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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Verso la cuna del mondo - Lettere dall'India - -Author: Guido Gozzano - -Release Date: January 22, 2016 [EBook #50996] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - [Illustrazione: Guido Gozzano.] - - - - - GUIDO GOZZANO - - - Verso la cuna del mondo - - LETTERE DALL'INDIA - (1912-1913) - - - _Con prefazione di G. A. BORGESE - e il ritratto dell'autore_ - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1917. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per - tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ - - Copyright by Fratelli Treves, 1917. - - Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che - non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. - - Milano, Tip. Treves. - - - - -È bene che il lettore, chiuso questo libro del nostro caro morto Guido -Gozzano, indugi un poco prima di giungere ad una conclusione sul suo -significato e sul suo valore. - -Udrà allora molti suoni fievoli e sordi comporsi in una triste armonia -seduttrice; vedrà molte macchie di colore, che parevano buttate a -caso, connettersi pei margini e formar quadro. Le tinte, elementari e -franche, parevano, finché leggevamo, giustaposte. Il ricordo le modula, -così come fa la distanza per certe tele del Segantini o del Previati. - -Da principio non si vede altro ordine e legge che quelli della -curiosità esotica. Si pensa a un De Amicis meno colto e ardito, -a un Barzini meno esperto e potente. L'Italia deve molto a questa -strana categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo secoli di piè di -casa, di provincialismo non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova -e avida di novità, un po' giapponese per l'ansietà d'avvenire, un -po' americana per il disdegno delle catene tradizionali. V'è già un -accenno di futurismo in questo viaggiare per viaggiare, così diverso -dai viaggi intimi e psicologici dei romantici, in queste esplorazioni -del settentrione e dell'Oriente, delle capitali brumose e dei fronti -di battaglia. Sciami di circumnavigatori e di grandi reporters, -ritornando in patria, non contribuivano soltanto a introdurvi il -_whisky and soda_ e il rasoio automatico; ma anche un certo numero -d'impressioni fresche e d'idee elastiche, utili per mettere bene a -fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; ed anche un certo numero di -parole giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, delle quali -la tecnica sperimentale delle nuove scuole poetiche ha fatto un'orgia, -ma che daranno qualche buon frutto nella poesia di domani. Lo stesso -d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio di Corrado Brando e degli -Ulissidi, si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, ch'era già -preannunziata nel Carducci innografo della locomotiva. - -Il Gozzano del viaggio in India desume le occasioni e i metodi da -questa scuola. Ma, dentro di sé, è assai più romantico e sentimentale, -con molto maggiori affinità ai viaggiatori sterniani. In India cercava -soprattutto se stesso, il se stesso fisico e morale: un po' di buona -salute, un po' di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina vagamente -intravveduta del nirvana, e forse un ampliamento del suo dolce -orizzonte canavesano. Cercava anche le farfalle — ch'egli adorava, -egli così magro e fragile e occhiuto, egli così simile a una povera -farfalla dall'ali bruciate —: le farfalle sotto archi anche più grandi -che quello di Tito. - -I suoi tentativi d'interessarsi alle cose esterne, quali sono -realmente, non mancano: ma scissi, deboli, abbandonati ben presto quasi -col gesto pallido e febbrile con cui l'incurabile rifiuta la pozione -accostata alle labbra in una velleità di speranza. Né la salsedine può -rifabbricargli i polmoni, né le lontananze esotiche possono nutrirgli -l'anima che ha ormai compiuto il suo ciclo e si consuma in sé medesima. -Non ignora certo Kipling, eppure non lo ricorda mai, perfino temendo -la vicinanza di quell'imperiale britannico appetito di esistere; e -i suoi occhi, già colmi di penombra, non sostengono le policromie -fragorose che Gauguin cercava pei mari australi. Ammira gl'inglesi -conquistatori e organizzatori, senza che questa ammirazione oltrepassi -l'accento giornalistico e tocchi la soglia della storia. Ha appreso lì -per lì, non senza sazietà e noia, le alcune cose che ci riferisce; e a -lui, così vicino al gelo dell'eternità, la storia non è ormai che una -lacrimevole commedia di equivoci in uno scenario orpellato. E tale gli -era parsa, anche prima, immutabilmente; e non v'è nulla che neghi il -carduccianesimo epico quanto _l'Amica di Nonna Speranza_: obbiezione -nichilistica pronunciata con tanto più radicale decisione quanto più -semplice e cordiale vi è la modestia del discorso. Perciò quasi non gli -costa fatica la lealtà di confessare che, prima di sbarcare in India, -confondeva i Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione d'ignoranza, -nessuna pretesa di sapienza. Le cose che guarda sono spesso «buffe -ed assurde». «Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti -palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo, -buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendio -come dinanzi ad un aereodromo, a un ippodromo occidentale...» Tra -l'incomprensibile passato e l'impossibile avvenire egli vacilla in -un'ondulazione inconsistente — che è il ritmo lirico di queste sue -prose — come uno che vada innanzi, su una passerella tarlata, certo in -cuor suo che da un istante all'altro cadrà nell'abisso. - -Poi tornò in Italia. E vennero i giorni di questa immensa -rappresentazione storica. Bisognava credere nella realtà della storia, -o sparire. Ma egli, Gozzano, già da tanto tempo amava le farfalle, il -simbolico animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. Già da tanto -tempo aveva detto addio alle donne, agli amici, alle immagini care. -Partì silenzioso — per un viaggio più lungo — verso il mitico buio -Occidente, questa volta, ove tramonta il desiderio. - - * - -Anche allora, in India, aveva sperato questa pace. Sapeva delle -dottrine orientali, vagamente. Ma era troppo stanco e sfiduciato per -un pellegrinaggio ascetico; e, in fondo, soffriva troppo per imporsi -penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la ruota delle cose» e fu -celebrato il silenzio, udiva invece il frastuono di una barbarica -idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente riconoscere d'essere troppo -artista perché gli riuscisse facile la condanna dei sensi. - -Un odore di sensualità esotica circola qua e là per queste pagine. Ma -ha qualcosa di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato da acredini -di preziosa putrefazione. «Mi sono avvezzo agli strani frutti che si -spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa -di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da -un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si -direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma, -polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi -nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti -come le tinte intraviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il -fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana -emana un odore fetido insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, per -associazioni forzose e istintive cui vediamo seguire sul suo viso un -pallore madido, una contrazione di agonizzante, appanna anche altre -volte il desiderio della vita con l'alito della corruzione. Ecco la -danza della Devadasis, ed ecco le due misere cortigiane francesi che -vorrebbero prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni prima. -Ecco nudità intravvedute, così perfette che il poeta s'esalta, -riconoscendosi puro e immune di lascivia: od ecco lo stridulo ricordo -di Madame Angot. - -La volontà di vivere era già quasi esausta, e il desiderio di morire -tardava ancora. Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, povero caro -fanciullo esangue, davanti al focherello malcerto della sua vita, come -già lo vidi, in una giornata di nevischio, davanti al camino della -_salle à manger_, in un alberghetto di montagna, ove, prima che in -India, era venuto a cercare un po' di salute. - - * - -Lo ricordo ancora altrimenti, come lo vidi in un giorno d'agosto -1913, in riva al mare ligure. La memoria del bene che mi volle e -della stima ch'ebbe per me (gli parevo un luminare di scienza: caro, -umile, timoroso fanciullo che temeva i còmpiti e riveriva i professori -e i primi della classe!) è fra le cose buone e nobili che m'ha date -la vita. Era venuto per vedermi e parlarmi. Aveva ancora il volto -abbronzato dal lungo viaggio, con una maschera illusoria di floridezza. -Parlava piano, fissando la lontananza e il queto Occidente che -s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. Progenie di Leopardi, aveva -varcato la siepe, aveva navigato verso l'infinito. Era freddo, deluso, -risoluto. - -Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; nella pellicola -cinematografica, pel suo pane; in qualche amico. Anche, soprattutto -nella poesia; ma in una poesia fatta _sibi et paucis_, stampata -in pochi esemplari non venali, condotta fino all'ultima nudità -d'espressione, ridotta a sé medesima: senza risonanza pratica e senza -gloria. Mi parlò delle poesie, candide e ignude, che aveva scritte in -India: e che non conosco. - -In questo volume non mancano echi di canto. Vi è il Tai-Mahal coi -suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' di quel -«soprannaturale» che sperava di trovare in India); vi è Giaipur -(«nessuna cosa è più inutile di questa grande città color di rosa» -— «mi ricorderò di Giaipur...»); e quella pagina dei frutti e dei -fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). E v'è «la demenza beata -che accompagna le agonie senza fine di certi consunti», e, sulla -fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: «l'altro romore che è la -nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi -paesi al fragore del mare o dei torrenti: il gracidìo dei corvi così -monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla -putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra -discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire! -Morte! Morirai!_». E v'è, soprattutto, quell'occulta accentuazione -lirica che sorregge tutta questa prosa piana; ma l'una e gli altri, -la musica occulta e gli echi percettibili, indipendenti dalla volontà -dello scrittore, permeati nella quieta e modesta prosa quasi suo -malgrado. Giacché non amava più (non aveva forse mai amato) questi -intarsî equivoci, e spregiava, senza indignazioni oratorie, le cose -brillanti da bazar. Qui voleva dare notazioni semplici e opache, -diarî di curiosità forestiere, per molti lettori: un po' di buona -cinematografia, se si vuole. La poesia doveva essere altrove, nella sua -anima e nel suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. Doveva essere, -ormai, tanto più schiva quanto più veritiera: una nudità pudica che non -si mostra in piazza, una lealtà che non ricorre all'enfasi, perché non -le giova di persuadere le folle. - -Ho già detto pocanzi la parola lealtà per Gozzano. E non mi dolgo della -ripetizione. Soprattutto per questo egli è e rimane un maestro: per -avere contribuito a restaurare nella nostra lirica il gusto del parlare -sobrio e a bassa voce, del riferire l'esperienza interna qual'è, del -collocare il valore poetico nell'accentuazione più che nel lessico: per -aver dunque lavorato a rimettere in onore la verità dell'emozione e la -lealtà della parola. - - _Parigi, aprile 1917._ - - G. A. BORGESE. - - - - -Le grotte della Trimurti. - - -Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei»: è forse -la più bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in -minimo spazio i motivi esotici più interessanti pel forestiero. Ma -difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo -ospite; trova di miglior gusto condurvi alla spettacolosa sala di -_skating_ (sì, hanno il coraggio di darsi a questo sport, con una -temperatura minima di trenta gradi), o all'unica _matinée_ che dà -la Cleo De Merode, di passaggio per Bombay alla volta del Siam, con -un plutocrate innominato, o al gigantesco teatro cinematografico -dell'Esplanade, dove al soffio — ohimè! vano — di trenta ventilatori -la vostra nostalgia d'italiano sussulta vedendo apparire a sfondo di -qualche _film_ poliziesco il Canal Grande, il Pincio, il Valentino. -Ma veramente non si viene in India per questo. Non è facile l'arte del -Cicerone perfetto, del duca ideale nel proprio paese; le cose vicine, -anche bellissime, non si vedono più; e l'inglese non pensa a farvi -vedere l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo prima di proporre -la baedekeriana gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli inglesi -vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all'amore. -Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall'isola di Bombay -all'isola d'Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti -e da coppie amorose: viaggio al paese di Cuccagna, _embarquement pour -Cithère_.... - - * - -Ma oggi non è domenica, e lo _steam-lunch_ è quasi deserto. Non è -domenica, e l'immensa rada di Bombay non è paralizzata dall'inesorabile -riposo festivo, offre tutta la policromia gaudiosa, la bellezza -varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande -metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra -i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi, -olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi: -colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell'ultima civiltà; -altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una -sola grande vela, che osano attraversare l'Oceano Indiano dall'Africa -all'India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di -monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti che fingono -di ignorare ancora l'istmo di Suez, poichè la tassa di transito che -si paga a Porto Said varia dalle trenta alle cento e più mila lire, e -ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l'Africa, l'Arabia, -la Persia; velieri panciuti, d'una tinta uniforme di vecchio legno -fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, così decrepiti -che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima -volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per -tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre. - -Non è leggenda: tutta la popolazione marinara e peschereccia di Bombay, -che vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, sotto l'ombra dei -cocchi eccelsi, è discendente di pirati; l'isola di Colaba, che si -disegna verdeggiante oltre la foresta delle antenne e delle vele, -era abitata ancora al principio del secolo scorso da _cacciatori di -naufraghi_: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti interamente con -rottami di navi. Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte -le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee e tutte le tinte si -contendono, stridono in questo convegno del Mondo, che offre tante cose -rare all'amatore dell'anacronismo e del paradosso. - - * - -Avanziamo lungo un piroscafo inglese giunto da poco: la parete -curva, nera, vertiginosa s'alza su di noi come il fianco d'un cetaceo -colossale; dagli infiniti sportelli aperti giungono voci, s'affacciano -volti impazienti; lungo una scaletta troppo fragile scendono i -viaggiatori in una lancia d'approdo; quattro _indu_ ignudi ricevono -i bagagli, aiutano i fanciulli, i malsicuri nel balzo. Una signora -biondissima si rifiuta al passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle, -l'incoraggiano, protestano; un gigante di bronzo l'afferra senz'altro, -la solleva in alto, la passa ad un altro gigante ignudo, che la -depone delicatamente, la siede incolume nella barca tra i suoi bagagli -ordinati: strida convulse della signora, risa degli astanti. Quella -biondezza e quelle braccia candide avvinte disperatamente alle spalle -barbare mi hanno fatto pensare una romana della decadenza, una _flava -coma_ contesa da due schiavi nubiani un poco irriverenti.... - -Tutto il porto dà il senso della schiavitù, ma non è un senso penoso: -i dominatori sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, comandano -con alterigia, ma con giustizia. Sulle navi, da nave a nave, su corde -tese, su scale pendule, su palafitte è un brulichio di forme nere; -tutti _indu_ di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate -ed opposte come le formiche, o si passano dall'uno all'altro, in -catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane, -le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia -innata la scienza della grazia, l'armonia del passo, del gesto, -dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com'è costume nelle città -orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo dello sforzo o -dell'intesa si accentua con un ritmo più forte e produce nell'insieme -l'effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza. -Ci sono donne tra quegli infelici, sono ignude, con un _panio_ alle -reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo, -la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi -le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno -infelici, dacchè l'europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste. -Poichè quasi tutti sono _paria_, cioè «non salvabili», da meno dei -corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poichè -fuori del ciclo evolutivo, escluse per l'eternità da ogni speranza, -dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora -la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore, -rozza ed incerta, ma consolante, l'idea di una possibile salvezza, la -speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita. - - * - -Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada -la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera -vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne -dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti. -Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore. -Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini, -quando i mari caldi nutrivano i germi dei pleosauri e delle felci -colossali, le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio -d'attesa. - -Ma d'improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete -di cristallo, si profila l'isola di Elefanta, tutta verde, e dopo -l'isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei -Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno intagliato -dalla natura a torri, a spalti guerreschi. - -Sono le dieci del mattino. Il caldo è tale, che la corsa della lancia -non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa -sentire sulla fronte, contro le gote, con l'ardore di un braciere -troppo vicino. Un _boy_, armato d'una pompa, irrora d'acqua marina -l'intavolato e le tende, ma i disegni scompaiono subito evaporati -dall'ardore di questo dicembre tropicale. Mai come in questi climi -mi sono rallegrato delle mie non molte carni: l'India è un soggiorno -veramente infernale per le persone anche appena fiorenti. - -Il caldo provoca i miraggi, scompone l'aria, la fa vibrare, oscillare -all'orizzonte col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola d'Elefanta, -già prossima, s'addoppia, si riflette quadrupla, s'avvicina, -s'allontana, scompare. - -Quando riappare, siamo giunti. - - * - -Approdiamo su grandi cubi di granito, viscidi d'alghe rosse e -azzurre, abbandonate dall'alta marea, pendule come capigliature di -sirene sconosciute. La collina s'innalza ripida sul mare: due cose -sono interessanti in quest'isola: non il _lunch_ e l'amore degli -inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la -prima volta, dacchè sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora -tropicale. I magnifici scenari verdi del Vittoria Garden, delle ville -dell'Esplanade, e del Malabar-Hill sono meditati da giardinieri esperti -su modelli inglesi, e ogni albero reca sul tronco una targa ovale col -nome in corretto latino: _Cinnamomum canphora, Vanilla aromatica, Ficus -elastica, Strychnos nux vomica, Tamarindus indica_, ecc., ecc., pessima -consuetudine che dà alla poesia d'un giardino esotico un sentore -farmaceutico e tutta la prosa d'una rivendita di droghe e coloniali. - -Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza -nome. La spiaggia è fiancheggiata da pandani colossali che immergono -nell'acqua le loro radici multiple, sollevano in alto la corona delle -foglie, e fanno pensare a candelabri capovolti o a buffi trampolieri -vegetali. Si sale la collina lungo una scala ripida scavata nel basalto -da un brahamino, per ex-voto, a beneficio dei visitatori. A tratti -la vegetazione s'intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde, -dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti -bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne -delle _palme-palmira_, è il groviglio delle liane che allacciano -d'albero in albero tutta la foresta, e fanno dell'isoletta un fascio di -verzura emerso dal mare. - -Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio -della notte verde, ma i _boys_ e gli amici si oppongono recisamente: è -l'ora calda, l'ora dei cobra, e i cobra abbondano nell'isola sacra. - -A metà della collina s'apre il tempio famoso. È un ipogeo, che ricorda -le costruzioni egizie e consta di varie grotte scavate in una pietra -nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all'infinito, -pendono spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano monche come -stalattiti. Il tempio è lavorato con un'arte pazientissima nei -particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante delle proporzioni -e dell'armonia dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, dalle -infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese, -presenta ancora una sintesi completa e imponente dell'olimpo brahamino; -olimpo complicatissimo, difficile a chiarire per chi non ha speciali -attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta -principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un -corpo formidabile a tre teste, la _Trimurti_ famosa: Siva che crea, -Visnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s'incarna -all'infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in -mille altre figure del simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca -un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile -_linga_, e femminile _joni_, circondato da infinite figure: elefanti, -tigri, serpenti, da saggi, _rhisi_, da _apsare_, uri dell'olimpo -brahamino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro -cigni, Visnu sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla testa -umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i -tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste -nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che -con l'una mano abbraccia lo sposo, con l'altra strozza non so quale -rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba -di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono -cibi e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta un giardino: il -paradisiaco monte Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia, -poichè dall'unione di Siva con Parvati è nato Ganesa, il Dio della -Sapienza, mostro dalla testa di elefante, dal corpo umano, piccolino, -tondeggiante, panciuto. È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae -le più desolanti e borghesi rappresaglie di famiglia che possano -affliggere un nume. Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, figlia -di Daksha, figlio di Bhraham e genitore di sessanta figliuole; Daksha -dà un convito rituale, aduna tutti gli Dei e dimentica sciaguratamente -il suocero Siva e consorte. Questa interviene al rito, e, non attesa, -male accolta, si getta sulle fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale -nel furore si moltiplicano le braccia, e taglia la testa al genero, -alle cinquantanove figlie, ai convitati con lo spaventoso congegno -delle molte braccia roteanti; intorno è un turbinare di teste mozze.... - -Una grotta è dedicata a un _lingam_ inghirlandato di fiori gialli: -in giorni speciali migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio, -s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco di pietra, girando più -volte: e la cerimonia assicura la fecondità. In tutto il tempio domina -sovrano il _Civa-Lingam_, ed è strano questo simbolo procreatore in -una religione dove il supremo bene è il non essere nati, o essendo -nati annichilirsi al più presto. Ma è certo il mio cervello profano -d'occidentale che non comprende l'occulto senso della pietra scolpita. -Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d'ingresso -e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa, -e al posto del sesso un teschio che ride, dànno veramente un brivido -d'orrore e il senso del più tragico pessimismo. L'impressione tuttavia -di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo -squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni, -è tetra, non religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare dalle -pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di -clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, dànno il -senso dell'idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi -il perchè di tanto furore e quale guaio riserbano ai miseri mortali -peggiore della vita, peggiore della morte. Certo lo studioso, anche il -dilettante soltanto, che viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri -testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi -speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi -a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma è il destino fatale di -tutte le religioni, che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno -pietra, metallo, colore, forma: idolatria. - -A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell'ipogeo -d'Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara -delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, la matita, -il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose -all'amore che passa. Precisamente come da noi. - - * - -Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola paradisiaca. -Si passa dall'ombra alla luce, dalla barbarie alla civiltà, dal -passato decrepito al presente vittorioso. Tutta Bombay è disegnata -sull'orizzonte con la sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole. -Da nessuna altura si può meglio capire la topografia mirabilmente -equilibrata di questa metropoli asiatica. E si pensa non senza orgoglio -al miracolo che l'attività occidentale ha fatto in poco più di mezzo -secolo in queste paludi febbricose. - -«Due monsoni dura la vita di un uomo» dicevano gli indigeni agli -europei che approdavano. Oggi Bombay è tra le città più salubri -dell'India, certo superiore a Calcutta, a Goa, a Madras. Ma quale -sovvertimento ciclopico ha dovuto operare la forza dell'uomo! Due -secoli or sono, alla foce del fiume Ulas, si prolungavano in mare, -lontane dalla costa, le creste parallele di due colline sommerse; -l'intervallo era occupato da laghi salmastri, da _jungle_ popolate -di belve. Gli esploratori portoghesi giudicarono quell'acquitrino -insanabile. Giovanni IV di Portogallo diede l'arcipelago di Bombay -quale dote — trascurabile — di sua figlia Caterina, sposa di Carlo II. -La Compagnia delle Indie l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile -di lire 250 annue. Se ne fece un luogo d'asilo, si cercò di popolare -la plaga umidiccia ed infuocata. Ma solo con l'annessione definitiva -all'Inghilterra, cominciò a delinearsi sull'arcipelago insalubre la -futura città. Le paludi e le _jungle_ furono prosciugate e distrutte, -le due colline parallele si congiunsero, formarono l'isola d'oggi. -Alcuni grandi giardini conservano esemplari di teck, di palme -centenarie, superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà le -rispettò come rispetta le colonne dei templi indiani, formò giardini -intorno ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia le belve. Dove -sorgevano paurosi paesaggi antidiluviani verdeggiano aiuole ben -pettinate, corrono _babies_ biondi dagli occhi ceruli, seguiti da -un'_aia_ indigena, da una mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo -figurino europeo; un'orchestra scelta risponde con una melodia verdiana -o wagneriana al ruggito delle tigri prigioniere. - -Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba del passato — si contempla -l'isola di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun contrasto è più -profondo e più significativo. La filosofia orientale e la filosofia -occidentale con le loro conseguenze opposte: un tempio tetro, pauroso, -idolatra, una metropoli fiorente, colma di tutte le abbondanze. E -penso all'ammonimento dei simboli fallici e macabri: meglio non esser -nati.... - -Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo nati.... adagiarsi nella vita -con tutti i beni che la vita può dare.... - - - - -Le Torri del Silenzio. - - -Non è il titolo di un volume di versi decadenti. - -_The Towers of Silence_: è la passeggiata che propone qualunque _Cook's -boy_ di Bombay al viaggiatore incerto sulla sua mèta. La Torre del -Silenzio: anzi, le Torri, poichè sono cinque le _Dakmas_, dove i Parsi -espongono i cadaveri agli avvoltoi. Io le credevo un'invenzione di quei -romanzi di avventura, già cari alla nostra adolescenza, dove, per gli -occhi languidi della figlia di un Marajà, un esploratore giovinetto -era narcotizzato a tradimento, avvolto in un lenzuolo ed esposto agli -avvoltoi dell'edificio favoloso, ma veniva salvato da un servo fedele -e unito a giuste nozze con l'oggetto dei suoi desiderî. - -Le Torri esistono invece e sono intatte, come mille anni fa; tutto -è intatto in quest'India britanna, tutto è come nei libri e nelle -oleografie: danze di bajadere, templi colossali, ciurmerie di fakiri; -e guai per chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni, o la nostalgia -delle cose inedite; qui il letterato è esposto di continuo al rammarico -acuto, al dispetto indefinibile che si prova quando la realtà imita -la letteratura; non c'è altra salvezza che uscire dall'albergo senza -guida e senza amici, perdersi nella vasta metropoli luminosa dagli -edifici a ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate di fiori -e di palme; edifici di uno stile gotico inglese, illeggiadrito dalle -esigenze del clima, immuni dal lercio stile _liberty_ che appesta le -metropoli europee; edifici che appaiono come tanti castelli della Bella -Addormentata e sono invece il Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il -Tribunale, la Posta, ecc. E allora si trova il nuovo nelle piccole cose -della strada: il _cipay_, che si mette sull'_attenti_ se lo richiedete -di un'informazione, e ha gli occhi dipinti di azzurro, prolungati -sino alle tempia, contro i malefizi degli sconosciuti; lo _chauffeur_, -che porta sotto la visiera di celluloide, disegnato in rosso vivo, il -tridente di Wisnu; un _tram_ zeppo di passeggieri indigeni, che siedono -invariabilmente sulle calcagna incrociate, così che si ha l'illusione -penosa di veder passare carrozzoni elettrici interamente occupati da -infelici senza gambe; un ramo di orchidee malefiche, che si protende -dalla cancellata di un giardino; due bimbi Indu, che sono venuti alle -mani per una latta di sardelle vuota; un santo, che medita, seduto sui -gradini del monumento alla Regina Vittoria; i bengalini minuscoli, che -nidificano nell'elsa della spada di Re Edoardo.... - - * - -I miei amici di Bombay si adoperano invece per farmi vedere dell'India -le cose che si lessero nei libri e che si videro dipinte. Esistono -anche queste. Così, per cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso -del famoso Hagembeck, assisterò, forse, ad una caccia alla tigre; per -i buoni offici del dottor Faraglia, il medico italiano notissimo di -Bombay, vedrò una danza di bajadere in una famiglia bramina tra le meno -accessibili all'europeo. Da tre giorni mi si vuol condurre alle Torri -del Silenzio. Ma non muore nessuno. - -Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata e bellissima, tutta -bianca, vestito, volto, cappello, capelli, con non altro di colorito -che gli occhi azzurri, entra esultando nella sala di lettura del -_Majestic Hôtel_: — È morto! — E seguìta dal figlio e dal dottor -Faraglia, tutti esultanti: — È morto! È morto, ieri sera, un _parsi_ -di qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; i funebri -saranno oggi, alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo di fare una -gita sull'Esplanade e di salire alla collina di Malabar per assistere -alla cerimonia; faremo il _lunch_ nel _Tower's Garden_; abbiamo le -provviste con noi.... - -Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io che vado così volentieri -a piedi, lentamente, gustando in questi primi giorni la gioia di -premere la nuova terra, — e la città ci sfugge ai lati come una -_film_ svolta troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, dove l'ansare -delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare -di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti -bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay: -interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i -veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna -dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai -quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche, -la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli; -carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti: -e dentro è adagiata la moglie, la figlia di un funzionario inglese, -e la biondezza della signora, stilizzata secondo l'ultimo figurino -europeo, fa uno strano contrasto con la magnificenza esotica ed arcaica -dell'equipaggio, con i turbanti e i velluti dei cocchieri, con la -nudità bronzata degli araldi. L'_auto_ di un ricco Parsi, l'_auto_ del -Vescovo di Bombay, che sorride fra due prelati e benedice con la mano -alzata di continuo la folla che s'inchina o s'inginocchia riverente. - -In quest'ora di grande animazione, non ostante le rotaie, le -automobili, le vesti parigine, la città ricorda Babilonia ed -Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; dà un senso di -ricchezza e di abbondanza; dà un senso d'invidia inevitabile, -fanciullesca, di rancore ingiusto, contro questi Inglesi, così forti e -così ricchi, padroni di mezza la Terra.... - - * - -I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi, -da non confondersi con gli Indu (io li confondevo addirittura con i -Paria: è desolante l'ignoranza di chi muta d'improvviso venti gradi di -latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con -i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da -un arabo. I Parsi sono i discendenti degli antichi Persiani emigrati -dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. È veramente -biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che, -per non rinnegare il Sole, loro divinità, abbandonarono, dodici -secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India, -rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per -avere un'ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per -quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che -dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li -incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più -grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento -politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori -laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato, -nessuno è meno di lui affetto da _anglomania_. Molti Indu vanno in -tuba e in isparato. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero -profughi da Persepoli; gli uomini con una larga zimarra bianca, sul -capo un'alta tiara nera simile ad una mitra (la cosa che più colpisce -l'europeo sbarcato da poco); le donne si avvolgono di sete a vivi -colori, giallo-zolfo, gridellino, rosso ciliegia, verde-salice, che -dànno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come -alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro -riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi -creatori e conservatori, il Sole prima di tutto, e il Fuoco, imagine -del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, che tollera tutti i riti, tollera -anche la Torre del Silenzio e le usanze funebri dei Parsi, che sono -certo le meno conciliabili col nostro sentimento occidentale. - - * - -Si sale lungo il Colle di Malabar; la città si abbassa rapidamente, si -offre tutta allo sguardo che la domina e ne gode come si gode di Napoli -dall'altura di Posillipo: una Napoli tripla, adagiata tra le montagne -del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo di Bak-Baj e l'Oceano Indiano; -coronata da una vegetazione barbara, inconciliabile col nostro clima, -immersa in una luce intollerabile sotto il nostro cielo. L'automobile -ascende lungo la strada rossiccia, corre all'ombra dei cocchi, dei -_baniam_: gli alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti, -moltiplicanti i tronchi all'infinito. Si riesce all'aperto, si scende -in un giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del Bengala. Prendiamo -posto sotto una veranda intrecciata di grosse campanule strane, e -subito son tolte dall'automobile la tavola portatile, le provviste, -che Lady Harvet dispone in un grande vassoio: quei vassoi, che sono la -tavolozza gastronomica dell'invidiabile appetito inglese, contenenti -venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, thè, marmellate indigene -ed europee, canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... Spolpo -un frutto, un _mangustani_, che si mangia nella sua corteccia come -un sorbetto, mitigando col succo di limone la sua dolcezza troppo -aromatica; guardo intorno: il giardino ridente domina tutta Bombay, ma -è deturpato dalla Società del Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti -delle palme-palmira un serbatoio colossale. - -— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, la maggior Torre; quelle altre -sono le _Dakmas_ minori, usate in caso di pestilenza. - -La mia delusione è grande. _Tower of Silence_: il nome shelleyano -mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più -fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte. - -Un vallo senz'acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che -dànno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole -bianca. Ed ecco fra il candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo -un'enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo, -un terzo; poi sei, sette coronano la Torre, dànno al suo squallore un -tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente -l'orrore di ogni aspettativa; si direbbe che la Natura li abbia -foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti -al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano -pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia -stanchezza, artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell'aquila, -artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con la -preda viva. E alla base del petto, sopra una collarina di piume fitte, -si innesta un altro animale, un tronco di serpente ignudo, gialliccio, -grinzoso, dalla testa calva, con un becco oscuro ed occhi dallo sguardo -insostenibile, dove s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e alla -malinconia. - -La _Dakma_ si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso -atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi -verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina, -biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo -funerario. È tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che -ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo addio. - -— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, non senza inquietudine -d'una tale proposta. - -— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe penetrarvi; soltanto una -speciale setta di necrofori e il _dastur_ accompagnatore, possono -entrare. - -— Il modello è molto semplice. — E il dottore mi disegna a matita -un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi -che formano tante cellette aperte: — Ecco: il cerchio interno, dalle -celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per -gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa -ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica -della barbara usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi il fuoco è la -manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano -l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare il cadavere -al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la -divinità; rifuggono dall'inumazione, perchè l'Avesta, il loro testo -sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel -corpo, che fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri -per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera -sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale.... - -Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco, -con la testa, il volto velati di veli candidi. Quattro portatori -recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il -quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne. -I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto: -il _crati_ funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro -è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe -teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al primo ponte tutto il corteo -si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il -cadavere; parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. -La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano -pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio. -Di fronte è il _dastur_, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri, -non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse -anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei -Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell'_io_, -e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza -ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa -silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal -lino funerario, si allontanano _senza volgersi indietro_, come il rito -prescrive, dispaiono fra i tronchi dei palmizi. - -Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre -nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono, -precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari; -sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano -attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi -ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo -querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente. - -Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore dello strazio che non vedo. - -— ... Un ottimo giovine. Prometteva di farsi un architetto valoroso, -aveva vinto il concorso per il palazzo del Museo di Igiene. Suo zio -l'avvocato Makalla.... - -Un architetto, un avvocato: uomini come noi, dunque, che hanno studiato -i nostri libri, assimilate le nostre formule e le nostre idee, e le -hanno potute conciliare con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro -sentire, come quelli del selvaggio più sanguinario. E l'abisso tra -uomo e uomo mi appare sempre più terribile ed incolmabile, e il mondo -sempre più stridulo e buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa -torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce -elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che -sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad un aereodromo, un ippodromo -occidentale.... - -— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, — mi -spiega il dottor Faraglia, addentando un terzo _sandwich_, — ed è -spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta -intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto -anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l'osso -frontale s'incastra alla nuca.... - -— Ma il vostro amico non mangia, non beve, — osserva cortesemente Lady -Harvet. — Non sopporterete il clima di Bombay se non raddoppierete i -vostri pasti. - - - - -Goa: «la Dourada». - - - Oceano Indiano. A bordo del _Pedrillo_. - 14 dicembre 1912. - -Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli amici sono rimasti a Bombay, -già presi dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. Andare a Goa, -perchè? I perchè sono molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili; -parlano soltanto alla mia intima nostalgia di sognatore vagabondo. -Perchè Goa non è ricordata da Cook, nè da Loti, perchè nessuna società -di navigazione vi fa scalo, perchè mi spinge verso di lei un sonetto -di De Heredia, indimenticabile, perchè pochi nomi turbavano la mia -fantasia adolescente quanto il nome di Goa: Goa la Dourada. - -Oh! Visitata cento volte con la matita, durante le interminabili -lezioni di matematica, con l'atlante aperto tra il banco e le -ginocchia: ora passando attraverso l'istmo di Suez e il Mar Rosso, -l'Oceano Indiano, ora circumnavigando l'Africa su un veliero -che toccava le Isole del Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, -Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio un compagno che -non ho più rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti a bordo -della mia fantasia: aveva un fratello missionario a Goa: un fratello -che non vedeva da anni, che quasi non ricordava, ma al quale doveva -l'abbondanza invidiabile di francobolli coloniali e certe lettere che -parlavano del Malabar e dei Gati, di tigri e di San Francesco Saverio -e certe fotografie della Cattedrale e della missione tra i cocchi -svettanti. Francobolli, lettere, fotografie, il nome di lui: Vico -Verani: tutto m'è impresso nella memoria, come se visto da un'ora, -anzi v'è impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante mi pare la -realtà viva, e pallida fantasia mi sembra questo cielo e questo mare: -cielo e mare di stagno fuso, limitato da una fascia di biacca verde: la -costa del Malabar.... - -Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose -non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel -nostro povero cervello umano, nell'infanzia prima. Termina oggi il -viaggio intrapreso a matita sull'atlante di vent'anni or sono, termina -a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga -trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia -a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente -poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni -dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero -e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo _hôtel_, dove è assente ogni -poesia marinaresca, ogni senso della _cosa nuova_ e dell'_avventura_. -Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d'essere ai tempi -di Vasco De Gama, di navigare alle _Terrae Ignotae_, alle _Insulae non -repertae_.... - -Dormo in una cuccia dall'_oblock_ a telaietti come una finestra -settecentesca. Scorpioni, blatte, termiti in abbondanza, ma in compenso -ho intorno immagini e statuette di santi: da Nostra Signora del -Soccorso a San Francesco Saverio: con strane preghiere in portoghese, -per l'ora del naufragio....; e il legno della cabina sa di salmastro e -di decrepitudine, e stride, di notte, al rodio ritmico dei tarli. - -Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante Goanese, e cinque monaci -che ritornano a Goa dalle Missioni del Nord. Ho sperato subito di aver -notizie del missionario sconosciuto: - -— Sì, vado a Goa per vedere il fratello d'un mio amico. Vico Verani, -_Vielha Citade_... - -Ma i cinque monaci non sanno: - -— Noi siamo del Convento di Pandjim; Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco -tutti i Monaci della Citade, le farò una presentazione per Padre -Jacques della Chiesa di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale.... - -Strani questi Monaci Goanesi dal volto angoloso e terreo, dal sorriso -larghissimo, dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice incastonate -sotto i sopraccigli enormi e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal -clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso, nello sguardo, nel gesto, -opposti in tutto alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti.... - - - 15 dicembre. - -Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce disparata abbiamo con noi! -Pianoforti, macchine da scrivere, biciclette, balle di cotone a fiorami -vivacissimi per le belle dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia, -diviso in tre parti, una statua gigantesca di San Francesco Saverio, -omaggio del vescovo di Bombay a non so quale convento portoghese, e -un'infinità di sacchi pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati in -tutti gli spazzaturai occidentali, frantumi a colori vivi, ricercati -dai musaicisti goanesi che ne fanno pavimenti a disegni complicati, di -bellissimo effetto. - -Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, tra un casco di banani e una -latta di conserve, ho trovato un libro: _Os Lisiades_, le _Lusiadi_ -il poema immortale di Camoens: un'edizione arcaica sucidissima, con -in calce la _real alvaira_: la licenza dei superiori. Non conosco il -portoghese e non mi giova ad avvicinarmi il poco spagnuolo che so, ma i -versi sono così armoniosi, così perfette le rime che alla fine d'ogni -strofe capisco esattamente ciò che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta, -d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, qualunque marinaio: -il poema è popolare tra gli illetterati come da noi _Bertoldo_ o i -_Reali di Francia_: con questa variante che il libro è tra i capolavori -più completi che il Rinascimento abbia dato alla letteratura europea. -È l'opera nazionale portoghese, quanto sopravvive, ohimè, di tutta -la grandezza coloniale dei giorni splendidi. Non per nulla, e non -indegnamente, Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. Tutti gli -elementi delle grandi epopee sono ricordati intorno alla figura -dell'eroe: Vasco De Gama, e intorno alla sua gesta: la scoperta delle -Indie Orientali. Eppure non so leggerlo senza un sorriso d'irriverenza. -La figura dell'Ulisside portoghese è così grottesca, camuffata secondo -l'ossessione classicheggiante del tempo: sembra di vedere gli stivali, -il robone logoro d'un pirata medioevale spuntare sotto la corazza, il -casco clipeato delle reminiscenze omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo -Pagano e Cristiano presiede alle gesta. La Vergine Maria da una parte -— una Vergine troppo paganeggiante — e Venere dall'altra — una Venere -che sa di sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono a volta a -volta l'eroe navigatore. Il poema s'apre con una bufera d'antico stile, -quando Vasco De Gama piega il Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita, -Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, accoglienza del Re e della -figlia, ed ospitalità generosa, a sdebitarsi della quale Vasco riassume -in tre lunghi canti gli annali del Portogallo, le sue glorie passate -e future; la filastrocca oratoria di tutti gli eroi antichi quando -giungevano alla Reggia ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da Ines -de Castro, e il quadro commovente della partenza di Vasco con la sua -flotta, e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. E tra queste -reminiscenze omeriche e virgiliane Vasco giunge a Goa, la espugna, -s'impossessa di tutta l'India e non dimentica con i vari Rahja un -formale contratto di commercio, in belle ottave armoniose. I navigatori -ritornano in patria trionfalmente e sono accolti in un'isola incantata, -paradiso allegorico dove le ninfe di Teti, ferite da Venere, li -compensano d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso Cristiano assistono -plaudendo — che libro buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta -accademica di questo giardino d'Armida. - -Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, ed è certo il viatico poetico -più adatto per il sognatore che naviga verso Goa leggendaria, il più -adatto per ingannare le ore di torpore tropicale, resupini sul ponte, -sotto la doppia tenda, nella monotonia d'un viaggio che sembra non -dover finire più mai.... - -Vasco De Gama: nome tra i più favolosi che io conosca: tanto che non -riesco a vedere l'uomo fuori della favola, non lo so pensare vivo, -mortale, su questo mare, sotto questo cielo che furono i suoi! E pure -la sua flotta navigava forse queste acque quando ospitava a bordo, in -gran pompa, il Negus complice ed alleato. E l'Imperatore d'Etiopia e -il Capitano portoghese erano chini sulla carta a meditare un'impresa -degna dei Ciclopi, una vendetta da semidei: deviare il corso del Nilo, -costringerlo ad una nuova foce sul Mar Rosso, inaridire così tutta la -valle del Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; forse le navi -di Vasco seguivano questo stesso solco, avevano d'innanzi questo stesso -orizzonte, quando l'esploratore giunse un'ultima volta alla terra della -sua gloria e del suo tormento, già vecchio, misconosciuto, agonizzante, -e — turbandosi la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto improvviso -— il morente impose coraggio alla ciurma allibita, gridando con voce -ferma: Non temete! È il mare che trema d'innanzi a noi! - - - 16 dicembre. - -Ohimè! il mare non trema d'innanzi a noi. Da tre giorni quadro -invariabile. Cielo e mare di stagno fuso, con emerso qualche tratto -nero: le pinne degli squali, con sempre all'orizzonte, unica traccia -concreta, la fascia sottile ondulata di biacca verde: la costa del -Malabar.... - - - 17 dicembre. - -Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è -innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi, -gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della -Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che -l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i -cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie -che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio -compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero -africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle -foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide. -Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda. -I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili -come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel -cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con -una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto -del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico -scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta.... - - - 17 dicembre, pomeriggio. - -E non immaginavo una città cristianissima sepolta sotto l'ombra -selvaggia. - -Il Pedrillo ha risalito l'estuario della Mandavj, ci ha deposti -sull'_imbarcadero_ malfermo della _Vielha Citade_, ed è ripartito -in tutta fretta verso la Nova Citade, prima che la bassa marea lo -paralizzi su queste rive. - -Da due ore m'aggiro per la più strana, la più triste delle città morte. -L'Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella -notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso -del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova -invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del -Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via -di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: una città che fu suntuosa -e ricca, sorta per imposizione della croce e della spada, città che -conteneva trecentomila abitanti ed ora ne conta trecento: tutti monaci -o guardiani dei palazzi e delle chiese crollanti, testimoni indolenti -che non ristorano una pietra, rassegnati all'opera implacabile del -clima e della foresta. Per le cose come per gli uomini il tropico -è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma e d'uragano i secoli -contano per millenni. La città è vastissima, ma sono pochi gli edifici -completi. Avanzo a caso, senza una mèta, senza una commendatizia, -scortato da un monello vivace che m'interroga sulla mia scelta: — -Palazzo dell'Inquisizione? Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale -di Nostra Signora degli Elefanti? — E comincia a considerare il -mio vagabondaggio trasognato con qualche inquietudine. Un edificio -m'attira, un palazzo del Seicento, imponente, dalle grate panciute, -dai balconi a volute aggraziate, recanti al centro, in corsivo, un -monogramma o uno stemma padronale; e lo stemma è riprodotto in pietra -sul vasto androne d'ingresso. Il cortile è circondato da un doppio -loggiato barocco, a colonne spirali; ma il loggiato è crollato per una -buona metà e s'apre sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico a -caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! Vedo il soffitto; e, attraverso -il soffitto, larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. Dei tre -ripiani, delle fughe interminabili di sale e di corridoi, non resta -più traccia, tutto è crollato, e il palazzo non è che una scatola, una -topaja deserta, che serve di magazzino per le noci di cocco. In terra, -fino a vari metri d'altezza, sono accumulati i grossi frutti chiomati -che fanno pensare a piramidi di teste tronche. Esco all'aperto, mi -siedo sotto il portico sopra un capitello infranto, mi disseto ad un -cocco che il guardiano rompe e mi porge. - -— Di chi è il palazzo? - -— Dell'Abbazia. - -— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre? - -Il guardiano non comprende, mi guarda perplesso. Accenno allo stemma -che traspare anche qui, sul selciato consunto. L'uomo non sa, fa un -gesto d'indifferenza. - -— Chi può sapere? Un _conquistador_, nei tempi dei tempi.... - -Ma quale _conquistador_? È mai possibile che tre secoli possano -annientare a tal segno ogni memoria del nostro passaggio sulla terra? -E la memoria di uomini possenti, di dominatori temuti ed invidiati che -empirono il mondo delle loro gesta e del loro nome, che il loro nome -imposero con la croce e con la spada, scolpirono in marmo ed in ferro -sui loro palazzi magnifici. Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso Dequero? Un -Manrico Tizzona? Forse ne ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti in -qualche galleria europea, in una tela di Velasquez o di Van Dyck, uno -di quei _conquistador_ mezzo mercanti, pirata, guerriero, esploratore -che s'avanzano in tutta la pompa delle sete, delle piume, dei velluti, -recando la consorte per mano, una pingue signora a riccioli simmetrici, -sorridente nonostante il ferreo busto ad imbuto, la gorgiera crudele; -e la prole segue in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata -come i genitori, e un servo negro reca una scimmia sulla spalla -e un pappagallo nell'una mano, sollevando con l'altra una cortina -di velluto, e tra le due colonne appaiono le galee potentissime, -d'innanzi al porto d'una città favolosa: Goa. Goa la Dourada, Regina -dell'Oriente, orgoglio dei figli di Luso, quando sui dominii portoghesi -il sole non tramontava mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno di -veder Lisbona». - -Ancora una volta tocco l'ultimo limite della delusione, sconto la -curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre -morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia, -dall'arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono -come se non siano state mai! - -Strade interminabili, alternate di palazzi cadenti, vuoti come teschi, -di verzura selvaggia sopravanzante alti muri massicci, di torrioni -rivestiti di capillarie pendule, di liane gonfie, maculate come pitoni; -e chiese, ruine religiose più tristi delle ruine profane. Sosto nella -frescura ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto acuto, rimasta in -piedi per prodigio, poichè sorretta da un solo muro superstite. La -mia nostalgia s'illude per un attimo d'essere in una chiesa diroccata -della Romagna o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie oscene — vero simbolo -apocalittico di Satanasso — occupano il vano dell'abside, una frotta -di pappagalli minuscoli corre sulle quattro ogive; non l'edera, non la -lucertola amica animano la pietra morta, ma uno strano rampicante dai -fiori sogghignanti, e i camaleonti diabolici, dagli occhi strabici.... -Dall'alto un cocco ha introdotto nella chiesa una foglia immensa e -l'agita lento, proiettando in terra l'ombra di una mano che benedica. - -La malinconia della città morta è tutta nel contrasto di questo -medioevo europeo, di questo passato nostro, sepolto sotto un cielo -d'esilio, in una terra selvaggia. - -Non ho altra mèta, altra indicazione in questa solitudine di piante e -di ruine che il nome di un italiano non conosciuto mai: e lo ripeto -a tutti i rari passanti; ma nessuno sa indicarmi il suo convento. I -conventi sono molti e passo dall'uno all'altro inutilmente; nessuno -conosce Vico Verani e senza il suo nome religioso sarà difficile la -ricerca; e non ricordo quel nome. Mi consigliano di rivolgermi alla -Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica con tutti i registri.... - -Affretto il passo, seguìto dal monello goanese che si interessa a -quella ricerca con grandi esclamazioni grottesche, e agitar d'occhi -e di braccia: una mimica eccessiva che rivela il rampollo di razza -bastarda. Si arriva nel centro di Goa: solitudine, silenzio, morte -anche qui. Formidabile come una fortezza il Palazzo della Santissima -Inquisizione: inquisizione più spaventosa di quella europea, causa -prima della decadenza d'un dominio coloniale che non ebbe l'eguale in -grandezza. - -Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle Indie, moschea trasformata -in tempio cristiano da San Francesco Saverio. Ed ecco la chiesa del -Bom Jesù su di una piazza deserta, ombrata di palme. Visito la tomba -del Santo, suntuoso mausoleo barocco di giada, di marmo, d'argento. -Il corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato Vicerè delle Indie e -Luogotenente generale; il vero governatore che giungeva dal Portogallo -doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata, e ancora al -principio del secolo XIX egli veniva in gran pompa a questa chiesa -prima di prendere il suo posto: il rito voleva che ritornasse a -colloquio con le sante reliquie, prima d'ogni decisione importante.... - -Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: attraversiamo un cortile -interno, vasto e murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, la -malinconia secolare fanno uno strano contrasto con la verzura ed il -cielo abbagliante. Si sale al primo piano; nella biblioteca sono -presentato al Padre Superiore. Il monaco m'accoglie benevolo, fa -togliere dagli scaffali tre, quattro registri di epoche diverse, -sfoglia con rapidità accurata, appuntando sulla carta giallognola -l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. Nel silenzio considero -quella tonsura grigia ed occhialuta, la persona massiccia nella tunica -nera e bianca, e l'altro compagno silenzioso, scarno, irrigidito, -addossato ad un planisferio antico recante a figure di belve e di -selvaggi i confini portoghesi. E dietro le spalle del padre, dietro -l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, appare un cortile -alberato dove una schiera di monelli indigeni, dai volti più foschi -nel camice bianco, fanno esercizi ginnastici accompagnati da una specie -di canto liturgico. Odore d'incenso putrido, di tabacco aromatico, di -tempo e di santità, odore di fiori sconosciuti e di miasmi tropicali. -Ho l'incubo. Guardo con impazienza ansiosa l'indice che scorre sul -vasto registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai avrei pensato -di tanto desiderare l'incontro d'un italiano, sia pure il fratello -sconosciuto di un amico dimenticato. - -Il padre s'arresta, legge finalmente: - -— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, convento di Santa Trinidad, -insegnante di teologia dal 20 settembre 1884, ordinato nel 1891 e.... - -Il padre alza il volto, mi fissa con occhi placidi: - -— È morto il 22 ottobre 1896. - -Un silenzio. - -— Si dura poco, sotto questi climi, caro signore. - -La solitudine mi par più completa, più vivo il desiderio di andarmene, -ora che so di aver seguita la traccia d'un morto nella città morta. I -monaci m'offrono ospitalità, insistono; ci sono dieci chilometri prima -di arrivare a Pandjim, la Nova Citade dove posso trovare un albergo; la -notte mi accoglierà a mezza via. Poco importa. M'accomiato; salgo su -un trespolo a _zebu_, un veicolo che ricorda una bara o una bigoncia, -dove il viaggiatore si adagia quasi supino, sollevando e abbassando -sul volto una specie di paracuna. E si parte di gran corsa verso la Goa -moderna. - -Goa moderna: ma sembra una città di provincia dei tempi andati, una -capitale di qualche Republica dell'America Centrale, sul finire del -secolo XVIII. Passo la mia sera nel modo più banale, pur di convincermi -di vivere ancora, di essere sempre ai giorni nostri. Entro in un -cinematografo. Passo in un caffè, tra questa folla numerosa, così -diversa dalla corretta eleganza degli Inglesi e dalla grazia dignitosa -degli Indu, folla di meticci portoghesi che si riprodussero come la -gramigna sotto questo cielo, sopravvissero alle ruine, più tenaci -della pietra, e che si chiamano pomposamente _Toupas_, cioè europei -«che portano il cappello», ma che d'europeo non hanno più nulla, con -quelle spalle gracili, le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso, -dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la fronte depressa; e hanno -atteggiamenti grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati, -portano in giro sigari enormi e compagne languide, che sfoggiano i -figurini di dieci anni or sono, il ritagliume che loro invia qualche -fondo di magazzino europeo. - -Sorseggio un bicchierino d'_arach_, il liquore nazionale, il -massimo commercio della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto -che m'assorda e il fumo che m'accieca e mi soffoca, ricordo con -qualche cartolina illustrata qualche amico d'Europa. E osservo che i -francobolli recano ancora l'effige di Don Carlos; la florida ciera -del monarca trucidato mi sorride sotto la correzione violenta a -grossi caratteri neri: Republica. _Sic transit_. Non so perchè questo -particolare chiude con un'ultima tristezza questa sosta portoghese, -giornata malinconica tra le più malinconiche del mio pellegrinaggio. - -Esco dal caffè, passeggio pei giardini, m'allontano lungo il mare -fin dove cessano i fanali a gas ed appaiono tutte le stelle del cielo -tropicale, dominate dalla Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo -caratteristico che fanno le foglie dei palmizi fruscanti tra loro, alla -brezza marina. E tento di ricordare e di ripetere come una preghiera -sulla tomba della città defunta un sonetto di De Heredia, per la patria -lontana. - - _Morne Ville, jadis reine des Océans!_ - _Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres_ - _Et le nuage errant allonge seul des ombres_ - _Sur la rade où roulaient les galions géants._ - - _Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,_ - _Tes murs désemparés çroulent en noir décombres_ - _Et, comme un glorieux collier de perles sombres_ - _Des boulets de Pointis montrent les trous béants._ - - _Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,_ - _Au somnolent soleil d'un midi monotone,_ - _Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;_ - - _Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,_ - _Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors_ - _Sous les palmier, au long frémissement des palmes._ - -Più che nel tronfio accademico poema di Camoens, Goa «la Dourada» è -chiusa in questo miracolo di quattordici versi! - - - - -Un Natale a Ceylon. - - - Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre. - -Lento martirio del risveglio sotto questi climi! - -La coscienza, intorpidita dall'atmosfera di serra calda, si ridesta -penosamente come una ribalta che s'illumini a scatti successivi ed -improvvisi; si direbbe che nel sonno essa abbia abbandonato il corpo, -si sia involata verso la patria lontana e debba ora riguadagnare in -pochi secondi la spaventosa distanza, ritrovarsi la via tra lobo e lobo -del cervello; la ragione, invece, già vigile e desta, assiste a quel -tormento, indaga, commenta, deride: - -«È vano che tu m'illuda, o vagabonda notturna! Sono a Ceylon; so -d'essere a Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni risveglio un lembo -di paesaggio ligure o canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo -di mia madre.... So di sognare. Questo suono fioco di campane che tu -fingi per ricordarmi la patria, imita assai bene il clangore natalizio -quando la bufera di neve lo investe turbinando. Ma non è vero. Vero è -soltanto il coro assordante e rauco dei pappagalli e delle scimmie sul -tetto del mio _bungalow_. Fra pochi secondi mi sveglierò a Ceylon, nel -mio rifugio solitario, in piena foresta tropicale.... - -Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi bene aperti, vedo attraverso -il velo bianco gli arredi della stanza, la figura di Patrick in piedi, -che attende col vassoio del thè; sono ben desto; ma, attraverso il -coro della foresta, continua il clangore fioco delle campane; scosto -la zanzariera, balzo dal letto con tale sorpresa che il vecchio _boy_ -cingalese s'inquieta. - -— _What is the matter with you, Sir? _ — Niente, caro. Sto benissimo, -ma che cosa è questo suono? - -— _Christmas!_ Il Natale! È la messa delle sei, alle Missioni di -Kandy.... - -Fin quassù giunge, nell'aria immobile, il suono di Kandy, lontana sei -ore, in fondo alla valle.... - -Patrick è cristiano. Benchè porti i radi capelli grigi avvolti in -trecciuole sotto il pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè -non abbia altra veste che il gonnellino muliebre a scacchi rossi ed -azzurri, egli ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti contro -i veleni, i cobra, i malefizi, uno scapulare di celluloide e una -crocetta d'argento. È un puro ariano, dalla nobile faccia socratica -che mi ricorda terribilmente un mio illustre insegnante di Università, -tanto che ancora non riesco a vincere una certa esitanza, quando devo -ordinargli di prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali.... - -— _Christmas, Christmas!_ Sentite le campane? - -È Matthew, l'altro boy, che entra esultando, con tutti i suoi denti -bianchi, abbaglianti nel bronzo del viso. È giovanissimo Matthew, -ha vent'anni e parla sette lingue; è un buon cacciatore e un ottimo -cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire e friggere il legno della -_traveller-palm_ o cucinare la carne del pangolino squamoso o del -vampiro-rossetta. - -Con questi due compagni e il guardiano del _bungalow_ — appena -sufficienti in questi climi dove il lavoro è frazionato per età e -per caste — abito da quasi un mese l'ultima _rest-house_ offerta al -viaggiatore dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo, a Kandy, fra -le gaie lusinghe degli _hôtels_ cosmopoliti, ho sciupato molto tempo -e danaro (troppo danaro per un letterato entomologo, non lautamente -munito dalle patrie lettere e dai patrii musei) e devo ai buoni uffici -del Console d'Olanda presso il governo cingalese questo rifugio beato, -favorevole più di ogni altro alle mie ricerche. - -È minuscola e modesta questa _rest-house_ sul Picco d'Adamo, e non -m'inorgoglisce il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz, lo scorso -anno, quando venne a Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè, -la dimora non è imperiale! Ha una lindezza squallida di stazione -ferroviaria e di casetta nipponica a un solo piano, come tutte le -costruzioni dei tropici, circondata da una veranda a colonnette -bianche, dal tetto ampiamente proteso; a sera si abbassa una grata -a saracinesca che si chiude intorno premunendoci contro le visite -dei felini. In Europa gli uomini mettono le tigri in gabbia, qui -sono le tigri che costringono in gabbia gli uomini; non la tigre, -veramente, che manca in queste foreste, ma il leopardo e la pantera -nera cingalese, temibilissima. Le stanze sono disposte attorno a un -cortiletto, un piccolo _patium_ centrale, e sono di una malinconia -indescrivibile, in muratura bianca di calce fino a mezza parete, dalla -metà in su in legno traforato a giorno e aperto, così, al minimo soffio -ristoratore; v'entrano liberamente i piccoli alati della jungla, i -passeri bengalini, con la fiducia incredibile che hanno per l'uomo gli -animali dell'India.... - -Una camera da letto d'una semplicità da certosino, una sala con qualche -pretesa europea, una cucina e una vasta dispensa che ho adibita a -laboratorio con le mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla casa un -giardinetto derisorio, con un'aiuola triangolare dove il guardiano cura -con grande amore alcuni grami gerani d'Europa, storditi dal clima e -umiliati dalla flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge stamane -il clangore remotissimo delle Missioni. - -E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in -cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e -importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia! Ed -io mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si può illudere d'essere -un Robinson e un cenobita buddista, ma non si può scomporre la nostra -sostanza prima, la quale è non soltanto per ciò che è, ma per ciò che -è stata; e non si eliminano dal mistero della nostra psiche millenni -di evoluzione europea e venti secoli di cristianesimo.... La nostalgia, -il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili -all'ansia e al rimorso! - -Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della -foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo -un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima -volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un -paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un -iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità -delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle -Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e -Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi -non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà -Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è -«destata» un'altra volta in uno «svegliato». - -Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde, -scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le -otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense -a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre -s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è -mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole -delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il -tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale -della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la -demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti. -In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora -di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte -incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano, -aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di -pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni, -gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura, -della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine — -tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo -come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero -che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona -d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo — -sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è -già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la -notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino, -è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi -e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata -l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda.... - -Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è -consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla -patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in -terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a -polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della -mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che -s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco -offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della -flora vivente; strani insetti (_fasmidae_, _phillum_, ecc.) imitano i -rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace -verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta; -fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida -o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie -più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate, -frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco -e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane, -capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto -è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non -era il dolore.... - -.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si -scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi -serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un -rivo. Rientro nel _bungalow_. Ma sulla soglia Matthew che mi precede -s'arresta con alte grida di paura e di giubilo: - -— _Cobra! Cobra! The best wish for you!_ Il migliore augurio per voi! - -Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in -questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette — -passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla -sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più -micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie -nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri -se il _boy_ non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con -la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo -con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare -dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira -intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese. - -Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel -folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività.... - -A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione -che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto -fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a -mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello -scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi -curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite -l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert -di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti -un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche: -Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio _bungalow_ e -giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti -fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli -atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando -l'Africa e l'India.... - -Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio -gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani -e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al -tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee, -raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono -avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida, -mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani -frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere -e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee -che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica, -gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti, -cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste -nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della -peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido -insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora, -in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa, -e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio -spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato! - -Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a -sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini. - -I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono -in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo, -rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li -inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare -dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei -trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che -non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle -sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione, -e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso, -ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto -un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i -piccoli temerari si scostano appena. - -Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac -del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio, -s'accorda col canto in sordina dei _boys_. - -Patrick e Matthew non sfaccendano più. - -Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro -sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in -una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose, -parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio... - - - - -Da Ceylon a Madura. - - - A bordo del _Bangalore_, 3 gennaio 1913. - -E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato. -Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino -a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di -cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro -annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono -sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso -rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo -corruccio del largo. - -E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli -addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto -in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete -come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro -capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale -di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano, -s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende -di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati; -un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi, -riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo -indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra -di mille gonghi formidabili. - -La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di -continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo -in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a -Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan. - - - 4 gennaio. - -È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente. - -Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte -insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia -cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali -e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche -l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il -_Bangalore_ «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India, -che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. — -Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che -dai pescatori indigeni. - -È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso, -ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra, -invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando -l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini; -l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla -corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia -e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro -sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta -i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica -di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il -dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un -Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più -furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale -dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per -l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu -il _Ponte di Rama_, quello che servì all'eroe vedico per irrompere -dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i -cristiani l'_Adam's Bridge_: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo -uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate -dell'Eden... - -La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un -beccheggio impaziente. - -E il rimorchiatore non giunge. - - - Tuticorin, 5 gennaio. - -Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla -quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia, -cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del -piroscafo. - -Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è -proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza -metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille -volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano -nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale. - -E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla. -Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette, -troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere -fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di -Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono -con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e -non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e -incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam. - -Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per -abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la -madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo -il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla -zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi -si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con -un'arte che ricorda i nostri primitivi. - -Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci ancora in queste ferrovie -indiane che hanno un fascino esotico indefinibile; grandi carrozzoni -quasi quadri, a doppio tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese -stride con l'esotismo dei _panka_ che pendono come immensi ventagli, -alternati ai ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle targhe, -delle _réclames_ in inglese, tamilo, arabo, cingalese, con i fiori -strani delle mense del _dininge-car_, gli strani servi in camice -bianco, scalzi e silenziosi e pure imponenti come sultani. Si viaggia -verso Madura, «il cuore di Brama», chè così gli indigeni chiamano -tutta questa parte meridionale dell'Industan formata dai tre stati di -Travancore, Madura, Tanjore, dove il bramanesimo è intatto, immune -dall'islamismo che ha dilagato nel Nord e nel centro dell'India e -dal buddismo che impera nell'isola di Ceylon. Riconosco la città di -Madura subito, da lontano, per il profilo ben noto delle sue piramidi -tronche, che s'innalzano sul verdeggiare dei palmizi. Le immaginavo -d'oro le alte _gopuram_ di Brama; sono invece d'un color rosso sangue; -e l'oro non appare che quando si è più vicini, alternato all'azzurro -e al verde, a sottolineare le figure delle quali le immense moli sono -coperte. Quando scendiamo alla stazione è troppo tardi per raggiungere -il Tempio. Il giorno tramonta; il cielo s'arrossa per un istante -e le stelle si accendono tutte insieme sullo scenario che annera -d'improvviso, come una ribalta spenta. - - - Madura, 6 gennaio. - -E in questa terra di Brama siamo ospitati dalle Missioni Belga dei -_Charmelitains déchaussés_, presentati da una lettera del vescovo di -Bombay. Mancano alberghi a Madura; quello della stazione è inabitabile -per il servizio quasi indiano, il rombo e il fischio dei treni, il -clamore dei pellegrini. - -Mi sveglio invece in questa camera linda, aperta sopra un giardino -tranquillo. Non è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra le aiuole -ben pettinate, dove le rose bengali s'alternano con ortaggi europei, -tanto che in questo mattino di gennaio ho l'illusione di passeggiare -in un giardino canavesano, nelle nostre più belle giornate estive; -ma una frotta di pappagalli verdi, una farfalla troppo ampia e troppo -abbagliante, inconciliabile col nostro cielo, mi ricorda il tropico, mi -dà l'incubo, quasi, dell'estate sempiterna. Giunge di lontano un suono -discorde e assiduo di tam-tam, di gonghi, di pifferi, che sovrasta il -suono delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia che mi parla di -misteri paurosi e d'idolatria. - -— L'idolatria! — dice il missionario che m'accompagna, una figura -ancora giovane di fiammingo indurito a tutte le fatiche e a tutte -le prove — l'idolatria è la piaga insanabile di questi popoli. La -loro stessa letteratura sacra, che contiene capolavori di filosofia -edificante, ottima preparazione a ricevere la luce del cristianesimo, è -ignota a questa gente, ignota ai loro stessi sacerdoti specializzati, -per eredità di casta, in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu vuole -l'idolo. E siamo costretti a rivelare i simboli cristiani nella forma -più concreta: l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, disciplina morale, -cosa astratta non ha presa su questi spiriti, avvezzi al loro Olimpo -dravidico popolato da migliaia di dei. Sono anime docili, pronte -alla fede, ma una fede eretica che li fa appaiare sui loro altari la -Trinità di Brama alla Trinità di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine, -Mara a Satanasso. E Satana non è per loro il Male, ma una potenza -terribile, quasi rispettabile, certo da ossequiare più della divinità, -da placare con doni e ghirlande. Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti -l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa e Parvati, come un _avatar_, -un'incarnazione di più. È forse più facile illuminare un Niam-Niam che -questi cervelli ottenebrati da un'idolatria tre volte millenaria... - -Passiamo nella Chiesa. La Messa volge al termine e la folla è al -completo; devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, con un -raccoglimento ignoto fra noi. Ma vedo che le navate sono divise in tre -reparti in muratura: divisione di casta, senza la quale i devoti si -rifiuterebbero d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione evangelica -potrà mai indurre un indiano ad accostare un indiano di rango diverso; -e accettano il paradiso promesso, ma a patto di suddivisioni di casta -ben definite. - -E il missionario mi fa notare sul collo bronzeo delle devote genuflesse -i più strani amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, _lingam_ fallici -alternati a scapolari, crocette, medagliette di santi. - -M'avvio verso la città per un viale alberato di _baniam_ colossali -che formano come una galleria di tronchi e di radici aeree. E fra i -tronchi, ad intervalli, sono tempietti, tabernacoli d'un arcaismo -remotissimo, che contengono idoli minuscoli, orridi e grotteschi, -simili a feti sculpiti in metallo od in pietra; e grosse inferriate li -custodiscono come se fossero belve feroci. Alternati ai tempietti noto -certi alti scranni in granito, perchè le donne che passano sotto anfore -enormi, fasci pesanti, possano deporre il carico e riprenderlo senza -aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza aborigena di bassa casta, -bramini dalla pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, ma dignitosi -nella loro nudità completa, con non altro ornamento che la cordicella -sacra simbolo battesimale d'alta casta, e il monogramma di Visnu, il -tridente disegnato sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente di Visnu -che vedo dipinto sulle pareti delle case, sul tronco degli alberi, -sulla fronte spaziosa degli elefanti. - -Madura è la città sacra del bramanesimo, mèta di pellegrinaggi senza -fine, luogo d'adorazione continua, dove la vita e la realtà non -servono che alla contemplazione e alla preghiera. La città contiene -quasi più templi che case, più sacerdoti che cittadini. La grande -pagoda a Siva e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» è per sè sola -una città e un labirinto. Come tutti i templi bramini, non consiste -in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni chiuse in cortili -concentrici, in recinti sempre più vasti, ed ogni recinto è sormontato -da due _gopuram_, le cuspidi che innalzano a ottanta metri nel cielo il -simbolismo pazzesco delle loro sculture. Nei cortili sono le abitazioni -per i bramini d'alta casta, le piscine per le abluzioni dei fedeli, -statue, idoli colossali, mercati coperti, tutto quanto concorre alla -vita materiale e morale d'un popolo in adorazione. - -Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, lungo una larga via -fiancheggiata di case a veranda che ricorderebbero le costruzioni di -Roma provinciale se le colonne classiche non fossero sostituite dalla -colonna indiana, quadra, dal capitello a testa elefantina, a mostri -sogghignanti. La via giunge fin sotto la prima piramide, prosegue -dentro il tempio, ampia e popolata, attraverso un arco ciclopico che -s'apre nella piramide stessa; e la città profana continua nella città -sacra. Passo dalla luce abbagliante nella penombra religiosa, m'addosso -alla parete di granito, per orizzontarmi, e sento che il granito -palpita e cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso decrepito che -sembra scolpito nella pietra stessa del tempio, la sua proboscide -mi sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; un altro è -sdraiato e profila l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando il bel -mezzo della via, deviando il traffico e il transito dei devoti; tre -elefanti novelli, minuscoli ancora, passano al trotto, con tinnito di -sonagli, una mucca _zebu_ s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, i -frutti offerti dai fedeli; mucche ed elefanti di questo recinto sono -animali sacri, addetti a cortei religiosi, idoli viventi del tempio di -Madura, e non si gettano come vili nemmeno i loro escrementi. Incombe -su tutto il tempio un senso d'idolatria che mi fa pensare al feticismo -dell'Africa più nera e non alle divine speculazioni dei Veda. Passa -il corteo di Parvati, un rito che si ripete due volte al giorno, -portando in giro l'immagine della moglie di Siva, in visitazione a -tutti i tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, pupattola d'oro -massiccio, dalla vita sottile, dai seni turgidi, dagli occhi tondi -d'onice incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, appare, dispare -attraverso le cortine della ricca portantina. Accompagna la scena -un rombo di tam-tam, uno stridìo discorde di trombe e di pifferi, -incutendo nell'anima del forestiero un senso di paurosa diffidenza, -di ripugnanza, come un mistero tetro e grottesco. Ovunque nel tempio -famoso è la profusione di tesori e l'incuria più laida. - -M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, passo dall'ombra alla -penombra, alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali costrutte -a blocchi monolitici di quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati a -formare un soffitto titanico che ricorda l'Egitto faraonico. Sotto la -_gopuram_ centrale le colonne si moltiplicano, si perdono nell'ombra, -come tronchi centenari in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la chiara -luce del tramonto, ma qui è la notte completa costellata da un'infinità -di lampade votive che disegnano, senza illuminarle, le colonne, le -cancellate sacre, gli idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere -a poco a poco la folla di carne, di pietra, di metallo. Veramente non -pensavo di trovare così intatta l'India favolosa, le forme imparate a -conoscere fin dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono deluso -invece nella mia attesa filosofica, nel mio amore per la più grande -religione che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento di dover -nascere, di dover morire. - -È questa la terra di Brama? Di Brama «l'ineffabile, colui che non -dobbiamo nominare, se vogliamo che sia presente?» Ma qui il nome divino -è feticismo immondo, praticato da un popolo forsennato che ha ridotto -le speculazioni astratte ad un simbolismo pazzesco; un popolo che adora -questi simboli e li ignora, un popolo che si genuflette, grida, invoca -e non sa chi, non sa che cosa. - -M'avanzo nella penombra, sempre fra le colonne infinite, sotto le -vòlte piatte e sono guidato da due indigeni che sollevano le fiaccole -resinose; e le pareti s'illuminano un poco, e appaiono strane divinità, -sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, come belve da custodire; -e Ganesa, il Dio della saggezza che appare più frequente, con tutti -i suoi congiunti a testa elefantina; o una divinità innominata dal -corpo di mucca e dalla testa femminile: e il corpo bovino e gibboso, -è imitato fedelmente sul modello degli zebu indigeni, e il volto -femminile è scolpito sul tipo indiano, con gioielli alla fronte, -agli orecchi, al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera -convulsa. Le fiaccole sollevate in alto turbano il sonno dei grandi -pipistrelli-vampiro ed è uno squittire di sorci impauriti, un turbinare -di ale silenziose che ci ventano in volto come grandi lembi di seta -nera. - -Si esce all'aperto, nel cortile centrale. E alla luce del tramonto -appare la grande piscina del tempio, un rettangolo di cento metri -di lunghezza, chiuso ai quattro lati da scalee di marmo, circondato -da colonne leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio pompeiano. -Dopo l'ombra tetra e le fiaccole gialle e gli idoli spaventosi, -l'anima si ristora in riva a quest'acqua cristallina, liscia come -uno specchio, dove il cielo riflette con un nitore preciso le nubi -sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le prime stelle della notte -che giunge. Intorno, vicine e lontane, s'alzano le _gopuram_, le -cuspidi che dominano Madura, da tutte le parti. E prima del tramonto -voglio salire sui fianchi della _gopuram_ d'ingresso, vedere vicine, -palpare le sculture famose. Non c'è spazio che non sia stato scolpito -a fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo così audace che le -figure sembrano gesticolare, staccarsi, precipitare verso il profano -per farlo a pezzi con le loro venti braccia armate di scimitarra, con -le loro coorti di tigri, di serpenti che salgono alla sommità dove -la cuspide tronca sfida il cielo con venti lancie disuguali. È tutta -una teogonia simbolica, una personificazione delle forze della Natura -che lo spirito induista ha diviso, suddiviso con un'analisi tragica -e grottesca che suscita lo spavento ed il sorriso. Dal fianco di -questa _gopuram_ si domina la città e la campagna, dove altre pagode -s'innalzano sull'ondeggiare verde vivo dei cocchi; e molte pagode sono -chiese cristiane: chiese costrutte nello stile Indu, e che sono più -antiche delle nostre più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo -fu predicato in questa parte dell'India da San Tommaso, e le Missioni -seguirono le Missioni, indisturbate nei secoli, bene accolte dagli -stessi sacerdoti, in questa terra indulgente per tutti i culti, purchè -si adori, purchè si creda.... - -Qui dunque, si pronunciava il nome di Cristo quando l'Europa era ancora -pagana! È un pensiero che dà quasi uno sgomento d'esotismo estremo, -di lontananza misteriosa nello spazio e nei secoli. È un pensiero che -sembra inconciliabile con questa piramide popolata di eroi e di mostri -che danno la scalata al cielo di fiamma. E nel cielo che s'arrossa -turbinano falangi di corvi e di pappagalli che ritornano ai loro nidi -sospesi tra le sculture di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo dei -pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda lo stridìo dell'orchestra -che giunge dal basso del Tempio, da tutti i templi vicini e lontani: -tam-tam rombanti, pifferi striduli che parlano di furore selvaggio e -d'idolatria.... - - - - -La danza d'una “Devadasis„. - - - Madras, 9 gennaio. - -Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla -danza d'una _Devadasis_: una bajadera d'alta casta, ospite in una -famiglia indiana tra le più ligie al passato e le meno accessibili alla -curiosità del forestiero. - -Una _bajadera_: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una -serie d'immagini assolutamente false: complici i libri d'avventura, -le oleografie, i melodrammi, l'operetta. Bajadera, odalisca, uri, -ecc. Una di quelle signore, insomma, di quelle signore d'Oriente, -preferibilmente bruna, ma se occorre, se il soprano ha una bella -chioma ossigenata, anche biondissima, da vestirsi «all'orientale» con -quell'unico costume che la prima donna adatta serenamente a Thais e -a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, vale a dire: due coppe gemmate, -ottime per l'assenza e la presenza eccessiva, una guaina qualsiasi di -tulle stretta alle reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello e -sotto due gambe insolentemente europee, calzate di seta rosa e di due -trampoluti stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare a questo figurino -e bisogna sopratutto rinunciare al preconcetto che una bajadera non sia -una signora per bene. - -Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina, -vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere -che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere -che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. È facile -comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s'affini in una -Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, l'arte della -voce e della maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, commentare -insuperabilmente i capolavori della poesia indiana. - -Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa -non ha bisogno d'imparare le lingue sacre: il _sanscrito_, il _pali_, -le sono famigliari sin dall'infanzia; le strofe dei _Pouranas_, i poemi -storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi -si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole -ad un ritmo di canto e di poesia, i begli occhi tenebrosi si sono -appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa -architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e -di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie -e nei cortei. Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, essa limita -l'orizzonte dell'universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte -mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima -s'accrescono esclusivamente di religiosità. Essa è nata e vive nella -favola mistica. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei _la viva -scultura del tempio_. - -Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere -raccolto da un protettore di stirpe nobile, un _nabab_ che sarà legato -a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Costui deve -dotare la bajadera di un patrimonio cospicuo, riconoscerla, beneficarla -nell'eredità, subito dopo la moglie e prima dei figli, obbligarsi ad -una offerta annua verso il tempio. Questo legame non esclude, anzi -inizia da parte della bajadera un tenor di vita che a noi parrebbe -della più spudorata infedeltà. Poichè da quel giorno essa è addetta -al culto di Ramba-Devi, la Venere del Paradiso d'Indra, attende a -cerimonie non descrivibili, ed è offerta dal sacerdote a tutti quei -devoti — d'alta casta — che pagano un obolo adeguato, il quale obolo -non va alla Devadasis, ma al tesoro del tempio.... - -Ohimè! A questo punto un occidentale non si ritrova più e pensa -che nel suo paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa di tal -fatta corrispondono ad una nomenclatura assai meno arcana e meno -rispettabile. - -Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel -tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali -consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. Il -bramino non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva, nè arrossiva il -pagano che giungeva in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo al tempio -famoso. È risaputa l'identità di origine dei greci e degli indiani, la -parentela che unisce la teogonia bramina alla teogonia ellenica. Ora -Ramba-Devi, col suo Eros dal volto fosco, armato non di strali, ma di -serpenti cobra, è la Venere del paradiso di Indra, la sorella certa -della Venere greca che sopravvive nella terra di Brama mentre l'altra -si è dileguata per sempre dinanzi all'avvento della nemica: la Vergine -Madre. - -Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione dello spirito, negazione -della carne, non possiamo comprendere un culto erotico; tutta la nostra -intima essenza foggiata secondo una morale due volte millenaria, -sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire dalla notte dei tempi la -sorella dell'antica avversaria. - -Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, nè definirla. -Bisognerebbe aggiungere all'attrice somma, alla mima insuperabile, -all'erudita, alla cultrice di poesia, la figura della sacerdotessa -invasata, della menade folle. - -Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia. - - * - -Non ridere e non sorridere — non rifiutare la ghirlanda di gelsomini -al collo e la essenza di rose alle mani — non tendere la mano al -padrone di casa — non lodare al padrone di casa la bellezza della -figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor Faraglia ci espone tutto -un decalogo contro ogni possibile sconvenienza, mentre si viaggia -nella notte illune su carrozzelle indigene trascinate da zebù, i -minuscoli, agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata, dalle corna -lunghe e ricurve, dipinte in oro. Siamo una quindicina d'europei. -Si viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras, sotto la vòlta dei -cocchi eccelsi che disegnano sul cielo nero il profilo più nero delle -foglie frangiate; in alto, in basso, uno spolverìo, un tremolìo di -stelle e di lucciole, un profumo acuto di fiori ignoti, un sentore -di terra non nostra, abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria -di questa notte invernale l'afa pesante delle nostre più calde notti -d'agosto. Una palizzata: si entra in un giardino preceduti da due servi -che illuminano i viali con un gran fanale — un fanale ad acetilene! -—; appaiono le foglie strane, a cuore, a lancia, a colori vivaci, la -vegetazione di zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne malefica, -l'intreccio delle radici e dei rami serpentini; un giardino indiano il -quale non si distingue dalla _jungla_ che per le piante moderate dalle -cesoie e per i viali sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a disegni -geometrici che i giardinieri pazienti rinnovano ogni giorno. In fondo -la casa, che non si direbbe in verità la dimora d'un indu molte volte -milionario; un edificio basso, imbiancato a calce, a verande spioventi, -a colonnati in legno, un'architettura che ricorderebbe una nostra -stazione di provincia se non le facessero cornice i flabelli verdi -delle palme-palmira, gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti -nell'atrio, abbeverati con nostra gran meraviglia di _champagne_ e -_whisky and soda_ che il padrone di casa ha fatto venire, con delicata -ironia, dalla città lontana per dissetare gli impuri con le loro -impure bevande: il padrone di casa che non accetterebbe da noi un -bicchier d'acqua e collocherà certo in disparte, per altri europei, -i calici dove abbiamo bevuto. Davvero non credevo di trovare l'India -così intatta. Fuori delle grandi metropoli è Brama dovunque, Brama -che domina come duemila, come quattromila anni or sono. Il padrone di -casa, un indu sulla cinquantina, ci viene incontro seguito dal figlio, -s'inchinano entrambi con le due mani alla fronte. Non sono vestiti -che di un _panio_ alle reni, ma traspare da tutta la persona ignuda -una nobiltà che impone assai più dell'irreprensibile sparato degli -alti funzionari europei. S'informano benevolmente sui casi nostri, -non disdegnano qualche cortese parola inglese, sorridono, mostrando -i denti abbaglianti fra le labbra rosse, le barbe bidivise e ricurve, -ma gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili. Il figlio -ci offre alcuni fogli stampati in caratteri _industani_, dove con -gentile previdenza è stata.... dattilografata a tergo la traduzione del -programma sacro. - -Un servo ci versa l'essenza di rose sulle mani e sugli abiti, da -certe lunghe ampolle d'argento cesellato, ci passa al collo le -ghirlande di fiori intrecciate a fili e pagliuzze d'oro, come quelle -dei nostri abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza favolosa ed è -invece l'omaggio più frequente e più diffuso in tutta l'India, anche -nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti quasi esclusivamente -europei: delicata poetica usanza; ma certo questi lunghi _boa_ di -grosse magnoliacce odorose se stanno bene al collo d'una _miss_, fanno -sorridere sullo _smoking_ di un _gentleman_: danno, per esempio, al -panciuto roseo, lucente console d'Olanda, non so che aspetto muliebre -di suocera in caricatura.... - -Attraversiamo il giardino per andare al teatro: è tardi. I padroni non -ci seguono: perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, è la terza sera che -la bajadera si produce, ed è la sera riservata a tutte le caste, anche -le caste con le quali un bramino non può avere contatto. Capisco, per -questo siamo stati ammessi. È molto lusinghiero per noi! - -Questi indù — quelli veri, ligi al passato, immuni da anglomania — -hanno l'arte d'opporre alla tracotanza europea un orgoglio ben più -fiero ed implacabile, dissimulato da tutta l'etichetta della più -cordiale urbanità. - -Il teatro, in fondo al grande giardino, è una semplice, vasta tettoia, -sostenuta dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, come da snelle -colonne vegetali. Da tronco a tronco la diramazione del gas acetilene -— anche qui! — intreccia nell'aria i suoi serpentelli di stagno. Molte -panche zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, molte stuoie -in terra ed intorno: una povertà primitiva che ricorda non un edificio -destinato a una bajadera pagata mille rupie (1600 lire) per sera, ma -una tettoia magazzino per legnami o cereali. - -La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche -che ci furono destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, a pochi passi, -la danzatrice famosa. M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece -è la più vestita tra questa folla seminuda; ed è certo più vestita di -una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza -alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume -singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti, -che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola, -dalle spalle alle mani è uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme -autentici, poichè così è prescritto dalla regola monastica, tutto un -tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo -del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; -e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto la -maschera del volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! Non ho più -potuto distoglierne lo sguardo. In una razza dove tutti: uomini, donne, -vecchi, bambini, sembrano scelti da una giuria artistica, passati -e corretti in un istituto di bellezza, si può comprendere a quale -prodigio d'armonia impeccabile giunga una bajadera, un esemplare che è -il prodotto d'una selezione millenaria. E quel volto sarebbe in verità -troppo bello, troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, regolare -il profilo, troppo simile a certe miniature indiane che credevo di -maniera, se la maschera perfetta non fosse agitata, scomposta dai -sentimenti dell'anima in tempesta. Il gioco mimico è così espressivo -che io temo per qualche secondo che la donna sia furente contro di -noi. Ma non è furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce viepiù, -contrae la bella bocca, dilata le narici vibranti, increspa i vasti -sopraccigli.... È il volto di un'agonizzante, contratto da una visione -spaventosa. - -Forse — ho letto sul programma l'intreccio dei vari brani cantati e -mimati — la Devadasis ci rivela lo spasimo della Maharajna agonizzante -che è portata nella sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e vede -la morte avanzarsi e teme di non giungere in tempo alle acque -purificatrici. - -La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede con un ritmo prestabilito, -seguendo la musica e le strofe. Alcuni musici infatti — io non li -avevo nè visti nè uditi, tanto mi aveva preso il gioco di lei — -stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari; enormi -mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi -oblunghi che agitano febbrilmente scuotendone una pietra interna. Ma -l'insieme di quell'orchestra formidabile è lieve come un ronzìo, come -un aliare di libellule e di falene. Nessuno canta, ma tutti, musici -e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la -bajadera ripete per conto suo, come per rammentarsi o per intesa. -Ma più nulla si sente, più nulla si vede che la maschera ovale, il -sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro -fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come se scolpiti -in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona, -far parte a sè come un'evocazione spiritica; e spettrali veramente -sembrano le mani, come quelle che apparivano volanti nelle leggende -bibliche e scrivevano sui muri la condanna dei tiranni. Le mani di -questa Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, s'agitano con -un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra -sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi fu detto — un officio -importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie. -La sdegnosa povertà dell'allestimento teatrale di Shakespeare; il -cartellino con _the forest, the king's house_; la foresta, la casa del -re, è abolito, e le cose sono disegnate dall'arte digitale di due belle -mani; disegnate nell'aria, ma restano impresse negli occhi di questi -spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all'artista; sulla -misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange, -il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell'arte, non -può naturalmente godere dell'incantesimo, come non mi è dato di capire -una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a -rivelarmi che in quell'istante, la regina agonizzante giunge sulla riva -del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l'ansia, si trasmutano -in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia -ineffabile. La morente rivive, invoca l'Eros dell'Olimpo bramano in una -strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua -europea, e la mimica si esprime con un'intensità che dà il brivido: -brivido d'amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo -rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell'esistenza, è -giunta nel regno dell'impossibile: il non essere più; la grazia le è -stata concessa nell'amplesso del Dio. Ancora una volta noto nell'arte -indiana, letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare l'amore e -la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non -essere nati o essendo nati ritornare al non essere.... - -Il pubblico, un pubblico di forse mille spettatori, ha seguito ogni -sillaba, ogni moto della Devadasis con un'attenzione sconosciuta nei -nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è -religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della -loro poesia. Poesia! Io penso ad una qualche attrice nostra che -comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita -di infliggergli un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il -quale — confessiamolo una buona volta — s'annoia mortalmente a sentir -sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora -è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattro mila anni or -sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante -di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi -nello stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione che non è -letteratura, ma sentimento artistico, ereditario, che confina, si fonde -con la fede più intensa. Arte e fede espresse dalla stessa armonia, una -felicità che noi occidentali non conosceremo forse mai! - - * - -Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto, -si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le -siamo intorno rispettosamente, per osservarla, ma sul suo volto è la -completa assenza spirituale; è cessata la musica e la fiamma e si ha -veramente l'impressione di accostarsi ad una lampada spenta, ad uno -stromento che ha finito di vibrare. - -Poichè il dottor Faraglia — l'unico che conosca l'_industani_ — le -rivolge un complimento sulla sua arte, la donna tarda a comprendere, -poi sorride, si copre il volto con l'avambraccio alzato, come -un'educanda, alla quale un temerario dica cose inaudite: un gesto -spontaneo di sincero pudore, che sbigottisce in una sacerdotessa di tal -fatta. Io, che non so l'industani, le accenno alla gota sinistra che -mi sembra tumefatta. Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, ne -toglie un bolo vermiglio, che mi porge affabilmente. - -— Betel! - -Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta il bolo alla bocca, -passandolo dall'una all'altra guancia, battendovi sopra le due mani, -per gioco, con un malvezzo di bimba screanzata. - -— Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi. -Le domandi in quanti anni potrei sapere il _sanscrito_, il _pali_, il -_giaïna_.... - -La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita -ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che -superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili, -resterei estraneo all'essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi -una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, -la fede opposta. L'occidentale, che ritorna in India, non riconosce più -la sua cuna. - -So bene, questi Indu sono ariani del nostro ceppo, fratelli nostri, ma -fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci -dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio. - - - - -Le caste infrangibili. - - - Madras, gennaio. - -«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India tutta: l'islamismo insorto -sarà la miccia più sicura attraverso la potenza britanna». Nelle sfere -politiche inglesi si pensa seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere -non poco sul possibile pericolo indiano. I maomettani dell'India -ignorano la Turchia; il loro stesso islamismo è travisato dai secoli e -dall'ambiente; la loro patria lontana è l'Inghilterra: Londra — e non -Costantinopoli — è la capitale dei loro sogni e delle loro ambizioni. - -Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di -Colombo, interrogate un _nativo_ qualunque: maomettano, bramino, parsi, -buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi -porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato -nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?». -L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «_I am -English!_», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io -e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere -un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non -per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie -di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha -avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania -lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a _sports_ -nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace, -riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza; -e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria -cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono -sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la -mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi -la poca confidenza coi _nativi_.... Per anglomania le figlie e le -mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto, -implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una _season_ -a Londra; una _season_ a Londra con tutte le delizie della vanità -esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di -baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del -Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i -giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile -titolo di baronetto — i banchieri maomettani e _parsi_ si quotano per -uno, due milioni di _rupie_ sulla lista d'un erigendo ospedale inglese. -L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni -indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria -lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della -terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo. - - * - -S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai da un atavismo due volte -secolare, un altro elemento importantissimo che forma la debolezza -organica dell'India: le _caste_ nelle quali l'India è divisa e -che fanno di essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. Che, -altrimenti, non si potrebbe concepire la mansuetudine dell'impero -sconfinato — più d'un quarto dell'Asia tutta — e che l'Inghilterra -tinge del suo colore sulla carta immensa delle sue colonie. Ma se -l'India dovesse colorirsi secondo le caste presenterebbe il più minuto -mosaico. Dall'ultimo censimento inglese risultarono più di quindicimila -caste nel solo Rayputana, la regione settentrionale dove l'influenza -inglese ha maggiormente cancellato le consuetudini locali. Negli Stati -bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto come nei secoli andati, -le caste sono infinite, divise e suddivise, ostili fra loro, conservate -con rigidità millenaria. Due cose sono care all'indiano: l'Inghilterra -e la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco importa l'India, purchè -sia salva la fede». — «Declina la fede....» — «Purchè sia salva la -casta....». È il dialogo approssimativo con ogni bramino ben pensante. -Per casta — è risaputo — s'intende la sanzione legale e religiosa delle -disuguaglianze sociali, elevata a dogma attraverso i secoli. L'origine -delle caste — per quanto i bramini le pretendano istituite dagli -Dei in persona — va cercata nella diversità di razza e di mestiere; -quando i popoli ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja nelle -pianure dell'India, lottarono con gli aborigeni che — vinti — ebbero -il titolo di Dasyon (_impuri_), mentre l'appellativo di _puri_: Sudra, -fu privilegio dei vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono -le prime caste rivali ed avverse: la casta sacerdotale coi Bramini, -la guerriera con i Kehatryas; poi la casta dei mercanti con i Vaisyo, -suddivisi in infinite corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak, -ecc...., la casta degli agricoltori, dei pescatori, ecc.... Le caste, -sotto questo aspetto, avrebbero dunque qualche analogia con le nostre -_guilde_ antiche, le nostre corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio -evo nostro, anche ai tempi più feroci, non offre un parallelo adeguato -con la barbarie insensata delle caste indiane. - -L'europeo sbarcato da poco sbigottisce ad ogni istante. Nelle belle -vie delle grandi capitali, sotto il riverbero delle lunule elettriche, -la folla indiana s'avanza con uno sguardo ed un passo che non è -soltanto preoccupato dai tram e dalle automobili. Che ha mai questa -gente? Obbedisce a un ordine coreografico o teme il contagio di -qualche epidemia? È semplicemente preoccupata di mantenere le distanze -prescritte dal diagramma delle caste indiane. Quattro passi tra un -bramino e un soldato, due tra un soldato e un contadino, tre tra un -contadino e un paria, ecc.... Prima della dominazione inglese il paria -non poteva comparire nel campo visivo d'un bramino o costui aveva -facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. Perchè l'ombra del paria -lascia una macchia sul passante, il quale non se ne può lavare che -con un rito specialissimo. Il paria è il rifiuto dei rifiuti, non può -piangere i suoi morti, non leggere i testi sacri, non pronunciare il -nome di Brama; l'antiche leggi indiane non fanno cenno di punizione -per chi ne libera la terra. All'altro estremo sta il Bramino, «il -quale, per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste e lascia vivere -gli uomini per pura generosità». Tra questi due estremi le caste si -dividono e suddividono all'infinito. Il viaggiatore europeo vede il -suo fedelissimo _boy_ fermarsi sulla soglia d'un rivenditore di libri -antichi, quasi impedito da una parete invisibile: «Il _bookseller_ -è di casta _nakari_: io sono _kardy_, non posso entrare.... Dovrei -pagare dieci rupie al _priest_ per rientrare nella mia casta...». E -siete costretto ad attraversare, solo, il cortile e la piazza con dieci -chili di libri e il vostro servo costernato non può venirvi in aiuto -prima del limite prefisso. Ogni servo, poi, è specializzato in una -sola occupazione casalinga: quella permessa dalla sua casta; le altre -incombenze sono _immonde_; di qui la necessità di una servitù dieci -volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci volte ridotti. La -vita d'un indiano è preoccupata, per quattro quinti, dalla paura di -«macchiarsi», di «uscire di casta». E questo fanatismo è inestirpabile, -sopravvive anche alla conversione religiosa. Mi raccontava un -missionario anglicano di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare -o di bere con il prete che li ha convertiti. Più buffo è il caso dei -nobili soldati Nair che alle prese con prigionieri di casta inferiore -li circondano con i fucili spianati, ma non possono agguantarli, -per paura di macchiarsi le mani. Più buffo ancora è lo zelo degli -onesti discendenti delle antiche corporazioni di malfattori, i quali -fanno petizioni al Governo inglese per riavere il nome di casta che -li distingueva nei tempi gloriosi e sono gelosissimi di appellativi -come questi: «_Cacciatore di naufraghi_». — «_Jena del Dekkan_». — -«_Sciacallo del viaggiatore_», ecc...., e gli uni guardano gli altri -con infinito disprezzo, secondo che sono discendenti di ladri di terra -o di mare, di assassini di pianura o di monte. Il fanatismo grottesco, -incredibile, non s'attenua, anzi si fa più intenso nelle classi elevate -ed abbienti dove il bisogno e la fame non impongono transazioni -di sorta. Così v'incontrate ad una serata del Governatore, con un -giovanotto affabilissimo, architetto laureato all'Università di Bombay. -Egli vi parla dell'architettura indiana con una grazia che v'incanta. -Per gusto di reazione gli chiedete che cosa pensi del Partenone, -dell'Abbazia di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; gli dite che -sareste ben lieto, se il destino lo portasse in Europa, di fargli da -cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza la parola il suo voltafaccia -improvviso, tra quel silenzio speciale che distingue una _gaffe_. «.... -Ma non sapete che l'Ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo -del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama; razza che -non ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla sotto pena di uscire -di casta. Parlare dell'Europa all'Ingegnere è come mettere in dubbio -i suoi titoli di nobiltà. Una sconvenienza imperdonabile!» Ohimè! -Perdonabilissima. Chi poteva immaginare un pronipote di Rama in quel -signore in marsina e monocolo? Chi poteva fiutare il sangue _lunare_ in -quelle sembianze semplicemente lunatiche?... - -Episodi che si prestano alla celia. Ma non sorridete più se pensate che -la tradizione di casta chiude milioni e milioni d'uomini, li asserva -nella cerchia illusoria e pure infrangibile come un malefizio. Si -tratta, in realtà, di un tragico millenario fenomeno di suggestione. -Oggi, dopo tanti evi, la casta non si discute; si nasce dominati o -dominatori come si nasce maschi o femmine, biondi o bruni. La casta è -fatale come il destino. - -Contro questa follia a nulla vale l'avveduta forza colonizzatrice -degl'inglesi, l'illuminata parola degl'intellettuali indiani, a nulla -valse la riforma di Gotamo. Il buddismo — reazione necessaria a tanta -barbarie — passò sull'India senza lasciar traccia, ed è confinato ora a -Ceylon e nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi più che mai; e la -casta s'estende a tutti: maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani, -poichè per mimetismo d'opportunità bisogna conformarsi all'ambiente, -e le chiese cristiane sono divise in riparti numerosi e ben distinti, -senza di che i fedeli non interverrebbero alla Messa.... - -Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto dall'europeo crea una -casta che oscilla in potenza secondo la floridezza dell'industria -(the, cannella, pelli, indaco, ecc.): si direbbe che l'umanità, -in India, non possa aggrupparsi che così, per misteriose tendenze -etniche dell'ambiente, come certe sostanze non possono aggrupparsi -che in cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo e l'India non -pensa e non può ribellarsi. È risaputa la risposta dei bramini a -gl'intellettuali innovatori: «Poco importa essere oppressi. Pur che la -casta avversa lo sia più di noi!». - -Nemmeno è necessario il categorico: _Divide et impera!_ - - - - -I tesori di Golconda. - - - Haiderabat, 14 gennaio. - -In due giorni di corsa vertiginosa la Central India Railway mi -ha portato dalla costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India -Indù all'India Maomettana. Tutto è mutato. Non più la freschezza -dei palmizii e delle felci arboree, ma i cacti spettrali, le agavi -dall'immenso fiore centenario, le euforbie a candelabro che sembrano -reggere sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna del cielo. -Non si vedono più le bellezze di bronzo dal seno e dal volto -ignudo, ma le donne maomettane rigidamente velate; non capigliature -profetiche di asceti bramini e buddisti, ma turbanti di seta gialla, -gridellina, celeste, barbe imbiondite all'_henné_, grandi brache -e grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura leggiera dei -_bungalows_ anglo-indiani o la linea acuta delle pagode, ma le moschee -e i minareti, i cubi candidi delle case maomettane, le finestrette ad -ogiva multipla, difese da grate mirabili, fatte con una sola lastra di -marmo sottile lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato traforo -un albero con fiori e con frutti, una danzatrice, due paoni che si -dissetano ad una vasca. - -Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di fiamma! Davvero non -m'aspettavo una capitale così grande, così bella, così gaia in mezzo -all'infinita desolazione dell'Industan; Haiderabat ben mussulmana, -ma immune dalla decrepitudine sucida che distingue le altre capitali -dell'Islam; e intatta come ai tempi di _Mille e una notte_, senza -traccia di decadenza e senza traccia d'invasione europea! Se io fossi -un sovrano di passaggio crederei davvero che questa folla si sia -vestita nei suoi costumi dei tempi andati e si atteggi in parata per -farmi onore, non già che essa viva della sua vita quotidiana. - -La vita quotidiana è fatta di necessità. Ora questa gente non fa -nulla di necessario. Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano le -più deliziose cose inutili: gioielli, sete, velluti, vasi d'argento -e di bronzo, babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e gemmate, veli -tinti pur ora e tesi ad asciugare al vento, leggeri come la nube che si -sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; profumi, essenze contenute -in alti vasi suggellati o in barattoli dalla forma singolare, segnati -di lettere cabalistiche. E fiori, fiori in abbondanza, piramidi di -magnolie, di ibischi, di rose decapitate che i mercanti vendono a -peso, come i frutti, e che la folla infilza per via, improvvisando -la ghirlanda quotidiana più necessaria del pane; strana folla che -vive di colori, di profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo lontani -da Bombay, da Calcutta, dalle grandi città della costa, dove già si -sovrappone ed impera la nostra pratica attività occidentale! - -L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un regno vasto tre -volte l'Italia — l'illusione di un'esistenza indipendente. Ma quale -indipendenza può godere uno stato continentale, custodito intorno da -una cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio d'un esercito -sterminato! Il Nizzam, sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati, -l'Inghilterra manda sacchi di grano e che la carestia — endemica -ormai in questa zona sempre più riarsa — si farebbe sentire ogni anno -senza l'illimitata generosità dei custodi accerchiati. E Haiderabat -vive nella sua favola millenaria, intatta come dieci secoli or sono, -bella di tutte le eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, da -Persepoli, da Bisanzio. - -Rientro nell'albergo abbagliato dalla troppa luce e dai troppi -colori, umiliato da questa folla elegante tra la quale la mia figura -occidentale in casco e gambali deve passare come il fantasma d'un -mendicante. E cerco tra le commendatizie quella più importante: una -lettera di presentazione a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro del -Nizzam. Poichè non sono venuto qui per Haiderabat, la città viva, ma -per Golconda la città morta che dorme a pochi chilometri di distanza e -della quale non si possono varcare le mura senza uno speciale permesso. - -— Il primo ministro — mi fa osservare l'albergatore — è via con tutta -la famiglia, ha seguìto il Nizzam a Londra.... - -— A....? - -— A Londra, per la _season_ — mi riconferma l'uomo sbigottito della mia -ignoranza — potrete presentare la lettera ad altri della Corte.... - -Mentre si parla, un servo mi porge la carta d'un commensale che siede -all'altra estremità della sala semibuia. Un professore di Monaco. - -Mi presenta la sua signora, mi parla subito con entusiasmo del nostro -Re. Speravo gli fosse dettato dalla bellezza della mia patria, non -fosse che attraverso la divina esaltazione di Goethe, ma il professore -non ha mai visitato l'Italia, non ha mai letto Goethe, ignora le Elegie -romane, e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re della più Grande -Italia, non vede che il signor di Savoia, uno dei primi collezionisti -del mondo e suo collega invidiatissimo in numismatica. - -Sono scandalizzato. Ma il professore è più scandalizzato di me quando -s'accorge ch'io ignoro l'alto valore numismatico del mio Sovrano e -non so rispondergli a quale volume sia giunto il _Corpus Nummorum -Italicorum_, l'opera colossale che egli sta compilando. - -— Io sono qui da cinque mesi, con la mia signora, per ricerche che -possono interessare voi italiani: ho trovato due zecchini e un mezzo -zecchino con l'effige del doge Ludovico Manin. La repubblica veneta, -nei secoli andati, commerciava col centro dell'India meridionale, -quando questa era sconosciuta al resto d'Europa.... - -Affido al professore la commendatizia e nel pomeriggio stesso -giunge dinanzi all'atrio dell'Hotel una strana vettura di Corte, una -_victoria_ antiquata a grandi molle ovali, con a cassetta due cocchieri -in turbante giallo e due staffieri ai lati, agitanti sui cavalli -un lungo scacciamosche dorato: equipaggio strano fatto di vecchiume -occidentale e di fasto orientale. È incredibile lo sfoggio di servitù -che si ostenta nelle città indiane. Nessuna persona rispettabile può -uscir sola, ma deve avere in ogni sua minima passeggiata un seguito di -servi, di devoti, di clienti; primo dovere d'un signore verso l'ospite -bene accetto si è di mettergli al fianco due seguaci, perchè gli -facciano largo tra la folla, gridando alto il suo nome. - -Prendiamo posto in vettura, attraversiamo tutta Haiderabat tra case -candide, sotto un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi neri, di -pappagalli verdi, di colombi tinti artificialmente a colori vivaci. -_Strada di Golconda_ è scritto in cinque, sei lingue sull'estremo -sobborgo della città. Golconda! Quella che fu per tanti secoli la -meraviglia dell'Asia, la città dei diamanti favolosi e delle regine -sanguinarie, Golconda favoleggiata nei romanzi d'amore e d'avventura -dei secoli andati, Golconda la grande guerriera e la grande voluttuosa, -della quale recavano novelle incerte gli esploratori e i mercanti -fiamminghi e veneziani. Come già per Tebe, per Micene, per tutte le -città defunte troppo magnificate dalla favola, mi preparo ad essere -deluso; so che andiamo verso un fantasma. Ma non sono deluso. La strada -stessa che si percorre è degna d'un grande passato. Sotto il cielo -ceruleo e fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie, si stende in -giro, fino all'ultimo orizzonte, un paesaggio che dà la sofferenza e la -voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre, fatto di pietra livida -qua e là corrosa, qua e là dominata da certi cumuli di enormi macigni, -curvi, lisci, simili ad otri giganteschi o a dorsi di pachidermi e -di cetacei; sembra di percorrere una pianura selenica e veramente la -natura ha fatto qui, con la pietra morta, uno scenario più fantastico -delle vive foreste del Malabar. Via via che si avanza i macigni si -fanno più frequenti e più colossali, si accatastano in piramidi di -cento metri, arieggiano il profilo di colline inverosimili, qua e là -traforati di spazi luminosi, come nei cumuli delle trincee. Esclusa, -per evidenza geografica, la supposizione di massi erratici, non so -davvero come i geologi possano spiegare l'accatastarsi dei macigni in -questa pianura immensa; la leggenda indù li vuole caduti dal cielo; -afferma che essi sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le dita del -Creatore e che egli arrotolò per gioco e precipitò sulla Terra. Certo -il gusto dell'inverosimile, del fantastico, del colossale che domina -nell'architettura indiana ha trovato in questa natura ciclopica i suoi -modelli e le sue fondamenta. - -Golconda! Al di là d'un gran fiume asciutto s'innalza il fantasma -della città morta, con le sue mura ciclopiche, livide come il macigno -circostante, merlate e traforate con arte singolare. Attraversiamo -il letto del fiume; nel mezzo, in qualche pozza d'acqua superstite, -una schiera d'elefanti lavoratori tenta invano il bagno quotidiano; i -poveri pachidermi aspirano l'acqua con la proboscide e se ne irrorano -i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta, ai piedi delle mura -ciclopiche. Il genio guerresco ha trovata qui la collaborazione della -natura, nè si può distinguere dove l'opera di questa finisca e cominci -lo sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni di cinquanta metri, -rivestendoli di ammattonato, gettando dall'uno all'altro vòlte e -terrapieni, unendoli con grate grosse come un braccio umano, armate di -uncini difensori. Veramente Golconda doveva nascondere tesori favolosi -se i Sultani pensarono a cingerla d'una difesa tanto formidabile. Si -sale lungo la fortezza principale, un macigno multiplo che domina -tutta la città morta ed è costrutto a gradi decrescenti, coronati -alla sommità da un ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in tanta -desolazione e ricordano lo schema della commedia dantesca. Intorno sono -macchine guerresche; cannoni arcaici, i quali attestano che la morte -della città non è remotissima; Golconda fioriva ancora nella metà del -settecento, quando era di moda in Europa il _racconto d'avventure, -le roman merveilleux_, quando vi giunse profuga Madama Angot per -tentare con la sua bellezza occidentale le stanche voglie dei sultani -decrepiti. - -Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante della pescivendola -parigina mi perseguita mentre il professore mi commenta le vicende -epiche e i monumenti famosi. - -— Quella moschea immensa è la Mecca, così chiamata, perchè è una copia -esatta del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur volle riprodotto -nella sua città; quella che innalza i suoi minareti sul più alto -contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido» perchè destinata alla -preghiera disperata, quando i nemici avessero già invase le mura.... - -— Ma come si poteva espugnare una città come questa? - -— Fu espugnata. Troppo si parlava delle ricchezze di Golconda. -Aurangseb, imperatore di Delhi, le mosse guerra nel 1787 e l'espugnò -nel 1790. La città fu saccheggiata, il popolo passato a fil di spada, -ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata la vita del Sultano. -Bisognava strappargli il segreto ch'egli solo conosceva, sapere da lui -il luogo dov'erano scomparse, durante l'assedio, le gemme favolose e -i tesori dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri del Tibet, perle di -Ceylon, diamanti di Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di Bavacan: -si parlava di gemme profuse ad altezza d'uomo, in grotte sconosciute, -murate con gli scheletri degli ultimi guardiani, per suggellare il -silenzio. Il Sultano solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad -Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu sottoposto alle più raffinate -torture; uno stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo di medici -doveva ravvivarlo quando stava per agonizzare. Tutto fu vano; egli -esalò l'anima improvvisamente, portando nell'eternità il mistero dei -tesori accumulati.... - -Si sale lungo la fortezza, tra le moschee decrepite e i cannoni -interrati a metà nella polvere. Si passa tra le ruine degli antichi -palazzi, espugnati da poco più di un secolo e più distrutti che avanzi -millenarii. Dalla sommità del forte si domina tutta Golconda; le mura -ciclopiche e sinuose vanno da macigno a macigno, ancora formidabili, -ancora intatte, ma vane ormai, poichè più nulla hanno da custodire, e -nella vastissima cerchia tutto è rottame, pietra, polvere, morte. Alla -morte è destinato il paradiso minuscolo che s'innalza alla sommità -della fortezza. La riverenza indiana per le cose funebri mantiene -miracolosamente verdeggiante questo cimitero dove sono le tombe di -tutta la dinastia di Golconda, dal sultano Ibraim al sultano Abdul -Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati alla bella mussulmana Chanah-Shah, -strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a caratteri bianchi, ornate -ognuna d'un porticato ad ogive e di quattro minareti minuscoli dalle -cupole d'oro; intorno è una vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi, -palme nane, con certe aiuole di fiori malaticci, tenuti in vita -dall'acqua che i devoti portano a secchia a secchia, dai pozzi lontani, -come per gli incendi. Non è descrivibile l'infinita tristezza di questo -cimitero esotico, campo della morte nella città della morte.... - -Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata dalla figura della -pescivendola avventuriera. È veramente esistita quella che la leggenda -chiama Madama Angot e fa pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli, a -Golconda? - - Illustre pescivendola — era Madama Angot. - Nel regno di Golconda — un giorno capitò; - il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così - che a cinquecento mogli — lei sola preferì.... - -Ohimè, la sua tomba non è qui, tra queste sultane. Essa ritornò a -Parigi, carica di quattrini e di gioielli, a godervi i ben meritati -riposi.... Quali favolosi racconti doveva fare delle sue avventure e -dei suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, nelle veglie -della sua vecchiaia venerabile! - -Madama Angot.... È veramente esistita? In quest'ora, tra queste -mura la sua gaia figura è più viva che mai, serve a consolare d'ogni -troppo leopardiana tristezza. Dinanzi alle ruine troppo riverite è -consigliabile l'irriverenza. Meglio schernire la fatalità che preme -uomini e cose, canticchiando le strofe d'un melodramma giocoso.... - - - - -L'Impero dei Gran Mogol. - - - 24 gennaio 1913. - -Il distacco tra l'India braminica e l'India islamitica si fa più -intenso via via che si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam -prediliga in ogni parte del mondo le terre desolate, i deserti e le -steppe; anche in India occupa l'immensa parte centrale e settentrionale -e può servire a delineare i confini delle provincie riarse. Perchè è un -preconcetto oleografico, una leggenda da libri d'avventura che l'India -sia coperta da una vegetazione meravigliosa. Le foreste tropicali, -dense, decorative come scenari da melodramma, occupano soltanto la -costa del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti Nir-Ghirli, le valli -dell'Imalaya. Ma dove cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie -periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan e le pianure del nord, domina -la magra vegetazione dell'Islam: scompaiono il cocco ed il banano, -svelti compagni delle pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso -cimiteriale, compagni delle moschee e dei minareti. - -Si viaggia da due giorni in queste ferrovie che chiudono in una rete -fitta tutto l'Impero immenso, e che gareggiano con quelle americane -in velocità vertiginosa. Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta -invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso della terra e il gracidìo -dei corvi sono la nota visiva e auditiva di queste contrade) che -durante la stagione delle pioggie rinverdisce in campi di riso e di -miglio, è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le palme-palmira, -gracilissime, s'innalzano nell'azzurro del cielo come caricature di -palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito abbagliante: -all'orizzonte, sulla zona sanguigna, passano, come ombre cinesi, -mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano la linea grandi cacti -a candelabro, tinti in rosso da una parte, dalla polvere sollevata -dal vento della steppa, e alla sommità d'ogni fusto è appollaiato -un avvoltoio meditabondo che al rombo del treno appena si degna di -protendere il capo calvo sul collo serpentino o di distendere una delle -immense ali macabre. Mandre di bufali e di zebù sollevano, voltano la -testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano sui loro dorsi gibbosi, -s'avventurano fino alla bocca per beccarvi i tafani e le mosche. -Si entra talvolta in foreste d'alberi enormi, dai tronchi nodosi e -contorti: ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami rivestiti di -fronda arida, come le nostre quercie in dicembre, dànno al paesaggio -una tinta invernale che stona col cielo implacabilmente estivo. -Nella foresta morta spiccano zone di un bel verde biacca: miriadi di -pappagalli minuscoli che ricordano le foglie vive, o fasci di brace -azzurra e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati sugli alti rami. -Poi si esce dalla foresta morta ed ecco ancora la steppa senza fine -con i suoi cacti spettrali ed i suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il -tempo passa, ma il paesaggio non muta. - -E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore si domanda a quale scopo -ha lasciato l'Italia bella, anticipandosi questo paesaggio infernale. -Distolgo lo sguardo dallo scenario triste. Siamo nel _dining-car_; -indugiamo dopo il caffè, per avere intorno l'illusione di un po' -d'Europa che viaggia con noi, l'illusione che emana dalle vernici, -dagli specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle salse chiuse -in barattoli inglesi. _Very comfortable_, queste carrozze ampissime, -dal doppio tetto spiovente, aerate da un triplo ventilatore; ma il -congegno si è guastato e funziona il _panka_, il ventaglio immenso -appeso al soffitto, che un servo indiano agita con una corda dal fondo -della carrozza. Tutte le tavole sono occupate: funzionari inglesi, -commercianti parsi, dignitari afgani. Al tavolo vicino sono sedute -due francesi incontrate a Bombay, conosciute per caso, leticando -all'agenzia Cook, e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca -effusione di schietta esultanza. Fra tanti sconosciuti di tutti i -colori, fra tante orribili favelle, dove l'inglese degenere è l'unica -intelligibile, il francese, sia pure sulle labbra ritinte di due -«pellegrinanti esuli dame», ci suona dolce come una lingua di casa. -Signore con le quali si allibirebbe di mostrarci in una via europea, -tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, impennacchiate; -ma che qui, nel cuore dell'India sacra, aggiungono al paesaggio -uno stridore pittoresco. Madama Angot, che ho sognato a Golconda, -rivive dunque ancora nelle pronipoti senza paura! Già a Bombay ci -avevano raccontate le loro gesta e le loro disavventure. Giovani, -una giovanissima, parigine entrambe — parigine di Marsiglia o di -Bordeaux — e nate all'arte, votate all'arte, hanno pellegrinato come -«duettiste» tutti i caffè _chantants_ della Tunisia e dell'Egitto. A -Port-Said un impresario le ha scritturate per le colonie dell'Africa -orientale fino a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con due ufficiali -inglesi riparando a Bombay. Sole, sperdute ancora una volta, hanno -tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si dirigono oggi a Simla, -nel Cachemire, per cantare in un _music-hall_ che s'inaugura con la -stagione elegante. Disfatte dal clima e dai disagi, lasse per troppe -soste in troppe guarnigioni fameliche, sanno tuttavia conservare nella -parola arguta, nel gesto col quale alternano il sorriso alla sigaretta, -nella civetteria del ginocchio sovrapposto, la grazia francese unica -al mondo! E guardo ed ammiro queste due passere sbandite che portano -fino in queste solitudini il loro sorriso intrepido e la loro gaia -mercatanzia. - - - Delhi, 25 gennaio. - -— Delhi, Agra: Le royaume du Gran Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui -avait un penchant pour les jolies parisiennes. — Peut-on le voir, ce -monsieur-là? - -— È morto da trecento anni. - -— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard.... - -Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa stazione indiana. -Fuori, ad attenderci, i più pittoreschi mezzi di locomozione: i -_yinricksharws_, le carrozzelle in lacca e bambù su ruote modernissime -da bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, carrozze -strane, triangolari, che il cocchiere guida seduto in avanti, sul -timone sottile, diligenze barocche sovraccariche di ori, di fiocchi, -di sonagli, trainate da coppie di zebù, il bove indiano, minuscolo, -gibboso, velocissimo; e campeggianti in disparte, disposti in ordine, -gli elefanti da nolo, recanti ognuno un cartello in varie lingue -indicante la mèta, come da noi le carrozze tramviarie. Si sale sopra -uno dei colossi, attraverso una specie d'arrembaggio inclinato e -si sta in otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio e misera -bestia da nolo, che ebbe certo i suoi giorni splendidi nella reggia di -qualche Maharajah, cent'anni or sono.... Oggi la pelle si è raggrinzata -sull'immensa carcassa, come la corteccia degli olmi secolari; e non -servono a ringiovanirlo la gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, nè -la truccatura bianca rossa azzurra, a cerchi vivaci, intorno agli occhi -ed alla proboscide. - -— Les pauvres oreilles! On les dirait de feuilles rongées par les -chenilles! - -È vero. Le orecchie immense, zebrate di nero, agitate di continuo, -sono logore dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate a grandi lobi, -come le foglie corrose dai bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi -minuscoli, dove s'alterna la bontà e la scaltrezza, la mansuetudine ed -il risentimento. - -Il _cornac_, un giovinetto, sta seduto alla budda sul collo possente e -dirige la mole immensa con l'_ankus_, un bastoncino ricurvo a gancio -che preme sulla fronte silenziosa, con un grido sommesso d'intesa. -Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come nelle nostre vie occidentali. -La mole s'avanza sicura come un congegno e il rumore delle zampe -enormi che giunge dal basso imita un poco il rombo ritmico di un motore -primitivo. Passiamo per ampie vie modernissime: luce elettrica, tram, -automobili; c'interniamo in viuzze tortuose, dalle case altissime in -legno dipinto e traforato con uno stile da confettiere, con tutti i -colori delle cose dolci, gonfie di _miradors_, di loggie minuscole; -infinite gallerie coperte cavalcano le vie, allacciano l'una all'altra -le case misteriose. - -La nostra cavalcatura ci mette all'altezza del primo piano e l'occhio -gode, d'attimo in attimo, attraverso le verande aperte, le scene più -intime e più diverse: una madre che consola un bambino che piange, un -ufficio di mercanti parsi, dove cinque scribi in mitra di tela cerata -sono seduti a modernissime macchine da scrivere, una casa indù semplice -e linda, con non altro alle pareti candide che le incarnazioni di -Brama, una casa maomettana a tappeti sontuosi dove un vecchio scarno, -occhialuto sotto il turbante immenso, sta ginocchioni in mezzo alla -stanza, picchiandosi il petto contrito, una scuola indigena dove venti -monelli, in assenza del pedagogo, si protendono al nostro passaggio -con occhi vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le fiche e le -ingiurie; e, molte cortigiane, bajadere di bassa casta, riconoscibili -al volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla casa più adorna e più -appariscente: strane case così aperte sulla via dall'immensa veranda da -inquietare seriamente la pudicizia dei visitatori. L'elefante, che ha -incontrato un confratello che giungeva in senso opposto, s'arresta per -attendere che l'altro retroceda fino al prossimo cortile, e sostiamo di -fronte, vicinissimi, a due cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno -strano pettine quadro ed enorme i lunghi capelli nerissimi e lisci come -due bende di raso tenebroso, l'altra protesa quasi fuori della veranda, -in piena luce, tiene nella mano uno specchietto tingendosi con la -destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. Tutti, in questo paese, -uomini, donne, bambini, hanno occhi splendidi, già troppo neri, già -troppo grandi, e la consuetudine del bistro, imposta per religione, li -fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi volti quel loro sguardo -d'idoli assenti. - -— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles à se farder? Elles -maquillent seulement la paupière supérieure. - -Si fissano alcuni secondi le orientali e le occidentali, poi l'elefante -si muove e la scenetta dispare. - - -Si passa dalla città viva alla città morta quasi senza avvedercene. -Finiscono le case abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate -dalle scimmie. Non più facciate policrome, verande fiorite, ma edifici -vuoti come teschi, muri superstiti con loggie che guardano il nulla, o -scalee, atrii sontuosi in granito ed in marmo che portano a palazzi che -non sono più: tutto ciò che era legno è stato divorato dalla steppa. -Ogni balaustro, ogni cimasa è coronata di code pendule o di faccie -sogghignanti di quadrumani. E le ruine si prolungano all'infinito, -tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, e oltre, oltre ancora, -è l'immenso ossario di una città morta e risorta dieci volte in quattro -millenni, sotto dieci dominatori diversi. Ci si domanda per quale legge -fatale e misteriosa una città debba evolversi come qualunque altra cosa -viva, e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, come la pianta che -non vuol morire. Forse in nessuna parte del mondo l'archeologo trova un -così vario tesoro d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, in Grecia, -in tutti i luoghi sacri al passato, risorge il fantasma di una civiltà -sola che le esumazioni, i restauri, gli studi ci fanno vicina, certa, -come una cosa presente. Qui è il _caos_ dell'abbandono e dell'oblio, -il convegno di tutte le ruine colossali e del tritume di ruine, un -deserto di frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine di essere -sbalzato a cinquecento, a mille, a tremila anni nell'abisso del tempo: -dall'ultimo splendore islamitico dei Gran Mogol al bramanesimo cupo, -imponente delle prime costruzioni giaina e pali, nella notte delle -origini vediche. - -Ma dubito che gli archeologi soffrano di vertigini poetiche: -dubito della sensibilità di coloro che sanno. In questa solitudine -s'incontrano sovente figure biondiccie ed occhialute di studiosi -russi, tedeschi, inglesi che osservano con fiero cipiglio, come -sacerdoti indignati, la nostra gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta -d'Aladino, un'immensa porta superstite che dà un'idea della moschea -smisurata che non è più. E la mole, di tale grandezza e di tale -purezza architettonica che basterebbe a creare un modello perfetto di -stile indo-moresco, appare lavorata, a chi s'avvicina, come uno stipo -cesellato da un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi più delicati -dell'arte islamitica dei secoli d'oro adorna la grazia ogivale che -s'innalza a più di trenta metri. Il vano è riempito dal più azzurro -cielo dell'India, e il nostro elefante, immobile nella zona in ombra, -quasi minuscolo sotto l'immensa ruina, completa quella bellezza -armoniosa. Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e scortese — -che lavora in una baracca prossima e toglie misure e dirige tre scribi -indigeni che disegnano e calcolano per non so che restauri governativi? -Ho più fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di queste meretrici di -Francia; la più loquace delle due ha immagini adorabili. - -— J'ai toujours revé ce tableau là quand j'étais fillette, sur un -coussin de ma tante Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment une chose -comme ça. - -Poi trascinando la compagna più vicina all'immensa parete cesellata e -palpando con mano voluttuosa l'intrico della scoltura: - -— Il faut se rappeler cette broderie ici, pour une robe d'intérieur! - -Avanziamo a piedi tra le ruine che non hanno confini. Una vegetazione -senz'anima: di latta, di cuoio, di stoppa, una vegetazione che non -è mai stata viva s'alterna con la pietra morta; e sui cipressi, -sui _baniam_, nodosi e contorti come in uno spasimo d'arsura, tra -la steppa sanguigna e il cielo di cobalto, mettono una nota gaia -di vita i signori del luogo: i pappagalli, i pavoni, le scimmie. -Come s'illeggiadrisce un capitello giaina, tozzo di quattro teste -elefantine di Ganesa: il Dio della saggezza, se un pavone vi balza -improvviso, inondandolo di una cascata di zaffiro e di smeraldo! E le -grate di marmo candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam, -come si ravvivano per le chiazze verdi dei pappagalli nani, le comuni -garrule colorite, che giocano al trapezio tra i santi trafori! File -interminabili di scimmie stanno sedute a congresso e volgono la testa -tutte insieme al nostro passaggio, seguendoci a lungo, fissandoci con -occhi di malinconia desolata. - -A tratti s'incontra un Jogi, un santo che ha scelto a suo rifugio una -di queste ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure singolari; non -sono fachiri leggendari, non fanno miracoli; sono asceti, ridotti dalla -vita contemplativa allo stato di cose: hanno preso il colore della -pietra e dei tronchi morti. Completamente ignudi sotto il sole che -arde e che abbacina, con le chiome, il volto impiastricciato di cenere -e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, più indifferenti -e più insensibili degli idoli millenari. La consuetudine religiosa -favorisce queste sètte: ognuno ha vicino una ciotola, ricolma ogni -giorno dalla pietà popolare. Ne interroghiamo qualcuno, offrendo un -frutto, una moneta. Ma non rispondono alle nostre parole, non battono -ciglio alla nostra mano protesa, ci lasciano passare senza volgere il -capo, già perduti nell'increato, nella salvezza del non desiderare -più, già affrancati dall'eterno ritorno, risanati per sempre nella -carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i più miserabili avanzi umani, -e sono forse i soli uomini invidiabili, le sole creature che non -debbano ormai più riconoscere alcuna potenza terrena: «.... Che puoi -tu fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che nei rigori dell'Imalaia -o negli ardori del Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, o -tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, farmi morire, o tiranno, ma non puoi -farmi male....». - -Avanziamo nella tebaide. - -Ed ecco fra tante cose morte, fra tante ruine senza nome, una cosa -ben viva e ben nota, fresca di colore e di linea come se innalzata da -ieri. Il minareto di Ktub. Ero preparato da fotografie e da stampe, -anche prevenuto con una certa antipatia. È invece la più leggiadra cosa -inutile che la noia d'un despota abbia scagliato al cielo. Una torre -isolata alta trecento piedi, costrutta da un sultano e offerta alla -figlia malata di malinconia, così come s'offre un gioiello. È veramente -un gioiello che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, dappresso -per la squisita fattura. - -Sembra un fascio di palmizi interminabili, legati, stretti a cinque -altezze digradanti: così che l'insieme del fusto snello è tutto -pieghettato come una gonna di seta; seta lucida e fine sembra la pietra -rossa-salmone, intarsiata d'ornati di marmo bianco. Lavori di mole e di -pazienza inconcepibili ai nostri giorni, possibili nel tempo andato, -quando un popolo intero era stromento cieco e concorde del capriccio -d'un despota. Forse avevano un po' tutti l'anima di Luigi di Baviera, -questi sultani leggendari che profondevano tesori per concretare i -loro sogni in moli di marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una bella -distruggevano la loro città, costruivano una città nuova, come il -Maharajah Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò Amber, l'antica -capitale del suo regno, e fondò Giaipur, la città fantastica tutta -color di rosa, eretta in poco più di tre anni! Costruivano palazzi, -templi, giardini, e li abbandonavano talvolta, prima che fossero -compiuti, già sazi del sogno che il popolo tardava a concretare in -pietra. - -Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo a riposare alla terza, alla -quarta veranda circolare, in marmo traforato che ci spende nel vuoto -e dà la voluttà della più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione -appare più disperata, occupa tutto l'orizzonte come un mare di -lava e di scorie: si pensano veramente come eruzioni spaventose le -invasioni delle orde giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono -dall'Imalaia e sovrapposero ruine a ruine sulla pianura maledetta -da Dio. Poco lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri d'un tempo -immemoriale, s'alza un obelisco che discorda con la grazia leggera e -la tinta carnicina del cimelio moresco, un obelisco barbaro, tutto di -ferro, elevato — dice l'iscrizione sanscrita — duemila anni fa dal -Raya Dhava per celebrare con una cosa eterna la sua vittoria sulle -tribù Valhihas. È alto quindici metri, fuso in un pezzo solo, documento -misterioso di una civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur possedeva -i mezzi di gittare una mole di metallo che inquieterebbe la nostra -industria modernissima. - -Anche qui eruditi indigeni ed europei: archeologi, periti, architetti -che prendono modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge ad un'opera -colossale: dissodare l'ossario delle città morte, restaurare le ruine, -ordinarle decorosamente alla luce del sole. Opera degna, ma che non so -quanto possa giovare alla poesia di queste memorie.... Certo ringrazio -il cielo di visitarle oggi, nel loro abbandono desolato. - -È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. Le nostre compagne «qui -ont soupé des ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni con noi. -Cosa provvidenziale perchè l'unica bettola nella Porta di Aladino ha -un odore di concia che rivolta lo stomaco. Vi comperiamo soltanto un -ananasso e uva moscata enorme, freschissima, giunta dai monti del Kabul -in certe scatole fatte d'immense foglie coriacee cucite con lunghi -fili di gramigna. Una delizia che disseta e consola sotto questo cielo -di fiamma. E seguiti dai _boys_ e dal _cornac_ si cerca il rifugio -meridiano; non si ha che l'imbarazzo della scelta regale: una moschea, -un atrio moresco, una reggia pali, un tempio giaina. Scendiamo in un -ipogeo conosciuto dai _boys_: un rifugio d'ombra e di frescura, che -sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. Grosse colonne quadre -reggono il soffitto a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi monolitici, -in uno stile incerto alla mia ignoranza, uno stile che ricorda le -costruzioni egizie più antiche, o assire, o etrusche, o fenicie, quando -tutte le architetture neonate si somigliavano un poco. Riceviamo luce -da una porta triangolare e da quattro finestre triangolari, quali -non avevo sognate mai, e poichè siamo nell'ombra e fuori è la vampa -del meriggio tropicale i cinque triangoli si disegnano rossi come le -aperture d'una fornace immane. E nella brace dei cinque triangoli si -profilano figure di leggenda: aridi palmizi lontani, l'ogiva nitida -della porta d'Aladino, una trina candida vicinissima: il balaustro di -una moschea, il nostro elefante meditabondo, rigido sulle quattro zampe -a colonna, immobile come i suoi fratelli di pietra.... - -Ora di sogno. Ristoro e sollievo della frescura e della penombra, -piacere indefinibile di sedere con gli amici, in cerchio, al pasto -singolare, voluttà un poco sacrilega di avere a compagne queste due -profanatrici che dicono e cantano cose enormi tra le pareti sacrosante. -Ora di sogno. La realtà scompare. Le cose si alterano, ingigantiscono, -diventano favolose e magnifiche, come la noce, il sassolino, lo zoccolo -toccati dalla bacchetta magica della leggenda. E dimentico. Vedo con -occhi d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, il misero elefante -da nolo, i poveri boys a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale, -e queste due vagabonde delle quali non oserebbe vantarsi uno studente -occidentale. - -Sono l'imperatore Acbar, il più possente dei Gran Mogol, e questo è -il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad -ambasciatori della Serenissima; queste sono due «cristiane» rapite dai -corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d'Etiopia, donate dal -Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte -vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da -aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori.... - -Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci -concede!... - - - - -Agra: l'immacolata. - - - Agra, 27 gennaio. - -Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può rivivere un'ora nel passato -favoloso dei Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan s'alzasse -dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima: -Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla Reggia funeraria: il -Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la città dei loro -splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi -magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il -loro vario profilo, simili piuttosto ad un ammasso titanico di castelli -feudali che ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia leggera fiorisce -in alto, dall'altra parte, verso il fiume Giumma, verso la pianura -sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi di arenaria sanguigna, le -mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all'offesa. -Questi forti che gli imperatori mongoli fondavano in India erano -campi trincerati, d'una possanza, di una mole, di una magnificenza -inconcepibile al tempo nostro, villaggi muniti e fortificati dove -quei tiranni dall'anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano -quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti: dalla zenana -voluttuaria alle sale di governo e di giustizia, dai bagni, dalle -palestre alle moschee della purificazione, al mausoleo dell'ultimo -riposo. Era una città regale sospesa sulla città del popolo, che -serviva prono, abbacinato da tanto splendore. - -Passiamo il vallo fortificato, le torri, le porte pesanti. Si sale -per scalee fosche, sotto archi medioevali, si percorrono androni a -feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria sanguigna, tutto è tetro -e massiccio, evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero e il fragore -delle armi. Dove poteva svolgersi la vita voluttuosa dei poeti in -turbante e delle belle dagli occhi interminabili? Si sale, si sale -nelle viscere oscure della mole millenaria, dove la luce non giunge che -da ogive sottili, da feritoie scarse, dalle quali appare sempre più in -basso la città sterminata, si sale, si sale nel labirinto tenebroso. - -Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, le mani si portano a -difesa degli occhi feriti dalla luce abbacinante d'un nevaio. Siamo -giunti nel regno dei marmi immacolati, nella città superna dei tiranni. -Un terrazzo immenso, la sala delle udienze, candido come tutti gli -altri edifizi, con non altro che un trono di marmo nero, per il Gran -Mogol; intorno ricorrono arcate che danno l'illusione d'una grotta -di latte congelato, a stalattiti geometriche, dove il candore è -sottolineato da una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, l'argento, -la turchese, il porfido sono usati con scaltra leggerezza, in gracili -motivi floreali o in linee che seguono il frastaglio complicato delle -trine marmoree, all'infinito; così che non è menomato, ma accresciuto -l'effetto candido dell'insieme. Tutto è di marmo immacolato, e -l'eleganza si mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, portate -all'ultimo limite d'un'arte inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche -rettangolari, dove si discende per tre, quattro gradini, sembrano -attendere nel loro candore levigato il flutto dell'acqua odorosa, le -carni brune e bionde, le risa argentine delle sultane quindicenni che -dormono da secoli nella pianura sottostante.... - -Avanziamo nell'infinito candore. Verso il fiume la mole degli edifici -guarda a picco sul piano sottostante ed è una fioritura più intensa -di trine marmoree, di loggie, di _miradors_, di specule dove le belle -sognavano le cose cantate dai poeti del tempo, leggevano le strofe -persiane a venti rime complicate come una formula algebrica, o le -novelle licenziose, o su Corani alluminati pregavano per il ritorno -d'un assente. - -Si passa da sala in sala, e le sale sono senza porte, così che -formano prospettive di sogno immacolato, allee di trine candide che si -prolungano all'infinito. Stupisce la nitida freschezza di queste lastre -sottili di marmo, traforate fino all'inverosimile; lastre che ricordano -immensi ricami a giorno, tesi tra due colonne e non pareti concrete: -la mano vi si appoggia con esitanza, meravigliandosi della rigidezza -secolare. Il tempo che sfalda il granito, precipitando templi e -obelischi, ha poca presa sul marmo. Questi miracoli di grazia sembrano -fatti ieri. E certo gl'invasori ebri di saccheggio e di stupro che -irrompevano spezzando e rovesciando ogni cosa, s'arrestavano dinanzi ai -velari candidi, abbassavano la scimitarra e la clava, come dinanzi ad -un incantesimo. - -Sosto a lungo ad una delle specule dove le belle dei tempi andati -portavano la loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol è tutta nello -scenario che ho d'intorno. La zenana, l'arem che occultava gelosamente -i più bei fiori di carne, poi i terrazzi immensi delle udienze, le sale -di giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti di stoffe vivaci -e di gioielli, formavano sul marmo candido un quadro che abbacinava -il popolo genuflesso, poi i vasti cortili delle giostre, per le lotte -delle tigri e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria che i tiranni -alternavano a canti di giullari e a danze di _devadasis_, negli alti -giardini pensili. E intorno, a picco, le mura ciclopiche, simbolo d'una -potenza senza pari; da un lato, contenuta in una cerchia cupa, simile -veramente ad una perla chiusa in uno stipo, la Moschea della Perla, -bianca, translucida, semplice di linea e solenne; e là, in fondo alla -città, candido nella sua cerchia di cipressi e di palme, il Tai-Mahal: -il più puro esemplare di bellezza funeraria che la speranza umana abbia -innalzato alla disperazione della morte. - - - Agra, 28 gennaio. - -Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero -ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di -trina marmorea dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I -palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo -alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, due mila -anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina -e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata -la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica -fiorì di marmi candidi nell'azzurro del cielo. - -Oggi i signori e le belle dormono al piano in un'altra reggia: quella -dei morti, più meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal. - -Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente con la mia diffidenza -consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo -alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione -cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi formano una galleria sul -mio capo, giganti islamitici che fondono i tronchi e la fronda di -bronzo quasi nero. Ed ecco, d'improvviso, la meraviglia unica del -mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche -volte una bellezza m'ha investito così violentemente, mozzandomi la -parola ed il respiro, forzandomi all'ammirazione ed alla riverenza -completa. - -Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei -cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da -questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla -parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola -eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È -il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta -la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei -lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del -modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza -labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti, -che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a -gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un -contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo, -il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto -è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il -candore preciso di certi smalti persiani. - -Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un -negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; -ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei -colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di -pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti, -così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi -alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato -quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia -fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un -gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore -moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, -ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice -nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta -al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore -opalescente dell'insieme, come una striscia di _kool_, tracciata -dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo -nell'occhio d'una baiadera. - -Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono -l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala. - -Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono -da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la -morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore -Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la -bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature -indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la -leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente -la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca -quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente -coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per -le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre -con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai -figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta -un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma -visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i -giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al -popolo impietosito. - -Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha -veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto -come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. -Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa, -nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con -delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili -per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le -religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla -morte. - - - - -Fachiri e ciurmadori. - - - Agra, 30 gennaio. - -Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni -estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti. -Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina -d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio, -nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo, -una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un -alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema -riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e -li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo -operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro -prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa -dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte -delicatissime. Ed è veramente la _sinfonia dei colori_, sognata dai -poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio -e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un -tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto, -ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella -sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un -cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto. -E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo -ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai -loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille -cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano, -raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide -attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo, -veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi -con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a -due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati, -ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza -fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale -malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il -nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV -ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose -vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina -immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi -cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato, -solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce.... -Quale rimpianto sarà nei miei ricordi! - - - Agra, 31 gennaio. - -I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India -mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono -al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho -assistito alla lotta del _cobra_ e della _mangusta_, lo spettacolo che -gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste -rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da -un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un _panio_ -sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe -divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio, -siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto, -e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata, -guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora -l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli -sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono. -Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa -eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa, -si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte, -grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso, -l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo, -snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due -volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino -rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza -d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che -si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito -continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici -dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si -preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno -alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando -su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le -parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza -indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata. -Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci, -per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo, -una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul -tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta -è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si -liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera -mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte: -il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico. - -— _It is not interesting. The cobra is dry._ - -Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai -denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno. -Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il -terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e -distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle -case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come -il gatto per i topi tra noi. - -Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino -rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia -dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione -e di _snob_ come da cosa «_quite native_», troppo indigena e troppo -consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e -cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri. -E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di -mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli -indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva -con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di -terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un -fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco, -per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli, -al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie -di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un -arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che -richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari, -sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che -mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere -calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di -non so quale Luigi di Francia. - -Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte -istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori, -illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono -lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia -dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia -paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo! - -Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in -un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due -tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce -ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega -solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza -feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago -prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo, -fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato -slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del -rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo -scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa, -riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che -brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in -corretto inglese all'offerta generosa. - -— _A little present, milord! We are so poor fellows!_ - -_Poor fellows!_ Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza -inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il -forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi -un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di -inverosimile, un po' di miracolo.... - - - Agra, 9(?) gennaio. - -Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo -per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima -d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa -d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il -cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai, -oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al -rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora -della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque -incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella -palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia. - -Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città -settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino, -potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce -e di questi colori, e consolare l'anima grigia.... - -Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore e di Morte, quale tormento, quale -rimpianto sarai per il futuro! - - - - -Giaipur: città della favola. - - - Giaipur, 3 febbraio. - -Paese dell'imprevisto! Dopo tante città marmoree abbacinanti di -candore, ecco una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio stanco di -troppa luce riverberata da pareti bianche si riposa su questi palazzi -come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate dal tempo. E la nostra -fantasia trova finalmente la città della favola, sognata nell'infanzia -prima. Doveva avere l'anima d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja -Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l'antica capitale: Amber, e -ordinò che una città nuova gli fosse costrutta dal suo popolo, una -città quale aveva visto nei sogni dell'oppio, nelle favole persiane o -nelle leggende vediche. Tutto un popolo fu all'opera e la città sorse -per incantesimo: vastissima, con vie lunghe tre, quattro chilometri, -ampie e regolari come le nostre più belle vie europee, tracciate, -ornate, colorite sul modello unico, secondo la dispotica volontà del -sovrano. Giaipur è un'immensa città costrutta pel capriccio di un solo, -come si eseguisce una veste, una collana, uno stipo. Tutto è color di -rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le case, gli archi, le cupole, i -minareti delle moschee, le guglie delle pagode. - -Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito e non so darmi pace. -Siamo giunti da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, in mezzo all'India -desolata, stanchi dall'ardore polveroso, rattristati dal paesaggio -che si fa sempre più squallido, come un'infinita pianura di scorie -avvolta da un'atmosfera non più terrestre, non più respirabile. Quale -differenza dalla verzura, dalla fresca penombra degli Stati del Sud! -Tutto muore negli Stati Rajputi: anche gli agavi, i palmizi-palmira, i -cacti a candelabro, questa tenace vegetazione di stoppa, di cuoio, di -zinco. - -E sarebbe la carestia classica, la Fame dei tempi andati, la sorella -del Colera e della Peste, quella che secondo il poeta «viene a -tracciare in India sul libro mastro della natura il dare e l'avere, a -grandi segni di matita bleu», sarebbe la fame classica se l'Inghilterra -non avesse chiusa tutta l'India in una fitta rete ferroviaria, -arterie nelle quali scorre, più vitale del sangue, con la velocità -degli espressi americani, il grano giunto da tutte le parti del -mondo. Grano, grano, infiniti sacchi tondeggianti che s'accumulano -in piramidi colossali ad ogni stazione piccola e grande. E il vecchio -ottuagenario e il bimbo di sei anni, la danzatrice ed il paria, tutti -passano al dispensiere per la provvista quotidiana, senza nemmeno -dir grazie, senza nemmeno capire da chi e perchè giunga quel bene. -E quando ognuno ha ricevuta la sua misura di frumento o di farina -candida attende all'occupazione prediletta: sognare. Chi ha un'ultima -moneta: un'anna, mezz'anna si compera trenta rose, le rose che si -vendono già decapitate, in piramidi irrorate di continuo, e le infilza -su una cordicella d'argento per la ghirlanda quotidiana, o passa -dal profumiere parsi per mezz'oncia di benzoino (tutti si profumano -e s'infiorano in questo paese: anche i cocchieri, anche i bovari) o -compera una pasticca di mastice o un grano d'oppio o un bolo di betel. - -Città di sogno e popolo adorabile, che ha la poesia del superfluo e la -scienza delle cose inutili. Nessuna cosa più inutile di questa grande -città color di rosa. Certo mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò -scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far -niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa. - -Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi che si succedono regolari, -all'infinito, fasciati, si direbbe, dello stesso damasco color -salmone a fiorami candidi. Non so darmi pace, scendo, attraverso la -via, voglio vedere vicino, palpare con la mano le strane pareti. È -una specie d'intonaco tre volte secolare, più duro, più liscio dello -smalto; le case sono strette, contigue l'una all'altra, come i palazzi -classici di Venezia, ma tutte intonacate dello stesso color di rosa sul -quale i disegni soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati motivi -che si possono ottenere con un po' di bianco sul fondo gridellino! -Motivi rievocanti le antiche stoffe dette _indiane_: losanghe -minutissime, zebrature ondulate, mazzolini settecenteschi, ghirlande -di nodi d'_amour_: ogni facciata varia all'infinito, pur fondendosi -nell'armonia dell'insieme, e si ha l'impressione che debba cedere sotto -la mano come un immenso lembo di stoffa tesa per un giorno di gala. - -Rosa, tutto color di rosa per compiacere il gusto di un Re! E la -folla che passa per queste vie si direbbe pur essa scelta, istruita, -abbigliata per uno scenario coreografico. In nessuna città indiana, -nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi ho ritrovato così intatto -l'Oriente di maniera. Non rotaie di tram, non automobili, non europei -in casco e gambali, ma elefanti da nolo, dalle gualdrappe numerate, -elefanti nuziali gualdrappati di rosso e d'oro, dipinti di tutti i -colori più vivi come giocattoli di Norimberga, cammelli, dromedari che -passano di corsa, col collo proteso, ricordando la figura e l'aire di -certi polli spennati, muletti candidi dagli occhi rosei e dalle ciglia -mansuete, e cavalli — i cavalli che mancano nell'India meridionale -— cavalli bai, pomellati, bianchi: destrieri classici, dal tipo -arabo, dalla criniera e dalla coda ondulata e prolissa, montati da -cavalieri fantastici che si direbbero eroi cinematografici o comparse -d'operetta se non si vedesse, se non si sentisse che sono _veri_: veri -nonostante la scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, il casco — -turbante adorno di penne svolazzanti, la barba imbiondita al _hennè_, i -sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro di _kool_. Ma per chi, -ma per che cosa questo abbigliamento scenico da principi di Mille e una -notte? Forse non tanto per piacere alle loro donne mansuete, quanto per -servire degnamente la Dea Illusione, la Dea Poesia, la Maja-Devi della -teogonia indiana: quella che pone tra noi e _le cose quali sono il velo -delle cose quali devono apparire_. Certo io penso con un sogghigno al -nostro sommario vestito occidentale: un unito nero o bigio, un solino -rigido, un cappello a cencio o a staio: non altro è concesso, non una -tinta vivace, una penna, un velluto per illeggiadrire la nostra già -sempre più scarsa avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una eleganza -principesca: principi e bovari; ma non per l'abbigliamento soltanto. -Tutti hanno la pura bellezza del tipo ariano, hanno innata la grazia -del gesto, del passo, dell'atteggiamento. - -La bellezza e la grazia raggiunge nelle donne una perfezione forse -eccessiva: si direbbe che avanzano per via a un passo di danza, -avvicendando i piedi nudi e gemmati sulla stessa linea retta, il che -fa ondulare le anche con un ritmo procace, mentre le braccia ignude, -cerchiate di smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare strane -anfore di argilla variopinta o di rame. Sono vestite di stoffe e di -veli vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino alla gola: la -scollatura, se così si può dire, traspare invece alla vita, dove il -giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano talvolta scoprendo una -buona parte del torso bronzeo e la base dei seni: una scollatura alla -rovescia, che non dà nessun brivido sensuale, tanto l'atteggiamento -è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. Forse eccessiva, forse -un po' monotona la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano tutte -sorelle. E tutte ricordano singolarmente la Vergine Maria: non la -Vergine bionda della tradizione occidentale ma la Vergine _nigra sed -formosa_ dei musaici bizantini e degli smalti copti: l'ovale eccessivo, -la bocca dal sorriso triangolare, il naso anche troppo minuscolo -tra gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli ordinati con cura -impeccabile, simili a due bende di raso nero e lucente. - -Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari, -semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo -ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli _zebu_, il bue -indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi, -dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve -ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno. -Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle -cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate -da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante -parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla -barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni -veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una -canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma -dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che -è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e -di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i _Camili_ -e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati -con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre -signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o -scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali -zampilla un'_aigrette_ o una _paradisea_ che farebbe la delizia delle -nostre più raffinate mondane. - -Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi -selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando -con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a -delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica -come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco -dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo, -sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi, -in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto — -ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in -un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del -Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a -Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili; -m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte -al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che -sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle -alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti; -sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra -chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel -nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco. -Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di -metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa, -i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito -e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa -cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva -al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la -belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno, -il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre -pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei -gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute.... - - - Giaipur, 5 febbraio. - -Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi -dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti -color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e -mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa -per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto -il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario, -in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo, -giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice, -azzurro, turchino. - -Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I -tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi -e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra -le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci -di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro -polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita -la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di -pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e -affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli -nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una -danza serpentina. - -A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne -specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E -la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella -tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo, -vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone -con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando -certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente -le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni -pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti -con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune, -le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta, -per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica -gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate -quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda. - - - Giaipur, 7 febbraio. - -E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi -non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni, -il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il -marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori. - -Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad -ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità -dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati -nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda -è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini -che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di -fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle -porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il -pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama! - - - Giaipur, 10 febbraio. - -I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha -il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi, -gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di -rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII. -Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e -le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali -s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi -a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato -come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono -le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale — -la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo -orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte -settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert, -fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi -appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di -marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di -cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi -effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro -piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici -costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un -elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja -assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione -senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie -accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati, -inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel -cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane -divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di -una malinconia esotica intraducibile a parole. - -E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio -Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle, -l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche -dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad -una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle -spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono -attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a -formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto, -il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette -l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni -zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code -pendule. - - - - -L'olocausto di Cawnepore. - - - Cawnepore, 16 febbraio. - -_Remember Cawnepore!_ - -Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e -morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se -volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale -sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di -fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose; -e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore -sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India, -dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a -un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei -sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti. - -_Remember Cawnepore!_ Non so staccare gli occhi dalla targa di -cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole -disegnate da un _highlander_ innominato sul cubo di granito. Il soldato -era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo -che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di -restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere -il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso, -dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde! -— offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta -della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche. - -_Remember Cawnepore!_ Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato -non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione, -tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il -pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove -le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido -d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre -di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie -campagne. - -Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa -della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime -innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte -del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del _Times_ -di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's -Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne -emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel -_bungalow_ del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica, -consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi -son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende, -si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma -inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay -tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei _sepoys_ -ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab, -Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile. -Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857) -predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo -sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di -_sepoys_ si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione -di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe -barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da -rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di -maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo -per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben -altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia. -Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando -al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani -indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo, -forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto -della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta -all'Himalaja. - -L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità -sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci -miglia dalla città — i _sepoys_ hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e -il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella -sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la -Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea, -tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla -si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House -l'orchestra alterna i valzer al _God Save the Queen_. Si festeggia -il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce -corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di -_sepoys_ s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio -dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La -folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini: -poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo -colloquio con Nana Sahib, ultimo _peshawah_ di Poonah, fedelissimo -dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a -disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano -gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore -in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima -notte tropicale. Le bionde _ladies_ possono sfoggiare le loro spalle -e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle -immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze -e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto, -in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona -dove scintilla la gemma unica al mondo. - -_God save the Queen..._: ma come si prolungan le salve dei cannoni e -delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla — -senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa -degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio -generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella -del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio -imminente: - -— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è -fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora -di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi -_bungalows_ per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora -non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte -se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici -si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a -mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora -tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi. - -Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato -con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi -diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di _sepoys_ ammutinati; -i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da -un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra -mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di -spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese. - -— Al forte! al forte! - -L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini, -donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è -derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure -il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte -per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle -spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione -è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee; -combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie -tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano -il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri; -mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per -risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia -dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è -forse alle porte. - -Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa: -oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al -generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta, -ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale -esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi -morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte, -sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I -prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra -pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito. -Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni -attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote: -_more comfortable_ — spiega il nemico — destinati alle donne e ai -fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume -sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una -lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta -l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale -inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la -carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib -offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due -rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni -avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti; -molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di -lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani! - -E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e -bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne -più fosca e men tenera di _sepoys_.... - - * - -Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è -tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le -donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che -ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno -d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che -sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi, -folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non -furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar, -parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e -malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty, -tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie -dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani -congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! — -annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto -che doveva giungere, ohimè — troppo tardi. - -La grande colonna Inglese, comandata dal generale Haweloch s'avanzava -da Calcutta verso Cawnepore, batteva i ribelli più volte, guadava il -Bari-Naddu. Nana Sahib si vide perduto, si vide costretto a fuggire -con tutti i ribelli, costretto a lasciare al nemico l'ostaggio -delicato. No! Il nemico doveva trovare un carname! Fu dato l'ordine -della carneficina immediata. I _sepoys_ esitavano. Pietà, forse; forse -viltà; poichè basta lo sguardo d'una donna inglese per far abbassare -lo sguardo di cento nativi. I bruti uccisero senza fissare le vittime, -uccisero a fucilate, attraverso le grate delle finestre, uccisero -a colpi d'accetta, uccisero sfracellando i cranii infantili contro -gli alberi del cortile, come si fa pei botoli malnati o bastardi. In -mezz'ora la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, feriti, tutti -furono precipitati nella gran cisterna del cortile. Quando il giorno -dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le colonne salvatrici — i mariti, i -padri, i fratelli delle vittime — delle trecento vittime non restava -viva che un'indigena, l'aya (governante) dei due gemelli di Sir -Sotten. E a lui che l'interrogava, che la scrollava alle spalle, perchè -parlasse, essa rispondeva sghignazzando, abbracciando il tronco d'un -palmizio sul quale s'alternavano ciocche bionde e grumi vermigli. La -povera donna era demente. - - * - -E delle cose atroci come delle cose oscene. La fantasia si ribella e -la penna si rifiuta. Ma è pur necessario ricordare quell'ora per poter -comprendere la misura alla quale salì la vendetta degli Inglesi, e -per poter perdonare ad un popolo europeo le atrocità che seguirono: -gl'indigeni «cannoneggiati» in massa, i bramini torturati e appiccati, -dopo averli costretti a mondare con la lingua l'ultima traccia di -sangue dal luogo del massacro. Ahimè, la vita è non solo soffrire, ma -far soffrire; e la storia del mondo c'impone questo dovere crudele: -fare agli altri il male che è fatto a noi. La repressione salì a -tal segno che in Inghilterra stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò -gridando: — Ricordatevi che quelli erano turchi e bramini e che noi -siamo cristiani! - -E la pietà cristiana ha convertito in un giardino il luogo del massacro. - -Ho visitato i giardini delle Memorie (Memorial Gardens) e non è -traducibile a parole il senso che si prova tra quelle ruine fiorite, -la vibrazione che ha l'anima passando dal brivido dello sdegno a -quell'indulgenza ineffabile che assolve di tutto. Vicino al forte -William sorge la chiesa commemorativa, sacra al nome di tutte le -vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima un lupanare indigeno, poi -un macello di donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate di clematidi, -di liane, d'orchidee, e custodite intorno da una ringhiera di ferro -come i luoghi memorabili e sacri. - -Il _Fatal Weell_, la cisterna ottagonale dove furono precipitati -i corpi palpitanti, fu lasciata com'era, mascherata soltanto da un -mausoleo di squisita fattura. L'edificio è ottagonale, com'è ottagonale -la cisterna, a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra una base -a grandi scalee, e farebbe pensare ad un angolo cimiteriale del -Devonshire, se il giardino, intorno, non profilasse i tronchi multipli -dei banani, simili ad immensi polipi capovolti, o gli svelti flabelli -delle palme Palmira. - -Sulla grande scalea che accede al mausoleo un immenso angiolo di marmo -candido — _Angel of the Resurrection_ — prega a capo chino, le mani -congiunte, le immense ali incrociate; e sul cartiglio sono scritte le -parole della Suprema Indulgenza, che non si possono leggere senza occhi -lustri. - - _Traveller, pray for us and our murderers!..._ - - (Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...) - - - - -Il fiume dei roghi. - - - Benares, 23 febbraio. - -— Benares.... il Gange.... - -Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente -risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo scenario della Città -santificata. - -— Il Gange.... Benares.... - -Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni — da quelle -deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne e sentimentali -di Pierre Loti — per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo -attesa con occhi miei. Vano è scrivere, vano è leggere; una bellezza -non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma wildiano -è giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se -risalgo alle origini prime della mia memoria vedo la città sacra in -un'incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è -così chiaro che il sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà d'oggi -mi par sogno.... - - * - -— _Slowly!_ Adagio, più vicino, — ripeto di continuo al barcaiuolo -frettoloso. - -Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L'interno -della città è un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio di tutte -le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta -la sua bellezza verso le acque deificate. - -La mia barca costeggia i _ghati_: così si chiamano i gradi più bassi -delle immense scalee. La stagione asciutta scuopre la città quasi alle -fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le -teste elefantine dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue -massiccie destinate ad un'immersione annua di molti mesi e patinate ora -da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora -la città fluviale, indica il regno delle acque fino all'altezza di -venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica -architettura. Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva -lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva sinistra del -Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole -panciute, minareti maomettani, chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è -tollerato in questa «Terra dell'Indulgenza» pur che si creda. Tu non -dirai che la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io -sono nella verità, colui non è nella verità.... - -Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le -verande, le specule, le infinite finestre tutte rivolte verso il -fiume, ecco le strane «cupole a pigna», così caratteristiche nella -architettura indiana. Gran parte dei superbi edifici appartengono a -marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come -nel Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra -Santa, così i signori indiani visitano Benares una volta all'anno o si -ritirano in vecchiaia per esalare l'anima in cospetto del Fiume-Dio -che assolve di tutto. È risaputa la credenza; colui che muore a -Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, è -dispensato dal martirio d'ogni reincarnazione, raggiunge la felicità -dell'Increato. Malati, diseredati, vecchi d'ogni genere giungono dalle -contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette -nevose del Cachemire, per aver pace nel seno di Brama. - - * - -Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina. Il sole illumina -obliquamente la zona più alta degli edifici; accende l'oro superstite -delle cupole e delle guglie attorno alle quali nugoli neri, verdi, -rossi di corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano salutando la luce -con un inno assordante. E tutto ciò che vive scende verso il fiume. -Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, dalle immense scalee -che danno alla riva del fiume non so che profilo assiro o babilonese, -scende una folla varia, densa, incessante; uomini, donne, fanciulli, -vecchi, giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano ghirlande di fiori; -grosse magnolie, gardenie, corolle sconosciute dal profumo acutissimo, -infilzate come rosarii, e prima di scendere nell'acqua le gettano al -fiume, pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete, i velluti sono -appesi a cespugli o sotto certi ombrelli immensi, senza nervatura, -simili a funghi singolari; gli uomini entrano nell'acqua quasi ignudi, -le donne conservano una lunga tunica che dopo la prima abluzione -aderisce alla pelle e rivela più ancora l'ambra delle carni, l'armonia -delle forme stupende. E tutti pregano e meditano. Meditano su che? La -mia barca passa loro innanzi, deve deviare per non urtarli, ma quelli -mi fissano e non mi vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro anima è -perduta negli abissi dell'ineffabile. Strana città dove tutti credono! - -Perchè molti di costoro non sono fachiri, nè santi, nè pellegrini. Sono -uomini di venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani, mercanti, -soldati, operai che risaliranno le scalee per riprendere la lotta -consueta, che rientreranno nella vita, ma che ogni giorno, due volte al -giorno, scendono nella morte, s'immergono nel fiume a colloquio con la -propria anima, per prepararsi quotidianamente al trapasso inevitabile. -Odioso confronto con i nostri uomini, con i nostri _borghesi_ -occidentali che ignorano ogni cosa dell'anima, deridono ogni scienza -dello spirito, bestemmiano Dio, ostentando un ateismo fatto più odioso -dal vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora! - - * - -Turba infinita che sempre si rinnova, magnificenza di bronzi cupi, di -bronzi chiari, di forme stupende! Ma non tutto è forza e giovinezza. -Gli aspetti della vecchiaia, della malattia, della morte, così -necessari alla perfetta meditazione buddista, offrono sotto questo -cielo magico un contrasto non descrivibile. Poichè è bene ricordare -che gran parte di questa folla è qui giunta per morire, per «morire -in salute» come mi spiega con bisticcio atroce il buon rematore. -Tutti i più crudeli martirii con i quali Siva distruttore ritorna al -nulla la povera carne umana si son dati convegno sulle rive del fiume -luminoso, offrendo al visitatore un campionario strano, interessante -come la nuova flora, la nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali -(_framboesia_, _albinite_, ecc.), che disegnano le pelli bronzate -di chiazze candide e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi, -di zebrature ondulate; piaghe orride, tumori che hanno corroso un -torace, mettendo a nudo i precordi lividi o hanno corrose le gote -scoprendo tutta la dentatura candida in un sogghigno che non si potrà -dimenticare più mai; elefantiasi che tumefanno le gambe, il seno, le -pudenze in modo incredibile, tanto che la vittima sembra scomparire tra -otri immensi e non può muoversi senza il soccorso di qualche devoto, -portatore del singolarissimo pondo. Un gruppo di questi miserabili è -adunato intorno ad un santo ancora giovane, dalla bruna barba divisa, -dallo sguardo di fiamma; che può mai predicare quel veggente per -consolare tante miserie, per far tacere i gemiti di quel carname senza -nome? Forse ripete a quei moribondi le parole dell'Illuminato: «.... il -saggio si rallegra della sua carne che si sfascia, come il prigioniero -impaziente si rallegra della prigione che si schiude. Beata la musica -che si diparte per sempre dallo stromento, beata la fiamma che si -diparte dalla fiaccola, beata l'anima che abbandona la carne...». - - * - -Passiamo oltre. Il sermone non è per noi. Mai come oggi mi son sentito -schiavo della apparenza, innamorato folle di tutto ciò che è forma, -colore, ombra, luce: bellezza viva, preda della morte. - -La città è interminabile: ancora templi, ancora torri, terrazzi, -scalee. Intorno, sul fiume galleggiano infinite le ghirlande votive -e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, gli occhi abbaglianti, -le chiome nere lucenti formano tra il riverbero dell'acqua e lo -splendore del sole un musaico a chiazze vive come nelle tele di certi -impressionisti. Lo sguardo si stanca. Passiamo in una zona d'ombra -riposante, lungo i ghati interminabili. L'acqua lenta orla di bava -sordida i cubi di granito decrepito. Un fetore sinistro di fiori -maceri, di carne putrefatta, di umidità febbricosa e di pestilenza -mi fanno ricordare — con un brivido — che da questo focolaio unico -si dipartono a quando a quando, nei secoli, il colera, la peste, -i peggiori flagelli del mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco -di palma morta che ha fatto diga nel pattume e contro vi s'accumula -una putredine varia: ghirlande di queste corolle carnose che l'acqua -converte in viscidume fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone, -rami, un osso candido, una tibia umana che il remo solleva lentamente: -un misero avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. E poco oltre la -Marayana di Kandaba fa le sue abluzioni sotto un baldacchino sorretto -da quattro servi in turbante; intorno le sue donne reggono le vesti, le -collane, l'immenso pettorale di gemme, mentre l'augusta sovrana — una -pingue signora attempata — immerge nel fiume le carni vizze, fa coppa -delle mani, beve l'acqua fetida alternando ogni sorso con un breve -gesto d'offerta verso il Cielo. - -Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, cerca nel pattume gli -avanzi del legno e del carbone; oltre ancora alcune donne immergono le -anfore di rame lucente, di classica forma, e equilibrandole sul capo -con l'una mano, s'avviano verso la sponda, l'altra mano al fianco, -onduleggiando le anche con un incedere di procace eleganza. - -Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra piattaforma di roghi — sono -molte, ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri templi, altri -palazzi dominanti il fiume dall'alto come castelli feudali. Strana -città rimasta intatta nei millennii, intatta nella sua pietra e nella -sua fede! Altre città favolose esistono al mondo, dinanzi alle quali -si esalta la nostra fantasia; ma sono il fantasma di quelle che furono. -Benares è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani. Quando in Grecia -si celebravano i riti dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, quando -Tebe offriva olocausto a Ita, Benares già splendeva sulla riva del -Fiume-Dio, come oggi; come oggi la sua folla scendeva nelle acque sacre -a meditare il mistero del divenire. - - * - -Un'altra piattaforma che si protende sul fiume: un'altra serie di -roghi; ma son quasi deserti in questa stagione salutare. Quale carname -in fiamme deve fornire a queste rive l'ora della peste! - -Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda. -Fluttuanti nel sudario candido per l'ultima abluzione di rito. Un -altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si -protendono fuori delle fiamme, contratti, le dita divaricate come in -uno spasimo estremo; saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè -è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il -fiume, simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi non sono grandiosi. - -La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni -cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: i roghi -dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che -sa lo squallore. I roghi sono piccoli, simili a lettucci, a fornelli -in cemento, appena capaci d'un corpo umano, e il legno si direbbe -misurato con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli -addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere è tolto -dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di -cemento tra due strati di legno sottile: un indù versa una piccola -latta d'olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro -lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la -cremazione, armati ognuno di una lunga spatola ricurva con la quale -respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore; -i quattro messeri in bianco, chini sul braciere modesto, con quei -cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati, -e non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa -indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna venerazione pel -corpo quando l'anima s'è involata per sempre. Una sola cura frettolosa, -darlo alle fiamme, ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni -rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove siede la -famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante; -i congiunti assistono all'incenerimento per vigilare che il rito sia -compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la cenere -sia data al fiume. - -Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni, -bellissimo, falciato dalla morte d'improvviso, poichè il volto ha la -calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle -chiome bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco -irrigidita. Un uomo — il fratello forse — una donna ancora giovane — -forse la madre — assistono all'opera, scambiano con gli addetti poche -sillabe, discutendo certo sulla resina che la donna annusa e trova -di qualità non buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta, -il profilo perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio, -le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto candido -dell'occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa -il cuore fissando quel volto adolescente, fissando l'altro volto -di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno e -nell'altro — attraverso le remote analogie d'un'unica stirpe — i volti -di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto, -questo specchio dell'io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i -capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non possiamo concepire -il ritorno d'un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la -sua voce. La nostra religione (con un dogma tra i più medievali e -puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa nostra -illusione promettendoci la _resurrezione della carne_. - -Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire -si sono già detto addio. Si sono rassegnati serenamente, dai tempi -dell'origine ariana, a questa disperata certezza «_Nulla è; tutto -diviene_». L'io ed il non io sono il frutto d'una mera illusione -terrestre. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la -calma di questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo -il piccolo elefante d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo di carte: -preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! E tutto -questo fa senza una lacrima, senza che una fibra del suo volto abbia -un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai -di quell'altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si -strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo unico figlio. E -i yogi — si racconta — cercavano invano di richiamarla alla verità, -di strapparla al demone dell'illusione. E tanto era lo strazio della -donna che, per il potere d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere già -disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia. -Ma il principe giovinetto s'alza sulla catasta, respinge la donna con -un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: «Chi mi chiama? Chi mi -strazia? Dove sono? Chi ha spezzato in me l'armonia della Ruota? In -quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi per madre -questa forsennata? Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, ulula -in lei!». Così parlato il giovine ricade resupino e l'anima s'invola -nell'ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò -penitente fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista, -ed ebbe la grazia somma d'essere illuminata da Gotamo in persona, come -racconta il poeta Kalidasa.... - - - - -Il vivajo del Buon Dio. - - -I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno -gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi -tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena -sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, o -Rangoon. Incredibilmente numerosi, più numerosi dei colombi di Venezia, -i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di -cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi -piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche -monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie -della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono -i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne -sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, -contro i quali non vi difende nessun _policeman_ volenteroso. - -Il viaggiatore, che è innalzato in _lift_ ad una delle linde stanzette -degli immensi _hôtels_ tropicali, resta sbigottito dinanzi agli -avvisi delle pareti: _Guardarsi dai corvi._ — _Abbassare le grate -prima di uscire._ — _Non abbandonare gioielli._ — _Il padrone non -prende responsabilità di sorta_, ecc. — Sembra incredibile, ma ci si -ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora della siesta -e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un -indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia, -trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi -dei palmizii, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della -Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria -lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore. -Silenzio. Non s'ode che il ronzìo del congegno e l'altro romore che è -la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi -paesi al fragore del mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: così -monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla -putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra -discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire! -Morte! Morirai!_ - -— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie dannate! E intanto si dorma.... - -Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia una strano -romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo -curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande -finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza -leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora. -Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull'impiantito. Sono corvi -(_corvus splendens?_) più piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con -una penna bianca nell'ala estrema, così buffi di forme e di movenze! -Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno proteso in avanti, l'altro -eretto verticale, in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, simili -veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La -Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia, -ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira -che il demone della curiosità, del rischio, del ladroneccio. E i -cinque ladruncoli s'arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle -bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti, -tirano concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano e questi -cominciano a pellegrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque -becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che -s'era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d'ali ed una fuga -precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano -con un balzo, s'innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in -bell'ordine sull'asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate, -li invitate ad uscire, li minacciate con l'ombrello — troppo breve! — -ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete nè un bramino, -nè un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza -rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il -boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l'ombrello, batte -le palme protese e i cinque appollaiati — riconosciuto l'uomo che non -uccide — attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi. - -Tutti gli animali hanno in India una incredibile familiarità con -l'uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i -cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre -mani, pieni di una francescana fiducia: ma nei corvi e nelle scimmie -la famigliarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo; -certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e -che l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi con palese rancore. -E l'uomo, a sua volta, tollera i corvi delle immense capitali; essi -mondano le vie da ogni sozzura prima che questa si decomponga nel sole -ardente, lacerando, inghiottendo tutto, anche la carta fracida, i cenci -logori, i frantumi di vetro. Dopo qualche giorno diventano simpatici: -offrono all'osservatore scene impagabili, strani motivi di psicologia -animalesca. Certo nessun uccello è più scaltro; basta osservarne -l'atteggiamento vario di fronte alle varie persone. Verso sera, quando -il thè delle cinque anima di veli e di sete, di occhi azzurri e di -capelli biondi ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda d'_hôtel_ -e di _bungalow_, le falangi nere scendono da ogni parte, con un -gracidìo querulo e sommesso, quale si conviene ad accattoni questuanti. -Accerchiano i tavolini svolazzando, saltellando, tutti col becco -proteso, abbastanza lontani per sfuggire alla mano, abbastanza vicini -per ghermire a volo il biscotto o la buccia di banana. E intuiscono -la buona o la mala accoglienza, non s'accostano dove ci sono uomini, -mazze, ombrelli, prediligono i tavolini delle signore e dei bimbi. - -Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno, non sono accattoni, ma -despoti; nelle _native-towns_ che si estendono dopo le città europee, -fanno vita quasi comune con l'uomo, entrano nelle case, noncuranti -di qualche minaccia impaziente, ben certi del patto millenario: «non -essere uccisi». Adorabili scenette dei sobborghi indigeni! Una bimba -— un idoletto di bronzo ignudo, di non forse tre anni — esce da una -bottega stringendo una coppa di riso bollito, corre verso la madre -che l'attende sulla soglia della casa opposta. A mezza via venti corvi -le sono sopra; punto impaurita dalla cerchia delle ali turbinose, la -piccola si piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi fino a -terra, alzando nel sole, contro l'ingordigia dei nemici, una parte che -non è precisamente la faccia. E la madre sopraggiunge, libera la bimba, -disperde gli assalitori, non senza aver dato in offa una manciata di -riso. Entrambe rientrano in casa, sorridendo tranquille, come allo -scherno consueto di buoni amici. Altre volte la vittima non è un bimbo, -ma una scimmia. I corvi turbinano in alto, spiando un gruppo di scimmie -che ha rubato una noce di cocco sul mercato vicino; seguono quella più -prepotente che l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è riuscita a -spezzarne il frutto legnoso, nell'istante in cui sta per portare alla -bocca il gariglio candido, i corvi piombano su di lei, le strappano il -tesoro, la lasciano ringhiosa, a mani vuole, tra lo schiamazzare delle -compagne. - -Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle città indiane, ma non -infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle -città nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono più detestate dei -corvi. Una frotta quadrumane può in una notte scoperchiare una villa, -togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano, -andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommità di -un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano -un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per -solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati, -dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa. -Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di -catie, s'aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano, -noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte -le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule; -ma se passa un europeo, un'automobile, una cosa nuova qualunque, le -code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via, -con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosità. È infinita la -varietà di creature tollerate o protette o venerate in questo vivaio -del Buon Dio. Sulle vetrate degli alberghi, anche eleganti, corrono -certe lucertole gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa, aderenti -al vetro e che l'albergatore vi prega di non molestare. I passeri -bengalini, rossi spruzzolati di bianco argento, invadono a centinaia -le verande e le sale, vengono a beccare le bricie sotto i tavoli del -thè; le manguste, simili a faine fulve, passano guardinghe lungo i -corridoi, vigilando — per un dono strano di immunità — le vite umane -dall'ospite terribilissimo: la _naja tripudians_: il cobra dagli -occhiali. Ed ecco le creature enormi, le più simpatiche di tutte: gli -elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosità, -una bontà che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di -lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come -vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con -non altro di libero che le zanne, la proboscide, le orecchie zebrate: -elefanti da lavoro, più intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla -pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle -fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno visto tre generazioni -d'uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi. -S'incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati -da nessun _cornac_, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci, -quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso -o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di -granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il lungo cammino -per ricevere un altro carico. Il loro passo s'annunzia di lontano -con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono -ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono — se -l'hanno libera — la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono -una monetina — un'_anna_, mezz'_anna_ — sostano alla prima bottega -campestre, la depongono per avere in cambio dall'indù una focaccia -di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza è -inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, quasi perduto nella -mole della testa, s'alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza -derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che -dico, che intuiscono ciò che penso; e non so come dimostrare loro la -mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la -proboscide ruvida come un tronco, l'estremità delle orecchie logore, -strappate come vecchie gualdrappe di cuoio. - -E altre creature vi sono, ripugnanti e malefiche: e le più malefiche -sono le più venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia bramina, -divinizzato in marmo e in metallo in tutti i templi, è salutato con -uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro dal contadino indù che -l'incontra attraverso un sentiero di campagna. - -Ogni tempio ha negli stagni liminari legioni di testuggini e di -coccodrilli decrepiti e venerati. Il pasto dei coccodrilli sacri è -una delle grandi curiosità offerte al forestiero e che si ripete con -rituale identico nei templi di Giaissur, di Ambex, di Tuadura. Un -custode scende alle ultime scalee, seguito da un servo che reca un -cesto di carne putrida; batte con un crescendo fragoroso un disco -di rame, ed ecco sollevarsi pigramente le grandi foglie di ninfea e -di nelumbo, ceco apparire tra i calici rossi dei nenufari i mostri -spaventosi, simili a carcasse di vecchio metallo corazzato e borchiato, -dai denti gialli, radi, aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle -formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio dall'acqua intorno al -custode, il quale lancia brani di carne legata ad una corda, perchè non -venga ghermita a volo dai nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore -nauseabondo. - -L'Inghilterra che tollera tutto, tollera anche questo. Tollera anche -l'_Ospedale degli animali_, in Bombay, che è il non _plus ultra_ del -genere, l'esponente massimo di questa filosofia bramina, così opposta -alla nostra, educata al cristianesimo il quale riduce ogni divinità -all'uomo soltanto e fa di tutto ciò che vive sulla terra una materia -sorda, condannata senza speranza. - -L'ospedale degli animali — un recinto-parco che costa centinaia di -migliaia di rupie — accoglie tutti gli animali ammalati perchè possano -guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che -l'europeo non s'indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di -piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, -coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, -senza pelo: una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice. La nostra -pietà occidentale insorge, domanda sdegnata perchè non si dà a quelle -povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose -di cloroformio. - -— Perchè non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia. - -— Ma vivere a che? - -— Per soffrire. - -— E soffrire a che? - -— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre più dalla -materia attraverso il peso della materia, per spegnere, nella ruota -d'infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che -ci condanna a ritornare in vita. - -E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell'Universo come -la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l'uomo -non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza -immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che -ignoriamo e che non è forse se non la pace dell'Increato? - -Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma -che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico -come un San Francesco di bronzo, non ci può far sorridere come il -nostro orgoglio occidentale vorrebbe. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Le grotte delle Trimurti Pag. 1 - Le Torri del Silenzio 21 - Goa: “la dourada„ 39 - Un Natale a Ceylon 63 - Da Ceylon a Madura 79 - La danza d'una _devadasis_ 99 - Le caste infrangibili 119 - I tesori di Golconda 133 - L'Impero dei Gran Mogol 149 - Agra: l'immacolata 171 - Fachiri e ciurmadori 185 - Giaipur: città della favola 197 - L'olocausto di Cawnepore 215 - Il fiume dei roghi 231 - Il vivajo del Buon Dio 249 - - - - -DEL MEDESIMO AUTORE: - - _I colloqui_, liriche. In-8, copertina disegnata da - LEONARDO BISTOLFI L. 4 — - - - - -PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: =Quattro Lire.= - - -GRANDI VIAGGI ILLUSTRATI - - _Viaggi in Africa_, di =S. A. R. Elena di Francia Duchessa - d'Aosta=. Sontuoso volume in-4, di 380 pagine di testo e 253 - pagine di incisioni, in carta di gran lusso, col ritratto della - Duchessa d'Aosta in eliotipia, colla sua firma autografa e una - carta geografica a colori. L. 30 — - - — La stessa opera, testo francese. L. 30 — - - _Nella terra dei Negus._ Pagine raccolte in Abissinia dal dottor - =Lincoln De Castro=, addetto alla Regia Legazione d'Italia in - Abissinia. Con prefazione di S. E. il Marchese RAFFAELE CAPPELLI. - Due volumi in-8, di compless. 900 pag., con una carta geogr. e - 400 incis. fuori testo. L. 25 — - - _La Missione Franchetti in Tripolitania._ Indagini - economico-agrarie della Commissione inviata in Tripolitania dalla - Società Italiana per lo Studio della Libia. Un volume in-8, di - 610 pagine, con 46 incisioni nel testo, 332 fuori testo e 2 carte - a colori. L. 15 — - - _Il Giappone nella sua evoluzione_, di =Adelfredo Fedele=. Studi e - ricordi d'una campagna nell'Estremo Oriente compiuta con la R. - Nave _Vettor Pisani_ durante gli anni 1903-04. Un volume in-4, - di 216 pagine, con 20 incisioni e 6 grandi quadri a colori. L. - 10 — - - _La Cina contemporanea_, di =Giuseppe de' Luigi=. Un volume in-8, - con 140 incisioni fuori testo. L. 7 50 - - _Nel Marocco, Ricordi personali di vita intima_, di =Lena= - (MADDALENA CISOTTI FERRARA). Un volume in-16, con 15 incisioni - fuori testo e il ritratto dell'autrice. L. 4 — - - _Il passaggio Nord-Ovest: il mio viaggio al Polo sulla «Gjöa»_, di - =Roald Amundsen= (1903-05). Un volume in-8, di 640 pagine, con - 140 incisioni e 3 carte geografiche a colori. L. 10 — - - _La scoperta del Polo Nord_, del contramm. =Roberto Peary= - (1909). Un volume in-8, di circa 400 pagine, in carta distinta, - illustrato da oltre 100 incisioni, da 8 tavole a colori e da una - grande carta. L. 15 — - - _Verso il Polo Sud_, del Cap. =S. A. Duse=. Memorie della - spedizione antartica diretta dal professor O. Nordenskjöld - (1901-1903). Tn volume in-8, con 148 incisioni e carte - geografiche. L. 5 — - - _Alla conquista del Polo Sud. Il cuore dell'Antartico_, del - luogotenente =E. H. Shackleton= (1907-09). Due volumi in-8 - grande, di 914 pagine, con oltre 300 incisioni, 12 tavole a - colori, e una grande carta che segna la presente e le passate - spedizioni al Polo Antartico. L. 30 — - - _La conquista del Polo Sud._ La spedizione norvegese del _Fram_ - verso il Polo Australe (1910-12), di =Roald Amundsen=. Due - volumi in-8, con 8 tavole a colori, 67 tavole in nero, 115 - incisioni intercalate nel testo e 4 carte geografiche a colori. - L. 25 — - - _L'ultima spedizione del Capitano Scott._ Diario del Capitano - Scott con i rilievi scientifici del dottor E. A. WILSON, e dei - superstiti della spedizione, e prefazione di sir CLEMENTS R. - MARKHAM. Due volumi in-8, di complessive 730 pagine, illustrati - da 90 tavole fuori testo e una carta geografica a colori. L. - 15 — - - _Dalla Persia all'India attraverso il Seistan e il Belucistan_, - del dottor =Sven Hedin=. Due volumi in-8, di 960 pagine, con 285 - incisioni. 6 tavole colorate, 2 carte geografiche, e il ritratto - dell'autore (1911). L. 25 — - - _Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet_, del dottor =Sven - Hedin=. Due volumi in-8, di complessive 1010 pagine, con 397 - incisioni, 2 panorami, 8 tavole a colori e 10 carte (1910). L. - 25 — - -_Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves Editori, in Milano._ - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - -***** This file should be named 50996-0.txt or 50996-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/0/9/9/50996/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Verso la cuna del mondo - Lettere dall'India - -Author: Guido Gozzano - -Release Date: January 22, 2016 [EBook #50996] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -VERSO LA CUNA DEL MONDO. -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="chapter"> -<div class="figcenter"><a id="fritratto"></a> - <img src="images/ritratto.jpg" alt="" /> -<p class="caption">Guido Gozzano.</p> -</div> -</div> - -<hr class="pad4 silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="large"> -GUIDO GOZZANO -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -Verso la cuna del mondo -</p> - -<p class="pad2"> -LETTERE DALL'INDIA<br /> -(1912-1913) -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Con prefazione di <span class="smcap">G. A. Borgese</span> -e il ritratto dell'autore</i> -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="small">MILANO</span><br /> -<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span><br /> -<span class="small">1917.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA. -</p> - -<p> -<i>I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per -tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.</i> -</p> - -<p> -Copyright by Fratelli Treves, 1917. -</p> - -<p> -Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che -non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. -</p> - -<p> -Milano, Tip. Treves. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> -</p> - -<h2 class="hidden"> -Prefazione -</h2> -</div> - -<p> -È bene che il lettore, chiuso questo libro -del nostro caro morto Guido Gozzano, -indugi un poco prima di giungere ad una -conclusione sul suo significato e sul suo -valore. -</p> - -<p> -Udrà allora molti suoni fievoli e sordi -comporsi in una triste armonia seduttrice; -vedrà molte macchie di colore, che parevano -buttate a caso, connettersi pei margini -e formar quadro. Le tinte, elementari -e franche, parevano, finché leggevamo, -giustaposte. Il ricordo le modula, così come -fa la distanza per certe tele del Segantini -o del Previati. -</p> - -<p> -Da principio non si vede altro ordine -e legge che quelli della curiosità esotica. -Si pensa a un De Amicis meno colto e -ardito, a un Barzini meno esperto e potente. -L'Italia deve molto a questa strana -categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo -secoli di piè di casa, di provincialismo -<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> -non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova -e avida di novità, un po' giapponese -per l'ansietà d'avvenire, un po' americana -per il disdegno delle catene tradizionali. V'è -già un accenno di futurismo in questo viaggiare -per viaggiare, così diverso dai viaggi -intimi e psicologici dei romantici, in queste -esplorazioni del settentrione e dell'Oriente, -delle capitali brumose e dei fronti -di battaglia. Sciami di circumnavigatori -e di grandi reporters, ritornando in patria, -non contribuivano soltanto a introdurvi il -<i>whisky and soda</i> e il rasoio automatico; -ma anche un certo numero d'impressioni -fresche e d'idee elastiche, utili per mettere -bene a fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; -ed anche un certo numero di parole -giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, -delle quali la tecnica sperimentale -delle nuove scuole poetiche ha fatto -un'orgia, ma che daranno qualche buon -frutto nella poesia di domani. Lo stesso -d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio -di Corrado Brando e degli Ulissidi, -si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, -ch'era già preannunziata nel Carducci -innografo della locomotiva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -</p> - -<p> -Il Gozzano del viaggio in India desume -le occasioni e i metodi da questa scuola. -Ma, dentro di sé, è assai più romantico e -sentimentale, con molto maggiori affinità -ai viaggiatori sterniani. In India cercava -soprattutto se stesso, il se stesso fisico e -morale: un po' di buona salute, un po' -di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina -vagamente intravveduta del nirvana, -e forse un ampliamento del suo dolce -orizzonte canavesano. Cercava anche le -farfalle — ch'egli adorava, egli così magro -e fragile e occhiuto, egli così simile -a una povera farfalla dall'ali bruciate —: -le farfalle sotto archi anche più grandi -che quello di Tito. -</p> - -<p> -I suoi tentativi d'interessarsi alle cose -esterne, quali sono realmente, non mancano: -ma scissi, deboli, abbandonati ben -presto quasi col gesto pallido e febbrile -con cui l'incurabile rifiuta la pozione accostata -alle labbra in una velleità di speranza. -Né la salsedine può rifabbricargli -i polmoni, né le lontananze esotiche possono -nutrirgli l'anima che ha ormai compiuto -il suo ciclo e si consuma in sé medesima. -Non ignora certo Kipling, eppure -<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> -non lo ricorda mai, perfino temendo la -vicinanza di quell'imperiale britannico appetito -di esistere; e i suoi occhi, già colmi -di penombra, non sostengono le policromie -fragorose che Gauguin cercava pei mari -australi. Ammira gl'inglesi conquistatori -e organizzatori, senza che questa ammirazione -oltrepassi l'accento giornalistico e -tocchi la soglia della storia. Ha appreso -lì per lì, non senza sazietà e noia, le alcune -cose che ci riferisce; e a lui, così -vicino al gelo dell'eternità, la storia non è -ormai che una lacrimevole commedia di -equivoci in uno scenario orpellato. E tale -gli era parsa, anche prima, immutabilmente; -e non v'è nulla che neghi il carduccianesimo -epico quanto <i>l'Amica di -Nonna Speranza</i>: obbiezione nichilistica -pronunciata con tanto più radicale decisione -quanto più semplice e cordiale vi è -la modestia del discorso. Perciò quasi non -gli costa fatica la lealtà di confessare che, -prima di sbarcare in India, confondeva i -Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione -d'ignoranza, nessuna pretesa di sapienza. -Le cose che guarda sono spesso «buffe ed -assurde». «Buffa ed assurda questa torre, -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -circondata di alti palmizi, alternati alle -aste della luce elettrica e del telegrafo, -buffi ed assurdi quest'automobile e noi -che sostiamo su questo pendio come dinanzi -ad un aereodromo, a un ippodromo -occidentale...» Tra l'incomprensibile passato -e l'impossibile avvenire egli vacilla -in un'ondulazione inconsistente — che è -il ritmo lirico di queste sue prose — come -uno che vada innanzi, su una passerella -tarlata, certo in cuor suo che da un istante -all'altro cadrà nell'abisso. -</p> - -<p> -Poi tornò in Italia. E vennero i giorni -di questa immensa rappresentazione storica. -Bisognava credere nella realtà della -storia, o sparire. Ma egli, Gozzano, già da -tanto tempo amava le farfalle, il simbolico -animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. -Già da tanto tempo aveva detto -addio alle donne, agli amici, alle immagini -care. Partì silenzioso — per un -viaggio più lungo — verso il mitico buio -Occidente, questa volta, ove tramonta il -desiderio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Anche allora, in India, aveva sperato -questa pace. Sapeva delle dottrine orientali, -vagamente. Ma era troppo stanco e -sfiduciato per un pellegrinaggio ascetico; -e, in fondo, soffriva troppo per imporsi -penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la -ruota delle cose» e fu celebrato il silenzio, -udiva invece il frastuono di una barbarica -idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente -riconoscere d'essere troppo artista -perché gli riuscisse facile la condanna -dei sensi. -</p> - -<p> -Un odore di sensualità esotica circola -qua e là per queste pagine. Ma ha qualcosa -di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato -da acredini di preziosa putrefazione. -«Mi sono avvezzo agli strani frutti -che si spaccano offrendo una polpa gelida, -mantecata come un sorbetto, odorosa di -muschio e di creosoto; strani frutti che si -direbbero preparati da un confettiere, da -un profumiere e da un farmacista. E da un -<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> -orefice si direbbero ideate le orchidee che -ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata -di mica, gole fantastiche e sogghignanti -di draghi nipponici, petali gibbuti, -cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti -come le tinte intraviste nei toraci -aperti delle bestie macellate; il fascino -dà l'incubo della peste e del malefizio, e -nell'afa pomeridiana emana un odore fetido -insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, -per associazioni forzose e istintive -cui vediamo seguire sul suo viso un pallore -madido, una contrazione di agonizzante, -appanna anche altre volte il desiderio della -vita con l'alito della corruzione. Ecco -la danza della Devadasis, ed ecco le due -misere cortigiane francesi che vorrebbero -prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni -prima. Ecco nudità intravvedute, -così perfette che il poeta s'esalta, riconoscendosi -puro e immune di lascivia: od -ecco lo stridulo ricordo di Madame Angot. -</p> - -<p> -La volontà di vivere era già quasi esausta, -e il desiderio di morire tardava ancora. -Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, -povero caro fanciullo esangue, davanti -al focherello malcerto della sua vita, -<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span> -come già lo vidi, in una giornata di nevischio, -davanti al camino della <i>salle à -manger</i>, in un alberghetto di montagna, -ove, prima che in India, era venuto a cercare -un po' di salute. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Lo ricordo ancora altrimenti, come lo -vidi in un giorno d'agosto 1913, in riva al -mare ligure. La memoria del bene che mi -volle e della stima ch'ebbe per me (gli -parevo un luminare di scienza: caro, umile, -timoroso fanciullo che temeva i còmpiti -e riveriva i professori e i primi della classe!) -è fra le cose buone e nobili che m'ha -date la vita. Era venuto per vedermi e -parlarmi. Aveva ancora il volto abbronzato -dal lungo viaggio, con una maschera -illusoria di floridezza. Parlava piano, fissando -la lontananza e il queto Occidente -che s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. -Progenie di Leopardi, aveva varcato -la siepe, aveva navigato verso l'infinito. -Era freddo, deluso, risoluto. -</p> - -<p> -Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; -<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span> -nella pellicola cinematografica, pel suo pane; -in qualche amico. Anche, soprattutto -nella poesia; ma in una poesia fatta <i>sibi -et paucis</i>, stampata in pochi esemplari non -venali, condotta fino all'ultima nudità d'espressione, -ridotta a sé medesima: senza -risonanza pratica e senza gloria. Mi parlò -delle poesie, candide e ignude, che aveva -scritte in India: e che non conosco. -</p> - -<p> -In questo volume non mancano echi di -canto. Vi è il Tai-Mahal coi suoi cipressi -di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' -di quel «soprannaturale» che sperava di -trovare in India); vi è Giaipur («nessuna -cosa è più inutile di questa grande città -color di rosa» — «mi ricorderò di Giaipur...»); -e quella pagina dei frutti e dei -fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). -E v'è «la demenza beata che accompagna -le agonie senza fine di certi consunti», e, -sulla fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: -«l'altro romore che è la nota acustica dell'India, -alla quale bisogna abituarsi come -in certi paesi al fragore del mare o dei -torrenti: il gracidìo dei corvi così monotono, -assiduo, che non rompe, ma sottolinea -il silenzio; inno alla putredine, dove -<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> -prorompe la gamma di tutte le r, dove -l'orecchio sembra discernere tutte le parole -non liete: <i>Ricordati! Ricordati! Morire! -Morte! Morirai!</i>». E v'è, soprattutto, -quell'occulta accentuazione lirica che sorregge -tutta questa prosa piana; ma l'una -e gli altri, la musica occulta e gli echi -percettibili, indipendenti dalla volontà dello -scrittore, permeati nella quieta e modesta -prosa quasi suo malgrado. Giacché -non amava più (non aveva forse mai amato) -questi intarsî equivoci, e spregiava, -senza indignazioni oratorie, le cose brillanti -da bazar. Qui voleva dare notazioni -semplici e opache, diarî di curiosità forestiere, -per molti lettori: un po' di buona -cinematografia, se si vuole. La poesia doveva -essere altrove, nella sua anima e nel -suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. -Doveva essere, ormai, tanto più schiva -quanto più veritiera: una nudità pudica -che non si mostra in piazza, una lealtà -che non ricorre all'enfasi, perché non le -giova di persuadere le folle. -</p> - -<p> -Ho già detto pocanzi la parola lealtà -per Gozzano. E non mi dolgo della ripetizione. -Soprattutto per questo egli è e rimane -<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> -un maestro: per avere contribuito a -restaurare nella nostra lirica il gusto del -parlare sobrio e a bassa voce, del riferire -l'esperienza interna qual'è, del collocare il -valore poetico nell'accentuazione più che -nel lessico: per aver dunque lavorato a -rimettere in onore la verità dell'emozione -e la lealtà della parola. -</p> - -<p class="indl"> -<i>Parigi, aprile 1917.</i> -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">G. A. Borgese.</span> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="trimurti">Le grotte della Trimurti.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<p> -Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, -isola degli Dei»: è forse la più bella -gita che offra Bombay, certo quella che -unisce in minimo spazio i motivi esotici -più interessanti pel forestiero. Ma difficilmente -un inglese, un nativo tanto meno, -la propone al suo ospite; trova di miglior -gusto condurvi alla spettacolosa sala -di <i>skating</i> (sì, hanno il coraggio di -darsi a questo sport, con una temperatura -minima di trenta gradi), o all'unica -<i>matinée</i> che dà la Cleo De Merode, di passaggio -per Bombay alla volta del Siam, -con un plutocrate innominato, o al gigantesco -teatro cinematografico dell'Esplanade, -dove al soffio — ohimè! vano — di -trenta ventilatori la vostra nostalgia d'italiano -sussulta vedendo apparire a sfondo -di qualche <i>film</i> poliziesco il Canal -Grande, il Pincio, il Valentino. Ma veramente -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -non si viene in India per questo. -Non è facile l'arte del Cicerone perfetto, -del duca ideale nel proprio paese; le cose -vicine, anche bellissime, non si vedono -più; e l'inglese non pensa a farvi vedere -l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo -prima di proporre la baedekeriana -gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli -inglesi vanno ad Elefanta per due cose -soltanto: mangiare e fare all'amore. Il vaporino -che supera le sei miglia di mare -dall'isola di Bombay all'isola d'Elefanta, -è in gran parte occupato da famiglie merendanti -e da coppie amorose: viaggio al -paese di Cuccagna, <i>embarquement pour -Cithère</i>.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma oggi non è domenica, e lo <i>steam-lunch</i> -è quasi deserto. Non è domenica, e -l'immensa rada di Bombay non è paralizzata -dall'inesorabile riposo festivo, offre -tutta la policromia gaudiosa, la bellezza -varia della sua attività. Dobbiamo attraversare -il porto della grande metropoli asiatica; -la lancia passa come un moscerino -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -ronzante tra i fianchi delle navi: navi di -tutta la terra: inglesi, francesi, olandesi, -giapponesi, australiane, americane; di tutti -i tempi: colossali alcune, nuove, intatte, -saggio imponente dell'ultima civiltà; altre -di forma arcaica, di età non definibile, -zattere immense con una sola grande vela, -che osano attraversare l'Oceano Indiano -dall'Africa all'India, affidandosi per lunga -esperienza a quel dato soffio di monsone -in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti -che fingono di ignorare ancora l'istmo -di Suez, poichè la tassa di transito che si -paga a Porto Said varia dalle trenta alle -cento e più mila lire, e ripetono il loro -viaggio secolare circumnavigando l'Africa, -l'Arabia, la Persia; velieri panciuti, d'una -tinta uniforme di vecchio legno fradicio, -dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, -così decrepiti che fanno pensare alle galee -portoghesi che ripararono per la prima -volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, -ai pirati che furono per tanti secoli -i signori indisturbati di questi mari e di -queste terre. -</p> - -<p> -Non è leggenda: tutta la popolazione -marinara e peschereccia di Bombay, che -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, -sotto l'ombra dei cocchi eccelsi, è discendente -di pirati; l'isola di Colaba, che si -disegna verdeggiante oltre la foresta delle -antenne e delle vele, era abitata ancora al -principio del secolo scorso da <i>cacciatori di -naufraghi</i>: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti -interamente con rottami di navi. -Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte -le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee -e tutte le tinte si contendono, stridono in -questo convegno del Mondo, che offre tante -cose rare all'amatore dell'anacronismo e -del paradosso. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Avanziamo lungo un piroscafo inglese -giunto da poco: la parete curva, nera, vertiginosa -s'alza su di noi come il fianco d'un -cetaceo colossale; dagli infiniti sportelli -aperti giungono voci, s'affacciano volti impazienti; -lungo una scaletta troppo fragile -scendono i viaggiatori in una lancia d'approdo; -quattro <i>indu</i> ignudi ricevono i bagagli, -aiutano i fanciulli, i malsicuri nel -balzo. Una signora biondissima si rifiuta al -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle, -l'incoraggiano, protestano; un gigante di -bronzo l'afferra senz'altro, la solleva in -alto, la passa ad un altro gigante ignudo, -che la depone delicatamente, la siede incolume -nella barca tra i suoi bagagli ordinati: -strida convulse della signora, risa -degli astanti. Quella biondezza e quelle -braccia candide avvinte disperatamente -alle spalle barbare mi hanno fatto pensare -una romana della decadenza, una <i>flava -coma</i> contesa da due schiavi nubiani un -poco irriverenti.... -</p> - -<p> -Tutto il porto dà il senso della schiavitù, -ma non è un senso penoso: i dominatori -sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, -comandano con alterigia, ma con giustizia. -Sulle navi, da nave a nave, su corde -tese, su scale pendule, su palafitte è un -brulichio di forme nere; tutti <i>indu</i> di bassa -casta, che vanno, vengono in file ordinate -ed opposte come le formiche, o si passano -dall'uno all'altro, in catena, le gerle di carbone, -le balle di cotone, i caschi di banane, -le casse di spezie. È strano come questa -misera, infima gente abbia innata la scienza -della grazia, l'armonia del passo, del gesto, -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, -com'è costume nelle città orientali. -È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo -dello sforzo o dell'intesa si accentua -con un ritmo più forte e produce nell'insieme -l'effetto di una orchestra ronzante, -monotona, non priva di dolcezza. Ci sono -donne tra quegli infelici, sono ignude, con -un <i>panio</i> alle reni, ma si stenta a riconoscerle; -quasi tutte son vecchie; il tempo, -la fatica hanno riassorbito il seno, -fatte angolose le spalle, rudi le braccia, -maschile tutta la persona. Infelici? Forse -no; certo meno infelici, dacchè l'europeo -li ha emancipati dalla crudeltà delle caste. -Poichè quasi tutti sono <i>paria</i>, cioè «non -salvabili», da meno dei corvi e dei cani, -creature che si potevano uccidere impunemente, -poichè fuori del ciclo evolutivo, -escluse per l'eternità da ogni speranza, -dannati in vita e in morte per la sola colpa -di essere nati. Ora la maggior parte ha -sul petto di bronzo la scapolare, ha nel -cuore, rozza ed incerta, ma consolante, l'idea -di una possibile salvezza, la speranza -di poter pretendere dalla morte ciò che -non ha dato la vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Il porto interminabile ci resta a poco a -poco alle spalle: dirada la selva dei piroscafi, -dei velieri, delle giunche; qualche -zattera vaga ancora sul mare di stagno, sul -quale emergono frequenti le pinne dorsali -degli squali o balzano improvvisi, a frotte, -i pesci volanti. Cielo e mare si confondono -in una calma eguale, senza limiti, incolore. -Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; -al tempo delle origini, quando i mari caldi -nutrivano i germi dei pleosauri e delle -felci colossali, le acque e i cieli immobili -dovevano avere questo silenzio d'attesa. -</p> - -<p> -Ma d'improvviso, come sospesa nello -spazio, disegnata sopra una parete di cristallo, -si profila l'isola di Elefanta, tutta -verde, e dopo l'isola la fascia fulva della -terra ferma coronata dalla catena dei Gati: -il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto -sanguigno intagliato dalla natura a -torri, a spalti guerreschi. -</p> - -<p> -Sono le dieci del mattino. Il caldo è -tale, che la corsa della lancia non dà -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia -tenda, si fa sentire sulla fronte, contro -le gote, con l'ardore di un braciere troppo -vicino. Un <i>boy</i>, armato d'una pompa, irrora -d'acqua marina l'intavolato e le tende, -ma i disegni scompaiono subito evaporati -dall'ardore di questo dicembre tropicale. -Mai come in questi climi mi sono rallegrato -delle mie non molte carni: l'India è un -soggiorno veramente infernale per le persone -anche appena fiorenti. -</p> - -<p> -Il caldo provoca i miraggi, scompone -l'aria, la fa vibrare, oscillare all'orizzonte -col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola -d'Elefanta, già prossima, s'addoppia, si -riflette quadrupla, s'avvicina, s'allontana, -scompare. -</p> - -<p> -Quando riappare, siamo giunti. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Approdiamo su grandi cubi di granito, -viscidi d'alghe rosse e azzurre, abbandonate -dall'alta marea, pendule come capigliature -di sirene sconosciute. La collina -s'innalza ripida sul mare: due cose sono -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -interessanti in quest'isola: non il <i>lunch</i> e -l'amore degli inglesi domenicanti, ma la -vegetazione e i templi famosi. Per la prima -volta, dacchè sono a Bombay, vedo in -libertà selvaggia la flora tropicale. I magnifici -scenari verdi del Vittoria Garden, -delle ville dell'Esplanade, e del Malabar-Hill -sono meditati da giardinieri esperti -su modelli inglesi, e ogni albero reca sul -tronco una targa ovale col nome in corretto -latino: <i>Cinnamomum canphora, Vanilla -aromatica, Ficus elastica, Strychnos -nux vomica, Tamarindus indica</i>, ecc., ecc., -pessima consuetudine che dà alla poesia -d'un giardino esotico un sentore farmaceutico -e tutta la prosa d'una rivendita di -droghe e coloniali. -</p> - -<p> -Qui è la natura soltanto, la flora demente, -senza freni e senza nome. La spiaggia -è fiancheggiata da pandani colossali che -immergono nell'acqua le loro radici multiple, -sollevano in alto la corona delle foglie, -e fanno pensare a candelabri capovolti o -a buffi trampolieri vegetali. Si sale la collina -lungo una scala ripida scavata nel -basalto da un brahamino, per ex-voto, a -beneficio dei visitatori. A tratti la vegetazione -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -s'intreccia sul nostro capo, forma un -corridoio verde, dove il sole giunge tremulo -come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti -bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti -neri, diritti come colonne delle <i>palme-palmira</i>, -è il groviglio delle liane che allacciano -d'albero in albero tutta la foresta, e -fanno dell'isoletta un fascio di verzura -emerso dal mare. -</p> - -<p> -Vorrei uscire dal sentiero, internarmi -sotto gli alberi, nel refrigerio della notte -verde, ma i <i>boys</i> e gli amici si oppongono -recisamente: è l'ora calda, l'ora dei cobra, -e i cobra abbondano nell'isola sacra. -</p> - -<p> -A metà della collina s'apre il tempio famoso. -È un ipogeo, che ricorda le costruzioni -egizie e consta di varie grotte scavate -in una pietra nera, simile al porfido. Le -colonne si moltiplicano all'infinito, pendono -spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano -monche come stalattiti. Il tempio -è lavorato con un'arte pazientissima nei -particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante -delle proporzioni e dell'armonia -dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, -dalle infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo -mussulmano e portoghese, presenta -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -ancora una sintesi completa e imponente -dell'olimpo brahamino; olimpo complicatissimo, -difficile a chiarire per chi -non ha speciali attitudini nel collegare le -parentele numerose. Domina nella grotta -principale un altorilievo di forse quindici -metri, raffigurante un corpo formidabile -a tre teste, la <i>Trimurti</i> famosa: Siva che -crea, Visnu che conserva, Rudra che distrugge. -Ma questa trinità s'incarna all'infinito, -si trasforma nei bassorilievi dei -porticati semibui in mille altre figure del -simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che -cavalca un toro e si fa maschio e femmina -ad un tempo, col simbolo maschile -<i>linga</i>, e femminile <i>joni</i>, circondato da infinite -figure: elefanti, tigri, serpenti, da -saggi, <i>rhisi</i>, da <i>apsare</i>, uri dell'olimpo brahamino, -da Indra, da Brahma adagiato -sul loto e portato da quattro cigni, Visnu -sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla -testa umana. È ancora Siva, la scultura -divina dalla cui fronte sgorgano i tre grandi -fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva -che passa a giuste nozze con Parvati, la -Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, -che con l'una mano abbraccia lo sposo, -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -con l'altra strozza non so quale rivale in -forma di mostro femminino. E intorno è -scolpita una turba di Dei e Semidei, parenti -e convitati, devoti e servi, che offrono cibi -e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta -un giardino: il paradisiaco monte -Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia, -poichè dall'unione di Siva con Parvati -è nato Ganesa, il Dio della Sapienza, -mostro dalla testa di elefante, dal corpo -umano, piccolino, tondeggiante, panciuto. -È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae -le più desolanti e borghesi rappresaglie di -famiglia che possano affliggere un nume. -Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, -figlia di Daksha, figlio di Bhraham e -genitore di sessanta figliuole; Daksha dà -un convito rituale, aduna tutti gli Dei e -dimentica sciaguratamente il suocero Siva -e consorte. Questa interviene al rito, e, -non attesa, male accolta, si getta sulle -fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale -nel furore si moltiplicano le braccia, e -taglia la testa al genero, alle cinquantanove -figlie, ai convitati con lo spaventoso -congegno delle molte braccia roteanti; intorno -è un turbinare di teste mozze.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -Una grotta è dedicata a un <i>lingam</i> inghirlandato -di fiori gialli: in giorni speciali -migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio, -s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco -di pietra, girando più volte: e la -cerimonia assicura la fecondità. In tutto -il tempio domina sovrano il <i>Civa-Lingam</i>, -ed è strano questo simbolo procreatore in -una religione dove il supremo bene è il -non essere nati, o essendo nati annichilirsi -al più presto. Ma è certo il mio cervello -profano d'occidentale che non comprende -l'occulto senso della pietra scolpita. Queste -figure, ad esempio, che ricorrono su -tutte le arcate d'ingresso e rappresentano -uomini armati recanti il sesso nella mano -protesa, e al posto del sesso un teschio -che ride, dànno veramente un brivido d'orrore -e il senso del più tragico pessimismo. -L'impressione tuttavia di questo ipogeo -troppo vasto, umido, oscuro, non animato -che dallo squittire dei pipistrelli e dallo -stillicidio delle infiltrazioni, è tetra, non -religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare -dalle pareti, precipitarsi furibonde -contro i poveri mortali, armate di clave, -di lancie, di braccia multiple per meglio -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -ferire, dànno il senso dell'idolatria paurosa; -vien fatto di domandare a questi -numi il perchè di tanto furore e quale -guaio riserbano ai miseri mortali peggiore -della vita, peggiore della morte. Certo lo -studioso, anche il dilettante soltanto, che -viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri -testi indiani e aver chiesto qualche ora di -conforto alle sublimi speculazioni dei Veda -e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato -dinanzi a questa teogonia barbara e selvaggia. -Ma è il destino fatale di tutte le -religioni, che diventano culto, di tutte le -fedi che si fanno pietra, metallo, colore, -forma: idolatria. -</p> - -<p> -A queste malinconie certo non pensano -i visitatori dell'ipogeo d'Elefanta: sulle -trenta mammelle della dea Dassavi, sulla -tiara delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina -di Ganesa, la matita, il temperino -ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande -di rose all'amore che passa. Precisamente -come da noi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola -paradisiaca. Si passa dall'ombra alla -luce, dalla barbarie alla civiltà, dal passato -decrepito al presente vittorioso. Tutta -Bombay è disegnata sull'orizzonte con la -sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole. -Da nessuna altura si può meglio capire -la topografia mirabilmente equilibrata di -questa metropoli asiatica. E si pensa non -senza orgoglio al miracolo che l'attività -occidentale ha fatto in poco più di mezzo -secolo in queste paludi febbricose. -</p> - -<p> -«Due monsoni dura la vita di un uomo» -dicevano gli indigeni agli europei che approdavano. -Oggi Bombay è tra le città più -salubri dell'India, certo superiore a Calcutta, -a Goa, a Madras. Ma quale sovvertimento -ciclopico ha dovuto operare la -forza dell'uomo! Due secoli or sono, alla -foce del fiume Ulas, si prolungavano in -mare, lontane dalla costa, le creste parallele -di due colline sommerse; l'intervallo -era occupato da laghi salmastri, da -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -<i>jungle</i> popolate di belve. Gli esploratori -portoghesi giudicarono quell'acquitrino insanabile. -Giovanni IV di Portogallo diede -l'arcipelago di Bombay quale dote — trascurabile — di -sua figlia Caterina, sposa -di Carlo II. La Compagnia delle Indie -l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile -di lire 250 annue. Se ne fece un luogo -d'asilo, si cercò di popolare la plaga umidiccia -ed infuocata. Ma solo con l'annessione -definitiva all'Inghilterra, cominciò a -delinearsi sull'arcipelago insalubre la futura -città. Le paludi e le <i>jungle</i> furono -prosciugate e distrutte, le due colline parallele -si congiunsero, formarono l'isola -d'oggi. Alcuni grandi giardini conservano -esemplari di teck, di palme centenarie, -superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà -le rispettò come rispetta le colonne -dei templi indiani, formò giardini intorno -ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia -le belve. Dove sorgevano paurosi paesaggi -antidiluviani verdeggiano aiuole ben pettinate, -corrono <i>babies</i> biondi dagli occhi -ceruli, seguiti da un'<i>aia</i> indigena, da una -mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo -figurino europeo; un'orchestra scelta -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -risponde con una melodia verdiana o wagneriana -al ruggito delle tigri prigioniere. -</p> - -<p> -Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba -del passato — si contempla l'isola -di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun -contrasto è più profondo e più significativo. -La filosofia orientale e la filosofia -occidentale con le loro conseguenze opposte: -un tempio tetro, pauroso, idolatra, -una metropoli fiorente, colma di tutte le -abbondanze. E penso all'ammonimento dei -simboli fallici e macabri: meglio non esser -nati.... -</p> - -<p> -Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo -nati.... adagiarsi nella vita con tutti i -beni che la vita può dare.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<h2 id="silenzio">Le Torri del Silenzio.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -Non è il titolo di un volume di versi -decadenti. -</p> - -<p> -<i>The Towers of Silence</i>: è la passeggiata -che propone qualunque <i>Cook's boy</i> di -Bombay al viaggiatore incerto sulla sua -mèta. La Torre del Silenzio: anzi, le Torri, -poichè sono cinque le <i>Dakmas</i>, dove i -Parsi espongono i cadaveri agli avvoltoi. -Io le credevo un'invenzione di quei romanzi -di avventura, già cari alla nostra -adolescenza, dove, per gli occhi languidi -della figlia di un Marajà, un esploratore -giovinetto era narcotizzato a tradimento, -avvolto in un lenzuolo ed esposto agli avvoltoi -dell'edificio favoloso, ma veniva salvato -da un servo fedele e unito a giuste -nozze con l'oggetto dei suoi desiderî. -</p> - -<p> -Le Torri esistono invece e sono intatte, -come mille anni fa; tutto è intatto in quest'India -britanna, tutto è come nei libri e -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -nelle oleografie: danze di bajadere, templi -colossali, ciurmerie di fakiri; e guai per -chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni, -o la nostalgia delle cose inedite; qui il letterato -è esposto di continuo al rammarico -acuto, al dispetto indefinibile che si prova -quando la realtà imita la letteratura; non -c'è altra salvezza che uscire dall'albergo -senza guida e senza amici, perdersi nella -vasta metropoli luminosa dagli edifici a -ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate -di fiori e di palme; edifici di uno -stile gotico inglese, illeggiadrito dalle esigenze -del clima, immuni dal lercio stile <i>liberty</i> -che appesta le metropoli europee; -edifici che appaiono come tanti castelli -della Bella Addormentata e sono invece il -Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il Tribunale, -la Posta, ecc. E allora si trova il -nuovo nelle piccole cose della strada: il -<i>cipay</i>, che si mette sull'<i>attenti</i> se lo richiedete -di un'informazione, e ha gli occhi -dipinti di azzurro, prolungati sino alle -tempia, contro i malefizi degli sconosciuti; -lo <i>chauffeur</i>, che porta sotto la visiera di -celluloide, disegnato in rosso vivo, il tridente -di Wisnu; un <i>tram</i> zeppo di passeggieri -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -indigeni, che siedono invariabilmente -sulle calcagna incrociate, così che si ha -l'illusione penosa di veder passare carrozzoni -elettrici interamente occupati da infelici -senza gambe; un ramo di orchidee malefiche, -che si protende dalla cancellata -di un giardino; due bimbi Indu, che sono -venuti alle mani per una latta di sardelle -vuota; un santo, che medita, seduto sui -gradini del monumento alla Regina Vittoria; -i bengalini minuscoli, che nidificano -nell'elsa della spada di Re Edoardo.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -I miei amici di Bombay si adoperano -invece per farmi vedere dell'India le cose -che si lessero nei libri e che si videro dipinte. -Esistono anche queste. Così, per -cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso -del famoso Hagembeck, assisterò, -forse, ad una caccia alla tigre; per i buoni -offici del dottor Faraglia, il medico italiano -notissimo di Bombay, vedrò una danza -di bajadere in una famiglia bramina tra -le meno accessibili all'europeo. Da tre giorni -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -mi si vuol condurre alle Torri del Silenzio. -Ma non muore nessuno. -</p> - -<p> -Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata -e bellissima, tutta bianca, vestito, -volto, cappello, capelli, con non altro di -colorito che gli occhi azzurri, entra esultando -nella sala di lettura del <i>Majestic -Hôtel</i>: — È morto! — E seguìta dal figlio -e dal dottor Faraglia, tutti esultanti: — È -morto! È morto, ieri sera, un <i>parsi</i> di -qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; -i funebri saranno oggi, -alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo -di fare una gita sull'Esplanade e di salire -alla collina di Malabar per assistere alla -cerimonia; faremo il <i>lunch</i> nel <i>Tower's -Garden</i>; abbiamo le provviste con noi.... -</p> - -<p> -Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io -che vado così volentieri a piedi, lentamente, -gustando in questi primi giorni la -gioia di premere la nuova terra, — e la -città ci sfugge ai lati come una <i>film</i> svolta -troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, -dove l'ansare delle automobili, lo scalpitìo -degli equipaggi, si fonde col vociare di una -folla composta di dieci razze diverse e il -suono di venti bande militari. È la passeggiata, -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -il Bois de Boulogne di Bombay: -interessante, misto, illogico, come un quadro -futurista: tutti i veicoli: carrozzelle indigene, -tirate da zebu gibbosi, dalle corna -dorate, elefanti gualdrappati fino a terra -di velluti ricchissimi, dai quali non -emergono che i quattro zoccoli enormi, le -zanne tronche, la proboscide, gli orecchi -agitati di continuo come due ventagli; carrozze -dai cavalli candidi precedute da araldi -ansanti e vocianti: e dentro è adagiata -la moglie, la figlia di un funzionario inglese, -e la biondezza della signora, stilizzata -secondo l'ultimo figurino europeo, fa -uno strano contrasto con la magnificenza -esotica ed arcaica dell'equipaggio, con i -turbanti e i velluti dei cocchieri, con la -nudità bronzata degli araldi. L'<i>auto</i> di un -ricco Parsi, l'<i>auto</i> del Vescovo di Bombay, -che sorride fra due prelati e benedice con -la mano alzata di continuo la folla che -s'inchina o s'inginocchia riverente. -</p> - -<p> -In quest'ora di grande animazione, non -ostante le rotaie, le automobili, le vesti -parigine, la città ricorda Babilonia ed -Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; -dà un senso di ricchezza e di abbondanza; -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -dà un senso d'invidia inevitabile, -fanciullesca, di rancore ingiusto, contro -questi Inglesi, così forti e così ricchi, -padroni di mezza la Terra.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -I secondi padroni di Bombay, dopo gli -Inglesi, sono i Parsi. I Parsi, da non confondersi -con gli Indu (io li confondevo addirittura -con i Paria: è desolante l'ignoranza -di chi muta d'improvviso venti gradi -di latitudine senza qualche studio preventivo), -da non confondersi con i Maomettani, -gli Afgani, dai quali differiscono -come un tedesco da un arabo. I Parsi -sono i discendenti degli antichi Persiani -emigrati dalla Persia in India, dopo la conquista -di Maometto. È veramente biblico -e grandioso il destino di questi seguaci di -Zoroastro, che, per non rinnegare il Sole, -loro divinità, abbandonarono, dodici secoli -or sono, la patria, giunsero raminghi -e perseguitati in India, rifugiandosi prima -a Diu; poi a Tabli; trattando con i -Marajà per avere un'ospitalità non molestata. -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -Furono, invece, molestatissimi per -quasi un millennio, e la loro pace e la -loro floridezza non data che dalla conquista -degli Inglesi, i quali riconobbero le -loro qualità, li incoraggiarono e li protessero. -Oggi sono nelle mani dei Parsi i -più grandi capitali di Bombay. Dipende -dai Parsi gran parte del movimento politico, -escono dai Parsi i migliori commercianti -e i migliori laureati. Eppure, nessuno -è più del Parsi ligio al suo passato, -nessuno è meno di lui affetto da <i>anglomania</i>. -Molti Indu vanno in tuba e in isparato. -I Parsi vestono come mille anni fa, -quando vennero profughi da Persepoli; gli -uomini con una larga zimarra bianca, sul -capo un'alta tiara nera simile ad una mitra -(la cosa che più colpisce l'europeo -sbarcato da poco); le donne si avvolgono -di sete a vivi colori, giallo-zolfo, gridellino, -rosso ciliegia, verde-salice, che dànno rilievo -ai capelli nerissimi e al pallore ambrato -del volto. Come alle loro foggie millenarie, -così sono ligi alla loro fede e ai loro -riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla -religione degli elementi creatori e conservatori, -il Sole prima di tutto, e il Fuoco, -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -imagine del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, -che tollera tutti i riti, tollera anche la -Torre del Silenzio e le usanze funebri dei -Parsi, che sono certo le meno conciliabili -col nostro sentimento occidentale. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Si sale lungo il Colle di Malabar; -la città si abbassa rapidamente, si offre -tutta allo sguardo che la domina e ne gode -come si gode di Napoli dall'altura di Posillipo: -una Napoli tripla, adagiata tra le -montagne del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo -di Bak-Baj e l'Oceano Indiano; coronata -da una vegetazione barbara, inconciliabile -col nostro clima, immersa in una luce intollerabile -sotto il nostro cielo. L'automobile -ascende lungo la strada rossiccia, corre -all'ombra dei cocchi, dei <i>baniam</i>: gli -alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti, -moltiplicanti i tronchi all'infinito. -Si riesce all'aperto, si scende in un -giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del -Bengala. Prendiamo posto sotto una veranda -intrecciata di grosse campanule -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -strane, e subito son tolte dall'automobile la -tavola portatile, le provviste, che Lady Harvet -dispone in un grande vassoio: quei -vassoi, che sono la tavolozza gastronomica -dell'invidiabile appetito inglese, contenenti -venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, -thè, marmellate indigene ed europee, -canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... -Spolpo un frutto, un <i>mangustani</i>, -che si mangia nella sua corteccia come -un sorbetto, mitigando col succo di limone -la sua dolcezza troppo aromatica; guardo -intorno: il giardino ridente domina tutta -Bombay, ma è deturpato dalla Società del -Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti delle -palme-palmira un serbatoio colossale. -</p> - -<p> -— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, -la maggior Torre; quelle altre sono -le <i>Dakmas</i> minori, usate in caso di pestilenza. -</p> - -<p> -La mia delusione è grande. <i>Tower of Silence</i>: -il nome shelleyano mi prometteva -non quel cilindro imbiancato a calce, ma -quanto di più fantastico ha scolpito nella -pietra la poesia della morte. -</p> - -<p> -Un vallo senz'acqua circonda la torre e -due ponti vi sono sospesi, che dànno ad -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -una porticina ovale, minuscola, unica apertura -nella mole bianca. Ed ecco fra il -candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo -un'enorme forma nera e sinistra: il primo -avvoltoio; poi un secondo, un terzo; poi sei, -sette coronano la Torre, dànno al suo squallore -un tetro motivo ornamentale. Questi -grifoni funerari superano veramente l'orrore -di ogni aspettativa; si direbbe che la -Natura li abbia foggiati secondo il loro -tetro destino; hanno ali immense, possenti -al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma -che nel riposo lasciano pendere lungo il -corpo, trascinano nella polvere con una -sconcia stanchezza, artigli formidabili, ma -senza la linea nobile dell'aquila, artigli -fatti per affondare nella carne putrida, -non per lottare con la preda viva. E alla -base del petto, sopra una collarina di piume -fitte, si innesta un altro animale, un -tronco di serpente ignudo, gialliccio, grinzoso, -dalla testa calva, con un becco oscuro -ed occhi dallo sguardo insostenibile, dove -s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e -alla malinconia. -</p> - -<p> -La <i>Dakma</i> si corona di avvoltoi, non -più calmi nel loro pensoso atteggiamento -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -consunto, ma frementi, con i colli serpentini -protesi verso una cosa nuova. Lungo -la strada, a mezza costa della collina, biancheggia -tra la polvere fulva e il verde del -fogliame, il corteo funerario. È tutto candido; -strana usanza opposta alla nostra, -che ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo -addio. -</p> - -<p> -— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, -non senza inquietudine d'una -tale proposta. -</p> - -<p> -— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe -penetrarvi; soltanto una speciale -setta di necrofori e il <i>dastur</i> accompagnatore, -possono entrare. -</p> - -<p> -— Il modello è molto semplice. — E il -dottore mi disegna a matita un anfiteatro, -diviso in tre circoli concentrici, suddiviso -da raggi che formano tante cellette aperte: — Ecco: -il cerchio interno, dalle celle minori, -è per i bimbi, il mediano per le -donne, l'esterno per gli uomini. Questo è -il pozzo centrale, dove si raccolgono le -ossa ignude, che un acquedotto sotterraneo -trasporta al mare. La logica della barbara -usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi -il fuoco è la manifestazione divina, anzi, -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -la divinità stessa, come per il cristiano -l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare -il cadavere al rogo, come -fanno gli Indu, per non offendere con la -putredine la divinità; rifuggono dall'inumazione, -perchè l'Avesta, il loro testo sacro, -proibisce di lasciare alla decomposizione -lenta della terra quel corpo, che -fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli -uccelli sacri per rito millenario, sono forse -i più adatti ad annientare la misera -sostanza morta e a ritornarla nel ciclo -vitale.... -</p> - -<p> -Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente -vestite di bianco, con la testa, -il volto velati di veli candidi. Quattro portatori -recano il cadavere resupino, coperto -da un sudario leggiero, sotto il quale traspaiono -le spalle aguzze, il profilo fine, le -gambe scarne. I seguaci si tengono uniti a -due a due con un fazzoletto attorto: il <i>crati</i> -funerario, emblema di alleanza nella sventura. -Il quadro è molto semplice e molto -grandioso, quasi non triste; ricorda certe -teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al -primo ponte tutto il corteo si arresta, come -per intesa, e solo qualche figura bianca -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -segue il cadavere; parenti più consanguinei, -la madre, il padre, un fratello. La -barella è deposta dinanzi alla porticina -aperta; i seguaci sostano pochi secondi dinanzi -al cadavere, forse per una preghiera -di addio. Di fronte è il <i>dastur</i>, il sacerdote -Parsi con due addetti. Non altri, non -altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun -gesto tragico; forse anche nella religione -dei Parsi, come in quella dei Bramini -e dei Buddisti, è cancellato il senso -che noi occidentali abbiamo dell'<i>io</i>, e la -loro filosofia millenaria attenua lo strazio -del distacco senza ritorno. La barella è -scomparsa nella porticina, che si è chiusa -silenziosa, le ombre candide ritornano a -due a due, unite sempre dal lino funerario, -si allontanano <i>senza volgersi indietro</i>, -come il rito prescrive, dispaiono fra i tronchi -dei palmizi. -</p> - -<p> -Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, -spaventoso delle ombre nere. Dalle profondità -dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono, -precipitano con la velocità della -pietra che cade, i grifoni funerari; sull'azzurro -del cielo, sul candore della torre, -le ali fosche sembrano attratte e respinte -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -da un turbine avverso, fanno pensare alle -grandi ali degli angeli maledetti. Ma nessun -grido, nessuna lotta, uno stridìo querulo -e sommesso, quasi timoroso di svegliare -un dormiente. -</p> - -<p> -Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore -dello strazio che non vedo. -</p> - -<p> -— ... Un ottimo giovine. Prometteva di -farsi un architetto valoroso, aveva vinto il -concorso per il palazzo del Museo di Igiene. -Suo zio l'avvocato Makalla.... -</p> - -<p> -Un architetto, un avvocato: uomini come -noi, dunque, che hanno studiato i nostri -libri, assimilate le nostre formule e le -nostre idee, e le hanno potute conciliare -con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro -sentire, come quelli del selvaggio più -sanguinario. E l'abisso tra uomo e uomo -mi appare sempre più terribile ed incolmabile, -e il mondo sempre più stridulo e -buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa -torre, circondata di alti palmizi, alternati -alle aste della luce elettrica e del telegrafo, -buffi ed assurdi quest'automobile e noi che -sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad -un aereodromo, un ippodromo occidentale.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p> -— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito -in venti minuti, — mi spiega il dottor -Faraglia, addentando un terzo <i>sandwich</i>, — ed -è spolpato con una delicatezza veramente -religiosa; lo scheletro resta intatto -nella sua cella, composto come se -preparato per un gabinetto anatomico. Con -un sol colpo di becco il cranio è aperto -dove l'osso frontale s'incastra alla nuca.... -</p> - -<p> -— Ma il vostro amico non mangia, non -beve, — osserva cortesemente Lady Harvet. — Non -sopporterete il clima di Bombay -se non raddoppierete i vostri pasti. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<h2 id="goa">Goa: «la Dourada».</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Oceano Indiano. A bordo del <i>Pedrillo</i>.<br /> -14 dicembre 1912. -</p> - -<p class="pad2"> -Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli -amici sono rimasti a Bombay, già presi -dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. -Andare a Goa, perchè? I perchè sono -molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili; -parlano soltanto alla mia intima nostalgia -di sognatore vagabondo. Perchè Goa -non è ricordata da Cook, nè da Loti, -perchè nessuna società di navigazione vi -fa scalo, perchè mi spinge verso di lei -un sonetto di De Heredia, indimenticabile, -perchè pochi nomi turbavano la mia fantasia -adolescente quanto il nome di Goa: -Goa la Dourada. -</p> - -<p> -Oh! Visitata cento volte con la matita, -durante le interminabili lezioni di matematica, -con l'atlante aperto tra il banco -e le ginocchia: ora passando attraverso -l'istmo di Suez e il Mar Rosso, l'Oceano -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -Indiano, ora circumnavigando l'Africa -su un veliero che toccava le Isole del -Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, -Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio -un compagno che non ho più -rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti -a bordo della mia fantasia: aveva un fratello -missionario a Goa: un fratello che -non vedeva da anni, che quasi non ricordava, -ma al quale doveva l'abbondanza invidiabile -di francobolli coloniali e certe -lettere che parlavano del Malabar e dei -Gati, di tigri e di San Francesco Saverio -e certe fotografie della Cattedrale e della -missione tra i cocchi svettanti. Francobolli, -lettere, fotografie, il nome di lui: -Vico Verani: tutto m'è impresso nella memoria, -come se visto da un'ora, anzi v'è -impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante -mi pare la realtà viva, e pallida -fantasia mi sembra questo cielo e questo -mare: cielo e mare di stagno fuso, limitato -da una fascia di biacca verde: la costa -del Malabar.... -</p> - -<p> -Ancora una volta penso che i nostri -sentimenti di fronte alle cose non sono -che la magra fioritura di pochi semi deposti -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -dal caso nel nostro povero cervello -umano, nell'infanzia prima. Termina oggi -il viaggio intrapreso a matita sull'atlante -di vent'anni or sono, termina a bordo di -questa tejera sobbalzante, una caravella -panciuta, lunga trenta metri, alla quale -è stata senza dubbio aggiunta la prima -caldaia a vapore che sia stata inventata. -Ma tutto questo è indicibilmente poetico -e mi compensa della vuota eleganza -dei grandi vapori moderni dalle cabine e -dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi -Impero e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo -<i>hôtel</i>, dove è assente ogni poesia -marinaresca, ogni senso della <i>cosa nuova</i> -e dell'<i>avventura</i>. Qui tutto è poetico, -e la mia nostalgia può sognare d'essere ai -tempi di Vasco De Gama, di navigare -alle <i>Terrae Ignotae</i>, alle <i>Insulae non repertae</i>.... -</p> - -<p> -Dormo in una cuccia dall'<i>oblock</i> a telaietti -come una finestra settecentesca. Scorpioni, -blatte, termiti in abbondanza, ma -in compenso ho intorno immagini e statuette -di santi: da Nostra Signora del -Soccorso a San Francesco Saverio: con -strane preghiere in portoghese, per l'ora -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -del naufragio....; e il legno della cabina -sa di salmastro e di decrepitudine, e stride, -di notte, al rodio ritmico dei tarli. -</p> - -<p> -Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante -Goanese, e cinque monaci che ritornano -a Goa dalle Missioni del Nord. Ho -sperato subito di aver notizie del missionario -sconosciuto: -</p> - -<p> -— Sì, vado a Goa per vedere il fratello -d'un mio amico. Vico Verani, <i>Vielha Citade</i>... -</p> - -<p> -Ma i cinque monaci non sanno: -</p> - -<p> -— Noi siamo del Convento di Pandjim; -Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco tutti -i Monaci della Citade, le farò una presentazione -per Padre Jacques della Chiesa -di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale.... -</p> - -<p> -Strani questi Monaci Goanesi dal volto -angoloso e terreo, dal sorriso larghissimo, -dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice -incastonate sotto i sopraccigli enormi -e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal -clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso, -nello sguardo, nel gesto, opposti in tutto -alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -15 dicembre. -</p> - -<p> -Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce -disparata abbiamo con noi! Pianoforti, -macchine da scrivere, biciclette, balle di -cotone a fiorami vivacissimi per le belle -dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia, -diviso in tre parti, una statua gigantesca -di San Francesco Saverio, omaggio -del vescovo di Bombay a non so quale -convento portoghese, e un'infinità di sacchi -pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati -in tutti gli spazzaturai occidentali, -frantumi a colori vivi, ricercati dai musaicisti -goanesi che ne fanno pavimenti a -disegni complicati, di bellissimo effetto. -</p> - -<p> -Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, -tra un casco di banani e una latta di -conserve, ho trovato un libro: <i>Os Lisiades</i>, -le <i>Lusiadi</i> il poema immortale di Camoens: -un'edizione arcaica sucidissima, -con in calce la <i>real alvaira</i>: la licenza -dei superiori. Non conosco il portoghese -e non mi giova ad avvicinarmi il poco -spagnuolo che so, ma i versi sono così -armoniosi, così perfette le rime che alla -fine d'ogni strofe capisco esattamente ciò -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta, -d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, -qualunque marinaio: il poema è popolare -tra gli illetterati come da noi <i>Bertoldo</i> -o i <i>Reali di Francia</i>: con questa -variante che il libro è tra i capolavori più -completi che il Rinascimento abbia dato -alla letteratura europea. È l'opera nazionale -portoghese, quanto sopravvive, ohimè, -di tutta la grandezza coloniale dei giorni -splendidi. Non per nulla, e non indegnamente, -Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. -Tutti gli elementi delle grandi epopee -sono ricordati intorno alla figura dell'eroe: -Vasco De Gama, e intorno alla sua -gesta: la scoperta delle Indie Orientali. -Eppure non so leggerlo senza un sorriso -d'irriverenza. La figura dell'Ulisside portoghese -è così grottesca, camuffata secondo -l'ossessione classicheggiante del tempo: -sembra di vedere gli stivali, il robone logoro -d'un pirata medioevale spuntare sotto -la corazza, il casco clipeato delle reminiscenze -omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo -Pagano e Cristiano presiede alle -gesta. La Vergine Maria da una parte — una -Vergine troppo paganeggiante — e -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -Venere dall'altra — una Venere che sa di -sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono -a volta a volta l'eroe navigatore. -Il poema s'apre con una bufera d'antico -stile, quando Vasco De Gama piega il -Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita, -Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, -accoglienza del Re e della figlia, ed ospitalità -generosa, a sdebitarsi della quale Vasco -riassume in tre lunghi canti gli annali -del Portogallo, le sue glorie passate e future; -la filastrocca oratoria di tutti gli eroi -antichi quando giungevano alla Reggia -ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da -Ines de Castro, e il quadro commovente -della partenza di Vasco con la sua flotta, -e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. -E tra queste reminiscenze omeriche -e virgiliane Vasco giunge a Goa, la -espugna, s'impossessa di tutta l'India e -non dimentica con i vari Rahja un formale -contratto di commercio, in belle ottave armoniose. -I navigatori ritornano in patria -trionfalmente e sono accolti in un'isola -incantata, paradiso allegorico dove le ninfe -di Teti, ferite da Venere, li compensano -d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -Cristiano assistono plaudendo — che libro -buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta -accademica di questo giardino d'Armida. -</p> - -<p> -Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, -ed è certo il viatico poetico più adatto -per il sognatore che naviga verso Goa -leggendaria, il più adatto per ingannare -le ore di torpore tropicale, resupini sul -ponte, sotto la doppia tenda, nella monotonia -d'un viaggio che sembra non dover -finire più mai.... -</p> - -<p> -Vasco De Gama: nome tra i più favolosi -che io conosca: tanto che non riesco -a vedere l'uomo fuori della favola, non lo -so pensare vivo, mortale, su questo mare, -sotto questo cielo che furono i suoi! E -pure la sua flotta navigava forse queste -acque quando ospitava a bordo, in gran -pompa, il Negus complice ed alleato. E -l'Imperatore d'Etiopia e il Capitano portoghese -erano chini sulla carta a meditare -un'impresa degna dei Ciclopi, una vendetta -da semidei: deviare il corso del Nilo, -costringerlo ad una nuova foce sul Mar -Rosso, inaridire così tutta la valle del -Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -forse le navi di Vasco seguivano questo -stesso solco, avevano d'innanzi questo -stesso orizzonte, quando l'esploratore giunse -un'ultima volta alla terra della sua -gloria e del suo tormento, già vecchio, -misconosciuto, agonizzante, e — turbandosi -la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto -improvviso — il morente impose -coraggio alla ciurma allibita, gridando con -voce ferma: Non temete! È il mare che -trema d'innanzi a noi! -</p> - -<p class="indr small"> -16 dicembre. -</p> - -<p> -Ohimè! il mare non trema d'innanzi a -noi. Da tre giorni quadro invariabile. Cielo -e mare di stagno fuso, con emerso qualche -tratto nero: le pinne degli squali, -con sempre all'orizzonte, unica traccia -concreta, la fascia sottile ondulata di biacca -verde: la costa del Malabar.... -</p> - -<p class="indr small"> -17 dicembre. -</p> - -<p> -Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia -la terra. Il verde s'è innalzato -come una cortina che si prolunga all'infinito. -Sono i cocchi, gli alberi che regnano -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, -della Papuasia: compatti, monotoni, -abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che l'alta -marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe -e di attinie. Sono i cocchi, la nota -visiva dominante di queste contrade, le -palme selvaggie che dànno al tropico quel -suo profilo nostalgico. E non so come -un mio compagno di viaggio li possa chiamare -datteri, confonderli col dattero africano -dal tronco a colonna, fatto di scaglia -e di stoppa, dalle foglie di latta rigida, -arido compagno del deserto e della piramide. -Il cocco è l'amico della pagoda, -il figlio dell'ombra umida e calda. I tronchi -si profilano bianchi sulla compagine -verde, obliqui, sottili come steli di gramigne -favolose, lancianti a venti, a trenta -metri nel cielo il razzo verde delle foglie -espanse, gigantesche, ondeggianti con -una grazia infinita sul tronco troppo gracile. -Appoggiato al parapetto del ponte, col -mento chiuso tra le mani guardo da un'ora -quell'unico scenario di creature vegetali. -La loro bellezza m'incanta.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -17 dicembre, pomeriggio. -</p> - -<p> -E non immaginavo una città cristianissima -sepolta sotto l'ombra selvaggia. -</p> - -<p> -Il Pedrillo ha risalito l'estuario della -Mandavj, ci ha deposti sull'<i>imbarcadero</i> -malfermo della <i>Vielha Citade</i>, ed è ripartito -in tutta fretta verso la Nova Citade, -prima che la bassa marea lo paralizzi su -queste rive. -</p> - -<p> -Da due ore m'aggiro per la più strana, -la più triste delle città morte. L'Oriente -è pieno di città che furono. Ma risalgono -a millenni, nella notte delle origini buddiche -e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso -del tempo, della razza, della fede. La -nostra malinconia ritrova invece a Goa -lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, -chiese del Cinquecento e del Seicento: -una vasta città che ricorda a volte una via -di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: -una città che fu suntuosa e ricca, -sorta per imposizione della croce e della -spada, città che conteneva trecentomila -abitanti ed ora ne conta trecento: tutti -monaci o guardiani dei palazzi e delle -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -chiese crollanti, testimoni indolenti che -non ristorano una pietra, rassegnati all'opera -implacabile del clima e della foresta. -Per le cose come per gli uomini il tropico -è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma -e d'uragano i secoli contano per millenni. -La città è vastissima, ma sono pochi gli -edifici completi. Avanzo a caso, senza una -mèta, senza una commendatizia, scortato -da un monello vivace che m'interroga sulla -mia scelta: — Palazzo dell'Inquisizione? -Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale -di Nostra Signora degli Elefanti? — E -comincia a considerare il mio vagabondaggio -trasognato con qualche inquietudine. -Un edificio m'attira, un palazzo del -Seicento, imponente, dalle grate panciute, -dai balconi a volute aggraziate, recanti al -centro, in corsivo, un monogramma o uno -stemma padronale; e lo stemma è riprodotto -in pietra sul vasto androne d'ingresso. -Il cortile è circondato da un doppio loggiato -barocco, a colonne spirali; ma il loggiato -è crollato per una buona metà e s'apre -sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico -a caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! -Vedo il soffitto; e, attraverso il soffitto, -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. -Dei tre ripiani, delle fughe interminabili -di sale e di corridoi, non resta più -traccia, tutto è crollato, e il palazzo non -è che una scatola, una topaja deserta, -che serve di magazzino per le noci di cocco. -In terra, fino a vari metri d'altezza, -sono accumulati i grossi frutti chiomati -che fanno pensare a piramidi di teste -tronche. Esco all'aperto, mi siedo sotto il -portico sopra un capitello infranto, mi -disseto ad un cocco che il guardiano rompe -e mi porge. -</p> - -<p> -— Di chi è il palazzo? -</p> - -<p> -— Dell'Abbazia. -</p> - -<p> -— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre? -</p> - -<p> -Il guardiano non comprende, mi guarda -perplesso. Accenno allo stemma che traspare -anche qui, sul selciato consunto. -L'uomo non sa, fa un gesto d'indifferenza. -</p> - -<p> -— Chi può sapere? Un <i>conquistador</i>, -nei tempi dei tempi.... -</p> - -<p> -Ma quale <i>conquistador</i>? È mai possibile -che tre secoli possano annientare a -tal segno ogni memoria del nostro passaggio -sulla terra? E la memoria di uomini -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -possenti, di dominatori temuti ed invidiati -che empirono il mondo delle loro gesta -e del loro nome, che il loro nome imposero -con la croce e con la spada, scolpirono -in marmo ed in ferro sui loro palazzi magnifici. -Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso -Dequero? Un Manrico Tizzona? Forse ne -ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti -in qualche galleria europea, in una tela di -Velasquez o di Van Dyck, uno di quei <i>conquistador</i> -mezzo mercanti, pirata, guerriero, -esploratore che s'avanzano in tutta -la pompa delle sete, delle piume, dei velluti, -recando la consorte per mano, una -pingue signora a riccioli simmetrici, sorridente -nonostante il ferreo busto ad imbuto, -la gorgiera crudele; e la prole segue -in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata -come i genitori, e un servo negro -reca una scimmia sulla spalla e un pappagallo -nell'una mano, sollevando con l'altra -una cortina di velluto, e tra le due colonne -appaiono le galee potentissime, d'innanzi -al porto d'una città favolosa: Goa. -Goa la Dourada, Regina dell'Oriente, orgoglio -dei figli di Luso, quando sui dominii -portoghesi il sole non tramontava -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno -di veder Lisbona». -</p> - -<p> -Ancora una volta tocco l'ultimo limite -della delusione, sconto la curiosità morbosa -di voler vedere troppo vicina la realtà -delle pietre morte, di voler constatare -che le cose magnificate dalla storia, dall'arte, -cantate dai poeti, non sono più, non -saranno mai più, sono come se non siano -state mai! -</p> - -<p> -Strade interminabili, alternate di palazzi -cadenti, vuoti come teschi, di verzura -selvaggia sopravanzante alti muri massicci, -di torrioni rivestiti di capillarie pendule, -di liane gonfie, maculate come pitoni; -e chiese, ruine religiose più tristi -delle ruine profane. Sosto nella frescura -ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto -acuto, rimasta in piedi per prodigio, poichè -sorretta da un solo muro superstite. -La mia nostalgia s'illude per un attimo -d'essere in una chiesa diroccata della Romagna -o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie -oscene — vero simbolo apocalittico di Satanasso — occupano -il vano dell'abside, -una frotta di pappagalli minuscoli corre -sulle quattro ogive; non l'edera, non la -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -lucertola amica animano la pietra morta, -ma uno strano rampicante dai fiori sogghignanti, -e i camaleonti diabolici, dagli -occhi strabici.... Dall'alto un cocco ha introdotto -nella chiesa una foglia immensa e -l'agita lento, proiettando in terra l'ombra -di una mano che benedica. -</p> - -<p> -La malinconia della città morta è tutta -nel contrasto di questo medioevo europeo, -di questo passato nostro, sepolto sotto un -cielo d'esilio, in una terra selvaggia. -</p> - -<p> -Non ho altra mèta, altra indicazione -in questa solitudine di piante e di ruine -che il nome di un italiano non conosciuto -mai: e lo ripeto a tutti i rari passanti; ma -nessuno sa indicarmi il suo convento. I -conventi sono molti e passo dall'uno all'altro -inutilmente; nessuno conosce Vico -Verani e senza il suo nome religioso sarà -difficile la ricerca; e non ricordo quel -nome. Mi consigliano di rivolgermi alla -Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica -con tutti i registri.... -</p> - -<p> -Affretto il passo, seguìto dal monello -goanese che si interessa a quella ricerca -con grandi esclamazioni grottesche, e agitar -d'occhi e di braccia: una mimica eccessiva -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -che rivela il rampollo di razza -bastarda. Si arriva nel centro di Goa: -solitudine, silenzio, morte anche qui. Formidabile -come una fortezza il Palazzo della -Santissima Inquisizione: inquisizione -più spaventosa di quella europea, causa -prima della decadenza d'un dominio coloniale -che non ebbe l'eguale in grandezza. -</p> - -<p> -Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle -Indie, moschea trasformata in tempio -cristiano da San Francesco Saverio. Ed -ecco la chiesa del Bom Jesù su di una -piazza deserta, ombrata di palme. Visito -la tomba del Santo, suntuoso mausoleo -barocco di giada, di marmo, d'argento. Il -corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato -Vicerè delle Indie e Luogotenente generale; -il vero governatore che giungeva dal -Portogallo doveva chiedere il permesso alla -salma idolizzata, e ancora al principio del -secolo XIX egli veniva in gran pompa a -questa chiesa prima di prendere il suo -posto: il rito voleva che ritornasse a colloquio -con le sante reliquie, prima d'ogni -decisione importante.... -</p> - -<p> -Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -attraversiamo un cortile interno, vasto e -murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, -la malinconia secolare fanno uno strano -contrasto con la verzura ed il cielo abbagliante. -Si sale al primo piano; nella biblioteca -sono presentato al Padre Superiore. -Il monaco m'accoglie benevolo, fa -togliere dagli scaffali tre, quattro registri -di epoche diverse, sfoglia con rapidità accurata, -appuntando sulla carta giallognola -l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. -Nel silenzio considero quella tonsura -grigia ed occhialuta, la persona massiccia -nella tunica nera e bianca, e l'altro compagno -silenzioso, scarno, irrigidito, addossato -ad un planisferio antico recante a -figure di belve e di selvaggi i confini portoghesi. -E dietro le spalle del padre, dietro -l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, -appare un cortile alberato dove una -schiera di monelli indigeni, dai volti più -foschi nel camice bianco, fanno esercizi -ginnastici accompagnati da una specie di -canto liturgico. Odore d'incenso putrido, -di tabacco aromatico, di tempo e di santità, -odore di fiori sconosciuti e di miasmi -tropicali. Ho l'incubo. Guardo con impazienza -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -ansiosa l'indice che scorre sul vasto -registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai -avrei pensato di tanto desiderare l'incontro -d'un italiano, sia pure il fratello sconosciuto -di un amico dimenticato. -</p> - -<p> -Il padre s'arresta, legge finalmente: -</p> - -<p> -— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, -convento di Santa Trinidad, insegnante di -teologia dal 20 settembre 1884, ordinato -nel 1891 e.... -</p> - -<p> -Il padre alza il volto, mi fissa con occhi -placidi: -</p> - -<p> -— È morto il 22 ottobre 1896. -</p> - -<p> -Un silenzio. -</p> - -<p> -— Si dura poco, sotto questi climi, caro -signore. -</p> - -<p> -La solitudine mi par più completa, più -vivo il desiderio di andarmene, ora che -so di aver seguita la traccia d'un morto -nella città morta. I monaci m'offrono ospitalità, -insistono; ci sono dieci chilometri -prima di arrivare a Pandjim, la Nova -Citade dove posso trovare un albergo; la -notte mi accoglierà a mezza via. Poco -importa. M'accomiato; salgo su un trespolo -a <i>zebu</i>, un veicolo che ricorda una -bara o una bigoncia, dove il viaggiatore si -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -adagia quasi supino, sollevando e abbassando -sul volto una specie di paracuna. -E si parte di gran corsa verso la Goa -moderna. -</p> - -<p> -Goa moderna: ma sembra una città di -provincia dei tempi andati, una capitale -di qualche Republica dell'America Centrale, -sul finire del secolo XVIII. Passo la -mia sera nel modo più banale, pur di convincermi -di vivere ancora, di essere sempre -ai giorni nostri. Entro in un cinematografo. -Passo in un caffè, tra questa folla -numerosa, così diversa dalla corretta eleganza -degli Inglesi e dalla grazia dignitosa -degli Indu, folla di meticci portoghesi che -si riprodussero come la gramigna sotto -questo cielo, sopravvissero alle ruine, più -tenaci della pietra, e che si chiamano pomposamente -<i>Toupas</i>, cioè europei «che portano -il cappello», ma che d'europeo non -hanno più nulla, con quelle spalle gracili, -le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso, -dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la -fronte depressa; e hanno atteggiamenti -grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati, -portano in giro sigari enormi -e compagne languide, che sfoggiano i figurini -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -di dieci anni or sono, il ritagliume -che loro invia qualche fondo di magazzino -europeo. -</p> - -<p> -Sorseggio un bicchierino d'<i>arach</i>, il liquore -nazionale, il massimo commercio -della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto -che m'assorda e il fumo che m'accieca -e mi soffoca, ricordo con qualche -cartolina illustrata qualche amico d'Europa. -E osservo che i francobolli recano ancora -l'effige di Don Carlos; la florida ciera -del monarca trucidato mi sorride sotto la -correzione violenta a grossi caratteri neri: -Republica. <i>Sic transit</i>. Non so perchè questo -particolare chiude con un'ultima tristezza -questa sosta portoghese, giornata -malinconica tra le più malinconiche del -mio pellegrinaggio. -</p> - -<p> -Esco dal caffè, passeggio pei giardini, -m'allontano lungo il mare fin dove cessano -i fanali a gas ed appaiono tutte le -stelle del cielo tropicale, dominate dalla -Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo -caratteristico che fanno le foglie dei palmizi -fruscanti tra loro, alla brezza marina. -E tento di ricordare e di ripetere come una -preghiera sulla tomba della città defunta -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -un sonetto di De Heredia, per la patria -lontana. -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Morne Ville, jadis reine des Océans!</i></p> -<p><i>Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres</i></p> -<p><i>Et le nuage errant allonge seul des ombres</i></p> -<p><i>Sur la rade où roulaient les galions géants.</i></p> -<div class="stanza"></div> -<p><i>Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,</i></p> -<p><i>Tes murs désemparés çroulent en noir décombres</i></p> -<p><i>Et, comme un glorieux collier de perles sombres</i></p> -<p><i>Des boulets de Pointis montrent les trous béants.</i></p> -<div class="stanza"></div> -<p><i>Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,</i></p> -<p><i>Au somnolent soleil d'un midi monotone,</i></p> -<p><i>Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;</i></p> -<div class="stanza"></div> -<p><i>Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,</i></p> -<p><i>Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors</i></p> -<p><i>Sous les palmier, au long frémissement des palmes.</i></p> -</div> - -<p> -Più che nel tronfio accademico poema di -Camoens, Goa «la Dourada» è chiusa in -questo miracolo di quattordici versi! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -</p> - -<h2 id="ceylon">Un Natale a Ceylon.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre. -</p> - -<p class="pad2"> -Lento martirio del risveglio sotto questi -climi! -</p> - -<p> -La coscienza, intorpidita dall'atmosfera -di serra calda, si ridesta penosamente come -una ribalta che s'illumini a scatti successivi -ed improvvisi; si direbbe che nel -sonno essa abbia abbandonato il corpo, -si sia involata verso la patria lontana e -debba ora riguadagnare in pochi secondi -la spaventosa distanza, ritrovarsi la via -tra lobo e lobo del cervello; la ragione, -invece, già vigile e desta, assiste a quel -tormento, indaga, commenta, deride: -</p> - -<p> -«È vano che tu m'illuda, o vagabonda -notturna! Sono a Ceylon; so d'essere a -Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni -risveglio un lembo di paesaggio ligure o -canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo -di mia madre.... So di sognare. Questo -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -suono fioco di campane che tu fingi per -ricordarmi la patria, imita assai bene il -clangore natalizio quando la bufera di -neve lo investe turbinando. Ma non è vero. -Vero è soltanto il coro assordante e rauco -dei pappagalli e delle scimmie sul tetto -del mio <i>bungalow</i>. Fra pochi secondi mi -sveglierò a Ceylon, nel mio rifugio solitario, -in piena foresta tropicale.... -</p> - -<p> -Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi -bene aperti, vedo attraverso il velo bianco -gli arredi della stanza, la figura di Patrick -in piedi, che attende col vassoio del -thè; sono ben desto; ma, attraverso il coro -della foresta, continua il clangore fioco -delle campane; scosto la zanzariera, balzo -dal letto con tale sorpresa che il vecchio -<i>boy</i> cingalese s'inquieta. -</p> - -<p> -— <i>What is the matter with you, Sir? -</i> -— Niente, caro. Sto benissimo, ma che -cosa è questo suono? -</p> - -<p> -— <i>Christmas!</i> Il Natale! È la messa delle -sei, alle Missioni di Kandy.... -</p> - -<p> -Fin quassù giunge, nell'aria immobile, -il suono di Kandy, lontana sei ore, in fondo -alla valle.... -</p> - -<p> -Patrick è cristiano. Benchè porti i radi -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -capelli grigi avvolti in trecciuole sotto il -pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè -non abbia altra veste che il gonnellino -muliebre a scacchi rossi ed azzurri, egli -ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti -contro i veleni, i cobra, i malefizi, uno -scapulare di celluloide e una crocetta d'argento. -È un puro ariano, dalla nobile faccia -socratica che mi ricorda terribilmente -un mio illustre insegnante di Università, -tanto che ancora non riesco a vincere una -certa esitanza, quando devo ordinargli di -prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali.... -</p> - -<p> -— <i>Christmas, Christmas!</i> Sentite le campane? -</p> - -<p> -È Matthew, l'altro boy, che entra esultando, -con tutti i suoi denti bianchi, abbaglianti -nel bronzo del viso. È giovanissimo -Matthew, ha vent'anni e parla sette lingue; -è un buon cacciatore e un ottimo -cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire -e friggere il legno della <i>traveller-palm</i> o -cucinare la carne del pangolino squamoso -o del vampiro-rossetta. -</p> - -<p> -Con questi due compagni e il guardiano -del <i>bungalow</i> — appena sufficienti in questi -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -climi dove il lavoro è frazionato per -età e per caste — abito da quasi un mese -l'ultima <i>rest-house</i> offerta al viaggiatore -dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo, -a Kandy, fra le gaie lusinghe degli -<i>hôtels</i> cosmopoliti, ho sciupato molto -tempo e danaro (troppo danaro per un -letterato entomologo, non lautamente munito -dalle patrie lettere e dai patrii musei) -e devo ai buoni uffici del Console d'Olanda -presso il governo cingalese questo rifugio -beato, favorevole più di ogni altro alle -mie ricerche. -</p> - -<p> -È minuscola e modesta questa <i>rest-house</i> -sul Picco d'Adamo, e non m'inorgoglisce -il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz, -lo scorso anno, quando venne a -Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè, la -dimora non è imperiale! Ha una lindezza -squallida di stazione ferroviaria e di casetta -nipponica a un solo piano, come tutte -le costruzioni dei tropici, circondata da -una veranda a colonnette bianche, dal tetto -ampiamente proteso; a sera si abbassa -una grata a saracinesca che si chiude intorno -premunendoci contro le visite dei felini. -In Europa gli uomini mettono le tigri -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -in gabbia, qui sono le tigri che costringono -in gabbia gli uomini; non la tigre, veramente, -che manca in queste foreste, ma il -leopardo e la pantera nera cingalese, temibilissima. -Le stanze sono disposte attorno -a un cortiletto, un piccolo <i>patium</i> -centrale, e sono di una malinconia indescrivibile, -in muratura bianca di calce fino -a mezza parete, dalla metà in su in legno -traforato a giorno e aperto, così, al minimo -soffio ristoratore; v'entrano liberamente -i piccoli alati della jungla, i passeri -bengalini, con la fiducia incredibile -che hanno per l'uomo gli animali dell'India.... -</p> - -<p> -Una camera da letto d'una semplicità -da certosino, una sala con qualche pretesa -europea, una cucina e una vasta dispensa -che ho adibita a laboratorio con le -mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla -casa un giardinetto derisorio, con un'aiuola -triangolare dove il guardiano cura con -grande amore alcuni grami gerani d'Europa, -storditi dal clima e umiliati dalla -flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge -stamane il clangore remotissimo -delle Missioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<p> -E per la prima volta, dacchè sono lontano -dalla patria, sento in cuore una trafittura -leggera, appena percettibile, ma insistente -e importuna come il primo rodìo -del dente cariato: è la nostalgia! Ed io -mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si -può illudere d'essere un Robinson e un cenobita -buddista, ma non si può scomporre -la nostra sostanza prima, la quale è non -soltanto per ciò che è, ma per ciò che è -stata; e non si eliminano dal mistero della -nostra psiche millenni di evoluzione europea -e venti secoli di cristianesimo.... -La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile -fatto di sentimenti indefiniti simili -all'ansia e al rimorso! -</p> - -<p> -Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per -distrarmi al risveglio della foresta, delizia -e meraviglia sempre nuova ai miei occhi -europei. Seguo un sentiero appena tracciato -nella densità del verde, ma per la -prima volta questa natura paradisiaca -m'appare ostile, inquietante come un paesaggio -antidiluviano, sul quale debba profilarsi -un pleosauro o un iguanodonte. -Attraverso l'intrico della flora demente, -dalla profondità delle valli, giunge ancora -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -una volta il suono delle campane delle -Missioni, poi tace e mai mi son sentito -così solo, benchè Patrick e Matthew mi -seguano recando il fucile, le reti, le pinze. -Ma quest'oggi non uccideremo. È nato nella -mia terra il fratello di Gautama: la Bontà -Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna -e culmina in un uomo, s'è «destata» -un'altra volta in uno «svegliato». -</p> - -<p> -Avanziamo in questi stretti sentieri simili -a corridoi nel verde, scavati dalle -escursioni notturne degli elefanti selvaggi. -Sono le otto del mattino; la mezzanotte -è dunque imminente in Italia, le mense -a quest'ora s'inghirlandano di vischio e -d'agrifoglio, le finestre s'illuminano nelle -tenebre glaciali, nevose della notte sacra. -Qui è mattino estivo, una luce abbagliante -che giunge mitigata dalle cupole delle felci -arborescenti, come un verde tremolio -sottomarino; è il tepore di serra calda -che dura eterno su questa fascia equatoriale -della terra, una quinta stagione senza -nome ch'io chiamerei Euforia; la demenza -beata che accompagna le agonie senza fine -di certi consunti. In questo tepore eterno, -mitigato nella sera e nella notte da -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -un'ora di pioggia torrenziale, la flora raggiunge -misure, linee, tinte incredibili; e -questa bellezza e questa stagione che non -mutano, aggiungono alla mia nostalgia -d'oggi un altro sgomento fatto di pensieri -indefinibili; le primavere, dunque, le estati, -gli autunni, gli inverni immortalati nei -capolavori della poesia, della pittura, della -musica europea, non sono che il prodotto -d'una latitudine — tristezza, relatività di -tutte le cose, anche di quelle che veneriamo -come divine, ed immortali — tristezza -ancora più profonda al pensiero che questa -terra perennemente verde non è che la -sottile zona d'un'estate eterna che copriva, -all'inizio, tutto il nostro globo — sgomento -puerile, ma invincibile al pensiero che la -nostra patria è già immersa nella curva -della terra che si spegne, che l'inverno, la -notte glaciale e nevosa che l'avvolge in -questo mio chiaro mattino, è già l'imagine -della notte glaciale eterna che s'avanzerà -nei tempi e guadagnerà i tropici e raggiungerà -fin su questa zona privilegiata -l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda.... -</p> - -<p> -Non è gaio il mio Natale, e la flora -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -che mi circonda non è consolatrice, mi -ricorda di continuo la spaventosa distanza -dalla patria; l'illusione non è possibile -nemmeno limitando lo sguardo in terra; -il piede s'avanza ora fra muschi, licheni -mostruosi simili a polipi o a masse madreporiche, -ora passa sul tappeto cinerino -della mimosa azzurra cingalese, e il passo -lascia una strana impronta che s'allarga -in pochi secondi, con la contrazione dolorosa -del mollusco offeso. Ai lati, in alto, -è il tripudio della flora vegetale e della -flora vivente; strani insetti (<i>fasmidae</i>, <i>phillum</i>, -ecc.) imitano i rami e le foglie, farfalle -enormi abbagliano nel volo, come -una brace verde e azzurra, e, posate, si -chiudono in un grigiore di foglia morta; -fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, -di porcellana candida o azzurra, -fiori che nessuna parentela hanno con i -nostri, foglie più belle dei fiori, a cuore, -a calice, a scudo, lobate, dentate, frangiate, -bianche venate d'azzurro e di rosso, -rosse venate di bianco e di violetto, felci -arboree agili come zampilli verdi, felci -nane, capillarie fluttuanti nell'aria, come -in fondo ad un acquario; e tutto è immutato, -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -come ai tempi delle origini, quando -non era l'uomo e non era il dolore.... -</p> - -<p> -.... Le undici; il sole è quasi a picco; il -paesaggio favoloso si scompone nelle lontananze -verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi -serpeggiano nell'aria che si dissolve -tremando come l'acqua d'un rivo. Rientro -nel <i>bungalow</i>. Ma sulla soglia Matthew -che mi precede s'arresta con alte grida di -paura e di giubilo: -</p> - -<p> -— <i>Cobra! Cobra! The best wish for you!</i> -Il migliore augurio per voi! -</p> - -<p> -Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata -la speranza gioiosa in questo -messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: -«ancora — sette — passi» lo chiamano -i cingalesi, perchè, si dice, la vittima -barcolla sette passi ancora, poi cade -irrigidita. È certo tra i rettili più micidiali, -ma la sua apparenza non è formidabile. -Questo che m'accoglie nel mio giardino -è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe -volentieri se il <i>boy</i> non gli balzasse intorno -impaurendolo con le grida e con la -rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi -a mezzo il corpo con la gola gonfia, -espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -dagli occhi rossi come rubini, dalla -lingua bifida dardeggiante, gira intorno, -su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle -difese. -</p> - -<p> -Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, -s'allunga, dispare nel folto; sia grazie anche -a lui in questo giorno di Natività.... -</p> - -<p> -A tavola, solo. La saletta mi dà qualche -illusione d'Europa, illusione che accresce, -non mitiga la mia nostalgia. È singolare -il contrasto fra la lindezza tropicale, le -pareti bianche di calce, traforate a mezzo, -fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa -e vetusta dello scarso arredo che -ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o -di certi curati; quattro sedie in giunco, un -divano esalante da troppe ferite l'anima -di stoppa, una mensola Impero con sopra -un pendolo Robert di qualche pregio, -uno scaffale con una Bibbia enorme, alle -pareti un'oleografia moderna dei Reali -d'Inghilterra e due incisioni antiche: Amsterdam -del secolo XVII; cose tolte a qualche -vecchio <i>bungalow</i> e giunte a Ceylon -al tempo della dominazione olandese, -quando i mercanti fiamminghi giungevano -all'isola favolosa, non anco ben definita -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -sugli atlanti, dopo un anno d'avventure -su velieri mal fidi, circumnavigando l'Africa -e l'India.... -</p> - -<p> -Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, -vigilando ogni mio gesto con quello -zelo devoto che è la grande virtù dei -servi indiani e la meraviglia di tutti i viaggiatori. -Matthew ha posto in mezzo al tavolo, -dentro una latta per conserve, un -fascio enorme d'orchidee, raccolte nella -gita di stamane, e un piatto di manghi -enormi. Mi sono avvezzo agli strani frutti -che si spaccano offrendo una polpa gelida, -mantecata come un sorbetto, odorosa di -muschio e di creosoto; strani frutti che si -direbbero preparati da un confettiere, da -un profumiere e da un farmacista. E da -un orefice si direbbero ideate le orchidee -che ho dinanzi; petali di lacca policroma, -polverizzata di mica, gole fantastiche e -sogghignanti di draghi nipponici, petali -gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti -come le tinte intravviste nei toraci -aperti delle bestie macellate; il fascino dà -l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa -pomeridiana emana un odore fetido -insostenibile. Faccio allontanare il mazzo -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -favoloso che a quest'ora, in una sala europea, -sarebbe omaggio non indegno d'una -principessa, e quanto volentieri lo cambierei -con un ramo natalizio di agrifoglio spinoso -a bacche rosse o con un ciuffo di vischio -perlato! -</p> - -<p> -Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della -siesta tropicale sulla sedia a sdraio, e -l'ora del silenzio favorevole alla vista dei -bengalini. -</p> - -<p> -I passeri minuscoli, rossi o verdognoli -spruzzati di bianco irrompono in fretta -da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano -a volo, rientrano; il mio braccio -bruscamente proteso per prendere un -libro, li inquieta, irrompono in cucina, -ritornano impauriti dallo sfaccendare dei -boys, turbinano due volte nella sala da -pranzo, si dispongono nei trafori delle pareti, -in attesa; alcuni, più audaci, considerano -che non mi decido ad andarmene, -scendono, si posano sulla spalliera delle -sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le -briciole della colazione, e ad uno ad uno -scendono tutti, saltellano con un pigolio -sommesso, ormai fiduciosi nell'uomo vestito -di bianco. Avanzo un braccio, getto -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -un giornale per vedere fino a qual segno -giunga la loro audacia, e i piccoli temerari -si scostano appena. -</p> - -<p> -Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda -col tic-tac del vecchio Robert che ha segnato le ore di -tante vite in esilio, s'accorda col canto in sordina -dei <i>boys</i>. -</p> - -<p> -Patrick e Matthew non sfaccendano più. -</p> - -<p> -Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono -e cantano. Il loro sogno indolente si traduce per -sè stesso, attraverso i denti chiusi, in una musica -sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento -delle cose, parafrasi della solitudine e dell'esilio, -del caldo e del silenzio... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<h2 id="madura">Da Ceylon a Madura.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -A bordo del <i>Bangalore</i>, 3 gennaio 1913. -</p> - -<p class="pad2"> -E anche l'isola abbagliante diventa un -ricordo, cade nel passato. Tutti sono sul -ponte a dirle addio. Turisti londinesi che -fanno sino a Colombo la loro corsa di due -mesi, mercanti olandesi e belgi di cannella -e di perle, tamili che ritornano in -India dopo il lavoro annuale nelle piantagioni -cingalesi di thè e di caffè, tutti sono -sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante -e con un diverso rimpianto; la -nave lascia il porto, già beccheggiando -al primo corruccio del largo. -</p> - -<p> -E l'isola si vela d'improvviso, quasi per -troncare la malinconia degli addii. Dal -Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto -è avvolto in pochi secondi da una cortina -di nubi tondeggianti, cupe e concrete -come se scolpite nel marmo livido, mentre -il cielo intorno e sul nostro capo resta -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, -simile all'ovale di nubi artificiose di -certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano, -s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo -scenario interno s'accende di un riverbero -sanguigno, profilando in nero i palmizi -scapigliati; un'acquata torrenziale, -ignota ai nostri climi, appare di lungi, riga -il centro del quadro di striature oblique -di cristallo; un rombo indescrivibile -accompagna l'uragano equatoriale, simile -all'orchestra di mille gonghi formidabili. -</p> - -<p> -La nave s'allontana nel sereno, ma il -mare è agitato. L'onda freme di continuo -in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, -attraverseremo in una notte soltanto. -E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo -a Tuticorin, la città più meridionale -dell'Industan. -</p> - -<p class="indr small"> -4 gennaio. -</p> - -<p> -È l'alba, ma la terra non è in vista. Il -mare è furente. -</p> - -<p> -Immune, per mia fortuna, dal mal di -mare, ma stordito dalla notte insonne, dolente -per le cinghie di sicurezza, sono -disteso nella mia cabina, e sento i lagni -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali e -il rombo dell'elica, che a tratti turbina -nel vuoto. Poi anche l'elica tace; la nave -s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il -<i>Bangalore</i> «ha stoppato» — mi spiega -un ufficiale della British India, che s'ostina -a parlarmi italiano, — perchè si attende -il rimorchio. — Siamo nell'Arcipelago perlifero, -tra banchi malfidi, non conosciuti -che dai pescatori indigeni. -</p> - -<p> -È il mare che dà le più belle perle del -mondo; lo pensavo diverso, ricco di bagliori -e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; -sembra, invece, un mare nordico o -meglio un oceano primordiale, quando l'acque -ed i continenti non avevano ben divisi -ancora i loro confini; l'orizzonte sembra -di stagno fuso, agitato non dal vento, -ma dalla corrente che pulsa e ripulsa nei -bassifondi e qua e là spumeggia e ribolle -come se sconvolta dalla mole colossale di -un mostro sottomarino; il cielo afoso e torbido, -dal quale il sole proietta i suoi raggi -a fasci disuguali, accresce l'illusione -malinconica di oceano antidiluviano. Veramente -si aspetta di veder emergere il -dorso immane, l'alto collo serpentino, la -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -piccola testa vorace d'un Itiosauro. Biancheggiano -all'orizzonte, circondate di spume -più furiose, le isolette che collegano -Ceylon alla parte meridionale dell'Industan: -così vicine e regolari che, a bassa -marea, servono per l'emigrazione degli elefanti -sul continente. Formano per gli Indu -il <i>Ponte di Rama</i>, quello che servì all'eroe -vedico per irrompere dall'India all'isola -dov'era la Principessa captiva; e formano -per i cristiani l'<i>Adam's Bridge</i>: il ponte -d'Adamo, che fu passato dal primo uomo -piangente, cacciato con la sua compagna -dalle valli incantate dell'Eden... -</p> - -<p> -La nave ancorata su queste acque ribollenti -e ripulsanti, s'agita in un beccheggio -impaziente. -</p> - -<p> -E il rimorchiatore non giunge. -</p> - -<p class="indr small"> -Tuticorin, 5 gennaio. -</p> - -<p> -Siamo approdati a Tuticorin in una specie -di chiatta a vapore sulla quale ci hanno -sbalzati ad uno ad uno, come balle -di mercanzia, cogliendo l'attimo in cui -l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del -piroscafo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Tuticorin è la città famosa delle perle. -Ma da tre anni la pesca è proibita dall'Inghilterra. -Si depredavano i banchi perliferi -senza metodo e senza tregua. Le -valve aperte e gettate in una speranza -mille volte delusa, formano bassifondi alti -quindici, venti metri, tracciano nuove -spiagge, modificano, nei secoli, il profilo -del litorale. -</p> - -<p> -E nella città delle perle, naturalmente, -non troviamo una perla. Quelle che ci mostrano -i mercanti girovaghi, troppo grosse -e perfette, troppo nivee nella palma color -di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere -fabbricate da un impresario tedesco in -una vetreria di Calcutta o di Bombay. -Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, -che si cedono con regolare contratto e -garanzia consolare, hanno prezzi favolosi -e non sono bellissime. La merce migliore -è interdetta al viaggiatore, e incettata per -i grandi mercati di Londra e di Amsterdam. -</p> - -<p> -Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, -raffinatissimi, per abilità ereditaria -di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio -e la madreperla: scolpiscono, cesellano -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -elefanti, amuleti, idoletti secondo il -modello immutabile nei millennii; un cieco -ha intagliato sulla zanna intera di un -elefante tutta la leggenda di Rama; e gli -episodi si svolgono a spirale, in gruppi non -privi di vivezza e di grazia, con un'arte -che ricorda i nostri primitivi. -</p> - -<p> -Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci -ancora in queste ferrovie indiane -che hanno un fascino esotico indefinibile; -grandi carrozzoni quasi quadri, a doppio -tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese -stride con l'esotismo dei <i>panka</i> che pendono -come immensi ventagli, alternati ai -ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle -targhe, delle <i>réclames</i> in inglese, tamilo, -arabo, cingalese, con i fiori strani -delle mense del <i>dininge-car</i>, gli strani servi -in camice bianco, scalzi e silenziosi e pure -imponenti come sultani. Si viaggia verso -Madura, «il cuore di Brama», chè così -gli indigeni chiamano tutta questa parte -meridionale dell'Industan formata dai tre -stati di Travancore, Madura, Tanjore, dove -il bramanesimo è intatto, immune dall'islamismo -che ha dilagato nel Nord e nel -centro dell'India e dal buddismo che impera -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -nell'isola di Ceylon. Riconosco la città -di Madura subito, da lontano, per il -profilo ben noto delle sue piramidi tronche, -che s'innalzano sul verdeggiare dei -palmizi. Le immaginavo d'oro le alte <i>gopuram</i> -di Brama; sono invece d'un color -rosso sangue; e l'oro non appare che -quando si è più vicini, alternato all'azzurro -e al verde, a sottolineare le figure -delle quali le immense moli sono coperte. -Quando scendiamo alla stazione è troppo -tardi per raggiungere il Tempio. Il giorno -tramonta; il cielo s'arrossa per un -istante e le stelle si accendono tutte insieme -sullo scenario che annera d'improvviso, -come una ribalta spenta. -</p> - -<p class="indr small"> -Madura, 6 gennaio. -</p> - -<p> -E in questa terra di Brama siamo ospitati -dalle Missioni Belga dei <i>Charmelitains -déchaussés</i>, presentati da una lettera del -vescovo di Bombay. Mancano alberghi a -Madura; quello della stazione è inabitabile -per il servizio quasi indiano, il rombo e il -fischio dei treni, il clamore dei pellegrini. -</p> - -<p> -Mi sveglio invece in questa camera linda, -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -aperta sopra un giardino tranquillo. Non -è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra -le aiuole ben pettinate, dove le rose bengali -s'alternano con ortaggi europei, tanto -che in questo mattino di gennaio ho l'illusione -di passeggiare in un giardino canavesano, -nelle nostre più belle giornate -estive; ma una frotta di pappagalli verdi, -una farfalla troppo ampia e troppo abbagliante, -inconciliabile col nostro cielo, mi -ricorda il tropico, mi dà l'incubo, quasi, -dell'estate sempiterna. Giunge di lontano -un suono discorde e assiduo di tam-tam, -di gonghi, di pifferi, che sovrasta il suono -delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia -che mi parla di misteri paurosi -e d'idolatria. -</p> - -<p> -— L'idolatria! — dice il missionario che -m'accompagna, una figura ancora giovane -di fiammingo indurito a tutte le fatiche e -a tutte le prove — l'idolatria è la piaga -insanabile di questi popoli. La loro stessa -letteratura sacra, che contiene capolavori -di filosofia edificante, ottima preparazione -a ricevere la luce del cristianesimo, è -ignota a questa gente, ignota ai loro stessi -sacerdoti specializzati, per eredità di casta, -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu -vuole l'idolo. E siamo costretti a rivelare i -simboli cristiani nella forma più concreta: -l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, -disciplina morale, cosa astratta non ha -presa su questi spiriti, avvezzi al loro -Olimpo dravidico popolato da migliaia di -dei. Sono anime docili, pronte alla fede, -ma una fede eretica che li fa appaiare sui -loro altari la Trinità di Brama alla Trinità -di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine, -Mara a Satanasso. E Satana non è per -loro il Male, ma una potenza terribile, -quasi rispettabile, certo da ossequiare più -della divinità, da placare con doni e ghirlande. -Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti -l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa -e Parvati, come un <i>avatar</i>, un'incarnazione -di più. È forse più facile illuminare -un Niam-Niam che questi cervelli ottenebrati -da un'idolatria tre volte millenaria... -</p> - -<p> -Passiamo nella Chiesa. La Messa volge -al termine e la folla è al completo; -devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, -con un raccoglimento ignoto fra noi. -Ma vedo che le navate sono divise in tre -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -reparti in muratura: divisione di casta, -senza la quale i devoti si rifiuterebbero -d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione -evangelica potrà mai indurre un indiano -ad accostare un indiano di rango diverso; -e accettano il paradiso promesso, ma a -patto di suddivisioni di casta ben definite. -</p> - -<p> -E il missionario mi fa notare sul collo -bronzeo delle devote genuflesse i più strani -amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, -<i>lingam</i> fallici alternati a scapolari, crocette, -medagliette di santi. -</p> - -<p> -M'avvio verso la città per un viale alberato -di <i>baniam</i> colossali che formano -come una galleria di tronchi e di radici -aeree. E fra i tronchi, ad intervalli, sono -tempietti, tabernacoli d'un arcaismo remotissimo, -che contengono idoli minuscoli, -orridi e grotteschi, simili a feti sculpiti in -metallo od in pietra; e grosse inferriate li -custodiscono come se fossero belve feroci. -Alternati ai tempietti noto certi alti scranni -in granito, perchè le donne che passano -sotto anfore enormi, fasci pesanti, possano -deporre il carico e riprenderlo senza -aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -aborigena di bassa casta, bramini dalla -pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, -ma dignitosi nella loro nudità completa, -con non altro ornamento che la cordicella -sacra simbolo battesimale d'alta casta, e -il monogramma di Visnu, il tridente disegnato -sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente -di Visnu che vedo dipinto sulle pareti -delle case, sul tronco degli alberi, sulla -fronte spaziosa degli elefanti. -</p> - -<p> -Madura è la città sacra del bramanesimo, -mèta di pellegrinaggi senza fine, luogo -d'adorazione continua, dove la vita e -la realtà non servono che alla contemplazione -e alla preghiera. La città contiene -quasi più templi che case, più sacerdoti -che cittadini. La grande pagoda a Siva -e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» -è per sè sola una città e un labirinto. -Come tutti i templi bramini, non consiste -in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni -chiuse in cortili concentrici, in recinti -sempre più vasti, ed ogni recinto è -sormontato da due <i>gopuram</i>, le cuspidi -che innalzano a ottanta metri nel cielo il -simbolismo pazzesco delle loro sculture. -Nei cortili sono le abitazioni per i bramini -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -d'alta casta, le piscine per le abluzioni -dei fedeli, statue, idoli colossali, mercati -coperti, tutto quanto concorre alla -vita materiale e morale d'un popolo in -adorazione. -</p> - -<p> -Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, -lungo una larga via fiancheggiata -di case a veranda che ricorderebbero le -costruzioni di Roma provinciale se le colonne -classiche non fossero sostituite dalla -colonna indiana, quadra, dal capitello a -testa elefantina, a mostri sogghignanti. La -via giunge fin sotto la prima piramide, -prosegue dentro il tempio, ampia e popolata, -attraverso un arco ciclopico che s'apre -nella piramide stessa; e la città profana -continua nella città sacra. Passo dalla -luce abbagliante nella penombra religiosa, -m'addosso alla parete di granito, per orizzontarmi, -e sento che il granito palpita e -cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso -decrepito che sembra scolpito nella pietra -stessa del tempio, la sua proboscide mi -sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; -un altro è sdraiato e profila -l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando -il bel mezzo della via, deviando -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -il traffico e il transito dei devoti; tre elefanti -novelli, minuscoli ancora, passano al -trotto, con tinnito di sonagli, una mucca -<i>zebu</i> s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, -i frutti offerti dai fedeli; mucche -ed elefanti di questo recinto sono animali -sacri, addetti a cortei religiosi, idoli -viventi del tempio di Madura, e non si -gettano come vili nemmeno i loro escrementi. -Incombe su tutto il tempio un senso -d'idolatria che mi fa pensare al feticismo -dell'Africa più nera e non alle divine -speculazioni dei Veda. Passa il corteo di -Parvati, un rito che si ripete due volte -al giorno, portando in giro l'immagine della -moglie di Siva, in visitazione a tutti i -tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, -pupattola d'oro massiccio, dalla vita sottile, -dai seni turgidi, dagli occhi tondi d'onice -incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, -appare, dispare attraverso le cortine della -ricca portantina. Accompagna la scena un -rombo di tam-tam, uno stridìo discorde -di trombe e di pifferi, incutendo nell'anima -del forestiero un senso di paurosa diffidenza, -di ripugnanza, come un mistero tetro -e grottesco. Ovunque nel tempio famoso -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -è la profusione di tesori e l'incuria più -laida. -</p> - -<p> -M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, -passo dall'ombra alla penombra, -alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali -costrutte a blocchi monolitici di -quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati -a formare un soffitto titanico che ricorda -l'Egitto faraonico. Sotto la <i>gopuram</i> -centrale le colonne si moltiplicano, si perdono -nell'ombra, come tronchi centenari -in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la -chiara luce del tramonto, ma qui è la notte -completa costellata da un'infinità di lampade -votive che disegnano, senza illuminarle, -le colonne, le cancellate sacre, gli -idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere -a poco a poco la folla di carne, -di pietra, di metallo. Veramente non pensavo -di trovare così intatta l'India favolosa, -le forme imparate a conoscere fin -dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono -deluso invece nella mia attesa filosofica, -nel mio amore per la più grande religione -che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento -di dover nascere, di dover morire. -</p> - -<p> -È questa la terra di Brama? Di Brama -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -«l'ineffabile, colui che non dobbiamo nominare, -se vogliamo che sia presente?» Ma -qui il nome divino è feticismo immondo, -praticato da un popolo forsennato che ha -ridotto le speculazioni astratte ad un simbolismo -pazzesco; un popolo che adora -questi simboli e li ignora, un popolo che si -genuflette, grida, invoca e non sa chi, -non sa che cosa. -</p> - -<p> -M'avanzo nella penombra, sempre fra -le colonne infinite, sotto le vòlte piatte e -sono guidato da due indigeni che sollevano -le fiaccole resinose; e le pareti s'illuminano -un poco, e appaiono strane divinità, -sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, -come belve da custodire; e Ganesa, il -Dio della saggezza che appare più frequente, -con tutti i suoi congiunti a testa -elefantina; o una divinità innominata dal -corpo di mucca e dalla testa femminile: e -il corpo bovino e gibboso, è imitato fedelmente -sul modello degli zebu indigeni, e -il volto femminile è scolpito sul tipo indiano, -con gioielli alla fronte, agli orecchi, -al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera -convulsa. Le fiaccole sollevate in alto -turbano il sonno dei grandi pipistrelli-vampiro -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -ed è uno squittire di sorci impauriti, -un turbinare di ale silenziose che -ci ventano in volto come grandi lembi di -seta nera. -</p> - -<p> -Si esce all'aperto, nel cortile centrale. -E alla luce del tramonto appare la grande -piscina del tempio, un rettangolo di cento -metri di lunghezza, chiuso ai quattro lati -da scalee di marmo, circondato da colonne -leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio -pompeiano. Dopo l'ombra tetra e le -fiaccole gialle e gli idoli spaventosi, l'anima -si ristora in riva a quest'acqua cristallina, -liscia come uno specchio, dove il -cielo riflette con un nitore preciso le nubi -sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le -prime stelle della notte che giunge. Intorno, -vicine e lontane, s'alzano le <i>gopuram</i>, -le cuspidi che dominano Madura, da tutte -le parti. E prima del tramonto voglio salire -sui fianchi della <i>gopuram</i> d'ingresso, -vedere vicine, palpare le sculture famose. -Non c'è spazio che non sia stato scolpito a -fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo -così audace che le figure sembrano -gesticolare, staccarsi, precipitare verso il -profano per farlo a pezzi con le loro venti -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -braccia armate di scimitarra, con le loro -coorti di tigri, di serpenti che salgono -alla sommità dove la cuspide tronca sfida -il cielo con venti lancie disuguali. È tutta -una teogonia simbolica, una personificazione -delle forze della Natura che lo spirito -induista ha diviso, suddiviso con un'analisi -tragica e grottesca che suscita lo spavento -ed il sorriso. Dal fianco di questa <i>gopuram</i> -si domina la città e la campagna, dove altre -pagode s'innalzano sull'ondeggiare verde -vivo dei cocchi; e molte pagode sono -chiese cristiane: chiese costrutte nello stile -Indu, e che sono più antiche delle nostre -più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo -fu predicato in questa parte dell'India -da San Tommaso, e le Missioni seguirono -le Missioni, indisturbate nei secoli, -bene accolte dagli stessi sacerdoti, in questa -terra indulgente per tutti i culti, purchè -si adori, purchè si creda.... -</p> - -<p> -Qui dunque, si pronunciava il nome -di Cristo quando l'Europa era ancora pagana! -È un pensiero che dà quasi uno -sgomento d'esotismo estremo, di lontananza -misteriosa nello spazio e nei secoli. -È un pensiero che sembra inconciliabile -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -con questa piramide popolata di eroi e di -mostri che danno la scalata al cielo di -fiamma. E nel cielo che s'arrossa turbinano -falangi di corvi e di pappagalli che -ritornano ai loro nidi sospesi tra le sculture -di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo -dei pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda -lo stridìo dell'orchestra che giunge -dal basso del Tempio, da tutti i templi -vicini e lontani: tam-tam rombanti, pifferi -striduli che parlano di furore selvaggio e -d'idolatria.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<h2 id="danza">La danza d'una “Devadasis„.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Madras, 9 gennaio. -</p> - -<p class="pad2"> -Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo -questa sera alla danza d'una <i>Devadasis</i>: -una bajadera d'alta casta, ospite -in una famiglia indiana tra le più ligie al -passato e le meno accessibili alla curiosità -del forestiero. -</p> - -<p> -Una <i>bajadera</i>: il nome suscita nella mia -ignoranza occidentale una serie d'immagini -assolutamente false: complici i libri d'avventura, -le oleografie, i melodrammi, l'operetta. -Bajadera, odalisca, uri, ecc. Una di -quelle signore, insomma, di quelle signore -d'Oriente, preferibilmente bruna, ma se -occorre, se il soprano ha una bella chioma -ossigenata, anche biondissima, da vestirsi -«all'orientale» con quell'unico costume che -la prima donna adatta serenamente a -Thais e a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, -vale a dire: due coppe gemmate, ottime -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -per l'assenza e la presenza eccessiva, -una guaina qualsiasi di tulle stretta alle -reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello -e sotto due gambe insolentemente -europee, calzate di seta rosa e di due trampoluti -stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare -a questo figurino e bisogna sopratutto -rinunciare al preconcetto che una -bajadera non sia una signora per bene. -</p> - -<p> -Una Devadasis (ancella della Dea) cioè -una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, -una nobiltà millenaria, poichè non -può essere che figlia di una bajadera come -i suoi figli non possono essere che bajadere, -se femmine, musici e letterati, se maschi. -È facile comprendere come, anche -per solo istinto ereditario, s'affini in una -Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, -l'arte della voce e della -maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, -commentare insuperabilmente i capolavori -della poesia indiana. -</p> - -<p> -Nata, cresciuta nel Tempio, educata con -una regola inflessibile, essa non ha bisogno -d'imparare le lingue sacre: il <i>sanscrito</i>, il -<i>pali</i>, le sono famigliari sin dall'infanzia; -le strofe dei <i>Pouranas</i>, i poemi storici e -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; -i suoi primi passi si muovono istintivamente -ad un ritmo di danza, le sue prime -parole ad un ritmo di canto e di poesia, i -begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi -alla luce e riflettono per immagini prime -la favolosa architettura del recinto sacro, -gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e -di metallo, la madre, le sorelle officianti -e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. -Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, -essa limita l'orizzonte dell'universo tra -lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte mura -vigilate dagli elefanti di pietra. La sua -carne, la sua anima s'accrescono esclusivamente -di religiosità. Essa è nata e vive -nella favola mistica. Tutta la sua educazione -è intesa a fare di lei <i>la viva scultura -del tempio</i>. -</p> - -<p> -Il fiore della sua bellezza, appena pubere, -può, deve anzi, essere raccolto da un -protettore di stirpe nobile, un <i>nabab</i> che -sarà legato a lei, ufficialmente, con un vincolo -sacro e indissolubile. Costui deve dotare -la bajadera di un patrimonio cospicuo, -riconoscerla, beneficarla nell'eredità, -subito dopo la moglie e prima dei figli, -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -obbligarsi ad una offerta annua verso il -tempio. Questo legame non esclude, anzi -inizia da parte della bajadera un tenor di -vita che a noi parrebbe della più spudorata -infedeltà. Poichè da quel giorno essa -è addetta al culto di Ramba-Devi, la Venere -del Paradiso d'Indra, attende a cerimonie -non descrivibili, ed è offerta dal -sacerdote a tutti quei devoti — d'alta casta — che -pagano un obolo adeguato, il quale -obolo non va alla Devadasis, ma al tesoro -del tempio.... -</p> - -<p> -Ohimè! A questo punto un occidentale -non si ritrova più e pensa che nel suo -paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa -di tal fatta corrispondono ad -una nomenclatura assai meno arcana e -meno rispettabile. -</p> - -<p> -Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine -nello spazio e nel tempo. Sono i -venti secoli di cristianesimo che dinanzi -a tali consuetudini ci fanno arrossire di -pudore o sorridere di malizia. Il bramino -non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva, -nè arrossiva il pagano che giungeva -in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo -al tempio famoso. È risaputa l'identità -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -di origine dei greci e degli indiani, la parentela -che unisce la teogonia bramina -alla teogonia ellenica. Ora Ramba-Devi, -col suo Eros dal volto fosco, armato non -di strali, ma di serpenti cobra, è la Venere -del paradiso di Indra, la sorella certa -della Venere greca che sopravvive nella -terra di Brama mentre l'altra si è dileguata -per sempre dinanzi all'avvento della -nemica: la Vergine Madre. -</p> - -<p> -Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione -dello spirito, negazione della carne, -non possiamo comprendere un culto -erotico; tutta la nostra intima essenza foggiata -secondo una morale due volte millenaria, -sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire -dalla notte dei tempi la sorella dell'antica -avversaria. -</p> - -<p> -Per questo non possiamo comprendere -una Devadasis, nè definirla. Bisognerebbe -aggiungere all'attrice somma, alla mima -insuperabile, all'erudita, alla cultrice di -poesia, la figura della sacerdotessa invasata, -della menade folle. -</p> - -<p> -Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo -di malizia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Non ridere e non sorridere — non rifiutare -la ghirlanda di gelsomini al collo -e la essenza di rose alle mani — non tendere -la mano al padrone di casa — non -lodare al padrone di casa la bellezza della -figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor -Faraglia ci espone tutto un decalogo contro -ogni possibile sconvenienza, mentre si -viaggia nella notte illune su carrozzelle -indigene trascinate da zebù, i minuscoli, -agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata, -dalle corna lunghe e ricurve, dipinte in -oro. Siamo una quindicina d'europei. Si -viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras, -sotto la vòlta dei cocchi eccelsi che -disegnano sul cielo nero il profilo più -nero delle foglie frangiate; in alto, in basso, -uno spolverìo, un tremolìo di stelle -e di lucciole, un profumo acuto di fiori -ignoti, un sentore di terra non nostra, -abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria -di questa notte invernale l'afa pesante -delle nostre più calde notti d'agosto. Una -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -palizzata: si entra in un giardino preceduti -da due servi che illuminano i viali con -un gran fanale — un fanale ad acetilene! —; -appaiono le foglie strane, a cuore, -a lancia, a colori vivaci, la vegetazione di -zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne -malefica, l'intreccio delle radici e dei rami -serpentini; un giardino indiano il quale -non si distingue dalla <i>jungla</i> che per le -piante moderate dalle cesoie e per i viali -sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a -disegni geometrici che i giardinieri pazienti -rinnovano ogni giorno. In fondo la casa, -che non si direbbe in verità la dimora -d'un indu molte volte milionario; un edificio -basso, imbiancato a calce, a verande -spioventi, a colonnati in legno, un'architettura -che ricorderebbe una nostra stazione -di provincia se non le facessero cornice -i flabelli verdi delle palme-palmira, -gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti -nell'atrio, abbeverati con nostra gran -meraviglia di <i>champagne</i> e <i>whisky and -soda</i> che il padrone di casa ha fatto venire, -con delicata ironia, dalla città lontana per -dissetare gli impuri con le loro impure bevande: -il padrone di casa che non accetterebbe -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -da noi un bicchier d'acqua e -collocherà certo in disparte, per altri europei, -i calici dove abbiamo bevuto. Davvero -non credevo di trovare l'India così -intatta. Fuori delle grandi metropoli è -Brama dovunque, Brama che domina come -duemila, come quattromila anni or sono. -Il padrone di casa, un indu sulla cinquantina, -ci viene incontro seguito dal figlio, -s'inchinano entrambi con le due mani -alla fronte. Non sono vestiti che di un <i>panio</i> -alle reni, ma traspare da tutta la persona -ignuda una nobiltà che impone assai -più dell'irreprensibile sparato degli alti -funzionari europei. S'informano benevolmente -sui casi nostri, non disdegnano -qualche cortese parola inglese, sorridono, -mostrando i denti abbaglianti fra le labbra -rosse, le barbe bidivise e ricurve, ma -gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili. -Il figlio ci offre alcuni fogli -stampati in caratteri <i>industani</i>, dove con -gentile previdenza è stata.... dattilografata -a tergo la traduzione del programma -sacro. -</p> - -<p> -Un servo ci versa l'essenza di rose sulle -mani e sugli abiti, da certe lunghe ampolle -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -d'argento cesellato, ci passa al collo -le ghirlande di fiori intrecciate a fili e -pagliuzze d'oro, come quelle dei nostri -abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza -favolosa ed è invece l'omaggio più frequente -e più diffuso in tutta l'India, anche -nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti -quasi esclusivamente europei: -delicata poetica usanza; ma certo questi -lunghi <i>boa</i> di grosse magnoliacce odorose -se stanno bene al collo d'una <i>miss</i>, fanno -sorridere sullo <i>smoking</i> di un <i>gentleman</i>: -danno, per esempio, al panciuto roseo, lucente -console d'Olanda, non so che aspetto -muliebre di suocera in caricatura.... -</p> - -<p> -Attraversiamo il giardino per andare al -teatro: è tardi. I padroni non ci seguono: -perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, -è la terza sera che la bajadera si produce, -ed è la sera riservata a tutte le caste, anche -le caste con le quali un bramino -non può avere contatto. Capisco, per questo -siamo stati ammessi. È molto lusinghiero -per noi! -</p> - -<p> -Questi indù — quelli veri, ligi al passato, -immuni da anglomania — hanno l'arte -d'opporre alla tracotanza europea un -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -orgoglio ben più fiero ed implacabile, dissimulato -da tutta l'etichetta della più cordiale -urbanità. -</p> - -<p> -Il teatro, in fondo al grande giardino, -è una semplice, vasta tettoia, sostenuta -dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, -come da snelle colonne vegetali. Da tronco -a tronco la diramazione del gas acetilene — anche -qui! — intreccia nell'aria -i suoi serpentelli di stagno. Molte panche -zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, -molte stuoie in terra ed intorno: -una povertà primitiva che ricorda non -un edificio destinato a una bajadera pagata -mille rupie (1600 lire) per sera, ma -una tettoia magazzino per legnami o cereali. -</p> - -<p> -La danza è già cominciata quando prendiamo -posto nelle prime panche che ci furono -destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, -a pochi passi, la danzatrice famosa. -M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece -è la più vestita tra questa folla seminuda; -ed è certo più vestita di una nostra -signorina per bene in una serata di -famiglia. Una snellezza alla Rubinstein, -non so se illeggiadrita o ingoffata da un -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -costume singolarissimo, formato di sete, -di velluti, di tulli sovrapposti, che lasciano -ignude le spalle e le braccia; ma dalle -spalle alla gola, dalle spalle alle mani è -uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme -autentici, poichè così è prescritto dalla -regola monastica, tutto un tesoro che -tremola e corrusca sulla fine epidermide -bruna: oro giallo del Coromandel, perle -di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; -e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme -emergono ignudi soltanto la maschera del -volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! -Non ho più potuto distoglierne lo sguardo. -In una razza dove tutti: uomini, donne, -vecchi, bambini, sembrano scelti da -una giuria artistica, passati e corretti in -un istituto di bellezza, si può comprendere -a quale prodigio d'armonia impeccabile -giunga una bajadera, un esemplare che è -il prodotto d'una selezione millenaria. E -quel volto sarebbe in verità troppo bello, -troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, -regolare il profilo, troppo simile a certe -miniature indiane che credevo di maniera, -se la maschera perfetta non fosse agitata, -scomposta dai sentimenti dell'anima in -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -tempesta. Il gioco mimico è così espressivo -che io temo per qualche secondo che la -donna sia furente contro di noi. Ma non è -furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce -viepiù, contrae la bella bocca, dilata -le narici vibranti, increspa i vasti sopraccigli.... -È il volto di un'agonizzante, -contratto da una visione spaventosa. -</p> - -<p> -Forse — ho letto sul programma l'intreccio -dei vari brani cantati e mimati — la -Devadasis ci rivela lo spasimo della -Maharajna agonizzante che è portata nella -sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e -vede la morte avanzarsi e teme di non -giungere in tempo alle acque purificatrici. -</p> - -<p> -La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede -con un ritmo prestabilito, seguendo -la musica e le strofe. Alcuni musici -infatti — io non li avevo nè visti nè uditi, -tanto mi aveva preso il gioco di lei — stanno -seduti sulle stuoie e suonano stromenti -singolari; enormi mandole dal lungo -manico ricurvo, flauti affusolati, strani -tamburi oblunghi che agitano febbrilmente -scuotendone una pietra interna. Ma l'insieme -di quell'orchestra formidabile è lieve -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -come un ronzìo, come un aliare di libellule -e di falene. Nessuno canta, ma tutti, -musici e spettatori, sillabano a mezza voce -i versi del poema sacro che la bajadera -ripete per conto suo, come per rammentarsi -o per intesa. Ma più nulla si sente, -più nulla si vede che la maschera ovale, il -sorriso triangolare, gli occhi già troppo -lunghi, prolungati dal bistro fin sotto la -benda dei capelli compatti, lucenti come -se scolpiti in un ebano raro; una maschera -che sembra staccarsi dalla persona, far -parte a sè come un'evocazione spiritica; -e spettrali veramente sembrano le mani, -come quelle che apparivano volanti nelle -leggende bibliche e scrivevano sui muri la -condanna dei tiranni. Le mani di questa -Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, -s'agitano con un movimento vertiginoso -di rotazione e di distorsione che sembra -sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi -fu detto — un officio importantissimo: -significa disegnare lo scenario -e le didascalie. La sdegnosa povertà dell'allestimento -teatrale di Shakespeare; il -cartellino con <i>the forest, the king's house</i>; -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -la foresta, la casa del re, è abolito, e le cose -sono disegnate dall'arte digitale di due -belle mani; disegnate nell'aria, ma restano -impresse negli occhi di questi spettatori -frementi che ne fanno sfondo invisibile -all'artista; sulla misera cortina di stuoia -appare la reggia favolosa, la riva del Gange, -il paradiso di Indra. Il mio sguardo -profano, ignaro di quell'arte, non può naturalmente -godere dell'incantesimo, come -non mi è dato di capire una sillaba del -testo famoso, ma la sola mimica della -donna basta a rivelarmi che in quell'istante, -la regina agonizzante giunge sulla riva -del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, -l'ansia, si trasmutano in una gioia -che fa del volto contratto un mistero di -delizia ineffabile. La morente rivive, invoca -l'Eros dell'Olimpo bramano in una -strofa erotica che certo non troverebbe veste -decente in nessuna lingua europea, e la -mimica si esprime con un'intensità che dà -il brivido: brivido d'amore, brivido di morte. -La donna arrovescia il capo, lo rialza; -il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota -dell'esistenza, è giunta nel regno dell'impossibile: -il non essere più; la grazia le -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -è stata concessa nell'amplesso del Dio. -Ancora una volta noto nell'arte indiana, -letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare -l'amore e la morte, facendo dei -due simboli un simbolo solo: la felicità -del non essere nati o essendo nati ritornare -al non essere.... -</p> - -<p> -Il pubblico, un pubblico di forse mille -spettatori, ha seguito ogni sillaba, ogni -moto della Devadasis con un'attenzione -sconosciuta nei nostri teatri europei. Ma -non è attenzione soltanto: è passione, è religione, -è trasporto di tutte queste anime -verso il tesoro della loro poesia. Poesia! Io -penso ad una qualche attrice nostra che -comparisse dinanzi al nostro pubblico e -avesse la crudeltà inaudita di infliggergli -un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro -pubblico il quale — confessiamolo una -buona volta — s'annoia mortalmente a -sentir sillabare, sia pure da dicitori sommi, -il non remotissimo Dante. Ora è meraviglioso -il vedere come poemi di tre, di quattro -mila anni or sono accendano di fervore -tutta una folla, nessuno escluso: il mercante -di spezie e il Marajà, il monello e -la donnicciuola; tutti sono presi nello -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione -che non è letteratura, ma sentimento -artistico, ereditario, che confina, si fonde -con la fede più intensa. Arte e fede espresse -dalla stessa armonia, una felicità che -noi occidentali non conosceremo forse mai! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge -con un balzo il tappeto, si siede -con un sospiro di sollievo come una scolaretta -in riposo. Le siamo intorno rispettosamente, -per osservarla, ma sul suo volto -è la completa assenza spirituale; è cessata -la musica e la fiamma e si ha veramente -l'impressione di accostarsi ad una lampada -spenta, ad uno stromento che ha finito di -vibrare. -</p> - -<p> -Poichè il dottor Faraglia — l'unico che -conosca l'<i>industani</i> — le rivolge un complimento -sulla sua arte, la donna tarda a -comprendere, poi sorride, si copre il volto -con l'avambraccio alzato, come un'educanda, -alla quale un temerario dica cose inaudite: -un gesto spontaneo di sincero pudore, -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -che sbigottisce in una sacerdotessa di tal -fatta. Io, che non so l'industani, le accenno -alla gota sinistra che mi sembra tumefatta. -Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, -ne toglie un bolo vermiglio, che mi porge -affabilmente. -</p> - -<p> -— Betel! -</p> - -<p> -Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta -il bolo alla bocca, passandolo dall'una -all'altra guancia, battendovi sopra le -due mani, per gioco, con un malvezzo di -bimba screanzata. -</p> - -<p> -— Le dica che deploro di non aver capito -una sillaba dei suoi poemi. Le domandi -in quanti anni potrei sapere il <i>sanscrito</i>, -il <i>pali</i>, il <i>giaïna</i>.... -</p> - -<p> -La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, -ridendo, alza le dieci dita ben tese. -Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena -improba. E penso che superata pur anche -una tale fatica, padrone degli idiomi -difficili, resterei estraneo all'essenza prima -dei testi sacri. Mi divide da essi una barriera -più insuperabile del linguaggio: ed è -lo spirito diverso, la fede opposta. L'occidentale, -che ritorna in India, non riconosce -più la sua cuna. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<p> -So bene, questi Indu sono ariani del -nostro ceppo, fratelli nostri, ma fratelli -che rifiutano di tenderci la mano. Siamo -troppo diversi. Ci dividono troppi millennii. -Da troppo tempo ci siamo detti addio. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<h2 id="caste">Le caste infrangibili.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Madras, gennaio. -</p> - -<p class="pad2"> -«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India -tutta: l'islamismo insorto sarà la miccia -più sicura attraverso la potenza britanna». -Nelle sfere politiche inglesi si pensa -seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere -non poco sul possibile pericolo indiano. I -maomettani dell'India ignorano la Turchia; -il loro stesso islamismo è travisato dai -secoli e dall'ambiente; la loro patria lontana -è l'Inghilterra: Londra — e non Costantinopoli — è -la capitale dei loro sogni -e delle loro ambizioni. -</p> - -<p> -Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi -di Simla alle foreste di Colombo, interrogate -un <i>nativo</i> qualunque: maomettano, -bramino, parsi, buddista, di qualunque casta -e di qualunque cultura: il facchino che -vi porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, -il filosofo incontrato nei musei, interrogatelo -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -d'improvviso: «E voi, di che paese -siete?». L'altro vi guarderà meravigliato -e vi risponderà subito: «<i>I am English!</i>», -con la stessa vivacità un po' risentita con -la quale io e voi risponderemmo: «Sono -italiano». L'indiano non dubita d'essere -un inglese. L'anglomania è una delle sue -debolezze ben note. Non per nulla la figura -più buffa del teatro parsi è Katiba, -una specie di bellimbusto, che si spaccia -per baronetto londinese, mentre ha avuto -i natali a Oodeypore, da un lenone -maomettano. Per anglomania lo studente -dell'Università di Bombay, di Calcutta si -dà a <i>sports</i> nordici, intollerabili sotto il -tropico, frena il suo gesto vivace, riduce -la loquacità istintiva del suo dire alla più -corretta freddezza; e se v'invita a prendere -il thè, nella sua gaia stanza universitaria -cercherete invano alle pareti i testi -indiani: Avagoka e Kabir sono sostituiti -da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, -stringendovi la mano colla sua mano color -di bronzo, non mancherà di raccomandarvi -la poca confidenza coi <i>nativi</i>.... Per anglomania -le figlie e le mogli del Maharaja -s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -volto, implorando dal marito o dal genitore — premio -supremo — una <i>season</i> a Londra; -una <i>season</i> a Londra con tutte le delizie -della vanità esasperata: i ricevimenti -a Corte, l'amicizia con mogli di lords e -di baroni, i trafiletti mondani, le istantanee -compiacenti a lato del Re e della Regina; -istantanee e trafiletti da rimbalzare -su tutti i giornali di Bombay, Madras, Calcutta. -Per anglomania — e il probabile -titolo di baronetto — i banchieri maomettani -e <i>parsi</i> si quotano per uno, due milioni -di <i>rupie</i> sulla lista d'un erigendo -ospedale inglese. L'India è inglese, vuole -essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni -indiano, intellettuale o analfabeta che -sia, l'idea d'una patria lontana e necessaria, -lassù, in Europa, nella curva nebbiosa -della terra, una patria che è il cervello e -il cuore del mondo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai -da un atavismo due volte secolare, un altro -elemento importantissimo che forma -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -la debolezza organica dell'India: le <i>caste</i> -nelle quali l'India è divisa e che fanno di -essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. -Che, altrimenti, non si potrebbe -concepire la mansuetudine dell'impero -sconfinato — più d'un quarto dell'Asia -tutta — e che l'Inghilterra tinge del suo -colore sulla carta immensa delle sue colonie. -Ma se l'India dovesse colorirsi secondo -le caste presenterebbe il più minuto mosaico. -Dall'ultimo censimento inglese risultarono -più di quindicimila caste nel solo -Rayputana, la regione settentrionale dove -l'influenza inglese ha maggiormente cancellato -le consuetudini locali. Negli Stati -bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto -come nei secoli andati, le caste sono infinite, -divise e suddivise, ostili fra loro, -conservate con rigidità millenaria. Due -cose sono care all'indiano: l'Inghilterra e -la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco -importa l'India, purchè sia salva la -fede». — «Declina la fede....» — «Purchè -sia salva la casta....». È il dialogo approssimativo -con ogni bramino ben pensante. -Per casta — è risaputo — s'intende la -sanzione legale e religiosa delle disuguaglianze -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -sociali, elevata a dogma attraverso -i secoli. L'origine delle caste — per quanto -i bramini le pretendano istituite dagli -Dei in persona — va cercata nella diversità -di razza e di mestiere; quando i popoli -ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja -nelle pianure dell'India, lottarono -con gli aborigeni che — vinti — ebbero -il titolo di Dasyon (<i>impuri</i>), mentre l'appellativo -di <i>puri</i>: Sudra, fu privilegio dei -vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono -le prime caste rivali ed avverse: -la casta sacerdotale coi Bramini, la guerriera -con i Kehatryas; poi la casta dei -mercanti con i Vaisyo, suddivisi in infinite -corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak, -ecc...., la casta degli agricoltori, dei -pescatori, ecc.... Le caste, sotto questo -aspetto, avrebbero dunque qualche analogia -con le nostre <i>guilde</i> antiche, le nostre -corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio -evo nostro, anche ai tempi più feroci, non -offre un parallelo adeguato con la barbarie -insensata delle caste indiane. -</p> - -<p> -L'europeo sbarcato da poco sbigottisce -ad ogni istante. Nelle belle vie delle grandi -capitali, sotto il riverbero delle lunule -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -elettriche, la folla indiana s'avanza con -uno sguardo ed un passo che non è soltanto -preoccupato dai tram e dalle automobili. -Che ha mai questa gente? Obbedisce -a un ordine coreografico o teme il -contagio di qualche epidemia? È semplicemente -preoccupata di mantenere le distanze -prescritte dal diagramma delle caste -indiane. Quattro passi tra un bramino -e un soldato, due tra un soldato e un -contadino, tre tra un contadino e un -paria, ecc.... Prima della dominazione inglese -il paria non poteva comparire nel -campo visivo d'un bramino o costui aveva -facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. -Perchè l'ombra del paria lascia una macchia -sul passante, il quale non se ne può -lavare che con un rito specialissimo. Il -paria è il rifiuto dei rifiuti, non può piangere -i suoi morti, non leggere i testi sacri, -non pronunciare il nome di Brama; -l'antiche leggi indiane non fanno cenno -di punizione per chi ne libera la terra. -All'altro estremo sta il Bramino, «il quale, -per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste -e lascia vivere gli uomini per pura -generosità». Tra questi due estremi le caste -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -si dividono e suddividono all'infinito. -Il viaggiatore europeo vede il suo fedelissimo -<i>boy</i> fermarsi sulla soglia d'un rivenditore -di libri antichi, quasi impedito -da una parete invisibile: «Il <i>bookseller</i> -è di casta <i>nakari</i>: io sono <i>kardy</i>, non posso -entrare.... Dovrei pagare dieci rupie al -<i>priest</i> per rientrare nella mia casta...». E -siete costretto ad attraversare, solo, il cortile -e la piazza con dieci chili di libri e il -vostro servo costernato non può venirvi in -aiuto prima del limite prefisso. Ogni servo, -poi, è specializzato in una sola occupazione -casalinga: quella permessa dalla sua -casta; le altre incombenze sono <i>immonde</i>; -di qui la necessità di una servitù dieci -volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci -volte ridotti. La vita d'un indiano -è preoccupata, per quattro quinti, dalla -paura di «macchiarsi», di «uscire di casta». -E questo fanatismo è inestirpabile, -sopravvive anche alla conversione religiosa. -Mi raccontava un missionario anglicano -di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare -o di bere con il prete che li ha convertiti. -Più buffo è il caso dei nobili soldati -Nair che alle prese con prigionieri di -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -casta inferiore li circondano con i fucili -spianati, ma non possono agguantarli, per -paura di macchiarsi le mani. Più buffo -ancora è lo zelo degli onesti discendenti -delle antiche corporazioni di malfattori, -i quali fanno petizioni al Governo inglese -per riavere il nome di casta che li distingueva -nei tempi gloriosi e sono gelosissimi -di appellativi come questi: «<i>Cacciatore -di naufraghi</i>». — «<i>Jena del Dekkan</i>». — «<i>Sciacallo -del viaggiatore</i>», ecc...., e gli -uni guardano gli altri con infinito disprezzo, -secondo che sono discendenti di ladri -di terra o di mare, di assassini di pianura -o di monte. Il fanatismo grottesco, incredibile, -non s'attenua, anzi si fa più intenso -nelle classi elevate ed abbienti dove -il bisogno e la fame non impongono transazioni -di sorta. Così v'incontrate ad una -serata del Governatore, con un giovanotto -affabilissimo, architetto laureato all'Università -di Bombay. Egli vi parla dell'architettura -indiana con una grazia che v'incanta. -Per gusto di reazione gli chiedete -che cosa pensi del Partenone, dell'Abbazia -di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; -gli dite che sareste ben lieto, se il -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -destino lo portasse in Europa, di fargli da -cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza -la parola il suo voltafaccia improvviso, -tra quel silenzio speciale che distingue -una <i>gaffe</i>. «.... Ma non sapete che l'Ingegnere -è cugino in sesto grado col Maharayalo -del Travancore, Razza Lunare, capite, -discendente da Rama; razza che non -ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla -sotto pena di uscire di casta. Parlare -dell'Europa all'Ingegnere è come mettere -in dubbio i suoi titoli di nobiltà. Una -sconvenienza imperdonabile!» Ohimè! Perdonabilissima. -Chi poteva immaginare un -pronipote di Rama in quel signore in marsina -e monocolo? Chi poteva fiutare il -sangue <i>lunare</i> in quelle sembianze semplicemente -lunatiche?... -</p> - -<p> -Episodi che si prestano alla celia. Ma -non sorridete più se pensate che la tradizione -di casta chiude milioni e milioni -d'uomini, li asserva nella cerchia illusoria -e pure infrangibile come un malefizio. Si -tratta, in realtà, di un tragico millenario -fenomeno di suggestione. Oggi, dopo tanti -evi, la casta non si discute; si nasce dominati -o dominatori come si nasce maschi -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -o femmine, biondi o bruni. La casta -è fatale come il destino. -</p> - -<p> -Contro questa follia a nulla vale l'avveduta -forza colonizzatrice degl'inglesi, l'illuminata -parola degl'intellettuali indiani, -a nulla valse la riforma di Gotamo. Il -buddismo — reazione necessaria a tanta -barbarie — passò sull'India senza lasciar -traccia, ed è confinato ora a Ceylon e -nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi -più che mai; e la casta s'estende a tutti: -maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani, -poichè per mimetismo d'opportunità -bisogna conformarsi all'ambiente, e le -chiese cristiane sono divise in riparti numerosi -e ben distinti, senza di che i fedeli -non interverrebbero alla Messa.... -</p> - -<p> -Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto -dall'europeo crea una casta che oscilla -in potenza secondo la floridezza dell'industria -(the, cannella, pelli, indaco, ecc.): -si direbbe che l'umanità, in India, non -possa aggrupparsi che così, per misteriose -tendenze etniche dell'ambiente, come certe -sostanze non possono aggrupparsi che in -cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo -e l'India non pensa e non può ribellarsi. -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -È risaputa la risposta dei bramini -a gl'intellettuali innovatori: «Poco importa -essere oppressi. Pur che la casta avversa -lo sia più di noi!». -</p> - -<p> -Nemmeno è necessario il categorico: -<i>Divide et impera!</i> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -</p> - -<h2 id="tesori">I tesori di Golconda.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Haiderabat, 14 gennaio. -</p> - -<p class="pad2"> -In due giorni di corsa vertiginosa la -Central India Railway mi ha portato dalla -costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India -Indù all'India Maomettana. Tutto è -mutato. Non più la freschezza dei palmizii -e delle felci arboree, ma i cacti spettrali, -le agavi dall'immenso fiore centenario, le -euforbie a candelabro che sembrano reggere -sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna -del cielo. Non si vedono più le -bellezze di bronzo dal seno e dal volto -ignudo, ma le donne maomettane rigidamente -velate; non capigliature profetiche -di asceti bramini e buddisti, ma turbanti -di seta gialla, gridellina, celeste, barbe -imbiondite all'<i>henné</i>, grandi brache e -grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura -leggiera dei <i>bungalows</i> anglo-indiani -o la linea acuta delle pagode, ma -le moschee e i minareti, i cubi candidi -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -delle case maomettane, le finestrette ad -ogiva multipla, difese da grate mirabili, -fatte con una sola lastra di marmo sottile -lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato -traforo un albero con fiori e con -frutti, una danzatrice, due paoni che si -dissetano ad una vasca. -</p> - -<p> -Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di -fiamma! Davvero non m'aspettavo una capitale -così grande, così bella, così gaia in -mezzo all'infinita desolazione dell'Industan; -Haiderabat ben mussulmana, ma immune -dalla decrepitudine sucida che distingue -le altre capitali dell'Islam; e intatta -come ai tempi di <i>Mille e una notte</i>, senza -traccia di decadenza e senza traccia -d'invasione europea! Se io fossi un sovrano -di passaggio crederei davvero che questa -folla si sia vestita nei suoi costumi dei -tempi andati e si atteggi in parata per -farmi onore, non già che essa viva della -sua vita quotidiana. -</p> - -<p> -La vita quotidiana è fatta di necessità. -Ora questa gente non fa nulla di necessario. -Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano -le più deliziose cose inutili: gioielli, -sete, velluti, vasi d'argento e di bronzo, -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e -gemmate, veli tinti pur ora e tesi ad asciugare -al vento, leggeri come la nube che si -sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; -profumi, essenze contenute in alti vasi -suggellati o in barattoli dalla forma singolare, -segnati di lettere cabalistiche. E fiori, -fiori in abbondanza, piramidi di magnolie, -di ibischi, di rose decapitate che i mercanti -vendono a peso, come i frutti, e che -la folla infilza per via, improvvisando la -ghirlanda quotidiana più necessaria del -pane; strana folla che vive di colori, di -profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo -lontani da Bombay, da Calcutta, dalle -grandi città della costa, dove già si sovrappone -ed impera la nostra pratica attività -occidentale! -</p> - -<p> -L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un -regno vasto tre volte l'Italia — l'illusione -di un'esistenza indipendente. -Ma quale indipendenza può godere uno -stato continentale, custodito intorno da una -cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio -d'un esercito sterminato! Il Nizzam, -sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati, -l'Inghilterra manda sacchi di grano e -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -che la carestia — endemica ormai in questa -zona sempre più riarsa — si farebbe -sentire ogni anno senza l'illimitata generosità -dei custodi accerchiati. E Haiderabat -vive nella sua favola millenaria, intatta come -dieci secoli or sono, bella di tutte le -eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, -da Persepoli, da Bisanzio. -</p> - -<p> -Rientro nell'albergo abbagliato dalla -troppa luce e dai troppi colori, umiliato da -questa folla elegante tra la quale la mia -figura occidentale in casco e gambali deve -passare come il fantasma d'un mendicante. -E cerco tra le commendatizie quella più -importante: una lettera di presentazione -a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro -del Nizzam. Poichè non sono venuto qui -per Haiderabat, la città viva, ma per -Golconda la città morta che dorme a pochi -chilometri di distanza e della quale non si -possono varcare le mura senza uno speciale -permesso. -</p> - -<p> -— Il primo ministro — mi fa osservare -l'albergatore — è via con tutta la famiglia, -ha seguìto il Nizzam a Londra.... -</p> - -<p> -— A....? -</p> - -<p> -— A Londra, per la <i>season</i> — mi riconferma -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -l'uomo sbigottito della mia ignoranza — potrete -presentare la lettera ad -altri della Corte.... -</p> - -<p> -Mentre si parla, un servo mi porge la -carta d'un commensale che siede all'altra -estremità della sala semibuia. Un professore -di Monaco. -</p> - -<p> -Mi presenta la sua signora, mi parla subito -con entusiasmo del nostro Re. Speravo -gli fosse dettato dalla bellezza della -mia patria, non fosse che attraverso la -divina esaltazione di Goethe, ma il professore -non ha mai visitato l'Italia, non ha -mai letto Goethe, ignora le Elegie romane, -e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, -Re della più Grande Italia, non vede che il -signor di Savoia, uno dei primi collezionisti -del mondo e suo collega invidiatissimo in -numismatica. -</p> - -<p> -Sono scandalizzato. Ma il professore è -più scandalizzato di me quando s'accorge -ch'io ignoro l'alto valore numismatico del -mio Sovrano e non so rispondergli a quale -volume sia giunto il <i>Corpus Nummorum -Italicorum</i>, l'opera colossale che egli sta -compilando. -</p> - -<p> -— Io sono qui da cinque mesi, con la -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -mia signora, per ricerche che possono interessare -voi italiani: ho trovato due zecchini -e un mezzo zecchino con l'effige -del doge Ludovico Manin. La repubblica -veneta, nei secoli andati, commerciava col -centro dell'India meridionale, quando questa -era sconosciuta al resto d'Europa.... -</p> - -<p> -Affido al professore la commendatizia e -nel pomeriggio stesso giunge dinanzi all'atrio -dell'Hotel una strana vettura di Corte, -una <i>victoria</i> antiquata a grandi molle -ovali, con a cassetta due cocchieri in turbante -giallo e due staffieri ai lati, agitanti -sui cavalli un lungo scacciamosche dorato: -equipaggio strano fatto di vecchiume occidentale -e di fasto orientale. È incredibile -lo sfoggio di servitù che si ostenta nelle -città indiane. Nessuna persona rispettabile -può uscir sola, ma deve avere in ogni -sua minima passeggiata un seguito di servi, -di devoti, di clienti; primo dovere d'un -signore verso l'ospite bene accetto si è di -mettergli al fianco due seguaci, perchè -gli facciano largo tra la folla, gridando -alto il suo nome. -</p> - -<p> -Prendiamo posto in vettura, attraversiamo -tutta Haiderabat tra case candide, sotto -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi -neri, di pappagalli verdi, di colombi tinti -artificialmente a colori vivaci. <i>Strada di -Golconda</i> è scritto in cinque, sei lingue -sull'estremo sobborgo della città. Golconda! -Quella che fu per tanti secoli la meraviglia -dell'Asia, la città dei diamanti favolosi -e delle regine sanguinarie, Golconda favoleggiata -nei romanzi d'amore e d'avventura -dei secoli andati, Golconda la grande guerriera -e la grande voluttuosa, della quale -recavano novelle incerte gli esploratori e -i mercanti fiamminghi e veneziani. Come -già per Tebe, per Micene, per tutte le città -defunte troppo magnificate dalla favola, mi -preparo ad essere deluso; so che andiamo -verso un fantasma. Ma non sono deluso. -La strada stessa che si percorre è degna -d'un grande passato. Sotto il cielo ceruleo e -fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie, -si stende in giro, fino all'ultimo orizzonte, -un paesaggio che dà la sofferenza e la -voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre, -fatto di pietra livida qua e là corrosa, -qua e là dominata da certi cumuli di -enormi macigni, curvi, lisci, simili ad otri -giganteschi o a dorsi di pachidermi e di -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -cetacei; sembra di percorrere una pianura -selenica e veramente la natura ha fatto -qui, con la pietra morta, uno scenario più -fantastico delle vive foreste del Malabar. -Via via che si avanza i macigni si fanno -più frequenti e più colossali, si accatastano -in piramidi di cento metri, arieggiano il -profilo di colline inverosimili, qua e là -traforati di spazi luminosi, come nei cumuli -delle trincee. Esclusa, per evidenza -geografica, la supposizione di massi erratici, -non so davvero come i geologi possano -spiegare l'accatastarsi dei macigni in -questa pianura immensa; la leggenda indù -li vuole caduti dal cielo; afferma che essi -sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le -dita del Creatore e che egli arrotolò per -gioco e precipitò sulla Terra. Certo il gusto -dell'inverosimile, del fantastico, del colossale -che domina nell'architettura indiana -ha trovato in questa natura ciclopica -i suoi modelli e le sue fondamenta. -</p> - -<p> -Golconda! Al di là d'un gran fiume -asciutto s'innalza il fantasma della città -morta, con le sue mura ciclopiche, livide -come il macigno circostante, merlate e traforate -con arte singolare. Attraversiamo il -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -letto del fiume; nel mezzo, in qualche -pozza d'acqua superstite, una schiera d'elefanti -lavoratori tenta invano il bagno -quotidiano; i poveri pachidermi aspirano -l'acqua con la proboscide e se ne irrorano -i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta, -ai piedi delle mura ciclopiche. Il -genio guerresco ha trovata qui la collaborazione -della natura, nè si può distinguere -dove l'opera di questa finisca e cominci lo -sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni -di cinquanta metri, rivestendoli di -ammattonato, gettando dall'uno all'altro -vòlte e terrapieni, unendoli con grate grosse -come un braccio umano, armate di uncini -difensori. Veramente Golconda doveva -nascondere tesori favolosi se i Sultani pensarono -a cingerla d'una difesa tanto formidabile. -Si sale lungo la fortezza principale, -un macigno multiplo che domina tutta -la città morta ed è costrutto a gradi -decrescenti, coronati alla sommità da un -ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in -tanta desolazione e ricordano lo schema -della commedia dantesca. Intorno sono -macchine guerresche; cannoni arcaici, i -quali attestano che la morte della città -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -non è remotissima; Golconda fioriva ancora -nella metà del settecento, quando era -di moda in Europa il <i>racconto d'avventure, -le roman merveilleux</i>, quando vi giunse -profuga Madama Angot per tentare con -la sua bellezza occidentale le stanche voglie -dei sultani decrepiti. -</p> - -<p> -Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante -della pescivendola parigina mi perseguita -mentre il professore mi commenta -le vicende epiche e i monumenti famosi. -</p> - -<p> -— Quella moschea immensa è la Mecca, -così chiamata, perchè è una copia esatta -del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur -volle riprodotto nella sua città; quella -che innalza i suoi minareti sul più alto -contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido» -perchè destinata alla preghiera disperata, -quando i nemici avessero già invase -le mura.... -</p> - -<p> -— Ma come si poteva espugnare una -città come questa? -</p> - -<p> -— Fu espugnata. Troppo si parlava delle -ricchezze di Golconda. Aurangseb, imperatore -di Delhi, le mosse guerra nel -1787 e l'espugnò nel 1790. La città fu saccheggiata, -il popolo passato a fil di spada, -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata -la vita del Sultano. Bisognava strappargli -il segreto ch'egli solo conosceva, -sapere da lui il luogo dov'erano scomparse, -durante l'assedio, le gemme favolose e i tesori -dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri -del Tibet, perle di Ceylon, diamanti di -Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di -Bavacan: si parlava di gemme profuse ad -altezza d'uomo, in grotte sconosciute, murate -con gli scheletri degli ultimi guardiani, -per suggellare il silenzio. Il Sultano -solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad -Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu -sottoposto alle più raffinate torture; uno -stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo -di medici doveva ravvivarlo quando stava -per agonizzare. Tutto fu vano; egli -esalò l'anima improvvisamente, portando -nell'eternità il mistero dei tesori accumulati.... -</p> - -<p> -Si sale lungo la fortezza, tra le moschee -decrepite e i cannoni interrati a metà nella -polvere. Si passa tra le ruine degli antichi -palazzi, espugnati da poco più di un -secolo e più distrutti che avanzi millenarii. -Dalla sommità del forte si domina tutta -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -Golconda; le mura ciclopiche e sinuose -vanno da macigno a macigno, ancora formidabili, -ancora intatte, ma vane ormai, -poichè più nulla hanno da custodire, e -nella vastissima cerchia tutto è rottame, -pietra, polvere, morte. Alla morte è destinato -il paradiso minuscolo che s'innalza -alla sommità della fortezza. La riverenza -indiana per le cose funebri mantiene miracolosamente -verdeggiante questo cimitero -dove sono le tombe di tutta la dinastia di -Golconda, dal sultano Ibraim al sultano -Abdul Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati -alla bella mussulmana Chanah-Shah, -strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a -caratteri bianchi, ornate ognuna d'un porticato -ad ogive e di quattro minareti minuscoli -dalle cupole d'oro; intorno è una -vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi, palme -nane, con certe aiuole di fiori malaticci, -tenuti in vita dall'acqua che i devoti -portano a secchia a secchia, dai pozzi -lontani, come per gli incendi. Non è descrivibile -l'infinita tristezza di questo cimitero -esotico, campo della morte nella -città della morte.... -</p> - -<p> -Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -dalla figura della pescivendola avventuriera. -È veramente esistita quella che -la leggenda chiama Madama Angot e fa -pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli, -a Golconda? -</p> - -<div class="poem"> -<p>Illustre pescivendola — era Madama Angot.</p> -<p>Nel regno di Golconda — un giorno capitò;</p> -<p>il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così</p> -<p>che a cinquecento mogli — lei sola preferì....</p> -</div> - -<p> -Ohimè, la sua tomba non è qui, tra -queste sultane. Essa ritornò a Parigi, carica -di quattrini e di gioielli, a godervi i -ben meritati riposi.... Quali favolosi racconti -doveva fare delle sue avventure e dei -suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, -nelle veglie della sua vecchiaia venerabile! -</p> - -<p> -Madama Angot.... È veramente esistita? -In quest'ora, tra queste mura la sua gaia -figura è più viva che mai, serve a consolare -d'ogni troppo leopardiana tristezza. -Dinanzi alle ruine troppo riverite è consigliabile -l'irriverenza. Meglio schernire la -fatalità che preme uomini e cose, canticchiando -le strofe d'un melodramma giocoso.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<h2 id="impero">L'Impero dei Gran Mogol.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -24 gennaio 1913. -</p> - -<p class="pad2"> -Il distacco tra l'India braminica e l'India -islamitica si fa più intenso via via che -si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam -prediliga in ogni parte del mondo le terre -desolate, i deserti e le steppe; anche in India -occupa l'immensa parte centrale e settentrionale -e può servire a delineare i confini -delle provincie riarse. Perchè è un -preconcetto oleografico, una leggenda da -libri d'avventura che l'India sia coperta -da una vegetazione meravigliosa. Le foreste -tropicali, dense, decorative come scenari -da melodramma, occupano soltanto la costa -del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti -Nir-Ghirli, le valli dell'Imalaya. Ma dove -cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie -periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan -e le pianure del nord, domina la magra -vegetazione dell'Islam: scompaiono il -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -cocco ed il banano, svelti compagni delle -pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso -cimiteriale, compagni delle moschee -e dei minareti. -</p> - -<p> -Si viaggia da due giorni in queste ferrovie -che chiudono in una rete fitta tutto -l'Impero immenso, e che gareggiano con -quelle americane in velocità vertiginosa. -Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta -invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso -della terra e il gracidìo dei corvi sono -la nota visiva e auditiva di queste contrade) -che durante la stagione delle pioggie -rinverdisce in campi di riso e di miglio, -è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le -palme-palmira, gracilissime, s'innalzano -nell'azzurro del cielo come caricature di -palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito -abbagliante: all'orizzonte, sulla -zona sanguigna, passano, come ombre cinesi, -mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano -la linea grandi cacti a candelabro, -tinti in rosso da una parte, dalla -polvere sollevata dal vento della steppa, e -alla sommità d'ogni fusto è appollaiato -un avvoltoio meditabondo che al rombo del -treno appena si degna di protendere il capo -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -calvo sul collo serpentino o di distendere -una delle immense ali macabre. Mandre -di bufali e di zebù sollevano, voltano -la testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano -sui loro dorsi gibbosi, s'avventurano -fino alla bocca per beccarvi i tafani e le -mosche. Si entra talvolta in foreste d'alberi -enormi, dai tronchi nodosi e contorti: -ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami -rivestiti di fronda arida, come le nostre -quercie in dicembre, dànno al paesaggio -una tinta invernale che stona col cielo -implacabilmente estivo. Nella foresta morta -spiccano zone di un bel verde biacca: -miriadi di pappagalli minuscoli che ricordano -le foglie vive, o fasci di brace azzurra -e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati -sugli alti rami. Poi si esce dalla -foresta morta ed ecco ancora la steppa -senza fine con i suoi cacti spettrali ed i -suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il tempo -passa, ma il paesaggio non muta. -</p> - -<p> -E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore -si domanda a quale scopo ha lasciato l'Italia -bella, anticipandosi questo paesaggio -infernale. Distolgo lo sguardo dallo scenario -triste. Siamo nel <i>dining-car</i>; indugiamo -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -dopo il caffè, per avere intorno l'illusione -di un po' d'Europa che viaggia con noi, -l'illusione che emana dalle vernici, dagli -specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle -salse chiuse in barattoli inglesi. <i>Very -comfortable</i>, queste carrozze ampissime, dal -doppio tetto spiovente, aerate da un triplo -ventilatore; ma il congegno si è guastato e -funziona il <i>panka</i>, il ventaglio immenso -appeso al soffitto, che un servo indiano -agita con una corda dal fondo della carrozza. -Tutte le tavole sono occupate: funzionari -inglesi, commercianti parsi, dignitari -afgani. Al tavolo vicino sono sedute -due francesi incontrate a Bombay, conosciute -per caso, leticando all'agenzia Cook, -e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca -effusione di schietta esultanza. Fra -tanti sconosciuti di tutti i colori, fra tante -orribili favelle, dove l'inglese degenere è -l'unica intelligibile, il francese, sia pure -sulle labbra ritinte di due «pellegrinanti -esuli dame», ci suona dolce come una lingua -di casa. Signore con le quali si allibirebbe -di mostrarci in una via europea, -tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, -impennacchiate; ma che qui, nel cuore -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -dell'India sacra, aggiungono al paesaggio -uno stridore pittoresco. Madama Angot, -che ho sognato a Golconda, rivive -dunque ancora nelle pronipoti senza paura! -Già a Bombay ci avevano raccontate -le loro gesta e le loro disavventure. Giovani, -una giovanissima, parigine entrambe — parigine -di Marsiglia o di Bordeaux — e -nate all'arte, votate all'arte, hanno -pellegrinato come «duettiste» tutti i caffè -<i>chantants</i> della Tunisia e dell'Egitto. A -Port-Said un impresario le ha scritturate -per le colonie dell'Africa orientale fino -a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con -due ufficiali inglesi riparando a Bombay. -Sole, sperdute ancora una volta, hanno -tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si -dirigono oggi a Simla, nel Cachemire, per -cantare in un <i>music-hall</i> che s'inaugura -con la stagione elegante. Disfatte dal clima -e dai disagi, lasse per troppe soste in troppe -guarnigioni fameliche, sanno tuttavia -conservare nella parola arguta, nel gesto -col quale alternano il sorriso alla sigaretta, -nella civetteria del ginocchio sovrapposto, -la grazia francese unica al mondo! E guardo -ed ammiro queste due passere sbandite -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -che portano fino in queste solitudini il -loro sorriso intrepido e la loro gaia mercatanzia. -</p> - -<p class="indr small"> -Delhi, 25 gennaio. -</p> - -<p> -— Delhi, Agra: Le royaume du Gran -Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui avait -un penchant pour les jolies parisiennes. -— Peut-on le voir, ce monsieur-là? -</p> - -<p> -— È morto da trecento anni. -</p> - -<p> -— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard.... -</p> - -<p> -Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa -stazione indiana. Fuori, ad attenderci, -i più pittoreschi mezzi di locomozione: -i <i>yinricksharws</i>, le carrozzelle in -lacca e bambù su ruote modernissime da -bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, -carrozze strane, triangolari, che -il cocchiere guida seduto in avanti, sul timone -sottile, diligenze barocche sovraccariche -di ori, di fiocchi, di sonagli, trainate -da coppie di zebù, il bove indiano, -minuscolo, gibboso, velocissimo; e campeggianti -in disparte, disposti in ordine, -gli elefanti da nolo, recanti ognuno un -cartello in varie lingue indicante la mèta, -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -come da noi le carrozze tramviarie. Si -sale sopra uno dei colossi, attraverso una -specie d'arrembaggio inclinato e si sta in -otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio -e misera bestia da nolo, che ebbe -certo i suoi giorni splendidi nella reggia -di qualche Maharajah, cent'anni or sono.... -Oggi la pelle si è raggrinzata sull'immensa -carcassa, come la corteccia degli olmi -secolari; e non servono a ringiovanirlo la -gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, -nè la truccatura bianca rossa azzurra, a -cerchi vivaci, intorno agli occhi ed alla -proboscide. -</p> - -<p> -— Les pauvres oreilles! On les dirait -de feuilles rongées par les chenilles! -</p> - -<p> -È vero. Le orecchie immense, zebrate -di nero, agitate di continuo, sono logore -dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate -a grandi lobi, come le foglie corrose dai -bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi -minuscoli, dove s'alterna la bontà e -la scaltrezza, la mansuetudine ed il risentimento. -</p> - -<p> -Il <i>cornac</i>, un giovinetto, sta seduto alla -budda sul collo possente e dirige la mole -immensa con l'<i>ankus</i>, un bastoncino ricurvo -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -a gancio che preme sulla fronte -silenziosa, con un grido sommesso d'intesa. -Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come -nelle nostre vie occidentali. La mole s'avanza -sicura come un congegno e il rumore -delle zampe enormi che giunge dal -basso imita un poco il rombo ritmico di -un motore primitivo. Passiamo per ampie -vie modernissime: luce elettrica, tram, automobili; -c'interniamo in viuzze tortuose, -dalle case altissime in legno dipinto e -traforato con uno stile da confettiere, con -tutti i colori delle cose dolci, gonfie di -<i>miradors</i>, di loggie minuscole; infinite gallerie -coperte cavalcano le vie, allacciano -l'una all'altra le case misteriose. -</p> - -<p> -La nostra cavalcatura ci mette all'altezza -del primo piano e l'occhio gode, d'attimo -in attimo, attraverso le verande aperte, -le scene più intime e più diverse: una madre -che consola un bambino che piange, -un ufficio di mercanti parsi, dove cinque -scribi in mitra di tela cerata sono seduti -a modernissime macchine da scrivere, una -casa indù semplice e linda, con non altro -alle pareti candide che le incarnazioni di -Brama, una casa maomettana a tappeti -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -sontuosi dove un vecchio scarno, occhialuto -sotto il turbante immenso, sta ginocchioni -in mezzo alla stanza, picchiandosi -il petto contrito, una scuola indigena dove -venti monelli, in assenza del pedagogo, si -protendono al nostro passaggio con occhi -vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le -fiche e le ingiurie; e, molte cortigiane, -bajadere di bassa casta, riconoscibili al -volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla -casa più adorna e più appariscente: strane -case così aperte sulla via dall'immensa veranda -da inquietare seriamente la pudicizia -dei visitatori. L'elefante, che ha incontrato -un confratello che giungeva in -senso opposto, s'arresta per attendere che -l'altro retroceda fino al prossimo cortile, -e sostiamo di fronte, vicinissimi, a due -cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno -strano pettine quadro ed enorme i lunghi -capelli nerissimi e lisci come due bende -di raso tenebroso, l'altra protesa quasi -fuori della veranda, in piena luce, tiene -nella mano uno specchietto tingendosi con -la destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. -Tutti, in questo paese, uomini, donne, -bambini, hanno occhi splendidi, già -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -troppo neri, già troppo grandi, e la consuetudine -del bistro, imposta per religione, li -fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi -volti quel loro sguardo d'idoli assenti. -</p> - -<p> -— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles -à se farder? Elles maquillent seulement -la paupière supérieure. -</p> - -<p> -Si fissano alcuni secondi le orientali e -le occidentali, poi l'elefante si muove e la -scenetta dispare. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Si passa dalla città viva alla città morta -quasi senza avvedercene. Finiscono le case -abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate -dalle scimmie. Non più facciate -policrome, verande fiorite, ma edifici vuoti -come teschi, muri superstiti con loggie che -guardano il nulla, o scalee, atrii sontuosi -in granito ed in marmo che portano a palazzi -che non sono più: tutto ciò che era -legno è stato divorato dalla steppa. Ogni -balaustro, ogni cimasa è coronata di code -pendule o di faccie sogghignanti di quadrumani. -E le ruine si prolungano all'infinito, -tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, -e oltre, oltre ancora, è l'immenso ossario -di una città morta e risorta dieci -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -volte in quattro millenni, sotto dieci dominatori -diversi. Ci si domanda per quale -legge fatale e misteriosa una città debba -evolversi come qualunque altra cosa viva, -e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, -come la pianta che non vuol morire. -Forse in nessuna parte del mondo -l'archeologo trova un così vario tesoro -d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, -in Grecia, in tutti i luoghi sacri al passato, -risorge il fantasma di una civiltà sola -che le esumazioni, i restauri, gli studi ci -fanno vicina, certa, come una cosa presente. -Qui è il <i>caos</i> dell'abbandono e dell'oblio, -il convegno di tutte le ruine colossali -e del tritume di ruine, un deserto di -frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine -di essere sbalzato a cinquecento, a -mille, a tremila anni nell'abisso del tempo: -dall'ultimo splendore islamitico dei Gran -Mogol al bramanesimo cupo, imponente -delle prime costruzioni giaina e pali, nella -notte delle origini vediche. -</p> - -<p> -Ma dubito che gli archeologi soffrano -di vertigini poetiche: dubito della sensibilità -di coloro che sanno. In questa solitudine -s'incontrano sovente figure biondiccie -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -ed occhialute di studiosi russi, tedeschi, -inglesi che osservano con fiero cipiglio, -come sacerdoti indignati, la nostra -gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta -d'Aladino, un'immensa porta superstite -che dà un'idea della moschea smisurata -che non è più. E la mole, di tale grandezza -e di tale purezza architettonica che basterebbe -a creare un modello perfetto di -stile indo-moresco, appare lavorata, a chi -s'avvicina, come uno stipo cesellato da -un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi -più delicati dell'arte islamitica dei secoli -d'oro adorna la grazia ogivale che s'innalza -a più di trenta metri. Il vano è -riempito dal più azzurro cielo dell'India, -e il nostro elefante, immobile nella zona -in ombra, quasi minuscolo sotto l'immensa -ruina, completa quella bellezza armoniosa. -Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e -scortese — che lavora in una baracca -prossima e toglie misure e dirige tre scribi -indigeni che disegnano e calcolano per -non so che restauri governativi? Ho più -fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di -queste meretrici di Francia; la più loquace -delle due ha immagini adorabili. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<p> -— J'ai toujours revé ce tableau là quand -j'étais fillette, sur un coussin de ma tante -Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment -une chose comme ça. -</p> - -<p> -Poi trascinando la compagna più vicina -all'immensa parete cesellata e palpando -con mano voluttuosa l'intrico della scoltura: -</p> - -<p> -— Il faut se rappeler cette broderie ici, -pour une robe d'intérieur! -</p> - -<p> -Avanziamo a piedi tra le ruine che non -hanno confini. Una vegetazione senz'anima: -di latta, di cuoio, di stoppa, una -vegetazione che non è mai stata viva s'alterna -con la pietra morta; e sui cipressi, -sui <i>baniam</i>, nodosi e contorti come in uno -spasimo d'arsura, tra la steppa sanguigna -e il cielo di cobalto, mettono una nota -gaia di vita i signori del luogo: i pappagalli, -i pavoni, le scimmie. Come s'illeggiadrisce -un capitello giaina, tozzo di quattro -teste elefantine di Ganesa: il Dio della -saggezza, se un pavone vi balza improvviso, -inondandolo di una cascata di zaffiro -e di smeraldo! E le grate di marmo -candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam, -come si ravvivano per le chiazze -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -verdi dei pappagalli nani, le comuni garrule -colorite, che giocano al trapezio tra -i santi trafori! File interminabili di scimmie -stanno sedute a congresso e volgono la -testa tutte insieme al nostro passaggio, -seguendoci a lungo, fissandoci con occhi -di malinconia desolata. -</p> - -<p> -A tratti s'incontra un Jogi, un santo -che ha scelto a suo rifugio una di queste -ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure -singolari; non sono fachiri leggendari, -non fanno miracoli; sono asceti, ridotti -dalla vita contemplativa allo stato di cose: -hanno preso il colore della pietra e dei -tronchi morti. Completamente ignudi sotto -il sole che arde e che abbacina, con le -chiome, il volto impiastricciato di cenere -e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, -più indifferenti e più insensibili -degli idoli millenari. La consuetudine religiosa -favorisce queste sètte: ognuno ha -vicino una ciotola, ricolma ogni giorno -dalla pietà popolare. Ne interroghiamo -qualcuno, offrendo un frutto, una moneta. -Ma non rispondono alle nostre parole, non -battono ciglio alla nostra mano protesa, -ci lasciano passare senza volgere il capo, -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -già perduti nell'increato, nella salvezza del -non desiderare più, già affrancati dall'eterno -ritorno, risanati per sempre nella -carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i -più miserabili avanzi umani, e sono forse -i soli uomini invidiabili, le sole creature -che non debbano ormai più riconoscere -alcuna potenza terrena: «.... Che puoi tu -fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che -nei rigori dell'Imalaia o negli ardori del -Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, -o tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, -farmi morire, o tiranno, ma non -puoi farmi male....». -</p> - -<p> -Avanziamo nella tebaide. -</p> - -<p> -Ed ecco fra tante cose morte, fra tante -ruine senza nome, una cosa ben viva e -ben nota, fresca di colore e di linea come -se innalzata da ieri. Il minareto di Ktub. -Ero preparato da fotografie e da stampe, -anche prevenuto con una certa antipatia. -È invece la più leggiadra cosa inutile che -la noia d'un despota abbia scagliato al -cielo. Una torre isolata alta trecento piedi, -costrutta da un sultano e offerta alla figlia -malata di malinconia, così come s'offre -un gioiello. È veramente un gioiello -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, -dappresso per la squisita fattura. -</p> - -<p> -Sembra un fascio di palmizi interminabili, -legati, stretti a cinque altezze digradanti: -così che l'insieme del fusto snello -è tutto pieghettato come una gonna di seta; -seta lucida e fine sembra la pietra rossa-salmone, -intarsiata d'ornati di marmo -bianco. Lavori di mole e di pazienza inconcepibili -ai nostri giorni, possibili nel -tempo andato, quando un popolo intero era -stromento cieco e concorde del capriccio -d'un despota. Forse avevano un po' tutti -l'anima di Luigi di Baviera, questi sultani -leggendari che profondevano tesori -per concretare i loro sogni in moli di -marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una -bella distruggevano la loro città, costruivano -una città nuova, come il Maharajah -Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò -Amber, l'antica capitale del suo regno, e -fondò Giaipur, la città fantastica tutta color -di rosa, eretta in poco più di tre anni! -Costruivano palazzi, templi, giardini, e li -abbandonavano talvolta, prima che fossero -compiuti, già sazi del sogno che il popolo -tardava a concretare in pietra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo -a riposare alla terza, alla quarta veranda -circolare, in marmo traforato che ci -spende nel vuoto e dà la voluttà della -più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione -appare più disperata, occupa tutto -l'orizzonte come un mare di lava e di -scorie: si pensano veramente come eruzioni -spaventose le invasioni delle orde -giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono -dall'Imalaia e sovrapposero ruine a -ruine sulla pianura maledetta da Dio. Poco -lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri -d'un tempo immemoriale, s'alza un obelisco -che discorda con la grazia leggera -e la tinta carnicina del cimelio moresco, -un obelisco barbaro, tutto di ferro, elevato — dice -l'iscrizione sanscrita — duemila -anni fa dal Raya Dhava per celebrare con -una cosa eterna la sua vittoria sulle tribù -Valhihas. È alto quindici metri, fuso in -un pezzo solo, documento misterioso di una -civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur -possedeva i mezzi di gittare una mole di -metallo che inquieterebbe la nostra industria -modernissima. -</p> - -<p> -Anche qui eruditi indigeni ed europei: -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -archeologi, periti, architetti che prendono -modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge -ad un'opera colossale: dissodare l'ossario -delle città morte, restaurare le ruine, ordinarle -decorosamente alla luce del sole. -Opera degna, ma che non so quanto possa -giovare alla poesia di queste memorie.... -Certo ringrazio il cielo di visitarle oggi, -nel loro abbandono desolato. -</p> - -<p> -È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. -Le nostre compagne «qui ont soupé des -ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni -con noi. Cosa provvidenziale perchè -l'unica bettola nella Porta di Aladino ha -un odore di concia che rivolta lo stomaco. -Vi comperiamo soltanto un ananasso e uva -moscata enorme, freschissima, giunta dai -monti del Kabul in certe scatole fatte d'immense -foglie coriacee cucite con lunghi -fili di gramigna. Una delizia che disseta e -consola sotto questo cielo di fiamma. E -seguiti dai <i>boys</i> e dal <i>cornac</i> si cerca il rifugio -meridiano; non si ha che l'imbarazzo -della scelta regale: una moschea, un atrio -moresco, una reggia pali, un tempio giaina. -Scendiamo in un ipogeo conosciuto dai -<i>boys</i>: un rifugio d'ombra e di frescura, che -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. -Grosse colonne quadre reggono il soffitto -a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi -monolitici, in uno stile incerto alla mia -ignoranza, uno stile che ricorda le costruzioni -egizie più antiche, o assire, o etrusche, -o fenicie, quando tutte le architetture -neonate si somigliavano un poco. Riceviamo -luce da una porta triangolare e da -quattro finestre triangolari, quali non avevo -sognate mai, e poichè siamo nell'ombra -e fuori è la vampa del meriggio tropicale i -cinque triangoli si disegnano rossi come -le aperture d'una fornace immane. E nella -brace dei cinque triangoli si profilano figure -di leggenda: aridi palmizi lontani, -l'ogiva nitida della porta d'Aladino, una -trina candida vicinissima: il balaustro di -una moschea, il nostro elefante meditabondo, -rigido sulle quattro zampe a colonna, -immobile come i suoi fratelli di -pietra.... -</p> - -<p> -Ora di sogno. Ristoro e sollievo della -frescura e della penombra, piacere indefinibile -di sedere con gli amici, in cerchio, -al pasto singolare, voluttà un poco sacrilega -di avere a compagne queste due profanatrici -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -che dicono e cantano cose enormi -tra le pareti sacrosante. Ora di sogno. -La realtà scompare. Le cose si alterano, -ingigantiscono, diventano favolose e magnifiche, -come la noce, il sassolino, lo zoccolo -toccati dalla bacchetta magica della -leggenda. E dimentico. Vedo con occhi -d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, -il misero elefante da nolo, i poveri boys -a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale, -e queste due vagabonde delle quali non -oserebbe vantarsi uno studente occidentale. -</p> - -<p> -Sono l'imperatore Acbar, il più possente -dei Gran Mogol, e questo è il mio palazzo; -questo è un banchetto servito da trecento -schiavi ad ambasciatori della Serenissima; -queste sono due «cristiane» rapite dai corsari -sulle coste di Barberia, vendute al -Negus d'Etiopia, donate dal Negus allo -Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio -cugino, giunte vergini ed impuberi fino -al mio serraglio; due cristiane bionde da -aggiungere alle mie settecento concubine -di tutti i colori.... -</p> - -<p> -Guai se non si completasse col sogno il -magro piacere che la realtà ci concede!... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -</p> - -<h2 id="agra">Agra: l'immacolata.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Agra, 27 gennaio. -</p> - -<p class="pad2"> -Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può -rivivere un'ora nel passato favoloso dei -Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan -s'alzasse dal suo mausoleo e prendesse -per mano la sposa dilettissima: Montaz-i-Mahal, -e uscissero entrambi dalla Reggia -funeraria: il Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile -ancora la città dei loro splendori, -e rispettati dal tempo e dagli uomini -i loro palazzi magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, -innalzanti a settanta metri il -loro vario profilo, simili piuttosto ad un -ammasso titanico di castelli feudali che -ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia -leggera fiorisce in alto, dall'altra parte, -verso il fiume Giumma, verso la pianura -sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi -di arenaria sanguigna, le mura ciclopiche, -le torri possenti, destinate alla difesa e -all'offesa. Questi forti che gli imperatori -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -mongoli fondavano in India erano campi -trincerati, d'una possanza, di una mole, -di una magnificenza inconcepibile al tempo -nostro, villaggi muniti e fortificati dove -quei tiranni dall'anima di guerriero, di -artista ed asceta, adunavano quanto potesse -appagare i sensi e lusingare gli spiriti: -dalla zenana voluttuaria alle sale di -governo e di giustizia, dai bagni, dalle -palestre alle moschee della purificazione, -al mausoleo dell'ultimo riposo. Era una -città regale sospesa sulla città del popolo, -che serviva prono, abbacinato da tanto -splendore. -</p> - -<p> -Passiamo il vallo fortificato, le torri, le -porte pesanti. Si sale per scalee fosche, sotto -archi medioevali, si percorrono androni -a feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria -sanguigna, tutto è tetro e massiccio, -evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero -e il fragore delle armi. Dove poteva svolgersi -la vita voluttuosa dei poeti in turbante -e delle belle dagli occhi interminabili? -Si sale, si sale nelle viscere oscure -della mole millenaria, dove la luce non -giunge che da ogive sottili, da feritoie -scarse, dalle quali appare sempre più in -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -basso la città sterminata, si sale, si sale -nel labirinto tenebroso. -</p> - -<p> -Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, -le mani si portano a difesa degli -occhi feriti dalla luce abbacinante d'un -nevaio. Siamo giunti nel regno dei marmi -immacolati, nella città superna dei tiranni. -Un terrazzo immenso, la sala delle -udienze, candido come tutti gli altri edifizi, -con non altro che un trono di marmo -nero, per il Gran Mogol; intorno ricorrono -arcate che danno l'illusione d'una -grotta di latte congelato, a stalattiti geometriche, -dove il candore è sottolineato da -una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, -l'argento, la turchese, il porfido sono usati -con scaltra leggerezza, in gracili motivi floreali -o in linee che seguono il frastaglio -complicato delle trine marmoree, all'infinito; -così che non è menomato, ma accresciuto -l'effetto candido dell'insieme. Tutto -è di marmo immacolato, e l'eleganza si -mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, -portate all'ultimo limite d'un'arte -inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche -rettangolari, dove si discende per tre, -quattro gradini, sembrano attendere nel -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -loro candore levigato il flutto dell'acqua -odorosa, le carni brune e bionde, le risa -argentine delle sultane quindicenni che -dormono da secoli nella pianura sottostante.... -</p> - -<p> -Avanziamo nell'infinito candore. Verso -il fiume la mole degli edifici guarda a -picco sul piano sottostante ed è una fioritura -più intensa di trine marmoree, di -loggie, di <i>miradors</i>, di specule dove le belle -sognavano le cose cantate dai poeti del -tempo, leggevano le strofe persiane a venti -rime complicate come una formula algebrica, -o le novelle licenziose, o su Corani -alluminati pregavano per il ritorno d'un -assente. -</p> - -<p> -Si passa da sala in sala, e le sale sono -senza porte, così che formano prospettive -di sogno immacolato, allee di trine candide -che si prolungano all'infinito. Stupisce la -nitida freschezza di queste lastre sottili -di marmo, traforate fino all'inverosimile; -lastre che ricordano immensi ricami a -giorno, tesi tra due colonne e non pareti -concrete: la mano vi si appoggia con esitanza, -meravigliandosi della rigidezza secolare. -Il tempo che sfalda il granito, precipitando -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -templi e obelischi, ha poca presa -sul marmo. Questi miracoli di grazia -sembrano fatti ieri. E certo gl'invasori -ebri di saccheggio e di stupro che irrompevano -spezzando e rovesciando ogni -cosa, s'arrestavano dinanzi ai velari candidi, -abbassavano la scimitarra e la clava, -come dinanzi ad un incantesimo. -</p> - -<p> -Sosto a lungo ad una delle specule dove -le belle dei tempi andati portavano la -loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol -è tutta nello scenario che ho d'intorno. -La zenana, l'arem che occultava gelosamente -i più bei fiori di carne, poi i terrazzi -immensi delle udienze, le sale di -giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti -di stoffe vivaci e di gioielli, formavano -sul marmo candido un quadro che -abbacinava il popolo genuflesso, poi i vasti -cortili delle giostre, per le lotte delle tigri -e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria -che i tiranni alternavano a canti di giullari -e a danze di <i>devadasis</i>, negli alti giardini -pensili. E intorno, a picco, le mura -ciclopiche, simbolo d'una potenza senza -pari; da un lato, contenuta in una cerchia -cupa, simile veramente ad una perla chiusa -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -in uno stipo, la Moschea della Perla, -bianca, translucida, semplice di linea e -solenne; e là, in fondo alla città, candido -nella sua cerchia di cipressi e di palme, -il Tai-Mahal: il più puro esemplare di -bellezza funeraria che la speranza umana -abbia innalzato alla disperazione della -morte. -</p> - -<p class="indr small"> -Agra, 28 gennaio. -</p> - -<p> -Oggi, costeggiando le rive del Giumma, -contemplo dal basso il maniero ciclopico e -stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le -verande di trina marmorea dove ieri ho -sognato a lungo nel tramonto di brace. -I palazzi di marmo incantato appaiono -come un sottile frastaglio niveo alla sommità -della mole rossigna, la quale esisteva -già mille, due mila anni or sono, -ai tempi delle origini braminiche, ai tempi -dei re Giaina e Pali. I Gran Mogol, ultimo -giunti, sovrapposero alla mole espugnata -la loro dimora aerea, ed il granito -fulvo della fortezza ciclopica fiorì di marmi -candidi nell'azzurro del cielo. -</p> - -<p> -Oggi i signori e le belle dormono al -piano in un'altra reggia: quella dei morti, -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -più meravigliosa della reggia dei vivi: -il Tai-Mahal. -</p> - -<p> -Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente -con la mia diffidenza consueta -per le cose troppo magnificate dalla leggenda. -E mi preparo alla delusione entrando -nel vasto parco alberato di una vegetazione -cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi -formano una galleria sul mio capo, -giganti islamitici che fondono i tronchi e -la fronda di bronzo quasi nero. Ed ecco, -d'improvviso, la meraviglia unica del mondo. -Poche volte la realtà ha superato la -mia aspettativa, poche volte una bellezza -m'ha investito così violentemente, mozzandomi -la parola ed il respiro, forzandomi -all'ammirazione ed alla riverenza completa. -</p> - -<p> -Sullo scenario a due tinte: l'azzurro -cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s'innalza -la più immacolata e gigantesca mole -sognata da questi sultani amici del candore. -Una semplicità che sfugge alla parola -e all'indagine estetica. Sullo zoccolo -immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro -minareti scagliati al cielo: non altro. -È il motivo classico dell'India islamitica, -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -il motivo profanato da tutta la chincaglieria -occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, -nei lavori ad uncinetto e nelle -oleografie: ma divino nella verità del modello! -Di marmo candido, eterno, e pure -sembra fatto della sostanza labile e translucida -delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti, -che s'alzano in questo momento -dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare -in grazia ed in candore, formano -nel cielo di turchese un contrasto forse -meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro -del cielo, il candore delle nubi e dei -marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto -è riflesso in un gran lago tranquillo che -addoppia il miracolo, con il candore preciso -di certi smalti persiani. -</p> - -<p> -Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo -creato da un negromante, -di uno scenario che debba dileguare come -la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio -della mole del mausoleo. Il tripudio -dei colori m'aveva fatto smarrire il -senso della misura. Ma una teoria di pellegrini -che sale le scalee sembra una schiera -minuscola d'insetti, così lenti nel giungere -da un portico all'altro. Arriviamo -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -anche noi alla mole che abbaglia. E da -presso appare all'occhio abbacinato quanto -l'arte costretta alla semplicità assoluta -possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo -il Tai qual è veramente: una mole ed -un gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro -d'un cesellatore moresco, ottenuto -con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, -ghirlande di parole sacre, gracili -motivi floreali. E anche qui l'onice nerissima, -intagliata e immessa nel marmo con -una tecnica sconosciuta al tempo nostro, -segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta -il candore opalescente dell'insieme, come -una striscia di <i>kool</i>, tracciata dal pennello -sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio -perlaceo nell'occhio d'una baiadera. -</p> - -<p> -Le porte d'argento — l'argento sul candore -del marmo! — riproducono l'intero -Corano, a parole scomposte e ricomposte, -come in una cabala. -</p> - -<p> -Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i -due mausolei dove dormono da tre secoli -i coniugi amanti che vollero con l'amore -vincere la morte. Poichè tutti sanno che -il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore -Shah-Zehan, disperato folle per la morte -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -immatura della sposa: la bella Mahal che -sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature -indo-persiane, morta nel 1618 non -di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale -di qualche viaggiatore, ma nel -dare santamente la luce ad un settimo figlio. -E non so dire quanto m'intenerisca -quell'amore passionale e tragico in quel -romanzo onestamente coniugale. Si racconta -che il vedovo impazzito, s'aggirasse -per le sale della reggia aerea, vivesse come -se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo, -parlando, chiamandola a nome, -indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti. -E la vita che visse ancora fu tutta un'allucinazione -passionale, un'amorosa convivenza -con il fantasma visibile a lui solo, -che egli accompagnava per le terrazze e -per i giardini, presentava nei banchetti -e nelle feste ai cortigiani e al popolo -impietosito. -</p> - -<p> -Da quella demenza è sorto questo miracolo -funerario. L'amore ha veramente vinto -la morte. Il mausoleo tre volte secolare -è intatto come se costrutto da ieri. I -coniugi amanti dormono vicini, in eterno. -Sotto la cupola eccelsa più di qualunque -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -nostra cattedrale, luminosa, nell'ombra -senza finestre, d'una luce sua propria, -s'intrecciano con delicati motivi floreali -le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili -per me, ma che certo devono ripetere -ai due amanti le parole che le -religioni di tutta la terra dissero in ogni -tempo all'amore e alla morte. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<h2 id="fachiri">Fachiri e ciurmadori.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Agra, 30 gennaio. -</p> - -<p class="pad2"> -Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo -intensi di emozioni estetiche, in curiosità -più comuni. Visitiamo una fabbrica -di tappeti. Belli i tappeti e singolarissimo -il modo di fabbricarli. Una trentina d'operai, -quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno -seduti al telaio, nell'afa di una lunga -tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un -filo, una tinta della trama complicatissima. -Il direttore, seduto su un alto scanno, all'estremità -dei telai, tiene sott'occhio lo -schema riassuntivo del lavoro con i numeri -corrispondenti ai vari tessitori e li canta -in note diverse; e al numero corrisponde -il gesto del piccolo operaio che ripete la -nota, con una voce prolungata d'intesa. -Il lavoro prosegue così su di una nenia -regolare e varia, non priva di una certa -dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere -un'orchestra di tinte delicatissime. -Ed è veramente la <i>sinfonia dei colori</i>, -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -sognata dai poeti decadenti. Ne risultano -quei tappeti inimitabili, dove il pregio e -l'origine si rivelano nella fattura raffinata -e primitiva ad un tempo, nel disegno e -nella tinta che s'alterano di tratto in tratto, -ingenuamente, per il filo che vien meno -o per la mano diversa, nella sofficità deliziosa, -come se le dita si insinuassero sotto -l'ala d'un cigno. Lavori magnifici, ma che -m'attirano sotto questo cielo soltanto. E -per non comperare dimezzo il prezzo. Ed -è accettato. Lo dimezzo ancora. Ed è accettato. -Scelgo tre tappeti. Altri mercanti -escono dai loro negozi mentre passiamo -nella città indigena, tentandoci con mille -cose inutili; un budda, una trimurti in -avorio, un elefante in ebano, raccolto sulle -zampe posteriori e recante in alto, -nella proboscide attorta, un gran vassoio -d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo, -veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante -sotto i nostri occhi con tutte le -tinte più delicate dei fiori e dei frutti, -ed affidati a due bimbi che li fanno -prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati, -ori massicci di bajadere. Cose che -tentano, ma che compero senza fede, per -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -qualche amico d'Italia. Non le amo nella -mia casa. So quale malinconia d'esilio, -quale stridore borghese acquistano -sotto il nostro cielo, nelle nostre dimore -modeste, tra uno scrittoio Luigi XV ed uno -stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua -cornice. Due cose vorrei portare con me. -La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di -trina immacolata, lassù, sulla sua mole -rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi cipressi -di bronzo e il suo cielo di cobalto. -Oggi sono ritornato, solo, a contemplare -per lunghe ore il poema di marmo e di -luce.... Quale rimpianto sarà nei miei ricordi! -</p> - -<p class="indr small"> -Agra, 31 gennaio. -</p> - -<p> -I giocolieri e i fachiri sono una delusione -per chi viene in India mendicando -un po' d'inverosimile, di soprannaturale. -Ma aggiungono al paesaggio un motivo pittoresco. -Oggi, dinanzi al tempio giaina, -ho assistito alla lotta del <i>cobra</i> e della -<i>mangusta</i>, lo spettacolo che gl'incantatori -di serpenti offrono ad ogni forestiero per -tre modeste rupie, il prezzo della vittima. -Due indù, che sembrano usciti da un'illustrazione -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -di viaggi, ignudi, fasciati alle reni -da un <i>panio</i> sottile, fasciati in testa da -un gigantesco turbante giallo, le barbe divise -e uncinate, le orecchie adorne di -anelli d'oro massiccio, siedono di fronte -chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto -coperto, e incominciano un preludio di richiamo, -una specie di nenia dialogata, -guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, -di paura, ora l'uno ora l'altro sollevando -il coperchio ed abbassandolo subito, -volgendo gli sguardi sul pubblico attento, -come per consultarsi. Poi si decidono. Una -delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, -ed appare la testa eretta d'un cobra che -esce dalla prigione con lentezza flessuosa, -si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto -come una gomena inerte, grigia a -losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro -cesto, d'improvviso, l'avversario diverso: -un felino che ricorda il nostro furetto, -fulvo, snello, ondeggiante, il muso e gli -occhi rossi, la coda lunga due volte il -corpo, villosa, dilatata dall'ira come un -enorme scopino rossiccio. Il cobra s'erge -a mezzo delle spire attorte, con la veemenza -d'una molla a spirale, la gola espansa, -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -con la figura delle lenti che si dilatano nel -furore, il capo piatto, sottile, scosso dal -fremito continuo d'una foglia agitata dal -vento. E tra le grida incitatrici dei monelli -e il rombo d'una musica assordante, -i due avversari si preparano alla difesa -e all'offesa: la mangusta correndo rapida -attorno alle spire circolari, come attorno -ad una fortezza, e il cobra girando su -sè stesso come un'ansa mobile, vigilando -la nemica da tutte le parti. Il cobra si -tende, guizza come un dardo. La mangusta -balza indietro, protetta dalla nube -rossigna della coda accartocciata. Ritorna -all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro -volte; per dieci, per venti minuti gli -avversari temporeggiano. Poi è l'impeto -furibondo, una miscela forsennata di spire -livide e di pelo fulvo, finchè sul tappeto -non appare più che un gomitolo enorme -e palpitante. La mangusta è perduta. -Eppure no: le spire s'allentano, due zampine -rosee si liberano convulse, lo scopino -della coda emerge improvviso; l'intera -mangusta esce trionfante dall'intrico del -rettile che si svolge inerte: il felino minuscolo -ha divorato il cervello del nemico. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -</p> - -<p> -— <i>It is not interesting. The cobra is dry.</i> -</p> - -<p> -Uno studente indiano che ho vicino si -porta l'unghia del pollice ai denti incisivi, -per significarmi che il rettile non aveva -più veleno. Non mi stupisce, data la famigliarità -di questi incantatori con il terribile -intercessore di morte. Ma è noto che la -mangusta affronta e distrugge i cobra intatti -e selvaggi della jungla, ed è tenuta -nelle case, avversaria vigilante e infaticabile -d'ogni rettile intruso, come il gatto per -i topi tra noi. -</p> - -<p> -Qualche liceale color di bronzo, qualche -borghese anglomane in solino rigido e con -la mazza gemmata, si sofferma un attimo -nella cerchia dei giocolieri, poi s'allontana -con uno sguardo di commiserazione e di -<i>snob</i> come da cosa «<i>quite native</i>», troppo -indigena e troppo consueta. Io mi compiaccio -invece di osservare nella realtà -misera e cenciosa, ma pittoresca, le figure -e le cose troppo lette nei libri. E trovo interessanti -anche il famoso miracolo della -pianticella di mango, un gioco di prestigio -fatto con un'abilità senza pari. Uno degli -indigeni fa visitare intorno un seme autentico -di mango che solleva con le due -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo -di terra e calpestandolo accuratamente; -poi distende sulla seminagione -un fazzoletto favorito da uno di noi. Allora -inizia qualche altro gioco, per distrarre -l'attenzione del pubblico. Ritorna -poi, ad intervalli, al seme di mango, ed -ogni volta la pianticella ha messe due, -tre foglie di più, finchè al termine dello -spettacolo raggiunge le dimensioni d'un -arboscello con due frutti e qualche fiore. -Uno sviluppo miracoloso che richiede una -raccolta progressiva di non meno di cinquanta -esemplari, sostituiti con un'abilità -che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che -mi ricorda le cinquanta parrucche progressive -di quel tale parrucchiere calvo -che simulava lo sviluppo di una chioma -assalonica, alla corte di non so quale Luigi -di Francia. -</p> - -<p> -Ma quali simulatori consumati sono questi -giocolieri! Con quale arte istrionica -raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori, -illudono, deviano la nostra attenzione, -con quale mimica seguono lo sviluppo -del mango, fingendo l'incredulità -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -nel prodigio, l'ansia dell'esperimento, la -delusione del primo insuccesso, la meraviglia -paurosa per la prima gemma, la gioia -del trionfo! -</p> - -<p> -Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano -con ira crescente. Credo in un litigio autentico. -E non è che il preludio d'un altro -gioco. I due tentano di strapparsi di mano -un sacco cencioso, finchè l'uno riesce ad -imprigionare l'altro con un rapido gesto -traditore, e ve lo lega solidamente. Allora -comincia la mimica della gioia crudele, la -danza feroce sul povero prigioniero che -s'agita e geme. L'avversario non pago -prende un randello a clava e percuote l'involto -fino ad appiattirlo, fino a farlo aderire -vuoto e floscio sul terreno. Allora il -forsennato slega, esplora il sacco. E comincia -il monologo del dolore, del rimorso -disperato, finchè la folla si fende e si -vede ritornare lo scomparso, sano e salvo, -non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa, -riconciliazione, abbracci fraterni -e lacrime vere, abbondanti che brillano -sulle labbra nere, quando i due girano -intorno, invitandoci in corretto inglese all'offerta -generosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -</p> - -<p> -— <i>A little present, milord! We are so -poor fellows!</i> -</p> - -<p> -<i>Poor fellows!</i> Poveri compari, ma di -una abilità e di una scaltrezza inqiuetante, -e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, -il forestiero un po' trasognato! E -non saranno certo costoro a darmi un po' -del soprannaturale che speravo di trovare -in India, un po' di inverosimile, un po' -di miracolo.... -</p> - -<p class="indr small"> -Agra, 9 (?) gennaio. -</p> - -<p> -Il miracolo è pur sempre uno solo. Il -Tai-Mahal. Domani partiremo per Giajpur -e oggi son ritornato alla meraviglia -che lascerò prima d'esserne sazio. La meraviglia -che ha il fascino non più di una -cosa d'arte, ma di una bellezza naturale -ed eterna: come il mare, come il cielo, -come l'alte vette immacolate. Aveva il colore -di certi nevai, oggi, mentre lo contemplavo -per l'ultima volta. Poi è passato -al rosa, al cerulo, al verde, all'ardore -violaceo dell'acciaio nell'ora della tempra... -E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, -le acque incantate che addoppiavano il -miracolo, tutto m'è impresso nella palpebra -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -interna come quando si guarda una -cosa che abbaglia. -</p> - -<p> -Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle -vie delle nostre città settentrionali, nella -nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino, -potrò forse resuscitare tra le -ciglia socchiuse un po' di questa luce e di -questi colori, e consolare l'anima grigia.... -</p> - -<p> -Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore -e di Morte, quale tormento, quale rimpianto -sarai per il futuro! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -</p> - -<h2 id="giaipur">Giaipur: città della favola.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Giaipur, 3 febbraio. -</p> - -<p class="pad2"> -Paese dell'imprevisto! Dopo tante città -marmoree abbacinanti di candore, ecco -una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio -stanco di troppa luce riverberata da pareti -bianche si riposa su questi palazzi -come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate -dal tempo. E la nostra fantasia trova -finalmente la città della favola, sognata -nell'infanzia prima. Doveva avere l'anima -d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja -Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò -l'antica capitale: Amber, e ordinò che -una città nuova gli fosse costrutta dal suo -popolo, una città quale aveva visto nei -sogni dell'oppio, nelle favole persiane o -nelle leggende vediche. Tutto un popolo -fu all'opera e la città sorse per incantesimo: -vastissima, con vie lunghe tre, quattro -chilometri, ampie e regolari come le -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -nostre più belle vie europee, tracciate, ornate, -colorite sul modello unico, secondo -la dispotica volontà del sovrano. Giaipur è -un'immensa città costrutta pel capriccio -di un solo, come si eseguisce una veste, -una collana, uno stipo. Tutto è color di -rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le -case, gli archi, le cupole, i minareti delle -moschee, le guglie delle pagode. -</p> - -<p> -Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito -e non so darmi pace. Siamo giunti -da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, -in mezzo all'India desolata, stanchi dall'ardore -polveroso, rattristati dal paesaggio -che si fa sempre più squallido, come -un'infinita pianura di scorie avvolta da -un'atmosfera non più terrestre, non più -respirabile. Quale differenza dalla verzura, -dalla fresca penombra degli Stati del Sud! -Tutto muore negli Stati Rajputi: anche -gli agavi, i palmizi-palmira, i cacti a candelabro, -questa tenace vegetazione di stoppa, -di cuoio, di zinco. -</p> - -<p> -E sarebbe la carestia classica, la Fame -dei tempi andati, la sorella del Colera e -della Peste, quella che secondo il poeta -«viene a tracciare in India sul libro mastro -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -della natura il dare e l'avere, a grandi -segni di matita bleu», sarebbe la fame classica -se l'Inghilterra non avesse chiusa tutta -l'India in una fitta rete ferroviaria, -arterie nelle quali scorre, più vitale del -sangue, con la velocità degli espressi americani, -il grano giunto da tutte le parti -del mondo. Grano, grano, infiniti sacchi -tondeggianti che s'accumulano in piramidi -colossali ad ogni stazione piccola e -grande. E il vecchio ottuagenario e il bimbo -di sei anni, la danzatrice ed il paria, -tutti passano al dispensiere per la provvista -quotidiana, senza nemmeno dir grazie, -senza nemmeno capire da chi e perchè -giunga quel bene. E quando ognuno ha ricevuta -la sua misura di frumento o di -farina candida attende all'occupazione prediletta: -sognare. Chi ha un'ultima moneta: -un'anna, mezz'anna si compera trenta -rose, le rose che si vendono già decapitate, -in piramidi irrorate di continuo, e le infilza -su una cordicella d'argento per la -ghirlanda quotidiana, o passa dal profumiere -parsi per mezz'oncia di benzoino -(tutti si profumano e s'infiorano in questo -paese: anche i cocchieri, anche i bovari) -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -o compera una pasticca di mastice o un -grano d'oppio o un bolo di betel. -</p> - -<p> -Città di sogno e popolo adorabile, che -ha la poesia del superfluo e la scienza delle -cose inutili. Nessuna cosa più inutile -di questa grande città color di rosa. Certo -mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò -scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. -Il dolce far niente italiano è, -al confronto, un vortice di attività spaventosa. -</p> - -<p> -Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi -che si succedono regolari, all'infinito, -fasciati, si direbbe, dello stesso damasco -color salmone a fiorami candidi. -Non so darmi pace, scendo, attraverso la -via, voglio vedere vicino, palpare con la -mano le strane pareti. È una specie d'intonaco -tre volte secolare, più duro, più liscio -dello smalto; le case sono strette, contigue -l'una all'altra, come i palazzi classici -di Venezia, ma tutte intonacate dello -stesso color di rosa sul quale i disegni -soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati -motivi che si possono ottenere con un po' -di bianco sul fondo gridellino! Motivi rievocanti -le antiche stoffe dette <i>indiane</i>: losanghe -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -minutissime, zebrature ondulate, -mazzolini settecenteschi, ghirlande di nodi -d'<i>amour</i>: ogni facciata varia all'infinito, -pur fondendosi nell'armonia dell'insieme, -e si ha l'impressione che debba cedere sotto -la mano come un immenso lembo di -stoffa tesa per un giorno di gala. -</p> - -<p> -Rosa, tutto color di rosa per compiacere -il gusto di un Re! E la folla che -passa per queste vie si direbbe pur essa -scelta, istruita, abbigliata per uno scenario -coreografico. In nessuna città indiana, -nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi -ho ritrovato così intatto l'Oriente di maniera. -Non rotaie di tram, non automobili, -non europei in casco e gambali, ma elefanti -da nolo, dalle gualdrappe numerate, -elefanti nuziali gualdrappati di rosso e -d'oro, dipinti di tutti i colori più vivi come -giocattoli di Norimberga, cammelli, -dromedari che passano di corsa, col collo -proteso, ricordando la figura e l'aire di -certi polli spennati, muletti candidi dagli -occhi rosei e dalle ciglia mansuete, e cavalli — i -cavalli che mancano nell'India -meridionale — cavalli bai, pomellati, bianchi: -destrieri classici, dal tipo arabo, dalla -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -criniera e dalla coda ondulata e prolissa, -montati da cavalieri fantastici che si -direbbero eroi cinematografici o comparse -d'operetta se non si vedesse, se non si -sentisse che sono <i>veri</i>: veri nonostante la -scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, -il casco — turbante adorno di penne svolazzanti, -la barba imbiondita al <i>hennè</i>, i -sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro -di <i>kool</i>. Ma per chi, ma per che cosa -questo abbigliamento scenico da principi -di Mille e una notte? Forse non tanto per -piacere alle loro donne mansuete, quanto -per servire degnamente la Dea Illusione, -la Dea Poesia, la Maja-Devi della teogonia -indiana: quella che pone tra noi e -<i>le cose quali sono il velo delle cose quali -devono apparire</i>. Certo io penso con un -sogghigno al nostro sommario vestito occidentale: -un unito nero o bigio, un solino -rigido, un cappello a cencio o a staio: -non altro è concesso, non una tinta vivace, -una penna, un velluto per illeggiadrire -la nostra già sempre più scarsa -avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una -eleganza principesca: principi e bovari; -ma non per l'abbigliamento soltanto. Tutti -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -hanno la pura bellezza del tipo ariano, -hanno innata la grazia del gesto, del passo, -dell'atteggiamento. -</p> - -<p> -La bellezza e la grazia raggiunge nelle -donne una perfezione forse eccessiva: si -direbbe che avanzano per via a un passo -di danza, avvicendando i piedi nudi -e gemmati sulla stessa linea retta, il che -fa ondulare le anche con un ritmo procace, -mentre le braccia ignude, cerchiate di -smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare -strane anfore di argilla variopinta -o di rame. Sono vestite di stoffe e di veli -vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino -alla gola: la scollatura, se così si può -dire, traspare invece alla vita, dove il -giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano -talvolta scoprendo una buona parte -del torso bronzeo e la base dei seni: una -scollatura alla rovescia, che non dà nessun -brivido sensuale, tanto l'atteggiamento -è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. -Forse eccessiva, forse un po' monotona -la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano -tutte sorelle. E tutte ricordano singolarmente -la Vergine Maria: non la Vergine -bionda della tradizione occidentale -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -ma la Vergine <i>nigra sed formosa</i> dei musaici -bizantini e degli smalti copti: l'ovale -eccessivo, la bocca dal sorriso triangolare, -il naso anche troppo minuscolo tra -gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli -ordinati con cura impeccabile, simili a -due bende di raso nero e lucente. -</p> - -<p> -Città della favola! Passano i veicoli più -strani: vetture triangolari, semicircolari -ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga -di bronzo ignudo grida ed incita, in piedi, -non i cavalli, ma gli <i>zebu</i>, il bue indiano, -piccolino, gibboso, dai garretti impazienti -e velocissimi, dallo sguardo mansueto, -fatto più dolce dalle lunghe corna -ricurve ripiegate lungo la gobba, quasi -col timore prudente di ferire qualcuno. -Altre vetture passano, simili a piccole berline -tutte d'oro, dalle cortine di broccato -rosso; e passano portantine singolari, sormontate -da una specie di guglia a pagoda, -dov'è adagiato un ricco mercante parsi, -una bajadera d'alta casta, un dignitario -dal vestito e dalla barba candida, con non -altro di nero che gli occhi imperiosi: ed -ogni veicolo è preceduto e seguito da otto, -dieci servi che avanzano su una canzone -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -d'allarme, agitando a destra e a sinistra -flabelli di palma dipinta o bastoni con -un lungo pennacchio di seta candida e -nera che è la coda di un'antilope di specie -rara. Turbanti di tutte le forme e di -tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela -rozza per i <i>Camili</i> e gli uomini di bassa -casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati -con arte sopra una forma interna -come i cappellini delle nostre signore: circolari, -triangolari, o rialzati audacemente -da una parte, o scendenti a custodire le -gote e adorni di fermagli gemmati, dai -quali zampilla un'<i>aigrette</i> o una <i>paradisea</i> -che farebbe la delizia delle nostre più -raffinate mondane. -</p> - -<p> -Città della favola! Avanzo lungo le belle -vie spaziose, sui larghi selciati di marmo -a figure geometriche, e sfioro a quando a -quando con la mano i muri delle case -color di rosa, sempre color di rosa, a -delicati fiorami candidi. Quale meraviglia -che in una città fantastica come questa -si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi -andati? Ecco dignitari di corte, ecco -scudieri, falconieri che passano ridendo, -sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -letto di questi, in guide sommarie -e in descrizioni di pregio, ma non -avevo creduto — ecco falconieri quali si -potevano ammirare in Toscana o in Provenza, -in un bel mattino del secolo XIV, ed -ecco le tigri, le famose tigri del Maraja -di Giaipur, delle quali tanto m'avevano -parlato a Bombay e a Calcutta. Non sono -tigri: sono pantere: non meno belle e -formidabili; m'appaiono d'improvviso, al -crocevia del Palazzo dei Venti, condotte -al guinzaglio da una schiera di custodi: -fanno parte delle belve che sfilano nei -cortei di gala, pubblicamente. Per questo, -per abituarle alla folla, sono condotte in -giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti; -sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra -a chiazze nero-pece, un'altra chiarissima, -che si direbbe stinta, un'altra tutta -nera, d'un bel nero lucente, dove le chiazze -appaiono marezzate, come nel damasco. -Camminano a scatti improvvisi come se -avanzassero sopra una lastra di metallo -rovente, ammusando a destra e a sinistra, -con bonomia giocosa, i monelli ignudi -che s'affollano intorno. Poichè m'arresto -incuriosito e guardingo, a distanza prudente, -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -uno dei custodi mi sorride, mi fa -cenno cortese di avanzarmi senza esitare, -m'accosta lui stesso la belva al guinzaglio; -e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, -mentre la belva s'abbioscia, gli occhi obliqui -socchiusi nella luce del giorno, il muso -depresso e baffuto come certe maschere -giapponesi. Altre pantere mi sono intorno, -con i loro custodi, si strusciano ai miei -gambali, con un ron-ron beato di grosse -micione ben pasciute.... -</p> - -<p class="indr small"> -Giaipur, 5 febbraio. -</p> - -<p> -Città dei colori! Si direbbe che il popolo -abbia voluto ripagarsi dell'unica tinta imposta -dal tiranno, sfoggiando tra queste -pareti color di rosa tutte le tinte più vive: -uomini, donne, principi e mendicanti: vestiti -di cenci o di sete, di percalli o di -velluti: passa per queste vie una fiumana -incessante di colori inconciliabili sotto il -nostro cielo, ma che si fondono con questo -sole, su questo scenario, in una concordia -discorde che è un vero tripudio visivo: -giallo zolfo, giallo ocra, rosso, carminio, -porpora, verde biacca, verde salice, azzurro, -turchino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -</p> - -<p> -Il sobborgo dei tintori è una delle cose -più singolari di Giaipur. I tintori esercitano -il loro mestiere all'aperto, con mezzi -primitivi e raffinatezze secolari, sconosciute -tra noi. S'aggirano seminudi tra le -tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di -grosse zucche e di noci di cocco unite con -una storta di bambù, pestano i loro semi -e le loro polveri in mortai millenari, di -marmo o di bronzo, dov'è scolpita la testa -elefantina di Ganesa o il sorriso di -Parvati dagli occhi di pesce. E ne tolgono -tele, tulli che appendono a corde tese -al sole e affidano a garzoncelli che le -fanno prosciugare correndo, gonfiandoli -nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi -dentro come in una danza serpentina. -</p> - -<p> -A questo popolo il colore è necessario -come la luce. Donne specialmente, donne -d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. -E la giovinetta più povera trova -sempre la monetina per far gettare nella -tinozza tre metri di tulle stinto, che le è -reso dieci minuti dopo, vivo della tinta -che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone -con meravigliosa sveltezza il disegno -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -e la tinta preferita, adoperando certe -spate di setola a spruzzo, o certi rulli -di bosso o semplicemente le dita intinte: -e ne risultano marmoreggiature, zebrature, -disegni pomellati, o zone ondulate, delicatissime. -E i tulli popolari, avvolti con -una grazia che ricorda in queste donne -Raiputi il ceppo comune, le remote sorelle -di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta, -per gioco del sole e del movimento -una luminosità che moltiplica gli -effetti come nei cristalli, e fa di queste -creature sfamate quotidianamente dalla carità -governativa tante principesse da leggenda. -</p> - -<p class="indr small"> -Giaipur, 7 febbraio. -</p> - -<p> -E anche i piccioni sono tutti ritinti come -arlecchini dell'aria. Quasi non bastasse il -verde naturale dei pappagalli, il bagliore -dei pavoni, il nero lucente dei corvi. Così -che le case color di rosa hanno il marmo -candido delle cimase coronato da pennuti -di tutti i colori. -</p> - -<p> -Un'altra cosa non avevo osservato, che -mi piace e m'intenerisce. Ad ogni crocivia -è una specie di tempietto ad una -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -colonna, dove la carità dei passanti depone -il becchime per gli uccelli anch'essi -affamati nell'intristire dell'ultime gramigne. -Sotto le piccole cupole a pagoda è -un vero turbinìo di pennuti minuscoli: -cocorite, passeri bengalini che vengono, -vanno trillando di letizia riconoscente. -Anime delicate di fanciullo e di francescano, -questi indù raiputi, che hanno la -fame alle porte, e sentono la necessità -d'un profumo e d'un fiore, e dividono il -pugno di grano giunto d'oltremare con -le piccole creature di Brama! -</p> - -<p class="indr small"> -Giaipur, 10 febbraio. -</p> - -<p> -I giardini del Maraja sono di una malinconia -cimiteriale che pure ha il suo -incanto sotto questo cielo non nostro. Le -palme, i cipressi, gli aranci sono tagliati -a forme geometriche, tra siepi di busso, -di rose bengali, moderate secondo lo stile -francese del secolo XVIII. Anche le piscine -per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli -e le testuggini hanno sagome Luigi -XV; a questi motivi occidentali s'alternano, -con bizzarria che non dispiace, le -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -linee indiane: chioschi a guglia, cupole -tre volte panciute, ponticelli di marmo -traforato come trina che cavalcano stagni -quasi asciutti dove intristiscono le ultime -ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il -Palazzo Reale — la parte accessibile al -forestiero — ed anche qui è l'anacromismo -orientale e occidentale: sale parate -di damasco europeo, sovrapporte settecentesche -con episodi ellenici e pastorali, pendoli -Robert, fiori sotto campana, alte finestre -e telaietti; e si passa da questi -appartamenti in corridoi dalle finestre ad -ogiva moresca, a verande di marmo lavorato -a stalattiti, a sale non arredate che -di tappeti e di cuscini orientali, dalle pareti -candide non decorate che di affreschi -effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale -dall'uno all'altro piano di questi appartamenti -di sogno in placidi ascensori elettrici -costrutti a Manchester, mentre, per -compenso, ci attende in giardino un elefante -messo a nostra disposizione dal gran -Cerimoniere della Maraja assente. Visitiamo -i giardini vastissimi, ma dalla magra -vegetazione senz'ombra. Sugli spalti della -città, a grandi aranci dalle foglie accartocciate -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -dall'arsura, s'alternano cannoni -dorati e inargentati, inutili e grotteschi -come le soldatesche che fanno i loro esercizi -nel cortile sottostante: uomini alti e -snelli come fanciulli, dalle strane divise -miste di rigidezza britanna e di cenciosità -orientale. Cose di una malinconia esotica -intraducibile a parole. -</p> - -<p> -E più malinconico di tutto il grande edifizio -dell'Osservatorio Astronomico, fondato -dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle -stelle, l'astronomo che diede alla scienza -un contributo riconosciuto anche dalle -società occidentali. Nel cortiletto interno, -in mezzo ad una vasca senz'acqua, un immenso -sferisterio sembra girare sulle spire -arcuate del serpente in marmo che lo -sorregge. E intorno sono attrezzi e costruzioni -strane, in metallo ed in pietra, incise -a formule misteriose non meditate -più che dagli scoiattoli. In alto, il muro di -una specula è tutto coronato di scimmie -piccoline, strette l'una all'altra, freddolose -al vento polveroso della sera. E i segni zodiacali -s'alternano ad un'infinità di musetti -pensosi e di code pendule. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -</p> - -<h2 id="olocausto">L'olocausto di Cawnepore.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Cawnepore, 16 febbraio. -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Remember Cawnepore!</i> -</p> - -<p> -Per anglomania, per rivalità d'infinite -caste, per interessi naturali e morali l'India -non vuole e non può sollevarsi. Guai -se potesse, guai se volesse! La misura è -già stata data una volta; la razza bionda -sa quale sangue scorra nelle vene di questi -indiani dal sorriso abbagliante di fanciulla -timida, dallo sguardo mansueto sotto -le ciglia tenebrose; e ricordano, come -si ricorda nella calma dei secoli, il furore -sotterraneo della terra malfida. E v'è un -luogo fra tutti, in India, dove l'ansia d'ogni -cuore britanno si volge come a un cratere. -Come a un cratere e come a un mausoleo: -il più tragico che la disperazione dei sopravissuti -abbia elevato mai sull'ecatombe -dei suoi fratelli caduti. -</p> - -<p> -<i>Remember Cawnepore!</i> Non so staccare -gli occhi dalla targa di cristallo che ha -conservato, dopo cinquant'anni, le due parole -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -disegnate da un <i>highlander</i> innominato -sul cubo di granito. Il soldato era -certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più -tremendo che affrontare il -nemico — di entrare nella casa della strage, -di restaurare le pareti crollanti, di -raccogliere i resti, di detergere il sangue -«che saliva sino alle caviglie». Sopra un -macigno sconnesso, dove il sangue aggrumato — sangue -di bimbi biondi, di donne -bionde! — offriva una pagina rossa, il -soldato aveva disegnato, con la punta della -spada, a grandi lettere accurate, le parole -tragiche. -</p> - -<p> -<i>Remember Cawnepore!</i> Nessuno ha dimenticato, -ma certo l'umile soldato non -immaginava che il cubo fosse più tardi -rimosso e la sua iscrizione, tutelata dal -cristallo, figurasse oggi nelle cripte del -Fatal Well: il pozzo fatale. Il sangue ha -preso col tempo una tinta di fuliggine, -dove le due parole spiccano più chiare; -e certo esse mi danno un brivido d'orrore, -mi rievocano i giorni famosi assai più delle -grandi lastre di marmo nero dove sono -incisi in oro i nomi e le date delle varie -campagne. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -</p> - -<p> -Per ricordare in tutta la sua tragica -bellezza quella pagina rossa della storia -Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, -vittime innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna -rivivere la notte del 14 maggio -del 1857. Non invento: tolgo dalla -raccolta del <i>Times</i> di quell'anno — sfogliata -nella decrepita biblioteca del Queen's -Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione -dei fatti quanto ne emana di tragica -poesia. È la notte famosa. Gran festa -da ballo nel <i>bungalow</i> del colonnello Stanes, -festa da ballo e serata diplomatica, -consigliata dalla prudenza coloniale contro -gli eventi. Gli eventi son gravi. Si è in -piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende, -si spegne, s'accende qua e là come -una miccia non bene nutrita, ma inquietantissima. -Sono in fermento gli Stati del -Bengala, Bombay tumultua, Mirat è a ferro -e fuoco, Delhi è in mano dei <i>sepoys</i> ribelli. -Sono rimasti fedeli agli inglesi gli -Stati del Pengjab, Madras, Baroda. La -sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile. -Compie ora il secolo dal giorno -dell'occupazione sacrilega (1757-1857) predicano -i Bramini; la profezia dei 100 anni -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -sarà coronata dallo sfratto degl'infedeli e -da un'India degli indiani. I reggimenti -di <i>sepoys</i> si sollevano ad uno ad uno, per -cause minime: la proibizione di portare -i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre -le lunghe barbe uncinate, un nuovo -tipo di carabina che comporta cartucce da -rompersi coi denti: e le cartucce sono -unte con grasso di bue o di maiale: il bue, -animale sacro per gli Indù, il maiale, animale -immondo per i mussulmani; cause -occasionali: le cause concrete sono ben altre. -Gl'inglesi annettono uno stato dopo -l'altro alla Compagnia. Lord Dalhousie ha -tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando -al Marhaja spodestato la pensione -e gli onori. Quasi tutti i sovrani -indigeni delle provincie del Nord sono in -vedetta, sicuri del popolo, forti di ricchezze -immense e di una speranza quasi certa: -l'aiuto della Russia ferita dalla campagna -di Crimea, la Russia in vedetta all'Himalaja. -</p> - -<p> -L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione -con tutte le qualità sue migliori. -Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a -dieci miglia dalla città — i <i>sepoys</i> -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e il colonnello -Stanes apre le sue sale ad una -festa da ballo, quella sera stessa, per consiglio -del generale Hugh Wheeler, e tutta la -Colonia è invitata in gran gala diplomatica: -la guarnigione europea, tutti i gentiluomini, -tutte le signore. Nulla si deve -temere, nulla si teme a Cawnepore: la -popolazione sappia ben questo. A Wood-House -l'orchestra alterna i valzer al <i>God -Save the Queen</i>. Si festeggia il genetliaco -di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure -qualche voce corre tra gl'invitati, qualche -voce corre nella folla. Un reggimento di -<i>sepoys</i> s'è ammutinato quel mattino stesso, -appena è corso l'annuncio dell'assedio -di Delhi: poco importa: il reggimento fu -internato. La folla è ostile, il distaccamento -europeo non è che di trecento uomini: -poco importa: il generale Wheeler ha avuto -due giorni prima un lungo colloquio con -Nana Sahib, ultimo <i>peshawah</i> di Poonah, -fedelissimo dell'Inghilterra, alleato ultra -modernista, il quale ha messo a disposizione -del generale diecimila uomini suoi che -già occupano gli edifici della Tesoreria -e dell'Arsenale e difendono Cawnepore in -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -una cerchia infrangibile. La città è in -festa, nella bellissima notte tropicale. Le -bionde <i>ladies</i> possono sfoggiare le loro -spalle e i loro gioielli, gli ufficiali alternare -le divise vermiglie alle immense crinoline -di seta, nelle graziose volute delle contraddanze -e dei lancieri. Li protegge il Marhaja -generoso, li tutela dall'alto, in effige, -la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula -sotto la corona dove scintilla la gemma -unica al mondo. -</p> - -<p> -<i>God save the Queen...</i>: ma come si -prolungan le salve dei cannoni e delle moschetterie: -come s'innalza di lungi il clamore -della folla — senza dubbio festante. — Il -frastuono copre quasi la musica e -le risa degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh -Wheeler fa un cenno e nel silenzio generale -s'avanza nella gran sala e parla. La -sua voce è come quella del capitano che -annuncia all'equipaggio inconsapevole il -naufragio imminente: -</p> - -<p> -— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo -perduti, se c'è fra noi chi -non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. -C'è mezz'ora di tempo. Gli ufficiali -accompagneranno le signore ai rispettivi -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -<i>bungalows</i> per provvedersi di roba e prendere -i bambini. Fra mezz'ora non deve più -restare un europeo in città. Fra mezz'ora -tutti al forte se v'è cara la vita. Calma, -ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici si -sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui -a suonare fino a mio ordine: laggiù -si deve credere che la festa continui. Fra -mezz'ora tutti al forte! Le ragioni le sapranno -poi. -</p> - -<p> -Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha -gettato la maschera; ha armato con tutte le -munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale -i suoi diecimila demoni neri, i -quattro reggimenti di <i>sepoys</i> ammutinati; -i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, -non più difesa che da un gruppo -di fedeli; otto ufficiali inglesi sono -stati uccisi; tra mezz'ora la città sarà a -ferro e fuoco ed ogni europeo passato a -fil di spada. Non c'è rifugio che tra le -mura tozze del Forte inglese. -</p> - -<p> -— Al forte! al forte! -</p> - -<p> -L'allarme corre la città. In mezz'ora -tutti gli europei: uomini, donne, fanciulli — ottocento -circa — sono al riparo: ma la -difesa è derisoria: trecento soldati europei -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -contro la falange furibonda! Eppure -il manipolo resiste una settimana, due, -tre, resiste fino alla morte per difendere le -donne e i fanciulli che si stringono allibiti -alle spalle. Le pareti decrepite crollano, -sotto le granate, un bastione è aperto dal -nemico: i difensori improvvisano trincee -sotterranee; combattono nel fango. Comincia -la stagione spaventosa delle pioggie -tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano -nel paltume, si sviluppano il vaiuolo -e la peste; nel cortile del forte si sotterrano -i cadaveri; mancano le munizioni, mancano -i viveri: le donne rifiutano il cibo -per risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si -vive di speranza: la notizia dev'essere -giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna -liberatrice è forse alle porte. -</p> - -<p> -Poi anche la speranza dilegua: è la -disperazione, la morte certa: oggi, domani. -Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana -Sahib propone al generale Wheeler una -capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta, -ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad -accettare; il generale esita; le donne, le -madri implorano, impongono il consenso -per i bimbi morenti di fame. E Wheeler -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -accetta. Le condizioni, d'altra parte, sono -accettabili: tutti avranno la vita salva e -l'onore delle armi. I prigionieri saranno -tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, -in terra pacifica. Viene il giorno della -liberazione. Nana Sahib non ha mentito. -Sul Gange, che scorre dietro il forte William, -ventisette imbarcazioni attendono gli -europei, delle quali due sono piccoli piroscafi -a ruote: <i>more comfortable</i> — spiega -il nemico — destinati alle donne e ai -fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore -prende il largo sul fiume sacro. Ed -ecco una cosa incredibile avviene. Sulle -due rive, per una lunghezza interminabile, -sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta -l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie -tolte all'arsenale inglese, puntate -sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. -No, è la carneficina ultima, sistematica, -lo spettacolo infernale che Nana -Sahib offre alla sua ferocia selvaggia. I -proiettili s'incrociano dalle due rive più -fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; -le imbarcazioni avvampano ad una ad una; -le vittime balzano dai roghi galleggianti; -molti annegano, quelli che raggiungono la -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -riva sono respinti a colpi di lancia dai -malebranche spietati: a morte! a morte! -Carne da caimani! -</p> - -<p> -E i caimani del Gange devono aver giubilato -di tanta carne tenera e bianca: vero -è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava -in carne più fosca e men tenera -di <i>sepoys</i>.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma la tragedia indescrivibile, quella per -la quale Cawnepore è tristemente celebre, -comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè -le donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati -sui due vaporetti che ritornarono -a Cawnepore per ordine di Nana -Sahib. Costui aveva bisogno d'un ostaggio -contro la vendetta inglese che non poteva -tardare e che sapeva tremenda, adeguata -al delitto. I trecento superstiti inermi, folli -di spavento e di dolore, dovevano subire -una prima onta. Non furono restituiti al -forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar, -parola intraducibile, tanto meno in -inglese, un edificio basso e malsano; e là, -nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -Miss Kraty, tutte le fiere donne d'Inghilterra, -le mogli, le sorelle, le figlie dei -dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi -parlavano a mani congiunte, languirono -per venti giorni — venti secoli, venti -età! — annichilite, inebetite dall'onta -e dallo spavento, in attesa dell'aiuto che -doveva giungere, ohimè — troppo tardi. -</p> - -<p> -La grande colonna Inglese, comandata -dal generale Haweloch s'avanzava da Calcutta -verso Cawnepore, batteva i ribelli -più volte, guadava il Bari-Naddu. Nana -Sahib si vide perduto, si vide costretto a -fuggire con tutti i ribelli, costretto a lasciare -al nemico l'ostaggio delicato. No! -Il nemico doveva trovare un carname! Fu -dato l'ordine della carneficina immediata. -I <i>sepoys</i> esitavano. Pietà, forse; forse viltà; -poichè basta lo sguardo d'una donna inglese -per far abbassare lo sguardo di cento -nativi. I bruti uccisero senza fissare le -vittime, uccisero a fucilate, attraverso le -grate delle finestre, uccisero a colpi d'accetta, -uccisero sfracellando i cranii infantili -contro gli alberi del cortile, come si fa -pei botoli malnati o bastardi. In mezz'ora -la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -feriti, tutti furono precipitati nella -gran cisterna del cortile. Quando il giorno -dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le -colonne salvatrici — i mariti, i padri, i -fratelli delle vittime — delle trecento vittime -non restava viva che un'indigena, -l'aya (governante) dei due gemelli di Sir -Sotten. E a lui che l'interrogava, che la -scrollava alle spalle, perchè parlasse, essa -rispondeva sghignazzando, abbracciando il -tronco d'un palmizio sul quale s'alternavano -ciocche bionde e grumi vermigli. La -povera donna era demente. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -E delle cose atroci come delle cose oscene. -La fantasia si ribella e la penna si rifiuta. -Ma è pur necessario ricordare quell'ora -per poter comprendere la misura alla -quale salì la vendetta degli Inglesi, e per -poter perdonare ad un popolo europeo le -atrocità che seguirono: gl'indigeni «cannoneggiati» -in massa, i bramini torturati e -appiccati, dopo averli costretti a mondare -con la lingua l'ultima traccia di sangue dal -luogo del massacro. Ahimè, la vita è non -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -solo soffrire, ma far soffrire; e la storia del -mondo c'impone questo dovere crudele: -fare agli altri il male che è fatto a noi. La -repressione salì a tal segno che in Inghilterra -stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò -gridando: — Ricordatevi che quelli erano -turchi e bramini e che noi siamo cristiani! -</p> - -<p> -E la pietà cristiana ha convertito in -un giardino il luogo del massacro. -</p> - -<p> -Ho visitato i giardini delle Memorie -(Memorial Gardens) e non è traducibile a -parole il senso che si prova tra quelle ruine -fiorite, la vibrazione che ha l'anima -passando dal brivido dello sdegno a quell'indulgenza -ineffabile che assolve di tutto. -Vicino al forte William sorge la chiesa -commemorativa, sacra al nome di tutte le -vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima -un lupanare indigeno, poi un macello di -donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate -di clematidi, di liane, d'orchidee, e custodite -intorno da una ringhiera di ferro -come i luoghi memorabili e sacri. -</p> - -<p> -Il <i>Fatal Weell</i>, la cisterna ottagonale -dove furono precipitati i corpi palpitanti, -fu lasciata com'era, mascherata soltanto da -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -un mausoleo di squisita fattura. L'edificio -è ottagonale, com'è ottagonale la cisterna, -a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra -una base a grandi scalee, e farebbe pensare -ad un angolo cimiteriale del Devonshire, -se il giardino, intorno, non profilasse -i tronchi multipli dei banani, simili -ad immensi polipi capovolti, o gli -svelti flabelli delle palme Palmira. -</p> - -<p> -Sulla grande scalea che accede al mausoleo -un immenso angiolo di marmo candido — <i>Angel -of the Resurrection</i> — prega -a capo chino, le mani congiunte, le immense -ali incrociate; e sul cartiglio sono -scritte le parole della Suprema Indulgenza, -che non si possono leggere senza occhi -lustri. -</p> - -<p class="indl"> -<i>Traveller, pray for us and our murderers!...</i> -</p> - -<p class="indl"> -(Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...) -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<h2 id="roghi">Il fiume dei roghi.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -</p> - -<p class="indr small"> -Benares, 23 febbraio. -</p> - -<p class="pad2"> -— Benares.... il Gange.... -</p> - -<p> -Devo ripetere i due nomi favolosi per -convincermi che veramente risalgo in barca -il fiume sacro, con dinanzi lo scenario -della Città santificata. -</p> - -<p> -— Il Gange.... Benares.... -</p> - -<p> -Devo liberarmi dal ricordo di troppe -descrizioni — da quelle deliziosamente arcaiche -di Marco Polo a quelle moderne e -sentimentali di Pierre Loti — per rientrare -nella realtà, vedere la cosa troppo -attesa con occhi miei. Vano è scrivere, -vano è leggere; una bellezza non esiste se -prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma -wildiano è giusto. Ma prima ancora -di saper leggere, io sognavo di Benares. -Se risalgo alle origini prime della -mia memoria vedo la città sacra in un'incisione -napoleonica, nella stanza dei miei -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -giochi. E il ricordo è così chiaro che il -sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà -d'oggi mi par sogno.... -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -— <i>Slowly!</i> Adagio, più vicino, — ripeto -di continuo al barcaiuolo frettoloso. -</p> - -<p> -Benares va vista dal Gange, come la ribalta -dalla platea. L'interno della città è -un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio -di tutte le epidemie del mondo. La -città fu costrutta sul Fiume, protende tutta -la sua bellezza verso le acque deificate. -</p> - -<p> -La mia barca costeggia i <i>ghati</i>: così si -chiamano i gradi più bassi delle immense -scalee. La stagione asciutta scuopre la città -quasi alle fondamenta ed appaiono gli -immensi cubi di granito, i templi tozzi, -le teste elefantine dei Ganesa, le braccia -multiple dei Siva, le statue massiccie destinate -ad un'immersione annua di molti -mesi e patinate ora da un limo rossiccio, -di bellissimo effetto. La patina rossa colora -la città fluviale, indica il regno delle -acque fino all'altezza di venti e più metri; -dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -architettura. Duemila sono i templi -di Benares eretti come una selva lungo i -dieci chilometri che la città occupa sulla -riva sinistra del Gange: templi a pagoda -buddista, piramidi e guglie bramine, cupole -panciute, minareti maomettani, chiese -eurasiane, sinagoghe, tutto è tollerato in -questa «Terra dell'Indulgenza» pur che -si creda. Tu non dirai che la tua religione -sia migliore delle altre. Colui che dice: -io sono nella verità, colui non è nella -verità.... -</p> - -<p> -Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, -con le scalee, le verande, le specule, -le infinite finestre tutte rivolte verso il -fiume, ecco le strane «cupole a pigna», -così caratteristiche nella architettura indiana. -Gran parte dei superbi edifici appartengono -a marahja delle terre più lontane, -sono residenze di espiazione. Come -nel Medio Evo i principi andavano ad -espiare i loro trascorsi in Terra Santa, così -i signori indiani visitano Benares una volta -all'anno o si ritirano in vecchiaia per esalare -l'anima in cospetto del Fiume-Dio -che assolve di tutto. È risaputa la credenza; -colui che muore a Benares, lasciando -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, -è dispensato dal martirio d'ogni -reincarnazione, raggiunge la felicità dell'Increato. -Malati, diseredati, vecchi d'ogni -genere giungono dalle contrade più remote, -dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle -vette nevose del Cachemire, per aver pace -nel seno di Brama. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina. -Il sole illumina obliquamente la -zona più alta degli edifici; accende l'oro -superstite delle cupole e delle guglie attorno -alle quali nugoli neri, verdi, rossi di -corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano -salutando la luce con un inno assordante. -E tutto ciò che vive scende verso il fiume. -Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, -dalle immense scalee che danno alla -riva del fiume non so che profilo assiro -o babilonese, scende una folla varia, densa, -incessante; uomini, donne, fanciulli, vecchi, -giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano -ghirlande di fiori; grosse magnolie, -gardenie, corolle sconosciute dal profumo -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -acutissimo, infilzate come rosarii, e prima -di scendere nell'acqua le gettano al fiume, -pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete, -i velluti sono appesi a cespugli o sotto -certi ombrelli immensi, senza nervatura, -simili a funghi singolari; gli uomini entrano -nell'acqua quasi ignudi, le donne conservano -una lunga tunica che dopo la prima -abluzione aderisce alla pelle e rivela -più ancora l'ambra delle carni, l'armonia -delle forme stupende. E tutti pregano e -meditano. Meditano su che? La mia barca -passa loro innanzi, deve deviare per non -urtarli, ma quelli mi fissano e non mi -vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro -anima è perduta negli abissi dell'ineffabile. -Strana città dove tutti credono! -</p> - -<p> -Perchè molti di costoro non sono fachiri, -nè santi, nè pellegrini. Sono uomini di -venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani, -mercanti, soldati, operai che risaliranno -le scalee per riprendere la lotta -consueta, che rientreranno nella vita, ma -che ogni giorno, due volte al giorno, scendono -nella morte, s'immergono nel fiume a -colloquio con la propria anima, per prepararsi -quotidianamente al trapasso inevitabile. -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -Odioso confronto con i nostri uomini, -con i nostri <i>borghesi</i> occidentali che ignorano -ogni cosa dell'anima, deridono ogni -scienza dello spirito, bestemmiano Dio, -ostentando un ateismo fatto più odioso dal -vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Turba infinita che sempre si rinnova, -magnificenza di bronzi cupi, di bronzi -chiari, di forme stupende! Ma non tutto -è forza e giovinezza. Gli aspetti della vecchiaia, -della malattia, della morte, così -necessari alla perfetta meditazione buddista, -offrono sotto questo cielo magico un -contrasto non descrivibile. Poichè è bene -ricordare che gran parte di questa folla è -qui giunta per morire, per «morire in -salute» come mi spiega con bisticcio atroce -il buon rematore. Tutti i più crudeli martirii -con i quali Siva distruttore ritorna al -nulla la povera carne umana si son dati -convegno sulle rive del fiume luminoso, offrendo -al visitatore un campionario strano, -interessante come la nuova flora, la -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali -(<i>framboesia</i>, <i>albinite</i>, ecc.), che disegnano -le pelli bronzate di chiazze candide -e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi, -di zebrature ondulate; piaghe orride, -tumori che hanno corroso un torace, mettendo -a nudo i precordi lividi o hanno -corrose le gote scoprendo tutta la dentatura -candida in un sogghigno che non si -potrà dimenticare più mai; elefantiasi che -tumefanno le gambe, il seno, le pudenze -in modo incredibile, tanto che la vittima -sembra scomparire tra otri immensi e non -può muoversi senza il soccorso di qualche -devoto, portatore del singolarissimo pondo. -Un gruppo di questi miserabili è adunato -intorno ad un santo ancora giovane, -dalla bruna barba divisa, dallo sguardo -di fiamma; che può mai predicare quel -veggente per consolare tante miserie, per -far tacere i gemiti di quel carname senza -nome? Forse ripete a quei moribondi le -parole dell'Illuminato: «.... il saggio si rallegra -della sua carne che si sfascia, come -il prigioniero impaziente si rallegra della -prigione che si schiude. Beata la musica -che si diparte per sempre dallo stromento, -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -beata la fiamma che si diparte dalla -fiaccola, beata l'anima che abbandona la -carne...». -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Passiamo oltre. Il sermone non è per -noi. Mai come oggi mi son sentito schiavo -della apparenza, innamorato folle di tutto -ciò che è forma, colore, ombra, luce: bellezza -viva, preda della morte. -</p> - -<p> -La città è interminabile: ancora templi, -ancora torri, terrazzi, scalee. Intorno, sul -fiume galleggiano infinite le ghirlande votive -e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, -gli occhi abbaglianti, le chiome nere lucenti -formano tra il riverbero dell'acqua -e lo splendore del sole un musaico a chiazze -vive come nelle tele di certi impressionisti. -Lo sguardo si stanca. Passiamo in -una zona d'ombra riposante, lungo i ghati -interminabili. L'acqua lenta orla di bava -sordida i cubi di granito decrepito. Un -fetore sinistro di fiori maceri, di carne putrefatta, -di umidità febbricosa e di pestilenza -mi fanno ricordare — con un brivido — che -da questo focolaio unico si -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -dipartono a quando a quando, nei secoli, -il colera, la peste, i peggiori flagelli del -mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco -di palma morta che ha fatto diga nel -pattume e contro vi s'accumula una putredine -varia: ghirlande di queste corolle carnose -che l'acqua converte in viscidume -fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone, -rami, un osso candido, una tibia umana -che il remo solleva lentamente: un misero -avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. -E poco oltre la Marayana di Kandaba -fa le sue abluzioni sotto un baldacchino -sorretto da quattro servi in turbante; -intorno le sue donne reggono le vesti, le -collane, l'immenso pettorale di gemme, -mentre l'augusta sovrana — una pingue -signora attempata — immerge nel fiume -le carni vizze, fa coppa delle mani, beve -l'acqua fetida alternando ogni sorso con un -breve gesto d'offerta verso il Cielo. -</p> - -<p> -Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, -cerca nel pattume gli avanzi del -legno e del carbone; oltre ancora alcune -donne immergono le anfore di rame lucente, -di classica forma, e equilibrandole -sul capo con l'una mano, s'avviano verso -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -la sponda, l'altra mano al fianco, onduleggiando -le anche con un incedere di procace -eleganza. -</p> - -<p> -Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra -piattaforma di roghi — sono molte, -ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri -templi, altri palazzi dominanti il fiume -dall'alto come castelli feudali. Strana città -rimasta intatta nei millennii, intatta nella -sua pietra e nella sua fede! Altre città -favolose esistono al mondo, dinanzi alle -quali si esalta la nostra fantasia; ma sono -il fantasma di quelle che furono. Benares -è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani. -Quando in Grecia si celebravano i riti -dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, -quando Tebe offriva olocausto a Ita, Benares -già splendeva sulla riva del Fiume-Dio, -come oggi; come oggi la sua folla -scendeva nelle acque sacre a meditare il -mistero del divenire. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Un'altra piattaforma che si protende sul -fiume: un'altra serie di roghi; ma son quasi -deserti in questa stagione salutare. Quale -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -carname in fiamme deve fornire a queste -rive l'ora della peste! -</p> - -<p> -Approdiamo. Due cadaveri sono in molle -nel fiume, legati ad una corda. Fluttuanti -nel sudario candido per l'ultima abluzione -di rito. Un altro finisce di ardere, irriconoscibile -ormai; solo i due piedi si protendono -fuori delle fiamme, contratti, le -dita divaricate come in uno spasimo estremo; -saranno gettati nelle fiamme per ultimi, -poichè è consuetudine di lasciare i -piedi fuori del rogo, rivolti verso il fiume, -simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi -non sono grandiosi. -</p> - -<p> -La nostra fantasia immagina cataste eccelse, -nubi avvolgenti ogni cosa in vortici -odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: -i roghi dei martiri e dei poeti. Nulla -di tutto questo. Una semplicità che sa lo -squallore. I roghi sono piccoli, simili a -lettucci, a fornelli in cemento, appena capaci -d'un corpo umano, e il legno si direbbe -misurato con parsimonia, in questo -paese delle grandi foreste! E negli addetti, -quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere -è tolto dal fiume con una specie -di barella a grate, è disteso sul letto di cemento -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -tra due strati di legno sottile: un -indù versa una piccola latta d'olio resinoso, -un altro accende. Il rogo avvampa, -e ai quattro lati i quattro necrofori in -giubba e turbante candido vigilano la cremazione, -armati ognuno di una lunga spatola -ricurva con la quale respingono i -tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, -profanatore; i quattro messeri in bianco, -chini sul braciere modesto, con quei cucchiai -singolari, mi fanno pensare a quattro -cuochi affaccendati, e non hanno nulla -di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa -indifferenza degli indiani per la salma, -la nessuna venerazione pel corpo -quando l'anima s'è involata per sempre. -Una sola cura frettolosa, darlo alle fiamme, -ritornarlo al nulla al più presto. Intorno -ad ogni rogo, poco distante, ricorre -un sedile di granito ricurvo dove siede -la famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, -nessun commiato straziante; i congiunti -assistono all'incenerimento per vigilare -che il rito sia compiuto esattamente, -che il legno sia sufficiente, che tutta la -cenere sia data al fiume. -</p> - -<p> -Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -di forse dodici anni, bellissimo, falciato -dalla morte d'improvviso, poichè il volto -ha la calma del sonno placido e il braccio -oscilla pendulo e la testa dalle chiome -bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori -non per anco irrigidita. Un uomo — il -fratello forse — una donna ancora -giovane — forse la madre — assistono -all'opera, scambiano con gli addetti poche -sillabe, discutendo certo sulla resina -che la donna annusa e trova di qualità -non buona. E il piccolo attende resupino -sulla catasta, il profilo perfetto fatto più -delicato dal sonno senza risveglio, le frangie -tenebrose delle palpebre solcate dallo -smalto candido dell'occhio socchiuso. Non -so che dolore indefinibile mi stringa il -cuore fissando quel volto adolescente, fissando -l'altro volto di vegliardo che già le -fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno -e nell'altro — attraverso le remote analogie -d'un'unica stirpe — i volti di fanciulli e -di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo -il volto, questo specchio dell'io; amiamo -le rughe, la canizie dei vecchi, i capelli -biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non -possiamo concepire il ritorno d'un caro -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -defunto senza il suo volto, il suo sorriso, -la sua voce. La nostra religione (con un -dogma tra i più medievali e puerili, è -vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa -questa nostra illusione promettendoci -la <i>resurrezione della carne</i>. -</p> - -<p> -Come costoro sono lontani da noi! Prima -di nascere, prima di morire si sono già -detto addio. Si sono rassegnati serenamente, -dai tempi dell'origine ariana, a questa -disperata certezza «<i>Nulla è; tutto diviene</i>». -L'io ed il non io sono il frutto d'una mera -illusione terrestre. Perchè se così non fosse -sarebbe mostruosa, rivoltante la calma -di questa giovane madre che compone tra -le braccia del fanciullo il piccolo elefante -d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo -di carte: preghiere forse, o forse quaderni -di scolaretto diligente! E tutto questo fa -senza una lacrima, senza che una fibra del -suo volto abbia un sussulto! Certo costei è -una bramina compiuta, migliore assai di -quell'altra madre, quella Marayana citata -nei sacri testi che si strappava le chiome, -ululando sul cadavere del suo unico figlio. -E i yogi — si racconta — cercavano invano -di richiamarla alla verità, di strapparla -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -al demone dell'illusione. E tanto era -lo strazio della donna che, per il potere -d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere -già disteso sul rogo. E la madre si getta -sul resuscitato, folle di gioia. Ma il principe -giovinetto s'alza sulla catasta, respinge -la donna con un gemito, si guarda intorno -sbigottito, dice: «Chi mi chiama? -Chi mi strazia? Dove sono? Chi ha spezzato -in me l'armonia della Ruota? In quale -delle innumerevoli apparenze del mio passato -mi ebbi per madre questa forsennata? -Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, -ulula in lei!». Così parlato il giovine ricade -resupino e l'anima s'invola nell'ineffabile. -La madre, la marayana Kritagma, -fu quella che andò penitente fino ad Anuradhapura, -nel centro di Ceylon, la Roma -buddista, ed ebbe la grazia somma d'essere -illuminata da Gotamo in persona, come -racconta il poeta Kalidasa.... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<h2 id="vivajo">Il vivajo del Buon Dio.</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -</p> - -<p> -I signori dell'India non sono gl'Indiani. -E non sono nemmeno gl'Inglesi. I signori -dell'India sono gli animali. I corvi, anzi -tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si -ha subito, appena sbarcati in una delle -grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, -o Rangoon. Incredibilmente numerosi, -più numerosi dei colombi di Venezia, -i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel -porto, tra le balle di cotone e di spezie, -nelle belle vie alberate di cocchi, nelle -grandi piazze moderne; si dissetano, si -bagnano starnazzando nelle vasche monumentali, -orlano di nerazzurro i capitelli, -le cimase, le guglie della frastagliata architettura -gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono -i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai -del vastissimo Impero. E ne sono anche -i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -millenaria, contro i quali non vi -difende nessun <i>policeman</i> volenteroso. -</p> - -<p> -Il viaggiatore, che è innalzato in <i>lift</i> ad -una delle linde stanzette degli immensi -<i>hôtels</i> tropicali, resta sbigottito dinanzi -agli avvisi delle pareti: <i>Guardarsi dai corvi.</i> — <i>Abbassare -le grate prima di uscire.</i> — <i>Non -abbandonare gioielli.</i> — <i>Il padrone -non prende responsabilità di sorta</i>, ecc. — Sembra -incredibile, ma ci si ricrede il -giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora -della siesta e del torpore. La città immensa -è addormentata: nessuno, nemmeno -un indigeno, attraversa la grande piazza, -dove il sole avvampa, abbaglia, trema, facendo -fluttuare in uno strano paesaggio -subacqueo i tronchi dei palmizii, il monumento -alla Regina Vittoria, le guglie -della Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo -un europeo sogna la Patria lontana, resupino -sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore. -Silenzio. Non s'ode che il ronzìo -del congegno e l'altro romore che è la -nota acustica dell'India, alla quale bisogna -abituarsi come in certi paesi al fragore del -mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: -così monotono, assiduo, che non rompe, -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -ma sottolinea il silenzio; inno alla putredine, -dove prorompe la gamma di tutte le -r, dove l'orecchio sembra discernere tutte -le parole non liete: <i>Ricordati! Ricordati! -Morire! Morte! Morirai!</i> -</p> - -<p> -— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie -dannate! E intanto si dorma.... -</p> - -<p> -Il sonno viene quasi subito, ma quasi -subito ci sveglia una strano romore. E -allora, attraverso le ciglia socchiuse, si -assiste a questo curioso spettacolo: un corvo -scosta la stuoia pendula della grande -finestra, sosta sul davanzale, esplora la -stanza tranquilla, balza leggiero sul pavimento; -un altro ripete il gesto, un altro -ancora. Quattro, cinque messeri saltellano -cauti sull'impiantito. Sono corvi (<i>corvus -splendens?</i>) più piccoli dei nostri, snelli, -nerazzurri, con una penna bianca nell'ala -estrema, così buffi di forme e di movenze! -Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno -proteso in avanti, l'altro eretto verticale, -in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, -simili veramente alle caricature della favola, -degni eroi di Esopo e di La Fontaine. -Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano -per ingordigia, ma in queste stanze -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -linde, odorose di ragia e di bucato, non -li attira che il demone della curiosità, del -rischio, del ladroneccio. E i cinque ladruncoli -s'arrestano ammirati, fanno cerchio -intorno alle bretelle pendule da una sedia, -tentano coi becchi le fibbie lucenti, tirano -concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano -e questi cominciano a pellegrinare -sul pavimento, tirati a ritroso da cinque -becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta -prossima, o il volume che s'era addormentato -con voi, pensando uno starnazzar -d'ali ed una fuga precipitosa; ma i -corvi, prima che il proiettile giunga, si -salvano con un balzo, s'innalzano silenziosi -verso il soffitto, si posano in bell'ordine -sull'asta somma della zanzariera. -Aprite tutte le vetrate, li invitate ad uscire, -li minacciate con l'ombrello — troppo -breve! — ma quelli non si decidono, sanno -benissimo che non siete nè un bramino, -nè un buddista, e che, passandovi a tiro, -spezzereste loro, senza rimorso, le ali od -il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate -il boy. Il boy sorride indulgente, vi -prega di deporre l'ombrello, batte le palme -protese e i cinque appollaiati — riconosciuto -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -l'uomo che non uccide — attraversano -ad uno ad uno la stanza, escono -silenziosi. -</p> - -<p> -Tutti gli animali hanno in India una -incredibile familiarità con l'uomo. I passeri, -le tortore, gli scoiattoli striati invadono -i cortili e i giardini, scendono a -prendere le bricie quasi dalle vostre mani, -pieni di una francescana fiducia: ma nei -corvi e nelle scimmie la famigliarità è -fatta di tracotanza insolente, di calcolo -ingordo; certo pensano che Bombay e Calcutta -siano state edificate per loro e che -l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi -con palese rancore. E l'uomo, a sua volta, -tollera i corvi delle immense capitali; essi -mondano le vie da ogni sozzura prima -che questa si decomponga nel sole ardente, -lacerando, inghiottendo tutto, anche -la carta fracida, i cenci logori, i frantumi -di vetro. Dopo qualche giorno diventano -simpatici: offrono all'osservatore scene impagabili, -strani motivi di psicologia animalesca. -Certo nessun uccello è più scaltro; -basta osservarne l'atteggiamento vario di -fronte alle varie persone. Verso sera, quando -il thè delle cinque anima di veli e di -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -sete, di occhi azzurri e di capelli biondi -ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda -d'<i>hôtel</i> e di <i>bungalow</i>, le falangi -nere scendono da ogni parte, con un gracidìo -querulo e sommesso, quale si conviene -ad accattoni questuanti. Accerchiano -i tavolini svolazzando, saltellando, tutti -col becco proteso, abbastanza lontani per -sfuggire alla mano, abbastanza vicini per -ghermire a volo il biscotto o la buccia di -banana. E intuiscono la buona o la mala -accoglienza, non s'accostano dove ci sono -uomini, mazze, ombrelli, prediligono i tavolini -delle signore e dei bimbi. -</p> - -<p> -Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno, -non sono accattoni, ma despoti; -nelle <i>native-towns</i> che si estendono dopo le -città europee, fanno vita quasi comune con -l'uomo, entrano nelle case, noncuranti di -qualche minaccia impaziente, ben certi del -patto millenario: «non essere uccisi». Adorabili -scenette dei sobborghi indigeni! Una -bimba — un idoletto di bronzo ignudo, di -non forse tre anni — esce da una bottega -stringendo una coppa di riso bollito, corre -verso la madre che l'attende sulla soglia -della casa opposta. A mezza via venti -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -corvi le sono sopra; punto impaurita dalla -cerchia delle ali turbinose, la piccola si -piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi -fino a terra, alzando nel sole, -contro l'ingordigia dei nemici, una parte -che non è precisamente la faccia. E la -madre sopraggiunge, libera la bimba, disperde -gli assalitori, non senza aver dato -in offa una manciata di riso. Entrambe -rientrano in casa, sorridendo tranquille, -come allo scherno consueto di buoni amici. -Altre volte la vittima non è un bimbo, -ma una scimmia. I corvi turbinano in -alto, spiando un gruppo di scimmie che -ha rubato una noce di cocco sul mercato -vicino; seguono quella più prepotente che -l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è -riuscita a spezzarne il frutto legnoso, nell'istante -in cui sta per portare alla bocca -il gariglio candido, i corvi piombano su -di lei, le strappano il tesoro, la lasciano -ringhiosa, a mani vuote, tra lo schiamazzare -delle compagne. -</p> - -<p> -Le scimmie contendono ai corvi il dominio -delle città indiane, ma non infestano -come quelli i quartieri europei, vivono -nei sobborghi, nelle città nere, nei templi -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -ruinati. E dai coloni sono più detestate dei -corvi. Una frotta quadrumane può in una -notte scoperchiare una villa, togliendo, per -gioco, tutte le tegole, passandole da mano -a mano, andandole ad accumulare in fondo -ad un sotterraneo o sulla sommità di -un colle, a qualche chilometro di distanza; -altre volte saccheggiano un giardino, lo -spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, -per solo malvagio istinto di distruzione. -E sono le tiranne dei mercati, dove -i fruttivendoli si rassegnano per esse ad -una decima gravosa. Intorno alle grandi -piramidi di banane, di manghi, di mangustani, -di catie, s'aggirano le scimmie polverose, -pronte ad allungare la mano, noncuranti -della sferzata inflitta dal ragazzetto -custode. A sera tutte le lunghe vie dei sobborghi -hanno le grondaje ornate di code -pendule; ma se passa un europeo, un'automobile, -una cosa nuova qualunque, le -code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti -musi protesi verso la via, con la -bocca digrignante in uno spasimo di curiosità. -È infinita la varietà di creature -tollerate o protette o venerate in questo -vivaio del Buon Dio. Sulle vetrate degli -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -alberghi, anche eleganti, corrono certe lucertole -gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa, -aderenti al vetro e che l'albergatore -vi prega di non molestare. I passeri bengalini, -rossi spruzzolati di bianco argento, -invadono a centinaia le verande e le sale, -vengono a beccare le bricie sotto i tavoli -del thè; le manguste, simili a faine fulve, -passano guardinghe lungo i corridoi, vigilando — per -un dono strano di immunità — le -vite umane dall'ospite terribilissimo: -la <i>naja tripudians</i>: il cobra dagli occhiali. -Ed ecco le creature enormi, le più -simpatiche di tutte: gli elefanti. Completano -il paesaggio indiano, hanno una laboriosità, -una bontà che commuove, una -intelligenza che confonde. Elefanti di lusso, -destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati -a colori come vecchi cuoi di Cordova, -gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con -non altro di libero che le zanne, la proboscide, -le orecchie zebrate: elefanti da lavoro, -più intelligenti ancora, vecchissimi -alcuni: dalla pelle rugosa, logora, troppo -abbondante per la mole dimagrita dalle -fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno -visto tre generazioni d'uomini e che lavorano -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -oggi per le case degli usurpatori -biondi. S'incontrano per le strade di campagna, -a coppie, non accompagnati da -nessun <i>cornac</i>, percorrono da soli, a piccolo -trotto, dieci, quindici chilometri di -strada ben conosciuta, trasportando sul -dorso o tra le zanne e la proboscide tronchi -colossali, colonne, cubi di granito; li -depongono a destinazione, rifanno di corsa -il lungo cammino per ricevere un altro -carico. Il loro passo s'annunzia di lontano -con un rombo sordo; se incontrano un -europeo retrocedono, scendono ai lati della -strada, lasciando libero il passo; e protendono — se -l'hanno libera — la proboscide, -con gesto di preghiera. Se ricevono -una monetina — un'<i>anna</i>, mezz'<i>anna</i> — sostano -alla prima bottega campestre, -la depongono per avere in cambio dall'indù -una focaccia di riso muffita o un casco -di banane fracide. La loro intelligenza è -inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, -quasi perduto nella mole della -testa, s'alterna un bagliore indefinibile di -scaltrezza derisoria e di bontà indulgente. -Sono certo che comprendono ciò che dico, -che intuiscono ciò che penso; e non so -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -come dimostrare loro la mia fraterna simpatia: -le mie mani giungono appena ad accarezzare -la proboscide ruvida come un -tronco, l'estremità delle orecchie logore, -strappate come vecchie gualdrappe di -cuoio. -</p> - -<p> -E altre creature vi sono, ripugnanti e -malefiche: e le più malefiche sono le più -venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia -bramina, divinizzato in marmo e in -metallo in tutti i templi, è salutato con -uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro -dal contadino indù che l'incontra -attraverso un sentiero di campagna. -</p> - -<p> -Ogni tempio ha negli stagni liminari -legioni di testuggini e di coccodrilli decrepiti -e venerati. Il pasto dei coccodrilli -sacri è una delle grandi curiosità offerte -al forestiero e che si ripete con rituale -identico nei templi di Giaissur, di Ambex, -di Tuadura. Un custode scende alle ultime -scalee, seguito da un servo che reca un -cesto di carne putrida; batte con un crescendo -fragoroso un disco di rame, ed ecco -sollevarsi pigramente le grandi foglie di -ninfea e di nelumbo, ceco apparire tra i -calici rossi dei nenufari i mostri spaventosi, -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -simili a carcasse di vecchio metallo -corazzato e borchiato, dai denti gialli, radi, -aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle -formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio -dall'acqua intorno al custode, il quale -lancia brani di carne legata ad una corda, -perchè non venga ghermita a volo dai -nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore -nauseabondo. -</p> - -<p> -L'Inghilterra che tollera tutto, tollera -anche questo. Tollera anche l'<i>Ospedale degli -animali</i>, in Bombay, che è il non <i>plus -ultra</i> del genere, l'esponente massimo di -questa filosofia bramina, così opposta alla -nostra, educata al cristianesimo il quale -riduce ogni divinità all'uomo soltanto e fa -di tutto ciò che vive sulla terra una materia -sorda, condannata senza speranza. -</p> - -<p> -L'ospedale degli animali — un recinto-parco -che costa centinaia di migliaia di -rupie — accoglie tutti gli animali ammalati -perchè possano guarirvi o morirvi in pace. -Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che l'europeo -non s'indugia a lungo; falangi di -bestie da soma: ronzini di piazza, bufali, -zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, -coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo: -una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice. -La nostra pietà occidentale insorge, -domanda sdegnata perchè non si dà a -quelle povere bestie il colpo di grazia, addormentandole -con una doppia dose di cloroformio. -</p> - -<p> -— Perchè non si ha il diritto di spezzare -una vita, qualunque essa sia. -</p> - -<p> -— Ma vivere a che? -</p> - -<p> -— Per soffrire. -</p> - -<p> -— E soffrire a che? -</p> - -<p> -— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi -sempre più dalla materia attraverso -il peso della materia, per spegnere, -nella ruota d'infinite incarnazioni, il desiderio -di esistere: questo peccato che ci -condanna a ritornare in vita. -</p> - -<p> -E se fosse vero? Se veramente noi non -fossimo il Re dell'Universo come la nostra -religione ci promette? Se veramente il verme, -il cane, l'uomo non fossero che graduazioni -varie dello spirito, della stessa -forza immanente che palpita ovunque, esitando -incerta verso una mèta che ignoriamo -e che non è forse se non la pace dell'Increato? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -</p> - -<p> -Retorica elementare, fatta odiosa da tutti -i trattatelli teosofici, ma che, esposta con -brevi parole da questo guardiano dal volto -ascetico come un San Francesco di bronzo, -non ci può far sorridere come il nostro -orgoglio occidentale vorrebbe. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><a href="#trimurti">Le grotte delle Trimurti</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#silenzio">Le Torri del Silenzio</a></td> <td class="pag">21</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#goa">Goa: “la dourada„</a></td> <td class="pag">39</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#ceylon">Un Natale a Ceylon</a></td> <td class="pag">63</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#madura">Da Ceylon a Madura</a></td> <td class="pag">79</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#danza">La danza d'una <i>devadasis</i></a></td> <td class="pag">99</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#caste">Le caste infrangibili</a></td> <td class="pag">119</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#tesori">I tesori di Golconda</a></td> <td class="pag">133</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#impero">L'Impero dei Gran Mogol</a></td> <td class="pag">149</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#agra">Agra: l'immacolata</a></td> <td class="pag">171</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#fachiri">Fachiri e ciurmadori</a></td> <td class="pag">185</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#giaipur">Giaipur: città della favola</a></td> <td class="pag">197</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#olocausto">L'olocausto di Cawnepore</a></td> <td class="pag">215</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#roghi">Il fiume dei roghi</a></td> <td class="pag">231</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#vivajo">Il vivajo del Buon Dio</a></td> <td class="pag">249</td> - </tr> -</table> -<hr /> - -</div> - -<div class="chapter"> -<p class="title"> -DEL MEDESIMO AUTORE: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -<i>I colloqui</i>, liriche. In-8, copertina disegnata da - <span class="smcap">Leonardo Bistolfi</span> L. 4 — -</p> -</div> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -</p> - -<p class="center"> -PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: <b>Quattro Lire.</b> -</p> -</div> - -<p class="title pad2"> -GRANDI VIAGGI ILLUSTRATI -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -<i>Viaggi in Africa</i>, di <b>S. A. R. Elena di Francia Duchessa d'Aosta</b>. -Sontuoso volume in-4, di 380 pagine di testo e 253 pagine di incisioni, in -carta di gran lusso, col ritratto della Duchessa d'Aosta in eliotipia, colla -sua firma autografa e una carta geografica a colori. L. 30 — -</p> - -<p> -— La stessa opera, testo francese. L. 30 — -</p> - -<p> -<i>Nella terra dei Negus.</i> Pagine raccolte in Abissinia dal dottor <b>Lincoln -De Castro</b>, addetto alla Regia Legazione d'Italia in Abissinia. -Con prefazione di S. E. il Marchese <span class="smcap">Raffaele Cappelli</span>. Due volumi in-8, -di compless. 900 pag., con una carta geogr. e 400 incis. fuori testo. L. 25 — -</p> - -<p> -<i>La Missione Franchetti in Tripolitania.</i> Indagini economico-agrarie -della Commissione inviata in Tripolitania dalla Società Italiana per lo -Studio della Libia. Un volume in-8, di 610 pagine, con 46 incisioni nel testo, -332 fuori testo e 2 carte a colori. L. 15 — -</p> - -<p> -<i>Il Giappone nella sua evoluzione</i>, di <b>Adelfredo Fedele</b>. Studi -e ricordi d'una campagna nell'Estremo Oriente compiuta con la R. Nave -<i>Vettor Pisani</i> durante gli anni 1903-04. Un volume in-4, di 216 pagine, -con 20 incisioni e 6 grandi quadri a colori. L. 10 — -</p> - -<p> -<i>La Cina contemporanea</i>, di <b>Giuseppe de' Luigi</b>. Un volume in-8, -con 140 incisioni fuori testo. L. 7 50 -</p> - -<p> -<i>Nel Marocco, Ricordi personali di vita intima</i>, di <b>Lena</b> (<span class="smcap">Maddalena -Cisotti Ferrara</span>). Un volume in-16, con 15 incisioni fuori testo e il -ritratto dell'autrice. L. 4 — -</p> - -<p> -<i>Il passaggio Nord-Ovest: il mio viaggio al Polo sulla «Gjöa»</i>, di -<b>Roald Amundsen</b> (1903-05). Un volume in-8, di 640 pagine, con 140 incisioni -e 3 carte geografiche a colori. L. 10 — -</p> - -<p> -<i>La scoperta del Polo Nord</i>, del contramm. <b>Roberto Peary</b> (1909). -Un volume in-8, di circa 400 pagine, in carta distinta, illustrato da oltre -100 incisioni, da 8 tavole a colori e da una grande carta. L. 15 — -</p> - -<p> -<i>Verso il Polo Sud</i>, del Cap. <b>S. A. Duse</b>. Memorie della spedizione antartica -diretta dal professor O. Nordenskjöld (1901-1903). Tn volume in-8, -con 148 incisioni e carte geografiche. L. 5 — -</p> - -<p> -<i>Alla conquista del Polo Sud. Il cuore dell'Antartico</i>, del luogotenente -<b>E. H. Shackleton</b> (1907-09). Due volumi in-8 grande, di 914 pagine, -con oltre 300 incisioni, 12 tavole a colori, e una grande carta che segna -la presente e le passate spedizioni al Polo Antartico. L. 30 — -</p> - -<p> -<i>La conquista del Polo Sud.</i> La spedizione norvegese del <i>Fram</i> verso -il Polo Australe (1910-12), di <b>Roald Amundsen</b>. Due volumi in-8, con 8 -tavole a colori, 67 tavole in nero, 115 incisioni intercalate nel testo e -4 carte geografiche a colori. L. 25 — -</p> - -<p> -<i>L'ultima spedizione del Capitano Scott.</i> Diario del Capitano Scott -con i rilievi scientifici del dottor <span class="smcap">E. A. Wilson</span>, e dei superstiti della -spedizione, e prefazione di sir <span class="smcap">Clements R. Markham</span>. Due volumi in-8, -di complessive 730 pagine, illustrati da 90 tavole fuori testo e una carta -geografica a colori. L. 15 — -</p> - -<p> -<i>Dalla Persia all'India attraverso il Seistan e il Belucistan</i>, del dottor -<b>Sven Hedin</b>. Due volumi in-8, di 960 pagine, con 285 incisioni. 6 tavole -colorate, 2 carte geografiche, e il ritratto dell'autore (1911). L. 25 — -</p> - -<p> -<i>Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet</i>, del dottor <b>Sven -Hedin</b>. Due volumi in-8, di complessive 1010 pagine, con 397 incisioni, -2 panorami, 8 tavole a colori e 10 carte (1910). L. 25 — -</p> - -<p class="center"> -<i>Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves Editori, in Milano.</i> -</p> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO *** - -***** This file should be named 50996-h.htm or 50996-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/0/9/9/50996/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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