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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Verso la cuna del mondo - Lettere dall'India - -Author: Guido Gozzano - -Release Date: January 22, 2016 [EBook #50996] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - [Illustrazione: Guido Gozzano.] - - - - - GUIDO GOZZANO - - - Verso la cuna del mondo - - LETTERE DALL'INDIA - (1912-1913) - - - _Con prefazione di G. A. BORGESE - e il ritratto dell'autore_ - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1917. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per - tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ - - Copyright by Fratelli Treves, 1917. - - Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che - non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. - - Milano, Tip. Treves. - - - - -È bene che il lettore, chiuso questo libro del nostro caro morto Guido -Gozzano, indugi un poco prima di giungere ad una conclusione sul suo -significato e sul suo valore. - -Udrà allora molti suoni fievoli e sordi comporsi in una triste armonia -seduttrice; vedrà molte macchie di colore, che parevano buttate a -caso, connettersi pei margini e formar quadro. Le tinte, elementari e -franche, parevano, finché leggevamo, giustaposte. Il ricordo le modula, -così come fa la distanza per certe tele del Segantini o del Previati. - -Da principio non si vede altro ordine e legge che quelli della -curiosità esotica. Si pensa a un De Amicis meno colto e ardito, -a un Barzini meno esperto e potente. L'Italia deve molto a questa -strana categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo secoli di piè di -casa, di provincialismo non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova -e avida di novità, un po' giapponese per l'ansietà d'avvenire, un -po' americana per il disdegno delle catene tradizionali. V'è già un -accenno di futurismo in questo viaggiare per viaggiare, così diverso -dai viaggi intimi e psicologici dei romantici, in queste esplorazioni -del settentrione e dell'Oriente, delle capitali brumose e dei fronti -di battaglia. Sciami di circumnavigatori e di grandi reporters, -ritornando in patria, non contribuivano soltanto a introdurvi il -_whisky and soda_ e il rasoio automatico; ma anche un certo numero -d'impressioni fresche e d'idee elastiche, utili per mettere bene a -fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; ed anche un certo numero di -parole giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, delle quali -la tecnica sperimentale delle nuove scuole poetiche ha fatto un'orgia, -ma che daranno qualche buon frutto nella poesia di domani. Lo stesso -d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio di Corrado Brando e degli -Ulissidi, si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, ch'era già -preannunziata nel Carducci innografo della locomotiva. - -Il Gozzano del viaggio in India desume le occasioni e i metodi da -questa scuola. Ma, dentro di sé, è assai più romantico e sentimentale, -con molto maggiori affinità ai viaggiatori sterniani. In India cercava -soprattutto se stesso, il se stesso fisico e morale: un po' di buona -salute, un po' di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina vagamente -intravveduta del nirvana, e forse un ampliamento del suo dolce -orizzonte canavesano. Cercava anche le farfalle — ch'egli adorava, -egli così magro e fragile e occhiuto, egli così simile a una povera -farfalla dall'ali bruciate —: le farfalle sotto archi anche più grandi -che quello di Tito. - -I suoi tentativi d'interessarsi alle cose esterne, quali sono -realmente, non mancano: ma scissi, deboli, abbandonati ben presto quasi -col gesto pallido e febbrile con cui l'incurabile rifiuta la pozione -accostata alle labbra in una velleità di speranza. Né la salsedine può -rifabbricargli i polmoni, né le lontananze esotiche possono nutrirgli -l'anima che ha ormai compiuto il suo ciclo e si consuma in sé medesima. -Non ignora certo Kipling, eppure non lo ricorda mai, perfino temendo -la vicinanza di quell'imperiale britannico appetito di esistere; e -i suoi occhi, già colmi di penombra, non sostengono le policromie -fragorose che Gauguin cercava pei mari australi. Ammira gl'inglesi -conquistatori e organizzatori, senza che questa ammirazione oltrepassi -l'accento giornalistico e tocchi la soglia della storia. Ha appreso lì -per lì, non senza sazietà e noia, le alcune cose che ci riferisce; e a -lui, così vicino al gelo dell'eternità, la storia non è ormai che una -lacrimevole commedia di equivoci in uno scenario orpellato. E tale gli -era parsa, anche prima, immutabilmente; e non v'è nulla che neghi il -carduccianesimo epico quanto _l'Amica di Nonna Speranza_: obbiezione -nichilistica pronunciata con tanto più radicale decisione quanto più -semplice e cordiale vi è la modestia del discorso. Perciò quasi non gli -costa fatica la lealtà di confessare che, prima di sbarcare in India, -confondeva i Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione d'ignoranza, -nessuna pretesa di sapienza. Le cose che guarda sono spesso «buffe -ed assurde». «Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti -palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo, -buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendio -come dinanzi ad un aereodromo, a un ippodromo occidentale...» Tra -l'incomprensibile passato e l'impossibile avvenire egli vacilla in -un'ondulazione inconsistente — che è il ritmo lirico di queste sue -prose — come uno che vada innanzi, su una passerella tarlata, certo in -cuor suo che da un istante all'altro cadrà nell'abisso. - -Poi tornò in Italia. E vennero i giorni di questa immensa -rappresentazione storica. Bisognava credere nella realtà della storia, -o sparire. Ma egli, Gozzano, già da tanto tempo amava le farfalle, il -simbolico animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. Già da tanto -tempo aveva detto addio alle donne, agli amici, alle immagini care. -Partì silenzioso — per un viaggio più lungo — verso il mitico buio -Occidente, questa volta, ove tramonta il desiderio. - - * - -Anche allora, in India, aveva sperato questa pace. Sapeva delle -dottrine orientali, vagamente. Ma era troppo stanco e sfiduciato per -un pellegrinaggio ascetico; e, in fondo, soffriva troppo per imporsi -penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la ruota delle cose» e fu -celebrato il silenzio, udiva invece il frastuono di una barbarica -idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente riconoscere d'essere troppo -artista perché gli riuscisse facile la condanna dei sensi. - -Un odore di sensualità esotica circola qua e là per queste pagine. Ma -ha qualcosa di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato da acredini -di preziosa putrefazione. «Mi sono avvezzo agli strani frutti che si -spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa -di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da -un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si -direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, -polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi -nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti -come le tinte intraviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il -fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana -emana un odore fetido insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, per -associazioni forzose e istintive cui vediamo seguire sul suo viso un -pallore madido, una contrazione di agonizzante, appanna anche altre -volte il desiderio della vita con l'alito della corruzione. Ecco la -danza della Devadasis, ed ecco le due misere cortigiane francesi che -vorrebbero prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni prima. -Ecco nudità intravvedute, così perfette che il poeta s'esalta, -riconoscendosi puro e immune di lascivia: od ecco lo stridulo ricordo -di Madame Angot. - -La volontà di vivere era già quasi esausta, e il desiderio di morire -tardava ancora. Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, povero caro -fanciullo esangue, davanti al focherello malcerto della sua vita, come -già lo vidi, in una giornata di nevischio, davanti al camino della -_salle à manger_, in un alberghetto di montagna, ove, prima che in -India, era venuto a cercare un po' di salute. - - * - -Lo ricordo ancora altrimenti, come lo vidi in un giorno d'agosto -1913, in riva al mare ligure. La memoria del bene che mi volle e -della stima ch'ebbe per me (gli parevo un luminare di scienza: caro, -umile, timoroso fanciullo che temeva i còmpiti e riveriva i professori -e i primi della classe!) è fra le cose buone e nobili che m'ha date -la vita. Era venuto per vedermi e parlarmi. Aveva ancora il volto -abbronzato dal lungo viaggio, con una maschera illusoria di floridezza. -Parlava piano, fissando la lontananza e il queto Occidente che -s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. Progenie di Leopardi, aveva -varcato la siepe, aveva navigato verso l'infinito. Era freddo, deluso, -risoluto. - -Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; nella pellicola -cinematografica, pel suo pane; in qualche amico. Anche, soprattutto -nella poesia; ma in una poesia fatta _sibi et paucis_, stampata -in pochi esemplari non venali, condotta fino all'ultima nudità -d'espressione, ridotta a sé medesima: senza risonanza pratica e senza -gloria. Mi parlò delle poesie, candide e ignude, che aveva scritte in -India: e che non conosco. - -In questo volume non mancano echi di canto. Vi è il Tai-Mahal coi -suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' di quel -«soprannaturale» che sperava di trovare in India); vi è Giaipur -(«nessuna cosa è più inutile di questa grande città color di rosa» -— «mi ricorderò di Giaipur...»); e quella pagina dei frutti e dei -fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). E v'è «la demenza beata -che accompagna le agonie senza fine di certi consunti», e, sulla -fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: «l'altro romore che è la -nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi -paesi al fragore del mare o dei torrenti: il gracidìo dei corvi così -monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla -putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra -discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire! -Morte! Morirai!_». E v'è, soprattutto, quell'occulta accentuazione -lirica che sorregge tutta questa prosa piana; ma l'una e gli altri, -la musica occulta e gli echi percettibili, indipendenti dalla volontà -dello scrittore, permeati nella quieta e modesta prosa quasi suo -malgrado. Giacché non amava più (non aveva forse mai amato) questi -intarsî equivoci, e spregiava, senza indignazioni oratorie, le cose -brillanti da bazar. Qui voleva dare notazioni semplici e opache, -diarî di curiosità forestiere, per molti lettori: un po' di buona -cinematografia, se si vuole. La poesia doveva essere altrove, nella sua -anima e nel suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. Doveva essere, -ormai, tanto più schiva quanto più veritiera: una nudità pudica che non -si mostra in piazza, una lealtà che non ricorre all'enfasi, perché non -le giova di persuadere le folle. - -Ho già detto pocanzi la parola lealtà per Gozzano. E non mi dolgo della -ripetizione. Soprattutto per questo egli è e rimane un maestro: per -avere contribuito a restaurare nella nostra lirica il gusto del parlare -sobrio e a bassa voce, del riferire l'esperienza interna qual'è, del -collocare il valore poetico nell'accentuazione più che nel lessico: per -aver dunque lavorato a rimettere in onore la verità dell'emozione e la -lealtà della parola. - - _Parigi, aprile 1917._ - - G. A. BORGESE. - - - - -Le grotte della Trimurti. - - -Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei»: è forse -la più bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in -minimo spazio i motivi esotici più interessanti pel forestiero. Ma -difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo -ospite; trova di miglior gusto condurvi alla spettacolosa sala di -_skating_ (sì, hanno il coraggio di darsi a questo sport, con una -temperatura minima di trenta gradi), o all'unica _matinée_ che dà -la Cleo De Merode, di passaggio per Bombay alla volta del Siam, con -un plutocrate innominato, o al gigantesco teatro cinematografico -dell'Esplanade, dove al soffio — ohimè! vano — di trenta ventilatori -la vostra nostalgia d'italiano sussulta vedendo apparire a sfondo di -qualche _film_ poliziesco il Canal Grande, il Pincio, il Valentino. -Ma veramente non si viene in India per questo. Non è facile l'arte del -Cicerone perfetto, del duca ideale nel proprio paese; le cose vicine, -anche bellissime, non si vedono più; e l'inglese non pensa a farvi -vedere l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo prima di proporre -la baedekeriana gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli inglesi -vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all'amore. -Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall'isola di Bombay -all'isola d'Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti -e da coppie amorose: viaggio al paese di Cuccagna, _embarquement pour -Cithère_.... - - * - -Ma oggi non è domenica, e lo _steam-lunch_ è quasi deserto. Non è -domenica, e l'immensa rada di Bombay non è paralizzata dall'inesorabile -riposo festivo, offre tutta la policromia gaudiosa, la bellezza -varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande -metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra -i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi, -olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi: -colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell'ultima civiltà; -altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una -sola grande vela, che osano attraversare l'Oceano Indiano dall'Africa -all'India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di -monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti che fingono -di ignorare ancora l'istmo di Suez, poichè la tassa di transito che -si paga a Porto Said varia dalle trenta alle cento e più mila lire, e -ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l'Africa, l'Arabia, -la Persia; velieri panciuti, d'una tinta uniforme di vecchio legno -fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, così decrepiti -che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima -volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per -tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre. - -Non è leggenda: tutta la popolazione marinara e peschereccia di Bombay, -che vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, sotto l'ombra dei -cocchi eccelsi, è discendente di pirati; l'isola di Colaba, che si -disegna verdeggiante oltre la foresta delle antenne e delle vele, -era abitata ancora al principio del secolo scorso da _cacciatori di -naufraghi_: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti interamente con -rottami di navi. Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte -le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee e tutte le tinte si -contendono, stridono in questo convegno del Mondo, che offre tante cose -rare all'amatore dell'anacronismo e del paradosso. - - * - -Avanziamo lungo un piroscafo inglese giunto da poco: la parete -curva, nera, vertiginosa s'alza su di noi come il fianco d'un cetaceo -colossale; dagli infiniti sportelli aperti giungono voci, s'affacciano -volti impazienti; lungo una scaletta troppo fragile scendono i -viaggiatori in una lancia d'approdo; quattro _indu_ ignudi ricevono -i bagagli, aiutano i fanciulli, i malsicuri nel balzo. Una signora -biondissima si rifiuta al passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle, -l'incoraggiano, protestano; un gigante di bronzo l'afferra senz'altro, -la solleva in alto, la passa ad un altro gigante ignudo, che la -depone delicatamente, la siede incolume nella barca tra i suoi bagagli -ordinati: strida convulse della signora, risa degli astanti. Quella -biondezza e quelle braccia candide avvinte disperatamente alle spalle -barbare mi hanno fatto pensare una romana della decadenza, una _flava -coma_ contesa da due schiavi nubiani un poco irriverenti.... - -Tutto il porto dà il senso della schiavitù, ma non è un senso penoso: -i dominatori sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, comandano -con alterigia, ma con giustizia. Sulle navi, da nave a nave, su corde -tese, su scale pendule, su palafitte è un brulichio di forme nere; -tutti _indu_ di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate -ed opposte come le formiche, o si passano dall'uno all'altro, in -catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane, -le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia -innata la scienza della grazia, l'armonia del passo, del gesto, -dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com'è costume nelle città -orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo dello sforzo o -dell'intesa si accentua con un ritmo più forte e produce nell'insieme -l'effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza. -Ci sono donne tra quegli infelici, sono ignude, con un _panio_ alle -reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo, -la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi -le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno -infelici, dacchè l'europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste. -Poichè quasi tutti sono _paria_, cioè «non salvabili», da meno dei -corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poichè -fuori del ciclo evolutivo, escluse per l'eternità da ogni speranza, -dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora -la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore, -rozza ed incerta, ma consolante, l'idea di una possibile salvezza, la -speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita. - - * - -Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada -la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera -vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne -dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti. -Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore. -Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini, -quando i mari caldi nutrivano i germi dei pleosauri e delle felci -colossali, le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio -d'attesa. - -Ma d'improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete -di cristallo, si profila l'isola di Elefanta, tutta verde, e dopo -l'isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei -Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno intagliato -dalla natura a torri, a spalti guerreschi. - -Sono le dieci del mattino. Il caldo è tale, che la corsa della lancia -non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa -sentire sulla fronte, contro le gote, con l'ardore di un braciere -troppo vicino. Un _boy_, armato d'una pompa, irrora d'acqua marina -l'intavolato e le tende, ma i disegni scompaiono subito evaporati -dall'ardore di questo dicembre tropicale. Mai come in questi climi -mi sono rallegrato delle mie non molte carni: l'India è un soggiorno -veramente infernale per le persone anche appena fiorenti. - -Il caldo provoca i miraggi, scompone l'aria, la fa vibrare, oscillare -all'orizzonte col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola d'Elefanta, -già prossima, s'addoppia, si riflette quadrupla, s'avvicina, -s'allontana, scompare. - -Quando riappare, siamo giunti. - - * - -Approdiamo su grandi cubi di granito, viscidi d'alghe rosse e -azzurre, abbandonate dall'alta marea, pendule come capigliature di -sirene sconosciute. La collina s'innalza ripida sul mare: due cose -sono interessanti in quest'isola: non il _lunch_ e l'amore degli -inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la -prima volta, dacchè sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora -tropicale. I magnifici scenari verdi del Vittoria Garden, delle ville -dell'Esplanade, e del Malabar-Hill sono meditati da giardinieri esperti -su modelli inglesi, e ogni albero reca sul tronco una targa ovale col -nome in corretto latino: _Cinnamomum canphora, Vanilla aromatica, Ficus -elastica, Strychnos nux vomica, Tamarindus indica_, ecc., ecc., pessima -consuetudine che dà alla poesia d'un giardino esotico un sentore -farmaceutico e tutta la prosa d'una rivendita di droghe e coloniali. - -Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza -nome. La spiaggia è fiancheggiata da pandani colossali che immergono -nell'acqua le loro radici multiple, sollevano in alto la corona delle -foglie, e fanno pensare a candelabri capovolti o a buffi trampolieri -vegetali. Si sale la collina lungo una scala ripida scavata nel basalto -da un brahamino, per ex-voto, a beneficio dei visitatori. A tratti -la vegetazione s'intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde, -dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti -bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne -delle _palme-palmira_, è il groviglio delle liane che allacciano -d'albero in albero tutta la foresta, e fanno dell'isoletta un fascio di -verzura emerso dal mare. - -Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio -della notte verde, ma i _boys_ e gli amici si oppongono recisamente: è -l'ora calda, l'ora dei cobra, e i cobra abbondano nell'isola sacra. - -A metà della collina s'apre il tempio famoso. È un ipogeo, che ricorda -le costruzioni egizie e consta di varie grotte scavate in una pietra -nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all'infinito, -pendono spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano monche come -stalattiti. Il tempio è lavorato con un'arte pazientissima nei -particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante delle proporzioni -e dell'armonia dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, dalle -infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese, -presenta ancora una sintesi completa e imponente dell'olimpo brahamino; -olimpo complicatissimo, difficile a chiarire per chi non ha speciali -attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta -principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un -corpo formidabile a tre teste, la _Trimurti_ famosa: Siva che crea, -Visnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s'incarna -all'infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in -mille altre figure del simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca -un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile -_linga_, e femminile _joni_, circondato da infinite figure: elefanti, -tigri, serpenti, da saggi, _rhisi_, da _apsare_, uri dell'olimpo -brahamino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro -cigni, Visnu sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla testa -umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i -tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste -nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che -con l'una mano abbraccia lo sposo, con l'altra strozza non so quale -rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba -di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono -cibi e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta un giardino: il -paradisiaco monte Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia, -poichè dall'unione di Siva con Parvati è nato Ganesa, il Dio della -Sapienza, mostro dalla testa di elefante, dal corpo umano, piccolino, -tondeggiante, panciuto. È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae -le più desolanti e borghesi rappresaglie di famiglia che possano -affliggere un nume. Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, figlia -di Daksha, figlio di Bhraham e genitore di sessanta figliuole; Daksha -dà un convito rituale, aduna tutti gli Dei e dimentica sciaguratamente -il suocero Siva e consorte. Questa interviene al rito, e, non attesa, -male accolta, si getta sulle fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale -nel furore si moltiplicano le braccia, e taglia la testa al genero, -alle cinquantanove figlie, ai convitati con lo spaventoso congegno -delle molte braccia roteanti; intorno è un turbinare di teste mozze.... - -Una grotta è dedicata a un _lingam_ inghirlandato di fiori gialli: -in giorni speciali migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio, -s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco di pietra, girando più -volte: e la cerimonia assicura la fecondità. In tutto il tempio domina -sovrano il _Civa-Lingam_, ed è strano questo simbolo procreatore in -una religione dove il supremo bene è il non essere nati, o essendo -nati annichilirsi al più presto. Ma è certo il mio cervello profano -d'occidentale che non comprende l'occulto senso della pietra scolpita. -Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d'ingresso -e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa, -e al posto del sesso un teschio che ride, dànno veramente un brivido -d'orrore e il senso del più tragico pessimismo. L'impressione tuttavia -di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo -squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni, -è tetra, non religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare dalle -pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di -clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, dànno il -senso dell'idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi -il perchè di tanto furore e quale guaio riserbano ai miseri mortali -peggiore della vita, peggiore della morte. Certo lo studioso, anche il -dilettante soltanto, che viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri -testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi -speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi -a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma è il destino fatale di -tutte le religioni, che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno -pietra, metallo, colore, forma: idolatria. - -A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell'ipogeo -d'Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara -delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, la matita, -il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose -all'amore che passa. Precisamente come da noi. - - * - -Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola paradisiaca. -Si passa dall'ombra alla luce, dalla barbarie alla civiltà, dal -passato decrepito al presente vittorioso. Tutta Bombay è disegnata -sull'orizzonte con la sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole. -Da nessuna altura si può meglio capire la topografia mirabilmente -equilibrata di questa metropoli asiatica. E si pensa non senza orgoglio -al miracolo che l'attività occidentale ha fatto in poco più di mezzo -secolo in queste paludi febbricose. - -«Due monsoni dura la vita di un uomo» dicevano gli indigeni agli -europei che approdavano. Oggi Bombay è tra le città più salubri -dell'India, certo superiore a Calcutta, a Goa, a Madras. Ma quale -sovvertimento ciclopico ha dovuto operare la forza dell'uomo! Due -secoli or sono, alla foce del fiume Ulas, si prolungavano in mare, -lontane dalla costa, le creste parallele di due colline sommerse; -l'intervallo era occupato da laghi salmastri, da _jungle_ popolate -di belve. Gli esploratori portoghesi giudicarono quell'acquitrino -insanabile. Giovanni IV di Portogallo diede l'arcipelago di Bombay -quale dote — trascurabile — di sua figlia Caterina, sposa di Carlo II. -La Compagnia delle Indie l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile -di lire 250 annue. Se ne fece un luogo d'asilo, si cercò di popolare -la plaga umidiccia ed infuocata. Ma solo con l'annessione definitiva -all'Inghilterra, cominciò a delinearsi sull'arcipelago insalubre la -futura città. Le paludi e le _jungle_ furono prosciugate e distrutte, -le due colline parallele si congiunsero, formarono l'isola d'oggi. -Alcuni grandi giardini conservano esemplari di teck, di palme -centenarie, superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà le -rispettò come rispetta le colonne dei templi indiani, formò giardini -intorno ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia le belve. Dove -sorgevano paurosi paesaggi antidiluviani verdeggiano aiuole ben -pettinate, corrono _babies_ biondi dagli occhi ceruli, seguiti da -un'_aia_ indigena, da una mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo -figurino europeo; un'orchestra scelta risponde con una melodia verdiana -o wagneriana al ruggito delle tigri prigioniere. - -Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba del passato — si contempla -l'isola di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun contrasto è più -profondo e più significativo. La filosofia orientale e la filosofia -occidentale con le loro conseguenze opposte: un tempio tetro, pauroso, -idolatra, una metropoli fiorente, colma di tutte le abbondanze. E -penso all'ammonimento dei simboli fallici e macabri: meglio non esser -nati.... - -Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo nati.... adagiarsi nella vita -con tutti i beni che la vita può dare.... - - - - -Le Torri del Silenzio. - - -Non è il titolo di un volume di versi decadenti. - -_The Towers of Silence_: è la passeggiata che propone qualunque _Cook's -boy_ di Bombay al viaggiatore incerto sulla sua mèta. La Torre del -Silenzio: anzi, le Torri, poichè sono cinque le _Dakmas_, dove i Parsi -espongono i cadaveri agli avvoltoi. Io le credevo un'invenzione di quei -romanzi di avventura, già cari alla nostra adolescenza, dove, per gli -occhi languidi della figlia di un Marajà, un esploratore giovinetto -era narcotizzato a tradimento, avvolto in un lenzuolo ed esposto agli -avvoltoi dell'edificio favoloso, ma veniva salvato da un servo fedele -e unito a giuste nozze con l'oggetto dei suoi desiderî. - -Le Torri esistono invece e sono intatte, come mille anni fa; tutto -è intatto in quest'India britanna, tutto è come nei libri e nelle -oleografie: danze di bajadere, templi colossali, ciurmerie di fakiri; -e guai per chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni, o la nostalgia -delle cose inedite; qui il letterato è esposto di continuo al rammarico -acuto, al dispetto indefinibile che si prova quando la realtà imita -la letteratura; non c'è altra salvezza che uscire dall'albergo senza -guida e senza amici, perdersi nella vasta metropoli luminosa dagli -edifici a ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate di fiori -e di palme; edifici di uno stile gotico inglese, illeggiadrito dalle -esigenze del clima, immuni dal lercio stile _liberty_ che appesta le -metropoli europee; edifici che appaiono come tanti castelli della Bella -Addormentata e sono invece il Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il -Tribunale, la Posta, ecc. E allora si trova il nuovo nelle piccole cose -della strada: il _cipay_, che si mette sull'_attenti_ se lo richiedete -di un'informazione, e ha gli occhi dipinti di azzurro, prolungati -sino alle tempia, contro i malefizi degli sconosciuti; lo _chauffeur_, -che porta sotto la visiera di celluloide, disegnato in rosso vivo, il -tridente di Wisnu; un _tram_ zeppo di passeggieri indigeni, che siedono -invariabilmente sulle calcagna incrociate, così che si ha l'illusione -penosa di veder passare carrozzoni elettrici interamente occupati da -infelici senza gambe; un ramo di orchidee malefiche, che si protende -dalla cancellata di un giardino; due bimbi Indu, che sono venuti alle -mani per una latta di sardelle vuota; un santo, che medita, seduto sui -gradini del monumento alla Regina Vittoria; i bengalini minuscoli, che -nidificano nell'elsa della spada di Re Edoardo.... - - * - -I miei amici di Bombay si adoperano invece per farmi vedere dell'India -le cose che si lessero nei libri e che si videro dipinte. Esistono -anche queste. Così, per cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso -del famoso Hagembeck, assisterò, forse, ad una caccia alla tigre; per -i buoni offici del dottor Faraglia, il medico italiano notissimo di -Bombay, vedrò una danza di bajadere in una famiglia bramina tra le meno -accessibili all'europeo. Da tre giorni mi si vuol condurre alle Torri -del Silenzio. Ma non muore nessuno. - -Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata e bellissima, tutta -bianca, vestito, volto, cappello, capelli, con non altro di colorito -che gli occhi azzurri, entra esultando nella sala di lettura del -_Majestic Hôtel_: — È morto! — E seguìta dal figlio e dal dottor -Faraglia, tutti esultanti: — È morto! È morto, ieri sera, un _parsi_ -di qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; i funebri -saranno oggi, alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo di fare una -gita sull'Esplanade e di salire alla collina di Malabar per assistere -alla cerimonia; faremo il _lunch_ nel _Tower's Garden_; abbiamo le -provviste con noi.... - -Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io che vado così volentieri -a piedi, lentamente, gustando in questi primi giorni la gioia di -premere la nuova terra, — e la città ci sfugge ai lati come una -_film_ svolta troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, dove l'ansare -delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare -di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti -bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay: -interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i -veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna -dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai -quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche, -la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli; -carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti: -e dentro è adagiata la moglie, la figlia di un funzionario inglese, -e la biondezza della signora, stilizzata secondo l'ultimo figurino -europeo, fa uno strano contrasto con la magnificenza esotica ed arcaica -dell'equipaggio, con i turbanti e i velluti dei cocchieri, con la -nudità bronzata degli araldi. L'_auto_ di un ricco Parsi, l'_auto_ del -Vescovo di Bombay, che sorride fra due prelati e benedice con la mano -alzata di continuo la folla che s'inchina o s'inginocchia riverente. - -In quest'ora di grande animazione, non ostante le rotaie, le -automobili, le vesti parigine, la città ricorda Babilonia ed -Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; dà un senso di -ricchezza e di abbondanza; dà un senso d'invidia inevitabile, -fanciullesca, di rancore ingiusto, contro questi Inglesi, così forti e -così ricchi, padroni di mezza la Terra.... - - * - -I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi, -da non confondersi con gli Indu (io li confondevo addirittura con i -Paria: è desolante l'ignoranza di chi muta d'improvviso venti gradi di -latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con -i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da -un arabo. I Parsi sono i discendenti degli antichi Persiani emigrati -dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. È veramente -biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che, -per non rinnegare il Sole, loro divinità, abbandonarono, dodici -secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India, -rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per -avere un'ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per -quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che -dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li -incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più -grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento -politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori -laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato, -nessuno è meno di lui affetto da _anglomania_. Molti Indu vanno in -tuba e in isparato. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero -profughi da Persepoli; gli uomini con una larga zimarra bianca, sul -capo un'alta tiara nera simile ad una mitra (la cosa che più colpisce -l'europeo sbarcato da poco); le donne si avvolgono di sete a vivi -colori, giallo-zolfo, gridellino, rosso ciliegia, verde-salice, che -dànno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come -alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro -riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi -creatori e conservatori, il Sole prima di tutto, e il Fuoco, imagine -del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, che tollera tutti i riti, tollera -anche la Torre del Silenzio e le usanze funebri dei Parsi, che sono -certo le meno conciliabili col nostro sentimento occidentale. - - * - -Si sale lungo il Colle di Malabar; la città si abbassa rapidamente, si -offre tutta allo sguardo che la domina e ne gode come si gode di Napoli -dall'altura di Posillipo: una Napoli tripla, adagiata tra le montagne -del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo di Bak-Baj e l'Oceano Indiano; -coronata da una vegetazione barbara, inconciliabile col nostro clima, -immersa in una luce intollerabile sotto il nostro cielo. L'automobile -ascende lungo la strada rossiccia, corre all'ombra dei cocchi, dei -_baniam_: gli alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti, -moltiplicanti i tronchi all'infinito. Si riesce all'aperto, si scende -in un giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del Bengala. Prendiamo -posto sotto una veranda intrecciata di grosse campanule strane, e -subito son tolte dall'automobile la tavola portatile, le provviste, -che Lady Harvet dispone in un grande vassoio: quei vassoi, che sono la -tavolozza gastronomica dell'invidiabile appetito inglese, contenenti -venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, thè, marmellate indigene -ed europee, canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... Spolpo -un frutto, un _mangustani_, che si mangia nella sua corteccia come -un sorbetto, mitigando col succo di limone la sua dolcezza troppo -aromatica; guardo intorno: il giardino ridente domina tutta Bombay, ma -è deturpato dalla Società del Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti -delle palme-palmira un serbatoio colossale. - -— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, la maggior Torre; quelle altre -sono le _Dakmas_ minori, usate in caso di pestilenza. - -La mia delusione è grande. _Tower of Silence_: il nome shelleyano -mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più -fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte. - -Un vallo senz'acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che -dànno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole -bianca. Ed ecco fra il candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo -un'enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo, -un terzo; poi sei, sette coronano la Torre, dànno al suo squallore un -tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente -l'orrore di ogni aspettativa; si direbbe che la Natura li abbia -foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti -al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano -pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia -stanchezza, artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell'aquila, -artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con la -preda viva. E alla base del petto, sopra una collarina di piume fitte, -si innesta un altro animale, un tronco di serpente ignudo, gialliccio, -grinzoso, dalla testa calva, con un becco oscuro ed occhi dallo sguardo -insostenibile, dove s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e alla -malinconia. - -La _Dakma_ si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso -atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi -verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina, -biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo -funerario. È tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che -ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo addio. - -— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, non senza inquietudine -d'una tale proposta. - -— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe penetrarvi; soltanto una -speciale setta di necrofori e il _dastur_ accompagnatore, possono -entrare. - -— Il modello è molto semplice. — E il dottore mi disegna a matita -un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi -che formano tante cellette aperte: — Ecco: il cerchio interno, dalle -celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per -gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa -ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica -della barbara usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi il fuoco è la -manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano -l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare il cadavere -al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la -divinità; rifuggono dall'inumazione, perchè l'Avesta, il loro testo -sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel -corpo, che fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri -per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera -sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale.... - -Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco, -con la testa, il volto velati di veli candidi. Quattro portatori -recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il -quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne. -I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto: -il _crati_ funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro -è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe -teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al primo ponte tutto il corteo -si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il -cadavere; parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. -La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano -pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio. -Di fronte è il _dastur_, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri, -non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse -anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei -Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell'_io_, -e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza -ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa -silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal -lino funerario, si allontanano _senza volgersi indietro_, come il rito -prescrive, dispaiono fra i tronchi dei palmizi. - -Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre -nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono, -precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari; -sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano -attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi -ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo -querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente. - -Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore dello strazio che non vedo. - -— ... Un ottimo giovine. Prometteva di farsi un architetto valoroso, -aveva vinto il concorso per il palazzo del Museo di Igiene. Suo zio -l'avvocato Makalla.... - -Un architetto, un avvocato: uomini come noi, dunque, che hanno studiato -i nostri libri, assimilate le nostre formule e le nostre idee, e le -hanno potute conciliare con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro -sentire, come quelli del selvaggio più sanguinario. E l'abisso tra -uomo e uomo mi appare sempre più terribile ed incolmabile, e il mondo -sempre più stridulo e buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa -torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce -elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che -sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad un aereodromo, un ippodromo -occidentale.... - -— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, — mi -spiega il dottor Faraglia, addentando un terzo _sandwich_, — ed è -spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta -intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto -anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l'osso -frontale s'incastra alla nuca.... - -— Ma il vostro amico non mangia, non beve, — osserva cortesemente Lady -Harvet. — Non sopporterete il clima di Bombay se non raddoppierete i -vostri pasti. - - - - -Goa: «la Dourada». - - - Oceano Indiano. A bordo del _Pedrillo_. - 14 dicembre 1912. - -Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli amici sono rimasti a Bombay, -già presi dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. Andare a Goa, -perchè? I perchè sono molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili; -parlano soltanto alla mia intima nostalgia di sognatore vagabondo. -Perchè Goa non è ricordata da Cook, nè da Loti, perchè nessuna società -di navigazione vi fa scalo, perchè mi spinge verso di lei un sonetto -di De Heredia, indimenticabile, perchè pochi nomi turbavano la mia -fantasia adolescente quanto il nome di Goa: Goa la Dourada. - -Oh! Visitata cento volte con la matita, durante le interminabili -lezioni di matematica, con l'atlante aperto tra il banco e le -ginocchia: ora passando attraverso l'istmo di Suez e il Mar Rosso, -l'Oceano Indiano, ora circumnavigando l'Africa su un veliero -che toccava le Isole del Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, -Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio un compagno che -non ho più rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti a bordo -della mia fantasia: aveva un fratello missionario a Goa: un fratello -che non vedeva da anni, che quasi non ricordava, ma al quale doveva -l'abbondanza invidiabile di francobolli coloniali e certe lettere che -parlavano del Malabar e dei Gati, di tigri e di San Francesco Saverio -e certe fotografie della Cattedrale e della missione tra i cocchi -svettanti. Francobolli, lettere, fotografie, il nome di lui: Vico -Verani: tutto m'è impresso nella memoria, come se visto da un'ora, -anzi v'è impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante mi pare la -realtà viva, e pallida fantasia mi sembra questo cielo e questo mare: -cielo e mare di stagno fuso, limitato da una fascia di biacca verde: la -costa del Malabar.... - -Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose -non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel -nostro povero cervello umano, nell'infanzia prima. Termina oggi il -viaggio intrapreso a matita sull'atlante di vent'anni or sono, termina -a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga -trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia -a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente -poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni -dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero -e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo _hôtel_, dove è assente ogni -poesia marinaresca, ogni senso della _cosa nuova_ e dell'_avventura_. -Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d'essere ai tempi -di Vasco De Gama, di navigare alle _Terrae Ignotae_, alle _Insulae non -repertae_.... - -Dormo in una cuccia dall'_oblock_ a telaietti come una finestra -settecentesca. Scorpioni, blatte, termiti in abbondanza, ma in compenso -ho intorno immagini e statuette di santi: da Nostra Signora del -Soccorso a San Francesco Saverio: con strane preghiere in portoghese, -per l'ora del naufragio....; e il legno della cabina sa di salmastro e -di decrepitudine, e stride, di notte, al rodio ritmico dei tarli. - -Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante Goanese, e cinque monaci -che ritornano a Goa dalle Missioni del Nord. Ho sperato subito di aver -notizie del missionario sconosciuto: - -— Sì, vado a Goa per vedere il fratello d'un mio amico. Vico Verani, -_Vielha Citade_... - -Ma i cinque monaci non sanno: - -— Noi siamo del Convento di Pandjim; Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco -tutti i Monaci della Citade, le farò una presentazione per Padre -Jacques della Chiesa di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale.... - -Strani questi Monaci Goanesi dal volto angoloso e terreo, dal sorriso -larghissimo, dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice incastonate -sotto i sopraccigli enormi e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal -clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso, nello sguardo, nel gesto, -opposti in tutto alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti.... - - - 15 dicembre. - -Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce disparata abbiamo con noi! -Pianoforti, macchine da scrivere, biciclette, balle di cotone a fiorami -vivacissimi per le belle dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia, -diviso in tre parti, una statua gigantesca di San Francesco Saverio, -omaggio del vescovo di Bombay a non so quale convento portoghese, e -un'infinità di sacchi pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati in -tutti gli spazzaturai occidentali, frantumi a colori vivi, ricercati -dai musaicisti goanesi che ne fanno pavimenti a disegni complicati, di -bellissimo effetto. - -Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, tra un casco di banani e una -latta di conserve, ho trovato un libro: _Os Lisiades_, le _Lusiadi_ -il poema immortale di Camoens: un'edizione arcaica sucidissima, con -in calce la _real alvaira_: la licenza dei superiori. Non conosco il -portoghese e non mi giova ad avvicinarmi il poco spagnuolo che so, ma i -versi sono così armoniosi, così perfette le rime che alla fine d'ogni -strofe capisco esattamente ciò che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta, -d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, qualunque marinaio: -il poema è popolare tra gli illetterati come da noi _Bertoldo_ o i -_Reali di Francia_: con questa variante che il libro è tra i capolavori -più completi che il Rinascimento abbia dato alla letteratura europea. -È l'opera nazionale portoghese, quanto sopravvive, ohimè, di tutta -la grandezza coloniale dei giorni splendidi. Non per nulla, e non -indegnamente, Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. Tutti gli -elementi delle grandi epopee sono ricordati intorno alla figura -dell'eroe: Vasco De Gama, e intorno alla sua gesta: la scoperta delle -Indie Orientali. Eppure non so leggerlo senza un sorriso d'irriverenza. -La figura dell'Ulisside portoghese è così grottesca, camuffata secondo -l'ossessione classicheggiante del tempo: sembra di vedere gli stivali, -il robone logoro d'un pirata medioevale spuntare sotto la corazza, il -casco clipeato delle reminiscenze omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo -Pagano e Cristiano presiede alle gesta. La Vergine Maria da una parte -— una Vergine troppo paganeggiante — e Venere dall'altra — una Venere -che sa di sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono a volta a -volta l'eroe navigatore. Il poema s'apre con una bufera d'antico stile, -quando Vasco De Gama piega il Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita, -Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, accoglienza del Re e della -figlia, ed ospitalità generosa, a sdebitarsi della quale Vasco riassume -in tre lunghi canti gli annali del Portogallo, le sue glorie passate -e future; la filastrocca oratoria di tutti gli eroi antichi quando -giungevano alla Reggia ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da Ines -de Castro, e il quadro commovente della partenza di Vasco con la sua -flotta, e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. E tra queste -reminiscenze omeriche e virgiliane Vasco giunge a Goa, la espugna, -s'impossessa di tutta l'India e non dimentica con i vari Rahja un -formale contratto di commercio, in belle ottave armoniose. I navigatori -ritornano in patria trionfalmente e sono accolti in un'isola incantata, -paradiso allegorico dove le ninfe di Teti, ferite da Venere, li -compensano d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso Cristiano assistono -plaudendo — che libro buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta -accademica di questo giardino d'Armida. - -Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, ed è certo il viatico poetico -più adatto per il sognatore che naviga verso Goa leggendaria, il più -adatto per ingannare le ore di torpore tropicale, resupini sul ponte, -sotto la doppia tenda, nella monotonia d'un viaggio che sembra non -dover finire più mai.... - -Vasco De Gama: nome tra i più favolosi che io conosca: tanto che non -riesco a vedere l'uomo fuori della favola, non lo so pensare vivo, -mortale, su questo mare, sotto questo cielo che furono i suoi! E pure -la sua flotta navigava forse queste acque quando ospitava a bordo, in -gran pompa, il Negus complice ed alleato. E l'Imperatore d'Etiopia e -il Capitano portoghese erano chini sulla carta a meditare un'impresa -degna dei Ciclopi, una vendetta da semidei: deviare il corso del Nilo, -costringerlo ad una nuova foce sul Mar Rosso, inaridire così tutta la -valle del Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; forse le navi -di Vasco seguivano questo stesso solco, avevano d'innanzi questo stesso -orizzonte, quando l'esploratore giunse un'ultima volta alla terra della -sua gloria e del suo tormento, già vecchio, misconosciuto, agonizzante, -e — turbandosi la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto improvviso -— il morente impose coraggio alla ciurma allibita, gridando con voce -ferma: Non temete! È il mare che trema d'innanzi a noi! - - - 16 dicembre. - -Ohimè! il mare non trema d'innanzi a noi. Da tre giorni quadro -invariabile. Cielo e mare di stagno fuso, con emerso qualche tratto -nero: le pinne degli squali, con sempre all'orizzonte, unica traccia -concreta, la fascia sottile ondulata di biacca verde: la costa del -Malabar.... - - - 17 dicembre. - -Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è -innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi, -gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della -Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che -l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i -cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie -che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio -compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero -africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle -foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide. -Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda. -I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili -come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel -cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con -una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto -del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico -scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta.... - - - 17 dicembre, pomeriggio. - -E non immaginavo una città cristianissima sepolta sotto l'ombra -selvaggia. - -Il Pedrillo ha risalito l'estuario della Mandavj, ci ha deposti -sull'_imbarcadero_ malfermo della _Vielha Citade_, ed è ripartito -in tutta fretta verso la Nova Citade, prima che la bassa marea lo -paralizzi su queste rive. - -Da due ore m'aggiro per la più strana, la più triste delle città morte. -L'Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella -notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso -del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova -invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del -Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via -di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: una città che fu suntuosa -e ricca, sorta per imposizione della croce e della spada, città che -conteneva trecentomila abitanti ed ora ne conta trecento: tutti monaci -o guardiani dei palazzi e delle chiese crollanti, testimoni indolenti -che non ristorano una pietra, rassegnati all'opera implacabile del -clima e della foresta. Per le cose come per gli uomini il tropico -è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma e d'uragano i secoli -contano per millenni. La città è vastissima, ma sono pochi gli edifici -completi. Avanzo a caso, senza una mèta, senza una commendatizia, -scortato da un monello vivace che m'interroga sulla mia scelta: — -Palazzo dell'Inquisizione? Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale -di Nostra Signora degli Elefanti? — E comincia a considerare il -mio vagabondaggio trasognato con qualche inquietudine. Un edificio -m'attira, un palazzo del Seicento, imponente, dalle grate panciute, -dai balconi a volute aggraziate, recanti al centro, in corsivo, un -monogramma o uno stemma padronale; e lo stemma è riprodotto in pietra -sul vasto androne d'ingresso. Il cortile è circondato da un doppio -loggiato barocco, a colonne spirali; ma il loggiato è crollato per una -buona metà e s'apre sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico a -caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! Vedo il soffitto; e, attraverso -il soffitto, larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. Dei tre -ripiani, delle fughe interminabili di sale e di corridoi, non resta -più traccia, tutto è crollato, e il palazzo non è che una scatola, una -topaja deserta, che serve di magazzino per le noci di cocco. In terra, -fino a vari metri d'altezza, sono accumulati i grossi frutti chiomati -che fanno pensare a piramidi di teste tronche. Esco all'aperto, mi -siedo sotto il portico sopra un capitello infranto, mi disseto ad un -cocco che il guardiano rompe e mi porge. - -— Di chi è il palazzo? - -— Dell'Abbazia. - -— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre? - -Il guardiano non comprende, mi guarda perplesso. Accenno allo stemma -che traspare anche qui, sul selciato consunto. L'uomo non sa, fa un -gesto d'indifferenza. - -— Chi può sapere? Un _conquistador_, nei tempi dei tempi.... - -Ma quale _conquistador_? È mai possibile che tre secoli possano -annientare a tal segno ogni memoria del nostro passaggio sulla terra? -E la memoria di uomini possenti, di dominatori temuti ed invidiati che -empirono il mondo delle loro gesta e del loro nome, che il loro nome -imposero con la croce e con la spada, scolpirono in marmo ed in ferro -sui loro palazzi magnifici. Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso Dequero? Un -Manrico Tizzona? Forse ne ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti in -qualche galleria europea, in una tela di Velasquez o di Van Dyck, uno -di quei _conquistador_ mezzo mercanti, pirata, guerriero, esploratore -che s'avanzano in tutta la pompa delle sete, delle piume, dei velluti, -recando la consorte per mano, una pingue signora a riccioli simmetrici, -sorridente nonostante il ferreo busto ad imbuto, la gorgiera crudele; -e la prole segue in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata -come i genitori, e un servo negro reca una scimmia sulla spalla -e un pappagallo nell'una mano, sollevando con l'altra una cortina -di velluto, e tra le due colonne appaiono le galee potentissime, -d'innanzi al porto d'una città favolosa: Goa. Goa la Dourada, Regina -dell'Oriente, orgoglio dei figli di Luso, quando sui dominii portoghesi -il sole non tramontava mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno di -veder Lisbona». - -Ancora una volta tocco l'ultimo limite della delusione, sconto la -curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre -morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia, -dall'arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono -come se non siano state mai! - -Strade interminabili, alternate di palazzi cadenti, vuoti come teschi, -di verzura selvaggia sopravanzante alti muri massicci, di torrioni -rivestiti di capillarie pendule, di liane gonfie, maculate come pitoni; -e chiese, ruine religiose più tristi delle ruine profane. Sosto nella -frescura ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto acuto, rimasta in -piedi per prodigio, poichè sorretta da un solo muro superstite. La -mia nostalgia s'illude per un attimo d'essere in una chiesa diroccata -della Romagna o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie oscene — vero simbolo -apocalittico di Satanasso — occupano il vano dell'abside, una frotta -di pappagalli minuscoli corre sulle quattro ogive; non l'edera, non la -lucertola amica animano la pietra morta, ma uno strano rampicante dai -fiori sogghignanti, e i camaleonti diabolici, dagli occhi strabici.... -Dall'alto un cocco ha introdotto nella chiesa una foglia immensa e -l'agita lento, proiettando in terra l'ombra di una mano che benedica. - -La malinconia della città morta è tutta nel contrasto di questo -medioevo europeo, di questo passato nostro, sepolto sotto un cielo -d'esilio, in una terra selvaggia. - -Non ho altra mèta, altra indicazione in questa solitudine di piante e -di ruine che il nome di un italiano non conosciuto mai: e lo ripeto -a tutti i rari passanti; ma nessuno sa indicarmi il suo convento. I -conventi sono molti e passo dall'uno all'altro inutilmente; nessuno -conosce Vico Verani e senza il suo nome religioso sarà difficile la -ricerca; e non ricordo quel nome. Mi consigliano di rivolgermi alla -Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica con tutti i registri.... - -Affretto il passo, seguìto dal monello goanese che si interessa a -quella ricerca con grandi esclamazioni grottesche, e agitar d'occhi -e di braccia: una mimica eccessiva che rivela il rampollo di razza -bastarda. Si arriva nel centro di Goa: solitudine, silenzio, morte -anche qui. Formidabile come una fortezza il Palazzo della Santissima -Inquisizione: inquisizione più spaventosa di quella europea, causa -prima della decadenza d'un dominio coloniale che non ebbe l'eguale in -grandezza. - -Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle Indie, moschea trasformata -in tempio cristiano da San Francesco Saverio. Ed ecco la chiesa del -Bom Jesù su di una piazza deserta, ombrata di palme. Visito la tomba -del Santo, suntuoso mausoleo barocco di giada, di marmo, d'argento. -Il corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato Vicerè delle Indie e -Luogotenente generale; il vero governatore che giungeva dal Portogallo -doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata, e ancora al -principio del secolo XIX egli veniva in gran pompa a questa chiesa -prima di prendere il suo posto: il rito voleva che ritornasse a -colloquio con le sante reliquie, prima d'ogni decisione importante.... - -Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: attraversiamo un cortile -interno, vasto e murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, la -malinconia secolare fanno uno strano contrasto con la verzura ed il -cielo abbagliante. Si sale al primo piano; nella biblioteca sono -presentato al Padre Superiore. Il monaco m'accoglie benevolo, fa -togliere dagli scaffali tre, quattro registri di epoche diverse, -sfoglia con rapidità accurata, appuntando sulla carta giallognola -l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. Nel silenzio considero -quella tonsura grigia ed occhialuta, la persona massiccia nella tunica -nera e bianca, e l'altro compagno silenzioso, scarno, irrigidito, -addossato ad un planisferio antico recante a figure di belve e di -selvaggi i confini portoghesi. E dietro le spalle del padre, dietro -l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, appare un cortile -alberato dove una schiera di monelli indigeni, dai volti più foschi -nel camice bianco, fanno esercizi ginnastici accompagnati da una specie -di canto liturgico. Odore d'incenso putrido, di tabacco aromatico, di -tempo e di santità, odore di fiori sconosciuti e di miasmi tropicali. -Ho l'incubo. Guardo con impazienza ansiosa l'indice che scorre sul -vasto registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai avrei pensato -di tanto desiderare l'incontro d'un italiano, sia pure il fratello -sconosciuto di un amico dimenticato. - -Il padre s'arresta, legge finalmente: - -— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, convento di Santa Trinidad, -insegnante di teologia dal 20 settembre 1884, ordinato nel 1891 e.... - -Il padre alza il volto, mi fissa con occhi placidi: - -— È morto il 22 ottobre 1896. - -Un silenzio. - -— Si dura poco, sotto questi climi, caro signore. - -La solitudine mi par più completa, più vivo il desiderio di andarmene, -ora che so di aver seguita la traccia d'un morto nella città morta. I -monaci m'offrono ospitalità, insistono; ci sono dieci chilometri prima -di arrivare a Pandjim, la Nova Citade dove posso trovare un albergo; la -notte mi accoglierà a mezza via. Poco importa. M'accomiato; salgo su -un trespolo a _zebu_, un veicolo che ricorda una bara o una bigoncia, -dove il viaggiatore si adagia quasi supino, sollevando e abbassando -sul volto una specie di paracuna. E si parte di gran corsa verso la Goa -moderna. - -Goa moderna: ma sembra una città di provincia dei tempi andati, una -capitale di qualche Republica dell'America Centrale, sul finire del -secolo XVIII. Passo la mia sera nel modo più banale, pur di convincermi -di vivere ancora, di essere sempre ai giorni nostri. Entro in un -cinematografo. Passo in un caffè, tra questa folla numerosa, così -diversa dalla corretta eleganza degli Inglesi e dalla grazia dignitosa -degli Indu, folla di meticci portoghesi che si riprodussero come la -gramigna sotto questo cielo, sopravvissero alle ruine, più tenaci -della pietra, e che si chiamano pomposamente _Toupas_, cioè europei -«che portano il cappello», ma che d'europeo non hanno più nulla, con -quelle spalle gracili, le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso, -dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la fronte depressa; e hanno -atteggiamenti grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati, -portano in giro sigari enormi e compagne languide, che sfoggiano i -figurini di dieci anni or sono, il ritagliume che loro invia qualche -fondo di magazzino europeo. - -Sorseggio un bicchierino d'_arach_, il liquore nazionale, il -massimo commercio della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto -che m'assorda e il fumo che m'accieca e mi soffoca, ricordo con -qualche cartolina illustrata qualche amico d'Europa. E osservo che i -francobolli recano ancora l'effige di Don Carlos; la florida ciera -del monarca trucidato mi sorride sotto la correzione violenta a -grossi caratteri neri: Republica. _Sic transit_. Non so perchè questo -particolare chiude con un'ultima tristezza questa sosta portoghese, -giornata malinconica tra le più malinconiche del mio pellegrinaggio. - -Esco dal caffè, passeggio pei giardini, m'allontano lungo il mare -fin dove cessano i fanali a gas ed appaiono tutte le stelle del cielo -tropicale, dominate dalla Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo -caratteristico che fanno le foglie dei palmizi fruscanti tra loro, alla -brezza marina. E tento di ricordare e di ripetere come una preghiera -sulla tomba della città defunta un sonetto di De Heredia, per la patria -lontana. - - _Morne Ville, jadis reine des Océans!_ - _Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres_ - _Et le nuage errant allonge seul des ombres_ - _Sur la rade où roulaient les galions géants._ - - _Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,_ - _Tes murs désemparés çroulent en noir décombres_ - _Et, comme un glorieux collier de perles sombres_ - _Des boulets de Pointis montrent les trous béants._ - - _Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,_ - _Au somnolent soleil d'un midi monotone,_ - _Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;_ - - _Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,_ - _Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors_ - _Sous les palmier, au long frémissement des palmes._ - -Più che nel tronfio accademico poema di Camoens, Goa «la Dourada» è -chiusa in questo miracolo di quattordici versi! - - - - -Un Natale a Ceylon. - - - Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre. - -Lento martirio del risveglio sotto questi climi! - -La coscienza, intorpidita dall'atmosfera di serra calda, si ridesta -penosamente come una ribalta che s'illumini a scatti successivi ed -improvvisi; si direbbe che nel sonno essa abbia abbandonato il corpo, -si sia involata verso la patria lontana e debba ora riguadagnare in -pochi secondi la spaventosa distanza, ritrovarsi la via tra lobo e lobo -del cervello; la ragione, invece, già vigile e desta, assiste a quel -tormento, indaga, commenta, deride: - -«È vano che tu m'illuda, o vagabonda notturna! Sono a Ceylon; so -d'essere a Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni risveglio un lembo -di paesaggio ligure o canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo -di mia madre.... So di sognare. Questo suono fioco di campane che tu -fingi per ricordarmi la patria, imita assai bene il clangore natalizio -quando la bufera di neve lo investe turbinando. Ma non è vero. Vero è -soltanto il coro assordante e rauco dei pappagalli e delle scimmie sul -tetto del mio _bungalow_. Fra pochi secondi mi sveglierò a Ceylon, nel -mio rifugio solitario, in piena foresta tropicale.... - -Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi bene aperti, vedo attraverso -il velo bianco gli arredi della stanza, la figura di Patrick in piedi, -che attende col vassoio del thè; sono ben desto; ma, attraverso il -coro della foresta, continua il clangore fioco delle campane; scosto -la zanzariera, balzo dal letto con tale sorpresa che il vecchio _boy_ -cingalese s'inquieta. - -— _What is the matter with you, Sir? _ — Niente, caro. Sto benissimo, -ma che cosa è questo suono? - -— _Christmas!_ Il Natale! È la messa delle sei, alle Missioni di -Kandy.... - -Fin quassù giunge, nell'aria immobile, il suono di Kandy, lontana sei -ore, in fondo alla valle.... - -Patrick è cristiano. Benchè porti i radi capelli grigi avvolti in -trecciuole sotto il pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè -non abbia altra veste che il gonnellino muliebre a scacchi rossi ed -azzurri, egli ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti contro -i veleni, i cobra, i malefizi, uno scapulare di celluloide e una -crocetta d'argento. È un puro ariano, dalla nobile faccia socratica -che mi ricorda terribilmente un mio illustre insegnante di Università, -tanto che ancora non riesco a vincere una certa esitanza, quando devo -ordinargli di prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali.... - -— _Christmas, Christmas!_ Sentite le campane? - -È Matthew, l'altro boy, che entra esultando, con tutti i suoi denti -bianchi, abbaglianti nel bronzo del viso. È giovanissimo Matthew, -ha vent'anni e parla sette lingue; è un buon cacciatore e un ottimo -cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire e friggere il legno della -_traveller-palm_ o cucinare la carne del pangolino squamoso o del -vampiro-rossetta. - -Con questi due compagni e il guardiano del _bungalow_ — appena -sufficienti in questi climi dove il lavoro è frazionato per età e -per caste — abito da quasi un mese l'ultima _rest-house_ offerta al -viaggiatore dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo, a Kandy, fra -le gaie lusinghe degli _hôtels_ cosmopoliti, ho sciupato molto tempo -e danaro (troppo danaro per un letterato entomologo, non lautamente -munito dalle patrie lettere e dai patrii musei) e devo ai buoni uffici -del Console d'Olanda presso il governo cingalese questo rifugio beato, -favorevole più di ogni altro alle mie ricerche. - -È minuscola e modesta questa _rest-house_ sul Picco d'Adamo, e non -m'inorgoglisce il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz, lo scorso -anno, quando venne a Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè, -la dimora non è imperiale! Ha una lindezza squallida di stazione -ferroviaria e di casetta nipponica a un solo piano, come tutte le -costruzioni dei tropici, circondata da una veranda a colonnette -bianche, dal tetto ampiamente proteso; a sera si abbassa una grata -a saracinesca che si chiude intorno premunendoci contro le visite -dei felini. In Europa gli uomini mettono le tigri in gabbia, qui -sono le tigri che costringono in gabbia gli uomini; non la tigre, -veramente, che manca in queste foreste, ma il leopardo e la pantera -nera cingalese, temibilissima. Le stanze sono disposte attorno a un -cortiletto, un piccolo _patium_ centrale, e sono di una malinconia -indescrivibile, in muratura bianca di calce fino a mezza parete, dalla -metà in su in legno traforato a giorno e aperto, così, al minimo soffio -ristoratore; v'entrano liberamente i piccoli alati della jungla, i -passeri bengalini, con la fiducia incredibile che hanno per l'uomo gli -animali dell'India.... - -Una camera da letto d'una semplicità da certosino, una sala con qualche -pretesa europea, una cucina e una vasta dispensa che ho adibita a -laboratorio con le mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla casa un -giardinetto derisorio, con un'aiuola triangolare dove il guardiano cura -con grande amore alcuni grami gerani d'Europa, storditi dal clima e -umiliati dalla flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge stamane -il clangore remotissimo delle Missioni. - -E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in -cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e -importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia! Ed -io mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si può illudere d'essere -un Robinson e un cenobita buddista, ma non si può scomporre la nostra -sostanza prima, la quale è non soltanto per ciò che è, ma per ciò che -è stata; e non si eliminano dal mistero della nostra psiche millenni -di evoluzione europea e venti secoli di cristianesimo.... La nostalgia, -il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili -all'ansia e al rimorso! - -Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della -foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo -un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima -volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un -paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un -iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità -delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle -Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e -Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi -non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà -Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è -«destata» un'altra volta in uno «svegliato». - -Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde, -scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le -otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense -a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre -s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è -mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole -delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il -tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale -della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la -demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti. -In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora -di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte -incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano, -aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di -pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni, -gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura, -della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine — -tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo -come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero -che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona -d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo — -sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è -già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la -notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino, -è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi -e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata -l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda.... - -Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è -consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla -patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in -terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a -polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della -mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che -s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco -offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della -flora vivente; strani insetti (_fasmidae_, _phillum_, ecc.) imitano i -rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace -verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta; -fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida -o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie -più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate, -frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco -e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane, -capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto -è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non -era il dolore.... - -.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si -scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi -serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un -rivo. Rientro nel _bungalow_. Ma sulla soglia Matthew che mi precede -s'arresta con alte grida di paura e di giubilo: - -— _Cobra! Cobra! The best wish for you!_ Il migliore augurio per voi! - -Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in -questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette — -passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla -sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più -micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie -nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri -se il _boy_ non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con -la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo -con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare -dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira -intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese. - -Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel -folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività.... - -A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione -che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto -fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a -mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello -scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi -curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite -l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert -di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti -un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche: -Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio _bungalow_ e -giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti -fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli -atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando -l'Africa e l'India.... - -Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio -gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani -e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al -tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee, -raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono -avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, -mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani -frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere -e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee -che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, -gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, -cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste -nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della -peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido -insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora, -in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa, -e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio -spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato! - -Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a -sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini. - -I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono -in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo, -rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li -inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare -dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei -trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che -non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle -sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione, -e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso, -ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto -un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i -piccoli temerari si scostano appena. - -Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac -del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio, -s'accorda col canto in sordina dei _boys_. - -Patrick e Matthew non sfaccendano più. - -Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro -sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in -una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose, -parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio... - - - - -Da Ceylon a Madura. - - - A bordo del _Bangalore_, 3 gennaio 1913. - -E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato. -Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino -a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di -cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro -annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono -sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso -rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo -corruccio del largo. - -E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli -addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto -in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete -come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro -capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale -di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano, -s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende -di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati; -un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi, -riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo -indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra -di mille gonghi formidabili. - -La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di -continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo -in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a -Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan. - - - 4 gennaio. - -È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente. - -Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte -insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia -cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali -e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche -l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il -_Bangalore_ «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India, -che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. — -Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che -dai pescatori indigeni. - -È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso, -ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra, -invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando -l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini; -l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla -corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia -e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro -sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta -i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica -di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il -dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un -Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più -furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale -dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per -l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu -il _Ponte di Rama_, quello che servì all'eroe vedico per irrompere -dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i -cristiani l'_Adam's Bridge_: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo -uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate -dell'Eden... - -La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un -beccheggio impaziente. - -E il rimorchiatore non giunge. - - - Tuticorin, 5 gennaio. - -Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla -quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia, -cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del -piroscafo. - -Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è -proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza -metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille -volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano -nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale. - -E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla. -Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette, -troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere -fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di -Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono -con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e -non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e -incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam. - -Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per -abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la -madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo -il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla -zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi -si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con -un'arte che ricorda i nostri primitivi. - -Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci ancora in queste ferrovie -indiane che hanno un fascino esotico indefinibile; grandi carrozzoni -quasi quadri, a doppio tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese -stride con l'esotismo dei _panka_ che pendono come immensi ventagli, -alternati ai ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle targhe, -delle _réclames_ in inglese, tamilo, arabo, cingalese, con i fiori -strani delle mense del _dininge-car_, gli strani servi in camice -bianco, scalzi e silenziosi e pure imponenti come sultani. Si viaggia -verso Madura, «il cuore di Brama», chè così gli indigeni chiamano -tutta questa parte meridionale dell'Industan formata dai tre stati di -Travancore, Madura, Tanjore, dove il bramanesimo è intatto, immune -dall'islamismo che ha dilagato nel Nord e nel centro dell'India e -dal buddismo che impera nell'isola di Ceylon. Riconosco la città di -Madura subito, da lontano, per il profilo ben noto delle sue piramidi -tronche, che s'innalzano sul verdeggiare dei palmizi. Le immaginavo -d'oro le alte _gopuram_ di Brama; sono invece d'un color rosso sangue; -e l'oro non appare che quando si è più vicini, alternato all'azzurro -e al verde, a sottolineare le figure delle quali le immense moli sono -coperte. Quando scendiamo alla stazione è troppo tardi per raggiungere -il Tempio. Il giorno tramonta; il cielo s'arrossa per un istante -e le stelle si accendono tutte insieme sullo scenario che annera -d'improvviso, come una ribalta spenta. - - - Madura, 6 gennaio. - -E in questa terra di Brama siamo ospitati dalle Missioni Belga dei -_Charmelitains déchaussés_, presentati da una lettera del vescovo di -Bombay. Mancano alberghi a Madura; quello della stazione è inabitabile -per il servizio quasi indiano, il rombo e il fischio dei treni, il -clamore dei pellegrini. - -Mi sveglio invece in questa camera linda, aperta sopra un giardino -tranquillo. Non è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra le aiuole -ben pettinate, dove le rose bengali s'alternano con ortaggi europei, -tanto che in questo mattino di gennaio ho l'illusione di passeggiare -in un giardino canavesano, nelle nostre più belle giornate estive; -ma una frotta di pappagalli verdi, una farfalla troppo ampia e troppo -abbagliante, inconciliabile col nostro cielo, mi ricorda il tropico, mi -dà l'incubo, quasi, dell'estate sempiterna. Giunge di lontano un suono -discorde e assiduo di tam-tam, di gonghi, di pifferi, che sovrasta il -suono delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia che mi parla di -misteri paurosi e d'idolatria. - -— L'idolatria! — dice il missionario che m'accompagna, una figura -ancora giovane di fiammingo indurito a tutte le fatiche e a tutte -le prove — l'idolatria è la piaga insanabile di questi popoli. La -loro stessa letteratura sacra, che contiene capolavori di filosofia -edificante, ottima preparazione a ricevere la luce del cristianesimo, è -ignota a questa gente, ignota ai loro stessi sacerdoti specializzati, -per eredità di casta, in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu vuole -l'idolo. E siamo costretti a rivelare i simboli cristiani nella forma -più concreta: l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, disciplina morale, -cosa astratta non ha presa su questi spiriti, avvezzi al loro Olimpo -dravidico popolato da migliaia di dei. Sono anime docili, pronte -alla fede, ma una fede eretica che li fa appaiare sui loro altari la -Trinità di Brama alla Trinità di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine, -Mara a Satanasso. E Satana non è per loro il Male, ma una potenza -terribile, quasi rispettabile, certo da ossequiare più della divinità, -da placare con doni e ghirlande. Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti -l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa e Parvati, come un _avatar_, -un'incarnazione di più. È forse più facile illuminare un Niam-Niam che -questi cervelli ottenebrati da un'idolatria tre volte millenaria... - -Passiamo nella Chiesa. La Messa volge al termine e la folla è al -completo; devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, con un -raccoglimento ignoto fra noi. Ma vedo che le navate sono divise in tre -reparti in muratura: divisione di casta, senza la quale i devoti si -rifiuterebbero d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione evangelica -potrà mai indurre un indiano ad accostare un indiano di rango diverso; -e accettano il paradiso promesso, ma a patto di suddivisioni di casta -ben definite. - -E il missionario mi fa notare sul collo bronzeo delle devote genuflesse -i più strani amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, _lingam_ fallici -alternati a scapolari, crocette, medagliette di santi. - -M'avvio verso la città per un viale alberato di _baniam_ colossali -che formano come una galleria di tronchi e di radici aeree. E fra i -tronchi, ad intervalli, sono tempietti, tabernacoli d'un arcaismo -remotissimo, che contengono idoli minuscoli, orridi e grotteschi, -simili a feti sculpiti in metallo od in pietra; e grosse inferriate li -custodiscono come se fossero belve feroci. Alternati ai tempietti noto -certi alti scranni in granito, perchè le donne che passano sotto anfore -enormi, fasci pesanti, possano deporre il carico e riprenderlo senza -aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza aborigena di bassa casta, -bramini dalla pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, ma dignitosi -nella loro nudità completa, con non altro ornamento che la cordicella -sacra simbolo battesimale d'alta casta, e il monogramma di Visnu, il -tridente disegnato sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente di Visnu -che vedo dipinto sulle pareti delle case, sul tronco degli alberi, -sulla fronte spaziosa degli elefanti. - -Madura è la città sacra del bramanesimo, mèta di pellegrinaggi senza -fine, luogo d'adorazione continua, dove la vita e la realtà non -servono che alla contemplazione e alla preghiera. La città contiene -quasi più templi che case, più sacerdoti che cittadini. La grande -pagoda a Siva e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» è per sè sola -una città e un labirinto. Come tutti i templi bramini, non consiste -in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni chiuse in cortili -concentrici, in recinti sempre più vasti, ed ogni recinto è sormontato -da due _gopuram_, le cuspidi che innalzano a ottanta metri nel cielo il -simbolismo pazzesco delle loro sculture. Nei cortili sono le abitazioni -per i bramini d'alta casta, le piscine per le abluzioni dei fedeli, -statue, idoli colossali, mercati coperti, tutto quanto concorre alla -vita materiale e morale d'un popolo in adorazione. - -Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, lungo una larga via -fiancheggiata di case a veranda che ricorderebbero le costruzioni di -Roma provinciale se le colonne classiche non fossero sostituite dalla -colonna indiana, quadra, dal capitello a testa elefantina, a mostri -sogghignanti. La via giunge fin sotto la prima piramide, prosegue -dentro il tempio, ampia e popolata, attraverso un arco ciclopico che -s'apre nella piramide stessa; e la città profana continua nella città -sacra. Passo dalla luce abbagliante nella penombra religiosa, m'addosso -alla parete di granito, per orizzontarmi, e sento che il granito -palpita e cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso decrepito che -sembra scolpito nella pietra stessa del tempio, la sua proboscide -mi sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; un altro è -sdraiato e profila l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando il bel -mezzo della via, deviando il traffico e il transito dei devoti; tre -elefanti novelli, minuscoli ancora, passano al trotto, con tinnito di -sonagli, una mucca _zebu_ s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, i -frutti offerti dai fedeli; mucche ed elefanti di questo recinto sono -animali sacri, addetti a cortei religiosi, idoli viventi del tempio di -Madura, e non si gettano come vili nemmeno i loro escrementi. Incombe -su tutto il tempio un senso d'idolatria che mi fa pensare al feticismo -dell'Africa più nera e non alle divine speculazioni dei Veda. Passa -il corteo di Parvati, un rito che si ripete due volte al giorno, -portando in giro l'immagine della moglie di Siva, in visitazione a -tutti i tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, pupattola d'oro -massiccio, dalla vita sottile, dai seni turgidi, dagli occhi tondi -d'onice incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, appare, dispare -attraverso le cortine della ricca portantina. Accompagna la scena -un rombo di tam-tam, uno stridìo discorde di trombe e di pifferi, -incutendo nell'anima del forestiero un senso di paurosa diffidenza, -di ripugnanza, come un mistero tetro e grottesco. Ovunque nel tempio -famoso è la profusione di tesori e l'incuria più laida. - -M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, passo dall'ombra alla -penombra, alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali costrutte -a blocchi monolitici di quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati a -formare un soffitto titanico che ricorda l'Egitto faraonico. Sotto la -_gopuram_ centrale le colonne si moltiplicano, si perdono nell'ombra, -come tronchi centenari in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la chiara -luce del tramonto, ma qui è la notte completa costellata da un'infinità -di lampade votive che disegnano, senza illuminarle, le colonne, le -cancellate sacre, gli idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere -a poco a poco la folla di carne, di pietra, di metallo. Veramente non -pensavo di trovare così intatta l'India favolosa, le forme imparate a -conoscere fin dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono deluso -invece nella mia attesa filosofica, nel mio amore per la più grande -religione che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento di dover -nascere, di dover morire. - -È questa la terra di Brama? Di Brama «l'ineffabile, colui che non -dobbiamo nominare, se vogliamo che sia presente?» Ma qui il nome divino -è feticismo immondo, praticato da un popolo forsennato che ha ridotto -le speculazioni astratte ad un simbolismo pazzesco; un popolo che adora -questi simboli e li ignora, un popolo che si genuflette, grida, invoca -e non sa chi, non sa che cosa. - -M'avanzo nella penombra, sempre fra le colonne infinite, sotto le -vòlte piatte e sono guidato da due indigeni che sollevano le fiaccole -resinose; e le pareti s'illuminano un poco, e appaiono strane divinità, -sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, come belve da custodire; -e Ganesa, il Dio della saggezza che appare più frequente, con tutti -i suoi congiunti a testa elefantina; o una divinità innominata dal -corpo di mucca e dalla testa femminile: e il corpo bovino e gibboso, -è imitato fedelmente sul modello degli zebu indigeni, e il volto -femminile è scolpito sul tipo indiano, con gioielli alla fronte, -agli orecchi, al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera -convulsa. Le fiaccole sollevate in alto turbano il sonno dei grandi -pipistrelli-vampiro ed è uno squittire di sorci impauriti, un turbinare -di ale silenziose che ci ventano in volto come grandi lembi di seta -nera. - -Si esce all'aperto, nel cortile centrale. E alla luce del tramonto -appare la grande piscina del tempio, un rettangolo di cento metri -di lunghezza, chiuso ai quattro lati da scalee di marmo, circondato -da colonne leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio pompeiano. -Dopo l'ombra tetra e le fiaccole gialle e gli idoli spaventosi, -l'anima si ristora in riva a quest'acqua cristallina, liscia come -uno specchio, dove il cielo riflette con un nitore preciso le nubi -sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le prime stelle della notte -che giunge. Intorno, vicine e lontane, s'alzano le _gopuram_, le -cuspidi che dominano Madura, da tutte le parti. E prima del tramonto -voglio salire sui fianchi della _gopuram_ d'ingresso, vedere vicine, -palpare le sculture famose. Non c'è spazio che non sia stato scolpito -a fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo così audace che le -figure sembrano gesticolare, staccarsi, precipitare verso il profano -per farlo a pezzi con le loro venti braccia armate di scimitarra, con -le loro coorti di tigri, di serpenti che salgono alla sommità dove -la cuspide tronca sfida il cielo con venti lancie disuguali. È tutta -una teogonia simbolica, una personificazione delle forze della Natura -che lo spirito induista ha diviso, suddiviso con un'analisi tragica -e grottesca che suscita lo spavento ed il sorriso. Dal fianco di -questa _gopuram_ si domina la città e la campagna, dove altre pagode -s'innalzano sull'ondeggiare verde vivo dei cocchi; e molte pagode sono -chiese cristiane: chiese costrutte nello stile Indu, e che sono più -antiche delle nostre più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo -fu predicato in questa parte dell'India da San Tommaso, e le Missioni -seguirono le Missioni, indisturbate nei secoli, bene accolte dagli -stessi sacerdoti, in questa terra indulgente per tutti i culti, purchè -si adori, purchè si creda.... - -Qui dunque, si pronunciava il nome di Cristo quando l'Europa era ancora -pagana! È un pensiero che dà quasi uno sgomento d'esotismo estremo, -di lontananza misteriosa nello spazio e nei secoli. È un pensiero che -sembra inconciliabile con questa piramide popolata di eroi e di mostri -che danno la scalata al cielo di fiamma. E nel cielo che s'arrossa -turbinano falangi di corvi e di pappagalli che ritornano ai loro nidi -sospesi tra le sculture di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo dei -pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda lo stridìo dell'orchestra -che giunge dal basso del Tempio, da tutti i templi vicini e lontani: -tam-tam rombanti, pifferi striduli che parlano di furore selvaggio e -d'idolatria.... - - - - -La danza d'una “Devadasis„. - - - Madras, 9 gennaio. - -Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla -danza d'una _Devadasis_: una bajadera d'alta casta, ospite in una -famiglia indiana tra le più ligie al passato e le meno accessibili alla -curiosità del forestiero. - -Una _bajadera_: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una -serie d'immagini assolutamente false: complici i libri d'avventura, -le oleografie, i melodrammi, l'operetta. Bajadera, odalisca, uri, -ecc. Una di quelle signore, insomma, di quelle signore d'Oriente, -preferibilmente bruna, ma se occorre, se il soprano ha una bella -chioma ossigenata, anche biondissima, da vestirsi «all'orientale» con -quell'unico costume che la prima donna adatta serenamente a Thais e -a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, vale a dire: due coppe gemmate, -ottime per l'assenza e la presenza eccessiva, una guaina qualsiasi di -tulle stretta alle reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello e -sotto due gambe insolentemente europee, calzate di seta rosa e di due -trampoluti stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare a questo figurino -e bisogna sopratutto rinunciare al preconcetto che una bajadera non sia -una signora per bene. - -Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina, -vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere -che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere -che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. È facile -comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s'affini in una -Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, l'arte della -voce e della maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, commentare -insuperabilmente i capolavori della poesia indiana. - -Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa -non ha bisogno d'imparare le lingue sacre: il _sanscrito_, il _pali_, -le sono famigliari sin dall'infanzia; le strofe dei _Pouranas_, i poemi -storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi -si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole -ad un ritmo di canto e di poesia, i begli occhi tenebrosi si sono -appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa -architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e -di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie -e nei cortei. Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, essa limita -l'orizzonte dell'universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte -mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima -s'accrescono esclusivamente di religiosità. Essa è nata e vive nella -favola mistica. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei _la viva -scultura del tempio_. - -Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere -raccolto da un protettore di stirpe nobile, un _nabab_ che sarà legato -a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Costui deve -dotare la bajadera di un patrimonio cospicuo, riconoscerla, beneficarla -nell'eredità, subito dopo la moglie e prima dei figli, obbligarsi ad -una offerta annua verso il tempio. Questo legame non esclude, anzi -inizia da parte della bajadera un tenor di vita che a noi parrebbe -della più spudorata infedeltà. Poichè da quel giorno essa è addetta -al culto di Ramba-Devi, la Venere del Paradiso d'Indra, attende a -cerimonie non descrivibili, ed è offerta dal sacerdote a tutti quei -devoti — d'alta casta — che pagano un obolo adeguato, il quale obolo -non va alla Devadasis, ma al tesoro del tempio.... - -Ohimè! A questo punto un occidentale non si ritrova più e pensa -che nel suo paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa di tal -fatta corrispondono ad una nomenclatura assai meno arcana e meno -rispettabile. - -Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel -tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali -consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. Il -bramino non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva, nè arrossiva il -pagano che giungeva in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo al tempio -famoso. È risaputa l'identità di origine dei greci e degli indiani, la -parentela che unisce la teogonia bramina alla teogonia ellenica. Ora -Ramba-Devi, col suo Eros dal volto fosco, armato non di strali, ma di -serpenti cobra, è la Venere del paradiso di Indra, la sorella certa -della Venere greca che sopravvive nella terra di Brama mentre l'altra -si è dileguata per sempre dinanzi all'avvento della nemica: la Vergine -Madre. - -Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione dello spirito, negazione -della carne, non possiamo comprendere un culto erotico; tutta la nostra -intima essenza foggiata secondo una morale due volte millenaria, -sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire dalla notte dei tempi la -sorella dell'antica avversaria. - -Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, nè definirla. -Bisognerebbe aggiungere all'attrice somma, alla mima insuperabile, -all'erudita, alla cultrice di poesia, la figura della sacerdotessa -invasata, della menade folle. - -Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia. - - * - -Non ridere e non sorridere — non rifiutare la ghirlanda di gelsomini -al collo e la essenza di rose alle mani — non tendere la mano al -padrone di casa — non lodare al padrone di casa la bellezza della -figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor Faraglia ci espone tutto -un decalogo contro ogni possibile sconvenienza, mentre si viaggia -nella notte illune su carrozzelle indigene trascinate da zebù, i -minuscoli, agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata, dalle corna -lunghe e ricurve, dipinte in oro. Siamo una quindicina d'europei. -Si viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras, sotto la vòlta dei -cocchi eccelsi che disegnano sul cielo nero il profilo più nero delle -foglie frangiate; in alto, in basso, uno spolverìo, un tremolìo di -stelle e di lucciole, un profumo acuto di fiori ignoti, un sentore -di terra non nostra, abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria -di questa notte invernale l'afa pesante delle nostre più calde notti -d'agosto. Una palizzata: si entra in un giardino preceduti da due servi -che illuminano i viali con un gran fanale — un fanale ad acetilene! -—; appaiono le foglie strane, a cuore, a lancia, a colori vivaci, la -vegetazione di zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne malefica, -l'intreccio delle radici e dei rami serpentini; un giardino indiano il -quale non si distingue dalla _jungla_ che per le piante moderate dalle -cesoie e per i viali sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a disegni -geometrici che i giardinieri pazienti rinnovano ogni giorno. In fondo -la casa, che non si direbbe in verità la dimora d'un indu molte volte -milionario; un edificio basso, imbiancato a calce, a verande spioventi, -a colonnati in legno, un'architettura che ricorderebbe una nostra -stazione di provincia se non le facessero cornice i flabelli verdi -delle palme-palmira, gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti -nell'atrio, abbeverati con nostra gran meraviglia di _champagne_ e -_whisky and soda_ che il padrone di casa ha fatto venire, con delicata -ironia, dalla città lontana per dissetare gli impuri con le loro -impure bevande: il padrone di casa che non accetterebbe da noi un -bicchier d'acqua e collocherà certo in disparte, per altri europei, -i calici dove abbiamo bevuto. Davvero non credevo di trovare l'India -così intatta. Fuori delle grandi metropoli è Brama dovunque, Brama -che domina come duemila, come quattromila anni or sono. Il padrone di -casa, un indu sulla cinquantina, ci viene incontro seguito dal figlio, -s'inchinano entrambi con le due mani alla fronte. Non sono vestiti -che di un _panio_ alle reni, ma traspare da tutta la persona ignuda -una nobiltà che impone assai più dell'irreprensibile sparato degli -alti funzionari europei. S'informano benevolmente sui casi nostri, -non disdegnano qualche cortese parola inglese, sorridono, mostrando -i denti abbaglianti fra le labbra rosse, le barbe bidivise e ricurve, -ma gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili. Il figlio -ci offre alcuni fogli stampati in caratteri _industani_, dove con -gentile previdenza è stata.... dattilografata a tergo la traduzione del -programma sacro. - -Un servo ci versa l'essenza di rose sulle mani e sugli abiti, da -certe lunghe ampolle d'argento cesellato, ci passa al collo le -ghirlande di fiori intrecciate a fili e pagliuzze d'oro, come quelle -dei nostri abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza favolosa ed è -invece l'omaggio più frequente e più diffuso in tutta l'India, anche -nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti quasi esclusivamente -europei: delicata poetica usanza; ma certo questi lunghi _boa_ di -grosse magnoliacce odorose se stanno bene al collo d'una _miss_, fanno -sorridere sullo _smoking_ di un _gentleman_: danno, per esempio, al -panciuto roseo, lucente console d'Olanda, non so che aspetto muliebre -di suocera in caricatura.... - -Attraversiamo il giardino per andare al teatro: è tardi. I padroni non -ci seguono: perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, è la terza sera che -la bajadera si produce, ed è la sera riservata a tutte le caste, anche -le caste con le quali un bramino non può avere contatto. Capisco, per -questo siamo stati ammessi. È molto lusinghiero per noi! - -Questi indù — quelli veri, ligi al passato, immuni da anglomania — -hanno l'arte d'opporre alla tracotanza europea un orgoglio ben più -fiero ed implacabile, dissimulato da tutta l'etichetta della più -cordiale urbanità. - -Il teatro, in fondo al grande giardino, è una semplice, vasta tettoia, -sostenuta dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, come da snelle -colonne vegetali. Da tronco a tronco la diramazione del gas acetilene -— anche qui! — intreccia nell'aria i suoi serpentelli di stagno. Molte -panche zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, molte stuoie -in terra ed intorno: una povertà primitiva che ricorda non un edificio -destinato a una bajadera pagata mille rupie (1600 lire) per sera, ma -una tettoia magazzino per legnami o cereali. - -La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche -che ci furono destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, a pochi passi, -la danzatrice famosa. M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece -è la più vestita tra questa folla seminuda; ed è certo più vestita di -una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza -alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume -singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti, -che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola, -dalle spalle alle mani è uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme -autentici, poichè così è prescritto dalla regola monastica, tutto un -tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo -del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; -e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto la -maschera del volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! Non ho più -potuto distoglierne lo sguardo. In una razza dove tutti: uomini, donne, -vecchi, bambini, sembrano scelti da una giuria artistica, passati -e corretti in un istituto di bellezza, si può comprendere a quale -prodigio d'armonia impeccabile giunga una bajadera, un esemplare che è -il prodotto d'una selezione millenaria. E quel volto sarebbe in verità -troppo bello, troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, regolare -il profilo, troppo simile a certe miniature indiane che credevo di -maniera, se la maschera perfetta non fosse agitata, scomposta dai -sentimenti dell'anima in tempesta. Il gioco mimico è così espressivo -che io temo per qualche secondo che la donna sia furente contro di -noi. Ma non è furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce viepiù, -contrae la bella bocca, dilata le narici vibranti, increspa i vasti -sopraccigli.... È il volto di un'agonizzante, contratto da una visione -spaventosa. - -Forse — ho letto sul programma l'intreccio dei vari brani cantati e -mimati — la Devadasis ci rivela lo spasimo della Maharajna agonizzante -che è portata nella sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e vede -la morte avanzarsi e teme di non giungere in tempo alle acque -purificatrici. - -La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede con un ritmo prestabilito, -seguendo la musica e le strofe. Alcuni musici infatti — io non li -avevo nè visti nè uditi, tanto mi aveva preso il gioco di lei — -stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari; enormi -mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi -oblunghi che agitano febbrilmente scuotendone una pietra interna. Ma -l'insieme di quell'orchestra formidabile è lieve come un ronzìo, come -un aliare di libellule e di falene. Nessuno canta, ma tutti, musici -e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la -bajadera ripete per conto suo, come per rammentarsi o per intesa. -Ma più nulla si sente, più nulla si vede che la maschera ovale, il -sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro -fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come se scolpiti -in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona, -far parte a sè come un'evocazione spiritica; e spettrali veramente -sembrano le mani, come quelle che apparivano volanti nelle leggende -bibliche e scrivevano sui muri la condanna dei tiranni. Le mani di -questa Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, s'agitano con -un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra -sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi fu detto — un officio -importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie. -La sdegnosa povertà dell'allestimento teatrale di Shakespeare; il -cartellino con _the forest, the king's house_; la foresta, la casa del -re, è abolito, e le cose sono disegnate dall'arte digitale di due belle -mani; disegnate nell'aria, ma restano impresse negli occhi di questi -spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all'artista; sulla -misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange, -il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell'arte, non -può naturalmente godere dell'incantesimo, come non mi è dato di capire -una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a -rivelarmi che in quell'istante, la regina agonizzante giunge sulla riva -del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l'ansia, si trasmutano -in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia -ineffabile. La morente rivive, invoca l'Eros dell'Olimpo bramano in una -strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua -europea, e la mimica si esprime con un'intensità che dà il brivido: -brivido d'amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo -rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell'esistenza, è -giunta nel regno dell'impossibile: il non essere più; la grazia le è -stata concessa nell'amplesso del Dio. Ancora una volta noto nell'arte -indiana, letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare l'amore e -la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non -essere nati o essendo nati ritornare al non essere.... - -Il pubblico, un pubblico di forse mille spettatori, ha seguito ogni -sillaba, ogni moto della Devadasis con un'attenzione sconosciuta nei -nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è -religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della -loro poesia. Poesia! Io penso ad una qualche attrice nostra che -comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita -di infliggergli un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il -quale — confessiamolo una buona volta — s'annoia mortalmente a sentir -sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora -è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattro mila anni or -sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante -di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi -nello stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione che non è -letteratura, ma sentimento artistico, ereditario, che confina, si fonde -con la fede più intensa. Arte e fede espresse dalla stessa armonia, una -felicità che noi occidentali non conosceremo forse mai! - - * - -Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto, -si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le -siamo intorno rispettosamente, per osservarla, ma sul suo volto è la -completa assenza spirituale; è cessata la musica e la fiamma e si ha -veramente l'impressione di accostarsi ad una lampada spenta, ad uno -stromento che ha finito di vibrare. - -Poichè il dottor Faraglia — l'unico che conosca l'_industani_ — le -rivolge un complimento sulla sua arte, la donna tarda a comprendere, -poi sorride, si copre il volto con l'avambraccio alzato, come -un'educanda, alla quale un temerario dica cose inaudite: un gesto -spontaneo di sincero pudore, che sbigottisce in una sacerdotessa di tal -fatta. Io, che non so l'industani, le accenno alla gota sinistra che -mi sembra tumefatta. Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, ne -toglie un bolo vermiglio, che mi porge affabilmente. - -— Betel! - -Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta il bolo alla bocca, -passandolo dall'una all'altra guancia, battendovi sopra le due mani, -per gioco, con un malvezzo di bimba screanzata. - -— Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi. -Le domandi in quanti anni potrei sapere il _sanscrito_, il _pali_, il -_giaïna_.... - -La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita -ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che -superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili, -resterei estraneo all'essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi -una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, -la fede opposta. L'occidentale, che ritorna in India, non riconosce più -la sua cuna. - -So bene, questi Indu sono ariani del nostro ceppo, fratelli nostri, ma -fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci -dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio. - - - - -Le caste infrangibili. - - - Madras, gennaio. - -«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India tutta: l'islamismo insorto -sarà la miccia più sicura attraverso la potenza britanna». Nelle sfere -politiche inglesi si pensa seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere -non poco sul possibile pericolo indiano. I maomettani dell'India -ignorano la Turchia; il loro stesso islamismo è travisato dai secoli e -dall'ambiente; la loro patria lontana è l'Inghilterra: Londra — e non -Costantinopoli — è la capitale dei loro sogni e delle loro ambizioni. - -Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di -Colombo, interrogate un _nativo_ qualunque: maomettano, bramino, parsi, -buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi -porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato -nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?». -L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «_I am -English!_», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io -e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere -un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non -per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie -di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha -avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania -lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a _sports_ -nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace, -riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza; -e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria -cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono -sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la -mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi -la poca confidenza coi _nativi_.... Per anglomania le figlie e le -mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto, -implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una _season_ -a Londra; una _season_ a Londra con tutte le delizie della vanità -esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di -baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del -Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i -giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile -titolo di baronetto — i banchieri maomettani e _parsi_ si quotano per -uno, due milioni di _rupie_ sulla lista d'un erigendo ospedale inglese. -L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni -indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria -lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della -terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo. - - * - -S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai da un atavismo due volte -secolare, un altro elemento importantissimo che forma la debolezza -organica dell'India: le _caste_ nelle quali l'India è divisa e -che fanno di essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. Che, -altrimenti, non si potrebbe concepire la mansuetudine dell'impero -sconfinato — più d'un quarto dell'Asia tutta — e che l'Inghilterra -tinge del suo colore sulla carta immensa delle sue colonie. Ma se -l'India dovesse colorirsi secondo le caste presenterebbe il più minuto -mosaico. Dall'ultimo censimento inglese risultarono più di quindicimila -caste nel solo Rayputana, la regione settentrionale dove l'influenza -inglese ha maggiormente cancellato le consuetudini locali. Negli Stati -bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto come nei secoli andati, -le caste sono infinite, divise e suddivise, ostili fra loro, conservate -con rigidità millenaria. Due cose sono care all'indiano: l'Inghilterra -e la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco importa l'India, purchè -sia salva la fede». — «Declina la fede....» — «Purchè sia salva la -casta....». È il dialogo approssimativo con ogni bramino ben pensante. -Per casta — è risaputo — s'intende la sanzione legale e religiosa delle -disuguaglianze sociali, elevata a dogma attraverso i secoli. L'origine -delle caste — per quanto i bramini le pretendano istituite dagli -Dei in persona — va cercata nella diversità di razza e di mestiere; -quando i popoli ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja nelle -pianure dell'India, lottarono con gli aborigeni che — vinti — ebbero -il titolo di Dasyon (_impuri_), mentre l'appellativo di _puri_: Sudra, -fu privilegio dei vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono -le prime caste rivali ed avverse: la casta sacerdotale coi Bramini, -la guerriera con i Kehatryas; poi la casta dei mercanti con i Vaisyo, -suddivisi in infinite corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak, -ecc...., la casta degli agricoltori, dei pescatori, ecc.... Le caste, -sotto questo aspetto, avrebbero dunque qualche analogia con le nostre -_guilde_ antiche, le nostre corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio -evo nostro, anche ai tempi più feroci, non offre un parallelo adeguato -con la barbarie insensata delle caste indiane. - -L'europeo sbarcato da poco sbigottisce ad ogni istante. Nelle belle -vie delle grandi capitali, sotto il riverbero delle lunule elettriche, -la folla indiana s'avanza con uno sguardo ed un passo che non è -soltanto preoccupato dai tram e dalle automobili. Che ha mai questa -gente? Obbedisce a un ordine coreografico o teme il contagio di -qualche epidemia? È semplicemente preoccupata di mantenere le distanze -prescritte dal diagramma delle caste indiane. Quattro passi tra un -bramino e un soldato, due tra un soldato e un contadino, tre tra un -contadino e un paria, ecc.... Prima della dominazione inglese il paria -non poteva comparire nel campo visivo d'un bramino o costui aveva -facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. Perchè l'ombra del paria -lascia una macchia sul passante, il quale non se ne può lavare che -con un rito specialissimo. Il paria è il rifiuto dei rifiuti, non può -piangere i suoi morti, non leggere i testi sacri, non pronunciare il -nome di Brama; l'antiche leggi indiane non fanno cenno di punizione -per chi ne libera la terra. All'altro estremo sta il Bramino, «il -quale, per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste e lascia vivere -gli uomini per pura generosità». Tra questi due estremi le caste si -dividono e suddividono all'infinito. Il viaggiatore europeo vede il -suo fedelissimo _boy_ fermarsi sulla soglia d'un rivenditore di libri -antichi, quasi impedito da una parete invisibile: «Il _bookseller_ -è di casta _nakari_: io sono _kardy_, non posso entrare.... Dovrei -pagare dieci rupie al _priest_ per rientrare nella mia casta...». E -siete costretto ad attraversare, solo, il cortile e la piazza con dieci -chili di libri e il vostro servo costernato non può venirvi in aiuto -prima del limite prefisso. Ogni servo, poi, è specializzato in una -sola occupazione casalinga: quella permessa dalla sua casta; le altre -incombenze sono _immonde_; di qui la necessità di una servitù dieci -volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci volte ridotti. La -vita d'un indiano è preoccupata, per quattro quinti, dalla paura di -«macchiarsi», di «uscire di casta». E questo fanatismo è inestirpabile, -sopravvive anche alla conversione religiosa. Mi raccontava un -missionario anglicano di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare -o di bere con il prete che li ha convertiti. Più buffo è il caso dei -nobili soldati Nair che alle prese con prigionieri di casta inferiore -li circondano con i fucili spianati, ma non possono agguantarli, -per paura di macchiarsi le mani. Più buffo ancora è lo zelo degli -onesti discendenti delle antiche corporazioni di malfattori, i quali -fanno petizioni al Governo inglese per riavere il nome di casta che -li distingueva nei tempi gloriosi e sono gelosissimi di appellativi -come questi: «_Cacciatore di naufraghi_». — «_Jena del Dekkan_». — -«_Sciacallo del viaggiatore_», ecc...., e gli uni guardano gli altri -con infinito disprezzo, secondo che sono discendenti di ladri di terra -o di mare, di assassini di pianura o di monte. Il fanatismo grottesco, -incredibile, non s'attenua, anzi si fa più intenso nelle classi elevate -ed abbienti dove il bisogno e la fame non impongono transazioni -di sorta. Così v'incontrate ad una serata del Governatore, con un -giovanotto affabilissimo, architetto laureato all'Università di Bombay. -Egli vi parla dell'architettura indiana con una grazia che v'incanta. -Per gusto di reazione gli chiedete che cosa pensi del Partenone, -dell'Abbazia di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; gli dite che -sareste ben lieto, se il destino lo portasse in Europa, di fargli da -cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza la parola il suo voltafaccia -improvviso, tra quel silenzio speciale che distingue una _gaffe_. «.... -Ma non sapete che l'Ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo -del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama; razza che -non ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla sotto pena di uscire -di casta. Parlare dell'Europa all'Ingegnere è come mettere in dubbio -i suoi titoli di nobiltà. Una sconvenienza imperdonabile!» Ohimè! -Perdonabilissima. Chi poteva immaginare un pronipote di Rama in quel -signore in marsina e monocolo? Chi poteva fiutare il sangue _lunare_ in -quelle sembianze semplicemente lunatiche?... - -Episodi che si prestano alla celia. Ma non sorridete più se pensate che -la tradizione di casta chiude milioni e milioni d'uomini, li asserva -nella cerchia illusoria e pure infrangibile come un malefizio. Si -tratta, in realtà, di un tragico millenario fenomeno di suggestione. -Oggi, dopo tanti evi, la casta non si discute; si nasce dominati o -dominatori come si nasce maschi o femmine, biondi o bruni. La casta è -fatale come il destino. - -Contro questa follia a nulla vale l'avveduta forza colonizzatrice -degl'inglesi, l'illuminata parola degl'intellettuali indiani, a nulla -valse la riforma di Gotamo. Il buddismo — reazione necessaria a tanta -barbarie — passò sull'India senza lasciar traccia, ed è confinato ora a -Ceylon e nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi più che mai; e la -casta s'estende a tutti: maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani, -poichè per mimetismo d'opportunità bisogna conformarsi all'ambiente, -e le chiese cristiane sono divise in riparti numerosi e ben distinti, -senza di che i fedeli non interverrebbero alla Messa.... - -Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto dall'europeo crea una -casta che oscilla in potenza secondo la floridezza dell'industria -(the, cannella, pelli, indaco, ecc.): si direbbe che l'umanità, -in India, non possa aggrupparsi che così, per misteriose tendenze -etniche dell'ambiente, come certe sostanze non possono aggrupparsi -che in cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo e l'India non -pensa e non può ribellarsi. È risaputa la risposta dei bramini a -gl'intellettuali innovatori: «Poco importa essere oppressi. Pur che la -casta avversa lo sia più di noi!». - -Nemmeno è necessario il categorico: _Divide et impera!_ - - - - -I tesori di Golconda. - - - Haiderabat, 14 gennaio. - -In due giorni di corsa vertiginosa la Central India Railway mi -ha portato dalla costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India -Indù all'India Maomettana. Tutto è mutato. Non più la freschezza -dei palmizii e delle felci arboree, ma i cacti spettrali, le agavi -dall'immenso fiore centenario, le euforbie a candelabro che sembrano -reggere sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna del cielo. -Non si vedono più le bellezze di bronzo dal seno e dal volto -ignudo, ma le donne maomettane rigidamente velate; non capigliature -profetiche di asceti bramini e buddisti, ma turbanti di seta gialla, -gridellina, celeste, barbe imbiondite all'_henné_, grandi brache -e grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura leggiera dei -_bungalows_ anglo-indiani o la linea acuta delle pagode, ma le moschee -e i minareti, i cubi candidi delle case maomettane, le finestrette ad -ogiva multipla, difese da grate mirabili, fatte con una sola lastra di -marmo sottile lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato traforo -un albero con fiori e con frutti, una danzatrice, due paoni che si -dissetano ad una vasca. - -Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di fiamma! Davvero non -m'aspettavo una capitale così grande, così bella, così gaia in mezzo -all'infinita desolazione dell'Industan; Haiderabat ben mussulmana, -ma immune dalla decrepitudine sucida che distingue le altre capitali -dell'Islam; e intatta come ai tempi di _Mille e una notte_, senza -traccia di decadenza e senza traccia d'invasione europea! Se io fossi -un sovrano di passaggio crederei davvero che questa folla si sia -vestita nei suoi costumi dei tempi andati e si atteggi in parata per -farmi onore, non già che essa viva della sua vita quotidiana. - -La vita quotidiana è fatta di necessità. Ora questa gente non fa -nulla di necessario. Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano le -più deliziose cose inutili: gioielli, sete, velluti, vasi d'argento -e di bronzo, babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e gemmate, veli -tinti pur ora e tesi ad asciugare al vento, leggeri come la nube che si -sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; profumi, essenze contenute -in alti vasi suggellati o in barattoli dalla forma singolare, segnati -di lettere cabalistiche. E fiori, fiori in abbondanza, piramidi di -magnolie, di ibischi, di rose decapitate che i mercanti vendono a -peso, come i frutti, e che la folla infilza per via, improvvisando -la ghirlanda quotidiana più necessaria del pane; strana folla che -vive di colori, di profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo lontani -da Bombay, da Calcutta, dalle grandi città della costa, dove già si -sovrappone ed impera la nostra pratica attività occidentale! - -L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un regno vasto tre -volte l'Italia — l'illusione di un'esistenza indipendente. Ma quale -indipendenza può godere uno stato continentale, custodito intorno da -una cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio d'un esercito -sterminato! Il Nizzam, sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati, -l'Inghilterra manda sacchi di grano e che la carestia — endemica -ormai in questa zona sempre più riarsa — si farebbe sentire ogni anno -senza l'illimitata generosità dei custodi accerchiati. E Haiderabat -vive nella sua favola millenaria, intatta come dieci secoli or sono, -bella di tutte le eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, da -Persepoli, da Bisanzio. - -Rientro nell'albergo abbagliato dalla troppa luce e dai troppi -colori, umiliato da questa folla elegante tra la quale la mia figura -occidentale in casco e gambali deve passare come il fantasma d'un -mendicante. E cerco tra le commendatizie quella più importante: una -lettera di presentazione a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro del -Nizzam. Poichè non sono venuto qui per Haiderabat, la città viva, ma -per Golconda la città morta che dorme a pochi chilometri di distanza e -della quale non si possono varcare le mura senza uno speciale permesso. - -— Il primo ministro — mi fa osservare l'albergatore — è via con tutta -la famiglia, ha seguìto il Nizzam a Londra.... - -— A....? - -— A Londra, per la _season_ — mi riconferma l'uomo sbigottito della mia -ignoranza — potrete presentare la lettera ad altri della Corte.... - -Mentre si parla, un servo mi porge la carta d'un commensale che siede -all'altra estremità della sala semibuia. Un professore di Monaco. - -Mi presenta la sua signora, mi parla subito con entusiasmo del nostro -Re. Speravo gli fosse dettato dalla bellezza della mia patria, non -fosse che attraverso la divina esaltazione di Goethe, ma il professore -non ha mai visitato l'Italia, non ha mai letto Goethe, ignora le Elegie -romane, e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re della più Grande -Italia, non vede che il signor di Savoia, uno dei primi collezionisti -del mondo e suo collega invidiatissimo in numismatica. - -Sono scandalizzato. Ma il professore è più scandalizzato di me quando -s'accorge ch'io ignoro l'alto valore numismatico del mio Sovrano e -non so rispondergli a quale volume sia giunto il _Corpus Nummorum -Italicorum_, l'opera colossale che egli sta compilando. - -— Io sono qui da cinque mesi, con la mia signora, per ricerche che -possono interessare voi italiani: ho trovato due zecchini e un mezzo -zecchino con l'effige del doge Ludovico Manin. La repubblica veneta, -nei secoli andati, commerciava col centro dell'India meridionale, -quando questa era sconosciuta al resto d'Europa.... - -Affido al professore la commendatizia e nel pomeriggio stesso -giunge dinanzi all'atrio dell'Hotel una strana vettura di Corte, una -_victoria_ antiquata a grandi molle ovali, con a cassetta due cocchieri -in turbante giallo e due staffieri ai lati, agitanti sui cavalli -un lungo scacciamosche dorato: equipaggio strano fatto di vecchiume -occidentale e di fasto orientale. È incredibile lo sfoggio di servitù -che si ostenta nelle città indiane. Nessuna persona rispettabile può -uscir sola, ma deve avere in ogni sua minima passeggiata un seguito di -servi, di devoti, di clienti; primo dovere d'un signore verso l'ospite -bene accetto si è di mettergli al fianco due seguaci, perchè gli -facciano largo tra la folla, gridando alto il suo nome. - -Prendiamo posto in vettura, attraversiamo tutta Haiderabat tra case -candide, sotto un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi neri, di -pappagalli verdi, di colombi tinti artificialmente a colori vivaci. -_Strada di Golconda_ è scritto in cinque, sei lingue sull'estremo -sobborgo della città. Golconda! Quella che fu per tanti secoli la -meraviglia dell'Asia, la città dei diamanti favolosi e delle regine -sanguinarie, Golconda favoleggiata nei romanzi d'amore e d'avventura -dei secoli andati, Golconda la grande guerriera e la grande voluttuosa, -della quale recavano novelle incerte gli esploratori e i mercanti -fiamminghi e veneziani. Come già per Tebe, per Micene, per tutte le -città defunte troppo magnificate dalla favola, mi preparo ad essere -deluso; so che andiamo verso un fantasma. Ma non sono deluso. La strada -stessa che si percorre è degna d'un grande passato. Sotto il cielo -ceruleo e fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie, si stende in -giro, fino all'ultimo orizzonte, un paesaggio che dà la sofferenza e la -voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre, fatto di pietra livida -qua e là corrosa, qua e là dominata da certi cumuli di enormi macigni, -curvi, lisci, simili ad otri giganteschi o a dorsi di pachidermi e -di cetacei; sembra di percorrere una pianura selenica e veramente la -natura ha fatto qui, con la pietra morta, uno scenario più fantastico -delle vive foreste del Malabar. Via via che si avanza i macigni si -fanno più frequenti e più colossali, si accatastano in piramidi di -cento metri, arieggiano il profilo di colline inverosimili, qua e là -traforati di spazi luminosi, come nei cumuli delle trincee. Esclusa, -per evidenza geografica, la supposizione di massi erratici, non so -davvero come i geologi possano spiegare l'accatastarsi dei macigni in -questa pianura immensa; la leggenda indù li vuole caduti dal cielo; -afferma che essi sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le dita del -Creatore e che egli arrotolò per gioco e precipitò sulla Terra. Certo -il gusto dell'inverosimile, del fantastico, del colossale che domina -nell'architettura indiana ha trovato in questa natura ciclopica i suoi -modelli e le sue fondamenta. - -Golconda! Al di là d'un gran fiume asciutto s'innalza il fantasma -della città morta, con le sue mura ciclopiche, livide come il macigno -circostante, merlate e traforate con arte singolare. Attraversiamo -il letto del fiume; nel mezzo, in qualche pozza d'acqua superstite, -una schiera d'elefanti lavoratori tenta invano il bagno quotidiano; i -poveri pachidermi aspirano l'acqua con la proboscide e se ne irrorano -i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta, ai piedi delle mura -ciclopiche. Il genio guerresco ha trovata qui la collaborazione della -natura, nè si può distinguere dove l'opera di questa finisca e cominci -lo sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni di cinquanta metri, -rivestendoli di ammattonato, gettando dall'uno all'altro vòlte e -terrapieni, unendoli con grate grosse come un braccio umano, armate di -uncini difensori. Veramente Golconda doveva nascondere tesori favolosi -se i Sultani pensarono a cingerla d'una difesa tanto formidabile. Si -sale lungo la fortezza principale, un macigno multiplo che domina -tutta la città morta ed è costrutto a gradi decrescenti, coronati -alla sommità da un ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in tanta -desolazione e ricordano lo schema della commedia dantesca. Intorno sono -macchine guerresche; cannoni arcaici, i quali attestano che la morte -della città non è remotissima; Golconda fioriva ancora nella metà del -settecento, quando era di moda in Europa il _racconto d'avventure, -le roman merveilleux_, quando vi giunse profuga Madama Angot per -tentare con la sua bellezza occidentale le stanche voglie dei sultani -decrepiti. - -Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante della pescivendola -parigina mi perseguita mentre il professore mi commenta le vicende -epiche e i monumenti famosi. - -— Quella moschea immensa è la Mecca, così chiamata, perchè è una copia -esatta del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur volle riprodotto -nella sua città; quella che innalza i suoi minareti sul più alto -contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido» perchè destinata alla -preghiera disperata, quando i nemici avessero già invase le mura.... - -— Ma come si poteva espugnare una città come questa? - -— Fu espugnata. Troppo si parlava delle ricchezze di Golconda. -Aurangseb, imperatore di Delhi, le mosse guerra nel 1787 e l'espugnò -nel 1790. La città fu saccheggiata, il popolo passato a fil di spada, -ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata la vita del Sultano. -Bisognava strappargli il segreto ch'egli solo conosceva, sapere da lui -il luogo dov'erano scomparse, durante l'assedio, le gemme favolose e -i tesori dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri del Tibet, perle di -Ceylon, diamanti di Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di Bavacan: -si parlava di gemme profuse ad altezza d'uomo, in grotte sconosciute, -murate con gli scheletri degli ultimi guardiani, per suggellare il -silenzio. Il Sultano solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad -Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu sottoposto alle più raffinate -torture; uno stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo di medici -doveva ravvivarlo quando stava per agonizzare. Tutto fu vano; egli -esalò l'anima improvvisamente, portando nell'eternità il mistero dei -tesori accumulati.... - -Si sale lungo la fortezza, tra le moschee decrepite e i cannoni -interrati a metà nella polvere. Si passa tra le ruine degli antichi -palazzi, espugnati da poco più di un secolo e più distrutti che avanzi -millenarii. Dalla sommità del forte si domina tutta Golconda; le mura -ciclopiche e sinuose vanno da macigno a macigno, ancora formidabili, -ancora intatte, ma vane ormai, poichè più nulla hanno da custodire, e -nella vastissima cerchia tutto è rottame, pietra, polvere, morte. Alla -morte è destinato il paradiso minuscolo che s'innalza alla sommità -della fortezza. La riverenza indiana per le cose funebri mantiene -miracolosamente verdeggiante questo cimitero dove sono le tombe di -tutta la dinastia di Golconda, dal sultano Ibraim al sultano Abdul -Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati alla bella mussulmana Chanah-Shah, -strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a caratteri bianchi, ornate -ognuna d'un porticato ad ogive e di quattro minareti minuscoli dalle -cupole d'oro; intorno è una vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi, -palme nane, con certe aiuole di fiori malaticci, tenuti in vita -dall'acqua che i devoti portano a secchia a secchia, dai pozzi lontani, -come per gli incendi. Non è descrivibile l'infinita tristezza di questo -cimitero esotico, campo della morte nella città della morte.... - -Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata dalla figura della -pescivendola avventuriera. È veramente esistita quella che la leggenda -chiama Madama Angot e fa pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli, a -Golconda? - - Illustre pescivendola — era Madama Angot. - Nel regno di Golconda — un giorno capitò; - il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così - che a cinquecento mogli — lei sola preferì.... - -Ohimè, la sua tomba non è qui, tra queste sultane. Essa ritornò a -Parigi, carica di quattrini e di gioielli, a godervi i ben meritati -riposi.... Quali favolosi racconti doveva fare delle sue avventure e -dei suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, nelle veglie -della sua vecchiaia venerabile! - -Madama Angot.... È veramente esistita? In quest'ora, tra queste -mura la sua gaia figura è più viva che mai, serve a consolare d'ogni -troppo leopardiana tristezza. Dinanzi alle ruine troppo riverite è -consigliabile l'irriverenza. Meglio schernire la fatalità che preme -uomini e cose, canticchiando le strofe d'un melodramma giocoso.... - - - - -L'Impero dei Gran Mogol. - - - 24 gennaio 1913. - -Il distacco tra l'India braminica e l'India islamitica si fa più -intenso via via che si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam -prediliga in ogni parte del mondo le terre desolate, i deserti e le -steppe; anche in India occupa l'immensa parte centrale e settentrionale -e può servire a delineare i confini delle provincie riarse. Perchè è un -preconcetto oleografico, una leggenda da libri d'avventura che l'India -sia coperta da una vegetazione meravigliosa. Le foreste tropicali, -dense, decorative come scenari da melodramma, occupano soltanto la -costa del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti Nir-Ghirli, le valli -dell'Imalaya. Ma dove cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie -periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan e le pianure del nord, domina -la magra vegetazione dell'Islam: scompaiono il cocco ed il banano, -svelti compagni delle pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso -cimiteriale, compagni delle moschee e dei minareti. - -Si viaggia da due giorni in queste ferrovie che chiudono in una rete -fitta tutto l'Impero immenso, e che gareggiano con quelle americane -in velocità vertiginosa. Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta -invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso della terra e il gracidìo -dei corvi sono la nota visiva e auditiva di queste contrade) che -durante la stagione delle pioggie rinverdisce in campi di riso e di -miglio, è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le palme-palmira, -gracilissime, s'innalzano nell'azzurro del cielo come caricature di -palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito abbagliante: -all'orizzonte, sulla zona sanguigna, passano, come ombre cinesi, -mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano la linea grandi cacti -a candelabro, tinti in rosso da una parte, dalla polvere sollevata -dal vento della steppa, e alla sommità d'ogni fusto è appollaiato -un avvoltoio meditabondo che al rombo del treno appena si degna di -protendere il capo calvo sul collo serpentino o di distendere una delle -immense ali macabre. Mandre di bufali e di zebù sollevano, voltano la -testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano sui loro dorsi gibbosi, -s'avventurano fino alla bocca per beccarvi i tafani e le mosche. -Si entra talvolta in foreste d'alberi enormi, dai tronchi nodosi e -contorti: ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami rivestiti di -fronda arida, come le nostre quercie in dicembre, dànno al paesaggio -una tinta invernale che stona col cielo implacabilmente estivo. -Nella foresta morta spiccano zone di un bel verde biacca: miriadi di -pappagalli minuscoli che ricordano le foglie vive, o fasci di brace -azzurra e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati sugli alti rami. -Poi si esce dalla foresta morta ed ecco ancora la steppa senza fine -con i suoi cacti spettrali ed i suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il -tempo passa, ma il paesaggio non muta. - -E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore si domanda a quale scopo -ha lasciato l'Italia bella, anticipandosi questo paesaggio infernale. -Distolgo lo sguardo dallo scenario triste. Siamo nel _dining-car_; -indugiamo dopo il caffè, per avere intorno l'illusione di un po' -d'Europa che viaggia con noi, l'illusione che emana dalle vernici, -dagli specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle salse chiuse -in barattoli inglesi. _Very comfortable_, queste carrozze ampissime, -dal doppio tetto spiovente, aerate da un triplo ventilatore; ma il -congegno si è guastato e funziona il _panka_, il ventaglio immenso -appeso al soffitto, che un servo indiano agita con una corda dal fondo -della carrozza. Tutte le tavole sono occupate: funzionari inglesi, -commercianti parsi, dignitari afgani. Al tavolo vicino sono sedute -due francesi incontrate a Bombay, conosciute per caso, leticando -all'agenzia Cook, e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca -effusione di schietta esultanza. Fra tanti sconosciuti di tutti i -colori, fra tante orribili favelle, dove l'inglese degenere è l'unica -intelligibile, il francese, sia pure sulle labbra ritinte di due -«pellegrinanti esuli dame», ci suona dolce come una lingua di casa. -Signore con le quali si allibirebbe di mostrarci in una via europea, -tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, impennacchiate; -ma che qui, nel cuore dell'India sacra, aggiungono al paesaggio -uno stridore pittoresco. Madama Angot, che ho sognato a Golconda, -rivive dunque ancora nelle pronipoti senza paura! Già a Bombay ci -avevano raccontate le loro gesta e le loro disavventure. Giovani, -una giovanissima, parigine entrambe — parigine di Marsiglia o di -Bordeaux — e nate all'arte, votate all'arte, hanno pellegrinato come -«duettiste» tutti i caffè _chantants_ della Tunisia e dell'Egitto. A -Port-Said un impresario le ha scritturate per le colonie dell'Africa -orientale fino a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con due ufficiali -inglesi riparando a Bombay. Sole, sperdute ancora una volta, hanno -tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si dirigono oggi a Simla, -nel Cachemire, per cantare in un _music-hall_ che s'inaugura con la -stagione elegante. Disfatte dal clima e dai disagi, lasse per troppe -soste in troppe guarnigioni fameliche, sanno tuttavia conservare nella -parola arguta, nel gesto col quale alternano il sorriso alla sigaretta, -nella civetteria del ginocchio sovrapposto, la grazia francese unica -al mondo! E guardo ed ammiro queste due passere sbandite che portano -fino in queste solitudini il loro sorriso intrepido e la loro gaia -mercatanzia. - - - Delhi, 25 gennaio. - -— Delhi, Agra: Le royaume du Gran Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui -avait un penchant pour les jolies parisiennes. — Peut-on le voir, ce -monsieur-là? - -— È morto da trecento anni. - -— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard.... - -Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa stazione indiana. -Fuori, ad attenderci, i più pittoreschi mezzi di locomozione: i -_yinricksharws_, le carrozzelle in lacca e bambù su ruote modernissime -da bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, carrozze -strane, triangolari, che il cocchiere guida seduto in avanti, sul -timone sottile, diligenze barocche sovraccariche di ori, di fiocchi, -di sonagli, trainate da coppie di zebù, il bove indiano, minuscolo, -gibboso, velocissimo; e campeggianti in disparte, disposti in ordine, -gli elefanti da nolo, recanti ognuno un cartello in varie lingue -indicante la mèta, come da noi le carrozze tramviarie. Si sale sopra -uno dei colossi, attraverso una specie d'arrembaggio inclinato e -si sta in otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio e misera -bestia da nolo, che ebbe certo i suoi giorni splendidi nella reggia di -qualche Maharajah, cent'anni or sono.... Oggi la pelle si è raggrinzata -sull'immensa carcassa, come la corteccia degli olmi secolari; e non -servono a ringiovanirlo la gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, nè -la truccatura bianca rossa azzurra, a cerchi vivaci, intorno agli occhi -ed alla proboscide. - -— Les pauvres oreilles! On les dirait de feuilles rongées par les -chenilles! - -È vero. Le orecchie immense, zebrate di nero, agitate di continuo, -sono logore dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate a grandi lobi, -come le foglie corrose dai bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi -minuscoli, dove s'alterna la bontà e la scaltrezza, la mansuetudine ed -il risentimento. - -Il _cornac_, un giovinetto, sta seduto alla budda sul collo possente e -dirige la mole immensa con l'_ankus_, un bastoncino ricurvo a gancio -che preme sulla fronte silenziosa, con un grido sommesso d'intesa. -Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come nelle nostre vie occidentali. -La mole s'avanza sicura come un congegno e il rumore delle zampe -enormi che giunge dal basso imita un poco il rombo ritmico di un motore -primitivo. Passiamo per ampie vie modernissime: luce elettrica, tram, -automobili; c'interniamo in viuzze tortuose, dalle case altissime in -legno dipinto e traforato con uno stile da confettiere, con tutti i -colori delle cose dolci, gonfie di _miradors_, di loggie minuscole; -infinite gallerie coperte cavalcano le vie, allacciano l'una all'altra -le case misteriose. - -La nostra cavalcatura ci mette all'altezza del primo piano e l'occhio -gode, d'attimo in attimo, attraverso le verande aperte, le scene più -intime e più diverse: una madre che consola un bambino che piange, un -ufficio di mercanti parsi, dove cinque scribi in mitra di tela cerata -sono seduti a modernissime macchine da scrivere, una casa indù semplice -e linda, con non altro alle pareti candide che le incarnazioni di -Brama, una casa maomettana a tappeti sontuosi dove un vecchio scarno, -occhialuto sotto il turbante immenso, sta ginocchioni in mezzo alla -stanza, picchiandosi il petto contrito, una scuola indigena dove venti -monelli, in assenza del pedagogo, si protendono al nostro passaggio -con occhi vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le fiche e le -ingiurie; e, molte cortigiane, bajadere di bassa casta, riconoscibili -al volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla casa più adorna e più -appariscente: strane case così aperte sulla via dall'immensa veranda da -inquietare seriamente la pudicizia dei visitatori. L'elefante, che ha -incontrato un confratello che giungeva in senso opposto, s'arresta per -attendere che l'altro retroceda fino al prossimo cortile, e sostiamo di -fronte, vicinissimi, a due cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno -strano pettine quadro ed enorme i lunghi capelli nerissimi e lisci come -due bende di raso tenebroso, l'altra protesa quasi fuori della veranda, -in piena luce, tiene nella mano uno specchietto tingendosi con la -destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. Tutti, in questo paese, -uomini, donne, bambini, hanno occhi splendidi, già troppo neri, già -troppo grandi, e la consuetudine del bistro, imposta per religione, li -fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi volti quel loro sguardo -d'idoli assenti. - -— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles à se farder? Elles -maquillent seulement la paupière supérieure. - -Si fissano alcuni secondi le orientali e le occidentali, poi l'elefante -si muove e la scenetta dispare. - - -Si passa dalla città viva alla città morta quasi senza avvedercene. -Finiscono le case abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate -dalle scimmie. Non più facciate policrome, verande fiorite, ma edifici -vuoti come teschi, muri superstiti con loggie che guardano il nulla, o -scalee, atrii sontuosi in granito ed in marmo che portano a palazzi che -non sono più: tutto ciò che era legno è stato divorato dalla steppa. -Ogni balaustro, ogni cimasa è coronata di code pendule o di faccie -sogghignanti di quadrumani. E le ruine si prolungano all'infinito, -tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, e oltre, oltre ancora, -è l'immenso ossario di una città morta e risorta dieci volte in quattro -millenni, sotto dieci dominatori diversi. Ci si domanda per quale legge -fatale e misteriosa una città debba evolversi come qualunque altra cosa -viva, e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, come la pianta che -non vuol morire. Forse in nessuna parte del mondo l'archeologo trova un -così vario tesoro d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, in Grecia, -in tutti i luoghi sacri al passato, risorge il fantasma di una civiltà -sola che le esumazioni, i restauri, gli studi ci fanno vicina, certa, -come una cosa presente. Qui è il _caos_ dell'abbandono e dell'oblio, -il convegno di tutte le ruine colossali e del tritume di ruine, un -deserto di frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine di essere -sbalzato a cinquecento, a mille, a tremila anni nell'abisso del tempo: -dall'ultimo splendore islamitico dei Gran Mogol al bramanesimo cupo, -imponente delle prime costruzioni giaina e pali, nella notte delle -origini vediche. - -Ma dubito che gli archeologi soffrano di vertigini poetiche: -dubito della sensibilità di coloro che sanno. In questa solitudine -s'incontrano sovente figure biondiccie ed occhialute di studiosi -russi, tedeschi, inglesi che osservano con fiero cipiglio, come -sacerdoti indignati, la nostra gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta -d'Aladino, un'immensa porta superstite che dà un'idea della moschea -smisurata che non è più. E la mole, di tale grandezza e di tale -purezza architettonica che basterebbe a creare un modello perfetto di -stile indo-moresco, appare lavorata, a chi s'avvicina, come uno stipo -cesellato da un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi più delicati -dell'arte islamitica dei secoli d'oro adorna la grazia ogivale che -s'innalza a più di trenta metri. Il vano è riempito dal più azzurro -cielo dell'India, e il nostro elefante, immobile nella zona in ombra, -quasi minuscolo sotto l'immensa ruina, completa quella bellezza -armoniosa. Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e scortese — -che lavora in una baracca prossima e toglie misure e dirige tre scribi -indigeni che disegnano e calcolano per non so che restauri governativi? -Ho più fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di queste meretrici di -Francia; la più loquace delle due ha immagini adorabili. - -— J'ai toujours revé ce tableau là quand j'étais fillette, sur un -coussin de ma tante Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment une chose -comme ça. - -Poi trascinando la compagna più vicina all'immensa parete cesellata e -palpando con mano voluttuosa l'intrico della scoltura: - -— Il faut se rappeler cette broderie ici, pour une robe d'intérieur! - -Avanziamo a piedi tra le ruine che non hanno confini. Una vegetazione -senz'anima: di latta, di cuoio, di stoppa, una vegetazione che non -è mai stata viva s'alterna con la pietra morta; e sui cipressi, -sui _baniam_, nodosi e contorti come in uno spasimo d'arsura, tra -la steppa sanguigna e il cielo di cobalto, mettono una nota gaia -di vita i signori del luogo: i pappagalli, i pavoni, le scimmie. -Come s'illeggiadrisce un capitello giaina, tozzo di quattro teste -elefantine di Ganesa: il Dio della saggezza, se un pavone vi balza -improvviso, inondandolo di una cascata di zaffiro e di smeraldo! E le -grate di marmo candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam, -come si ravvivano per le chiazze verdi dei pappagalli nani, le comuni -garrule colorite, che giocano al trapezio tra i santi trafori! File -interminabili di scimmie stanno sedute a congresso e volgono la testa -tutte insieme al nostro passaggio, seguendoci a lungo, fissandoci con -occhi di malinconia desolata. - -A tratti s'incontra un Jogi, un santo che ha scelto a suo rifugio una -di queste ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure singolari; non -sono fachiri leggendari, non fanno miracoli; sono asceti, ridotti dalla -vita contemplativa allo stato di cose: hanno preso il colore della -pietra e dei tronchi morti. Completamente ignudi sotto il sole che -arde e che abbacina, con le chiome, il volto impiastricciato di cenere -e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, più indifferenti -e più insensibili degli idoli millenari. La consuetudine religiosa -favorisce queste sètte: ognuno ha vicino una ciotola, ricolma ogni -giorno dalla pietà popolare. Ne interroghiamo qualcuno, offrendo un -frutto, una moneta. Ma non rispondono alle nostre parole, non battono -ciglio alla nostra mano protesa, ci lasciano passare senza volgere il -capo, già perduti nell'increato, nella salvezza del non desiderare -più, già affrancati dall'eterno ritorno, risanati per sempre nella -carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i più miserabili avanzi umani, -e sono forse i soli uomini invidiabili, le sole creature che non -debbano ormai più riconoscere alcuna potenza terrena: «.... Che puoi -tu fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che nei rigori dell'Imalaia -o negli ardori del Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, o -tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, farmi morire, o tiranno, ma non puoi -farmi male....». - -Avanziamo nella tebaide. - -Ed ecco fra tante cose morte, fra tante ruine senza nome, una cosa -ben viva e ben nota, fresca di colore e di linea come se innalzata da -ieri. Il minareto di Ktub. Ero preparato da fotografie e da stampe, -anche prevenuto con una certa antipatia. È invece la più leggiadra cosa -inutile che la noia d'un despota abbia scagliato al cielo. Una torre -isolata alta trecento piedi, costrutta da un sultano e offerta alla -figlia malata di malinconia, così come s'offre un gioiello. È veramente -un gioiello che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, dappresso -per la squisita fattura. - -Sembra un fascio di palmizi interminabili, legati, stretti a cinque -altezze digradanti: così che l'insieme del fusto snello è tutto -pieghettato come una gonna di seta; seta lucida e fine sembra la pietra -rossa-salmone, intarsiata d'ornati di marmo bianco. Lavori di mole e di -pazienza inconcepibili ai nostri giorni, possibili nel tempo andato, -quando un popolo intero era stromento cieco e concorde del capriccio -d'un despota. Forse avevano un po' tutti l'anima di Luigi di Baviera, -questi sultani leggendari che profondevano tesori per concretare i -loro sogni in moli di marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una bella -distruggevano la loro città, costruivano una città nuova, come il -Maharajah Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò Amber, l'antica -capitale del suo regno, e fondò Giaipur, la città fantastica tutta -color di rosa, eretta in poco più di tre anni! Costruivano palazzi, -templi, giardini, e li abbandonavano talvolta, prima che fossero -compiuti, già sazi del sogno che il popolo tardava a concretare in -pietra. - -Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo a riposare alla terza, alla -quarta veranda circolare, in marmo traforato che ci spende nel vuoto -e dà la voluttà della più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione -appare più disperata, occupa tutto l'orizzonte come un mare di -lava e di scorie: si pensano veramente come eruzioni spaventose le -invasioni delle orde giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono -dall'Imalaia e sovrapposero ruine a ruine sulla pianura maledetta -da Dio. Poco lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri d'un tempo -immemoriale, s'alza un obelisco che discorda con la grazia leggera e -la tinta carnicina del cimelio moresco, un obelisco barbaro, tutto di -ferro, elevato — dice l'iscrizione sanscrita — duemila anni fa dal -Raya Dhava per celebrare con una cosa eterna la sua vittoria sulle -tribù Valhihas. È alto quindici metri, fuso in un pezzo solo, documento -misterioso di una civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur possedeva -i mezzi di gittare una mole di metallo che inquieterebbe la nostra -industria modernissima. - -Anche qui eruditi indigeni ed europei: archeologi, periti, architetti -che prendono modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge ad un'opera -colossale: dissodare l'ossario delle città morte, restaurare le ruine, -ordinarle decorosamente alla luce del sole. Opera degna, ma che non so -quanto possa giovare alla poesia di queste memorie.... Certo ringrazio -il cielo di visitarle oggi, nel loro abbandono desolato. - -È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. Le nostre compagne «qui -ont soupé des ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni con noi. -Cosa provvidenziale perchè l'unica bettola nella Porta di Aladino ha -un odore di concia che rivolta lo stomaco. Vi comperiamo soltanto un -ananasso e uva moscata enorme, freschissima, giunta dai monti del Kabul -in certe scatole fatte d'immense foglie coriacee cucite con lunghi -fili di gramigna. Una delizia che disseta e consola sotto questo cielo -di fiamma. E seguiti dai _boys_ e dal _cornac_ si cerca il rifugio -meridiano; non si ha che l'imbarazzo della scelta regale: una moschea, -un atrio moresco, una reggia pali, un tempio giaina. Scendiamo in un -ipogeo conosciuto dai _boys_: un rifugio d'ombra e di frescura, che -sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. Grosse colonne quadre -reggono il soffitto a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi monolitici, -in uno stile incerto alla mia ignoranza, uno stile che ricorda le -costruzioni egizie più antiche, o assire, o etrusche, o fenicie, quando -tutte le architetture neonate si somigliavano un poco. Riceviamo luce -da una porta triangolare e da quattro finestre triangolari, quali -non avevo sognate mai, e poichè siamo nell'ombra e fuori è la vampa -del meriggio tropicale i cinque triangoli si disegnano rossi come le -aperture d'una fornace immane. E nella brace dei cinque triangoli si -profilano figure di leggenda: aridi palmizi lontani, l'ogiva nitida -della porta d'Aladino, una trina candida vicinissima: il balaustro di -una moschea, il nostro elefante meditabondo, rigido sulle quattro zampe -a colonna, immobile come i suoi fratelli di pietra.... - -Ora di sogno. Ristoro e sollievo della frescura e della penombra, -piacere indefinibile di sedere con gli amici, in cerchio, al pasto -singolare, voluttà un poco sacrilega di avere a compagne queste due -profanatrici che dicono e cantano cose enormi tra le pareti sacrosante. -Ora di sogno. La realtà scompare. Le cose si alterano, ingigantiscono, -diventano favolose e magnifiche, come la noce, il sassolino, lo zoccolo -toccati dalla bacchetta magica della leggenda. E dimentico. Vedo con -occhi d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, il misero elefante -da nolo, i poveri boys a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale, -e queste due vagabonde delle quali non oserebbe vantarsi uno studente -occidentale. - -Sono l'imperatore Acbar, il più possente dei Gran Mogol, e questo è -il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad -ambasciatori della Serenissima; queste sono due «cristiane» rapite dai -corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d'Etiopia, donate dal -Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte -vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da -aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori.... - -Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci -concede!... - - - - -Agra: l'immacolata. - - - Agra, 27 gennaio. - -Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può rivivere un'ora nel passato -favoloso dei Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan s'alzasse -dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima: -Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla Reggia funeraria: il -Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la città dei loro -splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi -magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il -loro vario profilo, simili piuttosto ad un ammasso titanico di castelli -feudali che ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia leggera fiorisce -in alto, dall'altra parte, verso il fiume Giumma, verso la pianura -sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi di arenaria sanguigna, le -mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all'offesa. -Questi forti che gli imperatori mongoli fondavano in India erano -campi trincerati, d'una possanza, di una mole, di una magnificenza -inconcepibile al tempo nostro, villaggi muniti e fortificati dove -quei tiranni dall'anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano -quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti: dalla zenana -voluttuaria alle sale di governo e di giustizia, dai bagni, dalle -palestre alle moschee della purificazione, al mausoleo dell'ultimo -riposo. Era una città regale sospesa sulla città del popolo, che -serviva prono, abbacinato da tanto splendore. - -Passiamo il vallo fortificato, le torri, le porte pesanti. Si sale -per scalee fosche, sotto archi medioevali, si percorrono androni a -feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria sanguigna, tutto è tetro -e massiccio, evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero e il fragore -delle armi. Dove poteva svolgersi la vita voluttuosa dei poeti in -turbante e delle belle dagli occhi interminabili? Si sale, si sale -nelle viscere oscure della mole millenaria, dove la luce non giunge che -da ogive sottili, da feritoie scarse, dalle quali appare sempre più in -basso la città sterminata, si sale, si sale nel labirinto tenebroso. - -Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, le mani si portano a -difesa degli occhi feriti dalla luce abbacinante d'un nevaio. Siamo -giunti nel regno dei marmi immacolati, nella città superna dei tiranni. -Un terrazzo immenso, la sala delle udienze, candido come tutti gli -altri edifizi, con non altro che un trono di marmo nero, per il Gran -Mogol; intorno ricorrono arcate che danno l'illusione d'una grotta -di latte congelato, a stalattiti geometriche, dove il candore è -sottolineato da una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, l'argento, -la turchese, il porfido sono usati con scaltra leggerezza, in gracili -motivi floreali o in linee che seguono il frastaglio complicato delle -trine marmoree, all'infinito; così che non è menomato, ma accresciuto -l'effetto candido dell'insieme. Tutto è di marmo immacolato, e -l'eleganza si mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, portate -all'ultimo limite d'un'arte inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche -rettangolari, dove si discende per tre, quattro gradini, sembrano -attendere nel loro candore levigato il flutto dell'acqua odorosa, le -carni brune e bionde, le risa argentine delle sultane quindicenni che -dormono da secoli nella pianura sottostante.... - -Avanziamo nell'infinito candore. Verso il fiume la mole degli edifici -guarda a picco sul piano sottostante ed è una fioritura più intensa -di trine marmoree, di loggie, di _miradors_, di specule dove le belle -sognavano le cose cantate dai poeti del tempo, leggevano le strofe -persiane a venti rime complicate come una formula algebrica, o le -novelle licenziose, o su Corani alluminati pregavano per il ritorno -d'un assente. - -Si passa da sala in sala, e le sale sono senza porte, così che -formano prospettive di sogno immacolato, allee di trine candide che si -prolungano all'infinito. Stupisce la nitida freschezza di queste lastre -sottili di marmo, traforate fino all'inverosimile; lastre che ricordano -immensi ricami a giorno, tesi tra due colonne e non pareti concrete: -la mano vi si appoggia con esitanza, meravigliandosi della rigidezza -secolare. Il tempo che sfalda il granito, precipitando templi e -obelischi, ha poca presa sul marmo. Questi miracoli di grazia sembrano -fatti ieri. E certo gl'invasori ebri di saccheggio e di stupro che -irrompevano spezzando e rovesciando ogni cosa, s'arrestavano dinanzi ai -velari candidi, abbassavano la scimitarra e la clava, come dinanzi ad -un incantesimo. - -Sosto a lungo ad una delle specule dove le belle dei tempi andati -portavano la loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol è tutta nello -scenario che ho d'intorno. La zenana, l'arem che occultava gelosamente -i più bei fiori di carne, poi i terrazzi immensi delle udienze, le sale -di giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti di stoffe vivaci -e di gioielli, formavano sul marmo candido un quadro che abbacinava -il popolo genuflesso, poi i vasti cortili delle giostre, per le lotte -delle tigri e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria che i tiranni -alternavano a canti di giullari e a danze di _devadasis_, negli alti -giardini pensili. E intorno, a picco, le mura ciclopiche, simbolo d'una -potenza senza pari; da un lato, contenuta in una cerchia cupa, simile -veramente ad una perla chiusa in uno stipo, la Moschea della Perla, -bianca, translucida, semplice di linea e solenne; e là, in fondo alla -città, candido nella sua cerchia di cipressi e di palme, il Tai-Mahal: -il più puro esemplare di bellezza funeraria che la speranza umana abbia -innalzato alla disperazione della morte. - - - Agra, 28 gennaio. - -Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero -ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di -trina marmorea dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I -palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo -alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, due mila -anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina -e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata -la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica -fiorì di marmi candidi nell'azzurro del cielo. - -Oggi i signori e le belle dormono al piano in un'altra reggia: quella -dei morti, più meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal. - -Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente con la mia diffidenza -consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo -alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione -cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi formano una galleria sul -mio capo, giganti islamitici che fondono i tronchi e la fronda di -bronzo quasi nero. Ed ecco, d'improvviso, la meraviglia unica del -mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche -volte una bellezza m'ha investito così violentemente, mozzandomi la -parola ed il respiro, forzandomi all'ammirazione ed alla riverenza -completa. - -Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei -cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da -questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla -parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola -eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È -il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta -la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei -lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del -modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza -labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti, -che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a -gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un -contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo, -il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto -è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il -candore preciso di certi smalti persiani. - -Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un -negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; -ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei -colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di -pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti, -così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi -alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato -quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia -fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un -gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore -moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, -ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice -nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta -al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore -opalescente dell'insieme, come una striscia di _kool_, tracciata -dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo -nell'occhio d'una baiadera. - -Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono -l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala. - -Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono -da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la -morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore -Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la -bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature -indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la -leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente -la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca -quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente -coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per -le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre -con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai -figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta -un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma -visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i -giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al -popolo impietosito. - -Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha -veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto -come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. -Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa, -nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con -delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili -per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le -religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla -morte. - - - - -Fachiri e ciurmadori. - - - Agra, 30 gennaio. - -Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni -estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti. -Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina -d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio, -nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo, -una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un -alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema -riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e -li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo -operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro -prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa -dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte -delicatissime. Ed è veramente la _sinfonia dei colori_, sognata dai -poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio -e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un -tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto, -ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella -sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un -cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto. -E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo -ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai -loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille -cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano, -raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide -attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo, -veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi -con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a -due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati, -ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza -fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale -malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il -nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV -ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose -vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina -immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi -cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato, -solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce.... -Quale rimpianto sarà nei miei ricordi! - - - Agra, 31 gennaio. - -I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India -mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono -al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho -assistito alla lotta del _cobra_ e della _mangusta_, lo spettacolo che -gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste -rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da -un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un _panio_ -sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe -divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio, -siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto, -e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata, -guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora -l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli -sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono. -Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa -eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa, -si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte, -grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso, -l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo, -snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due -volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino -rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza -d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che -si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito -continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici -dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si -preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno -alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando -su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le -parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza -indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata. -Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci, -per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo, -una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul -tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta -è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si -liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera -mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte: -il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico. - -— _It is not interesting. The cobra is dry._ - -Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai -denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno. -Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il -terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e -distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle -case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come -il gatto per i topi tra noi. - -Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino -rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia -dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione -e di _snob_ come da cosa «_quite native_», troppo indigena e troppo -consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e -cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri. -E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di -mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli -indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva -con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di -terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un -fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco, -per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli, -al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie -di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un -arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che -richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari, -sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che -mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere -calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di -non so quale Luigi di Francia. - -Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte -istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori, -illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono -lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia -dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia -paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo! - -Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in -un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due -tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce -ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega -solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza -feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago -prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo, -fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato -slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del -rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo -scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa, -riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che -brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in -corretto inglese all'offerta generosa. - -— _A little present, milord! We are so poor fellows!_ - -_Poor fellows!_ Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza -inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il -forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi -un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di -inverosimile, un po' di miracolo.... - - - Agra, 9(?) gennaio. - -Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo -per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima -d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa -d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il -cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai, -oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al -rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora -della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque -incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella -palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia. - -Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città -settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino, -potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce -e di questi colori, e consolare l'anima grigia.... - -Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore e di Morte, quale tormento, quale -rimpianto sarai per il futuro! - - - - -Giaipur: città della favola. - - - Giaipur, 3 febbraio. - -Paese dell'imprevisto! Dopo tante città marmoree abbacinanti di -candore, ecco una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio stanco di -troppa luce riverberata da pareti bianche si riposa su questi palazzi -come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate dal tempo. E la nostra -fantasia trova finalmente la città della favola, sognata nell'infanzia -prima. Doveva avere l'anima d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja -Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l'antica capitale: Amber, e -ordinò che una città nuova gli fosse costrutta dal suo popolo, una -città quale aveva visto nei sogni dell'oppio, nelle favole persiane o -nelle leggende vediche. Tutto un popolo fu all'opera e la città sorse -per incantesimo: vastissima, con vie lunghe tre, quattro chilometri, -ampie e regolari come le nostre più belle vie europee, tracciate, -ornate, colorite sul modello unico, secondo la dispotica volontà del -sovrano. Giaipur è un'immensa città costrutta pel capriccio di un solo, -come si eseguisce una veste, una collana, uno stipo. Tutto è color di -rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le case, gli archi, le cupole, i -minareti delle moschee, le guglie delle pagode. - -Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito e non so darmi pace. -Siamo giunti da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, in mezzo all'India -desolata, stanchi dall'ardore polveroso, rattristati dal paesaggio -che si fa sempre più squallido, come un'infinita pianura di scorie -avvolta da un'atmosfera non più terrestre, non più respirabile. Quale -differenza dalla verzura, dalla fresca penombra degli Stati del Sud! -Tutto muore negli Stati Rajputi: anche gli agavi, i palmizi-palmira, i -cacti a candelabro, questa tenace vegetazione di stoppa, di cuoio, di -zinco. - -E sarebbe la carestia classica, la Fame dei tempi andati, la sorella -del Colera e della Peste, quella che secondo il poeta «viene a -tracciare in India sul libro mastro della natura il dare e l'avere, a -grandi segni di matita bleu», sarebbe la fame classica se l'Inghilterra -non avesse chiusa tutta l'India in una fitta rete ferroviaria, -arterie nelle quali scorre, più vitale del sangue, con la velocità -degli espressi americani, il grano giunto da tutte le parti del -mondo. Grano, grano, infiniti sacchi tondeggianti che s'accumulano -in piramidi colossali ad ogni stazione piccola e grande. E il vecchio -ottuagenario e il bimbo di sei anni, la danzatrice ed il paria, tutti -passano al dispensiere per la provvista quotidiana, senza nemmeno -dir grazie, senza nemmeno capire da chi e perchè giunga quel bene. -E quando ognuno ha ricevuta la sua misura di frumento o di farina -candida attende all'occupazione prediletta: sognare. Chi ha un'ultima -moneta: un'anna, mezz'anna si compera trenta rose, le rose che si -vendono già decapitate, in piramidi irrorate di continuo, e le infilza -su una cordicella d'argento per la ghirlanda quotidiana, o passa -dal profumiere parsi per mezz'oncia di benzoino (tutti si profumano -e s'infiorano in questo paese: anche i cocchieri, anche i bovari) o -compera una pasticca di mastice o un grano d'oppio o un bolo di betel. - -Città di sogno e popolo adorabile, che ha la poesia del superfluo e la -scienza delle cose inutili. Nessuna cosa più inutile di questa grande -città color di rosa. Certo mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò -scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far -niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa. - -Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi che si succedono regolari, -all'infinito, fasciati, si direbbe, dello stesso damasco color -salmone a fiorami candidi. Non so darmi pace, scendo, attraverso la -via, voglio vedere vicino, palpare con la mano le strane pareti. È -una specie d'intonaco tre volte secolare, più duro, più liscio dello -smalto; le case sono strette, contigue l'una all'altra, come i palazzi -classici di Venezia, ma tutte intonacate dello stesso color di rosa sul -quale i disegni soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati motivi -che si possono ottenere con un po' di bianco sul fondo gridellino! -Motivi rievocanti le antiche stoffe dette _indiane_: losanghe -minutissime, zebrature ondulate, mazzolini settecenteschi, ghirlande -di nodi d'_amour_: ogni facciata varia all'infinito, pur fondendosi -nell'armonia dell'insieme, e si ha l'impressione che debba cedere sotto -la mano come un immenso lembo di stoffa tesa per un giorno di gala. - -Rosa, tutto color di rosa per compiacere il gusto di un Re! E la -folla che passa per queste vie si direbbe pur essa scelta, istruita, -abbigliata per uno scenario coreografico. In nessuna città indiana, -nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi ho ritrovato così intatto -l'Oriente di maniera. Non rotaie di tram, non automobili, non europei -in casco e gambali, ma elefanti da nolo, dalle gualdrappe numerate, -elefanti nuziali gualdrappati di rosso e d'oro, dipinti di tutti i -colori più vivi come giocattoli di Norimberga, cammelli, dromedari che -passano di corsa, col collo proteso, ricordando la figura e l'aire di -certi polli spennati, muletti candidi dagli occhi rosei e dalle ciglia -mansuete, e cavalli — i cavalli che mancano nell'India meridionale -— cavalli bai, pomellati, bianchi: destrieri classici, dal tipo -arabo, dalla criniera e dalla coda ondulata e prolissa, montati da -cavalieri fantastici che si direbbero eroi cinematografici o comparse -d'operetta se non si vedesse, se non si sentisse che sono _veri_: veri -nonostante la scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, il casco — -turbante adorno di penne svolazzanti, la barba imbiondita al _hennè_, i -sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro di _kool_. Ma per chi, -ma per che cosa questo abbigliamento scenico da principi di Mille e una -notte? Forse non tanto per piacere alle loro donne mansuete, quanto per -servire degnamente la Dea Illusione, la Dea Poesia, la Maja-Devi della -teogonia indiana: quella che pone tra noi e _le cose quali sono il velo -delle cose quali devono apparire_. Certo io penso con un sogghigno al -nostro sommario vestito occidentale: un unito nero o bigio, un solino -rigido, un cappello a cencio o a staio: non altro è concesso, non una -tinta vivace, una penna, un velluto per illeggiadrire la nostra già -sempre più scarsa avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una eleganza -principesca: principi e bovari; ma non per l'abbigliamento soltanto. -Tutti hanno la pura bellezza del tipo ariano, hanno innata la grazia -del gesto, del passo, dell'atteggiamento. - -La bellezza e la grazia raggiunge nelle donne una perfezione forse -eccessiva: si direbbe che avanzano per via a un passo di danza, -avvicendando i piedi nudi e gemmati sulla stessa linea retta, il che -fa ondulare le anche con un ritmo procace, mentre le braccia ignude, -cerchiate di smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare strane -anfore di argilla variopinta o di rame. Sono vestite di stoffe e di -veli vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino alla gola: la -scollatura, se così si può dire, traspare invece alla vita, dove il -giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano talvolta scoprendo una -buona parte del torso bronzeo e la base dei seni: una scollatura alla -rovescia, che non dà nessun brivido sensuale, tanto l'atteggiamento -è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. Forse eccessiva, forse -un po' monotona la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano tutte -sorelle. E tutte ricordano singolarmente la Vergine Maria: non la -Vergine bionda della tradizione occidentale ma la Vergine _nigra sed -formosa_ dei musaici bizantini e degli smalti copti: l'ovale eccessivo, -la bocca dal sorriso triangolare, il naso anche troppo minuscolo -tra gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli ordinati con cura -impeccabile, simili a due bende di raso nero e lucente. - -Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari, -semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo -ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli _zebu_, il bue -indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi, -dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve -ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno. -Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle -cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate -da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante -parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla -barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni -veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una -canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma -dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che -è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e -di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i _Camili_ -e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati -con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre -signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o -scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali -zampilla un'_aigrette_ o una _paradisea_ che farebbe la delizia delle -nostre più raffinate mondane. - -Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi -selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando -con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a -delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica -come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco -dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo, -sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi, -in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto — -ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in -un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del -Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a -Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili; -m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte -al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che -sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle -alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti; -sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra -chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel -nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco. -Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di -metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa, -i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito -e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa -cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva -al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la -belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno, -il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre -pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei -gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute.... - - - Giaipur, 5 febbraio. - -Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi -dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti -color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e -mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa -per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto -il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario, -in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo, -giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice, -azzurro, turchino. - -Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I -tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi -e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra -le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci -di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro -polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita -la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di -pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e -affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli -nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una -danza serpentina. - -A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne -specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E -la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella -tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo, -vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone -con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando -certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente -le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni -pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti -con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune, -le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta, -per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica -gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate -quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda. - - - Giaipur, 7 febbraio. - -E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi -non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni, -il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il -marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori. - -Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad -ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità -dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati -nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda -è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini -che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di -fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle -porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il -pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama! - - - Giaipur, 10 febbraio. - -I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha -il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi, -gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di -rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII. -Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e -le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali -s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi -a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato -come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono -le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale — -la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo -orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte -settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert, -fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi -appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di -marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di -cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi -effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro -piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici -costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un -elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja -assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione -senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie -accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati, -inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel -cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane -divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di -una malinconia esotica intraducibile a parole. - -E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio -Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle, -l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche -dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad -una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle -spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono -attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a -formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto, -il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette -l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni -zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code -pendule. - - - - -L'olocausto di Cawnepore. - - - Cawnepore, 16 febbraio. - -_Remember Cawnepore!_ - -Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e -morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se -volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale -sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di -fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose; -e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore -sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India, -dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a -un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei -sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti. - -_Remember Cawnepore!_ Non so staccare gli occhi dalla targa di -cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole -disegnate da un _highlander_ innominato sul cubo di granito. Il soldato -era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo -che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di -restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere -il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso, -dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde! -— offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta -della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche. - -_Remember Cawnepore!_ Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato -non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione, -tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il -pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove -le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido -d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre -di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie -campagne. - -Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa -della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime -innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte -del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del _Times_ -di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's -Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne -emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel -_bungalow_ del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica, -consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi -son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende, -si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma -inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay -tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei _sepoys_ -ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab, -Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile. -Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857) -predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo -sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di -_sepoys_ si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione -di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe -barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da -rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di -maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo -per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben -altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia. -Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando -al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani -indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo, -forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto -della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta -all'Himalaja. - -L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità -sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci -miglia dalla città — i _sepoys_ hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e -il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella -sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la -Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea, -tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla -si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House -l'orchestra alterna i valzer al _God Save the Queen_. Si festeggia -il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce -corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di -_sepoys_ s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio -dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La -folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini: -poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo -colloquio con Nana Sahib, ultimo _peshawah_ di Poonah, fedelissimo -dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a -disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano -gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore -in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima -notte tropicale. Le bionde _ladies_ possono sfoggiare le loro spalle -e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle -immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze -e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto, -in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona -dove scintilla la gemma unica al mondo. - -_God save the Queen..._: ma come si prolungan le salve dei cannoni e -delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla — -senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa -degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio -generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella -del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio -imminente: - -— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è -fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora -di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi -_bungalows_ per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora -non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte -se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici -si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a -mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora -tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi. - -Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato -con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi -diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di _sepoys_ ammutinati; -i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da -un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra -mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di -spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese. - -— Al forte! al forte! - -L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini, -donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è -derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure -il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte -per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle -spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione -è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee; -combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie -tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano -il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri; -mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per -risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia -dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è -forse alle porte. - -Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa: -oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al -generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta, -ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale -esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi -morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte, -sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I -prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra -pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito. -Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni -attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote: -_more comfortable_ — spiega il nemico — destinati alle donne e ai -fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume -sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una -lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta -l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale -inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la -carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib -offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due -rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni -avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti; -molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di -lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani! - -E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e -bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne -più fosca e men tenera di _sepoys_.... - - * - -Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è -tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le -donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che -ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno -d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che -sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi, -folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non -furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar, -parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e -malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty, -tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie -dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani -congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! — -annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto -che doveva giungere, ohimè — troppo tardi. - -La grande colonna Inglese, comandata dal generale Haweloch s'avanzava -da Calcutta verso Cawnepore, batteva i ribelli più volte, guadava il -Bari-Naddu. Nana Sahib si vide perduto, si vide costretto a fuggire -con tutti i ribelli, costretto a lasciare al nemico l'ostaggio -delicato. No! Il nemico doveva trovare un carname! Fu dato l'ordine -della carneficina immediata. I _sepoys_ esitavano. Pietà, forse; forse -viltà; poichè basta lo sguardo d'una donna inglese per far abbassare -lo sguardo di cento nativi. I bruti uccisero senza fissare le vittime, -uccisero a fucilate, attraverso le grate delle finestre, uccisero -a colpi d'accetta, uccisero sfracellando i cranii infantili contro -gli alberi del cortile, come si fa pei botoli malnati o bastardi. In -mezz'ora la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, feriti, tutti -furono precipitati nella gran cisterna del cortile. Quando il giorno -dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le colonne salvatrici — i mariti, i -padri, i fratelli delle vittime — delle trecento vittime non restava -viva che un'indigena, l'aya (governante) dei due gemelli di Sir -Sotten. E a lui che l'interrogava, che la scrollava alle spalle, perchè -parlasse, essa rispondeva sghignazzando, abbracciando il tronco d'un -palmizio sul quale s'alternavano ciocche bionde e grumi vermigli. La -povera donna era demente. - - * - -E delle cose atroci come delle cose oscene. La fantasia si ribella e -la penna si rifiuta. Ma è pur necessario ricordare quell'ora per poter -comprendere la misura alla quale salì la vendetta degli Inglesi, e -per poter perdonare ad un popolo europeo le atrocità che seguirono: -gl'indigeni «cannoneggiati» in massa, i bramini torturati e appiccati, -dopo averli costretti a mondare con la lingua l'ultima traccia di -sangue dal luogo del massacro. Ahimè, la vita è non solo soffrire, ma -far soffrire; e la storia del mondo c'impone questo dovere crudele: -fare agli altri il male che è fatto a noi. La repressione salì a -tal segno che in Inghilterra stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò -gridando: — Ricordatevi che quelli erano turchi e bramini e che noi -siamo cristiani! - -E la pietà cristiana ha convertito in un giardino il luogo del massacro. - -Ho visitato i giardini delle Memorie (Memorial Gardens) e non è -traducibile a parole il senso che si prova tra quelle ruine fiorite, -la vibrazione che ha l'anima passando dal brivido dello sdegno a -quell'indulgenza ineffabile che assolve di tutto. Vicino al forte -William sorge la chiesa commemorativa, sacra al nome di tutte le -vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima un lupanare indigeno, poi -un macello di donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate di clematidi, -di liane, d'orchidee, e custodite intorno da una ringhiera di ferro -come i luoghi memorabili e sacri. - -Il _Fatal Weell_, la cisterna ottagonale dove furono precipitati -i corpi palpitanti, fu lasciata com'era, mascherata soltanto da un -mausoleo di squisita fattura. L'edificio è ottagonale, com'è ottagonale -la cisterna, a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra una base -a grandi scalee, e farebbe pensare ad un angolo cimiteriale del -Devonshire, se il giardino, intorno, non profilasse i tronchi multipli -dei banani, simili ad immensi polipi capovolti, o gli svelti flabelli -delle palme Palmira. - -Sulla grande scalea che accede al mausoleo un immenso angiolo di marmo -candido — _Angel of the Resurrection_ — prega a capo chino, le mani -congiunte, le immense ali incrociate; e sul cartiglio sono scritte le -parole della Suprema Indulgenza, che non si possono leggere senza occhi -lustri. - - _Traveller, pray for us and our murderers!..._ - - (Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...) - - - - -Il fiume dei roghi. - - - Benares, 23 febbraio. - -— Benares.... il Gange.... - -Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente -risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo scenario della Città -santificata. - -— Il Gange.... Benares.... - -Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni — da quelle -deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne e sentimentali -di Pierre Loti — per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo -attesa con occhi miei. Vano è scrivere, vano è leggere; una bellezza -non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma wildiano -è giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se -risalgo alle origini prime della mia memoria vedo la città sacra in -un'incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è -così chiaro che il sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà d'oggi -mi par sogno.... - - * - -— _Slowly!_ Adagio, più vicino, — ripeto di continuo al barcaiuolo -frettoloso. - -Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L'interno -della città è un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio di tutte -le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta -la sua bellezza verso le acque deificate. - -La mia barca costeggia i _ghati_: così si chiamano i gradi più bassi -delle immense scalee. La stagione asciutta scuopre la città quasi alle -fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le -teste elefantine dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue -massiccie destinate ad un'immersione annua di molti mesi e patinate ora -da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora -la città fluviale, indica il regno delle acque fino all'altezza di -venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica -architettura. Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva -lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva sinistra del -Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole -panciute, minareti maomettani, chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è -tollerato in questa «Terra dell'Indulgenza» pur che si creda. Tu non -dirai che la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io -sono nella verità, colui non è nella verità.... - -Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le -verande, le specule, le infinite finestre tutte rivolte verso il -fiume, ecco le strane «cupole a pigna», così caratteristiche nella -architettura indiana. Gran parte dei superbi edifici appartengono a -marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come -nel Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra -Santa, così i signori indiani visitano Benares una volta all'anno o si -ritirano in vecchiaia per esalare l'anima in cospetto del Fiume-Dio -che assolve di tutto. È risaputa la credenza; colui che muore a -Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, è -dispensato dal martirio d'ogni reincarnazione, raggiunge la felicità -dell'Increato. Malati, diseredati, vecchi d'ogni genere giungono dalle -contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette -nevose del Cachemire, per aver pace nel seno di Brama. - - * - -Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina. Il sole illumina -obliquamente la zona più alta degli edifici; accende l'oro superstite -delle cupole e delle guglie attorno alle quali nugoli neri, verdi, -rossi di corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano salutando la luce -con un inno assordante. E tutto ciò che vive scende verso il fiume. -Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, dalle immense scalee -che danno alla riva del fiume non so che profilo assiro o babilonese, -scende una folla varia, densa, incessante; uomini, donne, fanciulli, -vecchi, giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano ghirlande di fiori; -grosse magnolie, gardenie, corolle sconosciute dal profumo acutissimo, -infilzate come rosarii, e prima di scendere nell'acqua le gettano al -fiume, pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete, i velluti sono -appesi a cespugli o sotto certi ombrelli immensi, senza nervatura, -simili a funghi singolari; gli uomini entrano nell'acqua quasi ignudi, -le donne conservano una lunga tunica che dopo la prima abluzione -aderisce alla pelle e rivela più ancora l'ambra delle carni, l'armonia -delle forme stupende. E tutti pregano e meditano. Meditano su che? La -mia barca passa loro innanzi, deve deviare per non urtarli, ma quelli -mi fissano e non mi vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro anima è -perduta negli abissi dell'ineffabile. Strana città dove tutti credono! - -Perchè molti di costoro non sono fachiri, nè santi, nè pellegrini. Sono -uomini di venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani, mercanti, -soldati, operai che risaliranno le scalee per riprendere la lotta -consueta, che rientreranno nella vita, ma che ogni giorno, due volte al -giorno, scendono nella morte, s'immergono nel fiume a colloquio con la -propria anima, per prepararsi quotidianamente al trapasso inevitabile. -Odioso confronto con i nostri uomini, con i nostri _borghesi_ -occidentali che ignorano ogni cosa dell'anima, deridono ogni scienza -dello spirito, bestemmiano Dio, ostentando un ateismo fatto più odioso -dal vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora! - - * - -Turba infinita che sempre si rinnova, magnificenza di bronzi cupi, di -bronzi chiari, di forme stupende! Ma non tutto è forza e giovinezza. -Gli aspetti della vecchiaia, della malattia, della morte, così -necessari alla perfetta meditazione buddista, offrono sotto questo -cielo magico un contrasto non descrivibile. Poichè è bene ricordare -che gran parte di questa folla è qui giunta per morire, per «morire -in salute» come mi spiega con bisticcio atroce il buon rematore. -Tutti i più crudeli martirii con i quali Siva distruttore ritorna al -nulla la povera carne umana si son dati convegno sulle rive del fiume -luminoso, offrendo al visitatore un campionario strano, interessante -come la nuova flora, la nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali -(_framboesia_, _albinite_, ecc.), che disegnano le pelli bronzate -di chiazze candide e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi, -di zebrature ondulate; piaghe orride, tumori che hanno corroso un -torace, mettendo a nudo i precordi lividi o hanno corrose le gote -scoprendo tutta la dentatura candida in un sogghigno che non si potrà -dimenticare più mai; elefantiasi che tumefanno le gambe, il seno, le -pudenze in modo incredibile, tanto che la vittima sembra scomparire tra -otri immensi e non può muoversi senza il soccorso di qualche devoto, -portatore del singolarissimo pondo. Un gruppo di questi miserabili è -adunato intorno ad un santo ancora giovane, dalla bruna barba divisa, -dallo sguardo di fiamma; che può mai predicare quel veggente per -consolare tante miserie, per far tacere i gemiti di quel carname senza -nome? Forse ripete a quei moribondi le parole dell'Illuminato: «.... il -saggio si rallegra della sua carne che si sfascia, come il prigioniero -impaziente si rallegra della prigione che si schiude. Beata la musica -che si diparte per sempre dallo stromento, beata la fiamma che si -diparte dalla fiaccola, beata l'anima che abbandona la carne...». - - * - -Passiamo oltre. Il sermone non è per noi. Mai come oggi mi son sentito -schiavo della apparenza, innamorato folle di tutto ciò che è forma, -colore, ombra, luce: bellezza viva, preda della morte. - -La città è interminabile: ancora templi, ancora torri, terrazzi, -scalee. Intorno, sul fiume galleggiano infinite le ghirlande votive -e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, gli occhi abbaglianti, -le chiome nere lucenti formano tra il riverbero dell'acqua e lo -splendore del sole un musaico a chiazze vive come nelle tele di certi -impressionisti. Lo sguardo si stanca. Passiamo in una zona d'ombra -riposante, lungo i ghati interminabili. L'acqua lenta orla di bava -sordida i cubi di granito decrepito. Un fetore sinistro di fiori -maceri, di carne putrefatta, di umidità febbricosa e di pestilenza -mi fanno ricordare — con un brivido — che da questo focolaio unico -si dipartono a quando a quando, nei secoli, il colera, la peste, -i peggiori flagelli del mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco -di palma morta che ha fatto diga nel pattume e contro vi s'accumula -una putredine varia: ghirlande di queste corolle carnose che l'acqua -converte in viscidume fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone, -rami, un osso candido, una tibia umana che il remo solleva lentamente: -un misero avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. E poco oltre la -Marayana di Kandaba fa le sue abluzioni sotto un baldacchino sorretto -da quattro servi in turbante; intorno le sue donne reggono le vesti, le -collane, l'immenso pettorale di gemme, mentre l'augusta sovrana — una -pingue signora attempata — immerge nel fiume le carni vizze, fa coppa -delle mani, beve l'acqua fetida alternando ogni sorso con un breve -gesto d'offerta verso il Cielo. - -Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, cerca nel pattume gli -avanzi del legno e del carbone; oltre ancora alcune donne immergono le -anfore di rame lucente, di classica forma, e equilibrandole sul capo -con l'una mano, s'avviano verso la sponda, l'altra mano al fianco, -onduleggiando le anche con un incedere di procace eleganza. - -Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra piattaforma di roghi — sono -molte, ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri templi, altri -palazzi dominanti il fiume dall'alto come castelli feudali. Strana -città rimasta intatta nei millennii, intatta nella sua pietra e nella -sua fede! Altre città favolose esistono al mondo, dinanzi alle quali -si esalta la nostra fantasia; ma sono il fantasma di quelle che furono. -Benares è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani. Quando in Grecia -si celebravano i riti dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, quando -Tebe offriva olocausto a Ita, Benares già splendeva sulla riva del -Fiume-Dio, come oggi; come oggi la sua folla scendeva nelle acque sacre -a meditare il mistero del divenire. - - * - -Un'altra piattaforma che si protende sul fiume: un'altra serie di -roghi; ma son quasi deserti in questa stagione salutare. Quale carname -in fiamme deve fornire a queste rive l'ora della peste! - -Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda. -Fluttuanti nel sudario candido per l'ultima abluzione di rito. Un -altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si -protendono fuori delle fiamme, contratti, le dita divaricate come in -uno spasimo estremo; saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè -è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il -fiume, simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi non sono grandiosi. - -La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni -cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: i roghi -dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che -sa lo squallore. I roghi sono piccoli, simili a lettucci, a fornelli -in cemento, appena capaci d'un corpo umano, e il legno si direbbe -misurato con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli -addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere è tolto -dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di -cemento tra due strati di legno sottile: un indù versa una piccola -latta d'olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro -lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la -cremazione, armati ognuno di una lunga spatola ricurva con la quale -respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore; -i quattro messeri in bianco, chini sul braciere modesto, con quei -cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati, -e non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa -indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna venerazione pel -corpo quando l'anima s'è involata per sempre. Una sola cura frettolosa, -darlo alle fiamme, ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni -rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove siede la -famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante; -i congiunti assistono all'incenerimento per vigilare che il rito sia -compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la cenere -sia data al fiume. - -Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni, -bellissimo, falciato dalla morte d'improvviso, poichè il volto ha la -calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle -chiome bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco -irrigidita. Un uomo — il fratello forse — una donna ancora giovane — -forse la madre — assistono all'opera, scambiano con gli addetti poche -sillabe, discutendo certo sulla resina che la donna annusa e trova -di qualità non buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta, -il profilo perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio, -le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto candido -dell'occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa -il cuore fissando quel volto adolescente, fissando l'altro volto -di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno e -nell'altro — attraverso le remote analogie d'un'unica stirpe — i volti -di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto, -questo specchio dell'io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i -capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non possiamo concepire -il ritorno d'un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la -sua voce. La nostra religione (con un dogma tra i più medievali e -puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa nostra -illusione promettendoci la _resurrezione della carne_. - -Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire -si sono già detto addio. Si sono rassegnati serenamente, dai tempi -dell'origine ariana, a questa disperata certezza «_Nulla è; tutto -diviene_». L'io ed il non io sono il frutto d'una mera illusione -terrestre. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la -calma di questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo -il piccolo elefante d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo di carte: -preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! E tutto -questo fa senza una lacrima, senza che una fibra del suo volto abbia -un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai -di quell'altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si -strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo unico figlio. E -i yogi — si racconta — cercavano invano di richiamarla alla verità, -di strapparla al demone dell'illusione. E tanto era lo strazio della -donna che, per il potere d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere già -disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia. -Ma il principe giovinetto s'alza sulla catasta, respinge la donna con -un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: «Chi mi chiama? Chi mi -strazia? Dove sono? Chi ha spezzato in me l'armonia della Ruota? In -quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi per madre -questa forsennata? Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, ulula -in lei!». Così parlato il giovine ricade resupino e l'anima s'invola -nell'ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò -penitente fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista, -ed ebbe la grazia somma d'essere illuminata da Gotamo in persona, come -racconta il poeta Kalidasa.... - - - - -Il vivajo del Buon Dio. - - -I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno -gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi -tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena -sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, o -Rangoon. Incredibilmente numerosi, più numerosi dei colombi di Venezia, -i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di -cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi -piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche -monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie -della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono -i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne -sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, -contro i quali non vi difende nessun _policeman_ volenteroso. - -Il viaggiatore, che è innalzato in _lift_ ad una delle linde stanzette -degli immensi _hôtels_ tropicali, resta sbigottito dinanzi agli -avvisi delle pareti: _Guardarsi dai corvi._ — _Abbassare le grate -prima di uscire._ — _Non abbandonare gioielli._ — _Il padrone non -prende responsabilità di sorta_, ecc. — Sembra incredibile, ma ci si -ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora della siesta -e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un -indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia, -trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi -dei palmizii, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della -Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria -lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore. -Silenzio. Non s'ode che il ronzìo del congegno e l'altro romore che è -la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi -paesi al fragore del mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: così -monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla -putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra -discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire! -Morte! Morirai!_ - -— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie dannate! E intanto si dorma.... - -Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia una strano -romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo -curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande -finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza -leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora. -Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull'impiantito. Sono corvi -(_corvus splendens?_) più piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con -una penna bianca nell'ala estrema, così buffi di forme e di movenze! -Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno proteso in avanti, l'altro -eretto verticale, in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, simili -veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La -Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia, -ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira -che il demone della curiosità, del rischio, del ladroneccio. E i -cinque ladruncoli s'arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle -bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti, -tirano concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano e questi -cominciano a pellegrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque -becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che -s'era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d'ali ed una fuga -precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano -con un balzo, s'innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in -bell'ordine sull'asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate, -li invitate ad uscire, li minacciate con l'ombrello — troppo breve! — -ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete nè un bramino, -nè un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza -rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il -boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l'ombrello, batte -le palme protese e i cinque appollaiati — riconosciuto l'uomo che non -uccide — attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi. - -Tutti gli animali hanno in India una incredibile familiarità con -l'uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i -cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre -mani, pieni di una francescana fiducia: ma nei corvi e nelle scimmie -la famigliarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo; -certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e -che l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi con palese rancore. -E l'uomo, a sua volta, tollera i corvi delle immense capitali; essi -mondano le vie da ogni sozzura prima che questa si decomponga nel sole -ardente, lacerando, inghiottendo tutto, anche la carta fracida, i cenci -logori, i frantumi di vetro. Dopo qualche giorno diventano simpatici: -offrono all'osservatore scene impagabili, strani motivi di psicologia -animalesca. Certo nessun uccello è più scaltro; basta osservarne -l'atteggiamento vario di fronte alle varie persone. Verso sera, quando -il thè delle cinque anima di veli e di sete, di occhi azzurri e di -capelli biondi ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda d'_hôtel_ -e di _bungalow_, le falangi nere scendono da ogni parte, con un -gracidìo querulo e sommesso, quale si conviene ad accattoni questuanti. -Accerchiano i tavolini svolazzando, saltellando, tutti col becco -proteso, abbastanza lontani per sfuggire alla mano, abbastanza vicini -per ghermire a volo il biscotto o la buccia di banana. E intuiscono -la buona o la mala accoglienza, non s'accostano dove ci sono uomini, -mazze, ombrelli, prediligono i tavolini delle signore e dei bimbi. - -Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno, non sono accattoni, ma -despoti; nelle _native-towns_ che si estendono dopo le città europee, -fanno vita quasi comune con l'uomo, entrano nelle case, noncuranti -di qualche minaccia impaziente, ben certi del patto millenario: «non -essere uccisi». Adorabili scenette dei sobborghi indigeni! Una bimba -— un idoletto di bronzo ignudo, di non forse tre anni — esce da una -bottega stringendo una coppa di riso bollito, corre verso la madre -che l'attende sulla soglia della casa opposta. A mezza via venti corvi -le sono sopra; punto impaurita dalla cerchia delle ali turbinose, la -piccola si piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi fino a -terra, alzando nel sole, contro l'ingordigia dei nemici, una parte che -non è precisamente la faccia. E la madre sopraggiunge, libera la bimba, -disperde gli assalitori, non senza aver dato in offa una manciata di -riso. Entrambe rientrano in casa, sorridendo tranquille, come allo -scherno consueto di buoni amici. Altre volte la vittima non è un bimbo, -ma una scimmia. I corvi turbinano in alto, spiando un gruppo di scimmie -che ha rubato una noce di cocco sul mercato vicino; seguono quella più -prepotente che l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è riuscita a -spezzarne il frutto legnoso, nell'istante in cui sta per portare alla -bocca il gariglio candido, i corvi piombano su di lei, le strappano il -tesoro, la lasciano ringhiosa, a mani vuole, tra lo schiamazzare delle -compagne. - -Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle città indiane, ma non -infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle -città nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono più detestate dei -corvi. Una frotta quadrumane può in una notte scoperchiare una villa, -togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano, -andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommità di -un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano -un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per -solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati, -dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa. -Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di -catie, s'aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano, -noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte -le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule; -ma se passa un europeo, un'automobile, una cosa nuova qualunque, le -code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via, -con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosità. È infinita la -varietà di creature tollerate o protette o venerate in questo vivaio -del Buon Dio. Sulle vetrate degli alberghi, anche eleganti, corrono -certe lucertole gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa, aderenti -al vetro e che l'albergatore vi prega di non molestare. I passeri -bengalini, rossi spruzzolati di bianco argento, invadono a centinaia -le verande e le sale, vengono a beccare le bricie sotto i tavoli del -thè; le manguste, simili a faine fulve, passano guardinghe lungo i -corridoi, vigilando — per un dono strano di immunità — le vite umane -dall'ospite terribilissimo: la _naja tripudians_: il cobra dagli -occhiali. Ed ecco le creature enormi, le più simpatiche di tutte: gli -elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosità, -una bontà che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di -lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come -vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con -non altro di libero che le zanne, la proboscide, le orecchie zebrate: -elefanti da lavoro, più intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla -pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle -fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno visto tre generazioni -d'uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi. -S'incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati -da nessun _cornac_, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci, -quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso -o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di -granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il lungo cammino -per ricevere un altro carico. Il loro passo s'annunzia di lontano -con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono -ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono — se -l'hanno libera — la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono -una monetina — un'_anna_, mezz'_anna_ — sostano alla prima bottega -campestre, la depongono per avere in cambio dall'indù una focaccia -di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza è -inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, quasi perduto nella -mole della testa, s'alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza -derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che -dico, che intuiscono ciò che penso; e non so come dimostrare loro la -mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la -proboscide ruvida come un tronco, l'estremità delle orecchie logore, -strappate come vecchie gualdrappe di cuoio. - -E altre creature vi sono, ripugnanti e malefiche: e le più malefiche -sono le più venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia bramina, -divinizzato in marmo e in metallo in tutti i templi, è salutato con -uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro dal contadino indù che -l'incontra attraverso un sentiero di campagna. - -Ogni tempio ha negli stagni liminari legioni di testuggini e di -coccodrilli decrepiti e venerati. Il pasto dei coccodrilli sacri è -una delle grandi curiosità offerte al forestiero e che si ripete con -rituale identico nei templi di Giaissur, di Ambex, di Tuadura. Un -custode scende alle ultime scalee, seguito da un servo che reca un -cesto di carne putrida; batte con un crescendo fragoroso un disco -di rame, ed ecco sollevarsi pigramente le grandi foglie di ninfea e -di nelumbo, ceco apparire tra i calici rossi dei nenufari i mostri -spaventosi, simili a carcasse di vecchio metallo corazzato e borchiato, -dai denti gialli, radi, aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle -formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio dall'acqua intorno al -custode, il quale lancia brani di carne legata ad una corda, perchè non -venga ghermita a volo dai nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore -nauseabondo. - -L'Inghilterra che tollera tutto, tollera anche questo. Tollera anche -l'_Ospedale degli animali_, in Bombay, che è il non _plus ultra_ del -genere, l'esponente massimo di questa filosofia bramina, così opposta -alla nostra, educata al cristianesimo il quale riduce ogni divinità -all'uomo soltanto e fa di tutto ciò che vive sulla terra una materia -sorda, condannata senza speranza. - -L'ospedale degli animali — un recinto-parco che costa centinaia di -migliaia di rupie — accoglie tutti gli animali ammalati perchè possano -guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che -l'europeo non s'indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di -piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, -coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, -senza pelo: una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice. La nostra -pietà occidentale insorge, domanda sdegnata perchè non si dà a quelle -povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose -di cloroformio. - -— Perchè non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia. - -— Ma vivere a che? - -— Per soffrire. - -— E soffrire a che? - -— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre più dalla -materia attraverso il peso della materia, per spegnere, nella ruota -d'infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che -ci condanna a ritornare in vita. - -E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell'Universo come -la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l'uomo -non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza -immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che -ignoriamo e che non è forse se non la pace dell'Increato? - -Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma -che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico -come un San Francesco di bronzo, non ci può far sorridere come il -nostro orgoglio occidentale vorrebbe. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Le grotte delle Trimurti Pag. 1 - Le Torri del Silenzio 21 - Goa: “la dourada„ 39 - Un Natale a Ceylon 63 - Da Ceylon a Madura 79 - La danza d'una _devadasis_ 99 - Le caste infrangibili 119 - I tesori di Golconda 133 - L'Impero dei Gran Mogol 149 - Agra: l'immacolata 171 - Fachiri e ciurmadori 185 - Giaipur: città della favola 197 - L'olocausto di Cawnepore 215 - Il fiume dei roghi 231 - Il vivajo del Buon Dio 249 - - - - -DEL MEDESIMO AUTORE: - - _I colloqui_, liriche. In-8, copertina disegnata da - LEONARDO BISTOLFI L. 4 — - - - - -PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: =Quattro Lire.= - - -GRANDI VIAGGI ILLUSTRATI - - _Viaggi in Africa_, di =S. A. R. Elena di Francia Duchessa - d'Aosta=. Sontuoso volume in-4, di 380 pagine di testo e 253 - pagine di incisioni, in carta di gran lusso, col ritratto della - Duchessa d'Aosta in eliotipia, colla sua firma autografa e una - carta geografica a colori. L. 30 — - - — La stessa opera, testo francese. L. 30 — - - _Nella terra dei Negus._ Pagine raccolte in Abissinia dal dottor - =Lincoln De Castro=, addetto alla Regia Legazione d'Italia in - Abissinia. Con prefazione di S. E. il Marchese RAFFAELE CAPPELLI. - Due volumi in-8, di compless. 900 pag., con una carta geogr. e - 400 incis. fuori testo. L. 25 — - - _La Missione Franchetti in Tripolitania._ Indagini - economico-agrarie della Commissione inviata in Tripolitania dalla - Società Italiana per lo Studio della Libia. Un volume in-8, di - 610 pagine, con 46 incisioni nel testo, 332 fuori testo e 2 carte - a colori. L. 15 — - - _Il Giappone nella sua evoluzione_, di =Adelfredo Fedele=. Studi e - ricordi d'una campagna nell'Estremo Oriente compiuta con la R. - Nave _Vettor Pisani_ durante gli anni 1903-04. Un volume in-4, - di 216 pagine, con 20 incisioni e 6 grandi quadri a colori. L. - 10 — - - _La Cina contemporanea_, di =Giuseppe de' Luigi=. Un volume in-8, - con 140 incisioni fuori testo. L. 7 50 - - _Nel Marocco, Ricordi personali di vita intima_, di =Lena= - (MADDALENA CISOTTI FERRARA). Un volume in-16, con 15 incisioni - fuori testo e il ritratto dell'autrice. L. 4 — - - _Il passaggio Nord-Ovest: il mio viaggio al Polo sulla «Gjöa»_, di - =Roald Amundsen= (1903-05). Un volume in-8, di 640 pagine, con - 140 incisioni e 3 carte geografiche a colori. L. 10 — - - _La scoperta del Polo Nord_, del contramm. =Roberto Peary= - (1909). Un volume in-8, di circa 400 pagine, in carta distinta, - illustrato da oltre 100 incisioni, da 8 tavole a colori e da una - grande carta. L. 15 — - - _Verso il Polo Sud_, del Cap. =S. A. Duse=. Memorie della - spedizione antartica diretta dal professor O. Nordenskjöld - (1901-1903). Tn volume in-8, con 148 incisioni e carte - geografiche. L. 5 — - - _Alla conquista del Polo Sud. Il cuore dell'Antartico_, del - luogotenente =E. H. Shackleton= (1907-09). Due volumi in-8 - grande, di 914 pagine, con oltre 300 incisioni, 12 tavole a - colori, e una grande carta che segna la presente e le passate - spedizioni al Polo Antartico. L. 30 — - - _La conquista del Polo Sud._ La spedizione norvegese del _Fram_ - verso il Polo Australe (1910-12), di =Roald Amundsen=. Due - volumi in-8, con 8 tavole a colori, 67 tavole in nero, 115 - incisioni intercalate nel testo e 4 carte geografiche a colori. - L. 25 — - - _L'ultima spedizione del Capitano Scott._ Diario del Capitano - Scott con i rilievi scientifici del dottor E. A. WILSON, e dei - superstiti della spedizione, e prefazione di sir CLEMENTS R. - MARKHAM. Due volumi in-8, di complessive 730 pagine, illustrati - da 90 tavole fuori testo e una carta geografica a colori. L. - 15 — - - _Dalla Persia all'India attraverso il Seistan e il Belucistan_, - del dottor =Sven Hedin=. Due volumi in-8, di 960 pagine, con 285 - incisioni. 6 tavole colorate, 2 carte geografiche, e il ritratto - dell'autore (1911). L. 25 — - - _Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet_, del dottor =Sven - Hedin=. Due volumi in-8, di complessive 1010 pagine, con 397 - incisioni, 2 panorami, 8 tavole a colori e 10 carte (1910). L. - 25 — - -_Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves Editori, in Milano._ - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - -***** This file should be named 50996-0.txt or 50996-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/0/9/9/50996/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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