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Simondo Sismondi - -Release Date: September 23, 2013 [EBook #43802] - -Language: Italian - -Character set encoding: ISO-8859-1 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE, TOME III *** - - - - -Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara -Magni and the Online Distributed Proofreading Team at -http://www.pgdp.net (This file was produced from images -generously made available by The Internet Archive) - - - - - - - STORIA DELLE - REPUBBLICHE ITALIANE - DEI - SECOLI DI MEZZO - - - DI - J. C. L. SIMONDO SISMONDI - - DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, - DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC. - - _Traduzione dal francese._ - - - _TOMO III._ - - - - ITALIA - 1817. - - - - -STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE - - - - -CAPITOLO XVI. - - _Continuazione del regno di Federico II. -- Guerra della Lega - lombarda contro questo imperatore. -- Viene deposto dal papa nel - concilio di Lione._ - -1234=1245. - - -Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in -Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa, -che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima -lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente -sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla -precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative -dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini -e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo, -siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice -delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi -spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe -lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà. - -Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime -differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città, -trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la -stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se -l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva -la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le -loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E -siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno -onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa -costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte -delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per -cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di -parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato -potere del monarca costituzionale. - -Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo -violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi -posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione. -L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno -levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro -clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi -faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così -dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni -che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi -predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato -prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne -fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed -accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza -di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati -saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai -confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche -papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda -conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in -mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti -controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che -adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato -italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun -altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua -influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e -di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come -le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di -rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del -cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi -non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX -occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse -difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella -della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre -cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non -voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse -maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto -ad abbandonare egli stesso la neutralità. - - [1] _Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XVI, c. 8, p. - 537._ - -(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato -contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si -seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già -da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e -seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega -lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la -corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo -padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione -senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in -mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in -tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti, -in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu -visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto -della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi -romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che -Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò -negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno -1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il -loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non -rinunciava all'eresia[4]. - - [2] _Galvan. Flam. Manip. Flor. c. 264, p. 671, E. t. XI. -- Ann. - Mediol. c. 5, t. XVI, p. 644. -- Corio p. II, p. 97. b._ -- Potrebbe - darsi che questi tre storici si fossero copiati l'un l'altro, non - essendo contemporanei. Nella lettera in cui Federico parla di questa - ribellione al re di Castiglia, non accusa il papa. _Petri de Vineis - l. III, c. 26, p. 439._ - - [3] _Chron. Richardi de s. Germano, p. 1034._ - - [4] _Raynald. An. Eccles. ad an. 1231, § 22, p. 379._ - -(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di -Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul -cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania -onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi -dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non -favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad -Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i -principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide -costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del -padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato -decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui -istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione, -ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa -perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico -d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7]. - - [5] _Raynal. Annal. Eccles. ad annum 1235, § 9, p. 423. -- Vita - anonim. Gregorii IX, p. 581, t. III Rer. Ital._ - - [6] _Richardi de s. Germano Chronic. p. 1036. -- Giannone l. XVII, c. - I, p. 552 e 553._ - - [7] Federico scrisse al clero di Sicilia deplorando la morte di suo - figliuolo, e raccomandandolo alle loro preghiere. «Per acerbo che - sia il dolore, egli dice, cagionato ai padri dalle trasgressioni dei - figliuoli, punto non iscema quello ancora più acerbo, che fa provare - la natura, allorchè si perdono.» _Petri de Vineis Epist. l. IV, c. - I, p. 543._ - -Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto -del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche -avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano -prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un -altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da -Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III, -cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo -i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio, -furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e -forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare -la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i -delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta, -meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della -tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti. - -Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella -Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere -estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle -falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il -mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava -voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato -Ezelino il _monaco_[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le -opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono -contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III -cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico, -investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico -accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale -sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori -diritti al favore dell'imperatore[9]. - - [8] _Rolandini de factis in March. Tarvis. l. II, c. 6, p. 186._ - - [9] Riferito da Gerardo Maurizio, che l'aveva ottenuto egli - medesimo, _p. 35_. - -Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di -Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il -suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi -del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di -Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi -cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a -rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino -ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era -governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la -nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo -favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i -loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col -favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio, -capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino, -affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del -popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza -del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse -abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione. -Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città -guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito -ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino, -giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12]. - - [10] _Rolandini l. III, c. 8, p. 205._ - - [11] _Vita Com. Ricciard. de s. Bonifacio p. 125. -- Parisius de - Cereto Chronic. Veronense p. 624._ - - [12] _Chron. Veronens. p. 628._ - -Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già -dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di -Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda; -per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione: -cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città -del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente -nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e -Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san -Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega, -avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto -importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e -di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta -influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la -costanza dei cittadini. - -Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben -costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile -costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero -sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le -assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico, -forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare -l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando -a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora -quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano -l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi -nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di -sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle -leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più -di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza -straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra -gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni -del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce -giammai. - -Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali, -d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario -i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può -bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad -essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad -altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i -nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli -schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per -abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità. - -Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della -Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era -fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era -proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente -dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore -colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata -alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero -credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse -in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie, -i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate, -riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone, -quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che -ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche -signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli -altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che -per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più -potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la -debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante -sacrificio del pubblico al privato interesse. - - [13] Ne sia prova l'avvilimento e la venalità di Roberto Maurisio, - un nobile di second'ordine addetto ad Ezelino. Si mostra tale in - tutta la storia ch'egli scrisse, e più chiaramente a _pag. 45_. - -Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia -per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre -mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito -de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le -truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando. -Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia, -che pose a fuoco ed a sangue. - -La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della -Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della -lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san -Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche, -riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto -Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due -comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto -di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito -Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con -tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città -prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15]. -I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati -ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono -atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza -distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad -Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le -strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette -allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in -seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici. - - [14] _Rolandini l. III, c. 9, p. 207._ - - [15] _Gerardus Maurisius, p. 44 e 45. -- Ant. Godius Civ. Vicent. p. - 82. -- Mon. Patav. p. 675. -- Rolandin. p. 207._ - -(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna -ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico, -duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino, -il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal -monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le -redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in -pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII, -marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del -comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior -parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente -addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per -provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad -avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici -della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così -difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese -loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini. -Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della -patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria -autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo -storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando -Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di -presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini -del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro -fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo. - - [16] _Roland, l. III, c. II, p. 209._ - -La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il -quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata -dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei -venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città -italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi. -Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti, -l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua -vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i -Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace -coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che -custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino -Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo -Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche -questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini -ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune, -s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo -in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che -le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza -taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni, -purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata -capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso -alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e -gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè -questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che -allora si erano a lui sottomessi. - - [17] _Rolandini l. III, c. 16, p. 213._ - -Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma -convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle -nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo -volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta -modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle -comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui -subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova, -Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino, -prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento -Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran -guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui. - - [18] _Rolandinus l. IV, c. I, p. 215._ - -Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi -avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi -rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti -indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero -gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti -soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza -per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle -famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al -partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più -potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore -influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro -amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore, -allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in -pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che -s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non -dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di -Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri -castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi -giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti -sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di -Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero -di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta -ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva -abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul -finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di -Padova altro non erano che un mucchio di rovine. - - [19] _Rolandin. l. IV, c. 3, p. 216._ - -Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che -in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si -conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non -farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo, -non gli si porgesse occasione di prendere le armi. - -Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui -predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica, -trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle -pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di -mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno -gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a -palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il -priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta, -venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo -prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero -ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro -coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero -potuto rovesciare[21]. - - [20] _Rolandin. l. IV, c. 4. p. 218._ -- Può ancora leggersi intorno - allo stabilimento della tirannia Gerardo Maurisio, creatura del - tiranno che termina la sua storia a quest'epoca _p. 47-50_: come - pure Lorenzo de' Monaci, _Ezelinus III, p. 141_; ma questi non fece - che copiare il Rolandino. - - [21] Ezelino III era capo del partito ghibellino, e dichiarato - nemico della corte di Roma, la quale rovesciò sopra di lui e della - sua casa tutti i suoi fulmini perchè il più potente mantenitore dei - diritti dell'impero in Italia: fu bensì di carattere feroce, e che - non guardava troppo minutamente se i mezzi che impiegava per - giugnere a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni parte - così scellerato uomo, quale ci viene rappresentato dallo storico - Rolandino, e da altri scrittori affatto ligi alla parte guelfa. - Siccome il nostro autore non ebbe forse sott'occhio l'accurata - storia che della famiglia degli Ezelini da Romano pubblicò, - corredata di rari documenti, il sig. abate Verci, non dispiacerà a - chi legge la presente opera di vedere accennate le ragioni che ci - devono rendere circospetti nel prestar fede agli storici guelfi. - - Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni - avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate - da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità - dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i - vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno - 1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità - secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si - rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per - rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza - farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire - contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue - virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua - crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi: - _Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias - quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et - crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470._ «Del rimanente, fu - Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile, - mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile - e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più - arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue - azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere - che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro - Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono - il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero. - - E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni - Basilio lo dice: _peritissimus rei militaris fuit, et virtute et - prudentia singulari._ Il Bologni: _Ezelinus innumerabilia quoque - virtutis exempla praestitit_; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua - storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà - di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione - dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e - valoroso principe.» - - Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico - Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli _t. X, p. 179_ rivendicarono - dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici; - dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel _l. VI_ della - storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti - apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa - di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino - all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando - esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di - lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che - prima non era. - - Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti - dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i - nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo - storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando - il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta, - furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo - che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza - decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro - Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e - figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente - ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la - consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica - se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. _N. d. T._ - -Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città -costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo -di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far -fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in -agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e -fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che -aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la -sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il -conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si -sottomisero[22]. - - [22] _Roland, l. IV, c. 4 p. 218. -- Ricciardi Comitis sancti - Bonifacii vita, p. 130._ - -L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici -giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore -importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del -suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi -cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati -presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude; -perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in -tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino -a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i -quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe -fino all'aprirsi della nuova stagione. - -I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie -sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno: -onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando -il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo -stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla -loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de' -Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente -dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' _forti_, -cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua -posizione finchè venne la notte a separare i combattenti. - -Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non -poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che -Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa -il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque -rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima -attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così -avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata -la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi -medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i -carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte. -Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il -Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a -Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò -al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state -conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23]. -Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al -1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24]. - - [23] _Petri de Vineis Epist. l. II, c. I. p. 250._ - - [24] _Murat. Antiqu. Med. Aev. Diss. XXVI, t. II, p. 491._ - -Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè -giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio -della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono -contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi -furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero -sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della -Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne' -suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece -curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve -tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto -di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il -popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in -compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così -nobile famiglia[25]. - - [25] Intorno a questa parte della storia di Milano, e della lega - lombarda ho consultati: _Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 269, 270. - p. 673. -- Annal. Mediol. t. XVI, c. 8. p. 645. -- Jacob. Malvecius - Chron. Brixian. c. 125. p. 909._ Questi è breve e poco - soddisfacente. -- _Chron. Parm. t. IX, p. 767. -- Monach. Patav. - Chronic. t. VIII, p. 677._ -- Nulla trovasi nel _Chron. Placent._ - benchè la città di Piacenza avesse molta parte in questa guerra _t. - XVI, p. 593_. -- _Campi Cremona Fedele, l. II, p. 52. -- Corio, delle - historie di Milano p. II, p. 98. -- Conte Giulini, memorie della - città e campagna di Milano t. VII, l. L, LII, p. 515.-525._ - -Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai -Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in -tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne -contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e -podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico -con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in -diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La -repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa -crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo -innanzi erasi rifiutata di prender parte. - -(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non -rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che, -quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato -di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza -de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua -ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si -staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti -ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona, -Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la -federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano, -Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene -dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che -si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro -cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in -mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia. - - [26] Enumerando queste città convien dire che l'autore risguardasse - alla presente condizione di Tortona, Alessandria, Asti ec., perchè - altrimenti non potrebbero dirsi piemontesi. _N. d. T._ - -I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani. -Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia -d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato -in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro -Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il -quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori -prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà. -L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le -macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai -più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra -lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto -che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul -cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo -quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende -interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto -d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici -coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti -loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle -storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero -parte, o furono testimonj delle cose colà accadute. - - [27] _Jacobus Malvecius in Chron. Distinct. VII, c. 128. t. XIV. p. - 911._ - -In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente, -e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne -approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi, -risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa -prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del -partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò -loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e -Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della -lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da -Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a -quella repubblica. - -Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed -il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più -potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le -sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si -trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai -che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero. -Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte -dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo -riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del -marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato -progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua -confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva -dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese, -i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la -partenza dell'imperatore. - -(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della -divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in -pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che -questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli -medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove -stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto -conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle -Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per -testo del sermone due versi d'Ovidio: - - _Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;_ - _Quæ venit indigne poena, dolenda venit._ - -Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di -cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo -all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la -sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo -fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma -chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del -pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la -scomunica, si studiò di provarne la falsità. - -Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed -incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma -suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e -perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le -mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre -e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28]. - - [28] La bolla di scomunica viene riportata ed illustrata negli _Ann. - Eccl. Raynaldi 1239, p. 475_. - -Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal -giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati -dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul -cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due -principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di -san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi -di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo -figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più -pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione -de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito -dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso, -vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso -imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da -Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a -Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre -l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo -seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro -che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a -traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29]. -Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono -i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le -porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a -nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte -della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este -ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale, -credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare -impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare -sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme -o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava -attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati -perirono in un solo giorno nel prato _della valle_ di Padova[30]. - - [29] _Rolandini l. IV, c. 13, p. 229._ - - [30] In settembre del 1259. _Rolandini l. IV, c. 15, p. 232._ - -Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di -Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di -dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio. -L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello -scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in -Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed -ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se -prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della -partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato -della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla, -un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo -lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e -forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi -stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma. - - [31] _Ibid. c. 13. p. 229._ - -Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera -libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti -gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia -incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava -troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre -le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue -nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale -delle fresche discordie. - -Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di -Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le -sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i -Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache -di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde. -I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti -al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura; -lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo -alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare -queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle -supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la -successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più -oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi -accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e -perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco -un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa -pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno -1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che -avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de' -suoi cugini[32]. - - [32] _Raynaldi an. 1206. § 36. p. 149._ - -Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del -papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di -comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa -famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune -galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai -piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e -ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In -tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto -morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di -Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli -riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi -interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III, -e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che -rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa -sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio -egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di -Pisa[34]. - - [33] _Anno 1218._ - - [34] Nel 1237. - -Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole -alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca -furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il -casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e -perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo -le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a -quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di -Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due -fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed -i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e -si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la -pace. - -In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare -la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali, -dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti -che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza -che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in -Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il -comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro -i Milanesi[37]. - - [35] Gl'Italiani chiamarono questo principe _Enrico._ Probabilmente - il suo nome era _Hause_ o sia _Giovanni._ - - [36] _Flaminio del Borgo, dissert. IV, dell'istoria Pisana p. - 178-185._ - - [37] Parte di questo diploma viene riferito da Giorgio Giulini: - _Memorie della campagna di Milano l. LII, t. VII, p. 529._ - -Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per -formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani, -tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio -della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le -quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore; -ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e -Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la -causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo -dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e -dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo -palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie -alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo -passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa. -Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua -lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e -riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e -di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la -crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non -erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la -dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed -in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza -formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico. -Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia; -ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che -condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di -odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa. - - [38] Pare che allora il papa soggiornasse nel palazzo di Laterano, - lontano più di tre miglia dal Vaticano. - -I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di -Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato, -assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del -partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo -difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza, -e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città -di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di -partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come -a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese -d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara -trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana -formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e -dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come -una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si -dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni -tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo. - - [39] _Rolandini, l. V, c. I. p. 233. -- Chronicon. parva Ferrariens - t. VIII, p. 484._ - -Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di -lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della -Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli -occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san -Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al -quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La -sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio -di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde -apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi -partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero -un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto -quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i -sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio -che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a -rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra -contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi -partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era -sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le -strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad -istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si -difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in -sul cominciare di primavera. - -(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi -eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del -papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di -ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere. -La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata -nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle -frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che -gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà -conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e -dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che -andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in -marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano, -ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta -coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e -ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica -di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per -verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa -e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva -promessa la sua assistenza. - - [40] _Continuatio Caffari Annal. Genuensium Barthol. Scribae l. VI. - p. 485_, e seguenti. - -In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal -partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza, -ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello, -portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti -armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono -in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il -conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi, -come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo. -La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il -giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che, -quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La -battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la -più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a -fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila -Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi -furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel -capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar -loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il -bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si -divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41]. - - [41] _Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509. -- Caval. Flaminio del Borgo, - dissert. IV, p. 206_, con molte scritture originali. -- _Barthol. - Scribae contin. Caffari Annal. Genuens. l. VI, p. 485. -- Cronache di - Pisa di B. Marangoni. Supp. ad Scrip. Rer. Ital. t. I, p. 499. -- - Petri de Vineis Epistolae l. I, cap. 8. p. 115. -- Ricordano - Malespini istor. Fiorentina cap. 128. p. 962. -- Paolo Tronci Annali - Pisani p. 190._ - -La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un -manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che -non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono -subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si -avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa -sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente -la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli -scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a -vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di -Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri -fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova -risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che, -messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi -vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo -vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in -terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non -abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].» - - [42] La lettera viene riportata per disteso dal Raynaldo all'anno - 1241. § 60 e 63. È scritta in nome di Guglielmo Sordo podestà, e del - consiglio e comune genovese. - -Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a -suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro -infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo -territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato -nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva -col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna, -Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli, -Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti -travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la -fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43]. - - [43] Una vita di questo pontefice fu scritta da un anonimo, e - conservata tra quelle del cardinale di Arragona. _Scrip. Ital. t. - III, p. 575._ Ma questa vita è dettata con tanto fiele contro - Federico, e con un così affettato stile, che riesce penoso il - leggerla, difficile il darle fede. - -(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due -anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento -dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato -Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni -all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi -cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e -non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E -perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei -suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per -impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo -così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il -mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno -verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li -avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro -sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo, -l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano -alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non -ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro, -figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione -indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del -conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo -di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle -negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza -effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla -Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese -ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare -dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda, -la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle -dissensioni di cui aveva in se medesima i semi. - - [44] _Raynald. 1241. § 85. p. 514. e 1242. § 1. p. 515. -- Matteus - Parisius hist. Angliae, an. 1242. p. 518._ - - [45] Questa lettera trovasi nella raccolta di quelle di Pietro delle - Vigne, _l. I, c. 17. p. 138._ ed in _Raynaldus ad ann. 1242, § 2, p. - 515_. - -La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella -loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri. -Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a -suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di -san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari. -Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia -doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la -perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che -tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili -di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il -favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per -altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di -darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare -affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si -manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere -l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un -omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici -soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta -contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di -un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica -andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da -qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le -fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini -le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne -usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che -diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di -eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina, -che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata -milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per -tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non -rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua -causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia. - - [46] Dietro il peso della moneta milanese, di cui devo la notizia - alla gentilezza del conte Luigi Castiglione; io valuto la lira di - terzuoli di quel tempo a quindici franchi tornesi, ossia sette lire - e dodici soldi a lir. 114 di Francia. - - [47] La casa della Torre di Milano pretende essere un ramo di quella - di _Latour d'Auvergne_. Ma i suoi genealogisti non si appagarono di - tale origine. Gli annali di Milano fanno rimontare i Della Torre ai - tempi di sant'Ambrogio, _c. 12. p. 649_. Il Corio li fa discendere - da un bastardo di Ettore, chiamato Franco, _p. II, p. 100_. - Finalmente un monaco che non voleva essere soverchiato, ascende in - retta linea da Pagano fino ad Adamo. _Presso il Giulini, p. 544._ - -Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo -straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de' -Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli -storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena -facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato, -siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48]. -Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj -dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di -fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne -in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere. - - [48] _Ann. Mediol. Anonimi, c. 11-13, t. XVI, p. 649. -- Galvaneus - Flamma Manip. Flor. c. 273-275, t. XI, p. 677 -- Conte Giulini - Memorie t. VII, l. LII, p. 542-555. -- Corio storia di Milano, p. II, - p. 100-102._ - -Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le -une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la -Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli -vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i -Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga, -d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente -che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola -guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste -contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di -Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di -Novara. - -(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò -a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de' -conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome -d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne' -pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli -storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a -tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito -ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della -sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono -pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla -loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta -potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai -suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de' -cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più -crudele nemico[50].» - - [49] Il 24 giugno. - - [50] _Ricordano Malespini istorie fiorentine, c. 132, p. 964. -- - Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 276, p. 680. -- Raynaldus ad an. 1243, - § 12, p. 525. -- Flaminio del Borgo nella dissertazione IV, p. 239_, - confuta questo racconto colle più deboli ragioni del mondo. - -Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece -ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo -pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono -pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata -composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo -gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine -teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia, -concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina. -Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione, -proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del -Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo -figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi -desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli -domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico -accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le -terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede -desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che -predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente -potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo -ch'erasi di fresco ammutinato[52]. - - [51] _Nicolai de Curbio, postea Episcopi Assisinatensis vita - Innocenti IV, Script. Rer. Ital. t. III, c. 11. p. 592._ - - [52] A quest'epoca Riccardo di san Germano termina la sua storia. - Questo scrittore coetaneo indica mese per mese colla più scrupolosa - esattezza e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno delle - due Sicilie. La sua lettura non arreca molto piacere, ma istruisce - assai; ed io mi sono più volte doluto che le repubbliche lombarde - non abbiano prodotto in questo secolo alcuno scrittore del suo - merito. - -(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno, -e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò -vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai -partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi -durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per -terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva -essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva -avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere -liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il -papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar -tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in -Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si -presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora -duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo -territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le -fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali -diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non -vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre -d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle -città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il -giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare -l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè -aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate -francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua -patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di -ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita -Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo -vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno -giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate -trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia -della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo -aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti -per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso; -quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta -considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo. - - [53] Il trattato viene riferito da Matteo Paris. _Historia Angliæ ad - ann. 1244, p. 554_, e da Oderico Raynaldo: _ad an. 1244, § 24-29, p. - 530._ - -Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del -Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta -soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era -apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il -podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto -conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia -che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello -stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati -francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio. -Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente -anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle -dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si -trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad -alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo -vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del -Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque -giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante -in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere -erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della -gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54]. - - [54] _Mathæus Parisius hist. Angliæ ad an. 1244, p. 560_, e presso - _Raynaldi_. -- _Nicolaus de Curbio § 13 e 14, p. 592 v. in vita - Innocentii IV._ Nicola di Curbio era confessore e cappellano del - papa, e lo accompagnò nella sua fuga. -- _Barthol. Scriba an. - Genuens. l. VI, p. 504. -- Flaminio del Borgo diss. dell'istoria - Pisana p. 242 e seg._ Questo scrittore, producendo manoscritti fin - allora sconosciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pietro - delle Vigne, sparse molta luce e rese interessantissimo questo - tratto di storia. - -Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a -Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva -mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia -s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il -vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita -dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di -corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si -fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano -travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono -catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non -aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe -quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che -aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi -colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si -sottrasse colla fuga a tale affronto. - - [55] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10. p. 273._ - -Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il -papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che -presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva -scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san -Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio -ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la -Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio -della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza -che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata -contro l'imperatore da Gregorio IX. - - [56] Lettere di convocazione presso _Raynald. Ann. Eccles, 1245, § - 1, p. 535_. - -Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni -d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta; -ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno -del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto -dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini -non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari -Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria. -L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della -China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta -l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli -stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a -fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero -latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla -sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per -sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori -per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali, -malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la -difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore -non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo -zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le -medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo -dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori -apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna -salute. - - [57] Zengis regnò dal 1206 fino al 1227. L'anno 1235 un generale di - suo figlio intraprese la conquista del Nord. Veggasi _Gibbon c. - LXIV, vol. XI, p. 214._ - - [58] La perdita di Gerusalemme può in gran parte attribuirsi al - papa, che aveva sommosso questo regno contro Federico e suo figlio, - investendone Enrico di Cipro; lo che aveva cagionata una guerra - civile in uno stato di già troppo debole per difendersi. _Raynald. - ad. ann. 1246, § 52. p. 563._ - -Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare -le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le -disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia, -d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti -a Nocera. - -Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne, -eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese. -Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così -luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo, -tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a' -suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa, -escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non -altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le -armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo -Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e -quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così -belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di -Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere -mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi -inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo -costume, alle promesse[59]. - - [59] _Matteus Parisius hist. Angliæ; ad annum p. 580. -- Raynald. ad - ann. § 27 e 28. p. 540. -- Giannone istoria civile del regno, l. - XVII, c. 3. § 1. p. 578._ - -Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio. -Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico, -e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al -rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad -una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello -stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò -ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano -caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome -dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al -concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a -giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato -a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea. -Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò -la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli -ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici -giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del -pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato -dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal -viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di -luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse. -Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che -qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo -numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi -assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa -non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e -più numeroso concilio. - -Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e -del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva -preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di -Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura -della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega -dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente -all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche -pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i -costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che, -quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo; -noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole: -_tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo_; noi -abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio -intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e -di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità -Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo -facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi -peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e -dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza. -Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà, -sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento, -vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica -autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in -qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno -soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono _ipso facto_ nella -scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore, -eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno -di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali, -nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].» - - [60] Dato a Lione il 16 delle calende d'agosto, l'anno III - d'Innocenzo IV. - -Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una -candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per -ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: _questo è il -giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura!_ ed -uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua -deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo -circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo; -mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si -rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue -corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi -minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli -attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io -non la perderò senza spargimento di sangue[61].» - - [61] _Math. Paris ad an. p. 586_ e seguenti; e presso _Raynald. - annal. 1245, § 58, p. 545_. - - - - -CAPITOLO XVII. - - _Ultimi anni del regno di Federico II. -- Assedio di Parma. -- - Rivoluzioni in Toscana. -- Tirannia d'Ezelino._ - -1245=1250. - - -La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i -principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di -questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa -tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva -cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non -riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale. -Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze -del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura -che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e -raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro -prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella -Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento -delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla -superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati, -giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione -tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico -favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro -la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi -figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La -maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato -qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da -Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà -delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e -tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le -sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore. -Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de' -papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che -questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando -tutto lo stato loro sopra un diritto contestato. - - [62] _Math. Paris Hist. Angliae ad an. 1245, p. 586. Edit. Londin. - fol. 1684._ - - [63] Riccardo di san Germano, Nicola di Jamsilla, Corrado Abate - d'Ursperg, Nicola Speciale, Bartolomeo di Neocastro, Gherardo - Maurisio, l'autore della cronaca di Ferrara, ec. - -Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi -della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde -imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e -necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i -diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma -la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza -distruggere l'indipendenza dei papi. - -La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi -principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò -ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più -importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle -completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia -ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il -loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori. -Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del -vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità -di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi -erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza, -che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto -praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo, -erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de' -pontefici. - -Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu -quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione; -imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive -contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella -austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi -prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere -opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di -partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche -indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi -monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima -virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini -della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a -riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a -danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle -imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli -all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte -guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che -fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno -un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie -nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella -del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la -città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non -potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si -ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo, -legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto -la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito -ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa, -vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei -Lupicini[65]. - - [64] _Chron. Parmen, Scrip. Ital. t. IX, p. 769._ - - [65] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 1114. -- Annales veteres - Mutinens. t. XI, p. 62._ - -Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città -lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà, -cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai -quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà -ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro -diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed -aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi -in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della -libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che -sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo -Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa -se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco -procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come -potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro -comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce, -che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza -de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire -a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].» - - [66] Lettera d'Innocenzo IV scritta da Lione il 6 delle calende di - maggio, an. 3. _Apud Raynald. an. 1246, § 11-13, p. 555._ - -Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa -lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della -causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma -quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse -effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono -certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla; -riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi -amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli -del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della -Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori -per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva, -dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati, -nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la -sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la -sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice -Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a -Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del -Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri -s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi -dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato -da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati -a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe -della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento -a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse -fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi -parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo -di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di -dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai -immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima -di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa -Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel -concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od -a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da -persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli -altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68]. - - [67] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo t. VII, p. 1073._ - - [68] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10, p. 278._ - -Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro, -del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che -quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o -che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si -andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni -degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza -di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di -pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69] - - [69] _Matt. Paris Hist. Angl. ad an. 1249, p. 662._ - -Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo -studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di -andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi -talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia. -Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di -meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella -prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e -partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una -maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e -dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e -persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i -giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle -scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la -pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de' -talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi -consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per -rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo -incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova -contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva -più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di -trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima -occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione, -conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese -caldamente il suo sovrano[70]. - - [70] Pietro delle Vigne conobbe i prelati adunati nel concilio di - Lione affatto ligi al papa, e non voleva trattare innanzi a loro la - causa di Federico contro il papa che presedeva e dirigeva tutte le - risoluzioni conciliari. Se ne accorse, ma troppo tardi anche lo - Suessa, e fece un'inutile protesta. Pietro delle Vigne è uno di que' - grandi Italiani che hanno maggior diritto ad essere posti nel novero - de' più illustri italiani. _N. d. T._ - -Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera -confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante -occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne -troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71]. -È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più -quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che -soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa; -oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per -farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come -racconta il fatto Matteo Paris. - -[71] _Petri de Vineis Epistolæ l. III, c. 2, p. 391._ -- Benvenuto da -Imola parlando di altre lettere nelle quali Pietro si chiama colpevole, -dice che queste sono false. _Excerpta in Comoed. Dantis ap. Murat. -Antiq. Ital. t. I, p. 1051._ - - [72] Il racconto di Matteo Paris distruggerebbe, se fosse vero, la - supposizione del nostro autore. Se da tre anni Pietro non godeva più - dell'intera confidenza del principe, come sarebbe stato scelto, per - presentargli, unitamente al medico, la bevanda avvelenata? Per - imputargli quest'orribile attentato conviene supporlo nell'intima - confidenza di Federico. Ma conviene di più dare a Pietro delle Vigne - carattere, opinioni, inclinazioni affatto diverse da quelle - costantemente seguite in tutto il corso della gloriosa sua vita - politica; lo che non deve supporsi col solo appoggio di memorie - tanto incerte ed oscure. _N. d. T._ - -Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico -ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda -avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca, -disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro, -turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto -alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico, -rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice, -ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare -e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto -si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena -capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto, -l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che -Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il -muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi -istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli -circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non -bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi -de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo -decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della -calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire: -_Canto XIII, vers. 70_: - - «L'animo mio, per disdegnoso gusto, - «Credendo, col morir, fuggir disdegno, - «Ingiusto fece me contro me giusto.» - - [73] _Math. Paris p. 662._ L'istoria di Pietro delle Vigne è assai - oscura, e piena di contraddizioni. Nè io intendo parlare solamente - delle favole narrate da Tritemio nel suo Chronic. _Hirsang. ad ann. - 1229_; e ripetute da altri molti; ma ancora de' moderni scrittori e - de' più acuti critici. Mi sono più che d'ogni altro valso della - _Storia della letteratura italiana del Tiraboschi p. IV, l. I, c. 2, - p. 5-14, 16-30_, da cui per altro mi sono talvolta allontanato per - seguire gli autori originali, che ho pure voluto consultare; quali - sono, _Ricordano Malespini Stor. Fior. c. 131, p. 964. -- Giovanni - Villani Istorie l. VI, c. 22, p. 169. -- F. Franc. Pipini Chron. t. - IX, c. 39, p. 660. -- Benvenuto da Imola Comment. Antich. Ital. t. I, - p. 1051. -- Giannon. Istoria Civile l. XVII, c. 3, § 2, p. 584. -- - Flamin. Del Borgo Dissert. dell'Istoria pisana l. IV, § 2, p. 257._ - Questi riporta un MS. dell'ospitale di Pisa, stando al quale Pietro - delle Vigne sarebbe morto in Pisa, nella chiesa di sant'Andrea. - -Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo, -non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per -rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava -stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per -attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del -processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe -ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere -l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri -d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi -tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico, -langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re -Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter -fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza -di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della -Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto -inutilmente. - - [74] _Petri de Vineis Epistolæ l. I, c. 1, p. 87; e c. 3, p. 98._ - Senza decidere se queste lettere siano o no scritte da Pietro delle - Vigne, osserverò soltanto che tutte le lettere di Federico scritte - anche dopo la morte del suo segretario furono comprese in questa - raccolta. - -(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue -calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta -notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di -Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente -anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino -atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del -suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe -ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi -sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si -apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così -sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle -del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale -offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra -condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse. -Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne -fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più -essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed -avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza -moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede -fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva -dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del -monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse -personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire -ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio, -attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando -il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare -le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i -parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già -osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i -Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto -uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali, -all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati -alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano -pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni -frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando -credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247, -tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo -da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa, -podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il -quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per -attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che -segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato -avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto -de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di -Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini, -salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i -capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla -Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma. -Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e -dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati. - - [75] _Bartholomæi Scribæ, continuat. Caffari Ann. Genuens. l. VI, - an. 1248, t. VI, p. 515. -- Raynaldi Ann. Eccl. an. 1246, § 24, p. - 558. -- Id. an. 1249, § 14, p. 592. -- Math. Paris. Hist. Angl. an. - 1249, p. 665._ - - [76] Lettera dei papa del 10 giugno an. 3 presso il Raynaldi - all'anno 1246, § 20, _p. 557_. - - [77] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. p. 511._ - -Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi -allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso -della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a -grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i -ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso -avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il -pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non -cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani -delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio -sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla -città[78]. - - [78] _Chron. Parmense, t. IX, p. 770._ - -La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline -dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino, -Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè -Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con -Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di -una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di -Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al -terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata -abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di -provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del -papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di -Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili -strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san -Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in -pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i -Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso -della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare -in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi -in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di -modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della -città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte -occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di -nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire -alla conosciuta debolezza delle antiche mura. - -Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati, -ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo -l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti -nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena, -ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani -parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati -de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono -mandati carichi di catene al campo imperiale[79]. - - [79] _Chron. Parmense, p. 771._ - -Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano -arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva -seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i -Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di -Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze -ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la -campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la -città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da -Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda -settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di -questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i -quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale -oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio -parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande -de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non -trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini -cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo -prezzo. - -Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati -con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a -due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due -gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando -in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe -morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter -suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva -dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più -rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia -di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non -consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte -spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono -colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza, -talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico. -Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri -prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i -soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo -supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo -venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul -campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò -placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così -odiose esecuzioni[80]. - - [80] _Chron. Parmense, p. 772._ - -Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe -così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi -dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più -tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il -nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma, -pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a -duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece -circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra -difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto -_naviglio_, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso -per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari -tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i -materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81]. - - [81] _Chron. Parmense, p. 773._ - -Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo -figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara -allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala -rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte -custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma -nella città. - -(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per -cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di -muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno, -indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro -case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi -Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di -Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e -l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni -cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel -Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico -innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai -distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di -battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori -il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di -molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova -città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra. -Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro -strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle -rive del Taro[82]. - - [82] L'assedio di Parma viene circostanziatamente descritto nella - Cronica parmigiana _t. IX, p. 770 e seguenti_ -- Vedasi inoltre - _Rolandini l. V, c. 21, p. 248. -- Chron. Veronense t. VIII, p. 634. - -- Monachi Patav. Chron. p. 683. -- Chronic. Placent. t. XVI, p. 464. - -- Memoriale potestat. Regiens. t. VIII, p. 1115. -- Nicolai de Curbio - Vita Innocent. IV, § 26, p. 592. -- Ghirardacci Storia di Bologna l. - VI, p. 169._ - -Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo -Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato -più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito -guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla -dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore, -oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i -buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e -siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio -del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo -nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra -santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma -l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua -vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi -alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie -di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi -feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti -d'_Angoulême_ e di _saint Paul_[83] convennero tra di loro di metter -limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di -proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta -loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già -colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò -sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi -coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi, -usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele -d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa -esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in -Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi -smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò -contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai -regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con -prodigalità tra le loro famiglie. - - [83] _Paris. Historia Angliæ ad an. 1247_, p. 628. -- _Raynaldi Ann. - Eccles. 1247, § 46, p. 574._ - -Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e -desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo -carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di -Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante. -Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia -all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno -delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua -origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno -potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj -trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città -considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle -cariche pubbliche. - -Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino, -Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma -quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il -vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era -affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi -apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la -repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità -del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la -repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano -la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste -frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva -fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i -nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette -_serragli_, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui -chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che -combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate -innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle -quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali -avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano -la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini -difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una -disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo -incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà; -ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei -o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti -nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente -era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini -s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per -decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che -aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti -sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della -patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero -molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse -in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini. - -Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare -maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana -uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il -comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse -alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per -muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro -antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi, -ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma -i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si -unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi -dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi -tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla -medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro -avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi, -finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia -a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle -precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal -modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in -presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte, -secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia, -alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi -difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi -ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e -sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi -o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di -Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo. - - [84] La lettera credenziale di Federico d'Antiochia ai Fiorentini è - posta nel _l. III, c. 9, p. 409_ di quelle di Pietro delle Vigne. - -I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte -le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito, -pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere. -Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85], -tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di _mercato -vecchio_ tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia. -L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de' -Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che -formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte -della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di -far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato -ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione. - - [85] Ricordano Malespini, _c. 137 e 139, p. 967_; quasi copiato _ad - litteram_ da Giovanni Villani nel _l. VI, c. 33 e 35, p. 179_. -- - Mach. St. Fior. -- L'Aret. St. Fior. - -(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini -volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de' -Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo -l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj. -L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo -stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli -assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione. -Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti -prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla -morte, altri alla perdita degli occhi. - -Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione -di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna -con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in -Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il -partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il -cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna -sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo, -il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e -dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di -Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di -maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si -fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del -fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san -Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto -bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse -d'assedio. - -Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento -d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della -inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente -sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e -l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della -Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono -tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu -all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli -de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della -repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86], -perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la -sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai -cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale. - - [86] _Registro nuovo di Bologna, fol. 70 presso Ghirardacci, l. VI, - p. 172._ - -Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo, -Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate -al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed -alla lega di Bologna. - -(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze -alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra -contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio, -figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in -Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque -Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva -specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro -castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di -approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al -marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e -delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava, -rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti. -L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini -d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo -e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal -carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale -Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti -castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al -Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro -nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme -speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le -milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle -altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi -lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il -Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta, -distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di -sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero -in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di -venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone -avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta -tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata -immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo -la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un -movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle -spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il -quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di -riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati -tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e -formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il -pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel -primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della -sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila -Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al -campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed -ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte -sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento -cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione -che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle -successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle -che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de' -progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si -mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente -vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo -ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non -pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in -modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici, -molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna, -tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti -prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che -già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e -cittadini modenesi. - -Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente -un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito -in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al -castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute -dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle -trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la -strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il -principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e -perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque -anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la -gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente -espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto -della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura, -perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal -popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la -libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo -suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni -dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo -alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del -podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla -sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde -temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente -inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88]. - - [87] _Caroli Sigonii Histor. Bonon. Oper. omn. Edit. Palat. Mediol. - 1733, 6 vol. fol. t. III, l. VI, p. 273-283._ Di qui ha preso il - Ghirardacci quasi tutte le particolarità della battaglia. _Sigonii - de Regno Ital. t. II, l. XVIII, p. 999-1005. -- Ghirardacci Storia di - Bologna l. VI, p. 171-178. -- Fra Bartolomeo della Pugliola, Cronica - di Bologna t. XVIII, p. 264. -- Mathæi de Griffonibus Memoriale - Historicum de rebus Bonon. t. XVIII, p. 113. -- Campi Cremona fedele - l. II, p. 57. -- Memor. potest. Regiens. t. VIII, p. 1116. -- - Ricobaldi Ferrar. Hist. Imper. t. IX, p. 131. -- Chron. Fratr. - Francisci Pipini, t. IX, c. 35, p. 657. -- Chr. Parm. t. IX, p. 775. - -- Annal. Veter. Mutin. t. XI, p. 63. -- Chron. Mutin. Johan. de - Bazano t. XV, p. 563. -- Chron. Est. t. XV, p. 312. -- Stor. de' Prin. - Esten. di Gio. Bat. Pigna l. III, p. 216._ - - [88] Abbiamo una lettera di Federico ai Bolognesi colla quale - ricordando le vicende della fortuna, chiede loro suo figlio, e li - minaccia in caso di rifiuto di tutto il suo sdegno. _Petri de Vineis - l. II, c. 34, p. 314._ - -Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il -pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi -giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena, -mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la -città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi -a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della -bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico -scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi -che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero -perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai -guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i -loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con -un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici -contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi -gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui -avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in -mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta -ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire -contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli -assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati, -la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città. - -Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno -difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro -i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre -del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio -generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj -consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti -i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni -giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena -si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a -dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a -soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove -alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di -Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni -(così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de' -loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o -siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli -ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di -Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente -guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i -prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di -taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla -Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e -permettendo la celebrazione dei divini uffici[89]. - - [89] _Ghirardacci Stor. di Bolog. l. VI, p. 176._ Questa è la guerra - che forma l'argomento del poema eroicomico di Alessandro Tassoni, - _la Secchia rapita_. - -Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte -ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che -Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si -disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta -indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed -aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena -aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò -dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti -padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui -delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà -riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel -territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel -periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle -fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si -credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del -castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da -più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso -in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva -che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza -occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo -eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo -guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj. - -Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il -suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario -imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva -scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con -una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un -tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90]. -Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi -delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe -interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi -illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a -scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata -idea di quest'uomo crudele. - - [90] Senza oppormi in generale al racconto dell'autore non devo - tacere che molte terre della Marca Trivigiana ebbero motivo di - lodarsi del breve dominio d'Ezelino. _N. d. T._ - -Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di -Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto -educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo -Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino -contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il -debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che -Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto -pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più -vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo. -Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per -riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i -suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in -modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece -allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi -nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte. -Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida -domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si -trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e -diseccata. - -Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato -indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva -Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze, -e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico, -siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi -in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi -zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa -loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero -sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non -tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di -ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da -lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo -un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in -ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91]. - - [91] _Roland. de factis in March. Tarvis. l. II, c. 9, p. 188; l. V, - c. 2, p. 234, c. 16, p. 245; l. VI, c. 12, ec. p. 262._ - -Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro -esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto -avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato -da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este. -Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed -infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio -imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani -affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara -penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica -piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di -Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite. -Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle -guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e, -rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo -con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti, -prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola -colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più -celebre il proverbio italiano: _Quello che vuol morire è padrone della -vita del tiranno_[93]. - - [92] _Ib. l. V, c. 9, p. 239._ - - [93] _Roland. l. V, c. 20, p. 248. -- Monachus. Patav. in Chron. p. - 682._ - -La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la -testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le -loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici -d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce: -accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si -allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni -strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che -rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo -agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana -natura[94]. - - [94] _Roland. l. V, c. 9, p. 239._ - -Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino, -ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di -Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni -paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una -grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero -veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di -quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle -prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in -quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi -penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle -tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso -per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato, -in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il -ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da -quel luogo»[95]. - - [95] _Roland. l. V, c. 10, p. 240._ - -Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini -vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue -crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni -podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de' -castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli. -Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua -residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de' -suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un -apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad -Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo -autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi -dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli, -furono tutti imprigionati. - - [96] - - _Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ_ - _Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet._ - _Incipiunt de rege queri, quia sanius esset_ - _Milvi bella pati, quam sine marte mori._ - -Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai -compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e -potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di -fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di -san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in -Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo -la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella -famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un -suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati -gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e -dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo -padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si -ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed -il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano -verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove -furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la -morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta -la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia -parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione, -com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto -temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido -e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97] - - [97] _Roland. l. VI, c. 2, p. 254; e c. 9, p. 261._ - -Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata -la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare -l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la -collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche -riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249 -nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in -Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie, -Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti, -onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso -a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera -l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento -di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola -di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a -far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di -fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99]. -Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo -stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di -san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico, -liberarono il papa da ulteriori istanze. - - [98] _Petri de Vineis l. III, epist. 22, 23, 24, p. 431 e seguenti._ - - [99] _Math. Paris. Hist. Angl. ad ann. 1249, p. 663._ - -Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per -quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a -Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al -sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età -sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani, -cinquantadue re delle due Sicilie. - -Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere -di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore -accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo -spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore -de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin -qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero -due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni -Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla, -napoletano, uno de' più caldi Ghibellini. - -«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare, -savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, -seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco -e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e -savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise, -e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i -delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non -facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione, -perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100]. - - [100] _Giovanni Villani Istor. l. VI, c. 1, p. 155._ - -«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la -somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue -azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di -giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi -stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie -un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per -le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del -mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali -assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il -mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque -condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio -della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj -letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un -libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la -rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire -contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso -ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare -contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la -giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla -clemenza»[101][102]. - - [101] _Nicolai de Jamsilla, Historia Conradi et Manfredi, in - proemio, t. VIII, p. 495._ - - [102] È cosa veramente singolare che questo così illustre Italiano, - ed il suo intimo confidente Pietro delle Vigne non abbiano avuto - luogo tra i sessanta uomini più illustri della nostra Italia; anzi - non siasi pur sospettato da chi ne fece la scelta, che potessero - aspirare a tanto onore; tale è la forza che anche in questa nostra - filosofica età conservano le opinioni di parte, che diressero la - penna degli storici nemici degl'imperiali. Ma se si vorrà - sottilmente esaminare ciò che a favore delle scienze e delle lettere - operarono Federico II, e Pietro delle Vigne, si troverà che l'Italia - e l'Europa va loro debitrice del rinnovamento degli studj e di - quello spirito filosofico, che a fronte degli sforzi fatti per - comprimerlo, incominciò, dopo tale epoca, a fermentare tra - gl'Italiani. _N. d. T._ - - - - -CAPITOLO XVIII. - - _Innocenzo IV torna in Italia. -- Sue guerre con Corrado e - Manfredi. -- Sua morte. -- Roma sotto il suo pontificato; il - senatore Brancaleone. -- La Toscana: il governo popolare si - stabilisce in Fiorenza._ - -1251=1255. - - -Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità -degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era -però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono -principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni -l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo -d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de' -suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto -scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero -il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo, -entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la -subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli -italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere -tutti i legami che gli univano alla Germania. - - [103] La sola repubblica di Venezia, siccome quella che esisteva - avanti che si rinnovasse l'Impero occidentale, non si volle mai - riconoscere dipendente agl'imperatori francesi o tedeschi. _N. d. - T._ - -La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II -una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non -lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono -staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli -degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio; -come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro -forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal -trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della -Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel -seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che -vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa -de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da -intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti -che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto. - -Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più -separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione -degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia -de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini -e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad -essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi -vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un -popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle -repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto -il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei -destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli -Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o -nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di -rappresentare, quasi tutte le nazioni. - -La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria, -perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo -stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale -scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli, -la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui, -cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la -burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò -l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il -bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto -invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a -prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città -di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese -sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e -tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata -sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà -giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno -imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105]. - - [104] _Innoc. IV, Epist. l. VIII, ep. I, Ap. Raynald. ad ann. 1251, - § 3, p. 604._ - - [105] _Inn. Epist. l. VIII, ep. 148, ib. § 41, p. 612._ - -Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino -alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul -cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova -dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla -presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi -per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza -quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella -che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito -ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di -molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal -pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a -rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di -Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore, -ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa -città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla -parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati -caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate -domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i -Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici, -posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro: -«Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»; -ed ebbe così fine ogni trattato. - - [106] _Caffari Contin. l. VI, Ann. Genuen. p. 518. -- Caval. Flamm. - del Borgo l. V dell'Istoria pisana, § 5, p. 282._ - -Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si -affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de' -Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan -luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di -cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro -capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del -pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si -dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai -loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi, -tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con -Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata. - - [107] _Nicolai de Curbio Vita Innoc. IV, t. III, p. I, § 30, p. 592. - 1. -- Galvan. Flammæ Manip. Flor. § 285, p. 683. -- Corio Stor. di - Milano p. II, p. 109. verso._ - -Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma -se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca, -gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che -n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio -di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre -più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima -di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale -sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi -mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così -dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone -fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono -per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne -ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato -dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle -cerimonie religiose, e detto _baldacchino_. I Milanesi intrattennero il -papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di -nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli -onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali. - -Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per -favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate; -onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune, -un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle -onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a -tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la -repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad -accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa -specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi -risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un -illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno, -dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in -allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato -Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle -concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si -sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e -nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde -incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico -debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del -popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome -autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il -Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle -gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato, -gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno -continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa -erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui -sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a -quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà -ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le -rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci, -detti _umiliati_, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte -ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà -riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la -repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali -castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo. -Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono -affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi -partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese -Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante -ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari -della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo -della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne -però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo -luogotenente un podestà da lui nominato. - - [108] _Giorgio Giulini, Memorie della campagna di Milano, t. VIII, - l. LIII, p. 52._ - - [109] _Conte Giulini, Memorie l. LIV, p. 113. -- Galvan. Fl. Manip. - Flor. § 288, p. 685. -- Corio Istor. di Mil. p. 112 -- Annal. Anon. - Mediol. t. XVI, c. 24 e 26, p. 657._ - -Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non -sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte -guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai -cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo -stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico, -a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del -partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con -Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e -ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa -contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le -alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse -passata nel campo nemico per rinnovare la pugna. - -Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due -opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la -gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la -discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani -dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che -si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di -ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non -eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori -della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini -erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario. -La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia -di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata -determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o -verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero -l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati -partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già -accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a -lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio -secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con -cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o -Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui -alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore, -potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi -in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle -fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più -virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle -forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole -originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare -energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà -sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i -partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di -giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due -podestà religiosa e politica. - -Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia -contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il -tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e -privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango, -la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne -rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de' -popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni -di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani -veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al -grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di -_lealtà_, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe. - -Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può -allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla -giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di -esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il -cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici -della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni -non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra -un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso -convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie, -fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio, -senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle -dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più -suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le -due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare -in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con -energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti -dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa. - - [110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della - religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza - de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la - quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal - chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la - _sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._ - -Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla -fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi -negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a -Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo -addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di -onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di -accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di -divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini. -Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase -alcun tempo. - - [111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p. - 920. -- Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._ - -Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale, -era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva -Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli -legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora -viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico -figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo -testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli. -Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di -una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo -che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È -probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui -sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno -e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico -re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de' -Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il -giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e -Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del -1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per -venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati. - - [112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex - Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII, - c. 6, t. II, p. 617_. - - [113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto - prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._ - -Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca -Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da -Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare -l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la -sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze -per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo -scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a -portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere -veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo -all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata -composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee -metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò -a Siponto nella Capitanata. - - [114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._ - - [115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._ - -Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il -regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era -stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la -sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso -carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche -de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani -dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè -ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia, -nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli; -Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de' -ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che -non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle -marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non -aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto -il suo regno. - - [116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._ - -Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi -acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare -il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun -padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente -facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al -fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che -doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I -conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e -che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato -della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli -co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni -di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que' -gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e -Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non -ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi -a ridurre queste due città. - - [117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._ - -Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva -procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla -solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone -dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio -le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le -due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero -della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse -gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione. - - [118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ -- Dice - Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato - dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte. - _An. 1252, p. 725._ - -Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere -soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze -andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città, -dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico -uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da -una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè, -incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di -capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non -volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i -Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco, -e spianare le mura della città[119]. - - [119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. -- Sabas. Malaspina Hist. - Sicula l. I, c. 3, p. 789. -- Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c. - I, t. XIII, p. 1016._ - -La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di -soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e -conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così -vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma -tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo -della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per -diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa -politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou, -ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli. - - [120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. -- - Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._ - -Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi -predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi -diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo -di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora -l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva -sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva -rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò -Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la -corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello -d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le -guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte -militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere -una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo -ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso -conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai -montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete -speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie, -aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio -della Sicilia. - - [121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p. - 761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia - coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo, - ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le - sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di - ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia. - -Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa, -e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla -necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata -delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul -parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima -moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado -alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a -dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì -repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj -del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono -apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto -fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali -d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III -stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al -fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo, -conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto -sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle -istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua -sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi -tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori -esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa, -ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli -avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi -dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della -Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla -morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno, -fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che -lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare -in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca -di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in -fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo -raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso -principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il -marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo -avevano in grandissima stima. - - [122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ -- Lettera di Corrado _in - additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_. - - [123] _Ibid. p. 767._ - - [124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._ - - [125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_; - lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano - d'Oenburgo. - -La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo, -dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie -di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo -primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo -padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane -Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non -sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa, -accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità. -Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla -corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il -dispiacere avutone[130]. - - [126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._ - - [127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._ - - [128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._ - - [129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._ - - [130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2, - p. 631. -- Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore - coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. -- Nicol. de - Jamsilla p. 507. -- Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._ - -Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado, -tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per -raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado, -rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto -commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua -eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi -interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di -Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere -nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni -pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e -rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere, -avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in -appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato, -poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe -accordargli[131]. - - [131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._ - -Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche -guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti -del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo -conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi -partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro -quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi. -Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano -Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La -sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui -avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il -primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di -dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si -erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le -redini del travagliato governo. - -Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a -mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma -riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto -turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a -condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di -Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che -passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in -ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde -moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso -ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso -e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai -vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non -poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti, -che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che -accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di -aspettare salute dagli avvenimenti. - -Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua -dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale -protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva -espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice; -e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo -stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle -sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote, -e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e -devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto -al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del -papa mentre passava il Garigliano[132]. - - [132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. -- Diurnali di Matteo Spinelli p. - 1073._ - -Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da -tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del -regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino, -i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi -premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I -Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi, -incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i -baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le -fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo -allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava -questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva -a Borello d'Anglone suo nemico. - -Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una -grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore -verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del -principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi -beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo -postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere -possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a -Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta -reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e -partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il -suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che -l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti -ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il -volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da -credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che, -quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo -avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a -presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora -lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un -salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa -fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo. -Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto -parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui -lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua -condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo -contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non -erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di -Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi -sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda -dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa, -sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato -all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte. - -Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di -attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi -confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e -risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre -conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni -Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al -papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada -occupata dai suoi nemici. - -Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra -avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare -inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano -parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini -napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi -attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a -Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il -marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di -scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna -sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai -cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano, -formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga, -angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente -interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi -fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo -destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così -difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e -precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo -la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il -motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza -appartenente al borgo, senza fare altre novità. - - [133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._ - -Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i -signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai -onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il -principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi, -perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro -tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di -rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo -negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria, -che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali. - - [134] _Ibidem p. 524._ - -D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio, -terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe -dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al -papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si -rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe, -Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli -sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega -guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi. - -Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del -papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille -soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre -chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il -principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove -erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per -fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria, -credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse -alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due -scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le -campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che -l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando -furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la -notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria, -diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale, -che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono -alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come -piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa -reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un -poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da -Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136], -e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta. - - [135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._ - - [136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e - perciò rese così commovente tutta questa narrazione. - -Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta -molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua -araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre -mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste -parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero -allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e -che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti -che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci -facciamo mallevadori per la sua persona.» - -Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte: -ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del -ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di -quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per -entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri, -che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e -spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi -sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo. - -Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi -contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il -popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi -innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio, -confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle -guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il -giuramento di fedeltà. - -E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono; -imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento. -Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di -una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i -loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera -fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo -e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito -assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi -cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati -stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva; -onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati -cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla -persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati -tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle -genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener -testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile -abbandono. - -Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto -da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il -legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con -un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso -che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un -fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i -consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il -rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di -cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria -vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di -entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a -Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose -negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a -Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di -Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che -dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia, -ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva -inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che -sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che -questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua -armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia, -e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle -scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena -giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137]. - - [137] Il 7 dicembre 1254. - -La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine -per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di -quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli, -sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo -III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così -accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo -papa. - -(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto -faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in -Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della -Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero -ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con -molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile -galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo -fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa -capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle -sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima -provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono -spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il -regno che gli aveva tolto il pontefice. - -Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa -può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le -umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un -regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un -potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli -alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti -disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il -sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia -tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli -innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui -giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era -per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate. -Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che -senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de' -suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed -il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e -di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato -fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il -funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli, -dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il -sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo -diventa esecrabile. - -Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia, -e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua -autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle -prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV -secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in -Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella -repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto -secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco -vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa -oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato -dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva -soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua -corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui -giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de' -suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde -non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla -testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case, -atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte. - - [138] _Raynald. ad ann. 1235. § 1, 3, 4. -- Storia diplomatica de' - senatori di Roma p. I, p. 95-97._ - -Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero -eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di -Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche -inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità -de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe. -L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del -ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta -i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per -ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle -strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed -in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e -con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che -Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene, -determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi -concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche -forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere, -a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità. - -Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che -scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva -l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel -giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di -averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie -romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato, -ed egli in principio del 1253 entrò in Roma. - -La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale -carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la -pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente -punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro -la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto -assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era -atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle -finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo -spargimento del sangue più illustre. - -Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro -dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a -quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di -associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani. -Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore -per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati -vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città -di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa -sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere -con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139]. - - [139] _Contarini histor. Terracinensis, p. 65 e 67: e Bulla Innoc. - IV. Apud Vitale storia diplomatica de' senatori di Roma t. I, p. - 114._ - -Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli -credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo -Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro -magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive, -essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani -e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di -rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo -pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo -errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma, -la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso -conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed -il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere -che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava -dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il -papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo -rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a -soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi -sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia, -Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò -dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza -timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del -senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140].» - - [140] _Math. Paris hist. Angl. 1254. p. 757._ - -La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro -Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice -lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione -fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo -soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano -l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a -lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno -dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata -dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu -portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano -alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed -era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi -al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con -una condanna capitale. - -Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la -consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente -custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a -chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò -ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere -parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico; -invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della -protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni -a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in -libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così -fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero -rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto -di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo -il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e -senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani -invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo -amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e -per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare: -ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità -del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e -tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per -vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad -uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la -rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione, -per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta -delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua -autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana -avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da -grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu -riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la -sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143]. - - [141] _Sigonius de Regno l. XIX, p. 1026._ - - [142] _Vitali stor. dipl. de' senatori di Roma t. I, p. 117._ - - [143] _Raynald. ann. Eccl. 1258. § 5. t. XIV, p. 37. -- Sigon. de - regno It. l. XIX, p. 1037. -- Vitali storia diplom. del senato p. - 120._ - -Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel -mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle -altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono -l'immediata influenza di tale avvenimento. - -(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana -esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città -tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della -morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di -un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la -più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini -di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di -molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro -donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in -capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti, -e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso -scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello -foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne -della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo -simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente, -e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire -era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che -n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e -costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e -tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune, -e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori -recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur -morbidamente viviamo[146][147].» - - [144] _Gio. Villani storie Fiorent. l. VI, c. 7, p. 202._ - - [145] La lira di Firenze di quel tempo corrisponde ad undici lire e - sette soldi tornesi. - - [146] Giovanni Villani era nato verso il 1280, e fu priore della - libertà l'anno 1317. - - [147] Quanta mutazione di costumi in 50 anni! _N. d. T._ - -Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito -da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la -vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato -dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente -aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima -semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la -forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora -nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa -figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che -contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la -più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la -rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e -possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili, -resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con -estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima -che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di -Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di -santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta -formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i -sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti -trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città, -s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il -podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si -divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato -un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e -questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del -popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani, -prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che -s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la -costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una -sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le -più grandi cose[148]. - - [148] _Gio. Villani l. VI, c. 39. p. 181. -- Ricordano Malespini, c. - 141. p. 971. -- Machiav. istor. Fiorent. l. II, p. 96. -- Leonardo - Aretino l. II, traduzione dell'Acciajuoli p. 35._ - -La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che -fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza -militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata, -perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine, -sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i -cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di -milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie -ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono -subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti -di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo, -ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi -gonfaloni e delle sue imprese. - -Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di -spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si -sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì -di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili -di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta -braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I -materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni, -furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel -quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo -del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di -prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal -epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese. - -Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre -ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo -1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello -all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi -esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di -pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una -famiglia guelfa di Milano. - - [149] _Gio. Villani l. VI, c. 42. p. 184._ - -Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que' -cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di -tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi -anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e -pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I -Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi -entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di -forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di -Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la -flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi -per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal -regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra -l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252 -stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani -attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri; -ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più -credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso -sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che -potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi -approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare -colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri, -tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa -vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio -di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino, -che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva -domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le -mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i -territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze. - - [150] _Scipione Ammirato istor. Fiorent. l. II, p. 96. a. -- Marang. - Cron. di Pisa, p. 510. -- Flam. del Borgo diss. V, p. 287. § 6. -- - Gio. Villani l. VI, c. 49. p. 190. -- Janotti Manetti hist. Pistor. - t. XIX, Rer. Ital. p. 1008._ - -In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di -coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò -al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo -d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede -dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità -dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non -solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di -quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una -moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe -in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e -variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando -cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine; -oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane -lire undici e quaranta centesimi[152]. - - [151] _Gio. Villani l. VI, c. 53. p. 191._ - - [152] _Storia delle monete della repub. fiorent. d'Ignazio Orsini. - Firenze 1760, 1 v. in 4.º fig._ - -L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di -Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte -castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di -sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i -Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e -permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso -a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica -fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua -suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le -fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di -perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153]. - - [153] _Gio. Villani, l. VI, c. 55, p. 193. -- Janot. Manetti Histor. - Pistorii, p. 1008._ - -(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno, -chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà, -Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione, -fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro -territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni -di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro -alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo -l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per -lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di -Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto -Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un -libro intitolato _il Tesoro_, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di -quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante, -militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e -firmò il trattato di pace tra le due repubbliche. - - [154] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. I, l. V, p. 65. -- Gio. - Villani l. VI, c. 56, p. 193. -- Scip. Ammir. l. II, c. 1, p. 37._ - - [155] Se il _Tesoro_ di Brunetto Latini abbracciava tutte le - cognizioni del XIII secolo, i lumi di quel secolo erano ben piccola - cosa. Ma quest'espressione usata da chi voleva onorare questo uomo - singolare non vuol essere presa letteralmente. _N. d. T._ - -Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze -di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una -delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta -montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da -alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori -ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani -dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli -abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il -vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle -milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal -abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che -portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a -gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu -sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il -governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu -conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati -di allontanarsi dalla loro patria[156]. - - [156] _Gio. Villani l. VI, c. 58, p. 193. -- Leonardo Aretino l. II._ - -Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di -Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini -domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che -peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così -gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto -di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle -porte. - -La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i -Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual -parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura -al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in -particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i -Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra, -gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti -d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad -Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando -passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte -Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo -dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il -possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza -di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di -Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini -all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per -ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace -con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua -conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano -risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli -abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più -restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il -conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro -le loro mura[159]. - - [157] Febida fu quello che si pose in possesso della Cadmea - coll'ajuto della fazione aristocratica, e fu deposto e condannato a - dieci mila dramme di ammenda. - - [158] _Gio. Villani l. VI, c. 62, p. 196. -- Leonardo Aretino l. II._ - - [159] Poichè i Fiorentini ebbero persuaso il conte Guido a sortire - d'Arezzo, gli Aretini nominarono loro podestà Tegghiajo Aldobrandi - degli Adimari, uno de' più virtuosi cittadini di Firenze. È questi - uno degli eroi ricercati da Dante e trovato nell'Inferno, cant. 16, - v. 41, nel cerchio in cui si puniva un cotal vizio associato a tante - virtù. Tegghiajo, esposto ad una pioggia di fuoco, cammina senza mai - fermarsi sopra una arena ardente col conte Guido Guerra e Giacomo - Rusticucci; i quali, quantunque si fossero meritati la collera del - cielo, imprimevano ancora un profondo rispetto alla terra. Virgilio, - vedendoli avanzarsi, dice a Dante: - - «.... a costor si vuole esser cortese; - E se non fosse il fuoco che saetta - La natura del luogo, i dicerei - Che meglio stesse a te che a lor la fretta.» - - Diffatti quando Dante ode i loro nomi, sta irresoluto di cacciarsi - avanti tra le fiamme per abbracciarli e grida: - - «Di vostra terra sono, e sempre mai - L'ovra di voi e gli onorati nomi - Con affezion ritrassi ed ascoltai.» - - Nello stesso cerchio e per lo stesso genere di incontinenza era da - perpetue fiamme tormentato il maestro di Dante, Brunetto Latini, di - cui abbiamo già parlato. È cosa veramente sorprendente che un così - vergognoso vizio fosse così comune in una repubblica che sotto ogni - altro rapporto era tanto austera e virtuosa; come riesce curioso il - vedere in qual modo quegli uomini ad un tempo repubblicani e - religiosi risguardavano in quel secolo i giudizj del cielo. Quando - li vediamo tributare tanto rispetto a coloro che sono già vittime - dell'eterna vendetta, ci sembra di scorgervi quelle idee di - fatalismo sulle quali i Greci fondarono le loro tragedie. I delitti - di Tegghiajo e di Rusticucci, come quelli di Edipo e d'Oreste - sembravano l'effetto della collera degli Dei: ma sotto il peso di - questa collera gli uomini non lasciano di mostrarsi ancora grandi. - -Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che -avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al -Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di -soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di -consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di -Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro, -distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire -la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo -che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di -farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione, -temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in -riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad -avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per -prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino -Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si -diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che -quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè -agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a -condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di -Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno -avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e -riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la -distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai -Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli -anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo -alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente -atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la -generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono -i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua -condotta[160]. - - [160] _Gio. Villani l. VI, c. 63, p. 197._ - - - - -CAPITOLO XIX. - - _Pontificato d'Alessandro IV. -- Crociata contro Ezelino; sua - disfatta e morte. -- Manfredi re di Sicilia: soccorre i - Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia._ - -1255=1260. - - -Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi -aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di -questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a -sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in -Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del -vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati -nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il -vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo -Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella -astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli -avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore -impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro -Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba -attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più -debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due -anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo -predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed -i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi -atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata -contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari -a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia, -dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva -egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più -inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del -secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti -del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei, -egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi -della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e -specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito -dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio, -l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste -province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali -e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della -croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca, -loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro -che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi -dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga -finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla -prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa, -all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità -della vostra patria[162].» - - [161] _Paris Hist. Angl. an. 1254, p. 771. -- Raynald. an. 1254, t. - XIV, § 2, p. 1._ - - [162] Dato dal Laterano il 13 delle calende di gennajo. _Epist. - Alex. IV, l. II, epis. 7, ap. Raynald. Ann. 1255, § 10, p. 4._ - -Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il -nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino -dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine -superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù -militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la -sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per -risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile -per coloro che lo superassero. - -Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano -indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della -Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava. -Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo -avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del -suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime -erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in -mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle -patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza. -Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza, -e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e -consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte -le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e -risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i -nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di -distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno -di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua -crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi -negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di -specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le -grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano -confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro -case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso -alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro -colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero -cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva -diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era -sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè -meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli -occhi. - - [163] _Monachi Patav. Chron. l. I, p. 687._ - -Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la -terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, -venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora -dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al -pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro -grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale -senz'armi, gridando: _Vengano alla malora i traditori!_ Monte, appena -vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e -lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al -tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo -gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla -una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto. -Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano -sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili -sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino -che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a -rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165]. - - [164] Ciò accade l'anno 1253. - - [165] _Rolandini l. VII, c. 5, p. 274._ - -In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di -Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata. -Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani, -salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di -Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel -Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una -famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per -meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà -Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa -politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro -gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare -lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per -naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in -tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da -gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che -stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro -capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse -rimontare la Brenta ed attaccare Padova. - -La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali. -Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della -parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli -restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta -influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto -come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa -dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era -succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato -al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso -partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di -fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte -ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi -inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che -governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto -Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che -alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di -podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per -insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le -due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più -potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti -de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe -ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati. - -Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che -manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che -costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa -delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli -di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose -a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda -questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra -parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di -marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio, -afforzando la Brenta[166]. - - [166] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Diss. VIII, c. 14, p. 923, t. - XIV. -- Monachus Patav. Chron. l. II, p. 692. -- Roland. de factis in - March. Tarvisana l. VIII, c. 1, p. 283 e segu. -- Laurent. de Monacis - Ezerinus III, p. 148 ex l. XIII Hist. Venetæ. -- Chron. Veron. - Parisii de Cereta p. 636. -- Campi Cremona Fedele l. III, p. 63. -- - Pigna Istoria de' principi d'Este l. III, p. 218. -- Chron. Estense - t. XV, p. 318. -- Ghirardacci Istoria di Bologna l. VI, p. 191._ - -Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la -strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più -vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire -la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta -onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un -passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il -legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di -Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto -abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece -ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de' -quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza -dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti -all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che -la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità. -Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco -verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato -da' suoi preti intuonò l'inno: - - _Vexilla regis prodeunt;_ - _Fulget crucis mysterium..._ - -ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione, -discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune -bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre -truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di -modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi, -entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni. - -All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E -mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il -legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava -di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano -avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta _vinea_, la -quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura -versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la -galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro -la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie -combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che -avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i -progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato -Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava -trionfante in città[167]. - - [167] _Roland. l. VIII, c. 13 e 14. p. 295-298. -- Monachi Patavini - Chron. p. 693._ - -I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che -per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una -vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè -pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono -per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che -quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto -sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei -miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per -suoi liberatori. - -A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non -lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai -mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e -sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi -le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo, -furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di -Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre -sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne -uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse -dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto -spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati -in più atroci guise. - - [168] _Rolandini l. IX, c. 1 e 4. p. 299-302. -- Monachus Patavinus, - p. 694._ - -Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato -all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa -città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in -riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali -undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali -conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero; -locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia -sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare -tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che, -per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i -soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe -erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima, -felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per -iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco -furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di -Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero -la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna -padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i -nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente -spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti -mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare, -senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere -spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla -sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col -fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella -armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena -se ne salvarono duecento[169][170]. - - [169] Le particolari circostanze sono prese dal Rolandino _l. IX, c. - 7.-8. p. 304-306_: ma il fatto viene attestato da tutti i coetanei. - _Chron. Veron. p. 636. -- Mon. Patav. p. 695. -- Laurent. de Mon. - Ezerinus III, p. 149. -- Ant. Godi Chr. Vic. p. 87. -- Chron. Est. p. - 230. -- Regiurinum Paduæ Chronicatores duo, p. 377, 378._ - - [170] Il fatto ne' particolari è assai diversamente raccontato, e - gli scrittori allegati erano tutti guelfi. _N. d. T._ - -(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non -erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini -ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche -de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a -sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero -col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi -naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali -valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi -sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa -per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo -dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili -sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella -medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche -religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate -Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia: -generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo, -arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli -avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata, -occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di -ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente. - -Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da -Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità. -Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa, -ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo -col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte -fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e -penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta -d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il -legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò -nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più -servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina -l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza -apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova. -Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di -questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un -messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a -qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo, -si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico, -chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le -sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de' -crociati[171]. - - [171] _Roland, l. IX, c. 10, 11, 12. -- Mon. Pat. Chr. p. 695._ - -Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne -l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre -miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano -coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò, -licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in -campagna. - -(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta -importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per -rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini -di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo -conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti -del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il -legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per -trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione -senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente -occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i -nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze -guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani. -Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la -pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e -bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado -l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi -stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle -città ch'egli diceva di voler proteggere. - -(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad -entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città, -si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva -attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive -dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a -ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le -milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto -Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze -superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa -da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti -prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi -compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata -guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi -strada a traverso l'armata nemica[172][173]. - - [172] _Monachi Patav. Chron. p. 700. -- Rolandinus t. XI, c. 8 e 9. - p. 331. -- Jacobus Malvecius Chron. Brixian. Dist. VIII, c. 17. p. - 924. -- Chron. Veron. p. 638._ - - [173] Il trattamento usato da Ezelino al legato suo prigioniere, che - pure lo aveva tanto maltrattato nelle sue prediche, dovrebbe essere - risguardato come un argomento della poca fede dovuta ai racconti - esagerati della crudeltà di quest'uomo. _N. d. T._ - -Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi -rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini, -rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli -di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non -fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi -ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre -l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il -vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro -famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi, -compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità; -«imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o -qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova, -quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174].» - - [174] _Lib. IX, c. 10. p. 333._ - -Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di -Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte -le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si -credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza -correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto -da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli -era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e -Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti -consignori di quella città, che governavano colla loro influenza -aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi -gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi -di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi -in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di -Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui -non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e -quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi -vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a -discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono -appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo -signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti -della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni. - -Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata -dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le -insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta -perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio -sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito -alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a -Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con -lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non -fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa -di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto -Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte -dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di -Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato -riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e -promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla -santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino -alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini -promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro -forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare -mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra. -Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del -futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal -giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro -vicendevoli promesse. - - [175] Questo trattato viene letteralmente riferito dal Campi nella - sua _Cremona Fedele, l. III, p. 65._ - -Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259. -Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi -impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi -afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con -un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di -Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso -supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini, -donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso -e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica -compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che -infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione, -tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma -le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella -Marca Trivigiana. - - [176] _Roland. l. XI, c. 17. p. 340._ - - [177] La cosa viene variamente raccontata da altri storici. Si dice - che avendo proclamato che tutti i poveri storpiati, mutilati ec., - presentandosi in Verona alla sua corte, avrebbero avuto da Ezelino - un nuovo abito, e vitto finchè vi rimanessero. Che quando vi si - trovarono adunati moltissimi, fece a tutti dare nuove vesti, e - ritenere i loro cenci, ne' quali, inutilmente riclamati da que' - mendici, trovaronsi nascosti molti danari, e che perciò tutti i - mendicanti dolevansi per le città italiane di Ezelino. _N. d. T._ - -La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe. -Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la -sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse -di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul -finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai -avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva -all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi -guardato dai Cremonesi. - -Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il -castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese -d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria -venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio; -finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino. -Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè -colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con -Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città -tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona -passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua -cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di -Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di -là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di -Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna -resistenza. - -La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi -posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso -della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua -patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli -stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di -aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece -accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle -spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico. -Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle -rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello -di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò -il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato. - -Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata -delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la -Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza. -Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti -in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni -banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di -vincere. - -Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata -presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello -e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro -augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva -alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio, -soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente -l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte -di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate -per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a -cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che -gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che -sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a -cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza -trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli -ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere -l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria -bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese -la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto -il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli -altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a -quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai -Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi -passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni -lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più -fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo -finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale, -cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere. - - [178] Il 16 settembre 1259. - -«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio, -tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua -indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i -soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso -principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e -la gioja era universale»[179]. - - [179] _Roland. l. XII, c. 9, p. 351._ - -I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma -condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per -curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste -alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino, -ove fu sepolto[180]. - - [180] _Chron. Astense c. 2, t. XI, p. 186._ - -Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed -il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo -portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più -arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile -ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i -supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni -dopo averne regnati trentaquattro[182]. - - [181] _Ant. Godii Chron. t. VIII, p. 90. -- Monach. Patav. l. II, p. - 708._ - - [182] _Rolandini, l. XII. c. 1-9. -- Monach. Patav. Chron. p. - 702-706. -- Chron. Veron. p. 638. -- Campi Cremona fedele, l. III, p. - 71. -- Pigna Istor. de' Principi d'Este l. III, p. 225. -- Jacobi - Malvecii Chronic. Brixiense Dist. VIII, c. 30-37, p. 931, ec._ - -Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si -affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di -chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i -loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo -gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere, -e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno -violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi -risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune. -Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che -l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla -sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti -Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio -di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia, -Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo -anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per -tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della -torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta -tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli -che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato -l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e -le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate -da quella famiglia[183][184]. - - [183] _Rolandini l. XII, c. 14-16, p. 356 e seguenti._ Qui - prenderemo congedo da questo storico, che termina il suo racconto - colla caduta della famiglia da Romano. L'anno 1262 sottomise il suo - libro all'approvazione del magistrato e degli uomini dotti di - Padova, tutti testimonj dei riferiti avvenimenti. - - [184] L'autore ebbe torto di seguire troppo minutamente i racconti - del Rolandino, uno de' più caldi partigiani della fazione guelfa, e - personalmente nemico di Ezelino. Fa veramente maraviglia che - mostrando altrove tanta filosofia e buona critica, sia qui disceso a - raccontare le puerili favole inventate sul conto d'Ezelino, che pur - troppo era colpevole: ma per dare una giusta idea ancora de' suoi - nemici, il nostro imparziale autore non doveva dissimulare il - barbaro modo con cui fu sacrificata la famiglia d'Alberico da - Romano, che forse non era alleata d'Ezelino: e convien dire che il - suo animo non sostenne l'immagine di tanti orrori. _N. d. T._ - -Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia -trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero -combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano -allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un -tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a -tutti i popoli [185]. - - [185] _Monachi Patav. Chron. l. II, p. 707._ - -E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di -Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e -ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese -Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per -riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta -l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi -da personali interessi, non erano in verun modo disposti a -rappacificarsi. - -Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de' -talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti -d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli -intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di -tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna -che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di -tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che -quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri. -Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la -guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli -Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra -di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia, -che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu -costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli -dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola -restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e -perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa -armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine -de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò -sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione, -inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per -alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli -antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni -diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in -Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe -risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora -accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle -forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno -stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati -contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di -ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in -Calabria[188]. - - [186] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 579._ - - [187] _Ib. p. 565, 566._ - - [188] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 571._ - -Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva -soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli, -governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente. -Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della -riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi -colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva -saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale -stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del -giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di -riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi -interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le -preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che -gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in -proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva -salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in -Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di -Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della -notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da -Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino -allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli -ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che -dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo -trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol -poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua -persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non -permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una -donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale -egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte: -che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo -erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno -governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben -accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo -sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo -figliuolo[190]. - - [189] Fu incoronato il giorno 11 agosto del 1258; e qui termina la - sua storia Nicola de Jamsilla. Io lascio con dispiacere - quest'amabile scrittore. Quantunque le sue storie non abbraccino che - un periodo di otto anni dalla morte di Federico fino - all'incoronazione di Manfredi = 1250-1258, seppe dare grandissima - importanza al suo racconto. Un cuore caldo, un vivo affetto pel - principe cui era attaccato, la perfetta conoscenza ch'egli aveva - delle più minute circostanze degli avvenimenti, sono qualità poco - comuni agli storici di que' tempi; e sentesi tanto più vivamente la - sua mancanza perchè dopo di lui il regno di Napoli non ha più - storici ghibellini. - - [190] _Giannone Istoria Civile, l. XIX, p. 666._ - -(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali -gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso -per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo -interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle -province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo -stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza -militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure -poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in -balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo -partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare -i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella -Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe -la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro -impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal -ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa. - -I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati -da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione -diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati. -Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi -contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro -case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi -clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti -prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la -repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini -alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo -di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena, -ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante. - - [191] _Gio. Villani l. VI, c. 65, p. 199._ - -Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato -convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai -ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena -l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili -adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato -d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli -ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza -coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti -avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una -metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non -sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza -delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe -l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata, -perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una -dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per -cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono -ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto. - - [192] _Flam. del Borgo Stor. Pis. l. VI, p. 349. -- Malavolti Hist. - di Siena p. I, Diss. V, p. 68. -- Leon. Aret. l. II, c. 3, p. 41._ - -Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti -fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di -Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo -di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu -adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di -alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei -conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati -fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in -particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a -ristabilirli nella loro patria. - - [193] Tutti gli scrittori fiorentini hanno supposto che le prime - truppe tedesche mandate da Manfredi in Toscana siano stati i cento - uomini d'armi accordati a Farinata, e che il conte Giordano vi - arrivasse dopo avuta notizia della disfatta dei primi. Il loro - racconto contiene qualche inverosimiglianza di date; ma viene poi - apertamente smentito dai pubblici registri degli archivj di Siena. - Il _Malav., Stor. di Siena p. II, l. I, p. 1-10_, ha cercato di - dimostrare quest'opposizione; ed io, per lo contrario, cerco di - conciliare le due opinioni. I Fiorentini, quasi tutti coetanei, - meritano al certo molta fede, ma la loro testimonianza non è che una - sola, perchè il Villani copiò parola per parola Ricordano Malespini - senza citarlo, come il Villani fu copiato da Coppo de' Stefani. - Lionardo Aretino ripete a modo suo lo stesso racconto. _Ricord. - Malesp. c. 163-164, p. 987. -- Gio. Vill. l. VI, c. 74-75. -- Leon. - Aret. l. II, p. 45, c. 5. -- Flam. del Borgo Dissert. VI, p. 349. -- - Murat. Ann. ad an. t. XI, p. 34, 8._ - -Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti -fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti -nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli -emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla -da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta -travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo. -Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze -straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro. -Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì -loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo -corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori -disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non -credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a -scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere -che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si -fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra -armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci -più importanti soccorsi.» - -In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di -Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad -accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di -Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non -venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo -avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose -bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il -campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe -nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo, -dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano -temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere -de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso -portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò -che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor -suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi -stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni -pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone, -ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario -generale del re Manfredi in Toscana. - -Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione -che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo -prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo -avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe -ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non -avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato -questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non -mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte -Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de' -Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al -di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una -marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese -nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire -necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato -cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro -che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i -fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a -riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante -servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la -porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi -loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto -pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia -una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani, -uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel -che si meritasse la loro incapacità. - -I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro -colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di -vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in -primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior -parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di -Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra, -s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il -conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come -pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da -un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in -altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare -Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e -con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi -cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i -prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi, -villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne -uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione -di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria -dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento -dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi -portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla -domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena -capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente -diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di -magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata. - -Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro -alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre -sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa -arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano, -Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini -consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed -altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi -trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il -quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta -situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia. -Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila -cavalli e trenta mila fanti. - -Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano -la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in -ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali -Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad -un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per -caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da -quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille -ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila -fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati -mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici -mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina, -quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla -quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa -per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al -capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un -colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195]. -Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere -l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande; -un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva -girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione -attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La -cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più -lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non -combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di -Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più -valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente -combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri; -altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi -due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini -furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia -che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più -maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in -totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più -considerabile ancora fu quello de' prigionieri. - - [194] Martedì 4 settembre 1260. - - [195] La battaglia d'Arbia ebbe così importanti conseguenze, che - tutti gli storici ne hanno parlato. Noi intorno a questa guerra - abbiamo consultato _Gio. Villani l. VI, c. 79. p. 209. -- Sabae - Malespinae hist. rer. Sicular. l. II, c. 4. t. VIII, p. 802. -- - Ricord. Malesp. hist. Fior. c. 166. 167. p. 989. -- Leon Aret, hist. - Fior. volg. d'Acciajuoli, l. II, p. 53. -- Coppo de Stef. hist. Fior. - l. II. -- Deliz. degli Eruditi t. VII. -- Malavolti stor. di Siena p. - II, l. I, p. 17-20. -- Flam. del Borgo dell'ist. Pisana Dissert. VI, - p. 357. -- Giunta Tommasi hist. Sanese p. I, l. V, p. 323-337. -- - Scip. Ammirato hist. Fior. l. II, p. 112-123. -- Annal. Ptolomei - Lucensis t. XI, p. 1282. -- Breviar. Pisanae hist. l. VI, p. 193. -- - Ann. Cenuen. Contin. Caffari l. VI, p. 528. -- Andrea Dei Chron. - Sanese t. XV, p. 29. cum notis Uberti Bentivoglienti. -- Marangoni - Chron. di Pisa_ ec. ec. Dante allude più volte a questa battaglia, e - pone nell'inferno Bocca degli Abati, fra i traditori della patria. - _Infer. c. XXII, v. 78_, e seguenti. - -Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino; -tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che -chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i -fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo -Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria -in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano -terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro -nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini, -che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non -fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo -contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia -d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti -Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano -un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra -i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava -l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata. -Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito -guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro -gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo, -straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini; -i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non -disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli, -esporre la patria a nuovi pericoli. - -I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e -tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il -13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro -donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca, -ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda -la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di -Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e -terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola -costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo. - -Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a -sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre -i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria -sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino, -della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto -partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i -cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata -ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta -senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo, -abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere -l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata -al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui -tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido -Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati -tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città. - - [196] Frate Ildefonso di san Luigi, Carmelitano Scalzo, consacrò una - vasta e laboriosa erudizione a fare la storia della famiglia de' - conti Guidi, e della discordia che gli attaccò a diverse fazioni. - Rilevasi da questa storia che questa nobile e potente famiglia - possedeva terre in tutte le parti della Toscana, ma specialmente - nelle montagne di Pistoja e di Arezzo; che ne aveva pure nella - Romagna, e nel ducato di Spoleti, e ch'ebbe in tutto il periodo de' - secoli di mezzo grandissima influenza su la sorte della Toscana. - _Deliz. degli Erud. Tosc. t. VIII, p. 89 a 195._ - -Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per -trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di -consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini -più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini -che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la -dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e -perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i -Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a -soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza. - -Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena -dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la -fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro -patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la -di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale, -essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di -Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il -popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di -Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe -certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse -l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era -attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura -ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che -adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente -disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze -aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di -proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure -fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di -ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro -fortezze, e rompere ogni legame colle città. - -Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai, -diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo -una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in -vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E -veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e -molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi -molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere -nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci. -L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e -collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io -tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa -passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e -con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno -parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo -luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla -in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che -modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte -amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare, -come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare -proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho -nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma -ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a -voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi -non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con -ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra -confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre -sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più -crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè -confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non -dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i -vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati -per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e -non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli -interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi -desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei -domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di -Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli -uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se -siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi -nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben -grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi -confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli -usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione -perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro -offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della -distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri -confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è -capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano -la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si -dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che -le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi -potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte -contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al -fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini -si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto -con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può -giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà -la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era -fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con -la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi -ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi -avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore -ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è -quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia -ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E -pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la -nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle -vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in -scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione -della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma -è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente, -non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate -l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata -la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj -conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri -abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore -della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè -cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la -terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me -una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se -non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille -volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla -morte.» - - [197] Questo discorso viene riferito da Leonardo Aretino e forse fu - da lui composto. Abbiamo altrove osservato, che in tutti i discorsi - solevasi prendere un testo, e che quando si permetteva ad un oratore - di parlare gli veniva domandato intorno a quale testo parlerebbe. - Racconta il Villani, ma alquanto oscuramente, che Farinata troppo - occupato dei grandi interessi della sua patria, per isvolgere - ingegnosamente qualche antico testo, propose due proverbi volgari, e - questi ancora confusi in maniera l'uno coll'altro, che non - presentavano alcun ragionevole significato. Questi proverbi sono: - _come asino sape, così minuzza rape._ _Sì va capra zoppa che lupo - non la intoppa_; ch'egli travolse così: _come asino sape sì va capra - zoppa, così minuzza rape se lupo non la intoppa._ Egli seppe non - pertanto farne applicazione al soggetto, come vedesi nello stesso - Aretino. I nemici di Firenze come i vili animali citati nel - proverbio non sapevano innalzarsi al disopra delle corte loro viste - e delle loro miserabili costumanze; zoppicavano ancora dello stesso - piede ed erano disposti a nuocere nella stessa maniera che avevano - tentato di farlo in altri tempi affatto diversi. _Gio. Villani l. - VI, c. 82. -- Ricordano Malespini c. 170. -- Leonardo Aretino l. II._ - -Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta -l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e -massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non -v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che -questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno -alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento -di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare -l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono -mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo -nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini, -rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di -consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento. -Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana -mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido -Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto. - -Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna -Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il -suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la -rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno -quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli -incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo -detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera -fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte -Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò -pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia, -l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano -fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni -lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje -fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva -chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali -uscivano spaventose grida e sospiri. - - O Tosco, che per la città del foco - Vivo ten' vai così parlando onesto, - Piacciati di restare in questo loco. - La tua loquela ti fa manifesto - Di quella nobil patria natío - Alla qual forse fui troppo molesto. - Subitamente questo suono uscío - D'una dell'arche; però m'accostai, - Temendo, un poco più al duca mio. - Ed ei mi disse: volgiti, che fai? - Vedi là Farinata che s'è dritto: - Dalla cintola in su tutto 'l vedrai. - Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto, - Ed ei s'ergea col petto e con la fronte, - Come avesse lo 'nferno in gran dispitto: - E l'animose man del duca e pronte - Mi pinser tra le sepolture a lui, - Dicendo: le parole tue sien conte. - Tosto che al piè della sua tomba fui, - Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, - Mi domandò: chi fur li maggior tui? - Io ch'era d'ubbidir desideroso, - Non gliel celai, ma tutto gliele apersi: - Ond'ei levò le ciglia un poco in soso; - Poi disse: fieramente furo avversi - A me ed a' miei primi ed a mia parte, - Sì che per duo fïate li dispersi. - S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte, - Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata: - Ma i vostri non appreser ben quell'arte. - - . . . . . . . . . . . . . - - E se continuando al primo detto, - Egli han quell'arte, disse, male appresa, - Ciò mi tormenta più che questo letto. - Ma non cinquanta volte fia raccesa - La faccia della donna che qui regge, - Che tu saprai quanto quell'arte pesa: - E se tu mai nel dolce mondo regge, - Dimmi perchè quel popolo è sì empio - Incontr'a' miei in ciascuna sua legge?[198] - Ond'io a lui: lo strazio, e 'l grande scempio, - Che fece l'Arbia colorata in rosso, - Tale orazion fa far nel nostro tempio. - Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso, - A ciò non fu' io sol, disse, nè certo - Senza cagion sarei con gli altri mosso: - Ma fu io sol colà, dove sofferto - Fu per ognun di torre via Firenze, - Colui che la difesi a viso aperto[199]. - - [198] Gli Uberti furono sempre eccettuati dalle tregue concesse - alcune fiate ai Ghibellini. - - [199] _Dante, Inferno canto X._ - - - - -CAPITOLO XX. - - _Decadimento e servitù delle repubbliche lombarde. -- Rivoluzioni - nelle repubbliche marittime. -- Loro rivalità. -- Costantinopoli - ritolta dai Greci ai Veneziani ed ai Francesi._ - -1250=1264. - - -Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde -richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia. -In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio -che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria -della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico -Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta -illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo -abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza -circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per -interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi -avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul -cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile -eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui -mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori -della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le -città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno -anche prima che cadessero sotto la loro tirannia. - -Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi -d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli, -ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al -nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena -della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente -sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si -spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno -i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il -giardino dell'universo. - -Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle -repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo -peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi -alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a -loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e -della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche -possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla -nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il -principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che -dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa -mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente -cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo -occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta -riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo -questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere -costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di -cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo, -separarle interamente. - -Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del -governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il -popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse -d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che -accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La -prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della -forza di difendere i suoi diritti. - -Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti -d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia -di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di -tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale -unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle -bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città -lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento. - -Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano -nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la -moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga: -onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di -tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di -comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i -delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la -felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior -numero di individui. - -I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle -famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia -fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel -presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della -società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro -congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di -vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano -tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne' -nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri -rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti -omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze -delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei -duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e -l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi -terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è -forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle -leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui -fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i -delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza -avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del -colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era -sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti -che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti -protetti da potenti alleati. - - [200] Ciò poteva esser vero rispetto alla Francia, ma in Italia i - duelli strettamente tali richiamerebbero l'attenzione de' tribunali. - _N. d. T._ - -I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò -rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro, -non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della -libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna -tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli _signori_ e _padroni_, -onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella -della durata della loro dominazione. - -Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo -alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate -negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante -ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il -desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e -rendendo più difficile la pace. - -La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria, -erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli -ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori, -i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle -cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non -associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la -gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle -frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili -a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di -sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle -funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201]. - - [201] Questo trattato di pace fu sottoscritto il 4 aprile 1258 tra i - nobili ed i plebei. _Corio, Istorie milanesi p. II, p. 115, verso._ - -Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle -pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè -sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità. -Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de' -cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi -contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra -repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e -del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava -pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una -imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero -attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del -potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa -alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre -estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i -nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco: -allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le -terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la -metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo. - -Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame -che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de' -nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di -accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia -era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque -de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della -classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e -perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o -la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono -d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della -natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che, -senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia. -Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte -figlie di due potenti società chiamate la _Motta_ e la _Credenza_. -Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in -Francia il nome di _clubs_, erano per molti capi simili alle fraternità -delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato, -nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica, -assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le -prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse -loro il diritto. - -Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo, -innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la -repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo -avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene -dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da -noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della -tirannide. - -Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo, -combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de' -Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava -ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran -parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non -erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a -quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della -cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini -delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto -contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra -che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un -caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo -davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto -alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma -l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e -terribile _pilum_ che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare. - -Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere -continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica -costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli -esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe -migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima -guerra lombarda. - -Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una -qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè -l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini -d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era -coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli -arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in -modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non -abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte -ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto, -lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava -che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna -giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada; -bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per -avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere -una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così -enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi. -Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai -gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e -delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla -guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione, -altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto -ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò -tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro -cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro _destriero_, -come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per -la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel -campo il cavaliere adoperava il _palafreno_ fino all'istante in cui -doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti -dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a -quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo -s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo -secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa -cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo -l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva -rialzarsi da sè medesimo. - -Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla -freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città -trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I -cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e -rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse -fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe, -non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il _pilum_ alla -testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare -il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata -sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una -selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a -rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa -maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità -dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla -fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi -affatto inutile nelle battaglie. - -Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in -mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti. -Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si -battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che -al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i -quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere. -Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci -mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo -contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila -dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la -volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo -corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni -senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente -parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro -corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale -impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance -si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla: -talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il -difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi -senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di -cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo -stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto. - -Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo -nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i -gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità, -come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli -steccati, o _serragli_, chiudendo tutte le strade, impedivano che i -cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o -afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente -dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità, -ed il popolo non ardiva d'inseguirli. - -Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati -utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare -in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu -affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria -assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del -tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta -l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono -forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di -cui un solo fa utile uso. - -Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza -necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli -gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra -loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i -grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti -uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo -mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi, -senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di _condottieri_ che -nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle -repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo, -essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di -un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore) -erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro -pretensioni. - -I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di -ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano -altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze, -e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il -mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne. -Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata -mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi -capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri -nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano -alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di -supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi -Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con -cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il -pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il -danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era -quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica. - -Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano -i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere -militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la -libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima -di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben -tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre. - -«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano -al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare, -che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro -il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi -due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo -della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non -rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque -assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario -il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino -della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne -conoscevano nè gli attributi nè la durata. - - [202] _Manipulus Florum, c. 299, p. 685._ - - [203] L'anno 1256. _Giorgio Giulini, Memorie della città e campagna - di Milano l. LIV, p. 131._ - -Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel -Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta -generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo -tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta -alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore -ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il -popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario, -esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti -i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli -usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore, -salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come -convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non -aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita -un altr'uomo[205]. - - [204] Lo stesso _l. LV, p. 210_ disamina le due opinioni, - confrontando le genealogie adotte dagli storici colle iscrizioni - delle pietre sepolcrali. - - [205] Martino della Torre non ebbe figliuoli. _Ann. Mediolan. t. - XVI, c. 34, p. 664. -- Galvan. Fiamma Manip. Flor. c. 293, p. 687._ - -Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un -carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione -nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della -Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo -della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente -questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una -fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei -nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia. - -L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo -stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere -spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò -tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257 -si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro -alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di -Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino -della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i -gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si -apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori -delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una -pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo -arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano, -lasciando la sua fazione senza capo[206]. - - [206] Giorgio Giulini lo dice morto del 1257. Altri genealogisti la - differiscono di alcuni anni, _l. LIV, p. 139_. - -Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non -aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne -di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando, -affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte, -l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni -ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo -tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun -appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il -giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui -ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207]. -Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto -alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche -condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo -trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente -non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a -lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in -Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro -patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e -dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella -quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in -cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio -de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata -di quella di sant'Ambrogio. - - [207] _Bernardino Corio delle Istorie milanesi p. II, p. 114._ - -Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la -battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non -erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro -tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre -più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro -occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente -la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la -nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di -averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in -cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i -titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro -non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed -alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino -della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra -società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane, -di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate -nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo -forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti -avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi -tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo -e capo della nobiltà. - -Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire -la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino, -sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò -dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore -del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il -suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani. - -In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando -di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso -Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi -oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte -coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento -accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria; -perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al -più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza -de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù. - -Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino: -che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della -loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato -alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come -repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro -signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano, -e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero -assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora -le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu -ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per -ridurre Milano in servitù. - -Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un -corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde -malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per -numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile -cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè -colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la -corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più -accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una -lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del -soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai -cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col -marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della -cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del -popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato -col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan -generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che -gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena -autorità in Milano per cinque anni. - -Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino; -e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata -l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj -in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di -dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della -Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di -una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai -Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi -più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di -punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta, -innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti. - -Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure -ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale -di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre -s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia -veniva governata da questi due signori. - -I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in -città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel -castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria -milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello -furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti -gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro -insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro -cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere, -trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro -nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti -incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino -della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte; -ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle -città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali -bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria. - -Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio -sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino -volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte -di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora -nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello -stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del -capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di -Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di -aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia -elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la -contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno -1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un -canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie -milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò -quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed -il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo -partito. - -La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il -marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo; -onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la -signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso -d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani -dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli -ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di -settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi -morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a -suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito. - -Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i -signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un -successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il -luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo -potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della -stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare -l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore -di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio -consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima -sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono -volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre -che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di -rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì -un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della -giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative -riunite costituivano un sovrano. - -Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per -isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano -passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era -necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui -subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile -corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero -strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo -sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti -milanesi della condotta del loro principe[208]. - - [208] Scrivendo la storia dell'innalzamento della casa della Torre - mi sono unicamente attenuto al conte Giorgio Giulini, che con dotte - indagini illustrò questo tratto di storia. _L. LIV_ e _LV_ delle sue - memorie, _t. VIII, dalla p. 73 alla p. 210_. Non ho per altro - lasciato di leggere _Bernard. Cor. Istor. di Milano, p. II, p. - 110-122. -- Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 285-302. -- p. 683-694. - Annales Mediolan. t. XVI, c. 28-37. p. 658-666._ - -Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la -quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei -signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi -all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a -combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini. - -La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che -ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle -immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline -della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire -liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno -nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e -dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della -sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai -tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni. - -Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi -sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era -intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà -s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un -governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico -dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi -stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro -conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè -conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di -parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le -sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a -sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si -riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di -quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia -dell'universo. - -Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine -repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di -doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne -accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia, -antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili -magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di -tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla -corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria -dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai -re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto -monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione -dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La -nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle -prerogative che questa si attribuiva. - -Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il -potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune -restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il -di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era -stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più -importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare -a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno -agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero -il nome di _pregadi_; e questa è l'origine del più antico e più illustre -consiglio della repubblica di Venezia. - - [209] _Sandi stor. civile Veneta p. I, v. II, l. III, c. 1. p. 378._ - -Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in -appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la -repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima -limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione -nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai -negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e -perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un -tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei -mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana -gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente -repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non -mettesse in pericolo tutto lo stato. - - [210] _Sandi storia civile Veneta p. I. l. III._ - -Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun -rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o -assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la -nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più -tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini, -giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere -contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il -sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe -delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in -suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la -comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e -per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso -l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che -nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo -secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta -cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più -antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata -la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al -medesimo la sovranità della repubblica[212]. - - [211] _Sandi p. I, l. III, p. 413._ - - [212] _Sandi p. I, l. III, c. 3, p. 401._ - -Forse la maggiore di tutte le difficoltà in politica è di fare che il -popolo elegga degnamente i suoi rappresentanti. Pochi uomini resi famosi -dalle loro virtù e dai loro talenti possono ottenere un'opinione -universale, il popolo può conoscerli, e procedendo a scegliere tra -questi, prendersi cura della scelta; ma s'egli deve nominare un corpo -numeroso, se deve estrarre dalla folla centinaja d'individui che vi -rimanevano inosservati, trovasi costretto d'agire a caso, senza -cognizione di causa e senza interesse. Quando le elezioni sono -tranquille e facili convien dire che il popolo sia quasi straniero -all'opera che sembra da lui fatta. Abbiamo veduto ne' saggi di -costituzioni fatte a' nostri giorni, le liste de' notabili, degli -elettori, de' pubblici funzionarj partire in apparenza dal popolo con -una regolarità numerica che appagava i matematici inventori di tutti -questi sistemi; ma il popolo non era stato giammai meno rappresentato -che da' suoi mandatarj; imperciocchè i cittadini convinti -dell'inefficacia di tutte le loro funzioni, o non assistevano alle -assemblee, o agivano come a caso e senza prendersene pensiero; e -talvolta non conoscevano pure lo scopo delle operazioni che -facevano[213]. - - [213] Vedasi un paragrafo assai profondo intorno alla spettanza - della nazione nelle elezioni nell'opera di Necker, _Ultime viste di - politica e di finanza p. 106-137_. - -Si può, non v'ha dubbio, provvedere a tanti inconvenienti; ma i mezzi -opportuni poche volte si praticarono, ed alcune delle repubbliche -italiane non li hanno pure conosciuti. Tutte hanno creduto non potersi -accordare le elezioni de' consigli al popolo, e preferirono di -confidarle o ai loro magistrati, oppure ad un ristretto numero di -elettori a ciò creati, oppure anche alla sorte, piuttosto ch'esporsi al -tumulto, all'ignoranza, alla noncuranza della massa del popolo, in una -determinazione ch'esse non credevano fatta per lui. - -A Venezia furono dunque destinati dodici tribuni per far ogni anno -l'ultimo giorno di settembre l'elezione del maggior consiglio. Due di -questi tribuni appartenevano ad ognuno de' sestieri o divisioni della -città e della nazione. Ognuno di loro doveva scegliere nel proprio -sestiere quaranta cittadini, e perchè in una repubblica che credeva -contenere i discendenti del fiore della nobiltà romana, si faceva -grandissimo caso de' natali, si volle che la nuova legge proibisse agli -elettori di accordare troppo favore alle famiglie illustri, e fu vietato -di prendere più di quattro membri del gran consiglio nella stessa -famiglia. - -È probabile che i due tribuni per ogni sestiere fossero la prima volta -nominati dal popolo del proprio sestiere; e malgrado le loro -contraddizioni, apparisce dalle cronache conservata al popolo tale -partecipazione alle elezioni fino a tutto il dodicesimo secolo. Ma -venendo tutte le altre nomine senza eccezione attribuite al maggior -consiglio, questo fece sue bentosto anche quelle degli elettori che -dovevano rinnovarlo: quindi sotto colore di limitare nelle mani degli -elettori una pericolosa prerogativa, ma in fatto per accrescere la -propria, dichiarò che le nomine de' tribuni non si risguarderebbero che -quali semplici designazioni, e si arrogò il diritto di confermare o -rigettare i nuovi membri che verrebbero presentati dagli elettori, prima -di rassegnar loro i suoi poteri. - -L'annuale elezione del consiglio sovrano pareva conservare l'essenza del -governo rappresentativo; ma effettivamente erasi stabilita -l'aristocrazia, e la nazione si era, senz'avvedersene, spogliata della -sovranità. Il maggior consiglio, padrone delle proprie rielezioni, -doveva, malgrado l'apparente sua ammovibilità, essere sempre press'a -poco composto degli stessi individui. Quel rispetto per gl'illustri -natali, che presiedette all'origine di questo corpo, doveva accrescersi -sotto il suo regno; e la rivoluzione che in sul finire del tredicesimo -secolo rese ereditaria la carica di consigliere, era senza dubbio -preparata dall'eredità reale nelle famiglie che quasi sole composero -questo corpo ne' cento trent'anni della sua durazione. - -Ma la nobiltà che nel tredicesimo secolo trovavasi già in possesso del -poter sovrano a Venezia, veniva nonpertanto mantenuta nell'eguaglianza e -nell'ubbidienza alle leggi dal timore del doge e dal rispetto del -popolo. I nobili veneziani non avevano allora alcun possedimento in -terra-ferma, verun castello ove rifugiarsi a dispetto della pubblica -autorità, verun vassallo che potessero armare per la propria difesa. Se -fossero stati chiamati a prendere le armi contro il popolo, avrebbero -dovuto combattere a piedi come l'ultimo della plebe nelle anguste -contrade di Venezia impraticabili ai cavalli, o pure stando nelle barche -e nelle galere, i cui marinaj erano tutti uomini liberi e valorosi -quanto i nobili. E perchè niun sentimento della propria forza poteva in -essi risvegliare l'insolenza, non se ne rendevano giammai colpevoli. I -nobili veneziani si mantennero perchè si credettero deboli; i nobili -lombardi si perdettero per essersi conosciuti forti. Dopo l'undecimo -secolo la repubblica di Venezia non fu più lacerata da fazioni civili; -cercò costantemente e di comune accordo gli stessi oggetti, al di fuori -la gloria e la grandezza nazionale, nell'interno la soppressione del -potere arbitrario, il mantenimento dell'eguaglianza tra i nobili, e -della prosperità per tutti i sudditi. - -L'amministrazione della giustizia affidata ad un solo uomo nelle -repubbliche lombarde diventò naturalmente arbitraria e violenta. Si -credettero necessarie al mantenimento dell'ordine l'esecuzioni d'un -podestà o capitano rivestito degli attributi dittatoriali; ma per -mantenere l'ordine si sagrificò la libertà. In tempo che tutte le città -d'Italia adottavano la straniera istituzione de' podestà, i Veneziani -spogliavano il doge della pericolosa prerogativa di giudice criminale, -ed affidavano questa delicata incumbenza ad un nuovo senato, la -_quarantia_, che in appresso si chiamò _vecchia_ o _criminale_ per -distinguerla da altri due tribunali composti egualmente di quaranta -individui e destinati ad analoghe funzioni. La vecchia quarantia fu -istituita l'anno 1179 dal maggior consiglio, di cui i giudici erano -membri[214]. - - [214] _Sandi Storia civile di Venezia l. IV, p. 510, p. I, t. II._ - -Il doge formò lungo tempo il consiglio de' _pregadi_ con una scelta -libera ed istantanea. Consultava intorno agli affari di stato chi voleva -e quando voleva. La vigilanza del maggior consiglio impediva bensì che -questa scelta arbitraria avesse funeste conseguenze per la nazione; ma -ciò non bastava: pareva in opposizione allo spirito della repubblica il -lasciare ad un uomo la facoltà d'accordare e di togliere titoli d'onore -ed una pubblica confidenza; si ebbe timore che questa prerogativa -potesse dargli una corte, e che l'adulazione guastasse il cuore de' -gentiluomini; non volevasi che verun di loro scendesse sotto al livello -de' suoi eguali, o si facesse a credere d'avere un superiore. Del 1229 -il consiglio de' pregadi diventò parte della costituzione dello stato -[215]. Fu composto di sessanta membri nominati ogni anno dal maggior -consiglio, e fissate le sue incumbenze sotto la presidenza del doge. -Ebbe il carico di preparare gli affari che dovevano sottoporsi alla -decisione del maggior consiglio, e soprattutto d'aver cura del commercio -e delle relazioni esteriori dello stato. - - [215] _Sandi p. I, v. II, l. IV, c. 11. § 1, p. 581._ - -Nella stessa epoca i Veneziani ristrinsero i limiti de' dogi. -Approfittarono dell'interregno che precedette l'elezione di Giacomo -Tiepolo, per creare due nuove magistrature unicamente destinate ad -opporsi alle usurpazioni de' dogi. La prima fu quella de' cinque -_correttori della promission ducale_ incaricata di riconoscere in ogni -interregno il giuramento d'inaugurazione che doveva prestare il doge, e -di farvi, di consenso del maggior consiglio, le correzioni ed aggiunte -che trovassero convenienti al mantenimento dell'onore di così sublime -dignità e della libertà di tutti. L'altra magistratura fu quella de' -_tre inquisitori del doge defunto_, la quale esaminava l'amministrazione -del capo dello stato dopo la sua morte, confrontandola col giuramento -che aveva prestato quando entrò in funzione; di ricevere ed esaminare le -lagnanze e le deposizioni de' cittadini contro di lui; e se lo -meritasse, di condannarne la memoria, assoggettando i suoi eredi alla -ammenda. Non pertanto questo giudizio poteva sempre essere portato -innanzi al sovrano consiglio da' procuratori nazionali, chiamati -avogadori del comune[216]. E per tal modo le usurpazioni del capo dello -stato si poterono sempre reprimere senza scosse, e senza che i -magistrati dovessero lottare contro di lui per frenare la sua ambizione. - - [216] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 3, § 1, p. 621._ - -Pare che il giuramento del doge formasse per lo addietro la gran carta -delle libertà nazionali; ma il potere di questo capo dello stato venendo -gradatamente ristretto dal sovrano consiglio, il suo giuramento si -ridusse ad essere una rinuncia non solo a tutte le antiche prerogative -della sua carica, ma quasi alla personale sua libertà. La raccolta delle -_promesse ducali_ divisa in centoquattro capitoli è probabile che siasi -cominciata verso il 1240, e continuata soltanto fino al cadere dello -stesso secolo. Il doge prometteva d'osservare le leggi della sua patria, -e d'eseguire i decreti di tutti i consigli; prometteva di non tenere -corrispondenza colle potenze estere, di non riceverne gli ambasciatori, -di non aprirne le lettere senza l'assistenza del suo piccolo consiglio; -di non dissigillare nemmeno le lettere che gli fossero dirette da' -sudditi dello stato se non in presenza d'uno de' suoi consiglieri; di -non acquistare veruna proprietà fuori dello stato veneto, e -d'abbandonare quelle che avesse all'atto della sua nomina; di non -prender parte in alcun giudizio nè di fatto, nè di diritto; di non -cercare d'accrescere il suo potere nello stato; di non permettere a -veruno de' suoi parenti d'esercitare dipendentemente da lui alcun -ufficio civile, militare o ecclesiastico negli stati della repubblica o -fuori; finalmente a non permettere che alcuno cittadino piegasse innanzi -a lui le ginocchia, o gli baciasse le mani[217]. - - [217] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 4; p. II, § 2, p. 704._ - -L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni -dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine -ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte -riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più -complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si -riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere -a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio, -che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano -venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne -nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici, -i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che -dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni -scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione -come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa -il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e -forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile -risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè -doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato -deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di -generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta -del più degno. - - [218] _Sandi Stor. Ven. p. I, t. II, l. IV, p. 630._ - -È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle -cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata -contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro -guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante, -domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che -tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola -parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era -stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello -stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del -doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si -permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato -un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la -porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la -colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come -il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano; -titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di -Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le -armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste, -chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando -il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle -loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero, -l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a -Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro -lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la -quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che -la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la -maggiorità di due soli voti[220]. - - [219] L'anno 1205. Vedasi la Cronaca d'_Andrea Dandolo c. 3, p. - XLVII, p. 333 e c. 4_. - - [220] Dietro la sola autorità del Sandi, _Stor. Civile p. 620_, cito - le due Cronache ms. Savina e Barbaro, ch'io non ho vedute. Dandolo, - Sanudo e Navagero non accennano questo fatto. - -Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della -repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro, -quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro -amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a -dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria -fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi -troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate -le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista, -loro permettendo di reggerle colle leggi o _assise_ di Gerusalemme, che -l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui -Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua -potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior -coraggio e vigilanza. - - [221] _Sandi t. II, p. I., p. 600._ - -Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze -de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per -altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti -sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I -Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel -popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di -cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano -domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni -uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro -offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la -colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale -colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue -feudi di _hautbert_ o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri, -ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane -che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa -della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale -veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era, -come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia -come a Venezia i _giudici del proprio_, i signori della notte, quelli -della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e -soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di -Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la -città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la -colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli, -furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj -diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come -tali registrati nel libro d'oro[223]. - - [222] _Sandi t. II, p. I, l. IV, p. 609._ - - [223] Parlando della costituzione veneta mi sono attenuto a Vittore - Sandi: un nobile veneziano che nel diciottesimo secolo scrisse nove - volumi in 4.º intorno alla costituzione del proprio paese merita - piena fede in tutto ciò che è semplice erudizione patria. Molta - infatti ne contiene rispetto a tutto quanto è veramente veneziano, - per tutto ciò che poteva levarsi dagli archivj del suo paese, - ch'egli ha accuratamente esaminati. Ma non vi si può prestar fede - quando esce dal suo argomento. Cade spesso in gravissimi errori - nelle cose della storia generale d'Italia; assurde sono molte volte - le sue riflessioni, ed il suo stile è goffo ad un tempo ed - affettato. Le memorie storiche e politiche intorno alla repubblica - di Venezia di Leopoldo Curti sono meno nojose, ma lascian travedere - soverchiamente la sua parzialità; e le sue quistioni colla - repubblica fanno dubitare, almeno in Venezia, della sua esattezza. - Rispetto al commercio veneziano ho già citate le _Ricerche storico - critiche_ del dotto conte Figliasi. Ho pur fatto uso degli antichi - storici Andrea Dandolo, Marino Sanudo ed Andrea Navagero. Ho pure - letta una voluminosa storia della guerra di Candia nel 1669, che - sparge molta luce sullo stato di quella colonia. _Istoria - dell'ultima guerra tra Veneziani e Turchi di Girolamo Brusoni dal - 1644 al 1671 divisa in 28 libri, 1 v. in 4.º 1676._ - -Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni -de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero -questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu -pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della -prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola. -Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano -acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio -e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di -appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della -Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni -dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni -d'Acri. - -Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai -Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte -delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i -Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di -trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne' -feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi -divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i -conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del -tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio -quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa -di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle -due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne -arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della -chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de' -Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225]. - - [224] Trovasi nella raccolta degli storici bizantini, _t. XXIII_, - una curiosissima relazione dello stato di Terra santa l'anno 1211, - quando l'autore la visitò. Incomincia la sua descrizione dalla città - di san Giovanni d'Acri. Vedasi l'_Itinerarium Terræ Sanctæ, auctore - Villebrando ab Oldenborg canonico Hildesemensi, p. 10. Leon. Allatii - t. XXIII_. - - [225] _An. 1258 Bart. Scribæ Contin. Caffar. Ann. Gen. l. VI, p. - 525._ - -Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima -offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del -Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la -furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca, -gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere -capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi -al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici -avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla -sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non -trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami -lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da -capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori -indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa -il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi -potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane -e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo -d'una inutile perdita di gente e di tesori. - -Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un -notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che -fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed -avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino, -staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili -nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui -Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro -compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi -nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora -più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo, -imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i -Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle -mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che -avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti -era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di -alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227]. -Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi -porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di -guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci -galere, che immediatamente spedirono in Levante. - - [226] _Chron. Andreæ Danduli c. 7, § 8 e 9, p. 365._ - - [227] Questo trattato trovasi stampato nella raccolta dei diplomi - del Ducange, _t. XX_ della Bizantina, _p. 5_. -- _Hist. de - Costantinople sous les empereurs françois di Ducange l. V, § 21, - edit. Ven., t. XX, p. 75. -- Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. - 528._ - -Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore -latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale -avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i -principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale, -ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai -tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire -questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava -le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad -alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di -danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di -esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta -del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti -aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e -finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de' -Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle -province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro -predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti -politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini, -perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da -interne fazioni, non gli davano più molestia. - - [228] _Ducange Histoire de Costantinople l. V, § 19, p. 75._ - -I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di -Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di -arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di -tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano -ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi -guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno -storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229]. -Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno, -quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel -porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso -loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio -di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino. -Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che -trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole -Baldovino colle donne e coi vecchi. - - [229] _Georgi Acropolitae historia c. 85. Byzant. Ed. Ven. t. XVI, - p. 77._ - - [230] _Sabellicus hist. Venet. dec. I, l. X. -- Appendix ad - Villeharduin t. XX, Byzant. Venet. p. 100._ - -Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio -Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota -dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di -Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo, -i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una -licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva -truppe, e si offrivano d'introdurlo in città. - -In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que' -contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261 -entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in -una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai -Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare -dall'alto delle mura: _viva l'imperatore Michele! vivano i Romani!_ -Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il -convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in -Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o -Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne' -quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i -Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo -spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque -potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che -volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i -Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso -il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta -veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora -opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero -all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed -alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì -grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i -viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero -essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove -soggiornarono alcun tempo. - - [231] [Greek: Thelematarioi]. - - [232] Intorno alla perdita di Costantinopoli possono consultarsi - _Dufresne Ducange, histor. di Costant. sotto gl'imp. francesi l. V, - c. 21-34. p. 79, 80. -- Byzant. Ven. t. XX. -- Giorgio Accropolita - istor. c. 85. 89. p. 77. -- Byzant. Ven. t. XIV. -- Georgii Pachymeris - ist. l. II, c. 26-34. p. 78, 91. -- Byzant. Ven. t. XII. -- Phranza l. - I, c. 4 c 5, t. XXIII. p. 6, 7. -- Nicephorus Gregoras hist. Byzant. - l. IV, c. 2. t. XX. p. 41._ - -E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni -sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la -capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo -vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233]. - - [233] Costantinopoli fu preso il 25 luglio del 1261, e secondo il - calendario greco l'anno del mondo 6769, indizione 4. - -Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere -allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo -avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue -truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare, -perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa -armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della -Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò -in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235]. -L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di -Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed -annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la -regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di -rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora -rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio -aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti -negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in -servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla, -quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve -abbandonare[236].» - - [234] [Greek: makra kai autoi chairein eipontes Ten nothon patrida]. _Niceph. - Gregor. l. IV, p. 43._ - - [235] Acropolita, che aveva composti questi inni, ci fa un - circostanziato racconto di questa ceremonia: tutto fu commovente, - tranne la vanità dello storico, _c. 88. p. 80_. - - [236] _Niceforo Gregora, l. IV, c. 11. § 6, p. 43._ - -Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che -avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e -molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro -traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto -abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi -troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle -navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua -nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così -industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i -privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual -travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero -soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più -numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare -nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li -trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe -paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la -sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre -nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato, -vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che -alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro -patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i -Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani -formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano -l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad -esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed -attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni. - - [237] Il ceremoniale cui i magistrati veneziani e genovesi dovevano - attenersi in Costantinopoli nelle loro comunicazioni coll'imperatore - ci fu conservato da _Codino Curopalata de Officiis Const. c. 14. § - 8-14. Byz. t. XVIII. p. 91, 92._ -- È cosa notabile che i Veneziani - vi sono meglio trattati dei Genovesi. _G. Pachymeris hist. l. II, c. - 32, p. 89, 90. c. 35. p. 92. -- Niceph. Gregora l. IV, c. 5. § 4. p. - 92._ - -Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani -dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro -repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini -delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò -l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e -s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre, -poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola -di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo -favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che -i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato -tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che -abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i -Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali -sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie -de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della -repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di -danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più -tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e -del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove -l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi -conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non -lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti -Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre -sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in -Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le -somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto -principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di -Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro -colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo -presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la -nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della -repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio -di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la -libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una -cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini -la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero -Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una -tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare. - - [238] _Niceph. Gregoras. l. IV, c. 5. § 1, 5. p. 48, 49._ - - [239] Laonico Calcocondila, il solo degli storici greci che tratti - di questa infeudazione, ne parla assai confusamente. _De Rebus - Turcicis l. X, p. 216, Byzant. t. XVI._ Osservisi ancora la _Storia - veneta di Sandi p. I, l. IV, p. 670_. Ma io mi sono a Genova - informato da un Giustiniani, tornato da Chio colla sua famiglia 33 - anni sono. - -Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in -tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati -i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli -affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la -pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato, -consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue -deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola -nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà -adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i -nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata; -imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata -la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro -pretore nel campo. - - [240] Fra le altre l'anno 1238 pei gravi negoziati con Federico II. - _Barth. Scribae An. Gen. p. 479._ - -Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione -de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili; -quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di -Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere -chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i -consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che -diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha -potuto riservare a sè stesso. - -In Genova, in sull'esempio delle altre repubbliche italiane, il podestà -rimaneva un anno in carica, doveva essere forestiere e gentiluomo, ed -esercitare le incumbenze di giudice criminale, e di generale delle -truppe dello stato. Conduceva seco due legisti e due cavalieri. - -Veniva in appresso un consiglio di otto nobili genovesi, eletti -probabilmente ogni anno dalle compagnie de' nobili; perciocchè pare che -i gentiluomini si fossero divisi in otto società formate sull'andare -delle associazioni popolari di Milano. Tali compagnie eransi arrogate -alcuni poteri non contemplati dalla costituzione, ma tacitamente -riconosciuti dalla repubblica. Frattanto esse di già formavano -un'oligarchia che aveva risvegliata non solo la gelosia de' plebei, ma -quella ancora de' nobili, che a principio non essendosi inscritti in -alcuna di tali associazioni, si trovarono in certo modo respinti fuori -della nazione; per la qual cosa nel 1227, essi cospirarono, ma -inutilmente, per ispogliare le compagnie nobili delle loro -prerogative[241]. Il consiglio degli otto nobili eletti da queste -compagnie era incumbenzato di tener conto delle spese e delle -riscossioni della repubblica, come pure di prestare assistenza al -podestà nelle sue funzioni; ed aveva presso di lui cinque notai del -comune. - - [241] Questa congiura fu diretta da Guglielmo de' Mari. _Barthol. - Scribae, l. VI, p. 450-453._ - -Quattro tribunali, composti ognuno d'un console alle liti e di due -notai, amministravano la giustizia ne' quattro quartieri della città. -Venivano dalla repubblica nominati alcuni podestà subalterni per -governare le terre del territorio e specialmente quella porzione che -trovavasi oltre le Alpi liguri. - -La nobiltà erasi avvantaggiata sul popolo formando delle particolari -società; il podestà era nobile, nobili i giudici ed i consoli, nobile il -solo de' consigli che avesse influenza, quello degli otto; onde il -potere della nobiltà non era soltanto grandissimo, ma in istato d'andare -ogni giorno crescendo. Però la gelosia del popolo non perdeva di vista -il potere degli otto; a ciò fare caldamente incitato da que' nobili che, -esclusi dalle già dette società, non erano soddisfatti della piccola -parte che avevano nella sovranità della loro patria. Questa gelosia si -manifestò del 1227 colla congiura di Guglielmo de' Mari, e prese un -diverso carattere in tempo che la guerra di Federico II occupava tutte -le menti non già del governo della repubblica, ma dei diritti della -nazione, di quelli della chiesa, e di quelli dell'impero. A tal epoca -non si videro che Guelfi e Ghibellini: e gli ultimi, detti _mascherati_, -affatto esclusi dalla sovranità, fecero, armata mano, molti tentativi -per ripigliare quell'autorità che si erano esclusivamente appropriata i -Guelfi[242]. L'attaccamento alle fazioni alla repubblica straniere -s'indebolì dopo la morte di Federico, ed una contesa più nazionale -intorno alle prerogative dei nobili e del popolo succedette alle fazioni -guelfe e ghibelline. - - [242] Tra gli altri l'anno 1239, e l'anno 1241. _Annales Genuenses - l. VI, p. 482, 486._ - -I nobili che si staccano del proprio ordine per ergersi in demagoghi, -sono più avvantaggiati che tutti gli altri capi di parte, acquistando -essi facilmente la più alta e perniciosa influenza sopra coloro che -prendono a guidare. Torna loro così agevole il parer generosi, mentre -altro non sono che egoisti e calcolatori; lo spacciarsi protettori del -popolo, quando al contrario ne corteggiano il potere soltanto per -armarsi della sua forza; possono prendere a prestito tante utili virtù, -ed il popolo essere così facilmente sedotto dall'apparenza di quelle, -che costoro sono di tutti gli ambiziosi i più fortunati. Di fatti pochi -uomini, nati in città libera, hanno con modi diversi da questi usurpata -la tirannide. Genova non mancò di nobili demagoghi, e se non si -assogettò stabilmente al loro dominio, ebbe più volte l'imprudenza -d'accordar loro il supremo potere. - -Il primo di questi nobili lusinghieri del popolo fu Guglielmo -Boccanigra. Nel 1257 mentre Filippo della Torre podestà dell'anno -precedente partiva alla volta di Milano sua patria, si levò contro di -lui il popolo a rumore accusandolo di venalità, ossia d'infedeltà -nell'amministrazione della repubblica. Il consiglio degli otto nobili, -ed i sindicatori della condotta dei magistrati caddero in sospetto, -perchè non avevano proceduto contro di lui con rigore. Il popolo -ripeteva ad alta voce che non voleva omai più essere la vittima di -nobili e di podestà corrotti; che voleva scegliere tra i cittadini -virtuosi un capo che fosse il depositario della sua autorità, e la di -cui passata condotta fosse la guarentìa del suo amore della patria e -della libertà: aggiunse ben tosto che Guglielmo Boccanigra era il solo -che si fosse meritata la sua confidenza colle sue costanti liberalità, -col suo amore pel popolo, soccorrendolo contra la nobiltà. I sediziosi -s'avanzarono verso la chiesa di san Siro, portando in trionfo Guglielmo, -e postolo a sedere presso l'altare, lo proclamarono capitano del popolo, -ed in tale qualità si affrettarono di prestargli il giuramento di -ubbidienza. Il susseguente giorno, i sediziosi nominarono trentadue -anziani, quattro per compagnia, per formare il consiglio del nuovo -capitano; e la prima legge che sottoposero alla loro decisione, fu -quella che determinava la durata delle funzioni di Guglielmo. Gli -anziani assecondarono la frenesia del popolo, o fecero la corte al suo -capo, decretando che Guglielmo sarebbe dieci anni capitano del popolo; -che morendo prima del termine gli verrebbe surrogato uno de' suoi -fratelli; che avrebbe sotto i suoi ordini, pagati dallo stato, un -cavaliere, un giudice, due scrivani, dodici littori e cinquanta arcieri, -che farebbero giorno e notte la guardia al suo palazzo ed alla sua -persona. Per ultimo gli diedero la facoltà di nominare, salva la loro -approvazione, il podestà annuale[243]. - - [243] _Ann. Gen. l. VI, p. 523, 524. -- Uberti Foglietæ Genuens. - histor. l. IV, p. 361. Apud Graevium Thesaur. Antiq. Ital. t. I._ - -Ed ecco con questa rivoluzione compiutamente fondata la tirannide; ma -fortunatamente per Genova il popolo era troppo impaziente per -sopportarla lungo tempo. Del 1259 i nobili cominciarono ad avvedersi che -Guglielmo, il quale ogni giorno si arrogava nuove prerogative, aveva di -già molto perduto della sua popolarità. Ordirono contro di lui una -congiura, ma intempestiva; e Guglielmo che n'ebbe sentore, trovò parte -del popolo ancora disposto a difendere il suo idolo. Egli pronunciò -contro i suoi nemici una sentenza di esiglio, e fece spianare le loro -case. Domandò in seguito al suo consiglio, e facilmente ottenne, che gli -fosse accresciuto il salario, e data subito una somma di danaro per -mettersi in istato di difesa[244]. Frattanto se la mala riuscita di -questa congiura accrebbe la sua potenza, accrebbe pure l'odio che una -parte della nazione nudriva contro di lui. E già, se crediamo -all'annalista genovese coetaneo, del 1262 Guglielmo si comportava da -tiranno; dava e toglieva gl'impieghi di proprio arbitrio, sprezzava le -deliberazioni dei consigli, trattava in nome proprio le alleanze, -annullava le sentenze de' tribunali, ed escludeva i nobili da ogni parte -dell'amministrazione. Questi preser di nuovo le armi in tutti i -quartieri della città, ed occuparono le porte affinchè il capitano del -popolo non potesse chiamare gli abitanti della campagna in suo soccorso. -S'avviarono poi verso la gran piazza ove trovavasi il capitano con circa -otto cento uomini: strada facendo tagliarono a pezzi suo fratello, che -con un corpo di gente cercava di opporsi al loro passaggio. Intanto i -cittadini che avevano prese le armi a favore del capitano, l'andavano a -poco a poco abbandonando e si univano ai nobili. L'arcivescovo, per -impedire lo spargimento del sangue genovese, s'inoltrò tra le parti, -facendo sentire a Guglielmo che disperata era la sua causa, ed avendolo -persuaso a rinunciare alla carica di capitano del popolo, lo tolse in -tal modo al castigo dovuto ai tiranni. Furono colla sua mediazione -ristabilita in Genova la pace ed il governo quali erano avanti ii -1257[245]. - - [244] _Ann. Genuens. l. VI, p. 627. -- Uberti Folietæ Genuens. hist. - l. IV, p. 366._ - - [245] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. 529. -- Uberti Folietæ - Genuens. hist l. IV. p. 367._ - -Ma il popolo non tardò a dolersi d'essere ricaduto sotto il dominio -della nobiltà, e malgrado la fresca esperienza dell'abuso che i suoi -favoriti facevano del loro credito, andava ancora cercando qualche -nobile che volesse essere suo capo. Il primo a presentarsi, due soli -anni dopo l'abdicazione di Guglielmo, fu Simone Grillo, che la -repubblica aveva nominato ammiraglio delle galere che spediva in -Levante; ma quando vide che i nobili stavano all'erta, partì colla sua -flotta, ed il tumulto eccitato in suo favore si dissipò in poche -ore[246]. - - [246] _Ann. Genuens. l. VI, p, 531._ - -Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel -popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più -nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie -che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire -assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i -Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i -Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i -consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia, -ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la -carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e -sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione -col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu -lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola -frequentemente di rapirle la libertà[247]. - - [247] _Ib. l. VII. Lanfranci Pignolae ecc. p. 533, 535. -- Uberti - Foliet. hist. Genuens. l. V, p. 371._ - -E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano -nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una, -partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e -senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata -da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per -tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la -potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite -circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i -Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo -carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il -medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso -paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo. -In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza -repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per -molti rispetti simile a quella di Genova. - - - - -CAPITOLO XXI. - - _Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito - guelfo una assoluta superiorità. -- Conquista il regno di Napoli. - -- Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe - sul patibolo._ - -1261=1268. - - -Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione -ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice, -aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso -tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad -accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata -distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza -contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara, -da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca -la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a -Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto -alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio -del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò -bentosto la bilancia politica d'Italia. - -Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo -di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo -co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato -di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per -sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di -Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre -mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del -loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non -cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara. - - [248] Abbiamo una vita di questo papa scritta in cattivi versi - elegiaci dedicata al cardinal nipote da Tierrico Vallicolor. Questo - poema d'un migliajo di versi viene più volte citato dall'annalista - ecclesiastico. È stampato _Scr. It. p. II, p. 405 e segu_. Avvi pure - una vita dello stesso pontefice scritta da Amalrico Augerio, _p. - 404_, ed una di Bernardo Guidone _t. III, p. I, p. 593_. - -Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa -di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi -di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi -assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato. -L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime -intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi -volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale -cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta, -Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento -del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò -Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo -stesso Innocenzo IV. - -Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano -entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re -di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata, -con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa; -nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno -degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue -insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di -Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le -attaccasse personalmente[250]. - - [249] _Matteo Spinelli da Giovenazzo Diurnali t. VII, p. 1097._ - - [250] _Ann. Eccles. t. XIV, p. 68, § 22._ - -Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto -risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò -Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era -incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel -far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto, -finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli -risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la -sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione -non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della -chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi -trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua -figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo -dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i -supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo -cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza -dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente -tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia -d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli -altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle -di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale -maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare -con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo -nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo -matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla -corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per -suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal -pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che -sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più -avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia -uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale -deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima -da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò -fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci -svela le difficoltà che ritardavano questo trattato. - - [251] _Giannone Ist. Civ. del Regno di Napoli l. XIX, c. I, t. II, - p. 668. -- Continuat. Nicolai Jamsillæ, p. 591._ - - [252] _An. Eccles. 1262, § 14, t. XIV, p. 74. -- Datum Viterbii 6 - calend. maii._ - - [253] _Litteræ ejusdem ad Regem Franc. An. Eccles. § 17, an. 1262, - 13 cal. augusti._ Malgrado le felicitazioni contenute in questa - lettera, Filippo, detto l'ardito, sposò in quest'anno Isabella - d'Arragona; di che pare che Rainaldo non ne avesse notizia. - _Guilelmi de Nangiaco Hist. S. Ludovici, p. 371. Scrip. Hist. Franc. - t. V._ - -«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre -cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di -Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono -dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato -alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di -Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno -di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto, -sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del -nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così -adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità -della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli -e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e -forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri -fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un -altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio -che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di -conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo -re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve -credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il -prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui -un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a -qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la -sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve -credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto, -conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi -all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di -tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di -Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254].» - - [254] _Epist. Urb. IV ad Magistr. Albert. Notarium Ap. Rayn. 1262, § - 21, p. 75._ - -La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa -Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa -aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di -Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio, -benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse -raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia, -che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255]. -L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del -re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte -d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia -sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli, -unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a -Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, -irriconciliabile nemico del suo re. - - [255] Quest'offerta ed il rifiuto di Luigi vengono ricordati in una - lettera del papa alla regina di Francia, _Rayn. 1264, § 2, p. 101. -- - Giannone Istor. Civ. l. XIX, c. 1, t. II, p. 670._ - -Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che -trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi -di eseguire i capitoli della _gran carta_ del regno, che egli aveva -giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era -il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale -rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro -sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar -loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse -nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle; -e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In -pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i -suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo -collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256]. - - [256] _Urb. IV, Epist. 161 e 162. Rayn. 1263, § 78, p. 98._ - -L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san -Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli -di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece -almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione -pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano -dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della -consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo -onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed -un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a -sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a -tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra, -finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi -pericoli. - -Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di -rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti -isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e -quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente, -per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese -l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano -stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di -Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once -d'oro. - - [257] Gli atti originali di questo trattato furono conservati da - Tutini: _Dei contestabili del Regno f. 70, 71._ Io lo cito sulla - fede del Giannone. - -(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia -Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli -consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali -accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede -dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo -de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai -quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva -le difese della santa Chiesa[258]. - - [258] _Ann. Eccles. Raynal. 1264, § 13, p. 103._ - -Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come -figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per -conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta -figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori -sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di -Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate, -lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse -la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo -della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio -il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali -lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa -erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano: -«Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare, -prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di -pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle -avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed -adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come -un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura -feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso -assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro -veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo -d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte -si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese. -Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di -cortigiani»[261]. - - [259] Quello che assumeva questo titolo era Riccardo, conte di - Cornovaglia, uno de' pretendenti all'impero. - - [260] _Gio. Villani l. VI, c. 90, 91, p. 221._ - - [261] _Gio. Villani l. VII, c. 1, p. 285._ - -Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e -mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre -sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per -provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a -favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto, -conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta -in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi, -che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè -affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il -nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività -che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la -causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei -mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una -passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un -segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè -medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti -di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita -di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a -vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide: -sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da -quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo -della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso; -che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in -maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la -grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua -esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono -tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli -stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua -vanità; ma non acquisterà gloria. - - [262] Malgrado l'espresse testimonianze di Matteo Spinelli, - _Diurnali p. 1097, 1098_ di Costanzo _l. I_, e di Giannone _l. XIX, - c. 1, p. 671_, io dubito ancora che il condottiere di questa - crociata fosse Roberto di Fiandra, il quale, quattro anni dopo, fu - giudicato troppo giovane per condurre un'armata in Italia e fu posto - sotto la direzione del contestabile di Francia. Questa spedizione è - leggermente indicata da Vallicolor, _Vita Urb. IV, p. 418_, ed - ignorata affatto dagli storici francesi. - -I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione -d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle -mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta -vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma - - _Fama di loro il mondo esser non lassa; - Non ragioniam di lor, ma guarda e passa_[263]. - - [263] _Dante, Inferno._ - -L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un -cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva -acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una -superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i -suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della -Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini -a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il -primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel -precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi -cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò -con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di -Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo -d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara, -rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva -alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le -città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana -restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega -era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca, -cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre -anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i -Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione -delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi -cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella -loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni, -volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i -Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della -repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano -Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero -trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo -stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli -Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza -della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento -cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de' -loro nemici quanto loro abbisognava. - - [264] _Giorg. Giulini Memorie della campagna di Milano l. LV, t. - VIII, p. 202._ - - [265] _Monachus Patavinus Cron. l. III, p. 722._ - - [266] _Gio. Villani l. VI, c. 83, 86. p. 215._ Flaminio del Borgo - protrae la pace di Lucca fino al 1265; nel che parmi che s'inganni. - _Diss. VI dell'Istor. pisana p. 408._ - - [267] _Gio. Villani l. VI, c. 87, p. 218. -- An. Vet. Mutin. t. XI, - p. 67._ - - [268] _Memoriale Potest. Regiensium t. VIII, p. 1123._ - - [269] _Chronicon Parmense t. IX, p. 779._ - -Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi -nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre -mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto -danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de' -Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso -anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era -stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato -Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di -truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario -di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272], -sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città. -Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente -flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e -che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò, -qualora preferisse la via del mare[273]. - - [270] _Diurnale di Matteo Spinelli t. VII, p. 1101._ - - [271] _Storia dei Senatori di Roma di Ant. Vitali t. I, p. 128._ - - [272] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. II, c. 10, 13, t. VIII, p. - 808._ - - [273] _Flaminio del Borgo Diss. VI, Stor. pisana p. 411._ - -Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa -Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè -lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo. -Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non -dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore -trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi -anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di -Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il -quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di -questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla -sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica -francese. - -I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre -Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a -questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta -fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li -movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della -pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si -credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro -comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che -un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi -quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè -sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver -Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto -comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da -Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che -avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior -parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario -giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare -finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi -agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma, -onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare -l'armata destinata a combattere Manfredi. - - [274] _Rayn. Ann. Eccl. 1264, § 3-8, p. 101. -- Stor. Diplom. dei - Senatori di Roma t. I, p. 131._ - -Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in -Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non -l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro -Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa. -Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia -per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si -fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i -tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e -Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più -ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a -conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo -ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per -l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò -un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci -mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di -Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per -consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte, -quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad -Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa -Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi -con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di -venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del -Tevere. - - [275] _Annales Veteres Mutin. t. XI, p. 67._ Altri scrittori danno a - quest'armata maggior numero di combattenti. La cronaca di Bologna di - F. B. della Pugliola la porta a quaranta mila uomini, _t. XVIII, p. - 276_; e la cronaca di Parma, _t. IX, p. 780_, la fa ascendere a - sessanta mila. - -L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione -del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste -dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre -Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo, -perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il -largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e -fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non -fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in -Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la -foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella -il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo -fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi -solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo -sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24 -maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del -mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro -difensore[276]. - - [276] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227. -- Storia dei Senatori di - Roma t. I, p. 140._ - -Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla -contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò -del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le -prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea -preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi -cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo -capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe -religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla -decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo -che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci -che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi -meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te -dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere -al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così -abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo -sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di -provvedere all'onor tuo»[277]. - - [277] _Perugia, addì 14 delle Calende di giugno, ap. Raynald. - Annales Eccles. 1265, § 12, p. 118._ - -Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni -dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte -d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni -di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone -della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni -della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il -popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio -per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278]. - - [278] _Raynaldus, 1263, § 13, p. 119._ - -Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità -per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il -ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona -di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della -Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once -d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in -servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al -patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le -immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu -pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re -discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di -tutte l'espresse condizioni[280]. - - [279] 480,000 lire italiane. - - [280] _Giannone Stor. Civ. del Regno di Napoli, l. XIX, c. 2, p. 679 - e seg._ - -Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di -dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in -Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di -Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e -d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi. - - [281] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227._ - -Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita, -conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano -tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino -della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del -partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona -erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di -Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima -posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con -quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese -Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che -naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua -posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i -Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino -che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione -sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po -ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere, -quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a -traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove -dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san -Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso -di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di -opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre -l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a -Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo -stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282]. - - [282] _Ricord. Malesp. Hist. Fior. c. 178, p. 1000. -- Chron. Astense - Gugliel. Venturæ c. 6, t. XI, p. 157. -- Benevento da san Giorgio - Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 390. -- Chron. Parmen. t. IX, p. - 780. -- Chron. Placent. t. XVI, p. 473. -- Manip. Flor. Galvan. Flam. - t. XI, c. 300, p. 693. -- Ann. Mediol, c. 36, t. XVI, p. 665. -- - Giorgio Giulini Memorie ec. l. LV, t. VIII, p. 211. -- Campi Crem. - Fedele l. III, p. 75. -- Gio. Bat. Pigna Stor. de' Princ. d'Este l. - III, p. 232. -- Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 208. -- - Sigonius de Regn. Ital. l. XX, p. 1056._ Si accusò Buoso di Dovara - d'essere stato sedotto dall'oro di Gui di Monforte, e d'avere aperto - ai Francesi il passaggio dell'Oglio. Quest'accusa viene confermata - da Dante che pone Buoso nell'Inferno fra i traditori _C. XXXII, v. - 113-117_; accusa per altro non giustificata nè dal carattere di - Buoso, nè dalla posizione delle armate. Per lo contrario pare che - non avesse sufficienti forze per fermare i Francesi. - -L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo -la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i -quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del -marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila -Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la -croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò -alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno. - -(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa -rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte -d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non -avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si -pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde -entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce. - - [283] _Raynaldus Annales § 9, p. 133, ad annum._ - -Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a -tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa -aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj -del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per -la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le -truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania -per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo -cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano -questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San -Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli -medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi -s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di -Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto, -lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca -d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San -Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la -maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285]. - - [284] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. II, c. 20-22, p. 816._ - - [285] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. III._ - -Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo -per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi -de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà -si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e -tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole -delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza -incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da -questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata. -Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e -di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo -con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il -conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non -voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno, -o egli manderà me in paradiso[286].» - - [286] _Gio. Villani l. VII, c. 5, p. 129. -- Ricordano Malespini Ist. - Fior. c. 179, p. 1001._ - -Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate: -forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali -fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già -mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come -l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva -rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un -nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino -allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle -campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di -milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda -di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte -Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di -millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che -Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse -loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece -quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli -francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il -secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri -provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto -gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di -Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e -piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era -quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non -formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni -Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer -gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però -le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva -trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del -doppio. - - [287] _Gio. Villani l. VII, c. 7, 8, p. 231._ - -Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la -quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non -però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono -il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva. -L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di -leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla -cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce -un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il -primo corpo di cavalleria francese gridando, _montjoie chevaliers_! Il -legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i -loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio -di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria -francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della -cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare -nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era _Souabe -cavalieri!_ In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di -Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o -che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i -rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta -ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i -loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle -mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le -truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse -dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti -sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi -possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.» - - [288] _Sabas Malas. Hist. Sicula l. III, c. 10, p. 826. -- Gio. - Villani l. VII, c. 8, p. 231. -- Ricord. Malespini Stor. Fior. c. - 180, p. 1002 e seg._ Guglielmo di Nangiaco, _Gesta S. Lud. IX Franc. - Regis_ descrive questa battaglia conformemente agli storici - italiani, e solo rimprovera Carlo di non avere sparso abbastanza - sangue e d'avere risparmiata una parte de' prigionieri. _In Duchesne - Hist. Franc. Script. t. V, p. 375, 378._ - -Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare -ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e -per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio -che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea -di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in -questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della -Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di -Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non -avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe -affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente -il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un -piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa -esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento -che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. _Hoc est -signum Dei_, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle -mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più -questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto -in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo -già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi -nemici da un francese che non lo conosceva[290]. - - [289] _Gio. Villani l. VII, c. 9, p. 233 e seg._ - - [290] Questa battaglia si diede il venerdì 26 febbrajo del 1266. - -Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le -parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono -inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in -sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi, -e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che -Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente -morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di -Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle -prigioni[291] del feroce Carlo. - - [291] La regina Sibilla moglie di Manfredi era sorella di un despota - della Morea, e figlia d'un Comneno d'Epiro. Ella ebbe da Manfredi un - figlio detto Manfredino, ed una figlia. Furono tutti presi a - Manfredonia mentre s'imbarcavano per passare in Grecia. _Mon. Patav. - l. III, p. 727._ - -Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente -riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere -fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece -subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che -fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si -presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di -Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O -mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi -ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a -Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri, -rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto -rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al -ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra -quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla -memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma -l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato -incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non -permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di -pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che -apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna -di Roma presso al fiume _Verde_[292]. - - [292] _Dante, Purgatorio cap. III, v. 124 e seg._ - -Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con -quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale -natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di -Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di -battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità -de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino -si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al -vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto -giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono -aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei -soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini, -e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente -soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i -vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e -Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro -che case deserte e lorde d'umano sangue[294]. - - [293] Il papa scrisse il 12 aprile 1266 una lettera appassionata a - Carlo, rimproverandogli il saccheggio ed il massacro de' Beneventani - sudditi della santa sede. Questa lettera non riportata da Raynaldo, - e nemmeno nella raccolta degli storici di Francia, o nelle lettere - dei papi relativi alla Sicilia, _t. V, p. 873_, trovasi in _Martene - Thesaur. Anegdot. t. II, Epist. Clem. IV, epist. 262. p. 306_. - - [294] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 12, p. 828._ - -Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati -delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in -cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore -e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua -consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un -parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata -affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della -passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere -loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria -della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per -saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva -confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine -inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire -dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di -giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di -gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri -giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi -dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi -corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de' -pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro -dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e -sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti, -scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere -accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per -la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora -diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di -tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi -aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti -circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai -loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e -privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore -nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso -una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così -que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati -di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed -una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del -principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza, -d'ingratitudine e di viltà[295]. - - [295] _Sabas Malasp. l. III, c. 16, p. 831._ La testimonianza di - questo scrittore merita piena fede, perchè coetaneo e guelfo, e - creatura di Carlo. - -Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di -Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re -ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene -crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione, -poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che -commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la -vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con -ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua -pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui -entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a -maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della -Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava -immense ricchezze[296].» - - [296] _Martene Thes. Anegd. t. II, epist. 530. Clem. IV, p. 524._ - -La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due -Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni -affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di -Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini -mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano -esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte -Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la -sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro -di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa -ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella -fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il -governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi -tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della -battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua -gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città, -cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza -cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura. - -Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la -più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle -difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio -molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando -qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del -governo. Chiamò da Bologna due frati _Gaudenti_; era questo un nuovo -ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli -orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non -legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno -di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li -nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei -savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i -Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio, -che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si -vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette -professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col -nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno -stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in -caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il -di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il -privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le -fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare -lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido -sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro -ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo. - - [297] Le arti maggiori furono i legisti, i mercanti di Calimala o - stoffe forestiere, i banchieri, i fabbricatori di lana, i medici, i - fabbricatori di sete e merciaj, ed i pellatieri. Le arti minori - erano i venditori alla spicciolata di drappi, i beccai, i calzolai, - i muratori e falegnami, i fabbri ferrai. - -Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza, -perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si -risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli -aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le -nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua -cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj -venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi -de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si -avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i -trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per -difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa -Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo -aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non -potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla -piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si -gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare. - -Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il -conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in -movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre, -credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più -audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a -ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed -avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano -con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di -novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298]. - - [298] _Gio. Villani l. VII, c. 14. p. 239. -- Ricordano Malaspina c. - 184. p. 1007. -- Leonardo Aretino l. II. p. 65._ - -Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con -cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi -avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in -viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del -ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo. -Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo -fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase -fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le -preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato. -In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo; -congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad -Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a -Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza. - -Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per -essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in -Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che -impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267 -ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte; -i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i -Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne -uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola -resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci -anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la -prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della -giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica -sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei -istituito da Guido Novello. - -I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il -consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare -d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio -del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la -deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di -credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi -delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri: -dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i -Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva -assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di -ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti -che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato -di trecento cittadini di ogni condizione[299]. - - [299] _Gio. Villani l. VII, c. 15 e 17, p. 241. -- Ricord. Malespini - Stor. c. 186, p. 1009. -- Machiavelli Stor. Fior. l. II, p. 105._ - -Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti -amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del -parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini, -distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti -gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed -avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno -venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo -spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque -sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che -rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere -ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello -stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò -sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed -i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della -nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e -questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre -repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del -popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si -vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un -effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi -consigli. - -Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della -repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due -secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua -ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i -Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da -Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la -parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima -emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a -provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per -amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una -particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi -tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di -parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici -membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un -tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola, -tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza -d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a -combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine -sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza. - - [300] Fu nominato un giudice con sei assessori per istimare i danni - fatti dai Ghibellini ai Guelfi, stima stampata nelle _Delizie degli - Eruditi Toscani, t. VII, n.º 12, p. 203-286_. La perdita dei Guelfi - si valutò 152,160 fiorini d'oro, 8 soldi e 4 denari, o più di un - milione e mezzo di lire italiane. Prodigioso è il numero delle case - distrutte, molte delle quali non sono stimate più di 15 fiorini: il - valore medio è di cento in centocinquanta, e sono qualificate col - nome di palazzo quelle che arrivano al valore di 300 fiorini. Le - particolarità di questa stima indicano una città manifatturiere e - commerciante. - - [301] _Gio. Villani l. VII, c. 16, p. 242._ - -I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il -governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità -alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di -Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano -inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di -qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà. - -In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di -Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi -rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo -d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in -Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo -giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in -Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava -Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata -vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento -d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il -suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè -quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de' -Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli -assediati non ebbero più vittovaglie. - - [302] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. II, l. II, p. 34. -- - Marangoni Cron. di Pisa p. 540. -- Gio. Villani l. VII, c. 21, p. - 245._ - -In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove -assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto -Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi -avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania -un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro -vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di -Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di -Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a -conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e -tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il -liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre -Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che -di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re -di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la -conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato -di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con -piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva -perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la -venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi -e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini -oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze, -quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della -sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio -troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare -in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico, -sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una -bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua -corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro -parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I -confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia, -parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che -avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga, -erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303]. -Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto -il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità, -l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che -venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso -uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la -libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue -immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per -ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava -che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per -tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo -zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una -famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di -Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente -combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non -ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila -fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure -arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino -della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti -i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le -vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non -comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva -d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a -Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al -servigio della casa di Svevia. - - [303] _Sabas Malasp. Hist. Sic. l. III, c. 17, p. 832._ - -Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere -offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo -zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale -nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca -d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de' -suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui -i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte -del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per -accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine -del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà -era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in -Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il -conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in -Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a -Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo. - - [304] _Gio. Villani l. VII, c. 23, p. 246. -- Monach. Patav. l. III, - p. 728. -- Chronic. Veron. p. 639. -- Giannone Stor. Civile l. XIX, c. - 4, p. 692._ - -Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per -la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per -chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e -di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che -rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva -incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo -parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente -Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare. - -«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda -cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni, -o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi -ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge -ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i -difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa -voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare -un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee, -e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse -tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te -miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla -prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui -consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti -mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro -venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba. - - «Viterbo il 5 di maggio anno 4[305].» - - [305] _T. II. Epist. Clem. IV, p. 460, 462. Raynald. ad an. § 3, p. - 159._ - -Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco -misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il -senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo -senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello -stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli, -Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi -sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al -servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i -Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di -quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani, -era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del -regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti -gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde -il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere -favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una -raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie, -prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti -Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui -chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo -a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza -che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di -Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna, -rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente -la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse -perdere la vita[307]. - - [306] Alfonso di Castiglia aveva violati i privilegi nazionali; - aveva alterate le monete e stabilite nuove imposte senza il - consentimento delle Cortes. I nobili avevan tentato di formare - un'_unione_ per mantenere i loro diritti, ed il principe Enrico - erasi posto alla loro testa; ma le sue truppe essendosi sbandate a - _Nebrissa_, egli era stato costretto l'anno 1257 di fuggire a - Valenza, di dove passò a Tunisi. Lo seguirono in Affrica ed in - Italia alcuni de' gentiluomini che avevano con lui preso parte - contro il re Alfonso. _Mariana Hist. de las Hispañas l. XIII, c. 11. - -- Hisp. illust. t. II, p. 599._ - - [307] _Gio. Villani l. VII, c. 10, p. 235. -- Sabas Malaspina Hist. - Sicula, l. III, c. 18, p. 833._ - -Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia, -che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso -quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora -nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro -consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia, -perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo -governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri -spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe -presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il -suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia, -rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi -alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli, -uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da -lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo -a recarsi a Roma[308]. - - [308] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 20, p. 834._ - -Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di -Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di -Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico -di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento -cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani -ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che -ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono -questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i -cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti -più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere -ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata -alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la -Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della -casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da -Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti -dall'Affrica. - - [309] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. IV, c. 2, p. 837._ - -Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe -pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che -la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne -l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste -notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i -soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o -provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a -grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria. - -Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri, -divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal -marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese -anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual -luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove -arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua -cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto -dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa -di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella -famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila -soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove, -dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in -faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo -d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del -porto[311]. - - [310] _Caffari continuator. An. Gen. l. VIII, p. 545. -- Gio. Villani - l. VII, c. 23, p. 247. -- Michael de Vico Breviar. Pisan. Hist. p. - 197._ - - [311] _Sabas Malaspina l. IV, c. 4, p. 840._ - -Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel -territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime -dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo, -vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo -avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle -sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino -comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior -parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313]. - - [312] _Ptolomæi Ann. Lucenses t. XI, p. 1286._ - - [313] _Gio. Villani l. VII, c. 24, p. 247. -- Cron. Sanese Andreæ Dei - t. XV, p. 35. -- Malavolti Stor. Sien. l. II, p. II, p. 36._ - -Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre -volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di -venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella -sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di -rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme, -il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi -antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente -pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica -contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal -regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di -fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che -avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso -Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa -guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura -della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i -cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava -allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi -saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò -Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la -cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano -condurre al sagrificio[315].» - - [314] Si osservi la bolla del papa § 4-17, _p. 159-161, ad an. Ann. - Eccles. Raynaldi._ - - [315] _Ptolomæi Lucensis Hist. Eccles. l. XXII, c. 36, p. 1160. -- - Raynald. Ann. Eccles. § 20, p. 161._ - -Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla -pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui -adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e -signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto -Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo -all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese, -Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi -alla volta del regno di Napoli. - -Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi -ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il -cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di -Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316]. -Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di -Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e -si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non -aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di -Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che -tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco -crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così -consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi; -formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il -comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a -Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il -secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò -questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a -custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di -Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di -Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di -tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso -ai nemici in sul finire della battaglia. - - [316] Matteo Spinelli di Giovenazzo, il più antico storico che - scrivesse in lingua italiana, condusse un giornale fino alla vigilia - di questa battaglia, ove pare che restasse morto. Il giornale è - scritto in dialetto pugliese, assai diverso dal toscano, onde - Muratori credette necessario di stamparlo colla traduzione latina. - Vi si conosce l'odierno dialetto di Napoli, _t. VII Rer. Ital._ - -Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare -tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col -duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello -degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad -Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi -valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti, -come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente -superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o -posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva -l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare -in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente -conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro -vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul -campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali, -lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera -vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna -per saccheggiare il campo nemico. - -Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di -battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i -fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di -sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate -adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti -questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad -un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente -dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e -disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era -sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo -di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo -dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero -in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata -l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e -per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella -di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun -mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo -co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o -prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il -conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa -fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi -che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano -l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò -pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi -Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo -si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la -sua vittoria. - - [317] _Gio. Villani l. VII, c. 27, p. 250 e seg. -- Ricordano - Malaspina c. 192, p. 1013. -- Sabas Malasp. Hist. Sic. l. IV, c. 9 e - 10, p. 845._ -- Lettera di Carlo a Clemente IV del giorno in cui - seguì la battaglia. -- _Raynal. 32, 33, p. 164. -- Ricobald. - Ferrariensis Hist. Imp. t. IX, p. 136. -- Chron. F. Francis. Pipini - l. III, c. 7, t. IX, p. 682. -- Guglielmo di Nangì Gesta S. Lodov. - Presso Duchesne Hist. Fran. Scrip. t. V, p. 378-382._ -- La battaglia - ebbe luogo la vigilia di san Bartolomeo 23 agosto 1268. - -Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata -ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era -mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in -mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto -prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva -chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura -in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia, -si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani, -signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo -prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso -se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi -prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e -forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in -premio della sua viltà un feudo presso Benevento. - -La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure, -nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del -trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè -il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua -crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul -patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del -partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di -ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali -erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta -quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro -Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con -cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che -poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la -maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia. - - [318] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. IV, c. 16, p. 851._ - -Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e -rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo -legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere -saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva -tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che -Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra -accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato -di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto, -potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non -gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben -affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le -infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo, -che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non -avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice -provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il -nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un -timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo -giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la -sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi -compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava -giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte, -ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla -piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta -la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed -il re condannato. - - [319] Molti scrittori accusano Clemente IV di avere consigliato - Carlo a far morire Corradino; volendo alcuni che quando Carlo lo - consultò intorno alla sorte di quel giovane principe, si limitasse a - rispondere: «Ad un papa non conviene dar consiglio intorno alla - morte di chiunquesiasi.» Altri pretendono che rispondesse: _Vita - Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli._ Vedasi il - _Giannone l. XIX, c. 4, p. 702_, e gli altri autori da lui addotti - in testimonio della sua sentenza. Tra questi però cita a torto - Giovanni Villani, che dice precisamente il contrario. Ciò non parmi - probabile: Clemente potev'essere crudele per fanatismo, non per - politica; ed inoltre la politica d'un papa non poteva consigliare la - morte di Corradino. Abbiamo una lettera di Clemente a Carlo colla - quale lo consiglia a trattare i suoi sudditi con dolcezza; e molti - scrittori sono di sentimento che si dolesse amaramente della morte - del giovine principe. - -Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse -la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico -della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando -la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si -slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che -teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a -morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra -sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento. - -Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò -egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò -gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la -notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo -alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo -popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi -questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320]. - - [320] Il racconto di questa morte è preso da Riccobaldo ferrarese - che ne riferisce tutte le circostanze dietro l'autorità di uno de' - giudici, amico e compagno di Guido di Sucaria. _Ricob. Fer. Hist. - Imp. t. IX, p. 137._ -- Ma io approfittai pure di _Sabas Malasp. l. - IV, c. 16, p. 851_ -- di _Ricordano Malaspina c. 193, p. 1014_ -- di - _Gio. Villani l. VII, c. 29, p. 253_ -- di _Franc. Pipino l. III, c. - 9, t. IX, p. 685._ -- Bartol. di _Neocastro Hist. Sic. c. 9 e 10_ - nasconde al solito la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo - di Nangì storico francese di san Luigi è il solo che non onori di - una lagrima la morte di Corradino; soltanto la biasima come - impolitica. _Hist. Franc. Script. t. V, p. 382, 383._ - -Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria, -i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano -Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il -primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue -braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni -luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro -Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di -carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate. - -Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè -cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte -Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti -di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di -Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano -de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli -Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico -d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli -cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato -Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni -più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di -Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni -calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati -all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai -giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere -trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati, -altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati -avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il -re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in -appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi -nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il -fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato -mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta -posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi -cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani -del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua -situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli -assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi, -aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e -massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza -agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo -pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo -l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro -case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle -onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà -di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca, -affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici, -parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece -venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato -dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso -Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni -che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie -tornarono in potere de' Francesi. - - [321] _Bartol. de Neocastro Hist. Sic. c. 11, t. XIII, p. 1025._ - - [322] _Sabas Malaspina l. IV, c. 17, p. 853._ - - [323] _Sabas Malaspina l. IV, c. 13, p. 849._ - - [324] _Sabas Malaspina l. IV, c. 18, p. 854._ - - [325] _Idem c. 19, 20._ - -Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura -che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona, -marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede -della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero -i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro -famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal -modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino, -gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta, -suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de' -loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato -sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla -nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta -del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di -sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie. - - [326] _Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 705_ e gli altri - autori da lui citati. - - - - -CAPITOLO XXII. - - _Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. -- Eccita la discordia tra - le repubbliche italiane per opprimerle. -- Suoi progetti impediti - dai vesperi siciliani._ - -1268=1282. - - -Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da -tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di -quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia -estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità -dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che -tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che -un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era -solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso -vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa -sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare -sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un -mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i -cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò -dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa. -Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario -imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come -loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo -signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro -di tutta l'Italia. - - [327] Clemente IV morì il 29 novembre, e Corradino subì l'ingiusta - sua condanna il 29 ottobre. - -Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva -impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di -quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì -poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze -Margarita di Borgogna. - -Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu -soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli -le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che -come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi -dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle -ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli -somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che -stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete -corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi -una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà; -tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che -voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal -vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la -tarda ma giusta vendetta degli oppressi. - -Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della -casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del -partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di -Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni -d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti, -concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino -era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un -numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva -riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro -generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328]. -L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino; -egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto, -onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in -istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui -formati. - - [328] Nel medesimo tempo il marchese era stato signore di Cremona, - Milano, Brescia, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Inoltre come capo - di partito godeva di una illimitata autorità a Pavia, Parma, Reggio - e Modena. Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, Como - e Novara dipendevano pure da lui. Perdette le signorie di tante - città tre anni avanti di morire, senza quasi aver potuto combattere - per difenderle. _Chron. Placent. t. XVI. p. 476._ - -Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua -autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli -rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello -ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e -Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo -assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi -nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro -castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici -stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile -famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi -oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta -feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di -potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto. - - [329] _Chronic. Placent. t. XVI, p. 476. -- Chron. Parmen. t. XIX, p. - 784. -- Campi Cremona Fedele l. III, p. 78._ - -Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse, -disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando -uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu -esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo -avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330]. - - [330] _Chron. F. Francisci Pipini l. III, c. 45, t. IX, p. 709._ - -Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano, -colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà; -ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della -tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la -salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era -il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo; -ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano -di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse -ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma -per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel -suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere. -Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla -speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i -nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior -forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere -popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore -libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno -scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo -che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato -medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in -una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo -trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse -superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i -cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di -religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la -sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già -un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare -spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni -furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza; -ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia, -onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de' -Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato. - -Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi -successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della -Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono -alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano -ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il -rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione -al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo. -Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere -ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito; -ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero -loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma, -Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara, -Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del -marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico, -padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero -fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj -altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore. - - [331] _Chron. Placent. t. XVI, p. 476. -- Giorgio Giulini memorie t. - VIII, l. LVI, p. 238._ - -Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi, -se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi -nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese -sull'Italia. - -(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le -crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai -diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani -di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di -corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione -del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai -nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio -dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle -crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno -all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare -la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi -commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero -potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a -dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano -meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville, -sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione, -racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio -della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre, -soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che -gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo -male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di -Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e -tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure -grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto -indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna -armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].» - - [332] _Memorie di Joinville_ -- Nella Collezione delle memorie - particolari della storia di Francia, _Ediz. del 1785. t. II, p. - 158_. - -Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni -d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi -riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi -infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le -cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla -contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta -la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne -alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo -dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e -nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai -suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli. - -«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja -intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina -tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro -regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e -delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come -per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia -vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio -gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio. -Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior -sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la -sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose, -affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti -esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la -Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli, -non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai -tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333].» - - [333] _Surio in vita sancti Ludovici t. IV, die 25 augusti. Ap. - Rayn. Annales § 6. t. XIV, p. 175._ - -In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello -di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi -pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi -suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di -Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334]. - - [334] _Guilel. de Nangiaco Gesta sancti Ludovici p. 383. in Duchesne - Scrip. hist. Franc. t. V._ - -Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al -rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu -la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le -triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i -cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè -spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica -un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo, -pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali -quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di -Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente -in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada -alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il -re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni -avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla -peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni -di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo -stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e -di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero -de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la -mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto, -l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo -d'Angiò e ne prese il comando. - - [335] _Gio. Villani l. VII. c. 37. p. 258._ -- Guido da Corvaria, - storico Pisano coetaneo, dice che la flotta era composta di cento e - otto vascelli a due ponti, _gabiati_, di ventotto galere, e buon - numero di altri navi. _Fragment. Pisanæ Hist. t. XXIV, p. 676._ - -Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva -forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a -sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che -sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge. -All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva -fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey -spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di -raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti -cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe -tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati, -invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra -santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente, -vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma -tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de' -suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove -giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da -Bendocdar. - -Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento -dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono -assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e -molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi, -spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che -fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli -naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo, -che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle -coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta, -e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci -mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da -così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo -dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma -quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la -confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a -coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle -medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto -agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi -amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per -liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337]. - - [336] _Monacus Patav. in Chron. l. III, p. 732._ -- Qui termina la - cronaca del monaco di Padova. - - [337] _Annales Genuenses l. IX, p. 551. -- Uberti Folietta Genuens. - Hist. l. V, p. 175, 376. ap. Graevium._ - -(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a -Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a -dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati -trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un -delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della -ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli. -Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in -chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani. -Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo -contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai -piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da -banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa -senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i -suoi cavalieri che lo stavano aspettando -- Che avete fatto? gli disse -uno di loro -- La mia vendetta, rispose Monforte -- Come? non fu vostro -padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa, -prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino -sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero, -nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto -accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che -sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo -fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino -per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi -de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di -Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado -d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne -soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede. -Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla -lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa -vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di -fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì -il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva -veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad -altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo -tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de' -Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed -altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della -casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto -degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in -dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi, -e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi. -Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i -due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della -Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con -maggiore vantaggio. - - [338] Simone di Monforte, conte di Leicester, era stato ucciso il - 1.º agosto del 1265 nella battaglia d'Evegham presso di Conventris, - combattendo per la libertà d'Inghilterra contro Enrico III e suo - figliuolo Edoardo. Il suo corpo fu dai realisti obbrobriosamente - stracinato nel fango. Anche Gui di Monforte, suo figlio, era stato - in quella battaglia da mille spade ferito. Questi gentiluomini - appartenevano ad un tempo alla Francia ed all'Inghilterra. - - [339] _Gio. Villani l. VII, c. 39. p. 260._ - - [340] _Litterae Encicl. de Concil. celebrando; ap. Raynald. § 21, t. - XIV, p. 192._ - -Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano -le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno -dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per -pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa -trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta -guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa -pose mano a calmare tante nimistà. - -Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in -Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II, -imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i -Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano -stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val -d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente -loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad -allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a -richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano -fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de' -Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace -con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di -partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di -padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di -cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che -gli avevano esiliati. - - [341] _Malavolti storia di Siena p. II, l. II, p. 38._ - - [342] _Guido di Corvaria Hist. Pisanae frammenta t. XXIV, p. 676._ - -Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa -sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito -Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva -dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini, -e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che -l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e -che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a -Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della -pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il -primo che ne violerebbe le condizioni. - - [343] _Guido de Corvaria Hist. Pis. fragmenta t. XXIV, p. 680._ - -Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai -suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non -avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore -della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non -credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece -sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato -ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se -non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza -conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i -Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto. -Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini, -si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini, -rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro -Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344]. - - [344] _Gio. Villani l. VII, c. 41. p. 263. -- Ricord. Malasp. stor. - Fior. c. 198. p. 1018. -- Leon. Aretino Hist. Fior. l. III, p. 85-90. - -- Raynaldi Ann. Eccl. § 27, e seguenti p. 212, 213._ - -Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a -soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo -d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di -Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato -che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più -democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste -famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani -del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le -incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe -luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i -beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que' -cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i -Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle -altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo -governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti -castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di -Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per -farli rientrare nella loro patria. - -Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del -quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo, -senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in -tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano -stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo -profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio -fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente -anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di -guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte. - -I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a -tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono -il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e -Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio -genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e -presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e -Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito -guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva -avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa -de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di -Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i -marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le -montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e -le truppe di Carlo furono rispinte. - - [345] _Ann. Gen. Cont. Caffari l. IX, p. 555, 556, t. VI. -- Ubertus - Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 377._ - -Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere -Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali -pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di -fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare. -Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò -verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata -dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza. -L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per -fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più -numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino -eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a -quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai -canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria; -onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre -non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi -insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria -de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa -fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno; -avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i -Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani -accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po. - - [346] _Andreæ Danduli Chr. Ven. c. 8. § 8. p. 380. -- Cherubino - Ghirardacci Ist. di Bologna l. VII, p. 217 e 223. -- Rayn. Ann. - Eccles. 1272, § 45. p. 200._ - -Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di -favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un -principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di -questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di -Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un -imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente -Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa -romana. - -L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente -concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente -riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando -come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano -avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti, -perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di -scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè -influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro -non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla -Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed -Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè -medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo -era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re -de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi -diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva -mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle -rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito -dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i -suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da -così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze -della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo. -Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse -agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine -come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi -tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero. -L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale -casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma -tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in -appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori -ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo, -replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà -ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348]. - - [347] Disponevasi quest'anno a passare in Germania quando ebbe - avviso dell'elezione di Rodolfo. _Mariana Historia de las Hespañas - l. XIII, c. 22. p. 610._ Si osservi la lettera di Gregorio X ad - Alfonso del 16 delle calen. d'ottobre 1272. _Presso Raynaldo § 33 e - seguenti p. 197._ - - [348] Vedansi i diplomi presso _Raynald. § 7-12. p. 220_ -- come pure - nel primo libro di Muller, l'origine della casa d'Absburgo, i - talenti e le virtù che Rodolfo spiegò nelle guerre de' suoi piccoli - feudi, e la sua inaspettata assunzione all'impero. _Geschichte der - Schweiz Eidg. B. I, c. 17. p. 507._ - -Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di -far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si -trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto -per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua -autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario -imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti -da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver -dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse -finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove -usurpazioni. - -Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia, -ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un -trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il -quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del -principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale -tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte -delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece -sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed -essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore -di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente -obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj -de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di -Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in -imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare -Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi -coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa. -Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al -concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione -delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua -protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente. - - [349] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois par Ducange - l. V, c. 49, t. XX, p. 87._ Vedansi i patti di cotale trattato nella - raccolta degli atti giustificativi _p. 10_. - - [350] _Nicephorus Gregoras l. V, c. 1 e 2, t. XX, p. 63. -- Gregori - Pachymeris Hist. l. V, c. 10 ed 11, ec., t. XII, p. 205 e seg._ - -Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe -lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio -fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui. -L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che -il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di -riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe -che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie -dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i -Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera -giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento -vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il -quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili -al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli -avvenimenti che illustrarono il suo pontificato. - -Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò -fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse -privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo -della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista, -fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una -sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che -precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la -chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che -potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi. - - [351] Vedasi il Canone _apud Raynald. § 24-26, p. 224_. - -(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio -a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati -tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa. -L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di -Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re -di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani -erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde -mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai -loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde -stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande -scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in -Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli -morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono -ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i -Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle -armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353]. - - [352] _Raynaldi Ann. Eccles. § 42, ad annum p. 245._ - - [353] _Ib. an. 1276, § 1, p. 248._ - -(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in -Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua -presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla -santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento -aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero -seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente -cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui -erasi innalzata in quell'epoca. - -Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in -Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si -fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla -democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel -credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I -Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito -gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin -allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura -ove sedevano ne' medesimi consigli. - -Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando -Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si -amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo -nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una -spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi -entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe -tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare -altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con -uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto -l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare -i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami -in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma -appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì -il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire -le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa. -In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato -dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora -animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste -ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato, -che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero -le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo -amato giovane[354]. - - [354] _Ghirardacci Istoria di Bologna l. VII, p. 224._ - -Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè -essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della -loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di -Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro -nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica -piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di -Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta -giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza -principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni -nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei -s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono -costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito -ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano -l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una -sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere -state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355]. - - [355] _F. Francisci Pipini Chron. l. IV, c. 7 e 8, t. IX, p. 716. -- - Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 226. -- Mathæi de - Griff. Memor. Hist. t. XVIII, p. 123. -- Cronica di Bologna di F. - Bartol. della Pugliola t. XVIII, p. 285._ - -Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna -ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini, -perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai -Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed -acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito -presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i -Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna, -che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per -assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale -l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di -Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi. - -La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di -Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella -di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma -durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa -città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa -quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel -morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli. - -Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che -sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo -detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto -di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per -rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la -protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo, -figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della -Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano -riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de' -loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la -repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla -Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario -risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i -Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento -al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo -Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli -compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura -con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però -un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua -famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad -assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio -partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della -sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni -Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di -cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò -apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle -sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e -farsi strada alla tirannide. - -Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città -si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini -di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato -di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di -vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di -confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi -faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate. - -I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del -partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente -inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come -della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o -dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la -repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj, -ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le -leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274 -il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi, -ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il -primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo -perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere -accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie -fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di -cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere -la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno, -lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal -padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte -della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del -partito guelfo. - - [356] _Guido de Corvaria Frag. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 682._ -- Non - volevasi allora esiliare il conte Ugolino perchè tutte le città - toscane essendo governate dai Guelfi, sarebbe stato un darlo in - potere de' suoi nemici. - -Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che -governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a -Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357]. -Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni, -trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di -lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I -Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta -gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti -a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la -principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi -nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della -sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de' -suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero -degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata -ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era -quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la -pena de' suoi tradimenti. - - [357] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pis. p. 684. -- Gio. Villani l. - VII, c. 46, p. 265._ - - [358] _Guido di Corvaria Fragm. p. 686._ - -Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa -nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La -breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne -dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una -rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi -quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia. - -Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato -anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava -sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal -1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli -aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali -cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli, -Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora -risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la -potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano, -poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento -cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto -arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de' -Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti -avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con -gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel -popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure -finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non -voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata, -non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in -possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo -arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini -piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato -per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un -tempo di pazienza e di coraggio. - - [359] _Gio. Villani l. VII. c. 51, p. 268._ - -Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla -santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed -audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati -milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva -mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti -all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto -qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli -vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e -s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della -Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con -circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte -vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21 -gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa. - -Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella -terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della -Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano, -furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi -parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi -d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti, -posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro. - -Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo, -essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria, -corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare -i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si -era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno -alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono, -scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi -cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati -concorrevano al _Broletto vecchio_ e risolvevano di mandare deputati -all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano -creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi. -Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia -città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già -loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi -un asilo sicuro. - - [360] _Memorie del conte Giulini, l. LVI, t. VIII, p. 232, 304. -- - Corio Stor. di Milano, p. II, p. 123, 138. -- Ann. Mediol. t. XVI. c. - 39-49, p. 667, 676. -- Galv. Flammæ Manip. Flor. t. XI, c. 302-313, - p. 694-705._ - -In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i -Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già -una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano -innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze -monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i -Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo -proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla -servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione -spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e -perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e -consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito -di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle -usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri -virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però -la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora -attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà. - - [361] _Trist. Calchi Med. Historiog. Hist. Patriæ, l. XVII, apud - Guer. Thes. t. II, p. 365. -- Georgii Merulæ Antiq. Vicecom. l. V, p. - 90, apud Guerium t. III. -- Pauli Jovii Novocom. Vitæ XII, Vicecom. - Otho. p. 267, ap. Grav. t. III._ - -In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni -Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice -apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la -fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo -carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata -la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua -famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del -cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento -della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di -Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria -quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare -la potenza di Carlo da loro troppo innalzata. - -Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di -Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città -che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale -signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese -d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana; -signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre, -alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare -approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia -vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua -amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero, -vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo -d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di -Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice -ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due -sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle -prerogative che gli avevano resi formidabili. - -Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona -dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva -accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse -usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario -imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo. -Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte -d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al -nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re -di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro -di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede -premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando -loro moderazione. - -Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una -pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe -aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti -a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che -temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far -valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano -l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua -bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo -vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste -province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e -ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al -senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III -fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli -trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo -depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di -Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal -Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i -castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi -fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo -manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per -trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto -gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi -smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la -fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la -circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la -corte di Roma[363].» - - [362] Nicolò con una costituzione proibì di nominare senatore alcun - principe sovrano, e prese per sè tale dignità, di cui Carlo erasi - allora spogliato. _Vitali Stor. de' Senat. di Roma t. I, p. 176. -- - Decretali l. VI, cap. fondam. de electione. Raynald. ad annum § 74, - p. 298._ - - [363] _Raynaldi Ann. 1276, § 69, p. 297._ - -Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione -a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle -domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi, -che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di -Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla -scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la -carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le -province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero. - -Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro -incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di -tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino -alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o -Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non -aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla -sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e -soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte -contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi -diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità. -Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate -come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti -conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali -avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto, -giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della -sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle -province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per -titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori. - -Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva -senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti, -ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per -intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò -copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli -chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti -alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano -prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del -quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa -stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca -d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il -contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa -Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi -imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365]. -Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove -usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di -fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna, -Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri -luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a -tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni -obbligazione verso di lui. - - [364] _Nicolai III, Epistolæ t. II, l. I, epist. 5, apud Raynald. § - 57 e seg. p. 295._ - - [365] Lettera di Rodolfo § 51, 52, e diploma di Goffredo prevosto di - Soliez protonotaro, § 53 presso _Raynald. An. 1278, p. 294._ Questa - ricognizione dei diritti della Chiesa fu riconfermata nel seguente - anno. Rodolfo rinunciò espressamente a qualunque diritto poteva - essere rimasto all'Impero, e fece nuova cessione delle medesime - province alla Chiesa. Il diploma venne confermato dai principi - dell'Impero. _Raynald. ad an. 1279, § 1-7, p. 302 e seg._ - -In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò -l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali -era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa -sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo -ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province -dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna, -Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro, -che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza. -E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di -domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date -alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di -chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o -d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere -prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu -sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i -popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici -contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la -città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e -non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366]. - - [366] _Cronica miscella di Bologna t. XVIII, p. 288. -- Mathæi de - Griffonibus Chron. Bonon. p. 126._ - -Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della -santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi -acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367]; -creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti -signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la -maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande -la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e -della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il -cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella -Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di -riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a -ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati -scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito -spargendo tra i fedeli gli spirituali favori. - - [367] Diploma accordato a Bertoldo Orsino, presso il _Ghirardacci l. - VIII, p. 236_. Nicolò fece sette cardinali romani, che quasi tutti - avevano con lui rapporti di parentela. _Ricordano Malespini c. 204, - p. 1022._ - -Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi -trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga -serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della -città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno -provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo -più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi -sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni -città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè -queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi -dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro -delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo; -e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico, -nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai -Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna. -Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa, -adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto -d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i -Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e -riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati -alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj, -i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di -Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà -prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari, -che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far -nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa -riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se -il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368]. - - [368] Queste condizioni trovansi nel _Ghirardacci l. VIII, p. - 239-243_. - -(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le -condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa -di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure -il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il -giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati, -le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza -di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di -ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei -palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a -sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di -Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati, -tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso -predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le -lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si -avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece -loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di -vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I -procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e -quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja -universale[369]. - -[369] Il Ghirardacci, _Stor. di Bolog. l. VIII, p. 248_, nomina 138 -famiglie ghibelline e 129 guelfe che segnarono il trattato. _Cron. -Miscel. di Bologna t. XVIII, p. 288, 289. -- Mathæus de Griffon. Memor. -Hist. t. XVIII, p. 126. -- Chron. F. Francisci Pipini l. IV, c. 10. t. -IX, p. 718. -- Ann. Foroliviens. t. XXII, p. 146. -- Annales Coesenat. -t. XIV, p. 1104._ - -Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino -erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della -Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato -da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i -magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non -abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente -trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito -guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con -quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti -famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il -cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private -nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni, -a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali -poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo -del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria -Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i -Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno -de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la -partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più -ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo -il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state -pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la -tranquilità e la concordia[370]. - - [370] _Gio. Villani l. VII, c. 55, p. 272. -- Ricordano Malaspini - Ist. Fior. c. 205, p. 1023._ - -Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale -a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini -esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana, -altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che -di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo -che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia, -vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i -suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del -governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola, -improvvisamente morì a Suriano[372]. - - [371] _Malavolti Stor. di Siena p. II. l. III, p. 45._ - - [372] Morì il 19 agosto del 1280. - -Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta -del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi -della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo -nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a -Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel -suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in -virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo -seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva -contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti -dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una -sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il -cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre -strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei -mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla -sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi -a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di -santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere -un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i -suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle -leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità. - - [373] _Rayn. an. 1281, § 1 e 2, p. 324. -- Ptolom. Lucensis Hist. - Eccles. l. XXIV, c. 1 e 2, t. XI, p. 1185. -- Ricord. Malaspini c. - 207, p. 1025. -- Gio. Villani l. VII, c. 57, p. 275._ - -Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due -fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere -soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il -nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della -Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale -di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini -ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido -di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi -ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello -Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua -patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per -rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo. -Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse -un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed -invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità -il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa -sede. - - [374] _Bolla presso Rayn. an. 1281, § 12, p. 326. -- Ann. Foroliv. t. - XXII, p. 146-153._ - - [375] Tibaldello Zambrasi posto da Dante all'inferno fra i - traditori, _Canto XXXII; ver. 122_, erasi mortalmente inimicato coi - Lambertazzi per cagione d'un majale che gli fu tolto. Si fece per - più mesi creder pazzo, e risvegliava improvvisamente i suoi - concittadini gridando alle armi, o facendo suonare per le strade - istrumenti di bronzo. Quando gli ebbe avvezzati a non allarmarsi per - verun rumore, introdusse in città i Bolognesi loro nemici. - _Ghirardacci l. VIII, p. 256._ - -Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare -per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re -Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed -i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo -distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella -Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio -di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che -sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano. -Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua -tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376]. - - [376] _Raynald. Ann. § 14, p. 326._ - -Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla -Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero -Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò -d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò -Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de' -Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero -con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo, -per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato -l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era -scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere -gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per -avere egli cercato di riconciliarli col papa[378]. - - [377] _Ib. § 25. p. 329._ - - [378] _Pachymerus l. V, c. 22, 23, p. 222 e seg. e l. VI, c. 30, p. - 282. -- Script. Byzant. t. XII, Venet. Dufresne Ducange Hist. de - Constantinople l. VI, c. 8, p. 95._ - -Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava -preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo -di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli, -e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso -Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de' -Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il -Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà -avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi. -Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo -animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal -desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle -sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva -il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande -vendetta nazionale. - - [379] _Pachymerus l. VI, c. 32, p. 284. -- Niceph. Gregoras Hist. l. - V, c. 6, p. 74 e seg. -- Byzant. t. XX. -- Notæ L. Botvin ad Niceph. - Greg. p. 28._ intorno al nome di Rousseau de' Soli molto sfigurato - dai Greci. - -Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di -Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso -forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era -inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non -gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva -coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo -il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva -prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato -nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati -confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi, -e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale -avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro -d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone -del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382]. - - [380] _Ducange Hist. de Costantin. l. VI, c. 9, p. 95._ - - [381] Tutini _degli Ammiragli p. 66._ citato da Giannone _l. XX, c. - 5, p. 56_ dice di aver veduto ne' reali archivi uno scritto con cui - Gualtiero Caraccioli domandava al re Carlo II il permesso d'andare - in Sicilia a trovare Giovanni di Procida, assai vecchio, per farsi - guarire da una malattia. - - [382] Pietro III detto il grande, era stato coronato re d'Arragona - negli stati di Saragozza del 1276. _Hier Blancæ Rer. Arag. Comment. - p. 659, t. III, Hisp. illust._ -- I feudi dati a Procida sono - indicati da Mariana, _Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. -- Hisp. - Illust. t. II, p. 621._ - -Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica -morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e -l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli -conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni -de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in -particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione, -ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima -data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo. - -Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle -lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano -abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi. -Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della -casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo, -l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a -vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto, -ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli -veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e -perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia, -che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama -d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette -tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne -il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il -mondo allora conosciuto[383]. - - [383] _Gian. Stor. Civ. l. XX, c. 5, t. III, p. 55. seguendo il - Costanzo Storia di Napoli l. II._ - -Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de' -sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di -terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de' -partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così -sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la -vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio -vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi -comprimerebbero la ribellione nel suo nascere. - - [384] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. -- Ricordano Malaspini c. - 206, p. 1024._ - -Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era -tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano -voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi, -ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti -scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni -giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di -vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano -di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove -tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro -indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola. -Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di -Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale -loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di -Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la -pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi -popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri -amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto -sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi -sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano -la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di -questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili -sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva -arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani -in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla -morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire -entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo -esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la -religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano -assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per -colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le -donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale -offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe -eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del -forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che -disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro -spose o sorelle. - - [385] _Barthol. de Neocastro Hist. Sic. c. 14, t. XIII, p. 1027._ - - [386] Vedasi il fine del capit. 21, ed il massacro d'Augusta. - - [387] _Barth. de Neocastro, c. 12, p. 1026._ - - [388] _Nicolai Specialis Rer. Sicul. l. I, c. 2, t. X, p. 924._ - -Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente -ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo -d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per -renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro -legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici. - -Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de' -formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo -faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri, -venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre -per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla -crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello -stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato, -in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte -alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in -guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere -l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso -valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli -conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo -di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli -permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva -inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa -della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non -lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La -sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle -spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai -Siciliani ribellati. - - [389] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. -- Ricord. Malaspini c. - 206, p. 1024. -- Ann. Genuens. l. X, p. 575._ - - [390] Questo trattato fu sottoscritto il giorno 3 luglio del 1281. - Fu pubblicato nella raccolta de' diplomi in appendice alla storia - del Ducange. _Ed. Ven. p. 15._ - -(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti -sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua -protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che -non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391]. -Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò -a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre -de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario -dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere -al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e -l'impazienza loro di liberarsene. - - [391] Gli storici greci non fanno parola di questa spedizione. Il - Ducange peraltro cita Niceforo Gregora _l. V, c. 12_, ma per uno - strano abbaglio perchè il V libro non ha che sette capitoli. -- - _Ducange Hist. de Costant. l. VI, c. 12, p. 97._ - -Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da -Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende -che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo -Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo, -che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva -rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo -erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di -riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per -ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la -Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida -non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di -Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394]. -L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si -pose in viaggio per la Spagna. - - [392] Dante pose papa Nicolò nell'inferno perchè colpevole di - quest'atto simoniaco, _c. XIX, v. 98_. Pare peraltro che niun - commentatore abbia avvertito che il poeta gli rimproverasse questa - transazione. - - [393] _Gio. Villani l. VII, c. 53, p. 270._ - - [394] _F. Francisci Pipini Chron. l. III, c. 12, t. IX, p. 687._ - -Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata -morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi -progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che -i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi -contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a -Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle -che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo -pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua -protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al -contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi. - -(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile, -presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di -domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco -catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva, -risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra -il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni -dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi -cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601. -Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti -di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato: -«Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede, -pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo -promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396].» - - [395] _Indices rerum ab Aragon. Regibus gestarum Hisp. ill. t. III, - p. 116_: quest'opera è un compendio dello Zurita, della quale io non - ho più per le mani il testo spagnuolo. -- _Raynald. ad an. 1275, § - 13, p. 237, ex Leandro et Zurita._ - - [396] _Giannone l. XX, c. 5, t. III, p. 60, ex Costanzo l. II. -- - Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. -- Hisp. illust. t. II, p. - 621._ - -Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato -scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso -domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e -quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro -uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi, -prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide, -abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un -demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri -di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi -rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta; -ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori -e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di -danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una -crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente -a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da -Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata -assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni -de' Siciliani col ferro e col fuoco. - - [397] _Nicolai Specialis rerum Sicul. l. I, c. 3, p. 924, t. X._ - -Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a -Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che -diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che -gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in -movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce -d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci -mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece -equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed -otto palandre[399]. - - [398] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 276._ - - [399] _Annales Genuens. Caffari Contin. l. X, p. 576._ - -Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma -perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il -re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno -all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo -cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli -rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano -praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a -così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva -grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni -sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi -schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per -interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua -spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente -armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre -se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di -rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo -segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale -risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia, -che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna -precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al -cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica. -A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non -poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle -vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori. - - [400] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 277._ - -Giovanni di Procida non aveva aspettato che la flotta arragonese fosse -apparecchiata per passare in Sicilia e scorrere quell'isola sotto -diversi travestimenti. Col danaro de' Greci somministrava armi a -chiunque non ne aveva; alimentava, riscaldava il loro spirito colla -speranza di una pronta liberazione, e soprattutto comunicava ai suoi -compatriotti quel profondo implacabile odio contro i Francesi, ch'era la -molla di tutte le sue azioni. Egli non formava congiure, ma eccitava le -passioni del popolo onde fosse apparecchiato ad ogni avvenimento ed al -risentimento dei primi oltraggi, troppo sicuro che non mancherebbe poi -qualche eccitamento al comune odio. Chiedeva soprattutto ai nobili ed ai -militari che avevano lungo tempo soggiornato nell'interno dell'isola, di -passare a Palermo e di frammischiarsi ancora ai loro concittadini, -ond'essere a portata di dirigere i movimenti popolari tosto che -scoppierebbero[401]. - - [401] _Gio. Villani l. VII, c. 60. p. 277._ -- _ Jacchetto Malespini - contin. Ricordani, c. 209. p. 1029._ - -All'indomani della Pasqua, lunedì 30 marzo 1282, i Palermitani, com'era -loro costume, si posero in via per andare ai vesperi alla chiesa di -Monreale, tre miglia lontana dalla città. Era il passeggio ordinario de' -giorni di festa, e tutto il cammino trovavasi coperto di uomini e di -donne. I Francesi stabiliti in Palermo, e lo stesso vicario reale -prendevano parte alla festa ed alla processione. Questi per altro aveva -pubblicato un'ordinanza, che vietava ai Siciliani di portar armi per -esercitarsi nel maneggio delle medesime ne' giorni festivi, secondo -l'antica usanza[402]. I Palermitani erano dispersi pei prati -raccogliendo fiori, e salutando con grida di gioja il ritorno di -primavera, quando una giovanetta, non meno distinta per la sua bellezza -che pei suoi natali, s'avviò al tempio, accompagnata dallo sposo, cui -era promessa dai suoi parenti e da' suoi fratelli. Un Francese per nome -Drovet s'avanzò con insolenza verso la giovane, e sotto pretesto di -assicurarsi che non avesse armi nascoste, le pose sfrontatamente la mano -in seno: la fanciulla cadde svenuta tra le braccia del suo sposo, ed un -grido di furore si alza tutto ad un tratto, _muojano, muojano i -Francesi_! e Drovet, ferito colla propria spada, fu la prima vittima -della rabbia popolare. Un solo non si sottrasse alla morte di quanti -Francesi assistevano alla festa. I Siciliani, quantunque disarmati, ne -uccisero duecento in campagna, mentre le campane di Monreale suonavano i -vesperi. Dalla campagna il popolo furibondo rientrò in città gridando -sempre, _muojano i Francesi_, e qui la carnificina ricominciò più feroce -che mai. Una terribile rappresaglia fa questa del massacro di Benevento -e di Augusta, benchè esercitata sopra un minor numero di Francesi: -uomini, donne, fanciulli, tutto quanto apparteneva a questa detestata -nazione fu messo a morte, ed il ferro andò fino a cercare nel seno d'una -sposa siciliana l'abborrito frutto della sua unione con un Francese. -Quattro mila persone perirono in questa prima notte[403]. - - [402] _Bartholom. de Neocastro c. 14, p. 1027._ - - [403] Velly nella sua storia di Francia _ad an._ aggiugne a questo - racconto molte circostanze ed aneddoti intorno alla morte di varj - cavalieri francesi. Non so dove gli abbia presi, non certo negli - autori da lui citati. Forse furono conservati dalla tradizione. È - sopra tal sorta d'autorità che raccontasi che i Siciliani - riconoscevano i Francesi alla pronuncia di due vocaboli _ceci_ e - _ciceri._ I Francesi non riuscivano quasi mai a pronunciare il _c_ - italiano, e l'accentazione loro riesce ancora più difficile. - -Per grande che fosse l'odio de' Siciliani, mal sapevano risolversi ad -imitare l'esempio di Palermo; tutto il mese d'aprile si consumò in vani -attacchi de' Francesi contro Palermo ed in trattati di quegli abitanti -cogli altri Siciliani. Ma pareva che il furore de' Palermitani fosse -contagioso; e la loro resistenza e l'impunità di cui godevano, erano -d'incoraggiamento a coloro che volevano imitarli. Gli abitanti di Bicaro -ed in seguito quelli di Corleone unironsi a quelli di Palermo, -suggellando la loro alleanza col sangue de' Francesi che trovarono nel -loro paese, mentre che quelli di Calatafino, governati dal rispettabile -Guglielmo de' Porcelets, nobile provenzale, che solo di tutti i Francesi -non aveva offesa l'umanità, nè tradita la giustizia, mandavano -onoratamente al di là del Faro quest'uomo virtuoso colla sua famiglia. -Tutte le borgate e le città dell'isola si andavano una dopo l'altra -associando alla ribellione. Messina fu l'ultima ad entrare nella -congiura: tutti i soldati francesi eransi rifugiati in questa città; e -vi si trovava il vicario reale alla testa di seicento cavalli; ma il 28 -aprile i cittadini atterrarono gli stemmi di Carlo d'Angiò, cacciarono -il suo vicario ed i soldati al di là del Faro e giurarono di voler -essere partecipi della sorte degli abitanti di Palermo. Nel precedente -giorno i Palermitani avevano spedita una deputazione a Pietro d'Arragona -per invitarlo a venire a prendere possesso del regno di Sicilia e a dare -soccorso a' suoi sudditi che si ponevano tra le sue braccia. - -La notizia dei Vesperi Siciliani era stata più sollecitamente recata a -Carlo d'Angiò; l'arcivescovo di Monreale erasi affrettato di -spedirgliela alla corte di Roma, ove allora dimorava. «Sire Dio, gridò -Carlo nel riceverla, poichè ti piacque di mandarmi un infortunio, ti -piaccia almeno di ordinare che il mio abbassamento si faccia -lentamente[404].» - - [404] _Giovanni Villani l. VII, c. 61. p. 278._ - - -FINE DEL TOMO III. - - - - -TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO III. - - - CAPITOLO XVI. _Continuazione del regno di - Federico II. -- Guerra della lega lombarda - contro questo imperatore. -- Viene dal papa - deposto nel concilio di Lione._ 1234=1245 _pag._ 3 - - Conformità e differenze tra i due Federici - e le due leghe lombarde _ivi_ - Pericolosa situazione di papa Gregorio IX 5 - 1234 Gregorio IX accusato d'aver fatto ribellare - Enrico figliuolo dell'imperatore contro il padre 7 - 1235 Federico fa prigioniero a Worms suo figliuolo, - e lo manda in Puglia, ove muore 9 - Ezelino III da Romano richiama Federico - in Lombardia 10 - Ezelino III e suo fratello Alberico eransi - tra di loro divisi gli stati paterni - l'anno 1232 in seguito all'abdicazione - fattane dal padre per divozione 11 - Alberico da Romano signore di Treviso 12 - Ezelino III fatto podestà di Verona l'anno 1226 13 - 1236 Ezelino introduce in Verona una guarnigione - imperiale, che rende più ferma la - sua autorità _ivi_ - Cremona, Parma, Modena e Reggio fedeli alla - parte ghibellina _ivi_ - Opposto carattere delle aristocrazie e delle - oligarchie 14 - Oligarchie sediziose della Marca Trivigiana 16 - Federico II entra in Verona il 16 agosto con - un'armata tedesca 17 - Sorprende Vicenza, che abbandona al saccheggio 18 - Padova affida a sedici gentiluomini la cura - della sua difesa 19 - 1237 Tradimento dei nobili; sforzi del podestà per - salvare la repubblica 20 - Padova data in mano d'Ezelino 21 - Questi prende con astuzia alcuni ostaggi che - fa custodire nelle sue fortezze 23 - Fa arrestare il priore di san Benedetto, di - cui teme l'influenza 24 - Federico II riunisce presso Verona un'armata 28 - Invade lo stato di Brescia 29 - Batte i Milanesi a Cortenova il 27 di novembre 30 - I Milanesi fuggiaschi accolti da Pagano della - Torre signore della Valsassina 31 - 1238 Federico si avanza nel Piemonte staccando - dalla lega quelle città 33 - Assedia Brescia senza riuscita 34 - Guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este - appaciata da Federico 36 - 1239 Federico viene scomunicato da Gregorio IX 37 - Pietro dalle Vigne, cancelliere dell'imperatore - giustifica il suo padrone innanzi al popolo - di Padova _ivi_ - Il marchese d'Este, il conte di san Bonifacio - ed Alberico da Romano si staccano - dall'imperatore 39 - Principio delle crudeltà d'Ezelino 40 - Federico si porta in Toscana 41 - Guerre civili in Sardegna tra i gentiluomini - pisani 43 - I Visconti di Pisa stabiliti in Sardegna si - dichiarano per la parte guelfa _ivi_ - Le fazioni di Pisa assumono i nomi di Conti - e di Visconti 44 - Federico accorda il titolo di re di Sardegna - ad Enzio suo figlio naturale _ivi_ - 1240 Federico s'avvicina a Roma ove Gregorio - predica contro di lui la crociata 45 - I Guelfi prendono Ferrara e lasciano morire - in prigione il vecchio Salinguerra 47 - Gregorio IX convoca un concilio in Laterano - pel susseguente anno 48 - 1241 I Pisani armano una flotta per prendere i - prelati francesi 51 - I prelati s'imbarcano sopra una flotta - genovese e sono attaccati e fatti prigionieri - il 3 maggio in faccia a Meloria da Ugolino - Buzzacherino dei Sismondi _ivi_ - Costanza de' Genovesi dopo la disfatta 52 - Morte di Gregorio IX accaduta il 21 agosto 53 - 1242 Vacanza della santa sede. Lettera di Federico - ai cardinali 55 - Discordia nelle città cagionata dall'ambizione - de' gentiluomini 56 - Pagano della Torre capo in Milano del partito - democratico 57 - Fra Leone da Perego arcivescovo di Milano - alla testa dei nobili 58 - Guerre tra le città Lombarde 59 - 1243 Sinibaldo del Fiesco eletto papa il 24 giugno - col nome d'Innocenzo IV _ivi_ - Negoziazioni di Federico col nuovo pontefice 61 - 1244 Il 27 giugno il papa fugge travestito dallo - stato della chiesa e s'imbarca 63 - Viene condotto a Genova dal podestà 65 - Cospirazione de' Francescani contro Federico, - nella quale è complicato il papa 66 - 1245 Il papa giugne a Lione e vi aduna un concilio 67 - Il 28 giugno si fa l'apertura del concilio. - Disgrazie della Cristianità _ivi_ - L'imperatore accusato da Innocenzo viene - difeso da Tadeo di Suessa 70 - Seconda sessione del concilio nella quale è - citato l'imperatore _ivi_ - Terza sessione tenuta il 17 luglio 71 - L'imperatore è condannato dal concilio, - e deposto dal papa 74 - - CAPITOLO XVII. _Fine del regno di Federico II. -- Assedio - di Parma. -- Rivoluzioni di Toscana. -- Tirannide - d'Ezelino._ 1245=1250 75 - - 1245 Accanimento dei papi contro la casa di Svevia _ivi_ - Aperta opposizione alla chiesa dei - gentiluomini, e dei letterati 76 - Attaccamento al papa de' Francescani e de' - Domenicani 77 - Rapide conversioni da loro operate, seguite - da subite rivoluzioni 79 - Molti nobili di Parma abbracciano il partito - della chiesa _ivi_ - 1246 Il papa tenta di sollevare contro Federico - le due Sicilie 80 - Congiura dei San Severini contro Federico 82 - Congiura di Pietro delle Vigne 84 - Tenta d'avvelenare l'imperatore 87 - Volontaria morte di Pietro delle Vigne _ivi_ - Sforzi fatti da Federico per riconciliarsi - colla Chiesa 90 - 1247 Domanda di passare in Oriente per far la - guerra agl'infedeli 91 - Va fino a Torino per recarsi alla corte del papa 92 - È richiamato a dietro dalla rivoluzione di - Parma scoppiata il 16 giugno 93 - Importanza della città di Parma per Federico 94 - I capi de' Guelfi vi si chiudono dentro - per difenderla 95 - I Ghibellini si portano al campo - dell'imperatore sotto Parma 96 - Federico fa prova di spaventare i Parmigiani - coi supplicj 97 - I soldati di Pavia fanno cessare queste - crudeltà 98 - Federico fonda presso Parma una città, cui - dà il nome di Vittoria 98 - 1248 L'armata di Federico viene sorpresa il 18 di - febbrajo, e distrutta la sua città della - Vittoria 100 - Federico fa nuove istanze al re di Francia - per essere rappacificato colla Chiesa 101 - I grandi signori Francesi irritati dalla - durezza del papa 102 - Preponderanza del partito ghibellino - in Toscana 103 - Firenze inclina a favore dei Guelfi _ivi_ - L'imperatore manda a Firenze suo figlio, - Federico d'Antiochia 105 - I Guelfi cacciati fuori di Firenze la notte - della candelora 107 - 1249 L'imperatore insegue i Guelfi ne' castelli - di Toscana che assedia 108 - 1248 Ottaviano degli Ubaldini legato del papa - a Bologna 109 - I Bolognesi costringono le città della Romagna - ad abbracciare il partito guelfo 110 - 1249 L'armata Bolognese va contro Enzio sul Panaro 111 - Battaglia di Fossalta del 16 maggio 1249 112 - Rotta dei Ghibellini, Enzio fatto prigioniere 114 - 1249 Enzio condotto in trionfo nelle prigioni - di Bologna 115 - Vi è tenuto fino alla morte, 1271 116 - I Modenesi insultati dai Bolognesi sono - costretti di battersi 117 - Trattato tra Bologna e Modena - del 19 gennajo 1250 118 - 1239-1250 Progressi e crudeltà d'Ezelino da Romano 119 - Fa morire di fame i quattro signori - di Vado nel 1240 122 - Fa morire suo nipote Guglielmo di Campo - Sampiero, e tutti i suoi parenti 123 - 1250 Coraggio di Raineri di Bonello, e di Giovanni - di Scanarola 124 - Accusati che muojono sotto la tortura 125 - Fabbrica di nuove prigioni più orribili che - le antiche _ivi_ - Crudeltà d'Ansedisio de' Guidotti podestà - d'Ezelino a Padova 126 - Strage dei Delesmanini amici e parenti d'Ezelino 127 - Nuovi tentativi di Federico presso san Luigi - per la pace della Chiesa 128 - Morte di Federico II a Fiorentino nella - Capitanata accaduta il 13 dicembre 130 - Ritratto di Federico fatto da Giovan Villani _ivi_ - Ritratto di Federico fatto da Nicola - di Jamsilla 131 - - CAPITOLO XVIII. _Innocenzo IV torna in Italia. -- Sue - guerre con Corrado e Manfredi. -- Sua - morte. -- Roma sotto il suo pontificato; - il senatore Brancaleone. -- La Toscana: - il governo popolare si stabilisce in - Firenze._ 1251=1255 134 - - 1250-1273 Interregno di 23 anni senza re de' Romani _ivi_ - 1250-1310 Interregno di 60 anni senza imperatore - riconosciuto in Italia 135 - Gl'interessi della Germania si dividono per - qualche tempo da quelli dell'Italia 136 - 1251 Gioja d'Innocenzo IV per la morte di Federico II 137 - Unisce la città di Napoli allo stato della - Chiesa _ivi_ - Innocenzo torna a Genova, e vi trova i - deputati di quasi tutta l'Italia 138 - Le città ghibelline cercano di riconciliarsi - con lui 139 - Sua andata, ed ingresso trionfale in Milano 140 - Esaurimento delle finanze de' Milanesi 141 - Ingratitudine del papa verso i Milanesi 143 - I Milanesi si accostano alla parte ghibellina _ivi_ - Doppia discordia dei Guelfi e dei Ghibellini, - dei plebei e dei nobili 145 - La scelta fra le parti dipendeva - dall'inclinazione non dal calcolo - dell'egoismo _ivi_ - Fedeltà dei grandi ai loro principj, - entusiasmo passaggere della moltitudine 148 - Viaggio del papa da Milano a Perugia _ivi_ - Divisione degli stati di Federico - tra i suoi figliuoli 149 - Corrado IV scende d'ottobre in Italia _ivi_ - 1252 Il regno delle due Sicilie amministrato - da Manfredi figliuol naturale di Federico 150 - Corrado giugne nel regno e ne assume - l'amministrazione 151 - Corrado cerca di riconciliarsi colla Chiesa 153 - Corrado assedia Napoli 154 - 1253 Punisce crudelmente i Napoletani della loro - resistenza _ivi_ - Innocenzo IV offre la corona di Napoli a - Riccardo, conte di Cornovaglia 156 - Riccardo rifiuta l'offerta, che viene - accettata da suo nipote Edmondo 158 - 1254 Corrado muore inaspettatamente il 21 maggio - a Lavello _ivi_ - La morte di tutti i principi svevi attribuita - dai Guelfi a veleno 159 - I tutori di Corradino, figlio di Corrado, - lo pongono sotto la protezione del papa 160 - 1254 Il papa rompe ogni trattato cogl'Inglesi, - e vuole sottomettere la Sicilia alla santa - sede 158 - Insurrezioni nelle Sicilie contro i Saraceni - ed i Tedeschi 161 - Manfredi si porta in persona al campo del papa - per sottomettersi a lui 163 - Orgoglio degli esiliati che rientrano col papa - nel regno di Napoli 164 - Zuffa tra Borello d'Anglone e Manfredi 165 - Borello ucciso dalle genti di Manfredi, che - viene accusato d'omicidio _ivi_ - Fuga di Manfredi a traverso le montagne 166 - Attraversa la Capitanata per avvicinarsi - a Luceria 167 - I Saraceni di Luceria, malgrado del loro - governatore, si dichiarano a suo favore 170 - Ajuti che Manfredi trova in Luceria 172 - Rompe il marchese d'Oemburgo, ed il cardinale - di sant'Eustachio 173 - Morte d'Innocenzo IV, il 7 dicembre, - elezione d'Alessandro IV 174 - 1254 Carattere d'Innocenzo IV 175 - La sola Roma non riconosce la sua autorità 176 - Anarchia cagionata dai nobili romani 178 - 1253-1256 Brancaleone d'Andalo, nobile bolognese - senatore di Roma _ivi_ - Sua severità contro i nobili romani 179 - Minaccia il papa, e lo sforza a rientrare - in Roma 180 - Sedizione contro Brancaleone, che viene - imprigionato 182 - È posto in libertà per l'intromissione dei - Bolognesi, indi ripristinato nella sua carica 183 - 1258 Muore compianto da tutto il popolo 184 - 1250 Costumi e semplicità dei Fiorentini 185 - Governo aristocratico stabilito in Firenze - da Federico II 186 - Il popolo si rivolta contro i nobili - il 20 ottobre del 1250 187 - Organizzazione civile e militare che si - danno i Fiorentini 188 - 1251 Il 7 gennajo vengono richiamati gli esiliati - guelfi 190 - 1252 Vittorie de' Fiorentini sopra il partito - ghibellino e sopra i Pisani 191 - Il fiorino d'oro, moneta non mai alterata, - battuta in Firenze per la prima volta 192 - 1253 Pistoja si sottomette al partito guelfo, - e riceve guarnigione da Fiorenza 193 - 1254 L'anno delle vittorie dei Fiorentini 194 - I Sienesi sottomessi al partito guelfo 194 - Volterra presa e sottomessa al partito guelfo 195 - I Pisani costretti a chiedere pace 196 - 1255 Arezzo sorpreso per tradimento d'un generale, - viene rimesso in libertà 197 - Grandi uomini di Firenze in quest'epoca 199 - Disinteressamento d'Aldobrandino Ottobuoni 200 - - CAPITOLO XIX. _Pontificato d'Alessandro IV. -- Crociata - contro Ezelino; disfatta e morte - di questo tiranno. -- Manfredi re di Sicilia - soccorre i Ghibellini toscani; battaglia di - Monteaperto o dell'Arbia._ 1255=1260 202 - - Carattere d'Alessandro IV _ivi_ - 1255 Fa predicare la crociata contro Ezelino - da Romano 203 - Orribile crudeltà e gelosia universale - d'Ezelino 205 - Coraggio dei due fratelli Monte ed Araldo - di Monselice 207 - 1256 Il legato del papa arcivescovo di Ravenna - aduna i crociati a Venezia 208 - Il marchese d'Este ed il conte di san - Bonifacio, signore di Mantova, del numero - de' crociati 210 - Ezelino padrone di Verona, Vicenza, Padova, - Feltre e Belluno _ivi_ - 1256 Ezelino minaccia Mantova e Brescia 211 - Pusillanimità del suo luogotenente a Padova 212 - I crociati s'impadroniscono di Padova - il 19 giugno 214 - Orribili prigioni d'Ezelino in Padova _ivi_ - Ezelino si fa dare successivamente in mano - undici mila padovani, che aveva nella sua - armata, e li fa quasi tutti perire 215 - Viltà ed indisciplina dell'armata crociata 217 - Alberico da Romano viene all'armata crociata - per tradirla 218 - I crociati respingono Ezelino che attaccava - Padova 219 - 1257 Ezelino cerca di fare nuove alleanze 220 - 1258 I Bresciani che s'uniscono ai crociati sono - battuti da Ezelino 221 - Brescia apre le porte ad Ezelino 222 - Ezelino cerca di perdere i suoi alleati - Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara 223 - 1259 Questi due signori si uniscono coi Guelfi 224 - Atrocità commesse da Ezelino a Friola 226 - S'inoltra in sul finir d'agosto verso Milano 227 - 1259 Trovasi avviluppato dai nemici al di là - dell'Adda 228 - Rimane ferito il 16 settembre al ponte di - Cassano 230 - È fatto prigioniere; lacera le sue piaghe, - e si lascia morire il 27 settembre 231 - Tutte le città a lui soggette ricuperano - la libertà 232 - 1260 Alberico da Romano suo fratello condannato - a morte coi suoi figliuoli 233 - Pochi talenti d'Alessandro IV 235 - Rifiuta di trattare con Manfredi, e fomenta - le ribellioni in Calabria 236 - 1258 Manfredi prende la corona di Sicilia - l'undici agosto, sull'avviso della morte - di Corradino 238 - Quando sa che vive ancora promette di - nominarlo suo successore 239 - 1260 I Ghibellini toscani ricorrono a Manfredi 240 - Erano stati cacciati da Firenze in luglio - del 1258 _ivi_ - La repubblica di Siena li proteggeva 242 - Giordano d'Anglone spedito da Manfredi a Siena _ivi_ - Farinata degli Uberti sollecita nuovi soccorsi 244 - Farinata espone un corpo di cavalleria tedesca - agli attacchi de' Fiorentini, che abusano - della loro vittoria 245 - 1260 Manfredi irritato manda nuove truppe - contro i Fiorentini 246 - Farinata attira i Fiorentini nel territorio - di Siena 247 - Opposizione dei gentiluomini guelfi a questa - pericolosa spedizione 248 - I Fiorentini con tre mila cavalli e trenta - mila fanti s'accampano a Monte aperto in - riva all'Arbia 249 - Battaglia d'Arbia il giorno 4 settembre e - rotta totale dei Fiorentini 251 - Spavento della città di Firenze dopo tale - disfatta 252 - I Guelfi abbandonano volontariamente - Firenze il 15 settembre, e si ritirano - a Lucca 253 - Il 27 settembre i Ghibellini occupano - Firenze 255 - I Ghibellini trattano in un congresso se - debbasi distruggere Firenze 256 - Farinata degli Uberti prende la difesa - di Firenze 257 - Farinata nell'inferno di Dante 264 - - CAPITOLO XX. _Decadimento e servitù delle - repubbliche Lombarde. -- Rivoluzioni - nelle repubbliche marittime. -- Loro rivalità. -- Costantinopoli - ritolta da' Greci ai - Veneziani ed ai Francesi._ 1250=1264 267 - - Le città lombarde, le prime libere, perdono - prima delle altre la libertà 267 - Cagioni della loro servitù 269 - Mancanza di sicurezza individuale 270 - Turbulenze de' cittadini e violenza - delle passioni _ivi_ - Le stesse inclinazioni oggi turbano meno - la società 271 - Accanimento dell'odio e desiderio di vendetta 273 - Le funzioni pubbliche oggetto di gelosia tra - i nobili ed il popolo _ivi_ - La potenza dei nobili fondata sul numero - dei membri di una famiglia 275 - Famiglie artificiali pel popolo, o società - popolari _ivi_ - Cambiamento nella disciplina militare 276 - Nella prima guerra di Lombardia - l'infanteria formava la forza delle armate 277 - Perfezionamento dell'armatura degli uomini - d'armi 278 - È opera de' gentiluomini 279 - Forza irresistibile degli uomini d'armi 280 - La forza militare trovasi tutta in mano - de' nobili 281 - Gli uomini d'armi perdono il loro vantaggio - nelle città 282 - Truppe mercenarie di armatura pesante 283 - Gli esiliati e gli emigrati formano le prime - truppe mercenarie 284 - 1256 I nobili ed il popolo eleggono ognuno il - loro podestà 285 - Martino della Torre podestà del popolo, - erede del credito di suo zio Pagano 286 - 1257 Guerra tra il popolo di Milano ed i nobili - alleati dei Comaschi 287 - 1258 Trattato di sant'Ambrogio fatto il 4 aprile, - che divide i pubblici impieghi 288 - Nuove guerre civili 289 - 1259 Martino della Torre nominato anziano e - signore del popolo 290 - Sua influenza accresciuta dalla disfatta - di Ezelino 292 - Martino della Torre viene nominato signore - di Lodi _ivi_ - Pelavicino si mette al soldo de' Milanesi 293 - 1261 I nobili milanesi assediati nel Castel di - Tabiago 295 - 1263 Ottone Visconti eletto dal papa arcivescovo - di Milano in opposizione a Raimondo della - Torre, nipote di Martino 296 - La città di Novara nomina Martino suo - signore _ivi_ - 1264 Filippo della Torre successore di Martino - si assoggetta Como, Vercelli e Bergamo 297 - Repubbliche marittime 299 - Potere dei dogi di Venezia 300 - 1032 Loro potere monarchico limitato nell'elezione - di Domenico Flabenigo 301 - 1172 Creazione del maggior consiglio dopo la - morte di Vitale Michieli 303 - Difficoltà delle elezioni popolari 304 - L'elezione del maggior consiglio affidata a - dodici tribuni 305 - Inclinazione del governo verso l'aristocrazia - dopo la formazione del maggior consiglio 307 - I nobili di Venezia non avevano forze - individuali come quelli di Lombardia _ivi_ - 1179 Istituzione della vecchia quarantia, - tribunal criminale 309 - 1229 Istituzione del consiglio de' pregati 310 - Nuove limitazioni all'autorità del doge _ivi_ - Giuramento de' dogi 311 - 1249 Elezioni dei dogi; la scelta combinata - colla sorte 313 - I Veneziani rivolgono tutta la loro - attenzione verso l'Oriente 314 - 1225 Pongono in deliberazione se debbano - trasportare in Costantinopoli la sede - del governo 315 - Le isole del mar Egeo cedute in feudo ai - particolari cittadini 316 - 1225 Candia resa immagine della Metropoli 317 - Gelosia tra i Veneziani ed i Genovesi 319 - 1258 Si contrastano una chiesa in san Giovanni - d'Acri 321 - Prima guerra marittima tra questi due popoli _ivi_ - 1261 13 marzo. Alleanza de' Genovesi con Michele - Paleologo 323 - 1237-1261 Regno e debolezza di Baldovino II imperatore - latino _ivi_ - Talenti degl'imperatori di Nicea, Vatace, - Lascari e Paleologo 324 - 1261 Impresa dei Veneziani sopra Dafnusio 325 - Cesare Strategopulo sorprende Costantinopoli - il 25 di luglio 326 - I Latini fuggono a Negroponte 328 - In quale stato trovavasi Costantinopoli - quando vi rientrarono i Greci 329 - Michele Paleologo assegna Galata per abitazione - ai Genovesi 331 - Conserva ai Veneziani ed ai Pisani le loro - colonie a Costantinopoli _ivi_ - Cede l'isola di Chio ai Genovesi. Storia di - quest'isola 332 - Costituzione de' Genovesi in quest'epoca 334 - Potere della nobiltà _ivi_ - 1261 Gelosia del popolo contro la nobiltà 334 - 1257 Guglielmo Boccanigra primo capitano del popolo 339 - 1262 Guglielmo deposto in conseguenza di una congiura - del popolo 342 - 1264 Potenza delle quattro famiglie Grimaldi, - Fieschi, Doria e Spinola 343 - - CAPITOLO XXI. _Carlo d'Angiò chiamato dai - papi procura in Italia al partito guelfo - un'assoluta superiorità. -- Conquista il - regno di Napoli. -- Disperde l'armata - di Corradino, e fa perire questo principe - sul patibolo._ 1261=1268 346 - - 1261 25 maggio. Morte d'Alessandro IV. Elezione - di Urbano IV 347 - Alterigia e violenza d'Urbano IV contro - Manfredi 348 - 1262 Urbano vuole impedire il matrimonio di Costanza - figlia di Manfredi col figlio del re Giacomo - d'Arragona 350 - Urbano offre la corona di Napoli a Carlo d'Angiò 351 - 1263 Induce Edmondo d'Inghilterra a rinunciare alla - sua investitura 354 - Stabilisce le condizioni dell'investitura - con Carlo d'Angiò 356 - 1264 Carattere e situazione di Carlo d'Angiò 357 - Prima armata di crociati francesi contro - Manfredi l'anno 1261 359 - 1264 Filippo della Torre, signore di Milano, - si stacca dai Ghibellini 361 - Imprese in Lombardia dei Guelfi emigrati - di Toscana 363 - Manfredi cerca di chiudere a Carlo d'Angiò - la strada di Lombardia _ivi_ - 1265 Morte d'Urbano IV. Gli succede Clemente IV 365 - Carlo nominato dai Romani senatore di Roma _ivi_ - Il voto de' crociati per la Terra santa - convertito in una crociata contro Manfredi 367 - L'armata di Carlo condotta da sua moglie e - da suo genero Roberto di Bethune _ivi_ - Carlo venuto per mare si sottrae alla flotta - di Manfredi, ed il 24 maggio entra in Roma - con mille cavalieri 368 - Viene rimproverato dal papa per essersi - alloggiato nel palazzo del Laterano 369 - Riceve l'investitura del regno delle due Sicilie 370 - L'armata francese scende in Piemonte sul finire - dell'estate 372 - Napoleone della Torre la conduce a traverso - il milanese 373 - Ella batte Pela vicino, e delude Buoso di - Dovara _ivi_ - Fa reclute in Romagna 374 - 1266 Carlo d'Angiò entra nel regno per la strada - del Ferentino 375 - Manfredi tradito da' suoi sudditi 376 - Le due armate s'incontrano presso al fiume - Calore 377 - Battaglia di Grandella del 26 febbrajo _ivi_ - Manfredi abbandonato dai baroni della Puglia 381 - Disfatta e morte di Manfredi 382 - Carlo gli rifiuta gli onori del sepolcro 383 - La città di Benevento abbandonata dai Francesi - al saccheggio 384 - Avidità degli ufficiali mandati da Carlo - nelle province 386 - Carlo rimproverato da Clemente IV pel suo - cattivo governo 388 - Guido novello capitano della cavalleria di - Manfredi in Toscana 389 - Temporeggia coi Guelfi di Firenze 390 - Riunione in Firenze delle corporazioni dei - mestieri _ivi_ - Sommossa presso al ponte santa Trinità 392 - Il conte Guido esce di Firenze colla sua - truppa il giorno 11 di novembre _ivi_ - Viene respinto quando tenta di rientrarvi 393 - 1267 Carlo manda Gui di Monforte in Toscana per - sostenere i Guelfi 394 - Nuova costituzione di Firenze _ivi_ - Stabilimento d'una magistratura del partito - guelfo 396 - Carlo viene in Toscana il 1.º agosto ed - assedia Poggibonzi 399 - I Ghibellini ricorrono a Corradino in Allemagna 400 - Corradino giugne a Verona in fine del 1267 403 - Carlo vuole impedirgli il passaggio della - Toscana 404 - 1268 Carlo viene richiamato dal papa nel regno - di Napoli _ivi_ - Enrico di Castiglia, senatore di Roma, arma - in favore di Corradino 406 - Corrado Capece va in Affrica a cercare gli - emigrati ghibellini, che conduce in Sicilia 408 - Carlo assedia Luceria ribellatasi a favore - di Corradino 410 - Corradino giugne a Pisa in maggio; potenti - sforzi fatti per lui dai Pisani _ivi_ - Rompe in Toscana Belselve luogotenente di Carlo 411 - Minaccia a Viterbo il papa, che lo ha - scomunicato 412 - Penetra nel regno a traverso gli Abruzzi 414 - Battaglia di Tagliacozzo il 23 agosto 415 - 1268 Corradino prima vincitore viene disfatto - per avere rotta la sua ordinanza 416 - È fatto prigioniero ad Astura di dove voleva - andare in Sicilia 419 - Tribunale formato per giudicare Corradino _ivi_ - Corradino perde la testa sul patibolo - il 26 ottobre 422 - Altre vittime della crudeltà di Carlo d'Angiò 423 - Strage degli abitanti d'Augusta 425 - Il guanto, gettato da Corradino in mezzo alla - folla, viene portato a Costanza figlia di - Manfredi e moglie del re d'Arragona 426 - - CAPITOLO XXII. _Smisurata ambizione di Carlo - d'Angiò. -- Eccita la discordia tra le repubbliche - italiane per opprimerle. -- Suoi - progetti impediti dai vesperi Siciliani._ 1268=1282 428 - - Potenza di Carlo d'Angiò _ivi_ - Morte di Clemente IV accaduta - il 29 novembre 1268. Vacanza della santa - sede per trentatre mesi 429 - 1268 I capi dei ghibellini nemici di Carlo - spogliati del loro potere 430 - Tutte le città soggette ad Oberto Pelavicino - si rivoltano contro di lui 431 - 1269 Buoso da Dovara, esiliato da Cremona, muore - nella miseria 432 - Fazioni delle città Lombarde, che più non - hanno per loro scopo la libertà 433 - Carlo d'Angiò domanda alle città guelfe di - riconoscerlo per loro capo 435 - 1270 Viene obbligato da suo fratello san Luigi - ad entrare nell'ultima crociata 436 - Zelo di san Luigi: sue esortazioni ai suoi figli 438 - L'armata crociata sbarca in Affrica presso - Tunisi 440 - È assalita dalla peste, di cui muojono san - Luigi e molti crociati _ivi_ - Carlo d'Angiò fa il Bei di Tunisi suo - tributario 441 - Confisca i beni de' Genovesi naufragati, - sebbene uniti alla sua flotta 442 - 1271 Gui, conte di Monforte, uccide Enrico figlio - del conte di Cornovaglia 443 - 1272 Gregorio X nuovo papa cerca di riconciliare - i Guelfi coi Ghibellini 445 - 1273 Viene a Firenze e fa richiamare in quella - città, siccome in Siena e Pisa, i Ghibellini - esiliati 447 - Carlo d'Angiò sforza colle minacce - i Ghibellini ad emigrare di nuovo 449 - 1273 Il papa cerca pure di pacificare i Genovesi - con Carlo _ivi_ - Guerra de' Veneziani e de' Bolognesi per la - navigazione del Po 452 - Il papa la termina con un trattato di pace 453 - Gregorio X vuol dare un nuovo capo all'impero - d'Occidente 454 - 1257-1271 Riccardo di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia - concorrono all'impero _ivi_ - 1273 Rodolfo conte d'Absburgo nominato re de' Romani 455 - 1274 Gregorio X riconcilia Michele Paleologo colla - chiesa romana 458 - Glorioso pontificato di Gregorio X _ivi_ - 1275 Il papa preparasi a condurre i crociati in - Terra santa 460 - 1276 Muore in principio di gennajo _ivi_ - 1273 Origine delle turbolenze di Bologna. Tragica - morte d'Imelda dei Lambertazzi 461 - 1274 Guerra civile dei Geremei e de' Lambertazzi; - esilj di questi 463 - 1275 Vittoria di Guido da Montefeltro sui Geremei - in Romagna 464 - 1274 A Pisa Ugolino della Gherardesca s'avvicina - ai Visconti 466 - 1274 Ugolino della Gherardesca e Nino di Gallura - capi dei Ghibellini e dei Guelfi di Pisa - esiliati, e nello stesso tempo arrestati - il 24 giugno 468 - 1275 Il conte Ugolino si associa ai Guelfi 469 - 1276 I Pisani sforzati a richiamare tutti gli - esiliati _ivi_ - Tre papi in un anno. Innocenzo V, Adriano V - e Giovanni XXI 470 - 1265-1276 Guerre di Napoleone della Torre contro Ottone - Visconti, arcivescovo esule di Milano 471 - 1277 Il 21 di Gennajo Ottone Visconti sorprende - e fa prigioniere Napoleone della Torre 474 - Il popolo di Milano, sommosso contro i della - Torre, fa suo signore Ottone Visconti 474 - Nicola III nuovo papa scuote il giogo di - Carlo d'Angiò 476 - Grande potenza di Carlo _ivi_ - Nicola mediatore tra Carlo e Rodolfo _ivi_ - 1278 Riduce Carlo a deporre l'ufficio di senatore - ed il vicariato della Toscana 478 - Rodolfo conferma e dà esecuzione alle donazioni - fatte dagl'imperatori alla santa sede 480 - Estensione dei paesi ceduti da Rodolfo alla - santa sede 482 - Non passano subito sotto il dominio del papa 483 - 1278 Il cardinale Latino incaricato di rappacificare - la Romagna e la Toscana 484 - 1279 4 agosto. Pace conchiusa a Bologna tra i Geremei - ed i Lambertazzi 486 - Pace conchiusa a Firenze in febbrajo tra i - Guelfi ed i Ghibellini 488 - 1280 Morte di Nicola III accaduta il 19 di agosto 490 - 1281 Il 22 febbrajo elezione di Martino IV fatto - per l'influenza e le minacce di Carlo 491 - I Ghibellini sono di nuovo perseguitati - in Romagna _ivi_ - Tutte le fortezze della chiesa affidate alle - creature di Carlo 493 - 1281 Preparativi di Carlo per attaccar Genova 494 - 1279-1282 Odio di Giovanni di Procida. Sue intraprese 495 - Eccita Costanza e Pietro d'Arragona ad assumere - la difesa dei Siciliani 496 - Visita la Sicilia e risveglia l'odio del popolo - e dei nobili 498 - Va a Costantinopoli ed ottiene sussidj dal - Paleologo 501 - Torna a Roma ed ottiene l'assenso de' suoi - progetti da Nicola III 503 - L'annuncia a Barcellona, indi torna a - Costantinopoli 504 - 1282 Alterigia di Martino IV verso l'ambasciatore - Arragonese 505 - Gli ambasciatori Siciliani fatti arrestare da - Carlo nella corte del papa 506 - Procida porta danaro al re d'Arragona, e lo - determina a spiegare le vele verso l'Affrica 507 - Procida di ritorno in Sicilia vi aspetta - un'occasione di ribellione 509 - 1282 Oltraggio fatto presso Palermo da un Francese - ad una donna all'indomani di Pasqua 510 - Massacro dei Francesi eseguito il 30 marzo - mentre le campane suonano i vesperi 511 - Gli altri Siciliani seguono l'esempio - de' Palermitani entro il mese d'aprile 513 - I Francesi sono scacciati da Messina - il 28 d'aprile _ivi_ - -FINE DELLA TAVOLA. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le -grafie alternative (terra ferma/terra-ferma, Oemburgo/Oenburgo e -simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia delle repubbliche italiane dei -secoli di mezzo, Tomo III (of 16), by J. C. L. Simondo Sismondi - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE, TOME III *** - -***** This file should be named 43802-8.txt or 43802-8.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/4/3/8/0/43802/ - -Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara -Magni and the Online Distributed Proofreading Team at -http://www.pgdp.net (This file was produced from images -generously made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License available with this file or online at - www.gutenberg.org/license. - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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