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-The Project Gutenberg EBook of Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
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-
-Title: Verso la cuna del mondo
- Lettere dall'India
-
-Author: Guido Gozzano
-
-Release Date: January 22, 2016 [EBook #50996]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
- [Illustrazione: Guido Gozzano.]
-
-
-
-
- GUIDO GOZZANO
-
-
- Verso la cuna del mondo
-
- LETTERE DALL'INDIA
- (1912-1913)
-
-
- _Con prefazione di G. A. BORGESE
- e il ritratto dell'autore_
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1917.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
- tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
-
- Copyright by Fratelli Treves, 1917.
-
- Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
- non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
-
- Milano, Tip. Treves.
-
-
-
-
-È bene che il lettore, chiuso questo libro del nostro caro morto Guido
-Gozzano, indugi un poco prima di giungere ad una conclusione sul suo
-significato e sul suo valore.
-
-Udrà allora molti suoni fievoli e sordi comporsi in una triste armonia
-seduttrice; vedrà molte macchie di colore, che parevano buttate a
-caso, connettersi pei margini e formar quadro. Le tinte, elementari e
-franche, parevano, finché leggevamo, giustaposte. Il ricordo le modula,
-così come fa la distanza per certe tele del Segantini o del Previati.
-
-Da principio non si vede altro ordine e legge che quelli della
-curiosità esotica. Si pensa a un De Amicis meno colto e ardito,
-a un Barzini meno esperto e potente. L'Italia deve molto a questa
-strana categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo secoli di piè di
-casa, di provincialismo non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova
-e avida di novità, un po' giapponese per l'ansietà d'avvenire, un
-po' americana per il disdegno delle catene tradizionali. V'è già un
-accenno di futurismo in questo viaggiare per viaggiare, così diverso
-dai viaggi intimi e psicologici dei romantici, in queste esplorazioni
-del settentrione e dell'Oriente, delle capitali brumose e dei fronti
-di battaglia. Sciami di circumnavigatori e di grandi reporters,
-ritornando in patria, non contribuivano soltanto a introdurvi il
-_whisky and soda_ e il rasoio automatico; ma anche un certo numero
-d'impressioni fresche e d'idee elastiche, utili per mettere bene a
-fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; ed anche un certo numero di
-parole giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, delle quali
-la tecnica sperimentale delle nuove scuole poetiche ha fatto un'orgia,
-ma che daranno qualche buon frutto nella poesia di domani. Lo stesso
-d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio di Corrado Brando e degli
-Ulissidi, si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, ch'era già
-preannunziata nel Carducci innografo della locomotiva.
-
-Il Gozzano del viaggio in India desume le occasioni e i metodi da
-questa scuola. Ma, dentro di sé, è assai più romantico e sentimentale,
-con molto maggiori affinità ai viaggiatori sterniani. In India cercava
-soprattutto se stesso, il se stesso fisico e morale: un po' di buona
-salute, un po' di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina vagamente
-intravveduta del nirvana, e forse un ampliamento del suo dolce
-orizzonte canavesano. Cercava anche le farfalle — ch'egli adorava,
-egli così magro e fragile e occhiuto, egli così simile a una povera
-farfalla dall'ali bruciate —: le farfalle sotto archi anche più grandi
-che quello di Tito.
-
-I suoi tentativi d'interessarsi alle cose esterne, quali sono
-realmente, non mancano: ma scissi, deboli, abbandonati ben presto quasi
-col gesto pallido e febbrile con cui l'incurabile rifiuta la pozione
-accostata alle labbra in una velleità di speranza. Né la salsedine può
-rifabbricargli i polmoni, né le lontananze esotiche possono nutrirgli
-l'anima che ha ormai compiuto il suo ciclo e si consuma in sé medesima.
-Non ignora certo Kipling, eppure non lo ricorda mai, perfino temendo
-la vicinanza di quell'imperiale britannico appetito di esistere; e
-i suoi occhi, già colmi di penombra, non sostengono le policromie
-fragorose che Gauguin cercava pei mari australi. Ammira gl'inglesi
-conquistatori e organizzatori, senza che questa ammirazione oltrepassi
-l'accento giornalistico e tocchi la soglia della storia. Ha appreso lì
-per lì, non senza sazietà e noia, le alcune cose che ci riferisce; e a
-lui, così vicino al gelo dell'eternità, la storia non è ormai che una
-lacrimevole commedia di equivoci in uno scenario orpellato. E tale gli
-era parsa, anche prima, immutabilmente; e non v'è nulla che neghi il
-carduccianesimo epico quanto _l'Amica di Nonna Speranza_: obbiezione
-nichilistica pronunciata con tanto più radicale decisione quanto più
-semplice e cordiale vi è la modestia del discorso. Perciò quasi non gli
-costa fatica la lealtà di confessare che, prima di sbarcare in India,
-confondeva i Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione d'ignoranza,
-nessuna pretesa di sapienza. Le cose che guarda sono spesso «buffe
-ed assurde». «Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti
-palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo,
-buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendio
-come dinanzi ad un aereodromo, a un ippodromo occidentale...» Tra
-l'incomprensibile passato e l'impossibile avvenire egli vacilla in
-un'ondulazione inconsistente — che è il ritmo lirico di queste sue
-prose — come uno che vada innanzi, su una passerella tarlata, certo in
-cuor suo che da un istante all'altro cadrà nell'abisso.
-
-Poi tornò in Italia. E vennero i giorni di questa immensa
-rappresentazione storica. Bisognava credere nella realtà della storia,
-o sparire. Ma egli, Gozzano, già da tanto tempo amava le farfalle, il
-simbolico animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. Già da tanto
-tempo aveva detto addio alle donne, agli amici, alle immagini care.
-Partì silenzioso — per un viaggio più lungo — verso il mitico buio
-Occidente, questa volta, ove tramonta il desiderio.
-
- *
-
-Anche allora, in India, aveva sperato questa pace. Sapeva delle
-dottrine orientali, vagamente. Ma era troppo stanco e sfiduciato per
-un pellegrinaggio ascetico; e, in fondo, soffriva troppo per imporsi
-penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la ruota delle cose» e fu
-celebrato il silenzio, udiva invece il frastuono di una barbarica
-idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente riconoscere d'essere troppo
-artista perché gli riuscisse facile la condanna dei sensi.
-
-Un odore di sensualità esotica circola qua e là per queste pagine. Ma
-ha qualcosa di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato da acredini
-di preziosa putrefazione. «Mi sono avvezzo agli strani frutti che si
-spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa
-di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da
-un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si
-direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma,
-polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi
-nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti
-come le tinte intraviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il
-fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana
-emana un odore fetido insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, per
-associazioni forzose e istintive cui vediamo seguire sul suo viso un
-pallore madido, una contrazione di agonizzante, appanna anche altre
-volte il desiderio della vita con l'alito della corruzione. Ecco la
-danza della Devadasis, ed ecco le due misere cortigiane francesi che
-vorrebbero prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni prima.
-Ecco nudità intravvedute, così perfette che il poeta s'esalta,
-riconoscendosi puro e immune di lascivia: od ecco lo stridulo ricordo
-di Madame Angot.
-
-La volontà di vivere era già quasi esausta, e il desiderio di morire
-tardava ancora. Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, povero caro
-fanciullo esangue, davanti al focherello malcerto della sua vita, come
-già lo vidi, in una giornata di nevischio, davanti al camino della
-_salle à manger_, in un alberghetto di montagna, ove, prima che in
-India, era venuto a cercare un po' di salute.
-
- *
-
-Lo ricordo ancora altrimenti, come lo vidi in un giorno d'agosto
-1913, in riva al mare ligure. La memoria del bene che mi volle e
-della stima ch'ebbe per me (gli parevo un luminare di scienza: caro,
-umile, timoroso fanciullo che temeva i còmpiti e riveriva i professori
-e i primi della classe!) è fra le cose buone e nobili che m'ha date
-la vita. Era venuto per vedermi e parlarmi. Aveva ancora il volto
-abbronzato dal lungo viaggio, con una maschera illusoria di floridezza.
-Parlava piano, fissando la lontananza e il queto Occidente che
-s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. Progenie di Leopardi, aveva
-varcato la siepe, aveva navigato verso l'infinito. Era freddo, deluso,
-risoluto.
-
-Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; nella pellicola
-cinematografica, pel suo pane; in qualche amico. Anche, soprattutto
-nella poesia; ma in una poesia fatta _sibi et paucis_, stampata
-in pochi esemplari non venali, condotta fino all'ultima nudità
-d'espressione, ridotta a sé medesima: senza risonanza pratica e senza
-gloria. Mi parlò delle poesie, candide e ignude, che aveva scritte in
-India: e che non conosco.
-
-In questo volume non mancano echi di canto. Vi è il Tai-Mahal coi
-suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' di quel
-«soprannaturale» che sperava di trovare in India); vi è Giaipur
-(«nessuna cosa è più inutile di questa grande città color di rosa»
-— «mi ricorderò di Giaipur...»); e quella pagina dei frutti e dei
-fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). E v'è «la demenza beata
-che accompagna le agonie senza fine di certi consunti», e, sulla
-fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: «l'altro romore che è la
-nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi
-paesi al fragore del mare o dei torrenti: il gracidìo dei corvi così
-monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla
-putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra
-discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire!
-Morte! Morirai!_». E v'è, soprattutto, quell'occulta accentuazione
-lirica che sorregge tutta questa prosa piana; ma l'una e gli altri,
-la musica occulta e gli echi percettibili, indipendenti dalla volontà
-dello scrittore, permeati nella quieta e modesta prosa quasi suo
-malgrado. Giacché non amava più (non aveva forse mai amato) questi
-intarsî equivoci, e spregiava, senza indignazioni oratorie, le cose
-brillanti da bazar. Qui voleva dare notazioni semplici e opache,
-diarî di curiosità forestiere, per molti lettori: un po' di buona
-cinematografia, se si vuole. La poesia doveva essere altrove, nella sua
-anima e nel suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. Doveva essere,
-ormai, tanto più schiva quanto più veritiera: una nudità pudica che non
-si mostra in piazza, una lealtà che non ricorre all'enfasi, perché non
-le giova di persuadere le folle.
-
-Ho già detto pocanzi la parola lealtà per Gozzano. E non mi dolgo della
-ripetizione. Soprattutto per questo egli è e rimane un maestro: per
-avere contribuito a restaurare nella nostra lirica il gusto del parlare
-sobrio e a bassa voce, del riferire l'esperienza interna qual'è, del
-collocare il valore poetico nell'accentuazione più che nel lessico: per
-aver dunque lavorato a rimettere in onore la verità dell'emozione e la
-lealtà della parola.
-
- _Parigi, aprile 1917._
-
- G. A. BORGESE.
-
-
-
-
-Le grotte della Trimurti.
-
-
-Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei»: è forse
-la più bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in
-minimo spazio i motivi esotici più interessanti pel forestiero. Ma
-difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo
-ospite; trova di miglior gusto condurvi alla spettacolosa sala di
-_skating_ (sì, hanno il coraggio di darsi a questo sport, con una
-temperatura minima di trenta gradi), o all'unica _matinée_ che dà
-la Cleo De Merode, di passaggio per Bombay alla volta del Siam, con
-un plutocrate innominato, o al gigantesco teatro cinematografico
-dell'Esplanade, dove al soffio — ohimè! vano — di trenta ventilatori
-la vostra nostalgia d'italiano sussulta vedendo apparire a sfondo di
-qualche _film_ poliziesco il Canal Grande, il Pincio, il Valentino.
-Ma veramente non si viene in India per questo. Non è facile l'arte del
-Cicerone perfetto, del duca ideale nel proprio paese; le cose vicine,
-anche bellissime, non si vedono più; e l'inglese non pensa a farvi
-vedere l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo prima di proporre
-la baedekeriana gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli inglesi
-vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all'amore.
-Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall'isola di Bombay
-all'isola d'Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti
-e da coppie amorose: viaggio al paese di Cuccagna, _embarquement pour
-Cithère_....
-
- *
-
-Ma oggi non è domenica, e lo _steam-lunch_ è quasi deserto. Non è
-domenica, e l'immensa rada di Bombay non è paralizzata dall'inesorabile
-riposo festivo, offre tutta la policromia gaudiosa, la bellezza
-varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande
-metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra
-i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi,
-olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi:
-colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell'ultima civiltà;
-altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una
-sola grande vela, che osano attraversare l'Oceano Indiano dall'Africa
-all'India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di
-monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti che fingono
-di ignorare ancora l'istmo di Suez, poichè la tassa di transito che
-si paga a Porto Said varia dalle trenta alle cento e più mila lire, e
-ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l'Africa, l'Arabia,
-la Persia; velieri panciuti, d'una tinta uniforme di vecchio legno
-fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, così decrepiti
-che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima
-volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per
-tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre.
-
-Non è leggenda: tutta la popolazione marinara e peschereccia di Bombay,
-che vive nelle isole vicine, in capanne minuscole, sotto l'ombra dei
-cocchi eccelsi, è discendente di pirati; l'isola di Colaba, che si
-disegna verdeggiante oltre la foresta delle antenne e delle vele,
-era abitata ancora al principio del secolo scorso da _cacciatori di
-naufraghi_: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti interamente con
-rottami di navi. Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte
-le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee e tutte le tinte si
-contendono, stridono in questo convegno del Mondo, che offre tante cose
-rare all'amatore dell'anacronismo e del paradosso.
-
- *
-
-Avanziamo lungo un piroscafo inglese giunto da poco: la parete
-curva, nera, vertiginosa s'alza su di noi come il fianco d'un cetaceo
-colossale; dagli infiniti sportelli aperti giungono voci, s'affacciano
-volti impazienti; lungo una scaletta troppo fragile scendono i
-viaggiatori in una lancia d'approdo; quattro _indu_ ignudi ricevono
-i bagagli, aiutano i fanciulli, i malsicuri nel balzo. Una signora
-biondissima si rifiuta al passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle,
-l'incoraggiano, protestano; un gigante di bronzo l'afferra senz'altro,
-la solleva in alto, la passa ad un altro gigante ignudo, che la
-depone delicatamente, la siede incolume nella barca tra i suoi bagagli
-ordinati: strida convulse della signora, risa degli astanti. Quella
-biondezza e quelle braccia candide avvinte disperatamente alle spalle
-barbare mi hanno fatto pensare una romana della decadenza, una _flava
-coma_ contesa da due schiavi nubiani un poco irriverenti....
-
-Tutto il porto dà il senso della schiavitù, ma non è un senso penoso:
-i dominatori sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia, comandano
-con alterigia, ma con giustizia. Sulle navi, da nave a nave, su corde
-tese, su scale pendule, su palafitte è un brulichio di forme nere;
-tutti _indu_ di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate
-ed opposte come le formiche, o si passano dall'uno all'altro, in
-catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane,
-le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia
-innata la scienza della grazia, l'armonia del passo, del gesto,
-dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com'è costume nelle città
-orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo dello sforzo o
-dell'intesa si accentua con un ritmo più forte e produce nell'insieme
-l'effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza.
-Ci sono donne tra quegli infelici, sono ignude, con un _panio_ alle
-reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo,
-la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi
-le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno
-infelici, dacchè l'europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste.
-Poichè quasi tutti sono _paria_, cioè «non salvabili», da meno dei
-corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poichè
-fuori del ciclo evolutivo, escluse per l'eternità da ogni speranza,
-dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora
-la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore,
-rozza ed incerta, ma consolante, l'idea di una possibile salvezza, la
-speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita.
-
- *
-
-Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada
-la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera
-vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne
-dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti.
-Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore.
-Si ha l'impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini,
-quando i mari caldi nutrivano i germi dei pleosauri e delle felci
-colossali, le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio
-d'attesa.
-
-Ma d'improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete
-di cristallo, si profila l'isola di Elefanta, tutta verde, e dopo
-l'isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei
-Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno intagliato
-dalla natura a torri, a spalti guerreschi.
-
-Sono le dieci del mattino. Il caldo è tale, che la corsa della lancia
-non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa
-sentire sulla fronte, contro le gote, con l'ardore di un braciere
-troppo vicino. Un _boy_, armato d'una pompa, irrora d'acqua marina
-l'intavolato e le tende, ma i disegni scompaiono subito evaporati
-dall'ardore di questo dicembre tropicale. Mai come in questi climi
-mi sono rallegrato delle mie non molte carni: l'India è un soggiorno
-veramente infernale per le persone anche appena fiorenti.
-
-Il caldo provoca i miraggi, scompone l'aria, la fa vibrare, oscillare
-all'orizzonte col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola d'Elefanta,
-già prossima, s'addoppia, si riflette quadrupla, s'avvicina,
-s'allontana, scompare.
-
-Quando riappare, siamo giunti.
-
- *
-
-Approdiamo su grandi cubi di granito, viscidi d'alghe rosse e
-azzurre, abbandonate dall'alta marea, pendule come capigliature di
-sirene sconosciute. La collina s'innalza ripida sul mare: due cose
-sono interessanti in quest'isola: non il _lunch_ e l'amore degli
-inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la
-prima volta, dacchè sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora
-tropicale. I magnifici scenari verdi del Vittoria Garden, delle ville
-dell'Esplanade, e del Malabar-Hill sono meditati da giardinieri esperti
-su modelli inglesi, e ogni albero reca sul tronco una targa ovale col
-nome in corretto latino: _Cinnamomum canphora, Vanilla aromatica, Ficus
-elastica, Strychnos nux vomica, Tamarindus indica_, ecc., ecc., pessima
-consuetudine che dà alla poesia d'un giardino esotico un sentore
-farmaceutico e tutta la prosa d'una rivendita di droghe e coloniali.
-
-Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza
-nome. La spiaggia è fiancheggiata da pandani colossali che immergono
-nell'acqua le loro radici multiple, sollevano in alto la corona delle
-foglie, e fanno pensare a candelabri capovolti o a buffi trampolieri
-vegetali. Si sale la collina lungo una scala ripida scavata nel basalto
-da un brahamino, per ex-voto, a beneficio dei visitatori. A tratti
-la vegetazione s'intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde,
-dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti
-bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne
-delle _palme-palmira_, è il groviglio delle liane che allacciano
-d'albero in albero tutta la foresta, e fanno dell'isoletta un fascio di
-verzura emerso dal mare.
-
-Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio
-della notte verde, ma i _boys_ e gli amici si oppongono recisamente: è
-l'ora calda, l'ora dei cobra, e i cobra abbondano nell'isola sacra.
-
-A metà della collina s'apre il tempio famoso. È un ipogeo, che ricorda
-le costruzioni egizie e consta di varie grotte scavate in una pietra
-nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all'infinito,
-pendono spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano monche come
-stalattiti. Il tempio è lavorato con un'arte pazientissima nei
-particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante delle proporzioni
-e dell'armonia dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni, dalle
-infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese,
-presenta ancora una sintesi completa e imponente dell'olimpo brahamino;
-olimpo complicatissimo, difficile a chiarire per chi non ha speciali
-attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta
-principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un
-corpo formidabile a tre teste, la _Trimurti_ famosa: Siva che crea,
-Visnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s'incarna
-all'infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in
-mille altre figure del simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che cavalca
-un toro e si fa maschio e femmina ad un tempo, col simbolo maschile
-_linga_, e femminile _joni_, circondato da infinite figure: elefanti,
-tigri, serpenti, da saggi, _rhisi_, da _apsare_, uri dell'olimpo
-brahamino, da Indra, da Brahma adagiato sul loto e portato da quattro
-cigni, Visnu sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla testa
-umana. È ancora Siva, la scultura divina dalla cui fronte sgorgano i
-tre grandi fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva che passa a giuste
-nozze con Parvati, la Dea dalla vita sottile, dal seno enorme, che
-con l'una mano abbraccia lo sposo, con l'altra strozza non so quale
-rivale in forma di mostro femminino. E intorno è scolpita una turba
-di Dei e Semidei, parenti e convitati, devoti e servi, che offrono
-cibi e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta un giardino: il
-paradisiaco monte Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia,
-poichè dall'unione di Siva con Parvati è nato Ganesa, il Dio della
-Sapienza, mostro dalla testa di elefante, dal corpo umano, piccolino,
-tondeggiante, panciuto. È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae
-le più desolanti e borghesi rappresaglie di famiglia che possano
-affliggere un nume. Siva ha sposato una seconda moglie: Durga, figlia
-di Daksha, figlio di Bhraham e genitore di sessanta figliuole; Daksha
-dà un convito rituale, aduna tutti gli Dei e dimentica sciaguratamente
-il suocero Siva e consorte. Questa interviene al rito, e, non attesa,
-male accolta, si getta sulle fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale
-nel furore si moltiplicano le braccia, e taglia la testa al genero,
-alle cinquantanove figlie, ai convitati con lo spaventoso congegno
-delle molte braccia roteanti; intorno è un turbinare di teste mozze....
-
-Una grotta è dedicata a un _lingam_ inghirlandato di fiori gialli:
-in giorni speciali migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio,
-s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco di pietra, girando più
-volte: e la cerimonia assicura la fecondità. In tutto il tempio domina
-sovrano il _Civa-Lingam_, ed è strano questo simbolo procreatore in
-una religione dove il supremo bene è il non essere nati, o essendo
-nati annichilirsi al più presto. Ma è certo il mio cervello profano
-d'occidentale che non comprende l'occulto senso della pietra scolpita.
-Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d'ingresso
-e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa,
-e al posto del sesso un teschio che ride, dànno veramente un brivido
-d'orrore e il senso del più tragico pessimismo. L'impressione tuttavia
-di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo
-squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni,
-è tetra, non religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare dalle
-pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di
-clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, dànno il
-senso dell'idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi
-il perchè di tanto furore e quale guaio riserbano ai miseri mortali
-peggiore della vita, peggiore della morte. Certo lo studioso, anche il
-dilettante soltanto, che viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri
-testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi
-speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi
-a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma è il destino fatale di
-tutte le religioni, che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno
-pietra, metallo, colore, forma: idolatria.
-
-A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell'ipogeo
-d'Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara
-delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, la matita,
-il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose
-all'amore che passa. Precisamente come da noi.
-
- *
-
-Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola paradisiaca.
-Si passa dall'ombra alla luce, dalla barbarie alla civiltà, dal
-passato decrepito al presente vittorioso. Tutta Bombay è disegnata
-sull'orizzonte con la sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole.
-Da nessuna altura si può meglio capire la topografia mirabilmente
-equilibrata di questa metropoli asiatica. E si pensa non senza orgoglio
-al miracolo che l'attività occidentale ha fatto in poco più di mezzo
-secolo in queste paludi febbricose.
-
-«Due monsoni dura la vita di un uomo» dicevano gli indigeni agli
-europei che approdavano. Oggi Bombay è tra le città più salubri
-dell'India, certo superiore a Calcutta, a Goa, a Madras. Ma quale
-sovvertimento ciclopico ha dovuto operare la forza dell'uomo! Due
-secoli or sono, alla foce del fiume Ulas, si prolungavano in mare,
-lontane dalla costa, le creste parallele di due colline sommerse;
-l'intervallo era occupato da laghi salmastri, da _jungle_ popolate
-di belve. Gli esploratori portoghesi giudicarono quell'acquitrino
-insanabile. Giovanni IV di Portogallo diede l'arcipelago di Bombay
-quale dote — trascurabile — di sua figlia Caterina, sposa di Carlo II.
-La Compagnia delle Indie l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile
-di lire 250 annue. Se ne fece un luogo d'asilo, si cercò di popolare
-la plaga umidiccia ed infuocata. Ma solo con l'annessione definitiva
-all'Inghilterra, cominciò a delinearsi sull'arcipelago insalubre la
-futura città. Le paludi e le _jungle_ furono prosciugate e distrutte,
-le due colline parallele si congiunsero, formarono l'isola d'oggi.
-Alcuni grandi giardini conservano esemplari di teck, di palme
-centenarie, superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà le
-rispettò come rispetta le colonne dei templi indiani, formò giardini
-intorno ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia le belve. Dove
-sorgevano paurosi paesaggi antidiluviani verdeggiano aiuole ben
-pettinate, corrono _babies_ biondi dagli occhi ceruli, seguiti da
-un'_aia_ indigena, da una mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo
-figurino europeo; un'orchestra scelta risponde con una melodia verdiana
-o wagneriana al ruggito delle tigri prigioniere.
-
-Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba del passato — si contempla
-l'isola di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun contrasto è più
-profondo e più significativo. La filosofia orientale e la filosofia
-occidentale con le loro conseguenze opposte: un tempio tetro, pauroso,
-idolatra, una metropoli fiorente, colma di tutte le abbondanze. E
-penso all'ammonimento dei simboli fallici e macabri: meglio non esser
-nati....
-
-Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo nati.... adagiarsi nella vita
-con tutti i beni che la vita può dare....
-
-
-
-
-Le Torri del Silenzio.
-
-
-Non è il titolo di un volume di versi decadenti.
-
-_The Towers of Silence_: è la passeggiata che propone qualunque _Cook's
-boy_ di Bombay al viaggiatore incerto sulla sua mèta. La Torre del
-Silenzio: anzi, le Torri, poichè sono cinque le _Dakmas_, dove i Parsi
-espongono i cadaveri agli avvoltoi. Io le credevo un'invenzione di quei
-romanzi di avventura, già cari alla nostra adolescenza, dove, per gli
-occhi languidi della figlia di un Marajà, un esploratore giovinetto
-era narcotizzato a tradimento, avvolto in un lenzuolo ed esposto agli
-avvoltoi dell'edificio favoloso, ma veniva salvato da un servo fedele
-e unito a giuste nozze con l'oggetto dei suoi desiderî.
-
-Le Torri esistono invece e sono intatte, come mille anni fa; tutto
-è intatto in quest'India britanna, tutto è come nei libri e nelle
-oleografie: danze di bajadere, templi colossali, ciurmerie di fakiri;
-e guai per chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni, o la nostalgia
-delle cose inedite; qui il letterato è esposto di continuo al rammarico
-acuto, al dispetto indefinibile che si prova quando la realtà imita
-la letteratura; non c'è altra salvezza che uscire dall'albergo senza
-guida e senza amici, perdersi nella vasta metropoli luminosa dagli
-edifici a ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate di fiori
-e di palme; edifici di uno stile gotico inglese, illeggiadrito dalle
-esigenze del clima, immuni dal lercio stile _liberty_ che appesta le
-metropoli europee; edifici che appaiono come tanti castelli della Bella
-Addormentata e sono invece il Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il
-Tribunale, la Posta, ecc. E allora si trova il nuovo nelle piccole cose
-della strada: il _cipay_, che si mette sull'_attenti_ se lo richiedete
-di un'informazione, e ha gli occhi dipinti di azzurro, prolungati
-sino alle tempia, contro i malefizi degli sconosciuti; lo _chauffeur_,
-che porta sotto la visiera di celluloide, disegnato in rosso vivo, il
-tridente di Wisnu; un _tram_ zeppo di passeggieri indigeni, che siedono
-invariabilmente sulle calcagna incrociate, così che si ha l'illusione
-penosa di veder passare carrozzoni elettrici interamente occupati da
-infelici senza gambe; un ramo di orchidee malefiche, che si protende
-dalla cancellata di un giardino; due bimbi Indu, che sono venuti alle
-mani per una latta di sardelle vuota; un santo, che medita, seduto sui
-gradini del monumento alla Regina Vittoria; i bengalini minuscoli, che
-nidificano nell'elsa della spada di Re Edoardo....
-
- *
-
-I miei amici di Bombay si adoperano invece per farmi vedere dell'India
-le cose che si lessero nei libri e che si videro dipinte. Esistono
-anche queste. Così, per cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso
-del famoso Hagembeck, assisterò, forse, ad una caccia alla tigre; per
-i buoni offici del dottor Faraglia, il medico italiano notissimo di
-Bombay, vedrò una danza di bajadere in una famiglia bramina tra le meno
-accessibili all'europeo. Da tre giorni mi si vuol condurre alle Torri
-del Silenzio. Ma non muore nessuno.
-
-Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata e bellissima, tutta
-bianca, vestito, volto, cappello, capelli, con non altro di colorito
-che gli occhi azzurri, entra esultando nella sala di lettura del
-_Majestic Hôtel_: — È morto! — E seguìta dal figlio e dal dottor
-Faraglia, tutti esultanti: — È morto! È morto, ieri sera, un _parsi_
-di qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa; i funebri
-saranno oggi, alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo di fare una
-gita sull'Esplanade e di salire alla collina di Malabar per assistere
-alla cerimonia; faremo il _lunch_ nel _Tower's Garden_; abbiamo le
-provviste con noi....
-
-Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io che vado così volentieri
-a piedi, lentamente, gustando in questi primi giorni la gioia di
-premere la nuova terra, — e la città ci sfugge ai lati come una
-_film_ svolta troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade, dove l'ansare
-delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare
-di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti
-bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay:
-interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i
-veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna
-dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai
-quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche,
-la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli;
-carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti:
-e dentro è adagiata la moglie, la figlia di un funzionario inglese,
-e la biondezza della signora, stilizzata secondo l'ultimo figurino
-europeo, fa uno strano contrasto con la magnificenza esotica ed arcaica
-dell'equipaggio, con i turbanti e i velluti dei cocchieri, con la
-nudità bronzata degli araldi. L'_auto_ di un ricco Parsi, l'_auto_ del
-Vescovo di Bombay, che sorride fra due prelati e benedice con la mano
-alzata di continuo la folla che s'inchina o s'inginocchia riverente.
-
-In quest'ora di grande animazione, non ostante le rotaie, le
-automobili, le vesti parigine, la città ricorda Babilonia ed
-Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi; dà un senso di
-ricchezza e di abbondanza; dà un senso d'invidia inevitabile,
-fanciullesca, di rancore ingiusto, contro questi Inglesi, così forti e
-così ricchi, padroni di mezza la Terra....
-
- *
-
-I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi,
-da non confondersi con gli Indu (io li confondevo addirittura con i
-Paria: è desolante l'ignoranza di chi muta d'improvviso venti gradi di
-latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con
-i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da
-un arabo. I Parsi sono i discendenti degli antichi Persiani emigrati
-dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. È veramente
-biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che,
-per non rinnegare il Sole, loro divinità, abbandonarono, dodici
-secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India,
-rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per
-avere un'ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per
-quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che
-dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li
-incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più
-grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento
-politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori
-laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato,
-nessuno è meno di lui affetto da _anglomania_. Molti Indu vanno in
-tuba e in isparato. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero
-profughi da Persepoli; gli uomini con una larga zimarra bianca, sul
-capo un'alta tiara nera simile ad una mitra (la cosa che più colpisce
-l'europeo sbarcato da poco); le donne si avvolgono di sete a vivi
-colori, giallo-zolfo, gridellino, rosso ciliegia, verde-salice, che
-dànno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come
-alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro
-riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi
-creatori e conservatori, il Sole prima di tutto, e il Fuoco, imagine
-del Sole sulla Terra. L'Inghilterra, che tollera tutti i riti, tollera
-anche la Torre del Silenzio e le usanze funebri dei Parsi, che sono
-certo le meno conciliabili col nostro sentimento occidentale.
-
- *
-
-Si sale lungo il Colle di Malabar; la città si abbassa rapidamente, si
-offre tutta allo sguardo che la domina e ne gode come si gode di Napoli
-dall'altura di Posillipo: una Napoli tripla, adagiata tra le montagne
-del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo di Bak-Baj e l'Oceano Indiano;
-coronata da una vegetazione barbara, inconciliabile col nostro clima,
-immersa in una luce intollerabile sotto il nostro cielo. L'automobile
-ascende lungo la strada rossiccia, corre all'ombra dei cocchi, dei
-_baniam_: gli alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti,
-moltiplicanti i tronchi all'infinito. Si riesce all'aperto, si scende
-in un giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del Bengala. Prendiamo
-posto sotto una veranda intrecciata di grosse campanule strane, e
-subito son tolte dall'automobile la tavola portatile, le provviste,
-che Lady Harvet dispone in un grande vassoio: quei vassoi, che sono la
-tavolozza gastronomica dell'invidiabile appetito inglese, contenenti
-venti prodotti di tutti i climi: latte, miele, thè, marmellate indigene
-ed europee, canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali.... Spolpo
-un frutto, un _mangustani_, che si mangia nella sua corteccia come
-un sorbetto, mitigando col succo di limone la sua dolcezza troppo
-aromatica; guardo intorno: il giardino ridente domina tutta Bombay, ma
-è deturpato dalla Società del Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti
-delle palme-palmira un serbatoio colossale.
-
-— Un gazometro? È la Torre del Silenzio, la maggior Torre; quelle altre
-sono le _Dakmas_ minori, usate in caso di pestilenza.
-
-La mia delusione è grande. _Tower of Silence_: il nome shelleyano
-mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più
-fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte.
-
-Un vallo senz'acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che
-dànno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole
-bianca. Ed ecco fra il candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo
-un'enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo,
-un terzo; poi sei, sette coronano la Torre, dànno al suo squallore un
-tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente
-l'orrore di ogni aspettativa; si direbbe che la Natura li abbia
-foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti
-al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano
-pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia
-stanchezza, artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell'aquila,
-artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con la
-preda viva. E alla base del petto, sopra una collarina di piume fitte,
-si innesta un altro animale, un tronco di serpente ignudo, gialliccio,
-grinzoso, dalla testa calva, con un becco oscuro ed occhi dallo sguardo
-insostenibile, dove s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e alla
-malinconia.
-
-La _Dakma_ si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso
-atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi
-verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina,
-biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo
-funerario. È tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che
-ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo addio.
-
-— Entreremo anche noi nella Torre? — domando, non senza inquietudine
-d'una tale proposta.
-
-— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe penetrarvi; soltanto una
-speciale setta di necrofori e il _dastur_ accompagnatore, possono
-entrare.
-
-— Il modello è molto semplice. — E il dottore mi disegna a matita
-un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi
-che formano tante cellette aperte: — Ecco: il cerchio interno, dalle
-celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per
-gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa
-ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica
-della barbara usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi il fuoco è la
-manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano
-l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare il cadavere
-al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la
-divinità; rifuggono dall'inumazione, perchè l'Avesta, il loro testo
-sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel
-corpo, che fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri
-per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera
-sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale....
-
-Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco,
-con la testa, il volto velati di veli candidi. Quattro portatori
-recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il
-quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne.
-I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto:
-il _crati_ funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro
-è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe
-teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al primo ponte tutto il corteo
-si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il
-cadavere; parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello.
-La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano
-pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio.
-Di fronte è il _dastur_, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri,
-non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse
-anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei
-Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell'_io_,
-e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza
-ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa
-silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal
-lino funerario, si allontanano _senza volgersi indietro_, come il rito
-prescrive, dispaiono fra i tronchi dei palmizi.
-
-Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre
-nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono,
-precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari;
-sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano
-attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi
-ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo
-querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente.
-
-Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore dello strazio che non vedo.
-
-— ... Un ottimo giovine. Prometteva di farsi un architetto valoroso,
-aveva vinto il concorso per il palazzo del Museo di Igiene. Suo zio
-l'avvocato Makalla....
-
-Un architetto, un avvocato: uomini come noi, dunque, che hanno studiato
-i nostri libri, assimilate le nostre formule e le nostre idee, e le
-hanno potute conciliare con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro
-sentire, come quelli del selvaggio più sanguinario. E l'abisso tra
-uomo e uomo mi appare sempre più terribile ed incolmabile, e il mondo
-sempre più stridulo e buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa
-torre, circondata di alti palmizi, alternati alle aste della luce
-elettrica e del telegrafo, buffi ed assurdi quest'automobile e noi che
-sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad un aereodromo, un ippodromo
-occidentale....
-
-— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, — mi
-spiega il dottor Faraglia, addentando un terzo _sandwich_, — ed è
-spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta
-intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto
-anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l'osso
-frontale s'incastra alla nuca....
-
-— Ma il vostro amico non mangia, non beve, — osserva cortesemente Lady
-Harvet. — Non sopporterete il clima di Bombay se non raddoppierete i
-vostri pasti.
-
-
-
-
-Goa: «la Dourada».
-
-
- Oceano Indiano. A bordo del _Pedrillo_.
- 14 dicembre 1912.
-
-Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli amici sono rimasti a Bombay,
-già presi dalle varie dolcezze della metropoli ospitale. Andare a Goa,
-perchè? I perchè sono molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili;
-parlano soltanto alla mia intima nostalgia di sognatore vagabondo.
-Perchè Goa non è ricordata da Cook, nè da Loti, perchè nessuna società
-di navigazione vi fa scalo, perchè mi spinge verso di lei un sonetto
-di De Heredia, indimenticabile, perchè pochi nomi turbavano la mia
-fantasia adolescente quanto il nome di Goa: Goa la Dourada.
-
-Oh! Visitata cento volte con la matita, durante le interminabili
-lezioni di matematica, con l'atlante aperto tra il banco e le
-ginocchia: ora passando attraverso l'istmo di Suez e il Mar Rosso,
-l'Oceano Indiano, ora circumnavigando l'Africa su un veliero
-che toccava le Isole del Capo Verde, il Capo di Buona Speranza,
-Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio un compagno che
-non ho più rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti a bordo
-della mia fantasia: aveva un fratello missionario a Goa: un fratello
-che non vedeva da anni, che quasi non ricordava, ma al quale doveva
-l'abbondanza invidiabile di francobolli coloniali e certe lettere che
-parlavano del Malabar e dei Gati, di tigri e di San Francesco Saverio
-e certe fotografie della Cattedrale e della missione tra i cocchi
-svettanti. Francobolli, lettere, fotografie, il nome di lui: Vico
-Verani: tutto m'è impresso nella memoria, come se visto da un'ora,
-anzi v'è impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante mi pare la
-realtà viva, e pallida fantasia mi sembra questo cielo e questo mare:
-cielo e mare di stagno fuso, limitato da una fascia di biacca verde: la
-costa del Malabar....
-
-Ancora una volta penso che i nostri sentimenti di fronte alle cose
-non sono che la magra fioritura di pochi semi deposti dal caso nel
-nostro povero cervello umano, nell'infanzia prima. Termina oggi il
-viaggio intrapreso a matita sull'atlante di vent'anni or sono, termina
-a bordo di questa tejera sobbalzante, una caravella panciuta, lunga
-trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia
-a vapore che sia stata inventata. Ma tutto questo è indicibilmente
-poetico e mi compensa della vuota eleganza dei grandi vapori moderni
-dalle cabine e dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi Impero
-e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo _hôtel_, dove è assente ogni
-poesia marinaresca, ogni senso della _cosa nuova_ e dell'_avventura_.
-Qui tutto è poetico, e la mia nostalgia può sognare d'essere ai tempi
-di Vasco De Gama, di navigare alle _Terrae Ignotae_, alle _Insulae non
-repertae_....
-
-Dormo in una cuccia dall'_oblock_ a telaietti come una finestra
-settecentesca. Scorpioni, blatte, termiti in abbondanza, ma in compenso
-ho intorno immagini e statuette di santi: da Nostra Signora del
-Soccorso a San Francesco Saverio: con strane preghiere in portoghese,
-per l'ora del naufragio....; e il legno della cabina sa di salmastro e
-di decrepitudine, e stride, di notte, al rodio ritmico dei tarli.
-
-Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante Goanese, e cinque monaci
-che ritornano a Goa dalle Missioni del Nord. Ho sperato subito di aver
-notizie del missionario sconosciuto:
-
-— Sì, vado a Goa per vedere il fratello d'un mio amico. Vico Verani,
-_Vielha Citade_...
-
-Ma i cinque monaci non sanno:
-
-— Noi siamo del Convento di Pandjim; Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco
-tutti i Monaci della Citade, le farò una presentazione per Padre
-Jacques della Chiesa di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale....
-
-Strani questi Monaci Goanesi dal volto angoloso e terreo, dal sorriso
-larghissimo, dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice incastonate
-sotto i sopraccigli enormi e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal
-clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso, nello sguardo, nel gesto,
-opposti in tutto alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti....
-
-
- 15 dicembre.
-
-Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce disparata abbiamo con noi!
-Pianoforti, macchine da scrivere, biciclette, balle di cotone a fiorami
-vivacissimi per le belle dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia,
-diviso in tre parti, una statua gigantesca di San Francesco Saverio,
-omaggio del vescovo di Bombay a non so quale convento portoghese, e
-un'infinità di sacchi pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati in
-tutti gli spazzaturai occidentali, frantumi a colori vivi, ricercati
-dai musaicisti goanesi che ne fanno pavimenti a disegni complicati, di
-bellissimo effetto.
-
-Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina, tra un casco di banani e una
-latta di conserve, ho trovato un libro: _Os Lisiades_, le _Lusiadi_
-il poema immortale di Camoens: un'edizione arcaica sucidissima, con
-in calce la _real alvaira_: la licenza dei superiori. Non conosco il
-portoghese e non mi giova ad avvicinarmi il poco spagnuolo che so, ma i
-versi sono così armoniosi, così perfette le rime che alla fine d'ogni
-strofe capisco esattamente ciò che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta,
-d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo, qualunque marinaio:
-il poema è popolare tra gli illetterati come da noi _Bertoldo_ o i
-_Reali di Francia_: con questa variante che il libro è tra i capolavori
-più completi che il Rinascimento abbia dato alla letteratura europea.
-È l'opera nazionale portoghese, quanto sopravvive, ohimè, di tutta
-la grandezza coloniale dei giorni splendidi. Non per nulla, e non
-indegnamente, Camoens fu detto il Tasso del Portogallo. Tutti gli
-elementi delle grandi epopee sono ricordati intorno alla figura
-dell'eroe: Vasco De Gama, e intorno alla sua gesta: la scoperta delle
-Indie Orientali. Eppure non so leggerlo senza un sorriso d'irriverenza.
-La figura dell'Ulisside portoghese è così grottesca, camuffata secondo
-l'ossessione classicheggiante del tempo: sembra di vedere gli stivali,
-il robone logoro d'un pirata medioevale spuntare sotto la corazza, il
-casco clipeato delle reminiscenze omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo
-Pagano e Cristiano presiede alle gesta. La Vergine Maria da una parte
-— una Vergine troppo paganeggiante — e Venere dall'altra — una Venere
-che sa di sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono a volta a
-volta l'eroe navigatore. Il poema s'apre con una bufera d'antico stile,
-quando Vasco De Gama piega il Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita,
-Venere lo protegge. Sbarco a Melinda, accoglienza del Re e della
-figlia, ed ospitalità generosa, a sdebitarsi della quale Vasco riassume
-in tre lunghi canti gli annali del Portogallo, le sue glorie passate
-e future; la filastrocca oratoria di tutti gli eroi antichi quando
-giungevano alla Reggia ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da Ines
-de Castro, e il quadro commovente della partenza di Vasco con la sua
-flotta, e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre. E tra queste
-reminiscenze omeriche e virgiliane Vasco giunge a Goa, la espugna,
-s'impossessa di tutta l'India e non dimentica con i vari Rahja un
-formale contratto di commercio, in belle ottave armoniose. I navigatori
-ritornano in patria trionfalmente e sono accolti in un'isola incantata,
-paradiso allegorico dove le ninfe di Teti, ferite da Venere, li
-compensano d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso Cristiano assistono
-plaudendo — che libro buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta
-accademica di questo giardino d'Armida.
-
-Che libro buffo! Ma pieno di bellezze, ed è certo il viatico poetico
-più adatto per il sognatore che naviga verso Goa leggendaria, il più
-adatto per ingannare le ore di torpore tropicale, resupini sul ponte,
-sotto la doppia tenda, nella monotonia d'un viaggio che sembra non
-dover finire più mai....
-
-Vasco De Gama: nome tra i più favolosi che io conosca: tanto che non
-riesco a vedere l'uomo fuori della favola, non lo so pensare vivo,
-mortale, su questo mare, sotto questo cielo che furono i suoi! E pure
-la sua flotta navigava forse queste acque quando ospitava a bordo, in
-gran pompa, il Negus complice ed alleato. E l'Imperatore d'Etiopia e
-il Capitano portoghese erano chini sulla carta a meditare un'impresa
-degna dei Ciclopi, una vendetta da semidei: deviare il corso del Nilo,
-costringerlo ad una nuova foce sul Mar Rosso, inaridire così tutta la
-valle del Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale; forse le navi
-di Vasco seguivano questo stesso solco, avevano d'innanzi questo stesso
-orizzonte, quando l'esploratore giunse un'ultima volta alla terra della
-sua gloria e del suo tormento, già vecchio, misconosciuto, agonizzante,
-e — turbandosi la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto improvviso
-— il morente impose coraggio alla ciurma allibita, gridando con voce
-ferma: Non temete! È il mare che trema d'innanzi a noi!
-
-
- 16 dicembre.
-
-Ohimè! il mare non trema d'innanzi a noi. Da tre giorni quadro
-invariabile. Cielo e mare di stagno fuso, con emerso qualche tratto
-nero: le pinne degli squali, con sempre all'orizzonte, unica traccia
-concreta, la fascia sottile ondulata di biacca verde: la costa del
-Malabar....
-
-
- 17 dicembre.
-
-Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia la terra. Il verde s'è
-innalzato come una cortina che si prolunga all'infinito. Sono i cocchi,
-gli alberi che regnano le coste di tutto il Malabar, di Ceylon, della
-Papuasia: compatti, monotoni, abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che
-l'alta marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe e di attinie. Sono i
-cocchi, la nota visiva dominante di queste contrade, le palme selvaggie
-che dànno al tropico quel suo profilo nostalgico. E non so come un mio
-compagno di viaggio li possa chiamare datteri, confonderli col dattero
-africano dal tronco a colonna, fatto di scaglia e di stoppa, dalle
-foglie di latta rigida, arido compagno del deserto e della piramide.
-Il cocco è l'amico della pagoda, il figlio dell'ombra umida e calda.
-I tronchi si profilano bianchi sulla compagine verde, obliqui, sottili
-come steli di gramigne favolose, lancianti a venti, a trenta metri nel
-cielo il razzo verde delle foglie espanse, gigantesche, ondeggianti con
-una grazia infinita sul tronco troppo gracile. Appoggiato al parapetto
-del ponte, col mento chiuso tra le mani guardo da un'ora quell'unico
-scenario di creature vegetali. La loro bellezza m'incanta....
-
-
- 17 dicembre, pomeriggio.
-
-E non immaginavo una città cristianissima sepolta sotto l'ombra
-selvaggia.
-
-Il Pedrillo ha risalito l'estuario della Mandavj, ci ha deposti
-sull'_imbarcadero_ malfermo della _Vielha Citade_, ed è ripartito
-in tutta fretta verso la Nova Citade, prima che la bassa marea lo
-paralizzi su queste rive.
-
-Da due ore m'aggiro per la più strana, la più triste delle città morte.
-L'Oriente è pieno di città che furono. Ma risalgono a millenni, nella
-notte delle origini buddiche e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso
-del tempo, della razza, della fede. La nostra malinconia ritrova
-invece a Goa lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi, chiese del
-Cinquecento e del Seicento: una vasta città che ricorda a volte una via
-di Roma barocca o una piazza dell'Umbria: una città che fu suntuosa
-e ricca, sorta per imposizione della croce e della spada, città che
-conteneva trecentomila abitanti ed ora ne conta trecento: tutti monaci
-o guardiani dei palazzi e delle chiese crollanti, testimoni indolenti
-che non ristorano una pietra, rassegnati all'opera implacabile del
-clima e della foresta. Per le cose come per gli uomini il tropico
-è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma e d'uragano i secoli
-contano per millenni. La città è vastissima, ma sono pochi gli edifici
-completi. Avanzo a caso, senza una mèta, senza una commendatizia,
-scortato da un monello vivace che m'interroga sulla mia scelta: —
-Palazzo dell'Inquisizione? Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale
-di Nostra Signora degli Elefanti? — E comincia a considerare il
-mio vagabondaggio trasognato con qualche inquietudine. Un edificio
-m'attira, un palazzo del Seicento, imponente, dalle grate panciute,
-dai balconi a volute aggraziate, recanti al centro, in corsivo, un
-monogramma o uno stemma padronale; e lo stemma è riprodotto in pietra
-sul vasto androne d'ingresso. Il cortile è circondato da un doppio
-loggiato barocco, a colonne spirali; ma il loggiato è crollato per una
-buona metà e s'apre sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico a
-caso, entro nella vasta dimora. Ohimè! Vedo il soffitto; e, attraverso
-il soffitto, larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico. Dei tre
-ripiani, delle fughe interminabili di sale e di corridoi, non resta
-più traccia, tutto è crollato, e il palazzo non è che una scatola, una
-topaja deserta, che serve di magazzino per le noci di cocco. In terra,
-fino a vari metri d'altezza, sono accumulati i grossi frutti chiomati
-che fanno pensare a piramidi di teste tronche. Esco all'aperto, mi
-siedo sotto il portico sopra un capitello infranto, mi disseto ad un
-cocco che il guardiano rompe e mi porge.
-
-— Di chi è il palazzo?
-
-— Dell'Abbazia.
-
-— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre?
-
-Il guardiano non comprende, mi guarda perplesso. Accenno allo stemma
-che traspare anche qui, sul selciato consunto. L'uomo non sa, fa un
-gesto d'indifferenza.
-
-— Chi può sapere? Un _conquistador_, nei tempi dei tempi....
-
-Ma quale _conquistador_? È mai possibile che tre secoli possano
-annientare a tal segno ogni memoria del nostro passaggio sulla terra?
-E la memoria di uomini possenti, di dominatori temuti ed invidiati che
-empirono il mondo delle loro gesta e del loro nome, che il loro nome
-imposero con la croce e con la spada, scolpirono in marmo ed in ferro
-sui loro palazzi magnifici. Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso Dequero? Un
-Manrico Tizzona? Forse ne ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti in
-qualche galleria europea, in una tela di Velasquez o di Van Dyck, uno
-di quei _conquistador_ mezzo mercanti, pirata, guerriero, esploratore
-che s'avanzano in tutta la pompa delle sete, delle piume, dei velluti,
-recando la consorte per mano, una pingue signora a riccioli simmetrici,
-sorridente nonostante il ferreo busto ad imbuto, la gorgiera crudele;
-e la prole segue in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata
-come i genitori, e un servo negro reca una scimmia sulla spalla
-e un pappagallo nell'una mano, sollevando con l'altra una cortina
-di velluto, e tra le due colonne appaiono le galee potentissime,
-d'innanzi al porto d'una città favolosa: Goa. Goa la Dourada, Regina
-dell'Oriente, orgoglio dei figli di Luso, quando sui dominii portoghesi
-il sole non tramontava mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno di
-veder Lisbona».
-
-Ancora una volta tocco l'ultimo limite della delusione, sconto la
-curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre
-morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia,
-dall'arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono
-come se non siano state mai!
-
-Strade interminabili, alternate di palazzi cadenti, vuoti come teschi,
-di verzura selvaggia sopravanzante alti muri massicci, di torrioni
-rivestiti di capillarie pendule, di liane gonfie, maculate come pitoni;
-e chiese, ruine religiose più tristi delle ruine profane. Sosto nella
-frescura ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto acuto, rimasta in
-piedi per prodigio, poichè sorretta da un solo muro superstite. La
-mia nostalgia s'illude per un attimo d'essere in una chiesa diroccata
-della Romagna o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie oscene — vero simbolo
-apocalittico di Satanasso — occupano il vano dell'abside, una frotta
-di pappagalli minuscoli corre sulle quattro ogive; non l'edera, non la
-lucertola amica animano la pietra morta, ma uno strano rampicante dai
-fiori sogghignanti, e i camaleonti diabolici, dagli occhi strabici....
-Dall'alto un cocco ha introdotto nella chiesa una foglia immensa e
-l'agita lento, proiettando in terra l'ombra di una mano che benedica.
-
-La malinconia della città morta è tutta nel contrasto di questo
-medioevo europeo, di questo passato nostro, sepolto sotto un cielo
-d'esilio, in una terra selvaggia.
-
-Non ho altra mèta, altra indicazione in questa solitudine di piante e
-di ruine che il nome di un italiano non conosciuto mai: e lo ripeto
-a tutti i rari passanti; ma nessuno sa indicarmi il suo convento. I
-conventi sono molti e passo dall'uno all'altro inutilmente; nessuno
-conosce Vico Verani e senza il suo nome religioso sarà difficile la
-ricerca; e non ricordo quel nome. Mi consigliano di rivolgermi alla
-Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica con tutti i registri....
-
-Affretto il passo, seguìto dal monello goanese che si interessa a
-quella ricerca con grandi esclamazioni grottesche, e agitar d'occhi
-e di braccia: una mimica eccessiva che rivela il rampollo di razza
-bastarda. Si arriva nel centro di Goa: solitudine, silenzio, morte
-anche qui. Formidabile come una fortezza il Palazzo della Santissima
-Inquisizione: inquisizione più spaventosa di quella europea, causa
-prima della decadenza d'un dominio coloniale che non ebbe l'eguale in
-grandezza.
-
-Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle Indie, moschea trasformata
-in tempio cristiano da San Francesco Saverio. Ed ecco la chiesa del
-Bom Jesù su di una piazza deserta, ombrata di palme. Visito la tomba
-del Santo, suntuoso mausoleo barocco di giada, di marmo, d'argento.
-Il corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato Vicerè delle Indie e
-Luogotenente generale; il vero governatore che giungeva dal Portogallo
-doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata, e ancora al
-principio del secolo XIX egli veniva in gran pompa a questa chiesa
-prima di prendere il suo posto: il rito voleva che ritornasse a
-colloquio con le sante reliquie, prima d'ogni decisione importante....
-
-Il monaco mi fa passare nelle sacrestie: attraversiamo un cortile
-interno, vasto e murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi, la
-malinconia secolare fanno uno strano contrasto con la verzura ed il
-cielo abbagliante. Si sale al primo piano; nella biblioteca sono
-presentato al Padre Superiore. Il monaco m'accoglie benevolo, fa
-togliere dagli scaffali tre, quattro registri di epoche diverse,
-sfoglia con rapidità accurata, appuntando sulla carta giallognola
-l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea. Nel silenzio considero
-quella tonsura grigia ed occhialuta, la persona massiccia nella tunica
-nera e bianca, e l'altro compagno silenzioso, scarno, irrigidito,
-addossato ad un planisferio antico recante a figure di belve e di
-selvaggi i confini portoghesi. E dietro le spalle del padre, dietro
-l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata, appare un cortile
-alberato dove una schiera di monelli indigeni, dai volti più foschi
-nel camice bianco, fanno esercizi ginnastici accompagnati da una specie
-di canto liturgico. Odore d'incenso putrido, di tabacco aromatico, di
-tempo e di santità, odore di fiori sconosciuti e di miasmi tropicali.
-Ho l'incubo. Guardo con impazienza ansiosa l'indice che scorre sul
-vasto registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai avrei pensato
-di tanto desiderare l'incontro d'un italiano, sia pure il fratello
-sconosciuto di un amico dimenticato.
-
-Il padre s'arresta, legge finalmente:
-
-— Padre Miguel, al secolo Vico Verani, convento di Santa Trinidad,
-insegnante di teologia dal 20 settembre 1884, ordinato nel 1891 e....
-
-Il padre alza il volto, mi fissa con occhi placidi:
-
-— È morto il 22 ottobre 1896.
-
-Un silenzio.
-
-— Si dura poco, sotto questi climi, caro signore.
-
-La solitudine mi par più completa, più vivo il desiderio di andarmene,
-ora che so di aver seguita la traccia d'un morto nella città morta. I
-monaci m'offrono ospitalità, insistono; ci sono dieci chilometri prima
-di arrivare a Pandjim, la Nova Citade dove posso trovare un albergo; la
-notte mi accoglierà a mezza via. Poco importa. M'accomiato; salgo su
-un trespolo a _zebu_, un veicolo che ricorda una bara o una bigoncia,
-dove il viaggiatore si adagia quasi supino, sollevando e abbassando
-sul volto una specie di paracuna. E si parte di gran corsa verso la Goa
-moderna.
-
-Goa moderna: ma sembra una città di provincia dei tempi andati, una
-capitale di qualche Republica dell'America Centrale, sul finire del
-secolo XVIII. Passo la mia sera nel modo più banale, pur di convincermi
-di vivere ancora, di essere sempre ai giorni nostri. Entro in un
-cinematografo. Passo in un caffè, tra questa folla numerosa, così
-diversa dalla corretta eleganza degli Inglesi e dalla grazia dignitosa
-degli Indu, folla di meticci portoghesi che si riprodussero come la
-gramigna sotto questo cielo, sopravvissero alle ruine, più tenaci
-della pietra, e che si chiamano pomposamente _Toupas_, cioè europei
-«che portano il cappello», ma che d'europeo non hanno più nulla, con
-quelle spalle gracili, le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso,
-dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la fronte depressa; e hanno
-atteggiamenti grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati,
-portano in giro sigari enormi e compagne languide, che sfoggiano i
-figurini di dieci anni or sono, il ritagliume che loro invia qualche
-fondo di magazzino europeo.
-
-Sorseggio un bicchierino d'_arach_, il liquore nazionale, il
-massimo commercio della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto
-che m'assorda e il fumo che m'accieca e mi soffoca, ricordo con
-qualche cartolina illustrata qualche amico d'Europa. E osservo che i
-francobolli recano ancora l'effige di Don Carlos; la florida ciera
-del monarca trucidato mi sorride sotto la correzione violenta a
-grossi caratteri neri: Republica. _Sic transit_. Non so perchè questo
-particolare chiude con un'ultima tristezza questa sosta portoghese,
-giornata malinconica tra le più malinconiche del mio pellegrinaggio.
-
-Esco dal caffè, passeggio pei giardini, m'allontano lungo il mare
-fin dove cessano i fanali a gas ed appaiono tutte le stelle del cielo
-tropicale, dominate dalla Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo
-caratteristico che fanno le foglie dei palmizi fruscanti tra loro, alla
-brezza marina. E tento di ricordare e di ripetere come una preghiera
-sulla tomba della città defunta un sonetto di De Heredia, per la patria
-lontana.
-
- _Morne Ville, jadis reine des Océans!_
- _Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres_
- _Et le nuage errant allonge seul des ombres_
- _Sur la rade où roulaient les galions géants._
-
- _Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,_
- _Tes murs désemparés çroulent en noir décombres_
- _Et, comme un glorieux collier de perles sombres_
- _Des boulets de Pointis montrent les trous béants._
-
- _Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,_
- _Au somnolent soleil d'un midi monotone,_
- _Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;_
-
- _Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,_
- _Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors_
- _Sous les palmier, au long frémissement des palmes._
-
-Più che nel tronfio accademico poema di Camoens, Goa «la Dourada» è
-chiusa in questo miracolo di quattordici versi!
-
-
-
-
-Un Natale a Ceylon.
-
-
- Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre.
-
-Lento martirio del risveglio sotto questi climi!
-
-La coscienza, intorpidita dall'atmosfera di serra calda, si ridesta
-penosamente come una ribalta che s'illumini a scatti successivi ed
-improvvisi; si direbbe che nel sonno essa abbia abbandonato il corpo,
-si sia involata verso la patria lontana e debba ora riguadagnare in
-pochi secondi la spaventosa distanza, ritrovarsi la via tra lobo e lobo
-del cervello; la ragione, invece, già vigile e desta, assiste a quel
-tormento, indaga, commenta, deride:
-
-«È vano che tu m'illuda, o vagabonda notturna! Sono a Ceylon; so
-d'essere a Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni risveglio un lembo
-di paesaggio ligure o canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo
-di mia madre.... So di sognare. Questo suono fioco di campane che tu
-fingi per ricordarmi la patria, imita assai bene il clangore natalizio
-quando la bufera di neve lo investe turbinando. Ma non è vero. Vero è
-soltanto il coro assordante e rauco dei pappagalli e delle scimmie sul
-tetto del mio _bungalow_. Fra pochi secondi mi sveglierò a Ceylon, nel
-mio rifugio solitario, in piena foresta tropicale....
-
-Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi bene aperti, vedo attraverso
-il velo bianco gli arredi della stanza, la figura di Patrick in piedi,
-che attende col vassoio del thè; sono ben desto; ma, attraverso il
-coro della foresta, continua il clangore fioco delle campane; scosto
-la zanzariera, balzo dal letto con tale sorpresa che il vecchio _boy_
-cingalese s'inquieta.
-
-— _What is the matter with you, Sir? _ — Niente, caro. Sto benissimo,
-ma che cosa è questo suono?
-
-— _Christmas!_ Il Natale! È la messa delle sei, alle Missioni di
-Kandy....
-
-Fin quassù giunge, nell'aria immobile, il suono di Kandy, lontana sei
-ore, in fondo alla valle....
-
-Patrick è cristiano. Benchè porti i radi capelli grigi avvolti in
-trecciuole sotto il pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè
-non abbia altra veste che il gonnellino muliebre a scacchi rossi ed
-azzurri, egli ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti contro
-i veleni, i cobra, i malefizi, uno scapulare di celluloide e una
-crocetta d'argento. È un puro ariano, dalla nobile faccia socratica
-che mi ricorda terribilmente un mio illustre insegnante di Università,
-tanto che ancora non riesco a vincere una certa esitanza, quando devo
-ordinargli di prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali....
-
-— _Christmas, Christmas!_ Sentite le campane?
-
-È Matthew, l'altro boy, che entra esultando, con tutti i suoi denti
-bianchi, abbaglianti nel bronzo del viso. È giovanissimo Matthew,
-ha vent'anni e parla sette lingue; è un buon cacciatore e un ottimo
-cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire e friggere il legno della
-_traveller-palm_ o cucinare la carne del pangolino squamoso o del
-vampiro-rossetta.
-
-Con questi due compagni e il guardiano del _bungalow_ — appena
-sufficienti in questi climi dove il lavoro è frazionato per età e
-per caste — abito da quasi un mese l'ultima _rest-house_ offerta al
-viaggiatore dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo, a Kandy, fra
-le gaie lusinghe degli _hôtels_ cosmopoliti, ho sciupato molto tempo
-e danaro (troppo danaro per un letterato entomologo, non lautamente
-munito dalle patrie lettere e dai patrii musei) e devo ai buoni uffici
-del Console d'Olanda presso il governo cingalese questo rifugio beato,
-favorevole più di ogni altro alle mie ricerche.
-
-È minuscola e modesta questa _rest-house_ sul Picco d'Adamo, e non
-m'inorgoglisce il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz, lo scorso
-anno, quando venne a Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè,
-la dimora non è imperiale! Ha una lindezza squallida di stazione
-ferroviaria e di casetta nipponica a un solo piano, come tutte le
-costruzioni dei tropici, circondata da una veranda a colonnette
-bianche, dal tetto ampiamente proteso; a sera si abbassa una grata
-a saracinesca che si chiude intorno premunendoci contro le visite
-dei felini. In Europa gli uomini mettono le tigri in gabbia, qui
-sono le tigri che costringono in gabbia gli uomini; non la tigre,
-veramente, che manca in queste foreste, ma il leopardo e la pantera
-nera cingalese, temibilissima. Le stanze sono disposte attorno a un
-cortiletto, un piccolo _patium_ centrale, e sono di una malinconia
-indescrivibile, in muratura bianca di calce fino a mezza parete, dalla
-metà in su in legno traforato a giorno e aperto, così, al minimo soffio
-ristoratore; v'entrano liberamente i piccoli alati della jungla, i
-passeri bengalini, con la fiducia incredibile che hanno per l'uomo gli
-animali dell'India....
-
-Una camera da letto d'una semplicità da certosino, una sala con qualche
-pretesa europea, una cucina e una vasta dispensa che ho adibita a
-laboratorio con le mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla casa un
-giardinetto derisorio, con un'aiuola triangolare dove il guardiano cura
-con grande amore alcuni grami gerani d'Europa, storditi dal clima e
-umiliati dalla flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge stamane
-il clangore remotissimo delle Missioni.
-
-E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in
-cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e
-importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia! Ed
-io mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si può illudere d'essere
-un Robinson e un cenobita buddista, ma non si può scomporre la nostra
-sostanza prima, la quale è non soltanto per ciò che è, ma per ciò che
-è stata; e non si eliminano dal mistero della nostra psiche millenni
-di evoluzione europea e venti secoli di cristianesimo.... La nostalgia,
-il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili
-all'ansia e al rimorso!
-
-Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per distrarmi al risveglio della
-foresta, delizia e meraviglia sempre nuova ai miei occhi europei. Seguo
-un sentiero appena tracciato nella densità del verde, ma per la prima
-volta questa natura paradisiaca m'appare ostile, inquietante come un
-paesaggio antidiluviano, sul quale debba profilarsi un pleosauro o un
-iguanodonte. Attraverso l'intrico della flora demente, dalla profondità
-delle valli, giunge ancora una volta il suono delle campane delle
-Missioni, poi tace e mai mi son sentito così solo, benchè Patrick e
-Matthew mi seguano recando il fucile, le reti, le pinze. Ma quest'oggi
-non uccideremo. È nato nella mia terra il fratello di Gautama: la Bontà
-Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna e culmina in un uomo, s'è
-«destata» un'altra volta in uno «svegliato».
-
-Avanziamo in questi stretti sentieri simili a corridoi nel verde,
-scavati dalle escursioni notturne degli elefanti selvaggi. Sono le
-otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense
-a quest'ora s'inghirlandano di vischio e d'agrifoglio, le finestre
-s'illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è
-mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole
-delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il
-tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale
-della terra, una quinta stagione senza nome ch'io chiamerei Euforia; la
-demenza beata che accompagna le agonie senza fine di certi consunti.
-In questo tepore eterno, mitigato nella sera e nella notte da un'ora
-di pioggia torrenziale, la flora raggiunge misure, linee, tinte
-incredibili; e questa bellezza e questa stagione che non mutano,
-aggiungono alla mia nostalgia d'oggi un altro sgomento fatto di
-pensieri indefinibili; le primavere, dunque, le estati, gli autunni,
-gli inverni immortalati nei capolavori della poesia, della pittura,
-della musica europea, non sono che il prodotto d'una latitudine —
-tristezza, relatività di tutte le cose, anche di quelle che veneriamo
-come divine, ed immortali — tristezza ancora più profonda al pensiero
-che questa terra perennemente verde non è che la sottile zona
-d'un'estate eterna che copriva, all'inizio, tutto il nostro globo —
-sgomento puerile, ma invincibile al pensiero che la nostra patria è
-già immersa nella curva della terra che si spegne, che l'inverno, la
-notte glaciale e nevosa che l'avvolge in questo mio chiaro mattino,
-è già l'imagine della notte glaciale eterna che s'avanzerà nei tempi
-e guadagnerà i tropici e raggiungerà fin su questa zona privilegiata
-l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda....
-
-Non è gaio il mio Natale, e la flora che mi circonda non è
-consolatrice, mi ricorda di continuo la spaventosa distanza dalla
-patria; l'illusione non è possibile nemmeno limitando lo sguardo in
-terra; il piede s'avanza ora fra muschi, licheni mostruosi simili a
-polipi o a masse madreporiche, ora passa sul tappeto cinerino della
-mimosa azzurra cingalese, e il passo lascia una strana impronta che
-s'allarga in pochi secondi, con la contrazione dolorosa del mollusco
-offeso. Ai lati, in alto, è il tripudio della flora vegetale e della
-flora vivente; strani insetti (_fasmidae_, _phillum_, ecc.) imitano i
-rami e le foglie, farfalle enormi abbagliano nel volo, come una brace
-verde e azzurra, e, posate, si chiudono in un grigiore di foglia morta;
-fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna, di porcellana candida
-o azzurra, fiori che nessuna parentela hanno con i nostri, foglie
-più belle dei fiori, a cuore, a calice, a scudo, lobate, dentate,
-frangiate, bianche venate d'azzurro e di rosso, rosse venate di bianco
-e di violetto, felci arboree agili come zampilli verdi, felci nane,
-capillarie fluttuanti nell'aria, come in fondo ad un acquario; e tutto
-è immutato, come ai tempi delle origini, quando non era l'uomo e non
-era il dolore....
-
-.... Le undici; il sole è quasi a picco; il paesaggio favoloso si
-scompone nelle lontananze verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi
-serpeggiano nell'aria che si dissolve tremando come l'acqua d'un
-rivo. Rientro nel _bungalow_. Ma sulla soglia Matthew che mi precede
-s'arresta con alte grida di paura e di giubilo:
-
-— _Cobra! Cobra! The best wish for you!_ Il migliore augurio per voi!
-
-Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata la speranza gioiosa in
-questo messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka: «ancora — sette —
-passi» lo chiamano i cingalesi, perchè, si dice, la vittima barcolla
-sette passi ancora, poi cade irrigidita. È certo tra i rettili più
-micidiali, ma la sua apparenza non è formidabile. Questo che m'accoglie
-nel mio giardino è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe volentieri
-se il _boy_ non gli balzasse intorno impaurendolo con le grida e con
-la rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi a mezzo il corpo
-con la gola gonfia, espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare
-dagli occhi rossi come rubini, dalla lingua bifida dardeggiante, gira
-intorno, su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle difese.
-
-Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda, s'allunga, dispare nel
-folto; sia grazie anche a lui in questo giorno di Natività....
-
-A tavola, solo. La saletta mi dà qualche illusione d'Europa, illusione
-che accresce, non mitiga la mia nostalgia. È singolare il contrasto
-fra la lindezza tropicale, le pareti bianche di calce, traforate a
-mezzo, fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa e vetusta dello
-scarso arredo che ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o di certi
-curati; quattro sedie in giunco, un divano esalante da troppe ferite
-l'anima di stoppa, una mensola Impero con sopra un pendolo Robert
-di qualche pregio, uno scaffale con una Bibbia enorme, alle pareti
-un'oleografia moderna dei Reali d'Inghilterra e due incisioni antiche:
-Amsterdam del secolo XVII; cose tolte a qualche vecchio _bungalow_ e
-giunte a Ceylon al tempo della dominazione olandese, quando i mercanti
-fiamminghi giungevano all'isola favolosa, non anco ben definita sugli
-atlanti, dopo un anno d'avventure su velieri mal fidi, circumnavigando
-l'Africa e l'India....
-
-Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi, vigilando ogni mio
-gesto con quello zelo devoto che è la grande virtù dei servi indiani
-e la meraviglia di tutti i viaggiatori. Matthew ha posto in mezzo al
-tavolo, dentro una latta per conserve, un fascio enorme d'orchidee,
-raccolte nella gita di stamane, e un piatto di manghi enormi. Mi sono
-avvezzo agli strani frutti che si spaccano offrendo una polpa gelida,
-mantecata come un sorbetto, odorosa di muschio e di creosoto; strani
-frutti che si direbbero preparati da un confettiere, da un profumiere
-e da un farmacista. E da un orefice si direbbero ideate le orchidee
-che ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata di mica,
-gole fantastiche e sogghignanti di draghi nipponici, petali gibbuti,
-cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti come le tinte intravviste
-nei toraci aperti delle bestie macellate; il fascino dà l'incubo della
-peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana emana un odore fetido
-insostenibile. Faccio allontanare il mazzo favoloso che a quest'ora,
-in una sala europea, sarebbe omaggio non indegno d'una principessa,
-e quanto volentieri lo cambierei con un ramo natalizio di agrifoglio
-spinoso a bacche rosse o con un ciuffo di vischio perlato!
-
-Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della siesta tropicale sulla sedia a
-sdraio, e l'ora del silenzio favorevole alla vista dei bengalini.
-
-I passeri minuscoli, rossi o verdognoli spruzzati di bianco irrompono
-in fretta da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano a volo,
-rientrano; il mio braccio bruscamente proteso per prendere un libro, li
-inquieta, irrompono in cucina, ritornano impauriti dallo sfaccendare
-dei boys, turbinano due volte nella sala da pranzo, si dispongono nei
-trafori delle pareti, in attesa; alcuni, più audaci, considerano che
-non mi decido ad andarmene, scendono, si posano sulla spalliera delle
-sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le briciole della colazione,
-e ad uno ad uno scendono tutti, saltellano con un pigolio sommesso,
-ormai fiduciosi nell'uomo vestito di bianco. Avanzo un braccio, getto
-un giornale per vedere fino a qual segno giunga la loro audacia, e i
-piccoli temerari si scostano appena.
-
-Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda col tic-tac
-del vecchio Robert che ha segnato le ore di tante vite in esilio,
-s'accorda col canto in sordina dei _boys_.
-
-Patrick e Matthew non sfaccendano più.
-
-Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono e cantano. Il loro
-sogno indolente si traduce per sè stesso, attraverso i denti chiusi, in
-una musica sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento delle cose,
-parafrasi della solitudine e dell'esilio, del caldo e del silenzio...
-
-
-
-
-Da Ceylon a Madura.
-
-
- A bordo del _Bangalore_, 3 gennaio 1913.
-
-E anche l'isola abbagliante diventa un ricordo, cade nel passato.
-Tutti sono sul ponte a dirle addio. Turisti londinesi che fanno sino
-a Colombo la loro corsa di due mesi, mercanti olandesi e belgi di
-cannella e di perle, tamili che ritornano in India dopo il lavoro
-annuale nelle piantagioni cingalesi di thè e di caffè, tutti sono
-sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante e con un diverso
-rimpianto; la nave lascia il porto, già beccheggiando al primo
-corruccio del largo.
-
-E l'isola si vela d'improvviso, quasi per troncare la malinconia degli
-addii. Dal Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto è avvolto
-in pochi secondi da una cortina di nubi tondeggianti, cupe e concrete
-come se scolpite nel marmo livido, mentre il cielo intorno e sul nostro
-capo resta azzurro e tranquillo; nella cornice fosca, simile all'ovale
-di nubi artificiose di certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano,
-s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo scenario interno s'accende
-di un riverbero sanguigno, profilando in nero i palmizi scapigliati;
-un'acquata torrenziale, ignota ai nostri climi, appare di lungi,
-riga il centro del quadro di striature oblique di cristallo; un rombo
-indescrivibile accompagna l'uragano equatoriale, simile all'orchestra
-di mille gonghi formidabili.
-
-La nave s'allontana nel sereno, ma il mare è agitato. L'onda freme di
-continuo in questo Stretto di Manaar che, per fortuna, attraverseremo
-in una notte soltanto. E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo a
-Tuticorin, la città più meridionale dell'Industan.
-
-
- 4 gennaio.
-
-È l'alba, ma la terra non è in vista. Il mare è furente.
-
-Immune, per mia fortuna, dal mal di mare, ma stordito dalla notte
-insonne, dolente per le cinghie di sicurezza, sono disteso nella mia
-cabina, e sento i lagni dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali
-e il rombo dell'elica, che a tratti turbina nel vuoto. Poi anche
-l'elica tace; la nave s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il
-_Bangalore_ «ha stoppato» — mi spiega un ufficiale della British India,
-che s'ostina a parlarmi italiano, — perchè si attende il rimorchio. —
-Siamo nell'Arcipelago perlifero, tra banchi malfidi, non conosciuti che
-dai pescatori indigeni.
-
-È il mare che dà le più belle perle del mondo; lo pensavo diverso,
-ricco di bagliori e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma; sembra,
-invece, un mare nordico o meglio un oceano primordiale, quando
-l'acque ed i continenti non avevano ben divisi ancora i loro confini;
-l'orizzonte sembra di stagno fuso, agitato non dal vento, ma dalla
-corrente che pulsa e ripulsa nei bassifondi e qua e là spumeggia
-e ribolle come se sconvolta dalla mole colossale di un mostro
-sottomarino; il cielo afoso e torbido, dal quale il sole proietta
-i suoi raggi a fasci disuguali, accresce l'illusione malinconica
-di oceano antidiluviano. Veramente si aspetta di veder emergere il
-dorso immane, l'alto collo serpentino, la piccola testa vorace d'un
-Itiosauro. Biancheggiano all'orizzonte, circondate di spume più
-furiose, le isolette che collegano Ceylon alla parte meridionale
-dell'Industan: così vicine e regolari che, a bassa marea, servono per
-l'emigrazione degli elefanti sul continente. Formano per gli Indu
-il _Ponte di Rama_, quello che servì all'eroe vedico per irrompere
-dall'India all'isola dov'era la Principessa captiva; e formano per i
-cristiani l'_Adam's Bridge_: il ponte d'Adamo, che fu passato dal primo
-uomo piangente, cacciato con la sua compagna dalle valli incantate
-dell'Eden...
-
-La nave ancorata su queste acque ribollenti e ripulsanti, s'agita in un
-beccheggio impaziente.
-
-E il rimorchiatore non giunge.
-
-
- Tuticorin, 5 gennaio.
-
-Siamo approdati a Tuticorin in una specie di chiatta a vapore sulla
-quale ci hanno sbalzati ad uno ad uno, come balle di mercanzia,
-cogliendo l'attimo in cui l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del
-piroscafo.
-
-Tuticorin è la città famosa delle perle. Ma da tre anni la pesca è
-proibita dall'Inghilterra. Si depredavano i banchi perliferi senza
-metodo e senza tregua. Le valve aperte e gettate in una speranza mille
-volte delusa, formano bassifondi alti quindici, venti metri, tracciano
-nuove spiagge, modificano, nei secoli, il profilo del litorale.
-
-E nella città delle perle, naturalmente, non troviamo una perla.
-Quelle che ci mostrano i mercanti girovaghi, troppo grosse e perfette,
-troppo nivee nella palma color di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere
-fabbricate da un impresario tedesco in una vetreria di Calcutta o di
-Bombay. Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati, che si cedono
-con regolare contratto e garanzia consolare, hanno prezzi favolosi e
-non sono bellissime. La merce migliore è interdetta al viaggiatore, e
-incettata per i grandi mercati di Londra e di Amsterdam.
-
-Degno di nota il sobborgo degli intagliatori, raffinatissimi, per
-abilità ereditaria di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio e la
-madreperla: scolpiscono, cesellano elefanti, amuleti, idoletti secondo
-il modello immutabile nei millennii; un cieco ha intagliato sulla
-zanna intera di un elefante tutta la leggenda di Rama; e gli episodi
-si svolgono a spirale, in gruppi non privi di vivezza e di grazia, con
-un'arte che ricorda i nostri primitivi.
-
-Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci ancora in queste ferrovie
-indiane che hanno un fascino esotico indefinibile; grandi carrozzoni
-quasi quadri, a doppio tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese
-stride con l'esotismo dei _panka_ che pendono come immensi ventagli,
-alternati ai ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle targhe,
-delle _réclames_ in inglese, tamilo, arabo, cingalese, con i fiori
-strani delle mense del _dininge-car_, gli strani servi in camice
-bianco, scalzi e silenziosi e pure imponenti come sultani. Si viaggia
-verso Madura, «il cuore di Brama», chè così gli indigeni chiamano
-tutta questa parte meridionale dell'Industan formata dai tre stati di
-Travancore, Madura, Tanjore, dove il bramanesimo è intatto, immune
-dall'islamismo che ha dilagato nel Nord e nel centro dell'India e
-dal buddismo che impera nell'isola di Ceylon. Riconosco la città di
-Madura subito, da lontano, per il profilo ben noto delle sue piramidi
-tronche, che s'innalzano sul verdeggiare dei palmizi. Le immaginavo
-d'oro le alte _gopuram_ di Brama; sono invece d'un color rosso sangue;
-e l'oro non appare che quando si è più vicini, alternato all'azzurro
-e al verde, a sottolineare le figure delle quali le immense moli sono
-coperte. Quando scendiamo alla stazione è troppo tardi per raggiungere
-il Tempio. Il giorno tramonta; il cielo s'arrossa per un istante
-e le stelle si accendono tutte insieme sullo scenario che annera
-d'improvviso, come una ribalta spenta.
-
-
- Madura, 6 gennaio.
-
-E in questa terra di Brama siamo ospitati dalle Missioni Belga dei
-_Charmelitains déchaussés_, presentati da una lettera del vescovo di
-Bombay. Mancano alberghi a Madura; quello della stazione è inabitabile
-per il servizio quasi indiano, il rombo e il fischio dei treni, il
-clamore dei pellegrini.
-
-Mi sveglio invece in questa camera linda, aperta sopra un giardino
-tranquillo. Non è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra le aiuole
-ben pettinate, dove le rose bengali s'alternano con ortaggi europei,
-tanto che in questo mattino di gennaio ho l'illusione di passeggiare
-in un giardino canavesano, nelle nostre più belle giornate estive;
-ma una frotta di pappagalli verdi, una farfalla troppo ampia e troppo
-abbagliante, inconciliabile col nostro cielo, mi ricorda il tropico, mi
-dà l'incubo, quasi, dell'estate sempiterna. Giunge di lontano un suono
-discorde e assiduo di tam-tam, di gonghi, di pifferi, che sovrasta il
-suono delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia che mi parla di
-misteri paurosi e d'idolatria.
-
-— L'idolatria! — dice il missionario che m'accompagna, una figura
-ancora giovane di fiammingo indurito a tutte le fatiche e a tutte
-le prove — l'idolatria è la piaga insanabile di questi popoli. La
-loro stessa letteratura sacra, che contiene capolavori di filosofia
-edificante, ottima preparazione a ricevere la luce del cristianesimo, è
-ignota a questa gente, ignota ai loro stessi sacerdoti specializzati,
-per eredità di casta, in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu vuole
-l'idolo. E siamo costretti a rivelare i simboli cristiani nella forma
-più concreta: l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo, disciplina morale,
-cosa astratta non ha presa su questi spiriti, avvezzi al loro Olimpo
-dravidico popolato da migliaia di dei. Sono anime docili, pronte
-alla fede, ma una fede eretica che li fa appaiare sui loro altari la
-Trinità di Brama alla Trinità di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine,
-Mara a Satanasso. E Satana non è per loro il Male, ma una potenza
-terribile, quasi rispettabile, certo da ossequiare più della divinità,
-da placare con doni e ghirlande. Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti
-l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa e Parvati, come un _avatar_,
-un'incarnazione di più. È forse più facile illuminare un Niam-Niam che
-questi cervelli ottenebrati da un'idolatria tre volte millenaria...
-
-Passiamo nella Chiesa. La Messa volge al termine e la folla è al
-completo; devoti che assistono genuflessi, quasi carponi, con un
-raccoglimento ignoto fra noi. Ma vedo che le navate sono divise in tre
-reparti in muratura: divisione di casta, senza la quale i devoti si
-rifiuterebbero d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione evangelica
-potrà mai indurre un indiano ad accostare un indiano di rango diverso;
-e accettano il paradiso promesso, ma a patto di suddivisioni di casta
-ben definite.
-
-E il missionario mi fa notare sul collo bronzeo delle devote genuflesse
-i più strani amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti, _lingam_ fallici
-alternati a scapolari, crocette, medagliette di santi.
-
-M'avvio verso la città per un viale alberato di _baniam_ colossali
-che formano come una galleria di tronchi e di radici aeree. E fra i
-tronchi, ad intervalli, sono tempietti, tabernacoli d'un arcaismo
-remotissimo, che contengono idoli minuscoli, orridi e grotteschi,
-simili a feti sculpiti in metallo od in pietra; e grosse inferriate li
-custodiscono come se fossero belve feroci. Alternati ai tempietti noto
-certi alti scranni in granito, perchè le donne che passano sotto anfore
-enormi, fasci pesanti, possano deporre il carico e riprenderlo senza
-aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza aborigena di bassa casta,
-bramini dalla pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli, ma dignitosi
-nella loro nudità completa, con non altro ornamento che la cordicella
-sacra simbolo battesimale d'alta casta, e il monogramma di Visnu, il
-tridente disegnato sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente di Visnu
-che vedo dipinto sulle pareti delle case, sul tronco degli alberi,
-sulla fronte spaziosa degli elefanti.
-
-Madura è la città sacra del bramanesimo, mèta di pellegrinaggi senza
-fine, luogo d'adorazione continua, dove la vita e la realtà non
-servono che alla contemplazione e alla preghiera. La città contiene
-quasi più templi che case, più sacerdoti che cittadini. La grande
-pagoda a Siva e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce» è per sè sola
-una città e un labirinto. Come tutti i templi bramini, non consiste
-in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni chiuse in cortili
-concentrici, in recinti sempre più vasti, ed ogni recinto è sormontato
-da due _gopuram_, le cuspidi che innalzano a ottanta metri nel cielo il
-simbolismo pazzesco delle loro sculture. Nei cortili sono le abitazioni
-per i bramini d'alta casta, le piscine per le abluzioni dei fedeli,
-statue, idoli colossali, mercati coperti, tutto quanto concorre alla
-vita materiale e morale d'un popolo in adorazione.
-
-Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene, lungo una larga via
-fiancheggiata di case a veranda che ricorderebbero le costruzioni di
-Roma provinciale se le colonne classiche non fossero sostituite dalla
-colonna indiana, quadra, dal capitello a testa elefantina, a mostri
-sogghignanti. La via giunge fin sotto la prima piramide, prosegue
-dentro il tempio, ampia e popolata, attraverso un arco ciclopico che
-s'apre nella piramide stessa; e la città profana continua nella città
-sacra. Passo dalla luce abbagliante nella penombra religiosa, m'addosso
-alla parete di granito, per orizzontarmi, e sento che il granito
-palpita e cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso decrepito che
-sembra scolpito nella pietra stessa del tempio, la sua proboscide
-mi sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente; un altro è
-sdraiato e profila l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando il bel
-mezzo della via, deviando il traffico e il transito dei devoti; tre
-elefanti novelli, minuscoli ancora, passano al trotto, con tinnito di
-sonagli, una mucca _zebu_ s'avanza incerta ammusando gli erbaggi, i
-frutti offerti dai fedeli; mucche ed elefanti di questo recinto sono
-animali sacri, addetti a cortei religiosi, idoli viventi del tempio di
-Madura, e non si gettano come vili nemmeno i loro escrementi. Incombe
-su tutto il tempio un senso d'idolatria che mi fa pensare al feticismo
-dell'Africa più nera e non alle divine speculazioni dei Veda. Passa
-il corteo di Parvati, un rito che si ripete due volte al giorno,
-portando in giro l'immagine della moglie di Siva, in visitazione a
-tutti i tabernacoli del sacro recinto; il feticcio, pupattola d'oro
-massiccio, dalla vita sottile, dai seni turgidi, dagli occhi tondi
-d'onice incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata, appare, dispare
-attraverso le cortine della ricca portantina. Accompagna la scena
-un rombo di tam-tam, uno stridìo discorde di trombe e di pifferi,
-incutendo nell'anima del forestiero un senso di paurosa diffidenza,
-di ripugnanza, come un mistero tetro e grottesco. Ovunque nel tempio
-famoso è la profusione di tesori e l'incuria più laida.
-
-M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, passo dall'ombra alla
-penombra, alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali costrutte
-a blocchi monolitici di quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati a
-formare un soffitto titanico che ricorda l'Egitto faraonico. Sotto la
-_gopuram_ centrale le colonne si moltiplicano, si perdono nell'ombra,
-come tronchi centenari in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la chiara
-luce del tramonto, ma qui è la notte completa costellata da un'infinità
-di lampade votive che disegnano, senza illuminarle, le colonne, le
-cancellate sacre, gli idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere
-a poco a poco la folla di carne, di pietra, di metallo. Veramente non
-pensavo di trovare così intatta l'India favolosa, le forme imparate a
-conoscere fin dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono deluso
-invece nella mia attesa filosofica, nel mio amore per la più grande
-religione che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento di dover
-nascere, di dover morire.
-
-È questa la terra di Brama? Di Brama «l'ineffabile, colui che non
-dobbiamo nominare, se vogliamo che sia presente?» Ma qui il nome divino
-è feticismo immondo, praticato da un popolo forsennato che ha ridotto
-le speculazioni astratte ad un simbolismo pazzesco; un popolo che adora
-questi simboli e li ignora, un popolo che si genuflette, grida, invoca
-e non sa chi, non sa che cosa.
-
-M'avanzo nella penombra, sempre fra le colonne infinite, sotto le
-vòlte piatte e sono guidato da due indigeni che sollevano le fiaccole
-resinose; e le pareti s'illuminano un poco, e appaiono strane divinità,
-sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, come belve da custodire;
-e Ganesa, il Dio della saggezza che appare più frequente, con tutti
-i suoi congiunti a testa elefantina; o una divinità innominata dal
-corpo di mucca e dalla testa femminile: e il corpo bovino e gibboso,
-è imitato fedelmente sul modello degli zebu indigeni, e il volto
-femminile è scolpito sul tipo indiano, con gioielli alla fronte,
-agli orecchi, al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera
-convulsa. Le fiaccole sollevate in alto turbano il sonno dei grandi
-pipistrelli-vampiro ed è uno squittire di sorci impauriti, un turbinare
-di ale silenziose che ci ventano in volto come grandi lembi di seta
-nera.
-
-Si esce all'aperto, nel cortile centrale. E alla luce del tramonto
-appare la grande piscina del tempio, un rettangolo di cento metri
-di lunghezza, chiuso ai quattro lati da scalee di marmo, circondato
-da colonne leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio pompeiano.
-Dopo l'ombra tetra e le fiaccole gialle e gli idoli spaventosi,
-l'anima si ristora in riva a quest'acqua cristallina, liscia come
-uno specchio, dove il cielo riflette con un nitore preciso le nubi
-sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le prime stelle della notte
-che giunge. Intorno, vicine e lontane, s'alzano le _gopuram_, le
-cuspidi che dominano Madura, da tutte le parti. E prima del tramonto
-voglio salire sui fianchi della _gopuram_ d'ingresso, vedere vicine,
-palpare le sculture famose. Non c'è spazio che non sia stato scolpito
-a fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo così audace che le
-figure sembrano gesticolare, staccarsi, precipitare verso il profano
-per farlo a pezzi con le loro venti braccia armate di scimitarra, con
-le loro coorti di tigri, di serpenti che salgono alla sommità dove
-la cuspide tronca sfida il cielo con venti lancie disuguali. È tutta
-una teogonia simbolica, una personificazione delle forze della Natura
-che lo spirito induista ha diviso, suddiviso con un'analisi tragica
-e grottesca che suscita lo spavento ed il sorriso. Dal fianco di
-questa _gopuram_ si domina la città e la campagna, dove altre pagode
-s'innalzano sull'ondeggiare verde vivo dei cocchi; e molte pagode sono
-chiese cristiane: chiese costrutte nello stile Indu, e che sono più
-antiche delle nostre più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo
-fu predicato in questa parte dell'India da San Tommaso, e le Missioni
-seguirono le Missioni, indisturbate nei secoli, bene accolte dagli
-stessi sacerdoti, in questa terra indulgente per tutti i culti, purchè
-si adori, purchè si creda....
-
-Qui dunque, si pronunciava il nome di Cristo quando l'Europa era ancora
-pagana! È un pensiero che dà quasi uno sgomento d'esotismo estremo,
-di lontananza misteriosa nello spazio e nei secoli. È un pensiero che
-sembra inconciliabile con questa piramide popolata di eroi e di mostri
-che danno la scalata al cielo di fiamma. E nel cielo che s'arrossa
-turbinano falangi di corvi e di pappagalli che ritornano ai loro nidi
-sospesi tra le sculture di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo dei
-pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda lo stridìo dell'orchestra
-che giunge dal basso del Tempio, da tutti i templi vicini e lontani:
-tam-tam rombanti, pifferi striduli che parlano di furore selvaggio e
-d'idolatria....
-
-
-
-
-La danza d'una “Devadasis„.
-
-
- Madras, 9 gennaio.
-
-Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla
-danza d'una _Devadasis_: una bajadera d'alta casta, ospite in una
-famiglia indiana tra le più ligie al passato e le meno accessibili alla
-curiosità del forestiero.
-
-Una _bajadera_: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una
-serie d'immagini assolutamente false: complici i libri d'avventura,
-le oleografie, i melodrammi, l'operetta. Bajadera, odalisca, uri,
-ecc. Una di quelle signore, insomma, di quelle signore d'Oriente,
-preferibilmente bruna, ma se occorre, se il soprano ha una bella
-chioma ossigenata, anche biondissima, da vestirsi «all'orientale» con
-quell'unico costume che la prima donna adatta serenamente a Thais e
-a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, vale a dire: due coppe gemmate,
-ottime per l'assenza e la presenza eccessiva, una guaina qualsiasi di
-tulle stretta alle reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello e
-sotto due gambe insolentemente europee, calzate di seta rosa e di due
-trampoluti stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare a questo figurino
-e bisogna sopratutto rinunciare al preconcetto che una bajadera non sia
-una signora per bene.
-
-Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina,
-vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere
-che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere
-che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. È facile
-comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s'affini in una
-Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, l'arte della
-voce e della maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, commentare
-insuperabilmente i capolavori della poesia indiana.
-
-Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa
-non ha bisogno d'imparare le lingue sacre: il _sanscrito_, il _pali_,
-le sono famigliari sin dall'infanzia; le strofe dei _Pouranas_, i poemi
-storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi
-si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole
-ad un ritmo di canto e di poesia, i begli occhi tenebrosi si sono
-appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa
-architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e
-di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie
-e nei cortei. Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, essa limita
-l'orizzonte dell'universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte
-mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima
-s'accrescono esclusivamente di religiosità. Essa è nata e vive nella
-favola mistica. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei _la viva
-scultura del tempio_.
-
-Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere
-raccolto da un protettore di stirpe nobile, un _nabab_ che sarà legato
-a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Costui deve
-dotare la bajadera di un patrimonio cospicuo, riconoscerla, beneficarla
-nell'eredità, subito dopo la moglie e prima dei figli, obbligarsi ad
-una offerta annua verso il tempio. Questo legame non esclude, anzi
-inizia da parte della bajadera un tenor di vita che a noi parrebbe
-della più spudorata infedeltà. Poichè da quel giorno essa è addetta
-al culto di Ramba-Devi, la Venere del Paradiso d'Indra, attende a
-cerimonie non descrivibili, ed è offerta dal sacerdote a tutti quei
-devoti — d'alta casta — che pagano un obolo adeguato, il quale obolo
-non va alla Devadasis, ma al tesoro del tempio....
-
-Ohimè! A questo punto un occidentale non si ritrova più e pensa
-che nel suo paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa di tal
-fatta corrispondono ad una nomenclatura assai meno arcana e meno
-rispettabile.
-
-Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel
-tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali
-consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. Il
-bramino non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva, nè arrossiva il
-pagano che giungeva in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo al tempio
-famoso. È risaputa l'identità di origine dei greci e degli indiani, la
-parentela che unisce la teogonia bramina alla teogonia ellenica. Ora
-Ramba-Devi, col suo Eros dal volto fosco, armato non di strali, ma di
-serpenti cobra, è la Venere del paradiso di Indra, la sorella certa
-della Venere greca che sopravvive nella terra di Brama mentre l'altra
-si è dileguata per sempre dinanzi all'avvento della nemica: la Vergine
-Madre.
-
-Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione dello spirito, negazione
-della carne, non possiamo comprendere un culto erotico; tutta la nostra
-intima essenza foggiata secondo una morale due volte millenaria,
-sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire dalla notte dei tempi la
-sorella dell'antica avversaria.
-
-Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, nè definirla.
-Bisognerebbe aggiungere all'attrice somma, alla mima insuperabile,
-all'erudita, alla cultrice di poesia, la figura della sacerdotessa
-invasata, della menade folle.
-
-Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia.
-
- *
-
-Non ridere e non sorridere — non rifiutare la ghirlanda di gelsomini
-al collo e la essenza di rose alle mani — non tendere la mano al
-padrone di casa — non lodare al padrone di casa la bellezza della
-figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor Faraglia ci espone tutto
-un decalogo contro ogni possibile sconvenienza, mentre si viaggia
-nella notte illune su carrozzelle indigene trascinate da zebù, i
-minuscoli, agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata, dalle corna
-lunghe e ricurve, dipinte in oro. Siamo una quindicina d'europei.
-Si viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras, sotto la vòlta dei
-cocchi eccelsi che disegnano sul cielo nero il profilo più nero delle
-foglie frangiate; in alto, in basso, uno spolverìo, un tremolìo di
-stelle e di lucciole, un profumo acuto di fiori ignoti, un sentore
-di terra non nostra, abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria
-di questa notte invernale l'afa pesante delle nostre più calde notti
-d'agosto. Una palizzata: si entra in un giardino preceduti da due servi
-che illuminano i viali con un gran fanale — un fanale ad acetilene!
-—; appaiono le foglie strane, a cuore, a lancia, a colori vivaci, la
-vegetazione di zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne malefica,
-l'intreccio delle radici e dei rami serpentini; un giardino indiano il
-quale non si distingue dalla _jungla_ che per le piante moderate dalle
-cesoie e per i viali sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a disegni
-geometrici che i giardinieri pazienti rinnovano ogni giorno. In fondo
-la casa, che non si direbbe in verità la dimora d'un indu molte volte
-milionario; un edificio basso, imbiancato a calce, a verande spioventi,
-a colonnati in legno, un'architettura che ricorderebbe una nostra
-stazione di provincia se non le facessero cornice i flabelli verdi
-delle palme-palmira, gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti
-nell'atrio, abbeverati con nostra gran meraviglia di _champagne_ e
-_whisky and soda_ che il padrone di casa ha fatto venire, con delicata
-ironia, dalla città lontana per dissetare gli impuri con le loro
-impure bevande: il padrone di casa che non accetterebbe da noi un
-bicchier d'acqua e collocherà certo in disparte, per altri europei,
-i calici dove abbiamo bevuto. Davvero non credevo di trovare l'India
-così intatta. Fuori delle grandi metropoli è Brama dovunque, Brama
-che domina come duemila, come quattromila anni or sono. Il padrone di
-casa, un indu sulla cinquantina, ci viene incontro seguito dal figlio,
-s'inchinano entrambi con le due mani alla fronte. Non sono vestiti
-che di un _panio_ alle reni, ma traspare da tutta la persona ignuda
-una nobiltà che impone assai più dell'irreprensibile sparato degli
-alti funzionari europei. S'informano benevolmente sui casi nostri,
-non disdegnano qualche cortese parola inglese, sorridono, mostrando
-i denti abbaglianti fra le labbra rosse, le barbe bidivise e ricurve,
-ma gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili. Il figlio
-ci offre alcuni fogli stampati in caratteri _industani_, dove con
-gentile previdenza è stata.... dattilografata a tergo la traduzione del
-programma sacro.
-
-Un servo ci versa l'essenza di rose sulle mani e sugli abiti, da
-certe lunghe ampolle d'argento cesellato, ci passa al collo le
-ghirlande di fiori intrecciate a fili e pagliuzze d'oro, come quelle
-dei nostri abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza favolosa ed è
-invece l'omaggio più frequente e più diffuso in tutta l'India, anche
-nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti quasi esclusivamente
-europei: delicata poetica usanza; ma certo questi lunghi _boa_ di
-grosse magnoliacce odorose se stanno bene al collo d'una _miss_, fanno
-sorridere sullo _smoking_ di un _gentleman_: danno, per esempio, al
-panciuto roseo, lucente console d'Olanda, non so che aspetto muliebre
-di suocera in caricatura....
-
-Attraversiamo il giardino per andare al teatro: è tardi. I padroni non
-ci seguono: perchè? Perchè, mi spiega Faraglia, è la terza sera che
-la bajadera si produce, ed è la sera riservata a tutte le caste, anche
-le caste con le quali un bramino non può avere contatto. Capisco, per
-questo siamo stati ammessi. È molto lusinghiero per noi!
-
-Questi indù — quelli veri, ligi al passato, immuni da anglomania —
-hanno l'arte d'opporre alla tracotanza europea un orgoglio ben più
-fiero ed implacabile, dissimulato da tutta l'etichetta della più
-cordiale urbanità.
-
-Il teatro, in fondo al grande giardino, è una semplice, vasta tettoia,
-sostenuta dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici, come da snelle
-colonne vegetali. Da tronco a tronco la diramazione del gas acetilene
-— anche qui! — intreccia nell'aria i suoi serpentelli di stagno. Molte
-panche zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine, molte stuoie
-in terra ed intorno: una povertà primitiva che ricorda non un edificio
-destinato a una bajadera pagata mille rupie (1600 lire) per sera, ma
-una tettoia magazzino per legnami o cereali.
-
-La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche
-che ci furono destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi, a pochi passi,
-la danzatrice famosa. M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece
-è la più vestita tra questa folla seminuda; ed è certo più vestita di
-una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza
-alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume
-singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti,
-che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola,
-dalle spalle alle mani è uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme
-autentici, poichè così è prescritto dalla regola monastica, tutto un
-tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo
-del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon;
-e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto la
-maschera del volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto! Non ho più
-potuto distoglierne lo sguardo. In una razza dove tutti: uomini, donne,
-vecchi, bambini, sembrano scelti da una giuria artistica, passati
-e corretti in un istituto di bellezza, si può comprendere a quale
-prodigio d'armonia impeccabile giunga una bajadera, un esemplare che è
-il prodotto d'una selezione millenaria. E quel volto sarebbe in verità
-troppo bello, troppo grandi gli occhi, piccola la bocca, regolare
-il profilo, troppo simile a certe miniature indiane che credevo di
-maniera, se la maschera perfetta non fosse agitata, scomposta dai
-sentimenti dell'anima in tempesta. Il gioco mimico è così espressivo
-che io temo per qualche secondo che la donna sia furente contro di
-noi. Ma non è furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce viepiù,
-contrae la bella bocca, dilata le narici vibranti, increspa i vasti
-sopraccigli.... È il volto di un'agonizzante, contratto da una visione
-spaventosa.
-
-Forse — ho letto sul programma l'intreccio dei vari brani cantati e
-mimati — la Devadasis ci rivela lo spasimo della Maharajna agonizzante
-che è portata nella sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e vede
-la morte avanzarsi e teme di non giungere in tempo alle acque
-purificatrici.
-
-La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede con un ritmo prestabilito,
-seguendo la musica e le strofe. Alcuni musici infatti — io non li
-avevo nè visti nè uditi, tanto mi aveva preso il gioco di lei —
-stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari; enormi
-mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi
-oblunghi che agitano febbrilmente scuotendone una pietra interna. Ma
-l'insieme di quell'orchestra formidabile è lieve come un ronzìo, come
-un aliare di libellule e di falene. Nessuno canta, ma tutti, musici
-e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la
-bajadera ripete per conto suo, come per rammentarsi o per intesa.
-Ma più nulla si sente, più nulla si vede che la maschera ovale, il
-sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro
-fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come se scolpiti
-in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona,
-far parte a sè come un'evocazione spiritica; e spettrali veramente
-sembrano le mani, come quelle che apparivano volanti nelle leggende
-bibliche e scrivevano sui muri la condanna dei tiranni. Le mani di
-questa Devadasis, all'estremità delle braccia immobili, s'agitano con
-un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra
-sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi fu detto — un officio
-importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie.
-La sdegnosa povertà dell'allestimento teatrale di Shakespeare; il
-cartellino con _the forest, the king's house_; la foresta, la casa del
-re, è abolito, e le cose sono disegnate dall'arte digitale di due belle
-mani; disegnate nell'aria, ma restano impresse negli occhi di questi
-spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all'artista; sulla
-misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange,
-il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell'arte, non
-può naturalmente godere dell'incantesimo, come non mi è dato di capire
-una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a
-rivelarmi che in quell'istante, la regina agonizzante giunge sulla riva
-del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l'ansia, si trasmutano
-in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia
-ineffabile. La morente rivive, invoca l'Eros dell'Olimpo bramano in una
-strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua
-europea, e la mimica si esprime con un'intensità che dà il brivido:
-brivido d'amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo
-rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell'esistenza, è
-giunta nel regno dell'impossibile: il non essere più; la grazia le è
-stata concessa nell'amplesso del Dio. Ancora una volta noto nell'arte
-indiana, letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare l'amore e
-la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non
-essere nati o essendo nati ritornare al non essere....
-
-Il pubblico, un pubblico di forse mille spettatori, ha seguito ogni
-sillaba, ogni moto della Devadasis con un'attenzione sconosciuta nei
-nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è
-religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della
-loro poesia. Poesia! Io penso ad una qualche attrice nostra che
-comparisse dinanzi al nostro pubblico e avesse la crudeltà inaudita
-di infliggergli un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro pubblico il
-quale — confessiamolo una buona volta — s'annoia mortalmente a sentir
-sillabare, sia pure da dicitori sommi, il non remotissimo Dante. Ora
-è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattro mila anni or
-sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante
-di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi
-nello stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione che non è
-letteratura, ma sentimento artistico, ereditario, che confina, si fonde
-con la fede più intensa. Arte e fede espresse dalla stessa armonia, una
-felicità che noi occidentali non conosceremo forse mai!
-
- *
-
-Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto,
-si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le
-siamo intorno rispettosamente, per osservarla, ma sul suo volto è la
-completa assenza spirituale; è cessata la musica e la fiamma e si ha
-veramente l'impressione di accostarsi ad una lampada spenta, ad uno
-stromento che ha finito di vibrare.
-
-Poichè il dottor Faraglia — l'unico che conosca l'_industani_ — le
-rivolge un complimento sulla sua arte, la donna tarda a comprendere,
-poi sorride, si copre il volto con l'avambraccio alzato, come
-un'educanda, alla quale un temerario dica cose inaudite: un gesto
-spontaneo di sincero pudore, che sbigottisce in una sacerdotessa di tal
-fatta. Io, che non so l'industani, le accenno alla gota sinistra che
-mi sembra tumefatta. Essa porta l'indice e il pollice alle labbra, ne
-toglie un bolo vermiglio, che mi porge affabilmente.
-
-— Betel!
-
-Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta il bolo alla bocca,
-passandolo dall'una all'altra guancia, battendovi sopra le due mani,
-per gioco, con un malvezzo di bimba screanzata.
-
-— Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi.
-Le domandi in quanti anni potrei sapere il _sanscrito_, il _pali_, il
-_giaïna_....
-
-La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita
-ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena improba. E penso che
-superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili,
-resterei estraneo all'essenza prima dei testi sacri. Mi divide da essi
-una barriera più insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso,
-la fede opposta. L'occidentale, che ritorna in India, non riconosce più
-la sua cuna.
-
-So bene, questi Indu sono ariani del nostro ceppo, fratelli nostri, ma
-fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci
-dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio.
-
-
-
-
-Le caste infrangibili.
-
-
- Madras, gennaio.
-
-«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India tutta: l'islamismo insorto
-sarà la miccia più sicura attraverso la potenza britanna». Nelle sfere
-politiche inglesi si pensa seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere
-non poco sul possibile pericolo indiano. I maomettani dell'India
-ignorano la Turchia; il loro stesso islamismo è travisato dai secoli e
-dall'ambiente; la loro patria lontana è l'Inghilterra: Londra — e non
-Costantinopoli — è la capitale dei loro sogni e delle loro ambizioni.
-
-Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi di Simla alle foreste di
-Colombo, interrogate un _nativo_ qualunque: maomettano, bramino, parsi,
-buddista, di qualunque casta e di qualunque cultura: il facchino che vi
-porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita, il filosofo incontrato
-nei musei, interrogatelo d'improvviso: «E voi, di che paese siete?».
-L'altro vi guarderà meravigliato e vi risponderà subito: «_I am
-English!_», con la stessa vivacità un po' risentita con la quale io
-e voi risponderemmo: «Sono italiano». L'indiano non dubita d'essere
-un inglese. L'anglomania è una delle sue debolezze ben note. Non
-per nulla la figura più buffa del teatro parsi è Katiba, una specie
-di bellimbusto, che si spaccia per baronetto londinese, mentre ha
-avuto i natali a Oodeypore, da un lenone maomettano. Per anglomania
-lo studente dell'Università di Bombay, di Calcutta si dà a _sports_
-nordici, intollerabili sotto il tropico, frena il suo gesto vivace,
-riduce la loquacità istintiva del suo dire alla più corretta freddezza;
-e se v'invita a prendere il thè, nella sua gaia stanza universitaria
-cercherete invano alle pareti i testi indiani: Avagoka e Kabir sono
-sostituiti da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi, stringendovi la
-mano colla sua mano color di bronzo, non mancherà di raccomandarvi
-la poca confidenza coi _nativi_.... Per anglomania le figlie e le
-mogli del Maharaja s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il volto,
-implorando dal marito o dal genitore — premio supremo — una _season_
-a Londra; una _season_ a Londra con tutte le delizie della vanità
-esasperata: i ricevimenti a Corte, l'amicizia con mogli di lords e di
-baroni, i trafiletti mondani, le istantanee compiacenti a lato del
-Re e della Regina; istantanee e trafiletti da rimbalzare su tutti i
-giornali di Bombay, Madras, Calcutta. Per anglomania — e il probabile
-titolo di baronetto — i banchieri maomettani e _parsi_ si quotano per
-uno, due milioni di _rupie_ sulla lista d'un erigendo ospedale inglese.
-L'India è inglese, vuole essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni
-indiano, intellettuale o analfabeta che sia, l'idea d'una patria
-lontana e necessaria, lassù, in Europa, nella curva nebbiosa della
-terra, una patria che è il cervello e il cuore del mondo.
-
- *
-
-S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai da un atavismo due volte
-secolare, un altro elemento importantissimo che forma la debolezza
-organica dell'India: le _caste_ nelle quali l'India è divisa e
-che fanno di essa un colosso dove ogni vertebra è infranta. Che,
-altrimenti, non si potrebbe concepire la mansuetudine dell'impero
-sconfinato — più d'un quarto dell'Asia tutta — e che l'Inghilterra
-tinge del suo colore sulla carta immensa delle sue colonie. Ma se
-l'India dovesse colorirsi secondo le caste presenterebbe il più minuto
-mosaico. Dall'ultimo censimento inglese risultarono più di quindicimila
-caste nel solo Rayputana, la regione settentrionale dove l'influenza
-inglese ha maggiormente cancellato le consuetudini locali. Negli Stati
-bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto come nei secoli andati,
-le caste sono infinite, divise e suddivise, ostili fra loro, conservate
-con rigidità millenaria. Due cose sono care all'indiano: l'Inghilterra
-e la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco importa l'India, purchè
-sia salva la fede». — «Declina la fede....» — «Purchè sia salva la
-casta....». È il dialogo approssimativo con ogni bramino ben pensante.
-Per casta — è risaputo — s'intende la sanzione legale e religiosa delle
-disuguaglianze sociali, elevata a dogma attraverso i secoli. L'origine
-delle caste — per quanto i bramini le pretendano istituite dagli
-Dei in persona — va cercata nella diversità di razza e di mestiere;
-quando i popoli ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja nelle
-pianure dell'India, lottarono con gli aborigeni che — vinti — ebbero
-il titolo di Dasyon (_impuri_), mentre l'appellativo di _puri_: Sudra,
-fu privilegio dei vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono
-le prime caste rivali ed avverse: la casta sacerdotale coi Bramini,
-la guerriera con i Kehatryas; poi la casta dei mercanti con i Vaisyo,
-suddivisi in infinite corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak,
-ecc...., la casta degli agricoltori, dei pescatori, ecc.... Le caste,
-sotto questo aspetto, avrebbero dunque qualche analogia con le nostre
-_guilde_ antiche, le nostre corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio
-evo nostro, anche ai tempi più feroci, non offre un parallelo adeguato
-con la barbarie insensata delle caste indiane.
-
-L'europeo sbarcato da poco sbigottisce ad ogni istante. Nelle belle
-vie delle grandi capitali, sotto il riverbero delle lunule elettriche,
-la folla indiana s'avanza con uno sguardo ed un passo che non è
-soltanto preoccupato dai tram e dalle automobili. Che ha mai questa
-gente? Obbedisce a un ordine coreografico o teme il contagio di
-qualche epidemia? È semplicemente preoccupata di mantenere le distanze
-prescritte dal diagramma delle caste indiane. Quattro passi tra un
-bramino e un soldato, due tra un soldato e un contadino, tre tra un
-contadino e un paria, ecc.... Prima della dominazione inglese il paria
-non poteva comparire nel campo visivo d'un bramino o costui aveva
-facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo. Perchè l'ombra del paria
-lascia una macchia sul passante, il quale non se ne può lavare che
-con un rito specialissimo. Il paria è il rifiuto dei rifiuti, non può
-piangere i suoi morti, non leggere i testi sacri, non pronunciare il
-nome di Brama; l'antiche leggi indiane non fanno cenno di punizione
-per chi ne libera la terra. All'altro estremo sta il Bramino, «il
-quale, per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste e lascia vivere
-gli uomini per pura generosità». Tra questi due estremi le caste si
-dividono e suddividono all'infinito. Il viaggiatore europeo vede il
-suo fedelissimo _boy_ fermarsi sulla soglia d'un rivenditore di libri
-antichi, quasi impedito da una parete invisibile: «Il _bookseller_
-è di casta _nakari_: io sono _kardy_, non posso entrare.... Dovrei
-pagare dieci rupie al _priest_ per rientrare nella mia casta...». E
-siete costretto ad attraversare, solo, il cortile e la piazza con dieci
-chili di libri e il vostro servo costernato non può venirvi in aiuto
-prima del limite prefisso. Ogni servo, poi, è specializzato in una
-sola occupazione casalinga: quella permessa dalla sua casta; le altre
-incombenze sono _immonde_; di qui la necessità di una servitù dieci
-volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci volte ridotti. La
-vita d'un indiano è preoccupata, per quattro quinti, dalla paura di
-«macchiarsi», di «uscire di casta». E questo fanatismo è inestirpabile,
-sopravvive anche alla conversione religiosa. Mi raccontava un
-missionario anglicano di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare
-o di bere con il prete che li ha convertiti. Più buffo è il caso dei
-nobili soldati Nair che alle prese con prigionieri di casta inferiore
-li circondano con i fucili spianati, ma non possono agguantarli,
-per paura di macchiarsi le mani. Più buffo ancora è lo zelo degli
-onesti discendenti delle antiche corporazioni di malfattori, i quali
-fanno petizioni al Governo inglese per riavere il nome di casta che
-li distingueva nei tempi gloriosi e sono gelosissimi di appellativi
-come questi: «_Cacciatore di naufraghi_». — «_Jena del Dekkan_». —
-«_Sciacallo del viaggiatore_», ecc...., e gli uni guardano gli altri
-con infinito disprezzo, secondo che sono discendenti di ladri di terra
-o di mare, di assassini di pianura o di monte. Il fanatismo grottesco,
-incredibile, non s'attenua, anzi si fa più intenso nelle classi elevate
-ed abbienti dove il bisogno e la fame non impongono transazioni
-di sorta. Così v'incontrate ad una serata del Governatore, con un
-giovanotto affabilissimo, architetto laureato all'Università di Bombay.
-Egli vi parla dell'architettura indiana con una grazia che v'incanta.
-Per gusto di reazione gli chiedete che cosa pensi del Partenone,
-dell'Abbazia di Westminster. Non risponde. Parlate ancora; gli dite che
-sareste ben lieto, se il destino lo portasse in Europa, di fargli da
-cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza la parola il suo voltafaccia
-improvviso, tra quel silenzio speciale che distingue una _gaffe_. «....
-Ma non sapete che l'Ingegnere è cugino in sesto grado col Maharayalo
-del Travancore, Razza Lunare, capite, discendente da Rama; razza che
-non ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla sotto pena di uscire
-di casta. Parlare dell'Europa all'Ingegnere è come mettere in dubbio
-i suoi titoli di nobiltà. Una sconvenienza imperdonabile!» Ohimè!
-Perdonabilissima. Chi poteva immaginare un pronipote di Rama in quel
-signore in marsina e monocolo? Chi poteva fiutare il sangue _lunare_ in
-quelle sembianze semplicemente lunatiche?...
-
-Episodi che si prestano alla celia. Ma non sorridete più se pensate che
-la tradizione di casta chiude milioni e milioni d'uomini, li asserva
-nella cerchia illusoria e pure infrangibile come un malefizio. Si
-tratta, in realtà, di un tragico millenario fenomeno di suggestione.
-Oggi, dopo tanti evi, la casta non si discute; si nasce dominati o
-dominatori come si nasce maschi o femmine, biondi o bruni. La casta è
-fatale come il destino.
-
-Contro questa follia a nulla vale l'avveduta forza colonizzatrice
-degl'inglesi, l'illuminata parola degl'intellettuali indiani, a nulla
-valse la riforma di Gotamo. Il buddismo — reazione necessaria a tanta
-barbarie — passò sull'India senza lasciar traccia, ed è confinato ora a
-Ceylon e nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi più che mai; e la
-casta s'estende a tutti: maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani,
-poichè per mimetismo d'opportunità bisogna conformarsi all'ambiente,
-e le chiese cristiane sono divise in riparti numerosi e ben distinti,
-senza di che i fedeli non interverrebbero alla Messa....
-
-Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto dall'europeo crea una
-casta che oscilla in potenza secondo la floridezza dell'industria
-(the, cannella, pelli, indaco, ecc.): si direbbe che l'umanità,
-in India, non possa aggrupparsi che così, per misteriose tendenze
-etniche dell'ambiente, come certe sostanze non possono aggrupparsi
-che in cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo e l'India non
-pensa e non può ribellarsi. È risaputa la risposta dei bramini a
-gl'intellettuali innovatori: «Poco importa essere oppressi. Pur che la
-casta avversa lo sia più di noi!».
-
-Nemmeno è necessario il categorico: _Divide et impera!_
-
-
-
-
-I tesori di Golconda.
-
-
- Haiderabat, 14 gennaio.
-
-In due giorni di corsa vertiginosa la Central India Railway mi
-ha portato dalla costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India
-Indù all'India Maomettana. Tutto è mutato. Non più la freschezza
-dei palmizii e delle felci arboree, ma i cacti spettrali, le agavi
-dall'immenso fiore centenario, le euforbie a candelabro che sembrano
-reggere sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna del cielo.
-Non si vedono più le bellezze di bronzo dal seno e dal volto
-ignudo, ma le donne maomettane rigidamente velate; non capigliature
-profetiche di asceti bramini e buddisti, ma turbanti di seta gialla,
-gridellina, celeste, barbe imbiondite all'_henné_, grandi brache
-e grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura leggiera dei
-_bungalows_ anglo-indiani o la linea acuta delle pagode, ma le moschee
-e i minareti, i cubi candidi delle case maomettane, le finestrette ad
-ogiva multipla, difese da grate mirabili, fatte con una sola lastra di
-marmo sottile lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato traforo
-un albero con fiori e con frutti, una danzatrice, due paoni che si
-dissetano ad una vasca.
-
-Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di fiamma! Davvero non
-m'aspettavo una capitale così grande, così bella, così gaia in mezzo
-all'infinita desolazione dell'Industan; Haiderabat ben mussulmana,
-ma immune dalla decrepitudine sucida che distingue le altre capitali
-dell'Islam; e intatta come ai tempi di _Mille e una notte_, senza
-traccia di decadenza e senza traccia d'invasione europea! Se io fossi
-un sovrano di passaggio crederei davvero che questa folla si sia
-vestita nei suoi costumi dei tempi andati e si atteggi in parata per
-farmi onore, non già che essa viva della sua vita quotidiana.
-
-La vita quotidiana è fatta di necessità. Ora questa gente non fa
-nulla di necessario. Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano le
-più deliziose cose inutili: gioielli, sete, velluti, vasi d'argento
-e di bronzo, babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e gemmate, veli
-tinti pur ora e tesi ad asciugare al vento, leggeri come la nube che si
-sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; profumi, essenze contenute
-in alti vasi suggellati o in barattoli dalla forma singolare, segnati
-di lettere cabalistiche. E fiori, fiori in abbondanza, piramidi di
-magnolie, di ibischi, di rose decapitate che i mercanti vendono a
-peso, come i frutti, e che la folla infilza per via, improvvisando
-la ghirlanda quotidiana più necessaria del pane; strana folla che
-vive di colori, di profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo lontani
-da Bombay, da Calcutta, dalle grandi città della costa, dove già si
-sovrappone ed impera la nostra pratica attività occidentale!
-
-L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un regno vasto tre
-volte l'Italia — l'illusione di un'esistenza indipendente. Ma quale
-indipendenza può godere uno stato continentale, custodito intorno da
-una cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio d'un esercito
-sterminato! Il Nizzam, sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati,
-l'Inghilterra manda sacchi di grano e che la carestia — endemica
-ormai in questa zona sempre più riarsa — si farebbe sentire ogni anno
-senza l'illimitata generosità dei custodi accerchiati. E Haiderabat
-vive nella sua favola millenaria, intatta come dieci secoli or sono,
-bella di tutte le eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, da
-Persepoli, da Bisanzio.
-
-Rientro nell'albergo abbagliato dalla troppa luce e dai troppi
-colori, umiliato da questa folla elegante tra la quale la mia figura
-occidentale in casco e gambali deve passare come il fantasma d'un
-mendicante. E cerco tra le commendatizie quella più importante: una
-lettera di presentazione a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro del
-Nizzam. Poichè non sono venuto qui per Haiderabat, la città viva, ma
-per Golconda la città morta che dorme a pochi chilometri di distanza e
-della quale non si possono varcare le mura senza uno speciale permesso.
-
-— Il primo ministro — mi fa osservare l'albergatore — è via con tutta
-la famiglia, ha seguìto il Nizzam a Londra....
-
-— A....?
-
-— A Londra, per la _season_ — mi riconferma l'uomo sbigottito della mia
-ignoranza — potrete presentare la lettera ad altri della Corte....
-
-Mentre si parla, un servo mi porge la carta d'un commensale che siede
-all'altra estremità della sala semibuia. Un professore di Monaco.
-
-Mi presenta la sua signora, mi parla subito con entusiasmo del nostro
-Re. Speravo gli fosse dettato dalla bellezza della mia patria, non
-fosse che attraverso la divina esaltazione di Goethe, ma il professore
-non ha mai visitato l'Italia, non ha mai letto Goethe, ignora le Elegie
-romane, e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re della più Grande
-Italia, non vede che il signor di Savoia, uno dei primi collezionisti
-del mondo e suo collega invidiatissimo in numismatica.
-
-Sono scandalizzato. Ma il professore è più scandalizzato di me quando
-s'accorge ch'io ignoro l'alto valore numismatico del mio Sovrano e
-non so rispondergli a quale volume sia giunto il _Corpus Nummorum
-Italicorum_, l'opera colossale che egli sta compilando.
-
-— Io sono qui da cinque mesi, con la mia signora, per ricerche che
-possono interessare voi italiani: ho trovato due zecchini e un mezzo
-zecchino con l'effige del doge Ludovico Manin. La repubblica veneta,
-nei secoli andati, commerciava col centro dell'India meridionale,
-quando questa era sconosciuta al resto d'Europa....
-
-Affido al professore la commendatizia e nel pomeriggio stesso
-giunge dinanzi all'atrio dell'Hotel una strana vettura di Corte, una
-_victoria_ antiquata a grandi molle ovali, con a cassetta due cocchieri
-in turbante giallo e due staffieri ai lati, agitanti sui cavalli
-un lungo scacciamosche dorato: equipaggio strano fatto di vecchiume
-occidentale e di fasto orientale. È incredibile lo sfoggio di servitù
-che si ostenta nelle città indiane. Nessuna persona rispettabile può
-uscir sola, ma deve avere in ogni sua minima passeggiata un seguito di
-servi, di devoti, di clienti; primo dovere d'un signore verso l'ospite
-bene accetto si è di mettergli al fianco due seguaci, perchè gli
-facciano largo tra la folla, gridando alto il suo nome.
-
-Prendiamo posto in vettura, attraversiamo tutta Haiderabat tra case
-candide, sotto un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi neri, di
-pappagalli verdi, di colombi tinti artificialmente a colori vivaci.
-_Strada di Golconda_ è scritto in cinque, sei lingue sull'estremo
-sobborgo della città. Golconda! Quella che fu per tanti secoli la
-meraviglia dell'Asia, la città dei diamanti favolosi e delle regine
-sanguinarie, Golconda favoleggiata nei romanzi d'amore e d'avventura
-dei secoli andati, Golconda la grande guerriera e la grande voluttuosa,
-della quale recavano novelle incerte gli esploratori e i mercanti
-fiamminghi e veneziani. Come già per Tebe, per Micene, per tutte le
-città defunte troppo magnificate dalla favola, mi preparo ad essere
-deluso; so che andiamo verso un fantasma. Ma non sono deluso. La strada
-stessa che si percorre è degna d'un grande passato. Sotto il cielo
-ceruleo e fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie, si stende in
-giro, fino all'ultimo orizzonte, un paesaggio che dà la sofferenza e la
-voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre, fatto di pietra livida
-qua e là corrosa, qua e là dominata da certi cumuli di enormi macigni,
-curvi, lisci, simili ad otri giganteschi o a dorsi di pachidermi e
-di cetacei; sembra di percorrere una pianura selenica e veramente la
-natura ha fatto qui, con la pietra morta, uno scenario più fantastico
-delle vive foreste del Malabar. Via via che si avanza i macigni si
-fanno più frequenti e più colossali, si accatastano in piramidi di
-cento metri, arieggiano il profilo di colline inverosimili, qua e là
-traforati di spazi luminosi, come nei cumuli delle trincee. Esclusa,
-per evidenza geografica, la supposizione di massi erratici, non so
-davvero come i geologi possano spiegare l'accatastarsi dei macigni in
-questa pianura immensa; la leggenda indù li vuole caduti dal cielo;
-afferma che essi sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le dita del
-Creatore e che egli arrotolò per gioco e precipitò sulla Terra. Certo
-il gusto dell'inverosimile, del fantastico, del colossale che domina
-nell'architettura indiana ha trovato in questa natura ciclopica i suoi
-modelli e le sue fondamenta.
-
-Golconda! Al di là d'un gran fiume asciutto s'innalza il fantasma
-della città morta, con le sue mura ciclopiche, livide come il macigno
-circostante, merlate e traforate con arte singolare. Attraversiamo
-il letto del fiume; nel mezzo, in qualche pozza d'acqua superstite,
-una schiera d'elefanti lavoratori tenta invano il bagno quotidiano; i
-poveri pachidermi aspirano l'acqua con la proboscide e se ne irrorano
-i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta, ai piedi delle mura
-ciclopiche. Il genio guerresco ha trovata qui la collaborazione della
-natura, nè si può distinguere dove l'opera di questa finisca e cominci
-lo sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni di cinquanta metri,
-rivestendoli di ammattonato, gettando dall'uno all'altro vòlte e
-terrapieni, unendoli con grate grosse come un braccio umano, armate di
-uncini difensori. Veramente Golconda doveva nascondere tesori favolosi
-se i Sultani pensarono a cingerla d'una difesa tanto formidabile. Si
-sale lungo la fortezza principale, un macigno multiplo che domina
-tutta la città morta ed è costrutto a gradi decrescenti, coronati
-alla sommità da un ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in tanta
-desolazione e ricordano lo schema della commedia dantesca. Intorno sono
-macchine guerresche; cannoni arcaici, i quali attestano che la morte
-della città non è remotissima; Golconda fioriva ancora nella metà del
-settecento, quando era di moda in Europa il _racconto d'avventure,
-le roman merveilleux_, quando vi giunse profuga Madama Angot per
-tentare con la sua bellezza occidentale le stanche voglie dei sultani
-decrepiti.
-
-Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante della pescivendola
-parigina mi perseguita mentre il professore mi commenta le vicende
-epiche e i monumenti famosi.
-
-— Quella moschea immensa è la Mecca, così chiamata, perchè è una copia
-esatta del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur volle riprodotto
-nella sua città; quella che innalza i suoi minareti sul più alto
-contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido» perchè destinata alla
-preghiera disperata, quando i nemici avessero già invase le mura....
-
-— Ma come si poteva espugnare una città come questa?
-
-— Fu espugnata. Troppo si parlava delle ricchezze di Golconda.
-Aurangseb, imperatore di Delhi, le mosse guerra nel 1787 e l'espugnò
-nel 1790. La città fu saccheggiata, il popolo passato a fil di spada,
-ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata la vita del Sultano.
-Bisognava strappargli il segreto ch'egli solo conosceva, sapere da lui
-il luogo dov'erano scomparse, durante l'assedio, le gemme favolose e
-i tesori dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri del Tibet, perle di
-Ceylon, diamanti di Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di Bavacan:
-si parlava di gemme profuse ad altezza d'uomo, in grotte sconosciute,
-murate con gli scheletri degli ultimi guardiani, per suggellare il
-silenzio. Il Sultano solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad
-Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu sottoposto alle più raffinate
-torture; uno stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo di medici
-doveva ravvivarlo quando stava per agonizzare. Tutto fu vano; egli
-esalò l'anima improvvisamente, portando nell'eternità il mistero dei
-tesori accumulati....
-
-Si sale lungo la fortezza, tra le moschee decrepite e i cannoni
-interrati a metà nella polvere. Si passa tra le ruine degli antichi
-palazzi, espugnati da poco più di un secolo e più distrutti che avanzi
-millenarii. Dalla sommità del forte si domina tutta Golconda; le mura
-ciclopiche e sinuose vanno da macigno a macigno, ancora formidabili,
-ancora intatte, ma vane ormai, poichè più nulla hanno da custodire, e
-nella vastissima cerchia tutto è rottame, pietra, polvere, morte. Alla
-morte è destinato il paradiso minuscolo che s'innalza alla sommità
-della fortezza. La riverenza indiana per le cose funebri mantiene
-miracolosamente verdeggiante questo cimitero dove sono le tombe di
-tutta la dinastia di Golconda, dal sultano Ibraim al sultano Abdul
-Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati alla bella mussulmana Chanah-Shah,
-strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a caratteri bianchi, ornate
-ognuna d'un porticato ad ogive e di quattro minareti minuscoli dalle
-cupole d'oro; intorno è una vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi,
-palme nane, con certe aiuole di fiori malaticci, tenuti in vita
-dall'acqua che i devoti portano a secchia a secchia, dai pozzi lontani,
-come per gli incendi. Non è descrivibile l'infinita tristezza di questo
-cimitero esotico, campo della morte nella città della morte....
-
-Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata dalla figura della
-pescivendola avventuriera. È veramente esistita quella che la leggenda
-chiama Madama Angot e fa pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli, a
-Golconda?
-
- Illustre pescivendola — era Madama Angot.
- Nel regno di Golconda — un giorno capitò;
- il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così
- che a cinquecento mogli — lei sola preferì....
-
-Ohimè, la sua tomba non è qui, tra queste sultane. Essa ritornò a
-Parigi, carica di quattrini e di gioielli, a godervi i ben meritati
-riposi.... Quali favolosi racconti doveva fare delle sue avventure e
-dei suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine, nelle veglie
-della sua vecchiaia venerabile!
-
-Madama Angot.... È veramente esistita? In quest'ora, tra queste
-mura la sua gaia figura è più viva che mai, serve a consolare d'ogni
-troppo leopardiana tristezza. Dinanzi alle ruine troppo riverite è
-consigliabile l'irriverenza. Meglio schernire la fatalità che preme
-uomini e cose, canticchiando le strofe d'un melodramma giocoso....
-
-
-
-
-L'Impero dei Gran Mogol.
-
-
- 24 gennaio 1913.
-
-Il distacco tra l'India braminica e l'India islamitica si fa più
-intenso via via che si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam
-prediliga in ogni parte del mondo le terre desolate, i deserti e le
-steppe; anche in India occupa l'immensa parte centrale e settentrionale
-e può servire a delineare i confini delle provincie riarse. Perchè è un
-preconcetto oleografico, una leggenda da libri d'avventura che l'India
-sia coperta da una vegetazione meravigliosa. Le foreste tropicali,
-dense, decorative come scenari da melodramma, occupano soltanto la
-costa del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti Nir-Ghirli, le valli
-dell'Imalaya. Ma dove cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie
-periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan e le pianure del nord, domina
-la magra vegetazione dell'Islam: scompaiono il cocco ed il banano,
-svelti compagni delle pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso
-cimiteriale, compagni delle moschee e dei minareti.
-
-Si viaggia da due giorni in queste ferrovie che chiudono in una rete
-fitta tutto l'Impero immenso, e che gareggiano con quelle americane
-in velocità vertiginosa. Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta
-invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso della terra e il gracidìo
-dei corvi sono la nota visiva e auditiva di queste contrade) che
-durante la stagione delle pioggie rinverdisce in campi di riso e di
-miglio, è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le palme-palmira,
-gracilissime, s'innalzano nell'azzurro del cielo come caricature di
-palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito abbagliante:
-all'orizzonte, sulla zona sanguigna, passano, come ombre cinesi,
-mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano la linea grandi cacti
-a candelabro, tinti in rosso da una parte, dalla polvere sollevata
-dal vento della steppa, e alla sommità d'ogni fusto è appollaiato
-un avvoltoio meditabondo che al rombo del treno appena si degna di
-protendere il capo calvo sul collo serpentino o di distendere una delle
-immense ali macabre. Mandre di bufali e di zebù sollevano, voltano la
-testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano sui loro dorsi gibbosi,
-s'avventurano fino alla bocca per beccarvi i tafani e le mosche.
-Si entra talvolta in foreste d'alberi enormi, dai tronchi nodosi e
-contorti: ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami rivestiti di
-fronda arida, come le nostre quercie in dicembre, dànno al paesaggio
-una tinta invernale che stona col cielo implacabilmente estivo.
-Nella foresta morta spiccano zone di un bel verde biacca: miriadi di
-pappagalli minuscoli che ricordano le foglie vive, o fasci di brace
-azzurra e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati sugli alti rami.
-Poi si esce dalla foresta morta ed ecco ancora la steppa senza fine
-con i suoi cacti spettrali ed i suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il
-tempo passa, ma il paesaggio non muta.
-
-E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore si domanda a quale scopo
-ha lasciato l'Italia bella, anticipandosi questo paesaggio infernale.
-Distolgo lo sguardo dallo scenario triste. Siamo nel _dining-car_;
-indugiamo dopo il caffè, per avere intorno l'illusione di un po'
-d'Europa che viaggia con noi, l'illusione che emana dalle vernici,
-dagli specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle salse chiuse
-in barattoli inglesi. _Very comfortable_, queste carrozze ampissime,
-dal doppio tetto spiovente, aerate da un triplo ventilatore; ma il
-congegno si è guastato e funziona il _panka_, il ventaglio immenso
-appeso al soffitto, che un servo indiano agita con una corda dal fondo
-della carrozza. Tutte le tavole sono occupate: funzionari inglesi,
-commercianti parsi, dignitari afgani. Al tavolo vicino sono sedute
-due francesi incontrate a Bombay, conosciute per caso, leticando
-all'agenzia Cook, e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca
-effusione di schietta esultanza. Fra tanti sconosciuti di tutti i
-colori, fra tante orribili favelle, dove l'inglese degenere è l'unica
-intelligibile, il francese, sia pure sulle labbra ritinte di due
-«pellegrinanti esuli dame», ci suona dolce come una lingua di casa.
-Signore con le quali si allibirebbe di mostrarci in una via europea,
-tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, impennacchiate;
-ma che qui, nel cuore dell'India sacra, aggiungono al paesaggio
-uno stridore pittoresco. Madama Angot, che ho sognato a Golconda,
-rivive dunque ancora nelle pronipoti senza paura! Già a Bombay ci
-avevano raccontate le loro gesta e le loro disavventure. Giovani,
-una giovanissima, parigine entrambe — parigine di Marsiglia o di
-Bordeaux — e nate all'arte, votate all'arte, hanno pellegrinato come
-«duettiste» tutti i caffè _chantants_ della Tunisia e dell'Egitto. A
-Port-Said un impresario le ha scritturate per le colonie dell'Africa
-orientale fino a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con due ufficiali
-inglesi riparando a Bombay. Sole, sperdute ancora una volta, hanno
-tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si dirigono oggi a Simla,
-nel Cachemire, per cantare in un _music-hall_ che s'inaugura con la
-stagione elegante. Disfatte dal clima e dai disagi, lasse per troppe
-soste in troppe guarnigioni fameliche, sanno tuttavia conservare nella
-parola arguta, nel gesto col quale alternano il sorriso alla sigaretta,
-nella civetteria del ginocchio sovrapposto, la grazia francese unica
-al mondo! E guardo ed ammiro queste due passere sbandite che portano
-fino in queste solitudini il loro sorriso intrepido e la loro gaia
-mercatanzia.
-
-
- Delhi, 25 gennaio.
-
-— Delhi, Agra: Le royaume du Gran Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui
-avait un penchant pour les jolies parisiennes. — Peut-on le voir, ce
-monsieur-là?
-
-— È morto da trecento anni.
-
-— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard....
-
-Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa stazione indiana.
-Fuori, ad attenderci, i più pittoreschi mezzi di locomozione: i
-_yinricksharws_, le carrozzelle in lacca e bambù su ruote modernissime
-da bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, carrozze
-strane, triangolari, che il cocchiere guida seduto in avanti, sul
-timone sottile, diligenze barocche sovraccariche di ori, di fiocchi,
-di sonagli, trainate da coppie di zebù, il bove indiano, minuscolo,
-gibboso, velocissimo; e campeggianti in disparte, disposti in ordine,
-gli elefanti da nolo, recanti ognuno un cartello in varie lingue
-indicante la mèta, come da noi le carrozze tramviarie. Si sale sopra
-uno dei colossi, attraverso una specie d'arrembaggio inclinato e
-si sta in otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio e misera
-bestia da nolo, che ebbe certo i suoi giorni splendidi nella reggia di
-qualche Maharajah, cent'anni or sono.... Oggi la pelle si è raggrinzata
-sull'immensa carcassa, come la corteccia degli olmi secolari; e non
-servono a ringiovanirlo la gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, nè
-la truccatura bianca rossa azzurra, a cerchi vivaci, intorno agli occhi
-ed alla proboscide.
-
-— Les pauvres oreilles! On les dirait de feuilles rongées par les
-chenilles!
-
-È vero. Le orecchie immense, zebrate di nero, agitate di continuo,
-sono logore dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate a grandi lobi,
-come le foglie corrose dai bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi
-minuscoli, dove s'alterna la bontà e la scaltrezza, la mansuetudine ed
-il risentimento.
-
-Il _cornac_, un giovinetto, sta seduto alla budda sul collo possente e
-dirige la mole immensa con l'_ankus_, un bastoncino ricurvo a gancio
-che preme sulla fronte silenziosa, con un grido sommesso d'intesa.
-Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come nelle nostre vie occidentali.
-La mole s'avanza sicura come un congegno e il rumore delle zampe
-enormi che giunge dal basso imita un poco il rombo ritmico di un motore
-primitivo. Passiamo per ampie vie modernissime: luce elettrica, tram,
-automobili; c'interniamo in viuzze tortuose, dalle case altissime in
-legno dipinto e traforato con uno stile da confettiere, con tutti i
-colori delle cose dolci, gonfie di _miradors_, di loggie minuscole;
-infinite gallerie coperte cavalcano le vie, allacciano l'una all'altra
-le case misteriose.
-
-La nostra cavalcatura ci mette all'altezza del primo piano e l'occhio
-gode, d'attimo in attimo, attraverso le verande aperte, le scene più
-intime e più diverse: una madre che consola un bambino che piange, un
-ufficio di mercanti parsi, dove cinque scribi in mitra di tela cerata
-sono seduti a modernissime macchine da scrivere, una casa indù semplice
-e linda, con non altro alle pareti candide che le incarnazioni di
-Brama, una casa maomettana a tappeti sontuosi dove un vecchio scarno,
-occhialuto sotto il turbante immenso, sta ginocchioni in mezzo alla
-stanza, picchiandosi il petto contrito, una scuola indigena dove venti
-monelli, in assenza del pedagogo, si protendono al nostro passaggio
-con occhi vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le fiche e le
-ingiurie; e, molte cortigiane, bajadere di bassa casta, riconoscibili
-al volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla casa più adorna e più
-appariscente: strane case così aperte sulla via dall'immensa veranda da
-inquietare seriamente la pudicizia dei visitatori. L'elefante, che ha
-incontrato un confratello che giungeva in senso opposto, s'arresta per
-attendere che l'altro retroceda fino al prossimo cortile, e sostiamo di
-fronte, vicinissimi, a due cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno
-strano pettine quadro ed enorme i lunghi capelli nerissimi e lisci come
-due bende di raso tenebroso, l'altra protesa quasi fuori della veranda,
-in piena luce, tiene nella mano uno specchietto tingendosi con la
-destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. Tutti, in questo paese,
-uomini, donne, bambini, hanno occhi splendidi, già troppo neri, già
-troppo grandi, e la consuetudine del bistro, imposta per religione, li
-fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi volti quel loro sguardo
-d'idoli assenti.
-
-— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles à se farder? Elles
-maquillent seulement la paupière supérieure.
-
-Si fissano alcuni secondi le orientali e le occidentali, poi l'elefante
-si muove e la scenetta dispare.
-
-
-Si passa dalla città viva alla città morta quasi senza avvedercene.
-Finiscono le case abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate
-dalle scimmie. Non più facciate policrome, verande fiorite, ma edifici
-vuoti come teschi, muri superstiti con loggie che guardano il nulla, o
-scalee, atrii sontuosi in granito ed in marmo che portano a palazzi che
-non sono più: tutto ciò che era legno è stato divorato dalla steppa.
-Ogni balaustro, ogni cimasa è coronata di code pendule o di faccie
-sogghignanti di quadrumani. E le ruine si prolungano all'infinito,
-tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, e oltre, oltre ancora,
-è l'immenso ossario di una città morta e risorta dieci volte in quattro
-millenni, sotto dieci dominatori diversi. Ci si domanda per quale legge
-fatale e misteriosa una città debba evolversi come qualunque altra cosa
-viva, e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, come la pianta che
-non vuol morire. Forse in nessuna parte del mondo l'archeologo trova un
-così vario tesoro d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, in Grecia,
-in tutti i luoghi sacri al passato, risorge il fantasma di una civiltà
-sola che le esumazioni, i restauri, gli studi ci fanno vicina, certa,
-come una cosa presente. Qui è il _caos_ dell'abbandono e dell'oblio,
-il convegno di tutte le ruine colossali e del tritume di ruine, un
-deserto di frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine di essere
-sbalzato a cinquecento, a mille, a tremila anni nell'abisso del tempo:
-dall'ultimo splendore islamitico dei Gran Mogol al bramanesimo cupo,
-imponente delle prime costruzioni giaina e pali, nella notte delle
-origini vediche.
-
-Ma dubito che gli archeologi soffrano di vertigini poetiche:
-dubito della sensibilità di coloro che sanno. In questa solitudine
-s'incontrano sovente figure biondiccie ed occhialute di studiosi
-russi, tedeschi, inglesi che osservano con fiero cipiglio, come
-sacerdoti indignati, la nostra gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta
-d'Aladino, un'immensa porta superstite che dà un'idea della moschea
-smisurata che non è più. E la mole, di tale grandezza e di tale
-purezza architettonica che basterebbe a creare un modello perfetto di
-stile indo-moresco, appare lavorata, a chi s'avvicina, come uno stipo
-cesellato da un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi più delicati
-dell'arte islamitica dei secoli d'oro adorna la grazia ogivale che
-s'innalza a più di trenta metri. Il vano è riempito dal più azzurro
-cielo dell'India, e il nostro elefante, immobile nella zona in ombra,
-quasi minuscolo sotto l'immensa ruina, completa quella bellezza
-armoniosa. Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e scortese —
-che lavora in una baracca prossima e toglie misure e dirige tre scribi
-indigeni che disegnano e calcolano per non so che restauri governativi?
-Ho più fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di queste meretrici di
-Francia; la più loquace delle due ha immagini adorabili.
-
-— J'ai toujours revé ce tableau là quand j'étais fillette, sur un
-coussin de ma tante Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment une chose
-comme ça.
-
-Poi trascinando la compagna più vicina all'immensa parete cesellata e
-palpando con mano voluttuosa l'intrico della scoltura:
-
-— Il faut se rappeler cette broderie ici, pour une robe d'intérieur!
-
-Avanziamo a piedi tra le ruine che non hanno confini. Una vegetazione
-senz'anima: di latta, di cuoio, di stoppa, una vegetazione che non
-è mai stata viva s'alterna con la pietra morta; e sui cipressi,
-sui _baniam_, nodosi e contorti come in uno spasimo d'arsura, tra
-la steppa sanguigna e il cielo di cobalto, mettono una nota gaia
-di vita i signori del luogo: i pappagalli, i pavoni, le scimmie.
-Come s'illeggiadrisce un capitello giaina, tozzo di quattro teste
-elefantine di Ganesa: il Dio della saggezza, se un pavone vi balza
-improvviso, inondandolo di una cascata di zaffiro e di smeraldo! E le
-grate di marmo candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam,
-come si ravvivano per le chiazze verdi dei pappagalli nani, le comuni
-garrule colorite, che giocano al trapezio tra i santi trafori! File
-interminabili di scimmie stanno sedute a congresso e volgono la testa
-tutte insieme al nostro passaggio, seguendoci a lungo, fissandoci con
-occhi di malinconia desolata.
-
-A tratti s'incontra un Jogi, un santo che ha scelto a suo rifugio una
-di queste ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure singolari; non
-sono fachiri leggendari, non fanno miracoli; sono asceti, ridotti dalla
-vita contemplativa allo stato di cose: hanno preso il colore della
-pietra e dei tronchi morti. Completamente ignudi sotto il sole che
-arde e che abbacina, con le chiome, il volto impiastricciato di cenere
-e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, più indifferenti
-e più insensibili degli idoli millenari. La consuetudine religiosa
-favorisce queste sètte: ognuno ha vicino una ciotola, ricolma ogni
-giorno dalla pietà popolare. Ne interroghiamo qualcuno, offrendo un
-frutto, una moneta. Ma non rispondono alle nostre parole, non battono
-ciglio alla nostra mano protesa, ci lasciano passare senza volgere il
-capo, già perduti nell'increato, nella salvezza del non desiderare
-più, già affrancati dall'eterno ritorno, risanati per sempre nella
-carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i più miserabili avanzi umani,
-e sono forse i soli uomini invidiabili, le sole creature che non
-debbano ormai più riconoscere alcuna potenza terrena: «.... Che puoi
-tu fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che nei rigori dell'Imalaia
-o negli ardori del Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, o
-tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, farmi morire, o tiranno, ma non puoi
-farmi male....».
-
-Avanziamo nella tebaide.
-
-Ed ecco fra tante cose morte, fra tante ruine senza nome, una cosa
-ben viva e ben nota, fresca di colore e di linea come se innalzata da
-ieri. Il minareto di Ktub. Ero preparato da fotografie e da stampe,
-anche prevenuto con una certa antipatia. È invece la più leggiadra cosa
-inutile che la noia d'un despota abbia scagliato al cielo. Una torre
-isolata alta trecento piedi, costrutta da un sultano e offerta alla
-figlia malata di malinconia, così come s'offre un gioiello. È veramente
-un gioiello che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, dappresso
-per la squisita fattura.
-
-Sembra un fascio di palmizi interminabili, legati, stretti a cinque
-altezze digradanti: così che l'insieme del fusto snello è tutto
-pieghettato come una gonna di seta; seta lucida e fine sembra la pietra
-rossa-salmone, intarsiata d'ornati di marmo bianco. Lavori di mole e di
-pazienza inconcepibili ai nostri giorni, possibili nel tempo andato,
-quando un popolo intero era stromento cieco e concorde del capriccio
-d'un despota. Forse avevano un po' tutti l'anima di Luigi di Baviera,
-questi sultani leggendari che profondevano tesori per concretare i
-loro sogni in moli di marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una bella
-distruggevano la loro città, costruivano una città nuova, come il
-Maharajah Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò Amber, l'antica
-capitale del suo regno, e fondò Giaipur, la città fantastica tutta
-color di rosa, eretta in poco più di tre anni! Costruivano palazzi,
-templi, giardini, e li abbandonavano talvolta, prima che fossero
-compiuti, già sazi del sogno che il popolo tardava a concretare in
-pietra.
-
-Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo a riposare alla terza, alla
-quarta veranda circolare, in marmo traforato che ci spende nel vuoto
-e dà la voluttà della più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione
-appare più disperata, occupa tutto l'orizzonte come un mare di
-lava e di scorie: si pensano veramente come eruzioni spaventose le
-invasioni delle orde giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono
-dall'Imalaia e sovrapposero ruine a ruine sulla pianura maledetta
-da Dio. Poco lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri d'un tempo
-immemoriale, s'alza un obelisco che discorda con la grazia leggera e
-la tinta carnicina del cimelio moresco, un obelisco barbaro, tutto di
-ferro, elevato — dice l'iscrizione sanscrita — duemila anni fa dal
-Raya Dhava per celebrare con una cosa eterna la sua vittoria sulle
-tribù Valhihas. È alto quindici metri, fuso in un pezzo solo, documento
-misterioso di una civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur possedeva
-i mezzi di gittare una mole di metallo che inquieterebbe la nostra
-industria modernissima.
-
-Anche qui eruditi indigeni ed europei: archeologi, periti, architetti
-che prendono modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge ad un'opera
-colossale: dissodare l'ossario delle città morte, restaurare le ruine,
-ordinarle decorosamente alla luce del sole. Opera degna, ma che non so
-quanto possa giovare alla poesia di queste memorie.... Certo ringrazio
-il cielo di visitarle oggi, nel loro abbandono desolato.
-
-È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. Le nostre compagne «qui
-ont soupé des ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni con noi.
-Cosa provvidenziale perchè l'unica bettola nella Porta di Aladino ha
-un odore di concia che rivolta lo stomaco. Vi comperiamo soltanto un
-ananasso e uva moscata enorme, freschissima, giunta dai monti del Kabul
-in certe scatole fatte d'immense foglie coriacee cucite con lunghi
-fili di gramigna. Una delizia che disseta e consola sotto questo cielo
-di fiamma. E seguiti dai _boys_ e dal _cornac_ si cerca il rifugio
-meridiano; non si ha che l'imbarazzo della scelta regale: una moschea,
-un atrio moresco, una reggia pali, un tempio giaina. Scendiamo in un
-ipogeo conosciuto dai _boys_: un rifugio d'ombra e di frescura, che
-sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. Grosse colonne quadre
-reggono il soffitto a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi monolitici,
-in uno stile incerto alla mia ignoranza, uno stile che ricorda le
-costruzioni egizie più antiche, o assire, o etrusche, o fenicie, quando
-tutte le architetture neonate si somigliavano un poco. Riceviamo luce
-da una porta triangolare e da quattro finestre triangolari, quali
-non avevo sognate mai, e poichè siamo nell'ombra e fuori è la vampa
-del meriggio tropicale i cinque triangoli si disegnano rossi come le
-aperture d'una fornace immane. E nella brace dei cinque triangoli si
-profilano figure di leggenda: aridi palmizi lontani, l'ogiva nitida
-della porta d'Aladino, una trina candida vicinissima: il balaustro di
-una moschea, il nostro elefante meditabondo, rigido sulle quattro zampe
-a colonna, immobile come i suoi fratelli di pietra....
-
-Ora di sogno. Ristoro e sollievo della frescura e della penombra,
-piacere indefinibile di sedere con gli amici, in cerchio, al pasto
-singolare, voluttà un poco sacrilega di avere a compagne queste due
-profanatrici che dicono e cantano cose enormi tra le pareti sacrosante.
-Ora di sogno. La realtà scompare. Le cose si alterano, ingigantiscono,
-diventano favolose e magnifiche, come la noce, il sassolino, lo zoccolo
-toccati dalla bacchetta magica della leggenda. E dimentico. Vedo con
-occhi d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, il misero elefante
-da nolo, i poveri boys a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale,
-e queste due vagabonde delle quali non oserebbe vantarsi uno studente
-occidentale.
-
-Sono l'imperatore Acbar, il più possente dei Gran Mogol, e questo è
-il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad
-ambasciatori della Serenissima; queste sono due «cristiane» rapite dai
-corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d'Etiopia, donate dal
-Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte
-vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da
-aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori....
-
-Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci
-concede!...
-
-
-
-
-Agra: l'immacolata.
-
-
- Agra, 27 gennaio.
-
-Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può rivivere un'ora nel passato
-favoloso dei Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan s'alzasse
-dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima:
-Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla Reggia funeraria: il
-Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la città dei loro
-splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi
-magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il
-loro vario profilo, simili piuttosto ad un ammasso titanico di castelli
-feudali che ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia leggera fiorisce
-in alto, dall'altra parte, verso il fiume Giumma, verso la pianura
-sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi di arenaria sanguigna, le
-mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all'offesa.
-Questi forti che gli imperatori mongoli fondavano in India erano
-campi trincerati, d'una possanza, di una mole, di una magnificenza
-inconcepibile al tempo nostro, villaggi muniti e fortificati dove
-quei tiranni dall'anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano
-quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti: dalla zenana
-voluttuaria alle sale di governo e di giustizia, dai bagni, dalle
-palestre alle moschee della purificazione, al mausoleo dell'ultimo
-riposo. Era una città regale sospesa sulla città del popolo, che
-serviva prono, abbacinato da tanto splendore.
-
-Passiamo il vallo fortificato, le torri, le porte pesanti. Si sale
-per scalee fosche, sotto archi medioevali, si percorrono androni a
-feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria sanguigna, tutto è tetro
-e massiccio, evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero e il fragore
-delle armi. Dove poteva svolgersi la vita voluttuosa dei poeti in
-turbante e delle belle dagli occhi interminabili? Si sale, si sale
-nelle viscere oscure della mole millenaria, dove la luce non giunge che
-da ogive sottili, da feritoie scarse, dalle quali appare sempre più in
-basso la città sterminata, si sale, si sale nel labirinto tenebroso.
-
-Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, le mani si portano a
-difesa degli occhi feriti dalla luce abbacinante d'un nevaio. Siamo
-giunti nel regno dei marmi immacolati, nella città superna dei tiranni.
-Un terrazzo immenso, la sala delle udienze, candido come tutti gli
-altri edifizi, con non altro che un trono di marmo nero, per il Gran
-Mogol; intorno ricorrono arcate che danno l'illusione d'una grotta
-di latte congelato, a stalattiti geometriche, dove il candore è
-sottolineato da una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, l'argento,
-la turchese, il porfido sono usati con scaltra leggerezza, in gracili
-motivi floreali o in linee che seguono il frastaglio complicato delle
-trine marmoree, all'infinito; così che non è menomato, ma accresciuto
-l'effetto candido dell'insieme. Tutto è di marmo immacolato, e
-l'eleganza si mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, portate
-all'ultimo limite d'un'arte inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche
-rettangolari, dove si discende per tre, quattro gradini, sembrano
-attendere nel loro candore levigato il flutto dell'acqua odorosa, le
-carni brune e bionde, le risa argentine delle sultane quindicenni che
-dormono da secoli nella pianura sottostante....
-
-Avanziamo nell'infinito candore. Verso il fiume la mole degli edifici
-guarda a picco sul piano sottostante ed è una fioritura più intensa
-di trine marmoree, di loggie, di _miradors_, di specule dove le belle
-sognavano le cose cantate dai poeti del tempo, leggevano le strofe
-persiane a venti rime complicate come una formula algebrica, o le
-novelle licenziose, o su Corani alluminati pregavano per il ritorno
-d'un assente.
-
-Si passa da sala in sala, e le sale sono senza porte, così che
-formano prospettive di sogno immacolato, allee di trine candide che si
-prolungano all'infinito. Stupisce la nitida freschezza di queste lastre
-sottili di marmo, traforate fino all'inverosimile; lastre che ricordano
-immensi ricami a giorno, tesi tra due colonne e non pareti concrete:
-la mano vi si appoggia con esitanza, meravigliandosi della rigidezza
-secolare. Il tempo che sfalda il granito, precipitando templi e
-obelischi, ha poca presa sul marmo. Questi miracoli di grazia sembrano
-fatti ieri. E certo gl'invasori ebri di saccheggio e di stupro che
-irrompevano spezzando e rovesciando ogni cosa, s'arrestavano dinanzi ai
-velari candidi, abbassavano la scimitarra e la clava, come dinanzi ad
-un incantesimo.
-
-Sosto a lungo ad una delle specule dove le belle dei tempi andati
-portavano la loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol è tutta nello
-scenario che ho d'intorno. La zenana, l'arem che occultava gelosamente
-i più bei fiori di carne, poi i terrazzi immensi delle udienze, le sale
-di giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti di stoffe vivaci
-e di gioielli, formavano sul marmo candido un quadro che abbacinava
-il popolo genuflesso, poi i vasti cortili delle giostre, per le lotte
-delle tigri e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria che i tiranni
-alternavano a canti di giullari e a danze di _devadasis_, negli alti
-giardini pensili. E intorno, a picco, le mura ciclopiche, simbolo d'una
-potenza senza pari; da un lato, contenuta in una cerchia cupa, simile
-veramente ad una perla chiusa in uno stipo, la Moschea della Perla,
-bianca, translucida, semplice di linea e solenne; e là, in fondo alla
-città, candido nella sua cerchia di cipressi e di palme, il Tai-Mahal:
-il più puro esemplare di bellezza funeraria che la speranza umana abbia
-innalzato alla disperazione della morte.
-
-
- Agra, 28 gennaio.
-
-Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero
-ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di
-trina marmorea dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I
-palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo
-alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, due mila
-anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina
-e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata
-la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica
-fiorì di marmi candidi nell'azzurro del cielo.
-
-Oggi i signori e le belle dormono al piano in un'altra reggia: quella
-dei morti, più meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal.
-
-Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente con la mia diffidenza
-consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo
-alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione
-cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi formano una galleria sul
-mio capo, giganti islamitici che fondono i tronchi e la fronda di
-bronzo quasi nero. Ed ecco, d'improvviso, la meraviglia unica del
-mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche
-volte una bellezza m'ha investito così violentemente, mozzandomi la
-parola ed il respiro, forzandomi all'ammirazione ed alla riverenza
-completa.
-
-Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei
-cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da
-questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla
-parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola
-eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È
-il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta
-la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei
-lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del
-modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza
-labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti,
-che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a
-gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un
-contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo,
-il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto
-è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il
-candore preciso di certi smalti persiani.
-
-Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un
-negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana;
-ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei
-colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di
-pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti,
-così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi
-alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato
-quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia
-fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un
-gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore
-moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici,
-ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice
-nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta
-al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore
-opalescente dell'insieme, come una striscia di _kool_, tracciata
-dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo
-nell'occhio d'una baiadera.
-
-Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono
-l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala.
-
-Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono
-da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la
-morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore
-Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la
-bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature
-indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la
-leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente
-la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca
-quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente
-coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per
-le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre
-con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai
-figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta
-un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma
-visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i
-giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al
-popolo impietosito.
-
-Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha
-veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto
-come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno.
-Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa,
-nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con
-delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili
-per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le
-religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla
-morte.
-
-
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-Fachiri e ciurmadori.
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- Agra, 30 gennaio.
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-Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni
-estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti.
-Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina
-d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio,
-nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo,
-una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un
-alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema
-riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e
-li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo
-operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro
-prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa
-dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte
-delicatissime. Ed è veramente la _sinfonia dei colori_, sognata dai
-poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio
-e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un
-tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto,
-ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella
-sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un
-cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto.
-E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo
-ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai
-loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille
-cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano,
-raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide
-attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo,
-veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi
-con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a
-due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati,
-ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza
-fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale
-malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il
-nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV
-ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose
-vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina
-immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi
-cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato,
-solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce....
-Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!
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- Agra, 31 gennaio.
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-I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India
-mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono
-al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho
-assistito alla lotta del _cobra_ e della _mangusta_, lo spettacolo che
-gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste
-rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da
-un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un _panio_
-sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe
-divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio,
-siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto,
-e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata,
-guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora
-l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli
-sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono.
-Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa
-eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa,
-si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte,
-grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso,
-l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo,
-snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due
-volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino
-rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza
-d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che
-si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito
-continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici
-dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si
-preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno
-alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando
-su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le
-parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza
-indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata.
-Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci,
-per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo,
-una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul
-tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta
-è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si
-liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera
-mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte:
-il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico.
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-— _It is not interesting. The cobra is dry._
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-Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai
-denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno.
-Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il
-terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e
-distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle
-case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come
-il gatto per i topi tra noi.
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-Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino
-rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia
-dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione
-e di _snob_ come da cosa «_quite native_», troppo indigena e troppo
-consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e
-cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri.
-E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di
-mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli
-indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva
-con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di
-terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un
-fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco,
-per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli,
-al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie
-di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un
-arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che
-richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari,
-sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che
-mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere
-calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di
-non so quale Luigi di Francia.
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-Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte
-istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori,
-illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono
-lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia
-dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia
-paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo!
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-Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in
-un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due
-tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce
-ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega
-solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza
-feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago
-prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo,
-fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato
-slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del
-rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo
-scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa,
-riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che
-brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in
-corretto inglese all'offerta generosa.
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-— _A little present, milord! We are so poor fellows!_
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-_Poor fellows!_ Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza
-inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il
-forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi
-un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di
-inverosimile, un po' di miracolo....
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- Agra, 9(?) gennaio.
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-Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo
-per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima
-d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa
-d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il
-cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai,
-oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al
-rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora
-della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque
-incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella
-palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia.
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-Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città
-settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino,
-potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce
-e di questi colori, e consolare l'anima grigia....
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-Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore e di Morte, quale tormento, quale
-rimpianto sarai per il futuro!
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-Giaipur: città della favola.
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- Giaipur, 3 febbraio.
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-Paese dell'imprevisto! Dopo tante città marmoree abbacinanti di
-candore, ecco una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio stanco di
-troppa luce riverberata da pareti bianche si riposa su questi palazzi
-come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate dal tempo. E la nostra
-fantasia trova finalmente la città della favola, sognata nell'infanzia
-prima. Doveva avere l'anima d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja
-Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l'antica capitale: Amber, e
-ordinò che una città nuova gli fosse costrutta dal suo popolo, una
-città quale aveva visto nei sogni dell'oppio, nelle favole persiane o
-nelle leggende vediche. Tutto un popolo fu all'opera e la città sorse
-per incantesimo: vastissima, con vie lunghe tre, quattro chilometri,
-ampie e regolari come le nostre più belle vie europee, tracciate,
-ornate, colorite sul modello unico, secondo la dispotica volontà del
-sovrano. Giaipur è un'immensa città costrutta pel capriccio di un solo,
-come si eseguisce una veste, una collana, uno stipo. Tutto è color di
-rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le case, gli archi, le cupole, i
-minareti delle moschee, le guglie delle pagode.
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-Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito e non so darmi pace.
-Siamo giunti da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, in mezzo all'India
-desolata, stanchi dall'ardore polveroso, rattristati dal paesaggio
-che si fa sempre più squallido, come un'infinita pianura di scorie
-avvolta da un'atmosfera non più terrestre, non più respirabile. Quale
-differenza dalla verzura, dalla fresca penombra degli Stati del Sud!
-Tutto muore negli Stati Rajputi: anche gli agavi, i palmizi-palmira, i
-cacti a candelabro, questa tenace vegetazione di stoppa, di cuoio, di
-zinco.
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-E sarebbe la carestia classica, la Fame dei tempi andati, la sorella
-del Colera e della Peste, quella che secondo il poeta «viene a
-tracciare in India sul libro mastro della natura il dare e l'avere, a
-grandi segni di matita bleu», sarebbe la fame classica se l'Inghilterra
-non avesse chiusa tutta l'India in una fitta rete ferroviaria,
-arterie nelle quali scorre, più vitale del sangue, con la velocità
-degli espressi americani, il grano giunto da tutte le parti del
-mondo. Grano, grano, infiniti sacchi tondeggianti che s'accumulano
-in piramidi colossali ad ogni stazione piccola e grande. E il vecchio
-ottuagenario e il bimbo di sei anni, la danzatrice ed il paria, tutti
-passano al dispensiere per la provvista quotidiana, senza nemmeno
-dir grazie, senza nemmeno capire da chi e perchè giunga quel bene.
-E quando ognuno ha ricevuta la sua misura di frumento o di farina
-candida attende all'occupazione prediletta: sognare. Chi ha un'ultima
-moneta: un'anna, mezz'anna si compera trenta rose, le rose che si
-vendono già decapitate, in piramidi irrorate di continuo, e le infilza
-su una cordicella d'argento per la ghirlanda quotidiana, o passa
-dal profumiere parsi per mezz'oncia di benzoino (tutti si profumano
-e s'infiorano in questo paese: anche i cocchieri, anche i bovari) o
-compera una pasticca di mastice o un grano d'oppio o un bolo di betel.
-
-Città di sogno e popolo adorabile, che ha la poesia del superfluo e la
-scienza delle cose inutili. Nessuna cosa più inutile di questa grande
-città color di rosa. Certo mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò
-scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far
-niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa.
-
-Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi che si succedono regolari,
-all'infinito, fasciati, si direbbe, dello stesso damasco color
-salmone a fiorami candidi. Non so darmi pace, scendo, attraverso la
-via, voglio vedere vicino, palpare con la mano le strane pareti. È
-una specie d'intonaco tre volte secolare, più duro, più liscio dello
-smalto; le case sono strette, contigue l'una all'altra, come i palazzi
-classici di Venezia, ma tutte intonacate dello stesso color di rosa sul
-quale i disegni soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati motivi
-che si possono ottenere con un po' di bianco sul fondo gridellino!
-Motivi rievocanti le antiche stoffe dette _indiane_: losanghe
-minutissime, zebrature ondulate, mazzolini settecenteschi, ghirlande
-di nodi d'_amour_: ogni facciata varia all'infinito, pur fondendosi
-nell'armonia dell'insieme, e si ha l'impressione che debba cedere sotto
-la mano come un immenso lembo di stoffa tesa per un giorno di gala.
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-Rosa, tutto color di rosa per compiacere il gusto di un Re! E la
-folla che passa per queste vie si direbbe pur essa scelta, istruita,
-abbigliata per uno scenario coreografico. In nessuna città indiana,
-nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi ho ritrovato così intatto
-l'Oriente di maniera. Non rotaie di tram, non automobili, non europei
-in casco e gambali, ma elefanti da nolo, dalle gualdrappe numerate,
-elefanti nuziali gualdrappati di rosso e d'oro, dipinti di tutti i
-colori più vivi come giocattoli di Norimberga, cammelli, dromedari che
-passano di corsa, col collo proteso, ricordando la figura e l'aire di
-certi polli spennati, muletti candidi dagli occhi rosei e dalle ciglia
-mansuete, e cavalli — i cavalli che mancano nell'India meridionale
-— cavalli bai, pomellati, bianchi: destrieri classici, dal tipo
-arabo, dalla criniera e dalla coda ondulata e prolissa, montati da
-cavalieri fantastici che si direbbero eroi cinematografici o comparse
-d'operetta se non si vedesse, se non si sentisse che sono _veri_: veri
-nonostante la scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, il casco —
-turbante adorno di penne svolazzanti, la barba imbiondita al _hennè_, i
-sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro di _kool_. Ma per chi,
-ma per che cosa questo abbigliamento scenico da principi di Mille e una
-notte? Forse non tanto per piacere alle loro donne mansuete, quanto per
-servire degnamente la Dea Illusione, la Dea Poesia, la Maja-Devi della
-teogonia indiana: quella che pone tra noi e _le cose quali sono il velo
-delle cose quali devono apparire_. Certo io penso con un sogghigno al
-nostro sommario vestito occidentale: un unito nero o bigio, un solino
-rigido, un cappello a cencio o a staio: non altro è concesso, non una
-tinta vivace, una penna, un velluto per illeggiadrire la nostra già
-sempre più scarsa avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una eleganza
-principesca: principi e bovari; ma non per l'abbigliamento soltanto.
-Tutti hanno la pura bellezza del tipo ariano, hanno innata la grazia
-del gesto, del passo, dell'atteggiamento.
-
-La bellezza e la grazia raggiunge nelle donne una perfezione forse
-eccessiva: si direbbe che avanzano per via a un passo di danza,
-avvicendando i piedi nudi e gemmati sulla stessa linea retta, il che
-fa ondulare le anche con un ritmo procace, mentre le braccia ignude,
-cerchiate di smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare strane
-anfore di argilla variopinta o di rame. Sono vestite di stoffe e di
-veli vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino alla gola: la
-scollatura, se così si può dire, traspare invece alla vita, dove il
-giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano talvolta scoprendo una
-buona parte del torso bronzeo e la base dei seni: una scollatura alla
-rovescia, che non dà nessun brivido sensuale, tanto l'atteggiamento
-è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. Forse eccessiva, forse
-un po' monotona la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano tutte
-sorelle. E tutte ricordano singolarmente la Vergine Maria: non la
-Vergine bionda della tradizione occidentale ma la Vergine _nigra sed
-formosa_ dei musaici bizantini e degli smalti copti: l'ovale eccessivo,
-la bocca dal sorriso triangolare, il naso anche troppo minuscolo
-tra gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli ordinati con cura
-impeccabile, simili a due bende di raso nero e lucente.
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-Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari,
-semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo
-ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli _zebu_, il bue
-indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi,
-dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve
-ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno.
-Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle
-cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate
-da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante
-parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla
-barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni
-veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una
-canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma
-dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che
-è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e
-di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i _Camili_
-e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati
-con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre
-signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o
-scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali
-zampilla un'_aigrette_ o una _paradisea_ che farebbe la delizia delle
-nostre più raffinate mondane.
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-Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi
-selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando
-con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a
-delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica
-come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco
-dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo,
-sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi,
-in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto —
-ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in
-un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del
-Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a
-Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili;
-m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte
-al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che
-sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle
-alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti;
-sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra
-chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel
-nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco.
-Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di
-metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa,
-i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito
-e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa
-cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva
-al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la
-belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno,
-il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre
-pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei
-gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute....
-
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- Giaipur, 5 febbraio.
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-Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi
-dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti
-color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e
-mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa
-per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto
-il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario,
-in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo,
-giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice,
-azzurro, turchino.
-
-Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I
-tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi
-e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra
-le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci
-di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro
-polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita
-la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di
-pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e
-affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli
-nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una
-danza serpentina.
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-A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne
-specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E
-la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella
-tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo,
-vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone
-con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando
-certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente
-le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni
-pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti
-con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune,
-le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta,
-per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica
-gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate
-quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda.
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- Giaipur, 7 febbraio.
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-E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi
-non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni,
-il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il
-marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori.
-
-Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad
-ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità
-dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati
-nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda
-è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini
-che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di
-fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle
-porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il
-pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama!
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- Giaipur, 10 febbraio.
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-I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha
-il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi,
-gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di
-rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII.
-Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e
-le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali
-s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi
-a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato
-come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono
-le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale —
-la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo
-orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte
-settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert,
-fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi
-appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di
-marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di
-cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi
-effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro
-piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici
-costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un
-elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja
-assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione
-senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie
-accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati,
-inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel
-cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane
-divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di
-una malinconia esotica intraducibile a parole.
-
-E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio
-Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle,
-l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche
-dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad
-una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle
-spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono
-attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a
-formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto,
-il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette
-l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni
-zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code
-pendule.
-
-
-
-
-L'olocausto di Cawnepore.
-
-
- Cawnepore, 16 febbraio.
-
-_Remember Cawnepore!_
-
-Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e
-morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se
-volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale
-sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di
-fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose;
-e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore
-sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India,
-dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a
-un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei
-sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti.
-
-_Remember Cawnepore!_ Non so staccare gli occhi dalla targa di
-cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole
-disegnate da un _highlander_ innominato sul cubo di granito. Il soldato
-era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo
-che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di
-restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere
-il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso,
-dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde!
-— offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta
-della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche.
-
-_Remember Cawnepore!_ Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato
-non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione,
-tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il
-pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove
-le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido
-d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre
-di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie
-campagne.
-
-Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa
-della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime
-innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte
-del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del _Times_
-di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's
-Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne
-emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel
-_bungalow_ del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica,
-consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi
-son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende,
-si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma
-inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay
-tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei _sepoys_
-ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab,
-Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile.
-Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857)
-predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo
-sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di
-_sepoys_ si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione
-di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe
-barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da
-rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di
-maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo
-per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben
-altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia.
-Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando
-al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani
-indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo,
-forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto
-della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta
-all'Himalaja.
-
-L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità
-sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci
-miglia dalla città — i _sepoys_ hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e
-il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella
-sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la
-Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea,
-tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla
-si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House
-l'orchestra alterna i valzer al _God Save the Queen_. Si festeggia
-il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce
-corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di
-_sepoys_ s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio
-dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La
-folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini:
-poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo
-colloquio con Nana Sahib, ultimo _peshawah_ di Poonah, fedelissimo
-dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a
-disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano
-gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore
-in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima
-notte tropicale. Le bionde _ladies_ possono sfoggiare le loro spalle
-e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle
-immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze
-e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto,
-in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona
-dove scintilla la gemma unica al mondo.
-
-_God save the Queen..._: ma come si prolungan le salve dei cannoni e
-delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla —
-senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa
-degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio
-generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella
-del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio
-imminente:
-
-— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è
-fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora
-di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi
-_bungalows_ per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora
-non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte
-se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici
-si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a
-mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora
-tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi.
-
-Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato
-con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi
-diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di _sepoys_ ammutinati;
-i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da
-un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra
-mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di
-spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese.
-
-— Al forte! al forte!
-
-L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini,
-donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è
-derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure
-il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte
-per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle
-spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione
-è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee;
-combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie
-tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano
-il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri;
-mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per
-risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia
-dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è
-forse alle porte.
-
-Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa:
-oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al
-generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta,
-ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale
-esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi
-morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte,
-sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I
-prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra
-pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito.
-Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni
-attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote:
-_more comfortable_ — spiega il nemico — destinati alle donne e ai
-fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume
-sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una
-lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta
-l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale
-inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la
-carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib
-offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due
-rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni
-avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti;
-molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di
-lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani!
-
-E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e
-bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne
-più fosca e men tenera di _sepoys_....
-
- *
-
-Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è
-tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le
-donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che
-ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno
-d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che
-sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi,
-folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non
-furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar,
-parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e
-malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty,
-tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie
-dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani
-congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! —
-annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto
-che doveva giungere, ohimè — troppo tardi.
-
-La grande colonna Inglese, comandata dal generale Haweloch s'avanzava
-da Calcutta verso Cawnepore, batteva i ribelli più volte, guadava il
-Bari-Naddu. Nana Sahib si vide perduto, si vide costretto a fuggire
-con tutti i ribelli, costretto a lasciare al nemico l'ostaggio
-delicato. No! Il nemico doveva trovare un carname! Fu dato l'ordine
-della carneficina immediata. I _sepoys_ esitavano. Pietà, forse; forse
-viltà; poichè basta lo sguardo d'una donna inglese per far abbassare
-lo sguardo di cento nativi. I bruti uccisero senza fissare le vittime,
-uccisero a fucilate, attraverso le grate delle finestre, uccisero
-a colpi d'accetta, uccisero sfracellando i cranii infantili contro
-gli alberi del cortile, come si fa pei botoli malnati o bastardi. In
-mezz'ora la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, feriti, tutti
-furono precipitati nella gran cisterna del cortile. Quando il giorno
-dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le colonne salvatrici — i mariti, i
-padri, i fratelli delle vittime — delle trecento vittime non restava
-viva che un'indigena, l'aya (governante) dei due gemelli di Sir
-Sotten. E a lui che l'interrogava, che la scrollava alle spalle, perchè
-parlasse, essa rispondeva sghignazzando, abbracciando il tronco d'un
-palmizio sul quale s'alternavano ciocche bionde e grumi vermigli. La
-povera donna era demente.
-
- *
-
-E delle cose atroci come delle cose oscene. La fantasia si ribella e
-la penna si rifiuta. Ma è pur necessario ricordare quell'ora per poter
-comprendere la misura alla quale salì la vendetta degli Inglesi, e
-per poter perdonare ad un popolo europeo le atrocità che seguirono:
-gl'indigeni «cannoneggiati» in massa, i bramini torturati e appiccati,
-dopo averli costretti a mondare con la lingua l'ultima traccia di
-sangue dal luogo del massacro. Ahimè, la vita è non solo soffrire, ma
-far soffrire; e la storia del mondo c'impone questo dovere crudele:
-fare agli altri il male che è fatto a noi. La repressione salì a
-tal segno che in Inghilterra stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò
-gridando: — Ricordatevi che quelli erano turchi e bramini e che noi
-siamo cristiani!
-
-E la pietà cristiana ha convertito in un giardino il luogo del massacro.
-
-Ho visitato i giardini delle Memorie (Memorial Gardens) e non è
-traducibile a parole il senso che si prova tra quelle ruine fiorite,
-la vibrazione che ha l'anima passando dal brivido dello sdegno a
-quell'indulgenza ineffabile che assolve di tutto. Vicino al forte
-William sorge la chiesa commemorativa, sacra al nome di tutte le
-vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima un lupanare indigeno, poi
-un macello di donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate di clematidi,
-di liane, d'orchidee, e custodite intorno da una ringhiera di ferro
-come i luoghi memorabili e sacri.
-
-Il _Fatal Weell_, la cisterna ottagonale dove furono precipitati
-i corpi palpitanti, fu lasciata com'era, mascherata soltanto da un
-mausoleo di squisita fattura. L'edificio è ottagonale, com'è ottagonale
-la cisterna, a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra una base
-a grandi scalee, e farebbe pensare ad un angolo cimiteriale del
-Devonshire, se il giardino, intorno, non profilasse i tronchi multipli
-dei banani, simili ad immensi polipi capovolti, o gli svelti flabelli
-delle palme Palmira.
-
-Sulla grande scalea che accede al mausoleo un immenso angiolo di marmo
-candido — _Angel of the Resurrection_ — prega a capo chino, le mani
-congiunte, le immense ali incrociate; e sul cartiglio sono scritte le
-parole della Suprema Indulgenza, che non si possono leggere senza occhi
-lustri.
-
- _Traveller, pray for us and our murderers!..._
-
- (Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...)
-
-
-
-
-Il fiume dei roghi.
-
-
- Benares, 23 febbraio.
-
-— Benares.... il Gange....
-
-Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente
-risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo scenario della Città
-santificata.
-
-— Il Gange.... Benares....
-
-Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni — da quelle
-deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne e sentimentali
-di Pierre Loti — per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo
-attesa con occhi miei. Vano è scrivere, vano è leggere; una bellezza
-non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma wildiano
-è giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se
-risalgo alle origini prime della mia memoria vedo la città sacra in
-un'incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è
-così chiaro che il sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà d'oggi
-mi par sogno....
-
- *
-
-— _Slowly!_ Adagio, più vicino, — ripeto di continuo al barcaiuolo
-frettoloso.
-
-Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L'interno
-della città è un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio di tutte
-le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta
-la sua bellezza verso le acque deificate.
-
-La mia barca costeggia i _ghati_: così si chiamano i gradi più bassi
-delle immense scalee. La stagione asciutta scuopre la città quasi alle
-fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le
-teste elefantine dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue
-massiccie destinate ad un'immersione annua di molti mesi e patinate ora
-da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora
-la città fluviale, indica il regno delle acque fino all'altezza di
-venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica
-architettura. Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva
-lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva sinistra del
-Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole
-panciute, minareti maomettani, chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è
-tollerato in questa «Terra dell'Indulgenza» pur che si creda. Tu non
-dirai che la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io
-sono nella verità, colui non è nella verità....
-
-Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le
-verande, le specule, le infinite finestre tutte rivolte verso il
-fiume, ecco le strane «cupole a pigna», così caratteristiche nella
-architettura indiana. Gran parte dei superbi edifici appartengono a
-marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come
-nel Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra
-Santa, così i signori indiani visitano Benares una volta all'anno o si
-ritirano in vecchiaia per esalare l'anima in cospetto del Fiume-Dio
-che assolve di tutto. È risaputa la credenza; colui che muore a
-Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, è
-dispensato dal martirio d'ogni reincarnazione, raggiunge la felicità
-dell'Increato. Malati, diseredati, vecchi d'ogni genere giungono dalle
-contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette
-nevose del Cachemire, per aver pace nel seno di Brama.
-
- *
-
-Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina. Il sole illumina
-obliquamente la zona più alta degli edifici; accende l'oro superstite
-delle cupole e delle guglie attorno alle quali nugoli neri, verdi,
-rossi di corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano salutando la luce
-con un inno assordante. E tutto ciò che vive scende verso il fiume.
-Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, dalle immense scalee
-che danno alla riva del fiume non so che profilo assiro o babilonese,
-scende una folla varia, densa, incessante; uomini, donne, fanciulli,
-vecchi, giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano ghirlande di fiori;
-grosse magnolie, gardenie, corolle sconosciute dal profumo acutissimo,
-infilzate come rosarii, e prima di scendere nell'acqua le gettano al
-fiume, pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete, i velluti sono
-appesi a cespugli o sotto certi ombrelli immensi, senza nervatura,
-simili a funghi singolari; gli uomini entrano nell'acqua quasi ignudi,
-le donne conservano una lunga tunica che dopo la prima abluzione
-aderisce alla pelle e rivela più ancora l'ambra delle carni, l'armonia
-delle forme stupende. E tutti pregano e meditano. Meditano su che? La
-mia barca passa loro innanzi, deve deviare per non urtarli, ma quelli
-mi fissano e non mi vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro anima è
-perduta negli abissi dell'ineffabile. Strana città dove tutti credono!
-
-Perchè molti di costoro non sono fachiri, nè santi, nè pellegrini. Sono
-uomini di venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani, mercanti,
-soldati, operai che risaliranno le scalee per riprendere la lotta
-consueta, che rientreranno nella vita, ma che ogni giorno, due volte al
-giorno, scendono nella morte, s'immergono nel fiume a colloquio con la
-propria anima, per prepararsi quotidianamente al trapasso inevitabile.
-Odioso confronto con i nostri uomini, con i nostri _borghesi_
-occidentali che ignorano ogni cosa dell'anima, deridono ogni scienza
-dello spirito, bestemmiano Dio, ostentando un ateismo fatto più odioso
-dal vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora!
-
- *
-
-Turba infinita che sempre si rinnova, magnificenza di bronzi cupi, di
-bronzi chiari, di forme stupende! Ma non tutto è forza e giovinezza.
-Gli aspetti della vecchiaia, della malattia, della morte, così
-necessari alla perfetta meditazione buddista, offrono sotto questo
-cielo magico un contrasto non descrivibile. Poichè è bene ricordare
-che gran parte di questa folla è qui giunta per morire, per «morire
-in salute» come mi spiega con bisticcio atroce il buon rematore.
-Tutti i più crudeli martirii con i quali Siva distruttore ritorna al
-nulla la povera carne umana si son dati convegno sulle rive del fiume
-luminoso, offrendo al visitatore un campionario strano, interessante
-come la nuova flora, la nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali
-(_framboesia_, _albinite_, ecc.), che disegnano le pelli bronzate
-di chiazze candide e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi,
-di zebrature ondulate; piaghe orride, tumori che hanno corroso un
-torace, mettendo a nudo i precordi lividi o hanno corrose le gote
-scoprendo tutta la dentatura candida in un sogghigno che non si potrà
-dimenticare più mai; elefantiasi che tumefanno le gambe, il seno, le
-pudenze in modo incredibile, tanto che la vittima sembra scomparire tra
-otri immensi e non può muoversi senza il soccorso di qualche devoto,
-portatore del singolarissimo pondo. Un gruppo di questi miserabili è
-adunato intorno ad un santo ancora giovane, dalla bruna barba divisa,
-dallo sguardo di fiamma; che può mai predicare quel veggente per
-consolare tante miserie, per far tacere i gemiti di quel carname senza
-nome? Forse ripete a quei moribondi le parole dell'Illuminato: «.... il
-saggio si rallegra della sua carne che si sfascia, come il prigioniero
-impaziente si rallegra della prigione che si schiude. Beata la musica
-che si diparte per sempre dallo stromento, beata la fiamma che si
-diparte dalla fiaccola, beata l'anima che abbandona la carne...».
-
- *
-
-Passiamo oltre. Il sermone non è per noi. Mai come oggi mi son sentito
-schiavo della apparenza, innamorato folle di tutto ciò che è forma,
-colore, ombra, luce: bellezza viva, preda della morte.
-
-La città è interminabile: ancora templi, ancora torri, terrazzi,
-scalee. Intorno, sul fiume galleggiano infinite le ghirlande votive
-e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, gli occhi abbaglianti,
-le chiome nere lucenti formano tra il riverbero dell'acqua e lo
-splendore del sole un musaico a chiazze vive come nelle tele di certi
-impressionisti. Lo sguardo si stanca. Passiamo in una zona d'ombra
-riposante, lungo i ghati interminabili. L'acqua lenta orla di bava
-sordida i cubi di granito decrepito. Un fetore sinistro di fiori
-maceri, di carne putrefatta, di umidità febbricosa e di pestilenza
-mi fanno ricordare — con un brivido — che da questo focolaio unico
-si dipartono a quando a quando, nei secoli, il colera, la peste,
-i peggiori flagelli del mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco
-di palma morta che ha fatto diga nel pattume e contro vi s'accumula
-una putredine varia: ghirlande di queste corolle carnose che l'acqua
-converte in viscidume fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone,
-rami, un osso candido, una tibia umana che il remo solleva lentamente:
-un misero avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. E poco oltre la
-Marayana di Kandaba fa le sue abluzioni sotto un baldacchino sorretto
-da quattro servi in turbante; intorno le sue donne reggono le vesti, le
-collane, l'immenso pettorale di gemme, mentre l'augusta sovrana — una
-pingue signora attempata — immerge nel fiume le carni vizze, fa coppa
-delle mani, beve l'acqua fetida alternando ogni sorso con un breve
-gesto d'offerta verso il Cielo.
-
-Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, cerca nel pattume gli
-avanzi del legno e del carbone; oltre ancora alcune donne immergono le
-anfore di rame lucente, di classica forma, e equilibrandole sul capo
-con l'una mano, s'avviano verso la sponda, l'altra mano al fianco,
-onduleggiando le anche con un incedere di procace eleganza.
-
-Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra piattaforma di roghi — sono
-molte, ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri templi, altri
-palazzi dominanti il fiume dall'alto come castelli feudali. Strana
-città rimasta intatta nei millennii, intatta nella sua pietra e nella
-sua fede! Altre città favolose esistono al mondo, dinanzi alle quali
-si esalta la nostra fantasia; ma sono il fantasma di quelle che furono.
-Benares è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani. Quando in Grecia
-si celebravano i riti dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, quando
-Tebe offriva olocausto a Ita, Benares già splendeva sulla riva del
-Fiume-Dio, come oggi; come oggi la sua folla scendeva nelle acque sacre
-a meditare il mistero del divenire.
-
- *
-
-Un'altra piattaforma che si protende sul fiume: un'altra serie di
-roghi; ma son quasi deserti in questa stagione salutare. Quale carname
-in fiamme deve fornire a queste rive l'ora della peste!
-
-Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda.
-Fluttuanti nel sudario candido per l'ultima abluzione di rito. Un
-altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si
-protendono fuori delle fiamme, contratti, le dita divaricate come in
-uno spasimo estremo; saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè
-è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il
-fiume, simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi non sono grandiosi.
-
-La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni
-cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: i roghi
-dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che
-sa lo squallore. I roghi sono piccoli, simili a lettucci, a fornelli
-in cemento, appena capaci d'un corpo umano, e il legno si direbbe
-misurato con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli
-addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere è tolto
-dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di
-cemento tra due strati di legno sottile: un indù versa una piccola
-latta d'olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro
-lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la
-cremazione, armati ognuno di una lunga spatola ricurva con la quale
-respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore;
-i quattro messeri in bianco, chini sul braciere modesto, con quei
-cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati,
-e non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa
-indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna venerazione pel
-corpo quando l'anima s'è involata per sempre. Una sola cura frettolosa,
-darlo alle fiamme, ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni
-rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove siede la
-famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante;
-i congiunti assistono all'incenerimento per vigilare che il rito sia
-compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la cenere
-sia data al fiume.
-
-Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni,
-bellissimo, falciato dalla morte d'improvviso, poichè il volto ha la
-calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle
-chiome bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco
-irrigidita. Un uomo — il fratello forse — una donna ancora giovane —
-forse la madre — assistono all'opera, scambiano con gli addetti poche
-sillabe, discutendo certo sulla resina che la donna annusa e trova
-di qualità non buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta,
-il profilo perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio,
-le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto candido
-dell'occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa
-il cuore fissando quel volto adolescente, fissando l'altro volto
-di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno e
-nell'altro — attraverso le remote analogie d'un'unica stirpe — i volti
-di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto,
-questo specchio dell'io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i
-capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non possiamo concepire
-il ritorno d'un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la
-sua voce. La nostra religione (con un dogma tra i più medievali e
-puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa nostra
-illusione promettendoci la _resurrezione della carne_.
-
-Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire
-si sono già detto addio. Si sono rassegnati serenamente, dai tempi
-dell'origine ariana, a questa disperata certezza «_Nulla è; tutto
-diviene_». L'io ed il non io sono il frutto d'una mera illusione
-terrestre. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la
-calma di questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo
-il piccolo elefante d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo di carte:
-preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! E tutto
-questo fa senza una lacrima, senza che una fibra del suo volto abbia
-un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai
-di quell'altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si
-strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo unico figlio. E
-i yogi — si racconta — cercavano invano di richiamarla alla verità,
-di strapparla al demone dell'illusione. E tanto era lo strazio della
-donna che, per il potere d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere già
-disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia.
-Ma il principe giovinetto s'alza sulla catasta, respinge la donna con
-un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: «Chi mi chiama? Chi mi
-strazia? Dove sono? Chi ha spezzato in me l'armonia della Ruota? In
-quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi per madre
-questa forsennata? Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, ulula
-in lei!». Così parlato il giovine ricade resupino e l'anima s'invola
-nell'ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò
-penitente fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista,
-ed ebbe la grazia somma d'essere illuminata da Gotamo in persona, come
-racconta il poeta Kalidasa....
-
-
-
-
-Il vivajo del Buon Dio.
-
-
-I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno
-gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi
-tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena
-sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, o
-Rangoon. Incredibilmente numerosi, più numerosi dei colombi di Venezia,
-i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di
-cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi
-piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche
-monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie
-della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono
-i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne
-sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria,
-contro i quali non vi difende nessun _policeman_ volenteroso.
-
-Il viaggiatore, che è innalzato in _lift_ ad una delle linde stanzette
-degli immensi _hôtels_ tropicali, resta sbigottito dinanzi agli
-avvisi delle pareti: _Guardarsi dai corvi._ — _Abbassare le grate
-prima di uscire._ — _Non abbandonare gioielli._ — _Il padrone non
-prende responsabilità di sorta_, ecc. — Sembra incredibile, ma ci si
-ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora della siesta
-e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un
-indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia,
-trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi
-dei palmizii, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della
-Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria
-lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore.
-Silenzio. Non s'ode che il ronzìo del congegno e l'altro romore che è
-la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi
-paesi al fragore del mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: così
-monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla
-putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra
-discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire!
-Morte! Morirai!_
-
-— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie dannate! E intanto si dorma....
-
-Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia una strano
-romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo
-curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande
-finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza
-leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora.
-Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull'impiantito. Sono corvi
-(_corvus splendens?_) più piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con
-una penna bianca nell'ala estrema, così buffi di forme e di movenze!
-Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno proteso in avanti, l'altro
-eretto verticale, in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, simili
-veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La
-Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia,
-ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira
-che il demone della curiosità, del rischio, del ladroneccio. E i
-cinque ladruncoli s'arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle
-bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti,
-tirano concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano e questi
-cominciano a pellegrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque
-becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che
-s'era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d'ali ed una fuga
-precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano
-con un balzo, s'innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in
-bell'ordine sull'asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate,
-li invitate ad uscire, li minacciate con l'ombrello — troppo breve! —
-ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete nè un bramino,
-nè un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza
-rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il
-boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l'ombrello, batte
-le palme protese e i cinque appollaiati — riconosciuto l'uomo che non
-uccide — attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi.
-
-Tutti gli animali hanno in India una incredibile familiarità con
-l'uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i
-cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre
-mani, pieni di una francescana fiducia: ma nei corvi e nelle scimmie
-la famigliarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo;
-certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e
-che l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi con palese rancore.
-E l'uomo, a sua volta, tollera i corvi delle immense capitali; essi
-mondano le vie da ogni sozzura prima che questa si decomponga nel sole
-ardente, lacerando, inghiottendo tutto, anche la carta fracida, i cenci
-logori, i frantumi di vetro. Dopo qualche giorno diventano simpatici:
-offrono all'osservatore scene impagabili, strani motivi di psicologia
-animalesca. Certo nessun uccello è più scaltro; basta osservarne
-l'atteggiamento vario di fronte alle varie persone. Verso sera, quando
-il thè delle cinque anima di veli e di sete, di occhi azzurri e di
-capelli biondi ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda d'_hôtel_
-e di _bungalow_, le falangi nere scendono da ogni parte, con un
-gracidìo querulo e sommesso, quale si conviene ad accattoni questuanti.
-Accerchiano i tavolini svolazzando, saltellando, tutti col becco
-proteso, abbastanza lontani per sfuggire alla mano, abbastanza vicini
-per ghermire a volo il biscotto o la buccia di banana. E intuiscono
-la buona o la mala accoglienza, non s'accostano dove ci sono uomini,
-mazze, ombrelli, prediligono i tavolini delle signore e dei bimbi.
-
-Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno, non sono accattoni, ma
-despoti; nelle _native-towns_ che si estendono dopo le città europee,
-fanno vita quasi comune con l'uomo, entrano nelle case, noncuranti
-di qualche minaccia impaziente, ben certi del patto millenario: «non
-essere uccisi». Adorabili scenette dei sobborghi indigeni! Una bimba
-— un idoletto di bronzo ignudo, di non forse tre anni — esce da una
-bottega stringendo una coppa di riso bollito, corre verso la madre
-che l'attende sulla soglia della casa opposta. A mezza via venti corvi
-le sono sopra; punto impaurita dalla cerchia delle ali turbinose, la
-piccola si piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi fino a
-terra, alzando nel sole, contro l'ingordigia dei nemici, una parte che
-non è precisamente la faccia. E la madre sopraggiunge, libera la bimba,
-disperde gli assalitori, non senza aver dato in offa una manciata di
-riso. Entrambe rientrano in casa, sorridendo tranquille, come allo
-scherno consueto di buoni amici. Altre volte la vittima non è un bimbo,
-ma una scimmia. I corvi turbinano in alto, spiando un gruppo di scimmie
-che ha rubato una noce di cocco sul mercato vicino; seguono quella più
-prepotente che l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è riuscita a
-spezzarne il frutto legnoso, nell'istante in cui sta per portare alla
-bocca il gariglio candido, i corvi piombano su di lei, le strappano il
-tesoro, la lasciano ringhiosa, a mani vuole, tra lo schiamazzare delle
-compagne.
-
-Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle città indiane, ma non
-infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle
-città nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono più detestate dei
-corvi. Una frotta quadrumane può in una notte scoperchiare una villa,
-togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano,
-andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommità di
-un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano
-un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per
-solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati,
-dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa.
-Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di
-catie, s'aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano,
-noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte
-le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule;
-ma se passa un europeo, un'automobile, una cosa nuova qualunque, le
-code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via,
-con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosità. È infinita la
-varietà di creature tollerate o protette o venerate in questo vivaio
-del Buon Dio. Sulle vetrate degli alberghi, anche eleganti, corrono
-certe lucertole gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa, aderenti
-al vetro e che l'albergatore vi prega di non molestare. I passeri
-bengalini, rossi spruzzolati di bianco argento, invadono a centinaia
-le verande e le sale, vengono a beccare le bricie sotto i tavoli del
-thè; le manguste, simili a faine fulve, passano guardinghe lungo i
-corridoi, vigilando — per un dono strano di immunità — le vite umane
-dall'ospite terribilissimo: la _naja tripudians_: il cobra dagli
-occhiali. Ed ecco le creature enormi, le più simpatiche di tutte: gli
-elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosità,
-una bontà che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di
-lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come
-vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con
-non altro di libero che le zanne, la proboscide, le orecchie zebrate:
-elefanti da lavoro, più intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla
-pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle
-fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno visto tre generazioni
-d'uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi.
-S'incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati
-da nessun _cornac_, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci,
-quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso
-o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di
-granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il lungo cammino
-per ricevere un altro carico. Il loro passo s'annunzia di lontano
-con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono
-ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono — se
-l'hanno libera — la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono
-una monetina — un'_anna_, mezz'_anna_ — sostano alla prima bottega
-campestre, la depongono per avere in cambio dall'indù una focaccia
-di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza è
-inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, quasi perduto nella
-mole della testa, s'alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza
-derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che
-dico, che intuiscono ciò che penso; e non so come dimostrare loro la
-mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la
-proboscide ruvida come un tronco, l'estremità delle orecchie logore,
-strappate come vecchie gualdrappe di cuoio.
-
-E altre creature vi sono, ripugnanti e malefiche: e le più malefiche
-sono le più venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia bramina,
-divinizzato in marmo e in metallo in tutti i templi, è salutato con
-uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro dal contadino indù che
-l'incontra attraverso un sentiero di campagna.
-
-Ogni tempio ha negli stagni liminari legioni di testuggini e di
-coccodrilli decrepiti e venerati. Il pasto dei coccodrilli sacri è
-una delle grandi curiosità offerte al forestiero e che si ripete con
-rituale identico nei templi di Giaissur, di Ambex, di Tuadura. Un
-custode scende alle ultime scalee, seguito da un servo che reca un
-cesto di carne putrida; batte con un crescendo fragoroso un disco
-di rame, ed ecco sollevarsi pigramente le grandi foglie di ninfea e
-di nelumbo, ceco apparire tra i calici rossi dei nenufari i mostri
-spaventosi, simili a carcasse di vecchio metallo corazzato e borchiato,
-dai denti gialli, radi, aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle
-formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio dall'acqua intorno al
-custode, il quale lancia brani di carne legata ad una corda, perchè non
-venga ghermita a volo dai nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore
-nauseabondo.
-
-L'Inghilterra che tollera tutto, tollera anche questo. Tollera anche
-l'_Ospedale degli animali_, in Bombay, che è il non _plus ultra_ del
-genere, l'esponente massimo di questa filosofia bramina, così opposta
-alla nostra, educata al cristianesimo il quale riduce ogni divinità
-all'uomo soltanto e fa di tutto ciò che vive sulla terra una materia
-sorda, condannata senza speranza.
-
-L'ospedale degli animali — un recinto-parco che costa centinaia di
-migliaia di rupie — accoglie tutti gli animali ammalati perchè possano
-guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che
-l'europeo non s'indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di
-piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati,
-coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi,
-senza pelo: una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice. La nostra
-pietà occidentale insorge, domanda sdegnata perchè non si dà a quelle
-povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose
-di cloroformio.
-
-— Perchè non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia.
-
-— Ma vivere a che?
-
-— Per soffrire.
-
-— E soffrire a che?
-
-— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre più dalla
-materia attraverso il peso della materia, per spegnere, nella ruota
-d'infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che
-ci condanna a ritornare in vita.
-
-E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell'Universo come
-la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l'uomo
-non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza
-immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che
-ignoriamo e che non è forse se non la pace dell'Increato?
-
-Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma
-che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico
-come un San Francesco di bronzo, non ci può far sorridere come il
-nostro orgoglio occidentale vorrebbe.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Le grotte delle Trimurti Pag. 1
- Le Torri del Silenzio 21
- Goa: “la dourada„ 39
- Un Natale a Ceylon 63
- Da Ceylon a Madura 79
- La danza d'una _devadasis_ 99
- Le caste infrangibili 119
- I tesori di Golconda 133
- L'Impero dei Gran Mogol 149
- Agra: l'immacolata 171
- Fachiri e ciurmadori 185
- Giaipur: città della favola 197
- L'olocausto di Cawnepore 215
- Il fiume dei roghi 231
- Il vivajo del Buon Dio 249
-
-
-
-
-DEL MEDESIMO AUTORE:
-
- _I colloqui_, liriche. In-8, copertina disegnata da
- LEONARDO BISTOLFI L. 4 —
-
-
-
-
-PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: =Quattro Lire.=
-
-
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-
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- d'Aosta=. Sontuoso volume in-4, di 380 pagine di testo e 253
- pagine di incisioni, in carta di gran lusso, col ritratto della
- Duchessa d'Aosta in eliotipia, colla sua firma autografa e una
- carta geografica a colori. L. 30 —
-
- — La stessa opera, testo francese. L. 30 —
-
- _Nella terra dei Negus._ Pagine raccolte in Abissinia dal dottor
- =Lincoln De Castro=, addetto alla Regia Legazione d'Italia in
- Abissinia. Con prefazione di S. E. il Marchese RAFFAELE CAPPELLI.
- Due volumi in-8, di compless. 900 pag., con una carta geogr. e
- 400 incis. fuori testo. L. 25 —
-
- _La Missione Franchetti in Tripolitania._ Indagini
- economico-agrarie della Commissione inviata in Tripolitania dalla
- Società Italiana per lo Studio della Libia. Un volume in-8, di
- 610 pagine, con 46 incisioni nel testo, 332 fuori testo e 2 carte
- a colori. L. 15 —
-
- _Il Giappone nella sua evoluzione_, di =Adelfredo Fedele=. Studi e
- ricordi d'una campagna nell'Estremo Oriente compiuta con la R.
- Nave _Vettor Pisani_ durante gli anni 1903-04. Un volume in-4,
- di 216 pagine, con 20 incisioni e 6 grandi quadri a colori. L.
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-
- _La Cina contemporanea_, di =Giuseppe de' Luigi=. Un volume in-8,
- con 140 incisioni fuori testo. L. 7 50
-
- _Nel Marocco, Ricordi personali di vita intima_, di =Lena=
- (MADDALENA CISOTTI FERRARA). Un volume in-16, con 15 incisioni
- fuori testo e il ritratto dell'autrice. L. 4 —
-
- _Il passaggio Nord-Ovest: il mio viaggio al Polo sulla «Gjöa»_, di
- =Roald Amundsen= (1903-05). Un volume in-8, di 640 pagine, con
- 140 incisioni e 3 carte geografiche a colori. L. 10 —
-
- _La scoperta del Polo Nord_, del contramm. =Roberto Peary=
- (1909). Un volume in-8, di circa 400 pagine, in carta distinta,
- illustrato da oltre 100 incisioni, da 8 tavole a colori e da una
- grande carta. L. 15 —
-
- _Verso il Polo Sud_, del Cap. =S. A. Duse=. Memorie della
- spedizione antartica diretta dal professor O. Nordenskjöld
- (1901-1903). Tn volume in-8, con 148 incisioni e carte
- geografiche. L. 5 —
-
- _Alla conquista del Polo Sud. Il cuore dell'Antartico_, del
- luogotenente =E. H. Shackleton= (1907-09). Due volumi in-8
- grande, di 914 pagine, con oltre 300 incisioni, 12 tavole a
- colori, e una grande carta che segna la presente e le passate
- spedizioni al Polo Antartico. L. 30 —
-
- _La conquista del Polo Sud._ La spedizione norvegese del _Fram_
- verso il Polo Australe (1910-12), di =Roald Amundsen=. Due
- volumi in-8, con 8 tavole a colori, 67 tavole in nero, 115
- incisioni intercalate nel testo e 4 carte geografiche a colori.
- L. 25 —
-
- _L'ultima spedizione del Capitano Scott._ Diario del Capitano
- Scott con i rilievi scientifici del dottor E. A. WILSON, e dei
- superstiti della spedizione, e prefazione di sir CLEMENTS R.
- MARKHAM. Due volumi in-8, di complessive 730 pagine, illustrati
- da 90 tavole fuori testo e una carta geografica a colori. L.
- 15 —
-
- _Dalla Persia all'India attraverso il Seistan e il Belucistan_,
- del dottor =Sven Hedin=. Due volumi in-8, di 960 pagine, con 285
- incisioni. 6 tavole colorate, 2 carte geografiche, e il ritratto
- dell'autore (1911). L. 25 —
-
- _Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet_, del dottor =Sven
- Hedin=. Due volumi in-8, di complessive 1010 pagine, con 397
- incisioni, 2 panorami, 8 tavole a colori e 10 carte (1910). L.
- 25 —
-
-_Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves Editori, in Milano._
-
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-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
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-End of Project Gutenberg's Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO ***
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-The Project Gutenberg EBook of Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano
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-
-Title: Verso la cuna del mondo
- Lettere dall'India
-
-Author: Guido Gozzano
-
-Release Date: January 22, 2016 [EBook #50996]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-VERSO LA CUNA DEL MONDO.
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="chapter">
-<div class="figcenter"><a id="fritratto"></a>
- <img src="images/ritratto.jpg" alt="" />
-<p class="caption">Guido Gozzano.</p>
-</div>
-</div>
-
-<hr class="pad4 silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="large">
-GUIDO GOZZANO
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-Verso la cuna del mondo
-</p>
-
-<p class="pad2">
-LETTERE DALL'INDIA<br />
-(1912-1913)
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Con prefazione di <span class="smcap">G. A. Borgese</span>
-e il ritratto dell'autore</i>
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="small">MILANO</span><br />
-<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span><br />
-<span class="small">1917.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA.
-</p>
-
-<p>
-<i>I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
-tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.</i>
-</p>
-
-<p>
-Copyright by Fratelli Treves, 1917.
-</p>
-
-<p>
-Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
-non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
-</p>
-
-<p>
-Milano, Tip. Treves.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span>
-</p>
-
-<h2 class="hidden">
-Prefazione
-</h2>
-</div>
-
-<p>
-È bene che il lettore, chiuso questo libro
-del nostro caro morto Guido Gozzano,
-indugi un poco prima di giungere ad una
-conclusione sul suo significato e sul suo
-valore.
-</p>
-
-<p>
-Udrà allora molti suoni fievoli e sordi
-comporsi in una triste armonia seduttrice;
-vedrà molte macchie di colore, che parevano
-buttate a caso, connettersi pei margini
-e formar quadro. Le tinte, elementari
-e franche, parevano, finché leggevamo,
-giustaposte. Il ricordo le modula, così come
-fa la distanza per certe tele del Segantini
-o del Previati.
-</p>
-
-<p>
-Da principio non si vede altro ordine
-e legge che quelli della curiosità esotica.
-Si pensa a un De Amicis meno colto e
-ardito, a un Barzini meno esperto e potente.
-L'Italia deve molto a questa strana
-categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo
-secoli di piè di casa, di provincialismo
-<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span>
-non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova
-e avida di novità, un po' giapponese
-per l'ansietà d'avvenire, un po' americana
-per il disdegno delle catene tradizionali. V'è
-già un accenno di futurismo in questo viaggiare
-per viaggiare, così diverso dai viaggi
-intimi e psicologici dei romantici, in queste
-esplorazioni del settentrione e dell'Oriente,
-delle capitali brumose e dei fronti
-di battaglia. Sciami di circumnavigatori
-e di grandi reporters, ritornando in patria,
-non contribuivano soltanto a introdurvi il
-<i>whisky and soda</i> e il rasoio automatico;
-ma anche un certo numero d'impressioni
-fresche e d'idee elastiche, utili per mettere
-bene a fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra;
-ed anche un certo numero di parole
-giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche,
-delle quali la tecnica sperimentale
-delle nuove scuole poetiche ha fatto
-un'orgia, ma che daranno qualche buon
-frutto nella poesia di domani. Lo stesso
-d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio
-di Corrado Brando e degli Ulissidi,
-si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza,
-ch'era già preannunziata nel Carducci
-innografo della locomotiva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Gozzano del viaggio in India desume
-le occasioni e i metodi da questa scuola.
-Ma, dentro di sé, è assai più romantico e
-sentimentale, con molto maggiori affinità
-ai viaggiatori sterniani. In India cercava
-soprattutto se stesso, il se stesso fisico e
-morale: un po' di buona salute, un po'
-di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina
-vagamente intravveduta del nirvana,
-e forse un ampliamento del suo dolce
-orizzonte canavesano. Cercava anche le
-farfalle — ch'egli adorava, egli così magro
-e fragile e occhiuto, egli così simile
-a una povera farfalla dall'ali bruciate —:
-le farfalle sotto archi anche più grandi
-che quello di Tito.
-</p>
-
-<p>
-I suoi tentativi d'interessarsi alle cose
-esterne, quali sono realmente, non mancano:
-ma scissi, deboli, abbandonati ben
-presto quasi col gesto pallido e febbrile
-con cui l'incurabile rifiuta la pozione accostata
-alle labbra in una velleità di speranza.
-Né la salsedine può rifabbricargli
-i polmoni, né le lontananze esotiche possono
-nutrirgli l'anima che ha ormai compiuto
-il suo ciclo e si consuma in sé medesima.
-Non ignora certo Kipling, eppure
-<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span>
-non lo ricorda mai, perfino temendo la
-vicinanza di quell'imperiale britannico appetito
-di esistere; e i suoi occhi, già colmi
-di penombra, non sostengono le policromie
-fragorose che Gauguin cercava pei mari
-australi. Ammira gl'inglesi conquistatori
-e organizzatori, senza che questa ammirazione
-oltrepassi l'accento giornalistico e
-tocchi la soglia della storia. Ha appreso
-lì per lì, non senza sazietà e noia, le alcune
-cose che ci riferisce; e a lui, così
-vicino al gelo dell'eternità, la storia non è
-ormai che una lacrimevole commedia di
-equivoci in uno scenario orpellato. E tale
-gli era parsa, anche prima, immutabilmente;
-e non v'è nulla che neghi il carduccianesimo
-epico quanto <i>l'Amica di
-Nonna Speranza</i>: obbiezione nichilistica
-pronunciata con tanto più radicale decisione
-quanto più semplice e cordiale vi è
-la modestia del discorso. Perciò quasi non
-gli costa fatica la lealtà di confessare che,
-prima di sbarcare in India, confondeva i
-Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione
-d'ignoranza, nessuna pretesa di sapienza.
-Le cose che guarda sono spesso «buffe ed
-assurde». «Buffa ed assurda questa torre,
-<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span>
-circondata di alti palmizi, alternati alle
-aste della luce elettrica e del telegrafo,
-buffi ed assurdi quest'automobile e noi
-che sostiamo su questo pendio come dinanzi
-ad un aereodromo, a un ippodromo
-occidentale...» Tra l'incomprensibile passato
-e l'impossibile avvenire egli vacilla
-in un'ondulazione inconsistente — che è
-il ritmo lirico di queste sue prose — come
-uno che vada innanzi, su una passerella
-tarlata, certo in cuor suo che da un istante
-all'altro cadrà nell'abisso.
-</p>
-
-<p>
-Poi tornò in Italia. E vennero i giorni
-di questa immensa rappresentazione storica.
-Bisognava credere nella realtà della
-storia, o sparire. Ma egli, Gozzano, già da
-tanto tempo amava le farfalle, il simbolico
-animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore.
-Già da tanto tempo aveva detto
-addio alle donne, agli amici, alle immagini
-care. Partì silenzioso — per un
-viaggio più lungo — verso il mitico buio
-Occidente, questa volta, ove tramonta il
-desiderio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Anche allora, in India, aveva sperato
-questa pace. Sapeva delle dottrine orientali,
-vagamente. Ma era troppo stanco e
-sfiduciato per un pellegrinaggio ascetico;
-e, in fondo, soffriva troppo per imporsi
-penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la
-ruota delle cose» e fu celebrato il silenzio,
-udiva invece il frastuono di una barbarica
-idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente
-riconoscere d'essere troppo artista
-perché gli riuscisse facile la condanna
-dei sensi.
-</p>
-
-<p>
-Un odore di sensualità esotica circola
-qua e là per queste pagine. Ma ha qualcosa
-di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato
-da acredini di preziosa putrefazione.
-«Mi sono avvezzo agli strani frutti
-che si spaccano offrendo una polpa gelida,
-mantecata come un sorbetto, odorosa di
-muschio e di creosoto; strani frutti che si
-direbbero preparati da un confettiere, da
-un profumiere e da un farmacista. E da un
-<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span>
-orefice si direbbero ideate le orchidee che
-ho dinanzi; petali di lacca policroma, polverizzata
-di mica, gole fantastiche e sogghignanti
-di draghi nipponici, petali gibbuti,
-cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti
-come le tinte intraviste nei toraci
-aperti delle bestie macellate; il fascino
-dà l'incubo della peste e del malefizio, e
-nell'afa pomeridiana emana un odore fetido
-insostenibile». Senza ambizioni metafisiche,
-per associazioni forzose e istintive
-cui vediamo seguire sul suo viso un pallore
-madido, una contrazione di agonizzante,
-appanna anche altre volte il desiderio della
-vita con l'alito della corruzione. Ecco
-la danza della Devadasis, ed ecco le due
-misere cortigiane francesi che vorrebbero
-prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni
-prima. Ecco nudità intravvedute,
-così perfette che il poeta s'esalta, riconoscendosi
-puro e immune di lascivia: od
-ecco lo stridulo ricordo di Madame Angot.
-</p>
-
-<p>
-La volontà di vivere era già quasi esausta,
-e il desiderio di morire tardava ancora.
-Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito,
-povero caro fanciullo esangue, davanti
-al focherello malcerto della sua vita,
-<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span>
-come già lo vidi, in una giornata di nevischio,
-davanti al camino della <i>salle à
-manger</i>, in un alberghetto di montagna,
-ove, prima che in India, era venuto a cercare
-un po' di salute.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Lo ricordo ancora altrimenti, come lo
-vidi in un giorno d'agosto 1913, in riva al
-mare ligure. La memoria del bene che mi
-volle e della stima ch'ebbe per me (gli
-parevo un luminare di scienza: caro, umile,
-timoroso fanciullo che temeva i còmpiti
-e riveriva i professori e i primi della classe!)
-è fra le cose buone e nobili che m'ha
-date la vita. Era venuto per vedermi e
-parlarmi. Aveva ancora il volto abbronzato
-dal lungo viaggio, con una maschera
-illusoria di floridezza. Parlava piano, fissando
-la lontananza e il queto Occidente
-che s'oscurava, con uno sguardo leopardiano.
-Progenie di Leopardi, aveva varcato
-la siepe, aveva navigato verso l'infinito.
-Era freddo, deluso, risoluto.
-</p>
-
-<p>
-Credeva nelle farfalle, per la sua gioia;
-<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span>
-nella pellicola cinematografica, pel suo pane;
-in qualche amico. Anche, soprattutto
-nella poesia; ma in una poesia fatta <i>sibi
-et paucis</i>, stampata in pochi esemplari non
-venali, condotta fino all'ultima nudità d'espressione,
-ridotta a sé medesima: senza
-risonanza pratica e senza gloria. Mi parlò
-delle poesie, candide e ignude, che aveva
-scritte in India: e che non conosco.
-</p>
-
-<p>
-In questo volume non mancano echi di
-canto. Vi è il Tai-Mahal coi suoi cipressi
-di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po'
-di quel «soprannaturale» che sperava di
-trovare in India); vi è Giaipur («nessuna
-cosa è più inutile di questa grande città
-color di rosa» — «mi ricorderò di Giaipur...»);
-e quella pagina dei frutti e dei
-fiori; e il conquistador di Goa (p. 54).
-E v'è «la demenza beata che accompagna
-le agonie senza fine di certi consunti», e,
-sulla fine, il gracidìo conclusivo dei corvi:
-«l'altro romore che è la nota acustica dell'India,
-alla quale bisogna abituarsi come
-in certi paesi al fragore del mare o dei
-torrenti: il gracidìo dei corvi così monotono,
-assiduo, che non rompe, ma sottolinea
-il silenzio; inno alla putredine, dove
-<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span>
-prorompe la gamma di tutte le r, dove
-l'orecchio sembra discernere tutte le parole
-non liete: <i>Ricordati! Ricordati! Morire!
-Morte! Morirai!</i>». E v'è, soprattutto,
-quell'occulta accentuazione lirica che sorregge
-tutta questa prosa piana; ma l'una
-e gli altri, la musica occulta e gli echi
-percettibili, indipendenti dalla volontà dello
-scrittore, permeati nella quieta e modesta
-prosa quasi suo malgrado. Giacché
-non amava più (non aveva forse mai amato)
-questi intarsî equivoci, e spregiava,
-senza indignazioni oratorie, le cose brillanti
-da bazar. Qui voleva dare notazioni
-semplici e opache, diarî di curiosità forestiere,
-per molti lettori: un po' di buona
-cinematografia, se si vuole. La poesia doveva
-essere altrove, nella sua anima e nel
-suo cassetto, per il poeta e per pochi cari.
-Doveva essere, ormai, tanto più schiva
-quanto più veritiera: una nudità pudica
-che non si mostra in piazza, una lealtà
-che non ricorre all'enfasi, perché non le
-giova di persuadere le folle.
-</p>
-
-<p>
-Ho già detto pocanzi la parola lealtà
-per Gozzano. E non mi dolgo della ripetizione.
-Soprattutto per questo egli è e rimane
-<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span>
-un maestro: per avere contribuito a
-restaurare nella nostra lirica il gusto del
-parlare sobrio e a bassa voce, del riferire
-l'esperienza interna qual'è, del collocare il
-valore poetico nell'accentuazione più che
-nel lessico: per aver dunque lavorato a
-rimettere in onore la verità dell'emozione
-e la lealtà della parola.
-</p>
-
-<p class="indl">
-<i>Parigi, aprile 1917.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">G. A. Borgese.</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2 id="trimurti">Le grotte della Trimurti.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<p>
-Garapuri: «città degli antri o Deva Devi,
-isola degli Dei»: è forse la più bella
-gita che offra Bombay, certo quella che
-unisce in minimo spazio i motivi esotici
-più interessanti pel forestiero. Ma difficilmente
-un inglese, un nativo tanto meno,
-la propone al suo ospite; trova di miglior
-gusto condurvi alla spettacolosa sala
-di <i>skating</i> (sì, hanno il coraggio di
-darsi a questo sport, con una temperatura
-minima di trenta gradi), o all'unica
-<i>matinée</i> che dà la Cleo De Merode, di passaggio
-per Bombay alla volta del Siam,
-con un plutocrate innominato, o al gigantesco
-teatro cinematografico dell'Esplanade,
-dove al soffio — ohimè! vano — di
-trenta ventilatori la vostra nostalgia d'italiano
-sussulta vedendo apparire a sfondo
-di qualche <i>film</i> poliziesco il Canal
-Grande, il Pincio, il Valentino. Ma veramente
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-non si viene in India per questo.
-Non è facile l'arte del Cicerone perfetto,
-del duca ideale nel proprio paese; le cose
-vicine, anche bellissime, non si vedono
-più; e l'inglese non pensa a farvi vedere
-l'isola d'Elefanta, come noi italiani esitiamo
-prima di proporre la baedekeriana
-gita a Capri, a Monreale, a Superga. Gli
-inglesi vanno ad Elefanta per due cose
-soltanto: mangiare e fare all'amore. Il vaporino
-che supera le sei miglia di mare
-dall'isola di Bombay all'isola d'Elefanta,
-è in gran parte occupato da famiglie merendanti
-e da coppie amorose: viaggio al
-paese di Cuccagna, <i>embarquement pour
-Cithère</i>....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma oggi non è domenica, e lo <i>steam-lunch</i>
-è quasi deserto. Non è domenica, e
-l'immensa rada di Bombay non è paralizzata
-dall'inesorabile riposo festivo, offre
-tutta la policromia gaudiosa, la bellezza
-varia della sua attività. Dobbiamo attraversare
-il porto della grande metropoli asiatica;
-la lancia passa come un moscerino
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-ronzante tra i fianchi delle navi: navi di
-tutta la terra: inglesi, francesi, olandesi,
-giapponesi, australiane, americane; di tutti
-i tempi: colossali alcune, nuove, intatte,
-saggio imponente dell'ultima civiltà; altre
-di forma arcaica, di età non definibile,
-zattere immense con una sola grande vela,
-che osano attraversare l'Oceano Indiano
-dall'Africa all'India, affidandosi per lunga
-esperienza a quel dato soffio di monsone
-in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti
-che fingono di ignorare ancora l'istmo
-di Suez, poichè la tassa di transito che si
-paga a Porto Said varia dalle trenta alle
-cento e più mila lire, e ripetono il loro
-viaggio secolare circumnavigando l'Africa,
-l'Arabia, la Persia; velieri panciuti, d'una
-tinta uniforme di vecchio legno fradicio,
-dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi,
-così decrepiti che fanno pensare alle galee
-portoghesi che ripararono per la prima
-volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri,
-ai pirati che furono per tanti secoli
-i signori indisturbati di questi mari e di
-queste terre.
-</p>
-
-<p>
-Non è leggenda: tutta la popolazione
-marinara e peschereccia di Bombay, che
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-vive nelle isole vicine, in capanne minuscole,
-sotto l'ombra dei cocchi eccelsi, è discendente
-di pirati; l'isola di Colaba, che si
-disegna verdeggiante oltre la foresta delle
-antenne e delle vele, era abitata ancora al
-principio del secolo scorso da <i>cacciatori di
-naufraghi</i>: i suoi villaggi, si dice, sono costrutti
-interamente con rottami di navi.
-Barbarie pittoresca e civiltà vittoriosa, tutte
-le razze e tutti gli idiomi, tutte le linee
-e tutte le tinte si contendono, stridono in
-questo convegno del Mondo, che offre tante
-cose rare all'amatore dell'anacronismo e
-del paradosso.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Avanziamo lungo un piroscafo inglese
-giunto da poco: la parete curva, nera, vertiginosa
-s'alza su di noi come il fianco d'un
-cetaceo colossale; dagli infiniti sportelli
-aperti giungono voci, s'affacciano volti impazienti;
-lungo una scaletta troppo fragile
-scendono i viaggiatori in una lancia d'approdo;
-quattro <i>indu</i> ignudi ricevono i bagagli,
-aiutano i fanciulli, i malsicuri nel
-balzo. Una signora biondissima si rifiuta al
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-passo, i viaggiatori l'incalzano alle spalle,
-l'incoraggiano, protestano; un gigante di
-bronzo l'afferra senz'altro, la solleva in
-alto, la passa ad un altro gigante ignudo,
-che la depone delicatamente, la siede incolume
-nella barca tra i suoi bagagli ordinati:
-strida convulse della signora, risa
-degli astanti. Quella biondezza e quelle
-braccia candide avvinte disperatamente
-alle spalle barbare mi hanno fatto pensare
-una romana della decadenza, una <i>flava
-coma</i> contesa da due schiavi nubiani un
-poco irriverenti....
-</p>
-
-<p>
-Tutto il porto dà il senso della schiavitù,
-ma non è un senso penoso: i dominatori
-sanno sfruttare l'uomo fino all'ultima energia,
-comandano con alterigia, ma con giustizia.
-Sulle navi, da nave a nave, su corde
-tese, su scale pendule, su palafitte è un
-brulichio di forme nere; tutti <i>indu</i> di bassa
-casta, che vanno, vengono in file ordinate
-ed opposte come le formiche, o si passano
-dall'uno all'altro, in catena, le gerle di carbone,
-le balle di cotone, i caschi di banane,
-le casse di spezie. È strano come questa
-misera, infima gente abbia innata la scienza
-della grazia, l'armonia del passo, del gesto,
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-dell'atteggiamento. Tutti cantano lavorando,
-com'è costume nelle città orientali.
-È una melopea a denti chiusi, che nell'attimo
-dello sforzo o dell'intesa si accentua
-con un ritmo più forte e produce nell'insieme
-l'effetto di una orchestra ronzante,
-monotona, non priva di dolcezza. Ci sono
-donne tra quegli infelici, sono ignude, con
-un <i>panio</i> alle reni, ma si stenta a riconoscerle;
-quasi tutte son vecchie; il tempo,
-la fatica hanno riassorbito il seno,
-fatte angolose le spalle, rudi le braccia,
-maschile tutta la persona. Infelici? Forse
-no; certo meno infelici, dacchè l'europeo
-li ha emancipati dalla crudeltà delle caste.
-Poichè quasi tutti sono <i>paria</i>, cioè «non
-salvabili», da meno dei corvi e dei cani,
-creature che si potevano uccidere impunemente,
-poichè fuori del ciclo evolutivo,
-escluse per l'eternità da ogni speranza,
-dannati in vita e in morte per la sola colpa
-di essere nati. Ora la maggior parte ha
-sul petto di bronzo la scapolare, ha nel
-cuore, rozza ed incerta, ma consolante, l'idea
-di una possibile salvezza, la speranza
-di poter pretendere dalla morte ciò che
-non ha dato la vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Il porto interminabile ci resta a poco a
-poco alle spalle: dirada la selva dei piroscafi,
-dei velieri, delle giunche; qualche
-zattera vaga ancora sul mare di stagno, sul
-quale emergono frequenti le pinne dorsali
-degli squali o balzano improvvisi, a frotte,
-i pesci volanti. Cielo e mare si confondono
-in una calma eguale, senza limiti, incolore.
-Si ha l'impressione di navigare nel vuoto;
-al tempo delle origini, quando i mari caldi
-nutrivano i germi dei pleosauri e delle
-felci colossali, le acque e i cieli immobili
-dovevano avere questo silenzio d'attesa.
-</p>
-
-<p>
-Ma d'improvviso, come sospesa nello
-spazio, disegnata sopra una parete di cristallo,
-si profila l'isola di Elefanta, tutta
-verde, e dopo l'isola la fascia fulva della
-terra ferma coronata dalla catena dei Gati:
-il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto
-sanguigno intagliato dalla natura a
-torri, a spalti guerreschi.
-</p>
-
-<p>
-Sono le dieci del mattino. Il caldo è
-tale, che la corsa della lancia non dà
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia
-tenda, si fa sentire sulla fronte, contro
-le gote, con l'ardore di un braciere troppo
-vicino. Un <i>boy</i>, armato d'una pompa, irrora
-d'acqua marina l'intavolato e le tende,
-ma i disegni scompaiono subito evaporati
-dall'ardore di questo dicembre tropicale.
-Mai come in questi climi mi sono rallegrato
-delle mie non molte carni: l'India è un
-soggiorno veramente infernale per le persone
-anche appena fiorenti.
-</p>
-
-<p>
-Il caldo provoca i miraggi, scompone
-l'aria, la fa vibrare, oscillare all'orizzonte
-col tremolio del rivo sulla sabbia; l'isola
-d'Elefanta, già prossima, s'addoppia, si
-riflette quadrupla, s'avvicina, s'allontana,
-scompare.
-</p>
-
-<p>
-Quando riappare, siamo giunti.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Approdiamo su grandi cubi di granito,
-viscidi d'alghe rosse e azzurre, abbandonate
-dall'alta marea, pendule come capigliature
-di sirene sconosciute. La collina
-s'innalza ripida sul mare: due cose sono
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-interessanti in quest'isola: non il <i>lunch</i> e
-l'amore degli inglesi domenicanti, ma la
-vegetazione e i templi famosi. Per la prima
-volta, dacchè sono a Bombay, vedo in
-libertà selvaggia la flora tropicale. I magnifici
-scenari verdi del Vittoria Garden,
-delle ville dell'Esplanade, e del Malabar-Hill
-sono meditati da giardinieri esperti
-su modelli inglesi, e ogni albero reca sul
-tronco una targa ovale col nome in corretto
-latino: <i>Cinnamomum canphora, Vanilla
-aromatica, Ficus elastica, Strychnos
-nux vomica, Tamarindus indica</i>, ecc., ecc.,
-pessima consuetudine che dà alla poesia
-d'un giardino esotico un sentore farmaceutico
-e tutta la prosa d'una rivendita di
-droghe e coloniali.
-</p>
-
-<p>
-Qui è la natura soltanto, la flora demente,
-senza freni e senza nome. La spiaggia
-è fiancheggiata da pandani colossali che
-immergono nell'acqua le loro radici multiple,
-sollevano in alto la corona delle foglie,
-e fanno pensare a candelabri capovolti o
-a buffi trampolieri vegetali. Si sale la collina
-lungo una scala ripida scavata nel
-basalto da un brahamino, per ex-voto, a
-beneficio dei visitatori. A tratti la vegetazione
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-s'intreccia sul nostro capo, forma un
-corridoio verde, dove il sole giunge tremulo
-come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti
-bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti
-neri, diritti come colonne delle <i>palme-palmira</i>,
-è il groviglio delle liane che allacciano
-d'albero in albero tutta la foresta, e
-fanno dell'isoletta un fascio di verzura
-emerso dal mare.
-</p>
-
-<p>
-Vorrei uscire dal sentiero, internarmi
-sotto gli alberi, nel refrigerio della notte
-verde, ma i <i>boys</i> e gli amici si oppongono
-recisamente: è l'ora calda, l'ora dei cobra,
-e i cobra abbondano nell'isola sacra.
-</p>
-
-<p>
-A metà della collina s'apre il tempio famoso.
-È un ipogeo, che ricorda le costruzioni
-egizie e consta di varie grotte scavate
-in una pietra nera, simile al porfido. Le
-colonne si moltiplicano all'infinito, pendono
-spezzate dalla volta tenebrosa o s'innalzano
-monche come stalattiti. Il tempio
-è lavorato con un'arte pazientissima nei
-particolari, qualche volta mirabili, ma noncurante
-delle proporzioni e dell'armonia
-dell'insieme. Sebbene mutilato dai millenni,
-dalle infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo
-mussulmano e portoghese, presenta
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-ancora una sintesi completa e imponente
-dell'olimpo brahamino; olimpo complicatissimo,
-difficile a chiarire per chi
-non ha speciali attitudini nel collegare le
-parentele numerose. Domina nella grotta
-principale un altorilievo di forse quindici
-metri, raffigurante un corpo formidabile
-a tre teste, la <i>Trimurti</i> famosa: Siva che
-crea, Visnu che conserva, Rudra che distrugge.
-Ma questa trinità s'incarna all'infinito,
-si trasforma nei bassorilievi dei
-porticati semibui in mille altre figure del
-simbolismo pazzesco. Ed ecco Siva che
-cavalca un toro e si fa maschio e femmina
-ad un tempo, col simbolo maschile
-<i>linga</i>, e femminile <i>joni</i>, circondato da infinite
-figure: elefanti, tigri, serpenti, da
-saggi, <i>rhisi</i>, da <i>apsare</i>, uri dell'olimpo brahamino,
-da Indra, da Brahma adagiato
-sul loto e portato da quattro cigni, Visnu
-sorridente, altovolante sull'avvoltoio dalla
-testa umana. È ancora Siva, la scultura
-divina dalla cui fronte sgorgano i tre grandi
-fiumi, Gange, Jamma, Sarasvati; Siva
-che passa a giuste nozze con Parvati, la
-Dea dalla vita sottile, dal seno enorme,
-che con l'una mano abbraccia lo sposo,
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-con l'altra strozza non so quale rivale in
-forma di mostro femminino. E intorno è
-scolpita una turba di Dei e Semidei, parenti
-e convitati, devoti e servi, che offrono cibi
-e rinfreschi. Un altro bassorilievo rappresenta
-un giardino: il paradisiaco monte
-Kaillasa, pieno di saggi e di donne in letizia,
-poichè dall'unione di Siva con Parvati
-è nato Ganesa, il Dio della Sapienza,
-mostro dalla testa di elefante, dal corpo
-umano, piccolino, tondeggiante, panciuto.
-È ancora Siva in un bassorilievo che ritrae
-le più desolanti e borghesi rappresaglie di
-famiglia che possano affliggere un nume.
-Siva ha sposato una seconda moglie: Durga,
-figlia di Daksha, figlio di Bhraham e
-genitore di sessanta figliuole; Daksha dà
-un convito rituale, aduna tutti gli Dei e
-dimentica sciaguratamente il suocero Siva
-e consorte. Questa interviene al rito, e,
-non attesa, male accolta, si getta sulle
-fiamme dell'ara. Compare Siva, al quale
-nel furore si moltiplicano le braccia, e
-taglia la testa al genero, alle cinquantanove
-figlie, ai convitati con lo spaventoso
-congegno delle molte braccia roteanti; intorno
-è un turbinare di teste mozze....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una grotta è dedicata a un <i>lingam</i> inghirlandato
-di fiori gialli: in giorni speciali
-migliaie d'indiane vengono in pellegrinaggio,
-s'inginocchiano, siedono sul rozzo obelisco
-di pietra, girando più volte: e la
-cerimonia assicura la fecondità. In tutto
-il tempio domina sovrano il <i>Civa-Lingam</i>,
-ed è strano questo simbolo procreatore in
-una religione dove il supremo bene è il
-non essere nati, o essendo nati annichilirsi
-al più presto. Ma è certo il mio cervello
-profano d'occidentale che non comprende
-l'occulto senso della pietra scolpita. Queste
-figure, ad esempio, che ricorrono su
-tutte le arcate d'ingresso e rappresentano
-uomini armati recanti il sesso nella mano
-protesa, e al posto del sesso un teschio
-che ride, dànno veramente un brivido d'orrore
-e il senso del più tragico pessimismo.
-L'impressione tuttavia di questo ipogeo
-troppo vasto, umido, oscuro, non animato
-che dallo squittire dei pipistrelli e dallo
-stillicidio delle infiltrazioni, è tetra, non
-religiosa. Quelle figure, che sembrano balzare
-dalle pareti, precipitarsi furibonde
-contro i poveri mortali, armate di clave,
-di lancie, di braccia multiple per meglio
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-ferire, dànno il senso dell'idolatria paurosa;
-vien fatto di domandare a questi
-numi il perchè di tanto furore e quale
-guaio riserbano ai miseri mortali peggiore
-della vita, peggiore della morte. Certo lo
-studioso, anche il dilettante soltanto, che
-viene d'Europa dopo aver sfogliato i sacri
-testi indiani e aver chiesto qualche ora di
-conforto alle sublimi speculazioni dei Veda
-e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato
-dinanzi a questa teogonia barbara e selvaggia.
-Ma è il destino fatale di tutte le
-religioni, che diventano culto, di tutte le
-fedi che si fanno pietra, metallo, colore,
-forma: idolatria.
-</p>
-
-<p>
-A queste malinconie certo non pensano
-i visitatori dell'ipogeo d'Elefanta: sulle
-trenta mammelle della dea Dassavi, sulla
-tiara delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina
-di Ganesa, la matita, il temperino
-ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande
-di rose all'amore che passa. Precisamente
-come da noi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola
-paradisiaca. Si passa dall'ombra alla
-luce, dalla barbarie alla civiltà, dal passato
-decrepito al presente vittorioso. Tutta
-Bombay è disegnata sull'orizzonte con la
-sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole.
-Da nessuna altura si può meglio capire
-la topografia mirabilmente equilibrata di
-questa metropoli asiatica. E si pensa non
-senza orgoglio al miracolo che l'attività
-occidentale ha fatto in poco più di mezzo
-secolo in queste paludi febbricose.
-</p>
-
-<p>
-«Due monsoni dura la vita di un uomo»
-dicevano gli indigeni agli europei che approdavano.
-Oggi Bombay è tra le città più
-salubri dell'India, certo superiore a Calcutta,
-a Goa, a Madras. Ma quale sovvertimento
-ciclopico ha dovuto operare la
-forza dell'uomo! Due secoli or sono, alla
-foce del fiume Ulas, si prolungavano in
-mare, lontane dalla costa, le creste parallele
-di due colline sommerse; l'intervallo
-era occupato da laghi salmastri, da
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-<i>jungle</i> popolate di belve. Gli esploratori
-portoghesi giudicarono quell'acquitrino insanabile.
-Giovanni IV di Portogallo diede
-l'arcipelago di Bombay quale dote — trascurabile — di
-sua figlia Caterina, sposa
-di Carlo II. La Compagnia delle Indie
-l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile
-di lire 250 annue. Se ne fece un luogo
-d'asilo, si cercò di popolare la plaga umidiccia
-ed infuocata. Ma solo con l'annessione
-definitiva all'Inghilterra, cominciò a
-delinearsi sull'arcipelago insalubre la futura
-città. Le paludi e le <i>jungle</i> furono
-prosciugate e distrutte, le due colline parallele
-si congiunsero, formarono l'isola
-d'oggi. Alcuni grandi giardini conservano
-esemplari di teck, di palme centenarie,
-superstiti di quella flora selvaggia: la civiltà
-le rispettò come rispetta le colonne
-dei templi indiani, formò giardini intorno
-ai tronchi venerabili, costrinse in gabbia
-le belve. Dove sorgevano paurosi paesaggi
-antidiluviani verdeggiano aiuole ben pettinate,
-corrono <i>babies</i> biondi dagli occhi
-ceruli, seguiti da un'<i>aia</i> indigena, da una
-mamma, da una sorella che sfoggia l'ultimo
-figurino europeo; un'orchestra scelta
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-risponde con una melodia verdiana o wagneriana
-al ruggito delle tigri prigioniere.
-</p>
-
-<p>
-Dall'alto di quest'isola d'Elefanta — tomba
-del passato — si contempla l'isola
-di Bombay — cuna dell'avvenire — e nessun
-contrasto è più profondo e più significativo.
-La filosofia orientale e la filosofia
-occidentale con le loro conseguenze opposte:
-un tempio tetro, pauroso, idolatra,
-una metropoli fiorente, colma di tutte le
-abbondanze. E penso all'ammonimento dei
-simboli fallici e macabri: meglio non esser
-nati....
-</p>
-
-<p>
-Meglio non esser nati. Certo. Ma essendo
-nati.... adagiarsi nella vita con tutti i
-beni che la vita può dare....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<h2 id="silenzio">Le Torri del Silenzio.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non è il titolo di un volume di versi
-decadenti.
-</p>
-
-<p>
-<i>The Towers of Silence</i>: è la passeggiata
-che propone qualunque <i>Cook's boy</i> di
-Bombay al viaggiatore incerto sulla sua
-mèta. La Torre del Silenzio: anzi, le Torri,
-poichè sono cinque le <i>Dakmas</i>, dove i
-Parsi espongono i cadaveri agli avvoltoi.
-Io le credevo un'invenzione di quei romanzi
-di avventura, già cari alla nostra
-adolescenza, dove, per gli occhi languidi
-della figlia di un Marajà, un esploratore
-giovinetto era narcotizzato a tradimento,
-avvolto in un lenzuolo ed esposto agli avvoltoi
-dell'edificio favoloso, ma veniva salvato
-da un servo fedele e unito a giuste
-nozze con l'oggetto dei suoi desiderî.
-</p>
-
-<p>
-Le Torri esistono invece e sono intatte,
-come mille anni fa; tutto è intatto in quest'India
-britanna, tutto è come nei libri e
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-nelle oleografie: danze di bajadere, templi
-colossali, ciurmerie di fakiri; e guai per
-chi soffre la ripugnanza dei luoghi comuni,
-o la nostalgia delle cose inedite; qui il letterato
-è esposto di continuo al rammarico
-acuto, al dispetto indefinibile che si prova
-quando la realtà imita la letteratura; non
-c'è altra salvezza che uscire dall'albergo
-senza guida e senza amici, perdersi nella
-vasta metropoli luminosa dagli edifici a
-ogive, a terrazze, a verande, a scalee, coronate
-di fiori e di palme; edifici di uno
-stile gotico inglese, illeggiadrito dalle esigenze
-del clima, immuni dal lercio stile <i>liberty</i>
-che appesta le metropoli europee;
-edifici che appaiono come tanti castelli
-della Bella Addormentata e sono invece il
-Demanio, l'Archivio, il Lazzaretto, il Tribunale,
-la Posta, ecc. E allora si trova il
-nuovo nelle piccole cose della strada: il
-<i>cipay</i>, che si mette sull'<i>attenti</i> se lo richiedete
-di un'informazione, e ha gli occhi
-dipinti di azzurro, prolungati sino alle
-tempia, contro i malefizi degli sconosciuti;
-lo <i>chauffeur</i>, che porta sotto la visiera di
-celluloide, disegnato in rosso vivo, il tridente
-di Wisnu; un <i>tram</i> zeppo di passeggieri
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-indigeni, che siedono invariabilmente
-sulle calcagna incrociate, così che si ha
-l'illusione penosa di veder passare carrozzoni
-elettrici interamente occupati da infelici
-senza gambe; un ramo di orchidee malefiche,
-che si protende dalla cancellata
-di un giardino; due bimbi Indu, che sono
-venuti alle mani per una latta di sardelle
-vuota; un santo, che medita, seduto sui
-gradini del monumento alla Regina Vittoria;
-i bengalini minuscoli, che nidificano
-nell'elsa della spada di Re Edoardo....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-I miei amici di Bombay si adoperano
-invece per farmi vedere dell'India le cose
-che si lessero nei libri e che si videro dipinte.
-Esistono anche queste. Così, per
-cortesia di Monsieur Lebaut, l'agente famoso
-del famoso Hagembeck, assisterò,
-forse, ad una caccia alla tigre; per i buoni
-offici del dottor Faraglia, il medico italiano
-notissimo di Bombay, vedrò una danza
-di bajadere in una famiglia bramina tra
-le meno accessibili all'europeo. Da tre giorni
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-mi si vuol condurre alle Torri del Silenzio.
-Ma non muore nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Quest'oggi Lady Harvet, una signora attempata
-e bellissima, tutta bianca, vestito,
-volto, cappello, capelli, con non altro di
-colorito che gli occhi azzurri, entra esultando
-nella sala di lettura del <i>Majestic
-Hôtel</i>: — È morto! — E seguìta dal figlio
-e dal dottor Faraglia, tutti esultanti: — È
-morto! È morto, ieri sera, un <i>parsi</i> di
-qualche importanza, l'architetto Donald-Antesca-Cabisa;
-i funebri saranno oggi,
-alle 18: siete fortunato; abbiamo il tempo
-di fare una gita sull'Esplanade e di salire
-alla collina di Malabar per assistere alla
-cerimonia; faremo il <i>lunch</i> nel <i>Tower's
-Garden</i>; abbiamo le provviste con noi....
-</p>
-
-<p>
-Ed eccoci in auto a tutta corsa, — io
-che vado così volentieri a piedi, lentamente,
-gustando in questi primi giorni la
-gioia di premere la nuova terra, — e la
-città ci sfugge ai lati come una <i>film</i> svolta
-troppo vertiginosamente. Ecco l'Esplanade,
-dove l'ansare delle automobili, lo scalpitìo
-degli equipaggi, si fonde col vociare di una
-folla composta di dieci razze diverse e il
-suono di venti bande militari. È la passeggiata,
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-il Bois de Boulogne di Bombay:
-interessante, misto, illogico, come un quadro
-futurista: tutti i veicoli: carrozzelle indigene,
-tirate da zebu gibbosi, dalle corna
-dorate, elefanti gualdrappati fino a terra
-di velluti ricchissimi, dai quali non
-emergono che i quattro zoccoli enormi, le
-zanne tronche, la proboscide, gli orecchi
-agitati di continuo come due ventagli; carrozze
-dai cavalli candidi precedute da araldi
-ansanti e vocianti: e dentro è adagiata
-la moglie, la figlia di un funzionario inglese,
-e la biondezza della signora, stilizzata
-secondo l'ultimo figurino europeo, fa
-uno strano contrasto con la magnificenza
-esotica ed arcaica dell'equipaggio, con i
-turbanti e i velluti dei cocchieri, con la
-nudità bronzata degli araldi. L'<i>auto</i> di un
-ricco Parsi, l'<i>auto</i> del Vescovo di Bombay,
-che sorride fra due prelati e benedice con
-la mano alzata di continuo la folla che
-s'inchina o s'inginocchia riverente.
-</p>
-
-<p>
-In quest'ora di grande animazione, non
-ostante le rotaie, le automobili, le vesti
-parigine, la città ricorda Babilonia ed
-Alessandria, Roma e Bisanzio, i tempi favolosi;
-dà un senso di ricchezza e di abbondanza;
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-dà un senso d'invidia inevitabile,
-fanciullesca, di rancore ingiusto, contro
-questi Inglesi, così forti e così ricchi,
-padroni di mezza la Terra....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-I secondi padroni di Bombay, dopo gli
-Inglesi, sono i Parsi. I Parsi, da non confondersi
-con gli Indu (io li confondevo addirittura
-con i Paria: è desolante l'ignoranza
-di chi muta d'improvviso venti gradi
-di latitudine senza qualche studio preventivo),
-da non confondersi con i Maomettani,
-gli Afgani, dai quali differiscono
-come un tedesco da un arabo. I Parsi
-sono i discendenti degli antichi Persiani
-emigrati dalla Persia in India, dopo la conquista
-di Maometto. È veramente biblico
-e grandioso il destino di questi seguaci di
-Zoroastro, che, per non rinnegare il Sole,
-loro divinità, abbandonarono, dodici secoli
-or sono, la patria, giunsero raminghi
-e perseguitati in India, rifugiandosi prima
-a Diu; poi a Tabli; trattando con i
-Marajà per avere un'ospitalità non molestata.
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-Furono, invece, molestatissimi per
-quasi un millennio, e la loro pace e la
-loro floridezza non data che dalla conquista
-degli Inglesi, i quali riconobbero le
-loro qualità, li incoraggiarono e li protessero.
-Oggi sono nelle mani dei Parsi i
-più grandi capitali di Bombay. Dipende
-dai Parsi gran parte del movimento politico,
-escono dai Parsi i migliori commercianti
-e i migliori laureati. Eppure, nessuno
-è più del Parsi ligio al suo passato,
-nessuno è meno di lui affetto da <i>anglomania</i>.
-Molti Indu vanno in tuba e in isparato.
-I Parsi vestono come mille anni fa,
-quando vennero profughi da Persepoli; gli
-uomini con una larga zimarra bianca, sul
-capo un'alta tiara nera simile ad una mitra
-(la cosa che più colpisce l'europeo
-sbarcato da poco); le donne si avvolgono
-di sete a vivi colori, giallo-zolfo, gridellino,
-rosso ciliegia, verde-salice, che dànno rilievo
-ai capelli nerissimi e al pallore ambrato
-del volto. Come alle loro foggie millenarie,
-così sono ligi alla loro fede e ai loro
-riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla
-religione degli elementi creatori e conservatori,
-il Sole prima di tutto, e il Fuoco,
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-imagine del Sole sulla Terra. L'Inghilterra,
-che tollera tutti i riti, tollera anche la
-Torre del Silenzio e le usanze funebri dei
-Parsi, che sono certo le meno conciliabili
-col nostro sentimento occidentale.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Si sale lungo il Colle di Malabar;
-la città si abbassa rapidamente, si offre
-tutta allo sguardo che la domina e ne gode
-come si gode di Napoli dall'altura di Posillipo:
-una Napoli tripla, adagiata tra le
-montagne del Dekan, il Borg-Hat, il Golfo
-di Bak-Baj e l'Oceano Indiano; coronata
-da una vegetazione barbara, inconciliabile
-col nostro clima, immersa in una luce intollerabile
-sotto il nostro cielo. L'automobile
-ascende lungo la strada rossiccia, corre
-all'ombra dei cocchi, dei <i>baniam</i>: gli
-alberi dalle radici multiple, ascendenti, discendenti,
-moltiplicanti i tronchi all'infinito.
-Si riesce all'aperto, si scende in un
-giardino lindo, fra grandi ajuole di rose del
-Bengala. Prendiamo posto sotto una veranda
-intrecciata di grosse campanule
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-strane, e subito son tolte dall'automobile la
-tavola portatile, le provviste, che Lady Harvet
-dispone in un grande vassoio: quei
-vassoi, che sono la tavolozza gastronomica
-dell'invidiabile appetito inglese, contenenti
-venti prodotti di tutti i climi: latte, miele,
-thè, marmellate indigene ed europee,
-canditi, sott'aceto, salati, e frutti tropicali....
-Spolpo un frutto, un <i>mangustani</i>,
-che si mangia nella sua corteccia come
-un sorbetto, mitigando col succo di limone
-la sua dolcezza troppo aromatica; guardo
-intorno: il giardino ridente domina tutta
-Bombay, ma è deturpato dalla Società del
-Gaz, che ha insediato tra gli alti fusti delle
-palme-palmira un serbatoio colossale.
-</p>
-
-<p>
-— Un gazometro? È la Torre del Silenzio,
-la maggior Torre; quelle altre sono
-le <i>Dakmas</i> minori, usate in caso di pestilenza.
-</p>
-
-<p>
-La mia delusione è grande. <i>Tower of Silence</i>:
-il nome shelleyano mi prometteva
-non quel cilindro imbiancato a calce, ma
-quanto di più fantastico ha scolpito nella
-pietra la poesia della morte.
-</p>
-
-<p>
-Un vallo senz'acqua circonda la torre e
-due ponti vi sono sospesi, che dànno ad
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-una porticina ovale, minuscola, unica apertura
-nella mole bianca. Ed ecco fra il
-candore dell'edifizio e l'azzurro del cielo
-un'enorme forma nera e sinistra: il primo
-avvoltoio; poi un secondo, un terzo; poi sei,
-sette coronano la Torre, dànno al suo squallore
-un tetro motivo ornamentale. Questi
-grifoni funerari superano veramente l'orrore
-di ogni aspettativa; si direbbe che la
-Natura li abbia foggiati secondo il loro
-tetro destino; hanno ali immense, possenti
-al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma
-che nel riposo lasciano pendere lungo il
-corpo, trascinano nella polvere con una
-sconcia stanchezza, artigli formidabili, ma
-senza la linea nobile dell'aquila, artigli
-fatti per affondare nella carne putrida,
-non per lottare con la preda viva. E alla
-base del petto, sopra una collarina di piume
-fitte, si innesta un altro animale, un
-tronco di serpente ignudo, gialliccio, grinzoso,
-dalla testa calva, con un becco oscuro
-ed occhi dallo sguardo insostenibile, dove
-s'alterna la ferocia ingorda alla viltà e
-alla malinconia.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Dakma</i> si corona di avvoltoi, non
-più calmi nel loro pensoso atteggiamento
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-consunto, ma frementi, con i colli serpentini
-protesi verso una cosa nuova. Lungo
-la strada, a mezza costa della collina, biancheggia
-tra la polvere fulva e il verde del
-fogliame, il corteo funerario. È tutto candido;
-strana usanza opposta alla nostra,
-che ammanta di veli bianchi il dolore dell'ultimo
-addio.
-</p>
-
-<p>
-— Entreremo anche noi nella Torre? — domando,
-non senza inquietudine d'una
-tale proposta.
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno, nemmeno l'Imperatore, potrebbe
-penetrarvi; soltanto una speciale
-setta di necrofori e il <i>dastur</i> accompagnatore,
-possono entrare.
-</p>
-
-<p>
-— Il modello è molto semplice. — E il
-dottore mi disegna a matita un anfiteatro,
-diviso in tre circoli concentrici, suddiviso
-da raggi che formano tante cellette aperte: — Ecco:
-il cerchio interno, dalle celle minori,
-è per i bimbi, il mediano per le
-donne, l'esterno per gli uomini. Questo è
-il pozzo centrale, dove si raccolgono le
-ossa ignude, che un acquedotto sotterraneo
-trasporta al mare. La logica della barbara
-usanza? E barbara, perchè? Per i Parsi
-il fuoco è la manifestazione divina, anzi,
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-la divinità stessa, come per il cristiano
-l'Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall'abbandonare
-il cadavere al rogo, come
-fanno gli Indu, per non offendere con la
-putredine la divinità; rifuggono dall'inumazione,
-perchè l'Avesta, il loro testo sacro,
-proibisce di lasciare alla decomposizione
-lenta della terra quel corpo, che
-fu l'agente di un'anima. Gli avvoltoi, gli
-uccelli sacri per rito millenario, sono forse
-i più adatti ad annientare la misera
-sostanza morta e a ritornarla nel ciclo
-vitale....
-</p>
-
-<p>
-Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente
-vestite di bianco, con la testa,
-il volto velati di veli candidi. Quattro portatori
-recano il cadavere resupino, coperto
-da un sudario leggiero, sotto il quale traspaiono
-le spalle aguzze, il profilo fine, le
-gambe scarne. I seguaci si tengono uniti a
-due a due con un fazzoletto attorto: il <i>crati</i>
-funerario, emblema di alleanza nella sventura.
-Il quadro è molto semplice e molto
-grandioso, quasi non triste; ricorda certe
-teorie cimiteriali sculpite nel marmo. Al
-primo ponte tutto il corteo si arresta, come
-per intesa, e solo qualche figura bianca
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-segue il cadavere; parenti più consanguinei,
-la madre, il padre, un fratello. La
-barella è deposta dinanzi alla porticina
-aperta; i seguaci sostano pochi secondi dinanzi
-al cadavere, forse per una preghiera
-di addio. Di fronte è il <i>dastur</i>, il sacerdote
-Parsi con due addetti. Non altri, non
-altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun
-gesto tragico; forse anche nella religione
-dei Parsi, come in quella dei Bramini
-e dei Buddisti, è cancellato il senso
-che noi occidentali abbiamo dell'<i>io</i>, e la
-loro filosofia millenaria attenua lo strazio
-del distacco senza ritorno. La barella è
-scomparsa nella porticina, che si è chiusa
-silenziosa, le ombre candide ritornano a
-due a due, unite sempre dal lino funerario,
-si allontanano <i>senza volgersi indietro</i>,
-come il rito prescrive, dispaiono fra i tronchi
-dei palmizi.
-</p>
-
-<p>
-Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto,
-spaventoso delle ombre nere. Dalle profondità
-dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono,
-precipitano con la velocità della
-pietra che cade, i grifoni funerari; sull'azzurro
-del cielo, sul candore della torre,
-le ali fosche sembrano attratte e respinte
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-da un turbine avverso, fanno pensare alle
-grandi ali degli angeli maledetti. Ma nessun
-grido, nessuna lotta, uno stridìo querulo
-e sommesso, quasi timoroso di svegliare
-un dormiente.
-</p>
-
-<p>
-Io ho un tremito leggiero, ho l'orrore
-dello strazio che non vedo.
-</p>
-
-<p>
-— ... Un ottimo giovine. Prometteva di
-farsi un architetto valoroso, aveva vinto il
-concorso per il palazzo del Museo di Igiene.
-Suo zio l'avvocato Makalla....
-</p>
-
-<p>
-Un architetto, un avvocato: uomini come
-noi, dunque, che hanno studiato i nostri
-libri, assimilate le nostre formule e le
-nostre idee, e le hanno potute conciliare
-con sentimenti remoti, ripugnanti dal nostro
-sentire, come quelli del selvaggio più
-sanguinario. E l'abisso tra uomo e uomo
-mi appare sempre più terribile ed incolmabile,
-e il mondo sempre più stridulo e
-buffo ed assurdo. Buffa ed assurda questa
-torre, circondata di alti palmizi, alternati
-alle aste della luce elettrica e del telegrafo,
-buffi ed assurdi quest'automobile e noi che
-sostiamo su questo pendìo come dinanzi ad
-un aereodromo, un ippodromo occidentale....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<p>
-— ... Nessuno strazio. Il cadavere è finito
-in venti minuti, — mi spiega il dottor
-Faraglia, addentando un terzo <i>sandwich</i>, — ed
-è spolpato con una delicatezza veramente
-religiosa; lo scheletro resta intatto
-nella sua cella, composto come se
-preparato per un gabinetto anatomico. Con
-un sol colpo di becco il cranio è aperto
-dove l'osso frontale s'incastra alla nuca....
-</p>
-
-<p>
-— Ma il vostro amico non mangia, non
-beve, — osserva cortesemente Lady Harvet. — Non
-sopporterete il clima di Bombay
-se non raddoppierete i vostri pasti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<h2 id="goa">Goa: «la Dourada».</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Oceano Indiano. A bordo del <i>Pedrillo</i>.<br />
-14 dicembre 1912.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Nessuno ha voluto seguirmi a Goa. Gli
-amici sono rimasti a Bombay, già presi
-dalle varie dolcezze della metropoli ospitale.
-Andare a Goa, perchè? I perchè sono
-molti, tutti indefinibili, quasi inconfessabili;
-parlano soltanto alla mia intima nostalgia
-di sognatore vagabondo. Perchè Goa
-non è ricordata da Cook, nè da Loti,
-perchè nessuna società di navigazione vi
-fa scalo, perchè mi spinge verso di lei
-un sonetto di De Heredia, indimenticabile,
-perchè pochi nomi turbavano la mia fantasia
-adolescente quanto il nome di Goa:
-Goa la Dourada.
-</p>
-
-<p>
-Oh! Visitata cento volte con la matita,
-durante le interminabili lezioni di matematica,
-con l'atlante aperto tra il banco
-e le ginocchia: ora passando attraverso
-l'istmo di Suez e il Mar Rosso, l'Oceano
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-Indiano, ora circumnavigando l'Africa
-su un veliero che toccava le Isole del
-Capo Verde, il Capo di Buona Speranza,
-Madagascar.... Mi seguiva nel mio pellegrinaggio
-un compagno che non ho più
-rivisto da allora, e che aveva tutti i diritti
-a bordo della mia fantasia: aveva un fratello
-missionario a Goa: un fratello che
-non vedeva da anni, che quasi non ricordava,
-ma al quale doveva l'abbondanza invidiabile
-di francobolli coloniali e certe
-lettere che parlavano del Malabar e dei
-Gati, di tigri e di San Francesco Saverio
-e certe fotografie della Cattedrale e della
-missione tra i cocchi svettanti. Francobolli,
-lettere, fotografie, il nome di lui:
-Vico Verani: tutto m'è impresso nella memoria,
-come se visto da un'ora, anzi v'è
-impresso questo soltanto; e il viaggio sull'atlante
-mi pare la realtà viva, e pallida
-fantasia mi sembra questo cielo e questo
-mare: cielo e mare di stagno fuso, limitato
-da una fascia di biacca verde: la costa
-del Malabar....
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta penso che i nostri
-sentimenti di fronte alle cose non sono
-che la magra fioritura di pochi semi deposti
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-dal caso nel nostro povero cervello
-umano, nell'infanzia prima. Termina oggi
-il viaggio intrapreso a matita sull'atlante
-di vent'anni or sono, termina a bordo di
-questa tejera sobbalzante, una caravella
-panciuta, lunga trenta metri, alla quale
-è stata senza dubbio aggiunta la prima
-caldaia a vapore che sia stata inventata.
-Ma tutto questo è indicibilmente poetico
-e mi compensa della vuota eleganza
-dei grandi vapori moderni dalle cabine e
-dalle sale presuntuose di specchi e di stucchi
-Impero e Luigi XV, dall'odore di volgarissimo
-<i>hôtel</i>, dove è assente ogni poesia
-marinaresca, ogni senso della <i>cosa nuova</i>
-e dell'<i>avventura</i>. Qui tutto è poetico,
-e la mia nostalgia può sognare d'essere ai
-tempi di Vasco De Gama, di navigare
-alle <i>Terrae Ignotae</i>, alle <i>Insulae non repertae</i>....
-</p>
-
-<p>
-Dormo in una cuccia dall'<i>oblock</i> a telaietti
-come una finestra settecentesca. Scorpioni,
-blatte, termiti in abbondanza, ma
-in compenso ho intorno immagini e statuette
-di santi: da Nostra Signora del
-Soccorso a San Francesco Saverio: con
-strane preghiere in portoghese, per l'ora
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-del naufragio....; e il legno della cabina
-sa di salmastro e di decrepitudine, e stride,
-di notte, al rodio ritmico dei tarli.
-</p>
-
-<p>
-Pochi viaggiatori a bordo; qualche mercante
-Goanese, e cinque monaci che ritornano
-a Goa dalle Missioni del Nord. Ho
-sperato subito di aver notizie del missionario
-sconosciuto:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, vado a Goa per vedere il fratello
-d'un mio amico. Vico Verani, <i>Vielha Citade</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ma i cinque monaci non sanno:
-</p>
-
-<p>
-— Noi siamo del Convento di Pandjim;
-Pandjim è la Goa nuova. Ma conosco tutti
-i Monaci della Citade, le farò una presentazione
-per Padre Jacques della Chiesa
-di Bom Jesù, un'altra per la Cattedrale....
-</p>
-
-<p>
-Strani questi Monaci Goanesi dal volto
-angoloso e terreo, dal sorriso larghissimo,
-dagli occhi piccoli, neri come scaglie d'onice
-incastonate sotto i sopraccigli enormi
-e baffuti: figure di Zuloaga, esagerate dal
-clima e dall'incrocio; vivacissimi nel riso,
-nello sguardo, nel gesto, opposti in tutto
-alla rigida biondezza degli Inglesi confinanti....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-15 dicembre.
-</p>
-
-<p>
-Oggi sono sceso nella stiva. Quanta merce
-disparata abbiamo con noi! Pianoforti,
-macchine da scrivere, biciclette, balle di
-cotone a fiorami vivacissimi per le belle
-dei coloni, tre casse enormi, dove viaggia,
-diviso in tre parti, una statua gigantesca
-di San Francesco Saverio, omaggio
-del vescovo di Bombay a non so quale
-convento portoghese, e un'infinità di sacchi
-pieni di cocci: cocci di stoviglie raccattati
-in tutti gli spazzaturai occidentali,
-frantumi a colori vivi, ricercati dai musaicisti
-goanesi che ne fanno pavimenti a
-disegni complicati, di bellissimo effetto.
-</p>
-
-<p>
-Ho avuta una gradita sorpresa. In cucina,
-tra un casco di banani e una latta di
-conserve, ho trovato un libro: <i>Os Lisiades</i>,
-le <i>Lusiadi</i> il poema immortale di Camoens:
-un'edizione arcaica sucidissima,
-con in calce la <i>real alvaira</i>: la licenza
-dei superiori. Non conosco il portoghese
-e non mi giova ad avvicinarmi il poco
-spagnuolo che so, ma i versi sono così
-armoniosi, così perfette le rime che alla
-fine d'ogni strofe capisco esattamente ciò
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-che il poeta ha voluto dire. Mi aiuta,
-d'altra parte, il cuoco, lo sguattero di bordo,
-qualunque marinaio: il poema è popolare
-tra gli illetterati come da noi <i>Bertoldo</i>
-o i <i>Reali di Francia</i>: con questa
-variante che il libro è tra i capolavori più
-completi che il Rinascimento abbia dato
-alla letteratura europea. È l'opera nazionale
-portoghese, quanto sopravvive, ohimè,
-di tutta la grandezza coloniale dei giorni
-splendidi. Non per nulla, e non indegnamente,
-Camoens fu detto il Tasso del Portogallo.
-Tutti gli elementi delle grandi epopee
-sono ricordati intorno alla figura dell'eroe:
-Vasco De Gama, e intorno alla sua
-gesta: la scoperta delle Indie Orientali.
-Eppure non so leggerlo senza un sorriso
-d'irriverenza. La figura dell'Ulisside portoghese
-è così grottesca, camuffata secondo
-l'ossessione classicheggiante del tempo:
-sembra di vedere gli stivali, il robone logoro
-d'un pirata medioevale spuntare sotto
-la corazza, il casco clipeato delle reminiscenze
-omeriche e virgiliane. Tutto l'Olimpo
-Pagano e Cristiano presiede alle
-gesta. La Vergine Maria da una parte — una
-Vergine troppo paganeggiante — e
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-Venere dall'altra — una Venere che sa di
-sacrestia e di Santa Inquisizione — si contendono
-a volta a volta l'eroe navigatore.
-Il poema s'apre con una bufera d'antico
-stile, quando Vasco De Gama piega il
-Capo delle Tempeste: Bacco lo perseguita,
-Venere lo protegge. Sbarco a Melinda,
-accoglienza del Re e della figlia, ed ospitalità
-generosa, a sdebitarsi della quale Vasco
-riassume in tre lunghi canti gli annali
-del Portogallo, le sue glorie passate e future;
-la filastrocca oratoria di tutti gli eroi
-antichi quando giungevano alla Reggia
-ospitale.... Ed ecco Didone camuffata da
-Ines de Castro, e il quadro commovente
-della partenza di Vasco con la sua flotta,
-e il Ciclope, parodiato dal gigante Adamastorre.
-E tra queste reminiscenze omeriche
-e virgiliane Vasco giunge a Goa, la
-espugna, s'impossessa di tutta l'India e
-non dimentica con i vari Rahja un formale
-contratto di commercio, in belle ottave armoniose.
-I navigatori ritornano in patria
-trionfalmente e sono accolti in un'isola
-incantata, paradiso allegorico dove le ninfe
-di Teti, ferite da Venere, li compensano
-d'ogni dura fatica. I santi del Paradiso
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-Cristiano assistono plaudendo — che libro
-buffo! — alle cose che si fanno sull'erbetta
-accademica di questo giardino d'Armida.
-</p>
-
-<p>
-Che libro buffo! Ma pieno di bellezze,
-ed è certo il viatico poetico più adatto
-per il sognatore che naviga verso Goa
-leggendaria, il più adatto per ingannare
-le ore di torpore tropicale, resupini sul
-ponte, sotto la doppia tenda, nella monotonia
-d'un viaggio che sembra non dover
-finire più mai....
-</p>
-
-<p>
-Vasco De Gama: nome tra i più favolosi
-che io conosca: tanto che non riesco
-a vedere l'uomo fuori della favola, non lo
-so pensare vivo, mortale, su questo mare,
-sotto questo cielo che furono i suoi! E
-pure la sua flotta navigava forse queste
-acque quando ospitava a bordo, in gran
-pompa, il Negus complice ed alleato. E
-l'Imperatore d'Etiopia e il Capitano portoghese
-erano chini sulla carta a meditare
-un'impresa degna dei Ciclopi, una vendetta
-da semidei: deviare il corso del Nilo,
-costringerlo ad una nuova foce sul Mar
-Rosso, inaridire così tutta la valle del
-Delta, annientando per sempre l'Egitto rivale;
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-forse le navi di Vasco seguivano questo
-stesso solco, avevano d'innanzi questo
-stesso orizzonte, quando l'esploratore giunse
-un'ultima volta alla terra della sua
-gloria e del suo tormento, già vecchio,
-misconosciuto, agonizzante, e — turbandosi
-la calma dell'Oceano Indiano per un maremoto
-improvviso — il morente impose
-coraggio alla ciurma allibita, gridando con
-voce ferma: Non temete! È il mare che
-trema d'innanzi a noi!
-</p>
-
-<p class="indr small">
-16 dicembre.
-</p>
-
-<p>
-Ohimè! il mare non trema d'innanzi a
-noi. Da tre giorni quadro invariabile. Cielo
-e mare di stagno fuso, con emerso qualche
-tratto nero: le pinne degli squali,
-con sempre all'orizzonte, unica traccia
-concreta, la fascia sottile ondulata di biacca
-verde: la costa del Malabar....
-</p>
-
-<p class="indr small">
-17 dicembre.
-</p>
-
-<p>
-Sono salito sul ponte all'alba. Si costeggia
-la terra. Il verde s'è innalzato
-come una cortina che si prolunga all'infinito.
-Sono i cocchi, gli alberi che regnano
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-le coste di tutto il Malabar, di Ceylon,
-della Papuasia: compatti, monotoni,
-abbarbicati fin sulla sabbia, tanto che l'alta
-marea inghirlanda i loro tronchi d'alghe
-e di attinie. Sono i cocchi, la nota
-visiva dominante di queste contrade, le
-palme selvaggie che dànno al tropico quel
-suo profilo nostalgico. E non so come
-un mio compagno di viaggio li possa chiamare
-datteri, confonderli col dattero africano
-dal tronco a colonna, fatto di scaglia
-e di stoppa, dalle foglie di latta rigida,
-arido compagno del deserto e della piramide.
-Il cocco è l'amico della pagoda,
-il figlio dell'ombra umida e calda. I tronchi
-si profilano bianchi sulla compagine
-verde, obliqui, sottili come steli di gramigne
-favolose, lancianti a venti, a trenta
-metri nel cielo il razzo verde delle foglie
-espanse, gigantesche, ondeggianti con
-una grazia infinita sul tronco troppo gracile.
-Appoggiato al parapetto del ponte, col
-mento chiuso tra le mani guardo da un'ora
-quell'unico scenario di creature vegetali.
-La loro bellezza m'incanta....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-17 dicembre, pomeriggio.
-</p>
-
-<p>
-E non immaginavo una città cristianissima
-sepolta sotto l'ombra selvaggia.
-</p>
-
-<p>
-Il Pedrillo ha risalito l'estuario della
-Mandavj, ci ha deposti sull'<i>imbarcadero</i>
-malfermo della <i>Vielha Citade</i>, ed è ripartito
-in tutta fretta verso la Nova Citade,
-prima che la bassa marea lo paralizzi su
-queste rive.
-</p>
-
-<p>
-Da due ore m'aggiro per la più strana,
-la più triste delle città morte. L'Oriente
-è pieno di città che furono. Ma risalgono
-a millenni, nella notte delle origini buddiche
-e bramine, ce le fa indifferenti l'abisso
-del tempo, della razza, della fede. La
-nostra malinconia ritrova invece a Goa
-lo spettro di cose nostre: conventi, palazzi,
-chiese del Cinquecento e del Seicento:
-una vasta città che ricorda a volte una via
-di Roma barocca o una piazza dell'Umbria:
-una città che fu suntuosa e ricca,
-sorta per imposizione della croce e della
-spada, città che conteneva trecentomila
-abitanti ed ora ne conta trecento: tutti
-monaci o guardiani dei palazzi e delle
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-chiese crollanti, testimoni indolenti che
-non ristorano una pietra, rassegnati all'opera
-implacabile del clima e della foresta.
-Per le cose come per gli uomini il tropico
-è deleterio; e sotto questo cielo di fiamma
-e d'uragano i secoli contano per millenni.
-La città è vastissima, ma sono pochi gli
-edifici completi. Avanzo a caso, senza una
-mèta, senza una commendatizia, scortato
-da un monello vivace che m'interroga sulla
-mia scelta: — Palazzo dell'Inquisizione?
-Chiesa di San Francesco Saverio? Cattedrale
-di Nostra Signora degli Elefanti? — E
-comincia a considerare il mio vagabondaggio
-trasognato con qualche inquietudine.
-Un edificio m'attira, un palazzo del
-Seicento, imponente, dalle grate panciute,
-dai balconi a volute aggraziate, recanti al
-centro, in corsivo, un monogramma o uno
-stemma padronale; e lo stemma è riprodotto
-in pietra sul vasto androne d'ingresso.
-Il cortile è circondato da un doppio loggiato
-barocco, a colonne spirali; ma il loggiato
-è crollato per una buona metà e s'apre
-sopra la campagna selvaggia. Seguo il portico
-a caso, entro nella vasta dimora. Ohimè!
-Vedo il soffitto; e, attraverso il soffitto,
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-larghe chiazze azzurre: il cielo del tropico.
-Dei tre ripiani, delle fughe interminabili
-di sale e di corridoi, non resta più
-traccia, tutto è crollato, e il palazzo non
-è che una scatola, una topaja deserta,
-che serve di magazzino per le noci di cocco.
-In terra, fino a vari metri d'altezza,
-sono accumulati i grossi frutti chiomati
-che fanno pensare a piramidi di teste
-tronche. Esco all'aperto, mi siedo sotto il
-portico sopra un capitello infranto, mi
-disseto ad un cocco che il guardiano rompe
-e mi porge.
-</p>
-
-<p>
-— Di chi è il palazzo?
-</p>
-
-<p>
-— Dell'Abbazia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma chi l'abitava, chi l'ha fatto costrurre?
-</p>
-
-<p>
-Il guardiano non comprende, mi guarda
-perplesso. Accenno allo stemma che traspare
-anche qui, sul selciato consunto.
-L'uomo non sa, fa un gesto d'indifferenza.
-</p>
-
-<p>
-— Chi può sapere? Un <i>conquistador</i>,
-nei tempi dei tempi....
-</p>
-
-<p>
-Ma quale <i>conquistador</i>? È mai possibile
-che tre secoli possano annientare a
-tal segno ogni memoria del nostro passaggio
-sulla terra? E la memoria di uomini
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-possenti, di dominatori temuti ed invidiati
-che empirono il mondo delle loro gesta
-e del loro nome, che il loro nome imposero
-con la croce e con la spada, scolpirono
-in marmo ed in ferro sui loro palazzi magnifici.
-Fu un Diego Lajnez? Un Alfonso
-Dequero? Un Manrico Tizzona? Forse ne
-ho già incontrati gli occhi sopraccigliuti
-in qualche galleria europea, in una tela di
-Velasquez o di Van Dyck, uno di quei <i>conquistador</i>
-mezzo mercanti, pirata, guerriero,
-esploratore che s'avanzano in tutta
-la pompa delle sete, delle piume, dei velluti,
-recando la consorte per mano, una
-pingue signora a riccioli simmetrici, sorridente
-nonostante il ferreo busto ad imbuto,
-la gorgiera crudele; e la prole segue
-in bell'ordine, già tutta imbustata e corazzata
-come i genitori, e un servo negro
-reca una scimmia sulla spalla e un pappagallo
-nell'una mano, sollevando con l'altra
-una cortina di velluto, e tra le due colonne
-appaiono le galee potentissime, d'innanzi
-al porto d'una città favolosa: Goa.
-Goa la Dourada, Regina dell'Oriente, orgoglio
-dei figli di Luso, quando sui dominii
-portoghesi il sole non tramontava
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-mai. «Chi ha visto Goa non ha più bisogno
-di veder Lisbona».
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta tocco l'ultimo limite
-della delusione, sconto la curiosità morbosa
-di voler vedere troppo vicina la realtà
-delle pietre morte, di voler constatare
-che le cose magnificate dalla storia, dall'arte,
-cantate dai poeti, non sono più, non
-saranno mai più, sono come se non siano
-state mai!
-</p>
-
-<p>
-Strade interminabili, alternate di palazzi
-cadenti, vuoti come teschi, di verzura
-selvaggia sopravanzante alti muri massicci,
-di torrioni rivestiti di capillarie pendule,
-di liane gonfie, maculate come pitoni;
-e chiese, ruine religiose più tristi
-delle ruine profane. Sosto nella frescura
-ombrosa d'un frammento di vòlta a sesto
-acuto, rimasta in piedi per prodigio, poichè
-sorretta da un solo muro superstite.
-La mia nostalgia s'illude per un attimo
-d'essere in una chiesa diroccata della Romagna
-o dell'Abruzzo. Ma tre scimmie
-oscene — vero simbolo apocalittico di Satanasso — occupano
-il vano dell'abside,
-una frotta di pappagalli minuscoli corre
-sulle quattro ogive; non l'edera, non la
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-lucertola amica animano la pietra morta,
-ma uno strano rampicante dai fiori sogghignanti,
-e i camaleonti diabolici, dagli
-occhi strabici.... Dall'alto un cocco ha introdotto
-nella chiesa una foglia immensa e
-l'agita lento, proiettando in terra l'ombra
-di una mano che benedica.
-</p>
-
-<p>
-La malinconia della città morta è tutta
-nel contrasto di questo medioevo europeo,
-di questo passato nostro, sepolto sotto un
-cielo d'esilio, in una terra selvaggia.
-</p>
-
-<p>
-Non ho altra mèta, altra indicazione
-in questa solitudine di piante e di ruine
-che il nome di un italiano non conosciuto
-mai: e lo ripeto a tutti i rari passanti; ma
-nessuno sa indicarmi il suo convento. I
-conventi sono molti e passo dall'uno all'altro
-inutilmente; nessuno conosce Vico
-Verani e senza il suo nome religioso sarà
-difficile la ricerca; e non ricordo quel
-nome. Mi consigliano di rivolgermi alla
-Cattedrale dov'è la Direzione Ecclesiastica
-con tutti i registri....
-</p>
-
-<p>
-Affretto il passo, seguìto dal monello
-goanese che si interessa a quella ricerca
-con grandi esclamazioni grottesche, e agitar
-d'occhi e di braccia: una mimica eccessiva
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-che rivela il rampollo di razza
-bastarda. Si arriva nel centro di Goa:
-solitudine, silenzio, morte anche qui. Formidabile
-come una fortezza il Palazzo della
-Santissima Inquisizione: inquisizione
-più spaventosa di quella europea, causa
-prima della decadenza d'un dominio coloniale
-che non ebbe l'eguale in grandezza.
-</p>
-
-<p>
-Ecco la Cattedrale, chiesa abbaziale delle
-Indie, moschea trasformata in tempio
-cristiano da San Francesco Saverio. Ed
-ecco la chiesa del Bom Jesù su di una
-piazza deserta, ombrata di palme. Visito
-la tomba del Santo, suntuoso mausoleo
-barocco di giada, di marmo, d'argento. Il
-corpo del Santo fu ufficialmente dichiarato
-Vicerè delle Indie e Luogotenente generale;
-il vero governatore che giungeva dal
-Portogallo doveva chiedere il permesso alla
-salma idolizzata, e ancora al principio del
-secolo XIX egli veniva in gran pompa a
-questa chiesa prima di prendere il suo
-posto: il rito voleva che ritornasse a colloquio
-con le sante reliquie, prima d'ogni
-decisione importante....
-</p>
-
-<p>
-Il monaco mi fa passare nelle sacrestie:
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-attraversiamo un cortile interno, vasto e
-murato, dove lo stile tozzo d'altri tempi,
-la malinconia secolare fanno uno strano
-contrasto con la verzura ed il cielo abbagliante.
-Si sale al primo piano; nella biblioteca
-sono presentato al Padre Superiore.
-Il monaco m'accoglie benevolo, fa
-togliere dagli scaffali tre, quattro registri
-di epoche diverse, sfoglia con rapidità accurata,
-appuntando sulla carta giallognola
-l'indice gemmato d'una grossa pietra violacea.
-Nel silenzio considero quella tonsura
-grigia ed occhialuta, la persona massiccia
-nella tunica nera e bianca, e l'altro compagno
-silenzioso, scarno, irrigidito, addossato
-ad un planisferio antico recante a
-figure di belve e di selvaggi i confini portoghesi.
-E dietro le spalle del padre, dietro
-l'alta sedia a bracciuoli, s'apre la vetrata,
-appare un cortile alberato dove una
-schiera di monelli indigeni, dai volti più
-foschi nel camice bianco, fanno esercizi
-ginnastici accompagnati da una specie di
-canto liturgico. Odore d'incenso putrido,
-di tabacco aromatico, di tempo e di santità,
-odore di fiori sconosciuti e di miasmi
-tropicali. Ho l'incubo. Guardo con impazienza
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-ansiosa l'indice che scorre sul vasto
-registro. Il silenzio mi pare eterno. E mai
-avrei pensato di tanto desiderare l'incontro
-d'un italiano, sia pure il fratello sconosciuto
-di un amico dimenticato.
-</p>
-
-<p>
-Il padre s'arresta, legge finalmente:
-</p>
-
-<p>
-— Padre Miguel, al secolo Vico Verani,
-convento di Santa Trinidad, insegnante di
-teologia dal 20 settembre 1884, ordinato
-nel 1891 e....
-</p>
-
-<p>
-Il padre alza il volto, mi fissa con occhi
-placidi:
-</p>
-
-<p>
-— È morto il 22 ottobre 1896.
-</p>
-
-<p>
-Un silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Si dura poco, sotto questi climi, caro
-signore.
-</p>
-
-<p>
-La solitudine mi par più completa, più
-vivo il desiderio di andarmene, ora che
-so di aver seguita la traccia d'un morto
-nella città morta. I monaci m'offrono ospitalità,
-insistono; ci sono dieci chilometri
-prima di arrivare a Pandjim, la Nova
-Citade dove posso trovare un albergo; la
-notte mi accoglierà a mezza via. Poco
-importa. M'accomiato; salgo su un trespolo
-a <i>zebu</i>, un veicolo che ricorda una
-bara o una bigoncia, dove il viaggiatore si
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-adagia quasi supino, sollevando e abbassando
-sul volto una specie di paracuna.
-E si parte di gran corsa verso la Goa
-moderna.
-</p>
-
-<p>
-Goa moderna: ma sembra una città di
-provincia dei tempi andati, una capitale
-di qualche Republica dell'America Centrale,
-sul finire del secolo XVIII. Passo la
-mia sera nel modo più banale, pur di convincermi
-di vivere ancora, di essere sempre
-ai giorni nostri. Entro in un cinematografo.
-Passo in un caffè, tra questa folla
-numerosa, così diversa dalla corretta eleganza
-degli Inglesi e dalla grazia dignitosa
-degli Indu, folla di meticci portoghesi che
-si riprodussero come la gramigna sotto
-questo cielo, sopravvissero alle ruine, più
-tenaci della pietra, e che si chiamano pomposamente
-<i>Toupas</i>, cioè europei «che portano
-il cappello», ma che d'europeo non
-hanno più nulla, con quelle spalle gracili,
-le gambe smilze, il volto olivigno, angoloso,
-dagli occhi vivi, ma scimmieschi sotto la
-fronte depressa; e hanno atteggiamenti
-grotteschi di cavalleria, sono lisciati, impomatati,
-portano in giro sigari enormi
-e compagne languide, che sfoggiano i figurini
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-di dieci anni or sono, il ritagliume
-che loro invia qualche fondo di magazzino
-europeo.
-</p>
-
-<p>
-Sorseggio un bicchierino d'<i>arach</i>, il liquore
-nazionale, il massimo commercio
-della colonia. Tra il vociare aspro e sconosciuto
-che m'assorda e il fumo che m'accieca
-e mi soffoca, ricordo con qualche
-cartolina illustrata qualche amico d'Europa.
-E osservo che i francobolli recano ancora
-l'effige di Don Carlos; la florida ciera
-del monarca trucidato mi sorride sotto la
-correzione violenta a grossi caratteri neri:
-Republica. <i>Sic transit</i>. Non so perchè questo
-particolare chiude con un'ultima tristezza
-questa sosta portoghese, giornata
-malinconica tra le più malinconiche del
-mio pellegrinaggio.
-</p>
-
-<p>
-Esco dal caffè, passeggio pei giardini,
-m'allontano lungo il mare fin dove cessano
-i fanali a gas ed appaiono tutte le
-stelle del cielo tropicale, dominate dalla
-Croce del Sud; s'ode nel buio il crepitìo
-caratteristico che fanno le foglie dei palmizi
-fruscanti tra loro, alla brezza marina.
-E tento di ricordare e di ripetere come una
-preghiera sulla tomba della città defunta
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-un sonetto di De Heredia, per la patria
-lontana.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Morne Ville, jadis reine des Océans!</i></p>
-<p><i>Aujourd'hui le requin poursuit en paix les scombres</i></p>
-<p><i>Et le nuage errant allonge seul des ombres</i></p>
-<p><i>Sur la rade où roulaient les galions géants.</i></p>
-<div class="stanza"></div>
-<p><i>Depuis Drake et l'assur des Anglais mécréants,</i></p>
-<p><i>Tes murs désemparés çroulent en noir décombres</i></p>
-<p><i>Et, comme un glorieux collier de perles sombres</i></p>
-<p><i>Des boulets de Pointis montrent les trous béants.</i></p>
-<div class="stanza"></div>
-<p><i>Entre le ciel qui brûle et la mer qui moutonne,</i></p>
-<p><i>Au somnolent soleil d'un midi monotone,</i></p>
-<p><i>Tu songes, ô Guerrière, aux vieux Conquistadors;</i></p>
-<div class="stanza"></div>
-<p><i>Et dans l'énervement des nuits chaudes et calmes,</i></p>
-<p><i>Berçant ta gloire éteinte, ô Cité, tu t'endors</i></p>
-<p><i>Sous les palmier, au long frémissement des palmes.</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Più che nel tronfio accademico poema di
-Camoens, Goa «la Dourada» è chiusa in
-questo miracolo di quattordici versi!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-</p>
-
-<h2 id="ceylon">Un Natale a Ceylon.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Adam's Peak. Ceylon, 25 dicembre.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Lento martirio del risveglio sotto questi
-climi!
-</p>
-
-<p>
-La coscienza, intorpidita dall'atmosfera
-di serra calda, si ridesta penosamente come
-una ribalta che s'illumini a scatti successivi
-ed improvvisi; si direbbe che nel
-sonno essa abbia abbandonato il corpo,
-si sia involata verso la patria lontana e
-debba ora riguadagnare in pochi secondi
-la spaventosa distanza, ritrovarsi la via
-tra lobo e lobo del cervello; la ragione,
-invece, già vigile e desta, assiste a quel
-tormento, indaga, commenta, deride:
-</p>
-
-<p>
-«È vano che tu m'illuda, o vagabonda
-notturna! Sono a Ceylon; so d'essere a
-Ceylon! È vano che tu mi porti ad ogni
-risveglio un lembo di paesaggio ligure o
-canavesano, il sorriso d'un amico, il profilo
-di mia madre.... So di sognare. Questo
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-suono fioco di campane che tu fingi per
-ricordarmi la patria, imita assai bene il
-clangore natalizio quando la bufera di
-neve lo investe turbinando. Ma non è vero.
-Vero è soltanto il coro assordante e rauco
-dei pappagalli e delle scimmie sul tetto
-del mio <i>bungalow</i>. Fra pochi secondi mi
-sveglierò a Ceylon, nel mio rifugio solitario,
-in piena foresta tropicale....
-</p>
-
-<p>
-Mi sveglio. Sono a Ceylon. Ho gli occhi
-bene aperti, vedo attraverso il velo bianco
-gli arredi della stanza, la figura di Patrick
-in piedi, che attende col vassoio del
-thè; sono ben desto; ma, attraverso il coro
-della foresta, continua il clangore fioco
-delle campane; scosto la zanzariera, balzo
-dal letto con tale sorpresa che il vecchio
-<i>boy</i> cingalese s'inquieta.
-</p>
-
-<p>
-— <i>What is the matter with you, Sir?
-</i>
-— Niente, caro. Sto benissimo, ma che
-cosa è questo suono?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Christmas!</i> Il Natale! È la messa delle
-sei, alle Missioni di Kandy....
-</p>
-
-<p>
-Fin quassù giunge, nell'aria immobile,
-il suono di Kandy, lontana sei ore, in fondo
-alla valle....
-</p>
-
-<p>
-Patrick è cristiano. Benchè porti i radi
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-capelli grigi avvolti in trecciuole sotto il
-pettine cingalese di tartaruga ricurva, benchè
-non abbia altra veste che il gonnellino
-muliebre a scacchi rossi ed azzurri, egli
-ha sul petto ignudo, appesi tra gli amuleti
-contro i veleni, i cobra, i malefizi, uno
-scapulare di celluloide e una crocetta d'argento.
-È un puro ariano, dalla nobile faccia
-socratica che mi ricorda terribilmente
-un mio illustre insegnante di Università,
-tanto che ancora non riesco a vincere una
-certa esitanza, quando devo ordinargli di
-prepararmi il bagno o di lucidarmi i gambali....
-</p>
-
-<p>
-— <i>Christmas, Christmas!</i> Sentite le campane?
-</p>
-
-<p>
-È Matthew, l'altro boy, che entra esultando,
-con tutti i suoi denti bianchi, abbaglianti
-nel bronzo del viso. È giovanissimo
-Matthew, ha vent'anni e parla sette lingue;
-è un buon cacciatore e un ottimo
-cuoco; nessuno sa meglio di lui rammollire
-e friggere il legno della <i>traveller-palm</i> o
-cucinare la carne del pangolino squamoso
-o del vampiro-rossetta.
-</p>
-
-<p>
-Con questi due compagni e il guardiano
-del <i>bungalow</i> — appena sufficienti in questi
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-climi dove il lavoro è frazionato per
-età e per caste — abito da quasi un mese
-l'ultima <i>rest-house</i> offerta al viaggiatore
-dalla mirabile previdenza britanna. A Colombo,
-a Kandy, fra le gaie lusinghe degli
-<i>hôtels</i> cosmopoliti, ho sciupato molto
-tempo e danaro (troppo danaro per un
-letterato entomologo, non lautamente munito
-dalle patrie lettere e dai patrii musei)
-e devo ai buoni uffici del Console d'Olanda
-presso il governo cingalese questo rifugio
-beato, favorevole più di ogni altro alle
-mie ricerche.
-</p>
-
-<p>
-È minuscola e modesta questa <i>rest-house</i>
-sul Picco d'Adamo, e non m'inorgoglisce
-il pensiero che v'ha pernottato il Kronprinz,
-lo scorso anno, quando venne a
-Ceylon, per la caccia all'elefante. Ohimè, la
-dimora non è imperiale! Ha una lindezza
-squallida di stazione ferroviaria e di casetta
-nipponica a un solo piano, come tutte
-le costruzioni dei tropici, circondata da
-una veranda a colonnette bianche, dal tetto
-ampiamente proteso; a sera si abbassa
-una grata a saracinesca che si chiude intorno
-premunendoci contro le visite dei felini.
-In Europa gli uomini mettono le tigri
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-in gabbia, qui sono le tigri che costringono
-in gabbia gli uomini; non la tigre, veramente,
-che manca in queste foreste, ma il
-leopardo e la pantera nera cingalese, temibilissima.
-Le stanze sono disposte attorno
-a un cortiletto, un piccolo <i>patium</i>
-centrale, e sono di una malinconia indescrivibile,
-in muratura bianca di calce fino
-a mezza parete, dalla metà in su in legno
-traforato a giorno e aperto, così, al minimo
-soffio ristoratore; v'entrano liberamente
-i piccoli alati della jungla, i passeri
-bengalini, con la fiducia incredibile
-che hanno per l'uomo gli animali dell'India....
-</p>
-
-<p>
-Una camera da letto d'una semplicità
-da certosino, una sala con qualche pretesa
-europea, una cucina e una vasta dispensa
-che ho adibita a laboratorio con le
-mie casse e i miei barattoli; dinanzi alla
-casa un giardinetto derisorio, con un'aiuola
-triangolare dove il guardiano cura con
-grande amore alcuni grami gerani d'Europa,
-storditi dal clima e umiliati dalla
-flora circostante. In quest'eremo mi raggiunge
-stamane il clangore remotissimo
-delle Missioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<p>
-E per la prima volta, dacchè sono lontano
-dalla patria, sento in cuore una trafittura
-leggera, appena percettibile, ma insistente
-e importuna come il primo rodìo
-del dente cariato: è la nostalgia! Ed io
-mi vantavo d'esserne immune! Ohimè, ci si
-può illudere d'essere un Robinson e un cenobita
-buddista, ma non si può scomporre
-la nostra sostanza prima, la quale è non
-soltanto per ciò che è, ma per ciò che è
-stata; e non si eliminano dal mistero della
-nostra psiche millenni di evoluzione europea
-e venti secoli di cristianesimo....
-La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile
-fatto di sentimenti indefiniti simili
-all'ansia e al rimorso!
-</p>
-
-<p>
-Esco all'aperto, ristorato dal bagno, per
-distrarmi al risveglio della foresta, delizia
-e meraviglia sempre nuova ai miei occhi
-europei. Seguo un sentiero appena tracciato
-nella densità del verde, ma per la
-prima volta questa natura paradisiaca
-m'appare ostile, inquietante come un paesaggio
-antidiluviano, sul quale debba profilarsi
-un pleosauro o un iguanodonte.
-Attraverso l'intrico della flora demente,
-dalla profondità delle valli, giunge ancora
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-una volta il suono delle campane delle
-Missioni, poi tace e mai mi son sentito
-così solo, benchè Patrick e Matthew mi
-seguano recando il fucile, le reti, le pinze.
-Ma quest'oggi non uccideremo. È nato nella
-mia terra il fratello di Gautama: la Bontà
-Suprema, che ogni tanti millennii s'incarna
-e culmina in un uomo, s'è «destata»
-un'altra volta in uno «svegliato».
-</p>
-
-<p>
-Avanziamo in questi stretti sentieri simili
-a corridoi nel verde, scavati dalle
-escursioni notturne degli elefanti selvaggi.
-Sono le otto del mattino; la mezzanotte
-è dunque imminente in Italia, le mense
-a quest'ora s'inghirlandano di vischio e
-d'agrifoglio, le finestre s'illuminano nelle
-tenebre glaciali, nevose della notte sacra.
-Qui è mattino estivo, una luce abbagliante
-che giunge mitigata dalle cupole delle felci
-arborescenti, come un verde tremolio
-sottomarino; è il tepore di serra calda
-che dura eterno su questa fascia equatoriale
-della terra, una quinta stagione senza
-nome ch'io chiamerei Euforia; la demenza
-beata che accompagna le agonie senza fine
-di certi consunti. In questo tepore eterno,
-mitigato nella sera e nella notte da
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-un'ora di pioggia torrenziale, la flora raggiunge
-misure, linee, tinte incredibili; e
-questa bellezza e questa stagione che non
-mutano, aggiungono alla mia nostalgia
-d'oggi un altro sgomento fatto di pensieri
-indefinibili; le primavere, dunque, le estati,
-gli autunni, gli inverni immortalati nei
-capolavori della poesia, della pittura, della
-musica europea, non sono che il prodotto
-d'una latitudine — tristezza, relatività di
-tutte le cose, anche di quelle che veneriamo
-come divine, ed immortali — tristezza
-ancora più profonda al pensiero che questa
-terra perennemente verde non è che la
-sottile zona d'un'estate eterna che copriva,
-all'inizio, tutto il nostro globo — sgomento
-puerile, ma invincibile al pensiero che la
-nostra patria è già immersa nella curva
-della terra che si spegne, che l'inverno, la
-notte glaciale e nevosa che l'avvolge in
-questo mio chiaro mattino, è già l'imagine
-della notte glaciale eterna che s'avanzerà
-nei tempi e guadagnerà i tropici e raggiungerà
-fin su questa zona privilegiata
-l'ultimo esemplare dell'umanità moribonda....
-</p>
-
-<p>
-Non è gaio il mio Natale, e la flora
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-che mi circonda non è consolatrice, mi
-ricorda di continuo la spaventosa distanza
-dalla patria; l'illusione non è possibile
-nemmeno limitando lo sguardo in terra;
-il piede s'avanza ora fra muschi, licheni
-mostruosi simili a polipi o a masse madreporiche,
-ora passa sul tappeto cinerino
-della mimosa azzurra cingalese, e il passo
-lascia una strana impronta che s'allarga
-in pochi secondi, con la contrazione dolorosa
-del mollusco offeso. Ai lati, in alto,
-è il tripudio della flora vegetale e della
-flora vivente; strani insetti (<i>fasmidae</i>, <i>phillum</i>,
-ecc.) imitano i rami e le foglie, farfalle
-enormi abbagliano nel volo, come
-una brace verde e azzurra, e, posate, si
-chiudono in un grigiore di foglia morta;
-fiori strani, petali di carne rosea e sanguigna,
-di porcellana candida o azzurra,
-fiori che nessuna parentela hanno con i
-nostri, foglie più belle dei fiori, a cuore,
-a calice, a scudo, lobate, dentate, frangiate,
-bianche venate d'azzurro e di rosso,
-rosse venate di bianco e di violetto, felci
-arboree agili come zampilli verdi, felci
-nane, capillarie fluttuanti nell'aria, come
-in fondo ad un acquario; e tutto è immutato,
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-come ai tempi delle origini, quando
-non era l'uomo e non era il dolore....
-</p>
-
-<p>
-.... Le undici; il sole è quasi a picco; il
-paesaggio favoloso si scompone nelle lontananze
-verdi, al gioco dei miraggi; i tronchi
-serpeggiano nell'aria che si dissolve
-tremando come l'acqua d'un rivo. Rientro
-nel <i>bungalow</i>. Ma sulla soglia Matthew
-che mi precede s'arresta con alte grida di
-paura e di giubilo:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cobra! Cobra! The best wish for you!</i>
-Il migliore augurio per voi!
-</p>
-
-<p>
-Strana fantasia dell'India, che ha simbolizzata
-la speranza gioiosa in questo
-messaggero di morte certa! — Tkatura — Tka:
-«ancora — sette — passi» lo chiamano
-i cingalesi, perchè, si dice, la vittima
-barcolla sette passi ancora, poi cade
-irrigidita. È certo tra i rettili più micidiali,
-ma la sua apparenza non è formidabile.
-Questo che m'accoglie nel mio giardino
-è grosso poco più d'una biscia e fuggirebbe
-volentieri se il <i>boy</i> non gli balzasse intorno
-impaurendolo con le grida e con la
-rete; il cobra s'è raccolto a spire, erigendosi
-a mezzo il corpo con la gola gonfia,
-espansa dall'ira, e la piccola testa triangolare
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-dagli occhi rossi come rubini, dalla
-lingua bifida dardeggiante, gira intorno,
-su sè stessa, vigilando l'uomo, pronta alle
-difese.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'uomo lo lascia e il rettile si snoda,
-s'allunga, dispare nel folto; sia grazie anche
-a lui in questo giorno di Natività....
-</p>
-
-<p>
-A tavola, solo. La saletta mi dà qualche
-illusione d'Europa, illusione che accresce,
-non mitiga la mia nostalgia. È singolare
-il contrasto fra la lindezza tropicale, le
-pareti bianche di calce, traforate a mezzo,
-fino al soffitto, e la pesantezza presuntuosa
-e vetusta dello scarso arredo che
-ricorda le sale d'aspetto di certi dottori o
-di certi curati; quattro sedie in giunco, un
-divano esalante da troppe ferite l'anima
-di stoppa, una mensola Impero con sopra
-un pendolo Robert di qualche pregio,
-uno scaffale con una Bibbia enorme, alle
-pareti un'oleografia moderna dei Reali
-d'Inghilterra e due incisioni antiche: Amsterdam
-del secolo XVII; cose tolte a qualche
-vecchio <i>bungalow</i> e giunte a Ceylon
-al tempo della dominazione olandese,
-quando i mercanti fiamminghi giungevano
-all'isola favolosa, non anco ben definita
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-sugli atlanti, dopo un anno d'avventure
-su velieri mal fidi, circumnavigando l'Africa
-e l'India....
-</p>
-
-<p>
-Patrick e Matthew vengono e vanno silenziosi,
-vigilando ogni mio gesto con quello
-zelo devoto che è la grande virtù dei
-servi indiani e la meraviglia di tutti i viaggiatori.
-Matthew ha posto in mezzo al tavolo,
-dentro una latta per conserve, un
-fascio enorme d'orchidee, raccolte nella
-gita di stamane, e un piatto di manghi
-enormi. Mi sono avvezzo agli strani frutti
-che si spaccano offrendo una polpa gelida,
-mantecata come un sorbetto, odorosa di
-muschio e di creosoto; strani frutti che si
-direbbero preparati da un confettiere, da
-un profumiere e da un farmacista. E da
-un orefice si direbbero ideate le orchidee
-che ho dinanzi; petali di lacca policroma,
-polverizzata di mica, gole fantastiche e
-sogghignanti di draghi nipponici, petali
-gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti
-come le tinte intravviste nei toraci
-aperti delle bestie macellate; il fascino dà
-l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa
-pomeridiana emana un odore fetido
-insostenibile. Faccio allontanare il mazzo
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-favoloso che a quest'ora, in una sala europea,
-sarebbe omaggio non indegno d'una
-principessa, e quanto volentieri lo cambierei
-con un ramo natalizio di agrifoglio spinoso
-a bacche rosse o con un ciuffo di vischio
-perlato!
-</p>
-
-<p>
-Ed è l'ora dell'afa pomeridiana, della
-siesta tropicale sulla sedia a sdraio, e
-l'ora del silenzio favorevole alla vista dei
-bengalini.
-</p>
-
-<p>
-I passeri minuscoli, rossi o verdognoli
-spruzzati di bianco irrompono in fretta
-da una parte della sala, l'esplorano, l'attraversano
-a volo, rientrano; il mio braccio
-bruscamente proteso per prendere un
-libro, li inquieta, irrompono in cucina,
-ritornano impauriti dallo sfaccendare dei
-boys, turbinano due volte nella sala da
-pranzo, si dispongono nei trafori delle pareti,
-in attesa; alcuni, più audaci, considerano
-che non mi decido ad andarmene,
-scendono, si posano sulla spalliera delle
-sedie, sugli scaffali, in terra, a beccare le
-briciole della colazione, e ad uno ad uno
-scendono tutti, saltellano con un pigolio
-sommesso, ormai fiduciosi nell'uomo vestito
-di bianco. Avanzo un braccio, getto
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-un giornale per vedere fino a qual segno
-giunga la loro audacia, e i piccoli temerari
-si scostano appena.
-</p>
-
-<p>
-Nell'afa silenziosa quel cinguettio tracotante s'accorda
-col tic-tac del vecchio Robert che ha segnato le ore di
-tante vite in esilio, s'accorda col canto in sordina
-dei <i>boys</i>.
-</p>
-
-<p>
-Patrick e Matthew non sfaccendano più.
-</p>
-
-<p>
-Sono distesi in terra con le spalle al muro, dormono
-e cantano. Il loro sogno indolente si traduce per
-sè stesso, attraverso i denti chiusi, in una musica
-sonnolente e bizzarra: azione riflessa, commento
-delle cose, parafrasi della solitudine e dell'esilio,
-del caldo e del silenzio...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<h2 id="madura">Da Ceylon a Madura.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-A bordo del <i>Bangalore</i>, 3 gennaio 1913.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-E anche l'isola abbagliante diventa un
-ricordo, cade nel passato. Tutti sono sul
-ponte a dirle addio. Turisti londinesi che
-fanno sino a Colombo la loro corsa di due
-mesi, mercanti olandesi e belgi di cannella
-e di perle, tamili che ritornano in
-India dopo il lavoro annuale nelle piantagioni
-cingalesi di thè e di caffè, tutti sono
-sul ponte, con occhi fissi alla terra verdeggiante
-e con un diverso rimpianto; la
-nave lascia il porto, già beccheggiando
-al primo corruccio del largo.
-</p>
-
-<p>
-E l'isola si vela d'improvviso, quasi per
-troncare la malinconia degli addii. Dal
-Picco d'Adamo alle foreste del litorale tutto
-è avvolto in pochi secondi da una cortina
-di nubi tondeggianti, cupe e concrete
-come se scolpite nel marmo livido, mentre
-il cielo intorno e sul nostro capo resta
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-azzurro e tranquillo; nella cornice fosca,
-simile all'ovale di nubi artificiose di
-certi Inferni e di certi Diluvii, guizzano,
-s'intrecciano lampi azzurri e violetti, e lo
-scenario interno s'accende di un riverbero
-sanguigno, profilando in nero i palmizi
-scapigliati; un'acquata torrenziale,
-ignota ai nostri climi, appare di lungi, riga
-il centro del quadro di striature oblique
-di cristallo; un rombo indescrivibile
-accompagna l'uragano equatoriale, simile
-all'orchestra di mille gonghi formidabili.
-</p>
-
-<p>
-La nave s'allontana nel sereno, ma il
-mare è agitato. L'onda freme di continuo
-in questo Stretto di Manaar che, per fortuna,
-attraverseremo in una notte soltanto.
-E domattina, prima dell'alba, sbarcheremo
-a Tuticorin, la città più meridionale
-dell'Industan.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-4 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-È l'alba, ma la terra non è in vista. Il
-mare è furente.
-</p>
-
-<p>
-Immune, per mia fortuna, dal mal di
-mare, ma stordito dalla notte insonne, dolente
-per le cinghie di sicurezza, sono
-disteso nella mia cabina, e sento i lagni
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-dei vicini, gli ordini recisi degli ufficiali e
-il rombo dell'elica, che a tratti turbina
-nel vuoto. Poi anche l'elica tace; la nave
-s'arresta; salgo sul ponte, barcollando. — Il
-<i>Bangalore</i> «ha stoppato» — mi spiega
-un ufficiale della British India, che s'ostina
-a parlarmi italiano, — perchè si attende
-il rimorchio. — Siamo nell'Arcipelago perlifero,
-tra banchi malfidi, non conosciuti
-che dai pescatori indigeni.
-</p>
-
-<p>
-È il mare che dà le più belle perle del
-mondo; lo pensavo diverso, ricco di bagliori
-e di tinte vive, sotto un cielo di fiamma;
-sembra, invece, un mare nordico o
-meglio un oceano primordiale, quando l'acque
-ed i continenti non avevano ben divisi
-ancora i loro confini; l'orizzonte sembra
-di stagno fuso, agitato non dal vento,
-ma dalla corrente che pulsa e ripulsa nei
-bassifondi e qua e là spumeggia e ribolle
-come se sconvolta dalla mole colossale di
-un mostro sottomarino; il cielo afoso e torbido,
-dal quale il sole proietta i suoi raggi
-a fasci disuguali, accresce l'illusione
-malinconica di oceano antidiluviano. Veramente
-si aspetta di veder emergere il
-dorso immane, l'alto collo serpentino, la
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-piccola testa vorace d'un Itiosauro. Biancheggiano
-all'orizzonte, circondate di spume
-più furiose, le isolette che collegano
-Ceylon alla parte meridionale dell'Industan:
-così vicine e regolari che, a bassa
-marea, servono per l'emigrazione degli elefanti
-sul continente. Formano per gli Indu
-il <i>Ponte di Rama</i>, quello che servì all'eroe
-vedico per irrompere dall'India all'isola
-dov'era la Principessa captiva; e formano
-per i cristiani l'<i>Adam's Bridge</i>: il ponte
-d'Adamo, che fu passato dal primo uomo
-piangente, cacciato con la sua compagna
-dalle valli incantate dell'Eden...
-</p>
-
-<p>
-La nave ancorata su queste acque ribollenti
-e ripulsanti, s'agita in un beccheggio
-impaziente.
-</p>
-
-<p>
-E il rimorchiatore non giunge.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Tuticorin, 5 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-Siamo approdati a Tuticorin in una specie
-di chiatta a vapore sulla quale ci hanno
-sbalzati ad uno ad uno, come balle
-di mercanzia, cogliendo l'attimo in cui
-l'onda innalzava il vaporetto all'altezza del
-piroscafo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tuticorin è la città famosa delle perle.
-Ma da tre anni la pesca è proibita dall'Inghilterra.
-Si depredavano i banchi perliferi
-senza metodo e senza tregua. Le
-valve aperte e gettate in una speranza
-mille volte delusa, formano bassifondi alti
-quindici, venti metri, tracciano nuove
-spiagge, modificano, nei secoli, il profilo
-del litorale.
-</p>
-
-<p>
-E nella città delle perle, naturalmente,
-non troviamo una perla. Quelle che ci mostrano
-i mercanti girovaghi, troppo grosse
-e perfette, troppo nivee nella palma color
-di bronzo, m'hanno tutta l'aria d'essere
-fabbricate da un impresario tedesco in
-una vetreria di Calcutta o di Bombay.
-Quelle in vendita dai gioiellieri accreditati,
-che si cedono con regolare contratto e
-garanzia consolare, hanno prezzi favolosi
-e non sono bellissime. La merce migliore
-è interdetta al viaggiatore, e incettata per
-i grandi mercati di Londra e di Amsterdam.
-</p>
-
-<p>
-Degno di nota il sobborgo degli intagliatori,
-raffinatissimi, per abilità ereditaria
-di casta, nel lavorare l'ebano, l'avorio
-e la madreperla: scolpiscono, cesellano
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-elefanti, amuleti, idoletti secondo il
-modello immutabile nei millennii; un cieco
-ha intagliato sulla zanna intera di un
-elefante tutta la leggenda di Rama; e gli
-episodi si svolgono a spirale, in gruppi non
-privi di vivezza e di grazia, con un'arte
-che ricorda i nostri primitivi.
-</p>
-
-<p>
-Lasciamo Tuticorin per Madura. Ed eccoci
-ancora in queste ferrovie indiane
-che hanno un fascino esotico indefinibile;
-grandi carrozzoni quasi quadri, a doppio
-tetto spiovente, dove la raffinatezza inglese
-stride con l'esotismo dei <i>panka</i> che pendono
-come immensi ventagli, alternati ai
-ventilatori elettrici, con le iscrizioni delle
-targhe, delle <i>réclames</i> in inglese, tamilo,
-arabo, cingalese, con i fiori strani
-delle mense del <i>dininge-car</i>, gli strani servi
-in camice bianco, scalzi e silenziosi e pure
-imponenti come sultani. Si viaggia verso
-Madura, «il cuore di Brama», chè così
-gli indigeni chiamano tutta questa parte
-meridionale dell'Industan formata dai tre
-stati di Travancore, Madura, Tanjore, dove
-il bramanesimo è intatto, immune dall'islamismo
-che ha dilagato nel Nord e nel
-centro dell'India e dal buddismo che impera
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-nell'isola di Ceylon. Riconosco la città
-di Madura subito, da lontano, per il
-profilo ben noto delle sue piramidi tronche,
-che s'innalzano sul verdeggiare dei
-palmizi. Le immaginavo d'oro le alte <i>gopuram</i>
-di Brama; sono invece d'un color
-rosso sangue; e l'oro non appare che
-quando si è più vicini, alternato all'azzurro
-e al verde, a sottolineare le figure
-delle quali le immense moli sono coperte.
-Quando scendiamo alla stazione è troppo
-tardi per raggiungere il Tempio. Il giorno
-tramonta; il cielo s'arrossa per un
-istante e le stelle si accendono tutte insieme
-sullo scenario che annera d'improvviso,
-come una ribalta spenta.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Madura, 6 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-E in questa terra di Brama siamo ospitati
-dalle Missioni Belga dei <i>Charmelitains
-déchaussés</i>, presentati da una lettera del
-vescovo di Bombay. Mancano alberghi a
-Madura; quello della stazione è inabitabile
-per il servizio quasi indiano, il rombo e il
-fischio dei treni, il clamore dei pellegrini.
-</p>
-
-<p>
-Mi sveglio invece in questa camera linda,
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-aperta sopra un giardino tranquillo. Non
-è più la selvaggia flora di Ceylon. Esco tra
-le aiuole ben pettinate, dove le rose bengali
-s'alternano con ortaggi europei, tanto
-che in questo mattino di gennaio ho l'illusione
-di passeggiare in un giardino canavesano,
-nelle nostre più belle giornate
-estive; ma una frotta di pappagalli verdi,
-una farfalla troppo ampia e troppo abbagliante,
-inconciliabile col nostro cielo, mi
-ricorda il tropico, mi dà l'incubo, quasi,
-dell'estate sempiterna. Giunge di lontano
-un suono discorde e assiduo di tam-tam,
-di gonghi, di pifferi, che sovrasta il suono
-delle campane cattoliche, un'orchestra selvaggia
-che mi parla di misteri paurosi
-e d'idolatria.
-</p>
-
-<p>
-— L'idolatria! — dice il missionario che
-m'accompagna, una figura ancora giovane
-di fiammingo indurito a tutte le fatiche e
-a tutte le prove — l'idolatria è la piaga
-insanabile di questi popoli. La loro stessa
-letteratura sacra, che contiene capolavori
-di filosofia edificante, ottima preparazione
-a ricevere la luce del cristianesimo, è
-ignota a questa gente, ignota ai loro stessi
-sacerdoti specializzati, per eredità di casta,
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-in pratiche esteriori ed assurde. L'Indu
-vuole l'idolo. E siamo costretti a rivelare i
-simboli cristiani nella forma più concreta:
-l'immagine. Tutto ciò che è Vangelo,
-disciplina morale, cosa astratta non ha
-presa su questi spiriti, avvezzi al loro
-Olimpo dravidico popolato da migliaia di
-dei. Sono anime docili, pronte alla fede,
-ma una fede eretica che li fa appaiare sui
-loro altari la Trinità di Brama alla Trinità
-di Cristo, Maia-Devi a Maria Vergine,
-Mara a Satanasso. E Satana non è per
-loro il Male, ma una potenza terribile,
-quasi rispettabile, certo da ossequiare più
-della divinità, da placare con doni e ghirlande.
-Accettano Cristo, gli stessi sacerdoti
-l'accettano, ma per collocarlo tra Ganesa
-e Parvati, come un <i>avatar</i>, un'incarnazione
-di più. È forse più facile illuminare
-un Niam-Niam che questi cervelli ottenebrati
-da un'idolatria tre volte millenaria...
-</p>
-
-<p>
-Passiamo nella Chiesa. La Messa volge
-al termine e la folla è al completo;
-devoti che assistono genuflessi, quasi carponi,
-con un raccoglimento ignoto fra noi.
-Ma vedo che le navate sono divise in tre
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-reparti in muratura: divisione di casta,
-senza la quale i devoti si rifiuterebbero
-d'intervenire; perchè nessuna dimostrazione
-evangelica potrà mai indurre un indiano
-ad accostare un indiano di rango diverso;
-e accettano il paradiso promesso, ma a
-patto di suddivisioni di casta ben definite.
-</p>
-
-<p>
-E il missionario mi fa notare sul collo
-bronzeo delle devote genuflesse i più strani
-amuleti pagani: zanne di tigre, idoletti,
-<i>lingam</i> fallici alternati a scapolari, crocette,
-medagliette di santi.
-</p>
-
-<p>
-M'avvio verso la città per un viale alberato
-di <i>baniam</i> colossali che formano
-come una galleria di tronchi e di radici
-aeree. E fra i tronchi, ad intervalli, sono
-tempietti, tabernacoli d'un arcaismo remotissimo,
-che contengono idoli minuscoli,
-orridi e grotteschi, simili a feti sculpiti in
-metallo od in pietra; e grosse inferriate li
-custodiscono come se fossero belve feroci.
-Alternati ai tempietti noto certi alti scranni
-in granito, perchè le donne che passano
-sotto anfore enormi, fasci pesanti, possano
-deporre il carico e riprenderlo senza
-aiuto. Passano uomini, tamili foschi, razza
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-aborigena di bassa casta, bramini dalla
-pelle chiara, sdegnosi di vesti e d'orpelli,
-ma dignitosi nella loro nudità completa,
-con non altro ornamento che la cordicella
-sacra simbolo battesimale d'alta casta, e
-il monogramma di Visnu, il tridente disegnato
-sulla fronte, sul petto; lo stesso tridente
-di Visnu che vedo dipinto sulle pareti
-delle case, sul tronco degli alberi, sulla
-fronte spaziosa degli elefanti.
-</p>
-
-<p>
-Madura è la città sacra del bramanesimo,
-mèta di pellegrinaggi senza fine, luogo
-d'adorazione continua, dove la vita e
-la realtà non servono che alla contemplazione
-e alla preghiera. La città contiene
-quasi più templi che case, più sacerdoti
-che cittadini. La grande pagoda a Siva
-e a Minakshi «la dea dagli occhi di pesce»
-è per sè sola una città e un labirinto.
-Come tutti i templi bramini, non consiste
-in un edificio soltanto, ma in varie costruzioni
-chiuse in cortili concentrici, in recinti
-sempre più vasti, ed ogni recinto è
-sormontato da due <i>gopuram</i>, le cuspidi
-che innalzano a ottanta metri nel cielo il
-simbolismo pazzesco delle loro sculture.
-Nei cortili sono le abitazioni per i bramini
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-d'alta casta, le piscine per le abluzioni
-dei fedeli, statue, idoli colossali, mercati
-coperti, tutto quanto concorre alla
-vita materiale e morale d'un popolo in
-adorazione.
-</p>
-
-<p>
-Giungo nel Tempio quasi senza accorgermene,
-lungo una larga via fiancheggiata
-di case a veranda che ricorderebbero le
-costruzioni di Roma provinciale se le colonne
-classiche non fossero sostituite dalla
-colonna indiana, quadra, dal capitello a
-testa elefantina, a mostri sogghignanti. La
-via giunge fin sotto la prima piramide,
-prosegue dentro il tempio, ampia e popolata,
-attraverso un arco ciclopico che s'apre
-nella piramide stessa; e la città profana
-continua nella città sacra. Passo dalla
-luce abbagliante nella penombra religiosa,
-m'addosso alla parete di granito, per orizzontarmi,
-e sento che il granito palpita e
-cede; è uno degli elefanti sacri, un colosso
-decrepito che sembra scolpito nella pietra
-stessa del tempio, la sua proboscide mi
-sfiora le mani, il volto in una carezza indulgente;
-un altro è sdraiato e profila
-l'immensa groppa tondeggiante, ingombrando
-il bel mezzo della via, deviando
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-il traffico e il transito dei devoti; tre elefanti
-novelli, minuscoli ancora, passano al
-trotto, con tinnito di sonagli, una mucca
-<i>zebu</i> s'avanza incerta ammusando gli erbaggi,
-i frutti offerti dai fedeli; mucche
-ed elefanti di questo recinto sono animali
-sacri, addetti a cortei religiosi, idoli
-viventi del tempio di Madura, e non si
-gettano come vili nemmeno i loro escrementi.
-Incombe su tutto il tempio un senso
-d'idolatria che mi fa pensare al feticismo
-dell'Africa più nera e non alle divine
-speculazioni dei Veda. Passa il corteo di
-Parvati, un rito che si ripete due volte
-al giorno, portando in giro l'immagine della
-moglie di Siva, in visitazione a tutti i
-tabernacoli del sacro recinto; il feticcio,
-pupattola d'oro massiccio, dalla vita sottile,
-dai seni turgidi, dagli occhi tondi d'onice
-incastonato sotto l'alta mitra ingioiellata,
-appare, dispare attraverso le cortine della
-ricca portantina. Accompagna la scena un
-rombo di tam-tam, uno stridìo discorde
-di trombe e di pifferi, incutendo nell'anima
-del forestiero un senso di paurosa diffidenza,
-di ripugnanza, come un mistero tetro
-e grottesco. Ovunque nel tempio famoso
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-è la profusione di tesori e l'incuria più
-laida.
-</p>
-
-<p>
-M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto,
-passo dall'ombra alla penombra,
-alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali
-costrutte a blocchi monolitici di
-quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati
-a formare un soffitto titanico che ricorda
-l'Egitto faraonico. Sotto la <i>gopuram</i>
-centrale le colonne si moltiplicano, si perdono
-nell'ombra, come tronchi centenari
-in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la
-chiara luce del tramonto, ma qui è la notte
-completa costellata da un'infinità di lampade
-votive che disegnano, senza illuminarle,
-le colonne, le cancellate sacre, gli
-idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere
-a poco a poco la folla di carne,
-di pietra, di metallo. Veramente non pensavo
-di trovare così intatta l'India favolosa,
-le forme imparate a conoscere fin
-dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono
-deluso invece nella mia attesa filosofica,
-nel mio amore per la più grande religione
-che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento
-di dover nascere, di dover morire.
-</p>
-
-<p>
-È questa la terra di Brama? Di Brama
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-«l'ineffabile, colui che non dobbiamo nominare,
-se vogliamo che sia presente?» Ma
-qui il nome divino è feticismo immondo,
-praticato da un popolo forsennato che ha
-ridotto le speculazioni astratte ad un simbolismo
-pazzesco; un popolo che adora
-questi simboli e li ignora, un popolo che si
-genuflette, grida, invoca e non sa chi,
-non sa che cosa.
-</p>
-
-<p>
-M'avanzo nella penombra, sempre fra
-le colonne infinite, sotto le vòlte piatte e
-sono guidato da due indigeni che sollevano
-le fiaccole resinose; e le pareti s'illuminano
-un poco, e appaiono strane divinità,
-sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste,
-come belve da custodire; e Ganesa, il
-Dio della saggezza che appare più frequente,
-con tutti i suoi congiunti a testa
-elefantina; o una divinità innominata dal
-corpo di mucca e dalla testa femminile: e
-il corpo bovino e gibboso, è imitato fedelmente
-sul modello degli zebu indigeni, e
-il volto femminile è scolpito sul tipo indiano,
-con gioielli alla fronte, agli orecchi,
-al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera
-convulsa. Le fiaccole sollevate in alto
-turbano il sonno dei grandi pipistrelli-vampiro
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-ed è uno squittire di sorci impauriti,
-un turbinare di ale silenziose che
-ci ventano in volto come grandi lembi di
-seta nera.
-</p>
-
-<p>
-Si esce all'aperto, nel cortile centrale.
-E alla luce del tramonto appare la grande
-piscina del tempio, un rettangolo di cento
-metri di lunghezza, chiuso ai quattro lati
-da scalee di marmo, circondato da colonne
-leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio
-pompeiano. Dopo l'ombra tetra e le
-fiaccole gialle e gli idoli spaventosi, l'anima
-si ristora in riva a quest'acqua cristallina,
-liscia come uno specchio, dove il
-cielo riflette con un nitore preciso le nubi
-sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le
-prime stelle della notte che giunge. Intorno,
-vicine e lontane, s'alzano le <i>gopuram</i>,
-le cuspidi che dominano Madura, da tutte
-le parti. E prima del tramonto voglio salire
-sui fianchi della <i>gopuram</i> d'ingresso,
-vedere vicine, palpare le sculture famose.
-Non c'è spazio che non sia stato scolpito a
-fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo
-così audace che le figure sembrano
-gesticolare, staccarsi, precipitare verso il
-profano per farlo a pezzi con le loro venti
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-braccia armate di scimitarra, con le loro
-coorti di tigri, di serpenti che salgono
-alla sommità dove la cuspide tronca sfida
-il cielo con venti lancie disuguali. È tutta
-una teogonia simbolica, una personificazione
-delle forze della Natura che lo spirito
-induista ha diviso, suddiviso con un'analisi
-tragica e grottesca che suscita lo spavento
-ed il sorriso. Dal fianco di questa <i>gopuram</i>
-si domina la città e la campagna, dove altre
-pagode s'innalzano sull'ondeggiare verde
-vivo dei cocchi; e molte pagode sono
-chiese cristiane: chiese costrutte nello stile
-Indu, e che sono più antiche delle nostre
-più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo
-fu predicato in questa parte dell'India
-da San Tommaso, e le Missioni seguirono
-le Missioni, indisturbate nei secoli,
-bene accolte dagli stessi sacerdoti, in questa
-terra indulgente per tutti i culti, purchè
-si adori, purchè si creda....
-</p>
-
-<p>
-Qui dunque, si pronunciava il nome
-di Cristo quando l'Europa era ancora pagana!
-È un pensiero che dà quasi uno
-sgomento d'esotismo estremo, di lontananza
-misteriosa nello spazio e nei secoli.
-È un pensiero che sembra inconciliabile
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-con questa piramide popolata di eroi e di
-mostri che danno la scalata al cielo di
-fiamma. E nel cielo che s'arrossa turbinano
-falangi di corvi e di pappagalli che
-ritornano ai loro nidi sospesi tra le sculture
-di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo
-dei pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda
-lo stridìo dell'orchestra che giunge
-dal basso del Tempio, da tutti i templi
-vicini e lontani: tam-tam rombanti, pifferi
-striduli che parlano di furore selvaggio e
-d'idolatria....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<h2 id="danza">La danza d'una “Devadasis„.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Madras, 9 gennaio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo
-questa sera alla danza d'una <i>Devadasis</i>:
-una bajadera d'alta casta, ospite
-in una famiglia indiana tra le più ligie al
-passato e le meno accessibili alla curiosità
-del forestiero.
-</p>
-
-<p>
-Una <i>bajadera</i>: il nome suscita nella mia
-ignoranza occidentale una serie d'immagini
-assolutamente false: complici i libri d'avventura,
-le oleografie, i melodrammi, l'operetta.
-Bajadera, odalisca, uri, ecc. Una di
-quelle signore, insomma, di quelle signore
-d'Oriente, preferibilmente bruna, ma se
-occorre, se il soprano ha una bella chioma
-ossigenata, anche biondissima, da vestirsi
-«all'orientale» con quell'unico costume che
-la prima donna adatta serenamente a
-Thais e a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè,
-vale a dire: due coppe gemmate, ottime
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-per l'assenza e la presenza eccessiva,
-una guaina qualsiasi di tulle stretta alle
-reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello
-e sotto due gambe insolentemente
-europee, calzate di seta rosa e di due trampoluti
-stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare
-a questo figurino e bisogna sopratutto
-rinunciare al preconcetto che una
-bajadera non sia una signora per bene.
-</p>
-
-<p>
-Una Devadasis (ancella della Dea) cioè
-una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto,
-una nobiltà millenaria, poichè non
-può essere che figlia di una bajadera come
-i suoi figli non possono essere che bajadere,
-se femmine, musici e letterati, se maschi.
-È facile comprendere come, anche
-per solo istinto ereditario, s'affini in una
-Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento,
-l'arte della voce e della
-maschera, l'attitudine letteraria a penetrare,
-commentare insuperabilmente i capolavori
-della poesia indiana.
-</p>
-
-<p>
-Nata, cresciuta nel Tempio, educata con
-una regola inflessibile, essa non ha bisogno
-d'imparare le lingue sacre: il <i>sanscrito</i>, il
-<i>pali</i>, le sono famigliari sin dall'infanzia;
-le strofe dei <i>Pouranas</i>, i poemi storici e
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-sacri indiani, cullano i suoi primi sonni;
-i suoi primi passi si muovono istintivamente
-ad un ritmo di danza, le sue prime
-parole ad un ritmo di canto e di poesia, i
-begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi
-alla luce e riflettono per immagini prime
-la favolosa architettura del recinto sacro,
-gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e
-di metallo, la madre, le sorelle officianti
-e danzanti nelle cerimonie e nei cortei.
-Prigioniera nel tempio fino a quindici anni,
-essa limita l'orizzonte dell'universo tra
-lo stagno dei coccodrilli sacri e l'alte mura
-vigilate dagli elefanti di pietra. La sua
-carne, la sua anima s'accrescono esclusivamente
-di religiosità. Essa è nata e vive
-nella favola mistica. Tutta la sua educazione
-è intesa a fare di lei <i>la viva scultura
-del tempio</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il fiore della sua bellezza, appena pubere,
-può, deve anzi, essere raccolto da un
-protettore di stirpe nobile, un <i>nabab</i> che
-sarà legato a lei, ufficialmente, con un vincolo
-sacro e indissolubile. Costui deve dotare
-la bajadera di un patrimonio cospicuo,
-riconoscerla, beneficarla nell'eredità,
-subito dopo la moglie e prima dei figli,
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-obbligarsi ad una offerta annua verso il
-tempio. Questo legame non esclude, anzi
-inizia da parte della bajadera un tenor di
-vita che a noi parrebbe della più spudorata
-infedeltà. Poichè da quel giorno essa
-è addetta al culto di Ramba-Devi, la Venere
-del Paradiso d'Indra, attende a cerimonie
-non descrivibili, ed è offerta dal
-sacerdote a tutti quei devoti — d'alta casta — che
-pagano un obolo adeguato, il quale
-obolo non va alla Devadasis, ma al tesoro
-del tempio....
-</p>
-
-<p>
-Ohimè! A questo punto un occidentale
-non si ritrova più e pensa che nel suo
-paese un tempio, un sacerdote, una sacerdotessa
-di tal fatta corrispondono ad
-una nomenclatura assai meno arcana e
-meno rispettabile.
-</p>
-
-<p>
-Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine
-nello spazio e nel tempo. Sono i
-venti secoli di cristianesimo che dinanzi
-a tali consuetudini ci fanno arrossire di
-pudore o sorridere di malizia. Il bramino
-non arrossisce, nè sorride, come non sorrideva,
-nè arrossiva il pagano che giungeva
-in Pafo e in Amatunta e offriva l'obolo
-al tempio famoso. È risaputa l'identità
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-di origine dei greci e degli indiani, la parentela
-che unisce la teogonia bramina
-alla teogonia ellenica. Ora Ramba-Devi,
-col suo Eros dal volto fosco, armato non
-di strali, ma di serpenti cobra, è la Venere
-del paradiso di Indra, la sorella certa
-della Venere greca che sopravvive nella
-terra di Brama mentre l'altra si è dileguata
-per sempre dinanzi all'avvento della
-nemica: la Vergine Madre.
-</p>
-
-<p>
-Noi, devoti della Madre di Dio, affermazione
-dello spirito, negazione della carne,
-non possiamo comprendere un culto
-erotico; tutta la nostra intima essenza foggiata
-secondo una morale due volte millenaria,
-sussulta, si rivolta, vedendo ricomparire
-dalla notte dei tempi la sorella dell'antica
-avversaria.
-</p>
-
-<p>
-Per questo non possiamo comprendere
-una Devadasis, nè definirla. Bisognerebbe
-aggiungere all'attrice somma, alla mima
-insuperabile, all'erudita, alla cultrice di
-poesia, la figura della sacerdotessa invasata,
-della menade folle.
-</p>
-
-<p>
-Ma arrossiamo di pudore o sorridiamo
-di malizia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Non ridere e non sorridere — non rifiutare
-la ghirlanda di gelsomini al collo
-e la essenza di rose alle mani — non tendere
-la mano al padrone di casa — non
-lodare al padrone di casa la bellezza della
-figlia e della consorte, ecc., ecc. Il dottor
-Faraglia ci espone tutto un decalogo contro
-ogni possibile sconvenienza, mentre si
-viaggia nella notte illune su carrozzelle
-indigene trascinate da zebù, i minuscoli,
-agilissimi buoi indiani, dalla pelle tatuata,
-dalle corna lunghe e ricurve, dipinte in
-oro. Siamo una quindicina d'europei. Si
-viaggia verso Calam, nei sobborghi di Madras,
-sotto la vòlta dei cocchi eccelsi che
-disegnano sul cielo nero il profilo più
-nero delle foglie frangiate; in alto, in basso,
-uno spolverìo, un tremolìo di stelle
-e di lucciole, un profumo acuto di fiori
-ignoti, un sentore di terra non nostra,
-abbeverata dall'uragano recente. È nell'aria
-di questa notte invernale l'afa pesante
-delle nostre più calde notti d'agosto. Una
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-palizzata: si entra in un giardino preceduti
-da due servi che illuminano i viali con
-un gran fanale — un fanale ad acetilene! —;
-appaiono le foglie strane, a cuore,
-a lancia, a colori vivaci, la vegetazione di
-zinco, di latta dipinta, di velluto e di carne
-malefica, l'intreccio delle radici e dei rami
-serpentini; un giardino indiano il quale
-non si distingue dalla <i>jungla</i> che per le
-piante moderate dalle cesoie e per i viali
-sparsi di ghiaia a vari colori, disposta a
-disegni geometrici che i giardinieri pazienti
-rinnovano ogni giorno. In fondo la casa,
-che non si direbbe in verità la dimora
-d'un indu molte volte milionario; un edificio
-basso, imbiancato a calce, a verande
-spioventi, a colonnati in legno, un'architettura
-che ricorderebbe una nostra stazione
-di provincia se non le facessero cornice
-i flabelli verdi delle palme-palmira,
-gli zampilli vegetali dei cocchi. Siamo ricevuti
-nell'atrio, abbeverati con nostra gran
-meraviglia di <i>champagne</i> e <i>whisky and
-soda</i> che il padrone di casa ha fatto venire,
-con delicata ironia, dalla città lontana per
-dissetare gli impuri con le loro impure bevande:
-il padrone di casa che non accetterebbe
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-da noi un bicchier d'acqua e
-collocherà certo in disparte, per altri europei,
-i calici dove abbiamo bevuto. Davvero
-non credevo di trovare l'India così
-intatta. Fuori delle grandi metropoli è
-Brama dovunque, Brama che domina come
-duemila, come quattromila anni or sono.
-Il padrone di casa, un indu sulla cinquantina,
-ci viene incontro seguito dal figlio,
-s'inchinano entrambi con le due mani
-alla fronte. Non sono vestiti che di un <i>panio</i>
-alle reni, ma traspare da tutta la persona
-ignuda una nobiltà che impone assai
-più dell'irreprensibile sparato degli alti
-funzionari europei. S'informano benevolmente
-sui casi nostri, non disdegnano
-qualche cortese parola inglese, sorridono,
-mostrando i denti abbaglianti fra le labbra
-rosse, le barbe bidivise e ricurve, ma
-gli occhi magnifici sono assenti, freddi, impenetrabili.
-Il figlio ci offre alcuni fogli
-stampati in caratteri <i>industani</i>, dove con
-gentile previdenza è stata.... dattilografata
-a tergo la traduzione del programma
-sacro.
-</p>
-
-<p>
-Un servo ci versa l'essenza di rose sulle
-mani e sugli abiti, da certe lunghe ampolle
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-d'argento cesellato, ci passa al collo
-le ghirlande di fiori intrecciate a fili e
-pagliuzze d'oro, come quelle dei nostri
-abeti natalizi. Sembra, questa, un'usanza
-favolosa ed è invece l'omaggio più frequente
-e più diffuso in tutta l'India, anche
-nelle grandi metropoli, anche nei ricevimenti
-quasi esclusivamente europei:
-delicata poetica usanza; ma certo questi
-lunghi <i>boa</i> di grosse magnoliacce odorose
-se stanno bene al collo d'una <i>miss</i>, fanno
-sorridere sullo <i>smoking</i> di un <i>gentleman</i>:
-danno, per esempio, al panciuto roseo, lucente
-console d'Olanda, non so che aspetto
-muliebre di suocera in caricatura....
-</p>
-
-<p>
-Attraversiamo il giardino per andare al
-teatro: è tardi. I padroni non ci seguono:
-perchè? Perchè, mi spiega Faraglia,
-è la terza sera che la bajadera si produce,
-ed è la sera riservata a tutte le caste, anche
-le caste con le quali un bramino
-non può avere contatto. Capisco, per questo
-siamo stati ammessi. È molto lusinghiero
-per noi!
-</p>
-
-<p>
-Questi indù — quelli veri, ligi al passato,
-immuni da anglomania — hanno l'arte
-d'opporre alla tracotanza europea un
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-orgoglio ben più fiero ed implacabile, dissimulato
-da tutta l'etichetta della più cordiale
-urbanità.
-</p>
-
-<p>
-Il teatro, in fondo al grande giardino,
-è una semplice, vasta tettoia, sostenuta
-dai tronchi vivi dei palmizi simmetrici,
-come da snelle colonne vegetali. Da tronco
-a tronco la diramazione del gas acetilene — anche
-qui! — intreccia nell'aria
-i suoi serpentelli di stagno. Molte panche
-zeppe di torsi bronzei, di capigliature corvine,
-molte stuoie in terra ed intorno:
-una povertà primitiva che ricorda non
-un edificio destinato a una bajadera pagata
-mille rupie (1600 lire) per sera, ma
-una tettoia magazzino per legnami o cereali.
-</p>
-
-<p>
-La danza è già cominciata quando prendiamo
-posto nelle prime panche che ci furono
-destinate; ho la fortuna d'aver dinanzi,
-a pochi passi, la danzatrice famosa.
-M'aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece
-è la più vestita tra questa folla seminuda;
-ed è certo più vestita di una nostra
-signorina per bene in una serata di
-famiglia. Una snellezza alla Rubinstein,
-non so se illeggiadrita o ingoffata da un
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-costume singolarissimo, formato di sete,
-di velluti, di tulli sovrapposti, che lasciano
-ignude le spalle e le braccia; ma dalle
-spalle alla gola, dalle spalle alle mani è
-uno scintillìo d'oro e di gemme, oro e gemme
-autentici, poichè così è prescritto dalla
-regola monastica, tutto un tesoro che
-tremola e corrusca sulla fine epidermide
-bruna: oro giallo del Coromandel, perle
-di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon;
-e dalle stoffe, dall'oro, dalle gemme
-emergono ignudi soltanto la maschera del
-volto, le mani, i piedi perfetti. Il volto!
-Non ho più potuto distoglierne lo sguardo.
-In una razza dove tutti: uomini, donne,
-vecchi, bambini, sembrano scelti da
-una giuria artistica, passati e corretti in
-un istituto di bellezza, si può comprendere
-a quale prodigio d'armonia impeccabile
-giunga una bajadera, un esemplare che è
-il prodotto d'una selezione millenaria. E
-quel volto sarebbe in verità troppo bello,
-troppo grandi gli occhi, piccola la bocca,
-regolare il profilo, troppo simile a certe
-miniature indiane che credevo di maniera,
-se la maschera perfetta non fosse agitata,
-scomposta dai sentimenti dell'anima in
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-tempesta. Il gioco mimico è così espressivo
-che io temo per qualche secondo che la
-donna sia furente contro di noi. Ma non è
-furore, è dolore, è ansia mortale che s'accresce
-viepiù, contrae la bella bocca, dilata
-le narici vibranti, increspa i vasti sopraccigli....
-È il volto di un'agonizzante,
-contratto da una visione spaventosa.
-</p>
-
-<p>
-Forse — ho letto sul programma l'intreccio
-dei vari brani cantati e mimati — la
-Devadasis ci rivela lo spasimo della
-Maharajna agonizzante che è portata nella
-sua lettiga d'oro verso il Gange sacro e
-vede la morte avanzarsi e teme di non
-giungere in tempo alle acque purificatrici.
-</p>
-
-<p>
-La Devadasis non danza, s'avanza e retrocede
-con un ritmo prestabilito, seguendo
-la musica e le strofe. Alcuni musici
-infatti — io non li avevo nè visti nè uditi,
-tanto mi aveva preso il gioco di lei — stanno
-seduti sulle stuoie e suonano stromenti
-singolari; enormi mandole dal lungo
-manico ricurvo, flauti affusolati, strani
-tamburi oblunghi che agitano febbrilmente
-scuotendone una pietra interna. Ma l'insieme
-di quell'orchestra formidabile è lieve
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-come un ronzìo, come un aliare di libellule
-e di falene. Nessuno canta, ma tutti,
-musici e spettatori, sillabano a mezza voce
-i versi del poema sacro che la bajadera
-ripete per conto suo, come per rammentarsi
-o per intesa. Ma più nulla si sente,
-più nulla si vede che la maschera ovale, il
-sorriso triangolare, gli occhi già troppo
-lunghi, prolungati dal bistro fin sotto la
-benda dei capelli compatti, lucenti come
-se scolpiti in un ebano raro; una maschera
-che sembra staccarsi dalla persona, far
-parte a sè come un'evocazione spiritica;
-e spettrali veramente sembrano le mani,
-come quelle che apparivano volanti nelle
-leggende bibliche e scrivevano sui muri la
-condanna dei tiranni. Le mani di questa
-Devadasis, all'estremità delle braccia immobili,
-s'agitano con un movimento vertiginoso
-di rotazione e di distorsione che sembra
-sconvolgere ogni legge anatomica; hanno — mi
-fu detto — un officio importantissimo:
-significa disegnare lo scenario
-e le didascalie. La sdegnosa povertà dell'allestimento
-teatrale di Shakespeare; il
-cartellino con <i>the forest, the king's house</i>;
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-la foresta, la casa del re, è abolito, e le cose
-sono disegnate dall'arte digitale di due
-belle mani; disegnate nell'aria, ma restano
-impresse negli occhi di questi spettatori
-frementi che ne fanno sfondo invisibile
-all'artista; sulla misera cortina di stuoia
-appare la reggia favolosa, la riva del Gange,
-il paradiso di Indra. Il mio sguardo
-profano, ignaro di quell'arte, non può naturalmente
-godere dell'incantesimo, come
-non mi è dato di capire una sillaba del
-testo famoso, ma la sola mimica della
-donna basta a rivelarmi che in quell'istante,
-la regina agonizzante giunge sulla riva
-del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore,
-l'ansia, si trasmutano in una gioia
-che fa del volto contratto un mistero di
-delizia ineffabile. La morente rivive, invoca
-l'Eros dell'Olimpo bramano in una
-strofa erotica che certo non troverebbe veste
-decente in nessuna lingua europea, e la
-mimica si esprime con un'intensità che dà
-il brivido: brivido d'amore, brivido di morte.
-La donna arrovescia il capo, lo rialza;
-il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota
-dell'esistenza, è giunta nel regno dell'impossibile:
-il non essere più; la grazia le
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-è stata concessa nell'amplesso del Dio.
-Ancora una volta noto nell'arte indiana,
-letteratura, scultura, la predilezione d'avvicinare
-l'amore e la morte, facendo dei
-due simboli un simbolo solo: la felicità
-del non essere nati o essendo nati ritornare
-al non essere....
-</p>
-
-<p>
-Il pubblico, un pubblico di forse mille
-spettatori, ha seguito ogni sillaba, ogni
-moto della Devadasis con un'attenzione
-sconosciuta nei nostri teatri europei. Ma
-non è attenzione soltanto: è passione, è religione,
-è trasporto di tutte queste anime
-verso il tesoro della loro poesia. Poesia! Io
-penso ad una qualche attrice nostra che
-comparisse dinanzi al nostro pubblico e
-avesse la crudeltà inaudita di infliggergli
-un canto d'Omero o di Virgilio; il nostro
-pubblico il quale — confessiamolo una
-buona volta — s'annoia mortalmente a
-sentir sillabare, sia pure da dicitori sommi,
-il non remotissimo Dante. Ora è meraviglioso
-il vedere come poemi di tre, di quattro
-mila anni or sono accendano di fervore
-tutta una folla, nessuno escluso: il mercante
-di spezie e il Marajà, il monello e
-la donnicciuola; tutti sono presi nello
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-stesso cerchio magico, beneficati da un'illusione
-che non è letteratura, ma sentimento
-artistico, ereditario, che confina, si fonde
-con la fede più intensa. Arte e fede espresse
-dalla stessa armonia, una felicità che
-noi occidentali non conosceremo forse mai!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Dopo l'ultima sillaba la Devadasis raggiunge
-con un balzo il tappeto, si siede
-con un sospiro di sollievo come una scolaretta
-in riposo. Le siamo intorno rispettosamente,
-per osservarla, ma sul suo volto
-è la completa assenza spirituale; è cessata
-la musica e la fiamma e si ha veramente
-l'impressione di accostarsi ad una lampada
-spenta, ad uno stromento che ha finito di
-vibrare.
-</p>
-
-<p>
-Poichè il dottor Faraglia — l'unico che
-conosca l'<i>industani</i> — le rivolge un complimento
-sulla sua arte, la donna tarda a
-comprendere, poi sorride, si copre il volto
-con l'avambraccio alzato, come un'educanda,
-alla quale un temerario dica cose inaudite:
-un gesto spontaneo di sincero pudore,
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-che sbigottisce in una sacerdotessa di tal
-fatta. Io, che non so l'industani, le accenno
-alla gota sinistra che mi sembra tumefatta.
-Essa porta l'indice e il pollice alle labbra,
-ne toglie un bolo vermiglio, che mi porge
-affabilmente.
-</p>
-
-<p>
-— Betel!
-</p>
-
-<p>
-Poichè rifiuto la droga pessima, essa riporta
-il bolo alla bocca, passandolo dall'una
-all'altra guancia, battendovi sopra le
-due mani, per gioco, con un malvezzo di
-bimba screanzata.
-</p>
-
-<p>
-— Le dica che deploro di non aver capito
-una sillaba dei suoi poemi. Le domandi
-in quanti anni potrei sapere il <i>sanscrito</i>,
-il <i>pali</i>, il <i>giaïna</i>....
-</p>
-
-<p>
-La donna ascolta il dottore, poi mi fissa,
-ridendo, alza le dieci dita ben tese.
-Dieci anni! Ohimè, no! Non vale la pena
-improba. E penso che superata pur anche
-una tale fatica, padrone degli idiomi
-difficili, resterei estraneo all'essenza prima
-dei testi sacri. Mi divide da essi una barriera
-più insuperabile del linguaggio: ed è
-lo spirito diverso, la fede opposta. L'occidentale,
-che ritorna in India, non riconosce
-più la sua cuna.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<p>
-So bene, questi Indu sono ariani del
-nostro ceppo, fratelli nostri, ma fratelli
-che rifiutano di tenderci la mano. Siamo
-troppo diversi. Ci dividono troppi millennii.
-Da troppo tempo ci siamo detti addio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-</p>
-
-<h2 id="caste">Le caste infrangibili.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Madras, gennaio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-«Prima l'Egitto, poi l'Arabia, poi l'India
-tutta: l'islamismo insorto sarà la miccia
-più sicura attraverso la potenza britanna».
-Nelle sfere politiche inglesi si pensa
-seriamente all'Egitto, ma si deve sorridere
-non poco sul possibile pericolo indiano. I
-maomettani dell'India ignorano la Turchia;
-il loro stesso islamismo è travisato dai
-secoli e dall'ambiente; la loro patria lontana
-è l'Inghilterra: Londra — e non Costantinopoli — è
-la capitale dei loro sogni
-e delle loro ambizioni.
-</p>
-
-<p>
-Percorrete tutta l'India vasta, dalle nevi
-di Simla alle foreste di Colombo, interrogate
-un <i>nativo</i> qualunque: maomettano,
-bramino, parsi, buddista, di qualunque casta
-e di qualunque cultura: il facchino che
-vi porta i bagagli, l'albergatore che vi ospita,
-il filosofo incontrato nei musei, interrogatelo
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-d'improvviso: «E voi, di che paese
-siete?». L'altro vi guarderà meravigliato
-e vi risponderà subito: «<i>I am English!</i>»,
-con la stessa vivacità un po' risentita con
-la quale io e voi risponderemmo: «Sono
-italiano». L'indiano non dubita d'essere
-un inglese. L'anglomania è una delle sue
-debolezze ben note. Non per nulla la figura
-più buffa del teatro parsi è Katiba,
-una specie di bellimbusto, che si spaccia
-per baronetto londinese, mentre ha avuto
-i natali a Oodeypore, da un lenone
-maomettano. Per anglomania lo studente
-dell'Università di Bombay, di Calcutta si
-dà a <i>sports</i> nordici, intollerabili sotto il
-tropico, frena il suo gesto vivace, riduce
-la loquacità istintiva del suo dire alla più
-corretta freddezza; e se v'invita a prendere
-il thè, nella sua gaia stanza universitaria
-cercherete invano alle pareti i testi
-indiani: Avagoka e Kabir sono sostituiti
-da Kipling e da Shelley; e nel congedarvi,
-stringendovi la mano colla sua mano color
-di bronzo, non mancherà di raccomandarvi
-la poca confidenza coi <i>nativi</i>.... Per anglomania
-le figlie e le mogli del Maharaja
-s'imbiondiscono i capelli e s'imbiancano il
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-volto, implorando dal marito o dal genitore — premio
-supremo — una <i>season</i> a Londra;
-una <i>season</i> a Londra con tutte le delizie
-della vanità esasperata: i ricevimenti
-a Corte, l'amicizia con mogli di lords e
-di baroni, i trafiletti mondani, le istantanee
-compiacenti a lato del Re e della Regina;
-istantanee e trafiletti da rimbalzare
-su tutti i giornali di Bombay, Madras, Calcutta.
-Per anglomania — e il probabile
-titolo di baronetto — i banchieri maomettani
-e <i>parsi</i> si quotano per uno, due milioni
-di <i>rupie</i> sulla lista d'un erigendo
-ospedale inglese. L'India è inglese, vuole
-essere inglese. È radicata nel cervello d'ogni
-indiano, intellettuale o analfabeta che
-sia, l'idea d'una patria lontana e necessaria,
-lassù, in Europa, nella curva nebbiosa
-della terra, una patria che è il cervello e
-il cuore del mondo.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-S'aggiunge alla fedeltà, ribadita ormai
-da un atavismo due volte secolare, un altro
-elemento importantissimo che forma
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-la debolezza organica dell'India: le <i>caste</i>
-nelle quali l'India è divisa e che fanno di
-essa un colosso dove ogni vertebra è infranta.
-Che, altrimenti, non si potrebbe
-concepire la mansuetudine dell'impero
-sconfinato — più d'un quarto dell'Asia
-tutta — e che l'Inghilterra tinge del suo
-colore sulla carta immensa delle sue colonie.
-Ma se l'India dovesse colorirsi secondo
-le caste presenterebbe il più minuto mosaico.
-Dall'ultimo censimento inglese risultarono
-più di quindicimila caste nel solo
-Rayputana, la regione settentrionale dove
-l'influenza inglese ha maggiormente cancellato
-le consuetudini locali. Negli Stati
-bengali, nell'Industan, dove tutto è intatto
-come nei secoli andati, le caste sono infinite,
-divise e suddivise, ostili fra loro,
-conservate con rigidità millenaria. Due
-cose sono care all'indiano: l'Inghilterra e
-la sua casta. «L'India declina?....» — «Poco
-importa l'India, purchè sia salva la
-fede». — «Declina la fede....» — «Purchè
-sia salva la casta....». È il dialogo approssimativo
-con ogni bramino ben pensante.
-Per casta — è risaputo — s'intende la
-sanzione legale e religiosa delle disuguaglianze
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-sociali, elevata a dogma attraverso
-i secoli. L'origine delle caste — per quanto
-i bramini le pretendano istituite dagli
-Dei in persona — va cercata nella diversità
-di razza e di mestiere; quando i popoli
-ariani si rovesciarono dai passi dell'Imalaja
-nelle pianure dell'India, lottarono
-con gli aborigeni che — vinti — ebbero
-il titolo di Dasyon (<i>impuri</i>), mentre l'appellativo
-di <i>puri</i>: Sudra, fu privilegio dei
-vincitori. Poi tra i vincitori stessi si delinearono
-le prime caste rivali ed avverse:
-la casta sacerdotale coi Bramini, la guerriera
-con i Kehatryas; poi la casta dei
-mercanti con i Vaisyo, suddivisi in infinite
-corporazioni ostili: Marvary-Bandiary-Baniak,
-ecc...., la casta degli agricoltori, dei
-pescatori, ecc.... Le caste, sotto questo
-aspetto, avrebbero dunque qualche analogia
-con le nostre <i>guilde</i> antiche, le nostre
-corporazioni d'arti e mestieri. Ma il medio
-evo nostro, anche ai tempi più feroci, non
-offre un parallelo adeguato con la barbarie
-insensata delle caste indiane.
-</p>
-
-<p>
-L'europeo sbarcato da poco sbigottisce
-ad ogni istante. Nelle belle vie delle grandi
-capitali, sotto il riverbero delle lunule
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-elettriche, la folla indiana s'avanza con
-uno sguardo ed un passo che non è soltanto
-preoccupato dai tram e dalle automobili.
-Che ha mai questa gente? Obbedisce
-a un ordine coreografico o teme il
-contagio di qualche epidemia? È semplicemente
-preoccupata di mantenere le distanze
-prescritte dal diagramma delle caste
-indiane. Quattro passi tra un bramino
-e un soldato, due tra un soldato e un
-contadino, tre tra un contadino e un
-paria, ecc.... Prima della dominazione inglese
-il paria non poteva comparire nel
-campo visivo d'un bramino o costui aveva
-facoltà di ucciderlo o di farlo schiavo.
-Perchè l'ombra del paria lascia una macchia
-sul passante, il quale non se ne può
-lavare che con un rito specialissimo. Il
-paria è il rifiuto dei rifiuti, non può piangere
-i suoi morti, non leggere i testi sacri,
-non pronunciare il nome di Brama;
-l'antiche leggi indiane non fanno cenno
-di punizione per chi ne libera la terra.
-All'altro estremo sta il Bramino, «il quale,
-per nascita, ha diritto a tutto ciò che esiste
-e lascia vivere gli uomini per pura
-generosità». Tra questi due estremi le caste
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-si dividono e suddividono all'infinito.
-Il viaggiatore europeo vede il suo fedelissimo
-<i>boy</i> fermarsi sulla soglia d'un rivenditore
-di libri antichi, quasi impedito
-da una parete invisibile: «Il <i>bookseller</i>
-è di casta <i>nakari</i>: io sono <i>kardy</i>, non posso
-entrare.... Dovrei pagare dieci rupie al
-<i>priest</i> per rientrare nella mia casta...». E
-siete costretto ad attraversare, solo, il cortile
-e la piazza con dieci chili di libri e il
-vostro servo costernato non può venirvi in
-aiuto prima del limite prefisso. Ogni servo,
-poi, è specializzato in una sola occupazione
-casalinga: quella permessa dalla sua
-casta; le altre incombenze sono <i>immonde</i>;
-di qui la necessità di una servitù dieci
-volte numerosa e di salari — mal per loro — dieci
-volte ridotti. La vita d'un indiano
-è preoccupata, per quattro quinti, dalla
-paura di «macchiarsi», di «uscire di casta».
-E questo fanatismo è inestirpabile,
-sopravvive anche alla conversione religiosa.
-Mi raccontava un missionario anglicano
-di ottimi fedeli che si rifiutano di mangiare
-o di bere con il prete che li ha convertiti.
-Più buffo è il caso dei nobili soldati
-Nair che alle prese con prigionieri di
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-casta inferiore li circondano con i fucili
-spianati, ma non possono agguantarli, per
-paura di macchiarsi le mani. Più buffo
-ancora è lo zelo degli onesti discendenti
-delle antiche corporazioni di malfattori,
-i quali fanno petizioni al Governo inglese
-per riavere il nome di casta che li distingueva
-nei tempi gloriosi e sono gelosissimi
-di appellativi come questi: «<i>Cacciatore
-di naufraghi</i>». — «<i>Jena del Dekkan</i>». — «<i>Sciacallo
-del viaggiatore</i>», ecc...., e gli
-uni guardano gli altri con infinito disprezzo,
-secondo che sono discendenti di ladri
-di terra o di mare, di assassini di pianura
-o di monte. Il fanatismo grottesco, incredibile,
-non s'attenua, anzi si fa più intenso
-nelle classi elevate ed abbienti dove
-il bisogno e la fame non impongono transazioni
-di sorta. Così v'incontrate ad una
-serata del Governatore, con un giovanotto
-affabilissimo, architetto laureato all'Università
-di Bombay. Egli vi parla dell'architettura
-indiana con una grazia che v'incanta.
-Per gusto di reazione gli chiedete
-che cosa pensi del Partenone, dell'Abbazia
-di Westminster. Non risponde. Parlate ancora;
-gli dite che sareste ben lieto, se il
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-destino lo portasse in Europa, di fargli da
-cicerone a Roma, a Firenze.... Ma vi mozza
-la parola il suo voltafaccia improvviso,
-tra quel silenzio speciale che distingue
-una <i>gaffe</i>. «.... Ma non sapete che l'Ingegnere
-è cugino in sesto grado col Maharayalo
-del Travancore, Razza Lunare, capite,
-discendente da Rama; razza che non
-ha lasciato l'India mai, che non può lasciarla
-sotto pena di uscire di casta. Parlare
-dell'Europa all'Ingegnere è come mettere
-in dubbio i suoi titoli di nobiltà. Una
-sconvenienza imperdonabile!» Ohimè! Perdonabilissima.
-Chi poteva immaginare un
-pronipote di Rama in quel signore in marsina
-e monocolo? Chi poteva fiutare il
-sangue <i>lunare</i> in quelle sembianze semplicemente
-lunatiche?...
-</p>
-
-<p>
-Episodi che si prestano alla celia. Ma
-non sorridete più se pensate che la tradizione
-di casta chiude milioni e milioni
-d'uomini, li asserva nella cerchia illusoria
-e pure infrangibile come un malefizio. Si
-tratta, in realtà, di un tragico millenario
-fenomeno di suggestione. Oggi, dopo tanti
-evi, la casta non si discute; si nasce dominati
-o dominatori come si nasce maschi
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-o femmine, biondi o bruni. La casta
-è fatale come il destino.
-</p>
-
-<p>
-Contro questa follia a nulla vale l'avveduta
-forza colonizzatrice degl'inglesi, l'illuminata
-parola degl'intellettuali indiani,
-a nulla valse la riforma di Gotamo. Il
-buddismo — reazione necessaria a tanta
-barbarie — passò sull'India senza lasciar
-traccia, ed è confinato ora a Ceylon e
-nella Cina. L'India è ligia alle caste oggi
-più che mai; e la casta s'estende a tutti:
-maomettani, parsi, cristiani: anche cristiani,
-poichè per mimetismo d'opportunità
-bisogna conformarsi all'ambiente, e le
-chiese cristiane sono divise in riparti numerosi
-e ben distinti, senza di che i fedeli
-non interverrebbero alla Messa....
-</p>
-
-<p>
-Non solo, ma ogni nuovo mestiere introdotto
-dall'europeo crea una casta che oscilla
-in potenza secondo la floridezza dell'industria
-(the, cannella, pelli, indaco, ecc.):
-si direbbe che l'umanità, in India, non
-possa aggrupparsi che così, per misteriose
-tendenze etniche dell'ambiente, come certe
-sostanze non possono aggrupparsi che in
-cristalli.... Gl'indiani non formano un popolo
-e l'India non pensa e non può ribellarsi.
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-È risaputa la risposta dei bramini
-a gl'intellettuali innovatori: «Poco importa
-essere oppressi. Pur che la casta avversa
-lo sia più di noi!».
-</p>
-
-<p>
-Nemmeno è necessario il categorico:
-<i>Divide et impera!</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<h2 id="tesori">I tesori di Golconda.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Haiderabat, 14 gennaio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-In due giorni di corsa vertiginosa la
-Central India Railway mi ha portato dalla
-costa verdeggiante alle terre riarse, dall'India
-Indù all'India Maomettana. Tutto è
-mutato. Non più la freschezza dei palmizii
-e delle felci arboree, ma i cacti spettrali,
-le agavi dall'immenso fiore centenario, le
-euforbie a candelabro che sembrano reggere
-sui fusti altissimi e smilzi la vòlta sanguigna
-del cielo. Non si vedono più le
-bellezze di bronzo dal seno e dal volto
-ignudo, ma le donne maomettane rigidamente
-velate; non capigliature profetiche
-di asceti bramini e buddisti, ma turbanti
-di seta gialla, gridellina, celeste, barbe
-imbiondite all'<i>henné</i>, grandi brache e
-grandi scimitarre gemmate; non è più l'architettura
-leggiera dei <i>bungalows</i> anglo-indiani
-o la linea acuta delle pagode, ma
-le moschee e i minareti, i cubi candidi
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-delle case maomettane, le finestrette ad
-ogiva multipla, difese da grate mirabili,
-fatte con una sola lastra di marmo sottile
-lavorato a giorno, raffigurante nel suo delicato
-traforo un albero con fiori e con
-frutti, una danzatrice, due paoni che si
-dissetano ad una vasca.
-</p>
-
-<p>
-Haiderabat tutta bianca sotto il cielo di
-fiamma! Davvero non m'aspettavo una capitale
-così grande, così bella, così gaia in
-mezzo all'infinita desolazione dell'Industan;
-Haiderabat ben mussulmana, ma immune
-dalla decrepitudine sucida che distingue
-le altre capitali dell'Islam; e intatta
-come ai tempi di <i>Mille e una notte</i>, senza
-traccia di decadenza e senza traccia
-d'invasione europea! Se io fossi un sovrano
-di passaggio crederei davvero che questa
-folla si sia vestita nei suoi costumi dei
-tempi andati e si atteggi in parata per
-farmi onore, non già che essa viva della
-sua vita quotidiana.
-</p>
-
-<p>
-La vita quotidiana è fatta di necessità.
-Ora questa gente non fa nulla di necessario.
-Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano
-le più deliziose cose inutili: gioielli,
-sete, velluti, vasi d'argento e di bronzo,
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e
-gemmate, veli tinti pur ora e tesi ad asciugare
-al vento, leggeri come la nube che si
-sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate;
-profumi, essenze contenute in alti vasi
-suggellati o in barattoli dalla forma singolare,
-segnati di lettere cabalistiche. E fiori,
-fiori in abbondanza, piramidi di magnolie,
-di ibischi, di rose decapitate che i mercanti
-vendono a peso, come i frutti, e che
-la folla infilza per via, improvvisando la
-ghirlanda quotidiana più necessaria del
-pane; strana folla che vive di colori, di
-profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo
-lontani da Bombay, da Calcutta, dalle
-grandi città della costa, dove già si sovrappone
-ed impera la nostra pratica attività
-occidentale!
-</p>
-
-<p>
-L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un
-regno vasto tre volte l'Italia — l'illusione
-di un'esistenza indipendente.
-Ma quale indipendenza può godere uno
-stato continentale, custodito intorno da una
-cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio
-d'un esercito sterminato! Il Nizzam,
-sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati,
-l'Inghilterra manda sacchi di grano e
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-che la carestia — endemica ormai in questa
-zona sempre più riarsa — si farebbe
-sentire ogni anno senza l'illimitata generosità
-dei custodi accerchiati. E Haiderabat
-vive nella sua favola millenaria, intatta come
-dieci secoli or sono, bella di tutte le
-eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad,
-da Persepoli, da Bisanzio.
-</p>
-
-<p>
-Rientro nell'albergo abbagliato dalla
-troppa luce e dai troppi colori, umiliato da
-questa folla elegante tra la quale la mia
-figura occidentale in casco e gambali deve
-passare come il fantasma d'un mendicante.
-E cerco tra le commendatizie quella più
-importante: una lettera di presentazione
-a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro
-del Nizzam. Poichè non sono venuto qui
-per Haiderabat, la città viva, ma per
-Golconda la città morta che dorme a pochi
-chilometri di distanza e della quale non si
-possono varcare le mura senza uno speciale
-permesso.
-</p>
-
-<p>
-— Il primo ministro — mi fa osservare
-l'albergatore — è via con tutta la famiglia,
-ha seguìto il Nizzam a Londra....
-</p>
-
-<p>
-— A....?
-</p>
-
-<p>
-— A Londra, per la <i>season</i> — mi riconferma
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-l'uomo sbigottito della mia ignoranza — potrete
-presentare la lettera ad
-altri della Corte....
-</p>
-
-<p>
-Mentre si parla, un servo mi porge la
-carta d'un commensale che siede all'altra
-estremità della sala semibuia. Un professore
-di Monaco.
-</p>
-
-<p>
-Mi presenta la sua signora, mi parla subito
-con entusiasmo del nostro Re. Speravo
-gli fosse dettato dalla bellezza della
-mia patria, non fosse che attraverso la
-divina esaltazione di Goethe, ma il professore
-non ha mai visitato l'Italia, non ha
-mai letto Goethe, ignora le Elegie romane,
-e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III,
-Re della più Grande Italia, non vede che il
-signor di Savoia, uno dei primi collezionisti
-del mondo e suo collega invidiatissimo in
-numismatica.
-</p>
-
-<p>
-Sono scandalizzato. Ma il professore è
-più scandalizzato di me quando s'accorge
-ch'io ignoro l'alto valore numismatico del
-mio Sovrano e non so rispondergli a quale
-volume sia giunto il <i>Corpus Nummorum
-Italicorum</i>, l'opera colossale che egli sta
-compilando.
-</p>
-
-<p>
-— Io sono qui da cinque mesi, con la
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-mia signora, per ricerche che possono interessare
-voi italiani: ho trovato due zecchini
-e un mezzo zecchino con l'effige
-del doge Ludovico Manin. La repubblica
-veneta, nei secoli andati, commerciava col
-centro dell'India meridionale, quando questa
-era sconosciuta al resto d'Europa....
-</p>
-
-<p>
-Affido al professore la commendatizia e
-nel pomeriggio stesso giunge dinanzi all'atrio
-dell'Hotel una strana vettura di Corte,
-una <i>victoria</i> antiquata a grandi molle
-ovali, con a cassetta due cocchieri in turbante
-giallo e due staffieri ai lati, agitanti
-sui cavalli un lungo scacciamosche dorato:
-equipaggio strano fatto di vecchiume occidentale
-e di fasto orientale. È incredibile
-lo sfoggio di servitù che si ostenta nelle
-città indiane. Nessuna persona rispettabile
-può uscir sola, ma deve avere in ogni
-sua minima passeggiata un seguito di servi,
-di devoti, di clienti; primo dovere d'un
-signore verso l'ospite bene accetto si è di
-mettergli al fianco due seguaci, perchè
-gli facciano largo tra la folla, gridando
-alto il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Prendiamo posto in vettura, attraversiamo
-tutta Haiderabat tra case candide, sotto
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-un cielo fulvo, solcato da nugoli di corvi
-neri, di pappagalli verdi, di colombi tinti
-artificialmente a colori vivaci. <i>Strada di
-Golconda</i> è scritto in cinque, sei lingue
-sull'estremo sobborgo della città. Golconda!
-Quella che fu per tanti secoli la meraviglia
-dell'Asia, la città dei diamanti favolosi
-e delle regine sanguinarie, Golconda favoleggiata
-nei romanzi d'amore e d'avventura
-dei secoli andati, Golconda la grande guerriera
-e la grande voluttuosa, della quale
-recavano novelle incerte gli esploratori e
-i mercanti fiamminghi e veneziani. Come
-già per Tebe, per Micene, per tutte le città
-defunte troppo magnificate dalla favola, mi
-preparo ad essere deluso; so che andiamo
-verso un fantasma. Ma non sono deluso.
-La strada stessa che si percorre è degna
-d'un grande passato. Sotto il cielo ceruleo e
-fulvo, sorretto dai fusti diritti dell'euforbie,
-si stende in giro, fino all'ultimo orizzonte,
-un paesaggio che dà la sofferenza e la
-voluttà dell'incubo, un paesaggio non terrestre,
-fatto di pietra livida qua e là corrosa,
-qua e là dominata da certi cumuli di
-enormi macigni, curvi, lisci, simili ad otri
-giganteschi o a dorsi di pachidermi e di
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-cetacei; sembra di percorrere una pianura
-selenica e veramente la natura ha fatto
-qui, con la pietra morta, uno scenario più
-fantastico delle vive foreste del Malabar.
-Via via che si avanza i macigni si fanno
-più frequenti e più colossali, si accatastano
-in piramidi di cento metri, arieggiano il
-profilo di colline inverosimili, qua e là
-traforati di spazi luminosi, come nei cumuli
-delle trincee. Esclusa, per evidenza
-geografica, la supposizione di massi erratici,
-non so davvero come i geologi possano
-spiegare l'accatastarsi dei macigni in
-questa pianura immensa; la leggenda indù
-li vuole caduti dal cielo; afferma che essi
-sono l'avanzo del mondo, rimasto tra le
-dita del Creatore e che egli arrotolò per
-gioco e precipitò sulla Terra. Certo il gusto
-dell'inverosimile, del fantastico, del colossale
-che domina nell'architettura indiana
-ha trovato in questa natura ciclopica
-i suoi modelli e le sue fondamenta.
-</p>
-
-<p>
-Golconda! Al di là d'un gran fiume
-asciutto s'innalza il fantasma della città
-morta, con le sue mura ciclopiche, livide
-come il macigno circostante, merlate e traforate
-con arte singolare. Attraversiamo il
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-letto del fiume; nel mezzo, in qualche
-pozza d'acqua superstite, una schiera d'elefanti
-lavoratori tenta invano il bagno
-quotidiano; i poveri pachidermi aspirano
-l'acqua con la proboscide e se ne irrorano
-i fianchi emersi. Giungiamo sulla riva opposta,
-ai piedi delle mura ciclopiche. Il
-genio guerresco ha trovata qui la collaborazione
-della natura, nè si può distinguere
-dove l'opera di questa finisca e cominci lo
-sforzo dell'uomo. L'uomo ha utilizzato macigni
-di cinquanta metri, rivestendoli di
-ammattonato, gettando dall'uno all'altro
-vòlte e terrapieni, unendoli con grate grosse
-come un braccio umano, armate di uncini
-difensori. Veramente Golconda doveva
-nascondere tesori favolosi se i Sultani pensarono
-a cingerla d'una difesa tanto formidabile.
-Si sale lungo la fortezza principale,
-un macigno multiplo che domina tutta
-la città morta ed è costrutto a gradi
-decrescenti, coronati alla sommità da un
-ciuffo d'alberi verdi che meravigliano in
-tanta desolazione e ricordano lo schema
-della commedia dantesca. Intorno sono
-macchine guerresche; cannoni arcaici, i
-quali attestano che la morte della città
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-non è remotissima; Golconda fioriva ancora
-nella metà del settecento, quando era
-di moda in Europa il <i>racconto d'avventure,
-le roman merveilleux</i>, quando vi giunse
-profuga Madama Angot per tentare con
-la sua bellezza occidentale le stanche voglie
-dei sultani decrepiti.
-</p>
-
-<p>
-Profanazione dei ricordi! La grazia tracotante
-della pescivendola parigina mi perseguita
-mentre il professore mi commenta
-le vicende epiche e i monumenti famosi.
-</p>
-
-<p>
-— Quella moschea immensa è la Mecca,
-così chiamata, perchè è una copia esatta
-del santuario arabo che il Sultano Car-Alpur
-volle riprodotto nella sua città; quella
-che innalza i suoi minareti sul più alto
-contrafforte è la «Moschea dell'ultimo grido»
-perchè destinata alla preghiera disperata,
-quando i nemici avessero già invase
-le mura....
-</p>
-
-<p>
-— Ma come si poteva espugnare una
-città come questa?
-</p>
-
-<p>
-— Fu espugnata. Troppo si parlava delle
-ricchezze di Golconda. Aurangseb, imperatore
-di Delhi, le mosse guerra nel
-1787 e l'espugnò nel 1790. La città fu saccheggiata,
-il popolo passato a fil di spada,
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-ma, per ordine di Aurangseb, fu risparmiata
-la vita del Sultano. Bisognava strappargli
-il segreto ch'egli solo conosceva,
-sapere da lui il luogo dov'erano scomparse,
-durante l'assedio, le gemme favolose e i tesori
-dello Stato. Rubini dell'Oxsus, zaffiri
-del Tibet, perle di Ceylon, diamanti di
-Sam-Bal-Pur e di Carmur, lapislazzuli di
-Bavacan: si parlava di gemme profuse ad
-altezza d'uomo, in grotte sconosciute, murate
-con gli scheletri degli ultimi guardiani,
-per suggellare il silenzio. Il Sultano
-solo sapeva. Il disgraziato fu trascinato ad
-Aulabad, nella reggia del vincitore, e fu
-sottoposto alle più raffinate torture; uno
-stuolo di carnefici lo martoriava, uno stuolo
-di medici doveva ravvivarlo quando stava
-per agonizzare. Tutto fu vano; egli
-esalò l'anima improvvisamente, portando
-nell'eternità il mistero dei tesori accumulati....
-</p>
-
-<p>
-Si sale lungo la fortezza, tra le moschee
-decrepite e i cannoni interrati a metà nella
-polvere. Si passa tra le ruine degli antichi
-palazzi, espugnati da poco più di un
-secolo e più distrutti che avanzi millenarii.
-Dalla sommità del forte si domina tutta
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-Golconda; le mura ciclopiche e sinuose
-vanno da macigno a macigno, ancora formidabili,
-ancora intatte, ma vane ormai,
-poichè più nulla hanno da custodire, e
-nella vastissima cerchia tutto è rottame,
-pietra, polvere, morte. Alla morte è destinato
-il paradiso minuscolo che s'innalza
-alla sommità della fortezza. La riverenza
-indiana per le cose funebri mantiene miracolosamente
-verdeggiante questo cimitero
-dove sono le tombe di tutta la dinastia di
-Golconda, dal sultano Ibraim al sultano
-Abdul Asan, dalla bella indiana Bhima-Mati
-alla bella mussulmana Chanah-Shah,
-strane tombe cufiche dipinte in azzurro, a
-caratteri bianchi, ornate ognuna d'un porticato
-ad ogive e di quattro minareti minuscoli
-dalle cupole d'oro; intorno è una
-vegetazione cimiteriale: mirti, cipressi, palme
-nane, con certe aiuole di fiori malaticci,
-tenuti in vita dall'acqua che i devoti
-portano a secchia a secchia, dai pozzi
-lontani, come per gli incendi. Non è descrivibile
-l'infinita tristezza di questo cimitero
-esotico, campo della morte nella
-città della morte....
-</p>
-
-<p>
-Ma ancora qui la mia malinconia è rallegrata
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-dalla figura della pescivendola avventuriera.
-È veramente esistita quella che
-la leggenda chiama Madama Angot e fa
-pellegrinare ad Algeri, a Costantinopoli,
-a Golconda?
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Illustre pescivendola — era Madama Angot.</p>
-<p>Nel regno di Golconda — un giorno capitò;</p>
-<p>il gran Sultan vedutala — se ne invaghì così</p>
-<p>che a cinquecento mogli — lei sola preferì....</p>
-</div>
-
-<p>
-Ohimè, la sua tomba non è qui, tra
-queste sultane. Essa ritornò a Parigi, carica
-di quattrini e di gioielli, a godervi i
-ben meritati riposi.... Quali favolosi racconti
-doveva fare delle sue avventure e dei
-suoi pellegrinaggi alle illustri colleghe parigine,
-nelle veglie della sua vecchiaia venerabile!
-</p>
-
-<p>
-Madama Angot.... È veramente esistita?
-In quest'ora, tra queste mura la sua gaia
-figura è più viva che mai, serve a consolare
-d'ogni troppo leopardiana tristezza.
-Dinanzi alle ruine troppo riverite è consigliabile
-l'irriverenza. Meglio schernire la
-fatalità che preme uomini e cose, canticchiando
-le strofe d'un melodramma giocoso....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<h2 id="impero">L'Impero dei Gran Mogol.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-24 gennaio 1913.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Il distacco tra l'India braminica e l'India
-islamitica si fa più intenso via via che
-si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam
-prediliga in ogni parte del mondo le terre
-desolate, i deserti e le steppe; anche in India
-occupa l'immensa parte centrale e settentrionale
-e può servire a delineare i confini
-delle provincie riarse. Perchè è un
-preconcetto oleografico, una leggenda da
-libri d'avventura che l'India sia coperta
-da una vegetazione meravigliosa. Le foreste
-tropicali, dense, decorative come scenari
-da melodramma, occupano soltanto la costa
-del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti
-Nir-Ghirli, le valli dell'Imalaya. Ma dove
-cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie
-periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan
-e le pianure del nord, domina la magra
-vegetazione dell'Islam: scompaiono il
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-cocco ed il banano, svelti compagni delle
-pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso
-cimiteriale, compagni delle moschee
-e dei minareti.
-</p>
-
-<p>
-Si viaggia da due giorni in queste ferrovie
-che chiudono in una rete fitta tutto
-l'Impero immenso, e che gareggiano con
-quelle americane in velocità vertiginosa.
-Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta
-invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso
-della terra e il gracidìo dei corvi sono
-la nota visiva e auditiva di queste contrade)
-che durante la stagione delle pioggie
-rinverdisce in campi di riso e di miglio,
-è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le
-palme-palmira, gracilissime, s'innalzano
-nell'azzurro del cielo come caricature di
-palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito
-abbagliante: all'orizzonte, sulla
-zona sanguigna, passano, come ombre cinesi,
-mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano
-la linea grandi cacti a candelabro,
-tinti in rosso da una parte, dalla
-polvere sollevata dal vento della steppa, e
-alla sommità d'ogni fusto è appollaiato
-un avvoltoio meditabondo che al rombo del
-treno appena si degna di protendere il capo
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-calvo sul collo serpentino o di distendere
-una delle immense ali macabre. Mandre
-di bufali e di zebù sollevano, voltano
-la testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano
-sui loro dorsi gibbosi, s'avventurano
-fino alla bocca per beccarvi i tafani e le
-mosche. Si entra talvolta in foreste d'alberi
-enormi, dai tronchi nodosi e contorti:
-ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami
-rivestiti di fronda arida, come le nostre
-quercie in dicembre, dànno al paesaggio
-una tinta invernale che stona col cielo
-implacabilmente estivo. Nella foresta morta
-spiccano zone di un bel verde biacca:
-miriadi di pappagalli minuscoli che ricordano
-le foglie vive, o fasci di brace azzurra
-e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati
-sugli alti rami. Poi si esce dalla
-foresta morta ed ecco ancora la steppa
-senza fine con i suoi cacti spettrali ed i
-suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il tempo
-passa, ma il paesaggio non muta.
-</p>
-
-<p>
-E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore
-si domanda a quale scopo ha lasciato l'Italia
-bella, anticipandosi questo paesaggio
-infernale. Distolgo lo sguardo dallo scenario
-triste. Siamo nel <i>dining-car</i>; indugiamo
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-dopo il caffè, per avere intorno l'illusione
-di un po' d'Europa che viaggia con noi,
-l'illusione che emana dalle vernici, dagli
-specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle
-salse chiuse in barattoli inglesi. <i>Very
-comfortable</i>, queste carrozze ampissime, dal
-doppio tetto spiovente, aerate da un triplo
-ventilatore; ma il congegno si è guastato e
-funziona il <i>panka</i>, il ventaglio immenso
-appeso al soffitto, che un servo indiano
-agita con una corda dal fondo della carrozza.
-Tutte le tavole sono occupate: funzionari
-inglesi, commercianti parsi, dignitari
-afgani. Al tavolo vicino sono sedute
-due francesi incontrate a Bombay, conosciute
-per caso, leticando all'agenzia Cook,
-e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca
-effusione di schietta esultanza. Fra
-tanti sconosciuti di tutti i colori, fra tante
-orribili favelle, dove l'inglese degenere è
-l'unica intelligibile, il francese, sia pure
-sulle labbra ritinte di due «pellegrinanti
-esuli dame», ci suona dolce come una lingua
-di casa. Signore con le quali si allibirebbe
-di mostrarci in una via europea,
-tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate,
-impennacchiate; ma che qui, nel cuore
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-dell'India sacra, aggiungono al paesaggio
-uno stridore pittoresco. Madama Angot,
-che ho sognato a Golconda, rivive
-dunque ancora nelle pronipoti senza paura!
-Già a Bombay ci avevano raccontate
-le loro gesta e le loro disavventure. Giovani,
-una giovanissima, parigine entrambe — parigine
-di Marsiglia o di Bordeaux — e
-nate all'arte, votate all'arte, hanno
-pellegrinato come «duettiste» tutti i caffè
-<i>chantants</i> della Tunisia e dell'Egitto. A
-Port-Said un impresario le ha scritturate
-per le colonie dell'Africa orientale fino
-a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con
-due ufficiali inglesi riparando a Bombay.
-Sole, sperdute ancora una volta, hanno
-tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si
-dirigono oggi a Simla, nel Cachemire, per
-cantare in un <i>music-hall</i> che s'inaugura
-con la stagione elegante. Disfatte dal clima
-e dai disagi, lasse per troppe soste in troppe
-guarnigioni fameliche, sanno tuttavia
-conservare nella parola arguta, nel gesto
-col quale alternano il sorriso alla sigaretta,
-nella civetteria del ginocchio sovrapposto,
-la grazia francese unica al mondo! E guardo
-ed ammiro queste due passere sbandite
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-che portano fino in queste solitudini il
-loro sorriso intrepido e la loro gaia mercatanzia.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Delhi, 25 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-— Delhi, Agra: Le royaume du Gran
-Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui avait
-un penchant pour les jolies parisiennes.
-— Peut-on le voir, ce monsieur-là?
-</p>
-
-<p>
-— È morto da trecento anni.
-</p>
-
-<p>
-— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard....
-</p>
-
-<p>
-Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa
-stazione indiana. Fuori, ad attenderci,
-i più pittoreschi mezzi di locomozione:
-i <i>yinricksharws</i>, le carrozzelle in
-lacca e bambù su ruote modernissime da
-bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti,
-carrozze strane, triangolari, che
-il cocchiere guida seduto in avanti, sul timone
-sottile, diligenze barocche sovraccariche
-di ori, di fiocchi, di sonagli, trainate
-da coppie di zebù, il bove indiano,
-minuscolo, gibboso, velocissimo; e campeggianti
-in disparte, disposti in ordine,
-gli elefanti da nolo, recanti ognuno un
-cartello in varie lingue indicante la mèta,
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-come da noi le carrozze tramviarie. Si
-sale sopra uno dei colossi, attraverso una
-specie d'arrembaggio inclinato e si sta in
-otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio
-e misera bestia da nolo, che ebbe
-certo i suoi giorni splendidi nella reggia
-di qualche Maharajah, cent'anni or sono....
-Oggi la pelle si è raggrinzata sull'immensa
-carcassa, come la corteccia degli olmi
-secolari; e non servono a ringiovanirlo la
-gualdrappa logora frangiata d'oro stinto,
-nè la truccatura bianca rossa azzurra, a
-cerchi vivaci, intorno agli occhi ed alla
-proboscide.
-</p>
-
-<p>
-— Les pauvres oreilles! On les dirait
-de feuilles rongées par les chenilles!
-</p>
-
-<p>
-È vero. Le orecchie immense, zebrate
-di nero, agitate di continuo, sono logore
-dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate
-a grandi lobi, come le foglie corrose dai
-bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi
-minuscoli, dove s'alterna la bontà e
-la scaltrezza, la mansuetudine ed il risentimento.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>cornac</i>, un giovinetto, sta seduto alla
-budda sul collo possente e dirige la mole
-immensa con l'<i>ankus</i>, un bastoncino ricurvo
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-a gancio che preme sulla fronte
-silenziosa, con un grido sommesso d'intesa.
-Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come
-nelle nostre vie occidentali. La mole s'avanza
-sicura come un congegno e il rumore
-delle zampe enormi che giunge dal
-basso imita un poco il rombo ritmico di
-un motore primitivo. Passiamo per ampie
-vie modernissime: luce elettrica, tram, automobili;
-c'interniamo in viuzze tortuose,
-dalle case altissime in legno dipinto e
-traforato con uno stile da confettiere, con
-tutti i colori delle cose dolci, gonfie di
-<i>miradors</i>, di loggie minuscole; infinite gallerie
-coperte cavalcano le vie, allacciano
-l'una all'altra le case misteriose.
-</p>
-
-<p>
-La nostra cavalcatura ci mette all'altezza
-del primo piano e l'occhio gode, d'attimo
-in attimo, attraverso le verande aperte,
-le scene più intime e più diverse: una madre
-che consola un bambino che piange,
-un ufficio di mercanti parsi, dove cinque
-scribi in mitra di tela cerata sono seduti
-a modernissime macchine da scrivere, una
-casa indù semplice e linda, con non altro
-alle pareti candide che le incarnazioni di
-Brama, una casa maomettana a tappeti
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-sontuosi dove un vecchio scarno, occhialuto
-sotto il turbante immenso, sta ginocchioni
-in mezzo alla stanza, picchiandosi
-il petto contrito, una scuola indigena dove
-venti monelli, in assenza del pedagogo, si
-protendono al nostro passaggio con occhi
-vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le
-fiche e le ingiurie; e, molte cortigiane,
-bajadere di bassa casta, riconoscibili al
-volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla
-casa più adorna e più appariscente: strane
-case così aperte sulla via dall'immensa veranda
-da inquietare seriamente la pudicizia
-dei visitatori. L'elefante, che ha incontrato
-un confratello che giungeva in
-senso opposto, s'arresta per attendere che
-l'altro retroceda fino al prossimo cortile,
-e sostiamo di fronte, vicinissimi, a due
-cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno
-strano pettine quadro ed enorme i lunghi
-capelli nerissimi e lisci come due bende
-di raso tenebroso, l'altra protesa quasi
-fuori della veranda, in piena luce, tiene
-nella mano uno specchietto tingendosi con
-la destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati.
-Tutti, in questo paese, uomini, donne,
-bambini, hanno occhi splendidi, già
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-troppo neri, già troppo grandi, e la consuetudine
-del bistro, imposta per religione, li
-fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi
-volti quel loro sguardo d'idoli assenti.
-</p>
-
-<p>
-— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles
-à se farder? Elles maquillent seulement
-la paupière supérieure.
-</p>
-
-<p>
-Si fissano alcuni secondi le orientali e
-le occidentali, poi l'elefante si muove e la
-scenetta dispare.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Si passa dalla città viva alla città morta
-quasi senza avvedercene. Finiscono le case
-abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate
-dalle scimmie. Non più facciate
-policrome, verande fiorite, ma edifici vuoti
-come teschi, muri superstiti con loggie che
-guardano il nulla, o scalee, atrii sontuosi
-in granito ed in marmo che portano a palazzi
-che non sono più: tutto ciò che era
-legno è stato divorato dalla steppa. Ogni
-balaustro, ogni cimasa è coronata di code
-pendule o di faccie sogghignanti di quadrumani.
-E le ruine si prolungano all'infinito,
-tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere,
-e oltre, oltre ancora, è l'immenso ossario
-di una città morta e risorta dieci
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-volte in quattro millenni, sotto dieci dominatori
-diversi. Ci si domanda per quale
-legge fatale e misteriosa una città debba
-evolversi come qualunque altra cosa viva,
-e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito,
-come la pianta che non vuol morire.
-Forse in nessuna parte del mondo
-l'archeologo trova un così vario tesoro
-d'architetture esposte. A Roma, in Egitto,
-in Grecia, in tutti i luoghi sacri al passato,
-risorge il fantasma di una civiltà sola
-che le esumazioni, i restauri, gli studi ci
-fanno vicina, certa, come una cosa presente.
-Qui è il <i>caos</i> dell'abbandono e dell'oblio,
-il convegno di tutte le ruine colossali
-e del tritume di ruine, un deserto di
-frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine
-di essere sbalzato a cinquecento, a
-mille, a tremila anni nell'abisso del tempo:
-dall'ultimo splendore islamitico dei Gran
-Mogol al bramanesimo cupo, imponente
-delle prime costruzioni giaina e pali, nella
-notte delle origini vediche.
-</p>
-
-<p>
-Ma dubito che gli archeologi soffrano
-di vertigini poetiche: dubito della sensibilità
-di coloro che sanno. In questa solitudine
-s'incontrano sovente figure biondiccie
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-ed occhialute di studiosi russi, tedeschi,
-inglesi che osservano con fiero cipiglio,
-come sacerdoti indignati, la nostra
-gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta
-d'Aladino, un'immensa porta superstite
-che dà un'idea della moschea smisurata
-che non è più. E la mole, di tale grandezza
-e di tale purezza architettonica che basterebbe
-a creare un modello perfetto di
-stile indo-moresco, appare lavorata, a chi
-s'avvicina, come uno stipo cesellato da
-un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi
-più delicati dell'arte islamitica dei secoli
-d'oro adorna la grazia ogivale che s'innalza
-a più di trenta metri. Il vano è
-riempito dal più azzurro cielo dell'India,
-e il nostro elefante, immobile nella zona
-in ombra, quasi minuscolo sotto l'immensa
-ruina, completa quella bellezza armoniosa.
-Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e
-scortese — che lavora in una baracca
-prossima e toglie misure e dirige tre scribi
-indigeni che disegnano e calcolano per
-non so che restauri governativi? Ho più
-fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di
-queste meretrici di Francia; la più loquace
-delle due ha immagini adorabili.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-</p>
-
-<p>
-— J'ai toujours revé ce tableau là quand
-j'étais fillette, sur un coussin de ma tante
-Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment
-une chose comme ça.
-</p>
-
-<p>
-Poi trascinando la compagna più vicina
-all'immensa parete cesellata e palpando
-con mano voluttuosa l'intrico della scoltura:
-</p>
-
-<p>
-— Il faut se rappeler cette broderie ici,
-pour une robe d'intérieur!
-</p>
-
-<p>
-Avanziamo a piedi tra le ruine che non
-hanno confini. Una vegetazione senz'anima:
-di latta, di cuoio, di stoppa, una
-vegetazione che non è mai stata viva s'alterna
-con la pietra morta; e sui cipressi,
-sui <i>baniam</i>, nodosi e contorti come in uno
-spasimo d'arsura, tra la steppa sanguigna
-e il cielo di cobalto, mettono una nota
-gaia di vita i signori del luogo: i pappagalli,
-i pavoni, le scimmie. Come s'illeggiadrisce
-un capitello giaina, tozzo di quattro
-teste elefantine di Ganesa: il Dio della
-saggezza, se un pavone vi balza improvviso,
-inondandolo di una cascata di zaffiro
-e di smeraldo! E le grate di marmo
-candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam,
-come si ravvivano per le chiazze
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-verdi dei pappagalli nani, le comuni garrule
-colorite, che giocano al trapezio tra
-i santi trafori! File interminabili di scimmie
-stanno sedute a congresso e volgono la
-testa tutte insieme al nostro passaggio,
-seguendoci a lungo, fissandoci con occhi
-di malinconia desolata.
-</p>
-
-<p>
-A tratti s'incontra un Jogi, un santo
-che ha scelto a suo rifugio una di queste
-ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure
-singolari; non sono fachiri leggendari,
-non fanno miracoli; sono asceti, ridotti
-dalla vita contemplativa allo stato di cose:
-hanno preso il colore della pietra e dei
-tronchi morti. Completamente ignudi sotto
-il sole che arde e che abbacina, con le
-chiome, il volto impiastricciato di cenere
-e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica,
-più indifferenti e più insensibili
-degli idoli millenari. La consuetudine religiosa
-favorisce queste sètte: ognuno ha
-vicino una ciotola, ricolma ogni giorno
-dalla pietà popolare. Ne interroghiamo
-qualcuno, offrendo un frutto, una moneta.
-Ma non rispondono alle nostre parole, non
-battono ciglio alla nostra mano protesa,
-ci lasciano passare senza volgere il capo,
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-già perduti nell'increato, nella salvezza del
-non desiderare più, già affrancati dall'eterno
-ritorno, risanati per sempre nella
-carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i
-più miserabili avanzi umani, e sono forse
-i soli uomini invidiabili, le sole creature
-che non debbano ormai più riconoscere
-alcuna potenza terrena: «.... Che puoi tu
-fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che
-nei rigori dell'Imalaia o negli ardori del
-Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi,
-o tiranno, puoi lacerarmi, ardermi,
-farmi morire, o tiranno, ma non
-puoi farmi male....».
-</p>
-
-<p>
-Avanziamo nella tebaide.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco fra tante cose morte, fra tante
-ruine senza nome, una cosa ben viva e
-ben nota, fresca di colore e di linea come
-se innalzata da ieri. Il minareto di Ktub.
-Ero preparato da fotografie e da stampe,
-anche prevenuto con una certa antipatia.
-È invece la più leggiadra cosa inutile che
-la noia d'un despota abbia scagliato al
-cielo. Una torre isolata alta trecento piedi,
-costrutta da un sultano e offerta alla figlia
-malata di malinconia, così come s'offre
-un gioiello. È veramente un gioiello
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa,
-dappresso per la squisita fattura.
-</p>
-
-<p>
-Sembra un fascio di palmizi interminabili,
-legati, stretti a cinque altezze digradanti:
-così che l'insieme del fusto snello
-è tutto pieghettato come una gonna di seta;
-seta lucida e fine sembra la pietra rossa-salmone,
-intarsiata d'ornati di marmo
-bianco. Lavori di mole e di pazienza inconcepibili
-ai nostri giorni, possibili nel
-tempo andato, quando un popolo intero era
-stromento cieco e concorde del capriccio
-d'un despota. Forse avevano un po' tutti
-l'anima di Luigi di Baviera, questi sultani
-leggendari che profondevano tesori
-per concretare i loro sogni in moli di
-marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una
-bella distruggevano la loro città, costruivano
-una città nuova, come il Maharajah
-Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò
-Amber, l'antica capitale del suo regno, e
-fondò Giaipur, la città fantastica tutta color
-di rosa, eretta in poco più di tre anni!
-Costruivano palazzi, templi, giardini, e li
-abbandonavano talvolta, prima che fossero
-compiuti, già sazi del sogno che il popolo
-tardava a concretare in pietra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo
-a riposare alla terza, alla quarta veranda
-circolare, in marmo traforato che ci
-spende nel vuoto e dà la voluttà della
-più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione
-appare più disperata, occupa tutto
-l'orizzonte come un mare di lava e di
-scorie: si pensano veramente come eruzioni
-spaventose le invasioni delle orde
-giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono
-dall'Imalaia e sovrapposero ruine a
-ruine sulla pianura maledetta da Dio. Poco
-lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri
-d'un tempo immemoriale, s'alza un obelisco
-che discorda con la grazia leggera
-e la tinta carnicina del cimelio moresco,
-un obelisco barbaro, tutto di ferro, elevato — dice
-l'iscrizione sanscrita — duemila
-anni fa dal Raya Dhava per celebrare con
-una cosa eterna la sua vittoria sulle tribù
-Valhihas. È alto quindici metri, fuso in
-un pezzo solo, documento misterioso di una
-civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur
-possedeva i mezzi di gittare una mole di
-metallo che inquieterebbe la nostra industria
-modernissima.
-</p>
-
-<p>
-Anche qui eruditi indigeni ed europei:
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-archeologi, periti, architetti che prendono
-modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge
-ad un'opera colossale: dissodare l'ossario
-delle città morte, restaurare le ruine, ordinarle
-decorosamente alla luce del sole.
-Opera degna, ma che non so quanto possa
-giovare alla poesia di queste memorie....
-Certo ringrazio il cielo di visitarle oggi,
-nel loro abbandono desolato.
-</p>
-
-<p>
-È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto.
-Le nostre compagne «qui ont soupé des
-ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni
-con noi. Cosa provvidenziale perchè
-l'unica bettola nella Porta di Aladino ha
-un odore di concia che rivolta lo stomaco.
-Vi comperiamo soltanto un ananasso e uva
-moscata enorme, freschissima, giunta dai
-monti del Kabul in certe scatole fatte d'immense
-foglie coriacee cucite con lunghi
-fili di gramigna. Una delizia che disseta e
-consola sotto questo cielo di fiamma. E
-seguiti dai <i>boys</i> e dal <i>cornac</i> si cerca il rifugio
-meridiano; non si ha che l'imbarazzo
-della scelta regale: una moschea, un atrio
-moresco, una reggia pali, un tempio giaina.
-Scendiamo in un ipogeo conosciuto dai
-<i>boys</i>: un rifugio d'ombra e di frescura, che
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-sarebbe tetro se non fosse di marmo candido.
-Grosse colonne quadre reggono il soffitto
-a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi
-monolitici, in uno stile incerto alla mia
-ignoranza, uno stile che ricorda le costruzioni
-egizie più antiche, o assire, o etrusche,
-o fenicie, quando tutte le architetture
-neonate si somigliavano un poco. Riceviamo
-luce da una porta triangolare e da
-quattro finestre triangolari, quali non avevo
-sognate mai, e poichè siamo nell'ombra
-e fuori è la vampa del meriggio tropicale i
-cinque triangoli si disegnano rossi come
-le aperture d'una fornace immane. E nella
-brace dei cinque triangoli si profilano figure
-di leggenda: aridi palmizi lontani,
-l'ogiva nitida della porta d'Aladino, una
-trina candida vicinissima: il balaustro di
-una moschea, il nostro elefante meditabondo,
-rigido sulle quattro zampe a colonna,
-immobile come i suoi fratelli di
-pietra....
-</p>
-
-<p>
-Ora di sogno. Ristoro e sollievo della
-frescura e della penombra, piacere indefinibile
-di sedere con gli amici, in cerchio,
-al pasto singolare, voluttà un poco sacrilega
-di avere a compagne queste due profanatrici
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-che dicono e cantano cose enormi
-tra le pareti sacrosante. Ora di sogno.
-La realtà scompare. Le cose si alterano,
-ingigantiscono, diventano favolose e magnifiche,
-come la noce, il sassolino, lo zoccolo
-toccati dalla bacchetta magica della
-leggenda. E dimentico. Vedo con occhi
-d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato,
-il misero elefante da nolo, i poveri boys
-a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale,
-e queste due vagabonde delle quali non
-oserebbe vantarsi uno studente occidentale.
-</p>
-
-<p>
-Sono l'imperatore Acbar, il più possente
-dei Gran Mogol, e questo è il mio palazzo;
-questo è un banchetto servito da trecento
-schiavi ad ambasciatori della Serenissima;
-queste sono due «cristiane» rapite dai corsari
-sulle coste di Barberia, vendute al
-Negus d'Etiopia, donate dal Negus allo
-Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio
-cugino, giunte vergini ed impuberi fino
-al mio serraglio; due cristiane bionde da
-aggiungere alle mie settecento concubine
-di tutti i colori....
-</p>
-
-<p>
-Guai se non si completasse col sogno il
-magro piacere che la realtà ci concede!...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<h2 id="agra">Agra: l'immacolata.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Agra, 27 gennaio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può
-rivivere un'ora nel passato favoloso dei
-Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan
-s'alzasse dal suo mausoleo e prendesse
-per mano la sposa dilettissima: Montaz-i-Mahal,
-e uscissero entrambi dalla Reggia
-funeraria: il Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile
-ancora la città dei loro splendori,
-e rispettati dal tempo e dagli uomini
-i loro palazzi magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti,
-innalzanti a settanta metri il
-loro vario profilo, simili piuttosto ad un
-ammasso titanico di castelli feudali che
-ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia
-leggera fiorisce in alto, dall'altra parte,
-verso il fiume Giumma, verso la pianura
-sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi
-di arenaria sanguigna, le mura ciclopiche,
-le torri possenti, destinate alla difesa e
-all'offesa. Questi forti che gli imperatori
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-mongoli fondavano in India erano campi
-trincerati, d'una possanza, di una mole,
-di una magnificenza inconcepibile al tempo
-nostro, villaggi muniti e fortificati dove
-quei tiranni dall'anima di guerriero, di
-artista ed asceta, adunavano quanto potesse
-appagare i sensi e lusingare gli spiriti:
-dalla zenana voluttuaria alle sale di
-governo e di giustizia, dai bagni, dalle
-palestre alle moschee della purificazione,
-al mausoleo dell'ultimo riposo. Era una
-città regale sospesa sulla città del popolo,
-che serviva prono, abbacinato da tanto
-splendore.
-</p>
-
-<p>
-Passiamo il vallo fortificato, le torri, le
-porte pesanti. Si sale per scalee fosche, sotto
-archi medioevali, si percorrono androni
-a feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria
-sanguigna, tutto è tetro e massiccio,
-evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero
-e il fragore delle armi. Dove poteva svolgersi
-la vita voluttuosa dei poeti in turbante
-e delle belle dagli occhi interminabili?
-Si sale, si sale nelle viscere oscure
-della mole millenaria, dove la luce non
-giunge che da ogive sottili, da feritoie
-scarse, dalle quali appare sempre più in
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-basso la città sterminata, si sale, si sale
-nel labirinto tenebroso.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso,
-le mani si portano a difesa degli
-occhi feriti dalla luce abbacinante d'un
-nevaio. Siamo giunti nel regno dei marmi
-immacolati, nella città superna dei tiranni.
-Un terrazzo immenso, la sala delle
-udienze, candido come tutti gli altri edifizi,
-con non altro che un trono di marmo
-nero, per il Gran Mogol; intorno ricorrono
-arcate che danno l'illusione d'una
-grotta di latte congelato, a stalattiti geometriche,
-dove il candore è sottolineato da
-una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro,
-l'argento, la turchese, il porfido sono usati
-con scaltra leggerezza, in gracili motivi floreali
-o in linee che seguono il frastaglio
-complicato delle trine marmoree, all'infinito;
-così che non è menomato, ma accresciuto
-l'effetto candido dell'insieme. Tutto
-è di marmo immacolato, e l'eleganza si
-mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura,
-portate all'ultimo limite d'un'arte
-inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche
-rettangolari, dove si discende per tre,
-quattro gradini, sembrano attendere nel
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-loro candore levigato il flutto dell'acqua
-odorosa, le carni brune e bionde, le risa
-argentine delle sultane quindicenni che
-dormono da secoli nella pianura sottostante....
-</p>
-
-<p>
-Avanziamo nell'infinito candore. Verso
-il fiume la mole degli edifici guarda a
-picco sul piano sottostante ed è una fioritura
-più intensa di trine marmoree, di
-loggie, di <i>miradors</i>, di specule dove le belle
-sognavano le cose cantate dai poeti del
-tempo, leggevano le strofe persiane a venti
-rime complicate come una formula algebrica,
-o le novelle licenziose, o su Corani
-alluminati pregavano per il ritorno d'un
-assente.
-</p>
-
-<p>
-Si passa da sala in sala, e le sale sono
-senza porte, così che formano prospettive
-di sogno immacolato, allee di trine candide
-che si prolungano all'infinito. Stupisce la
-nitida freschezza di queste lastre sottili
-di marmo, traforate fino all'inverosimile;
-lastre che ricordano immensi ricami a
-giorno, tesi tra due colonne e non pareti
-concrete: la mano vi si appoggia con esitanza,
-meravigliandosi della rigidezza secolare.
-Il tempo che sfalda il granito, precipitando
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-templi e obelischi, ha poca presa
-sul marmo. Questi miracoli di grazia
-sembrano fatti ieri. E certo gl'invasori
-ebri di saccheggio e di stupro che irrompevano
-spezzando e rovesciando ogni
-cosa, s'arrestavano dinanzi ai velari candidi,
-abbassavano la scimitarra e la clava,
-come dinanzi ad un incantesimo.
-</p>
-
-<p>
-Sosto a lungo ad una delle specule dove
-le belle dei tempi andati portavano la
-loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol
-è tutta nello scenario che ho d'intorno.
-La zenana, l'arem che occultava gelosamente
-i più bei fiori di carne, poi i terrazzi
-immensi delle udienze, le sale di
-giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti
-di stoffe vivaci e di gioielli, formavano
-sul marmo candido un quadro che
-abbacinava il popolo genuflesso, poi i vasti
-cortili delle giostre, per le lotte delle tigri
-e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria
-che i tiranni alternavano a canti di giullari
-e a danze di <i>devadasis</i>, negli alti giardini
-pensili. E intorno, a picco, le mura
-ciclopiche, simbolo d'una potenza senza
-pari; da un lato, contenuta in una cerchia
-cupa, simile veramente ad una perla chiusa
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-in uno stipo, la Moschea della Perla,
-bianca, translucida, semplice di linea e
-solenne; e là, in fondo alla città, candido
-nella sua cerchia di cipressi e di palme,
-il Tai-Mahal: il più puro esemplare di
-bellezza funeraria che la speranza umana
-abbia innalzato alla disperazione della
-morte.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Agra, 28 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-Oggi, costeggiando le rive del Giumma,
-contemplo dal basso il maniero ciclopico e
-stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le
-verande di trina marmorea dove ieri ho
-sognato a lungo nel tramonto di brace.
-I palazzi di marmo incantato appaiono
-come un sottile frastaglio niveo alla sommità
-della mole rossigna, la quale esisteva
-già mille, due mila anni or sono,
-ai tempi delle origini braminiche, ai tempi
-dei re Giaina e Pali. I Gran Mogol, ultimo
-giunti, sovrapposero alla mole espugnata
-la loro dimora aerea, ed il granito
-fulvo della fortezza ciclopica fiorì di marmi
-candidi nell'azzurro del cielo.
-</p>
-
-<p>
-Oggi i signori e le belle dormono al
-piano in un'altra reggia: quella dei morti,
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-più meravigliosa della reggia dei vivi:
-il Tai-Mahal.
-</p>
-
-<p>
-Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente
-con la mia diffidenza consueta
-per le cose troppo magnificate dalla leggenda.
-E mi preparo alla delusione entrando
-nel vasto parco alberato di una vegetazione
-cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi
-formano una galleria sul mio capo,
-giganti islamitici che fondono i tronchi e
-la fronda di bronzo quasi nero. Ed ecco,
-d'improvviso, la meraviglia unica del mondo.
-Poche volte la realtà ha superato la
-mia aspettativa, poche volte una bellezza
-m'ha investito così violentemente, mozzandomi
-la parola ed il respiro, forzandomi
-all'ammirazione ed alla riverenza completa.
-</p>
-
-<p>
-Sullo scenario a due tinte: l'azzurro
-cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s'innalza
-la più immacolata e gigantesca mole
-sognata da questi sultani amici del candore.
-Una semplicità che sfugge alla parola
-e all'indagine estetica. Sullo zoccolo
-immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro
-minareti scagliati al cielo: non altro.
-È il motivo classico dell'India islamitica,
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-il motivo profanato da tutta la chincaglieria
-occidentale, esecrato negli scenari d'operetta,
-nei lavori ad uncinetto e nelle
-oleografie: ma divino nella verità del modello!
-Di marmo candido, eterno, e pure
-sembra fatto della sostanza labile e translucida
-delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti,
-che s'alzano in questo momento
-dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare
-in grazia ed in candore, formano
-nel cielo di turchese un contrasto forse
-meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro
-del cielo, il candore delle nubi e dei
-marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto
-è riflesso in un gran lago tranquillo che
-addoppia il miracolo, con il candore preciso
-di certi smalti persiani.
-</p>
-
-<p>
-Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo
-creato da un negromante,
-di uno scenario che debba dileguare come
-la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio
-della mole del mausoleo. Il tripudio
-dei colori m'aveva fatto smarrire il
-senso della misura. Ma una teoria di pellegrini
-che sale le scalee sembra una schiera
-minuscola d'insetti, così lenti nel giungere
-da un portico all'altro. Arriviamo
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-anche noi alla mole che abbaglia. E da
-presso appare all'occhio abbacinato quanto
-l'arte costretta alla semplicità assoluta
-possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo
-il Tai qual è veramente: una mole ed
-un gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro
-d'un cesellatore moresco, ottenuto
-con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici,
-ghirlande di parole sacre, gracili
-motivi floreali. E anche qui l'onice nerissima,
-intagliata e immessa nel marmo con
-una tecnica sconosciuta al tempo nostro,
-segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta
-il candore opalescente dell'insieme, come
-una striscia di <i>kool</i>, tracciata dal pennello
-sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio
-perlaceo nell'occhio d'una baiadera.
-</p>
-
-<p>
-Le porte d'argento — l'argento sul candore
-del marmo! — riproducono l'intero
-Corano, a parole scomposte e ricomposte,
-come in una cabala.
-</p>
-
-<p>
-Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i
-due mausolei dove dormono da tre secoli
-i coniugi amanti che vollero con l'amore
-vincere la morte. Poichè tutti sanno che
-il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore
-Shah-Zehan, disperato folle per la morte
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-immatura della sposa: la bella Mahal che
-sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature
-indo-persiane, morta nel 1618 non
-di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale
-di qualche viaggiatore, ma nel
-dare santamente la luce ad un settimo figlio.
-E non so dire quanto m'intenerisca
-quell'amore passionale e tragico in quel
-romanzo onestamente coniugale. Si racconta
-che il vedovo impazzito, s'aggirasse
-per le sale della reggia aerea, vivesse come
-se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo,
-parlando, chiamandola a nome,
-indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti.
-E la vita che visse ancora fu tutta un'allucinazione
-passionale, un'amorosa convivenza
-con il fantasma visibile a lui solo,
-che egli accompagnava per le terrazze e
-per i giardini, presentava nei banchetti
-e nelle feste ai cortigiani e al popolo
-impietosito.
-</p>
-
-<p>
-Da quella demenza è sorto questo miracolo
-funerario. L'amore ha veramente vinto
-la morte. Il mausoleo tre volte secolare
-è intatto come se costrutto da ieri. I
-coniugi amanti dormono vicini, in eterno.
-Sotto la cupola eccelsa più di qualunque
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-nostra cattedrale, luminosa, nell'ombra
-senza finestre, d'una luce sua propria,
-s'intrecciano con delicati motivi floreali
-le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili
-per me, ma che certo devono ripetere
-ai due amanti le parole che le
-religioni di tutta la terra dissero in ogni
-tempo all'amore e alla morte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<h2 id="fachiri">Fachiri e ciurmadori.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Agra, 30 gennaio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo
-intensi di emozioni estetiche, in curiosità
-più comuni. Visitiamo una fabbrica
-di tappeti. Belli i tappeti e singolarissimo
-il modo di fabbricarli. Una trentina d'operai,
-quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno
-seduti al telaio, nell'afa di una lunga
-tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un
-filo, una tinta della trama complicatissima.
-Il direttore, seduto su un alto scanno, all'estremità
-dei telai, tiene sott'occhio lo
-schema riassuntivo del lavoro con i numeri
-corrispondenti ai vari tessitori e li canta
-in note diverse; e al numero corrisponde
-il gesto del piccolo operaio che ripete la
-nota, con una voce prolungata d'intesa.
-Il lavoro prosegue così su di una nenia
-regolare e varia, non priva di una certa
-dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere
-un'orchestra di tinte delicatissime.
-Ed è veramente la <i>sinfonia dei colori</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-sognata dai poeti decadenti. Ne risultano
-quei tappeti inimitabili, dove il pregio e
-l'origine si rivelano nella fattura raffinata
-e primitiva ad un tempo, nel disegno e
-nella tinta che s'alterano di tratto in tratto,
-ingenuamente, per il filo che vien meno
-o per la mano diversa, nella sofficità deliziosa,
-come se le dita si insinuassero sotto
-l'ala d'un cigno. Lavori magnifici, ma che
-m'attirano sotto questo cielo soltanto. E
-per non comperare dimezzo il prezzo. Ed
-è accettato. Lo dimezzo ancora. Ed è accettato.
-Scelgo tre tappeti. Altri mercanti
-escono dai loro negozi mentre passiamo
-nella città indigena, tentandoci con mille
-cose inutili; un budda, una trimurti in
-avorio, un elefante in ebano, raccolto sulle
-zampe posteriori e recante in alto,
-nella proboscide attorta, un gran vassoio
-d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo,
-veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante
-sotto i nostri occhi con tutte le
-tinte più delicate dei fiori e dei frutti,
-ed affidati a due bimbi che li fanno
-prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati,
-ori massicci di bajadere. Cose che
-tentano, ma che compero senza fede, per
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-qualche amico d'Italia. Non le amo nella
-mia casa. So quale malinconia d'esilio,
-quale stridore borghese acquistano
-sotto il nostro cielo, nelle nostre dimore
-modeste, tra uno scrittoio Luigi XV ed uno
-stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua
-cornice. Due cose vorrei portare con me.
-La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di
-trina immacolata, lassù, sulla sua mole
-rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi cipressi
-di bronzo e il suo cielo di cobalto.
-Oggi sono ritornato, solo, a contemplare
-per lunghe ore il poema di marmo e di
-luce.... Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Agra, 31 gennaio.
-</p>
-
-<p>
-I giocolieri e i fachiri sono una delusione
-per chi viene in India mendicando
-un po' d'inverosimile, di soprannaturale.
-Ma aggiungono al paesaggio un motivo pittoresco.
-Oggi, dinanzi al tempio giaina,
-ho assistito alla lotta del <i>cobra</i> e della
-<i>mangusta</i>, lo spettacolo che gl'incantatori
-di serpenti offrono ad ogni forestiero per
-tre modeste rupie, il prezzo della vittima.
-Due indù, che sembrano usciti da un'illustrazione
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-di viaggi, ignudi, fasciati alle reni
-da un <i>panio</i> sottile, fasciati in testa da
-un gigantesco turbante giallo, le barbe divise
-e uncinate, le orecchie adorne di
-anelli d'oro massiccio, siedono di fronte
-chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto
-coperto, e incominciano un preludio di richiamo,
-una specie di nenia dialogata,
-guardandosi con occhi di sfida, di minaccia,
-di paura, ora l'uno ora l'altro sollevando
-il coperchio ed abbassandolo subito,
-volgendo gli sguardi sul pubblico attento,
-come per consultarsi. Poi si decidono. Una
-delle ceste s'agita, il coperchio si solleva,
-ed appare la testa eretta d'un cobra che
-esce dalla prigione con lentezza flessuosa,
-si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto
-come una gomena inerte, grigia a
-losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro
-cesto, d'improvviso, l'avversario diverso:
-un felino che ricorda il nostro furetto,
-fulvo, snello, ondeggiante, il muso e gli
-occhi rossi, la coda lunga due volte il
-corpo, villosa, dilatata dall'ira come un
-enorme scopino rossiccio. Il cobra s'erge
-a mezzo delle spire attorte, con la veemenza
-d'una molla a spirale, la gola espansa,
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-con la figura delle lenti che si dilatano nel
-furore, il capo piatto, sottile, scosso dal
-fremito continuo d'una foglia agitata dal
-vento. E tra le grida incitatrici dei monelli
-e il rombo d'una musica assordante,
-i due avversari si preparano alla difesa
-e all'offesa: la mangusta correndo rapida
-attorno alle spire circolari, come attorno
-ad una fortezza, e il cobra girando su
-sè stesso come un'ansa mobile, vigilando
-la nemica da tutte le parti. Il cobra si
-tende, guizza come un dardo. La mangusta
-balza indietro, protetta dalla nube
-rossigna della coda accartocciata. Ritorna
-all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro
-volte; per dieci, per venti minuti gli
-avversari temporeggiano. Poi è l'impeto
-furibondo, una miscela forsennata di spire
-livide e di pelo fulvo, finchè sul tappeto
-non appare più che un gomitolo enorme
-e palpitante. La mangusta è perduta.
-Eppure no: le spire s'allentano, due zampine
-rosee si liberano convulse, lo scopino
-della coda emerge improvviso; l'intera
-mangusta esce trionfante dall'intrico del
-rettile che si svolge inerte: il felino minuscolo
-ha divorato il cervello del nemico.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>It is not interesting. The cobra is dry.</i>
-</p>
-
-<p>
-Uno studente indiano che ho vicino si
-porta l'unghia del pollice ai denti incisivi,
-per significarmi che il rettile non aveva
-più veleno. Non mi stupisce, data la famigliarità
-di questi incantatori con il terribile
-intercessore di morte. Ma è noto che la
-mangusta affronta e distrugge i cobra intatti
-e selvaggi della jungla, ed è tenuta
-nelle case, avversaria vigilante e infaticabile
-d'ogni rettile intruso, come il gatto per
-i topi tra noi.
-</p>
-
-<p>
-Qualche liceale color di bronzo, qualche
-borghese anglomane in solino rigido e con
-la mazza gemmata, si sofferma un attimo
-nella cerchia dei giocolieri, poi s'allontana
-con uno sguardo di commiserazione e di
-<i>snob</i> come da cosa «<i>quite native</i>», troppo
-indigena e troppo consueta. Io mi compiaccio
-invece di osservare nella realtà
-misera e cenciosa, ma pittoresca, le figure
-e le cose troppo lette nei libri. E trovo interessanti
-anche il famoso miracolo della
-pianticella di mango, un gioco di prestigio
-fatto con un'abilità senza pari. Uno degli
-indigeni fa visitare intorno un seme autentico
-di mango che solleva con le due
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo
-di terra e calpestandolo accuratamente;
-poi distende sulla seminagione
-un fazzoletto favorito da uno di noi. Allora
-inizia qualche altro gioco, per distrarre
-l'attenzione del pubblico. Ritorna
-poi, ad intervalli, al seme di mango, ed
-ogni volta la pianticella ha messe due,
-tre foglie di più, finchè al termine dello
-spettacolo raggiunge le dimensioni d'un
-arboscello con due frutti e qualche fiore.
-Uno sviluppo miracoloso che richiede una
-raccolta progressiva di non meno di cinquanta
-esemplari, sostituiti con un'abilità
-che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che
-mi ricorda le cinquanta parrucche progressive
-di quel tale parrucchiere calvo
-che simulava lo sviluppo di una chioma
-assalonica, alla corte di non so quale Luigi
-di Francia.
-</p>
-
-<p>
-Ma quali simulatori consumati sono questi
-giocolieri! Con quale arte istrionica
-raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori,
-illudono, deviano la nostra attenzione,
-con quale mimica seguono lo sviluppo
-del mango, fingendo l'incredulità
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-nel prodigio, l'ansia dell'esperimento, la
-delusione del primo insuccesso, la meraviglia
-paurosa per la prima gemma, la gioia
-del trionfo!
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano
-con ira crescente. Credo in un litigio autentico.
-E non è che il preludio d'un altro
-gioco. I due tentano di strapparsi di mano
-un sacco cencioso, finchè l'uno riesce ad
-imprigionare l'altro con un rapido gesto
-traditore, e ve lo lega solidamente. Allora
-comincia la mimica della gioia crudele, la
-danza feroce sul povero prigioniero che
-s'agita e geme. L'avversario non pago
-prende un randello a clava e percuote l'involto
-fino ad appiattirlo, fino a farlo aderire
-vuoto e floscio sul terreno. Allora il
-forsennato slega, esplora il sacco. E comincia
-il monologo del dolore, del rimorso
-disperato, finchè la folla si fende e si
-vede ritornare lo scomparso, sano e salvo,
-non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa,
-riconciliazione, abbracci fraterni
-e lacrime vere, abbondanti che brillano
-sulle labbra nere, quando i due girano
-intorno, invitandoci in corretto inglese all'offerta
-generosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>A little present, milord! We are so
-poor fellows!</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Poor fellows!</i> Poveri compari, ma di
-una abilità e di una scaltrezza inqiuetante,
-e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni,
-il forestiero un po' trasognato! E
-non saranno certo costoro a darmi un po'
-del soprannaturale che speravo di trovare
-in India, un po' di inverosimile, un po'
-di miracolo....
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Agra, 9 (?) gennaio.
-</p>
-
-<p>
-Il miracolo è pur sempre uno solo. Il
-Tai-Mahal. Domani partiremo per Giajpur
-e oggi son ritornato alla meraviglia
-che lascerò prima d'esserne sazio. La meraviglia
-che ha il fascino non più di una
-cosa d'arte, ma di una bellezza naturale
-ed eterna: come il mare, come il cielo,
-come l'alte vette immacolate. Aveva il colore
-di certi nevai, oggi, mentre lo contemplavo
-per l'ultima volta. Poi è passato
-al rosa, al cerulo, al verde, all'ardore
-violaceo dell'acciaio nell'ora della tempra...
-E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto,
-le acque incantate che addoppiavano il
-miracolo, tutto m'è impresso nella palpebra
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-interna come quando si guarda una
-cosa che abbaglia.
-</p>
-
-<p>
-Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle
-vie delle nostre città settentrionali, nella
-nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino,
-potrò forse resuscitare tra le
-ciglia socchiuse un po' di questa luce e di
-questi colori, e consolare l'anima grigia....
-</p>
-
-<p>
-Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore
-e di Morte, quale tormento, quale rimpianto
-sarai per il futuro!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-</p>
-
-<h2 id="giaipur">Giaipur: città della favola.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Giaipur, 3 febbraio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Paese dell'imprevisto! Dopo tante città
-marmoree abbacinanti di candore, ecco
-una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio
-stanco di troppa luce riverberata da pareti
-bianche si riposa su questi palazzi
-come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate
-dal tempo. E la nostra fantasia trova
-finalmente la città della favola, sognata
-nell'infanzia prima. Doveva avere l'anima
-d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja
-Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò
-l'antica capitale: Amber, e ordinò che
-una città nuova gli fosse costrutta dal suo
-popolo, una città quale aveva visto nei
-sogni dell'oppio, nelle favole persiane o
-nelle leggende vediche. Tutto un popolo
-fu all'opera e la città sorse per incantesimo:
-vastissima, con vie lunghe tre, quattro
-chilometri, ampie e regolari come le
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-nostre più belle vie europee, tracciate, ornate,
-colorite sul modello unico, secondo
-la dispotica volontà del sovrano. Giaipur è
-un'immensa città costrutta pel capriccio
-di un solo, come si eseguisce una veste,
-una collana, uno stipo. Tutto è color di
-rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le
-case, gli archi, le cupole, i minareti delle
-moschee, le guglie delle pagode.
-</p>
-
-<p>
-Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito
-e non so darmi pace. Siamo giunti
-da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia,
-in mezzo all'India desolata, stanchi dall'ardore
-polveroso, rattristati dal paesaggio
-che si fa sempre più squallido, come
-un'infinita pianura di scorie avvolta da
-un'atmosfera non più terrestre, non più
-respirabile. Quale differenza dalla verzura,
-dalla fresca penombra degli Stati del Sud!
-Tutto muore negli Stati Rajputi: anche
-gli agavi, i palmizi-palmira, i cacti a candelabro,
-questa tenace vegetazione di stoppa,
-di cuoio, di zinco.
-</p>
-
-<p>
-E sarebbe la carestia classica, la Fame
-dei tempi andati, la sorella del Colera e
-della Peste, quella che secondo il poeta
-«viene a tracciare in India sul libro mastro
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-della natura il dare e l'avere, a grandi
-segni di matita bleu», sarebbe la fame classica
-se l'Inghilterra non avesse chiusa tutta
-l'India in una fitta rete ferroviaria,
-arterie nelle quali scorre, più vitale del
-sangue, con la velocità degli espressi americani,
-il grano giunto da tutte le parti
-del mondo. Grano, grano, infiniti sacchi
-tondeggianti che s'accumulano in piramidi
-colossali ad ogni stazione piccola e
-grande. E il vecchio ottuagenario e il bimbo
-di sei anni, la danzatrice ed il paria,
-tutti passano al dispensiere per la provvista
-quotidiana, senza nemmeno dir grazie,
-senza nemmeno capire da chi e perchè
-giunga quel bene. E quando ognuno ha ricevuta
-la sua misura di frumento o di
-farina candida attende all'occupazione prediletta:
-sognare. Chi ha un'ultima moneta:
-un'anna, mezz'anna si compera trenta
-rose, le rose che si vendono già decapitate,
-in piramidi irrorate di continuo, e le infilza
-su una cordicella d'argento per la
-ghirlanda quotidiana, o passa dal profumiere
-parsi per mezz'oncia di benzoino
-(tutti si profumano e s'infiorano in questo
-paese: anche i cocchieri, anche i bovari)
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-o compera una pasticca di mastice o un
-grano d'oppio o un bolo di betel.
-</p>
-
-<p>
-Città di sogno e popolo adorabile, che
-ha la poesia del superfluo e la scienza delle
-cose inutili. Nessuna cosa più inutile
-di questa grande città color di rosa. Certo
-mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò
-scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa.
-Il dolce far niente italiano è,
-al confronto, un vortice di attività spaventosa.
-</p>
-
-<p>
-Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi
-che si succedono regolari, all'infinito,
-fasciati, si direbbe, dello stesso damasco
-color salmone a fiorami candidi.
-Non so darmi pace, scendo, attraverso la
-via, voglio vedere vicino, palpare con la
-mano le strane pareti. È una specie d'intonaco
-tre volte secolare, più duro, più liscio
-dello smalto; le case sono strette, contigue
-l'una all'altra, come i palazzi classici
-di Venezia, ma tutte intonacate dello
-stesso color di rosa sul quale i disegni
-soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati
-motivi che si possono ottenere con un po'
-di bianco sul fondo gridellino! Motivi rievocanti
-le antiche stoffe dette <i>indiane</i>: losanghe
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-minutissime, zebrature ondulate,
-mazzolini settecenteschi, ghirlande di nodi
-d'<i>amour</i>: ogni facciata varia all'infinito,
-pur fondendosi nell'armonia dell'insieme,
-e si ha l'impressione che debba cedere sotto
-la mano come un immenso lembo di
-stoffa tesa per un giorno di gala.
-</p>
-
-<p>
-Rosa, tutto color di rosa per compiacere
-il gusto di un Re! E la folla che
-passa per queste vie si direbbe pur essa
-scelta, istruita, abbigliata per uno scenario
-coreografico. In nessuna città indiana,
-nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi
-ho ritrovato così intatto l'Oriente di maniera.
-Non rotaie di tram, non automobili,
-non europei in casco e gambali, ma elefanti
-da nolo, dalle gualdrappe numerate,
-elefanti nuziali gualdrappati di rosso e
-d'oro, dipinti di tutti i colori più vivi come
-giocattoli di Norimberga, cammelli,
-dromedari che passano di corsa, col collo
-proteso, ricordando la figura e l'aire di
-certi polli spennati, muletti candidi dagli
-occhi rosei e dalle ciglia mansuete, e cavalli — i
-cavalli che mancano nell'India
-meridionale — cavalli bai, pomellati, bianchi:
-destrieri classici, dal tipo arabo, dalla
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-criniera e dalla coda ondulata e prolissa,
-montati da cavalieri fantastici che si
-direbbero eroi cinematografici o comparse
-d'operetta se non si vedesse, se non si
-sentisse che sono <i>veri</i>: veri nonostante la
-scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione,
-il casco — turbante adorno di penne svolazzanti,
-la barba imbiondita al <i>hennè</i>, i
-sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro
-di <i>kool</i>. Ma per chi, ma per che cosa
-questo abbigliamento scenico da principi
-di Mille e una notte? Forse non tanto per
-piacere alle loro donne mansuete, quanto
-per servire degnamente la Dea Illusione,
-la Dea Poesia, la Maja-Devi della teogonia
-indiana: quella che pone tra noi e
-<i>le cose quali sono il velo delle cose quali
-devono apparire</i>. Certo io penso con un
-sogghigno al nostro sommario vestito occidentale:
-un unito nero o bigio, un solino
-rigido, un cappello a cencio o a staio:
-non altro è concesso, non una tinta vivace,
-una penna, un velluto per illeggiadrire
-la nostra già sempre più scarsa
-avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una
-eleganza principesca: principi e bovari;
-ma non per l'abbigliamento soltanto. Tutti
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-hanno la pura bellezza del tipo ariano,
-hanno innata la grazia del gesto, del passo,
-dell'atteggiamento.
-</p>
-
-<p>
-La bellezza e la grazia raggiunge nelle
-donne una perfezione forse eccessiva: si
-direbbe che avanzano per via a un passo
-di danza, avvicendando i piedi nudi
-e gemmati sulla stessa linea retta, il che
-fa ondulare le anche con un ritmo procace,
-mentre le braccia ignude, cerchiate di
-smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare
-strane anfore di argilla variopinta
-o di rame. Sono vestite di stoffe e di veli
-vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino
-alla gola: la scollatura, se così si può
-dire, traspare invece alla vita, dove il
-giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano
-talvolta scoprendo una buona parte
-del torso bronzeo e la base dei seni: una
-scollatura alla rovescia, che non dà nessun
-brivido sensuale, tanto l'atteggiamento
-è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti.
-Forse eccessiva, forse un po' monotona
-la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano
-tutte sorelle. E tutte ricordano singolarmente
-la Vergine Maria: non la Vergine
-bionda della tradizione occidentale
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-ma la Vergine <i>nigra sed formosa</i> dei musaici
-bizantini e degli smalti copti: l'ovale
-eccessivo, la bocca dal sorriso triangolare,
-il naso anche troppo minuscolo tra
-gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli
-ordinati con cura impeccabile, simili a
-due bende di raso nero e lucente.
-</p>
-
-<p>
-Città della favola! Passano i veicoli più
-strani: vetture triangolari, semicircolari
-ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga
-di bronzo ignudo grida ed incita, in piedi,
-non i cavalli, ma gli <i>zebu</i>, il bue indiano,
-piccolino, gibboso, dai garretti impazienti
-e velocissimi, dallo sguardo mansueto,
-fatto più dolce dalle lunghe corna
-ricurve ripiegate lungo la gobba, quasi
-col timore prudente di ferire qualcuno.
-Altre vetture passano, simili a piccole berline
-tutte d'oro, dalle cortine di broccato
-rosso; e passano portantine singolari, sormontate
-da una specie di guglia a pagoda,
-dov'è adagiato un ricco mercante parsi,
-una bajadera d'alta casta, un dignitario
-dal vestito e dalla barba candida, con non
-altro di nero che gli occhi imperiosi: ed
-ogni veicolo è preceduto e seguito da otto,
-dieci servi che avanzano su una canzone
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-d'allarme, agitando a destra e a sinistra
-flabelli di palma dipinta o bastoni con
-un lungo pennacchio di seta candida e
-nera che è la coda di un'antilope di specie
-rara. Turbanti di tutte le forme e di
-tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela
-rozza per i <i>Camili</i> e gli uomini di bassa
-casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati
-con arte sopra una forma interna
-come i cappellini delle nostre signore: circolari,
-triangolari, o rialzati audacemente
-da una parte, o scendenti a custodire le
-gote e adorni di fermagli gemmati, dai
-quali zampilla un'<i>aigrette</i> o una <i>paradisea</i>
-che farebbe la delizia delle nostre più
-raffinate mondane.
-</p>
-
-<p>
-Città della favola! Avanzo lungo le belle
-vie spaziose, sui larghi selciati di marmo
-a figure geometriche, e sfioro a quando a
-quando con la mano i muri delle case
-color di rosa, sempre color di rosa, a
-delicati fiorami candidi. Quale meraviglia
-che in una città fantastica come questa
-si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi
-andati? Ecco dignitari di corte, ecco
-scudieri, falconieri che passano ridendo,
-sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-letto di questi, in guide sommarie
-e in descrizioni di pregio, ma non
-avevo creduto — ecco falconieri quali si
-potevano ammirare in Toscana o in Provenza,
-in un bel mattino del secolo XIV, ed
-ecco le tigri, le famose tigri del Maraja
-di Giaipur, delle quali tanto m'avevano
-parlato a Bombay e a Calcutta. Non sono
-tigri: sono pantere: non meno belle e
-formidabili; m'appaiono d'improvviso, al
-crocevia del Palazzo dei Venti, condotte
-al guinzaglio da una schiera di custodi:
-fanno parte delle belve che sfilano nei
-cortei di gala, pubblicamente. Per questo,
-per abituarle alla folla, sono condotte in
-giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti;
-sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra
-a chiazze nero-pece, un'altra chiarissima,
-che si direbbe stinta, un'altra tutta
-nera, d'un bel nero lucente, dove le chiazze
-appaiono marezzate, come nel damasco.
-Camminano a scatti improvvisi come se
-avanzassero sopra una lastra di metallo
-rovente, ammusando a destra e a sinistra,
-con bonomia giocosa, i monelli ignudi
-che s'affollano intorno. Poichè m'arresto
-incuriosito e guardingo, a distanza prudente,
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-uno dei custodi mi sorride, mi fa
-cenno cortese di avanzarmi senza esitare,
-m'accosta lui stesso la belva al guinzaglio;
-e sul suo esempio accarezzo la nuca folta,
-mentre la belva s'abbioscia, gli occhi obliqui
-socchiusi nella luce del giorno, il muso
-depresso e baffuto come certe maschere
-giapponesi. Altre pantere mi sono intorno,
-con i loro custodi, si strusciano ai miei
-gambali, con un ron-ron beato di grosse
-micione ben pasciute....
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Giaipur, 5 febbraio.
-</p>
-
-<p>
-Città dei colori! Si direbbe che il popolo
-abbia voluto ripagarsi dell'unica tinta imposta
-dal tiranno, sfoggiando tra queste
-pareti color di rosa tutte le tinte più vive:
-uomini, donne, principi e mendicanti: vestiti
-di cenci o di sete, di percalli o di
-velluti: passa per queste vie una fiumana
-incessante di colori inconciliabili sotto il
-nostro cielo, ma che si fondono con questo
-sole, su questo scenario, in una concordia
-discorde che è un vero tripudio visivo:
-giallo zolfo, giallo ocra, rosso, carminio,
-porpora, verde biacca, verde salice, azzurro,
-turchino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il sobborgo dei tintori è una delle cose
-più singolari di Giaipur. I tintori esercitano
-il loro mestiere all'aperto, con mezzi
-primitivi e raffinatezze secolari, sconosciute
-tra noi. S'aggirano seminudi tra le
-tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di
-grosse zucche e di noci di cocco unite con
-una storta di bambù, pestano i loro semi
-e le loro polveri in mortai millenari, di
-marmo o di bronzo, dov'è scolpita la testa
-elefantina di Ganesa o il sorriso di
-Parvati dagli occhi di pesce. E ne tolgono
-tele, tulli che appendono a corde tese
-al sole e affidano a garzoncelli che le
-fanno prosciugare correndo, gonfiandoli
-nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi
-dentro come in una danza serpentina.
-</p>
-
-<p>
-A questo popolo il colore è necessario
-come la luce. Donne specialmente, donne
-d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie.
-E la giovinetta più povera trova
-sempre la monetina per far gettare nella
-tinozza tre metri di tulle stinto, che le è
-reso dieci minuti dopo, vivo della tinta
-che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone
-con meravigliosa sveltezza il disegno
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-e la tinta preferita, adoperando certe
-spate di setola a spruzzo, o certi rulli
-di bosso o semplicemente le dita intinte:
-e ne risultano marmoreggiature, zebrature,
-disegni pomellati, o zone ondulate, delicatissime.
-E i tulli popolari, avvolti con
-una grazia che ricorda in queste donne
-Raiputi il ceppo comune, le remote sorelle
-di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta,
-per gioco del sole e del movimento
-una luminosità che moltiplica gli
-effetti come nei cristalli, e fa di queste
-creature sfamate quotidianamente dalla carità
-governativa tante principesse da leggenda.
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Giaipur, 7 febbraio.
-</p>
-
-<p>
-E anche i piccioni sono tutti ritinti come
-arlecchini dell'aria. Quasi non bastasse il
-verde naturale dei pappagalli, il bagliore
-dei pavoni, il nero lucente dei corvi. Così
-che le case color di rosa hanno il marmo
-candido delle cimase coronato da pennuti
-di tutti i colori.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra cosa non avevo osservato, che
-mi piace e m'intenerisce. Ad ogni crocivia
-è una specie di tempietto ad una
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-colonna, dove la carità dei passanti depone
-il becchime per gli uccelli anch'essi
-affamati nell'intristire dell'ultime gramigne.
-Sotto le piccole cupole a pagoda è
-un vero turbinìo di pennuti minuscoli:
-cocorite, passeri bengalini che vengono,
-vanno trillando di letizia riconoscente.
-Anime delicate di fanciullo e di francescano,
-questi indù raiputi, che hanno la
-fame alle porte, e sentono la necessità
-d'un profumo e d'un fiore, e dividono il
-pugno di grano giunto d'oltremare con
-le piccole creature di Brama!
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Giaipur, 10 febbraio.
-</p>
-
-<p>
-I giardini del Maraja sono di una malinconia
-cimiteriale che pure ha il suo
-incanto sotto questo cielo non nostro. Le
-palme, i cipressi, gli aranci sono tagliati
-a forme geometriche, tra siepi di busso,
-di rose bengali, moderate secondo lo stile
-francese del secolo XVIII. Anche le piscine
-per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli
-e le testuggini hanno sagome Luigi
-XV; a questi motivi occidentali s'alternano,
-con bizzarria che non dispiace, le
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-linee indiane: chioschi a guglia, cupole
-tre volte panciute, ponticelli di marmo
-traforato come trina che cavalcano stagni
-quasi asciutti dove intristiscono le ultime
-ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il
-Palazzo Reale — la parte accessibile al
-forestiero — ed anche qui è l'anacromismo
-orientale e occidentale: sale parate
-di damasco europeo, sovrapporte settecentesche
-con episodi ellenici e pastorali, pendoli
-Robert, fiori sotto campana, alte finestre
-e telaietti; e si passa da questi
-appartamenti in corridoi dalle finestre ad
-ogiva moresca, a verande di marmo lavorato
-a stalattiti, a sale non arredate che
-di tappeti e di cuscini orientali, dalle pareti
-candide non decorate che di affreschi
-effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale
-dall'uno all'altro piano di questi appartamenti
-di sogno in placidi ascensori elettrici
-costrutti a Manchester, mentre, per
-compenso, ci attende in giardino un elefante
-messo a nostra disposizione dal gran
-Cerimoniere della Maraja assente. Visitiamo
-i giardini vastissimi, ma dalla magra
-vegetazione senz'ombra. Sugli spalti della
-città, a grandi aranci dalle foglie accartocciate
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-dall'arsura, s'alternano cannoni
-dorati e inargentati, inutili e grotteschi
-come le soldatesche che fanno i loro esercizi
-nel cortile sottostante: uomini alti e
-snelli come fanciulli, dalle strane divise
-miste di rigidezza britanna e di cenciosità
-orientale. Cose di una malinconia esotica
-intraducibile a parole.
-</p>
-
-<p>
-E più malinconico di tutto il grande edifizio
-dell'Osservatorio Astronomico, fondato
-dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle
-stelle, l'astronomo che diede alla scienza
-un contributo riconosciuto anche dalle
-società occidentali. Nel cortiletto interno,
-in mezzo ad una vasca senz'acqua, un immenso
-sferisterio sembra girare sulle spire
-arcuate del serpente in marmo che lo
-sorregge. E intorno sono attrezzi e costruzioni
-strane, in metallo ed in pietra, incise
-a formule misteriose non meditate
-più che dagli scoiattoli. In alto, il muro di
-una specula è tutto coronato di scimmie
-piccoline, strette l'una all'altra, freddolose
-al vento polveroso della sera. E i segni zodiacali
-s'alternano ad un'infinità di musetti
-pensosi e di code pendule.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<h2 id="olocausto">L'olocausto di Cawnepore.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Cawnepore, 16 febbraio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Remember Cawnepore!</i>
-</p>
-
-<p>
-Per anglomania, per rivalità d'infinite
-caste, per interessi naturali e morali l'India
-non vuole e non può sollevarsi. Guai
-se potesse, guai se volesse! La misura è
-già stata data una volta; la razza bionda
-sa quale sangue scorra nelle vene di questi
-indiani dal sorriso abbagliante di fanciulla
-timida, dallo sguardo mansueto sotto
-le ciglia tenebrose; e ricordano, come
-si ricorda nella calma dei secoli, il furore
-sotterraneo della terra malfida. E v'è un
-luogo fra tutti, in India, dove l'ansia d'ogni
-cuore britanno si volge come a un cratere.
-Come a un cratere e come a un mausoleo:
-il più tragico che la disperazione dei sopravissuti
-abbia elevato mai sull'ecatombe
-dei suoi fratelli caduti.
-</p>
-
-<p>
-<i>Remember Cawnepore!</i> Non so staccare
-gli occhi dalla targa di cristallo che ha
-conservato, dopo cinquant'anni, le due parole
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-disegnate da un <i>highlander</i> innominato
-sul cubo di granito. Il soldato era
-certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più
-tremendo che affrontare il
-nemico — di entrare nella casa della strage,
-di restaurare le pareti crollanti, di
-raccogliere i resti, di detergere il sangue
-«che saliva sino alle caviglie». Sopra un
-macigno sconnesso, dove il sangue aggrumato — sangue
-di bimbi biondi, di donne
-bionde! — offriva una pagina rossa, il
-soldato aveva disegnato, con la punta della
-spada, a grandi lettere accurate, le parole
-tragiche.
-</p>
-
-<p>
-<i>Remember Cawnepore!</i> Nessuno ha dimenticato,
-ma certo l'umile soldato non
-immaginava che il cubo fosse più tardi
-rimosso e la sua iscrizione, tutelata dal
-cristallo, figurasse oggi nelle cripte del
-Fatal Well: il pozzo fatale. Il sangue ha
-preso col tempo una tinta di fuliggine,
-dove le due parole spiccano più chiare;
-e certo esse mi danno un brivido d'orrore,
-mi rievocano i giorni famosi assai più delle
-grandi lastre di marmo nero dove sono
-incisi in oro i nomi e le date delle varie
-campagne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per ricordare in tutta la sua tragica
-bellezza quella pagina rossa della storia
-Anglo-Indiana — sulla quale si profilano,
-vittime innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna
-rivivere la notte del 14 maggio
-del 1857. Non invento: tolgo dalla
-raccolta del <i>Times</i> di quell'anno — sfogliata
-nella decrepita biblioteca del Queen's
-Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione
-dei fatti quanto ne emana di tragica
-poesia. È la notte famosa. Gran festa
-da ballo nel <i>bungalow</i> del colonnello Stanes,
-festa da ballo e serata diplomatica,
-consigliata dalla prudenza coloniale contro
-gli eventi. Gli eventi son gravi. Si è in
-piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende,
-si spegne, s'accende qua e là come
-una miccia non bene nutrita, ma inquietantissima.
-Sono in fermento gli Stati del
-Bengala, Bombay tumultua, Mirat è a ferro
-e fuoco, Delhi è in mano dei <i>sepoys</i> ribelli.
-Sono rimasti fedeli agli inglesi gli
-Stati del Pengjab, Madras, Baroda. La
-sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile.
-Compie ora il secolo dal giorno
-dell'occupazione sacrilega (1757-1857) predicano
-i Bramini; la profezia dei 100 anni
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-sarà coronata dallo sfratto degl'infedeli e
-da un'India degli indiani. I reggimenti
-di <i>sepoys</i> si sollevano ad uno ad uno, per
-cause minime: la proibizione di portare
-i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre
-le lunghe barbe uncinate, un nuovo
-tipo di carabina che comporta cartucce da
-rompersi coi denti: e le cartucce sono
-unte con grasso di bue o di maiale: il bue,
-animale sacro per gli Indù, il maiale, animale
-immondo per i mussulmani; cause
-occasionali: le cause concrete sono ben altre.
-Gl'inglesi annettono uno stato dopo
-l'altro alla Compagnia. Lord Dalhousie ha
-tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando
-al Marhaja spodestato la pensione
-e gli onori. Quasi tutti i sovrani
-indigeni delle provincie del Nord sono in
-vedetta, sicuri del popolo, forti di ricchezze
-immense e di una speranza quasi certa:
-l'aiuto della Russia ferita dalla campagna
-di Crimea, la Russia in vedetta all'Himalaja.
-</p>
-
-<p>
-L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione
-con tutte le qualità sue migliori.
-Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a
-dieci miglia dalla città — i <i>sepoys</i>
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e il colonnello
-Stanes apre le sue sale ad una
-festa da ballo, quella sera stessa, per consiglio
-del generale Hugh Wheeler, e tutta la
-Colonia è invitata in gran gala diplomatica:
-la guarnigione europea, tutti i gentiluomini,
-tutte le signore. Nulla si deve
-temere, nulla si teme a Cawnepore: la
-popolazione sappia ben questo. A Wood-House
-l'orchestra alterna i valzer al <i>God
-Save the Queen</i>. Si festeggia il genetliaco
-di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure
-qualche voce corre tra gl'invitati, qualche
-voce corre nella folla. Un reggimento di
-<i>sepoys</i> s'è ammutinato quel mattino stesso,
-appena è corso l'annuncio dell'assedio
-di Delhi: poco importa: il reggimento fu
-internato. La folla è ostile, il distaccamento
-europeo non è che di trecento uomini:
-poco importa: il generale Wheeler ha avuto
-due giorni prima un lungo colloquio con
-Nana Sahib, ultimo <i>peshawah</i> di Poonah,
-fedelissimo dell'Inghilterra, alleato ultra
-modernista, il quale ha messo a disposizione
-del generale diecimila uomini suoi che
-già occupano gli edifici della Tesoreria
-e dell'Arsenale e difendono Cawnepore in
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-una cerchia infrangibile. La città è in
-festa, nella bellissima notte tropicale. Le
-bionde <i>ladies</i> possono sfoggiare le loro
-spalle e i loro gioielli, gli ufficiali alternare
-le divise vermiglie alle immense crinoline
-di seta, nelle graziose volute delle contraddanze
-e dei lancieri. Li protegge il Marhaja
-generoso, li tutela dall'alto, in effige,
-la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula
-sotto la corona dove scintilla la gemma
-unica al mondo.
-</p>
-
-<p>
-<i>God save the Queen...</i>: ma come si
-prolungan le salve dei cannoni e delle moschetterie:
-come s'innalza di lungi il clamore
-della folla — senza dubbio festante. — Il
-frastuono copre quasi la musica e
-le risa degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh
-Wheeler fa un cenno e nel silenzio generale
-s'avanza nella gran sala e parla. La
-sua voce è come quella del capitano che
-annuncia all'equipaggio inconsapevole il
-naufragio imminente:
-</p>
-
-<p>
-— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo
-perduti, se c'è fra noi chi
-non sappia dominarsi. Tutti al Forte William.
-C'è mezz'ora di tempo. Gli ufficiali
-accompagneranno le signore ai rispettivi
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-<i>bungalows</i> per provvedersi di roba e prendere
-i bambini. Fra mezz'ora non deve più
-restare un europeo in città. Fra mezz'ora
-tutti al forte se v'è cara la vita. Calma,
-ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici si
-sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui
-a suonare fino a mio ordine: laggiù
-si deve credere che la festa continui. Fra
-mezz'ora tutti al forte! Le ragioni le sapranno
-poi.
-</p>
-
-<p>
-Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha
-gettato la maschera; ha armato con tutte le
-munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale
-i suoi diecimila demoni neri, i
-quattro reggimenti di <i>sepoys</i> ammutinati;
-i forsennati stanno per entrare in Cawnepore,
-non più difesa che da un gruppo
-di fedeli; otto ufficiali inglesi sono
-stati uccisi; tra mezz'ora la città sarà a
-ferro e fuoco ed ogni europeo passato a
-fil di spada. Non c'è rifugio che tra le
-mura tozze del Forte inglese.
-</p>
-
-<p>
-— Al forte! al forte!
-</p>
-
-<p>
-L'allarme corre la città. In mezz'ora
-tutti gli europei: uomini, donne, fanciulli — ottocento
-circa — sono al riparo: ma la
-difesa è derisoria: trecento soldati europei
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-contro la falange furibonda! Eppure
-il manipolo resiste una settimana, due,
-tre, resiste fino alla morte per difendere le
-donne e i fanciulli che si stringono allibiti
-alle spalle. Le pareti decrepite crollano,
-sotto le granate, un bastione è aperto dal
-nemico: i difensori improvvisano trincee
-sotterranee; combattono nel fango. Comincia
-la stagione spaventosa delle pioggie
-tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano
-nel paltume, si sviluppano il vaiuolo
-e la peste; nel cortile del forte si sotterrano
-i cadaveri; mancano le munizioni, mancano
-i viveri: le donne rifiutano il cibo
-per risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si
-vive di speranza: la notizia dev'essere
-giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna
-liberatrice è forse alle porte.
-</p>
-
-<p>
-Poi anche la speranza dilegua: è la
-disperazione, la morte certa: oggi, domani.
-Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana
-Sahib propone al generale Wheeler una
-capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta,
-ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad
-accettare; il generale esita; le donne, le
-madri implorano, impongono il consenso
-per i bimbi morenti di fame. E Wheeler
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-accetta. Le condizioni, d'altra parte, sono
-accettabili: tutti avranno la vita salva e
-l'onore delle armi. I prigionieri saranno
-tutti imbarcati e condotti ad Allahabad,
-in terra pacifica. Viene il giorno della
-liberazione. Nana Sahib non ha mentito.
-Sul Gange, che scorre dietro il forte William,
-ventisette imbarcazioni attendono gli
-europei, delle quali due sono piccoli piroscafi
-a ruote: <i>more comfortable</i> — spiega
-il nemico — destinati alle donne e ai
-fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore
-prende il largo sul fiume sacro. Ed
-ecco una cosa incredibile avviene. Sulle
-due rive, per una lunghezza interminabile,
-sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta
-l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie
-tolte all'arsenale inglese, puntate
-sulla flotta che passa. È un saluto d'addio.
-No, è la carneficina ultima, sistematica,
-lo spettacolo infernale che Nana
-Sahib offre alla sua ferocia selvaggia. I
-proiettili s'incrociano dalle due rive più
-fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica;
-le imbarcazioni avvampano ad una ad una;
-le vittime balzano dai roghi galleggianti;
-molti annegano, quelli che raggiungono la
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-riva sono respinti a colpi di lancia dai
-malebranche spietati: a morte! a morte!
-Carne da caimani!
-</p>
-
-<p>
-E i caimani del Gange devono aver giubilato
-di tanta carne tenera e bianca: vero
-è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava
-in carne più fosca e men tenera
-di <i>sepoys</i>....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ma la tragedia indescrivibile, quella per
-la quale Cawnepore è tristemente celebre,
-comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè
-le donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati
-sui due vaporetti che ritornarono
-a Cawnepore per ordine di Nana
-Sahib. Costui aveva bisogno d'un ostaggio
-contro la vendetta inglese che non poteva
-tardare e che sapeva tremenda, adeguata
-al delitto. I trecento superstiti inermi, folli
-di spavento e di dolore, dovevano subire
-una prima onta. Non furono restituiti al
-forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar,
-parola intraducibile, tanto meno in
-inglese, un edificio basso e malsano; e là,
-nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler,
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-Miss Kraty, tutte le fiere donne d'Inghilterra,
-le mogli, le sorelle, le figlie dei
-dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi
-parlavano a mani congiunte, languirono
-per venti giorni — venti secoli, venti
-età! — annichilite, inebetite dall'onta
-e dallo spavento, in attesa dell'aiuto che
-doveva giungere, ohimè — troppo tardi.
-</p>
-
-<p>
-La grande colonna Inglese, comandata
-dal generale Haweloch s'avanzava da Calcutta
-verso Cawnepore, batteva i ribelli
-più volte, guadava il Bari-Naddu. Nana
-Sahib si vide perduto, si vide costretto a
-fuggire con tutti i ribelli, costretto a lasciare
-al nemico l'ostaggio delicato. No!
-Il nemico doveva trovare un carname! Fu
-dato l'ordine della carneficina immediata.
-I <i>sepoys</i> esitavano. Pietà, forse; forse viltà;
-poichè basta lo sguardo d'una donna inglese
-per far abbassare lo sguardo di cento
-nativi. I bruti uccisero senza fissare le
-vittime, uccisero a fucilate, attraverso le
-grate delle finestre, uccisero a colpi d'accetta,
-uccisero sfracellando i cranii infantili
-contro gli alberi del cortile, come si fa
-pei botoli malnati o bastardi. In mezz'ora
-la carneficina era compiuta. Morti, semivivi,
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-feriti, tutti furono precipitati nella
-gran cisterna del cortile. Quando il giorno
-dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le
-colonne salvatrici — i mariti, i padri, i
-fratelli delle vittime — delle trecento vittime
-non restava viva che un'indigena,
-l'aya (governante) dei due gemelli di Sir
-Sotten. E a lui che l'interrogava, che la
-scrollava alle spalle, perchè parlasse, essa
-rispondeva sghignazzando, abbracciando il
-tronco d'un palmizio sul quale s'alternavano
-ciocche bionde e grumi vermigli. La
-povera donna era demente.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E delle cose atroci come delle cose oscene.
-La fantasia si ribella e la penna si rifiuta.
-Ma è pur necessario ricordare quell'ora
-per poter comprendere la misura alla
-quale salì la vendetta degli Inglesi, e per
-poter perdonare ad un popolo europeo le
-atrocità che seguirono: gl'indigeni «cannoneggiati»
-in massa, i bramini torturati e
-appiccati, dopo averli costretti a mondare
-con la lingua l'ultima traccia di sangue dal
-luogo del massacro. Ahimè, la vita è non
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-solo soffrire, ma far soffrire; e la storia del
-mondo c'impone questo dovere crudele:
-fare agli altri il male che è fatto a noi. La
-repressione salì a tal segno che in Inghilterra
-stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò
-gridando: — Ricordatevi che quelli erano
-turchi e bramini e che noi siamo cristiani!
-</p>
-
-<p>
-E la pietà cristiana ha convertito in
-un giardino il luogo del massacro.
-</p>
-
-<p>
-Ho visitato i giardini delle Memorie
-(Memorial Gardens) e non è traducibile a
-parole il senso che si prova tra quelle ruine
-fiorite, la vibrazione che ha l'anima
-passando dal brivido dello sdegno a quell'indulgenza
-ineffabile che assolve di tutto.
-Vicino al forte William sorge la chiesa
-commemorativa, sacra al nome di tutte le
-vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima
-un lupanare indigeno, poi un macello di
-donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate
-di clematidi, di liane, d'orchidee, e custodite
-intorno da una ringhiera di ferro
-come i luoghi memorabili e sacri.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Fatal Weell</i>, la cisterna ottagonale
-dove furono precipitati i corpi palpitanti,
-fu lasciata com'era, mascherata soltanto da
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-un mausoleo di squisita fattura. L'edificio
-è ottagonale, com'è ottagonale la cisterna,
-a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra
-una base a grandi scalee, e farebbe pensare
-ad un angolo cimiteriale del Devonshire,
-se il giardino, intorno, non profilasse
-i tronchi multipli dei banani, simili
-ad immensi polipi capovolti, o gli
-svelti flabelli delle palme Palmira.
-</p>
-
-<p>
-Sulla grande scalea che accede al mausoleo
-un immenso angiolo di marmo candido — <i>Angel
-of the Resurrection</i> — prega
-a capo chino, le mani congiunte, le immense
-ali incrociate; e sul cartiglio sono
-scritte le parole della Suprema Indulgenza,
-che non si possono leggere senza occhi
-lustri.
-</p>
-
-<p class="indl">
-<i>Traveller, pray for us and our murderers!...</i>
-</p>
-
-<p class="indl">
-(Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...)
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<h2 id="roghi">Il fiume dei roghi.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-</p>
-
-<p class="indr small">
-Benares, 23 febbraio.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-— Benares.... il Gange....
-</p>
-
-<p>
-Devo ripetere i due nomi favolosi per
-convincermi che veramente risalgo in barca
-il fiume sacro, con dinanzi lo scenario
-della Città santificata.
-</p>
-
-<p>
-— Il Gange.... Benares....
-</p>
-
-<p>
-Devo liberarmi dal ricordo di troppe
-descrizioni — da quelle deliziosamente arcaiche
-di Marco Polo a quelle moderne e
-sentimentali di Pierre Loti — per rientrare
-nella realtà, vedere la cosa troppo
-attesa con occhi miei. Vano è scrivere,
-vano è leggere; una bellezza non esiste se
-prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma
-wildiano è giusto. Ma prima ancora
-di saper leggere, io sognavo di Benares.
-Se risalgo alle origini prime della
-mia memoria vedo la città sacra in un'incisione
-napoleonica, nella stanza dei miei
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-giochi. E il ricordo è così chiaro che il
-sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà
-d'oggi mi par sogno....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-— <i>Slowly!</i> Adagio, più vicino, — ripeto
-di continuo al barcaiuolo frettoloso.
-</p>
-
-<p>
-Benares va vista dal Gange, come la ribalta
-dalla platea. L'interno della città è
-un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio
-di tutte le epidemie del mondo. La
-città fu costrutta sul Fiume, protende tutta
-la sua bellezza verso le acque deificate.
-</p>
-
-<p>
-La mia barca costeggia i <i>ghati</i>: così si
-chiamano i gradi più bassi delle immense
-scalee. La stagione asciutta scuopre la città
-quasi alle fondamenta ed appaiono gli
-immensi cubi di granito, i templi tozzi,
-le teste elefantine dei Ganesa, le braccia
-multiple dei Siva, le statue massiccie destinate
-ad un'immersione annua di molti
-mesi e patinate ora da un limo rossiccio,
-di bellissimo effetto. La patina rossa colora
-la città fluviale, indica il regno delle
-acque fino all'altezza di venti e più metri;
-dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-architettura. Duemila sono i templi
-di Benares eretti come una selva lungo i
-dieci chilometri che la città occupa sulla
-riva sinistra del Gange: templi a pagoda
-buddista, piramidi e guglie bramine, cupole
-panciute, minareti maomettani, chiese
-eurasiane, sinagoghe, tutto è tollerato in
-questa «Terra dell'Indulgenza» pur che
-si creda. Tu non dirai che la tua religione
-sia migliore delle altre. Colui che dice:
-io sono nella verità, colui non è nella
-verità....
-</p>
-
-<p>
-Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi,
-con le scalee, le verande, le specule,
-le infinite finestre tutte rivolte verso il
-fiume, ecco le strane «cupole a pigna»,
-così caratteristiche nella architettura indiana.
-Gran parte dei superbi edifici appartengono
-a marahja delle terre più lontane,
-sono residenze di espiazione. Come
-nel Medio Evo i principi andavano ad
-espiare i loro trascorsi in Terra Santa, così
-i signori indiani visitano Benares una volta
-all'anno o si ritirano in vecchiaia per esalare
-l'anima in cospetto del Fiume-Dio
-che assolve di tutto. È risaputa la credenza;
-colui che muore a Benares, lasciando
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele,
-è dispensato dal martirio d'ogni
-reincarnazione, raggiunge la felicità dell'Increato.
-Malati, diseredati, vecchi d'ogni
-genere giungono dalle contrade più remote,
-dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle
-vette nevose del Cachemire, per aver pace
-nel seno di Brama.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina.
-Il sole illumina obliquamente la
-zona più alta degli edifici; accende l'oro
-superstite delle cupole e delle guglie attorno
-alle quali nugoli neri, verdi, rossi di
-corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano
-salutando la luce con un inno assordante.
-E tutto ciò che vive scende verso il fiume.
-Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio,
-dalle immense scalee che danno alla
-riva del fiume non so che profilo assiro
-o babilonese, scende una folla varia, densa,
-incessante; uomini, donne, fanciulli, vecchi,
-giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano
-ghirlande di fiori; grosse magnolie,
-gardenie, corolle sconosciute dal profumo
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-acutissimo, infilzate come rosarii, e prima
-di scendere nell'acqua le gettano al fiume,
-pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete,
-i velluti sono appesi a cespugli o sotto
-certi ombrelli immensi, senza nervatura,
-simili a funghi singolari; gli uomini entrano
-nell'acqua quasi ignudi, le donne conservano
-una lunga tunica che dopo la prima
-abluzione aderisce alla pelle e rivela
-più ancora l'ambra delle carni, l'armonia
-delle forme stupende. E tutti pregano e
-meditano. Meditano su che? La mia barca
-passa loro innanzi, deve deviare per non
-urtarli, ma quelli mi fissano e non mi
-vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro
-anima è perduta negli abissi dell'ineffabile.
-Strana città dove tutti credono!
-</p>
-
-<p>
-Perchè molti di costoro non sono fachiri,
-nè santi, nè pellegrini. Sono uomini di
-venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani,
-mercanti, soldati, operai che risaliranno
-le scalee per riprendere la lotta
-consueta, che rientreranno nella vita, ma
-che ogni giorno, due volte al giorno, scendono
-nella morte, s'immergono nel fiume a
-colloquio con la propria anima, per prepararsi
-quotidianamente al trapasso inevitabile.
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-Odioso confronto con i nostri uomini,
-con i nostri <i>borghesi</i> occidentali che ignorano
-ogni cosa dell'anima, deridono ogni
-scienza dello spirito, bestemmiano Dio,
-ostentando un ateismo fatto più odioso dal
-vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Turba infinita che sempre si rinnova,
-magnificenza di bronzi cupi, di bronzi
-chiari, di forme stupende! Ma non tutto
-è forza e giovinezza. Gli aspetti della vecchiaia,
-della malattia, della morte, così
-necessari alla perfetta meditazione buddista,
-offrono sotto questo cielo magico un
-contrasto non descrivibile. Poichè è bene
-ricordare che gran parte di questa folla è
-qui giunta per morire, per «morire in
-salute» come mi spiega con bisticcio atroce
-il buon rematore. Tutti i più crudeli martirii
-con i quali Siva distruttore ritorna al
-nulla la povera carne umana si son dati
-convegno sulle rive del fiume luminoso, offrendo
-al visitatore un campionario strano,
-interessante come la nuova flora, la
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali
-(<i>framboesia</i>, <i>albinite</i>, ecc.), che disegnano
-le pelli bronzate di chiazze candide
-e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi,
-di zebrature ondulate; piaghe orride,
-tumori che hanno corroso un torace, mettendo
-a nudo i precordi lividi o hanno
-corrose le gote scoprendo tutta la dentatura
-candida in un sogghigno che non si
-potrà dimenticare più mai; elefantiasi che
-tumefanno le gambe, il seno, le pudenze
-in modo incredibile, tanto che la vittima
-sembra scomparire tra otri immensi e non
-può muoversi senza il soccorso di qualche
-devoto, portatore del singolarissimo pondo.
-Un gruppo di questi miserabili è adunato
-intorno ad un santo ancora giovane,
-dalla bruna barba divisa, dallo sguardo
-di fiamma; che può mai predicare quel
-veggente per consolare tante miserie, per
-far tacere i gemiti di quel carname senza
-nome? Forse ripete a quei moribondi le
-parole dell'Illuminato: «.... il saggio si rallegra
-della sua carne che si sfascia, come
-il prigioniero impaziente si rallegra della
-prigione che si schiude. Beata la musica
-che si diparte per sempre dallo stromento,
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-beata la fiamma che si diparte dalla
-fiaccola, beata l'anima che abbandona la
-carne...».
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Passiamo oltre. Il sermone non è per
-noi. Mai come oggi mi son sentito schiavo
-della apparenza, innamorato folle di tutto
-ciò che è forma, colore, ombra, luce: bellezza
-viva, preda della morte.
-</p>
-
-<p>
-La città è interminabile: ancora templi,
-ancora torri, terrazzi, scalee. Intorno, sul
-fiume galleggiano infinite le ghirlande votive
-e le corolle vivaci, i gioielli, i denti,
-gli occhi abbaglianti, le chiome nere lucenti
-formano tra il riverbero dell'acqua
-e lo splendore del sole un musaico a chiazze
-vive come nelle tele di certi impressionisti.
-Lo sguardo si stanca. Passiamo in
-una zona d'ombra riposante, lungo i ghati
-interminabili. L'acqua lenta orla di bava
-sordida i cubi di granito decrepito. Un
-fetore sinistro di fiori maceri, di carne putrefatta,
-di umidità febbricosa e di pestilenza
-mi fanno ricordare — con un brivido — che
-da questo focolaio unico si
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-dipartono a quando a quando, nei secoli,
-il colera, la peste, i peggiori flagelli del
-mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco
-di palma morta che ha fatto diga nel
-pattume e contro vi s'accumula una putredine
-varia: ghirlande di queste corolle carnose
-che l'acqua converte in viscidume
-fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone,
-rami, un osso candido, una tibia umana
-che il remo solleva lentamente: un misero
-avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero.
-E poco oltre la Marayana di Kandaba
-fa le sue abluzioni sotto un baldacchino
-sorretto da quattro servi in turbante;
-intorno le sue donne reggono le vesti, le
-collane, l'immenso pettorale di gemme,
-mentre l'augusta sovrana — una pingue
-signora attempata — immerge nel fiume
-le carni vizze, fa coppa delle mani, beve
-l'acqua fetida alternando ogni sorso con un
-breve gesto d'offerta verso il Cielo.
-</p>
-
-<p>
-Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo,
-cerca nel pattume gli avanzi del
-legno e del carbone; oltre ancora alcune
-donne immergono le anfore di rame lucente,
-di classica forma, e equilibrandole
-sul capo con l'una mano, s'avviano verso
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-la sponda, l'altra mano al fianco, onduleggiando
-le anche con un incedere di procace
-eleganza.
-</p>
-
-<p>
-Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra
-piattaforma di roghi — sono molte,
-ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri
-templi, altri palazzi dominanti il fiume
-dall'alto come castelli feudali. Strana città
-rimasta intatta nei millennii, intatta nella
-sua pietra e nella sua fede! Altre città
-favolose esistono al mondo, dinanzi alle
-quali si esalta la nostra fantasia; ma sono
-il fantasma di quelle che furono. Benares
-è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani.
-Quando in Grecia si celebravano i riti
-dionisiaci, quando a Roma le feste arvali,
-quando Tebe offriva olocausto a Ita, Benares
-già splendeva sulla riva del Fiume-Dio,
-come oggi; come oggi la sua folla
-scendeva nelle acque sacre a meditare il
-mistero del divenire.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Un'altra piattaforma che si protende sul
-fiume: un'altra serie di roghi; ma son quasi
-deserti in questa stagione salutare. Quale
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-carname in fiamme deve fornire a queste
-rive l'ora della peste!
-</p>
-
-<p>
-Approdiamo. Due cadaveri sono in molle
-nel fiume, legati ad una corda. Fluttuanti
-nel sudario candido per l'ultima abluzione
-di rito. Un altro finisce di ardere, irriconoscibile
-ormai; solo i due piedi si protendono
-fuori delle fiamme, contratti, le
-dita divaricate come in uno spasimo estremo;
-saranno gettati nelle fiamme per ultimi,
-poichè è consuetudine di lasciare i
-piedi fuori del rogo, rivolti verso il fiume,
-simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi
-non sono grandiosi.
-</p>
-
-<p>
-La nostra fantasia immagina cataste eccelse,
-nubi avvolgenti ogni cosa in vortici
-odorosi, cerimoniali e preghiere solenni:
-i roghi dei martiri e dei poeti. Nulla
-di tutto questo. Una semplicità che sa lo
-squallore. I roghi sono piccoli, simili a
-lettucci, a fornelli in cemento, appena capaci
-d'un corpo umano, e il legno si direbbe
-misurato con parsimonia, in questo
-paese delle grandi foreste! E negli addetti,
-quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere
-è tolto dal fiume con una specie
-di barella a grate, è disteso sul letto di cemento
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-tra due strati di legno sottile: un
-indù versa una piccola latta d'olio resinoso,
-un altro accende. Il rogo avvampa,
-e ai quattro lati i quattro necrofori in
-giubba e turbante candido vigilano la cremazione,
-armati ognuno di una lunga spatola
-ricurva con la quale respingono i
-tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero,
-profanatore; i quattro messeri in bianco,
-chini sul braciere modesto, con quei cucchiai
-singolari, mi fanno pensare a quattro
-cuochi affaccendati, e non hanno nulla
-di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa
-indifferenza degli indiani per la salma,
-la nessuna venerazione pel corpo
-quando l'anima s'è involata per sempre.
-Una sola cura frettolosa, darlo alle fiamme,
-ritornarlo al nulla al più presto. Intorno
-ad ogni rogo, poco distante, ricorre
-un sedile di granito ricurvo dove siede
-la famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima,
-nessun commiato straziante; i congiunti
-assistono all'incenerimento per vigilare
-che il rito sia compiuto esattamente,
-che il legno sia sufficiente, che tutta la
-cenere sia data al fiume.
-</p>
-
-<p>
-Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-di forse dodici anni, bellissimo, falciato
-dalla morte d'improvviso, poichè il volto
-ha la calma del sonno placido e il braccio
-oscilla pendulo e la testa dalle chiome
-bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori
-non per anco irrigidita. Un uomo — il
-fratello forse — una donna ancora
-giovane — forse la madre — assistono
-all'opera, scambiano con gli addetti poche
-sillabe, discutendo certo sulla resina
-che la donna annusa e trova di qualità
-non buona. E il piccolo attende resupino
-sulla catasta, il profilo perfetto fatto più
-delicato dal sonno senza risveglio, le frangie
-tenebrose delle palpebre solcate dallo
-smalto candido dell'occhio socchiuso. Non
-so che dolore indefinibile mi stringa il
-cuore fissando quel volto adolescente, fissando
-l'altro volto di vegliardo che già le
-fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno
-e nell'altro — attraverso le remote analogie
-d'un'unica stirpe — i volti di fanciulli e
-di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo
-il volto, questo specchio dell'io; amiamo
-le rughe, la canizie dei vecchi, i capelli
-biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non
-possiamo concepire il ritorno d'un caro
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-defunto senza il suo volto, il suo sorriso,
-la sua voce. La nostra religione (con un
-dogma tra i più medievali e puerili, è
-vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa
-questa nostra illusione promettendoci
-la <i>resurrezione della carne</i>.
-</p>
-
-<p>
-Come costoro sono lontani da noi! Prima
-di nascere, prima di morire si sono già
-detto addio. Si sono rassegnati serenamente,
-dai tempi dell'origine ariana, a questa
-disperata certezza «<i>Nulla è; tutto diviene</i>».
-L'io ed il non io sono il frutto d'una mera
-illusione terrestre. Perchè se così non fosse
-sarebbe mostruosa, rivoltante la calma
-di questa giovane madre che compone tra
-le braccia del fanciullo il piccolo elefante
-d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo
-di carte: preghiere forse, o forse quaderni
-di scolaretto diligente! E tutto questo fa
-senza una lacrima, senza che una fibra del
-suo volto abbia un sussulto! Certo costei è
-una bramina compiuta, migliore assai di
-quell'altra madre, quella Marayana citata
-nei sacri testi che si strappava le chiome,
-ululando sul cadavere del suo unico figlio.
-E i yogi — si racconta — cercavano invano
-di richiamarla alla verità, di strapparla
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-al demone dell'illusione. E tanto era
-lo strazio della donna che, per il potere
-d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere
-già disteso sul rogo. E la madre si getta
-sul resuscitato, folle di gioia. Ma il principe
-giovinetto s'alza sulla catasta, respinge
-la donna con un gemito, si guarda intorno
-sbigottito, dice: «Chi mi chiama?
-Chi mi strazia? Dove sono? Chi ha spezzato
-in me l'armonia della Ruota? In quale
-delle innumerevoli apparenze del mio passato
-mi ebbi per madre questa forsennata?
-Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore,
-ulula in lei!». Così parlato il giovine ricade
-resupino e l'anima s'invola nell'ineffabile.
-La madre, la marayana Kritagma,
-fu quella che andò penitente fino ad Anuradhapura,
-nel centro di Ceylon, la Roma
-buddista, ed ebbe la grazia somma d'essere
-illuminata da Gotamo in persona, come
-racconta il poeta Kalidasa....
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-</p>
-
-<h2 id="vivajo">Il vivajo del Buon Dio.</h2>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<p>
-I signori dell'India non sono gl'Indiani.
-E non sono nemmeno gl'Inglesi. I signori
-dell'India sono gli animali. I corvi, anzi
-tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si
-ha subito, appena sbarcati in una delle
-grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras,
-o Rangoon. Incredibilmente numerosi,
-più numerosi dei colombi di Venezia,
-i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel
-porto, tra le balle di cotone e di spezie,
-nelle belle vie alberate di cocchi, nelle
-grandi piazze moderne; si dissetano, si
-bagnano starnazzando nelle vasche monumentali,
-orlano di nerazzurro i capitelli,
-le cimase, le guglie della frastagliata architettura
-gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono
-i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai
-del vastissimo Impero. E ne sono anche
-i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-millenaria, contro i quali non vi
-difende nessun <i>policeman</i> volenteroso.
-</p>
-
-<p>
-Il viaggiatore, che è innalzato in <i>lift</i> ad
-una delle linde stanzette degli immensi
-<i>hôtels</i> tropicali, resta sbigottito dinanzi
-agli avvisi delle pareti: <i>Guardarsi dai corvi.</i> — <i>Abbassare
-le grate prima di uscire.</i> — <i>Non
-abbandonare gioielli.</i> — <i>Il padrone
-non prende responsabilità di sorta</i>, ecc. — Sembra
-incredibile, ma ci si ricrede il
-giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora
-della siesta e del torpore. La città immensa
-è addormentata: nessuno, nemmeno
-un indigeno, attraversa la grande piazza,
-dove il sole avvampa, abbaglia, trema, facendo
-fluttuare in uno strano paesaggio
-subacqueo i tronchi dei palmizii, il monumento
-alla Regina Vittoria, le guglie
-della Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo
-un europeo sogna la Patria lontana, resupino
-sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore.
-Silenzio. Non s'ode che il ronzìo
-del congegno e l'altro romore che è la
-nota acustica dell'India, alla quale bisogna
-abituarsi come in certi paesi al fragore del
-mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi:
-così monotono, assiduo, che non rompe,
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-ma sottolinea il silenzio; inno alla putredine,
-dove prorompe la gamma di tutte le
-r, dove l'orecchio sembra discernere tutte
-le parole non liete: <i>Ricordati! Ricordati!
-Morire! Morte! Morirai!</i>
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie
-dannate! E intanto si dorma....
-</p>
-
-<p>
-Il sonno viene quasi subito, ma quasi
-subito ci sveglia una strano romore. E
-allora, attraverso le ciglia socchiuse, si
-assiste a questo curioso spettacolo: un corvo
-scosta la stuoia pendula della grande
-finestra, sosta sul davanzale, esplora la
-stanza tranquilla, balza leggiero sul pavimento;
-un altro ripete il gesto, un altro
-ancora. Quattro, cinque messeri saltellano
-cauti sull'impiantito. Sono corvi (<i>corvus
-splendens?</i>) più piccoli dei nostri, snelli,
-nerazzurri, con una penna bianca nell'ala
-estrema, così buffi di forme e di movenze!
-Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno
-proteso in avanti, l'altro eretto verticale,
-in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco,
-simili veramente alle caricature della favola,
-degni eroi di Esopo e di La Fontaine.
-Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano
-per ingordigia, ma in queste stanze
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-linde, odorose di ragia e di bucato, non
-li attira che il demone della curiosità, del
-rischio, del ladroneccio. E i cinque ladruncoli
-s'arrestano ammirati, fanno cerchio
-intorno alle bretelle pendule da una sedia,
-tentano coi becchi le fibbie lucenti, tirano
-concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano
-e questi cominciano a pellegrinare
-sul pavimento, tirati a ritroso da cinque
-becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta
-prossima, o il volume che s'era addormentato
-con voi, pensando uno starnazzar
-d'ali ed una fuga precipitosa; ma i
-corvi, prima che il proiettile giunga, si
-salvano con un balzo, s'innalzano silenziosi
-verso il soffitto, si posano in bell'ordine
-sull'asta somma della zanzariera.
-Aprite tutte le vetrate, li invitate ad uscire,
-li minacciate con l'ombrello — troppo
-breve! — ma quelli non si decidono, sanno
-benissimo che non siete nè un bramino,
-nè un buddista, e che, passandovi a tiro,
-spezzereste loro, senza rimorso, le ali od
-il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate
-il boy. Il boy sorride indulgente, vi
-prega di deporre l'ombrello, batte le palme
-protese e i cinque appollaiati — riconosciuto
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-l'uomo che non uccide — attraversano
-ad uno ad uno la stanza, escono
-silenziosi.
-</p>
-
-<p>
-Tutti gli animali hanno in India una
-incredibile familiarità con l'uomo. I passeri,
-le tortore, gli scoiattoli striati invadono
-i cortili e i giardini, scendono a
-prendere le bricie quasi dalle vostre mani,
-pieni di una francescana fiducia: ma nei
-corvi e nelle scimmie la famigliarità è
-fatta di tracotanza insolente, di calcolo
-ingordo; certo pensano che Bombay e Calcutta
-siano state edificate per loro e che
-l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi
-con palese rancore. E l'uomo, a sua volta,
-tollera i corvi delle immense capitali; essi
-mondano le vie da ogni sozzura prima
-che questa si decomponga nel sole ardente,
-lacerando, inghiottendo tutto, anche
-la carta fracida, i cenci logori, i frantumi
-di vetro. Dopo qualche giorno diventano
-simpatici: offrono all'osservatore scene impagabili,
-strani motivi di psicologia animalesca.
-Certo nessun uccello è più scaltro;
-basta osservarne l'atteggiamento vario di
-fronte alle varie persone. Verso sera, quando
-il thè delle cinque anima di veli e di
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-sete, di occhi azzurri e di capelli biondi
-ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda
-d'<i>hôtel</i> e di <i>bungalow</i>, le falangi
-nere scendono da ogni parte, con un gracidìo
-querulo e sommesso, quale si conviene
-ad accattoni questuanti. Accerchiano
-i tavolini svolazzando, saltellando, tutti
-col becco proteso, abbastanza lontani per
-sfuggire alla mano, abbastanza vicini per
-ghermire a volo il biscotto o la buccia di
-banana. E intuiscono la buona o la mala
-accoglienza, non s'accostano dove ci sono
-uomini, mazze, ombrelli, prediligono i tavolini
-delle signore e dei bimbi.
-</p>
-
-<p>
-Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno,
-non sono accattoni, ma despoti;
-nelle <i>native-towns</i> che si estendono dopo le
-città europee, fanno vita quasi comune con
-l'uomo, entrano nelle case, noncuranti di
-qualche minaccia impaziente, ben certi del
-patto millenario: «non essere uccisi». Adorabili
-scenette dei sobborghi indigeni! Una
-bimba — un idoletto di bronzo ignudo, di
-non forse tre anni — esce da una bottega
-stringendo una coppa di riso bollito, corre
-verso la madre che l'attende sulla soglia
-della casa opposta. A mezza via venti
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-corvi le sono sopra; punto impaurita dalla
-cerchia delle ali turbinose, la piccola si
-piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi
-fino a terra, alzando nel sole,
-contro l'ingordigia dei nemici, una parte
-che non è precisamente la faccia. E la
-madre sopraggiunge, libera la bimba, disperde
-gli assalitori, non senza aver dato
-in offa una manciata di riso. Entrambe
-rientrano in casa, sorridendo tranquille,
-come allo scherno consueto di buoni amici.
-Altre volte la vittima non è un bimbo,
-ma una scimmia. I corvi turbinano in
-alto, spiando un gruppo di scimmie che
-ha rubato una noce di cocco sul mercato
-vicino; seguono quella più prepotente che
-l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è
-riuscita a spezzarne il frutto legnoso, nell'istante
-in cui sta per portare alla bocca
-il gariglio candido, i corvi piombano su
-di lei, le strappano il tesoro, la lasciano
-ringhiosa, a mani vuote, tra lo schiamazzare
-delle compagne.
-</p>
-
-<p>
-Le scimmie contendono ai corvi il dominio
-delle città indiane, ma non infestano
-come quelli i quartieri europei, vivono
-nei sobborghi, nelle città nere, nei templi
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-ruinati. E dai coloni sono più detestate dei
-corvi. Una frotta quadrumane può in una
-notte scoperchiare una villa, togliendo, per
-gioco, tutte le tegole, passandole da mano
-a mano, andandole ad accumulare in fondo
-ad un sotterraneo o sulla sommità di
-un colle, a qualche chilometro di distanza;
-altre volte saccheggiano un giardino, lo
-spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie,
-per solo malvagio istinto di distruzione.
-E sono le tiranne dei mercati, dove
-i fruttivendoli si rassegnano per esse ad
-una decima gravosa. Intorno alle grandi
-piramidi di banane, di manghi, di mangustani,
-di catie, s'aggirano le scimmie polverose,
-pronte ad allungare la mano, noncuranti
-della sferzata inflitta dal ragazzetto
-custode. A sera tutte le lunghe vie dei sobborghi
-hanno le grondaje ornate di code
-pendule; ma se passa un europeo, un'automobile,
-una cosa nuova qualunque, le
-code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti
-musi protesi verso la via, con la
-bocca digrignante in uno spasimo di curiosità.
-È infinita la varietà di creature
-tollerate o protette o venerate in questo
-vivaio del Buon Dio. Sulle vetrate degli
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-alberghi, anche eleganti, corrono certe lucertole
-gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa,
-aderenti al vetro e che l'albergatore
-vi prega di non molestare. I passeri bengalini,
-rossi spruzzolati di bianco argento,
-invadono a centinaia le verande e le sale,
-vengono a beccare le bricie sotto i tavoli
-del thè; le manguste, simili a faine fulve,
-passano guardinghe lungo i corridoi, vigilando — per
-un dono strano di immunità — le
-vite umane dall'ospite terribilissimo:
-la <i>naja tripudians</i>: il cobra dagli occhiali.
-Ed ecco le creature enormi, le più
-simpatiche di tutte: gli elefanti. Completano
-il paesaggio indiano, hanno una laboriosità,
-una bontà che commuove, una
-intelligenza che confonde. Elefanti di lusso,
-destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati
-a colori come vecchi cuoi di Cordova,
-gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con
-non altro di libero che le zanne, la proboscide,
-le orecchie zebrate: elefanti da lavoro,
-più intelligenti ancora, vecchissimi
-alcuni: dalla pelle rugosa, logora, troppo
-abbondante per la mole dimagrita dalle
-fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno
-visto tre generazioni d'uomini e che lavorano
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-oggi per le case degli usurpatori
-biondi. S'incontrano per le strade di campagna,
-a coppie, non accompagnati da
-nessun <i>cornac</i>, percorrono da soli, a piccolo
-trotto, dieci, quindici chilometri di
-strada ben conosciuta, trasportando sul
-dorso o tra le zanne e la proboscide tronchi
-colossali, colonne, cubi di granito; li
-depongono a destinazione, rifanno di corsa
-il lungo cammino per ricevere un altro
-carico. Il loro passo s'annunzia di lontano
-con un rombo sordo; se incontrano un
-europeo retrocedono, scendono ai lati della
-strada, lasciando libero il passo; e protendono — se
-l'hanno libera — la proboscide,
-con gesto di preghiera. Se ricevono
-una monetina — un'<i>anna</i>, mezz'<i>anna</i> — sostano
-alla prima bottega campestre,
-la depongono per avere in cambio dall'indù
-una focaccia di riso muffita o un casco
-di banane fracide. La loro intelligenza è
-inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico,
-quasi perduto nella mole della
-testa, s'alterna un bagliore indefinibile di
-scaltrezza derisoria e di bontà indulgente.
-Sono certo che comprendono ciò che dico,
-che intuiscono ciò che penso; e non so
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-come dimostrare loro la mia fraterna simpatia:
-le mie mani giungono appena ad accarezzare
-la proboscide ruvida come un
-tronco, l'estremità delle orecchie logore,
-strappate come vecchie gualdrappe di
-cuoio.
-</p>
-
-<p>
-E altre creature vi sono, ripugnanti e
-malefiche: e le più malefiche sono le più
-venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia
-bramina, divinizzato in marmo e in
-metallo in tutti i templi, è salutato con
-uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro
-dal contadino indù che l'incontra
-attraverso un sentiero di campagna.
-</p>
-
-<p>
-Ogni tempio ha negli stagni liminari
-legioni di testuggini e di coccodrilli decrepiti
-e venerati. Il pasto dei coccodrilli
-sacri è una delle grandi curiosità offerte
-al forestiero e che si ripete con rituale
-identico nei templi di Giaissur, di Ambex,
-di Tuadura. Un custode scende alle ultime
-scalee, seguito da un servo che reca un
-cesto di carne putrida; batte con un crescendo
-fragoroso un disco di rame, ed ecco
-sollevarsi pigramente le grandi foglie di
-ninfea e di nelumbo, ceco apparire tra i
-calici rossi dei nenufari i mostri spaventosi,
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-simili a carcasse di vecchio metallo
-corazzato e borchiato, dai denti gialli, radi,
-aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle
-formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio
-dall'acqua intorno al custode, il quale
-lancia brani di carne legata ad una corda,
-perchè non venga ghermita a volo dai
-nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore
-nauseabondo.
-</p>
-
-<p>
-L'Inghilterra che tollera tutto, tollera
-anche questo. Tollera anche l'<i>Ospedale degli
-animali</i>, in Bombay, che è il non <i>plus
-ultra</i> del genere, l'esponente massimo di
-questa filosofia bramina, così opposta alla
-nostra, educata al cristianesimo il quale
-riduce ogni divinità all'uomo soltanto e fa
-di tutto ciò che vive sulla terra una materia
-sorda, condannata senza speranza.
-</p>
-
-<p>
-L'ospedale degli animali — un recinto-parco
-che costa centinaia di migliaia di
-rupie — accoglie tutti gli animali ammalati
-perchè possano guarirvi o morirvi in pace.
-Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che l'europeo
-non s'indugia a lungo; falangi di
-bestie da soma: ronzini di piazza, bufali,
-zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati,
-coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie,
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo:
-una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice.
-La nostra pietà occidentale insorge,
-domanda sdegnata perchè non si dà a
-quelle povere bestie il colpo di grazia, addormentandole
-con una doppia dose di cloroformio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non si ha il diritto di spezzare
-una vita, qualunque essa sia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma vivere a che?
-</p>
-
-<p>
-— Per soffrire.
-</p>
-
-<p>
-— E soffrire a che?
-</p>
-
-<p>
-— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi
-sempre più dalla materia attraverso
-il peso della materia, per spegnere,
-nella ruota d'infinite incarnazioni, il desiderio
-di esistere: questo peccato che ci
-condanna a ritornare in vita.
-</p>
-
-<p>
-E se fosse vero? Se veramente noi non
-fossimo il Re dell'Universo come la nostra
-religione ci promette? Se veramente il verme,
-il cane, l'uomo non fossero che graduazioni
-varie dello spirito, della stessa
-forza immanente che palpita ovunque, esitando
-incerta verso una mèta che ignoriamo
-e che non è forse se non la pace dell'Increato?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-Retorica elementare, fatta odiosa da tutti
-i trattatelli teosofici, ma che, esposta con
-brevi parole da questo guardiano dal volto
-ascetico come un San Francesco di bronzo,
-non ci può far sorridere come il nostro
-orgoglio occidentale vorrebbe.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#trimurti">Le grotte delle Trimurti</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#silenzio">Le Torri del Silenzio</a></td> <td class="pag">21</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#goa">Goa: “la dourada„</a></td> <td class="pag">39</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#ceylon">Un Natale a Ceylon</a></td> <td class="pag">63</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#madura">Da Ceylon a Madura</a></td> <td class="pag">79</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#danza">La danza d'una <i>devadasis</i></a></td> <td class="pag">99</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#caste">Le caste infrangibili</a></td> <td class="pag">119</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#tesori">I tesori di Golconda</a></td> <td class="pag">133</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#impero">L'Impero dei Gran Mogol</a></td> <td class="pag">149</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#agra">Agra: l'immacolata</a></td> <td class="pag">171</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#fachiri">Fachiri e ciurmadori</a></td> <td class="pag">185</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giaipur">Giaipur: città della favola</a></td> <td class="pag">197</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#olocausto">L'olocausto di Cawnepore</a></td> <td class="pag">215</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#roghi">Il fiume dei roghi</a></td> <td class="pag">231</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#vivajo">Il vivajo del Buon Dio</a></td> <td class="pag">249</td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p class="title">
-DEL MEDESIMO AUTORE:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>I colloqui</i>, liriche. In-8, copertina disegnata da
- <span class="smcap">Leonardo Bistolfi</span> L. 4&nbsp;—
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-</p>
-
-<p class="center">
-PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: <b>Quattro Lire.</b>
-</p>
-</div>
-
-<p class="title pad2">
-GRANDI VIAGGI ILLUSTRATI
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>Viaggi in Africa</i>, di <b>S. A. R. Elena di Francia Duchessa d'Aosta</b>.
-Sontuoso volume in-4, di 380 pagine di testo e 253 pagine di incisioni, in
-carta di gran lusso, col ritratto della Duchessa d'Aosta in eliotipia, colla
-sua firma autografa e una carta geografica a colori. L. 30&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-— La stessa opera, testo francese. L. 30&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Nella terra dei Negus.</i> Pagine raccolte in Abissinia dal dottor <b>Lincoln
-De Castro</b>, addetto alla Regia Legazione d'Italia in Abissinia.
-Con prefazione di S. E. il Marchese <span class="smcap">Raffaele Cappelli</span>. Due volumi in-8,
-di compless. 900 pag., con una carta geogr. e 400 incis. fuori testo. L. 25&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>La Missione Franchetti in Tripolitania.</i> Indagini economico-agrarie
-della Commissione inviata in Tripolitania dalla Società Italiana per lo
-Studio della Libia. Un volume in-8, di 610 pagine, con 46 incisioni nel testo,
-332 fuori testo e 2 carte a colori. L. 15&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Il Giappone nella sua evoluzione</i>, di <b>Adelfredo Fedele</b>. Studi
-e ricordi d'una campagna nell'Estremo Oriente compiuta con la R. Nave
-<i>Vettor Pisani</i> durante gli anni 1903-04. Un volume in-4, di 216 pagine,
-con 20 incisioni e 6 grandi quadri a colori. L. 10&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>La Cina contemporanea</i>, di <b>Giuseppe de' Luigi</b>. Un volume in-8,
-con 140 incisioni fuori testo. L. 7&nbsp;50
-</p>
-
-<p>
-<i>Nel Marocco, Ricordi personali di vita intima</i>, di <b>Lena</b> (<span class="smcap">Maddalena
-Cisotti Ferrara</span>). Un volume in-16, con 15 incisioni fuori testo e il
-ritratto dell'autrice. L. 4&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Il passaggio Nord-Ovest: il mio viaggio al Polo sulla «Gjöa»</i>, di
-<b>Roald Amundsen</b> (1903-05). Un volume in-8, di 640 pagine, con 140 incisioni
-e 3 carte geografiche a colori. L. 10&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>La scoperta del Polo Nord</i>, del contramm. <b>Roberto Peary</b> (1909).
-Un volume in-8, di circa 400 pagine, in carta distinta, illustrato da oltre
-100 incisioni, da 8 tavole a colori e da una grande carta. L. 15&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Verso il Polo Sud</i>, del Cap. <b>S. A. Duse</b>. Memorie della spedizione antartica
-diretta dal professor O. Nordenskjöld (1901-1903). Tn volume in-8,
-con 148 incisioni e carte geografiche. L. 5&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Alla conquista del Polo Sud. Il cuore dell'Antartico</i>, del luogotenente
-<b>E. H. Shackleton</b> (1907-09). Due volumi in-8 grande, di 914 pagine,
-con oltre 300 incisioni, 12 tavole a colori, e una grande carta che segna
-la presente e le passate spedizioni al Polo Antartico. L. 30&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>La conquista del Polo Sud.</i> La spedizione norvegese del <i>Fram</i> verso
-il Polo Australe (1910-12), di <b>Roald Amundsen</b>. Due volumi in-8, con 8
-tavole a colori, 67 tavole in nero, 115 incisioni intercalate nel testo e
-4 carte geografiche a colori. L. 25&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>L'ultima spedizione del Capitano Scott.</i> Diario del Capitano Scott
-con i rilievi scientifici del dottor <span class="smcap">E. A. Wilson</span>, e dei superstiti della
-spedizione, e prefazione di sir <span class="smcap">Clements R. Markham</span>. Due volumi in-8,
-di complessive 730 pagine, illustrati da 90 tavole fuori testo e una carta
-geografica a colori. L. 15&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Dalla Persia all'India attraverso il Seistan e il Belucistan</i>, del dottor
-<b>Sven Hedin</b>. Due volumi in-8, di 960 pagine, con 285 incisioni. 6 tavole
-colorate, 2 carte geografiche, e il ritratto dell'autore (1911). L. 25&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<i>Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet</i>, del dottor <b>Sven
-Hedin</b>. Due volumi in-8, di complessive 1010 pagine, con 397 incisioni,
-2 panorami, 8 tavole a colori e 10 carte (1910). L. 25&nbsp;—
-</p>
-
-<p class="center">
-<i>Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves Editori, in Milano.</i>
-</p>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Verso la cuna del mondo, by Guido Gozzano
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VERSO LA CUNA DEL MONDO ***
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-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
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-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
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-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
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-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
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-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
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-
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-
-
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