangono -suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano -bensì nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo, -ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile! -Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa -quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo -abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva -venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo -più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica -e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e -di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi -e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica, -se così posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la -piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli, -dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della -censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e -rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo non bastava, -agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali; -in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in -dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte, -dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con -arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel -momento del pericolo. Perchè dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei -tempi il _bel gesto_ del patriottismo italiano. Salutatela anche voi, -passando, o Signori, con un _bel gesto_ di riconoscenza! - - * - * * - -Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono -a Milano distrutti gli ultimi residui della libertà dei cittadini, -andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori. - -E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la -_Rosmunda_, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione, -la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza -privata, che poteva compromettere gli amici. Ma nè supplizi, nè -torture, nè soppressione di poeti e di poesie, arrestano il cammino -dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. _Alere flammam_ -— era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare -la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in -un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento: - - O man che scrisse Arnaldo - O petto di virtude albergo saldo, - Chi a' miei baci vi porge? — - -chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. Quella che nel -periodo più scuro della reazione, nel periodo più duro del dolore, dal -28 al 48, versò tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu -la mano di Giambattista Niccolini. - - * - * * - -Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai che una memoria -letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte più -viva delle nostre speranze, la parte più bella ed ardente delle -nostre illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di drammi -storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni letterato italiano -cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per -mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla -punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi più -tutti i _Manfredi_, i _Masaniello_, i _Fornaretti_, i _Farinata_, i -_Lorenzino_, i _Sampiero di Bottelica_, i _Vitige_, le _Leghe Lombarde_ -che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei -loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di -Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni -seppe strappare ai nostri padri nella _Pia de' Tolomei_; e il Revere -e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per -altre cose che non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva -della scuola e della schiera è Giambattista Niccolini. Certo, nessuna -delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi -poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un -cielo ben più nobile e più sacro: quello della coscienza nazionale. -— Dell'_Arnaldo_ il poeta stesso scriveva: _Se non ho scritto una -buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa._ E -di questo l'Italia allora aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva -di aver voluto combattere una battaglia, più che scrivere un libro, -con l'_Assedio di Firenze_. Così il Berchet scriveva «di aver fatto -sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di -aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.» -— E non è il più lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libertà -perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui -dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! — So bene -anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia, -ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma -sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di -storia. Che importa? — «Io vi esorto alle istorie — aveva detto agli -italiani Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare -nè più calamità da compiangere, ne più errori da evitare, ne più -virtù che vi facciano rispettare, ne più grandi anime degne di essere -liberate dall'oblivione.» — E il Niccolini si assunse proprio questa -missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virtù, di liberar -dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli -conveniva il popolo, quasi a comizio. Così, il _Foscarini_. nel quale -erano denunziate le iniquità dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto, -dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il _Giovanni da -Procida_, rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti entusiasmi, da -impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli -a chiedere al governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente -non stentarono molto a ottenere. Il _Ludovico Sforza_, scritto nel 34 -e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col _Procida_ nel -47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita -fu chiamata una _festa civile_. E intanto l'_Arnaldo_, sfuggendo a -tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre -d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che -portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore -dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che -cosa era _Arnaldo_? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia -la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero -invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un -sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato -per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio, -la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in -movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per -scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa -e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero, -il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e -all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana, -dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le -crete malefiche parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'_Arnaldo_ -tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza -dell'idea classica che animò la mente e mosse l'arte di Dante, di -Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni, -e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come -questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra -principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, inevitabile la -lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle -parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar -torto, quando, tre anni dopo la protesta d'_Arnaldo_, un nuovo papa, -più incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul -tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di -una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la -fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette -straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono a -dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre -valida l'intimazione fatta da _Arnaldo_ ad Adriano, nell'atto III, in -Vaticano: - - Sei pontefice, o re? L'ultimo nome - Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo - Il vicario tu sei, saper dovresti - Che sol di spine fu la sua corona. - -Con l'_Arnaldo_ si chiude il ciclo della tragedia classica. E si -chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond'è che a ragione -l'Italia onorò il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti -nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò _giovane di santi -costumi_, al Carducci che, vecchio, lo chiamò _sacro veglio_, tutti -s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina -il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria -richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo. - - Alzate or tutti voi - Le sacre faci ardenti. - Lo scortate, onorandolo co' suoi - Carmi, coi suoi concenti. — - - * - * * - -E qui mi fermo. - -L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti -tristi, la confortò coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incitò -coi rimproveri; nei momenti di lotta, la servì con le opere. L'Italia -politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili -a giudicare l'arte della prima metà del secolo! Di altro che di belle -imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era -occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali -tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva -singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva -l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un -oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si -preparava qualcosa di più che la catastrofe di un gruppo di personaggi -ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del -gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In -certi tempi, la letteratura è azione. La miglior opera d'arte è nella -creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista è nel trionfo -di quel fatto ch'egli è concorso a creare od a render possibile. - -Quali sono i titoli dei drammi nella prima metà del secolo? Potete pure -dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori -alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale è una, -e si chiama il _Quarantotto_: — protagonista, l'Italia, che dopo tanti -errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo spirito, e afferma -contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volontà e -la sua personalità. — L'arte donde quella produzione è derivata, oggi -non esiste più: si è consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta. -Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a -lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande -generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria! - - - - -LE BELLE ARTI DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO - -CONFERENZA DI UGO OJETTI - - - _Signore e signori,_ - -Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo, anche perchè -è facile fare a meno di conoscere quel che si disprezza. Non è più -una quistione di temperamento, d'umor nero ed arcigno o d'indole -entusiastica e presto fanatica; è addirittura una quistione di metodo -logico. Oggi le lodi dei critici non sono che rari segni bianchi sopra -una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero e, al pubblico, -più utile, delinear le proprie opinioni in nero sopra una pagina -bianca. Anche nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà del -secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei fatti della politica. -Forse da quattrocento anni di qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella -realtà e nel sogno, nel presente e nella speranza — non era stato -innalzato con così franco volo, non aveva fatto fremere i cieli con -sì ampie penne, quanto ora. Forse da quattrocento anni l'uomo non ha -amato la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità, -quanto ora. Forse da quattrocento anni l'arte non è stata così sincera, -l'anima così presso alla superficie su dal profondo vorticoso mare -delle apparenze. - -Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più largamente -dell'estetica nostra è stato tempo in cui ogni arte convenzionale -e gelidamente formale, ogni arte, secondo il valor volgare della -parola, retorica sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo -in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho detto ripugnante ma non -incomprensibile. Quasi cinquant'anni di positivismo e di illuminato -determinismo dànno ormai alle menti moderne la snellezza della -versatilità, l'oggettività d'esame necessaria a veder con curioso e -sereno studio i gesti e le parole di coscienze estetiche per fortuna -dissimili dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, direi quasi -a gustarle senza fastidio, specialmente quando nel confronto noi -possiamo dedurre a nostro vantaggio un progresso solare, e possiamo -concedere al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo una qualche -soddisfazione. - -Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile cultura e col suo -affascinante garbo di dicitore vi intrattenne su le arti belle nei -primi venticinque anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di -quella pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura fu -detta romantica. - -Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? Quell'epoca, direbbe -oggi Gabriele Tarde, era artisticamente un'epoca non di creazione -ma di moda. Fede ed amore in altro che non fosse la materia e la -material forma dell'opera erano cosa vana. L'immaginazione bastava a -dare il tema, anche una semplice immaginazione illustrativa, suddita -umile della letteratura — fosse questa letteratura storia o poesia. -L'estetica winckelmaniana e le enfasi su l'_Apollo_ soddisfacevano -ancora le anime, e le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e -Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni orazione accademica. «I -lavori più nobili di coloro che operarono in questa classica terra,» -per dirla con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto dal David, -nella teoria dal Lessing e ancora si credeva con lo Schlegel che la -tragedia antica non fosse stata che della scultura. _La Teoria del -Bello_ di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser considerata -come il riassunto di quello che predicavano pittori e scultori e -architetti i quali, al cospetto di Dio e dei sovrani e dei colleghi, -erano fecondi più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è la -rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile conveniente, -per via della quale si risvegli l'armonico esercizio delle facoltà -dell'anima»: questa è la definizione precisa dove quel _conveniente_ -e quell'_armonico_ annebbiano e gelano ogni speranza d'una sincerità -anche prudente. Non il vero e non l'emozione per simpatia gli artisti -si propongono, ma il nuvoloso metafisico _prototipo_ od _archetipo_ il -quale era, proprio secondo le parole del Ficker, «un oggetto di somma -perfezione pensato per mezzo delle idee e concreato o reso percettibile -ai sensi con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione della -relatività e della mutabilità del bello è penetrata anche nella -mente della folla, sembrano e sono incomprensibili, se non ingenue. -Victor Cousin poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi di -Diotima a Socrate nel _Convito_: «Bellezza eterna non generata e non -caduca, scevra d'aumento e di diminuzione, che non è bella in una -parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, in un luogo, in un -rapporto, bella per gli uni, brutta per gli altri, bellezza disciolta -da ogni forma sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è nemmeno -il tal pensiero o la tale scienza particolare, che non risiede in -alcun essere diverso da sè stessa, come in un animale, nella terra, nel -cielo in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile per sè -medesima, di cui tutte le altre bellezze partecipano, in maniera però -che il loro apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione nè -accrescimento nè il più leggero mutamento.» - -Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica potremmo chiamare -teologia del bello, accennava a svanire verso le nuvole donde era -scesa. Era tenace come una religione ed assiepata da intrichi di -pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che valeva mutilazione -nella vita, falsità nella produzione, aveva i suoi fanatici e i suoi -pontefici e, nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora il -professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini, presidente e -cattedratico di pittura nell'insigne e pontificia Accademia romana -di San Luca, rappresentante onoratissimo del più puro purismo e del -più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva in un solenne discorso -quella esatta definizione del bello ideale con tanta fede, che in una -copia che io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne dedica a -un amico: «Tu che comprendi la ragion delle cose, leggi e di' a me, -Tommaso Minardi, se imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il V -maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, professore di eloquenza -alla regia Università di Torino, lodava gli artisti «i quali altro non -fanno che riprodurre quanto di più vago e magnifico a lor si mostra.... -Se ben, a che dico io, il riproducono? Meglio era dire il migliorano.» -Ancora, nel 1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze l'opuscoletto -su la _Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile_ diceva che -«il bello è ordine, è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in -una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso quadro; l'ideale è -un'idea colta attraverso le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico -credeva necessario lungamente dissertare su la _Opportunità di trattare -in pittura anche soggetti tolti dalla vita contemporanea_; sebbene -il Tommasèo e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale la -potenza di commuovere, riducendo così finalmente a teoria quella nostra -pittura romantica che già declinava, anzi già — come vedremo — era -vinta. - -Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre in ritardo paragonati -agli artisti creatori, e non fanno che dedurre dalle premesse che -questi hanno già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto dopo Turner. -Figuriamoci se il Tommasèo non doveva arrivare almeno quindici anni -dopo il Bacio dell'Hayez! - -Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori italiani paragonati ai -pittori di Francia. Tra il venti e il trenta mentre in Italia è ancor -vivo e glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani teatrali -e lividi copiatori di statue, il Camuccini che ha dipinto la _Moglie -di Cesare_ e dipinge ancora per Bergamo la _Giuditta che ringrazia -Iddio dopo aver ucciso Oloferne_, per Praga la _Discesa di Gesù al -Limbo_, pei Torlonia l'_Ingresso di Francesco Sforza in Milano_, -e soltanto l'Agricola e il Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi -Sabatelli a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa egemonia -paragonabile a quella del Thorwaldsen in scultura, — in Francia il -Géricault, il Delacroix avevano redento per varii modi l'arte dalla -stupida cieca tirannia del cosiddetto _stile_ e Corot era già stato in -Italia e aveva dipinto il _Ponte di Narni_, il _Colosseo_ e l'_isola di -San Bartolommeo_. - -Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto a Roma, era tra quei -neoclassici davideggianti alla Camuccini e i puristi tedescheggianti -alla Minardi. Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto -a Via Sistina nella casa degli Zuccari per commissione del cavalier -Bartholdy console di Prussia, e nella Villa Massimo al Laterano avevano -su per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato con -composta placidità Dante, il Tasso e l'Ariosto. Anzi in quegli anni -il «nazareno» Overbeck, detto allora l'Angelico del secolo decimonono, -ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva estatico la fronte -della Porziuncola francescana ad Assisi, in Santa Maria degli Angeli, -sotto la cupola del Vignola. - -Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una stessa accusa -gli avversarî, e a leggere l'opuscolo del Bianchini sul _Purismo -nelle arti_ o quello del Selvatico sul _Purismo nella pittura_ e a -guardar a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi anni direttore -dell'Accademia, i disegni anche più dei pochi squallidi dipinti del -Minardi, non possiamo comprendere perchè le due scuole così timide -di contro al vero non si riconoscessero sorelle in un comune peccato -originale: quello di imitare una imitazione. A noi sembra che tanto -valesse condurre in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri qui -a Firenze ad ammirare in casa Mozzi _Il giuramento de' Sassoni a -Napoleone dopo la battaglia di Jena_ dipinto dal Benvenuti o al palazzo -della Gherardesca a godere il suo _Conte Ugolino nella torre di Pisa_, -quanto su su per la scalinata di Piazza di Spagna farli a Roma salire -a venerare gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a casa del -Bartholdy. - -Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni prima, presentato a -Roma al Canova con le commendatizie del Cicognara, questi gli aveva -parlato così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non il programma -dei suoi studî: ritengo che l'intenzione sarà di studiare Raffaello e -l'antica scultura greca per formarsi un'idea del bello che certamente -quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal vero.» E nei consigli -del grande di Possagno i due indirizzi già si raccoglievano in un -elogio che oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un biasimo. -Se da un lato le sculture classiche erano l'ideale che nei loro quadri -camucciniani mettevano in moto come altrettanti manichini creati -diciassette diciotto secoli prima a Roma o ad Atene o ad Alessandria -pel loro comodo e pel loro piacere, dall'altro i _nazareni_ tedeschi -dalla lunga chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto -aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo o del Perugino -col nobile scopo di riempire le tele che loro erano state allogate da -qualche nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. Col -vero si aveva il minor rapporto possibile, perchè il pericolo della -volgarità era pericolo di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale -per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e magniloquente, ora -anche questo simulacro è sdegnato dai puristi che si inginocchiano -prima di dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio del Minardi -scritto nel '21 quando dalla direzione dell'Accademia perugina cui -l'aveva raccomandato quattro anni prima lo stesso Canova egli passò -a Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, si dice che per -lui rivisse l'antico spirito perugino; e doveva dirsi che da lui -si erano lucidate le antiche forme peruginesche. Se non fosse il -colorito incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi e dei gesti, -se non si sentisse a ogni segno e ad ogni pennellata la stereotipata -abilità di composizione e di ricomposizione sostituita alla franca -geniale spontaneità dell'invenzione come la luna invece del sole, -tutta l'opera del Minardi potrebbe nel metodo paragonarsi a quelli -affreschi e a quei quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli -di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo a pezzo i cartoni del -maestro e voltandoli da un fianco o dall'altro e magari a una tunica -d'apostolo infilando le braccia, i piedi e la faccia della Santa che -loro era stata per pochi scudi e per mezzo sacco di grano allogata. Ma -le più stentate pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere di -Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato divino e la sincerità -e la sicurezza che a questi importanti monotoni sillabatori di poemi -eterni mancano, e giustamente. - -Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi soavissimi pittori dal -color di manteca e dal disegno esemplarmente calligrafico si venivano -scrivendo vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, dello Spagna -e del Francia, del Ghirlandajo e magari del buon frate Lippi come se -fossero stati altrettanti santi passati in terra belli e compunti, -a miracol mostrare. E il Rio con l'_Art chrétien_ raccogliendo dieci -anni dopo tutte queste agiografie sarà considerato l'ideale storico -dell'arte, e il padre Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico -scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla sua nobile anima -parvero rinnovatori fecondi laddove non erano che plagiarî sterili -gelidi e timidi. - -Forse la parola _plagio_ è troppo cruda per quegli onesti, perchè il -loro plagio fu incosciente ed essi credettero fare opera di purezza -commettendolo, e anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío -tanto che i più di loro morti anche venti o dieci anni fa, oggi son -rinnegati financo dai discepoli, e dal pubblico abbandonati nelle -ultime sale delle accademie e delle pinacoteche. - -Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in Francia ravviva la -memoria di ogni più oscuro pittore della libera scuola del Trenta; e -in Germania stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena prima di -Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata, dimenticata. Per molto tempo -essa gelida e diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa -da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano nulla di nuovo e non -lasciano alcun ricordo; sono corrette, decenti e fredde» diceva nel -1828 lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e avrebbe potuto -dire lo stesso delle poche tele del Minardi. - -Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi, che in realtà -fu solo un maestro e specialmente al senese e gentile Luigi Mussini -fraterno amico dell'Ingres onorato così in Francia come in Italia, -pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica. Qui più cospicuamente -si vede la rispondenza fra i puristi in pittura e i puristi in -letteratura; qui più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come il -Basilio Puoti del pennello, e il suo _Discorso su le qualità essenziali -della pittura italiana_ scritto nel '34 continua venticinque anni -dopo la _Dissertazione su lo stato presente della lingua italiana_ -presentata dal Cesari all'Accademia milanese. - -Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro e d'ombra con che il -Benvenuti e il Camuccini e tanti altri minori preparavano nei dipinti -le parti luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi effetti dal -vero, ma disponendoli con una luce teatrale, della cui falsità (come -narra nelle sue _Memorie_ l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire -Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e lo vide dipingere la -_Morte di Priamo_), si gloriavano apertamente. Così i loro colori -furono chiari se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare -lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura riaddussero -in onore l'encausto e ritrovarono i buoni metodi del fresco. Nella -prospettiva, poi, ricominciarono a conformare la grandezza degli -oggetti ritratti alle dimensioni della immagine prospettica, quale è -descritta nel taglio del cono visuale, al punto in cui l'artista si -pone così da non dover spostare, come avveniva spesso nei macchinosi -quadri davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi -romantici, il punto della veduta due volte almeno per una stessa -pittura. - -Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il Sabatelli nel '50, il -Biscarra che dal '21 era stato da Carlo Felice chiamato a dirigere -l'Accademia a Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato -a Roma e aveva plagiato nel _Caino_ il _Delitto perseguitato_ di -Prudhon, ebbe nella sua Accademia a direttore della scuola di disegno -ornamentale quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 aveva osato -nel reale palazzo di Torino e nelle ville di Pollenzo e di Racconigi -distruggere tutte le delicatezze delle ornamentazioni _Louis XV_ -per sostituirvi le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti costoro -poterono prima di morire veder che nulla rimaneva loro fuor che gli -onori. L'Hayez ormai trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e -sapor di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più che l'Hayez il -popolo e la violenza del popolo trionfavano. - -Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione e il gelo, -contro ogni moda straniera, poterono seder sul trono e schiacciare -ogni spontaneità di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture -definire le condizioni sociali, l'ambiente morale e politico dove -l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, dove l'arte ufficiale potè restare -immobile. - -Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente della _poca plebe_ -sbrigliata in piazza, nel periodo che va dal '21 al '48, da quando -a Modena Carlo Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione -piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni del -'48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia non dettero che -esempii di timorati desiderii platonici. Composte nel gesto e nelle -parole, ammonite dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse -si rammentano dell'unità e dell'indipendenza della patria quando -sognano non quando agiscono. Il 1848 è stato voluto e ottenuto dal -popolo: è bene rammentarlo. Uscito di prigione Silvio Pellico che, -come il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione, nei _Doveri -dell'uomo_ ha questo passo caratteristico: «Il progresso sociale -verrà con le virtù domestiche e con la carità civile, o non verrà -in alcun tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica, -facciamo cristianamente quel bene che possiamo, ciascuno nel nostro -circolo: preghiamo Dio per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente -e forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà, altro ci volle -che la serenità e la indulgenza e la carità predicata dall'autore -della _Francesca da Rimini_! Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio, -la tirannide interna premeva poco; l'importante era fare l'Italia con -la libertà se era possibile, e, se no, anche col dispotismo, anche con -l'aiuto dei principi, con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma -egli potè vedere che se gli individui non sono liberi, è inutile che -sia libera la patria. - -La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico e d'Azeglio e -Manzoni appartennero, e di cui — come disse il De Sanctis — Balbo fu -il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo -da parte la libertà come fine, volendo lasciare la società alle sue -forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo ogni idea -di violenza, sia che la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse -dal basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni e, -soprattutto, era composta e misurata. Misurate e composte furono le -classi dominanti finchè essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino -all'avvento della scuola democratica mazziniana. - -Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico mitologico, cioè -una mitologia senza mito e una rettorica senza eloquenza — Camuccini, -Landi, Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli che verso -il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo minardiano, così placidi e -frigidi, così lontani dalla realtà, così assestati, così teatralmente -panneggiati o così misticamente diafani, poterono contentare -formalmente quelle classi che uniche davano pane e lodi agli artisti. -E specialmente lo poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita se -non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente a Firenze, che un -grande critico disse essere a quelli anni soltanto «un passato illustre -immobilizzato e regolato.» L'_Arnaldo da Brescia_, come tutti sanno, è -del 1844. - -Ho detto che il classicismo e il purismo poterono contentare -_formalmente_ le classi dominanti, perchè occorse la pittura romantica -per appagarle anche con la sostanza. - -La scuola liberale, considerando e studiando la società come una -cosa reale e spontaneamente e indefinitamente progrediente, dovette -interrogare, per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, la -logica della storia, cioè divenire una scuola storica. E la storia fu a -base anche dei lavori di immaginazione e si videro pullulare i romanzi -storici, le tragedie storiche, e le pitture storiche. - -Certo, anche la pittura che si è convenuto di chiamare romantica, ebbe -su lo scoppio della rivoluzione italiana un'azione molto indiretta: ma -di ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, quali ne sieno -stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata alla letteratura romantica, -ad essa manca il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il Tommaso -Grossi. - - * - * * - -Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò il momento storico che -certo egli non creò, ma dal quale con versatile docilità si lasciò -nella lunga onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue _Memorie_ -purtroppo incompiute, sebbene esse non abbiano ne la vivacità fresca -e inesausta dei _Ricordi_ di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità -affettuosa di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente che egli -è un pittore di transizione, non un rivoluzionario fanatico e fisso in -ciò che egli creda essere la ideale verità infallibile. Troppi esempî -di virile costanza e in letteratura e in politica e anche nelle belle -arti — come vedremo parlando della scultura — in quei tempi avventurosi -gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare la sua abile -mobilità. - -Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, mandava al concorso -dell'Accademia di Milano il _Laocoonte_ famoso, tipo nel tema e nella -tecnica di classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva -fra gli applausi il _Carmagnola_, e nel '30 i _Profughi di Parga_, -eco degli entusiasmi filellenici, e nel 1848 firmava un autoritratto -_Francesco Hayez italiano di Venezia_, e nel '67 mandava a Parigi la -_Battaglia di Magenta_: è il vero riflesso pittorico delle vicende -politiche intellettuali e sentimentali le quali mossero e commossero -l'Italia nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo direttivo -nel labirinto delle opposte tendenze dei sogni che balzano d'un tratto -in piena realtà, dei fatti che lampeggiano invano per un attimo e si -spengono sotto la nebbia dell'utopia. - -Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati, e l'impero -napoleonico cadde mentre egli dipingeva sopra un'ampia tela _Ulisse -nella reggia di Alcinoo re dei Feaci_, e riparò a Venezia dove stette -tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto tanto che -nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli dipinse _Diotima che -insegna a Socrate l'arte monocromata e Alcibiade nel gineceo quando -è rimproverato da Socrate_, dentro un fregio di amorini dove l'_Amor -feroce_ è simboleggiato dalla tigre, l'_Amor leggero_ dalla farfalla, -l'_Amor forte_ dal leone, e così via! - -Se egli non fosse stato quel pronto spirito che dicevo poco fa, -voi vedete in quale palude si sarebbe annegato. Ma ode da Milano i -richiami del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre ed espone -il _Carmagnola_ ed è salvo. Messosi così nella corrente, egli per sua -ventura, non ne escirà più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi, -checchè egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con Tommaso -Grossi lo esorta a perseverare. - -Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il rispetto, coreografo -sagacissimo, coloritore non oso dir veneziano, ma certo ammiratore -dei Veneziani, disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli -aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili e impassibili -neoclassici, ormai egli può abbandonarsi alla sua foga feconda, in -gara coi letterati che han trovato il perfetto illustratore e lo -chiaman fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per qualche anno -sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 succedette per trent'anni, -ritrattista aulico di tutti i sovrani convenuti nel 1822 al congresso -di Verona, protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich da cui -si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente a braccetto, -pittore nel soffitto della sala delle Cariatidi al palazzo reale di -Milano quando si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse la -corona di ferro, se non fosse stato un pittore, sarei curioso di sapere -come l'avrebbe giudicato il Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899, -ai pittori e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso ai -poeti, e io devo parlarvi solo della sua versatilità artistica. Certo -è che quando nel 1872 Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il -veterano della pittura italiana, a me par di vedere in quella parola -_veterano_ scritta dal glorioso reduce di Venezia una punta di benigna -ironia. - -Il _Bacio_ è forse il quadro più noto dell'Hayez, e meritatamente. Il -sentimento, anzi, l'impeto amoroso, non è stato segnato con altrettanta -intensità in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste di -un bel limpido azzurro è così abbandonata su le spalle e contro le -labbra dell'amante, con gli occhi chiusi per la dolorosa delizia di -quell'addio, e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di color -bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente virile, che anche -oggi, a prima vista, nonostante il disgusto delle oleografie untuose -che primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte le romanticherie -cantate per anni sotto la luna, ci commove, sebbene, per fortuna, non -ci piaccia più. - -E la commozione patetica fu appunto lo scopo di tutta quell'arte -romantica. Il bello morale, come essi dicevano, è il loro Dio, e ogni -scolaretto ripete dal Forcellini l'etimologia del bello, _bellus_, da -_bonellus_ cioè dal buono. La forma che nei classici era stata il fine, -nei romantici diviene il mezzo per eccitare affetti. Tommaso Grossi -appare allora superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni -no. La così detta donna romantica è la sua fissazione; e la Fuggitiva, -Lida, Ildegonda, Bice, Giselda sono il tema favorito dei pittori -lacrimosi che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso ad essere -lacrimevoli. - -Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile e anche inutile. -Di _Imelda de' Lambertazzi_, di _Maria Stuarda_, di _Giulietta e -Romeo_, di _Clorinda e Tancredi_, della Congiura dei Fieschi, di scene -delle Crociate da _Pietro l'Eremita_, alla _Sete dei Crociati_, egli -fece tre, quattro, cinque variazioni in quadri grandi e in quadri a -figure terzine, in bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti, -dal _Carmagnola_ a _Marin Faliero_, da _Vittor Pisani_ a _Valenza -Gradenigo_, da _Caterina Cornaro_ ai _Due Foscari_ che voi avete qui -alla vostra Accademia, egli fu di una attività da Briareo e di una -varietà di combinazioni melodrammatiche degna di Felice Romani. E -dall'estero le ordinazioni piovevano come le lagrime delle spettatrici. -Nè perciò egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per tornare agli -antichissimi, i soggetti mitologici. Ma per alcuno dei ritratti, -massime per il suo agli Uffizi, essendo costretto a rendere il vero -senza veli rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato anche -oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del conte Giovanni Morosini e -di Antonio Rosmini, quando qualche volonteroso che forse non è lontano, -farà la storia del ritratto nella pittura italiana, dovranno avere nel -periodo che va dal '30 al '50 un posto d'onore. Così a Roma il Consoni, -il Capalti, il Cochetti suoi contemporanei, non meritano una menzione -per altro. - -E passiamo ai minori. - -Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e non vi dirò d'altri — -spesso gli furono eguali per valore. In tutti i varii indirizzi a volta -a volta riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente e del -tema, e quello che nell'Hayez fu graduale evoluzione sincera, in loro -o è incertezza di convinzione o destrezza di opportunismo eclettico. - -Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco e Giuseppe Sabatelli figli -di quel Luigi Sabatelli che già vi segnalai come emulo del Camuccini -e cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette l'Hayez. Il -padre li vide morir tutti e due. Francesco, maggiore di dieci anni, -mandato giovanissimo da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo soli -diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, tornò a Firenze a -finire la sala dell'Iliade cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando -quella d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e quella di -Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre Pietro Benvenuti dipingeva -tutta la cupola della Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da -questi sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere -della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa nella composizione -ma più franca nel colore è, nella minuscola cappella a sinistra del -coro in Santa Croce, la figurazione di _Ezelino da Romano ai piedi di -Sant'Antonio_. Del fratello Giuseppe, anche chi non ha cercato a San -Firenze la misera cupoletta ormai cadente della Cappella della Madonna, -o all'Accademia la _Battaglia del Serchio con Farinata e Buondelmonti_, -rammenta le affettuose parole del Duprè nel cui studio ogni mattina -egli si riposava andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi -neri facevano ancora apparire più pallido quel viso mansueto e -serio; dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole; la sua -compagnia era mite e soave; e la memoria di lui mi ritorna mestamente -serena come il ricordo di un bene smarrito ma non perduto.» - -E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma sanesi, Luigi e Cesare -Mussini. Luigi che come ho detto, cominciò con l'essere un purista -minardiano, si inromantichì presto nel suo _Decamerone sanese_, e più -_nell'Eudoro e Cimodocea_ di questa Accademia, un quadro derivato da -Chateaubriand, color di rosa e color di cenere, levigato e mantecato -e illuminato non si seppe mai da che parte. Cesare fu un coreografo -anche più complicato in quella _Congiura dei Pazzi_ che verso il '45 -era stimato uno dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco dopo -fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.» - -Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il freddo e compassato -Pollastrini che dopo aver fatto accademicamente melodrammaticamente -morire _Ferruccio a Gavinana_, uccise anche _Lorenzino de' Medici_ con -altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro _cacciò in nome del -vittorioso Cosimo primo i sanesi da Siena_. Ho detto un dopo l'altro: -come nei Mussini così in tutti questi altri romantici le figure sono -viste a una a una, e il chiaro e lo scuro è reso, non nell'insieme, ma -su ciascuna di esse singolarmente e speciosamente. - -Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio di lui, verso il -quaranta, dipinse un'_Eva_ che aveva qualche floridezza e qualche -freschezza di carni, ma subito ricadde nella coreografia trionfale con -la gran tela figurante l'_ingresso di Carlo ottavo in Firenze_, che -ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. Andatela un giorno a vedere, -all'Accademia, e mi perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche di -criticarla. - -Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano questo periodo: il -Malatesta e il Guardassoni. Del Guardassoni non è di voi chi non -conosca almeno un'oleografia dell'_Innominato_ da lui più volte -ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo sono state dalla -Provvidenza destinate ad essere appunto riprodotte nel modo a loro -meglio convenevole, cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta onestà -della pennellata, per una certa vivezza di colore, per la disinvoltura -del disegno, il quadro appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè, -mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò basta a giustificare -l'oblio. A Bologna cento chiese — San Giuseppe ed Ignazio, la Trinità, -San Giuliano, Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena, -Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San Gregorio, San Giorgio, -SS. Filippo e Giacomo, San Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di -Saragozza, la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture sue -eseguite prima e dopo il '50, con una mano sempre più facile e anche -sempre più trascurata, celeremente, per poco danaro, alla brava. - -Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove anni fa. Dipinse -con grande chiarezza molti ritratti, con minore arte quadri sacri e -quadri storici, fra i quali il più noto è quello in cui i _soldati -della lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla battaglia di -Cassano d'Adda_. Un titolo, come udite, un po' lungo, e veramente io -penso a trovarne di altri anche più esplicativi e più lunghi, che cosa -dovessero valere quei quadri per chi non sapesse leggere o almeno non -sapesse di storia. - -Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini, del De Min, del -Gregoletti, del Gazzotto che illustrò Dante a penna, sono oggi -memorabili solo i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene -in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo d'Oria di Cirié in -via Lagrange si apriva la prima esposizione della Promotrice, con -centocinquanta opere di autori viventi e quello fu il terzo grande -avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, dopo l'apertura -della Pinacoteca e la restaurazione dell'Accademia Albertina. Giuseppe -Camino, i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, Francesco Gamba -erano tra gli espositori. Ma non è questo il momento di definir l'opera -di tali valorosi, cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e non solo -in arte. Ora rammento solo artisti più vecchi: Ferdinando Cavalieri, -amico dell'Hayez, che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola -dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava di là per la -sala dei paggi nel Reale Palazzo un quadro rappresentante _Il conte -Amedeo III che giura la sacra lega in Susa_; il Biscarra che scendeva -dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei suoi Alessandri e dei suoi -Mosè per romanticheggiare con una veramente misera _Morte del conte -Ugolino_; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare la sua attività -ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore del Voto e più l'autore di molti -ritratti privi di luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, che -sebbene fosse nato presso Milano, pure è da iscriversi tra i piemontesi -per essere stato dal '43 al '60 professore di pittura all'Accademia di -Torino. Un'altra _Congiura dei Pazzi_, il _Federigo Barbarossa cacciato -da Alessandria_ che è in quel Palazzo Reale, e l'incomprensibile -episodio della Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca -bolognese, sono opere che raccolgono bellamente tutti i difetti suoi e -dei tempi, ma hanno un certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve -a Luigi Sabatelli maestro suo. - -A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. Che memoria resta -di loro? Io che son cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho -udito pronunciare questi due nomi con venerazione, quando un giorno -mi son determinato entrando nelle stanze di Raffaello in Vaticano a -fermarmi nella prima stanza detta della Concezione e tutta affrescata -dal Podesti con una squallida intonazione tra color di rosa e color -di legno, con una compassata scolastica composizione che non si -può più nemmeno dire teatrale; quando nella minuscola pinacoteca di -Ancona sua patria invece di correre ad adorare la piccola madonna del -Crivelli ho voluto guardare con qualche attenzione i cartoni, i quadri -e i quadretti del tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato -una delusione tale, che oggi non oso con esatte parole ripeterla. Il -pittore de Sanctis che di lui morto parlò nell'Accademia di San Luca, -affermò che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava alto -nella pittura come quello di Verdi nella musica», un paragone che a noi -di un'altra generazione oggi sembra irriverente addirittura. Pure la -sua fama fu immensa; e da quando nel 1830 espose in Campidoglio nella -prima Esposizione degli amatori e cultori di belle arti il _Martirio -di Santa Dorotea_ fino a che per commissione di Carlo Alberto eseguì -il _Giudizio di Salomone_; da quando per don Alessandro Torlonia nella -villa fuori Porta Pia dipinse a fresco le _imprese di Bacco_ e nel -Palazzo di piazza Venezia il _mito di Diana_ fino a che per Pio nono -eseguì la stanza della Concezione; dal quadro dell'_Assedio di Ancona_ -che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di Londra ebbe due medaglie -d'oro e oggi sarebbe rifiutato in una promotrice provinciale fino a -tutti gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, egli fu -venerato a Roma anche più di quel che l'Hayez fosse stimato a Milano o -il Bezzuoli a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne. - -Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di San Rocco a Roma più -virile e ha un colore più franco, ma anche egli non sente la luce e -tanto meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo; le quali due -accuse sono, in realtà, le massime contro tutta la pittura d'allora. -Tanto che tutte quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri -azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette e giallette, -che modellan muscolo a muscolo la carne e i soliti toni di cobalto e -di roseo alla Sassoferrato, fanno della _Crocifissione_ cui allora -stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino presso le ampie -figure zuccaresche dell'abside, ornamentali e baroccamente violente. - -In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe Bertini che -nato nel '25 è morto quest'anno conservatore della Pinacoteca di Brera, -sebbene sia più noto come primo maestro di qualche grande, pure meritò -per la mobilità del suo stile dal Selvatico questa lode «or sa farsi -Ghirlandajo, ora Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode -sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio invece fu protesa verso -l'avvenire che egli bene intravvide, ma nel quale, come pittore, non -riescì ad entrare. Più che la _Sfida di Barletta_ o il _Brindisi di -Ferruccio_ o la _Battaglia di Gavinana_ o lo Sforza che gitta l'accetta -su l'albero o tutti i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i -suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, _finiva_ sul vero. -Dei quadri supposti storici, dei quali ora più ci occupiamo, egli si -gloria che avessero il gran merito — o piuttosto la condizione _sine -qua non_ di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di servire -cioè al pensiero italiano. - -Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre vero: ma per -gli altri lo fu? E se lo fu, questa pittura romantica raggiunse lo -scopo, cioè affrettò la rivoluzione verso la unità e per la libertà -individuale e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da giovane aveva -veduto domare la rivoluzione francese e l'aristocrazia e il re tornare -a Torino e i cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri -e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva con ironia: «Quale -appare secondo esse la via più breve onde condurre un popolo alla -perfetta felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi dietro -un uscio e far la posta al tiranno; quando passa, _tonfete!_, una buona -botta sul capo, e tutto si trova fatto, compito e terminato; tutti sono -contenti, tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, virtuosi, -eguali, fratelli amorosi, insomma un popolo si trova diventato d'un -colpo il paese della cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo -è egli vero, e mette forse in capo idee vere?» - -E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso della pittura romantica -e di tutte le _Leghe Lombarde_ e di tutte le _Congiure dei Pazzi_ e di -tutte le _Disfide di Barletta_ che furono dipinte allora? Invece di -dire al vicino «La tua casa brucia» quei bravi artisti gli dicevano, -ad esempio: «Brucia la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana -in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva essere rettorico -e, verso la polizia, comodo, ma poteva anche essere inutile. Eran -ricordi di scuola, finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti, -favole non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni, forme che -non sprizzavano direttamente dal pensiero e dalla passione vivi ma -li viziavano e li impacciavano come paludamenti. La pittura fu, come -disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia con licenza -dei superiori,» Permettete a chi forse ammira troppo il tempo in cui -vive di constatare che anche in franchezza, per fortuna, noi abbiamo -progredito. - - * - * * - -Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici spinsero tutti -gli animi a questa franchezza e lacerarono le maschere prudenti, e i -pittori di Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero o meglio -dovettero divenire i pittori di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele e -di Garibaldi, vi dirò qualche parola su la scultura e gli scultori. E -più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho la ventura di parlare -nella patria di Lorenzo Bartolini. - - E tu giunto a compièta, - Lorenzo, come mai - Infondi nella creta - La vita che non hai? - -Prima di lui la scultura classica del Canova, o più propriamente -inclinata alle semplicità del purismo nel Thorwaldsen e nel suo nobile -allievo il nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in Europa. -Per un momento tutta la nostra gloria artistica parve affidata a lei. -Nè Dannecker nè Rauch in Germania, ne François Rude o David d'Angers -Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore d'onori, la fecondità -pure diligente, la fattura squisita dei nostri. Per confrontare -Thorwaldsen al conte Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal -monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di Pio ottavo Albani; ma -la castigatezza e il fermo modellare sì del maestro che del discepolo -sono schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose così, che al -confronto il Gregorovius potè dire che le due tombe sembrano fra tanta -sontuosità di cattolicismo due monumenti protestanti. È stato detto che -il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì, ma il Minardi non seppe -nè dipingere nè coi disegni commuovere; il Tenerani seppe e scolpire -e commuovere. Dalla _Psiche abbandonata_ che piacque tanto al Giordani -fino all'altra _Psiche svenuta_ che egli dovè ripetere quindici volte, -dal rilievo della _Deposizione dalla Croce_ che è tra gli ori candido -vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al colossale _San -Giovanni Evangelista_ pel San Francesco di Paola a Napoli, dal troppo -classico _Monumento pel conte Orloff_ al _Monumento per Bolivar_ o -alla statua di _Pellegrino Rossi_, egli ha mostrato veramente un'anima -geniale e una scienza tecnica di polita gentilezza e un'abilità di -panneggiare insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E basta leggere una -pagina della sua biografia scritta dal Raggi, per sentire quanto il -mondo fosse allora pieno della sua fama. - -Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa di cavalli e di -cavalieri purtroppo ancora visibili, nessuno dei quali per fortuna -nostra vale l'_Emanuele Filiberto_ di piazza San Carlo a Torino. Però -nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo e la tenacia diritta e -la forza combattiva del vostro Bartolini. - -Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi detti poco fa, sembra -che anche per lui abbia cantato: - - In corpo e in anima - Servi il reale, - E non ti perdere - Nell'ideale, - -parole chiare che diverranno una divisa di coraggio. - -Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882, Lorenzo Bartolini -tra il 1777 e il 1850. Confrontateli: versatile, opportunista, già -dimenticato il primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più -vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un magnano, fattorino -di bottega, commesso d'un sarto, garzone d'un vetraio e d'un marmista, -suonatore di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di Parigi, -il Delaborde in un articolo che la _Revue des Deux mondes_ pubblicava -quarantaquattr'anni fa, narra come il David stesso anche prima che il -Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia d'Austerlitz per la -colonna Vendôme restasse stupito e soggiogato dal sentimento semplice, -dall'ingenua larghezza, dalla sincerità mai volgare di quella giovenile -arte di lui, che la natura voleva interpretare direttamente senza -infrapposizioni di morte bellezze officiali. - -Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di verso il '40 leggevo -una sua caratteristica polemica, quando dette per tema agli scolari -il bassorilievo d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del -monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia fiorentina, -aveva scritto: «Diverse figure adattate per esercizio del nudo, servono -a dimostrare che tutta la natura è bella, quando però è relativa al -soggetto, e che colui il quale saprà meglio imitarla potrà quindi -eseguire qualunque tema gli venga proposto.» Un anonimo nel _Diario di -Roma_, un tale Zanelli nell'_Album_, combatterono questa affermazione -rivoluzionaria, questa ostentazione di massime antiaccademiche, questa -franca glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî che nei -fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura può prendersi qual'è, ma -non nel corpo umano perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e -il prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente anche -Winckelmann; infine, a difesa del bello ideale, gli proponevano: -«dipingete o scolpite cento vecchie e cento giovani con egual maestria, -tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul _Commercio_ rispondeva: -«Come saranno brutte quelle giovani se l'avrete inventate voi!» - -La sua ammirazione per Napoleone con quella sua misteriosa corsa -all'isola d'Elba in pieno 1814 quando caduto l'imperatore la folla gli -penetrò nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa, è un indice -del suo cuore. La sua amicizia per Ingres con cui aveva studiato e -vissuto a Parigi e che lo ritrattò, e per Byron e per M.me de Staël i -cui busti egli scolpì, è un indice della sua mente. - -Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran Napoleone che è a Bastia -vòlto al mare d'Italia e la genuflessa _Fiducia in Dio_ che è a Milano -nel palazzo Poldi-Pezzoli e l'_Astianatte_ impetuoso che pure a Milano -è su la terrazza di palazzo Trivulzio sono tutte a Firenze — è inutile -parlare. Chi di voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo Pitti, -la _Carità educatrice_, in piazza Demidoff, il _Monumento a Nicola -Demidoff_, o in Santa Croce la statua giacente della vecchia contessa -Zamoyska che veramente sembra addormentata in un marmoreo sonno di -morte? Chi non ha visto nel refettorio del convento di San Salvi i -gessi dei ritratti in busto plasmati da lui, massimo quello dell'attore -Vestri il cui marmo è alla Certosa di Bologna? Non dobbiamo dimenticare -che egli nascendo all'arte trovò il mondo della scultura popolato di -dèi e di semidei e di omerici eroi tutti belli. E quand'egli morì, -l'Italia aveva il Vela e il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il -suo monumento scrivere la insegna della sua vita _Natura lumen artium_. - -Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni Duprè sarebbero -stati. Come lui essi sorsero dal popolo, energici e fiduciosi; più -bellicoso e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile il -secondo. Ma, se l'_Abele_ del Duprè è del 1842, la _Pietà_ è del 1862 -e lo _Spartaco_ del Vela appare nel 1879. Così che l'esame dell'opera -di questi due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà l'arte -italiana dopo il '48. - - * - * * - -Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare donde non solo una -nuova politica si parte ma anche una nuova arte, più libera e franca -sotto il sole. - -Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita tendono a riunirsi e nel -1843 Vincenzo Gioberti pubblica il _Primato_, nel 1844 Cesare Balbo -le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio, il romanziere e il pittore di -Ettore e di Ginevra, l'opuscolo _Dei casi di Romagna_ subito dopo i -moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e -quasi dottrinario rispetto al famoso libro su _I lutti di Lombardia_. -Egli è ferito a Vicenza. Le cinque giornate di Milano, la difesa di -Venezia, la difesa di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire -la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio -accetta di essere ministro per la pace, e da quel giorno è ecclissato -da Cavour. Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni prima, -tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione con l'incitargli -contro i tumulti della piazza più impetuosi, aveva detto: — Bisogna -fargli assaggiar del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E il sangue, -il sangue è apparso e non più quello dipinto con pallidi vermigli -nei più tragici quadri romantici sul petto di uomini mascherati alla -medievale, ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, il sangue -stesso di quelli artisti cui dai franchi occhi cadde il velo della -rettorica e folgorò tra i lampi dell'armi la visione della patria quale -doveva essere, — visione precisa, limpida, come un segnale dall'alto. - -La scuola mazziniana democratica opposta alla liberale -lombardo-piemontese — Campanella a Genova, Farini in Romagna, La -Farina in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli — -fece direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione calabrese -e la rivoluzione di Palermo, e le difese di Roma e di Venezia e le -resistenze di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e -Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade dal governo incontrastato -delle menti. E la pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata -la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura così il -realismo comincia in pittura. Luigi Mussini finirà a fare il ritratto -di Vittorio Emanuele, l'Hayez che ha dipinto il _Bacio di Giulietta -e Romeo_ finirà a dipingere il _Bacio del volontario che parte_, come -pochi anni prima il vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto -_Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio_. - -Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, nei quadri di paese. -In Francia Rousseau, Corot, Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto -a loro tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o da -venti anni attendono di predicar con le loro opere il vangelo della -luce d'Italia. Dal Piemonte, prima che da ogni altra regione, partono -per varcar le Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali hanno il -torto di credere che il cammino più breve verso Parigi sia attraverso -la Svizzera cioè attraverso l'imitazione della buja e piatta e -scenografica scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli che, -come fu detto con una frase troppo chirurgica, toglieranno le cateratte -agli occhi della pittura italiana, — saranno napoletani. - -Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei potuto indicarvi -in quel gelo se non l'accademicissimo Tommaso De Vivo, o Giuseppe -Mancinelli, che nell'_Aiace e Cassandra_ del Palazzo Reale ancora -venera in ginocchio il Camuccini e nel _San Francesco di Paola_ a -Capodimonte, non fa che voltarsi a venerare il Podesti? Filippo Palizzi -e Achille Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato i suoi primi -flebili amori coi puristi, anche Domenico Morelli: ecco quei rivelatori -che solo un altr'anno vi saranno rivelati. - -Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione della vita -nell'arte, diverrà emozione sincera in due forme di pittura: _una_ -larga e, direi, sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà -il quadro realmente storico ed eroico con gli _Iconoclasti_ del -Morelli, coi _Dieci_ del Celentano, con la _Stuarda_ del Vannutelli, -col _Sordello_ del Faruffini, alla Brera, coi _Martiri gorgomiensi_ del -Fracassini, in Vaticano; una più intima e più placida che sarà detta -pittura di genere. - -I fratelli Induno crearono la pittura di genere. Ambedue studiarono -all'Accademia milanese sotto il Sabatelli, ambedue cominciarono a -camminare sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a questi -inizii, e al loro tempo, che devono essere giudicati. E nell'uno e -nell'altro il 1848 interruppe la vita artistica e cacciò Domenico ad -esulare in Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di dodici -anni, a combattere a Roma. I _Contrabbandieri_, il _Pane e lagrime_, il -_Dolore del soldato_, la _Questua_, il _Rosario_ dipinti da Domenico, -furono le tele che prime persuasero gli artisti non derivar solo -dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima sincerità essere nella -immediata contemporanea realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera -d'arte essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. Per lui -Pietro Selvatico scrisse quel saggio _Su la opportunità di trattare in -pittura anche soggetti tolti alla vita contemporanea_, che aveva per -epigrafe ancora un verso del nostro Giusti: - - Di te, dell'età tua prenditi cura. - -A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione patriottica -e il Palazzo Reale e le ultime gelide sale di Brera[5], voi potete -trovare le maggiori tele di Girolamo, e _Crimea_ e _Magenta_ e -_Palestro_ e la _Partenza del coscritto_, le quali, come dicono i -titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche in quel Palazzo Reale -potete trovare il _Cader delle foglie_ di Domenico, che a me è sempre -sembrato il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si spegne in -conspetto della larga campagna autunnale, quando sui monti azzurrini -del fondo già biancheggiano le prime nevi. Certo la pennellata franca -e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e bigio, secondo la -fievole intonazione che da mezzo secolo smorza ogni sole; ma, quando il -modello è vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale -_Ritratto d'uomo_ nella galleria d'arte moderna a Roma, d'un colore -così affocato ed intenso e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così -dolorosa e lancinante che nessun altro ritratto là dentro regge al -confronto. - - * - * * - -Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana è libera — libera -dal servile plagio degli antichi che è mille volte più dannoso della -imitazione dei contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio -e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da quella che Ruskin -disse l'_insolenza della fede_. L'individuo, diviene, almeno in arte, -il padrone di sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali -si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che l'arte vera non è -mai fissata o definita, ma è un continuo divenire come la religione e -come la scienza. Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in -cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella sua attualità, -alla spontaneità anche violenta e anche intemperante, il giorno in cui -si è compreso che le pitture più belle non sono le più pittoresche ma -le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata al suo massimo -cómpito — cioè a farci amare la vita che ella stessa ha amato, poichè -ha cercato di comprenderla e di renderla e di interpretarla per la -nostra più precisa delizia. E questa è la sua funzione nella società. - -«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei occhi divengono giganti,» -diceva un grande poeta. Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier -Camuccini si illuse di rappresentare, ci daranno questa sensazione di -magnificenza e di ampiezza e di eternità, ma una quieta pianura dipinta -dal Vertunni o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o una -nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè questi hanno visto e -hanno reso la natura con semplicità d'amore. - - - - -IL VAPORE E LE SUE APPLICAZIONI - -CONFERENZA DI GIUSEPPE COLOMBO - - -Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e delle scoperte -scientifiche che illustrarono la fine del XVIII secolo e il principio -dell'attuale, vi ho detto che quel periodo storico fu segnalato da -due grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre nelle condizioni -economiche e sociali di tutto il mondo la più grande rivoluzione che la -storia abbia registrato finora. Questi avvenimenti furono la scoperta -della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione della macchina a vapore, -dovuta a Watt. Dell'una ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa; -dell'altra, e delle sue prime applicazioni in Italia, ho la fortuna di -potervi parlare quest'oggi. - -È la macchina a vapore che ha creato l'industria moderna. Lo scozzese -Watt, trovando la prima soluzione pratica del problema di convertire -il calore in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un orizzonte -sconfinato, verso il quale l'umanità si è slanciata con tanto ardore, -che oggi il pensatore ha diritto di domandarsi se non si sia battuta -una falsa strada e se l'invenzione della macchina a vapore si possa -veramente dire, dal punto di vista sociale, un beneficio. - -Non è un paradosso l'enunciazione di un simile dubbio. Certo la -macchina a vapore ha prodotto un mutamento profondo nella vita sociale -e individuale; ha permesso di creare immense ricchezze, ha soppresso le -distanze, ha messo a disposizione dell'uomo mille nuove risorse che gli -possono render facile e aggradevole la vita; ma ha anche moltiplicato -la popolazione, e ha moltiplicati i suoi bisogni. Ormai presso i popoli -civili il problema supremo è di continuare a produrre indefinitamente, -e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto pena di soccombere -sotto la concorrenza e di piombare nella disoccupazione e nella -miseria. Se la felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni -e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo si trovi più -felice ora in mezzo a tanto progresso, che ai tempi antichi, quando -non esisteva la grande industria, e non si conoscevano nè le macchine -a vapore, nè le ferrovie. - -La grande industria, come si svolse in questo secolo dopo l'invenzione -della macchina a vapore, non esisteva presso gli antichi. C'erano, -è vero, manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti e -consumati anche a grande distanza, come le ceramiche e le gioiellerie -fenicie ed etrusche, i vasi di Egina e di Samo, i ricami frigi, le -stoffe d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica Falleri, -così ben ordinati e raccolti a Roma nel Museo di Papa Giulio, mostrano -chiaramente l'esistenza di questo movimento commerciale, e l'influenza -dei prodotti importati sullo sviluppo delle industrie locali. Erano -prodotti fabbricati a mano, col sussidio di utensili la cui forma ci -è trasmessa sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità -conosceva e la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il trapano è -descritto nell'_Odissea_, ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva -il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni primitive, -premendo un pezzo di legno appuntito contro un legno piano, e facendolo -girare rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi torniti di -alabastro e di serpentino provenienti dall'Egitto, che si trovano nel -museo di Berlino, dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si -conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di pietra o d'argilla -e i tessuti trovati nelle palafitte fanno testimonianza dei mezzi -meccanici, già quasi perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile -preistorica. Ma si trattava sempre di industria domestica, press'a -poco come quella che esisteva nel Giappone prima che vi penetrasse la -civiltà europea; e siccome non vi si impiegava altra forza che quella -dell'uomo o al più degli animali, così la produzione non poteva essere -che assai limitata. - -La grande industria non poteva nascere che colla possibilità di -disporre delle forze naturali, come quella delle cadute d'acqua e del -vapore. L'antichità lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto, -sostituì pel primo, alcune centinaia di anni avanti l'èra volgare, -la forza dell'acqua a quella dell'uomo per la macinazione del grano, -e forse per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 anni avanti -Cristo, un filosofo della scuola alessandrina ebbe la prima idea della -forza del vapore, quando immaginò la celebre eolipila, che ancor oggi, -a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i gabinetti di fisica. - -Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, cui il poeta greco -Antiparo inneggiava come all'invenzione che doveva risparmiare il -lavoro alle schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso secolo un -motore pressochè esclusivamente limitato, come nell'antichità, alle -fucine e ai molini; e l'eolipila restò quella che era ai tempi di -Erone, cioè un giocattolo scientifico. - -Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare innanzi tutto -la grande catastrofe delle immigrazioni dei barbari, che travolse, -colla caduta dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale. -Per qualche tempo, durante il dominio arabo in Europa, l'indagine -scientifica si ravviva; ma la scuola d'Aristotile e i sofismi della -scolastica immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito umano. -Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità, la scienza trova la sua -vera base con Galileo, e può ormai procedere senza vincoli alla -ricerca del vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione -delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio di luce che squarciò -le nebbie scolastiche diffuse su tutte le scienze, comincia il metodo -di osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi che si connette -l'invenzione della macchina a vapore. - -Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo erra nel vago e -nell'indeterminato. Non si possono dimenticare ad un tratto i vecchi -errori. La fisica si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica; -si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione del vitello -d'oro, o per indagare quante migliaia d'angeli potrebbero stare sulla -punta di uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca delle sterili -elucubrazioni di Branca in Italia, di De Caus in Francia, e del -marchese di Worcester in Inghilterra, tutti più o meno direttamente -ispirati dalla _Spiritalia_ di Erone, i quali a torto furono indicati -come i precursori dell'inventore della macchina a vapore. - -Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra l'esistenza della -pressione dell'atmosfera, e ne dà la misura, invano osteggiato -dalla vecchia scuola che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la -scienza in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal aggiunge -altre dimostrazioni di questa pressione; Otto von Guericke inventa a -Magdeburgo la macchina pneumatica e mostra con quanta forza agisca la -pressione dell'aria sulla parete di un recipiente in cui si faccia il -vuoto; ed ecco Papin, il quale, partendo dalla conoscenza di questa -forza, si propone di utilizzarla, e usa del vapore per la prima volta -per produrre il vuoto, condensandolo con aspersioni di acqua fredda; e -poi Savery che ne usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere -di carbone, facendo premere direttamente il vapore sull'acqua da -sollevare. Siamo al 1700. - -Da questo momento la storia dell'invenzione della macchina a vapore -diventa interessantissima, e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se -ne avessi il tempo. In meno di un secolo, la macchina a vapore moderna -è inventata. Dapprima Newcomen e Cowley, un fabbro e un vetraio, si -uniscono a Savery e perfezionano la macchina di Papin in guisa che -quasi tutti i proprietari di miniere di carbon fossile dell'Inghilterra -l'adottano come pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee. -Siamo al 1750. - -Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente del vapore. Fra i -suoi allievi c'è un giovane apprendista di genio, Giacomo Watt, che -prende in esame le macchine esistenti, le trasforma radicalmente e -ne fa uscire, verso il 1770, la macchina a vapore perfetta quale la -vediamo tuttora. Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto da -quell'epoca ad oggi. - -Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. Si mette -dell'acqua in una gran caldaia chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua -comincia a bollire e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si -converte in vapore, la pressione interna dovuta alla forza del vapore, -cresce rapidamente e potrebbe anche far scoppiare la caldaia, se questa -non fosse robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È questa, in -sostanza, la famosa pentola di Papin. Allora si apre la comunicazione -fra la caldaia e la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della -macchina, spinge davanti a se una parete mobile, detta lo stantuffo, il -quale è veramente l'organo motore e trasmette poi il movimento a tutte -le macchine che si tratta di fare agire. - -È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo carme sull'industria: - - . . . . . . somigliante a domo - Chiuso Titano, cento rote e cento - Volve il vapor, che dall'assiduo stento - Francheggia l'uomo. - -Esercitata così la sua azione, il vapore viene condensato con -dell'acqua fredda, si riduce così ancora in acqua, lasciando il vuoto -dietro di sè; e in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E -adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: cioè è la stessa -quantità d'acqua che alternativamente vaporizzata e poi condensata -fornisce la forza alla macchina. - -Questo risultato finale, cioè la forza della macchina, o, per -dir meglio, il lavoro che compie, sia sollevando dei carichi o -macinando del grano o lavorando il ferro o movendo un bastimento o un -convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione qualsiasi -della materia, si ottiene bruciando del carbon fossile o un altro -combustibile qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore. Quindi la -macchina a vapore è un mezzo per trasformare calore in lavoro. - -Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara e più completa dì questa -trasformazione. Ma per ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le -prove e le più importanti applicazioni della macchina a vapore, che si -sieno fatte in Italia nel periodo storico cui si riferisce questa serie -di conferenze. - -In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a vapore non era ancora -perfetta, che già trovavasi impiegata per il prosciugamento delle -miniere di carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua -per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione di questo -genere alla birreria Whitebread di Londra che nacque la denominazione, -diventata poi così comune, di cavallo-vapore per designare la forza -delle macchine; poichè la macchina a vapore doveva ivi, come altrove, -surrogare il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli da -birrai, così celebri per la loro forza, pressochè doppia di quella dei -cavalli comuni. Ma in breve tempo se ne impadronivano pure l'industria -tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi disporre, colla -macchina a vapore, di forze enormi e quasi illimitate, l'industria -casalinga cominciò a cedere il posto alla grande industria esercitata -negli opifici. - -È difficile di accertare con precisione l'epoca nella quale la macchina -a vapore cominciò a penetrare in Italia a servizio dell'industria. -Prima del 1830 esistevano certo degli stabilimenti industriali in -Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. Probabilmente uno dei -primi motori a vapore, se non il primo, fu quello applicato nel 1832 -alla raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. Certo, ancora -nel 1839, secondo ne scrisse Carlo Cattaneo, le macchine a vapore in -Lombardia si contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa fece il -primo impianto a vapore per la bonifica di Brondolo su quel di Chioggia -con macchine che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 fu fatto -funzionare il primo molino a vapore di Bougleux a Livorno, con carbone -di Montebamboli. Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse -sempre più largamente col sussidio di macchine a vapore, per lo più -importate dall'estero, finchè per l'opera d'un grande industriale, -l'ingegner Tosi, che una mano scellerata sospinse innanzi tempo alla -tomba, l'Italia potè per la prima volta non soltanto fornire a sè -stessa i motori a vapore, ma farsene esportatrice. - -Più che nel campo industriale è facile accertare le date delle prime -applicazioni del vapore fatte in Italia per la navigazione e le -ferrovie. - -La storia della navigazione a vapore è ricca di incidenti. L'americano -Fulton lancia nel 1803 un battello a ruote sulla Senna, ma non trovando -appoggio in Napoleone, che lo crede un avventuriero, torna in America -e inaugura il 10 agosto 1807 un servizio regolare a vapore sulla -East River fra New York e Albany. Nel 1816 l'_Elise_, un battellino -a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa pel primo la Manica, -malgrado una tempesta furiosa, in 17 ore; nel 1819 il _Savannah_ di 380 -tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, parte a vela -e parte a vapore, in 25 giorni; nel 1825 l'_Enterprise_ fa il primo -viaggio alle Indie. Ma la vera navigazione transatlantica non comincia -che colla famosa gara del _Sirius_ e del _Great Western_. Il 5 aprile -1838 il _Sirius_ di 700 tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre -giorni dopo salpa da Bristol il _Great Western_ di 1340 tonnellate -e 450 cavalli, e ambedue arrivano a New York il '23, salutati dai -cannoni e dalle campane e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le -stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle grandi Compagnie -transatlantiche; ma ora si tratta di vapori di 20 a 30 mila cavalli, -capaci di 3 a 4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia si -compie ormai dai vapori più veloci in meno di sei giorni, cioè colla -velocità di 20 miglia all'ora. E le navi moderne da guerra hanno -velocità ancora maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora. - -Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine del XVII secolo, -prima di legno, poi di ferro, pel trasporto dei carboni fossili; ma -le prime macchine datano soltanto dal 1804, e non rappresentano che -tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio Stephenson, il cui nome -rimarrà congiunto alla storia delle ferrovie come quello di Watt -a quella delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva -soddisfacente pel servizio merci sul tronco fra Darlington e Stockton; -ma la vera locomotiva moderna non nasce che col celebre concorso del -1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da Giorgio e Roberto -Stephenson colla macchina _Rocket_, che ancora si conserva come ricordo -del grande avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la prima volta -il servizio dei passeggeri. In due anni il dividendo dell'intrapresa -sale al 10%, e comincia una sfrenata speculazione ferroviaria, che fu -causa in quel tempo di grandi fortune e anche di grandi disastri. - -A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, e rimorchiavano -sei od otto carrozze con velocità appena maggiore di quella di un buon -cavallo, da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno locomotive perfino -di 100 tonnellate, rimorchianti convogli di migliaia di tonnellate; e -i treni diretti vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora. - -In Italia le grandi intraprese navali cominciarono tardi; ma la -navigazione a vapore fluviale e lacuale si svolse poco più tardi che -in Inghilterra. Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello -a vapore l'_Eridano_, costrutto nelle officine di Watt e destinato -a navigare sul Po. Ma l'impresa ben presto fallì, e la macchina -dell'_Eridano_ fu messa a bordo di un battello varato a Locarno sul -Lago Maggiore nel 1826 col nome di _Verbano_: e nello stesso anno fu -varato il _Lario_ destinato al Lago di Como, cui tennero dietro il -_Plinio_ e il _Falco_, e più tardi il _Veloce_ e il _Lariano_, per la -inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi scrisse questi versi, -per vero dire poco peregrini: - - Ve' sublime fra tanto navile - Vasto un legno torreggia signor: - Mai quest'onde solcava un simile - In audacia, vaghezza e lavor. - -A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia costrutta in Italia: -quella fra Napoli e Portici, inaugurata solennemente da Ferdinando II -il 26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre successivo. -La cerimonia d'inaugurazione fu un avvenimento; e come particolare -curioso riferisce il De Cesare che la signora Cottrau, la quale aveva -preso parte alla corsa inaugurale, si sgravò sul treno, durante il -ritorno, d'un bambino, che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva -tanto illustrarsi in materia di ferrovie. - -Fu il Genio militare che costrusse quella linea e poi l'altra fra -Napoli, Caserta e Capua, e ne diresse l'esercizio. Il Re stesso ne -aveva determinato il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie -non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla morale pubblica e perchè -il Re non voleva _pertusi_. Quando viaggiava il Re, era lui che dava -gli ordini, e il capotreno, stando sul predellino della carrozza reale, -li trasmetteva al macchinista. Egli amava la gran velocità e faceva -fare in mezz'ora i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla Regina -Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, e perciò raccomandava al -macchinista di andar piano come un somarello. - -Benchè si trattasse di linee del governo, e il Re stesso si -interessasse dall'esercizio, pure venuto l'uragano del 1848, -diventarono anch'esse uno strumento di rivoluzione. Così il De Cesare -racconta che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato ordine a -due reggimenti di portarsi immediatamente da Capua a Napoli, il capo -stazione di Capua, affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre si -preparavano i treni, fece smontare da un uomo di fiducia un tratto -di binario, e partì poi egli stesso col primo treno per evitare un -disastro; ma intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le truppe per -un giorno intero. - -Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente quella fra Milano -e Monza inaugurata il 13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione -della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. Intanto si apriva -in Toscana la linea Livorno-Pisa il 14 marzo 1844 sotto la direzione -di Roberto Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi. nel 1848, -col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 al 1850 in tutta Italia si -costrussero circa 600 chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500. - -Sono ormai più di cent'anni che la macchina a vapore esiste; ed essa, -perfezionandosi sempre più, continua a lottare vigorosamente contro -tutti i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, a petrolio, che -tentano, ancora invano, di contenderle il primato, cioè di fornire la -forza a un prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come potrebbe -perfezionarsi ancora? - -Qui entriamo nel cuore della questione della trasformazione di calore -in lavoro. E una materia astrusa, forse poco adatta alla parte più -gentile del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al giorno d'oggi -si può dire che nessuna questione, anche tecnica, non può nè deve esser -straniera alle intelligenze educate. - -Come si fa a convertire calore in lavoro nella macchina a vapore? Si -prende dell'acqua: le si adduce del calore da una sorgente di calore -qual è il combustibile ardente; la si converte così in vapore che -compie il lavoro colla grande forza che possiede; poi questo vapore -viene ridotto di nuovo in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli -calore con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua fredda. -E questo vapore così ridotto in acqua è pronto a compiere un secondo -ciclo, anzi una serie indefinita di cicli simili al primo. In sostanza, -si attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile ardente, e -si cede calore a un corpo freddo, che è l'acqua refrigerante. Una parte -del calore è così semplicemente trasformata dal corpo caldo al corpo -freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè si è convertita nel lavoro -fatto dalla macchina. - -Ora, come mai il calore si può convertire in forza e lavoro? -Considerate un corpo caldo; orbene: secondo l'ipotesi più probabile, -l'impressione di calore che esso produce sul nostro senso del tatto -non sarebbe che la comunicazione ai nervi di un movimento rapidissimo -di vibrazione delle molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare -dell'acqua ossia comunicarle calore, vuol dire impartire alle sue -molecole una rapidissima vibrazione. Quando il calore trasmesso è -abbastanza forte, la vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole -dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano libere da -tutte le parti; ed ecco che così l'acqua si converte in vapore. Queste -molecole, diventate libere, sono come altrettanti proiettili che -vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il vapore è rinchiuso; -se una di queste pareti è mobile, come è appunto lo stantuffo della -macchina, questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad urtarlo, lo -spingeranno avanti, vincendo le resistenze che gli si appongono. Ecco -come il calore si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce il -principio fondamentale della teoria moderna del calore, il così detto -primo principio, o principio dell'equivalenza. - -Si fa dunque compiere al calore un salto da una temperatura alta a -una temperatura bassa, mentre nel compiere questo salto una parte del -calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro. - -Ora non facciamo noi una cosa analoga quando adoperiamo la forza -dell'acqua? Voi avrete visto un molino in montagna, per esempio: arriva -l'acqua dal monte a un certo livello, e la si manda sulla ruota del -molino; poi quest'acqua lascia la ruota a un livello più basso e va -pel suo cammino. L'acqua ha qui compiuto un salto da un livello alto -a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro; ed è chiaro che -quanto più grande sarà il salto, tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto -colla medesima acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto più grande -sarà il salto di temperatura in una macchina a vapore, più grande sarà -l'effetto utile, ossia il lavoro fornito da una medesima quantità di -calore. È questo il secondo principio della termodinamica, il famoso -principio di Carnot, l'avo dello sventurato presidente della Repubblica -francese. - -Se si potesse godere di tutto il salto di un corso d'acqua della -sorgente fino al mare si caverebbe da quell'acqua tutto l'utile che -essa può dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il salto dalla -temperatura del combustibile incandescente, che è la sorgente, sino -al freddo assoluto, che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero, -e che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua, caveremmo il più -gran partito possibile dal calore, ossia dal combustibile consumato. E -questo possibile? O entro quali limiti sarebbe possibile? - -La pressione del vapore cresce assai più rapidamente della sua -temperatura; e voi sapete, per le notizie che sentite di tanto in tanto -di terribili scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose le -alte pressioni. Ma ci si va abituando, e d'altra parte si riesce ora a -garantirsi sempre più contro simili eventualità con scelti materiali e -una accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di Watt una pressione -di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; ora si va a 10, 12, 15 atmosfere, -e già si fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma anche se si -adottassero queste enormi pressioni, la temperatura non si eleverebbe -a più di 250° circa. È come dire che da questa parte il salto è stato -aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe essere elevato -molto di più. - -D'altra parte, è egli possibile di scendere a temperature più basse di -quelle dell'acqua fredda che serve d'ordinario come mezzo refrigerante? -È possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello zero assoluto, -cioè a 273° sotto la temperatura del ghiaccio fondente? - -Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori diversi da quello -dell'acqua. Voi sapete che ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti -i gas colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, non sono -che vapori di liquidi sconosciuti nelle condizioni di temperatura e di -pressione nelle quali viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto -l'idrogeno; ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse dell'acqua -comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno che una temperatura di -190° sotto lo zero; e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora più -bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa, nè instabile; -con certe precauzioni la si può conservare sicuramente per parecchi -giorni; essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso in essa -brucia con gran violenza, ma, mentre brucia, si copre di brina, poichè -l'acido carbonico prodotto dalla combustione gela a temperatura assai -più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi esponete al fuoco -un vaso pieno d'aria liquida, le pareti esterne del vaso si copron -di brina, e le stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve di -acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile di maneggiarla, -tanto che si può evaporarla lentamente e così spogliarla dell'azoto -che è più vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido -qualunque e spogliarla dell'acido carbonico che rimane sul filtro come -residuo solido. Ecco dunque un refrigerante che si avvicina molto -alla temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe a nulla per -una macchina a vapor d'acqua, il cui liquido gela a una temperatura -assai più alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare -dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, cioè a 10°, o a 15°. -Dunque anche da questa parte il salto di temperatura disponibile per la -macchina a vapore è assai limitato. - -Son molto migliori, da questo punto di vista del salto di temperatura, -le macchine a petrolio e a gas, colle quali si utilizza la forza -d'esplosione di una miscela di petrolio o gas e d'aria, che si accende -entro la macchina stessa, servendo al tempo stesso da combustibile e da -sostanza motrice, cosicchè la temperatura superiore oltrepassa anche i -1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore si è perfezionata tanto, che -batte tutte queste sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare -3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora per ogni cavallo di forza, -essa arriva ora a consumarne anche solo 600 o 700 grammi, che costano -2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le macchine a gas -non possono competere con essa per la spesa, e nemmeno le macchine a -petrolio: le quali, se son preferite per le automobili, gli è soltanto -in causa dell'assenza della caldaia che difficilmente si potrebbe -mettere sopra una carrozza e meno ancora su un triciclo. - -Ma appunto nel momento dei suoi più grandi trionfi, la macchina a -vapore è, per due cause diverse, minacciata di morte, certo non -ingloriosa e nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima -che non si creda. Da una parte si è constatata in modo sempre più -preciso l'esauribilità delle riserve sotterranee di carbon fossile e -di petrolio; dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi -dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone. - -Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra che le riserve di -carbone accumulate sotto terra dai cataclismi cui fu soggetto il nostro -globo non potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto della -progressione crescente che si verifica nel consumo di carbone in tutto -il mondo. Ma quei calcoli non erano attendibili. Prima di tutto non -si può ammettere che il consumo di carbone aumenti sempre nella stessa -misura, poichè la scarsezza del carbone diventerebbe presto un freno a -consumarne di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici, -sarebbero, come argutamente osservò il celebre socialista George, tanto -esatti quanto, il calcolo di colui che dicesse: il mio cane ha un mese -di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a 5 anni avrà una coda -di 3 metri. Poi bisogna tener conto delle riserve di carbone ancor -conosciute. Già negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di -carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, cioè quella che -si trova a meno di 1200 metri di profondità) più di 650 mila milioni -di tonnellate, contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei. -Le riserve della China, ormai considerato come il paese delle più -straordinarie e misteriose risorse, son stimate più di 600 mila milioni -di tonnellate, poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non sono -ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al più spostare l'asse -del mondo industriale, ma poco gioverebbero all'industria europea. - -Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto recentemente dal -celebre Lord Kelvin. Quando la terra era appena uscita dal periodo di -incandescenza, ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di -vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas inerti, prodotti -dalla precedente conflagrazione, cioè di acido carbonico, d'azoto e di -vapore d'acqua.... Era quell'epoca geologica, quando ancora, come poetò -lo Zanella nella «Conchiglia fossile»: - - Riflesso nel seno - Di ceruli piani - Ardeva il baleno - Di cento vulcani; - -e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido manto cantato -dall'Aleardi: - - L'aura, bagnata di mortal rugiada - Colle tepide nubi invidiava - Alla giovine terra il blando riso - Delle giovani stelle. - -La vegetazione cominciò a separarne i componenti, appropriandosi -il carbonio e l'idrogeno dell'acido carbonico e del vapor d'acqua e -mettendone in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare l'ossigeno, -che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I combustibili bruciati da -allora in poi e la respirazione degli animali assorbirono una parte -di quest'ossigeno, ma la nuova vegetazione ne produsse dell'altro; -cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è esattamente in proporzione con -tutta la materia combustibile che contiene la terra, sia alla superfice -sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in forma di lignite, di -carbon fossile e di petrolio. Calcolandone la quantità in proporzione -a quella dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce (1000 -milioni di milioni di tonnellate circa) Lord Kelvin, tenuto conto -dell'aumento della popolazione e del consumo e di altre circostanze, -ritiene che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso pure che gli -uomini pensino, estendendo a tempo le foreste, a prepararsi l'ossigeno -per la respirazione, perchè altrimenti l'umanità, prima di perire -di freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima di mancare del -tutto, il carbone costerebbe così caro, che il calore e la forza, che -esso può dare, diventerebbero consumi di lusso. - -Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè coll'utilizzazione delle -cadute d'acqua, ed è questo, in fatto, il solo e vero formidabile -nemico della macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il vapore. - -Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza motrice lo sapete tutti. -E non è soltanto l'acqua delle cascate, che agendo con tutta la sua -pressione sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più grande, -quanto più grande è la massa dell'acqua cadente e l'altezza della -caduta; perchè un'enorme riserva di forza l'abbiamo anche nelle -maree e nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna solleva -la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata in serbatoi dentro -terra; e allora se nel periodo della bassa marea aprite le chiuse dei -serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua farà una cascata -che potete utilizzare come quella di un fiume o di un torrente. E -lo stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano alte e -minacciose contro una ripida costa. Questi ed altri sistemi analoghi -per utilizzare le onde e le maree sono state proposte più volte ed -anche provate con perfetto successo: e state certi che si attueranno -definitivamente in avvenire, sopratutto nei luoghi dove le onde e -le maree si elevano a parecchi metri di altezza, come avviene, per -esempio, nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord. Se non che -queste incalcolabili forze naturali che l'uomo ha a sua disposizione -nei monti e sulle rive del mare non avrebbero che uno scarso valore -rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero trasmettere -economicamente a grandi distanze, dovunque si abbia bisogno di forza. -Ora, la trasmissione delle forze si può fare, voi lo sapete, per mezzo -dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione forse più grande del -nostro secolo, pur tanto fecondo di invenzioni di ogni natura. - -Supponete di avere una forza disponibile in qualche luogo: per esempio, -la forza d'una caduta d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di -una motrice idraulica e servitevene per far girare un gomitolo di -fili di rame fra le branche di una calamita. Ad ogni giro di questo -gomitolo, il flusso magnetico che emana dalla calamita e che è tanto -potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza di produrre nel -gomitolo una corrente elettrica. È questa la macchina che comunemente -si chiama una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del gomitolo -e tirateli lontano fin che volete: centinaia di chilometri, se è -necessario. La corrente circolerà nel filo sin dove questo arriva. Ivi -attaccate questi capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete -che il gomitolo di questa seconda dinamo si metterà spontaneamente a -girare, riproducendo la forza della lontana caduta. Senza dubbio ci -sarà qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si vuole secondo -la grossezza del filo impiegato. Ecco in che consiste la trasmissione -elettrica della forza; e vedete che non è una cosa molto complicata, ne -difficile da capire. - -Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta questa invenzione, che -data da dieci anni, e con quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione. -In America si è pensato subito al Niagara, dove è già in funzione -un impianto di 150 mila cavalli, la cui forza in parte è impiegata -sul posto e in parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri di -distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno utilizzando all'uscita del -fiume San Lorenzo dal lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di -Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di 14000 cavalli ciascuno, -di Cusset-Jonage e di Bellegarde sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli -e altri numerosi di minore importanza; ma noi li abbiamo preceduti -in Italia colla trasmissione di 2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li -emuliamo già con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 chilometri -di distanza, la forza delle rapide dell'Adda di 13000 cavalli, e li -sorpasseremo fra breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000 -cavalli di forza attinta dal Ticino. - -Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 50 chilometri di -distanza sono nulla a paragone di quelli che già si annunciano come -sicuri. Il progresso dell'elettricità è così vertiginosamente rapido -in questi anni, che niente più ci può sorprendere. Già gli inglesi si -preparano a portare al Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650 -chilometri di distanza, per l'irrigazione del Delta: e calcolano che -la forza utilizzata costerà meno di quella che si potrebbe ottenere sul -posto con macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe così -una delle più feconde regioni della terra. Fu anche proposto di trarre -partito dalla famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone sul fiume -Zambesi per servire alle macchine lavoratrici del minerale d'oro della -Rhodesia e del Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni -si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, quando sia -gratuita, a centinaia di chilometri di distanza ancora con economia in -confronto all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da considerarsi -come un'utopia l'idea di portare economicamente a Parigi la forza -delle cascate dei Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta -la valle del Po. E così lo stesso problema, che pochi mesi fa pareva -ancora assai difficile, di usare la forza dell'acqua per la trazione -sulle grandi linee ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si -presenta oggi di più facile e più probabile soluzione. - -Voi vedete dunque che l'impero della macchina a vapore è già molto -scosso, e che la futura scarsezza del carbone non può più ispirare -paura; poichè colla trasmissione elettrica della forza non solamente -surroghiamo la forza del vapore, ma possiamo surrogare lo stesso -carbone. Infatti colla corrente elettrica possiamo produrre calore, -sia per grandi operazioni industriali, quanto per la stessa economia -domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità; già si può -produrre la fiamma, servendosi della corrente elettrica per decomporre -l'acqua, e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si può bruciare -come il gas; e infine voi avete già le stufe e le cucine elettriche, -dove il calore è fornito da un filo metallico arroventato dalla -corrente. - -Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro momento di fortuna, e così -l'hanno anche le nazioni; non si tratta che di saperne approfittare. - -Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per ciò che è l'anima di -tutte le industrie, il carbone. Sono 100 a 120 milioni che mandiamo -ogni anno in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto -in paese è stata ed è una delle cause della nostra inferiorità -industriale. Ma poichè siamo ricchissimi di acque perenni, non -avremo più da subire le conseguenze della mancanza di combustibili -fossili. Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze idrauliche, -che ammontano a decine di milioni di cavalli, noi potremo facilmente -duplicare e triplicare le nostre industrie, risparmiando 200 o 300 -milioni di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza a questi -paesi che ora la fanno a noi. - -Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è assai improbabile. Si -potrebbe trovare un mezzo economico di immagazzinare la forza, di -imballarla come una merce qualunque e di trasportarla lontano per -terra e per mare. Gli Americani potrebbero allora utilizzare tutti i -sei milioni di cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto -alla domenica lo spettacolo della celebre cascata; e avrebbero tanta -forza, insieme a quella degli altri loro grandi fiumi, da poterne -fare una larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile, -poichè ci sono già gli accumulatori elettrici, che permettono -d'immagazzinare la forza, e anche di portarla attorno, come avviene -sui carrozzoni delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche -sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, non si è trovato -ancora l'accumulatore di forza poco costoso e leggero, che ci vorrebbe -per poterla trasportare economicamente a grandi distanze e non par -facile che si abbia a trovarlo così presto. E del resto, anche se si -trovasse, ebbene, metteremo un dazio protettivo sulla forza importata -dall'estero. - -Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità dell'economia -nazionale, l'avvenire ci sorride. A noi poco importa cosa diverrà -la macchina a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza. È -venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, e giova sperare che -sapremo valercene con prudenza e con sagacia, senza sperperarle, e -senza comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta di goderne nel -presente. - -Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò che il Sommeiller -presagiva in seno alla Camera subalpina all'epoca del traforo del -Moncenisio: «Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri -schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei chiudere meglio -questa conferenza che augurando al nostro paese il compimento della -profezia, ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla quale -avete voluto ascoltarmi. - - - - -INDICE - - - La poesia del quarantotto Pag. 5 - La poesia del Giusti 31 - G. G. Belli e la vita romana 75 - Il teatro. Una musa scomparsa 129 - Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno 177 - Il vapore e le sue applicazioni 225 - - - - -NOTE: - - -[1] BELLI, II, 326. - -[2] BELLI, III, 177. - -[3] _Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti_ nella -_Nuova Antologia_, VII, 1879. - -[4] Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo contiene -i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume, perchè contiene i -sonetti più osceni. - -[5] Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime sale di Brera -dove eran rifugiati i quadri moderni, sono da mesi sossopra, perchè -due delle sale sono state cedute alla Galleria antica. Pare che nel -1901 essi saranno novamente e più ordinatamente ricollocati nelle sale -residue. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1846-1849), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - -***** This file should be named 51462-0.txt or 51462-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/4/6/51462/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte I - Terza serie - Lettere, scienze e arti - -Author: Various - -Release Date: March 15, 2016 [EBook #51462] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br /> -(1846-1849) -<span class="smaller">I.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="high"> -<span class="x-large">LA</span><br /> -<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br /> -<span class="small">NEL</span><br /> -<span class="x-large">RISORGIMENTO</span> -</p> - -<p class="x-large"> -(1846-1849) -</p> - -<hr class="tiny" /> - -<p class="pad2 large"> -TERZA SERIE -</p> - -<p class="large"> -I. -</p> - -<p class="small g"> -LETTERE, SCIENZE E ARTI. -</p> - -<div class="container-center"> -<div class="container-left"> -<table class="front" summary=""> - <tr> - <td>La poesia del quarantotto.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Enrico Panzacchi.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>La poesia del Giusti.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Isidoro Del Lungo.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>G. G. Belli e la Vita Romana.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Alfredo Baccelli.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Il Teatro. Una musa scomparsa.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Vincenzo Morello.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Le Belle Arti: dall'Hayez ai fratelli Induno.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Ugo Ojetti.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Il Vapore e le sue applicazioni.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giuseppe Colombo.</span></td> - </tr> -</table> -</div> -</div> - -<p class="pad2"> -FIRENZE<br /> -<span class="small">R. BEMPORAD & FIGLIO</span><br /> -<span class="x-small">CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI</span><br /> -<span class="small">7, Via del Proconsolo</span><br /> -—<br /> -<span class="small">1900.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -RISERVATI TUTTI I DIRITTI. -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad & Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte -tutte le copie non munite della seguente firma</i>: -</p> - -<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a> - <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div> - -<p> -Firenze, 1900. Tip. Cooperativa. Via Pietrapiana, 46. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h2 id="poesia48">LA POESIA DEL QUARANTOTTO</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">ENRICO PANZACCHI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Il '48 considerato in uno dei suoi tanti aspetti, -forse il più attraente, si presenta a noi come una -sonante e fulgida pagina di poesia. Aspettando che -i miei illustri colleghi, rivolgendosi alla vostra ragione, -di mano in mano illustrino gli altri aspetti -di quell'epoca memorabile, lasciate che io v'intrattenga -un poco di questa poesia del '48, la quale, -più che nelle carte dei poeti, fu scritta nei fatti e -nei cuori. Poeta ispirato e fecondo fu allora il popolo -italiano; e tutti, in alto e in basso, furono -poeti per un momento, poichè una corrente irresistibile -trasse e confuse gli italiani di tutte le classi -a vivere e ad agitarsi negli stessi entusiasmi. -</p> - -<p> -Era il tempo in cui un frate benedettino nella -solitudine del suo cenobio, nel silenzio della sua -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -cella, dopo avere scritto una storia della Lega lombarda, -la dedicava al Papa con queste parole: — Affacciatevi, -Beatissimo Padre, alla ròcca dei secoli, -ed ascoltate la voce dei tempi nuovi. Scrutate i -nostri cuori, e vedrete che noi siamo sempre degni -nepoti di quei Lombardi, che così eroicamente congiunsero -la fede e l'amor di patria. — Poi continuava: — Togliete, -o Padre Santo, la bandiera -che Alessandro III appese al sepolcro del beato -Pietro, dopo aver debellato Barbarossa; e fatela -sventolare al sole d'Italia! — -</p> - -<p> -Strano frate ed insolito linguaggio! Era questa -la voce isolata di un asceta sognatore?... No. Se il -Padre Tosti dall'altezza di Montecassino avesse -teso l'orecchio, avrebbe sentito voci somiglianti alla -sua, in quei giorni benedetti, sonare per tutta l'Italia -e passare le Alpi e invadere tutta l'Europa e -volare at di là dell'Atlantico. Cessavano i tristi -esilii. Uomini che per amor di patria avevano dovuto -riparare in America ritornavano sopra una nave -che s'intitolava «La Speranza», ed entrati nel Mediterraneo -e visto nell'orizzonte gli umili confini -della Patria si sentivano gonfiare gli occhi di lacrime, -si abbracciavano, e gridavano: — Viva Pio -Nono! Viva l'Italia libera! Dio lo vuole! — Che -cosa era successo? Era sogno di menti esaltate? -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -No. Un semplice sogno non produce movimenti -così forti, così universali e così perduranti. Il sogno -vero e grande lo aveva fatto prima un altro -tonsurato, Vincenzo Gioberti, il quale, là, tra il '40 -e il '42, esule a Bruxelles, anch'esso per peccato di -patriottismo, aveva accolto nella sua mente la più -audace chimera che potesse mai attraversare il cervello -d'un poeta. Egli, a quei lumi di luna, aveva -immaginato «una Italia prospera, devota a Dio e -concorde in sè.» Aveva immaginato e di prossimo -evento, «i principi italiani e i popoli non più ringhiosi -e sospettosi fra loro, ma affratellati in un'ammirabile -concordia per costruire insieme l'edifizio di -una patria grande e meravigliosa, che superasse in -grandezza e in meraviglia tutte le altre nazioni.» E -questo audacissimo Abate arrivava, nella grandezza -del suo sogno, fino a vedere in tempo non lontano le -altre nazioni civili, dapprima attonite, poi ligie e -devote, inchinarsi a questa grande Italia «e prendere -da lei le norme del bene e le forme del bello.» -</p> - -<p> -Ebbene, tutto questo era passato rapidamente in -pochi anni, non già alla sua realtà, ma ad inizii così -fausti e felici, che quasi facevano credere prossimo -il pieno adempimento. Tutto questo perchè, o Signore? -Perchè da qualche tempo un uomo vestito -di bianco di tanto in tanto si affacciava alla loggia -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -del Vaticano o del Quirinale, e dinanzi a gran -folla di popolo inginocchiato invocava la benedizione -di Dio sopra l'Italia. Ma quell'uomo vestito di -bianco era «il Signor dei credenti,» come con -frase un po' mussulmana lo chiama Giovanni Prati. -E in quel suo augusto e semplice atto, era la spiegazione -di tante e così stupefacenti novità. -</p> - -<p> -Miracolo di Papa! aveva esclamato Pietro Giordani. -Dal canto suo, il grande Cancelliere dell'Austria, -Metternich, sconcertato in tutti i suoi disegni, -aveva detto che nella sua prudenza politica -egli tutto aveva potuto prevedere, tranne il caso -inverosimile di un Papa liberale! -</p> - -<p> -E gli avvenimenti si succedettero con una rapidità -vertiginosa. In diciotto mesi, dice Cesare Balbo, -avvenne per opera di Pio IX, soltanto riguardando -all'interno dello Stato Pontificio, una serie di riforme -alle quali pareva non dovesse bastare mezzo -secolo: l'amnistia che ridonava alle famiglie gli -esuli e i carcerati per colpe di patriottismo, poi la -Consulta di Stato, la guardia civica, la secolarizzazione -parziale del governo, la lega doganale dei -principi, anticipante la desiderata confederazione -politica, poi la Costituzione. Finalmente la guerra -allo straniero, bandita dal «Signor dei credenti,» -che era anche il padre comune di tutti i fedeli! -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -I principi dovettero seguire, chi di buon grado chi -a mal in cuore, l'esempio trascinante di Pio IX. -A Napoli il Re volle essere il primo a largire la -Costituzione; e diede tutto con la facilità di chi -è poi disposto a tutto ripigliarsi e tutto sconfessare. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato -da tutta quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo -indicibile e in una specie di festività permanente. -Se voi volete avere una qualche idea di -tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio -di non leggere gli storici liberali. Leggete invece -il padre Bresciani, il quale, pure cospargendo di -tante menzogne e di tante calunnie l'opera del -partito liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona -e con altri racconti i fatti del '48, non negandoli, -anzi descrivendo quelle feste, quella gioia -traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile -coi più vividi colori. E con arguzia maligna le -intitolava «la luna di miele.» -</p> - -<p> -Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -cerchiamo di ricomporre quel quadro incomparabile, -ci immaginiamo, da un capo all'altro -della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. -Vediamo da per tutto feste e luminarie e fanfare, -e nella folla uomini coi capelli lunghi, vestiti all'italiana, -che declamano, che strepitano, che imprecano, -che piangono, tanta è la piena dei loro -affetti; e donne belle, vestite dei colori nazionali, -che agitano fazzoletti bianchi e gialli affacciandosi -alle finestre e a' balconi a gettar fiori, fiori, fiori, -sopra i volontari che passano giù per le strade, -acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. -Essi vanno nei campi lombardi ad affrontare la -morte per la cara patria. E sopra tutte le acclamazioni -e tutte le grida, un grido altissimo quasi -venuto dal cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto -questo è certamente argomento di poesia. -Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo mondo, -se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza -e di beatitudine negli individui e nei popoli? -Quindi viene spontaneo il domandare: Che parte -ebbe la poesia in tutto questo moto? -</p> - -<p> -È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, -Giuseppe Spada, raccontando, alla sua -maniera, i fatti di Roma del '48, verso la fine del -suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo -Sterbini, il Guerrini, il Masi, il Meucci, tutti e -quattro poeti, i quali «accendevano gli spiriti col -genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque -essi non fossero che quattro giovani poeti, pesarono -sugli eventi più che quattro generali d'armata. -«Ciò serva di avviso ai reggitori dei popoli (conclude -il nostro bravo storico) per stare in guardia -sopra i coltivatori di un dono tanto mirabile ma -tanto pericoloso alla pubblica quiete.» La polizia -dunque era avvisata. -</p> - -<p> -Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune -strofe di questi quattro geni e specialmente -dello Sterbini che mi pare il migliore della brigata; -ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai -ne aveste! -</p> - -<p> -La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. -Il Peretti, il Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini -non si elevarono mai, anche nei loro momenti -più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando -la nostra mente misura l'intervallo enorme che -corre fra il valore dei loro versi e l'importanza -degli avvenimenti che intendono di celebrare, si rimane -proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, -il cantore inspirato di <i>Ildegonda</i> e dei <i>Lombardi -alla prima crociata</i>, quando scosso dai grandi fatti -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole in -un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo -di popolo, compone delle strofe fredde, meditate, -quasi lambiccate; e proviamo una vera pena domandandoci -come mai un uomo di tanto ingegno -non abbia subito compresa la grande disparità che -era fra il tema del suo canto e la forma poetica che -egli aveva miseramente potuto conquistare nella laboriosa -concitazione del suo estro ribelle. A Firenze -intanto Giambattista Niccolini viveva come un iroso -appartato. Egli non aveva creduto mai al «miracolo -di Papa.» Tutto quel gran contrasto tra le sue opinioni -e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più -cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi -la sua ragione si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu -un misto di soddisfatto e di sfaccendato. Per una -parte il suo spirito troppo fondendosi con lo spirito -pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi -il suo estro per natura acre e penetrante e battagliero, -dovette adattarsi a cantare affettuosamente la parola -del perdono e della fratellanza, volgendosi al -granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare -un poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi -di Ventola e di Vespa. Mancava insomma il naturale -obiettivo alla sua Musa. Quando tutti sorridevano, -a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo? -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -perchè (come scriveva ad un amico) continuare a -sonare a morto, quando tutti suonavano a festa?.... -Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco due figure -di poeti che vengono subito in mente pensando alle -grandi ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche -qui la disparità non scema o scema ben di poco. -Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel '48. -Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla -grandezza degli avvenimenti, è come uno strumento -che si sforza a vibrare in tutte le sue corde, ma il -gran motivo epico non esce da quello strumento. -Di Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si -è voluto esaltare. Io credo che la sua più bella -lirica fu di morire eroicamente ai piedi del Gianicolo. -Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno -«Fratelli d'Italia» arrivato alla strofa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Dov'è la vittoria?</p> -<p class="i01">Le porge la chioma,</p> -<p class="i01">Chè schiava di Roma</p> -<p class="i01">Iddio la creò,</p> -</div></div> - -<p> -o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte -anch'egli i fianchi per generare in sè stesso una -larva di entusiasmo; ma poi è costretto a convenire -che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava -troppo la decadente evoluzione del romanticismo e -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -d'altra parte che tutto quel virgiliano o quel claudianesco -della interrogazione lirica sopra citata -contrastava troppo miseramente colla esiguità de -fatti d'arme contemporanei. Onde anche egli è tratto -a concludere che la grande poesia di questo giovane -eroico fu nella sua breve vita e nella morte generosa -per la libertà. Così mostra di intenderlo anche -Giuseppe Mazzini, e così ce lo descrive, fino a -commuoverci nell'intimo del cuore, in un'ammirabile -pagina della sua prosa. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Ebbe la poesia del Quarantotto una voce più -degna nella musa popolare? Nemmeno questo, io -credo. Certo riandando quei canti, spesso volgarucci, -non può non colpire il confronto coi canti anteriori: -per esempio i canti del popolo italiano e specialmente -toscano nell'epoca Napoleonica, qualche volta -tutt'altro che triviali. Come suona in essi la diffidenza, -come suona la tristezza! «Napoleone, guarda -quel che fai!,» comincia uno stornello popolare. -Ve ne sono altri che esprimono il gran dolore delle -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -nostre povere plebi per dover andare a combattere -lontano, fuori d'Italia, per una causa non italiana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Partirò, partirò, partir bisogna</p> -<p class="i01">Dove comanderà il nostro sovrano.</p> -<p class="i01">Chi prenderà la strada di Bologna,</p> -<p class="i01">Chi anderà a Parigi e chi a Milano!</p> -</div></div> - -<p> -E le strofe tristissime finiscono sempre col ritornello -che pare un singhiozzo: «Dio, che partenza -amara!» E la esclamazione amarissima ci fa correre -con la mente ai versi di Giacomo Leopardi, -quando lamenta il fiore della gioventù italiana mandata -a morire fra i ghiacci delle «rutene squallide -spiagge» senza nemmeno il conforto di poter dire -alla cara patria lontana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La vita che mi desti, ecco ti rendo,</p> -</div></div> - -<p> -poichè i prodi figliuoli d'Italia morivano, non per -essa, ma per i suoi tiranni, per «coloro che la uccidevano!» -</p> - -<p> -Insomma, nel Quarantotto abbiamo una serie interminabile -di poesie popolari, delle quali credo che -non metta conto intrattenervi: canzonette, canzonucce -e canzonacce. In quella immobile gora però, -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -noi vediamo fiorire come una bianca e bella ninfea. -È la canzoncina toscana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Addio, mia bella, addio,</p> -<p class="i01">L'armata se ne va....</p> -</div></div> - -<p> -Non sgorgò veramente dal cuore del popolo la -gentile ed eroica canzoncina, perchè si sa che ne -fu autore un certo Bosi, il quale morì pensionato -e tranquillo oltre il '60 dopo essere stato, credo. -Sottoprefetto a Volterra. Ma il popolo la fece sua, -il popolo se la assimilò e la rese interprete dell'anima -sua. Ed è veramente una cara e poetica cosa; -un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e -quasi invidiare all'Italia, nientemeno che da Riccardo -Wagner. Questa candida e bella ninfea, in -mezzo a tante erbacce e tanti rovi, trionfò nella -lotta per la vita e si mantenne. Ritornò dai campi -lombardi, dove nelle veglie delle armi aveva consolato -i cuori magnanimi dei giovani toscani, che dovevano -cessar di battere a Curtatone e a Montanara; -e seguitò a risonare per le nostre campagne, per -le nostre città. Sopraggiunti i tristi tempi della -invasione straniera, la gentile ed eroica canzoncina -non fu dimenticata; ed ogni tanto era sommessamente -modulata dal popolo. Giunto il Cinquantanove -ecco che torna sulle labbra di tutti, ed è ancora -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -la canzone prediletta del popolo! E sempre poi, -mentre fervevano le ambizioni in alto, e mentre i -partiti laceravano l'Italia, e mentre l'egoismo personale -prendeva il posto dell'amor patrio, ostentandone -sacrilegamente le apparenze, il popolo italiano -continuava, nella innata bontà del suo cuore, -a credere che bello era il combattere e il morire -per la patria; e continuava a cantare: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Se non partissi anch'io</p> -<p class="i01">Sarebbe una viltà.</p> -</div></div> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Però anche una grande lirica ebbe l'Italia del -Quarantotto; e fu l'inno del Manzoni. Fatto curioso! -Questo inno è il peana del Quarantotto, ma venne -composto nel Ventuno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02">Soffermati sull'arida sponda</p> -<p class="i01">Volto il guardo al varcato Ticino,</p> -<p class="i01">Tutti assorti nel nuovo destino,</p> -<p class="i01">Caldi in cuor dell'antica virtù,</p> -<p class="i01">L'han giurato!...</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -</p> - -<p> -La verità è che nel Ventuno il Ticino non fu -varcato. L'inno in sè stesso rappresentava un'aspirazione -poetica dell'anima di Manzoni, il quale, -come vide che al carme non corrisposero gli eventi -prese questo partito: non scrisse, non pubblicò, e -nemmeno affidò alla carta questo volo, questo sprazzo -della sua anima poetica. Egli volle tenerlo gelosamente -chiuso nel suo cuore come la parola dell'avvenire; -egli l'avrebbe poi detta questa parola quando -fossero giunti gli avvenimenti che essa affannosamente -invocava. E di fatti, allorchè scoppiarono i -grandi avvenimenti, quando non parve più un sogno -lontano la redenzione della patria, allora Alessandro -Manzoni scrisse l'inno pensato e meditato già da -ventisette anni e lo pubblicò, dopo che (e questo -va notato) egli aveva messo senza paura il suo nome -sotto una protesta contro l'Austria, una protesta -che, date le circostanze, poteva benissimo costargli -la vita, poichè eravamo proprio alla vigilia delle -Cinque Giornate. Allora finalmente, da un capo all'altro -della penisola, risuonarono le affettuosissime -voci: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cara Italia! dovunque un dolente</p> -<p class="i01">Grido uscì del tuo lungo servaggio</p> -<p class="i01">Dove ancor dell'umano linguaggio</p> -<p class="i01">Ogni speme deserta non è;</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Dove già libertade è fiorita,</p> -<p class="i01">Dove ancor nel silenzio matura,</p> -<p class="i01">Dove ha lacrime un'alta sventura</p> -<p class="i01">Non v'ha cor che non batta per te.</p> -</div></div> - -<p> -Alessandro Manzoni era stato dunque poeta e -profeta; poichè aveva fin dal Ventuno vaticinato il -grande consenso di tutto il mondo civile alla causa -italiana. Nel Quarantotto infatti, tutto ciò che vi -era di buono e di generoso nell'Europa civile di -quel tempo, si raccoglieva veramente intorno alla -rivoluzione italiana e faceva voti per lei. -</p> - -<p> -La grande poesia del Quarantotto dunque, come -vi ho detto in principio, o Signore, sta nei fatti -principalmente e nelle condizioni degli animi. -</p> - -<p> -E questo è ciò che quasi sempre si avvera. Non -domandate che la poesia si renda interprete di ciò -che avviene nel cuore umano quando il cuore umano -è gonfio di passioni, quando la passione grida essa -impetuosamente le sue voci non traducibili con parola -precisa. Vi è una legge psichica di cui fanno -testimonianza le storie di tutte le letterature, o -Signore: i due grandi fattori della poesia sono, da -una parte, l'aspettazione e la speranza che guardano -innanzi, dall'altra il ricordo e il desiderio -che si volgono indietro. La poesia o spera o ricorda. -Quando l'uomo ama nel parossismo della sua passione, -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -sia anche poeta come Dante e come Petrarca, -non aspettate da lui dei versi d'amore. I versi -d'amore egli li compone, e sono veramente degni -dell'arte, quando spera e sogna la felicità agognata, -oppure quando ricorda con dolcezza e con tristezza -la felicità che è fuggita da lui. Questi i due momenti -psichici, i due fattori veri della poesia. Quello -che avviene degli individui, doveva anche avvenire -nella grande collettività del popolo italiano. Non -è nell'orgasmo, non è nell'esaltazione, non è tra -le luminarie e i baccani e le ansie dell'aspettazione, -che la musa (la quale come disse Parini, formulando -un canone eterno dell'arte «orecchio ama -pacato e mente arguta e cuor gentile») poteva meditare -e comporre il grande carme degno degli avvenimenti. -</p> - -<p> -La poesia, lo ripeto, fu nei fatti. E se qualcheduno -di questi fatti vogliamo ricordare, io potrei -dirvi che la più alta poesia del Quarantotto esalò -da un meraviglioso accordo, che i fatti inaspettati -fecero balenare alle anime pensose e aspettanti di -tutto il mondo civile, tra l'amore della libertà e -l'amore della religione. Fu davvero un momento -storico, meraviglioso, o Signore; perchè, se voi percorrete -la storia del nostro Risorgimento, voi troverete -che nessuno ha mai detto e spero che nessuno -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -dirà mai che fra amor di patria e religiosità -vi sia un dissidio incompatibile. Ma è un fatto, -che una certa diffidenza fra l'una cosa e l'altra -vi è sempre stata, e purtroppo vi è ancora. Da -Dante Alighieri, di cui il cardinale Beltrando Del -Poggetto voleva disperder le ceneri perchè lo aveva -in odore di eretico, alle censure ecclesiastiche dei -libri di Antonio Rosmini, i sintomi e i sospetti di -questo dissidio (non diciamo ora per colpa di chi) -si sono sempre, più o meno, manifestati in Italia. -E non fu questa l'ultima causa (diciamolo con coscienza -d'uomini liberi) delle nostre divisioni e -della debolezza nostra di fronte alle altre nazioni! -</p> - -<p> -Poco prima dell'epoca di cui ci occupiamo, Giuseppe -Mazzini aveva inalberata una fiera tradizione -ghibellina, che non ammetteva patto nè temporale -nè spirituale col sacerdozio cattolico. Cesare Balbo -invece questo patto lo accettava e lo voleva. Si -formò insomma una tradizione neoguelfa accanto -a quella tradizione ghibellina; e gli animi ne rimanevano -perplessi e dolorosi; e le coscienze timide -non sapevano a cui fidarsi. L'amore di patria, come -tutte le sante cose che la natura istilla nel cuore -dell'uomo, mandava le sue querule voci, ma queste -voci parevano superate e fatte tacere da una voce -anche più autorevole.... Quando, a un tratto, ecco -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -che un vento liberatore spazza via tutta questa nebbia -e nel cielo rasserenato appaiono congiunte, affratellate, -la patria e la fede, perchè Pio IX dal balcone -del Vaticano aveva benedetto l'Italia.... Ecco -uno degli aspetti veramente poetici del Quarantotto! -Un altro aspetto egualmente poetico di questa -epoca, anch'esso intimamente connaturato colla -storia, risultò da questo, che il movimento politico -redenzionista suscitatosi nella penisola e in essa -maturato con lunga preparazione, mercè l'apostolato -del Manzoni, del Balbo, del Gioberti, del Rosmini, -del Troia, e dello stesso Mazzini, si differenziò -dai movimenti anteriori per la sua maggiore -modernità. Guardate infatti: dal '96 al '31 gli Italiani -erano insorti sempre in nome di un ideale classico -molto austero e molto elevato, ma un po' troppo -lontano dalla immediata percezione del nostro sentimento. -Era il grande ideale classico di Roma antica, -erano i fasci, i littori, la grande Repubblica -conquistatrice del mondo, e tutto quell'insieme di -reminiscenze e di anacronismi, che il Giusti aveva -già schernito colla frase «i grilli romani.» Invece -il Quarantotto, preparato da tutta una letteratura e -da tutta una cultura italiana più moderna, richiamò -il sentimento della nazione a qualche cosa di meno -devulso, di meno separato da noi. Per forza di avvenimenti -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -l'Italia del Quarantotto non mira più a -Roma antica, mira piuttosto al Medio Evo; voglio -dire a quello che il Medio Evo conteneva di tradizione -ancora viva, ancora permanente in mezzo -a noi. Lo stesso neoguelfismo aiutava in questo. -Quindi i poeti evocano, piuttosto che Roma antica -e Bruto e i Gracchi, la Lega Lombarda e le Crociate; -e i giovani volontari vanno al campo avendo -sul petto una croce fiammante che significa insieme -un ideale politico e religioso. Il Quarantotto evoca -i liberi Comuni d'Italia, insorgenti eroicamente in -nome dei loro civili diritti, in nome dei loro focolari -e delle loro chiese, e combattono e vincono l'Imperatore. -Legnano, Roncaglia; ecco i nomi che fervono -nelle menti, che splendono alla fantasia come -dei fari! -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -In questo il romanticismo ebbe la sua parte. -Tutte quelle evocazioni storiche uscite dalle liriche, -dai poemi e dai romanzi, avevano familiarizzato -le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne -con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -il Medio Evo. Tra quel cavalleresco medioevale e -i nuovi sentimenti suscitati dai fatti nuovi esisteva -una reale affinità, una corrente di simpatie e di -impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto -suscitare. Noi non guardavamo più al Campidoglio -e alla Legione antica, guardavamo al Carroccio, -guardavamo ai cavalieri della Morte, che -avevano giurato di morir tutti piuttosto che permettere -che l'altare del Comune benedetto dal Vescovo -cadesse in mano dello straniero. Un potente -alito di poesia cristiana correva nell'aria ed empiva -i cuori. -</p> - -<p> -Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande -poesia non nacque e forse non poteva nascere. Mancava -quella temperatura ideale nè troppo calda nè -troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere -e maturarsi della pura opera d'arte, della -poesia veramente degna di vivere nei secoli. Pensate -inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una gran -luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche -ombre. Io mi sono astenuto da qualunque giudizio -politico durante il mio discorso e non declinerò ora -da questo mio proposito, perchè voglio lasciare intera -libertà ai conferenzieri che mi succederanno -di giudicare uomini e cose; ma credo di non rendere -che un omaggio alla verità storica da tutti riconosciuta, -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -ripetendovi che il Quarantotto, se fu una -gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto -tutti quei fiori, molti rettili strisciarono.... E per -non essere trascinato dall'attraentissimo argomento, -mi contenterò di ricordare una sentenza di Massimo -d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni, -diceva: «Credevamo di essere degli uomini -e ci siamo accorti di essere dei fanciulli.» La sentenza -non potrà, io credo, essere tacciata di severità. -</p> - -<p> -E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe -punitrice. Vennero l'assassinio di Rossi, le sconfitte -Lombarde, le discordie pazze, le illusioni fanciullesche, -i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e -finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, -dopo avere per un giorno intero cercato la morte -sugli spaldi della fulminata città, dovette persuadersi -che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente -era perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere -un grande servigio alla sua povera Italia, togliendosi -di mezzo e lasciando il figliuolo, senza rancori e -preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti -della triste resa. -</p> - -<p> -Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe -essere argomento di un lungo discorso. Il giovane -Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni intorno era -circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -da diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena -comincia l'epoca dei tristi ricordi, ecco che la -poesia, come vera e grande opera d'arte, accenna a -rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre nel -canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro -dell'anima italiana quando intuona una solenne e -melanconica melodia all'arrivo delle sue fredde spoglie -dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo -era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina -ispirazione delle memorie! Il poeta, rivolgendo uno -sguardo indietro, trova accordi inusitati e crea una -visione che è una delle più potenti, non dubito di -affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia -di poeta italiano. Tutta la <i>Trenodia pel ritorno -delle ceneri di Carlo Alberto</i> è un misto di palinodie -dolenti e di speranze generose, di rimproveri -ai popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento -il poeta accenna a voler riunire gli uni e gli -altri in un sentimento profondo di pietà e di commiserazione -scambievoli, quasi col proposito di riprendere -insieme, ammaestrati dai comuni errori, -la via aspra e gloriosa. Ma poi, avvertito da un -istinto infallibile che lo spinge a fissare gli occhi -nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima -parola al giovane Re del Piemonte. E anche questa -parola, sussurrata all'orecchio del Monarca, in mezzo -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti maliaugurî, -che, come sinistri augelli, allora svolazzavano -intorno al trono, anche questa parola è improntata -di un profondo carattere di poesia: poichè è la -poesia della speranza! -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,</p> -<p class="i01">Per questa dolente nel fiero torneo,</p> -<p class="i01">Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">La croce sabauda, che ornò sette troni,</p> -<p class="i01">Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,</p> -<p class="i01">Raggiando sull'armi l'antico splendor,</p> -<p class="i01">Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,</p> -<p class="i01">Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,</p> -<p class="i01">Verrà benedetta sull'Adige ancor!</p> -</div></div> - -<p> -Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo -e nello stupore dei grandi avvenimenti non -aveva trovato la parola sua, ecco che la trova nei -giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire -la speranza! Quasi per dare una nuova conferma a -quella sentenza di Federigo Schiller: che le cose di -quaggiù, hanno bisogno di morire nella realtà, per -rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale dell'arte.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<h2 id="giusti">LA POESIA DEL GIUSTI</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">ISIDORO DEL LUNGO</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Chi dice «poesia del Giusti» (della quale, in -relazione con la poesia italiana, mi propongo parlarvi) -intende comunemente qualche cosa di agevole -e svelto, nato senz'ombra di artifizio, un -concepimento simultaneo e un'unione così schietta -d'idea e di parola, che la parola vela appena l'idea -senza punto impacciarla, e letto che si è ci pare -che la cosa non potesse proprio esser detta altro -che in quel modo lì. Nè fanno ostacolo il verso o -la rima: perchè i metri sono quasi sempre i più -snelli, i più vivaci, i più carezzevoli; nè il verso -chiede mai al metro nulla di più di quello che il -metro, secondo il suo naturale congegno e le pose -sue ovvie, conceda; e la rima, la rima sembra appostata -in fondo al verso a riceverlo a braccia aperte, -e che se vi accadesse di ripetere quelle cose conversando, -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -incappereste in quelle rime anche voi. Conversando, -sicuro; perchè il Giusti è il poeta più conversevole -che vi paia aver mai conosciuto: e quando -egli scherza con voi, voi ne sentite la voce, voi lo -vedete sorridere, e ammiccare, e comporre il viso, -come il discorso richiede; cosicchè non manchi a -quel tanto che la parola scritta ha di muto, non -manchi (tale è, leggendo, l'illusione) l'avvivamento -del tono, dello sguardo, dell'atteggiamento, del -gesto. -</p> - -<p> -Qual altro dei nostri poeti ci fa simile impressione? -qual altro ci procura sensazioni consimili? -</p> - -<p> -Ma la dimanda è troppo affrettata. Prima di -rispondere, bisogna, a voler rispondere con giustizia, -bisogna pure riflettere, se alcun altro de' nostri -poeti facili e piacevoli ci fa pensar tante cose e -tante altre sentirne; e dico, cose alte, nobili, a -pensare, profonde o commoventi a sentire; quante -si sentono o si pensano leggendo i suoi versi. Tutto -quel «piccolo mondo antico» fra il '31 e il '49, -che ci sfila gaiamente dinanzi per la lanterna magica -di quei componimenti motteggevoli e ironici; -co' suoi personaggi grotteschi e contraffatti, o disorpellati -delle loro lustre, o messi addirittura al -nudo del loro brutto e cattivo, o piantati alla berlina -con le loro debolezze, o trascinati al <i>redde -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -rationem</i> delle opere loro: cotesto piccolo mondo, -del quale egli v'invita a ridere, ve lo atteggia -per modo dinanzi, che nel giudicarne voi dobbiate -sempre fare appello ai sentimenti vostri migliori. -Al sentimento della rettitudine, nel giudicare i -Gingillini e i Girella, i Granchi e i Ventola, i Presidenti -di buon governo e i loro Birri a congresso — al -sentimento dell'umana dignità, nel far la -debita stima di quell'aristocrazia sfiaccolata, di -quei parassiti del regio rescritto, di quelle croci -di Santo Stefano sul petto dei mal arricchiti, di -quelle scritte matrimoniali combinate fra l'albagìa -spiantata e l'ambizione plebea: — al sentimento -della moralità educatrice, se motteggia sull'imperiale -e real giuoco del lotto, o sul reuma d'un cantante, -sull'abuso sentimentale del cloroformio, -sulle bugie degli epigrafai: — al sentimento sanamente -affermato della umana fraternità, se sfata -con ironica iperbole le pericolose utopie umanitarie, -le ipocrisie degli abolitori della guerra: — al -sentimento della pedagogia naturale, o diciamo -senz'altro al prezioso senso comune, se fra gl'Immobili -e i Semoventi rivendica la libertà del fanciullo -che i taumaturghi del metodo vorrebbero -plasmare a macchina, e averne fantocci tutti d'un -pezzo e d'un getto: — al rispetto delle memorie -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -ispiratrici, se vi descrive il ballo esotico nel vecchio -palazzo appigionato dai posteri di Farinata, -o scaglia sul viso dei gaudenti, dimentichi in carnevale -perpetuo, il brindisi che esalta le gloriose -quaresime degli eroi trecentisti: — alla carità -santa d'Italia madre, quando per l'incoronazione -austriaca sfilano in complice schiera i principotti -italiani; o lo Stivale fa, dall'orlo al tallone, la sua -storia dolorosa; o il poeta in Sant'Ambrogio di -Milano, fra que' poveri Croati e Boemi mandati qua -a odiare ed essere odiati, sospira una patria per se -e per loro; o inculca e ribadisce a quelle polizie -miopi e sordastre il <i>delenda Carthago</i> dell'indipendenza -dallo straniero; o protesta al suo Gino Capponi -contro l'insulto codardo alla Terra dei morti. -</p> - -<p> -E poi, quando lo scherzo ha meno alta intonazione, -e ritien più del bonario e del familiare, ma -sempre con qualche vena di malinconico; le Memorie -di Pisa, il Giovinetto romantico, il Profugo di -Rimini, l'Amor pacifico, il San Giovanni canonizzato -sugli zecchini d'oro, Momo salmista e predicatore, -le virtù della Chiocciola, il re Travicello; -nessuna di queste geniali comunicazioni della benevola -ironia del Poeta passa pel vostro spirito, -senza lasciarvi altresì qualche grano di moralità -gentile, fermentatrice di bene. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p> -E abbiate altresì presenti fin d'ora altre poesie -del Giusti (pur abbandonando alla bibliografia le -generiche e non caratteristiche, o nate morte che -vogliate chiamarle) abbiate, dico, presenti, fra le -vitali e vive quelle che non appartengono alla -sua Satira: nelle quali, sia nelle poesie che chiamerei -addirittura sentimentali, sia in quella Canzone -reminiscente all'Alighieri maestro, egli è -quanto alla forma un altro poeta, ma l'anima del -Poeta, anche in codeste liriche, voi la sentite pur -sempre la stessa. -</p> - -<p> -Poeta, dunque, di profondo sentimento è, per sua -propria missione, questo pur così amabile ed agile -verseggiatore; questo umorista è, innanzi tutto, un -moralista; questo satirico, nell'atto che ammonisce -e sgrida, altresì persuade e commuove. E rilevati -espressamente tali suoi caratteri, i quali è facile -si accompagnino a difetti di aridità, pesantezza, -accigliatura pedantesca; se, tuttavia, ci rinnoviamo -la dimanda: Chi altri de' nostri è, alla pari del -Giusti, poeta (come mi è venuto detto) conversevole? -la risposta, nella quale credo dobbiamo convenire -lettori e critici, è che nessun altro. -</p> - -<p> -Di quanti altri, invero, sappiamo a memoria -tanto e così svariatamente e a pezzi e bocconi, -quanto di lui? E non è un saperne a memoria per -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -averne voluto o dovuto imparare; è l'essersi egli -fatto imparare senza che noi ce ne accorgessimo, -solo per quel farci tanto pensare e sentire, con -immagini e parole e locuzioni e rime trovate così -a proposito e tanto di nostro genio: -</p> - -<p> -Dal -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Girella, emerito</p> -<p class="i01">di molto merito,</p> -</div></div> - -<p> -al <i>Credo</i> bestemmiato da Gingillino, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Io credo nella Zecca onnipotente</i></p> -<p class="i01"><i>e nel figliuolo suo detto Zecchino;</i></p> -</div></div> - -<p> -dalla Ghigliottina a vapore, che -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">fa la testa a centomila</p> -<p class="i01">messi in fila,</p> -</div></div> - -<p> -alla visione papale del Gioberti, di -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">prete Pero, buon cristiano</p> -<p class="i01">lieto semplice e alla mano,</p> -</div></div> - -<p> -che -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">vive e lascia vivere;</p> -</div></div> - -<p> -dalla -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">pallida capelluta</p> -<p class="i01">parodia d'Assalonne,</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -alla coppia felice, che -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">l'amorosa si chiama Veneranda</p> -<p class="i01">e l'amoroso si chiama Taddeo;</p> -</div></div> - -<p> -dal giro pe' chiostri -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">contando i tumoli</p> -<p class="i01">degli avi nostri,</p> -</div></div> - -<p> -alla partenza da Pisa, lasciando -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">la baraonda</p> -<p class="i01">tanto gioconda;</p> -</div></div> - -<p> -dal -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Viva la Chiocciola,</p> -<p class="i01">viva una bestia</p> -<p class="i01">che unisce il merito</p> -<p class="i01">alla modestia,</p> -</div></div> - -<p> -all'esopiano re Travicello -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">piovuto ai ranocchi;</p> -</div></div> - -<p> -dal più o meno manzoniano -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Apollo tonsurato</p> -<p class="i01">che dall'Alpi a Palermo</p> -<p class="i01">insegna il canto fermo,</p> -</div></div> - -<p> -alla patriottica baffuta Babele, che succhia -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">sigari e ponci;</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -</p> - -<p> -dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», -al padre X. conservatore dello <i>statu quo</i>: dal Congresso -di Pisa che suscita le escandescenze del solito -Rogantino, tirannetto -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">da quattordici al duetto,</p> -</div></div> - -<p> -all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa -d'oggi, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Nè mai tanto apparato</p> -<p class="i01">d'anni crebbe congiunto</p> -<p class="i01">all'umor moderato</p> -<p class="i01">di non provarle punto.</p> -<p class="i01">Dormi, Europa, sicura:</p> -<p class="i01">più armi, e più paura.</p> -</div></div> - -<p> -Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno -de' nostri poeti c'è come il Giusti affiatato -e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo: — Donde -attinse egli tale sua qualità? Fu natura? -fu magistero? Ne trovò egli, studiosamente cercandolo, -il segreto? o senz'altro, gli venne fatto -così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori, -questi non si rinvengono, anche ragguagliando -uomini a tempi, arte a vita sociale e civile, -nè fra i Satirici propriamente detti, dall'Ariosto -pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -urbani, che dai Latini anche più direttamente -assumono il Sermone e l'Epistola: e neanco poi, -dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal Berni -pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? — -</p> - -<p> -Infatti, la satira del Cinquecento, della quale -l'Ariosto è rappresentante meraviglioso, riflette -spiccatamente il Rinascimento, che tutta informa -la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed -è ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, -poesia signorile e dotta. La satira dei Secentisti, -anche quando col Menzini si atteggia a vivacità -fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua -dominante la declamazione retorica e l'amplificazione -curiale. L'Alfieri poi, sfrondando cotesto frascame -a buon dritto, però dissangua e stecchisce; -e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in -lui difetto la spontaneità della lingua. Inoltre, il -metro consacrato alla Satira è la terzina, la grave -e magistrale terzina; come del Sermone è il verso -sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il -Parini magistralmente atteggia e trasforma: metri, -l'uno e l'altro, nei quali la virtualità epica -prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato -sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, -rispetto a chiunque di quelli scrittori, troppo siamo -discosti dalla maniera del Giusti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -</p> - -<p> -E questa medesima ragione del metro, già di -per se pone distacco assai fra lui e i cosiddetti burleschi, -sinchè la forma tradizionale anche di costoro -séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente -Berni e dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri -o allo sprolungato Fagiuoli o al Saccenti -triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a -quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa -de' poemi giocosi; la stanza narrativa, in sesta o -ottava rima, che altri novellando (innominabili) -avevano esercitata più o meno toscanamente, e che -il Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità -nuova; e quando il Guadagnoli, con maggior -toscanità di chicchessia, assume cotesta umile e -svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando -ad essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, -il settenario, il quinario; — soltanto allora -la poesia burlesca toscana ci fa presentire il -Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: -chè chi senz'altro lo aggregasse a quella famiglia -di scrittori con la quale pure qualche attacco, -massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe, -più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe -e al Pananti e al Guadagnoli aggiungere una -coerenza d'intendimenti sì civili e sì d'arte, che -nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -al Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, -trasandatezza, dalla quale invece egli anche -ne' suoi primi tentativi, anche in quelli un po' birichini -e della vecchia maniera, quasi per istinto, -si tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito -dire: «Vedete come la poesia burlesca, nel secolo -decimonono, si è svolta di mano in mano, dal Pananti -passando al Guadagnoli, e da questo salendo -al Giusti.» Il fatto è, che essa in que' due rimase -burlesca; e nel Giusti, conservando ma nobilitando -l'impronta sua paesana, addivenne lei la Satira -nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con -ben altro vigore di effetti le veci. -</p> - -<p> -E nata satira più specialmente della regione -toscana, addivenne popolare in tutta Italia, sì perchè -a Italia tutta aveva il cuore il Poeta, e sì per -le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in altre -regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti -imitare tollerabilmente, come potè essere quella del -Guadagnoli dal Fusinato veneto. L'Italia ebbe dalla -Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase poi all'idioma -meneghino la gloria del Porta artista sovrano; -e il Piemonte patriottico ebbe un di mezzo -fra il Giusti e il Béranger nelle <i>Canzonette</i> dialettali -di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco, -il Belli atteggiò a epigramma popolare quel -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -vecchio peccatore aristocratico del Parnaso italiano, -il Sonetto; ve lo atteggiò con arguzia che direi -non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo -pisano, i Sonetti di Renato Fucini. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Ma tornando al Giusti, il quesito sulla originalità -della sua poesia, fu, almeno indirettamente, -cioè in questi altri termini, — come fosse ella -fatta, e in che assomigli o dissomigli a poesia di -altri, — fu proposto assai prima che si curiosasse -di critica quanto oggi; e dette occasione a uno -scritto di Gino Capponi, che è, ad un tempo, e la -testimonianza più autorevole anzi l'autentica, e la -critica più intima, che della poesia del Giusti si -sia avuta, anche dopo le belle pagine del Carducci, -del Panzacchi, del Camerini, del Martini, del Masi, -del Biagi. Rispondeva il Capponi nel maggio del -1851, appena un anno dopo la morte del caro -ospite suo, a un articolo del critico francese Gustavo -Planche, il quale era venuto narrando a' suoi -compatriotti, essere il Giusti una sorta d'improvvisatore -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -che, impaziente o incurante delle bellezze -di stile, accettava senza pensarvi la prima parola -che gli scendeva giù per la penna: perciò privo -di vivezza, di eleganza, di precisione, di tutte insomma -le doti proprie d'uno scrittore che ami e -rispetti l'arte sua. Al che il Marchese, con quel -suo sorriso benevolo che gli abbiamo conosciuto e -quella temperanza che tanto più gravi quanto più -miti faceva le sue sentenze, rispondeva, quello -essere il ritratto non dell'amico suo ma di altri -poeti (i burleschi appunto del penultimo periodo), -diversi tanto dal Giusti, quanto «l'età decorsa, -in ciò ch'ella ebbe di più sfrontato, discostasi -dal sentire della nostra, e dalle norme ch'essa -impone ad un'anima e ad una lingua naturalmente -gentili.» Di questa lingua avere il Giusti, -dai grandi scrittori e dal popolo, anche campagnolo, -tratto tutto quanto è di più fino ma insieme -di più nascosto, mediante un senso squisito -suo proprio, educato sui classici latini e nostri, ed -un grande studio ch'egli poneva con ostinata perseveranza -nello scegliere le voci e collocarle industriosamente. -Da ciò esser venuta alla sua poesia -una efficacia piuttosto condensata e ristretta, «intesa -com'ella è a penetrare più addentro»; tantochè -aveva egli finito col quasi «negare parte di -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -sè alla spedita intelligenza di molti degl'Italiani -suoi» (il che è verissimo, e i commenti venuti -dopo lo dicono), non che dei Francesi. E a questi -più particolarmente volgendosi, e «sfidando la -Francia tutta» a cogliere il valore di certi motti -giustiani, come quello (negli <i>Eroi da poltrona</i>) -sulle sorti future d'Italia «Vattel'a pesca», adduceva -il Béranger, «nome» dice il Capponi «che -riviene spontaneo a proposito del Giusti»; e dichiarava -che non avremmo noi osato, sebbene tanto più -familiari e alla lingua e alle cose di Francia che -non alla lingua e alle cose d'Italia i Francesi, -non oseremmo noi, e saviamente, dare sentenza sul -Béranger (come nè su certi altri quasi indigeti di -quella letteratura, quali il Lafontaine, il Rabelais), -per non risicare di giudicarlo piuttosto facitor di -canzonette che poeta. L'onore del qual nome, nel -senso di artefice consapevole, e in queste due cose -soprattutto insigne, «squisitezza di forma, finezza -di espressione», rivendicava egli al Giusti contro -la condanna pronunziata dal Planche, che «i versi -suoi non vivrebbero». -</p> - -<p> -È passato ormai mezzo secolo; e quei versi vivono, -e si ristampano, e (come il Capponi presentiva, -nè gliene faceva lode) ce li commentiamo: -di che non credo che per quelli del Béranger, ed -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -è pregio suo e della lingua, si sia mai sentito in -Francia il bisogno; perchè, cominciando dall'arietta -sulla quale, canzon per canzone, sono intonati, è in -quelli tutto il di fuori che s'è accolto nell'anima -del poeta, e ne rivola fuora trillando; laddove il -Giusti (che ammirava il Béranger; ma quando lo -chiamavano il Béranger italiano, ci faceva, e non -soltanto per modestia, le sue brave eccezioni, cominciando -da questa: d'averlo letto dopo essersi -«imbarcato da un pezzo») il Giusti aveva lavorato -la propria forma con un intendimento del tutto -soggettivo e di sua iniziativa, pur mirando a «farsi -interprete delle cose che gli stavano d'intorno». -Ed invero le forme di que' due Satirici del vecchio -mondo, che nel contrasto fra i due secoli «l'un -contro l'altro armato» era destinato a frantumarsi, -tanto poco, anzi nulla, avevano che fare insieme, -che a tentar di adattare (come qualcuno si è provato) -alle <i>Chansons</i> la toscanità degli <i>Scherzi</i>, -anche quando i soggetti combaciano e si rasentano, -si va nel goffo; e qualche imitazione in stile giustesco -dal Béranger, per esempio, dal <i>Bon Dieu</i> -quella del <i>Creatore e il suo mondo</i>, è, fra le apocrife -appioppate al Giusti, delle più intrinsecamente -aliene, nonostante le apparenze, dal fare autentico -e legittimo di lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -Il quale, è poi da aggiungere che se avesse potuto -ascoltare il giudizio del critico francese, non -ne avrebbe fatte grandi meraviglie, perchè già si -era trovato, com'egli ci racconta, a sentirsi dimandare -da un tale qui in casa sua, se avesse letto -altro che romanzi e giornali; e ci racconta altresì, -come «prontissimo ad immaginare, e assai lesto -ad abbozzare, era poi una tartaruga a dare l'ultima -mano, e credeva che la morte sola gli -avrebbe portato via il pennello de' ritocchi»: -dichiarando espressamente, che quel suo «modo di -dir le cose alla casalinga» non provava nulla, e -che pur troppo il suo difetto era di non contentarsi -mai. E séguita confessando le proprie colpe: -la stringatezza cercata; lo studio di apparire; l'aver -avuto a combattere con quei metri, «facili in apparenza, -difficilissimi in sostanza; i quali se non -ti fai sostegno dell'inversione, ti slabbrano da -tutte le parti», e la inversione poi va a finire -nello «scontorcimento». «Gino Capponi mi -aveva ammonito più e più volte d'andar per le -piane, d'esser semplice e corrente, di lasciare le -lambiccature, le finezze sopraffini, le frasi e le -parole vistose; perchè, dice il proverbio, chi -troppo s'assottiglia si scavezza.....» Insomma, a -lasciarlo dire, e a dargli retta senz'altro, cioè senza -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -far la tara all'ipocondria di quel povero organismo -malato, si finirebbe..... altro che l'«improvvisatore» -denunziato dal Planche, o il «poeta conversevole» -che io ho cominciato, Signore mie, dal -ripresentarvi come una vecchia comune conoscenza.... -si finirebbe, dico, a concludere che Giuseppe Giusti -è uno dei più pedanteschi e impacciati scrittori che -abbiano mai esercitata la pazienza delle nove sorelle. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei -suoi, anche de' maggiori, riassunta alle -lettere la toscanità della lingua, tornando alle fonti -genuine del parlar popolare, ma questo poi atteggiando -con vigoria d'artista in quelle forme di satira -che gli eran balzate alle mani, nemmen lui -sapeva come, e esperimentatele dapprima in gingilli -di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli e volgarucci, -con molta diffidenza di sè medesimo, le -aveva poi deliberatamente elette siccome acconcie -al suo disegno, quale gli si era venuto maturando -nella mente. E questo era di far servire la Satira -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, -verso cui tutte convergevano, serrandosi sempre in -più stretto fascio, le volontà e le intelligenze italiane; -e di questo ufficio della Satira vera e propria -privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» -son sue parole «dalla vana chiacchiera, -dalla disonestà, dalla inutilità, che l'hanno -«deturpata anco nelle mani dei maestri». Su -qualche tentativo da lui fatto di poesia politica -nelle forme tradizionali di tanti canzoneggiatori -mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: -«prosa rimata». -</p> - -<p> -La poesia d'intendimenti politici era in Italia -rampollata naturalmente da quella d'intendimenti -civili del Parini e dell'Alfieri; e più particolarmente -il nome di questo, con gli ideali suoi di -antiche virtù repubblicane e col disdegno di tutto -quanto non fosse sinceramente italiano, era rimasto -simbolo di quella italianità, le cui tradizioni, conservate -e alimentate dalla letteratura lungo i secoli -di servitù e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare -in novello ordine di cose, occasioni propizie -dalle esteriori vicende. Fra queste vicende si trabalzò, -nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero, -la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile -di poeta senz'anima di cittadino, <i>canto di Virgilio -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -senza cuore di Dante</i>: — di mezzo a quelle -vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico -e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, -sentì che non era Italia in quelle «reggie adulate -dove il ricco e il dotto e il patrizio vulgo si seppellivano»; -e al risorgere di un «futuro popolo -italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò -auspicii degni dai Sepolcri di Santa Croce: — e a -questi sepolcri pure si volgeva, pallido della breve -esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava come -altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al -valore italiano, prodigato in terra straniera per gli -stranieri derubatori della nostra, evocava la trenodia -di Simonide sui Trecento morti con Leonida -per la patria. Erano le voci della grande arte antica, -erano le virtù della civiltà grecolatina, che -nella latina penisola si risvegliavano spontanee, -prenunciatrici legittime della rivendicazione nazionale. -Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la -caduta di Roma pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, -di su le quali, all'ombra conserta del Papato -e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per -dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che -inneggiato prima a Cristo liberatore dell'umanità, -affigurava poi sotto più aspetti, e con le forme oggettive -del dramma e del romanzo, nelle intrusioni -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre -fratricide degli Stati indipendenti, nelle vergogne -lacrimevoli dell'oppressione spagnuola, tutta la storia -luttuosa delle servitù italiche; e in nome della -cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre -nazioni, la esistenza d'una nazione italiana. Era la -voce di Alessandro Manzoni, ed era la prigionia del -Pellico, erano dall'esilio i canti del Berchet e del -Rossetti, erano sulla scena classica o medievale le -figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo -quelle del Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano -i moti del '21 e del '31, e mantenevano, invitto -a tutte le repressioni violente, non mai sodisfatto -sin che avesse trionfato, il sentimento della patria. -</p> - -<p> -Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete -in quella forma di poesia, dove la servitù -non pure aveva impedito le manifestazioni della -verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la sostituzione -della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, -della bugia. Ed era complemento oggimai -necessario, massime dopo i casi del '31 e l'avvento -regio della borghesia in quella Francia ormai da -più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico -europeo, era, dico, necessario che la poesia -nostra non solo derivasse dal passato le grandi ispirazioni -e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -i rimproveri, ma per entro al presente valesse e -sapesse rimuginare il bene e il male della vita -quotidiana, e in vive figure atteggiarlo: nè ciò poteva -fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione -la veste dell'ironia, dello scherzo, dello -scherno; nè questa veste poteva contessersi che di -forme per eccellenza idiomatiche, cioè a dire toscane. -Con tale concetto aveva il Leopardi data -forma alla sua Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo -con felicità di grande artista il poemetto -eroicomico; non però aspirando certamente -con quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità -di lettori, di recitatori, d'imitatori. Con tale -concetto Cesare Correnti, salutando anonimo l'anonimo -Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature», -dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni -dell'Alighieri alle calme e solenni proteste -del Manzoni, la poesia non disertò mai la -causa della patria e della sventura, non disperò -mai della giustizia di Dio e dell'avvenire del -Popolo», diceva che ben da Milano, quartier -generale degli oppressori, eran venute le «melodie -rossiniane» del Berchet, «ma dall'arguta Toscana, -dalla patria del Berni e della commedia -italiana, doveva venire il poeta popolare della -satira e dello scherno». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Di quale satira e di quale scherno, e in quanto -simile e in quanto no a quelli dei predecessori, il -Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino tra carnevale -e quaresima, che intitolò <i>I brindisi</i>. Dove -egli, raccolti in brigata i tipi appunto della sua -satira, fa prima brindisare l'abate volterriano nelle -solite sestine da colascione, lardellate di equivoci -tra il grasso e il magro, il sacro e il profano; e -poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario -è come l'aculeo dell'ape che sfiora e della -vespa che punge, dà l'aíre al «Brindisi per un -desinare alla buona»: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">A noi qui non annuvola il cervello</p> -<p class="i01">la bottiglia di Francia e la cucina,</p> -<p class="i01">lo stomaco ci appaga ogni cantina</p> -<p class="i11"> ogni fornello.</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Chi del natio terreno i doni sprezza</p> -<p class="i01">e il mento in forestieri unti s'imbroda,</p> -<p class="i01">la cara patria a non curar per moda</p> -<p class="i11"> talor s'avvezza.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span></p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">O nonni, del nipote alla memoria</p> -<p class="i01">fate che torni, quando mangia e beve,</p> -<p class="i01">che alle vostre quaresime si deve</p> -<p class="i11"> l'itala gloria.</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti</p> -<p class="i01">ciò che le rape un dì fruttaro a voi;</p> -<p class="i01">in casa vostra, o trecentisti eroi,</p> -<p class="i11"> comandan gli osti.</p> -<p class="i01">E strugger poi, crocifero babbeo,.....</p> -</div></div> - -<p> -Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, -col pretesto del caffè; e il poeta ci regala -la parte rimastagli in tal modo fra il bicchierino -e la chicchera: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E strugger puoi, crocifero babbeo,</p> -<p class="i02"> l'asse paterno sul paterno foco,</p> -<p class="i02"> per poi, briaco, preferire il cuoco</p> -<p class="i11"> a Galileo;</p> -<p class="i01">e bestemmiar sull'arti, e di Mercato</p> -<p class="i02"> maledicendo il Porco, e chi lo fece,</p> -<p class="i02"> desiderar che ve ne fosse invece</p> -<p class="i11"> uno salato?</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Oh beato colui che si ricrea</p> -<p class="i02"> col fiasco paesano e col galletto!</p> -<p class="i02"> senza debiti andrà nel cataletto,</p> -<p class="i11"> senza livrea.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -</p> - -<p> -Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in -contrapposto, annotava egli stesso, alle «brutte facezie, -che hanno avuto voga per tanto tempo, -lusingando l'ozio e la scempiataggine». -</p> - -<p> -E nella «Origine degli scherzi», altra saffica -che ben a ragione è stata chiamata la sua «Arte -poetica», dice come, dopo avere da giovine «sbagliato -se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», -la coscienza aveva rettificata la sua vocazione, -e di mezzo alle due scuole d'allora de' Classici -e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira -sua paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», -satira nutrita d'amarezza e di sdegno, «riso che -non passa alla midolla», come quello del saltimbanco, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">che muor di fame, e in vista ilare e franco</p> -<p class="i11"> trattien la folla.</p> -</div></div> - -<p> -E «a uno scrittor di satire in gala» -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Vedi piuttosto</p> -</div></div> - -<p> -diceva -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> di chiamare al banco</p> -<p class="i02"> i vizi del tuo popolo in toscano,</p> -<p class="i02"> di chiamar nero il nero e bianco il bianco,</p> -<p class="i01">e di pigliare arditamente in mano</p> -<p class="i02"> il dizionario che ti suona in bocca,</p> -<p class="i02"> che, se non altro, è schietto e paesano.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<p> -Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi -parrebbe ormai l'ora, prima che s'esca dal secolo -che fra poco a chiamar nostro rimarremo soli noi -vecchi. È stata una superba malinconia de' signori -ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), -una malinconia superba o piuttosto una iattanza -vana, questa: che solamente a' dì nostri la letteratura -italiana si sia giovata della lingua viva o, -come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a -rovescio e in onta di quel gran signore che fu il -Cinquecento, il quale, a sentir cotesti scriventi loro -soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso accozzatore -di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi, -di periodi ciceroniani. La verità vera è -invece, che ciascun secolo ha scritto la lingua che -parlava, finchè e nello scrivere e nel parlare non è -entrata, con la servitù politica e, peggio con la -intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; -il che fu solamente dopo passato il Secento: -e che se a' nostri giorni, col rivendicare il -diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo -altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il -carattere; se per la restaurazione di questo nella -lingua, si è voluto e saputo, dopo la regressione al -nazionale antico operata artificialmente ma non -senza utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -interrogando il popolo, e cioè il popolo di -quella fra le regioni nostre che sola non abbia -dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni -parrebbe, che la letteratura italiana incominci -da quando si è racquistato il sentimento italico -della toscanità; da quando l'unità della lingua in -Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di -lettere dal Bembo al Monti, è divenuta una cosa -dimostrata col fatto, meglio che con le teorie, dall'Autore -dei <i>Promessi Sposi</i>; nè che il Giusti (per -tornare al nostro argomento) sia quello fra i poeti -che abbia, lui per primo, dato l'esempio del «pigliare -arditamente in mano il dizionario che ci -suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle -sue prefazioni, definì la propria «un genere di poesia -che può avvantaggiarsi di tutta la lingua scritta -e di tutta la lingua parlata». -</p> - -<p> -Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un -argomento a sè, il mostrarvi come cotesto dizionario -si è saputo maneggiar sempre e da tutti, -grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o -quello stile (perchè altro è lingua, altro è stile) -fatti invalere fra gli scrittori dall'autorità preponderante -di questo o quello fra i nostri solenni maestri, -e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio -e dal Petrarca. Mi contenterò (e non voglio entrare -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -nella prosa, solamente perchè vi parlo di poesia) -mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno -che Dante. Non per la <i>Commedia</i>: la quale -pure sappiamo oramai quanto grande portato ella -sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e -Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema -mostrano com'egli ne sentisse tutta l'<i>attualità</i>, -di contenuto e di forma); non pel Poema, dico, -ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco -dopo il 1290, e che da quanto erano, diciamolo -pure, piazzaioli, non si volevano nemmeno riconoscere -per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e -del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, -al Purgatorio fra i ghiotti), col quale fanno a dirsele -a botta e risposta con quello zelo che in simili -casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi -raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di -giovinastri con un certo <i>Saggio di lingua parlata -del Trecento cavato dai Libri criminali di Lucca</i> -da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario -«schietto e paesano» del Giusti il divino -Poeta lo sfoglia, pe' suoi tempi, con abbastanza -modernità. L'altro esempio è di messer Angelo -Poliziano, il poeta dell'<i>Orfeo</i> e della <i>Giostra</i>, il -principe degli umanisti nel Rinascimento, che però -fu anche il gaio rimatore delle Canzoni a ballo e -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio -solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto -sboccate poesiole, e ne sceglierei due che si potrebbero -intitolare, l'una <i>Il segreto d'amore e la confessione</i>, -e l'altra <i>Il galletto, la chiocciola e la nave -in porto</i>; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, -che nella sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile -non le abbia mai lette, avrebbe potuto ricusare -all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso -il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, -si arrogava a buon diritto, di non avere «svisato -i propri concetti» per l'ambizione di «tradurre sè -stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine, -leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le -strofette incantevoli del Poliziano, non avranno -avuto alcun bisogno di ritradurre. -</p> - -<p> -Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca -e la comica del Cinquecento, e nell'età di -decadenza que' tali poeti con cui vedemmo che il -Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. -Il Fagiuoli, in quel suo interminabile profluvio di -Capitoli slombati, ha qua e là, a sprazzi, dei quadretti -di genere, dove la lingua fiorentinissima (e -ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente -que' suoi fantoccini dal vero. E il Saccenti, -dipingendo, pur dal vero, la vita di provincia -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga -del Poeta di Teatro ne' primi decennii del -secolo; e il Guadagnoli, la Toscanina patriarcale -dell'ultimo Lorenese, e il <i>tran tran</i> di quel mondo -che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, -andava da sè; non vengon meno, nè il Saccenti -nè il Pananti nè il Guadagnoli, — mentre il -buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente -a scrivere le sue Satire in classico stile — non -vengon meno davvero al dizionario che sonava -in bocca dei loro valdarnesi e mugellani, e dei fedeli -abbonati d'anno in anno al prezioso lunario -di Sesto Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi -dialoghetti del Sesto Caio (il <i>Baccelli infreddato</i>, -per esempio, o il <i>Baccelli zoppo</i>, o dello stesso -Guadagnoli il bozzetto villereccio di <i>Gosto e Mea</i>), -certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con -lo zio prete, i battibecchi dei commedianti fra loro -e col poeta), se non raggiungono l'efficacia drammatica -che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili -delle <i>Istruzioni a un emissario</i>, della <i>Spia</i> -dopo le riforme, dei dopopranzo di Taddeo e Veneranda, -delle disperazioni della moglie di Maso nel -<i>Sortilegio</i>, son tuttavia derivazioni dalla medesima -fonte che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo -sopra a quelli altri, perchè nessuno di essi seppe -o volle adoperare e temperare la lingua del popolo -toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; -e nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il -Giusti ci aveva, e che espresse nelle poesie che ho -chiamate sentimentali; <i>All'amica lontana</i>, <i>Affetti -d'una madre</i>, <i>La fiducia in Dio</i>, <i>Il sospiro dell'anima</i>, -<i>A Roberto nel 1841</i>, <i>A una giovinetta -nel '43</i>, e in quella stupenda, nona rima fra il '46 -e il '47 a <i>Gino Capponi</i>, dov'egli, in cospetto -del rinnovamento italiano e delle speranze magnanime, -pronuncia il <i>non sum dignus</i> d'essere il -censore del suo popolo risorto e ringiovanito. È il -Giusti, che gareggiando con lo scalpello del Bartolini, -scolpisce in un verso -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">quasi obliando la corporea salma</p> -</div></div> - -<p> -l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza -quaggiù. È del Giusti quella sublime espressione -de' suoi ardimenti e sgomenti d'artista: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,</p> -<p class="i01">or mi sento co' pochi alto levato,</p> -<p class="i01">ora giù caddi e vaneggiai col volgo!</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i02"> E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span></p> -<p class="i01">che al genio è donna, e figlia è di natura,</p> -<p class="i01">e in parte ha forma della madre, e in parte</p> -<p class="i01">di più alto esemplar rende figura;</p> -<p class="i01">come l'amante che non si diparte</p> -<p class="i01">da quella che d'amor più l'assicura,</p> -<p class="i01">vagheggio, inteso a migliorar me stesso,</p> -<p class="i01">e d'innovarmi nel pudico amplesso</p> -<p class="i01">la trepida speranza ancor mi dura.</p> -</div></div> - -<p> -Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli -Scherzi, i versi più belli forse ne' quali abbia mai -parlato la madre al figliuolo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Goder d'ogni mio bene</p> -<p class="i01">d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;</p> -<p class="i01">io della vita nella dubbia via</p> -<p class="i01">il peso porterò delle tue pene.</p> -<p class="i02"> Oh se per nuovo obietto</p> -<p class="i01">un dì t'affanna giovenil desìo,</p> -<p class="i01">ti risovvenga del materno affetto!</p> -<p class="i01">nessun mai t'amerà dell'amor mio.</p> -<p class="i02"> E tu nel tuo dolor solo e pensoso</p> -<p class="i01">ricercherai la madre, e in quelle braccia</p> -<p class="i01">nasconderai la faccia;</p> -<p class="i01">nel sen che mai non cangia avrai riposo.</p> -</div></div> - -<p> -Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi -versi si effonde, talvolta, se volete, con un certo -languore lamartiniano, ma altresì con una delicatezza -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -d'imagini e soavità di concetti e nitidezza -di frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune -maniera di certo romanticismo morboso; di -cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto gentile; -non c'è quasi poesia delle sue satiriche che -non ve ne trapeli qualche stilla: in alcune poi, -come nel <i>Sant'Ambrogio</i>, l'affetto è la nota dominante. -Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere -«di carità nell'onde temprato l'ardito ingegno, e -tratto dallo sdegno il mesto riso.» -</p> - -<p> -E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia -uno dei distintivi nobilissimi della sua poesia, meno -mi capacito, anche solamente per questo, come -«scrittore di piccola mente» potesse (dispiace ricordarlo) -potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò -Tommasèo. E si avverta che il Tommasèo stesso, -scrivendo al Capponi, riconobbe «elaborate e maestrevoli» -le poesie del Giusti, vide in quel lavorío -i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, -gli parve che negli sdegni e sogghigni -«del poeta, il cuore non parlasse». E pregò il -Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come -vedemmo, d'altro sì l'ammonì, ma non di questo. -Nè so invero chi possa, pur reverente all'autorità -del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi. -Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -più difetti che virtù, nelle poesie del Giusti; la -stessa sorte ebbero, presso l'austero critico, il Foscolo -e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come -egli disse, «celie profane», e metteva fra queste -anche il combinarsi alcune bizzarrie metriche, che -al Giusti avean fatto comodo, con l'innodia popolare -della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» -e senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri -satirici toscani, dai quali il Giusti si staccò, come -vedemmo, e si sollevò: in lui, anche sottoposto a -giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere -altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; -e fra i restitutori della italianità, nel secolo -che doveva finalmente veder rivendicata l'indipendenza -e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano -il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza -di Alessandro Manzoni. -</p> - -<p> -Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore -d'assai; e francamente può dirsi che nelle sue -prose, troppo spesso prevalga la maniera all'ispirazione. -Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici -della lingua parlata che dicevo poco fa. Stando -ai loro criteri, si sarebbe dovuto scriver tutti a -quel modo, e concluderne che solamente dopo sei -secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. -Era un po' forte ad ammettersi; e quel -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -vampo scolastico ha cominciato da un pezzo a dar -giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite -lodi consimili, e che sopra teorie di tal fatta ci -avrebbe architettato volentieri uno di que' suoi -scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie non -più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la -martellava, e come! Tormentava persino le lettere -che scriveva agli amici; e il suo Epistolario, anche -quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato -genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, -anzi più espressa e sensibile. Quei difetti che abbiamo -sentito il Capponi rilevargli, e che egli riconosceva, -nella prosa stridono anche di più: perchè -sono difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; -e la poesia, anche la familiare e satirica, -consente alquanto più, che non la prosa, la ricerca -del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo -stesso significa) la squisitezza. Non è qui -il caso nè il luogo: ma se volessimo esemplificare, -sia dalla prosa sia anche dai versi, si farebbe capo -le più volte ad abusi di locuzione figurata, con -elementi non sempre coerenti fra sè e col soggetto, -qualche altra volta a frasi e costrutti un po' sforzati; -come pure non è lodevole certo scintillío di -concetti continuato, che finisce con l'ingenerare -stanchezza e monotonia. Tuttavia il Camerini, che -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -fa anch'esso' quest'appunto della squisitezza, ha -altresì queste parole: «Ma quella lettera a Drea -Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce -con la mirabile dipintura del ballo villereccio in -casa del notaro, è bella come le sue più belle -poesie.» E dice bene. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Nè per ultimo possiamo, anzi non dobbiamo, dimenticare -ch'egli morì a quarant'anni. Morì col -presentimento che la sua poesia fosse finita con lui, -ed augurando che fosse. «Sento» scriveva nel '47, -ma però nell'atto di raccogliere i suoi versi, -«Sento che questo modo di poesia comincia a essere -un frutto fuori di stagione, e vorrei elevarmi -all'altezza delle cose nuove che si svolgono dinanzi -ai nostri occhi con tanta maestà d'andamento..... -Se mi darà l'animo di poterlo tentare, -certo non me ne starò: se poi non mi sentissi -da tanto, non avrò la caponeria d'ostinarmi a -sonare a morto in un tempo che tutti suonano -a battesimo». E nel '48, preparando un'altra -edizione, che doveva pur troppo uscir postuma nel -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -'52 per cura del Capponi e del Tabarrini: «Perchè -dovrei ostinarmi a straziare chi s'è corretto, se -io appunto non desiderava altro che tutti ci correggessimo? -E vero che agli errori e ai vizi di -tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori delle -cose recenti: ma io, lieto di vedere aperta la via -del bene, non ho più cuore di menare attorno -la frusta; e col mio paese ringiovinito, ritorno -anch'io ai sogni sereni e alla fede benigna della -primissima adolescenza. E questa fede posso dire -non essersi spenta mai nell'animo mio; e il non -aver derisa la virtù, e la stessa mestizia del verso -sdegnoso, spero che valga a farmene larghissima -testimonianza». Erano i giorni de' quali l'amico -Panzacchi ha evocato qui, o Signore, dinanzi a Voi -la giovinezza e la poesia; e in quei giorni appunto, -il Giusti con parole di cittadino e d'artista, degni -l'uno dell'altro, aggiungeva: «Ora che il popolo, -eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua maravigliosa -epopea, noi miseri accozzatori di strofe, -bisogna guardare e stupire, astenendoci religiosamente -d'immischiarci oltre nei solenni parlari -di casa. L'inno della vita nuova si accoglie di -già nel vostro petto animoso, o giovani, che accorrete -nei campi Lombardi a dare il sangue per -questa terra diletta: ed io ne sento il preludio -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -e ne bevo le note con tacita compiacenza. Toccò -a noi il misero ufficio di sterpare la via; tocca -a voi quello di piantarvi i lauri e le quercie, -all'ombra delle quali proseguiranno le generazioni -che sorgono. Lasciate, o magnanimi, che un -amico di questa libertà che vi inspira la impresa -santissima, baci la fronte e il petto e la mano -di tutti voi. L'Italia adesso è costà: costà, ove -si stenta, ove si combatte, e ove convengono da -ogni lato, quasi al grembo della madre, i figli -non degeneri, i nostri primogeniti veri.» -</p> - -<p> -Primogenitura di cuore e di braccio, che, nonostante -tutto, si è continuata sino ai dì nostri; e -che, oggi compion tre anni, sul campo doloroso ma -glorioso di Adua rese nuova testimonianza di fede -e di sangue all'Italia e alla Civiltà. E se a me -fosse lecito evocare dai sepolcri la immortale poesia -della patria, oggi dal colle di San Miniato, memore -della gloria di Firenze repubblicana, le ossa di Giuseppe -Giusti manderebbero, fremendo, a quei valorosi -il saluto d'Italia madre; e la voce, con la quale -il Poeta accompagnava le prime battaglie per l'indipendenza, -echeggerebbe sino a quelle plaghe lontane, -dove i nostri figliuoli e fratelli, obbedendo alle -leggi della patria, son caduti sotto la stessa bandiera. -</p> - -<p> -Quella voce, per essere non atteggiata in misura -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -di verso, non era però meno voce di poeta. Chè del -resto, la musa del Giusti, e in quel tempo lieto -e nel triste che poi subito sopravvenne (e le cui -tristezze rimuginò egli, nelli estremi del viver suo, -in pagine di Cronaca dolorose) la musa sua non -sofferse già di tacere affatto. E come a Leopoldo -secondo aveva, per le Riforme del '47, rivolto l'omaggio -del libero verso, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Signor, sospeso il pungolo severo,</p> -<p class="i02"> a te parla la Musa alta e sicura,</p> -<p class="i02"> la Musa onde ti venne in pro del vero</p> -<p class="i05"> acre puntura;</p> -</div></div> - -<p> -così in quell'effimero barattarsi di libertà infida e -di licenza sconclusionata, che ricondussero tragicamente -questa e le altre parti d'Italia, salvo il -predestinato Piemonte, nell'antica miseria, il Giusti -alle rime sentimentali, di cui pur di quel tempo -lasciò tra le sue carte frammenti bellissimi, altre -ne alternò della sua vecchia maniera, come la <i>Repubblica</i> -(a Pietro Giannone); il <i>Deputato</i> (a Rosina); -e (finiti o sbozzati) quei dialoghetti d'una -supposta commedia, Granchio e Ventola, Trippa e -Ganghero, Crema e Vespa; e i Sonetti epigrammatici, -le <i>Maggioranze</i>, l'<i>Arruffapopoli</i>, scoccati -fra una seduta e l'altra del parlamento toscano in Palazzo -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -Vecchio; ed anche qualche svolazzo lirico d'un -inno patriottico, rifioritura d'altro simile tentativo -fatto da studente pei moti del '31. Non può dunque -dirsi, che dinanzi alle cose grandi la sua poesia, -che di tante piccinerie aveva fatta giustizia, si tenesse -in disparte; nè molto meno gli si attaglia -la similitudine trovata dal Guerrazzi, di Sansone -che, dopo avere scosse le colonne del tempio, si ritragga -impaurito de' calcinacci che cascano. Dopo -il '48, non cascarono calcinacci, pur troppo: furono -rovine, e non di ciò che il Giusti aveva cooperato -a demolire, ma di quello che e il Giusti e il Guerrazzi, -e tutti i preparatori, avevano per modi diversi -faticato a mettere in piedi. -</p> - -<p> -Altre rime poi, fra il '48 e il '49, hanno il sentore -d'una maniera nuova, che senza sguagliar -troppo dallo stile ormai caratteristico del Poeta, -procede più severa e composta, parineggiando quasi, -ma sempre con vivacità toscanissima. Di questo -nuovo atteggiarsi della poesia giustiana è singolare -documento l'<i>Ode dello scrivere per le gazzette</i>, -dov'egli promette a sè medesimo che non più -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">in aperto motteggio</p> -<p class="i01">travierà la rima,</p> -</div></div> - -<p> -mentre pur vuole «ripigliare il pungolo», che -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -nella beata illusione de' nuovi tempi avea creduto -poter deporre: e si volge attorno, e vede la demagogia -pullulata -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">come in pianura molle</p> -<p class="i01">scoppia fungaia marcida</p> -<p class="i01">di suolo che ribolle;</p> -</div></div> - -<p> -e da cotesto brutto spettacolo l'anima sua vola, e -vola la strofa, alata veramente, all'ideale, da quei -sozzi vapori ottenebrato, all'ideale della patria: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O veneranda Italia,</p> -<p class="i02"> sempre al tuo santo nome</p> -<p class="i02"> religïoso brivido</p> -<p class="i02"> il cor mi scosse, come</p> -<p class="i02"> nomando un caro obietto</p> -<p class="i02"> lega le labbra il trepido</p> -<p class="i02"> e riverente affetto.</p> -<p class="i01">Povera madre! il gaudio</p> -<p class="i02"> vano, i superbi vanti,</p> -<p class="i02"> le garrule discordie,</p> -<p class="i02"> perdona ai figli erranti;</p> -<p class="i02"> perdona a me le amare</p> -<p class="i02"> dubbiezze, e il labbro attonito</p> -<p class="i02"> nelle fraterne gare.</p> -<p class="i01">Sai che nel primo strazio</p> -<p class="i02"> di colpo impreveduto,</p> -<p class="i02"> per l'abbondar soverchio</p> -<p class="i02"> anche il dolore è muto;</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p> -<p class="i02"> e sai qual duro peso</p> -<p class="i02"> m'ha tronchi i nervi e l'igneo</p> -<p class="i02"> vigor dell'alma offeso.</p> -<p class="i01">Se trarti di miseria</p> -<p class="i02"> a me non si concede,</p> -<p class="i02"> basti l'amor non timido</p> -<p class="i02"> e l'incorrotta fede;</p> -<p class="i02"> basti che in tresca oscena</p> -<p class="i02"> mano non pòrsi a cingerti</p> -<p class="i02"> nuova e peggior catena.</p> -</div></div> - -<p> -I primi versi di questa tenera filiale apostrofe -sono stati scolpiti sulla base del monumento che -fra i dolci colli del suo Monsummano lo ricorda -ai credenti ancora nella religione della patria. Nè -vi si leggono senza commozione, nè senza pensare -che forse era quella (a me par di sentirlo con sicurezza) -la forma evolutiva che ne'tempi novissimi -avrebbe assunta la sua poesia. Que'tempi egli non -vide, morendo sull'inizio del salutare decennio -espiatorio, che ci condusse al '59. Le stanche ossa -del Poeta posarono nel bel colle di San Miniato; -e sulla tomba la parola del suo Gino attestò il -compianto e l'onoranza d'Italia, per avere, -</p> - -<p class="center min"> -con arguto stile castigando i vizi<br /> -senza toglier fede a virtù,<br /> -inalzati gli uomini al culto dei nobili affetti<br /> -e delle idee generose. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -</p> - -<p> -Mancò a quel decennio l'ammonimento del mesto -e cruccioso suo verso; mancò ai giorni delle -pugne supreme e della vittoria il suo canto augurale. -Così non paia, o Signori, che sia mancata alla -decadenza delle libere istituzioni, all'obliosa ingratitudine -dei dopo venuti, all'offuscamento de' principii -di moralità civile, all'infiacchimento delle energie -d'una nazione che ahimè troppo presto sarebbe -esaurita, sia mancata la educatrice satira del Poeta, -il quale non avrebbe accettato gli si raddoppiassero -gli anni brevi di vita concessigli, se avesse dovuto -ripigliare da vecchio, non più il pungolo d'Orazio -sopra una società intorpidita e restìa, ma il -flagello di Giovenale sopra una degenerazione di -cittadini che tradissero le sante speranze della patria, -per virtù di Re e di Popolo, dopo secoli di -pianto e di sangue, a sè medesima restituita. -</p> - -<p class="pad1 indl"> -Firenze, 1º marzo 1899. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<h2 id="belli">G. G. BELLI -<span class="smaller">E LA VITA ROMANA</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">ALFREDO BACCELLI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Per intendere e giudicare convenientemente l'opera -poetica dialettale di Giuseppe Belli occorre rievocare -il quadro della vita romana quale fu dal 1830 -al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare -nell'anima sua e comprenderla. -</p> - -<p> -Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo -Pontefice, candido nella veste e magnifico, -circondato dalle porpore cardinalizie e dallo stuolo -solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni -dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe -come l'immagine della potenza divina in terra; e -allo splendore delle forme esteriori rispondevano la -forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge. -</p> - -<p> -La necessità di accrescere prestigio ai ministri -della religione e di attrarre genti ed oro alla basilica -universale aveva moltiplicato le feste e gli apparati; -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -dal <i>Corpus Domini</i> a <i>San Pietro</i>, dal <i>Natale</i> -e dall'<i>Epifania</i> alla <i>Pasqua</i> erano sempre cerimonie, -scampanii, processioni: di quando in quando -canonizzazioni, beatificazioni, pellegrinaggi. -</p> - -<p> -Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne -la benedizione del Pontefice dalla loggia Vaticana. -Sulla piazza formicolavano migliaia di persone. A -un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si faceva -profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia -gestatoria appariva il Pontefice, e, levata la mano, -benediceva il popolo: le sacre parole sembravano -squillare nel silenzio della piazza gremita. Dopo la -benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del -tamburo, squillavano le trombe. Quasi abbracciati -dalle due curve delle colonne vaticane, i cattolici -di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: -i romani ammiravano lo splendore della festa ma -argutamente sorridevano. Sorridevano, perchè quel -papa divino essi lo conoscevano per un beone volgare, -quella mistica benedizione vibrante di cristiano -amore la udivano dalla bocca di colui che ordinava -supplizi e prigionie; e i cardinali amavano le belle, -gli alti dignitari vendevano cariche e favori. -</p> - -<p> -Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva -un tempo acceso i primi fuochi della Riforma, era -giunto nella Chiesa di Roma al guadagno quotidiano. -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -Basti rammentare che fino per la benedizione delle -bestie il calendario notava il suo giorno: quello di -Sant'Antonio; e si davano candele e si pagavano -quattrini; e il privilegio, poichè tutto era privilegiato, -di benedire asini, porci e capre lo godeva la -confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>. -</p> - -<p> -Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri -che venivano nella metropoli e fosse rallegrato il -popolo (<i>dare panem et circenses</i>), alle feste sacre -si alternavano le feste profane. -</p> - -<p> -Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, -invitavano ai campi; ma poichè l'agro -romano non si allieta di floridezze agresti, le gite -avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle <i>botti</i> -o <i>nei legni a quattro posti</i> le <i>minenti</i>, avvolte le -spalle ampie e matronali nei fazzoletti di seta dai -colori vivaci, col seno opulente, costretto da una -vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini -e fermezze d'oro. In altre <i>carrettelle</i>, divisi -dalle <i>minenti</i>, sedevano i popolani, con le giacchette -e i calzoni di velluto. Sul cappello fiori: -e un cantare, un gridare, uno stamburare da per -tutto. Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -il sangue scorreva: le guardie del Papa non -se ne curavano. -</p> - -<p> -Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali -romani. I <i>carri</i> con le maschere si commentavano -come avvenimenti: le battaglie di fiori e -confetti servivano per accendere gli amori, e sullo -<i>scalinone</i> del palazzo Ruspoli nel Corso andavano -a sedere, nascoste dalla maschera, signore nobili e -belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei -<i>barberi</i> entusiasmava il popolo, e i <i>moccoletti</i> spenti -e riaccesi l'ultima sera come una miriade di lucciole -illuminavano la morte del buon umore. Dopo, -quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio -tollerato qualche nuovo reggimento francese o una -gabella di più, che il divieto del carnevale. -</p> - -<p> -Si tentava così di distrarre verso le esteriorità -delle feste l'animo dei romani: si dava sempre -pascolo all'occhio perchè il cervello non avesse -tempo di pensare. Guai, se avesse pensato! -</p> - -<p> -Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli -più odiosi si concedevano ai favoriti del clero. -Tutto e tutti dovevano cedere alla tirannia del -prete, che con la forza della religione dominava -nelle pareti domestiche, con la forza del governo -sulle vie e sulle piazze. Non solo l'atto, ma la -parola, il pensiero, il sentimento erano spiati e sorpresi -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -e violentati; una mano di ferro intollerabile -comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, -la vita pubblica sepolta, le attività intellettuali -imprigionate, gli affetti domestici insidiati. -Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma l'eccezione -conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, -eseguì in 68 anni 517 pene capitali; le prigioni -rigurgitavano; gli esilî erano quotidianamente -comandati. -</p> - -<p> -Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per -l'eccesso del bere, reazionario, freddo, crudele, -proibiva gli asili d'infanzia, non permetteva la costruzione -delle strade ferrate e financo vietava ai -vetturini di percorrere più d'una determinata distanza -al giorno. -</p> - -<p> -Con questa mente e con questo cuore, governava -i Romani. Il suo primo ministro un tiranno: il -cardinale Lambruschini; il suo favorito un volgare: -Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il -cardinal Tosti. -</p> - -<p> -I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a -principi e cardinali pesavano aspramente sul popolo; -l'erario era esausto; s'imponevano nuove gabelle, -la rapace <i>mano regia</i> colpiva fulmineamente i cittadini, -e non si esitava a contrarre debiti all'enorme -tasso del 65 per 100. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -</p> - -<p> -Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, -soffocati dalla reazione più crudele, successero la -carestia e il colèra del 1837. -</p> - -<p> -Nè ai danni morali e materiali potevano riparare -i romani. Essi non conoscevano industrie, non -conoscevano commercio: le campagne squallide e -deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi -scientifici tarpati e rinviliti dal dogma e dallo spirito -retrivo; le arti e le lettere languenti. Ai romani -il governo papale, per dominare sicuro con le -baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente -che sa far valere il giusto e l'onesto, il -virile esercizio delle armi che tempra il carattere -e prepara alle lotte, la produttività economica che -dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se -pur avesse voluto insorgere, non avrebbe saputo come -nè con quali mezzi: e se voleva vivere, doveva ricevere -il pane dal principe padrone o dalla bottega -ecclesiastica. -</p> - -<p> -Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e -frati, non sapendo o non potendo vincere i cattivi -istinti, diffondevano la corruzione e dovevano, per -difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. -Il malo esempio dalle più alte cime discendeva alle -radici: dal cardinale, al monsignore, al curato, al -prete; dalla principessa, alla ricca borghese, alla -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano -agli umili i proprî favori: molte avevano -più d'un amante: non rari mariti conoscevano e -accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: -la facile concessione si pagava con doni o con sussidi; -e se una ragazza si sentiva madre e invocava -l'aiuto del curato o d'altro prete, ben dotata andava -a marito. -</p> - -<p> -Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, -non cura d'igiene, non comodo moderno. La notte -rari lumi rompevano le tenebre delle viuzze tortuose: -qua e là Madonne e Santi con lampade accese. -I ladri imperavano da padroni, assalendo e -depredando case e viandanti, senza che il Governo -si curasse di proteggere la vita e gli averi dei cittadini. -Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; -il turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari -pietà negligenza; pei politici rigore tirannico; la -libertà al ladro <i>transeat</i>, ma al giacobino non mai. -</p> - -<p> -Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura -del popolo? -</p> - -<p> -Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata -da ossigeno di piante, e forse anche l'eredità per -l'ozio e l'abbandono secolare facevano il romano -grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio, buon -senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -ed entusiasmo. La storica grandezza lo aveva -fatto superbo, il governo papale ignorante ed ozioso. -</p> - -<p> -I romani erano grandi di animo: davano generosamente -e non temevano la morte. Il <i>decus</i> antico -come era rimasto nella linea del volto e del -fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento -e nel tratto virile, ma sforzato e falsato e contorto -dai mali influssi clericali; la dignità era degenerata -in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri -nella forma e propensi al lazzo, amavano il bel -tempo e lo <i>scialo</i>, odiavano l'attività laboriosa. -Eleganza di vita, squisitezza di sentimento, cortesia -di forma non sapevano che fossero. -</p> - -<p> -Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa -esaltazione di santi e d'immagini miracolose -perchè potesse fiorire nel cuore del popolo la fede -pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica -era stata sostituita alla mistica adorazione -dello spirito, la fede cedette il luogo alla superstizione. -L'ignoranza e la fantasia diedero a questa -corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie -e chimere. -</p> - -<p> -L'ozio generava la mendicità, che governo e -ambiente fomentavano: fare il povero era un'industria, -si prendevano più che ora in affitto i bimbi -per impietosire i passanti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, -quale doveva mostrarsi il popolo romano -di fronte al governo tirannico e tristo? -</p> - -<p> -Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale -per conoscere i mali profondi e dolersene: l'acume -del retto giudizio gl'insegnava diagnosi e critica: -ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non -gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità -naturale e l'abito dell'ozio gli vietavano di -pensare al riparo e di porre in atto i propositi. -La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva -l'ira. Che poteva restare? Quella che nella tradizione -storica germogliò spontanea nell'animo dei -romani, dalle antiche atellane alle moderne pasquinate: -la satira. -</p> - -<p> -Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava -a sangue uomini e costumi, non senza, talvolta, -qualche tenue vena di <i>humour</i>, soffio moderno -nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il -Belli, una maschera originale riassumeva la satira: -quella di Cassandrino, impersonata in Filippo Teoli. -Filippo Teoli era un orafo che il giorno lavorava -ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, -di fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva -le sue marionette, motteggiando e deridendo. -«Cassandrino (annota il Belli a un suo sonetto), -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito -alla moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma -arguto molto e fecondo di popolali facezie, che -esprime con una voce veramente atta a muovere -le risa»<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. -</p> - -<p> -Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli -come fonte della sua poesia dialettale. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli -ultimi nomi impostigli al fonte battesimale) nacque -in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio -e da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati -computisti: il padre, con maggior fortuna e decoro, -aveva intrapreso il commercio. Durante i rivolgimenti -politici, poi che il generale Valentini, dalla -famiglia Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi -mandato a morte, essa fu costretta a fuggire. Ma, -passando la notte in un albergo del Regno di Napoli, -fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -quanto possedeva. E in Napoli l'attendevano nuovi -pericoli e stenti. -</p> - -<p> -Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII -volle compensare il fedele amico, e Gaudenzio Belli -ottenne un lucroso ufficio nella darsena di Civitavecchia. -Allora i parassiti si addensarono intorno -a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava -di feste e di risa, aperta a conviti di allegre -brigate. Il piccolo Giuseppe, austeramente trattato -dal padre, non si compiaceva di quei chiassi e di -quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, -cercava la solitudine, fantasticava sentimentalmente -la sera presso la riva del mare, e sovente si ritrovava -cogli occhi umidi di pianto. -</p> - -<p> -La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di -settemila scudi da sette grassatori mascherati, -presso Civitavecchia, e così il futuro poeta satirico -cominciava a conoscere per esperienza propria come -fossero difesi le persone e gli averi dei cittadini -dal governo pontificio. -</p> - -<p> -Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava -poco attento e volenteroso nello studio del latino; -ne le pene gravi (per essersi ritenuto un soldo il -padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera -buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -</p> - -<p> -Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, -Gaudenzio, prodigo della vita come già delle -sostanze, si diede a curare i galeotti e a tentar ripari -contro il flagello; ma prese egli stesso il contagio -e ne morì. -</p> - -<p> -Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, -mandato alla scuola, studiava e vinceva i compagni, -ma era insofferente delle battiture, metodo -scolastico allora in voga; e non volendo sopportare -una ingiusta pena abbandonò la classe. -</p> - -<p> -Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto -appena, costretto a pensare alla famigliuola orfana -e a soffrire amaramente della pietosa ospitalità -dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della -concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti -lo venivano così formando pessimista. -</p> - -<p> -Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, -accenna a prendere la via dei disordini e a -frequentare le male compagnie; così si eccita e si -anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico -motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 -anni scrive i primi versi, italiani, che, come tutti -gli altri italiani scritti dopo, erano senza impeto -di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza -grazia di forma. -</p> - -<p> -Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -ottenne una grama pensione e soffrì la fame. Migliorò -stato entrando come segretario del Principe -Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto -il fratello gli moriva e la sorella si votava monaca. -</p> - -<p> -Egli proseguiva negli studi letterari; fondava -insieme con altri nel 1813 l'Accademia Tiberina — era -quello il tempo delle Accademie, vere cooperative -d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche -e specie di quelle dell'Ossian, continuava -a comporre, oscillando tra varie forme. Il primo -suo volumetto stampato fu: <i>La Pestilenza stata in -Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII</i>, -scritta, secondo afferma lo Gnoli<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>, nel 1812 e -nel 1813. -</p> - -<p> -Ma la sua attività intellettuale non si arrestava -allo scriver versi; egli studiava le scienze fisico-chimiche -e fisico-matematiche, e ne scriveva; studiava -la lingua francese e l'inglese; si addestrava, -come un meccanico, a costruire ingegni; leggeva -molti libri e ne scriveva sunti ordinati; osservava -avvenimenti, vita, costumi, e annotava le osservazioni. -Si occupava anche di storia e geografia, e -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -suonava il violino; nè ometteva di copiare lunghi -brani dei libri letti. -</p> - -<p> -Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non -aveva mai amato ne ammirato Napoleone, acclamò -quello in versi, assai violenti contro gli empi. -</p> - -<p> -Di lui intanto si invaghiva la signora Maria -Conti, vedova del conte Pichi, ricca ma di dieci anni -maggiore. Egli voleva resistere, per non essere mantenuto -dalla moglie; ma alla fine, nonostante la -contrarietà dei parenti di lei, si piegò per la promessa, -dalla Conti stessa ottenuta, di un ufficio -presso il Governo, con dieci scudi mensili di stipendio. -E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio. -</p> - -<p> -Presso le compagnie il Belli era noto come un -burlone, un collettore e arguto raccontatore di aneddoti -e facezie, abilissimo nel contraffare altrui. -</p> - -<p> -Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e -tranquillità attendere ai suoi studi; intraprese dei -viaggi annuali, durante i quali molto osservava ed -annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, -che dapprima parve corrispondergli, poi si maritò -per amore. A lei rimase, per altro, legato sempre -da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la figliuola -di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito. -</p> - -<p> -Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -costretto ad attendere, se la passava lietamente, ed -ebbe tempo e piacere di correre, nel carnevale, mascherato -per le vie di Roma, dicendo facezie. Mentre -viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto -scrisse, e comprese quanto la vita sua differisse -da quella di Roma), nel Settembre del 1827 -acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del -Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo -alla poesia dialettale; alla quale più liberamente -potè dedicarsi uscendo, come fece, nel 1828 -dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. -Ed ecco giunto, quand'egli contava poco meno -che quarant'anni, il felice periodo della sua gloria; -periodo non lungo, durante il quale scrisse più di -duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando -Chiesa, clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, -celebrato. I sonetti si diffondevano manoscritti per -Roma, e tutti li conoscevano e li ammiravano. -</p> - -<p> -Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi -finanziari, dei quali egli si sgomenta. Il colèra -invade Roma e fa strage; e Giuseppe, temendo -di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, -i suoi sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di -morte, la distruzione... Nel 1838 rientrava nell'Accademia -Tiberina; nel 1839 pubblicava, editore il -Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -e nel 1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI -che aveva flagellato ne' sonetti, perchè gli concedesse -un ufficio da lucrare; e a ciò lo persuase il -grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo -avuto dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima -cura della sua vita. -</p> - -<p> -Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della -moglie al 1849, ultimo della sua musa dialettale, -cioè in 12 anni, il Belli non scrisse che 318 sonetti; -mentre dal 1828 (non importa tener conto -dei soli quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè -degli otto senza data) al Luglio del 1837, cioè in -9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812. -</p> - -<p> -Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più -di 40 scudi mensili di stipendio, il Belli scrisse -ancora sonetti aspri e fieri contro il Pontefice e il -Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli -ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con -l'assegno cui avrebbe avuto diritto se avesse prestato -l'opera sua per 37 anni; e fu questo un singolare -favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè -tacere dischiuse una nuova fioritura romanesca -(in poco più di 3 anni circa duecento sonetti) e continuò -a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali e -dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva -diversamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<p> -Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, -pontefice liberale; ma le violenze e i torbidi della -repubblica che successe compirono la metamorfosi; -e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel -testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; -e li consegnò al Tizzani perchè li bruciasse. -Ma fu notato che, se avesse voluto bruciarli davvero, -li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò, -e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi -quella completa del Lapi, degnamente curata dal -Morandi. -</p> - -<p> -Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore -del clero scrisse in lingua italiana un -violento sonetto contro il Mazzini e i liberali; e -prestò poi l'opera sua alla censura pontificia; e si -mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. -Attese a volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, -e nel 1859 scrisse due componimenti in ottave -sulla Passione. Ma la trasformazione dei -sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la -trasformazione dell'arte: la splendida parentesi di -gloria aperta dal 1828 al 1845 si era chiusa, e il -Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore -italiano men che mediocre. -</p> - -<p> -Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre -era morto da un pezzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella -posta ho riferito semplice e nuda di osservazioni e -di giudizî, quale appare a noi la figura morale e -intellettuale di Giuseppe Belli? -</p> - -<p> -Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, -dall'amore sviscerato che portò al figliuolo, dall'affetto -che lo strinse agli amici, dalla benevola consuetudine -che serbò verso la marchesina e la famiglia -sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo -affettuoso e soprattutto aperto ai sentimenti domestici, -miti e quieti. Anzi, la sua casa e tutto quanto -lo circondava amava così, da non tollerare il più -lieve mutamento. Il che significa timidezza di spirito -e misantropia e amore grande all'irradiamento -dell'<i>io</i>. -</p> - -<p> -Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime -adolescenti nella solitudine della riva del -mare, le sue ripetute dichiarazioni e il concetto -pessimista che si era formato degli uomini e della -vita. Ma non era melanconia elegiaca: la punta -della vendetta luccicava nella nera visione del mondo -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto dei rovesci del -commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre -lui in Ispagna era stata invece mandata con -grano in Africa. L'umore melanconico doveva atteggiarsi -dunque più allo scherno e al sarcasmo -che al lamento e alle lagrime. -</p> - -<p> -Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano -quanto più rettamente morale s'era formato l'animo -suo e sconciamente immorale appariva l'ambiente. -</p> - -<p> -Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo -sdegno sgorgavano dal cuore del Belli, perchè l'animo -era mite e debole ed amava la pace e non sapeva -entusiasmarsi. -</p> - -<p> -Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, -annotava, copiava, e la minuzia con cui osservava -e il suo diletto negli studi della fisica, della chimica, -della meccanica; la scarsa parte da lui presa -ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione -del pensiero, alle grida di patria e libertà -di cui fremeva la nuova aria italiana, sa come la -sua non fosse natura ardente e vibrante. -</p> - -<p> -L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i -casi della vita, pei quali fin da fanciullo aveva dovuto -tremare nelle tempeste politiche e nei forti -venti della rivoluzione, costituirono un carattere -timido e fiacco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava -all'esauriente giogo burocratico e adempiva scrupolosamente -il suo dovere di buon impiegato — vada -la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto -fondo della sua coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza -del suo spirito. -</p> - -<p> -Egli della cosa pubblica non si interessò quanto -avrebbe dovuto un buon cittadino. La sua mente -non si fermò a riflettere sui grandi problemi del -tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza -piena del pensiero; nè alla deficienza del contenuto -politico intellettuale poteva supplire l'impeto -santo del cuore e il sentimento generoso, perchè -la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In -quegli anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo -e spazzando, ed ora partivano da mezzodì, ora -da settentrione, conveniva avere animo fermo come -torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e -conservare sempre il carattere medesimo in mezzo -ai più contrarî ambienti. Egli invece, che pensava -e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si -piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò -plasmare dalla mano del fato e dagli avvenimenti. -</p> - -<p> -Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli -affetti domestici che sentiva, sacrificò i politici che -non sentiva e immolò la patria al figlio, la geniale -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e -chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI -che aveva vilipeso? -</p> - -<p> -Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, -non tacesse, e continuasse a scrivere sonetti -acri e pungenti; e neppur questo gli fa onore, chè -il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e -l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure -da apprezzare. Ma anche pei mutamenti improvvisi -e radicali occorrono caratteri; i deboli cercano sempre -di conciliare il passato col presente e d'essere -quelli che sono, pur non lasciando di essere quelli -che erano. -</p> - -<p> -Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo -e all'ultimo periodo della sua vita, conviene rispondere -di sì; se si pone mente al periodo medio, a -quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. -Il vero è ch'egli in religione come in politica non -fu saldo e non ebbe pensieri chiari e certi, come non -ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a lui -l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione -familiare, fu religioso; quando prevalse lo -spirito dei tempi nuovi e la letteratura volterriana -e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede scomparve; -quando tornò l'onda reazionaria, e il suo -timido carattere ebbe sentito orrore degli eccessi -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -rivoluzionari e la vecchiezza discese, come un tramonto -lunare, a velar passioni e fantasie e a destare -pensieri e melanconie della futura notte dell'altra -vita, il Belli credette di nuovo. -</p> - -<p> -Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto -era vigoroso. Noi che conosciamo ora il suo cuore, -sappiamo ch'egli non poteva levarsi alle altezze sublimi -del sentimento vivificatore, che non poteva -con impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo -sguardo sagace nessun aspetto di cosa o movimento -d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva e giudicava, -raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre -cogliere il particolare caratteristico, la nota significativa; -assuefatto a raggruppare e a scegliere, -aveva acquistato una rara maestria selettiva così pel -fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto -e paziente, riusciva maravigliosamente nel -lavoro della perfetta composizione e della assidua -lima. -</p> - -<p> -Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; -dotato di fine gusto, sapeva sempre dar rilievo -di forma al pensiero. -</p> - -<p> -La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se -talvolta vietavano gli alti voli, davano un sapore di -sagacia e di verità alle sentenze. Della verità e della -semplice schiettezza la sua mente chiara e sana era -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, -senza passare a traverso la trasformazione di -pensieri convenzionali e di forme retoriche, manifestava -puramente il vero. -</p> - -<p> -Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare -lampi geniali d'altezze sintetiche, non lusso smagliante -di fantasia, non impeti gagliardi di sentimenti; -ma potenti rivelazioni di anime, verità ed -evidenza insuperabili di rappresentazione, vivacità, -arguzia, satira, buon senso, sano giudizio: rilievo -e perfezione di forma, fusione d'armonia nel componimento -e varietà infinita di particolari. -</p> - -<p> -Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse -sonetti ne' quali all'impeto prevale l'euritmia, al -grande quadro è sostituito il particolare vivace, e -l'arguzia finale ha singolare importanza. Per coteste -qualità egli non parla mai, ed evita così di -esprimere il sentimento suo, ma fa muovere e parlare -gli altri, nei quali talvolta si rimpiatta; e la -sua timidità gli permette di esprimere così più -liberamente il pensiero. -</p> - -<p> -Esaminando fra poco il metodo di cui egli si -servì e l'opera sua — intendo sempre parlare dell'opera -dialettale, chè della italiana non importa -discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero -necessaria conseguenza dell'uomo e del tempo, e -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -come all'uomo e al tempo si attagliassero; e però -la poesia del Belli è grande arte. -</p> - -<p> -Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più -artista che poeta, ed ebbe grande potenza di assimilazione. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo -e la mente del Belli, cioè la fonte della ispirazione -e il generatore dell'opera, sarà agevole intenderla -cotesta opera, sia pel proposito che per l'esecuzione. -</p> - -<p> -Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada -amico suo, da più scrittori riprodotta, ebbe cura di -esprimere così chiaramente e compiutamente il proprio -pensiero, da risparmiarci il lavoro della interpretazione. -</p> - -<p> -«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi -da plebe. Ne ho sino ad oggi in centocinquantatrè -sonetti, sessantasei de' quali scritti dopo la -metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e -unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire -dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che -questa serie di poesie vada a prendere un aspetto -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -di qualche cosa, da poter forse davvero restare -per un monumento di quello che oggi è la plebe -di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: -e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, -la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, -e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene, -a mio giudizio, una impronta che la distingue -d'assai da qualunque altro carattere di -popolo. Nè Roma è tale, che la plebe di lei non -faccia parte di gran cosa, di una città cioè di -sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra -non iscompagnarsi da novità la mia idea. Un disegno -così colorito non troverà lavoro da confronto -che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano -quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza -ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni -di sintassi o troncamenti di licenza, se non -quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; -insomma, cavare una regola dal caso e una grammatica -dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero -poetico deve uscire come per accidente dal casuale -accozzamento di correnti e libere parole e frasi, -non iscomposte giammai, nè corrette, nè modellate, -nè accomodate con modo diverso da quello -che ci può mandare il testimonio delle orecchie. -Che se con simigliante corredo di colori nativi -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita -e la religione del nostro popolo di Roma, avrò, -credo, offerto un quadro di genere, non disprezzabile -da chi guarda senza la lente del pregiudizio. -Non casta, non religiosa talvolta, sebbene -devota e superstiziosa, apparrà la materia e la -forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, -non per dare un modello, ma sì una traduzione -di cosa già esistente, e più lasciata senza -miglioramento.» -</p> - -<p> -Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: -ed egli doveva (le qualità dell'animo e dell'ingegno -le abbiamo conosciute) colorirlo con perfezione -di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, -sia per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto -dello scegliere, sia per l'assidua cura della schiettezza, -della semplicità e del rilievo di forma. -</p> - -<p> -Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli -stesso e ne son rimaste le prove: ed è il metodo -più pedantescamente <i>verista</i> che si conosca, da disgradarne -lo stesso Zola. -</p> - -<p> -Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, -tutti i luoghi nei quali conveniva la plebe di -Roma: e colà guardava, udiva osservava e rammentava. -La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo -o di un racconto, quando egli col suo fine gusto artistico -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -comprendeva che se ne potesse trarre un -quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano il -<i>motivo</i> del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini -di carta. E v'aggiungeva l'immagine saliente o la -frase arguta finale ed anche qualche espressione più -significativa per caratteristica naturalezza; immagini, -frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della -plebe. Così in ciascuno di quei fogliolini che egli -custodiva con cura stava il germe e lo scheletro -d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza -stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare -del popolo gli erano passati, dopo tanta consuetudine, -in succo ed in sangue. -</p> - -<p> -Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima -origine? No certo; come assai note rimasero nei -fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così è da -credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia -del poeta, senza il soccorso delle note. Ma la sua -memoria, per quel continuo esercizio di ascoltare, -scegliere e raccogliere, era così piena di vita e di -discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo -comporre sonetti romaneschi era così atteggiata -a quel genere di creazione, che anche i sonetti -scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano -che l'effetto, più o meno avvertito, di immagini -fotografate nel cervello e di materia raccolta e, -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -dopo una trasformazione chimica intellettuale, assimilate. -</p> - -<p> -La prova più convincente che l'<i>io</i> del poeta -aveva nella creazione di quell'opera una parte modesta -è offerta dalla grigia mediocrità di tutti i -versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il -poeta romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, -se egli fosse l'unico autore di tutti i -suoi versi. Il vero è che la principale autrice del -grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui -arguzia e il cui umore satirico son celebri nella -storia. -</p> - -<p> -Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere -fra le migliaia di fatti, d'immagini, d'espressioni -che gli passavano dinanzi, i tratti essenziali -del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di -averli saputi riprodurre con una verità e con un -colorito dei particolari e con una fedeltà ed una -schiettezza di rappresentazione, da metterci innanzi -il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. -E però egli è grande e fra i poeti italiani -del secolo occupa un luogo eminente; ma creatore -non è. -</p> - -<p> -Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto -in lui la lettura del Porta; ed alcuno affermò che -il Porta generò il Belli. Io non credo: corre troppo -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -grande differenza tra i due poeti. Che se da vero -la lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei -sonetti del Belli, questi non avrebbero cominciato a -piovere nel 1829, quando il Porta era stato letto da -lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel -1828. Credo perciò che il Porta possa aver acceso -nel Belli il desiderio di scrivere in dialetto; ma -non più di questo. Ripeto ancora; il poema belliano -è dovuto in gran parte alla plebe di Roma. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella -sua maravigliosa varietà; ed apprezzarne i principali -motivi e le forme principali<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Ammirandolo, -troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e -intorno alla vita romana e intorno al poeta. -</p> - -<p> -Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da -quella mente, attraverso i giudizi del popolo di -Roma, doveva generare poesia specialmente satirica. -E la satira difatti tinge del suo colore la -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -massima parte della produzione belliana: così che -il Belli è universalmente noto come poeta satirico. -</p> - -<p> -La satira, per la vita romana del tempo, doveva -esercitarsi e si esercitò massime sulla religione, sul -governo e sul clero; e doveva essere, come fu, acre -e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e -sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e -quasi venata di un <i>humour</i> bonario. -</p> - -<p> -Della religione il Belli scrisse come chi non ha -la radiosa visione di Dio, non il dolce conforto -della fede, per essere stati spenti l'una e l'altro -dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità -dei dogmi, dagli eccessi del culto. La sinistra luce -che dal prete egli proietta anche sulle più pure concezioni, -come Cristo e Maria, spiace, perchè spiace -ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, -la frase scultoria abbattono con tale violenza -idoli, costruzioni teologiche e precetti preteschi, -che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel -mondo abbia roteato la clava di Ercole. -</p> - -<p> -Un povero popolano invoca per la moglie malata -il miracolo di Santa Filomena e offre candele al -prete: (III. 339). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio</p> -<p class="i02"> Me disce, vostra mojje a cche sse trova?</p> -<p class="i02"> Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.»</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span></p> -<p class="i01">E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova?</p> -<p class="i02"> Rieccheve li moccoli, perch'io</p> -<p class="i02"> Nun vojjo scredità una santa nova.»</p> -</div></div> - -<p> -Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa -d'aver crocifisso Gesù: Gesù discese in terra -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Cco' l'idea de quer zanto venardì.</p> -<p class="i01">Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà,</p> -<p class="i02"> Subbito che llui venne pe' mmorì,</p> -<p class="i02"> Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162).</p> -</div></div> - -<p> -E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo -Spirito Santo, che nei dipinti figura dipinto all'orecchio -suo? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Va spargenno pe Rroma un framasone</p> -<p class="i02"> Ch'er papa san Grigorio tammaturco</p> -<p class="i02"> Era un furbo e un maestro de finzione.</p> -<p class="i01">E pprotenne quell'anima de turco</p> -<p class="i02"> Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione,</p> -<p class="i02"> Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223).</p> -</div></div> - -<p> -Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, -mentre il figliuolo di Dio non li ebbe? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Fijjo, disce, voi sete un iggnorante,</p> -<p class="i02"> E nun zapete come li peccati</p> -<p class="i02"> Hanno fatto la cchiesa militante.</p> -<p class="i01">Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui,</p> -<p class="i02"> E ssi Ccristo teneva li sordati,</p> -<p class="i02"> Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291).</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo -che racconta i suoi mali e le sanguigne sofferte, -esclama: (II. 325). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje!</p> -<p class="i02"> L'esercito der Papa nun ce tiggne</p> -<p class="i02"> La terra, manco in trentasei bbattajje.</p> -</div></div> - -<p> -La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù -dell'Ara Coeli ribalta: (V. 132). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La cosa in zè mmedema nun è ggnente,</p> -<p class="i02"> Ma a sti tempi che ppoco sce se crede</p> -<p class="i02"> Va' cche impressione possi fà a la ggente!</p> -<p class="i01">Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego</p> -<p class="i02"> De miracoli, e llui non ze tiè in piede!</p> -<p class="i02"> Prima càrita ssincipi tabbègo.</p> -</div></div> - -<p> -Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno -della tesi, è un'uscita geniale. Ne potrebbe -essere più comica l'antitesi in Santa Rosa: (II. 366). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Santa Rosa era sciuca e annava a scola;</p> -<p class="i02"> E ffascenno la cacca a la ssediola,</p> -<p class="i02"> Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette.</p> -</div></div> - -<p> -E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, -importa riprodurre per intiero <i>Er fugone -de la sagra famijja</i>, in cui la forza satirica, velata -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -dalla forma burlesca, raggiunge il vertice -dell'arte: (II. 19). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ner ventisette de dicemmre a lletto,</p> -<p class="i02"> San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto</p> -<p class="i02"> Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto</p> -<p class="i02"> Provanno scerti nummeri dell'otto;</p> -</div></div> - -<p> -(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri -pel lotto, ponendoli la notte sotto il guanciale). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cuanno j'apparze in zogno un angeletto</p> -<p class="i02"> Cór un lunario che ttieneva sotto;</p> -<p class="i02"> E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto,</p> -<p class="i02"> Che festa viè qui ddrento a li ventotto.»</p> -<p class="i01">Se svejjò San Giuseppe com'un matto,</p> -<p class="i02"> Prese un zomaro ggiovene in affitto,</p> -<p class="i02"> E pe' la prescia manco fesce er patto.</p> -<p class="i01">E cquanno er giorno appresso uscì l'editto,</p> -<p class="i02"> Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto</p> -<p class="i02"> Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto.</p> -</div></div> - -<p> -Nella satira politica (e se ne intende agevolmente -la ragione) il Belli è anche più violento ed amaro. -Papi, cardinali, monsignori, curati, preti, frati, governatori, -decani, favoriti, tutti son frustati; il mal -costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle -amministrazioni, i lussi sfrenati, le acerbità del -Fisco, le crudeltà delle persecuzioni politiche e la -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono -immortalmente designati all'odio e al disprezzo -degli uomini, in figure che paiono fuse nel bronzo. -</p> - -<p> -Papa Gregorio era un beone. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ho sentito mo ppropio de risbarzo</p> -<p class="i02"> (Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore)</p> -<p class="i02"> Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore</p> -<p class="i02"> Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118).</p> -</div></div> - -<p> -(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo). -</p> - -<p> -Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il -Belli scrive cotesto capolavoro: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">Er Viatico de l'antra notte.</span> (V. 99).</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Notte addietro, ar quartier de la Reale</p> -<p class="i02"> De San Pietro, le scento sintinelle</p> -<p class="i02"> Strillòrno <i>all'arme!</i> e a lo strillà de quelle</p> -<p class="i02"> Er tammurro bbattè la ggenerale.</p> -<p class="i01">Pènzete er Papa! Bbutta l'urinale</p> -<p class="i02"> E in camiscia, e ssi e nno ccò le sciafrelle</p> -<p class="i02"> Va a li vetri; e cche vvede, Raffaelle?</p> -<p class="i02"> Passà immezz'a ddu torce er Prencipale.</p> -<p class="i01">Cor naso mezzo drento e mezzo fora,</p> -<p class="i02"> Chè ttanto inzin'a cqui llui sce s'arrischia.</p> -<p class="i02"> Fa' allora: «Eh bbuggiarà! ppropio a cquest'ora!»</p> -<p class="i01">Povero frate! è ttanto scacarcione</p> -<p class="i02"> Che ssi una rondinella passa e ffischia</p> -<p class="i02"> La pijja pe' na palla de cannone.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -</p> - -<p> -Il Papa vuol avere la via sotterranea per Castel -Sant'Angelo, perchè (V. 290). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Drent'a Ccastello ppo' ggiucà a bbon gioco</p> -<p class="i02"> Er Zanto Padre, si jje fanno spalla</p> -<p class="i02"> Uno pe' pparte er cantiggnere e er coco.</p> -<p class="i01">E ssotto la bbanniera bianca e ggialla,</p> -<p class="i02"> Po ddà commidamente da quer' loco</p> -<p class="i02"> Binedizzione e ccannonate a ppalla.</p> -</div></div> - -<p> -Ecco lo specchio del governo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cuanno er Zommo Pontefisce cià mmostro</p> -<p class="i02"> Che cqualúnque malanno che sse dia</p> -<p class="i02"> S'abbi d'arimedià co' un po' d'inchiostro.</p> -<p class="i02"> Co' un po' d'incenzo e cquattro avemmaria:</p> -<p class="i01">Cquanno se vede che lo stato sbuzzica,</p> -<p class="i02"> E che er ladro se succhia tutto er grasso,</p> -<p class="i02"> E 'r Governo lo guarda e nun lo stuzzica;</p> -<p class="i01">Tu allora, che lo vedi de sto passo.</p> -<p class="i02"> Di cch'er Governo è ssimil'a una ruzzica.</p> -<p class="i02"> Che ccurre curre fin che ttrova er sasso.</p> -</div></div> - -<p> -E la parola fu profetica, perchè trovò il sasso e si -fermò. -</p> - -<p> -Ridicolo cotesto potere temporale del Capo della -Religione, perchè (III. 146). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che bbella cosa sarìa stata ar monno</p> -<p class="i02"> De vede er Nazzareno a ffà la guerra</p> -<p class="i02"> E a scrive editti fra vviggijja e ssonno!</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span></p> -<p class="i01">E dde ppiù mannà ll'ommini in galerra,</p> -<p class="i02"> E mmette er dazzio a le sarache e ar tonno</p> -<p class="i02"> A Rripa-granne e a la Dogàn-de-terra.</p> -</div></div> - -<p> -Festeggiate la nascita d'un figliuolo? Male: non è -da far festa. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Poveri scechi! E nun ve sète accorti</p> -<p class="i02"> Ch'er libbro de bbattesimi in sto stato</p> -<p class="i02"> Se poterìa chiamà <i>Llibbro de morti</i>? (III. 345).</p> -</div></div> - -<p> -Ecco come si vive a Roma: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">Er ventre de vacca.</span> (II. 347).</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Na setta de garganti che rrameggia</p> -<p class="i02"> E vvò tutto pe' fforza e ccò li stilli;</p> -<p class="i02"> Un Papa maganzese che stancheggia,</p> -<p class="i02"> Promettennosce tordi e cce dà ggrilli;</p> -<p class="i01">N'armata de Todeschi che ttraccheggia,</p> -<p class="i02"> Ecce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:</p> -<p class="i02"> Un diluvio de frati che scorreggia,</p> -<p class="i02"> E intontisce er Zignore cò li strilli:</p> -<p class="i01">Preti cocciuti ppiù dde tartaruche;</p> -<p class="i02"> Edittoni da facce un focaraccio.</p> -<p class="i02"> Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:</p> -<p class="i01">Li cuadrini serrati a ccatenaccio;</p> -<p class="i02"> Furti, castell'in aria e ffanfaluche:</p> -<p class="i02"> Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio.</p> -</div></div> - -<p> -Un ultimo quadro (mi si perdoni se citando il Belli -io debbo sovente riferire immagini e parole sconvenienti -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -e rozze; le ho, per quanto era possibile, -evitate, ma non del tutto, che son troppo familiari -a lui e alla plebe di Roma e troppo caratteristiche) -un ultimo quadro di <i>genere</i> e passeremo -ad altri argomenti. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">Er logotenente.</span></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Come intese a cciarlà der cavalletto,</p> -<p class="i02"> Presto io curze dar sor logotenente:</p> -<p class="i02"> «Mi' marito.... Eccellenza, è un poveretto....</p> -<p class="i02"> Pe' ccarità.... cchè nun ha fatto ggnente.»</p> -<p class="i01">Disce: «Mettet'a ssede.» Io me sce metto.</p> -<p class="i02"> Lui cor un zenno manna via la gente:</p> -<p class="i02"> Po' me s'accosta: «Dimme un pò ggrugnetto:</p> -<p class="i02"> Tu' marito lo voi reo o innoscente?»</p> -<p class="i01">«Innoscente, dich'io;» e llui: «Sciò ggusto:»</p> -<p class="i02"> E ddetto-fatto cuer faccia d'abbreo</p> -<p class="i02"> Me schiaffa la man dritta drent'ar busto.</p> -<p class="i01">Io sbarzo in piede e strillo: «Eh, sor cazzeo...!»</p> -<p class="i02"> E llui: «Fijjola, cuer ch'è ggiusto è ggiusto:</p> -<p class="i02"> Annate via: vostro marito è rreo.»</p> -</div></div> - -<p> -Dei sonetti nei quali il Belli ha dipinto con colori -satirici la vita dei chiostri, ne riferirò uno, notevole -anche perchè inedito. Ne possiede il manoscritto -l'egregio professor Pio Spezi, studioso del nostro -poeta e autore di pregevoli scritti sull'opera sua. -Eccolo: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">Er capitolo.</span></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Li frati ereno trenta; e ffra costoro</p> -<p class="i02"> Venuto er giorno de creà er guardiano,</p> -<p class="i02"> Prima pranzorno, eppoi, doppo lo spano,</p> -<p class="i02"> Calorno in fi'a tutt'e ttrenta in coro.</p> -<p class="i01">Ellì, a uno a uno, ognun de lóro</p> -<p class="i02"> (Comincianno, s'intenne, dar più anziano)</p> -<p class="i02"> Co una cartina siggillata in mano,</p> -<p class="i02"> Annò a fficcalla in un bussolo d'oro.</p> -<p class="i01">Fatto questo se venne a la lettura:</p> -<p class="i02"> Frà Mmatteo, frà Ttaddeo, frà Bbenedetto,</p> -<p class="i02"> Frà Elia, frà Bbeda, frà Bbonaventura....</p> -<p class="i01">Inzomma un doppo l'antro un terremoto</p> -<p class="i02"> De nomacci, e' r guardiano nun fu eletto</p> -<p class="i02"> Perchè tutti li frati ebbeno un voto.</p> -<p class="i18"> 7 marzo 1836.</p> -</div></div> - -<p> -Abbiamo detto che la satira del Belli non si -arrestò alla Chiesa, ma, sebbene non senza bonarietà, -si esercitò anche sui costumi della borghesia -e della plebe. -</p> - -<p> -La rozzezza e l'ignoranza, l'apatia e l'accidia, -la prodigalità dissennata, il pettegolezzo e la maldicenza, -la dissolutezza del costume, l'indulgenza -verso il reato, l'inganno nel commercio sono effigiati -in vive ligure. -</p> - -<p> -Una popolana dà pegni al Monte di Pietà: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Pe' annà a Ttestaccio a divertisse un po' (IV. 290).</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -e una famiglia va a chiedere l'elemosina per poter -bagordare il Martedì Grasso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Pe mme vvojjo annà a lletto a ppanza piena;</p> -<p class="i02"> E prima me daria la testa ar muro,</p> -<p class="i02"> Che cchiude un carnovale senza scèna. (III. 28).</p> -</div></div> - -<p> -Uno dei più bei gusti è quello di deturpar le mura: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tutta la nostra gran zoddisfazzione</p> -<p class="i02"> De noàntri quann'èrimo regazzi</p> -<p class="i02"> Era a le case nove e a li palazzi</p> -<p class="i02"> De sporcajje li muri còr carbone</p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Quelle so bbell'età, per Dio de leggno!</p> -<p class="i02">Sibbè ch'adesso puro me la godo,</p> -<p class="i02">E ssi cc'è mmuro bbianco io je lo sfreggno. (III. 399).</p> -</div></div> - -<p> -E come s'educano i figliuoli? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tiè, ccane; tiè, ccaroggna; tiè, assassino;</p> -<p class="i02"> Tiè, pijja su, animaccia d'impiccato.</p> -<p class="i02"> No, ffio d'un porco, nun te lasso, insino</p> -<p class="i02"> Che ccò ste mane mie nun t'ho stroppiato. (V. 87).</p> -</div></div> - -<p> -Queste sono le <i>grazziette de mamma</i>: (V. 63). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quanno che schiatti, vojjo fà un pasticcio</p> -<p class="i02"> De maccaroni, e un triduo a ssant'Anna.</p> -<p class="i02"> Per avèmme levata da st'impiccio.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span></p> -<p class="i01">Questa è l'aricompenza, eh? de le pene</p> -<p class="i02"> De' na povera madre che s'affanna,</p> -<p class="i02"> Vassalla infame, p'educatte bbene?</p> -</div></div> - -<p> -L'ignoranza presuntuosa è comicissima nel servo -che deride il padrone perchè studia astronomia e -pesa l'aria senza <i>stadera</i>. (V. 17). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Eh ssi ll'aria pesassi, addio scibbaria!</p> -<p class="i02"> Pe' una la libbra de carne o mmaccaroni</p> -<p class="i02"> Se pagherebbe dodiscionce d'aria.</p> -</div></div> - -<p> -La pigrizia si manifesta nell'adorazione del letto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oh bbenedetto chi ha inventato er letto! (III. 17).</p> -</div></div> - -<p> -e nessuna pittura potrà rendere l'immagine della -fiacca e oziosa vita delle case romane di quel tempo -meglio del sonetto sulla elezione di Papa Gregorio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce</p> -<p class="i02"> Dava la pappa ar fijjo piccinino;</p> -<p class="i02"> Mi' marito pippava, e Ggiuvacchino</p> -<p class="i02"> Se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.</p> -<p class="i01">Peppandrea s'allustrava la vernisce</p> -<p class="i02"> De la tracolla, e io stavo ar cammino</p> -<p class="i02"> A accenne cor zoffietto uno scardino</p> -<p class="i02"> De carbonella dorce e de scenisce. (IV. 190)</p> -</div></div> - -<p> -Ecco il <i>confiteor</i> del romano: (IV. 35). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tutta la mi' passione Sarvatore</p> -<p class="i02"> Sarebbe quella de nun fà mmai ggnente;</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span></p> -<p class="i02"> E quanno che sto in ozzio, propiamente</p> -<p class="i02"> Me pare, bbene mio! d'èsse un Ziggnore.</p> -</div></div> - -<p> -L'intrepidezza della guardia civica è scolpita in un -sonetto celebre: (V. 97). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Stamo immezz'a 'na macchia, Caterina.</p> -</div></div> - -<p> -M'hanno assalito. Paura io? Di che? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Ma, ccosa vói?, nun me potei difenne.</p> -<p class="i01">E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta!</p> -<p class="i02"> Co' sta battajjeria d'impicci addosso,</p> -<p class="i02"> Come avevo da fà, ssì bbenedetta?</p> -</div></div> - -<p> -Il romano s'accende soltanto se gli toccate il vino, -e come grida contro l'editto delle osterie! (II. 200). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Noi mannesce a scannatte er giacubbino,</p> -<p class="i02"> Spennesce ar prezzo che tte va ppiù a ccore,</p> -<p class="i02"> Ma gguai, pe' ccristo, a echi cce tocca er vino.</p> -</div></div> - -<p> -Del mal costume delle signore e delle popolane -offrono esempio, tra gli altri, i sonetti 199 V, 78 V; -ed ecco un bel saggio della <i>compassione de la -commare.</i> (V. 197). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Chi? echi è mmorto? er zor Checco? Oh cche mme dichi!</p> -<p class="i02"> Me fai rimane un pizzico de sale.</p> -<p class="i02"> E de che mmal'è morto, eh?, dde che mmale?</p> -<p class="i02"> Ma ggià, de che! de li malacci antichi.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span></p> -<p class="i01">Ggesusmaria! Chi vvo' ssentì Ppasquale</p> -<p class="i02"> Quanno lo sa, cch'ereno tanti amichi!</p> -<p class="i02"> Ma ggià, er zor Checco, Iddio lo bbenedichi,</p> -<p class="i02"> L'aveva, veh, una scera de spedale.</p> -<p class="i01">E cch'ha llassato? me figuro, stracci.</p> -<p class="i02"> E la mojje che ddisce, poverella?</p> -<p class="i02"> So ffiniti, eh?, li ssciali e li Testacei.</p> -<p class="i01">Vedova accusì ppresto! Ma ggià cquella!</p> -<p class="i02"> Nun passa un mese che, bbon prò jje facci,</p> -<p class="i02"> Va eco un antro cornuto in carrettella.</p> -</div></div> - -<p> -Non è possibile condensare meglio di così in quattordici -versi tanta arguzia di psicologia, tanto tesoro -di osservazione, così viva freschezza di forma. -È la personificazione del pettegolezzo amaro e della -finta pietà femminile. <i>Li conti co' la cuscienza</i> -(IV. 38) mostrano quanto sia debole la morale del -popolo; se si potesse far il male senza andare in -prigione, si farebbe. Perciò sono un errore le grazie -che fa il Papa nuovo. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Da un par de mesi in qua sto sor Giuanni.</p> -<p class="i02"> Me dà gguai e mme scoccia li .........</p> -<p class="i02"> Dunque bbisognerà che lo bbastoni;</p> -<p class="i02"> E cquasi quasi è mmejjo che lo scanni.</p> -<p class="i01">A nnoi. Quant'anni hà er Papa? Ha ssettant'anni.</p> -<p class="i02"> Va bbene: è vvecchio. Settant'anni bboni</p> -<p class="i02"> So' un passaporto pell'antri carzoni.</p> -<p class="i02"> Tanto ppiù ssi ssò uniti anni e mmalanni.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p> -<p class="i01">Tempo, amico. Per ora te sopporto:</p> -<p class="i02"> Ma ssi er Papa da ggiù, ddove te trovo</p> -<p class="i02"> Te lasso freddo. Er conto è ccorto corto.</p> -<p class="i01">Meno, scappo, sò ppreso, er Papa more,</p> -<p class="i02"> Viè er concrave, se crea er Papa novo,</p> -<p class="i02"> Fa le ggrazzie, e mme n'esco con onore.</p> -</div></div> - -<p> -Anche i pregiudizi offrono tema a sonetti (II. 111, -II. 151, ecc.) e talvolta pregiudizi e ignoranza fusi -insieme finiscono in una punta di satira psicologica, -come, per esempio, nel sonetto <i>La pietra de -carne</i> (IV. 305). -</p> - -<p> -Ma se la satira costituisce la nota caratteristica -del Belli, non è la sola della sua Musa. -</p> - -<p> -La fierezza popolare e il senso d'onore hanno -voci gagliarde, come nel III. 409; non manca il -grido del povero operaio che confronta amaramente -il suo lavoro e la sua miseria coll'ozio e gli agi -dei grandi, precorrendo i socialisti di oggi (IV. 54); -non manca l'esortazione morale in uno dei più efficaci -sonetti: (III. 95). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Lassa ste vanità: llassele spòsa.</p> -<p class="i02"> Ar monno, bbella mia, tutto finissce.</p> -<p class="i02"> Come sèmo arrivati ar profiscissce,</p> -<p class="i02"> Addio vezzi, addio fibbie, addio 'ggni cosa.</p> -<p class="i01">Quanto te credi de fà la vanosa</p> -<p class="i02"> Co' ste pietrucce luccichente e llisce?</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p> -<p class="i02"> Diescianni, venti, trenta; eppoi? sparissce</p> -<p class="i02"> La ggioventù, e cche ffai, povera Rosa?</p> -<p class="i01">Er tempo, fijja, è ppeggio d'una lima.</p> -<p class="i02"> Rosica sordo sordo e tt'assottijja,</p> -<p class="i02"> Che ggnisun giorno sei quella de prima.</p> -<p class="i01">Dunque nun rovinà la tu' famijja:</p> -<p class="i02"> Nun mette a rrepentajjo la tu' stima,</p> -<p class="i02"> Lassa ste vanità; llassele fijja.</p> -</div></div> - -<p> -L'amore, nell'alto senso della parola, sentimento -così vivo e poetico, non trova in tanta mole di -sonetti la sua rappresentazione. Molta volgarità di -rapporti sessuali, ma nessuna squisitezza di sentimento. -Perchè? Non sapeva amare la plebe di -Roma? O era sordo il cuore del poeta? Non credo -che la rudezza romanesca fosse fatta pei sensi gentili -dell'amor vero: ma dei giovani e delle ragazze -che sapessero amare dovevano pure trovarsene. -</p> - -<p> -Non credo che il Belli fosse un uomo passionale -(basta ricordare come volesse bene al marito della -sua adorata marchesina e come sposasse una donna -di dieci anni più vecchia di lui, perchè ricca); -ma il momento sentimentale non gli sarà mancato. -Comunque, il fatto è certo; nè può affermarsi che -sia colpa del dialetto; perchè nel dialetto stesso -Giggi Zanazzo ha scritto poesie squisite per gentilezza -di sentire. -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -Gli affetti della famiglia, invece, e l'elegia -hanno echi mirabili (IV. 310, 311, 375, 409); e -valga per tutti: (IV. 120). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">La morte de Tuta.</span></p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Povera fijja mia! Una regazza</p> -<p class="i02"> Che vvenneva salute! Una colonna!</p> -<p class="i02"> Viè una frebbe, arincarza la siconna,</p> -<p class="i02"> Aripète la terza e mme l'ammazza.</p> -<p class="i01">Io l'avevo invotita a la Madonna,</p> -<p class="i02"> Ma inutile, lei puro me strapazza.</p> -<p class="i02"> Ah cche ppiaga, commare! che ggran razza</p> -<p class="i02"> De spasimi! Io pe' mme nun zo' ppiù donna</p> -<p class="i01">Scordammene?! Eh ssorella, tu mme tocchi</p> -<p class="i02"> Troppo sur farzo. Io so cch'a mme mme pare</p> -<p class="i02"> De vedemmela sempre avanti all'occhi.</p> -<p class="i01">Fijja mia bbona bbona! angelo mio!</p> -<p class="i02"> Tuta mia bbella! viscere mie care,</p> -<p class="i02"> Che tt'ho avuto da dà ll'urtimo addio!</p> -</div></div> - -<p> -Quale contrasto tra la finta <i>compassione della comare</i> -e cotesto grido straziante d'un'anima ferita! -Tanta altezza lirica di passione non è frequente -nel Belli, come, sebbene pieni di grazia, non sono -frequenti i sonetti di tenerezza materna verso i -bimbi; ma <i>La morte di Tuta</i> ha pure qualche -compagno. Maravigliosi per sincerità ed efficacia -rappresentativa i tre sonetti <i>La povera madre</i>. -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -(II. 175) in cui sono descritti il dolore e le sventure -della moglie di un perseguitato politico: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Eccolo llì cquer fijjo poverello</p> -<p class="i02"> Che ll'antro mese te pareva un fiore!</p> -<p class="i02"> Guardelo all'occhi, a la carne, ar colore</p> -<p class="i02"> Si ttu nun giuri che nuun è ppiù cquello!</p> -<p class="i01">Sin da la notte de cuer gran rumore,</p> -<p class="i02"> Da che er padre je messeno in Castello,</p> -<p class="i02"> Nun m'ha parlato ppiù, ffijjo mio bbello;</p> -<p class="i02"> Me sta «sempre accusì: mmore e nnun mmore.</p> -</div></div> - -<p> -Non meno efficaci <i>La vedova dell'ammazzato</i> (V. 169) -e <i>La nottata de spavento</i> (V. 109). -</p> - -<p> -Udite quale tesoro d'amore ne <i>La famijja poverella</i>: -(IV. 329). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quiete, cratùre mie, stateve quiete:</p> -<p class="i02"> Si ffijji, zitti, che mmommò'vviè ttata.</p> -<p class="i02"> Oh Vvergine der Pianto Addolorata,</p> -<p class="i02"> Provedeteme voi che lo potete.</p> -<p class="i01">No, vviscere mie care, nun piaggnete:</p> -<p class="i02"> Nun me fate mori ccusì accorata.</p> -<p class="i02"> Lui quarche ccosa l'averà abbuscata,</p> -<p class="i02"> E pijjeremo er pane e magnerete.</p> -<p class="i01">Si ccapissivo er bene che ve vojjo!</p> -<p class="i02"> Che ddichi Pèppe? nun voi sta a lo scuro?</p> -<p class="i02"> Fijjo, com'ho da fa ssi nun c'è ojjo?</p> -<p class="i01">E ttu Lalla, che hai? Povera Lalla,</p> -<p class="i02"> Hai freddo? Ebbe nnun mèttete lli ar muro</p> -<p class="i02"> Viè in braccio a mmamma tua che tt'ariscalla.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -</p> - -<p> -Nè l'arguta musa rifugge dall'orrore tragico. Rari -sono gli esempi, ma potenti; e il Pascarella, che -nelle prime prove offrì notevoli sonetti di cotesta -ispirazione, e il Sindici che alcuno ne ha scritto -non dispregevole, trovarono la prima fonte nel Belli. -Sentite la forza della selvaggia semplicità, de -<i>Li malincontri</i>: (V. 328). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">M'aricordo quann'ero piccinino</p> -<p class="i02"> Che ttata me portava fòr de porta</p> -<p class="i02"> A rriccòjje er grespigno e cquarche vvorta</p> -<p class="i02"> A rrinfrescacce co' un bicchier de vino.</p> -<p class="i01">Bbe, un giorno pe' la strada de la Storta</p> -<p class="i02"> Dov'è cquello sfasciume d'un casino</p> -<p class="i02"> Ce trovassimo stesa lli viscino</p> -<p class="i02"> Tra un orticheto una regazza morta.</p> -<p class="i01">Tata, ar vedella llì a ppanza per aria</p> -<p class="i02"> Piena de sangue e cco' no squarcio in gola,</p> -<p class="i02"> Fesce un strillo e pijjò ll'erba fumaria.</p> -<p class="i01">E io, sibbè ttant'anni so' ppassati,</p> -<p class="i02"> Nun ho ppotuto ppiù ssentì pparola</p> -<p class="i02"> De ggirà ppe' li loghi scampaggnati.</p> -</div></div> - -<p> -Chi conosce la tragica solitudine dell'agro romano -è affascinato dalla potenza rappresentativa di cotesti -quattordici versi. -</p> - -<p> -Non sembra possibile che il fosco pittore dei -<i>malincontri</i> sia il semplice e mite scrittore della -<i>poverella</i> (II. 116). <i>La poverella</i> non pare un sonetto, -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -ma il nudo discorso d'una mendicante, tanto -è naturale -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bbenefattore mio, che la Madonna,</p> -<p class="i02"> L'accompagni e lo scampi d'ogni male,</p> -<p class="i02"> Dia quarche ccosa a sta povera donna</p> -<p class="i02"> Co' ttre ffijji e '1 marito a lo spedale.</p> -<p class="i01">Me la dà? me la dà? ddica eh? rrisponna:</p> -<p class="i02"> Ste crature so' ignude tal e cquale</p> -<p class="i02"> Ch'el Bambino la notte de Natale:</p> -<p class="i02"> Dormimo sotto a un banco a la Ritonna.</p> -<p class="i01">Anime sante! se movessi un cane</p> -<p class="i02"> A ppietà! ar meno ce se movi lei:</p> -</div></div> - -<p> -(Ecco l'umorista che fa capolino). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Me facci prenne un bocconcin de pane.</p> -<p class="i01">Signore mio, ma ppropro me la merito,</p> -<p class="i02"> Sinnò, davero, nu' lo seccherei</p> -<p class="i02"> Dio lo conzoli e jje ne reuni merito.</p> -</div></div> - -<p> -Perfino il sentimento della natura, che parrebbe -estraneo all'animo di un poeta psicologico e satirico, -ispirò al Belli un sonetto, che non morrà: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"> <span class="smcap">Er tempo bbono</span>. (II. 415).</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Una ggiornata come stammatina</p> -<p class="i02"> Senti, è un gran pezzo che nnun z'è ppiù ddata.</p> -<p class="i02"> Ah bbene mio! te senti arifiatata;</p> -<p class="i02"> Te s'opre er core a nnu sta ppiù in cantina!</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span></p> -<p class="i01">Tutta la vòrta der celo turchina;</p> -<p class="i02"> L'aria odora che ppare imbarzimata:</p> -<p class="i02"> Che ddilizzia! che bbella matinata!</p> -<p class="i02"> Propio te disce: cammina, cammina.</p> -<p class="i01">N'avem'avute de ggiornate tetre,</p> -<p class="i02"> Ma oggi se po' ddì una primavera.</p> -<p class="i02"> Varda che ssole, va': spacca le pietre.</p> -<p class="i01">Ammalappena eh'ho ccacciato er viso</p> -<p class="i02"> Da la finestra, ho ffatto stammatina:</p> -<p class="i02"> Hàh! cche ttempo! è un cristallo: è un paradiso.</p> -</div></div> - -<p> -Sebbene molti saggi e forse troppi io abbia riferito -per rendere l'immagine vera dell'arte belliana, -di cui un solo aspetto è popolarmente noto, molti -e molti altri dovrei citarne. Ma mi accontenterò di -un ultimo, che è quasi la sintesi di quell'arte, per -l'acutezza dell'osservazione psicologica, la vena tra -umoristica e sarcastica, la filosofica rassegnazione -e la consueta sincerità ed efficacia di forma. Si -tratta dell'<i>Amore delle donne</i>; le colte e gentili -uditrici non se l'abbiano a male, pensando che il -Belli era un pessimista, e molto gli deve essere -perdonato: (IV. 387). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'amore d'una donna io te lo do</p> -<p class="i02"> A uso de quadrini e ssantità;</p> -<p class="i02"> Credilo sempre metà ppè mmetà:</p> -<p class="i02"> Pijjelo, e ttira via come se po'.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span></p> -<p class="i01">Er bene che llei disce che tte vo',</p> -<p class="i02"> E ttutte le scimmiate che tte fa,</p> -<p class="i02"> Quarche vvorta ponn'esse verità,</p> -<p class="i02"> E cquarche vvorta e un po' ppiù spesso, no.</p> -<p class="i01">Indòve l'occhio tuo nun po' vvedè</p> -<p class="i02"> Ssi cce n'è un po' de meno o un po' de ppiù,</p> -<p class="i02"> Quint'azzecca, Matteo, quanto sce n'è.</p> -<p class="i01">Co' le donne hai da fa ccome fai tu</p> -<p class="i02"> Quanno bbevi favetta pe' ccaffè:</p> -<p class="i02"> Striggni le labbra e bbon zuàr Monzù.</p> -</div></div> - -<p> - Per concludere, i sonetti del Belli costituiscono -una enciclopedia romanesca; pensieri, sentimenti, -costumi, frasi; satira religiosa e satira politica, satira -di borghesi e satira di plebe: chiesa, governo, -arti, mestieri, pregiudizi: ignoranza e rozzezza popolare, -pettegolezzi di vicinato, dolcezze di famiglia -e crudeltà di coltello, sentimento della natura, -psicologia pratica, moralità e sfrenata licenza; tutto -è osservato, raccolto, vivificato dall'arte. La storia -e la cronaca sono inquadrate nei loro episodi e nei -loro aneddoti; la rivoluzione e il colèra. Don Marino -e il dragone ubbriaco, la morte del Pinelli e -del Mucchielli, i trionfi della Bettini, della Cerrito -e della Grisi; Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, è -il Cardinal Tosti e il Cardinale Lambruschini, la -scandalosa causa Cesarini, il Canova, i pranèzi degli -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -Arcadi, la pubblica colletta pel terremoto, l'abusivo -passaggio della carrozza cardinalizia attraverso -il cammino del Papa e gli sdegni di Gaetanino -Moroni, la Madonna dell'Arco de' Cenci, l'editto -dei doni vietati fra amanti, il Cardinal De Simone -e la casa di piacere scoperta, tutto è rammentato -e rappresentato. -</p> - -<p> -Cotesta vita palpitante, nella sua varietà, dal -pianto al riso, risorge innanzi alla fantasia con tal -forza di carattere e classica semplicità di forma -da parere opera di natura, anzichè d'arte. E però -il Belli, che pur deve alla plebe romana la sua -gloria, è passato ai futuri come uno dei maggiori -poeti nostri del secolo: la vita romana dal 1830 -al 1848, già così lontana da noi e morta per sempre, -vive e vivrà, com'egli prediceva, nel monumento -dell'arte, per opera sua. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<h3>NOTA.</h3> - -<p> -Chi desiderasse conoscere la bibliografia intorno al Belli -consulti il <span class="smcap">Bovet</span>, <i>Le peuple de Rome vers 1840</i>: Neuchàtel, -Attinger frères, 1898. — L'edizione più completa -dei sonetti è quella del <i>Lapi</i>, curata dal <span class="smcap">Morandi</span>, alla -quale si riferiscono tutte le nostre citazioni (Città di Castello, -1886-1889, 6ª edizione). -</p> - -<p> -Prima del Belli la letteratura romanesca era povera; -degli stornelli e delle improvvisazioni popolari; un poema -del <span class="smcap">Peresio</span>, <i>Il Maggio romanesco</i>, uno del <span class="smcap">Bernieri</span>, -<i>Meo Patacca</i> e poi la <i>Passatella</i> del <span class="smcap">Ciampoli</span> e dei sonetti del -<span class="smcap">Giraud</span>. Il più antico scrittore di sonetti romaneschi -pare che fosse <span class="smcap">Benedetto Micheli</span> (<i>Jachello de -la Lenzarà</i>). Forse altre Opere esistono, ma ignorate. -Nessuno di questi poeti merita di essere tratto dall'oblio. -</p> - -<p> -Contemporaneamente al Belli vissero scrittori non dispregevoli, -fra i quali lo <span class="smcap">Spada</span>. Dopo lui debbono essere -rammentati il <span class="smcap">Ferretti</span>, autore della <i>Dottrinella</i>; <span class="smcap">Augusto -Marini</span>, che scrisse in romanesco impuro, ma con vena -satirica; <span class="smcap">Giggi Zanazzo</span>, il più geniale, il più vario e il -più puramente romanesco di tutti; il <span class="smcap">Pascarella</span>, arguto -ed efficace; il <span class="smcap">Querini</span>, il <span class="smcap">Giacquinto</span>, il <span class="smcap">Salustri</span> (<i>Trilussa</i>), -ecc. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -</p> - -<h2 id="teatro">IL TEATRO -<span class="smaller">UNA MUSA SCOMPARSA</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">VINCENZO MORELLO</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori</i>. -</p> - -<p class="pad2"> -Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, -il periodo storico che va dal 1846 al 49: -breve periodo, che nella sua temperatura tropicale -fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia -dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone -di rifarmi un po' indietro nel tempo, e, poichè del -teatro non si è parlato e non sarebbe stato possibile -parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare -tutta la produzione dalla prima metà del -secolo. -</p> - -<p> -Non breve cammino — come vedete — e forse -non lieto. Non lieto. La comedia, in questi cinquant'anni, -non ha freschezza e non ha eleganza, -e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. -Non fiorisce la gioia nella società italiana, e -non s'accende l'amore sulla scena. Manca la donna. -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -cioè il sorriso, la grazia, la bellezza, l'errore, il -peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione -e d'espansione di tutti i pensieri e di -tutti gli affetti umani. Se non vi è sole nell'aria, -passano inavvertite le figure umane sulla lastra -fotografica; e se non vi è amore e libertà nella -vita sociale passano inavvertite le figure umane -sulla scena. — Il dramma, almeno, si rifugiò nella -storia, e col calore del sentimento patriottico diede -alla morta gente ancora un palpito di vita, un -gesto di gloria. Ma la comedia tentò invano di -spingere il suo carro nelle vie e nelle piazze, e di -agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. -Le vie e le piazze erano deserte: le fiere e le case -erano mute. Le feste dionisiache erano da un pezzo -finite nelle terre d'Italia! -</p> - -<p> -La comedia è un'espressione di vita; e dove -questa manca, manca anche quella. Paragonate, di -fronte alla miseria nostra, la ricchezza della Francia, -nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte. -</p> - -<p> -Nessun paese credo possa vantare una più varia -e abbondante produzione teatrale, che la Francia -nella prima metà del secolo: comedia di carattere -comedia di costume; dramma storico o dramma -sentimentale. Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, -amava, lottava, combatteva, gesticolava: un -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti -nuovi che provano il canto e le penne nella primavera -del secolo: un vero brulichìo di sostanze -embrionali che si sforzavano di fissarsi e determinarsi -in un nuovo ordine e in una nuova forma. -L'antica società francese era spezzata, se non vinta; -la tradizione ricominciava dall'89, se non dal 93: -il plebeo, diventato generale sotto Napoleone, costretto -a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, -per conquistare sotto Luigi Filippo il potere prima -e la ricchezza dopo, e col potere e la ricchezza -una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, -era un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o -Signori, attraverso la formazione di questo tipo -quanta vis comica e drammatica, e quanta materia -d'osservazione e di discussione nella relativa formazione -del costume e del gusto. — Ma in Italia! -Mai società fu più stremata, mai vita fu più -triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo -napoleonico, che, malgrado le leve forzate -e le spoliazioni, aveva almeno influito, come disse -il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni, ed agguerrir -le forze fisiche nella disciplina e nello -studio; dopo quel periodo, dunque, la vita italiana -fu a un tratto soppressa, per decreto internazionale — del -quale fu affidata all'Austria -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, -in fondo, fu l'Italia. Il movimento di -reazione del '15, che con troppa argutezza diplomatica -fu detto di restaurazione, non ebbe altro -campo di espansione che l'Italia. Da Odoacre in -poi, non s'era vista nel nostro paese una più -ardita invasione barbarica, di quella che mosse -moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo -condannato quasi a domicilio coatto, messo -sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato, insidiato, -oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire -alle persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, -gli italiani si chiusero nelle sètte. Ora -voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno, per -esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di -costumi aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, -per muoversi, di quella media temperatura cerebrale -e sociale nella quale possa agevolmente fiorire -la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la -critica: proprio gli elementi e la temperatura assolutamente -contrari a quelli in cui si raccoglie e -si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in -un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare -come mezzo di propaganda la cospirazione, in -un paese in cui il silenzio è una legge e la reticenza -una difesa, in cui lo spionaggio toglie la -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -libertà dei movimenti intellettuali, in un paese in -cui la polizia dà l'orario della giornata e le formule -del cerimoniale, e il prete la guida delle -amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento -dei giuochi e delle feste, dite voi se sia -possibile che la comedia si levi a guardare, in alto -ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o -nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, -la povera Talia non può, al più, che proteggere -mestamente le innocue abilità dei tre <i>Ludro</i>, -le vuote preziosità della <i>Fiera</i>, le modeste ingenuità -dell'<i>Ajo nell'imbarazzo</i>. Non osservazione, -non sentimento, non caratteri, non abilità tecnica, -e neppure lingua italiana, in simili produzioni. Le -idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico; -gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, -mogli leggere, mariti compiacenti, non derivano -nemmeno dall'esperienza dei loro autori, e -si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste -più. E se gli autori, Alberto Nota, il conte Giraud, -Augusto Bon, sono a loro volta ricordati, è -solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, -che Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia -dell'arte italiana. -</p> - -<p> -Possiamo dunque passare senza fermarci accanto -ai silenzi di questo chiuso mondo della comedia; — e -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -volgerci, invece, a interrogare i grandi fantasmi -del teatro eroico, che i nostri poeti civili han richiamato -dalle lontananze della storia, consiglieri e -aiutatori nella riconquista del paradiso perduto di -nostra gente: la coscienza nazionale. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol -novo: <i>Cajo Gracco</i>. -</p> - -<p> -Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, <i>Cajo -Gracco</i> leva la sua voce possente di tribuno, e -chiama quasi a plebiscito il popolo italiano, dalla -scena: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> Io per supremo</p> -<p class="i01">Degli dèi beneficio, in grembo nato</p> -<p class="i01">Di questa bella Italia, Italia tutta</p> -<p class="i01">Partecipe chiamai della romana</p> -<p class="i01">Cittadinanza, e di serva la feci</p> -<p class="i01">Libera e prima nazïon del mondo.</p> -<p class="i01">Voi, romani, voi sommi incliti figli</p> -<p class="i01">Di questa madre, nomerete or voi</p> -<p class="i01">L'italïana libertà delitto?</p> -</div></div> - -<p> -<i>No</i> — rispondono i cittadini. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">No: itali siam tutti, un popol solo,</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span></p> -<p class="i01">Una sola famiglia....</p> -<p class="i12"> .... Italiani</p> -<p class="i01">Tutti, o fratelli.</p> -</div></div> - -<p> -Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, -la poesia saluta la patria al principio -del secolo. -</p> - -<p> -Che cosa è dunque questo <i>Cajo Gracco</i>? -</p> - -<p> -Il Monti aveva già dato al teatro <i>Aristodemo</i> e -<i>Galeotto Manfredi</i> — due tragedie di mediocre -invenzione e di mediocre struttura, senza caratteri, -senza movimento, senza passione, malgrado la prima -fosse sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli -del genere. Col <i>Cajo Gracco</i> egli diede alfine -un'opera d'arte organica e forte, animandola di -tutto il contenuto politico e morale ch'era più -proprio ai suoi sentimenti, e, vorrei dire, più continuo -e resistente nella troppo rapida varietà e -variabilità dei suoi principî e delle sue opere. -</p> - -<p> -Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, -par che non stia in piedi, che non abbia spina dorsale, -e senta sempre bisogno di appoggiarsi a qualche -cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il -governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, -per una strana esaltazione di tutte le sue facoltà -morali, per un impetuoso risorgimento di tutte le -sue forze poetiche, come se una divina primavera -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -fosse passata sulle cime della sua fantasia e della -sua coscienza, egli riescì, a un dato momento della -sua vita, a dare unità artistica agli elementi più -puri e più belli che aveva sparso nelle varie sue -opere, che per una ragione o per l'altra aveva -dovuto rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. -E creò il <i>Cajo Gracco</i>. Il quale, secondo me, rappresenta -una grande e solenne protesta: la più -grande e solenne protesta che la letteratura del -tempo abbia osato contro il giacobinismo, i cui fatti -erano scritti a sangue non ancora disseccato nelle -vie e nella storia di Francia; e insieme la più solenne -e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico -dell'avvenire, che dovrà governare con la -legge e per la legge, coi buoni e non coi tristi, in -gloria dei più alti ideali e non delle più basse passioni -dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna -e Roma, quando, console Opimio, il Senato onnipossente -opprimendo la libertà romana, crede sia -suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto -del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo -partigiano, consiglia: <i>Con tutti</i>. Ma egli risponde: -<i>Con uno solo: con la giustizia e con l'amore.</i> — Fulvio -non intende, e fa la sua via; e raccogliendo -in una stessa azione i suoi sentimenti, l'odio -e l'amore, dà il segno della sommossa, uccidendo -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale -è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna -di Cajo e della casa dei Gracchi. — Il cattivo genio -della tragedia è, come vedete, Fulvio: il giacobino. -Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo -descrive: — -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> Di libertade</p> -<p class="i01">Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,</p> -<p class="i01">Non hai virtude, e libero ti chiami?</p> -<p class="i01">Zelo di libertà, pretesto eterno</p> -<p class="i01">D'ogni delitto! Frangere le leggi</p> -<p class="i01">Impunemente, seminar per tutto</p> -<p class="i01">Il furor delle parti e con atroci</p> -<p class="i01">Mille calunnie tormentar qualunque</p> -<p class="i01">Non vi somigli....</p> -<p class="i01">Ecco l'egregia, la sublime e santa</p> -<p class="i01">Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi.</p> -<p class="i01">Libertà di ladroni e d'assassini.</p> -</div></div> - -<p> -E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di -questo dramma, me lo dicono le altre opere del -Monti. Confrontate, infatti, con quelli che ho citati, -i versi seguenti del canto II della <i>Mascheroniana</i>, -sui giacobini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Dal calzato allo scalzo, le fortune</p> -<p class="i01">Migrar fûr viste, e libertà divenne</p> -<p class="i01">Merce di ladri e furia di tribune.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -E questi altri del canto III: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Tutta allor mareggiò di cittadino</p> -<p class="i01">Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito</p> -<p class="i01">Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.</p> -</div></div> - -<p> -E questi altri del canto II della <i>Bassvilliana</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> E di sue libertà spietato e baldo</p> -<p class="i01">Tuffò le stolte insegne e le man ladre</p> -<p class="i01">Nel sangue del suo re fumante e caldo.</p> -</div></div> - -<p> -La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi -con lo stesso accento musicale. Quando rimproverato -del delitto, Fulvio risponde a Cajo Gracco -ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di -lui, uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto -le sue parole, Cajo risponde indignato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> Fulmine colga,</p> -<p class="i01">Sperda quei tristi che per via di sangue</p> -<p class="i01">Recando libertà, recan catene.</p> -<p class="i01">Ed infame e crudel più che il servaggio</p> -<p class="i01">Fan la medesma libertà. Non dire</p> -<p class="i01">Empio, non dir che la sentenza è mia!...</p> -</div></div> - -<p> -Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei -Pétion, degli Isnard, dei deputati della Legislativa -e della <i>Convenzione</i>, che dichiaravano <i>utili -e necessari i massacri del settembre</i>, legittimi e -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -doverosi gli assassinî <i>quando l'autorità delle leggi -può sembrare al popolo qualche volta troppo lenta -per garantirne la sicurezza</i>, e legali e naturali le -condanne senza prove, perchè basta il sospetto per -la distruzione dei cospiratori. — Contro tali sentenze, -contro tutta la dottrina contenuta in tali -sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più -civile: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> E che dunque? Altra non havvi</p> -<p class="i01">Via di certa salute e di vendetta</p> -<p class="i01">Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,</p> -<p class="i01">Ad Opimio lasciate ed al Senato</p> -<p class="i01">Il mestier dei carnefici. Romani,</p> -<p class="i01">Leggi e non sangue!</p> -</div></div> - -<p> -Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e -il nuovo comando politico. E contro il sangue, e -l'opera già consumata o da consumare, si leva fieramente, -protestando; e la protesta affida a un -nome che è diventato titolo nobiliare di democrazia; -e per quella protesta e quel nome disegna una -figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri -il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in -una figura reale, una figura tutta nostra, tutta italiana, -nei cui occhi azzurri par che si rifletta la -soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento -di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -la voce di un popolano, che, durante la sua arringa, -minaccia: <i>Morte ai patrizi</i> — risponde subito: -<i>Morte a nessuno!</i> — E così rispose Giuseppe Garibaldi -dal balcone della Prefettura al popolo di -Napoli che gridava furibondo <i>morte</i> a tanta gente! — <i>Morte -a nessuno!</i> — Era, dal Cajo Gracco del -poeta, al Garibaldi della storia, la vibrazione della -pura coscienza italiana, nata nel diritto, aspirante -alla pace e alla libertà, per la via della concordia -e della giustizia! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Se <i>Cajo Gracco</i> è il primo personaggio del nuovo -teatro; Ugo Foscolo è la prima persona, l'uomo -nuovo della nuova vita italiana del secolo. Monti -era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il -più straziato prodotto del mecenatismo di governo. -Il mecenatismo aveva spostata la sua base: dal -palazzo nella piazza, ed era diventata opinione pubblica, -più meno ristretta e più o meno illuminata, -ma arbitra ormai del destino degli uomini -e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo uomo -della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, -secondo che i tempi richiedevano e il suo spirito -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -urgeva, di distruggere e di creare, di trasformare o -soggiogare. In Monti il letterato scusava l'uomo. -In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e -complessa natura insieme di uomo e di letterato! -Egli par nato dalla violenta fantasia di Byron e -dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le -tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, -l'orgoglio indomabile e il disprezzo invincibile del -prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e la collera, gli -ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza -assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, -in fatto di programma nazionale. Figlio di un -secolo, che portava in sè tanti germi di malattie -sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al -più alto grado la febbre di quelle malattie, il furore -di quelle idealità. Temperamento profondamente -romantico, in una forma di elezione e di -eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, -tutte le contraddizioni dell'epoca in cui -visse, e della quale fu il rappresentante più angosciato -e la vittima più turbolenta. Mai si può dire -di un letterato, con maggior verità che di lui: «che -fu un milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed -alto senso della parola. Dopo la vendita di Venezia -all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il suo sentimento -e il concetto greco della gloria e dell'eroismo -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -lo spingessero ad amarlo. — <i>Il sacrificio dalla -patria è compiuto</i> — così comincia la prima lettera -di Jacopo Ortis. <i>I miei concittadini son vili</i> — così -finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra. -Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva -la sua patria. Aveva sperato nei suoi concittadini, -e questi si mostrarono ossequenti al dominatore. Che -fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa -lettera — di accrescere ormai il numero degli italiani -che da Dante in qua non han saputo altro fare -che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di -sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo -di Don Chisciotte.» Era il fallimento! Egli l'aveva -presa sul serio, la vita, proprio come una milizia, -ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi -stesse che gli erano fornite nel combattimento. -Qual forma di attività non aveva tentato? Nell'esercito, -nella scuola, nel teatro, nella politica; -multiagitante e multisonante come dice Omero del -mar della sua patria di origine. Quando a quando, -come il soldato che fermandosi a mezza via scuote -col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli -sale cantando nell'aria, nei momenti di riposo -egli scuoteva il suo cuore e venivan fuori l'<i>Ode -all'amica risanata</i> e i <i>Frammenti delle Grazie</i>. -Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -lotta, più accanito e più disperato di prima. — Da -una tale situazione di spirito, da una situazione -così tragica, così personalmente tragica, poteva -uscire la lirica, non la tragedia propriamente detta. -La tragedia era troppo connaturata nell'artista -stesso, perchè potesse essere ricercata e ricreata al -di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, -ad esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai -dei personaggi che questi immaginava per la scena. -Il teatro d'Alfieri non crea che un solo personaggio: -Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il -nome dell'autore di <i>Amleto</i> o di <i>Otello</i>, potete -chiamarlo Shakespeare o Bacone: poco importa: -<i>Amleto</i> e <i>Otello</i> resteranno sempre le grandi tragedie -del pensiero e del sentimento umano: vivranno -sempre di vita propria, come dopo la creazione -vive il mondo negli spazi. Ma se voi togliete -il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono -più: perchè esse sono la parola, la coscienza, -la voce, il gesto di un uomo che tenta di influire -su altri uomini, non di un artista che tenti di -creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di -Foscolo, il discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, -ma atteggiamenti tragici; non sono esplicazioni -di lotta e di contrasti umani, ma accenni -e indicazioni di sentimenti politici. <i>Ajace</i> è tutto -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -chiuso nel suo disdegno. <i>Guelfo</i> della <i>Ricciarda</i> -è tutto chiuso nel suo disprezzo. Vi era Moreau -in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca -secondaria. Vi era certo il sentimento italiano umiliato -di servire: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">A che la gloria delle mie ferite</p> -<p class="i01">S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa</p> -<p class="i01">Troja pur sia, <i>servirem tutti a un solo?</i> —</p> -</div></div> - -<p> -dice Ajace. E più, innanzi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> . . . . Agide e i suoi</p> -<p class="i01">Abbian tal prova omai che, se ognun trema,</p> -<p class="i01">In me la patria e la sua forza vive.</p> -</div></div> - -<p> -Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore -espresso nelle lettere che ho sopra citato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> . . . . Ajace, fuggi</p> -<p class="i01">Ora più non vedrai nè traditori,</p> -<p class="i01">Nè <i>tiranni</i>, nè <i>vili</i>.</p> -</div></div> - -<p> -L'Ajace è del 1812. La <i>Ricciarda</i> del 1813. Furono -tutte e due proibite dal governo imperiale. -Qual è il motivo della <i>Ricciarda</i>? Lo stesso dell'Ajace: -il disprezzo contro i vili; l'inutilità della -lotta, a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama -Guelfo — -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Amor d'Italia? A basso intento è velo</p> -<p class="i01">Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia....</p> -<p class="i01">.... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche</p> -<p class="i01">Sterminar potess'io tutti i suoi mille</p> -<p class="i01"><i>Vili signori e la più vil sua plebe</i>!</p> -</div></div> - -<p> -Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne -era rimeritato! Scriveva al Cicognani: «Io avevo -poco da lodarmi del governo napoleonico, e il governo -assai poco a lodarsi di me — e in ciò le -parti erano pari — perchè io nè volli nella <i>Ricciarda</i> -partirmi dai miei sensi troppo italiani ed -alteramente politici, nè chi governava lasciò che -essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò -che, del resto, egli non permise. A <i>Guelfo</i>, che -mostrava tanto disprezzo per l'Italia, <i>Averardo</i> -risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo, -ad amarlo per la causa santa, a dare spade <i>cittadine</i> -alle <i>cittadine mani</i>, e far gl'italiani -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,</p> -<p class="i01">Ma guerrieri d'Italia!</p> -</div></div> - -<p> -Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di -eloquenza richiama il popolo alle istorie, all'unità -di lingua e di costume; così lo chiama nella tragedia -alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie — ripeto — dell'anima -del poeta, non dei suoi personaggi. -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -Ma che importa? In esse vi era semenza -d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo -fruttificato! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E qui, o Signori, permettetemi una osservazione -di ordine generale. -</p> - -<p> -Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento -a ricercare il pensiero animatore di questa o -quella tragedia, il sentimento ispiratore di questo -o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete -a discutere il carattere poetico di un personaggio, -e più difficilmente a descrivervene le bellezze d'arte. -Non è mia colpa. La nostra letteratura drammatica -è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: -è un indice dello <i>stato d'animo</i> dei nostri scrittori; -non è la figurazione e la rappresentazione -di uno <i>stato d'animo</i> dell'umanità. Non solo: -ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della -vita sociale rendeva impossibile la comedia; aggiungo -ora che i caratteri speciali del nostro spirito -e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile -nella nostra letteratura la produzione del -dramma, di qualsiasi genere. In fondo, o Signori, -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -la nostra letteratura è, essenzialmente, letteratura -di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando -gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. -«A noi quindi — dice benissimo il compianto -Adolfo Bartoli — quell'infanzia d'intelletto e di -cuore che presso le altre genti germaniche e latine -fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in -grandissima parte mancò: noi fummo sempre molto -congiunti con la storia, e poco con la natura. Per -conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, -satire, fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero -dovunque, o restando noi quasi affatto estranei -a quel grande movimento, o prendendovi una -parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» -E quale fu questa parte? Fu immensa, e quale -soltanto noi potevamo compiere con la nostra matura -intelligenza e la nostra superiore esperienza -d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: -ripensare, cioè, ricreare, rifare, in un più ampio -contenuto ideale e in una più armonica costruzione -formale tutti gli elementi, tutto il materiale che -ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale -degli altri popoli. Così dal caos delle <i>visioni</i> -traemmo con Dante il poema sacro; dai <i>fabliaux</i> -traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e -dalle <i>canzoni di gesta</i> e dai <i>romanzi d'avventure</i> -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -traemmo più tardi col Bojardo e con l'Ariosto il -poema cavalleresco. Solo noi potevamo dare a tutti -gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri -popoli d'Europa un organismo, una fusione, una -forma definitiva, come solo noi potevamo dare, con -la <i>Summa</i> di San Tommaso d'Aquino un organismo, -una fusione, una forma quasi direi, ai vari -elementi della scolastica. Noi fummo per molto -tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri popoli -pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci -il tributo delle loro esperienze sentimentali e dei -loro ardimenti fantastici. Ma appunto queste qualità -che resero possibile la fioritura del poema -sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano -anche rendere impossibile la creazione del -teatro. Finchè si trattò di ripensare, di rifare, di -riorganizzare, nel campo della tradizione, della storia, -della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi -fummo signori. Ma quando si trattò di osservare, -di intendere e comprendere <i>direttamente</i> la natura -e la vita, quando si trattò di interrogare, di scrutare, -di rivelare i secreti del cuore e della mente -dell'uomo, allora più fresche fantasie, più limpidi -occhi, più giovani spiriti, più libere coscienze dovevano -avere ed ebbero il dominio nell'arte e nella -poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -del dramma. Ma voi sapete, o Signori, che -il dramma moderno nacque nella gran combustione -della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo -in cui esplosero quasi tutte insieme le forze -del popolo più ricco e meglio dotato della storia -moderna, e quaranta autori drammatici, fra cui -Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono -appena a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, -tutte le violenti passioni del senso e dell'intelligenza, -tutti i sogni onnipossenti della gloria e del -potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo -che miserie da guardare, ricordi da custodire, -e qualche speranza da infiorare.... -Ma torniamo al dramma storico. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -L'epoca napoleonica si chiude quasi con la <i>Ricciarda</i>. -L'epoca nuova si apre con l'<i>Adelchi</i>. Foscolo -rappresentava lo squilibrio delle violenze passionali, -l'impeto delle ribellioni patriottiche, la -tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, -Manzoni rappresenta la rassegnazione, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Chiniam la fronte al massimo</p> -<p class="i01">Fattor....</p> -</div></div> - -<p> -La Reazione leva intanto il braccio minaccioso! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> - Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica -un grande e nuovo movimento letterario si era cominciato -a disegnare in Europa: un movimento -che non solo intendeva a rinnovare il contenuto -poetico ed arricchire il materiale artistico, ma anche -e soprattutto a rinnovare il contenuto morale. -Il Romanticismo ebbe poco da combattere per piantare -le sue bandiere cattoliche nella Repubblica -delle lettere. Le <i>Lezioni di letteratura drammatica</i> -di Augusto Guglielmo Schlegel, e le <i>Lezioni -di storia della letteratura moderna</i> del fratello -Federigo, nelle quali — specialmente nelle prime — sono -dettate le nuove leggi letterarie, portano la -data del 1818. Il libro di M.<sup>me</sup> de Staël sulla <i>Germania</i>, -in cui quelle lezioni sono glorificate, porta -la data del 1810. La <i>Lettera semiseria</i> di Grisostomo, -cioè di Giovanni Berchet, è del 1816. -Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, -e Rousseau prima di M.<sup>me</sup> de Staël; ma il precetto, -la regola, il ragionamento critico che serve di fondamento -alla scuola, data da quegli anni e da quei -libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -sul Rinascimento. Quel che il Rinasciniento -aveva detto del Medio Evo, ora il Romanticismo -dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro proclamano: -Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo -avendo dato un nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale -che diventi base d'una nuova letteratura»; e -M.<sup>me</sup> de Staël, «che la religione e la storia nazionale -hanno diritto di informare e perfezionare la -letteratura nazionale»; e Châteaubriand, memore -della proposizione contraria di Boileau, «che convenga -provare il Cristianesimo non essere un sistema, -barbaro, la religione cristiana essere invece la religione -più poetica, più umana, più favorevole alla -libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il Cristianesimo -conduce alla verità»: e Manzoni, infine, -a dichiarare che, nella «morale cristiana, essendo -tutta la verità, egli nutriva sentimenti <i>molto più -irriverenti degli altri romantici verso i classici, -perchè la parte morale dei classici e essenzialmente -falsa, mancando nei loro scritti quella -prima ed ultima ragione</i>, ch'è stata una grande -sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie -fu portata al sepolcro, per la seconda volta, -l'<i>eterna giovinezza dell'anima argiva</i>: e, come -disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo nacque il -nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -che aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau. -</p> - -<p> -Naturalmente, io non posso del Romanticismo -descrivervi tutte le ramificazioni, le manifestazioni -e le trasformazioni; ma devo dirvi solo quel tanto -che mi è necessario per poter comprendere e spiegare -la tragedia che n'è l'espressione più completa -e più concreta: l'<i>Adelchi</i>. Il Romanticismo si -propose, come accennai, due scopi: arricchire, in -genere il contenuto poetico di tutto il materiale -che la storia e la mitologia cristiana potevano offrire; -e, cosmopolizzare, contemporaneamente, col -libero scambio delle traduzioni e dei soggetti, la -produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel -nome della religione, la coscienza degli uomini, deviata -dal Rinascimento e corrotta dal Volterrianismo. — In -questo senso, il solo vero, grande, -convinto romantico, per forza di sentimento e di -ragione, è Alessandro Manzoni: il cristiano più puro -e sereno, l'artista più sincero e più casto, l'uomo -più semplice e pio che la letteratura moderna possa -vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella -sua coscienza qualcosa dell'azzurro dei miti cieli -di Galilea. Ripensata da lui, la vita umana quasi -si purificava. Passando per il suo spirito, la religione -diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -pareva che la stessa storia si vergognasse delle sue -colpe, e l'anima umana delle sue passioni. «In -ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico -e il vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» -egli scriveva. «E questo sistema, non solo -in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra -avere una <i>tendenza religiosa</i>.» — La tendenza -religiosa nel sistema, nel metodo, è ben tutto quello -che può dare un'anima di religioso e di poeta! -</p> - -<p> -Io non vi parlerò delle trasformazioni formali -che il Manzoni portò nella tragedia. Se è vero che -prima ancora della <i>Prefazione</i> del Cromwell egli -bandì la guerra alle <i>due unità</i>, ed è suo merito, -come dice il Carducci, di averne esposte le ragioni -nella celebre lettera al signor Chauvet, <i>mirabile -di ragionamento e di stile critico</i>; è anche -vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, -Volfango Goethe, un classico, aveva dato -a quelle due unità il colpo fatale, col <i>pugno di -ferro</i> del suo <i>Goetz di Berlichingen</i>, cinquant'anni -prima! Chi ricorda il discorso ditirambico -che il giovine Goethe pronunziò in gloria di Shakespeare, -a Francoforte, nelle feste da lui organizzate, -al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? -In quel discorso sono le seguenti parole, che troppo -spesso sono dimenticate: «Letto Shakespeare, io -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia -<i>regolare</i>. L'unità di luogo, mi sembrò triste -come una prigione; le unità d'azione e di tempo, -mi apparvero come pesanti catene alla nostra immaginazione. -Io saltai allora nello spazio libero, e -solo allora sentii che avevo mani e piedi. E ora -ch'io vedo quanto male hanno fatto le regole dei -maestri, e quante anime libere sono ancora curve -sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io -non dichiarassi loro la guerra e non cercassi ogni -giorno il modo di distruggerle. » — La guerra, -dunque, alle <i>regole</i> venne indetta da un classico. -Ed è bene constatarlo. Come è bene constatare che -tre altri italiani erano insorti prima: il Metastasio -nella dedicatoria alle sue prime poesie, fra le quali -era il primo suo dramma <i>Giustino</i>, contro l'<i>unità -di luogo</i>; il Goldoni, nella dedicatoria ai <i>Malcontenti</i>, -contro l'unità di <i>luogo</i> e di <i>tempo</i>: e il -Baretti nella polemica col Voltaire, contro tutte -e tre le unità insieme: di <i>tempo</i>, di <i>luogo</i> e di -<i>spazio</i>. -</p> - -<p> -Ma torniamo all'<i>Adelchi</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -<i>Adelchi</i> è nel mondo degli eroi, quel che è il -Manzoni nel mondo dei letterati; ed è nel campo -dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo della vita. -Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, -credo, un autore ha dato ad un personaggio della sua -fantasia un'impronta così profonda, così precisa, -come di se stesso l'ha data il Manzoni nell'<i>Adelchi</i>. -Il discorso sulla storia della gente longobardica -in Italia è forse una scusa per allontanare il -pensiero del lettore — o del pubblico — dal vero -personaggio della tragedia e per impedire di constatarne -l'identità; perchè mai personaggio fu -meno storico dell'<i>Adelchi</i> del Manzoni, mai fantasma -d'arte fu meno rispondente allo spirito, al -costume, alle abitudini del tempo donde ha origine, -quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci -la filosofia del suo pensiero, la morale della -sua filosofia. -</p> - -<p> -Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra -Carlo re dei Franchi, chiamato in sua difesa da papa -Adriano, contro Desiderio re dei Longobardi, il quale -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -non voleva cedere al papa le terre della Chiesa. -Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, -e vi si sottomette solo per obbedienza al padre; -ma vorrebbe invece che il padre restituisse alla -Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice. Ma -Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre -la figlia Ermengarda, moglie ripudiata -di Carlo, muore nel monastero di San Salvatore -in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia -storica nel più stretto senso della parola. -Ma egli stesso si affretta ad avvertire: «Il carattere -di un personaggio, qual è presentato in questa -tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i -disegni d'Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, -le sue inclinazioni, tutto il carattere insomma è -inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto -da un originale moderno. Partito così alla -ricerca della <i>realtà storica</i> nel dramma, egli è -tornato con una <i>realtà psicologica</i>: quella sua, di -autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che -nella Prefazione del <i>Carmagnola</i>, parlando dell'ufficio -dei cori, egli dice che, «rendendoli indipendenti -dall'azione e non applicati ai personaggi,» -ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, -si ottiene il vantaggio «di diminuire al poeta la -tentazione d'introdurli nell'azione e di prestare ai -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche -vero che la Prefazione del <i>Carmagnola</i> (1816-20) -è anteriore all'<i>Adelchi</i> (1820-22). — -</p> - -<p> -Questo <i>Adelchi</i>, dunque, è la tragedia della rassegnazione: -la tragedia dell'inerzia: una contraddizione -nei termini, come vedete. Non vi è, in essa, -lotta di nessun genere; e non vi è affermazione -di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione -della volontà. Il <i>Cid</i>, dopo di avere vendicato -il suo onore e suo padre, dice: <i>Se dovessi, -tornerei ancora a farlo.</i> È il trionfo della volontà -umana, che si fa la vita e le leggi della -vita; così come la tragedia antica era il trionfo di -una volontà superiore, contro la volontà umana, che -vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In <i>Adelchi</i> -è soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è -soppresso ogni elemento di forza e di contrasto. -<i>Chiniam la fronte al massimo — Fattor</i> — ecco -la morale del personaggio e la morale della tragedia. -Adelchi è il tipo dell'obbedienza passiva, in -tutte le forme; e anche del pessimismo cristiano. -Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I -Franchi scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli -consiglierebbe di lasciarli passare. -Ma, poichè il padre impone il contrario, si sottomette -al padre: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> .... E tu mi chiedi</p> -<p class="i01">Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando</p> -<p class="i01">Nella tua mano. Ecco il legato: il mio</p> -<p class="i01"><i>Dover</i> sia scritto <i>nella tua risposta</i>.</p> -</div></div> - -<p> -I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: -il padre perde il regno, ch'è pure il suo. -Che importa? O, che farci? — Bisogna rassegnarsi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> .... Ti fu tolto un regno.</p> -<p class="i01">Deh, nol pianger, mel credi!</p> -</div></div> - -<p> -A che piangere del resto? Tutto passa a questo -mondo. Anche il vincitore passerà. Quegli è un -<i>uom che morrà</i>! — Impotente verso gli altri, impotente -verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre -tutti i suoi vassalli lo tradiscono, e le città cadono -una a una nelle mani del nemico, egli, angosciato, -scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi. -Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. -La religione impedisce il suicidio. La Chiesa -non concede tomba al suicida. L'uomo non è padrone -della vita che Dio gli ha data. — La tragedia -classica aveva il suicidio in onore. Quando -non poteva più nulla contro gli altri, il personaggio -della tragedia classica diventava eroe contro se -stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. -Le tragedie di Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -Isabella, Emone, Saul, Agide, Agesistrato, Mirra, -sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi, Antonio, -rivolto ad Augusto, minaccia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!</i></p> -</div></div> - -<p> -Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo</p> -<p class="i01">Senza aspettar che tu mi chiami?</p> -</div></div> - -<p> -Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per -un affetto terreno? Ma la vita, la vita vera, è -quella di là: Gesù disse: <i>Il mio regno non è di -questo mondo</i>. Questo mondo non è che uno esperimento — questa -vita non è che un sentiero di -passaggio. E gli antichi cristiani chiamarono appunto -<i>dies natalis</i> il giorno della morte! — -</p> - -<p> - Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e -alla coscienza di <i>Adelchi</i> che vi si uniforma. 11 -disprezzo delle cose terrene; la convinzione che il -mondo non meriti la pena di esser tenuto in conto: -il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il -disdegno trascendentale per tutte le vanità: la dottrina -insomma della liberazione dell'anima nella -fede, è una dottrina senza dubbio venerabile. Ma -nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento -di tragedia; se per tragedia si debba intendere -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -ancora lotta di forze e di passioni. E nego -anche possa diventare soltanto elemento e fondamento -di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice -il Renan nella <i>Vita di Gesù</i> — ha molto contribuito -in questo senso a indebolire il sentimento -dei <i>doveri del cittadino</i>, e a dare il mondo in balìa -dei fatti compiuti.» -</p> - -<p> -L'<i>Adelchi</i> porta la data di tristi anni: 1820-22; -la data, cioè, della più feroce reazione che sia mai -imperversata sull'Italia. -</p> - -<p> - Mentre il Manzoni componeva questa tragedia -e studiava le sorti del regno dei Longobardi e -narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi, Ferdinando -I e il principe ereditario, suo figlio, componevano -e rappresentavano, a spese del popolo -napoletano, una lor triste comedia. Invitato a Lubiana -dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al -figlio la Reggenza, con una lettera piena di nobili -sensi e di severi propositi, nella quale, dopo di aver -dichiarato che andava a difendere, secondo <i>richiedeva -la coscienza e l'onore</i>, i fatti del passato -luglio, lo esortava ad agire, nella sua assenza, secondo -appunto i dettami di quella <i>coscienza</i> e di -quell'<i>onore</i> imponevano. Voi sapete il resto: il -tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso -distrutto: il Parlamento e la Costituzione -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -sospesi: i patrioti sbaragliati: il re, tenuto alla -reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice -il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva -avuto il sacro deposito della fede giurata, dei patti -accettati! — Ah, Signori, se Adelchi avesse avuto -meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse -stato meno obbediente al padre — al traditore di -Lubiana! — Io non posso pensare a queste due cose, -senza sentir freddo al cervello! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -La reazione del 21 spazzò il focolare domestico -del patriottismo italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, -gli artisti, i pensatori, i cospiratori, che la -polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente -contro i liberali romantici, che, associandosi alla -plebe, due imperatori e il re di Prussia non si -vergognarono di infamare, con un manifesto che li -qualificava «malfattori e violatori di ogni legge -divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici -furono protagonisti: <i>Il Cenacolo</i> del <i>Conciliatore</i> -fu sbandato: l'Arconati, il Bossi, il Pecchio, -il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De -Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -alla forca; Gonfalonieri, Andryane, condannati -a vita; Maroncelli a 20 anni; Pellico a 15. E non -parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le campagne — come -narra un contemporaneo — piene di -fuggiaschi, le galere e gli ergastoli pieni di uomini -illustri per natali e per ingegno, mescolati coi ladri -e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria, Finestrelle, -Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti -della giovinezza e dell'anima del popolo italiano. -Nello Spielberg, accanto al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente -sereno fra i dolori e i tormenti, -di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori -crudeli! -</p> - -<p> - Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran -delitto commesso da Paolo nella <i>Francesca da Rimini</i>, -di promettere all'Italia il suo braccio nel -momento del pericolo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Per te, per te, che cittadini hai prodi,</p> -<p class="i01">Italia mia, combatterò se oltraggio</p> -<p class="i01">Ti moverà l'invidia....</p> -</div></div> - -<p> -Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti -cuori incitarono, quanta fantasia incoraggiarono all'azione! -Per questi versi, più che per altro, la -<i>Francesca</i> divenne la tragedia popolare per eccellenza. -Come tragedia, è mediocre; e non a torto il -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -Foscolo consigliò amicamente al Pellico, quando -gliela mandò a leggere, di lanciare all'inferno i -personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, -in quella tragedia, che la faceva cara al -pubblico: un senso di tristezza e di malinconia, -che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli -animi contristati nella disperazione: una irresistibile -tentazione di pianto che scendeva fino al profondo -di quei cuori affaticati, e quasi dava un -sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione -all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di -cittadini, con impeto di eroi! — Noi non dobbiamo -dimenticare gli attori, in questo periodo di tempo. -Essi furono più che i cooperatori, i motori delle -opere stesse degli autori — che molte volte nascevano -morte — e che essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: -«Non vi saranno attori in Italia, finchè non -vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render -giustizia agli attori, e, contro l'opinione del -grande Astigiano, convenire che sono essi, invece, -che hanno contribuito, se non pure a formare il -pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico -la fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, -l'accento, la linea, il colore dell'espressione alla -passione patriottica. La forza dell'attore si consuma, -pur troppo, nella stessa azione. La voce che -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -nella <i>Francesca</i> salutava il sole d'Italia e agitava la -polve degli eroi; il gesto che nel <i>Procida</i> sollevava -ad altezze epiche il verso contro il Franco -invasore: <i>Ripassi l'alpe e tornerà fratello</i> — non -rimangono suggellati in nessun libro, ne scolpiti -in nessun marmo. Ma rimanevano bensì nel cuore -e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo, -ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di -sentimenti invincibile! Come tante altre cose ormai, -noi chiamiamo retorica rappresentativa quella -dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non -ci rendiamo abbastanza conto dell'efficacia di certe -intonazioni vocali che pareva venissero dalle profonde -lontananze della storia; forse non ci rendiamo -più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella -loro ampiezza eroica e sacerdotale pareva che raccogliessero -tanto movimento di passione e di vita, -per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, -grandi e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico -la formula ritmica, se così posso esprimermi, -del pensiero patriottico; e quando, la piena degli -affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli, -dimenticavano o fingevano d'ignorare il -comando della polizia e della censura, e recitavano -nella lezione originale il verso proibito, e rimettevano -a posto la parola cancellata, e quando questo -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -non bastava, agitavano un nastro, un fiore, un -fazzoletto dai colori nazionali; in grazia loro, il -popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in dimostrazioni -di entusiasmo. Molti di quelli attori -passavano la notte, dal palcoscenico sul tavolaccio -della polizia; molti finivano con arruolarsi volontari, -scendevano in piazza con gli altri cittadini -nel momento del pericolo. Perchè dimenticarli? -L'arte drammatica fu in quei tempi il <i>bel gesto</i> -del patriottismo italiano. Salutatela anche voi, -passando, o Signori, con un <i>bel gesto</i> di riconoscenza! -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Nella furia della repressione o della soppressione, -come andarono a Milano distrutti gli ultimi -residui della libertà dei cittadini, andarono anche -distrutti molti manoscritti degli scrittori. -</p> - -<p> -E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni -Berchet, la <i>Rosmunda</i>, che, nella fretta, -per paura di una imminente persecuzione, la famiglia -diede alle fiamme, assieme con le carte e -la corrispondenza privata, che poteva compromettere -gli amici. Ma nè supplizi, nè torture, nè soppressione -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -di poeti e di poesie, arrestano il cammino -dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. -<i>Alere flammam</i> — era il motto dell'emblema -scelto dal Berchet, per significare la costanza -della propaganda patriottica. L'emblema -consisteva in un'antica lucerna accesa, in cui una -mano misteriosa versa l'alimento: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O man che scrisse Arnaldo</p> -<p class="i01">O petto di virtude albergo saldo,</p> -<p class="i01">Chi a' miei baci vi porge? —</p> -</div></div> - -<p> -chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. -Quella che nel periodo più scuro della reazione, -nel periodo più duro del dolore, dal 28 al 48, versò -tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, -fu la mano di Giambattista Niccolini. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai -che una memoria letteraria; ma come tutte le memorie, -esso racchiude la parte più viva delle nostre -speranze, la parte più bella ed ardente delle nostre -illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di -drammi storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -letterato italiano cercava allora un nome alla storia, -un'occasione a quel nome per mettersi in comunicazione -col pubblico e fare sventolare sulla -punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi -ricorda oggi più tutti i <i>Manfredi</i>, i <i>Masaniello</i>, -i <i>Fornaretti</i>, i <i>Farinata</i>, i <i>Lorenzino</i>, i <i>Sampiero -di Bottelica</i>, i <i>Vitige</i>, le <i>Leghe Lombarde</i> -che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi -ricorda i nomi dei loro autori: i Corelli, i Sabbatini, -i Turotti, i Giotti? Il nome di Carlo Marenco -sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni -seppe strappare ai nostri padri nella <i>Pia de' Tolomei</i>; -e il Revere e il Brofferio e il Dall'Ongaro -rimangono nella nostra memoria, per altre cose che -non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva -della scuola e della schiera è Giambattista -Niccolini. Certo, nessuna delle sue tragedie -ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi -poetici: ma tutte hanno la gloria di aver -contribuito a creare un cielo ben più nobile e più -sacro: quello della coscienza nazionale. — Dell'<i>Arnaldo</i> -il poeta stesso scriveva: <i>Se non ho scritto -una buona tragedia, credo di aver fatto almeno -un'opera coraggiosa.</i> E di questo l'Italia allora -aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva di aver voluto -combattere una battaglia, più che scrivere un -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -libro, con l'<i>Assedio di Firenze</i>. Così il Berchet -scriveva «di aver fatto sacrifizio della pura intenzione -estetica ad un'altra intenzione: di aver fatto -sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.» — E -non è il più lieve sacrificio, che, dopo -la pace e la libertà perduta, questi fieri italiani -abbiano fatto alla patria, e di cui dovremmo almeno -avere la creanza di mostrarci loro grati! — So -bene anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non -disegna una fisionomia, ma abbozza appena dei -contorni umani; non costruisce caratteri, ma sviluppa -soltanto idee astratte, non crea anime, ma -fa lezioni di storia. Che importa? — «Io vi esorto -alle istorie — aveva detto agli italiani Ugo Foscolo — perchè -niun popolo più di voi può mostrare -nè più calamità da compiangere, ne più errori da -evitare, ne più virtù che vi facciano rispettare, ne -più grandi anime degne di essere liberate dall'oblivione.» — E -il Niccolini si assunse proprio -questa missione: di mostrar gli errori, di far rispettare -le virtù, di liberar dall'oblivione le grandi -anime della storia italiana. A teatro, egli conveniva -il popolo, quasi a comizio. Così, il <i>Foscarini</i>. -nel quale erano denunziate le iniquità dell'inquisizione -di Stato, fu ripetuto, dal febbraio 1827 in -poi, non meno di 200 volte. Il <i>Giovanni da Procida</i>, -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti -entusiasmi, da impensierir gli ambasciatori d'Austria -e di Francia, e costringerli a chiedere al -governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente -non stentarono molto a ottenere. Il <i>Ludovico -Sforza</i>, scritto nel 34 e proibito nel teatro -e nella stampa, fu ripreso col <i>Procida</i> nel 47, -dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che -ogni recita fu chiamata una <i>festa civile</i>. E intanto -l'<i>Arnaldo</i>, sfuggendo a tutte le vigilanze -della polizia e della censura, correva le terre -d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una -copertina che portava un altro titolo, battendo alle -porte delle case e al cuore dei cittadini, ricordando, -ammonendo, istigando, incoraggiando. Che -cosa era <i>Arnaldo</i>? Era il libero pensiero che -mostrava all'Italia la via del Campidoglio; era -la libera protesta contro lo straniero invadente e -il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata -in un sol uomo, o sia pure in un sol nome, -di una lotta che aveva affaticato per secoli l'Italia, -e finalmente chiedeva con la palma del martirio, -la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran -lotta sono in movimento in questo dramma polemico, -che contiene in se, scena per scena, la tesi -e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; -di fronte al clero, il popolo; di fronte al -vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e all'Imperatore -tedesco, l'infinita tristezza della campagna -romana, dove un idealista lacero e scalzo, -aspettando la morte, gitta fra le crete malefiche -parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'<i>Arnaldo</i> -tutta la tradizione della coscienza civile italiana, -tutta l'essenza dell'idea classica che animò la -mente e mosse l'arte di Dante, di Machiavelli, -d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di -Manzoni, e al neocattolicismo di Gioberti e di -Rosmini, senza chiedere, come questi, accomodamenti, -senza tentare, come questi, compromessi -tra principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, -inevitabile la lotta, irreconciliabili i termini -del problema e gli interessi delle parti combattenti. -Parve, un momento, che i fatti gli dovessero -dar torto, quando, tre anni dopo la protesta d'<i>Arnaldo</i>, -un nuovo papa, più incauto forse che abile, -distese, fra la commozione generale, sul tempestoso -orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, -di una promessa di pace. Ma la benedizione dei -croati, subito dopo, e la fuga e il proclama di Gaeta -e il ritorno a Roma su tutte le baionette straniere, -e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -a dimostrare sempre opportuna l'indignazione del -poeta ghibellino, sempre valida l'intimazione fatta -da <i>Arnaldo</i> ad Adriano, nell'atto III, in Vaticano: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Sei pontefice, o re? L'ultimo nome</p> -<p class="i01">Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo</p> -<p class="i01">Il vicario tu sei, saper dovresti</p> -<p class="i01">Che sol di spine fu la sua corona.</p> -</div></div> - -<p> -Con l'<i>Arnaldo</i> si chiude il ciclo della tragedia -classica. E si chiude, per l'opera e per l'autore, -degnamente; ond'è che a ragione l'Italia onorò il -Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti nazionali: -e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò -<i>giovane di santi costumi</i>, al Carducci che, vecchio, -lo chiamò <i>sacro veglio</i>, tutti s'inchinarono a lui, -come nella comedia di Aristofane si inchina il coro -al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone -la patria richiama tra i vivi in un momento di -pubblico pericolo. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Alzate or tutti voi</p> -<p class="i01">Le sacre faci ardenti.</p> -<p class="i01">Lo scortate, onorandolo co' suoi</p> -<p class="i01">Carmi, coi suoi concenti. —</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E qui mi fermo. -</p> - -<p> -L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la -patria. Nei momenti tristi, la confortò coi ricordi; -nei momenti di abbandono, la incitò coi rimproveri; -nei momenti di lotta, la servì con le opere. -L'Italia politica fu una creazione letteraria. Non -siamo dunque tanto difficili a giudicare l'arte della -prima metà del secolo! Di altro che di belle imagini -e puri profili e armoniose strofe; di altro, di -altro ell'era occupata, che di se stessa! La fantasia -batteva dolorosamente le ali tra i ruderi -della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva -singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. -Il teatro aveva l'aspetto di un Foro; e sui rostri -del palcoscenico, ogni autore era un oratore in -difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, -si preparava qualcosa di più che la catastrofe -di un gruppo di personaggi ideali: si preparava, -e si sforzava a precipitare, la catastrofe -del gran dramma secolare del popolo italiano! -Che importa la forma? In certi tempi, la letteratura -è azione. La miglior opera d'arte è nella -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista -è nel trionfo di quel fatto ch'egli è concorso -a creare od a render possibile. -</p> - -<p> -Quali sono i titoli dei drammi nella prima -metà del secolo? Potete pure dimenticarli, o Signori, -senza per questo recare offesa agli autori -alla letteratura. La gran produzione del nostro -teatro nazionale è una, e si chiama il <i>Quarantotto</i>: — protagonista, -l'Italia, che dopo tanti -errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo -spirito, e afferma contro tutti i suoi oppressori, -contemporaneamente, la sua volontà e la sua personalità. — L'arte -donde quella produzione è derivata, -oggi non esiste più: si è consumata nel -fuoco stesso che l'ha prodotta. Ma le ceneri restano -sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno -a lungo' nell'avvenire, il calore del cuore -e della mente della grande generazione che ridiede -all'Italia una vita, agli Italiani una patria! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -</p> - -<h2 id="bellearti">LE BELLE ARTI -<span class="smaller">DALL'HAYEZ AI FRATELLI INDUNO</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">UGO OJETTI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e signori,</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Nella critica dell'arte odierna è di moda il pessimismo, -anche perchè è facile fare a meno di conoscere -quel che si disprezza. Non è più una quistione -di temperamento, d'umor nero ed arcigno -o d'indole entusiastica e presto fanatica; è addirittura -una quistione di metodo logico. Oggi le lodi -dei critici non sono che rari segni bianchi sopra -una tavola nera. Io penso invece che sia più sincero -e, al pubblico, più utile, delinear le proprie -opinioni in nero sopra una pagina bianca. Anche -nelle arti belle e anche in Italia la seconda metà -del secolo che ora si chiude è gloriosa, quanto nei -fatti della politica. Forse da quattrocento anni di -qua dalle Alpi l'inno all'uomo — nella realtà e -nel sogno, nel presente e nella speranza — non era -stato innalzato con così franco volo, non aveva fatto -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -fremere i cieli con sì ampie penne, quanto ora. -Forse da quattrocento anni l'uomo non ha amato -la vita, la sana nobile laboriosa vita della perfettibilità, -quanto ora. Forse da quattrocento anni -l'arte non è stata così sincera, l'anima così presso -alla superficie su dal profondo vorticoso mare delle -apparenze. -</p> - -<p> -Certo, se mai nella storia dell'arte nostra e più -largamente dell'estetica nostra è stato tempo in -cui ogni arte convenzionale e gelidamente formale, -ogni arte, secondo il valor volgare della parola, retorica -sia stata ripugnante al gusto diffuso, è questo -in cui noi abbiamo la ventura di vivere. Ho -detto ripugnante ma non incomprensibile. Quasi -cinquant'anni di positivismo e di illuminato determinismo -dànno ormai alle menti moderne la snellezza -della versatilità, l'oggettività d'esame necessaria -a veder con curioso e sereno studio i gesti -e le parole di coscienze estetiche per fortuna dissimili -dalle nostre, a comprenderle, a giudicarle, -direi quasi a gustarle senza fastidio, specialmente -quando nel confronto noi possiamo dedurre a nostro -vantaggio un progresso solare, e possiamo concedere -al nostro orgoglio e al nostro presente ottimismo -una qualche soddisfazione. -</p> - -<p> -Corrado Ricci che due anni fa con la sua agile -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -cultura e col suo affascinante garbo di dicitore vi -intrattenne su le arti belle nei primi venticinque -anni del secolo, vi condusse fino agli inizii di quella -pittura che per il suo procedere parallelo alle letteratura -fu detta romantica. -</p> - -<p> -Quale era il gusto del pubblico verso il 1825? -Quell'epoca, direbbe oggi Gabriele Tarde, era artisticamente -un'epoca non di creazione ma di moda. -Fede ed amore in altro che non fosse la materia -e la material forma dell'opera erano cosa vana. -L'immaginazione bastava a dare il tema, anche -una semplice immaginazione illustrativa, suddita -umile della letteratura — fosse questa letteratura -storia o poesia. L'estetica winckelmaniana e le enfasi -su l'<i>Apollo</i> soddisfacevano ancora le anime, e -le maiuscole platoniche degli aggettivi Bello e -Buono parevano un mirabile ornamento ad ogni -orazione accademica. «I lavori più nobili di coloro -che operarono in questa classica terra,» per dirla -con lo stile d'allora, derivano ancora nel fatto -dal David, nella teoria dal Lessing e ancora si credeva -con lo Schlegel che la tragedia antica non -fosse stata che della scultura. <i>La Teoria del Bello</i> -di Francesco Ficker tradotta in italiano può esser -considerata come il riassunto di quello che predicavano -pittori e scultori e architetti i quali, al cospetto -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -di Dio e dei sovrani e dei colleghi, erano fecondi -più che facondi oratori. «Il bello, in arte, è -la rappresentazione di un'idea sotto forma sensibile -conveniente, per via della quale si risvegli l'armonico -esercizio delle facoltà dell'anima»: questa -è la definizione precisa dove quel <i>conveniente</i> e -quell'<i>armonico</i> annebbiano e gelano ogni speranza -d'una sincerità anche prudente. Non il vero e non -l'emozione per simpatia gli artisti si propongono, -ma il nuvoloso metafisico <i>prototipo</i> od <i>archetipo</i> -il quale era, proprio secondo le parole del Ficker, -«un oggetto di somma perfezione pensato per mezzo -delle idee e concreato o reso percettibile ai sensi -con la fantasia.» Parole che oggi in cui la nozione -della relatività e della mutabilità del bello è penetrata -anche nella mente della folla, sembrano e -sono incomprensibili, se non ingenue. Victor Cousin -poneva a base d'un suo discorso sul bello le frasi -di Diotima a Socrate nel <i>Convito</i>: «Bellezza -eterna non generata e non caduca, scevra d'aumento -e di diminuzione, che non è bella in una -parte e brutta in un'altra, bella solo in un tempo, -in un luogo, in un rapporto, bella per gli uni, -brutta per gli altri, bellezza disciolta da ogni forma -sensibile, da mani, da viso, da corpo, che non è -nemmeno il tal pensiero o la tale scienza particolare, -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -che non risiede in alcun essere diverso da sè -stessa, come in un animale, nella terra, nel cielo -in altra cosa, che è assolutamente identica e invariabile -per sè medesima, di cui tutte le altre -bellezze partecipano, in maniera però che il loro -apparire e disparire non recano a lei nè diminuzione -nè accrescimento nè il più leggero mutamento.» -</p> - -<p> -Nè questa che noi cultori dell'estetica psicologica -potremmo chiamare teologia del bello, accennava -a svanire verso le nuvole donde era scesa. Era -tenace come una religione ed assiepata da intrichi -di pregiudizî. Questo cosiddetto processo ideale che -valeva mutilazione nella vita, falsità nella produzione, -aveva i suoi fanatici e i suoi pontefici e, -nelle Accademie, le sue basiliche. Nel 1834 ancora -il professor Tommaso Minardi, cavaliere di più ordini, -presidente e cattedratico di pittura nell'insigne -e pontificia Accademia romana di San Luca, -rappresentante onoratissimo del più puro purismo -e del più pietoso pietismo overbeckiano, ripeteva -in un solenne discorso quella esatta definizione del -bello ideale con tanta fede, che in una copia che -io posseggo, ritrovo di suo pugno questa solenne -dedica a un amico: «Tu che comprendi la ragion -delle cose, leggi e di' a me, Tommaso Minardi, se -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -imbroccai il Vero.» E il vero naturalmente ha il -V maiuscolo. Ancora, nel 1842 Alessandro Paravia, -professore di eloquenza alla regia Università di -Torino, lodava gli artisti «i quali altro non fanno -che riprodurre quanto di più vago e magnifico a -lor si mostra.... Se ben, a che dico io, il riproducono? -Meglio era dire il migliorano.» Ancora, nel -1857 Niccolò Tommasèo stampando qui a Firenze -l'opuscoletto su la <i>Bellezza e civiltà o delle arti -del bello sensibile</i> diceva che «il bello è ordine, -è Dio, e l'ideale non è accozzo di belle forme in -una, come si narra abbia fatto Zeusi nel suo famoso -quadro; l'ideale è un'idea colta attraverso -le cose.» E nello stesso anno Pietro Selvatico credeva -necessario lungamente dissertare su la <i>Opportunità -di trattare in pittura anche soggetti tolti -dalla vita contemporanea</i>; sebbene il Tommasèo -e il Selvatico ormai chiedessero al loro Bello Ideale -la potenza di commuovere, riducendo così finalmente -a teoria quella nostra pittura romantica che -già declinava, anzi già — come vedremo — era vinta. -</p> - -<p> -Gli scrittori d'estetica, lo so, arrivano sempre -in ritardo paragonati agli artisti creatori, e non -fanno che dedurre dalle premesse che questi hanno -già poste con le opere. Anche Ruskin è venuto -dopo Turner. Figuriamoci se il Tommasèo non doveva -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -arrivare almeno quindici anni dopo il Bacio -dell'Hayez! -</p> - -<p> -Ma il ritardo più doloroso è quello dei pittori -italiani paragonati ai pittori di Francia. Tra il -venti e il trenta mentre in Italia è ancor vivo e -glorioso, — massimo tra i classicheggianti davidiani -teatrali e lividi copiatori di statue, il Camuccini -che ha dipinto la <i>Moglie di Cesare</i> e dipinge ancora -per Bergamo la <i>Giuditta che ringrazia Iddio -dopo aver ucciso Oloferne</i>, per Praga la <i>Discesa -di Gesù al Limbo</i>, pei Torlonia l'<i>Ingresso di Francesco -Sforza in Milano</i>, e soltanto l'Agricola e il -Landi a Roma, Pietro Benvenuti e Luigi Sabatelli -a Firenze tentano togliergli, imitandolo, la fastosa -egemonia paragonabile a quella del Thorwaldsen -in scultura, — in Francia il Géricault, il Delacroix -avevano redento per varii modi l'arte dalla stupida -cieca tirannia del cosiddetto <i>stile</i> e Corot era -già stato in Italia e aveva dipinto il <i>Ponte di -Narni</i>, il <i>Colosseo</i> e l'<i>isola di San Bartolommeo</i>. -</p> - -<p> -Se una lotta visibile era in Italia, e sopratutto -a Roma, era tra quei neoclassici davideggianti alla -Camuccini e i puristi tedescheggianti alla Minardi. -Overbeck, Cornelius, Veit, Schnorr avevano già dipinto -a Via Sistina nella casa degli Zuccari per -commissione del cavalier Bartholdy console di Prussia, -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -e nella Villa Massimo al Laterano avevano su -per tutte le pareti con pallidi ma chiari colori illustrato -con composta placidità Dante, il Tasso e -l'Ariosto. Anzi in quegli anni il «nazareno» Overbeck, -detto allora l'Angelico del secolo decimonono, -ponendo in atto un antico piissimo voto, dipingeva -estatico la fronte della Porziuncola francescana ad -Assisi, in Santa Maria degli Angeli, sotto la cupola -del Vignola. -</p> - -<p> -Ora noi, dopo cinquant'anni, riuniamo sotto una -stessa accusa gli avversarî, e a leggere l'opuscolo -del Bianchini sul <i>Purismo nelle arti</i> o quello del -Selvatico sul <i>Purismo nella pittura</i> e a guardar -a Roma o a Perugia, dove egli fu per parecchi -anni direttore dell'Accademia, i disegni anche più -dei pochi squallidi dipinti del Minardi, non possiamo -comprendere perchè le due scuole così timide -di contro al vero non si riconoscessero sorelle in -un comune peccato originale: quello di imitare una -imitazione. A noi sembra che tanto valesse condurre -in pellegrinaggio gli studiosi e gli stranieri -qui a Firenze ad ammirare in casa Mozzi <i>Il giuramento -de' Sassoni a Napoleone dopo la battaglia -di Jena</i> dipinto dal Benvenuti o al palazzo -della Gherardesca a godere il suo <i>Conte Ugolino -nella torre di Pisa</i>, quanto su su per la scalinata -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -di Piazza di Spagna farli a Roma salire a venerare -gli affreschi dell'Overbeck e dello Schadow a -casa del Bartholdy. -</p> - -<p> -Quando l'Hayez pensionato veneziano s'era, anni -prima, presentato a Roma al Canova con le commendatizie -del Cicognara, questi gli aveva parlato -così: «Conosco lo scopo della sua venuta ma non -il programma dei suoi studî: ritengo che l'intenzione -sarà di studiare Raffaello e l'antica scultura -greca per formarsi un'idea del bello che certamente -quei sommi maestri hanno saputo scegliere dal -vero.» E nei consigli del grande di Possagno i -due indirizzi già si raccoglievano in un elogio che -oggi da chiunque sarebbe mutato facilmente in un -biasimo. Se da un lato le sculture classiche erano -l'ideale che nei loro quadri camucciniani mettevano -in moto come altrettanti manichini creati diciassette -diciotto secoli prima a Roma o ad Atene -o ad Alessandria pel loro comodo e pel loro piacere, -dall'altro i <i>nazareni</i> tedeschi dalla lunga -chioma e i loro seguaci italiani con minor rispetto -aggiustavano madonne, santi ed angeli del Ghirlandajo -o del Perugino col nobile scopo di riempire -le tele che loro erano state allogate da qualche -nobile, da qualche cardinale o da qualche confraternita. -Col vero si aveva il minor rapporto possibile, -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -perchè il pericolo della volgarità era pericolo -di insuccesso e di scomunica. Se il vero ideale -per molto tempo era stato Talma l'attore eroico e -magniloquente, ora anche questo simulacro è sdegnato -dai puristi che si inginocchiano prima di -dipingere, o meglio prima di copiare. In un elogio -del Minardi scritto nel '21 quando dalla direzione -dell'Accademia perugina cui l'aveva raccomandato -quattro anni prima lo stesso Canova egli passò a -Roma ad insegnare disegno figurativo in San Luca, -si dice che per lui rivisse l'antico spirito perugino; -e doveva dirsi che da lui si erano lucidate -le antiche forme peruginesche. Se non fosse il colorito -incenerato e la leziosa sdolcinatura dei tipi -e dei gesti, se non si sentisse a ogni segno e ad -ogni pennellata la stereotipata abilità di composizione -e di ricomposizione sostituita alla franca geniale -spontaneità dell'invenzione come la luna invece -del sole, tutta l'opera del Minardi potrebbe -nel metodo paragonarsi a quelli affreschi e a quei -quadri che i più tardivi e i più torpidi discepoli -di Pietro Perugino componevano adoperando a pezzo -a pezzo i cartoni del maestro e voltandoli da un -fianco o dall'altro e magari a una tunica d'apostolo -infilando le braccia, i piedi e la faccia della -Santa che loro era stata per pochi scudi e per -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -mezzo sacco di grano allogata. Ma le più stentate -pitture di Tiberio d'Assisi e le più tardive opere -di Giannicola Manni hanno ancora e sempre l'afflato -divino e la sincerità e la sicurezza che a questi -importanti monotoni sillabatori di poemi eterni -mancano, e giustamente. -</p> - -<p> -Intanto ad uso di questi miticissimi castissimi -soavissimi pittori dal color di manteca e dal disegno -esemplarmente calligrafico si venivano scrivendo -vite e panegirici di Raffaello e di Perugino, -dello Spagna e del Francia, del Ghirlandajo e magari -del buon frate Lippi come se fossero stati altrettanti -santi passati in terra belli e compunti, a -miracol mostrare. E il Rio con l'<i>Art chrétien</i> raccogliendo -dieci anni dopo tutte queste agiografie -sarà considerato l'ideale storico dell'arte, e il padre -Marchese nel 1846 fisserà in un breve enfatico -scritto i suoi entusiasmi su quei puristi, che alla -sua nobile anima parvero rinnovatori fecondi laddove -non erano che plagiarî sterili gelidi e timidi. -</p> - -<p> -Forse la parola <i>plagio</i> è troppo cruda per quegli -onesti, perchè il loro plagio fu incosciente ed essi -credettero fare opera di purezza commettendolo, e -anche perchè ne furono puniti dall'immediato oblío -tanto che i più di loro morti anche venti o dieci -anni fa, oggi son rinnegati financo dai discepoli, e -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -dal pubblico abbandonati nelle ultime sale delle -accademie e delle pinacoteche. -</p> - -<p> -Non a loro torna l'omaggio che ogni giorno in -Francia ravviva la memoria di ogni più oscuro pittore -della libera scuola del Trenta; e in Germania -stessa a Düsseldorf o a Monaco la pittura nazarena -prima di Kaulbach o di Piloty è, più che biasimata, -dimenticata. Per molto tempo essa gelida e -diligente ha vissuto perchè nessuno vi trovava qualcosa -da biasimare. «Queste grandi tele non insegnano -nulla di nuovo e non lasciano alcun ricordo; -sono corrette, decenti e fredde» diceva nel 1828 -lo Stendhal uscendo dallo studio del Camuccini e -avrebbe potuto dire lo stesso delle poche tele del -Minardi. -</p> - -<p> -Un vanto però va dato ai puristi intorno al Minardi, -che in realtà fu solo un maestro e specialmente -al senese e gentile Luigi Mussini fraterno -amico dell'Ingres onorato così in Francia come in -Italia, pittore e scrittore. Ed è un vanto di tecnica. -Qui più cospicuamente si vede la rispondenza fra -i puristi in pittura e i puristi in letteratura; qui -più chiaramente Tommaso Minardi ci appare come -il Basilio Puoti del pennello, e il suo <i>Discorso su -le qualità essenziali della pittura italiana</i> scritto -nel '34 continua venticinque anni dopo la <i>Dissertazione -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -su lo stato presente della lingua italiana</i> -presentata dal Cesari all'Accademia milanese. -</p> - -<p> -Essi abbandonarono quelle larghe masse di chiaro -e d'ombra con che il Benvenuti e il Camuccini e -tanti altri minori preparavano nei dipinti le parti -luminose ed oscure, senza curarsi di tòrre questi -effetti dal vero, ma disponendoli con una luce teatrale, -della cui falsità (come narra nelle sue <i>Memorie</i> -l'Hayez, che andando a Roma venne a riverire -Pietro Benvenuti qui a Firenze nel suo studio e -lo vide dipingere la <i>Morte di Priamo</i>), si gloriavano -apertamente. Così i loro colori furono chiari -se non ricchi, e con le velature ritornarono a dare -lucidità e trasparenza alle cose dipinte, e su le mura -riaddussero in onore l'encausto e ritrovarono i buoni -metodi del fresco. Nella prospettiva, poi, ricominciarono -a conformare la grandezza degli oggetti ritratti -alle dimensioni della immagine prospettica, -quale è descritta nel taglio del cono visuale, al -punto in cui l'artista si pone così da non dover -spostare, come avveniva spesso nei macchinosi quadri -davidiani e come purtroppo riavverrà in molti frettolosi -romantici, il punto della veduta due volte -almeno per una stessa pittura. -</p> - -<p> -Il Benvenuti muore nel '44, il Camuccini e il -Sabatelli nel '50, il Biscarra che dal '21 era stato -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -da Carlo Felice chiamato a dirigere l'Accademia a -Torino, muore nel '51. Il Biscarra che aveva studiato -a Roma e aveva plagiato nel <i>Caino</i> il <i>Delitto -perseguitato</i> di Prudhon, ebbe nella sua Accademia -a direttore della scuola di disegno ornamentale -quel Pelagio Palagi, bolognese, che nel '34 -aveva osato nel reale palazzo di Torino e nelle ville -di Pollenzo e di Racconigi distruggere tutte le delicatezze -delle ornamentazioni <i>Louis XV</i> per sostituirvi -le sue vuote classicherie lineari. Ma tutti -costoro poterono prima di morire veder che nulla -rimaneva loro fuor che gli onori. L'Hayez ormai -trionfava, e il loro Olimpo color di mattone e sapor -di niente era svanito. L'Hayez trionfava, e più -che l'Hayez il popolo e la violenza del popolo trionfavano. -</p> - -<p> -Ma perchè, per tanti anni la falsità e la imitazione -e il gelo, contro ogni moda straniera, poterono -seder sul trono e schiacciare ogni spontaneità -di gusto? Non spetta a me in questa serie di letture -definire le condizioni sociali, l'ambiente morale -e politico dove l'arte ebbe a svolgersi, o meglio, -dove l'arte ufficiale potè restare immobile. -</p> - -<p> -Per quanto nel 1849 il Giusti rida amaramente -della <i>poca plebe</i> sbrigliata in piazza, nel periodo -che va dal '21 al '48, da quando a Modena Carlo -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -Felice smentisce con celere prudenza la rivoluzione -piemontese fino alle riforme del '47 e alle costituzioni -del '48, l'aristocrazia e l'alta borghesia d'Italia -non dettero che esempii di timorati desiderii platonici. -Composte nel gesto e nelle parole, ammonite -dalla brutta fine de' moti del '31 e del '33 esse si -rammentano dell'unità e dell'indipendenza della -patria quando sognano non quando agiscono. Il 1848 -è stato voluto e ottenuto dal popolo: è bene rammentarlo. -Uscito di prigione Silvio Pellico che, come -il Tommasèo e il Cantù, s'era dato alla educazione, -nei <i>Doveri dell'uomo</i> ha questo passo caratteristico: -«Il progresso sociale verrà con le virtù domestiche -e con la carità civile, o non verrà in alcun -tempo. Lasciamo dunque stare le illusioni della politica, -facciamo cristianamente quel bene che possiamo, -ciascuno nel nostro circolo: preghiamo Dio -per tutti e serbiamo il cuore sereno indulgente e -forte.» Ci voleva altro, signori miei, e, in realtà, -altro ci volle che la serenità e la indulgenza e la -carità predicata dall'autore della <i>Francesca da Rimini</i>! -Ai più franchi, come Massimo d'Azeglio, la -tirannide interna premeva poco; l'importante era -fare l'Italia con la libertà se era possibile, e, se -no, anche col dispotismo, anche con l'aiuto dei principi, -con la conciliazione di tutti gli elementi. Ma -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -egli potè vedere che se gli individui non sono liberi, -è inutile che sia libera la patria. -</p> - -<p> -La scuola liberale lombardo-piemontese cui Pellico -e d'Azeglio e Manzoni appartennero, e di cui — come -disse il De Sanctis — Balbo fu il dottrinario, -Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, mettendo -da parte la libertà come fine, volendo lasciare -la società alle sue forze naturali perchè riescisse al -progresso, respingendo ogni idea di violenza, sia che -la violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal -basso, non agitava che idee generali e larghe astrazioni -e, soprattutto, era composta e misurata. Misurate -e composte furono le classi dominanti finchè -essa le dominò, cioè fino al 1848, cioè fino all'avvento -della scuola democratica mazziniana. -</p> - -<p> -Il neo classicismo che fu detto un involucro retorico -mitologico, cioè una mitologia senza mito e -una rettorica senza eloquenza — Camuccini, Landi, -Benvenuti, Thorwaldsen, per non parlar che di quelli -che verso il '30 sopravvivevano, — come poi il purismo -minardiano, così placidi e frigidi, così lontani -dalla realtà, così assestati, così teatralmente -panneggiati o così misticamente diafani, poterono -contentare formalmente quelle classi che uniche davano -pane e lodi agli artisti. E specialmente lo -poterono a Roma, dove fino a Pio IX non vi fu vita -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -se non di antiquarî e di dotti pietisti, e specialmente -a Firenze, che un grande critico disse essere -a quelli anni soltanto «un passato illustre immobilizzato -e regolato.» L'<i>Arnaldo da Brescia</i>, come -tutti sanno, è del 1844. -</p> - -<p> -Ho detto che il classicismo e il purismo poterono -contentare <i>formalmente</i> le classi dominanti, perchè -occorse la pittura romantica per appagarle anche -con la sostanza. -</p> - -<p> -La scuola liberale, considerando e studiando la -società come una cosa reale e spontaneamente e -indefinitamente progrediente, dovette interrogare, -per giustificare la sua calma e benevola aspettativa, -la logica della storia, cioè divenire una scuola storica. -E la storia fu a base anche dei lavori di immaginazione -e si videro pullulare i romanzi storici, -le tragedie storiche, e le pitture storiche. -</p> - -<p> -Certo, anche la pittura che si è convenuto di -chiamare romantica, ebbe su lo scoppio della rivoluzione -italiana un'azione molto indiretta: ma di -ciò diremo quando avremo veduto che cosa essa sia, -quali ne sieno stati i capi, e quali i gregarî. Paragonata -alla letteratura romantica, ad essa manca -il suo Manzoni. Francesco Hayez non ne fu che il -Tommaso Grossi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Alla fama se non alla gloria dell'Hayez giovò -il momento storico che certo egli non creò, ma dal -quale con versatile docilità si lasciò nella lunga -onoratissima vita plasmare. La lettura delle sue -<i>Memorie</i> purtroppo incompiute, sebbene esse non -abbiano ne la vivacità fresca e inesausta dei <i>Ricordi</i> -di Massimo d'Azeglio, nè la semplicità affettuosa -di quelli di Giovanni Duprè, mostra limpidamente -che egli è un pittore di transizione, non -un rivoluzionario fanatico e fisso in ciò che egli -creda essere la ideale verità infallibile. Troppi -esempî di virile costanza e in letteratura e in politica -e anche nelle belle arti — come vedremo parlando -della scultura — in quei tempi avventurosi -gli sorgono attorno, luminosi poli fissi a segnare -la sua abile mobilità. -</p> - -<p> -Egli che nel 1812, guidato dal marchese Canova, -mandava al concorso dell'Accademia di Milano il -<i>Laocoonte</i> famoso, tipo nel tema e nella tecnica di -classicissima pittura, e nel '20 pure a Brera esponeva -fra gli applausi il <i>Carmagnola</i>, e nel '30 i -<i>Profughi di Parga</i>, eco degli entusiasmi filellenici, -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -e nel 1848 firmava un autoritratto <i>Francesco -Hayez italiano di Venezia</i>, e nel '67 mandava -a Parigi la <i>Battaglia di Magenta</i>: è il vero -riflesso pittorico delle vicende politiche intellettuali -e sentimentali le quali mossero e commossero l'Italia -nel periodo che oggi riassumiamo. È il vero filo -direttivo nel labirinto delle opposte tendenze dei -sogni che balzano d'un tratto in piena realtà, dei -fatti che lampeggiano invano per un attimo e si -spengono sotto la nebbia dell'utopia. -</p> - -<p> -Dal classicismo lo svegliò il cannone degli Alleati, -e l'impero napoleonico cadde mentre egli dipingeva -sopra un'ampia tela <i>Ulisse nella reggia di -Alcinoo re dei Feaci</i>, e riparò a Venezia dove stette -tre anni a decorar sale di palazzi con lo stesso gusto -tanto che nello studiolo del conte Zanetto Papadopoli -dipinse <i>Diotima che insegna a Socrate l'arte -monocromata e Alcibiade nel gineceo quando è -rimproverato da Socrate</i>, dentro un fregio di amorini -dove l'<i>Amor feroce</i> è simboleggiato dalla tigre, -l'<i>Amor leggero</i> dalla farfalla, l'<i>Amor forte</i> dal leone, -e così via! -</p> - -<p> -Se egli non fosse stato quel pronto spirito che -dicevo poco fa, voi vedete in quale palude si -sarebbe annegato. Ma ode da Milano i richiami -del vecchio suo amico Pelagio Palagi, e vi accorre -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -ed espone il <i>Carmagnola</i> ed è salvo. Messosi così -nella corrente, egli per sua ventura, non ne escirà -più. L'ambiente è ben caldo; gli applausi, checchè -egli poi ne scriva, lo confortano; l'amicizia con -Tommaso Grossi lo esorta a perseverare. -</p> - -<p> -Equilibrato compositore, direi quasi, con tutto il -rispetto, coreografo sagacissimo, coloritore non oso -dir veneziano, ma certo ammiratore dei Veneziani, -disegnatore freddo ma onesto, poichè a Roma gli -aveano ai primi anni diretto la mano gli inflessibili -e impassibili neoclassici, ormai egli può abbandonarsi -alla sua foga feconda, in gara coi letterati -che han trovato il perfetto illustratore e lo chiaman -fratello. Consigliere dell'Accademia di Brera, per -qualche anno sostituto del Sabatelli cui poi nel 1850 -succedette per trent'anni, ritrattista aulico di tutti -i sovrani convenuti nel 1822 al congresso di Verona, -protetto dall'arciduca Ranieri e dal Metternich -da cui si vanta di essere stato a Vienna preso amichevolmente -a braccetto, pittore nel soffitto della sala -delle Cariatidi al palazzo reale di Milano quando -si attendeva l'imperatore austriaco perchè cingesse -la corona di ferro, se non fosse stato un pittore, -sarei curioso di sapere come l'avrebbe giudicato il -Guerrazzi. Ma in politica, anche nel 1899, ai pittori -e agli scultori è permesso più di quel che sia permesso -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -ai poeti, e io devo parlarvi solo della sua -versatilità artistica. Certo è che quando nel 1872 -Francesco Dall'Ongaro lo proclama giustamente il -veterano della pittura italiana, a me par di vedere -in quella parola <i>veterano</i> scritta dal glorioso reduce -di Venezia una punta di benigna ironia. -</p> - -<p> -Il <i>Bacio</i> è forse il quadro più noto dell'Hayez, -e meritatamente. Il sentimento, anzi, l'impeto amoroso, -non è stato segnato con altrettanta intensità -in altri quadri di quell'epoca. Giulietta nella veste -di un bel limpido azzurro è così abbandonata su -le spalle e contro le labbra dell'amante, con gli -occhi chiusi per la dolorosa delizia di quell'addio, -e Romeo col mantelletto marrone con la maglia di -color bucchero è così saldo a sorreggerla e leggiadramente -virile, che anche oggi, a prima vista, nonostante -il disgusto delle oleografie untuose che -primamente ce lo hanno rivelato e la noia di tutte -le romanticherie cantate per anni sotto la luna, ci -commove, sebbene, per fortuna, non ci piaccia più. -</p> - -<p> -E la commozione patetica fu appunto lo scopo -di tutta quell'arte romantica. Il bello morale, come -essi dicevano, è il loro Dio, e ogni scolaretto ripete -dal Forcellini l'etimologia del bello, <i>bellus</i>, da <i>bonellus</i> -cioè dal buono. La forma che nei classici -era stata il fine, nei romantici diviene il mezzo -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -per eccitare affetti. Tommaso Grossi appare allora -superiore al Manzoni perchè egli fa piangere, Manzoni -no. La così detta donna romantica è la sua -fissazione; e la Fuggitiva, Lida, Ildegonda, Bice, -Giselda sono il tema favorito dei pittori lacrimosi -che, quando non furono l'Hayez, riuscirono spesso -ad essere lacrimevoli. -</p> - -<p> -Enumerare questi quadri dell'Hayez è impossibile -e anche inutile. Di <i>Imelda de' Lambertazzi</i>, di -<i>Maria Stuarda</i>, di <i>Giulietta e Romeo</i>, di <i>Clorinda -e Tancredi</i>, della Congiura dei Fieschi, di -scene delle Crociate da <i>Pietro l'Eremita</i>, alla <i>Sete -dei Crociati</i>, egli fece tre, quattro, cinque variazioni -in quadri grandi e in quadri a figure terzine, in -bozzetti e in disegni. Così per i soggetti veneti, -dal <i>Carmagnola</i> a <i>Marin Faliero</i>, da <i>Vittor Pisani</i> -a <i>Valenza Gradenigo</i>, da <i>Caterina Cornaro</i> -ai <i>Due Foscari</i> che voi avete qui alla vostra Accademia, -egli fu di una attività da Briareo e di -una varietà di combinazioni melodrammatiche degna -di Felice Romani. E dall'estero le ordinazioni piovevano -come le lagrime delle spettatrici. Nè perciò -egli dimenticò i soggetti sacri, e anche, per -tornare agli antichissimi, i soggetti mitologici. Ma -per alcuno dei ritratti, massime per il suo agli -Uffizi, essendo costretto a rendere il vero senza veli -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -rettorici e patetici, egli merita di essere ricordato -anche oggi. Quelli del marchese Lorenzo Litta, del -conte Giovanni Morosini e di Antonio Rosmini, -quando qualche volonteroso che forse non è lontano, -farà la storia del ritratto nella pittura italiana, -dovranno avere nel periodo che va dal '30 al '50 -un posto d'onore. Così a Roma il Consoni, il Capalti, -il Cochetti suoi contemporanei, non meritano -una menzione per altro. -</p> - -<p> -E passiamo ai minori. -</p> - -<p> -Intendo i minori per fama, perchè alcuni — e -non vi dirò d'altri — spesso gli furono eguali per -valore. In tutti i varii indirizzi a volta a volta -riappaiono, secondo i bisogni della moda, del committente -e del tema, e quello che nell'Hayez fu -graduale evoluzione sincera, in loro o è incertezza di -convinzione o destrezza di opportunismo eclettico. -</p> - -<p> -Qui in Toscana è tempo che nomini Francesco -e Giuseppe Sabatelli figli di quel Luigi Sabatelli -che già vi segnalai come emulo del Camuccini e -cui nella direzione dell'Accademia milanese succedette -l'Hayez. Il padre li vide morir tutti e due. -Francesco, maggiore di dieci anni, mandato giovanissimo -da Leopoldo II a studiare in Roma, dopo -soli diciotto mesi di permanenza e di amoroso lavoro, -tornò a Firenze a finire la sala dell'Iliade -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -cominciata dal padre a Palazzo Pitti, quando quella -d'Ulisse era stata dipinta da Gaspero Martellini e -quella di Prometeo da Giuseppe Colignon e mentre -Pietro Benvenuti dipingeva tutta la cupola della -Cappella dei Principi in Piazza Madonna. Da questi -sincronismi è facile supporre quale sia stato il carattere -della sua arte. Migliore, cioè altrettanto ariosa -nella composizione ma più franca nel colore è, nella -minuscola cappella a sinistra del coro in Santa -Croce, la figurazione di <i>Ezelino da Romano ai piedi -di Sant'Antonio</i>. Del fratello Giuseppe, anche chi -non ha cercato a San Firenze la misera cupoletta -ormai cadente della Cappella della Madonna, o all'Accademia -la <i>Battaglia del Serchio con Farinata -e Buondelmonti</i>, rammenta le affettuose parole del -Duprè nel cui studio ogni mattina egli si riposava -andando al lavoro: «Era magro e pallido, e i mustacchi -neri facevano ancora apparire più pallido -quel viso mansueto e serio; dal suo labbro non -uscivano che poche e benigne parole; la sua compagnia -era mite e soave; e la memoria di lui mi -ritorna mestamente serena come il ricordo di un -bene smarrito ma non perduto.» -</p> - -<p> -E altri due fratelli, non fiorentini questi, ma -sanesi, Luigi e Cesare Mussini. Luigi che come ho -detto, cominciò con l'essere un purista minardiano, -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -si inromantichì presto nel suo <i>Decamerone sanese</i>, -e più <i>nell'Eudoro e Cimodocea</i> di questa Accademia, -un quadro derivato da Chateaubriand, color di -rosa e color di cenere, levigato e mantecato e illuminato -non si seppe mai da che parte. Cesare fu -un coreografo anche più complicato in quella <i>Congiura -dei Pazzi</i> che verso il '45 era stimato uno -dei massimi quadri moderni di Toscana e che poco -dopo fu giustamente definita la «sintesi dell'impossibile.» -</p> - -<p> -Per restar sempre tra i più noti, rammenterò il -freddo e compassato Pollastrini che dopo aver fatto -accademicamente melodrammaticamente morire <i>Ferruccio -a Gavinana</i>, uccise anche <i>Lorenzino de' Medici</i> -con altrettanta sapienza scenica e l'un dopo l'altro -<i>cacciò in nome del vittorioso Cosimo primo i -sanesi da Siena</i>. Ho detto un dopo l'altro: come -nei Mussini così in tutti questi altri romantici le -figure sono viste a una a una, e il chiaro e lo scuro -è reso, non nell'insieme, ma su ciascuna di esse -singolarmente e speciosamente. -</p> - -<p> -Il Bezzuoli, che era di quarant'anni più vecchio -di lui, verso il quaranta, dipinse un'<i>Eva</i> che aveva -qualche floridezza e qualche freschezza di carni, ma -subito ricadde nella coreografia trionfale con la gran -tela figurante l'<i>ingresso di Carlo ottavo in Firenze</i>, -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -che ebbe l'onore di essere incisa dal Morghen. -Andatela un giorno a vedere, all'Accademia, e mi -perdonerete se sessant'anni dopo io ometta anche -di criticarla. -</p> - -<p> -Tra l'Emilia e la Romagna due nomi compendiano -questo periodo: il Malatesta e il Guardassoni. -Del Guardassoni non è di voi chi non conosca almeno -un'oleografia dell'<i>Innominato</i> da lui più volte -ripetuto, perchè le migliori opere di questo periodo -sono state dalla Provvidenza destinate ad essere appunto -riprodotte nel modo a loro meglio convenevole, -cioè con l'oleografia. Certo per l'avveduta -onestà della pennellata, per una certa vivezza di -colore, per la disinvoltura del disegno, il quadro -appare superiore a molti dell'Hayez, ma, ahimè, -mostra anche tutto il gelo del Delaroche; e ciò -basta a giustificare l'oblio. A Bologna cento chiese — San -Giuseppe ed Ignazio, la Trinità, San Giuliano, -Santa Caterina, San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena, -Santa Dorotea, Santa Maria Maggiore, San -Gregorio, San Giorgio, SS. Filippo e Giacomo, San -Salvatore, Sant'Isaia, Santa Caterina di Saragozza, -la Madonna dei Poveri, San Giuseppe — hanno pitture -sue eseguite prima e dopo il '50, con una mano -sempre più facile e anche sempre più trascurata, -celeremente, per poco danaro, alla brava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -</p> - -<p> -Il Malatesta, modenese, nato nel 1818 morì nove -anni fa. Dipinse con grande chiarezza molti ritratti, -con minore arte quadri sacri e quadri storici, fra -i quali il più noto è quello in cui i <i>soldati della -lega guelfa fanno prigioniero Ezzelino terzo alla -battaglia di Cassano d'Adda</i>. Un titolo, come -udite, un po' lungo, e veramente io penso a trovarne -di altri anche più esplicativi e più lunghi, -che cosa dovessero valere quei quadri per chi non -sapesse leggere o almeno non sapesse di storia. -</p> - -<p> -Se nel Veneto più dello Schiavoni, del Lipparini, -del De Min, del Gregoletti, del Gazzotto che -illustrò Dante a penna, sono oggi memorabili solo -i nomi del Molmenti e dello Zona, ben altro avviene -in Piemonte. Nel 1842 in un salone del palazzo -d'Oria di Cirié in via Lagrange si apriva la -prima esposizione della Promotrice, con centocinquanta -opere di autori viventi e quello fu il terzo -grande avvenimento artistico del regno di Carlo Alberto, -dopo l'apertura della Pinacoteca e la restaurazione -dell'Accademia Albertina. Giuseppe Camino, -i due Morgari padre e figlio, Francesco Gonin, -Francesco Gamba erano tra gli espositori. Ma non -è questo il momento di definir l'opera di tali valorosi, -cui pochi anni dopo si deve la riscossa, — e -non solo in arte. Ora rammento solo artisti più -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -vecchi: Ferdinando Cavalieri, amico dell'Hayez, -che nel '45 era venuto a Roma a dirigere la scuola -dei pensionati del re di Sardegna, e nel 1846 mandava -di là per la sala dei paggi nel Reale Palazzo -un quadro rappresentante <i>Il conte Amedeo III che -giura la sacra lega in Susa</i>; il Biscarra che scendeva -dall'Olimpo davidiano dei suoi Achilli, dei -suoi Alessandri e dei suoi Mosè per romanticheggiare -con una veramente misera <i>Morte del conte -Ugolino</i>; Pietro Ayres che avrebbe dovuto limitare -la sua attività ai ritratti; Amedeo Augero, l'autore -del Voto e più l'autore di molti ritratti privi di -luce ma di nitidissimo segno; e infine l'Arienti, -che sebbene fosse nato presso Milano, pure è da -iscriversi tra i piemontesi per essere stato dal '43 -al '60 professore di pittura all'Accademia di Torino. -Un'altra <i>Congiura dei Pazzi</i>, il <i>Federigo -Barbarossa cacciato da Alessandria</i> che è in quel -Palazzo Reale, e l'incomprensibile episodio della -Lega Lombarda, che è nell'ultima sala della Pinacoteca -bolognese, sono opere che raccolgono bellamente -tutti i difetti suoi e dei tempi, ma hanno un -certo fare largo ed energico, che l'Arienti deve a -Luigi Sabatelli maestro suo. -</p> - -<p> -A Roma vanno rammentati il Podesti e il Gagliardi. -Che memoria resta di loro? Io che son -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -cresciuto fra gli artisti, e fin da bimbo ho udito -pronunciare questi due nomi con venerazione, quando -un giorno mi son determinato entrando nelle stanze -di Raffaello in Vaticano a fermarmi nella prima -stanza detta della Concezione e tutta affrescata dal -Podesti con una squallida intonazione tra color di -rosa e color di legno, con una compassata scolastica -composizione che non si può più nemmeno dire teatrale; -quando nella minuscola pinacoteca di Ancona -sua patria invece di correre ad adorare la piccola -madonna del Crivelli ho voluto guardare con qualche -attenzione i cartoni, i quadri e i quadretti del -tanto lodato «decano dell'arte romana», ho provato -una delusione tale, che oggi non oso con esatte -parole ripeterla. Il pittore de Sanctis che di lui -morto parlò nell'Accademia di San Luca, affermò -che tra il '50 e il '60 «il nome del Podesti risuonava -alto nella pittura come quello di Verdi -nella musica», un paragone che a noi di un'altra -generazione oggi sembra irriverente addirittura. -Pure la sua fama fu immensa; e da quando nel -1830 espose in Campidoglio nella prima Esposizione -degli amatori e cultori di belle arti il <i>Martirio -di Santa Dorotea</i> fino a che per commissione di -Carlo Alberto eseguì il <i>Giudizio di Salomone</i>; da -quando per don Alessandro Torlonia nella villa -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -fuori Porta Pia dipinse a fresco le <i>imprese di -Bacco</i> e nel Palazzo di piazza Venezia il <i>mito di -Diana</i> fino a che per Pio nono eseguì la stanza -della Concezione; dal quadro dell'<i>Assedio di Ancona</i> -che nelle esposizioni mondiali di Parigi e di -Londra ebbe due medaglie d'oro e oggi sarebbe rifiutato -in una promotrice provinciale fino a tutti -gli innumerevoli soggettini romantici a figure terzine, -egli fu venerato a Roma anche più di quel -che l'Hayez fosse stimato a Milano o il Bezzuoli -a Firenze. E come l'Hayez, morì novantenne. -</p> - -<p> -Il Gagliardi è negli affreschi della chiesa di -San Rocco a Roma più virile e ha un colore più -franco, ma anche egli non sente la luce e tanto -meno il chiaroscuro, e così non riesce al rilievo; -le quali due accuse sono, in realtà, le massime -contro tutta la pittura d'allora. Tanto che tutte -quelle figure teatrali e i soliti guerrieri coi cimieri -azzurri e i pennacchi rossi e le corazze turchinette -e giallette, che modellan muscolo a muscolo -la carne e i soliti toni di cobalto e di roseo alla -Sassoferrato, fanno della <i>Crocifissione</i> cui allora -stupefatta accorse tutta Roma, un quadro meschino -presso le ampie figure zuccaresche dell'abside, ornamentali -e baroccamente violente. -</p> - -<p> -In Lombardia, oltre il Bertini, il d'Azeglio. Giuseppe -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -Bertini che nato nel '25 è morto quest'anno -conservatore della Pinacoteca di Brera, sebbene sia -più noto come primo maestro di qualche grande, -pure meritò per la mobilità del suo stile dal Selvatico -questa lode «or sa farsi Ghirlandajo, ora -Tiepolo» dove il contrasto è così palese che la lode -sembra un biasimo. L'arte di Massimo d'Azeglio -invece fu protesa verso l'avvenire che egli bene intravvide, -ma nel quale, come pittore, non riescì ad -entrare. Più che la <i>Sfida di Barletta</i> o il <i>Brindisi -di Ferruccio</i> o la <i>Battaglia di Gavinana</i> o -lo Sforza che gitta l'accetta su l'albero o tutti -i quadri di origine ariostesca, oggi ci importano i -suoi paesaggi che egli studiava e, come diceva lui, -<i>finiva</i> sul vero. Dei quadri supposti storici, dei -quali ora più ci occupiamo, egli si gloria che avessero -il gran merito — o piuttosto la condizione -<i>sine qua non</i> di tutto quanto aveva fatto d'un po' significante — di -servire cioè al pensiero italiano. -</p> - -<p> -Ora questo per lui si può dir che sia quasi sempre -vero: ma per gli altri lo fu? E se lo fu, questa -pittura romantica raggiunse lo scopo, cioè affrettò -la rivoluzione verso la unità e per la libertà individuale -e nazionale? Lo stesso d'Azeglio che da -giovane aveva veduto domare la rivoluzione francese -e l'aristocrazia e il re tornare a Torino e i -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -cardinali e Pio VII tornare a Roma, parlando dell'Alfieri -e delle sue tragedie in odio ai tiranni, osserva -con ironia: «Quale appare secondo esse la -via più breve onde condurre un popolo alla perfetta -felicità, libertà, prosperità ecc. ecc.? Nascondersi -dietro un uscio e far la posta al tiranno; quando -passa, <i>tonfete!</i>, una buona botta sul capo, e tutto -si trova fatto, compito e terminato; tutti sono contenti, -tutti sono indipendenti, tutti sono liberi, felici, -virtuosi, eguali, fratelli amorosi, insomma un -popolo si trova diventato d'un colpo il paese della -cuccagna! E il mondo va egli così? E tutto questo -è egli vero, e mette forse in capo idee vere?» -</p> - -<p> -E, aggiungo io, non si potrebbe dir lo stesso -della pittura romantica e di tutte le <i>Leghe Lombarde</i> -e di tutte le <i>Congiure dei Pazzi</i> e di tutte -le <i>Disfide di Barletta</i> che furono dipinte allora? -Invece di dire al vicino «La tua casa brucia» -quei bravi artisti gli dicevano, ad esempio: «Brucia -la Biblioteca d'Alessandria, o il Tempio di Diana -in Efeso.» E ciò, come si capisce facilmente, poteva -essere rettorico e, verso la polizia, comodo, ma -poteva anche essere inutile. Eran ricordi di scuola, -finzioni di mondi passati, spesso mai esistiti, favole -non umane, irrealità e atteggiamenti e affettazioni, -forme che non sprizzavano direttamente dal pensiero -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -e dalla passione vivi ma li viziavano e li impacciavano -come paludamenti. La pittura fu, come -disse il de Sanctis di quella letteratura, «un'Arcadia -con licenza dei superiori,» Permettete a chi -forse ammira troppo il tempo in cui vive di constatare -che anche in franchezza, per fortuna, noi -abbiamo progredito. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Prima di accennarvi come i fatti brutali e magnifici -spinsero tutti gli animi a questa franchezza -e lacerarono le maschere prudenti, e i pittori di -Federigo Barbarossa e d'Ettore Fieramosca divennero -o meglio dovettero divenire i pittori di Carlo -Alberto, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, vi -dirò qualche parola su la scultura e gli scultori. -E più che poche parole vorrei dirvene, poichè ho -la ventura di parlare nella patria di Lorenzo Bartolini. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> E tu giunto a compièta,</p> -<p class="i01">Lorenzo, come mai</p> -<p class="i01">Infondi nella creta</p> -<p class="i01">La vita che non hai?</p> -</div></div> - -<p> -Prima di lui la scultura classica del Canova, o -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -più propriamente inclinata alle semplicità del purismo -nel Thorwaldsen e nel suo nobile allievo il -nostro Tenerani, era in ogni modo stata regina in -Europa. Per un momento tutta la nostra gloria artistica -parve affidata a lei. Nè Dannecker nè Rauch -in Germania, ne François Rude o David d'Angers -Aimé Millet in Francia raggiunsero lo splendore -d'onori, la fecondità pure diligente, la fattura squisita -dei nostri. Per confrontare Thorwaldsen al conte -Tenerani basta a Roma in San Pietro andare dal -monumento di Pio settimo Chiaramonti a quello di -Pio ottavo Albani; ma la castigatezza e il fermo -modellare sì del maestro che del discepolo sono -schiacciati dalle dorate vòlte pompose e ventose -così, che al confronto il Gregorovius potè dire che -le due tombe sembrano fra tanta sontuosità di cattolicismo -due monumenti protestanti. È stato detto -che il Minardi fu il Tenerani della scultura. Sì, -ma il Minardi non seppe nè dipingere nè coi disegni -commuovere; il Tenerani seppe e scolpire e -commuovere. Dalla <i>Psiche abbandonata</i> che piacque -tanto al Giordani fino all'altra <i>Psiche svenuta</i> che -egli dovè ripetere quindici volte, dal rilievo della -<i>Deposizione dalla Croce</i> che è tra gli ori candido -vanto della Cappella Torlonia in Laterano fino al -colossale <i>San Giovanni Evangelista</i> pel San Francesco -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -di Paola a Napoli, dal troppo classico <i>Monumento -pel conte Orloff</i> al <i>Monumento per Bolivar</i> -o alla statua di <i>Pellegrino Rossi</i>, egli ha mostrato -veramente un'anima geniale e una scienza -tecnica di polita gentilezza e un'abilità di panneggiare -insuperata dallo stesso Thorwaldsen. E -basta leggere una pagina della sua biografia scritta -dal Raggi, per sentire quanto il mondo fosse allora -pieno della sua fama. -</p> - -<p> -Intanto il Marocchetti di Biella empiva l'Europa -di cavalli e di cavalieri purtroppo ancora visibili, -nessuno dei quali per fortuna nostra vale l'<i>Emanuele -Filiberto</i> di piazza San Carlo a Torino. -Però nessuno, e tanto meno lui, ebbe il virile animo -e la tenacia diritta e la forza combattiva del vostro -Bartolini. -</p> - -<p> -Lo stesso Giusti, che per lui scriveva i versi -detti poco fa, sembra che anche per lui abbia -cantato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">In corpo e in anima</p> -<p class="i01">Servi il reale,</p> -<p class="i01">E non ti perdere</p> -<p class="i01">Nell'ideale,</p> -</div></div> - -<p> -parole chiare che diverranno una divisa di coraggio. -</p> - -<p> -Francesco Hayez è vissuto tra il 1791 e il 1882, -Lorenzo Bartolini tra il 1777 e il 1850. Confrontateli: -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -versatile, opportunista, già dimenticato il -primo; rigido, intollerante, austero, ogni giorno più -vivo e più degno di vivere il secondo. Figlio d'un -magnano, fattorino di bottega, commesso d'un sarto, -garzone d'un vetraio e d'un marmista, suonatore -di violino nelle più buie orchestre di Firenze o di -Parigi, il Delaborde in un articolo che la <i>Revue -des Deux mondes</i> pubblicava quarantaquattr'anni -fa, narra come il David stesso anche prima che il -Bartolini scolpisse il bassorilievo della battaglia -d'Austerlitz per la colonna Vendôme restasse stupito -e soggiogato dal sentimento semplice, dall'ingenua -larghezza, dalla sincerità mai volgare di -quella giovenile arte di lui, che la natura voleva -interpretare direttamente senza infrapposizioni di -morte bellezze officiali. -</p> - -<p> -Pochi giorni fa in un giornale d'arte romano di -verso il '40 leggevo una sua caratteristica polemica, -quando dette per tema agli scolari il bassorilievo -d'Esopo, egli che, morto Stefano Ricci, autore del -monumento a Dante, già insegnava scultura all'Accademia -fiorentina, aveva scritto: «Diverse figure -adattate per esercizio del nudo, servono a dimostrare -che tutta la natura è bella, quando però è -relativa al soggetto, e che colui il quale saprà meglio -imitarla potrà quindi eseguire qualunque tema -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -gli venga proposto.» Un anonimo nel <i>Diario di -Roma</i>, un tale Zanelli nell'<i>Album</i>, combatterono -questa affermazione rivoluzionaria, questa ostentazione -di massime antiaccademiche, questa franca -glorificazione di tutta la vita. Dicevan gli avversarî -che nei fiori, negli alberi, nel paesaggio la natura -può prendersi qual'è, ma non nel corpo umano -perchè esso ha peccato. E gli citavan Platone e il -prototipo generato e Raffaello e Guido Reni e naturalmente -anche Winckelmann; infine, a difesa del -bello ideale, gli proponevano: «dipingete o scolpite -cento vecchie e cento giovani con egual maestria, -tutti guarderanno le giovani.» Il Bartolini sul -<i>Commercio</i> rispondeva: «Come saranno brutte -quelle giovani se l'avrete inventate voi!» -</p> - -<p> -La sua ammirazione per Napoleone con quella -sua misteriosa corsa all'isola d'Elba in pieno 1814 -quando caduto l'imperatore la folla gli penetrò -nello studio e gli infranse gessi e marmi furiosa, -è un indice del suo cuore. La sua amicizia per -Ingres con cui aveva studiato e vissuto a Parigi e -che lo ritrattò, e per Byron e per M.<sup>me</sup> de Staël -i cui busti egli scolpì, è un indice della sua -mente. -</p> - -<p> -Delle sue opere — poichè, se ne togli il gran -Napoleone che è a Bastia vòlto al mare d'Italia -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -e la genuflessa <i>Fiducia in Dio</i> che è a Milano nel -palazzo Poldi-Pezzoli e l'<i>Astianatte</i> impetuoso che -pure a Milano è su la terrazza di palazzo Trivulzio -sono tutte a Firenze — è inutile parlare. Chi di -voi non conosce nella sala dell'Iliade a Palazzo -Pitti, la <i>Carità educatrice</i>, in piazza Demidoff, il -<i>Monumento a Nicola Demidoff</i>, o in Santa Croce -la statua giacente della vecchia contessa Zamoyska -che veramente sembra addormentata in un marmoreo -sonno di morte? Chi non ha visto nel refettorio -del convento di San Salvi i gessi dei ritratti -in busto plasmati da lui, massimo quello -dell'attore Vestri il cui marmo è alla Certosa di -Bologna? Non dobbiamo dimenticare che egli nascendo -all'arte trovò il mondo della scultura popolato -di dèi e di semidei e di omerici eroi tutti -belli. E quand'egli morì, l'Italia aveva il Vela e -il Duprè, e si potè in Santa Croce sotto il suo -monumento scrivere la insegna della sua vita <i>Natura -lumen artium</i>. -</p> - -<p> -Senza il Bartolini, nè Vincenzo Vela, nè Giovanni -Duprè sarebbero stati. Come lui essi sorsero -dal popolo, energici e fiduciosi; più bellicoso -e saldo e taciturno il primo, più timido e gentile -il secondo. Ma, se l'<i>Abele</i> del Duprè è del 1842, -la <i>Pietà</i> è del 1862 e lo <i>Spartaco</i> del Vela appare -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -nel 1879. Così che l'esame dell'opera di questi -due grandi, spetta a chi un altr'anno vi descriverà -l'arte italiana dopo il '48. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Il quarantotto — lo ripeto — è una pietra miliare -donde non solo una nuova politica si parte -ma anche una nuova arte, più libera e franca sotto -il sole. -</p> - -<p> -Lentamente, da quel momento, l'arte e la vita -tendono a riunirsi e nel 1843 Vincenzo Gioberti -pubblica il <i>Primato</i>, nel 1844 Cesare Balbo le -<i>Speranze d'Italia</i>, e d'Azeglio, il romanziere e il -pittore di Ettore e di Ginevra, l'opuscolo <i>Dei casi -di Romagna</i> subito dopo i moti di Rimini e di -Bagnacavallo, il quale opuscolo, è ancora mite e -quasi dottrinario rispetto al famoso libro su <i>I lutti -di Lombardia</i>. Egli è ferito a Vicenza. Le cinque -giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa -di Roma. Guerrazzi e Montanelli vogliono stabilire -la repubblica a Firenze; Mazzini a Roma. Dopo -Novara, il d'Azeglio accetta di essere ministro per -la pace, e da quel giorno è ecclissato da Cavour. -Il Conte di Cimié emissario d'Austria quindici anni -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -prima, tentando di spingere Carlo Alberto alla reazione -con l'incitargli contro i tumulti della piazza -più impetuosi, aveva detto: — Bisogna fargli assaggiar -del sangue, altrimenti egli ci sfugge! — E -il sangue, il sangue è apparso e non più quello -dipinto con pallidi vermigli nei più tragici quadri -romantici sul petto di uomini mascherati alla medievale, -ma il rosso caldo sangue dei figli, dei fratelli, -il sangue stesso di quelli artisti cui dai -franchi occhi cadde il velo della rettorica e folgorò -tra i lampi dell'armi la visione della patria -quale doveva essere, — visione precisa, limpida, -come un segnale dall'alto. -</p> - -<p> -La scuola mazziniana democratica opposta alla -liberale lombardo-piemontese — Campanella a Genova, -Farini in Romagna, La Farina in Sicilia, -Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio a Napoli — fece -direttamente e indirettamente il '48 e l'insurrezione -calabrese e la rivoluzione di Palermo, -e le difese di Roma e di Venezia e le resistenze -di Bologna e di Brescia, e Garibaldi. Il romanticismo — e -Pellico e d'Azeglio e Balbo e Rosmini — cade -dal governo incontrastato delle menti. E la -pittura romantica è morta. S'è vista e s'è toccata -la salda ardente realtà. Anche prima che in letteratura -così il realismo comincia in pittura. Luigi -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -Mussini finirà a fare il ritratto di Vittorio Emanuele, -l'Hayez che ha dipinto il <i>Bacio di Giulietta -e Romeo</i> finirà a dipingere il <i>Bacio del -volontario che parte</i>, come pochi anni prima il -vecchio Camuccini aveva per Carlo Alberto dipinto -<i>Furio Camillo che caccia i Galli dal Campidoglio</i>. -</p> - -<p> -Tutta la tecnica si rinnova. E prima di tutto, -nei quadri di paese. In Francia Rousseau, Corot, -Troyon, Diaz, Daubigny, Millet, e accanto a loro -tutti gli sfavillanti orientalisti di Francia da dieci o -da venti anni attendono di predicar con le loro opere -il vangelo della luce d'Italia. Dal Piemonte, prima -che da ogni altra regione, partono per varcar le -Alpi il Valerio, il Perotti e il Gamba, i quali -hanno il torto di credere che il cammino più breve -verso Parigi sia attraverso la Svizzera cioè attraverso -l'imitazione della buja e piatta e scenografica -scuola del Calame. Così che i rivelatori — quelli -che, come fu detto con una frase troppo chirurgica, -toglieranno le cateratte agli occhi della pittura italiana, — saranno -napoletani. -</p> - -<p> -Di Napoli io non ho ancora parlato. E chi avrei -potuto indicarvi in quel gelo se non l'accademicissimo -Tommaso De Vivo, o Giuseppe Mancinelli, che -nell'<i>Aiace e Cassandra</i> del Palazzo Reale ancora -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -venera in ginocchio il Camuccini e nel <i>San Francesco -di Paola</i> a Capodimonte, non fa che voltarsi -a venerare il Podesti? Filippo Palizzi e Achille -Vertunni e, quando dopo il '48 avrà abbandonato -i suoi primi flebili amori coi puristi, anche Domenico -Morelli: ecco quei rivelatori che solo un -altr'anno vi saranno rivelati. -</p> - -<p> -Il sentimentalismo dei romantici, per questa restaurazione -della vita nell'arte, diverrà emozione -sincera in due forme di pittura: <i>una</i> larga e, direi, -sonora che al quadro teatrale e romantico sostituirà -il quadro realmente storico ed eroico con gli <i>Iconoclasti</i> -del Morelli, coi <i>Dieci</i> del Celentano, con -la <i>Stuarda</i> del Vannutelli, col <i>Sordello</i> del Faruffini, -alla Brera, coi <i>Martiri gorgomiensi</i> del Fracassini, -in Vaticano; una più intima e più placida -che sarà detta pittura di genere. -</p> - -<p> -I fratelli Induno crearono la pittura di genere. -Ambedue studiarono all'Accademia milanese sotto -il Sabatelli, ambedue cominciarono a camminare -sotto il giogo dell'Hayez. Ed è relativamente a -questi inizii, e al loro tempo, che devono essere -giudicati. E nell'uno e nell'altro il 1848 interruppe -la vita artistica e cacciò Domenico ad esulare in -Isvizzera e in Toscana, e Girolamo, più giovane di -dodici anni, a combattere a Roma. I <i>Contrabbandieri</i>, -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -il <i>Pane e lagrime</i>, il <i>Dolore del soldato</i>, la -<i>Questua</i>, il <i>Rosario</i> dipinti da Domenico, furono -le tele che prime persuasero gli artisti non derivar -solo dalla storia l'ispirazione, ma anzi la massima -sincerità essere nella immediata contemporanea -realtà del soggetto, e la sincerità di un'opera d'arte -essere in rapporto diretto con la sua potenza emotiva. -Per lui Pietro Selvatico scrisse quel saggio <i>Su -la opportunità di trattare in pittura anche soggetti -tolti alla vita contemporanea</i>, che aveva per epigrafe -ancora un verso del nostro Giusti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Di te, dell'età tua prenditi cura.</p> -</div></div> - -<p> -A Milano tra il museo del Risorgimento e l'Associazione -patriottica e il Palazzo Reale e le ultime -gelide sale di Brera<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>, voi potete trovare le maggiori -tele di Girolamo, e <i>Crimea</i> e <i>Magenta</i> e <i>Palestro</i> -e la <i>Partenza del coscritto</i>, le quali, come -dicono i titoli, sono tutte posteriori al '50. E anche -in quel Palazzo Reale potete trovare il <i>Cader delle -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -foglie</i> di Domenico, che a me è sempre sembrato -il suo più bel quadro con quell'etica pallida che si -spegne in conspetto della larga campagna autunnale, -quando sui monti azzurrini del fondo già biancheggiano -le prime nevi. Certo la pennellata franca -e avvolgente è migliore del colore ancora roseo e -bigio, secondo la fievole intonazione che da mezzo -secolo smorza ogni sole; ma, quando il modello è -vicino e lo accende, egli è capace di creare il magistrale -<i>Ritratto d'uomo</i> nella galleria d'arte moderna -a Roma, d'un colore così affocato ed intenso -e d'un'espressione, negli occhi stanchi, così dolorosa -e lancinante che nessun altro ritratto là dentro -regge al confronto. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Signori, con questo nuovo periodo l'arte italiana -è libera — libera dal servile plagio degli antichi -che è mille volte più dannoso della imitazione dei -contemporanei, libera da ogni polveroso pregiudizio -e da ogni angusto impaccio d'accademia, libera da -quella che Ruskin disse l'<i>insolenza della fede</i>. -L'individuo, diviene, almeno in arte, il padrone di -sè stesso, e tutti — artisti, critici, pubblico, quali -si sieno i loro gusti e le loro opinioni — sanno che -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -l'arte vera non è mai fissata o definita, ma è un -continuo divenire come la religione e come la scienza. -Lasciatelo dire a un ottimista: l'arte, il giorno in -cui essa è tornata, nelle sue aspirazioni se non nella -sua attualità, alla spontaneità anche violenta e anche -intemperante, il giorno in cui si è compreso che le -pitture più belle non sono le più pittoresche ma -le più sincere, l'arte, dico, in quel giorno è tornata -al suo massimo cómpito — cioè a farci amare -la vita che ella stessa ha amato, poichè ha cercato -di comprenderla e di renderla e di interpretarla -per la nostra più precisa delizia. E questa è la sua -funzione nella società. -</p> - -<p> -«Quando leggo Omero, tutti gli uomini ai miei -occhi divengono giganti,» diceva un grande poeta. -Ahimè, non gli eroi omerici che il cavalier Camuccini -si illuse di rappresentare, ci daranno questa -sensazione di magnificenza e di ampiezza e di eternità, -ma una quieta pianura dipinta dal Vertunni -o un semplice ciuffo d'erbe dipinto dal Palizzi o -una nuvola sul tramonto dipinta dal Fontanesi, perchè -questi hanno visto e hanno reso la natura con -semplicità d'amore. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -</p> - -<h2 id="vapore">IL VAPORE -<span class="smaller">E LE SUE APPLICAZIONI</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">GIUSEPPE COLOMBO</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Due anni sono, invitato a parlarvi di Volta e -delle scoperte scientifiche che illustrarono la fine -del XVIII secolo e il principio dell'attuale, vi ho -detto che quel periodo storico fu segnalato da due -grandi avvenimenti, i quali dovevano produrre -nelle condizioni economiche e sociali di tutto il -mondo la più grande rivoluzione che la storia abbia -registrato finora. Questi avvenimenti furono la -scoperta della pila, dovuta a Volta, e l'invenzione -della macchina a vapore, dovuta a Watt. Dell'una -ho avuto l'onore di intrattenervi due anni fa; dell'altra, -e delle sue prime applicazioni in Italia, -ho la fortuna di potervi parlare quest'oggi. -</p> - -<p> -È la macchina a vapore che ha creato l'industria -moderna. Lo scozzese Watt, trovando la prima -soluzione pratica del problema di convertire il calore -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -in forza, ha aperto all'attività dell'uomo un -orizzonte sconfinato, verso il quale l'umanità si è -slanciata con tanto ardore, che oggi il pensatore -ha diritto di domandarsi se non si sia battuta -una falsa strada e se l'invenzione della macchina -a vapore si possa veramente dire, dal punto di -vista sociale, un beneficio. -</p> - -<p> -Non è un paradosso l'enunciazione di un simile -dubbio. Certo la macchina a vapore ha prodotto -un mutamento profondo nella vita sociale e individuale; -ha permesso di creare immense ricchezze, -ha soppresso le distanze, ha messo a disposizione -dell'uomo mille nuove risorse che gli possono render -facile e aggradevole la vita; ma ha anche -moltiplicato la popolazione, e ha moltiplicati i suoi -bisogni. Ormai presso i popoli civili il problema -supremo è di continuare a produrre indefinitamente, -e a cercare senza posa nuovi consumatori, sotto -pena di soccombere sotto la concorrenza e di piombare -nella disoccupazione e nella miseria. Se la -felicità umana risiede nell'equilibrio fra i bisogni -e i mezzi di soddisfarli, è molto dubbio se l'individuo -si trovi più felice ora in mezzo a tanto -progresso, che ai tempi antichi, quando non esisteva -la grande industria, e non si conoscevano nè -le macchine a vapore, nè le ferrovie. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -</p> - -<p> -La grande industria, come si svolse in questo -secolo dopo l'invenzione della macchina a vapore, -non esisteva presso gli antichi. C'erano, è vero, -manifatture fiorenti, i cui prodotti erano conosciuti -e consumati anche a grande distanza, come le ceramiche -e le gioiellerie fenicie ed etrusche, i vasi -di Egina e di Samo, i ricami frigi, le stoffe -d'Egitto; gli studi fatti sugli avanzi dell'antica -Falleri, così ben ordinati e raccolti a Roma nel -Museo di Papa Giulio, mostrano chiaramente l'esistenza -di questo movimento commerciale, e l'influenza -dei prodotti importati sullo sviluppo delle -industrie locali. Erano prodotti fabbricati a mano, -col sussidio di utensili la cui forma ci è trasmessa -sino ad oggi, e di quelle poche macchine che l'antichità -conosceva e la cui origine si perde nella -notte dei tempi. Il trapano è descritto nell'<i>Odissea</i>, -ma rimonta certo all'epoca in cui si faceva -il fuoco col metodo ancora in uso presso le popolazioni -primitive, premendo un pezzo di legno appuntito -contro un legno piano, e facendolo girare -rapidamente fra le mani come un frullino; i vasi -torniti di alabastro e di serpentino provenienti -dall'Egitto, che si trovano nel museo di Berlino, -dimostrano che 2 o 3 mila anni avanti Cristo si -conosceva l'uso del tornio; come le fusarole di -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -pietra o d'argilla e i tessuti trovati nelle palafitte -fanno testimonianza dei mezzi meccanici, già quasi -perfetti, dei quali disponeva l'industria tessile -preistorica. Ma si trattava sempre di industria -domestica, press'a poco come quella che esisteva -nel Giappone prima che vi penetrasse la civiltà -europea; e siccome non vi si impiegava altra -forza che quella dell'uomo o al più degli animali, -così la produzione non poteva essere che assai limitata. -</p> - -<p> -La grande industria non poteva nascere che colla -possibilità di disporre delle forze naturali, come -quella delle cadute d'acqua e del vapore. L'antichità -lo intravide. Un inventore, rimasto sconosciuto, -sostituì pel primo, alcune centinaia di anni -avanti l'èra volgare, la forza dell'acqua a quella -dell'uomo per la macinazione del grano, e forse -per la lavorazione del ferro e del rame; e 120 -anni avanti Cristo, un filosofo della scuola alessandrina -ebbe la prima idea della forza del vapore, -quando immaginò la celebre eolipila, che ancor -oggi, a 20 secoli di distanza, si trova in tutti i -gabinetti di fisica. -</p> - -<p> -Ma i tempi non eran maturi. La ruota idraulica, -cui il poeta greco Antiparo inneggiava come -all'invenzione che doveva risparmiare il lavoro alle -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -schiave, rimase fin quasi alla fine dello scorso -secolo un motore pressochè esclusivamente limitato, -come nell'antichità, alle fucine e ai molini; e -l'eolipila restò quella che era ai tempi di Erone, -cioè un giocattolo scientifico. -</p> - -<p> -Per spiegare questa lunga inazione, bisogna rammentare -innanzi tutto la grande catastrofe delle -immigrazioni dei barbari, che travolse, colla caduta -dell'impero romano, tutto l'antico organismo sociale. -Per qualche tempo, durante il dominio arabo -in Europa, l'indagine scientifica si ravviva; ma -la scuola d'Aristotile e i sofismi della scolastica -immobilizzano e sterilizzano ben presto lo spirito -umano. Finalmente, dopo lunghi secoli di oscurità, -la scienza trova la sua vera base con Galileo, e -può ormai procedere senza vincoli alla ricerca del -vero. Colla scuola di Galileo, quando l'enunciazione -delle leggi della caduta dei gravi fu il raggio -di luce che squarciò le nebbie scolastiche diffuse -su tutte le scienze, comincia il metodo di -osservazione; ed è appunto coi suoi primi passi -che si connette l'invenzione della macchina a vapore. -</p> - -<p> -Per qualche tempo ancora, lo spirito inventivo -erra nel vago e nell'indeterminato. Non si possono -dimenticare ad un tratto i vecchi errori. La fisica -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -si perde ancora nelle sottigliezze della scolastica; -si scrivono volumi per trovare le cause della distruzione -del vitello d'oro, o per indagare quante -migliaia d'angeli potrebbero stare sulla punta di -uno spillo. Fu quella dal 1600 al 1650, l'epoca -delle sterili elucubrazioni di Branca in Italia, di -De Caus in Francia, e del marchese di Worcester -in Inghilterra, tutti più o meno direttamente ispirati -dalla <i>Spiritalia</i> di Erone, i quali a torto -furono indicati come i precursori dell'inventore -della macchina a vapore. -</p> - -<p> -Ma un allievo di Galileo, il Torricelli, dimostra -l'esistenza della pressione dell'atmosfera, e ne dà -la misura, invano osteggiato dalla vecchia scuola -che vorrebbe salvare l'orrore del vuoto e la scienza -in parrucca, minacciata dalla fondamenta. Pascal -aggiunge altre dimostrazioni di questa pressione; -Otto von Guericke inventa a Magdeburgo la macchina -pneumatica e mostra con quanta forza agisca -la pressione dell'aria sulla parete di un recipiente -in cui si faccia il vuoto; ed ecco Papin, il quale, -partendo dalla conoscenza di questa forza, si propone -di utilizzarla, e usa del vapore per la prima -volta per produrre il vuoto, condensandolo con -aspersioni di acqua fredda; e poi Savery che ne -usa diversamente per sollevare l'acqua dalle miniere -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -di carbone, facendo premere direttamente il -vapore sull'acqua da sollevare. Siamo al 1700. -</p> - -<p> -Da questo momento la storia dell'invenzione -della macchina a vapore diventa interessantissima, -e io vorrei raccontarvela in dettaglio, se ne avessi -il tempo. In meno di un secolo, la macchina a -vapore moderna è inventata. Dapprima Newcomen -e Cowley, un fabbro e un vetraio, si uniscono a -Savery e perfezionano la macchina di Papin in -guisa che quasi tutti i proprietari di miniere di -carbon fossile dell'Inghilterra l'adottano come -pompa a fuoco per prosciugare le gallerie sotterranee. -Siamo al 1750. -</p> - -<p> -Il fisico Black scopre a Glasgow il calore latente -del vapore. Fra i suoi allievi c'è un giovane -apprendista di genio, Giacomo Watt, che -prende in esame le macchine esistenti, le trasforma -radicalmente e ne fa uscire, verso il 1770, la macchina -a vapore perfetta quale la vediamo tuttora. -Nulla di veramente essenziale vi è stato aggiunto -da quell'epoca ad oggi. -</p> - -<p> -Voi sapete quali ne sieno i lineamenti caratteristici. -Si mette dell'acqua in una gran caldaia -chiusa, e la si riscalda finchè l'acqua comincia a bollire -e vaporizzare. Di mano in mano che l'acqua si -converte in vapore, la pressione interna dovuta alla -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -forza del vapore, cresce rapidamente e potrebbe -anche far scoppiare la caldaia, se questa non fosse -robusta e non avesse una valvola di sicurezza. È -questa, in sostanza, la famosa pentola di Papin. -Allora si apre la comunicazione fra la caldaia e -la macchina. Il vapore, giunto nel cilindro della -macchina, spinge davanti a se una parete mobile, -detta lo stantuffo, il quale è veramente l'organo -motore e trasmette poi il movimento a tutte le -macchine che si tratta di fare agire. -</p> - -<p> -È così che lo descrive il poeta Zanella nel suo -carme sull'industria: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> . . . . . . somigliante a domo</p> -<p class="i01">Chiuso Titano, cento rote e cento</p> -<p class="i01">Volve il vapor, che dall'assiduo stento</p> -<p class="i01">Francheggia l'uomo.</p> -</div></div> - -<p> -Esercitata così la sua azione, il vapore viene -condensato con dell'acqua fredda, si riduce così -ancora in acqua, lasciando il vuoto dietro di sè; e -in questo stato d'acqua è ricondotto in caldaia. E -adunque un ciclo, come si dice, quello che si compie: -cioè è la stessa quantità d'acqua che alternativamente -vaporizzata e poi condensata fornisce -la forza alla macchina. -</p> - -<p> -Questo risultato finale, cioè la forza della macchina, -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -o, per dir meglio, il lavoro che compie, sia -sollevando dei carichi o macinando del grano o -lavorando il ferro o movendo un bastimento o un -convoglio, ossia facendo un trasporto o una trasformazione -qualsiasi della materia, si ottiene bruciando -del carbon fossile o un altro combustibile -qualunque: si ottiene, cioè, consumando calore. -Quindi la macchina a vapore è un mezzo per trasformare -calore in lavoro. -</p> - -<p> -Vedremo più avanti di farci un'idea più chiara -e più completa dì questa trasformazione. Ma per -ora soffermiamoci alcuni istanti a esaminare le prove -e le più importanti applicazioni della macchina -a vapore, che si sieno fatte in Italia nel periodo -storico cui si riferisce questa serie di conferenze. -</p> - -<p> -In Inghilterra, lo abbiamo visto, la macchina a -vapore non era ancora perfetta, che già trovavasi -impiegata per il prosciugamento delle miniere di -carbone. Poi il suo uso si estese all'elevazione dell'acqua -per diversi altri scopi; ed è anzi da un'applicazione -di questo genere alla birreria Whitebread -di Londra che nacque la denominazione, -diventata poi così comune, di cavallo-vapore per -designare la forza delle macchine; poichè la macchina -a vapore doveva ivi, come altrove, surrogare -il lavoro di un certo numero di quei poderosi cavalli -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -da birrai, così celebri per la loro forza, pressochè -doppia di quella dei cavalli comuni. Ma in -breve tempo se ne impadronivano pure l'industria -tessile, e poi le altre industrie; e così, potendosi -disporre, colla macchina a vapore, di forze enormi -e quasi illimitate, l'industria casalinga cominciò -a cedere il posto alla grande industria esercitata -negli opifici. -</p> - -<p> -È difficile di accertare con precisione l'epoca nella -quale la macchina a vapore cominciò a penetrare -in Italia a servizio dell'industria. Prima del 1830 -esistevano certo degli stabilimenti industriali in -Italia, ma erano scarsi e mossi tutti dall'acqua. -Probabilmente uno dei primi motori a vapore, se -non il primo, fu quello applicato nel 1832 alla -raffineria di zuccheri Azimonti e Conti di Milano. -Certo, ancora nel 1839, secondo ne scrisse Carlo -Cattaneo, le macchine a vapore in Lombardia si -contavano sulle dita. Nel 1838 il barone Testa -fece il primo impianto a vapore per la bonifica -di Brondolo su quel di Chioggia con macchine -che erano destinate al lago di Garda, e nel 1840 -fu fatto funzionare il primo molino a vapore di -Bougleux a Livorno, con carbone di Montebamboli. -Da allora in poi anche da noi l'industria si svolse -sempre più largamente col sussidio di macchine a -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -vapore, per lo più importate dall'estero, finchè per -l'opera d'un grande industriale, l'ingegner Tosi, -che una mano scellerata sospinse innanzi tempo -alla tomba, l'Italia potè per la prima volta non -soltanto fornire a sè stessa i motori a vapore, ma -farsene esportatrice. -</p> - -<p> -Più che nel campo industriale è facile accertare -le date delle prime applicazioni del vapore -fatte in Italia per la navigazione e le ferrovie. -</p> - -<p> -La storia della navigazione a vapore è ricca di -incidenti. L'americano Fulton lancia nel 1803 un -battello a ruote sulla Senna, ma non trovando appoggio -in Napoleone, che lo crede un avventuriero, -torna in America e inaugura il 10 agosto 1807 -un servizio regolare a vapore sulla East River fra -New York e Albany. Nel 1816 l'<i>Elise</i>, un battellino -a vapore di soli 16 metri di lunghezza, traversa -pel primo la Manica, malgrado una tempesta -furiosa, in 17 ore; nel 1819 il <i>Savannah</i> di 380 -tonnellate traversa l'Atlantico da New York a Liverpool, -parte a vela e parte a vapore, in 25 giorni; -nel 1825 l'<i>Enterprise</i> fa il primo viaggio alle Indie. -Ma la vera navigazione transatlantica non comincia -che colla famosa gara del <i>Sirius</i> e del -<i>Great Western</i>. Il 5 aprile 1838 il <i>Sirius</i> di 700 -tonnellate e 320 cavalli salpa da Cork; tre giorni -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -dopo salpa da Bristol il <i>Great Western</i> di 1340 -tonnellate e 450 cavalli, e ambedue arrivano a -New York il '23, salutati dai cannoni e dalle campane -e da migliaia di imbarcazioni festanti. Le -stesse gare si fanno ancora oggi fra i vapori delle -grandi Compagnie transatlantiche; ma ora si tratta -di vapori di 20 a 30 mila cavalli, capaci di 3 a -4 mila passeggeri, e la traversata di 3000 miglia -si compie ormai dai vapori più veloci in meno di -sei giorni, cioè colla velocità di 20 miglia all'ora. -E le navi moderne da guerra hanno velocità ancora -maggiori, sino a 30 e 35 miglia all'ora. -</p> - -<p> -Le ruotaie esistevano già in Inghilterra alla fine -del XVII secolo, prima di legno, poi di ferro, pel -trasporto dei carboni fossili; ma le prime macchine -datano soltanto dal 1804, e non rappresentano -che tentativi mal riusciti. Nel 1815 Giorgio -Stephenson, il cui nome rimarrà congiunto alla -storia delle ferrovie come quello di Watt a quella -delle macchine a vapore, costruisce una prima locomotiva -soddisfacente pel servizio merci sul tronco -fra Darlington e Stockton; ma la vera locomotiva -moderna non nasce che col celebre concorso del -1829 per la linea Manchester-Liverpool, vinto da -Giorgio e Roberto Stephenson colla macchina <i>Rocket</i>, -che ancora si conserva come ricordo del grande -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -avvenimento. Su quella linea si inaugurò per la -prima volta il servizio dei passeggeri. In due anni -il dividendo dell'intrapresa sale al 10%, e comincia -una sfrenata speculazione ferroviaria, che -fu causa in quel tempo di grandi fortune e anche -di grandi disastri. -</p> - -<p> -A quell'epoca le locomotive pesavano poche tonnellate, -e rimorchiavano sei od otto carrozze con -velocità appena maggiore di quella di un buon cavallo, -da 20 a 25 chilometri all'ora; ora si fanno -locomotive perfino di 100 tonnellate, rimorchianti -convogli di migliaia di tonnellate; e i treni diretti -vanno a 90 e 100 e perfino 125 chilometri all'ora. -</p> - -<p> -In Italia le grandi intraprese navali cominciarono -tardi; ma la navigazione a vapore fluviale e -lacuale si svolse poco più tardi che in Inghilterra. -Infatti nel 1819 si varò a Genova il primo battello -a vapore l'<i>Eridano</i>, costrutto nelle officine -di Watt e destinato a navigare sul Po. Ma l'impresa -ben presto fallì, e la macchina dell'<i>Eridano</i> -fu messa a bordo di un battello varato a Locarno -sul Lago Maggiore nel 1826 col nome di <i>Verbano</i>: -e nello stesso anno fu varato il <i>Lario</i> destinato al -Lago di Como, cui tennero dietro il <i>Plinio</i> e il -<i>Falco</i>, e più tardi il <i>Veloce</i> e il <i>Lariano</i>, per la -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -inaugurazione del quale il nobile Lambertenghi -scrisse questi versi, per vero dire poco peregrini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ve' sublime fra tanto navile</p> -<p class="i01">Vasto un legno torreggia signor:</p> -<p class="i01">Mai quest'onde solcava un simile</p> -<p class="i01">In audacia, vaghezza e lavor.</p> -</div></div> - -<p> -A Napoli toccò il vanto di avere la prima ferrovia -costrutta in Italia: quella fra Napoli e Portici, -inaugurata solennemente da Ferdinando II il -26 settembre 1839, e aperta all'esercizio il 4 ottobre -successivo. La cerimonia d'inaugurazione fu -un avvenimento; e come particolare curioso riferisce -il De Cesare che la signora Cottrau, la -quale aveva preso parte alla corsa inaugurale, si -sgravò sul treno, durante il ritorno, d'un bambino, -che fu quell'Alfredo Cottrau, il quale doveva tanto -illustrarsi in materia di ferrovie. -</p> - -<p> -Fu il Genio militare che costrusse quella linea -e poi l'altra fra Napoli, Caserta e Capua, e ne -diresse l'esercizio. Il Re stesso ne aveva determinato -il tracciamento e fissate le stazioni; di gallerie -non ce n'erano perchè ritenute pericolose alla -morale pubblica e perchè il Re non voleva <i>pertusi</i>. -Quando viaggiava il Re, era lui che dava gli -ordini, e il capotreno, stando sul predellino della -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -carrozza reale, li trasmetteva al macchinista. Egli -amava la gran velocità e faceva fare in mezz'ora -i 32 chilometri fra Napoli e Caserta: ma alla -Regina Maria Teresa non garbava correre a rompicollo, -e perciò raccomandava al macchinista di -andar piano come un somarello. -</p> - -<p> -Benchè si trattasse di linee del governo, e il -Re stesso si interessasse dall'esercizio, pure venuto -l'uragano del 1848, diventarono anch'esse uno strumento -di rivoluzione. Così il De Cesare racconta -che il 15 maggio di quell'anno, essendosi dato -ordine a due reggimenti di portarsi immediatamente -da Capua a Napoli, il capo stazione di Capua, -affigliato ai Comitati insurrezionali, mentre -si preparavano i treni, fece smontare da un uomo -di fiducia un tratto di binario, e partì poi egli -stesso col primo treno per evitare un disastro; ma -intanto riuscì con questo mezzo a trattenere le -truppe per un giorno intero. -</p> - -<p> -Alla linea Napoli-Portici succedette immediatamente -quella fra Milano e Monza inaugurata il -13 agosto 1840. Nel 1841 cominciò la costruzione -della linea Milano-Venezia, compiuta solo nel 1846. -Intanto si apriva in Toscana la linea Livorno-Pisa -il 14 marzo 1844 sotto la direzione di Roberto -Stephenson; il Piemonte non arrivò che più tardi. -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -nel 1848, col tronco Torino-Moncalieri. Dal 1839 -al 1850 in tutta Italia si costrussero circa 600 -chilometri di ferrovie; ora ne abbiamo 15,500. -</p> - -<p> -Sono ormai più di cent'anni che la macchina -a vapore esiste; ed essa, perfezionandosi sempre -più, continua a lottare vigorosamente contro tutti -i suoi avversari, macchine ad aria calda, a gas, -a petrolio, che tentano, ancora invano, di contenderle -il primato, cioè di fornire la forza a un -prezzo minore. Ma come si è perfezionata? E come -potrebbe perfezionarsi ancora? -</p> - -<p> -Qui entriamo nel cuore della questione della -trasformazione di calore in lavoro. E una materia -astrusa, forse poco adatta alla parte più gentile -del pubblico che mi sta ascoltando; ma ormai al -giorno d'oggi si può dire che nessuna questione, -anche tecnica, non può nè deve esser straniera alle -intelligenze educate. -</p> - -<p> -Come si fa a convertire calore in lavoro nella -macchina a vapore? Si prende dell'acqua: le si -adduce del calore da una sorgente di calore qual è -il combustibile ardente; la si converte così in vapore -che compie il lavoro colla grande forza che -possiede; poi questo vapore viene ridotto di nuovo -in acqua raffreddandolo, cioè sottraendogli calore -con un refrigerante, che non è altro che dell'acqua -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -fredda. E questo vapore così ridotto in acqua è -pronto a compiere un secondo ciclo, anzi una serie -indefinita di cicli simili al primo. In sostanza, si -attinge vapore da un corpo caldo, che è il combustibile -ardente, e si cede calore a un corpo freddo, -che è l'acqua refrigerante. Una parte del calore è -così semplicemente trasformata dal corpo caldo al -corpo freddo, ma un'altra parte è scomparsa, cioè -si è convertita nel lavoro fatto dalla macchina. -</p> - -<p> -Ora, come mai il calore si può convertire in -forza e lavoro? Considerate un corpo caldo; orbene: -secondo l'ipotesi più probabile, l'impressione -di calore che esso produce sul nostro senso -del tatto non sarebbe che la comunicazione ai nervi -di un movimento rapidissimo di vibrazione delle -molecole del corpo caldo. Ciò posto, scaldare dell'acqua -ossia comunicarle calore, vuol dire impartire -alle sue molecole una rapidissima vibrazione. -Quando il calore trasmesso è abbastanza forte, la -vibrazione diventa tanto intensa, che le molecole -dell'acqua non possono più stare insieme e si slanciano -libere da tutte le parti; ed ecco che così -l'acqua si converte in vapore. Queste molecole, diventate -libere, sono come altrettanti proiettili che -vanno a colpire le pareti del cilindro in cui il -vapore è rinchiuso; se una di queste pareti è mobile, -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -come è appunto lo stantuffo della macchina, -questa scarica di proiettili gassosi che vanno ad -urtarlo, lo spingeranno avanti, vincendo le resistenze -che gli si appongono. Ecco come il calore -si converte in forza e lavoro: ciò che costituisce -il principio fondamentale della teoria moderna del -calore, il così detto primo principio, o principio -dell'equivalenza. -</p> - -<p> -Si fa dunque compiere al calore un salto da -una temperatura alta a una temperatura bassa, -mentre nel compiere questo salto una parte del -calore si converte, nel modo che ho detto, in lavoro. -</p> - -<p> -Ora non facciamo noi una cosa analoga quando -adoperiamo la forza dell'acqua? Voi avrete visto -un molino in montagna, per esempio: arriva l'acqua -dal monte a un certo livello, e la si manda sulla -ruota del molino; poi quest'acqua lascia la ruota -a un livello più basso e va pel suo cammino. L'acqua -ha qui compiuto un salto da un livello alto -a un livello basso, e ha con ciò fornito del lavoro; -ed è chiaro che quanto più grande sarà il salto, -tanto maggiore sarà il lavoro ottenuto colla medesima -acqua. Orbene: affatto analogamente, quanto -più grande sarà il salto di temperatura in una -macchina a vapore, più grande sarà l'effetto utile, -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -ossia il lavoro fornito da una medesima quantità -di calore. È questo il secondo principio della termodinamica, -il famoso principio di Carnot, l'avo -dello sventurato presidente della Repubblica francese. -</p> - -<p> -Se si potesse godere di tutto il salto di un -corso d'acqua della sorgente fino al mare si caverebbe -da quell'acqua tutto l'utile che essa può -dare. Egualmente, se noi potessimo godere tutto il -salto dalla temperatura del combustibile incandescente, -che è la sorgente, sino al freddo assoluto, -che i fisici pongono a 273 gradi sotto lo zero, e -che è pel calore ciò che il mare è per l'acqua, -caveremmo il più gran partito possibile dal calore, -ossia dal combustibile consumato. E questo possibile? -O entro quali limiti sarebbe possibile? -</p> - -<p> -La pressione del vapore cresce assai più rapidamente -della sua temperatura; e voi sapete, per -le notizie che sentite di tanto in tanto di terribili -scoppi di caldaie a vapore, quanto sieno pericolose -le alte pressioni. Ma ci si va abituando, e -d'altra parte si riesce ora a garantirsi sempre più -contro simili eventualità con scelti materiali e una -accurata costruzione e sorveglianza. Ai tempi di -Watt una pressione di 2 o 3 atmosfere faceva spavento; -ora si va a 10, 12, 15 atmosfere, e già si -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -fanno esperimenti a 30 e sino a 35 atmosfere. Ma -anche se si adottassero queste enormi pressioni, la -temperatura non si eleverebbe a più di 250° circa. -È come dire che da questa parte il salto è stato -aumentato per quanto era possibile, ma non potrebbe -essere elevato molto di più. -</p> - -<p> -D'altra parte, è egli possibile di scendere a -temperature più basse di quelle dell'acqua fredda -che serve d'ordinario come mezzo refrigerante? È -possibile di avvicinarsi di più a quel limite dello -zero assoluto, cioè a 273° sotto la temperatura del -ghiaccio fondente? -</p> - -<p> -Certo che sarebbe possibile, se adoperassimo vapori -diversi da quello dell'acqua. Voi sapete che -ormai la fisica è riuscita a liquefare tutti i gas -colla pressione e col freddo. Questi gas, in sostanza, -non sono che vapori di liquidi sconosciuti nelle -condizioni di temperatura e di pressione nelle quali -viviamo. Si è liquefatta l'aria, si è liquefatto l'idrogeno; -ed ora si tratta l'aria liquida come se fosse -dell'acqua comune. Orbene: l'aria liquida ha nientemeno -che una temperatura di 190° sotto lo zero; -e l'idrogeno liquido ha una temperatura ancora -più bassa. E l'aria liquida non è materia nè pericolosa, -nè instabile; con certe precauzioni la si -può conservare sicuramente per parecchi giorni; -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -essa è tanto fredda che un carbone acceso, immerso -in essa brucia con gran violenza, ma, mentre -brucia, si copre di brina, poichè l'acido carbonico -prodotto dalla combustione gela a temperatura assai -più alta di quella dell'acqua liquida; e se voi -esponete al fuoco un vaso pieno d'aria liquida, -le pareti esterne del vaso si copron di brina, e le -stesse fiamme che la lambono diventan neve: neve -di acido carbonico, s'intende. E non è neppur difficile -di maneggiarla, tanto che si può evaporarla -lentamente e così spogliarla dell'azoto che è più -vaporizzabile, oppure si può filtrarla come un liquido -qualunque e spogliarla dell'acido carbonico -che rimane sul filtro come residuo solido. Ecco -dunque un refrigerante che si avvicina molto alla -temperatura del freddo assoluto; ma non gioverebbe -a nulla per una macchina a vapor d'acqua, -il cui liquido gela a una temperatura assai più -alta; quindi bisogna, per essa, accontentarsi di adoperare -dell'acqua fresca alle temperature ordinarie, -cioè a 10°, o a 15°. Dunque anche da questa -parte il salto di temperatura disponibile per la -macchina a vapore è assai limitato. -</p> - -<p> -Son molto migliori, da questo punto di vista -del salto di temperatura, le macchine a petrolio -e a gas, colle quali si utilizza la forza d'esplosione -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -di una miscela di petrolio o gas e d'aria, -che si accende entro la macchina stessa, servendo -al tempo stesso da combustibile e da sostanza motrice, -cosicchè la temperatura superiore oltrepassa -anche i 1000 gradi. Nondimeno la macchina a vapore -si è perfezionata tanto, che batte tutte queste -sue concorrenti. Mentre una volta doveva consumare -3 o 4 chilogrammi di carbon fossile all'ora -per ogni cavallo di forza, essa arriva ora a consumarne -anche solo 600 o 700 grammi, che costano -2 centesimi, se si tratta di grandi forze; e così le -macchine a gas non possono competere con essa -per la spesa, e nemmeno le macchine a petrolio: -le quali, se son preferite per le automobili, gli è -soltanto in causa dell'assenza della caldaia che -difficilmente si potrebbe mettere sopra una carrozza -e meno ancora su un triciclo. -</p> - -<p> -Ma appunto nel momento dei suoi più grandi -trionfi, la macchina a vapore è, per due cause diverse, -minacciata di morte, certo non ingloriosa e -nemmeno immediata, ma sicura, e forse più prossima -che non si creda. Da una parte si è constatata -in modo sempre più preciso l'esauribilità delle -riserve sotterranee di carbon fossile e di petrolio; -dall'altra si ha la certezza di poter surrogare, quasi -dovunque, la forza dell'acqua a quella del carbone. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<p> -Una ventina d'anni fa si credette in Inghilterra -che le riserve di carbone accumulate sotto terra -dai cataclismi cui fu soggetto il nostro globo non -potessero durare più di 2 o 3 secoli, tenuto conto -della progressione crescente che si verifica nel consumo -di carbone in tutto il mondo. Ma quei calcoli -non erano attendibili. Prima di tutto non si -può ammettere che il consumo di carbone aumenti -sempre nella stessa misura, poichè la scarsezza del -carbone diventerebbe presto un freno a consumarne -di più; questi calcoli, al pari di molti calcoli statistici, -sarebbero, come argutamente osservò il celebre -socialista George, tanto esatti quanto, il calcolo -di colui che dicesse: il mio cane ha un mese -di età e una coda lunga 5 centimetri; dunque a -5 anni avrà una coda di 3 metri. Poi bisogna tener -conto delle riserve di carbone ancor conosciute. Già -negli Stati Uniti si sono verificati dei giacimenti di -carbone valutati (s'intende per la parte scavabile, -cioè quella che si trova a meno di 1200 metri di -profondità) più di 650 mila milioni di tonnellate, -contro i 300 mila milioni dei giacimenti europei. -Le riserve della China, ormai considerato come il -paese delle più straordinarie e misteriose risorse, -son stimate più di 600 mila milioni di tonnellate, -poste quasi a fior di terra. Queste, intanto, non -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -sono ancora sfruttate, e se lo fossero, potrebbero al -più spostare l'asse del mondo industriale, ma poco -gioverebbero all'industria europea. -</p> - -<p> -Ma il calcolo più concludente è forse quello fatto -recentemente dal celebre Lord Kelvin. Quando la -terra era appena uscita dal periodo di incandescenza, -ed avviandosi a raffreddarsi, cominciò a coprirsi di -vegetazione, l'atmosfera non era composta che di gas -inerti, prodotti dalla precedente conflagrazione, cioè -di acido carbonico, d'azoto e di vapore d'acqua.... -Era quell'epoca geologica, quando ancora, come -poetò lo Zanella nella «Conchiglia fossile»: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Riflesso nel seno</p> -<p class="i01">Di ceruli piani</p> -<p class="i01">Ardeva il baleno</p> -<p class="i01">Di cento vulcani;</p> -</div></div> - -<p> -e l'atmosfera involgeva la terra di quell'umido -manto cantato dall'Aleardi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'aura, bagnata di mortal rugiada</p> -<p class="i01">Colle tepide nubi invidiava</p> -<p class="i01">Alla giovine terra il blando riso</p> -<p class="i01">Delle giovani stelle.</p> -</div></div> - -<p> -La vegetazione cominciò a separarne i componenti, -appropriandosi il carbonio e l'idrogeno dell'acido -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -carbonico e del vapor d'acqua e mettendone -in libertà l'ossigeno. Così si venne a formare -l'ossigeno, che ora costituisce ⅕ dell'atmosfera. I -combustibili bruciati da allora in poi e la respirazione -degli animali assorbirono una parte di quest'ossigeno, -ma la nuova vegetazione ne produsse -dell'altro; cosicchè ora l'ossigeno dell'atmosfera è -esattamente in proporzione con tutta la materia -combustibile che contiene la terra, sia alla superfice -sotto forma di vegetazione, sia sotto terra in -forma di lignite, di carbon fossile e di petrolio. -Calcolandone la quantità in proporzione a quella -dell'ossigeno esistente nell'atmosfera, che si conosce -(1000 milioni di milioni di tonnellate circa) -Lord Kelvin, tenuto conto dell'aumento della popolazione -e del consumo e di altre circostanze, ritiene -che ce ne sarebbe per non più di 5 secoli, ammesso -pure che gli uomini pensino, estendendo a tempo -le foreste, a prepararsi l'ossigeno per la respirazione, -perchè altrimenti l'umanità, prima di perire di -freddo, perirebbe di asfissia. E certo molto prima -di mancare del tutto, il carbone costerebbe così -caro, che il calore e la forza, che esso può dare, diventerebbero -consumi di lusso. -</p> - -<p> -Ma calore e forza si avranno altrimenti, cioè -coll'utilizzazione delle cadute d'acqua, ed è questo, -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -in fatto, il solo e vero formidabile nemico della -macchina a vapore. Sarà l'acqua che ucciderà il -vapore. -</p> - -<p> -Quale sia l'uso dell'acqua per fornire forza -motrice lo sapete tutti. E non è soltanto l'acqua -delle cascate, che agendo con tutta la sua pressione -sulle pale di una ruota, dia una forza tanto più -grande, quanto più grande è la massa dell'acqua -cadente e l'altezza della caduta; perchè un'enorme -riserva di forza l'abbiamo anche nelle maree e -nelle onde del mare. Mentre l'attrazione della luna -solleva la marea, voi potete introdurre l'acqua sollevata -in serbatoi dentro terra; e allora se nel -periodo della bassa marea aprite le chiuse dei -serbatoi e ne rimandate l'acqua in mare, quest'acqua -farà una cascata che potete utilizzare -come quella di un fiume o di un torrente. E lo -stesso potreste fare colle onde, quando si precipitano -alte e minacciose contro una ripida costa. Questi -ed altri sistemi analoghi per utilizzare le onde -e le maree sono state proposte più volte ed anche -provate con perfetto successo: e state certi che si -attueranno definitivamente in avvenire, sopratutto -nei luoghi dove le onde e le maree si elevano a -parecchi metri di altezza, come avviene, per esempio, -nella Manica, nel Baltico e nel Mare del Nord. -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -Se non che queste incalcolabili forze naturali -che l'uomo ha a sua disposizione nei monti e sulle -rive del mare non avrebbero che uno scarso valore -rispetto alla macchina a vapore, se non si potessero -trasmettere economicamente a grandi distanze, -dovunque si abbia bisogno di forza. Ora, la trasmissione -delle forze si può fare, voi lo sapete, -per mezzo dell'elettricità; ed è anzi questa l'invenzione -forse più grande del nostro secolo, pur -tanto fecondo di invenzioni di ogni natura. -</p> - -<p> -Supponete di avere una forza disponibile in -qualche luogo: per esempio, la forza d'una caduta -d'acqua. Fate agire quest'acqua sulle pale di una -motrice idraulica e servitevene per far girare un -gomitolo di fili di rame fra le branche di una -calamita. Ad ogni giro di questo gomitolo, il flusso -magnetico che emana dalla calamita e che è tanto -potente da attrarre il ferro, ha anche la potenza -di produrre nel gomitolo una corrente elettrica. È -questa la macchina che comunemente si chiama -una dinamo. Orbene: prendete i capi del filo del -gomitolo e tirateli lontano fin che volete: centinaia -di chilometri, se è necessario. La corrente circolerà -nel filo sin dove questo arriva. Ivi attaccate questi -capi a una dinamo identica alla prima; e voi vedrete -che il gomitolo di questa seconda dinamo si -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -metterà spontaneamente a girare, riproducendo la -forza della lontana caduta. Senza dubbio ci sarà -qualche perdita; ma si può diminuirla sin che si -vuole secondo la grossezza del filo impiegato. Ecco -in che consiste la trasmissione elettrica della forza; -e vedete che non è una cosa molto complicata, ne -difficile da capire. -</p> - -<p> -Vi è noto con quanto entusiasmo è stata accolta -questa invenzione, che data da dieci anni, e con -quanta rapidità se ne è fatta l'applicazione. In -America si è pensato subito al Niagara, dove è -già in funzione un impianto di 150 mila cavalli, -la cui forza in parte è impiegata sul posto e in -parte si trasmette fino a Buffalo, a 45 chilometri -di distanza. Altri 150 mila cavalli si stanno -utilizzando all'uscita del fiume San Lorenzo dal -lago Ontario. In Europa abbiamo gli impianti di -Rheinfelden sul Reno e di Chèvres sul Rodano di -14000 cavalli ciascuno, di Cusset-Jonage e di Bellegarde -sul Rodano di 18000 e di 10000 cavalli -e altri numerosi di minore importanza; ma noi li -abbiamo preceduti in Italia colla trasmissione di -2000 cavalli da Tivoli a Roma, e li emuliamo già -con quella di Paderno, che porta a Milano a 31 -chilometri di distanza, la forza delle rapide dell'Adda -di 13000 cavalli, e li sorpasseremo fra -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -breve con quella di Vizzola, che distribuirà 20000 -cavalli di forza attinta dal Ticino. -</p> - -<p> -Ma tutte queste trasmissioni di forza a 30, 40 -50 chilometri di distanza sono nulla a paragone -di quelli che già si annunciano come sicuri. Il -progresso dell'elettricità è così vertiginosamente -rapido in questi anni, che niente più ci può sorprendere. -Già gli inglesi si preparano a portare al -Cairo la forza delle cateratte del Nilo, a 650 chilometri -di distanza, per l'irrigazione del Delta: -e calcolano che la forza utilizzata costerà meno -di quella che si potrebbe ottenere sul posto con -macchine a vapore. Tutta la valle del Nilo diventerebbe -così una delle più feconde regioni della -terra. Fu anche proposto di trarre partito dalla -famosa cascata Vittoria scoperta da Livingstone -sul fiume Zambesi per servire alle macchine lavoratrici -del minerale d'oro della Rhodesia e del -Transvaal. Grazie all'impiego di altissime tensioni -si può esser sicuri oggi di portare la forza dell'acqua, -quando sia gratuita, a centinaia di chilometri -di distanza ancora con economia in confronto -all'uso del vapore; cosicchè non sarebbe più da -considerarsi come un'utopia l'idea di portare economicamente -a Parigi la forza delle cascate dei -Vosgi, o la forza delle cascate delle Alpi in tutta -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -la valle del Po. E così lo stesso problema, che -pochi mesi fa pareva ancora assai difficile, di usare -la forza dell'acqua per la trazione sulle grandi linee -ferroviarie in luogo di quella delle locomotive, si -presenta oggi di più facile e più probabile soluzione. -</p> - -<p> -Voi vedete dunque che l'impero della macchina -a vapore è già molto scosso, e che la futura scarsezza -del carbone non può più ispirare paura; poichè -colla trasmissione elettrica della forza non -solamente surroghiamo la forza del vapore, ma -possiamo surrogare lo stesso carbone. Infatti colla -corrente elettrica possiamo produrre calore, sia per -grandi operazioni industriali, quanto per la stessa -economia domestica. Già si fondono i metalli coll'elettricità; -già si può produrre la fiamma, servendosi -della corrente elettrica per decomporre l'acqua, -e così mettendo in libertà l'idrogeno, che poi si -può bruciare come il gas; e infine voi avete già le -stufe e le cucine elettriche, dove il calore è fornito -da un filo metallico arroventato dalla corrente. -</p> - -<p> -Gli uomini hanno un giorno o l'altro il loro -momento di fortuna, e così l'hanno anche le nazioni; -non si tratta che di saperne approfittare. -</p> - -<p> -Noi siamo sempre stati tributari dell'estero per -ciò che è l'anima di tutte le industrie, il carbone. -Sono 100 a 120 milioni che mandiamo ogni anno -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -in Inghilterra per acquistarlo, e il mancarne affatto -in paese è stata ed è una delle cause della -nostra inferiorità industriale. Ma poichè siamo ricchissimi -di acque perenni, non avremo più da subire -le conseguenze della mancanza di combustibili fossili. -Anzi, se sapremo utilizzar bene le nostre forze -idrauliche, che ammontano a decine di milioni di -cavalli, noi potremo facilmente duplicare e triplicare -le nostre industrie, risparmiando 200 o 300 milioni -di carbone e trovandoci in misura di far concorrenza -a questi paesi che ora la fanno a noi. -</p> - -<p> -Una sola concorrenza potremmo ottenere; ma è -assai improbabile. Si potrebbe trovare un mezzo -economico di immagazzinare la forza, di imballarla -come una merce qualunque e di trasportarla -lontano per terra e per mare. Gli Americani potrebbero -allora utilizzare tutti i sei milioni di -cavalli del Niagara, riservando ai forestieri soltanto -alla domenica lo spettacolo della celebre -cascata; e avrebbero tanta forza, insieme a quella -degli altri loro grandi fiumi, da poterne fare una -larga esportazione. Non è un'idea affatto impossibile, -poichè ci sono già gli accumulatori elettrici, -che permettono d'immagazzinare la forza, e anche -di portarla attorno, come avviene sui carrozzoni -delle tramvie, sulle vetture automobili, e ora anche -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -sulla ferrovia Milano-Monza. Ma, innanzi tutto, -non si è trovato ancora l'accumulatore di forza -poco costoso e leggero, che ci vorrebbe per poterla -trasportare economicamente a grandi distanze e non -par facile che si abbia a trovarlo così presto. E -del resto, anche se si trovasse, ebbene, metteremo un -dazio protettivo sulla forza importata dall'estero. -</p> - -<p> -Per le nostre industrie, adunque, e per la prosperità -dell'economia nazionale, l'avvenire ci sorride. -A noi poco importa cosa diverrà la macchina -a vapore, poichè siamo sicuri di poterne far senza. -È venuto il momento di sfruttare le nostre risorse, -e giova sperare che sapremo valercene con prudenza -e con sagacia, senza sperperarle, e senza -comprometterne l'avvenire per l'eccessiva fretta -di goderne nel presente. -</p> - -<p> -Allora potrà diventare un fatto compiuto ciò -che il Sommeiller presagiva in seno alla Camera -subalpina all'epoca del traforo del Moncenisio: -«Signori, i torrenti delle Alpi son diventati nostri -schiavi: essi lavoreranno per noi.» E io non saprei -chiudere meglio questa conferenza che augurando -al nostro paese il compimento della profezia, -ringraziandovi di cuore della grande pazienza colla -quale avete voluto ascoltarmi. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><a href="#poesia48">La poesia del quarantotto</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#giusti">La poesia del Giusti</a></td> <td class="pag">31</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#belli">G. G. Belli e la vita romana</a></td> <td class="pag">75</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#teatro">Il teatro. Una musa scomparsa</a></td> <td class="pag">129</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#bellearti">Le Belle Arti dall'Hayez ai fratelli Induno</a></td> <td class="pag">177</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#vapore">Il vapore e le sue applicazioni</a></td> <td class="pag">225</td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span><span class="smcap">Belli</span>, II, 326.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span><span class="smcap">Belli</span>, III, 177.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span><i>Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti</i> -nella <i>Nuova Antologia</i>, VII, 1879.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>Mi asterrò dalle citazioni del 1º volume perchè questo -contiene i sonetti meno perfetti e da quelle del 6º volume, -perchè contiene i sonetti più osceni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>Mentre correggo queste prove di stampa, le ultime -sale di Brera dove eran rifugiati i quadri moderni, sono -da mesi sossopra, perchè due delle sale sono state cedute -alla Galleria antica. Pare che nel 1901 essi saranno novamente -e più ordinatamente ricollocati nelle sale residue.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1846-1849), parte I, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA, PARTE I *** - -***** This file should be named 51462-h.htm or 51462-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/4/6/51462/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it, and at http://www.pgdp.net -(This file was produced from images generously made -available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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