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-The Project Gutenberg EBook of Storia delle repubbliche italiane dei
-secoli di mezzo, Tomo III (of 16), by J. C. L. Simondo Sismondi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org
-
-
-Title: Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo III (of 16)
-
-Author: J. C. L. Simondo Sismondi
-
-Release Date: September 23, 2013 [EBook #43802]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE, TOME III ***
-
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-
-Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso, Barbara
-Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
-http://www.pgdp.net (This file was produced from images
-generously made available by The Internet Archive)
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-
- STORIA DELLE
- REPUBBLICHE ITALIANE
- DEI
- SECOLI DI MEZZO
-
-
- DI
- J. C. L. SIMONDO SISMONDI
-
- DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI,
- DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
-
- _Traduzione dal francese._
-
-
- _TOMO III._
-
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- ITALIA
- 1817.
-
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-
-STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
-
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-
-CAPITOLO XVI.
-
- _Continuazione del regno di Federico II. -- Guerra della Lega
- lombarda contro questo imperatore. -- Viene deposto dal papa nel
- concilio di Lione._
-
-1234=1245.
-
-
-Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in
-Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa,
-che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima
-lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente
-sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla
-precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative
-dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini
-e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo,
-siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice
-delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi
-spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe
-lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà.
-
-Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime
-differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città,
-trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la
-stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se
-l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva
-la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le
-loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E
-siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno
-onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa
-costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte
-delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per
-cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di
-parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato
-potere del monarca costituzionale.
-
-Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo
-violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi
-posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione.
-L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno
-levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro
-clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi
-faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così
-dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni
-che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi
-predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato
-prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne
-fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed
-accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza
-di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati
-saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai
-confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche
-papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda
-conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in
-mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti
-controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che
-adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato
-italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun
-altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua
-influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e
-di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come
-le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di
-rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del
-cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi
-non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX
-occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse
-difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella
-della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre
-cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non
-voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse
-maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto
-ad abbandonare egli stesso la neutralità.
-
- [1] _Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XVI, c. 8, p.
- 537._
-
-(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato
-contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si
-seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già
-da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e
-seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega
-lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la
-corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo
-padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione
-senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in
-mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in
-tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti,
-in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu
-visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto
-della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi
-romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che
-Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò
-negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno
-1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il
-loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non
-rinunciava all'eresia[4].
-
- [2] _Galvan. Flam. Manip. Flor. c. 264, p. 671, E. t. XI. -- Ann.
- Mediol. c. 5, t. XVI, p. 644. -- Corio p. II, p. 97. b._ -- Potrebbe
- darsi che questi tre storici si fossero copiati l'un l'altro, non
- essendo contemporanei. Nella lettera in cui Federico parla di questa
- ribellione al re di Castiglia, non accusa il papa. _Petri de Vineis
- l. III, c. 26, p. 439._
-
- [3] _Chron. Richardi de s. Germano, p. 1034._
-
- [4] _Raynald. An. Eccles. ad an. 1231, § 22, p. 379._
-
-(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di
-Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul
-cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania
-onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi
-dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non
-favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad
-Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i
-principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide
-costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del
-padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato
-decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui
-istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione,
-ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa
-perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico
-d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7].
-
- [5] _Raynal. Annal. Eccles. ad annum 1235, § 9, p. 423. -- Vita
- anonim. Gregorii IX, p. 581, t. III Rer. Ital._
-
- [6] _Richardi de s. Germano Chronic. p. 1036. -- Giannone l. XVII, c.
- I, p. 552 e 553._
-
- [7] Federico scrisse al clero di Sicilia deplorando la morte di suo
- figliuolo, e raccomandandolo alle loro preghiere. «Per acerbo che
- sia il dolore, egli dice, cagionato ai padri dalle trasgressioni dei
- figliuoli, punto non iscema quello ancora più acerbo, che fa provare
- la natura, allorchè si perdono.» _Petri de Vineis Epist. l. IV, c.
- I, p. 543._
-
-Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto
-del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche
-avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano
-prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un
-altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da
-Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III,
-cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo
-i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio,
-furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e
-forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare
-la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i
-delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta,
-meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della
-tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti.
-
-Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella
-Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere
-estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle
-falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il
-mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava
-voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato
-Ezelino il _monaco_[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le
-opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono
-contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III
-cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico,
-investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico
-accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale
-sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori
-diritti al favore dell'imperatore[9].
-
- [8] _Rolandini de factis in March. Tarvis. l. II, c. 6, p. 186._
-
- [9] Riferito da Gerardo Maurizio, che l'aveva ottenuto egli
- medesimo, _p. 35_.
-
-Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di
-Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il
-suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi
-del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di
-Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi
-cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a
-rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino
-ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era
-governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la
-nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo
-favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i
-loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col
-favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio,
-capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino,
-affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del
-popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza
-del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse
-abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione.
-Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città
-guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito
-ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino,
-giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12].
-
- [10] _Rolandini l. III, c. 8, p. 205._
-
- [11] _Vita Com. Ricciard. de s. Bonifacio p. 125. -- Parisius de
- Cereto Chronic. Veronense p. 624._
-
- [12] _Chron. Veronens. p. 628._
-
-Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già
-dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di
-Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda;
-per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione:
-cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città
-del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente
-nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e
-Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san
-Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega,
-avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto
-importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e
-di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta
-influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la
-costanza dei cittadini.
-
-Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben
-costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile
-costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero
-sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le
-assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico,
-forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare
-l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando
-a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora
-quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano
-l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi
-nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di
-sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle
-leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più
-di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza
-straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra
-gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni
-del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce
-giammai.
-
-Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali,
-d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario
-i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può
-bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad
-essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad
-altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i
-nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli
-schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per
-abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.
-
-Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della
-Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era
-fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era
-proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente
-dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore
-colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata
-alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero
-credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse
-in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie,
-i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate,
-riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone,
-quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che
-ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche
-signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli
-altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che
-per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più
-potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la
-debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante
-sacrificio del pubblico al privato interesse.
-
- [13] Ne sia prova l'avvilimento e la venalità di Roberto Maurisio,
- un nobile di second'ordine addetto ad Ezelino. Si mostra tale in
- tutta la storia ch'egli scrisse, e più chiaramente a _pag. 45_.
-
-Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia
-per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre
-mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito
-de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le
-truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando.
-Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia,
-che pose a fuoco ed a sangue.
-
-La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della
-Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della
-lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san
-Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche,
-riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto
-Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due
-comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto
-di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito
-Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con
-tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città
-prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15].
-I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati
-ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono
-atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza
-distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad
-Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le
-strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette
-allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in
-seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.
-
- [14] _Rolandini l. III, c. 9, p. 207._
-
- [15] _Gerardus Maurisius, p. 44 e 45. -- Ant. Godius Civ. Vicent. p.
- 82. -- Mon. Patav. p. 675. -- Rolandin. p. 207._
-
-(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna
-ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico,
-duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino,
-il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal
-monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le
-redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in
-pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII,
-marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del
-comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior
-parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente
-addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per
-provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad
-avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici
-della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così
-difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese
-loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini.
-Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della
-patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria
-autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo
-storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando
-Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di
-presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini
-del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro
-fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.
-
- [16] _Roland, l. III, c. II, p. 209._
-
-La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il
-quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata
-dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei
-venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città
-italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi.
-Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti,
-l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua
-vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i
-Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace
-coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che
-custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino
-Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo
-Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche
-questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini
-ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune,
-s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo
-in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che
-le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza
-taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni,
-purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata
-capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso
-alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e
-gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè
-questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che
-allora si erano a lui sottomessi.
-
- [17] _Rolandini l. III, c. 16, p. 213._
-
-Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma
-convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle
-nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo
-volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta
-modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle
-comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui
-subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova,
-Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino,
-prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento
-Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran
-guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.
-
- [18] _Rolandinus l. IV, c. I, p. 215._
-
-Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi
-avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi
-rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti
-indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero
-gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti
-soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza
-per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle
-famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al
-partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più
-potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore
-influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro
-amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore,
-allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in
-pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che
-s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non
-dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di
-Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri
-castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi
-giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti
-sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di
-Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero
-di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta
-ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva
-abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul
-finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di
-Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
-
- [19] _Rolandin. l. IV, c. 3, p. 216._
-
-Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che
-in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si
-conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non
-farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo,
-non gli si porgesse occasione di prendere le armi.
-
-Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui
-predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica,
-trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle
-pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di
-mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno
-gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a
-palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il
-priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta,
-venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo
-prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero
-ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro
-coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero
-potuto rovesciare[21].
-
- [20] _Rolandin. l. IV, c. 4. p. 218._ -- Può ancora leggersi intorno
- allo stabilimento della tirannia Gerardo Maurisio, creatura del
- tiranno che termina la sua storia a quest'epoca _p. 47-50_: come
- pure Lorenzo de' Monaci, _Ezelinus III, p. 141_; ma questi non fece
- che copiare il Rolandino.
-
- [21] Ezelino III era capo del partito ghibellino, e dichiarato
- nemico della corte di Roma, la quale rovesciò sopra di lui e della
- sua casa tutti i suoi fulmini perchè il più potente mantenitore dei
- diritti dell'impero in Italia: fu bensì di carattere feroce, e che
- non guardava troppo minutamente se i mezzi che impiegava per
- giugnere a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni parte
- così scellerato uomo, quale ci viene rappresentato dallo storico
- Rolandino, e da altri scrittori affatto ligi alla parte guelfa.
- Siccome il nostro autore non ebbe forse sott'occhio l'accurata
- storia che della famiglia degli Ezelini da Romano pubblicò,
- corredata di rari documenti, il sig. abate Verci, non dispiacerà a
- chi legge la presente opera di vedere accennate le ragioni che ci
- devono rendere circospetti nel prestar fede agli storici guelfi.
-
- Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni
- avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate
- da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità
- dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i
- vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno
- 1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità
- secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si
- rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per
- rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza
- farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire
- contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue
- virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua
- crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi:
- _Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias
- quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et
- crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470._ «Del rimanente, fu
- Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile,
- mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile
- e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più
- arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue
- azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere
- che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro
- Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono
- il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero.
-
- E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni
- Basilio lo dice: _peritissimus rei militaris fuit, et virtute et
- prudentia singulari._ Il Bologni: _Ezelinus innumerabilia quoque
- virtutis exempla praestitit_; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua
- storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà
- di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione
- dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e
- valoroso principe.»
-
- Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico
- Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli _t. X, p. 179_ rivendicarono
- dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici;
- dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel _l. VI_ della
- storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti
- apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa
- di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino
- all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando
- esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di
- lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che
- prima non era.
-
- Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti
- dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i
- nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo
- storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando
- il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta,
- furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo
- che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza
- decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro
- Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e
- figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente
- ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la
- consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica
- se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. _N. d. T._
-
-Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città
-costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo
-di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far
-fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in
-agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e
-fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che
-aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la
-sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il
-conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si
-sottomisero[22].
-
- [22] _Roland, l. IV, c. 4 p. 218. -- Ricciardi Comitis sancti
- Bonifacii vita, p. 130._
-
-L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici
-giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore
-importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del
-suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi
-cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati
-presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude;
-perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in
-tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino
-a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i
-quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe
-fino all'aprirsi della nuova stagione.
-
-I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie
-sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno:
-onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando
-il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo
-stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla
-loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de'
-Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente
-dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' _forti_,
-cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua
-posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.
-
-Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non
-poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che
-Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa
-il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque
-rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima
-attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così
-avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata
-la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi
-medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i
-carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte.
-Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il
-Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a
-Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò
-al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state
-conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23].
-Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al
-1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].
-
- [23] _Petri de Vineis Epist. l. II, c. I. p. 250._
-
- [24] _Murat. Antiqu. Med. Aev. Diss. XXVI, t. II, p. 491._
-
-Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè
-giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio
-della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono
-contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi
-furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero
-sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della
-Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne'
-suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece
-curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve
-tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto
-di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il
-popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in
-compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così
-nobile famiglia[25].
-
- [25] Intorno a questa parte della storia di Milano, e della lega
- lombarda ho consultati: _Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 269, 270.
- p. 673. -- Annal. Mediol. t. XVI, c. 8. p. 645. -- Jacob. Malvecius
- Chron. Brixian. c. 125. p. 909._ Questi è breve e poco
- soddisfacente. -- _Chron. Parm. t. IX, p. 767. -- Monach. Patav.
- Chronic. t. VIII, p. 677._ -- Nulla trovasi nel _Chron. Placent._
- benchè la città di Piacenza avesse molta parte in questa guerra _t.
- XVI, p. 593_. -- _Campi Cremona Fedele, l. II, p. 52. -- Corio, delle
- historie di Milano p. II, p. 98. -- Conte Giulini, memorie della
- città e campagna di Milano t. VII, l. L, LII, p. 515.-525._
-
-Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai
-Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in
-tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne
-contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e
-podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico
-con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in
-diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La
-repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa
-crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo
-innanzi erasi rifiutata di prender parte.
-
-(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non
-rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che,
-quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato
-di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza
-de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua
-ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si
-staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti
-ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona,
-Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la
-federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano,
-Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene
-dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che
-si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro
-cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in
-mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.
-
- [26] Enumerando queste città convien dire che l'autore risguardasse
- alla presente condizione di Tortona, Alessandria, Asti ec., perchè
- altrimenti non potrebbero dirsi piemontesi. _N. d. T._
-
-I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani.
-Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia
-d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato
-in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro
-Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il
-quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori
-prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà.
-L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le
-macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai
-più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra
-lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto
-che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul
-cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo
-quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende
-interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto
-d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici
-coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti
-loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle
-storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero
-parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.
-
- [27] _Jacobus Malvecius in Chron. Distinct. VII, c. 128. t. XIV. p.
- 911._
-
-In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente,
-e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne
-approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi,
-risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa
-prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del
-partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò
-loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e
-Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della
-lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da
-Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a
-quella repubblica.
-
-Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed
-il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più
-potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le
-sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si
-trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai
-che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero.
-Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte
-dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo
-riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del
-marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato
-progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua
-confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva
-dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese,
-i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la
-partenza dell'imperatore.
-
-(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della
-divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in
-pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che
-questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli
-medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove
-stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto
-conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle
-Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per
-testo del sermone due versi d'Ovidio:
-
- _Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;_
- _Quæ venit indigne poena, dolenda venit._
-
-Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di
-cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo
-all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la
-sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo
-fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma
-chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del
-pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la
-scomunica, si studiò di provarne la falsità.
-
-Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed
-incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma
-suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e
-perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le
-mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre
-e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].
-
- [28] La bolla di scomunica viene riportata ed illustrata negli _Ann.
- Eccl. Raynaldi 1239, p. 475_.
-
-Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal
-giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati
-dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul
-cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due
-principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di
-san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi
-di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo
-figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più
-pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione
-de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito
-dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso,
-vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso
-imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da
-Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a
-Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre
-l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo
-seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro
-che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a
-traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29].
-Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono
-i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le
-porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a
-nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte
-della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este
-ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale,
-credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare
-impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare
-sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme
-o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava
-attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati
-perirono in un solo giorno nel prato _della valle_ di Padova[30].
-
- [29] _Rolandini l. IV, c. 13, p. 229._
-
- [30] In settembre del 1259. _Rolandini l. IV, c. 15, p. 232._
-
-Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di
-Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di
-dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio.
-L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello
-scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in
-Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed
-ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se
-prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della
-partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato
-della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla,
-un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo
-lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e
-forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi
-stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.
-
- [31] _Ibid. c. 13. p. 229._
-
-Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera
-libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti
-gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia
-incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava
-troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre
-le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue
-nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale
-delle fresche discordie.
-
-Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di
-Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le
-sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i
-Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache
-di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde.
-I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti
-al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura;
-lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo
-alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare
-queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle
-supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la
-successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più
-oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi
-accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e
-perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco
-un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa
-pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno
-1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che
-avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de'
-suoi cugini[32].
-
- [32] _Raynaldi an. 1206. § 36. p. 149._
-
-Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del
-papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di
-comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa
-famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune
-galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai
-piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e
-ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In
-tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto
-morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di
-Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli
-riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi
-interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III,
-e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che
-rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa
-sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio
-egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di
-Pisa[34].
-
- [33] _Anno 1218._
-
- [34] Nel 1237.
-
-Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole
-alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca
-furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il
-casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e
-perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo
-le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a
-quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di
-Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due
-fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed
-i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e
-si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la
-pace.
-
-In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare
-la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali,
-dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti
-che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza
-che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in
-Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il
-comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro
-i Milanesi[37].
-
- [35] Gl'Italiani chiamarono questo principe _Enrico._ Probabilmente
- il suo nome era _Hause_ o sia _Giovanni._
-
- [36] _Flaminio del Borgo, dissert. IV, dell'istoria Pisana p.
- 178-185._
-
- [37] Parte di questo diploma viene riferito da Giorgio Giulini:
- _Memorie della campagna di Milano l. LII, t. VII, p. 529._
-
-Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per
-formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani,
-tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio
-della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le
-quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore;
-ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e
-Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la
-causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo
-dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e
-dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo
-palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie
-alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo
-passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa.
-Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua
-lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e
-riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e
-di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la
-crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non
-erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la
-dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed
-in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza
-formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico.
-Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia;
-ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che
-condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di
-odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.
-
- [38] Pare che allora il papa soggiornasse nel palazzo di Laterano,
- lontano più di tre miglia dal Vaticano.
-
-I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di
-Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato,
-assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del
-partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo
-difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza,
-e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città
-di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di
-partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come
-a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese
-d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara
-trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana
-formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e
-dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come
-una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si
-dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni
-tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.
-
- [39] _Rolandini, l. V, c. I. p. 233. -- Chronicon. parva Ferrariens
- t. VIII, p. 484._
-
-Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di
-lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della
-Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli
-occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san
-Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al
-quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La
-sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio
-di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde
-apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi
-partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero
-un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto
-quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i
-sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio
-che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a
-rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra
-contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi
-partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era
-sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le
-strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad
-istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si
-difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in
-sul cominciare di primavera.
-
-(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi
-eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del
-papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di
-ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere.
-La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata
-nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle
-frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che
-gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà
-conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e
-dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che
-andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in
-marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano,
-ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta
-coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e
-ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica
-di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per
-verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa
-e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva
-promessa la sua assistenza.
-
- [40] _Continuatio Caffari Annal. Genuensium Barthol. Scribae l. VI.
- p. 485_, e seguenti.
-
-In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal
-partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza,
-ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello,
-portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti
-armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono
-in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il
-conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi,
-come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo.
-La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il
-giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che,
-quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La
-battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la
-più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a
-fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila
-Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi
-furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel
-capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar
-loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il
-bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si
-divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].
-
- [41] _Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509. -- Caval. Flaminio del Borgo,
- dissert. IV, p. 206_, con molte scritture originali. -- _Barthol.
- Scribae contin. Caffari Annal. Genuens. l. VI, p. 485. -- Cronache di
- Pisa di B. Marangoni. Supp. ad Scrip. Rer. Ital. t. I, p. 499. --
- Petri de Vineis Epistolae l. I, cap. 8. p. 115. -- Ricordano
- Malespini istor. Fiorentina cap. 128. p. 962. -- Paolo Tronci Annali
- Pisani p. 190._
-
-La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un
-manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che
-non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono
-subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si
-avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa
-sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente
-la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli
-scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a
-vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di
-Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri
-fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova
-risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che,
-messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi
-vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo
-vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in
-terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non
-abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].»
-
- [42] La lettera viene riportata per disteso dal Raynaldo all'anno
- 1241. § 60 e 63. È scritta in nome di Guglielmo Sordo podestà, e del
- consiglio e comune genovese.
-
-Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a
-suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro
-infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo
-territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato
-nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva
-col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna,
-Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli,
-Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti
-travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la
-fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].
-
- [43] Una vita di questo pontefice fu scritta da un anonimo, e
- conservata tra quelle del cardinale di Arragona. _Scrip. Ital. t.
- III, p. 575._ Ma questa vita è dettata con tanto fiele contro
- Federico, e con un così affettato stile, che riesce penoso il
- leggerla, difficile il darle fede.
-
-(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due
-anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento
-dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato
-Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni
-all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi
-cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e
-non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E
-perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei
-suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per
-impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo
-così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il
-mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno
-verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li
-avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro
-sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo,
-l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano
-alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non
-ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro,
-figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione
-indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del
-conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo
-di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle
-negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza
-effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla
-Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese
-ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare
-dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda,
-la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle
-dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.
-
- [44] _Raynald. 1241. § 85. p. 514. e 1242. § 1. p. 515. -- Matteus
- Parisius hist. Angliae, an. 1242. p. 518._
-
- [45] Questa lettera trovasi nella raccolta di quelle di Pietro delle
- Vigne, _l. I, c. 17. p. 138._ ed in _Raynaldus ad ann. 1242, § 2, p.
- 515_.
-
-La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella
-loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri.
-Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a
-suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di
-san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari.
-Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia
-doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la
-perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che
-tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili
-di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il
-favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per
-altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di
-darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare
-affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si
-manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere
-l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un
-omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici
-soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta
-contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di
-un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica
-andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da
-qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le
-fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini
-le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne
-usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che
-diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di
-eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina,
-che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata
-milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per
-tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non
-rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua
-causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.
-
- [46] Dietro il peso della moneta milanese, di cui devo la notizia
- alla gentilezza del conte Luigi Castiglione; io valuto la lira di
- terzuoli di quel tempo a quindici franchi tornesi, ossia sette lire
- e dodici soldi a lir. 114 di Francia.
-
- [47] La casa della Torre di Milano pretende essere un ramo di quella
- di _Latour d'Auvergne_. Ma i suoi genealogisti non si appagarono di
- tale origine. Gli annali di Milano fanno rimontare i Della Torre ai
- tempi di sant'Ambrogio, _c. 12. p. 649_. Il Corio li fa discendere
- da un bastardo di Ettore, chiamato Franco, _p. II, p. 100_.
- Finalmente un monaco che non voleva essere soverchiato, ascende in
- retta linea da Pagano fino ad Adamo. _Presso il Giulini, p. 544._
-
-Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo
-straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de'
-Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli
-storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena
-facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato,
-siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48].
-Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj
-dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di
-fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne
-in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.
-
- [48] _Ann. Mediol. Anonimi, c. 11-13, t. XVI, p. 649. -- Galvaneus
- Flamma Manip. Flor. c. 273-275, t. XI, p. 677 -- Conte Giulini
- Memorie t. VII, l. LII, p. 542-555. -- Corio storia di Milano, p. II,
- p. 100-102._
-
-Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le
-une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la
-Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli
-vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i
-Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga,
-d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente
-che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola
-guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste
-contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di
-Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di
-Novara.
-
-(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò
-a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de'
-conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome
-d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne'
-pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli
-storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a
-tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito
-ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della
-sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono
-pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla
-loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta
-potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai
-suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de'
-cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più
-crudele nemico[50].»
-
- [49] Il 24 giugno.
-
- [50] _Ricordano Malespini istorie fiorentine, c. 132, p. 964. --
- Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 276, p. 680. -- Raynaldus ad an. 1243,
- § 12, p. 525. -- Flaminio del Borgo nella dissertazione IV, p. 239_,
- confuta questo racconto colle più deboli ragioni del mondo.
-
-Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece
-ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo
-pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono
-pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata
-composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo
-gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine
-teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia,
-concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina.
-Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione,
-proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del
-Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo
-figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi
-desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli
-domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico
-accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le
-terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede
-desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che
-predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente
-potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo
-ch'erasi di fresco ammutinato[52].
-
- [51] _Nicolai de Curbio, postea Episcopi Assisinatensis vita
- Innocenti IV, Script. Rer. Ital. t. III, c. 11. p. 592._
-
- [52] A quest'epoca Riccardo di san Germano termina la sua storia.
- Questo scrittore coetaneo indica mese per mese colla più scrupolosa
- esattezza e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno delle
- due Sicilie. La sua lettura non arreca molto piacere, ma istruisce
- assai; ed io mi sono più volte doluto che le repubbliche lombarde
- non abbiano prodotto in questo secolo alcuno scrittore del suo
- merito.
-
-(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno,
-e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò
-vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai
-partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi
-durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per
-terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva
-essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva
-avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere
-liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il
-papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar
-tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in
-Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si
-presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora
-duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo
-territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le
-fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali
-diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non
-vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre
-d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle
-città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il
-giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare
-l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè
-aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate
-francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua
-patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di
-ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita
-Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo
-vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno
-giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate
-trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia
-della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo
-aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti
-per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso;
-quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta
-considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.
-
- [53] Il trattato viene riferito da Matteo Paris. _Historia Angliæ ad
- ann. 1244, p. 554_, e da Oderico Raynaldo: _ad an. 1244, § 24-29, p.
- 530._
-
-Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del
-Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta
-soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era
-apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il
-podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto
-conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia
-che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello
-stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati
-francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio.
-Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente
-anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle
-dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si
-trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad
-alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo
-vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del
-Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque
-giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante
-in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere
-erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della
-gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].
-
- [54] _Mathæus Parisius hist. Angliæ ad an. 1244, p. 560_, e presso
- _Raynaldi_. -- _Nicolaus de Curbio § 13 e 14, p. 592 v. in vita
- Innocentii IV._ Nicola di Curbio era confessore e cappellano del
- papa, e lo accompagnò nella sua fuga. -- _Barthol. Scriba an.
- Genuens. l. VI, p. 504. -- Flaminio del Borgo diss. dell'istoria
- Pisana p. 242 e seg._ Questo scrittore, producendo manoscritti fin
- allora sconosciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pietro
- delle Vigne, sparse molta luce e rese interessantissimo questo
- tratto di storia.
-
-Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a
-Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva
-mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia
-s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il
-vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita
-dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di
-corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si
-fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano
-travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono
-catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non
-aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe
-quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che
-aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi
-colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si
-sottrasse colla fuga a tale affronto.
-
- [55] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10. p. 273._
-
-Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il
-papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che
-presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva
-scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san
-Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio
-ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la
-Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio
-della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza
-che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata
-contro l'imperatore da Gregorio IX.
-
- [56] Lettere di convocazione presso _Raynald. Ann. Eccles, 1245, §
- 1, p. 535_.
-
-Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni
-d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta;
-ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno
-del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto
-dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini
-non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari
-Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria.
-L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della
-China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta
-l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli
-stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a
-fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero
-latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla
-sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per
-sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori
-per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali,
-malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la
-difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore
-non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo
-zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le
-medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo
-dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori
-apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna
-salute.
-
- [57] Zengis regnò dal 1206 fino al 1227. L'anno 1235 un generale di
- suo figlio intraprese la conquista del Nord. Veggasi _Gibbon c.
- LXIV, vol. XI, p. 214._
-
- [58] La perdita di Gerusalemme può in gran parte attribuirsi al
- papa, che aveva sommosso questo regno contro Federico e suo figlio,
- investendone Enrico di Cipro; lo che aveva cagionata una guerra
- civile in uno stato di già troppo debole per difendersi. _Raynald.
- ad. ann. 1246, § 52. p. 563._
-
-Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare
-le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le
-disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia,
-d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti
-a Nocera.
-
-Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne,
-eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese.
-Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così
-luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo,
-tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a'
-suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa,
-escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non
-altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le
-armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo
-Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e
-quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così
-belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di
-Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere
-mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi
-inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo
-costume, alle promesse[59].
-
- [59] _Matteus Parisius hist. Angliæ; ad annum p. 580. -- Raynald. ad
- ann. § 27 e 28. p. 540. -- Giannone istoria civile del regno, l.
- XVII, c. 3. § 1. p. 578._
-
-Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio.
-Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico,
-e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al
-rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad
-una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello
-stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò
-ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano
-caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome
-dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al
-concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a
-giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato
-a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea.
-Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò
-la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli
-ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici
-giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del
-pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato
-dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal
-viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di
-luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse.
-Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che
-qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo
-numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi
-assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa
-non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e
-più numeroso concilio.
-
-Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e
-del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva
-preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di
-Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura
-della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega
-dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente
-all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche
-pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i
-costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che,
-quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo;
-noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole:
-_tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo_; noi
-abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio
-intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e
-di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità
-Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo
-facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi
-peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e
-dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza.
-Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà,
-sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento,
-vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica
-autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in
-qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno
-soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono _ipso facto_ nella
-scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore,
-eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno
-di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali,
-nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»
-
- [60] Dato a Lione il 16 delle calende d'agosto, l'anno III
- d'Innocenzo IV.
-
-Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una
-candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per
-ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: _questo è il
-giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura!_ ed
-uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua
-deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo
-circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo;
-mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si
-rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue
-corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi
-minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli
-attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io
-non la perderò senza spargimento di sangue[61].»
-
- [61] _Math. Paris ad an. p. 586_ e seguenti; e presso _Raynald.
- annal. 1245, § 58, p. 545_.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVII.
-
- _Ultimi anni del regno di Federico II. -- Assedio di Parma. --
- Rivoluzioni in Toscana. -- Tirannia d'Ezelino._
-
-1245=1250.
-
-
-La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i
-principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di
-questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa
-tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva
-cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non
-riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale.
-Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze
-del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura
-che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e
-raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro
-prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella
-Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento
-delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla
-superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati,
-giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione
-tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico
-favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro
-la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi
-figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La
-maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato
-qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da
-Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà
-delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e
-tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le
-sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore.
-Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de'
-papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che
-questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando
-tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.
-
- [62] _Math. Paris Hist. Angliae ad an. 1245, p. 586. Edit. Londin.
- fol. 1684._
-
- [63] Riccardo di san Germano, Nicola di Jamsilla, Corrado Abate
- d'Ursperg, Nicola Speciale, Bartolomeo di Neocastro, Gherardo
- Maurisio, l'autore della cronaca di Ferrara, ec.
-
-Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi
-della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde
-imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e
-necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i
-diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma
-la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza
-distruggere l'indipendenza dei papi.
-
-La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi
-principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò
-ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più
-importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle
-completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia
-ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il
-loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori.
-Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del
-vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità
-di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi
-erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza,
-che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto
-praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo,
-erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de'
-pontefici.
-
-Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu
-quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione;
-imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive
-contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella
-austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi
-prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere
-opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di
-partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche
-indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi
-monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima
-virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini
-della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a
-riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a
-danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle
-imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli
-all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte
-guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che
-fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno
-un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie
-nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella
-del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la
-città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non
-potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si
-ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo,
-legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto
-la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito
-ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa,
-vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei
-Lupicini[65].
-
- [64] _Chron. Parmen, Scrip. Ital. t. IX, p. 769._
-
- [65] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 1114. -- Annales veteres
- Mutinens. t. XI, p. 62._
-
-Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città
-lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà,
-cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai
-quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà
-ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro
-diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed
-aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi
-in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della
-libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che
-sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo
-Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa
-se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco
-procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come
-potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro
-comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce,
-che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza
-de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire
-a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].»
-
- [66] Lettera d'Innocenzo IV scritta da Lione il 6 delle calende di
- maggio, an. 3. _Apud Raynald. an. 1246, § 11-13, p. 555._
-
-Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa
-lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della
-causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma
-quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse
-effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono
-certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla;
-riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi
-amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli
-del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della
-Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori
-per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva,
-dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati,
-nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la
-sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la
-sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice
-Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a
-Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del
-Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri
-s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi
-dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato
-da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati
-a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe
-della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento
-a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse
-fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi
-parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo
-di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di
-dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai
-immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima
-di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa
-Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel
-concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od
-a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da
-persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli
-altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68].
-
- [67] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo t. VII, p. 1073._
-
- [68] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10, p. 278._
-
-Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro,
-del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che
-quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o
-che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si
-andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni
-degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza
-di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di
-pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69]
-
- [69] _Matt. Paris Hist. Angl. ad an. 1249, p. 662._
-
-Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo
-studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di
-andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi
-talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia.
-Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di
-meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella
-prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e
-partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una
-maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e
-dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e
-persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i
-giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle
-scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la
-pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de'
-talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi
-consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per
-rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo
-incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova
-contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva
-più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di
-trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima
-occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione,
-conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese
-caldamente il suo sovrano[70].
-
- [70] Pietro delle Vigne conobbe i prelati adunati nel concilio di
- Lione affatto ligi al papa, e non voleva trattare innanzi a loro la
- causa di Federico contro il papa che presedeva e dirigeva tutte le
- risoluzioni conciliari. Se ne accorse, ma troppo tardi anche lo
- Suessa, e fece un'inutile protesta. Pietro delle Vigne è uno di que'
- grandi Italiani che hanno maggior diritto ad essere posti nel novero
- de' più illustri italiani. _N. d. T._
-
-Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera
-confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante
-occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne
-troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71].
-È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più
-quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che
-soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa;
-oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per
-farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come
-racconta il fatto Matteo Paris.
-
-[71] _Petri de Vineis Epistolæ l. III, c. 2, p. 391._ -- Benvenuto da
-Imola parlando di altre lettere nelle quali Pietro si chiama colpevole,
-dice che queste sono false. _Excerpta in Comoed. Dantis ap. Murat.
-Antiq. Ital. t. I, p. 1051._
-
- [72] Il racconto di Matteo Paris distruggerebbe, se fosse vero, la
- supposizione del nostro autore. Se da tre anni Pietro non godeva più
- dell'intera confidenza del principe, come sarebbe stato scelto, per
- presentargli, unitamente al medico, la bevanda avvelenata? Per
- imputargli quest'orribile attentato conviene supporlo nell'intima
- confidenza di Federico. Ma conviene di più dare a Pietro delle Vigne
- carattere, opinioni, inclinazioni affatto diverse da quelle
- costantemente seguite in tutto il corso della gloriosa sua vita
- politica; lo che non deve supporsi col solo appoggio di memorie
- tanto incerte ed oscure. _N. d. T._
-
-Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico
-ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda
-avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca,
-disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro,
-turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto
-alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico,
-rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice,
-ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare
-e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto
-si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena
-capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto,
-l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che
-Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il
-muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi
-istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli
-circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non
-bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi
-de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo
-decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della
-calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire:
-_Canto XIII, vers. 70_:
-
- «L'animo mio, per disdegnoso gusto,
- «Credendo, col morir, fuggir disdegno,
- «Ingiusto fece me contro me giusto.»
-
- [73] _Math. Paris p. 662._ L'istoria di Pietro delle Vigne è assai
- oscura, e piena di contraddizioni. Nè io intendo parlare solamente
- delle favole narrate da Tritemio nel suo Chronic. _Hirsang. ad ann.
- 1229_; e ripetute da altri molti; ma ancora de' moderni scrittori e
- de' più acuti critici. Mi sono più che d'ogni altro valso della
- _Storia della letteratura italiana del Tiraboschi p. IV, l. I, c. 2,
- p. 5-14, 16-30_, da cui per altro mi sono talvolta allontanato per
- seguire gli autori originali, che ho pure voluto consultare; quali
- sono, _Ricordano Malespini Stor. Fior. c. 131, p. 964. -- Giovanni
- Villani Istorie l. VI, c. 22, p. 169. -- F. Franc. Pipini Chron. t.
- IX, c. 39, p. 660. -- Benvenuto da Imola Comment. Antich. Ital. t. I,
- p. 1051. -- Giannon. Istoria Civile l. XVII, c. 3, § 2, p. 584. --
- Flamin. Del Borgo Dissert. dell'Istoria pisana l. IV, § 2, p. 257._
- Questi riporta un MS. dell'ospitale di Pisa, stando al quale Pietro
- delle Vigne sarebbe morto in Pisa, nella chiesa di sant'Andrea.
-
-Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo,
-non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per
-rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava
-stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per
-attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del
-processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe
-ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere
-l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri
-d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi
-tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico,
-langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re
-Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter
-fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza
-di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della
-Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto
-inutilmente.
-
- [74] _Petri de Vineis Epistolæ l. I, c. 1, p. 87; e c. 3, p. 98._
- Senza decidere se queste lettere siano o no scritte da Pietro delle
- Vigne, osserverò soltanto che tutte le lettere di Federico scritte
- anche dopo la morte del suo segretario furono comprese in questa
- raccolta.
-
-(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue
-calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta
-notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di
-Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente
-anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino
-atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del
-suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe
-ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi
-sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si
-apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così
-sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle
-del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale
-offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra
-condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse.
-Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne
-fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più
-essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed
-avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza
-moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede
-fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva
-dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del
-monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse
-personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire
-ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio,
-attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando
-il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare
-le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i
-parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già
-osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i
-Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto
-uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali,
-all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati
-alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano
-pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni
-frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando
-credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247,
-tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo
-da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa,
-podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il
-quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per
-attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che
-segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato
-avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto
-de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di
-Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini,
-salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i
-capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla
-Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma.
-Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e
-dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati.
-
- [75] _Bartholomæi Scribæ, continuat. Caffari Ann. Genuens. l. VI,
- an. 1248, t. VI, p. 515. -- Raynaldi Ann. Eccl. an. 1246, § 24, p.
- 558. -- Id. an. 1249, § 14, p. 592. -- Math. Paris. Hist. Angl. an.
- 1249, p. 665._
-
- [76] Lettera dei papa del 10 giugno an. 3 presso il Raynaldi
- all'anno 1246, § 20, _p. 557_.
-
- [77] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. p. 511._
-
-Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi
-allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso
-della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a
-grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i
-ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso
-avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il
-pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non
-cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani
-delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio
-sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla
-città[78].
-
- [78] _Chron. Parmense, t. IX, p. 770._
-
-La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline
-dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino,
-Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè
-Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con
-Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di
-una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di
-Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al
-terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata
-abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di
-provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del
-papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di
-Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili
-strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san
-Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in
-pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i
-Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso
-della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare
-in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi
-in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di
-modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della
-città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte
-occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di
-nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire
-alla conosciuta debolezza delle antiche mura.
-
-Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati,
-ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo
-l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti
-nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena,
-ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani
-parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati
-de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono
-mandati carichi di catene al campo imperiale[79].
-
- [79] _Chron. Parmense, p. 771._
-
-Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano
-arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva
-seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i
-Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di
-Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze
-ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la
-campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la
-città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da
-Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda
-settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di
-questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i
-quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale
-oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio
-parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande
-de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non
-trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini
-cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo
-prezzo.
-
-Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati
-con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a
-due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due
-gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando
-in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe
-morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter
-suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva
-dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più
-rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia
-di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non
-consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte
-spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono
-colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza,
-talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico.
-Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri
-prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i
-soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo
-supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo
-venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul
-campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò
-placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così
-odiose esecuzioni[80].
-
- [80] _Chron. Parmense, p. 772._
-
-Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe
-così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi
-dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più
-tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il
-nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma,
-pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a
-duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece
-circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra
-difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto
-_naviglio_, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso
-per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari
-tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i
-materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81].
-
- [81] _Chron. Parmense, p. 773._
-
-Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo
-figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara
-allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala
-rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte
-custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma
-nella città.
-
-(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per
-cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di
-muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno,
-indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro
-case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi
-Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di
-Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e
-l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni
-cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel
-Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico
-innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai
-distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di
-battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori
-il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di
-molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova
-città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra.
-Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro
-strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle
-rive del Taro[82].
-
- [82] L'assedio di Parma viene circostanziatamente descritto nella
- Cronica parmigiana _t. IX, p. 770 e seguenti_ -- Vedasi inoltre
- _Rolandini l. V, c. 21, p. 248. -- Chron. Veronense t. VIII, p. 634.
- -- Monachi Patav. Chron. p. 683. -- Chronic. Placent. t. XVI, p. 464.
- -- Memoriale potestat. Regiens. t. VIII, p. 1115. -- Nicolai de Curbio
- Vita Innocent. IV, § 26, p. 592. -- Ghirardacci Storia di Bologna l.
- VI, p. 169._
-
-Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo
-Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato
-più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito
-guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla
-dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore,
-oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i
-buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e
-siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio
-del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo
-nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra
-santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma
-l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua
-vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi
-alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie
-di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi
-feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti
-d'_Angoulême_ e di _saint Paul_[83] convennero tra di loro di metter
-limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di
-proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta
-loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già
-colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò
-sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi
-coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi,
-usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele
-d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa
-esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in
-Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi
-smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò
-contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai
-regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con
-prodigalità tra le loro famiglie.
-
- [83] _Paris. Historia Angliæ ad an. 1247_, p. 628. -- _Raynaldi Ann.
- Eccles. 1247, § 46, p. 574._
-
-Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e
-desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo
-carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di
-Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante.
-Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia
-all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno
-delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua
-origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno
-potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj
-trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città
-considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle
-cariche pubbliche.
-
-Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino,
-Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma
-quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il
-vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era
-affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi
-apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la
-repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità
-del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la
-repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano
-la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste
-frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva
-fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i
-nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette
-_serragli_, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui
-chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che
-combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate
-innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle
-quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali
-avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano
-la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini
-difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una
-disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo
-incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà;
-ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei
-o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti
-nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente
-era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini
-s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per
-decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che
-aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti
-sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della
-patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero
-molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse
-in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.
-
-Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare
-maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana
-uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il
-comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse
-alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per
-muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro
-antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi,
-ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma
-i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si
-unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi
-dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi
-tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla
-medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro
-avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi,
-finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia
-a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle
-precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal
-modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in
-presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte,
-secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia,
-alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi
-difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi
-ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e
-sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi
-o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di
-Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.
-
- [84] La lettera credenziale di Federico d'Antiochia ai Fiorentini è
- posta nel _l. III, c. 9, p. 409_ di quelle di Pietro delle Vigne.
-
-I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte
-le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito,
-pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere.
-Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85],
-tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di _mercato
-vecchio_ tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia.
-L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de'
-Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che
-formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte
-della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di
-far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato
-ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.
-
- [85] Ricordano Malespini, _c. 137 e 139, p. 967_; quasi copiato _ad
- litteram_ da Giovanni Villani nel _l. VI, c. 33 e 35, p. 179_. --
- Mach. St. Fior. -- L'Aret. St. Fior.
-
-(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini
-volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de'
-Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo
-l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj.
-L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo
-stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli
-assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione.
-Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti
-prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla
-morte, altri alla perdita degli occhi.
-
-Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione
-di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna
-con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in
-Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il
-partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il
-cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna
-sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo,
-il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e
-dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di
-Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di
-maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si
-fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del
-fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san
-Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto
-bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse
-d'assedio.
-
-Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento
-d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della
-inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente
-sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e
-l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della
-Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono
-tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu
-all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli
-de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della
-repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86],
-perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la
-sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai
-cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.
-
- [86] _Registro nuovo di Bologna, fol. 70 presso Ghirardacci, l. VI,
- p. 172._
-
-Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo,
-Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate
-al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed
-alla lega di Bologna.
-
-(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze
-alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra
-contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio,
-figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in
-Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque
-Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva
-specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro
-castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di
-approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al
-marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e
-delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava,
-rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti.
-L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini
-d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo
-e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal
-carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale
-Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti
-castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al
-Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro
-nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme
-speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le
-milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle
-altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi
-lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il
-Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta,
-distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di
-sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero
-in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di
-venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone
-avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta
-tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata
-immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo
-la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un
-movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle
-spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il
-quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di
-riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati
-tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e
-formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il
-pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel
-primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della
-sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila
-Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al
-campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed
-ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte
-sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento
-cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione
-che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle
-successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle
-che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de'
-progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si
-mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente
-vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo
-ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non
-pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in
-modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici,
-molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna,
-tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti
-prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che
-già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e
-cittadini modenesi.
-
-Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente
-un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito
-in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al
-castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute
-dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle
-trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la
-strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il
-principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e
-perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque
-anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la
-gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente
-espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto
-della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura,
-perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal
-popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la
-libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo
-suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni
-dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo
-alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del
-podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla
-sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde
-temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente
-inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].
-
- [87] _Caroli Sigonii Histor. Bonon. Oper. omn. Edit. Palat. Mediol.
- 1733, 6 vol. fol. t. III, l. VI, p. 273-283._ Di qui ha preso il
- Ghirardacci quasi tutte le particolarità della battaglia. _Sigonii
- de Regno Ital. t. II, l. XVIII, p. 999-1005. -- Ghirardacci Storia di
- Bologna l. VI, p. 171-178. -- Fra Bartolomeo della Pugliola, Cronica
- di Bologna t. XVIII, p. 264. -- Mathæi de Griffonibus Memoriale
- Historicum de rebus Bonon. t. XVIII, p. 113. -- Campi Cremona fedele
- l. II, p. 57. -- Memor. potest. Regiens. t. VIII, p. 1116. --
- Ricobaldi Ferrar. Hist. Imper. t. IX, p. 131. -- Chron. Fratr.
- Francisci Pipini, t. IX, c. 35, p. 657. -- Chr. Parm. t. IX, p. 775.
- -- Annal. Veter. Mutin. t. XI, p. 63. -- Chron. Mutin. Johan. de
- Bazano t. XV, p. 563. -- Chron. Est. t. XV, p. 312. -- Stor. de' Prin.
- Esten. di Gio. Bat. Pigna l. III, p. 216._
-
- [88] Abbiamo una lettera di Federico ai Bolognesi colla quale
- ricordando le vicende della fortuna, chiede loro suo figlio, e li
- minaccia in caso di rifiuto di tutto il suo sdegno. _Petri de Vineis
- l. II, c. 34, p. 314._
-
-Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il
-pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi
-giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena,
-mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la
-città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi
-a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della
-bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico
-scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi
-che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero
-perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai
-guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i
-loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con
-un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici
-contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi
-gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui
-avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in
-mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta
-ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire
-contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli
-assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati,
-la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.
-
-Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno
-difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro
-i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre
-del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio
-generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj
-consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti
-i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni
-giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena
-si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a
-dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a
-soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove
-alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di
-Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni
-(così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de'
-loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o
-siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli
-ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di
-Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente
-guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i
-prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di
-taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla
-Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e
-permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].
-
- [89] _Ghirardacci Stor. di Bolog. l. VI, p. 176._ Questa è la guerra
- che forma l'argomento del poema eroicomico di Alessandro Tassoni,
- _la Secchia rapita_.
-
-Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte
-ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che
-Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si
-disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta
-indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed
-aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena
-aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò
-dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti
-padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui
-delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà
-riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel
-territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel
-periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle
-fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si
-credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del
-castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da
-più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso
-in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva
-che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza
-occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo
-eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo
-guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.
-
-Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il
-suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario
-imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva
-scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con
-una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un
-tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90].
-Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi
-delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe
-interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi
-illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a
-scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata
-idea di quest'uomo crudele.
-
- [90] Senza oppormi in generale al racconto dell'autore non devo
- tacere che molte terre della Marca Trivigiana ebbero motivo di
- lodarsi del breve dominio d'Ezelino. _N. d. T._
-
-Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di
-Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto
-educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo
-Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino
-contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il
-debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che
-Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto
-pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più
-vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo.
-Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per
-riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i
-suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in
-modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece
-allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi
-nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte.
-Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida
-domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si
-trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e
-diseccata.
-
-Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato
-indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva
-Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze,
-e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico,
-siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi
-in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi
-zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa
-loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero
-sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non
-tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di
-ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da
-lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo
-un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in
-ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].
-
- [91] _Roland. de factis in March. Tarvis. l. II, c. 9, p. 188; l. V,
- c. 2, p. 234, c. 16, p. 245; l. VI, c. 12, ec. p. 262._
-
-Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro
-esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto
-avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato
-da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este.
-Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed
-infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio
-imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani
-affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara
-penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica
-piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di
-Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite.
-Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle
-guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e,
-rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo
-con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti,
-prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola
-colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più
-celebre il proverbio italiano: _Quello che vuol morire è padrone della
-vita del tiranno_[93].
-
- [92] _Ib. l. V, c. 9, p. 239._
-
- [93] _Roland. l. V, c. 20, p. 248. -- Monachus. Patav. in Chron. p.
- 682._
-
-La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la
-testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le
-loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici
-d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce:
-accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si
-allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni
-strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che
-rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo
-agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana
-natura[94].
-
- [94] _Roland. l. V, c. 9, p. 239._
-
-Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino,
-ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di
-Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni
-paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una
-grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero
-veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di
-quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle
-prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in
-quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi
-penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle
-tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso
-per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato,
-in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il
-ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da
-quel luogo»[95].
-
- [95] _Roland. l. V, c. 10, p. 240._
-
-Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini
-vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue
-crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni
-podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de'
-castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli.
-Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua
-residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de'
-suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un
-apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad
-Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo
-autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi
-dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli,
-furono tutti imprigionati.
-
- [96]
-
- _Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ_
- _Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet._
- _Incipiunt de rege queri, quia sanius esset_
- _Milvi bella pati, quam sine marte mori._
-
-Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai
-compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e
-potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di
-fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di
-san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in
-Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo
-la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella
-famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un
-suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati
-gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e
-dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo
-padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si
-ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed
-il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano
-verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove
-furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la
-morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta
-la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia
-parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione,
-com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto
-temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido
-e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]
-
- [97] _Roland. l. VI, c. 2, p. 254; e c. 9, p. 261._
-
-Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata
-la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare
-l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la
-collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche
-riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249
-nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in
-Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie,
-Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti,
-onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso
-a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera
-l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento
-di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola
-di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a
-far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di
-fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99].
-Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo
-stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di
-san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico,
-liberarono il papa da ulteriori istanze.
-
- [98] _Petri de Vineis l. III, epist. 22, 23, 24, p. 431 e seguenti._
-
- [99] _Math. Paris. Hist. Angl. ad ann. 1249, p. 663._
-
-Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per
-quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a
-Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al
-sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età
-sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani,
-cinquantadue re delle due Sicilie.
-
-Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere
-di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore
-accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo
-spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore
-de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin
-qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero
-due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni
-Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla,
-napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.
-
-«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare,
-savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose,
-seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco
-e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e
-savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise,
-e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i
-delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non
-facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione,
-perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].
-
- [100] _Giovanni Villani Istor. l. VI, c. 1, p. 155._
-
-«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la
-somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue
-azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di
-giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi
-stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie
-un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per
-le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del
-mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali
-assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il
-mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque
-condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio
-della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj
-letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un
-libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la
-rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire
-contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso
-ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare
-contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la
-giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla
-clemenza»[101][102].
-
- [101] _Nicolai de Jamsilla, Historia Conradi et Manfredi, in
- proemio, t. VIII, p. 495._
-
- [102] È cosa veramente singolare che questo così illustre Italiano,
- ed il suo intimo confidente Pietro delle Vigne non abbiano avuto
- luogo tra i sessanta uomini più illustri della nostra Italia; anzi
- non siasi pur sospettato da chi ne fece la scelta, che potessero
- aspirare a tanto onore; tale è la forza che anche in questa nostra
- filosofica età conservano le opinioni di parte, che diressero la
- penna degli storici nemici degl'imperiali. Ma se si vorrà
- sottilmente esaminare ciò che a favore delle scienze e delle lettere
- operarono Federico II, e Pietro delle Vigne, si troverà che l'Italia
- e l'Europa va loro debitrice del rinnovamento degli studj e di
- quello spirito filosofico, che a fronte degli sforzi fatti per
- comprimerlo, incominciò, dopo tale epoca, a fermentare tra
- gl'Italiani. _N. d. T._
-
-
-
-
-CAPITOLO XVIII.
-
- _Innocenzo IV torna in Italia. -- Sue guerre con Corrado e
- Manfredi. -- Sua morte. -- Roma sotto il suo pontificato; il
- senatore Brancaleone. -- La Toscana: il governo popolare si
- stabilisce in Fiorenza._
-
-1251=1255.
-
-
-Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità
-degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era
-però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono
-principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni
-l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo
-d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de'
-suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto
-scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero
-il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo,
-entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la
-subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli
-italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere
-tutti i legami che gli univano alla Germania.
-
- [103] La sola repubblica di Venezia, siccome quella che esisteva
- avanti che si rinnovasse l'Impero occidentale, non si volle mai
- riconoscere dipendente agl'imperatori francesi o tedeschi. _N. d.
- T._
-
-La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II
-una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non
-lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono
-staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli
-degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio;
-come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro
-forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal
-trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della
-Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel
-seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che
-vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa
-de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da
-intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti
-che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.
-
-Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più
-separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione
-degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia
-de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini
-e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad
-essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi
-vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un
-popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle
-repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto
-il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei
-destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli
-Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o
-nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di
-rappresentare, quasi tutte le nazioni.
-
-La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria,
-perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo
-stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale
-scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli,
-la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui,
-cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la
-burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò
-l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il
-bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto
-invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a
-prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città
-di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese
-sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e
-tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata
-sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà
-giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno
-imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].
-
- [104] _Innoc. IV, Epist. l. VIII, ep. I, Ap. Raynald. ad ann. 1251,
- § 3, p. 604._
-
- [105] _Inn. Epist. l. VIII, ep. 148, ib. § 41, p. 612._
-
-Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino
-alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul
-cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova
-dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla
-presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi
-per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza
-quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella
-che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito
-ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di
-molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal
-pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a
-rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di
-Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore,
-ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa
-città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla
-parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati
-caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate
-domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i
-Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici,
-posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro:
-«Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»;
-ed ebbe così fine ogni trattato.
-
- [106] _Caffari Contin. l. VI, Ann. Genuen. p. 518. -- Caval. Flamm.
- del Borgo l. V dell'Istoria pisana, § 5, p. 282._
-
-Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si
-affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de'
-Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan
-luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di
-cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro
-capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del
-pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si
-dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai
-loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi,
-tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con
-Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.
-
- [107] _Nicolai de Curbio Vita Innoc. IV, t. III, p. I, § 30, p. 592.
- 1. -- Galvan. Flammæ Manip. Flor. § 285, p. 683. -- Corio Stor. di
- Milano p. II, p. 109. verso._
-
-Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma
-se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca,
-gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che
-n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio
-di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre
-più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima
-di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale
-sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi
-mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così
-dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone
-fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono
-per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne
-ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato
-dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle
-cerimonie religiose, e detto _baldacchino_. I Milanesi intrattennero il
-papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di
-nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli
-onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.
-
-Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per
-favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate;
-onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune,
-un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle
-onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a
-tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la
-repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad
-accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa
-specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi
-risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un
-illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno,
-dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in
-allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato
-Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle
-concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si
-sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e
-nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde
-incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico
-debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del
-popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome
-autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il
-Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle
-gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato,
-gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno
-continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa
-erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui
-sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a
-quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà
-ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le
-rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci,
-detti _umiliati_, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte
-ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà
-riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la
-repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali
-castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo.
-Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono
-affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi
-partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese
-Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante
-ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari
-della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo
-della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne
-però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo
-luogotenente un podestà da lui nominato.
-
- [108] _Giorgio Giulini, Memorie della campagna di Milano, t. VIII,
- l. LIII, p. 52._
-
- [109] _Conte Giulini, Memorie l. LIV, p. 113. -- Galvan. Fl. Manip.
- Flor. § 288, p. 685. -- Corio Istor. di Mil. p. 112 -- Annal. Anon.
- Mediol. t. XVI, c. 24 e 26, p. 657._
-
-Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non
-sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte
-guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai
-cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo
-stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico,
-a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del
-partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con
-Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e
-ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa
-contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le
-alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse
-passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.
-
-Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due
-opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la
-gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la
-discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani
-dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che
-si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di
-ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non
-eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori
-della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini
-erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario.
-La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia
-di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata
-determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o
-verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero
-l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati
-partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già
-accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a
-lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio
-secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con
-cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o
-Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui
-alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore,
-potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi
-in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle
-fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più
-virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle
-forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole
-originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare
-energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà
-sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i
-partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di
-giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due
-podestà religiosa e politica.
-
-Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia
-contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il
-tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e
-privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango,
-la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne
-rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de'
-popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni
-di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani
-veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al
-grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di
-_lealtà_, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.
-
-Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può
-allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla
-giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di
-esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il
-cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici
-della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni
-non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra
-un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso
-convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie,
-fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio,
-senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle
-dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più
-suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le
-due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare
-in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con
-energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti
-dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.
-
- [110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della
- religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza
- de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la
- quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal
- chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la
- _sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._
-
-Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla
-fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi
-negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a
-Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo
-addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di
-onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di
-accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di
-divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini.
-Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase
-alcun tempo.
-
- [111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p.
- 920. -- Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._
-
-Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale,
-era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva
-Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli
-legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora
-viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico
-figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo
-testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli.
-Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di
-una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo
-che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È
-probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui
-sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno
-e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico
-re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de'
-Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il
-giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e
-Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del
-1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per
-venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.
-
- [112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex
- Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII,
- c. 6, t. II, p. 617_.
-
- [113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto
- prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._
-
-Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca
-Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da
-Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare
-l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la
-sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze
-per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo
-scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a
-portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere
-veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo
-all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata
-composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee
-metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò
-a Siponto nella Capitanata.
-
- [114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._
-
- [115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._
-
-Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il
-regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era
-stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la
-sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso
-carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche
-de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani
-dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè
-ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia,
-nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli;
-Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de'
-ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che
-non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle
-marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non
-aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto
-il suo regno.
-
- [116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._
-
-Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi
-acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare
-il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun
-padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente
-facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al
-fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che
-doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I
-conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e
-che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato
-della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli
-co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni
-di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que'
-gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e
-Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non
-ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi
-a ridurre queste due città.
-
- [117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._
-
-Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva
-procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla
-solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone
-dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio
-le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le
-due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero
-della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse
-gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.
-
- [118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ -- Dice
- Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato
- dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte.
- _An. 1252, p. 725._
-
-Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere
-soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze
-andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città,
-dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico
-uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da
-una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè,
-incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di
-capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non
-volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i
-Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco,
-e spianare le mura della città[119].
-
- [119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. -- Sabas. Malaspina Hist.
- Sicula l. I, c. 3, p. 789. -- Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c.
- I, t. XIII, p. 1016._
-
-La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di
-soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e
-conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così
-vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma
-tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo
-della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per
-diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa
-politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou,
-ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.
-
- [120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. --
- Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._
-
-Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi
-predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi
-diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo
-di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora
-l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva
-sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva
-rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò
-Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la
-corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello
-d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le
-guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte
-militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere
-una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo
-ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso
-conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai
-montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete
-speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie,
-aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio
-della Sicilia.
-
- [121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p.
- 761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia
- coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo,
- ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le
- sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di
- ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia.
-
-Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa,
-e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla
-necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata
-delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul
-parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima
-moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado
-alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a
-dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì
-repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj
-del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono
-apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto
-fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali
-d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III
-stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al
-fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo,
-conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto
-sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle
-istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua
-sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi
-tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori
-esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa,
-ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli
-avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi
-dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della
-Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla
-morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno,
-fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che
-lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare
-in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca
-di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in
-fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo
-raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso
-principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il
-marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo
-avevano in grandissima stima.
-
- [122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ -- Lettera di Corrado _in
- additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_.
-
- [123] _Ibid. p. 767._
-
- [124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._
-
- [125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_;
- lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano
- d'Oenburgo.
-
-La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo,
-dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie
-di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo
-primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo
-padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane
-Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non
-sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa,
-accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità.
-Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla
-corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il
-dispiacere avutone[130].
-
- [126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._
-
- [127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._
-
- [128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._
-
- [129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._
-
- [130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2,
- p. 631. -- Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore
- coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. -- Nicol. de
- Jamsilla p. 507. -- Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._
-
-Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado,
-tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per
-raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado,
-rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto
-commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua
-eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi
-interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di
-Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere
-nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni
-pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e
-rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere,
-avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in
-appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato,
-poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe
-accordargli[131].
-
- [131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._
-
-Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche
-guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti
-del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo
-conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi
-partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro
-quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi.
-Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano
-Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La
-sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui
-avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il
-primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di
-dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si
-erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le
-redini del travagliato governo.
-
-Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a
-mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma
-riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto
-turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a
-condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di
-Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che
-passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in
-ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde
-moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso
-ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso
-e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai
-vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non
-poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti,
-che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che
-accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di
-aspettare salute dagli avvenimenti.
-
-Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua
-dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale
-protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva
-espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice;
-e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo
-stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle
-sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote,
-e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e
-devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto
-al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del
-papa mentre passava il Garigliano[132].
-
- [132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. -- Diurnali di Matteo Spinelli p.
- 1073._
-
-Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da
-tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del
-regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino,
-i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi
-premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I
-Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi,
-incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i
-baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le
-fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo
-allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava
-questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva
-a Borello d'Anglone suo nemico.
-
-Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una
-grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore
-verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del
-principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi
-beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo
-postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere
-possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a
-Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta
-reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e
-partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il
-suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che
-l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti
-ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il
-volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da
-credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che,
-quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo
-avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a
-presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora
-lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un
-salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa
-fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo.
-Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto
-parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui
-lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua
-condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo
-contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non
-erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di
-Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi
-sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda
-dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa,
-sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato
-all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.
-
-Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di
-attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi
-confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e
-risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre
-conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni
-Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al
-papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada
-occupata dai suoi nemici.
-
-Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra
-avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare
-inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano
-parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini
-napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi
-attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a
-Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il
-marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di
-scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna
-sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai
-cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano,
-formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga,
-angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente
-interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi
-fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo
-destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così
-difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e
-precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo
-la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il
-motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza
-appartenente al borgo, senza fare altre novità.
-
- [133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._
-
-Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i
-signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai
-onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il
-principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi,
-perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro
-tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di
-rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo
-negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria,
-che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.
-
- [134] _Ibidem p. 524._
-
-D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio,
-terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe
-dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al
-papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si
-rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe,
-Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli
-sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega
-guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.
-
-Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del
-papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille
-soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre
-chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il
-principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove
-erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per
-fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria,
-credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse
-alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due
-scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le
-campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che
-l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando
-furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la
-notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria,
-diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale,
-che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono
-alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come
-piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa
-reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un
-poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da
-Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136],
-e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.
-
- [135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._
-
- [136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e
- perciò rese così commovente tutta questa narrazione.
-
-Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta
-molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua
-araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre
-mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste
-parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero
-allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e
-che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti
-che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci
-facciamo mallevadori per la sua persona.»
-
-Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte:
-ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del
-ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di
-quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per
-entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri,
-che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e
-spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi
-sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.
-
-Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi
-contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il
-popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi
-innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio,
-confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle
-guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il
-giuramento di fedeltà.
-
-E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono;
-imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento.
-Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di
-una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i
-loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera
-fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo
-e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito
-assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi
-cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati
-stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva;
-onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati
-cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla
-persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati
-tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle
-genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener
-testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile
-abbandono.
-
-Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto
-da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il
-legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con
-un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso
-che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un
-fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i
-consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il
-rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di
-cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria
-vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di
-entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a
-Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose
-negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a
-Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di
-Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che
-dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia,
-ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva
-inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che
-sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che
-questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua
-armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia,
-e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle
-scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena
-giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].
-
- [137] Il 7 dicembre 1254.
-
-La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine
-per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di
-quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli,
-sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo
-III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così
-accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo
-papa.
-
-(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto
-faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in
-Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della
-Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero
-ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con
-molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile
-galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo
-fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa
-capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle
-sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima
-provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono
-spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il
-regno che gli aveva tolto il pontefice.
-
-Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa
-può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le
-umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un
-regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un
-potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli
-alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti
-disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il
-sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia
-tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli
-innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui
-giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era
-per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate.
-Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che
-senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de'
-suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed
-il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e
-di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato
-fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il
-funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli,
-dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il
-sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo
-diventa esecrabile.
-
-Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia,
-e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua
-autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle
-prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV
-secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in
-Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella
-repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto
-secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco
-vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa
-oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato
-dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva
-soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua
-corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui
-giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de'
-suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde
-non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla
-testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case,
-atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.
-
- [138] _Raynald. ad ann. 1235. § 1, 3, 4. -- Storia diplomatica de'
- senatori di Roma p. I, p. 95-97._
-
-Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero
-eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di
-Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche
-inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità
-de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe.
-L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del
-ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta
-i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per
-ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle
-strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed
-in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e
-con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che
-Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene,
-determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi
-concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche
-forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere,
-a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità.
-
-Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che
-scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva
-l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel
-giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di
-averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie
-romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato,
-ed egli in principio del 1253 entrò in Roma.
-
-La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale
-carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la
-pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente
-punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro
-la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto
-assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era
-atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle
-finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo
-spargimento del sangue più illustre.
-
-Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro
-dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a
-quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di
-associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani.
-Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore
-per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati
-vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città
-di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa
-sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere
-con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139].
-
- [139] _Contarini histor. Terracinensis, p. 65 e 67: e Bulla Innoc.
- IV. Apud Vitale storia diplomatica de' senatori di Roma t. I, p.
- 114._
-
-Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli
-credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo
-Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro
-magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive,
-essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani
-e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di
-rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo
-pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo
-errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma,
-la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso
-conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed
-il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere
-che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava
-dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il
-papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo
-rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a
-soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi
-sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia,
-Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò
-dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza
-timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del
-senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140].»
-
- [140] _Math. Paris hist. Angl. 1254. p. 757._
-
-La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro
-Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice
-lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione
-fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo
-soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano
-l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a
-lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno
-dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata
-dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu
-portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano
-alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed
-era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi
-al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con
-una condanna capitale.
-
-Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la
-consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente
-custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a
-chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò
-ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere
-parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico;
-invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della
-protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni
-a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in
-libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così
-fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero
-rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto
-di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo
-il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e
-senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani
-invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo
-amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e
-per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare:
-ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità
-del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e
-tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per
-vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad
-uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la
-rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione,
-per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta
-delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua
-autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana
-avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da
-grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu
-riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la
-sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143].
-
- [141] _Sigonius de Regno l. XIX, p. 1026._
-
- [142] _Vitali stor. dipl. de' senatori di Roma t. I, p. 117._
-
- [143] _Raynald. ann. Eccl. 1258. § 5. t. XIV, p. 37. -- Sigon. de
- regno It. l. XIX, p. 1037. -- Vitali storia diplom. del senato p.
- 120._
-
-Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel
-mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle
-altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono
-l'immediata influenza di tale avvenimento.
-
-(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana
-esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città
-tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della
-morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di
-un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la
-più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini
-di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di
-molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro
-donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in
-capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti,
-e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso
-scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello
-foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne
-della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo
-simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente,
-e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire
-era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che
-n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e
-costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e
-tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune,
-e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori
-recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur
-morbidamente viviamo[146][147].»
-
- [144] _Gio. Villani storie Fiorent. l. VI, c. 7, p. 202._
-
- [145] La lira di Firenze di quel tempo corrisponde ad undici lire e
- sette soldi tornesi.
-
- [146] Giovanni Villani era nato verso il 1280, e fu priore della
- libertà l'anno 1317.
-
- [147] Quanta mutazione di costumi in 50 anni! _N. d. T._
-
-Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito
-da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la
-vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato
-dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente
-aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima
-semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la
-forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora
-nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa
-figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che
-contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la
-più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la
-rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e
-possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili,
-resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con
-estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima
-che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di
-Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di
-santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta
-formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i
-sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti
-trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città,
-s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il
-podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si
-divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato
-un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e
-questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del
-popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani,
-prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che
-s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la
-costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una
-sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le
-più grandi cose[148].
-
- [148] _Gio. Villani l. VI, c. 39. p. 181. -- Ricordano Malespini, c.
- 141. p. 971. -- Machiav. istor. Fiorent. l. II, p. 96. -- Leonardo
- Aretino l. II, traduzione dell'Acciajuoli p. 35._
-
-La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che
-fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza
-militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata,
-perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine,
-sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i
-cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di
-milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie
-ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono
-subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti
-di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo,
-ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi
-gonfaloni e delle sue imprese.
-
-Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di
-spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si
-sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì
-di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili
-di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta
-braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I
-materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni,
-furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel
-quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo
-del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di
-prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal
-epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.
-
-Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre
-ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo
-1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello
-all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi
-esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di
-pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una
-famiglia guelfa di Milano.
-
- [149] _Gio. Villani l. VI, c. 42. p. 184._
-
-Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que'
-cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di
-tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi
-anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e
-pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I
-Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi
-entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di
-forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di
-Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la
-flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi
-per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal
-regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra
-l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252
-stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani
-attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri;
-ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più
-credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso
-sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che
-potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi
-approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare
-colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri,
-tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa
-vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio
-di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino,
-che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva
-domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le
-mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i
-territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.
-
- [150] _Scipione Ammirato istor. Fiorent. l. II, p. 96. a. -- Marang.
- Cron. di Pisa, p. 510. -- Flam. del Borgo diss. V, p. 287. § 6. --
- Gio. Villani l. VI, c. 49. p. 190. -- Janotti Manetti hist. Pistor.
- t. XIX, Rer. Ital. p. 1008._
-
-In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di
-coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò
-al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo
-d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede
-dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità
-dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non
-solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di
-quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una
-moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe
-in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e
-variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando
-cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine;
-oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane
-lire undici e quaranta centesimi[152].
-
- [151] _Gio. Villani l. VI, c. 53. p. 191._
-
- [152] _Storia delle monete della repub. fiorent. d'Ignazio Orsini.
- Firenze 1760, 1 v. in 4.º fig._
-
-L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di
-Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte
-castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di
-sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i
-Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e
-permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso
-a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica
-fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua
-suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le
-fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di
-perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].
-
- [153] _Gio. Villani, l. VI, c. 55, p. 193. -- Janot. Manetti Histor.
- Pistorii, p. 1008._
-
-(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno,
-chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà,
-Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione,
-fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro
-territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni
-di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro
-alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo
-l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per
-lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di
-Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto
-Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un
-libro intitolato _il Tesoro_, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di
-quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante,
-militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e
-firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.
-
- [154] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. I, l. V, p. 65. -- Gio.
- Villani l. VI, c. 56, p. 193. -- Scip. Ammir. l. II, c. 1, p. 37._
-
- [155] Se il _Tesoro_ di Brunetto Latini abbracciava tutte le
- cognizioni del XIII secolo, i lumi di quel secolo erano ben piccola
- cosa. Ma quest'espressione usata da chi voleva onorare questo uomo
- singolare non vuol essere presa letteralmente. _N. d. T._
-
-Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze
-di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una
-delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta
-montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da
-alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori
-ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani
-dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli
-abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il
-vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle
-milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal
-abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che
-portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a
-gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu
-sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il
-governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu
-conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati
-di allontanarsi dalla loro patria[156].
-
- [156] _Gio. Villani l. VI, c. 58, p. 193. -- Leonardo Aretino l. II._
-
-Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di
-Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini
-domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che
-peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così
-gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto
-di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle
-porte.
-
-La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i
-Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual
-parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura
-al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in
-particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i
-Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra,
-gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti
-d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad
-Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando
-passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte
-Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo
-dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il
-possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza
-di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di
-Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini
-all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per
-ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace
-con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua
-conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano
-risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli
-abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più
-restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il
-conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro
-le loro mura[159].
-
- [157] Febida fu quello che si pose in possesso della Cadmea
- coll'ajuto della fazione aristocratica, e fu deposto e condannato a
- dieci mila dramme di ammenda.
-
- [158] _Gio. Villani l. VI, c. 62, p. 196. -- Leonardo Aretino l. II._
-
- [159] Poichè i Fiorentini ebbero persuaso il conte Guido a sortire
- d'Arezzo, gli Aretini nominarono loro podestà Tegghiajo Aldobrandi
- degli Adimari, uno de' più virtuosi cittadini di Firenze. È questi
- uno degli eroi ricercati da Dante e trovato nell'Inferno, cant. 16,
- v. 41, nel cerchio in cui si puniva un cotal vizio associato a tante
- virtù. Tegghiajo, esposto ad una pioggia di fuoco, cammina senza mai
- fermarsi sopra una arena ardente col conte Guido Guerra e Giacomo
- Rusticucci; i quali, quantunque si fossero meritati la collera del
- cielo, imprimevano ancora un profondo rispetto alla terra. Virgilio,
- vedendoli avanzarsi, dice a Dante:
-
- «.... a costor si vuole esser cortese;
- E se non fosse il fuoco che saetta
- La natura del luogo, i dicerei
- Che meglio stesse a te che a lor la fretta.»
-
- Diffatti quando Dante ode i loro nomi, sta irresoluto di cacciarsi
- avanti tra le fiamme per abbracciarli e grida:
-
- «Di vostra terra sono, e sempre mai
- L'ovra di voi e gli onorati nomi
- Con affezion ritrassi ed ascoltai.»
-
- Nello stesso cerchio e per lo stesso genere di incontinenza era da
- perpetue fiamme tormentato il maestro di Dante, Brunetto Latini, di
- cui abbiamo già parlato. È cosa veramente sorprendente che un così
- vergognoso vizio fosse così comune in una repubblica che sotto ogni
- altro rapporto era tanto austera e virtuosa; come riesce curioso il
- vedere in qual modo quegli uomini ad un tempo repubblicani e
- religiosi risguardavano in quel secolo i giudizj del cielo. Quando
- li vediamo tributare tanto rispetto a coloro che sono già vittime
- dell'eterna vendetta, ci sembra di scorgervi quelle idee di
- fatalismo sulle quali i Greci fondarono le loro tragedie. I delitti
- di Tegghiajo e di Rusticucci, come quelli di Edipo e d'Oreste
- sembravano l'effetto della collera degli Dei: ma sotto il peso di
- questa collera gli uomini non lasciano di mostrarsi ancora grandi.
-
-Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che
-avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al
-Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di
-soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di
-consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di
-Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro,
-distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire
-la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo
-che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di
-farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione,
-temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in
-riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad
-avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per
-prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino
-Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si
-diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che
-quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè
-agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a
-condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di
-Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno
-avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e
-riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la
-distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai
-Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli
-anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo
-alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente
-atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la
-generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono
-i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua
-condotta[160].
-
- [160] _Gio. Villani l. VI, c. 63, p. 197._
-
-
-
-
-CAPITOLO XIX.
-
- _Pontificato d'Alessandro IV. -- Crociata contro Ezelino; sua
- disfatta e morte. -- Manfredi re di Sicilia: soccorre i
- Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia._
-
-1255=1260.
-
-
-Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi
-aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di
-questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a
-sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in
-Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del
-vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati
-nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il
-vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo
-Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella
-astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli
-avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore
-impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro
-Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba
-attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più
-debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due
-anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo
-predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed
-i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi
-atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata
-contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari
-a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia,
-dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva
-egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più
-inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del
-secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti
-del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei,
-egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi
-della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e
-specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito
-dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio,
-l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste
-province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali
-e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della
-croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca,
-loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro
-che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi
-dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga
-finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla
-prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa,
-all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità
-della vostra patria[162].»
-
- [161] _Paris Hist. Angl. an. 1254, p. 771. -- Raynald. an. 1254, t.
- XIV, § 2, p. 1._
-
- [162] Dato dal Laterano il 13 delle calende di gennajo. _Epist.
- Alex. IV, l. II, epis. 7, ap. Raynald. Ann. 1255, § 10, p. 4._
-
-Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il
-nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino
-dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine
-superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù
-militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la
-sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per
-risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile
-per coloro che lo superassero.
-
-Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano
-indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della
-Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava.
-Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo
-avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del
-suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime
-erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in
-mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle
-patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza.
-Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza,
-e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e
-consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte
-le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e
-risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i
-nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di
-distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno
-di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua
-crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi
-negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di
-specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le
-grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano
-confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro
-case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso
-alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro
-colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero
-cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva
-diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era
-sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè
-meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli
-occhi.
-
- [163] _Monachi Patav. Chron. l. I, p. 687._
-
-Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la
-terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice,
-venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora
-dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al
-pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro
-grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale
-senz'armi, gridando: _Vengano alla malora i traditori!_ Monte, appena
-vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e
-lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al
-tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo
-gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla
-una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto.
-Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano
-sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili
-sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino
-che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a
-rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].
-
- [164] Ciò accade l'anno 1253.
-
- [165] _Rolandini l. VII, c. 5, p. 274._
-
-In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di
-Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata.
-Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani,
-salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di
-Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel
-Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una
-famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per
-meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà
-Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa
-politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro
-gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare
-lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per
-naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in
-tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da
-gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che
-stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro
-capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse
-rimontare la Brenta ed attaccare Padova.
-
-La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali.
-Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della
-parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli
-restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta
-influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto
-come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa
-dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era
-succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato
-al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso
-partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di
-fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte
-ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi
-inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che
-governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto
-Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che
-alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di
-podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per
-insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le
-due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più
-potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti
-de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe
-ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati.
-
-Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che
-manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che
-costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa
-delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli
-di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose
-a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda
-questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra
-parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di
-marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio,
-afforzando la Brenta[166].
-
- [166] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Diss. VIII, c. 14, p. 923, t.
- XIV. -- Monachus Patav. Chron. l. II, p. 692. -- Roland. de factis in
- March. Tarvisana l. VIII, c. 1, p. 283 e segu. -- Laurent. de Monacis
- Ezerinus III, p. 148 ex l. XIII Hist. Venetæ. -- Chron. Veron.
- Parisii de Cereta p. 636. -- Campi Cremona Fedele l. III, p. 63. --
- Pigna Istoria de' principi d'Este l. III, p. 218. -- Chron. Estense
- t. XV, p. 318. -- Ghirardacci Istoria di Bologna l. VI, p. 191._
-
-Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la
-strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più
-vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire
-la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta
-onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un
-passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il
-legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di
-Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto
-abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece
-ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de'
-quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza
-dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti
-all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che
-la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità.
-Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco
-verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato
-da' suoi preti intuonò l'inno:
-
- _Vexilla regis prodeunt;_
- _Fulget crucis mysterium..._
-
-ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione,
-discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune
-bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre
-truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di
-modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi,
-entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni.
-
-All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E
-mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il
-legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava
-di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano
-avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta _vinea_, la
-quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura
-versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la
-galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro
-la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie
-combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che
-avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i
-progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato
-Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava
-trionfante in città[167].
-
- [167] _Roland. l. VIII, c. 13 e 14. p. 295-298. -- Monachi Patavini
- Chron. p. 693._
-
-I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che
-per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una
-vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè
-pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono
-per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che
-quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto
-sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei
-miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per
-suoi liberatori.
-
-A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non
-lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai
-mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e
-sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi
-le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo,
-furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di
-Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre
-sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne
-uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse
-dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto
-spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati
-in più atroci guise.
-
- [168] _Rolandini l. IX, c. 1 e 4. p. 299-302. -- Monachus Patavinus,
- p. 694._
-
-Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato
-all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa
-città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in
-riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali
-undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali
-conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero;
-locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia
-sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare
-tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che,
-per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i
-soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe
-erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima,
-felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per
-iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco
-furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di
-Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero
-la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna
-padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i
-nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente
-spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti
-mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare,
-senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere
-spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla
-sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col
-fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella
-armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena
-se ne salvarono duecento[169][170].
-
- [169] Le particolari circostanze sono prese dal Rolandino _l. IX, c.
- 7.-8. p. 304-306_: ma il fatto viene attestato da tutti i coetanei.
- _Chron. Veron. p. 636. -- Mon. Patav. p. 695. -- Laurent. de Mon.
- Ezerinus III, p. 149. -- Ant. Godi Chr. Vic. p. 87. -- Chron. Est. p.
- 230. -- Regiurinum Paduæ Chronicatores duo, p. 377, 378._
-
- [170] Il fatto ne' particolari è assai diversamente raccontato, e
- gli scrittori allegati erano tutti guelfi. _N. d. T._
-
-(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non
-erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini
-ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche
-de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a
-sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero
-col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi
-naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali
-valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi
-sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa
-per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo
-dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili
-sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella
-medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche
-religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate
-Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia:
-generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo,
-arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli
-avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata,
-occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di
-ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.
-
-Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da
-Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità.
-Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa,
-ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo
-col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte
-fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e
-penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta
-d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il
-legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò
-nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più
-servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina
-l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza
-apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova.
-Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di
-questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un
-messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a
-qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo,
-si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico,
-chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le
-sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de'
-crociati[171].
-
- [171] _Roland, l. IX, c. 10, 11, 12. -- Mon. Pat. Chr. p. 695._
-
-Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne
-l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre
-miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano
-coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò,
-licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in
-campagna.
-
-(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta
-importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per
-rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini
-di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo
-conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti
-del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il
-legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per
-trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione
-senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente
-occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i
-nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze
-guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani.
-Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la
-pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e
-bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado
-l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi
-stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle
-città ch'egli diceva di voler proteggere.
-
-(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad
-entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città,
-si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva
-attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive
-dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a
-ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le
-milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto
-Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze
-superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa
-da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti
-prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi
-compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata
-guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi
-strada a traverso l'armata nemica[172][173].
-
- [172] _Monachi Patav. Chron. p. 700. -- Rolandinus t. XI, c. 8 e 9.
- p. 331. -- Jacobus Malvecius Chron. Brixian. Dist. VIII, c. 17. p.
- 924. -- Chron. Veron. p. 638._
-
- [173] Il trattamento usato da Ezelino al legato suo prigioniere, che
- pure lo aveva tanto maltrattato nelle sue prediche, dovrebbe essere
- risguardato come un argomento della poca fede dovuta ai racconti
- esagerati della crudeltà di quest'uomo. _N. d. T._
-
-Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi
-rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini,
-rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli
-di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non
-fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi
-ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre
-l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il
-vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro
-famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi,
-compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità;
-«imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o
-qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova,
-quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174].»
-
- [174] _Lib. IX, c. 10. p. 333._
-
-Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di
-Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte
-le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si
-credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza
-correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto
-da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli
-era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e
-Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti
-consignori di quella città, che governavano colla loro influenza
-aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi
-gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi
-di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi
-in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di
-Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui
-non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e
-quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi
-vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a
-discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono
-appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo
-signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti
-della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.
-
-Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata
-dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le
-insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta
-perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio
-sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito
-alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a
-Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con
-lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non
-fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa
-di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto
-Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte
-dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di
-Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato
-riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e
-promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla
-santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino
-alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini
-promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro
-forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare
-mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra.
-Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del
-futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal
-giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro
-vicendevoli promesse.
-
- [175] Questo trattato viene letteralmente riferito dal Campi nella
- sua _Cremona Fedele, l. III, p. 65._
-
-Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259.
-Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi
-impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi
-afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con
-un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di
-Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso
-supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini,
-donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso
-e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica
-compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che
-infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione,
-tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma
-le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella
-Marca Trivigiana.
-
- [176] _Roland. l. XI, c. 17. p. 340._
-
- [177] La cosa viene variamente raccontata da altri storici. Si dice
- che avendo proclamato che tutti i poveri storpiati, mutilati ec.,
- presentandosi in Verona alla sua corte, avrebbero avuto da Ezelino
- un nuovo abito, e vitto finchè vi rimanessero. Che quando vi si
- trovarono adunati moltissimi, fece a tutti dare nuove vesti, e
- ritenere i loro cenci, ne' quali, inutilmente riclamati da que'
- mendici, trovaronsi nascosti molti danari, e che perciò tutti i
- mendicanti dolevansi per le città italiane di Ezelino. _N. d. T._
-
-La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe.
-Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la
-sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse
-di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul
-finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai
-avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva
-all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi
-guardato dai Cremonesi.
-
-Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il
-castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese
-d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria
-venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio;
-finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino.
-Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè
-colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con
-Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città
-tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona
-passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua
-cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di
-Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di
-là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di
-Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna
-resistenza.
-
-La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi
-posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso
-della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua
-patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli
-stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di
-aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece
-accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle
-spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico.
-Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle
-rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello
-di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò
-il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.
-
-Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata
-delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la
-Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza.
-Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti
-in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni
-banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di
-vincere.
-
-Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata
-presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello
-e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro
-augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva
-alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio,
-soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente
-l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte
-di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate
-per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a
-cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che
-gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che
-sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a
-cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza
-trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli
-ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere
-l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria
-bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese
-la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto
-il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli
-altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a
-quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai
-Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi
-passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni
-lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più
-fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo
-finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale,
-cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.
-
- [178] Il 16 settembre 1259.
-
-«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio,
-tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua
-indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i
-soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso
-principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e
-la gioja era universale»[179].
-
- [179] _Roland. l. XII, c. 9, p. 351._
-
-I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma
-condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per
-curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste
-alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino,
-ove fu sepolto[180].
-
- [180] _Chron. Astense c. 2, t. XI, p. 186._
-
-Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed
-il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo
-portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più
-arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile
-ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i
-supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni
-dopo averne regnati trentaquattro[182].
-
- [181] _Ant. Godii Chron. t. VIII, p. 90. -- Monach. Patav. l. II, p.
- 708._
-
- [182] _Rolandini, l. XII. c. 1-9. -- Monach. Patav. Chron. p.
- 702-706. -- Chron. Veron. p. 638. -- Campi Cremona fedele, l. III, p.
- 71. -- Pigna Istor. de' Principi d'Este l. III, p. 225. -- Jacobi
- Malvecii Chronic. Brixiense Dist. VIII, c. 30-37, p. 931, ec._
-
-Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si
-affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di
-chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i
-loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo
-gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere,
-e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno
-violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi
-risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune.
-Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che
-l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla
-sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti
-Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio
-di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia,
-Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo
-anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per
-tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della
-torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta
-tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli
-che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato
-l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e
-le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate
-da quella famiglia[183][184].
-
- [183] _Rolandini l. XII, c. 14-16, p. 356 e seguenti._ Qui
- prenderemo congedo da questo storico, che termina il suo racconto
- colla caduta della famiglia da Romano. L'anno 1262 sottomise il suo
- libro all'approvazione del magistrato e degli uomini dotti di
- Padova, tutti testimonj dei riferiti avvenimenti.
-
- [184] L'autore ebbe torto di seguire troppo minutamente i racconti
- del Rolandino, uno de' più caldi partigiani della fazione guelfa, e
- personalmente nemico di Ezelino. Fa veramente maraviglia che
- mostrando altrove tanta filosofia e buona critica, sia qui disceso a
- raccontare le puerili favole inventate sul conto d'Ezelino, che pur
- troppo era colpevole: ma per dare una giusta idea ancora de' suoi
- nemici, il nostro imparziale autore non doveva dissimulare il
- barbaro modo con cui fu sacrificata la famiglia d'Alberico da
- Romano, che forse non era alleata d'Ezelino: e convien dire che il
- suo animo non sostenne l'immagine di tanti orrori. _N. d. T._
-
-Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia
-trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero
-combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano
-allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un
-tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a
-tutti i popoli [185].
-
- [185] _Monachi Patav. Chron. l. II, p. 707._
-
-E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di
-Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e
-ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese
-Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per
-riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta
-l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi
-da personali interessi, non erano in verun modo disposti a
-rappacificarsi.
-
-Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de'
-talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti
-d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli
-intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di
-tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna
-che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di
-tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che
-quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri.
-Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la
-guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli
-Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra
-di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia,
-che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu
-costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli
-dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola
-restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e
-perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa
-armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine
-de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò
-sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione,
-inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per
-alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli
-antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni
-diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in
-Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe
-risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora
-accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle
-forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno
-stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati
-contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di
-ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in
-Calabria[188].
-
- [186] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 579._
-
- [187] _Ib. p. 565, 566._
-
- [188] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 571._
-
-Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva
-soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli,
-governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente.
-Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della
-riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi
-colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva
-saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale
-stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del
-giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di
-riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi
-interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le
-preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che
-gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in
-proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva
-salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in
-Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di
-Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della
-notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da
-Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino
-allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli
-ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che
-dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo
-trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol
-poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua
-persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non
-permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una
-donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale
-egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte:
-che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo
-erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno
-governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben
-accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo
-sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo
-figliuolo[190].
-
- [189] Fu incoronato il giorno 11 agosto del 1258; e qui termina la
- sua storia Nicola de Jamsilla. Io lascio con dispiacere
- quest'amabile scrittore. Quantunque le sue storie non abbraccino che
- un periodo di otto anni dalla morte di Federico fino
- all'incoronazione di Manfredi = 1250-1258, seppe dare grandissima
- importanza al suo racconto. Un cuore caldo, un vivo affetto pel
- principe cui era attaccato, la perfetta conoscenza ch'egli aveva
- delle più minute circostanze degli avvenimenti, sono qualità poco
- comuni agli storici di que' tempi; e sentesi tanto più vivamente la
- sua mancanza perchè dopo di lui il regno di Napoli non ha più
- storici ghibellini.
-
- [190] _Giannone Istoria Civile, l. XIX, p. 666._
-
-(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali
-gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso
-per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo
-interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle
-province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo
-stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza
-militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure
-poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in
-balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo
-partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare
-i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella
-Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe
-la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro
-impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal
-ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.
-
-I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati
-da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione
-diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati.
-Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi
-contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro
-case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi
-clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti
-prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la
-repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini
-alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo
-di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena,
-ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.
-
- [191] _Gio. Villani l. VI, c. 65, p. 199._
-
-Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato
-convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai
-ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena
-l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili
-adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato
-d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli
-ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza
-coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti
-avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una
-metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non
-sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza
-delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe
-l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata,
-perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una
-dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per
-cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono
-ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto.
-
- [192] _Flam. del Borgo Stor. Pis. l. VI, p. 349. -- Malavolti Hist.
- di Siena p. I, Diss. V, p. 68. -- Leon. Aret. l. II, c. 3, p. 41._
-
-Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti
-fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di
-Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo
-di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu
-adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di
-alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei
-conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati
-fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in
-particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a
-ristabilirli nella loro patria.
-
- [193] Tutti gli scrittori fiorentini hanno supposto che le prime
- truppe tedesche mandate da Manfredi in Toscana siano stati i cento
- uomini d'armi accordati a Farinata, e che il conte Giordano vi
- arrivasse dopo avuta notizia della disfatta dei primi. Il loro
- racconto contiene qualche inverosimiglianza di date; ma viene poi
- apertamente smentito dai pubblici registri degli archivj di Siena.
- Il _Malav., Stor. di Siena p. II, l. I, p. 1-10_, ha cercato di
- dimostrare quest'opposizione; ed io, per lo contrario, cerco di
- conciliare le due opinioni. I Fiorentini, quasi tutti coetanei,
- meritano al certo molta fede, ma la loro testimonianza non è che una
- sola, perchè il Villani copiò parola per parola Ricordano Malespini
- senza citarlo, come il Villani fu copiato da Coppo de' Stefani.
- Lionardo Aretino ripete a modo suo lo stesso racconto. _Ricord.
- Malesp. c. 163-164, p. 987. -- Gio. Vill. l. VI, c. 74-75. -- Leon.
- Aret. l. II, p. 45, c. 5. -- Flam. del Borgo Dissert. VI, p. 349. --
- Murat. Ann. ad an. t. XI, p. 34, 8._
-
-Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti
-fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti
-nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli
-emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla
-da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta
-travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo.
-Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze
-straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro.
-Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì
-loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo
-corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori
-disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non
-credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a
-scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere
-che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si
-fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra
-armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci
-più importanti soccorsi.»
-
-In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di
-Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad
-accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di
-Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non
-venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo
-avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose
-bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il
-campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe
-nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo,
-dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano
-temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere
-de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso
-portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò
-che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor
-suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi
-stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni
-pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone,
-ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario
-generale del re Manfredi in Toscana.
-
-Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione
-che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo
-prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo
-avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe
-ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non
-avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato
-questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non
-mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte
-Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de'
-Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al
-di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una
-marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese
-nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire
-necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato
-cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro
-che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i
-fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a
-riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante
-servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la
-porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi
-loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto
-pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia
-una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani,
-uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel
-che si meritasse la loro incapacità.
-
-I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro
-colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di
-vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in
-primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior
-parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di
-Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra,
-s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il
-conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come
-pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da
-un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in
-altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare
-Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e
-con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi
-cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i
-prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi,
-villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne
-uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione
-di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria
-dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento
-dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi
-portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla
-domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena
-capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente
-diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di
-magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata.
-
-Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro
-alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre
-sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa
-arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano,
-Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini
-consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed
-altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi
-trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il
-quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta
-situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia.
-Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila
-cavalli e trenta mila fanti.
-
-Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano
-la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in
-ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali
-Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad
-un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per
-caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da
-quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille
-ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila
-fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati
-mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici
-mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina,
-quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla
-quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa
-per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al
-capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un
-colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195].
-Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere
-l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande;
-un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva
-girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione
-attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La
-cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più
-lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non
-combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di
-Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più
-valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente
-combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri;
-altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi
-due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini
-furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia
-che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più
-maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in
-totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più
-considerabile ancora fu quello de' prigionieri.
-
- [194] Martedì 4 settembre 1260.
-
- [195] La battaglia d'Arbia ebbe così importanti conseguenze, che
- tutti gli storici ne hanno parlato. Noi intorno a questa guerra
- abbiamo consultato _Gio. Villani l. VI, c. 79. p. 209. -- Sabae
- Malespinae hist. rer. Sicular. l. II, c. 4. t. VIII, p. 802. --
- Ricord. Malesp. hist. Fior. c. 166. 167. p. 989. -- Leon Aret, hist.
- Fior. volg. d'Acciajuoli, l. II, p. 53. -- Coppo de Stef. hist. Fior.
- l. II. -- Deliz. degli Eruditi t. VII. -- Malavolti stor. di Siena p.
- II, l. I, p. 17-20. -- Flam. del Borgo dell'ist. Pisana Dissert. VI,
- p. 357. -- Giunta Tommasi hist. Sanese p. I, l. V, p. 323-337. --
- Scip. Ammirato hist. Fior. l. II, p. 112-123. -- Annal. Ptolomei
- Lucensis t. XI, p. 1282. -- Breviar. Pisanae hist. l. VI, p. 193. --
- Ann. Cenuen. Contin. Caffari l. VI, p. 528. -- Andrea Dei Chron.
- Sanese t. XV, p. 29. cum notis Uberti Bentivoglienti. -- Marangoni
- Chron. di Pisa_ ec. ec. Dante allude più volte a questa battaglia, e
- pone nell'inferno Bocca degli Abati, fra i traditori della patria.
- _Infer. c. XXII, v. 78_, e seguenti.
-
-Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino;
-tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che
-chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i
-fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo
-Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria
-in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano
-terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro
-nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini,
-che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non
-fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo
-contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia
-d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti
-Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano
-un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra
-i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava
-l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata.
-Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito
-guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro
-gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo,
-straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini;
-i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non
-disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli,
-esporre la patria a nuovi pericoli.
-
-I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e
-tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il
-13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro
-donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca,
-ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda
-la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di
-Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e
-terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola
-costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo.
-
-Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a
-sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre
-i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria
-sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino,
-della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto
-partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i
-cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata
-ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta
-senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo,
-abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere
-l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata
-al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui
-tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido
-Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati
-tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.
-
- [196] Frate Ildefonso di san Luigi, Carmelitano Scalzo, consacrò una
- vasta e laboriosa erudizione a fare la storia della famiglia de'
- conti Guidi, e della discordia che gli attaccò a diverse fazioni.
- Rilevasi da questa storia che questa nobile e potente famiglia
- possedeva terre in tutte le parti della Toscana, ma specialmente
- nelle montagne di Pistoja e di Arezzo; che ne aveva pure nella
- Romagna, e nel ducato di Spoleti, e ch'ebbe in tutto il periodo de'
- secoli di mezzo grandissima influenza su la sorte della Toscana.
- _Deliz. degli Erud. Tosc. t. VIII, p. 89 a 195._
-
-Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per
-trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di
-consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini
-più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini
-che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la
-dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e
-perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i
-Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a
-soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.
-
-Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena
-dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la
-fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro
-patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la
-di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale,
-essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di
-Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il
-popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di
-Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe
-certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse
-l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era
-attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura
-ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che
-adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente
-disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze
-aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di
-proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure
-fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di
-ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro
-fortezze, e rompere ogni legame colle città.
-
-Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai,
-diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo
-una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in
-vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E
-veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e
-molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi
-molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere
-nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci.
-L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e
-collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io
-tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa
-passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e
-con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno
-parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo
-luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla
-in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che
-modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte
-amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare,
-come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare
-proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho
-nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma
-ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a
-voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi
-non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con
-ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra
-confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre
-sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più
-crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè
-confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non
-dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i
-vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati
-per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e
-non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli
-interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi
-desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei
-domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di
-Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli
-uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se
-siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi
-nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben
-grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi
-confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli
-usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione
-perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro
-offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della
-distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri
-confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è
-capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano
-la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si
-dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che
-le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi
-potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte
-contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al
-fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini
-si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto
-con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può
-giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà
-la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era
-fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con
-la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi
-ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi
-avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore
-ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è
-quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia
-ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E
-pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la
-nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle
-vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in
-scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione
-della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma
-è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente,
-non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate
-l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata
-la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj
-conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri
-abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore
-della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè
-cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la
-terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me
-una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se
-non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille
-volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla
-morte.»
-
- [197] Questo discorso viene riferito da Leonardo Aretino e forse fu
- da lui composto. Abbiamo altrove osservato, che in tutti i discorsi
- solevasi prendere un testo, e che quando si permetteva ad un oratore
- di parlare gli veniva domandato intorno a quale testo parlerebbe.
- Racconta il Villani, ma alquanto oscuramente, che Farinata troppo
- occupato dei grandi interessi della sua patria, per isvolgere
- ingegnosamente qualche antico testo, propose due proverbi volgari, e
- questi ancora confusi in maniera l'uno coll'altro, che non
- presentavano alcun ragionevole significato. Questi proverbi sono:
- _come asino sape, così minuzza rape._ _Sì va capra zoppa che lupo
- non la intoppa_; ch'egli travolse così: _come asino sape sì va capra
- zoppa, così minuzza rape se lupo non la intoppa._ Egli seppe non
- pertanto farne applicazione al soggetto, come vedesi nello stesso
- Aretino. I nemici di Firenze come i vili animali citati nel
- proverbio non sapevano innalzarsi al disopra delle corte loro viste
- e delle loro miserabili costumanze; zoppicavano ancora dello stesso
- piede ed erano disposti a nuocere nella stessa maniera che avevano
- tentato di farlo in altri tempi affatto diversi. _Gio. Villani l.
- VI, c. 82. -- Ricordano Malespini c. 170. -- Leonardo Aretino l. II._
-
-Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta
-l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e
-massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non
-v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che
-questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno
-alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento
-di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare
-l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono
-mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo
-nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini,
-rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di
-consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento.
-Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana
-mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido
-Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.
-
-Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna
-Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il
-suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la
-rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno
-quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli
-incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo
-detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera
-fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte
-Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò
-pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia,
-l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano
-fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni
-lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje
-fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva
-chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali
-uscivano spaventose grida e sospiri.
-
- O Tosco, che per la città del foco
- Vivo ten' vai così parlando onesto,
- Piacciati di restare in questo loco.
- La tua loquela ti fa manifesto
- Di quella nobil patria natío
- Alla qual forse fui troppo molesto.
- Subitamente questo suono uscío
- D'una dell'arche; però m'accostai,
- Temendo, un poco più al duca mio.
- Ed ei mi disse: volgiti, che fai?
- Vedi là Farinata che s'è dritto:
- Dalla cintola in su tutto 'l vedrai.
- Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto,
- Ed ei s'ergea col petto e con la fronte,
- Come avesse lo 'nferno in gran dispitto:
- E l'animose man del duca e pronte
- Mi pinser tra le sepolture a lui,
- Dicendo: le parole tue sien conte.
- Tosto che al piè della sua tomba fui,
- Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
- Mi domandò: chi fur li maggior tui?
- Io ch'era d'ubbidir desideroso,
- Non gliel celai, ma tutto gliele apersi:
- Ond'ei levò le ciglia un poco in soso;
- Poi disse: fieramente furo avversi
- A me ed a' miei primi ed a mia parte,
- Sì che per duo fïate li dispersi.
- S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte,
- Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata:
- Ma i vostri non appreser ben quell'arte.
-
- . . . . . . . . . . . . .
-
- E se continuando al primo detto,
- Egli han quell'arte, disse, male appresa,
- Ciò mi tormenta più che questo letto.
- Ma non cinquanta volte fia raccesa
- La faccia della donna che qui regge,
- Che tu saprai quanto quell'arte pesa:
- E se tu mai nel dolce mondo regge,
- Dimmi perchè quel popolo è sì empio
- Incontr'a' miei in ciascuna sua legge?[198]
- Ond'io a lui: lo strazio, e 'l grande scempio,
- Che fece l'Arbia colorata in rosso,
- Tale orazion fa far nel nostro tempio.
- Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso,
- A ciò non fu' io sol, disse, nè certo
- Senza cagion sarei con gli altri mosso:
- Ma fu io sol colà, dove sofferto
- Fu per ognun di torre via Firenze,
- Colui che la difesi a viso aperto[199].
-
- [198] Gli Uberti furono sempre eccettuati dalle tregue concesse
- alcune fiate ai Ghibellini.
-
- [199] _Dante, Inferno canto X._
-
-
-
-
-CAPITOLO XX.
-
- _Decadimento e servitù delle repubbliche lombarde. -- Rivoluzioni
- nelle repubbliche marittime. -- Loro rivalità. -- Costantinopoli
- ritolta dai Greci ai Veneziani ed ai Francesi._
-
-1250=1264.
-
-
-Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde
-richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia.
-In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio
-che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria
-della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico
-Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta
-illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo
-abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza
-circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per
-interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi
-avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul
-cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile
-eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui
-mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori
-della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le
-città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno
-anche prima che cadessero sotto la loro tirannia.
-
-Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi
-d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli,
-ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al
-nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena
-della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente
-sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si
-spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno
-i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il
-giardino dell'universo.
-
-Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle
-repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo
-peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi
-alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a
-loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e
-della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche
-possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla
-nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il
-principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che
-dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa
-mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente
-cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo
-occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta
-riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo
-questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere
-costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di
-cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo,
-separarle interamente.
-
-Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del
-governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il
-popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse
-d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che
-accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La
-prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della
-forza di difendere i suoi diritti.
-
-Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti
-d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia
-di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di
-tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale
-unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle
-bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città
-lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento.
-
-Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano
-nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la
-moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga:
-onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di
-tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di
-comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i
-delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la
-felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior
-numero di individui.
-
-I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle
-famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia
-fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel
-presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della
-società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro
-congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di
-vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano
-tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne'
-nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri
-rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti
-omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze
-delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei
-duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e
-l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi
-terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è
-forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle
-leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui
-fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i
-delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza
-avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del
-colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era
-sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti
-che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti
-protetti da potenti alleati.
-
- [200] Ciò poteva esser vero rispetto alla Francia, ma in Italia i
- duelli strettamente tali richiamerebbero l'attenzione de' tribunali.
- _N. d. T._
-
-I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò
-rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro,
-non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della
-libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna
-tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli _signori_ e _padroni_,
-onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella
-della durata della loro dominazione.
-
-Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo
-alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate
-negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante
-ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il
-desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e
-rendendo più difficile la pace.
-
-La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria,
-erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli
-ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori,
-i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle
-cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non
-associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la
-gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle
-frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili
-a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di
-sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle
-funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201].
-
- [201] Questo trattato di pace fu sottoscritto il 4 aprile 1258 tra i
- nobili ed i plebei. _Corio, Istorie milanesi p. II, p. 115, verso._
-
-Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle
-pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè
-sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità.
-Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de'
-cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi
-contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra
-repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e
-del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava
-pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una
-imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero
-attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del
-potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa
-alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre
-estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i
-nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco:
-allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le
-terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la
-metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo.
-
-Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame
-che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de'
-nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di
-accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia
-era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque
-de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della
-classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e
-perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o
-la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono
-d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della
-natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che,
-senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia.
-Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte
-figlie di due potenti società chiamate la _Motta_ e la _Credenza_.
-Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in
-Francia il nome di _clubs_, erano per molti capi simili alle fraternità
-delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato,
-nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica,
-assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le
-prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse
-loro il diritto.
-
-Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo,
-innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la
-repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo
-avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene
-dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da
-noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della
-tirannide.
-
-Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo,
-combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de'
-Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava
-ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran
-parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non
-erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a
-quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della
-cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini
-delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto
-contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra
-che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un
-caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo
-davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto
-alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma
-l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e
-terribile _pilum_ che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare.
-
-Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere
-continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica
-costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli
-esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe
-migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima
-guerra lombarda.
-
-Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una
-qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè
-l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini
-d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era
-coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli
-arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in
-modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non
-abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte
-ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto,
-lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava
-che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna
-giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada;
-bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per
-avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere
-una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così
-enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi.
-Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai
-gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e
-delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla
-guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione,
-altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto
-ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò
-tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro
-cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro _destriero_,
-come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per
-la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel
-campo il cavaliere adoperava il _palafreno_ fino all'istante in cui
-doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti
-dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a
-quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo
-s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo
-secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa
-cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo
-l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva
-rialzarsi da sè medesimo.
-
-Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla
-freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città
-trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I
-cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e
-rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse
-fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe,
-non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il _pilum_ alla
-testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare
-il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata
-sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una
-selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a
-rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa
-maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità
-dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla
-fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi
-affatto inutile nelle battaglie.
-
-Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in
-mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti.
-Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si
-battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che
-al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i
-quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere.
-Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci
-mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo
-contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila
-dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la
-volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo
-corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni
-senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente
-parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro
-corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale
-impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance
-si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla:
-talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il
-difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi
-senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di
-cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo
-stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto.
-
-Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo
-nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i
-gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità,
-come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli
-steccati, o _serragli_, chiudendo tutte le strade, impedivano che i
-cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o
-afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente
-dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità,
-ed il popolo non ardiva d'inseguirli.
-
-Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati
-utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare
-in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu
-affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria
-assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del
-tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta
-l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono
-forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di
-cui un solo fa utile uso.
-
-Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza
-necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli
-gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra
-loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i
-grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti
-uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo
-mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi,
-senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di _condottieri_ che
-nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle
-repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo,
-essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di
-un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore)
-erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro
-pretensioni.
-
-I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di
-ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano
-altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze,
-e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il
-mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne.
-Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata
-mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi
-capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri
-nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano
-alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di
-supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi
-Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con
-cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il
-pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il
-danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era
-quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica.
-
-Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano
-i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere
-militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la
-libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima
-di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben
-tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre.
-
-«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano
-al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare,
-che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro
-il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi
-due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo
-della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non
-rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque
-assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario
-il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino
-della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne
-conoscevano nè gli attributi nè la durata.
-
- [202] _Manipulus Florum, c. 299, p. 685._
-
- [203] L'anno 1256. _Giorgio Giulini, Memorie della città e campagna
- di Milano l. LIV, p. 131._
-
-Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel
-Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta
-generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo
-tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta
-alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore
-ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il
-popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario,
-esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti
-i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli
-usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore,
-salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come
-convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non
-aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita
-un altr'uomo[205].
-
- [204] Lo stesso _l. LV, p. 210_ disamina le due opinioni,
- confrontando le genealogie adotte dagli storici colle iscrizioni
- delle pietre sepolcrali.
-
- [205] Martino della Torre non ebbe figliuoli. _Ann. Mediolan. t.
- XVI, c. 34, p. 664. -- Galvan. Fiamma Manip. Flor. c. 293, p. 687._
-
-Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un
-carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione
-nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della
-Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo
-della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente
-questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una
-fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei
-nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia.
-
-L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo
-stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere
-spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò
-tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257
-si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro
-alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di
-Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino
-della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i
-gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si
-apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori
-delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una
-pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo
-arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano,
-lasciando la sua fazione senza capo[206].
-
- [206] Giorgio Giulini lo dice morto del 1257. Altri genealogisti la
- differiscono di alcuni anni, _l. LIV, p. 139_.
-
-Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non
-aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne
-di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando,
-affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte,
-l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni
-ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo
-tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun
-appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il
-giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui
-ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207].
-Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto
-alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche
-condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo
-trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente
-non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a
-lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in
-Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro
-patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e
-dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella
-quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in
-cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio
-de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata
-di quella di sant'Ambrogio.
-
- [207] _Bernardino Corio delle Istorie milanesi p. II, p. 114._
-
-Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la
-battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non
-erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro
-tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre
-più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro
-occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente
-la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la
-nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di
-averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in
-cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i
-titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro
-non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed
-alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino
-della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra
-società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane,
-di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate
-nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo
-forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti
-avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi
-tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo
-e capo della nobiltà.
-
-Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire
-la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino,
-sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò
-dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore
-del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il
-suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani.
-
-In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando
-di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso
-Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi
-oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte
-coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento
-accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria;
-perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al
-più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza
-de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù.
-
-Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino:
-che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della
-loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato
-alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come
-repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro
-signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano,
-e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero
-assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora
-le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu
-ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per
-ridurre Milano in servitù.
-
-Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un
-corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde
-malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per
-numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile
-cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè
-colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la
-corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più
-accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una
-lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del
-soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai
-cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col
-marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della
-cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del
-popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato
-col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan
-generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che
-gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena
-autorità in Milano per cinque anni.
-
-Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino;
-e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata
-l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj
-in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di
-dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della
-Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di
-una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai
-Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi
-più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di
-punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta,
-innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti.
-
-Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure
-ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale
-di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre
-s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia
-veniva governata da questi due signori.
-
-I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in
-città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel
-castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria
-milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello
-furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti
-gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro
-insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro
-cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere,
-trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro
-nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti
-incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino
-della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte;
-ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle
-città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali
-bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria.
-
-Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio
-sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino
-volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte
-di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora
-nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello
-stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del
-capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di
-Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di
-aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia
-elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la
-contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno
-1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un
-canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie
-milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò
-quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed
-il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo
-partito.
-
-La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il
-marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo;
-onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la
-signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso
-d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani
-dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli
-ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di
-settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi
-morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a
-suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito.
-
-Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i
-signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un
-successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il
-luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo
-potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della
-stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare
-l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore
-di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio
-consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima
-sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono
-volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre
-che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di
-rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì
-un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della
-giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative
-riunite costituivano un sovrano.
-
-Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per
-isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano
-passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era
-necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui
-subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile
-corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero
-strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo
-sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti
-milanesi della condotta del loro principe[208].
-
- [208] Scrivendo la storia dell'innalzamento della casa della Torre
- mi sono unicamente attenuto al conte Giorgio Giulini, che con dotte
- indagini illustrò questo tratto di storia. _L. LIV_ e _LV_ delle sue
- memorie, _t. VIII, dalla p. 73 alla p. 210_. Non ho per altro
- lasciato di leggere _Bernard. Cor. Istor. di Milano, p. II, p.
- 110-122. -- Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 285-302. -- p. 683-694.
- Annales Mediolan. t. XVI, c. 28-37. p. 658-666._
-
-Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la
-quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei
-signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi
-all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a
-combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini.
-
-La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che
-ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle
-immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline
-della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire
-liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno
-nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e
-dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della
-sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai
-tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni.
-
-Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi
-sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era
-intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà
-s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un
-governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico
-dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi
-stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro
-conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè
-conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di
-parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le
-sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a
-sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si
-riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di
-quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia
-dell'universo.
-
-Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine
-repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di
-doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne
-accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia,
-antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili
-magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di
-tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla
-corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria
-dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai
-re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto
-monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione
-dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La
-nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle
-prerogative che questa si attribuiva.
-
-Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il
-potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune
-restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il
-di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era
-stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più
-importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare
-a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno
-agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero
-il nome di _pregadi_; e questa è l'origine del più antico e più illustre
-consiglio della repubblica di Venezia.
-
- [209] _Sandi stor. civile Veneta p. I, v. II, l. III, c. 1. p. 378._
-
-Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in
-appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la
-repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima
-limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione
-nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai
-negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e
-perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un
-tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei
-mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana
-gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente
-repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non
-mettesse in pericolo tutto lo stato.
-
- [210] _Sandi storia civile Veneta p. I. l. III._
-
-Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun
-rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o
-assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la
-nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più
-tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini,
-giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere
-contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il
-sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe
-delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in
-suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la
-comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e
-per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso
-l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che
-nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo
-secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta
-cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più
-antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata
-la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al
-medesimo la sovranità della repubblica[212].
-
- [211] _Sandi p. I, l. III, p. 413._
-
- [212] _Sandi p. I, l. III, c. 3, p. 401._
-
-Forse la maggiore di tutte le difficoltà in politica è di fare che il
-popolo elegga degnamente i suoi rappresentanti. Pochi uomini resi famosi
-dalle loro virtù e dai loro talenti possono ottenere un'opinione
-universale, il popolo può conoscerli, e procedendo a scegliere tra
-questi, prendersi cura della scelta; ma s'egli deve nominare un corpo
-numeroso, se deve estrarre dalla folla centinaja d'individui che vi
-rimanevano inosservati, trovasi costretto d'agire a caso, senza
-cognizione di causa e senza interesse. Quando le elezioni sono
-tranquille e facili convien dire che il popolo sia quasi straniero
-all'opera che sembra da lui fatta. Abbiamo veduto ne' saggi di
-costituzioni fatte a' nostri giorni, le liste de' notabili, degli
-elettori, de' pubblici funzionarj partire in apparenza dal popolo con
-una regolarità numerica che appagava i matematici inventori di tutti
-questi sistemi; ma il popolo non era stato giammai meno rappresentato
-che da' suoi mandatarj; imperciocchè i cittadini convinti
-dell'inefficacia di tutte le loro funzioni, o non assistevano alle
-assemblee, o agivano come a caso e senza prendersene pensiero; e
-talvolta non conoscevano pure lo scopo delle operazioni che
-facevano[213].
-
- [213] Vedasi un paragrafo assai profondo intorno alla spettanza
- della nazione nelle elezioni nell'opera di Necker, _Ultime viste di
- politica e di finanza p. 106-137_.
-
-Si può, non v'ha dubbio, provvedere a tanti inconvenienti; ma i mezzi
-opportuni poche volte si praticarono, ed alcune delle repubbliche
-italiane non li hanno pure conosciuti. Tutte hanno creduto non potersi
-accordare le elezioni de' consigli al popolo, e preferirono di
-confidarle o ai loro magistrati, oppure ad un ristretto numero di
-elettori a ciò creati, oppure anche alla sorte, piuttosto ch'esporsi al
-tumulto, all'ignoranza, alla noncuranza della massa del popolo, in una
-determinazione ch'esse non credevano fatta per lui.
-
-A Venezia furono dunque destinati dodici tribuni per far ogni anno
-l'ultimo giorno di settembre l'elezione del maggior consiglio. Due di
-questi tribuni appartenevano ad ognuno de' sestieri o divisioni della
-città e della nazione. Ognuno di loro doveva scegliere nel proprio
-sestiere quaranta cittadini, e perchè in una repubblica che credeva
-contenere i discendenti del fiore della nobiltà romana, si faceva
-grandissimo caso de' natali, si volle che la nuova legge proibisse agli
-elettori di accordare troppo favore alle famiglie illustri, e fu vietato
-di prendere più di quattro membri del gran consiglio nella stessa
-famiglia.
-
-È probabile che i due tribuni per ogni sestiere fossero la prima volta
-nominati dal popolo del proprio sestiere; e malgrado le loro
-contraddizioni, apparisce dalle cronache conservata al popolo tale
-partecipazione alle elezioni fino a tutto il dodicesimo secolo. Ma
-venendo tutte le altre nomine senza eccezione attribuite al maggior
-consiglio, questo fece sue bentosto anche quelle degli elettori che
-dovevano rinnovarlo: quindi sotto colore di limitare nelle mani degli
-elettori una pericolosa prerogativa, ma in fatto per accrescere la
-propria, dichiarò che le nomine de' tribuni non si risguarderebbero che
-quali semplici designazioni, e si arrogò il diritto di confermare o
-rigettare i nuovi membri che verrebbero presentati dagli elettori, prima
-di rassegnar loro i suoi poteri.
-
-L'annuale elezione del consiglio sovrano pareva conservare l'essenza del
-governo rappresentativo; ma effettivamente erasi stabilita
-l'aristocrazia, e la nazione si era, senz'avvedersene, spogliata della
-sovranità. Il maggior consiglio, padrone delle proprie rielezioni,
-doveva, malgrado l'apparente sua ammovibilità, essere sempre press'a
-poco composto degli stessi individui. Quel rispetto per gl'illustri
-natali, che presiedette all'origine di questo corpo, doveva accrescersi
-sotto il suo regno; e la rivoluzione che in sul finire del tredicesimo
-secolo rese ereditaria la carica di consigliere, era senza dubbio
-preparata dall'eredità reale nelle famiglie che quasi sole composero
-questo corpo ne' cento trent'anni della sua durazione.
-
-Ma la nobiltà che nel tredicesimo secolo trovavasi già in possesso del
-poter sovrano a Venezia, veniva nonpertanto mantenuta nell'eguaglianza e
-nell'ubbidienza alle leggi dal timore del doge e dal rispetto del
-popolo. I nobili veneziani non avevano allora alcun possedimento in
-terra-ferma, verun castello ove rifugiarsi a dispetto della pubblica
-autorità, verun vassallo che potessero armare per la propria difesa. Se
-fossero stati chiamati a prendere le armi contro il popolo, avrebbero
-dovuto combattere a piedi come l'ultimo della plebe nelle anguste
-contrade di Venezia impraticabili ai cavalli, o pure stando nelle barche
-e nelle galere, i cui marinaj erano tutti uomini liberi e valorosi
-quanto i nobili. E perchè niun sentimento della propria forza poteva in
-essi risvegliare l'insolenza, non se ne rendevano giammai colpevoli. I
-nobili veneziani si mantennero perchè si credettero deboli; i nobili
-lombardi si perdettero per essersi conosciuti forti. Dopo l'undecimo
-secolo la repubblica di Venezia non fu più lacerata da fazioni civili;
-cercò costantemente e di comune accordo gli stessi oggetti, al di fuori
-la gloria e la grandezza nazionale, nell'interno la soppressione del
-potere arbitrario, il mantenimento dell'eguaglianza tra i nobili, e
-della prosperità per tutti i sudditi.
-
-L'amministrazione della giustizia affidata ad un solo uomo nelle
-repubbliche lombarde diventò naturalmente arbitraria e violenta. Si
-credettero necessarie al mantenimento dell'ordine l'esecuzioni d'un
-podestà o capitano rivestito degli attributi dittatoriali; ma per
-mantenere l'ordine si sagrificò la libertà. In tempo che tutte le città
-d'Italia adottavano la straniera istituzione de' podestà, i Veneziani
-spogliavano il doge della pericolosa prerogativa di giudice criminale,
-ed affidavano questa delicata incumbenza ad un nuovo senato, la
-_quarantia_, che in appresso si chiamò _vecchia_ o _criminale_ per
-distinguerla da altri due tribunali composti egualmente di quaranta
-individui e destinati ad analoghe funzioni. La vecchia quarantia fu
-istituita l'anno 1179 dal maggior consiglio, di cui i giudici erano
-membri[214].
-
- [214] _Sandi Storia civile di Venezia l. IV, p. 510, p. I, t. II._
-
-Il doge formò lungo tempo il consiglio de' _pregadi_ con una scelta
-libera ed istantanea. Consultava intorno agli affari di stato chi voleva
-e quando voleva. La vigilanza del maggior consiglio impediva bensì che
-questa scelta arbitraria avesse funeste conseguenze per la nazione; ma
-ciò non bastava: pareva in opposizione allo spirito della repubblica il
-lasciare ad un uomo la facoltà d'accordare e di togliere titoli d'onore
-ed una pubblica confidenza; si ebbe timore che questa prerogativa
-potesse dargli una corte, e che l'adulazione guastasse il cuore de'
-gentiluomini; non volevasi che verun di loro scendesse sotto al livello
-de' suoi eguali, o si facesse a credere d'avere un superiore. Del 1229
-il consiglio de' pregadi diventò parte della costituzione dello stato
-[215]. Fu composto di sessanta membri nominati ogni anno dal maggior
-consiglio, e fissate le sue incumbenze sotto la presidenza del doge.
-Ebbe il carico di preparare gli affari che dovevano sottoporsi alla
-decisione del maggior consiglio, e soprattutto d'aver cura del commercio
-e delle relazioni esteriori dello stato.
-
- [215] _Sandi p. I, v. II, l. IV, c. 11. § 1, p. 581._
-
-Nella stessa epoca i Veneziani ristrinsero i limiti de' dogi.
-Approfittarono dell'interregno che precedette l'elezione di Giacomo
-Tiepolo, per creare due nuove magistrature unicamente destinate ad
-opporsi alle usurpazioni de' dogi. La prima fu quella de' cinque
-_correttori della promission ducale_ incaricata di riconoscere in ogni
-interregno il giuramento d'inaugurazione che doveva prestare il doge, e
-di farvi, di consenso del maggior consiglio, le correzioni ed aggiunte
-che trovassero convenienti al mantenimento dell'onore di così sublime
-dignità e della libertà di tutti. L'altra magistratura fu quella de'
-_tre inquisitori del doge defunto_, la quale esaminava l'amministrazione
-del capo dello stato dopo la sua morte, confrontandola col giuramento
-che aveva prestato quando entrò in funzione; di ricevere ed esaminare le
-lagnanze e le deposizioni de' cittadini contro di lui; e se lo
-meritasse, di condannarne la memoria, assoggettando i suoi eredi alla
-ammenda. Non pertanto questo giudizio poteva sempre essere portato
-innanzi al sovrano consiglio da' procuratori nazionali, chiamati
-avogadori del comune[216]. E per tal modo le usurpazioni del capo dello
-stato si poterono sempre reprimere senza scosse, e senza che i
-magistrati dovessero lottare contro di lui per frenare la sua ambizione.
-
- [216] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 3, § 1, p. 621._
-
-Pare che il giuramento del doge formasse per lo addietro la gran carta
-delle libertà nazionali; ma il potere di questo capo dello stato venendo
-gradatamente ristretto dal sovrano consiglio, il suo giuramento si
-ridusse ad essere una rinuncia non solo a tutte le antiche prerogative
-della sua carica, ma quasi alla personale sua libertà. La raccolta delle
-_promesse ducali_ divisa in centoquattro capitoli è probabile che siasi
-cominciata verso il 1240, e continuata soltanto fino al cadere dello
-stesso secolo. Il doge prometteva d'osservare le leggi della sua patria,
-e d'eseguire i decreti di tutti i consigli; prometteva di non tenere
-corrispondenza colle potenze estere, di non riceverne gli ambasciatori,
-di non aprirne le lettere senza l'assistenza del suo piccolo consiglio;
-di non dissigillare nemmeno le lettere che gli fossero dirette da'
-sudditi dello stato se non in presenza d'uno de' suoi consiglieri; di
-non acquistare veruna proprietà fuori dello stato veneto, e
-d'abbandonare quelle che avesse all'atto della sua nomina; di non
-prender parte in alcun giudizio nè di fatto, nè di diritto; di non
-cercare d'accrescere il suo potere nello stato; di non permettere a
-veruno de' suoi parenti d'esercitare dipendentemente da lui alcun
-ufficio civile, militare o ecclesiastico negli stati della repubblica o
-fuori; finalmente a non permettere che alcuno cittadino piegasse innanzi
-a lui le ginocchia, o gli baciasse le mani[217].
-
- [217] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 4; p. II, § 2, p. 704._
-
-L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni
-dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine
-ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte
-riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più
-complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si
-riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere
-a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio,
-che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano
-venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne
-nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici,
-i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che
-dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni
-scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione
-come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa
-il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e
-forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile
-risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè
-doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato
-deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di
-generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta
-del più degno.
-
- [218] _Sandi Stor. Ven. p. I, t. II, l. IV, p. 630._
-
-È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle
-cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata
-contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro
-guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante,
-domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che
-tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola
-parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era
-stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello
-stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del
-doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si
-permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato
-un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la
-porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la
-colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come
-il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano;
-titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di
-Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le
-armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste,
-chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando
-il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle
-loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero,
-l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a
-Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro
-lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la
-quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che
-la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la
-maggiorità di due soli voti[220].
-
- [219] L'anno 1205. Vedasi la Cronaca d'_Andrea Dandolo c. 3, p.
- XLVII, p. 333 e c. 4_.
-
- [220] Dietro la sola autorità del Sandi, _Stor. Civile p. 620_, cito
- le due Cronache ms. Savina e Barbaro, ch'io non ho vedute. Dandolo,
- Sanudo e Navagero non accennano questo fatto.
-
-Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della
-repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro,
-quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro
-amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a
-dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria
-fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi
-troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate
-le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista,
-loro permettendo di reggerle colle leggi o _assise_ di Gerusalemme, che
-l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui
-Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua
-potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior
-coraggio e vigilanza.
-
- [221] _Sandi t. II, p. I., p. 600._
-
-Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze
-de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per
-altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti
-sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I
-Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel
-popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di
-cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano
-domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni
-uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro
-offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la
-colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale
-colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue
-feudi di _hautbert_ o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri,
-ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane
-che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa
-della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale
-veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era,
-come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia
-come a Venezia i _giudici del proprio_, i signori della notte, quelli
-della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e
-soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di
-Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la
-città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la
-colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli,
-furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj
-diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come
-tali registrati nel libro d'oro[223].
-
- [222] _Sandi t. II, p. I, l. IV, p. 609._
-
- [223] Parlando della costituzione veneta mi sono attenuto a Vittore
- Sandi: un nobile veneziano che nel diciottesimo secolo scrisse nove
- volumi in 4.º intorno alla costituzione del proprio paese merita
- piena fede in tutto ciò che è semplice erudizione patria. Molta
- infatti ne contiene rispetto a tutto quanto è veramente veneziano,
- per tutto ciò che poteva levarsi dagli archivj del suo paese,
- ch'egli ha accuratamente esaminati. Ma non vi si può prestar fede
- quando esce dal suo argomento. Cade spesso in gravissimi errori
- nelle cose della storia generale d'Italia; assurde sono molte volte
- le sue riflessioni, ed il suo stile è goffo ad un tempo ed
- affettato. Le memorie storiche e politiche intorno alla repubblica
- di Venezia di Leopoldo Curti sono meno nojose, ma lascian travedere
- soverchiamente la sua parzialità; e le sue quistioni colla
- repubblica fanno dubitare, almeno in Venezia, della sua esattezza.
- Rispetto al commercio veneziano ho già citate le _Ricerche storico
- critiche_ del dotto conte Figliasi. Ho pur fatto uso degli antichi
- storici Andrea Dandolo, Marino Sanudo ed Andrea Navagero. Ho pure
- letta una voluminosa storia della guerra di Candia nel 1669, che
- sparge molta luce sullo stato di quella colonia. _Istoria
- dell'ultima guerra tra Veneziani e Turchi di Girolamo Brusoni dal
- 1644 al 1671 divisa in 28 libri, 1 v. in 4.º 1676._
-
-Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni
-de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero
-questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu
-pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della
-prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola.
-Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano
-acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio
-e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di
-appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della
-Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni
-dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni
-d'Acri.
-
-Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai
-Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte
-delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i
-Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di
-trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne'
-feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi
-divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i
-conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del
-tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio
-quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa
-di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle
-due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne
-arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della
-chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de'
-Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225].
-
- [224] Trovasi nella raccolta degli storici bizantini, _t. XXIII_,
- una curiosissima relazione dello stato di Terra santa l'anno 1211,
- quando l'autore la visitò. Incomincia la sua descrizione dalla città
- di san Giovanni d'Acri. Vedasi l'_Itinerarium Terræ Sanctæ, auctore
- Villebrando ab Oldenborg canonico Hildesemensi, p. 10. Leon. Allatii
- t. XXIII_.
-
- [225] _An. 1258 Bart. Scribæ Contin. Caffar. Ann. Gen. l. VI, p.
- 525._
-
-Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima
-offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del
-Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la
-furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca,
-gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere
-capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi
-al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici
-avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla
-sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non
-trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami
-lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da
-capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori
-indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa
-il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi
-potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane
-e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo
-d'una inutile perdita di gente e di tesori.
-
-Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un
-notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che
-fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed
-avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino,
-staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili
-nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui
-Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro
-compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi
-nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora
-più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo,
-imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i
-Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle
-mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che
-avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti
-era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di
-alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227].
-Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi
-porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di
-guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci
-galere, che immediatamente spedirono in Levante.
-
- [226] _Chron. Andreæ Danduli c. 7, § 8 e 9, p. 365._
-
- [227] Questo trattato trovasi stampato nella raccolta dei diplomi
- del Ducange, _t. XX_ della Bizantina, _p. 5_. -- _Hist. de
- Costantinople sous les empereurs françois di Ducange l. V, § 21,
- edit. Ven., t. XX, p. 75. -- Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p.
- 528._
-
-Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore
-latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale
-avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i
-principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale,
-ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai
-tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire
-questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava
-le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad
-alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di
-danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di
-esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta
-del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti
-aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e
-finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de'
-Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle
-province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro
-predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti
-politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini,
-perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da
-interne fazioni, non gli davano più molestia.
-
- [228] _Ducange Histoire de Costantinople l. V, § 19, p. 75._
-
-I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di
-Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di
-arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di
-tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano
-ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi
-guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno
-storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229].
-Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno,
-quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel
-porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso
-loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio
-di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino.
-Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che
-trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole
-Baldovino colle donne e coi vecchi.
-
- [229] _Georgi Acropolitae historia c. 85. Byzant. Ed. Ven. t. XVI,
- p. 77._
-
- [230] _Sabellicus hist. Venet. dec. I, l. X. -- Appendix ad
- Villeharduin t. XX, Byzant. Venet. p. 100._
-
-Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio
-Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota
-dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di
-Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo,
-i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una
-licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva
-truppe, e si offrivano d'introdurlo in città.
-
-In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que'
-contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261
-entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in
-una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai
-Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare
-dall'alto delle mura: _viva l'imperatore Michele! vivano i Romani!_
-Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il
-convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in
-Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o
-Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne'
-quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i
-Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo
-spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque
-potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che
-volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i
-Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso
-il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta
-veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora
-opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero
-all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed
-alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì
-grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i
-viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero
-essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove
-soggiornarono alcun tempo.
-
- [231] [Greek: Thelematarioi].
-
- [232] Intorno alla perdita di Costantinopoli possono consultarsi
- _Dufresne Ducange, histor. di Costant. sotto gl'imp. francesi l. V,
- c. 21-34. p. 79, 80. -- Byzant. Ven. t. XX. -- Giorgio Accropolita
- istor. c. 85. 89. p. 77. -- Byzant. Ven. t. XIV. -- Georgii Pachymeris
- ist. l. II, c. 26-34. p. 78, 91. -- Byzant. Ven. t. XII. -- Phranza l.
- I, c. 4 c 5, t. XXIII. p. 6, 7. -- Nicephorus Gregoras hist. Byzant.
- l. IV, c. 2. t. XX. p. 41._
-
-E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni
-sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la
-capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo
-vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233].
-
- [233] Costantinopoli fu preso il 25 luglio del 1261, e secondo il
- calendario greco l'anno del mondo 6769, indizione 4.
-
-Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere
-allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo
-avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue
-truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare,
-perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa
-armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della
-Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò
-in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235].
-L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di
-Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed
-annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la
-regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di
-rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora
-rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio
-aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti
-negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in
-servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla,
-quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve
-abbandonare[236].»
-
- [234] [Greek: makra kai autoi chairein eipontes Ten nothon patrida]. _Niceph.
- Gregor. l. IV, p. 43._
-
- [235] Acropolita, che aveva composti questi inni, ci fa un
- circostanziato racconto di questa ceremonia: tutto fu commovente,
- tranne la vanità dello storico, _c. 88. p. 80_.
-
- [236] _Niceforo Gregora, l. IV, c. 11. § 6, p. 43._
-
-Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che
-avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e
-molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro
-traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto
-abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi
-troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle
-navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua
-nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così
-industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i
-privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual
-travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero
-soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più
-numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare
-nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li
-trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe
-paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la
-sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre
-nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato,
-vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che
-alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro
-patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i
-Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani
-formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano
-l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad
-esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed
-attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni.
-
- [237] Il ceremoniale cui i magistrati veneziani e genovesi dovevano
- attenersi in Costantinopoli nelle loro comunicazioni coll'imperatore
- ci fu conservato da _Codino Curopalata de Officiis Const. c. 14. §
- 8-14. Byz. t. XVIII. p. 91, 92._ -- È cosa notabile che i Veneziani
- vi sono meglio trattati dei Genovesi. _G. Pachymeris hist. l. II, c.
- 32, p. 89, 90. c. 35. p. 92. -- Niceph. Gregora l. IV, c. 5. § 4. p.
- 92._
-
-Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani
-dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro
-repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini
-delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò
-l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e
-s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre,
-poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola
-di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo
-favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che
-i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato
-tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che
-abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i
-Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali
-sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie
-de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della
-repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di
-danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più
-tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e
-del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove
-l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi
-conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non
-lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti
-Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre
-sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in
-Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le
-somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto
-principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di
-Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro
-colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo
-presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la
-nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della
-repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio
-di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la
-libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una
-cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini
-la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero
-Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una
-tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare.
-
- [238] _Niceph. Gregoras. l. IV, c. 5. § 1, 5. p. 48, 49._
-
- [239] Laonico Calcocondila, il solo degli storici greci che tratti
- di questa infeudazione, ne parla assai confusamente. _De Rebus
- Turcicis l. X, p. 216, Byzant. t. XVI._ Osservisi ancora la _Storia
- veneta di Sandi p. I, l. IV, p. 670_. Ma io mi sono a Genova
- informato da un Giustiniani, tornato da Chio colla sua famiglia 33
- anni sono.
-
-Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in
-tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati
-i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli
-affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la
-pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato,
-consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue
-deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola
-nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà
-adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i
-nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata;
-imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata
-la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro
-pretore nel campo.
-
- [240] Fra le altre l'anno 1238 pei gravi negoziati con Federico II.
- _Barth. Scribae An. Gen. p. 479._
-
-Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione
-de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili;
-quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di
-Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere
-chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i
-consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che
-diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha
-potuto riservare a sè stesso.
-
-In Genova, in sull'esempio delle altre repubbliche italiane, il podestà
-rimaneva un anno in carica, doveva essere forestiere e gentiluomo, ed
-esercitare le incumbenze di giudice criminale, e di generale delle
-truppe dello stato. Conduceva seco due legisti e due cavalieri.
-
-Veniva in appresso un consiglio di otto nobili genovesi, eletti
-probabilmente ogni anno dalle compagnie de' nobili; perciocchè pare che
-i gentiluomini si fossero divisi in otto società formate sull'andare
-delle associazioni popolari di Milano. Tali compagnie eransi arrogate
-alcuni poteri non contemplati dalla costituzione, ma tacitamente
-riconosciuti dalla repubblica. Frattanto esse di già formavano
-un'oligarchia che aveva risvegliata non solo la gelosia de' plebei, ma
-quella ancora de' nobili, che a principio non essendosi inscritti in
-alcuna di tali associazioni, si trovarono in certo modo respinti fuori
-della nazione; per la qual cosa nel 1227, essi cospirarono, ma
-inutilmente, per ispogliare le compagnie nobili delle loro
-prerogative[241]. Il consiglio degli otto nobili eletti da queste
-compagnie era incumbenzato di tener conto delle spese e delle
-riscossioni della repubblica, come pure di prestare assistenza al
-podestà nelle sue funzioni; ed aveva presso di lui cinque notai del
-comune.
-
- [241] Questa congiura fu diretta da Guglielmo de' Mari. _Barthol.
- Scribae, l. VI, p. 450-453._
-
-Quattro tribunali, composti ognuno d'un console alle liti e di due
-notai, amministravano la giustizia ne' quattro quartieri della città.
-Venivano dalla repubblica nominati alcuni podestà subalterni per
-governare le terre del territorio e specialmente quella porzione che
-trovavasi oltre le Alpi liguri.
-
-La nobiltà erasi avvantaggiata sul popolo formando delle particolari
-società; il podestà era nobile, nobili i giudici ed i consoli, nobile il
-solo de' consigli che avesse influenza, quello degli otto; onde il
-potere della nobiltà non era soltanto grandissimo, ma in istato d'andare
-ogni giorno crescendo. Però la gelosia del popolo non perdeva di vista
-il potere degli otto; a ciò fare caldamente incitato da que' nobili che,
-esclusi dalle già dette società, non erano soddisfatti della piccola
-parte che avevano nella sovranità della loro patria. Questa gelosia si
-manifestò del 1227 colla congiura di Guglielmo de' Mari, e prese un
-diverso carattere in tempo che la guerra di Federico II occupava tutte
-le menti non già del governo della repubblica, ma dei diritti della
-nazione, di quelli della chiesa, e di quelli dell'impero. A tal epoca
-non si videro che Guelfi e Ghibellini: e gli ultimi, detti _mascherati_,
-affatto esclusi dalla sovranità, fecero, armata mano, molti tentativi
-per ripigliare quell'autorità che si erano esclusivamente appropriata i
-Guelfi[242]. L'attaccamento alle fazioni alla repubblica straniere
-s'indebolì dopo la morte di Federico, ed una contesa più nazionale
-intorno alle prerogative dei nobili e del popolo succedette alle fazioni
-guelfe e ghibelline.
-
- [242] Tra gli altri l'anno 1239, e l'anno 1241. _Annales Genuenses
- l. VI, p. 482, 486._
-
-I nobili che si staccano del proprio ordine per ergersi in demagoghi,
-sono più avvantaggiati che tutti gli altri capi di parte, acquistando
-essi facilmente la più alta e perniciosa influenza sopra coloro che
-prendono a guidare. Torna loro così agevole il parer generosi, mentre
-altro non sono che egoisti e calcolatori; lo spacciarsi protettori del
-popolo, quando al contrario ne corteggiano il potere soltanto per
-armarsi della sua forza; possono prendere a prestito tante utili virtù,
-ed il popolo essere così facilmente sedotto dall'apparenza di quelle,
-che costoro sono di tutti gli ambiziosi i più fortunati. Di fatti pochi
-uomini, nati in città libera, hanno con modi diversi da questi usurpata
-la tirannide. Genova non mancò di nobili demagoghi, e se non si
-assogettò stabilmente al loro dominio, ebbe più volte l'imprudenza
-d'accordar loro il supremo potere.
-
-Il primo di questi nobili lusinghieri del popolo fu Guglielmo
-Boccanigra. Nel 1257 mentre Filippo della Torre podestà dell'anno
-precedente partiva alla volta di Milano sua patria, si levò contro di
-lui il popolo a rumore accusandolo di venalità, ossia d'infedeltà
-nell'amministrazione della repubblica. Il consiglio degli otto nobili,
-ed i sindicatori della condotta dei magistrati caddero in sospetto,
-perchè non avevano proceduto contro di lui con rigore. Il popolo
-ripeteva ad alta voce che non voleva omai più essere la vittima di
-nobili e di podestà corrotti; che voleva scegliere tra i cittadini
-virtuosi un capo che fosse il depositario della sua autorità, e la di
-cui passata condotta fosse la guarentìa del suo amore della patria e
-della libertà: aggiunse ben tosto che Guglielmo Boccanigra era il solo
-che si fosse meritata la sua confidenza colle sue costanti liberalità,
-col suo amore pel popolo, soccorrendolo contra la nobiltà. I sediziosi
-s'avanzarono verso la chiesa di san Siro, portando in trionfo Guglielmo,
-e postolo a sedere presso l'altare, lo proclamarono capitano del popolo,
-ed in tale qualità si affrettarono di prestargli il giuramento di
-ubbidienza. Il susseguente giorno, i sediziosi nominarono trentadue
-anziani, quattro per compagnia, per formare il consiglio del nuovo
-capitano; e la prima legge che sottoposero alla loro decisione, fu
-quella che determinava la durata delle funzioni di Guglielmo. Gli
-anziani assecondarono la frenesia del popolo, o fecero la corte al suo
-capo, decretando che Guglielmo sarebbe dieci anni capitano del popolo;
-che morendo prima del termine gli verrebbe surrogato uno de' suoi
-fratelli; che avrebbe sotto i suoi ordini, pagati dallo stato, un
-cavaliere, un giudice, due scrivani, dodici littori e cinquanta arcieri,
-che farebbero giorno e notte la guardia al suo palazzo ed alla sua
-persona. Per ultimo gli diedero la facoltà di nominare, salva la loro
-approvazione, il podestà annuale[243].
-
- [243] _Ann. Gen. l. VI, p. 523, 524. -- Uberti Foglietæ Genuens.
- histor. l. IV, p. 361. Apud Graevium Thesaur. Antiq. Ital. t. I._
-
-Ed ecco con questa rivoluzione compiutamente fondata la tirannide; ma
-fortunatamente per Genova il popolo era troppo impaziente per
-sopportarla lungo tempo. Del 1259 i nobili cominciarono ad avvedersi che
-Guglielmo, il quale ogni giorno si arrogava nuove prerogative, aveva di
-già molto perduto della sua popolarità. Ordirono contro di lui una
-congiura, ma intempestiva; e Guglielmo che n'ebbe sentore, trovò parte
-del popolo ancora disposto a difendere il suo idolo. Egli pronunciò
-contro i suoi nemici una sentenza di esiglio, e fece spianare le loro
-case. Domandò in seguito al suo consiglio, e facilmente ottenne, che gli
-fosse accresciuto il salario, e data subito una somma di danaro per
-mettersi in istato di difesa[244]. Frattanto se la mala riuscita di
-questa congiura accrebbe la sua potenza, accrebbe pure l'odio che una
-parte della nazione nudriva contro di lui. E già, se crediamo
-all'annalista genovese coetaneo, del 1262 Guglielmo si comportava da
-tiranno; dava e toglieva gl'impieghi di proprio arbitrio, sprezzava le
-deliberazioni dei consigli, trattava in nome proprio le alleanze,
-annullava le sentenze de' tribunali, ed escludeva i nobili da ogni parte
-dell'amministrazione. Questi preser di nuovo le armi in tutti i
-quartieri della città, ed occuparono le porte affinchè il capitano del
-popolo non potesse chiamare gli abitanti della campagna in suo soccorso.
-S'avviarono poi verso la gran piazza ove trovavasi il capitano con circa
-otto cento uomini: strada facendo tagliarono a pezzi suo fratello, che
-con un corpo di gente cercava di opporsi al loro passaggio. Intanto i
-cittadini che avevano prese le armi a favore del capitano, l'andavano a
-poco a poco abbandonando e si univano ai nobili. L'arcivescovo, per
-impedire lo spargimento del sangue genovese, s'inoltrò tra le parti,
-facendo sentire a Guglielmo che disperata era la sua causa, ed avendolo
-persuaso a rinunciare alla carica di capitano del popolo, lo tolse in
-tal modo al castigo dovuto ai tiranni. Furono colla sua mediazione
-ristabilita in Genova la pace ed il governo quali erano avanti ii
-1257[245].
-
- [244] _Ann. Genuens. l. VI, p. 627. -- Uberti Folietæ Genuens. hist.
- l. IV, p. 366._
-
- [245] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. 529. -- Uberti Folietæ
- Genuens. hist l. IV. p. 367._
-
-Ma il popolo non tardò a dolersi d'essere ricaduto sotto il dominio
-della nobiltà, e malgrado la fresca esperienza dell'abuso che i suoi
-favoriti facevano del loro credito, andava ancora cercando qualche
-nobile che volesse essere suo capo. Il primo a presentarsi, due soli
-anni dopo l'abdicazione di Guglielmo, fu Simone Grillo, che la
-repubblica aveva nominato ammiraglio delle galere che spediva in
-Levante; ma quando vide che i nobili stavano all'erta, partì colla sua
-flotta, ed il tumulto eccitato in suo favore si dissipò in poche
-ore[246].
-
- [246] _Ann. Genuens. l. VI, p, 531._
-
-Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel
-popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più
-nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie
-che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire
-assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i
-Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i
-Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i
-consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia,
-ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la
-carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e
-sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione
-col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu
-lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola
-frequentemente di rapirle la libertà[247].
-
- [247] _Ib. l. VII. Lanfranci Pignolae ecc. p. 533, 535. -- Uberti
- Foliet. hist. Genuens. l. V, p. 371._
-
-E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano
-nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una,
-partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e
-senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata
-da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per
-tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la
-potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite
-circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i
-Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo
-carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il
-medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso
-paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo.
-In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza
-repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per
-molti rispetti simile a quella di Genova.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXI.
-
- _Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito
- guelfo una assoluta superiorità. -- Conquista il regno di Napoli.
- -- Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe
- sul patibolo._
-
-1261=1268.
-
-
-Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione
-ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice,
-aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso
-tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad
-accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata
-distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza
-contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara,
-da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca
-la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a
-Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto
-alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio
-del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò
-bentosto la bilancia politica d'Italia.
-
-Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo
-di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo
-co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato
-di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per
-sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di
-Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre
-mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del
-loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non
-cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara.
-
- [248] Abbiamo una vita di questo papa scritta in cattivi versi
- elegiaci dedicata al cardinal nipote da Tierrico Vallicolor. Questo
- poema d'un migliajo di versi viene più volte citato dall'annalista
- ecclesiastico. È stampato _Scr. It. p. II, p. 405 e segu_. Avvi pure
- una vita dello stesso pontefice scritta da Amalrico Augerio, _p.
- 404_, ed una di Bernardo Guidone _t. III, p. I, p. 593_.
-
-Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa
-di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi
-di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi
-assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato.
-L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime
-intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi
-volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale
-cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta,
-Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento
-del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò
-Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo
-stesso Innocenzo IV.
-
-Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano
-entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re
-di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata,
-con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa;
-nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno
-degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue
-insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di
-Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le
-attaccasse personalmente[250].
-
- [249] _Matteo Spinelli da Giovenazzo Diurnali t. VII, p. 1097._
-
- [250] _Ann. Eccles. t. XIV, p. 68, § 22._
-
-Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto
-risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò
-Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era
-incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel
-far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto,
-finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli
-risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la
-sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione
-non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della
-chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi
-trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua
-figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo
-dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i
-supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo
-cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza
-dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente
-tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia
-d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli
-altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle
-di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale
-maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare
-con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo
-nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo
-matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla
-corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per
-suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal
-pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che
-sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più
-avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia
-uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale
-deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima
-da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò
-fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci
-svela le difficoltà che ritardavano questo trattato.
-
- [251] _Giannone Ist. Civ. del Regno di Napoli l. XIX, c. I, t. II,
- p. 668. -- Continuat. Nicolai Jamsillæ, p. 591._
-
- [252] _An. Eccles. 1262, § 14, t. XIV, p. 74. -- Datum Viterbii 6
- calend. maii._
-
- [253] _Litteræ ejusdem ad Regem Franc. An. Eccles. § 17, an. 1262,
- 13 cal. augusti._ Malgrado le felicitazioni contenute in questa
- lettera, Filippo, detto l'ardito, sposò in quest'anno Isabella
- d'Arragona; di che pare che Rainaldo non ne avesse notizia.
- _Guilelmi de Nangiaco Hist. S. Ludovici, p. 371. Scrip. Hist. Franc.
- t. V._
-
-«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre
-cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di
-Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono
-dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato
-alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di
-Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno
-di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto,
-sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del
-nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così
-adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità
-della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli
-e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e
-forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri
-fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un
-altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio
-che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di
-conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo
-re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve
-credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il
-prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui
-un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a
-qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la
-sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve
-credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto,
-conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi
-all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di
-tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di
-Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254].»
-
- [254] _Epist. Urb. IV ad Magistr. Albert. Notarium Ap. Rayn. 1262, §
- 21, p. 75._
-
-La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa
-Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa
-aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di
-Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio,
-benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse
-raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia,
-che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255].
-L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del
-re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte
-d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia
-sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli,
-unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a
-Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza,
-irriconciliabile nemico del suo re.
-
- [255] Quest'offerta ed il rifiuto di Luigi vengono ricordati in una
- lettera del papa alla regina di Francia, _Rayn. 1264, § 2, p. 101. --
- Giannone Istor. Civ. l. XIX, c. 1, t. II, p. 670._
-
-Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che
-trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi
-di eseguire i capitoli della _gran carta_ del regno, che egli aveva
-giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era
-il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale
-rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro
-sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar
-loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse
-nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle;
-e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In
-pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i
-suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo
-collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256].
-
- [256] _Urb. IV, Epist. 161 e 162. Rayn. 1263, § 78, p. 98._
-
-L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san
-Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli
-di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece
-almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione
-pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano
-dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della
-consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo
-onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed
-un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a
-sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a
-tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra,
-finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi
-pericoli.
-
-Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di
-rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti
-isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e
-quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente,
-per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese
-l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano
-stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di
-Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once
-d'oro.
-
- [257] Gli atti originali di questo trattato furono conservati da
- Tutini: _Dei contestabili del Regno f. 70, 71._ Io lo cito sulla
- fede del Giannone.
-
-(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia
-Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli
-consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali
-accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede
-dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo
-de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai
-quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva
-le difese della santa Chiesa[258].
-
- [258] _Ann. Eccles. Raynal. 1264, § 13, p. 103._
-
-Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come
-figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per
-conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta
-figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori
-sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di
-Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate,
-lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse
-la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo
-della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio
-il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali
-lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa
-erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano:
-«Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare,
-prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di
-pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle
-avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed
-adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come
-un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura
-feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso
-assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro
-veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo
-d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte
-si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese.
-Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di
-cortigiani»[261].
-
- [259] Quello che assumeva questo titolo era Riccardo, conte di
- Cornovaglia, uno de' pretendenti all'impero.
-
- [260] _Gio. Villani l. VI, c. 90, 91, p. 221._
-
- [261] _Gio. Villani l. VII, c. 1, p. 285._
-
-Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e
-mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre
-sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per
-provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a
-favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto,
-conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta
-in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi,
-che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè
-affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il
-nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività
-che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la
-causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei
-mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una
-passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un
-segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè
-medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti
-di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita
-di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a
-vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide:
-sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da
-quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo
-della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso;
-che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in
-maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la
-grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua
-esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono
-tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli
-stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua
-vanità; ma non acquisterà gloria.
-
- [262] Malgrado l'espresse testimonianze di Matteo Spinelli,
- _Diurnali p. 1097, 1098_ di Costanzo _l. I_, e di Giannone _l. XIX,
- c. 1, p. 671_, io dubito ancora che il condottiere di questa
- crociata fosse Roberto di Fiandra, il quale, quattro anni dopo, fu
- giudicato troppo giovane per condurre un'armata in Italia e fu posto
- sotto la direzione del contestabile di Francia. Questa spedizione è
- leggermente indicata da Vallicolor, _Vita Urb. IV, p. 418_, ed
- ignorata affatto dagli storici francesi.
-
-I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione
-d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle
-mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta
-vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma
-
- _Fama di loro il mondo esser non lassa;
- Non ragioniam di lor, ma guarda e passa_[263].
-
- [263] _Dante, Inferno._
-
-L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un
-cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva
-acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una
-superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i
-suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della
-Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini
-a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il
-primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel
-precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi
-cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò
-con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di
-Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo
-d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara,
-rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva
-alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le
-città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana
-restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega
-era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca,
-cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre
-anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i
-Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione
-delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi
-cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella
-loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni,
-volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i
-Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della
-repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano
-Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero
-trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo
-stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli
-Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza
-della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento
-cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de'
-loro nemici quanto loro abbisognava.
-
- [264] _Giorg. Giulini Memorie della campagna di Milano l. LV, t.
- VIII, p. 202._
-
- [265] _Monachus Patavinus Cron. l. III, p. 722._
-
- [266] _Gio. Villani l. VI, c. 83, 86. p. 215._ Flaminio del Borgo
- protrae la pace di Lucca fino al 1265; nel che parmi che s'inganni.
- _Diss. VI dell'Istor. pisana p. 408._
-
- [267] _Gio. Villani l. VI, c. 87, p. 218. -- An. Vet. Mutin. t. XI,
- p. 67._
-
- [268] _Memoriale Potest. Regiensium t. VIII, p. 1123._
-
- [269] _Chronicon Parmense t. IX, p. 779._
-
-Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi
-nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre
-mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto
-danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de'
-Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso
-anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era
-stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato
-Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di
-truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario
-di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272],
-sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città.
-Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente
-flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e
-che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò,
-qualora preferisse la via del mare[273].
-
- [270] _Diurnale di Matteo Spinelli t. VII, p. 1101._
-
- [271] _Storia dei Senatori di Roma di Ant. Vitali t. I, p. 128._
-
- [272] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. II, c. 10, 13, t. VIII, p.
- 808._
-
- [273] _Flaminio del Borgo Diss. VI, Stor. pisana p. 411._
-
-Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa
-Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè
-lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo.
-Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non
-dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore
-trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi
-anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di
-Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il
-quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di
-questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla
-sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica
-francese.
-
-I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre
-Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a
-questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta
-fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li
-movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della
-pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si
-credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro
-comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che
-un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi
-quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè
-sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver
-Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto
-comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da
-Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che
-avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior
-parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario
-giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare
-finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi
-agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma,
-onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare
-l'armata destinata a combattere Manfredi.
-
- [274] _Rayn. Ann. Eccl. 1264, § 3-8, p. 101. -- Stor. Diplom. dei
- Senatori di Roma t. I, p. 131._
-
-Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in
-Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non
-l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro
-Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa.
-Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia
-per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si
-fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i
-tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e
-Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più
-ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a
-conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo
-ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per
-l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò
-un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci
-mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di
-Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per
-consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte,
-quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad
-Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa
-Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi
-con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di
-venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del
-Tevere.
-
- [275] _Annales Veteres Mutin. t. XI, p. 67._ Altri scrittori danno a
- quest'armata maggior numero di combattenti. La cronaca di Bologna di
- F. B. della Pugliola la porta a quaranta mila uomini, _t. XVIII, p.
- 276_; e la cronaca di Parma, _t. IX, p. 780_, la fa ascendere a
- sessanta mila.
-
-L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione
-del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste
-dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre
-Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo,
-perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il
-largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e
-fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non
-fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in
-Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la
-foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella
-il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo
-fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi
-solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo
-sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24
-maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del
-mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro
-difensore[276].
-
- [276] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227. -- Storia dei Senatori di
- Roma t. I, p. 140._
-
-Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla
-contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò
-del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le
-prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea
-preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi
-cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo
-capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe
-religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla
-decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo
-che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci
-che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi
-meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te
-dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere
-al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così
-abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo
-sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di
-provvedere all'onor tuo»[277].
-
- [277] _Perugia, addì 14 delle Calende di giugno, ap. Raynald.
- Annales Eccles. 1265, § 12, p. 118._
-
-Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni
-dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte
-d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni
-di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone
-della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni
-della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il
-popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio
-per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278].
-
- [278] _Raynaldus, 1263, § 13, p. 119._
-
-Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità
-per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il
-ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona
-di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della
-Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once
-d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in
-servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al
-patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le
-immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu
-pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re
-discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di
-tutte l'espresse condizioni[280].
-
- [279] 480,000 lire italiane.
-
- [280] _Giannone Stor. Civ. del Regno di Napoli, l. XIX, c. 2, p. 679
- e seg._
-
-Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di
-dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in
-Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di
-Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e
-d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi.
-
- [281] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227._
-
-Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita,
-conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano
-tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino
-della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del
-partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona
-erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di
-Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima
-posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con
-quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese
-Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che
-naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua
-posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i
-Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino
-che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione
-sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po
-ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere,
-quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a
-traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove
-dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san
-Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso
-di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di
-opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre
-l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a
-Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo
-stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282].
-
- [282] _Ricord. Malesp. Hist. Fior. c. 178, p. 1000. -- Chron. Astense
- Gugliel. Venturæ c. 6, t. XI, p. 157. -- Benevento da san Giorgio
- Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 390. -- Chron. Parmen. t. IX, p.
- 780. -- Chron. Placent. t. XVI, p. 473. -- Manip. Flor. Galvan. Flam.
- t. XI, c. 300, p. 693. -- Ann. Mediol, c. 36, t. XVI, p. 665. --
- Giorgio Giulini Memorie ec. l. LV, t. VIII, p. 211. -- Campi Crem.
- Fedele l. III, p. 75. -- Gio. Bat. Pigna Stor. de' Princ. d'Este l.
- III, p. 232. -- Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 208. --
- Sigonius de Regn. Ital. l. XX, p. 1056._ Si accusò Buoso di Dovara
- d'essere stato sedotto dall'oro di Gui di Monforte, e d'avere aperto
- ai Francesi il passaggio dell'Oglio. Quest'accusa viene confermata
- da Dante che pone Buoso nell'Inferno fra i traditori _C. XXXII, v.
- 113-117_; accusa per altro non giustificata nè dal carattere di
- Buoso, nè dalla posizione delle armate. Per lo contrario pare che
- non avesse sufficienti forze per fermare i Francesi.
-
-L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo
-la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i
-quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del
-marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila
-Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la
-croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò
-alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno.
-
-(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa
-rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte
-d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non
-avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si
-pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde
-entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce.
-
- [283] _Raynaldus Annales § 9, p. 133, ad annum._
-
-Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a
-tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa
-aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj
-del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per
-la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le
-truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania
-per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo
-cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano
-questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San
-Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli
-medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi
-s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di
-Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto,
-lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca
-d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San
-Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la
-maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285].
-
- [284] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. II, c. 20-22, p. 816._
-
- [285] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. III._
-
-Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo
-per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi
-de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà
-si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e
-tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole
-delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza
-incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da
-questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata.
-Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e
-di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo
-con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il
-conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non
-voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno,
-o egli manderà me in paradiso[286].»
-
- [286] _Gio. Villani l. VII, c. 5, p. 129. -- Ricordano Malespini Ist.
- Fior. c. 179, p. 1001._
-
-Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate:
-forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali
-fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già
-mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come
-l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva
-rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un
-nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino
-allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle
-campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di
-milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda
-di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte
-Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di
-millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che
-Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse
-loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece
-quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli
-francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il
-secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri
-provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto
-gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di
-Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e
-piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era
-quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non
-formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni
-Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer
-gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però
-le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva
-trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del
-doppio.
-
- [287] _Gio. Villani l. VII, c. 7, 8, p. 231._
-
-Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la
-quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non
-però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono
-il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva.
-L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di
-leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla
-cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce
-un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il
-primo corpo di cavalleria francese gridando, _montjoie chevaliers_! Il
-legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i
-loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio
-di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria
-francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della
-cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare
-nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era _Souabe
-cavalieri!_ In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di
-Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o
-che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i
-rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta
-ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i
-loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle
-mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le
-truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse
-dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti
-sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi
-possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.»
-
- [288] _Sabas Malas. Hist. Sicula l. III, c. 10, p. 826. -- Gio.
- Villani l. VII, c. 8, p. 231. -- Ricord. Malespini Stor. Fior. c.
- 180, p. 1002 e seg._ Guglielmo di Nangiaco, _Gesta S. Lud. IX Franc.
- Regis_ descrive questa battaglia conformemente agli storici
- italiani, e solo rimprovera Carlo di non avere sparso abbastanza
- sangue e d'avere risparmiata una parte de' prigionieri. _In Duchesne
- Hist. Franc. Script. t. V, p. 375, 378._
-
-Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare
-ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e
-per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio
-che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea
-di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in
-questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della
-Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di
-Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non
-avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe
-affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente
-il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un
-piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa
-esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento
-che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. _Hoc est
-signum Dei_, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle
-mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più
-questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto
-in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo
-già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi
-nemici da un francese che non lo conosceva[290].
-
- [289] _Gio. Villani l. VII, c. 9, p. 233 e seg._
-
- [290] Questa battaglia si diede il venerdì 26 febbrajo del 1266.
-
-Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le
-parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono
-inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in
-sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi,
-e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che
-Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente
-morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di
-Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle
-prigioni[291] del feroce Carlo.
-
- [291] La regina Sibilla moglie di Manfredi era sorella di un despota
- della Morea, e figlia d'un Comneno d'Epiro. Ella ebbe da Manfredi un
- figlio detto Manfredino, ed una figlia. Furono tutti presi a
- Manfredonia mentre s'imbarcavano per passare in Grecia. _Mon. Patav.
- l. III, p. 727._
-
-Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente
-riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere
-fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece
-subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che
-fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si
-presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di
-Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O
-mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi
-ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a
-Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri,
-rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto
-rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al
-ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra
-quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla
-memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma
-l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato
-incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non
-permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di
-pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che
-apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna
-di Roma presso al fiume _Verde_[292].
-
- [292] _Dante, Purgatorio cap. III, v. 124 e seg._
-
-Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con
-quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale
-natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di
-Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di
-battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità
-de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino
-si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al
-vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto
-giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono
-aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei
-soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini,
-e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente
-soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i
-vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e
-Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro
-che case deserte e lorde d'umano sangue[294].
-
- [293] Il papa scrisse il 12 aprile 1266 una lettera appassionata a
- Carlo, rimproverandogli il saccheggio ed il massacro de' Beneventani
- sudditi della santa sede. Questa lettera non riportata da Raynaldo,
- e nemmeno nella raccolta degli storici di Francia, o nelle lettere
- dei papi relativi alla Sicilia, _t. V, p. 873_, trovasi in _Martene
- Thesaur. Anegdot. t. II, Epist. Clem. IV, epist. 262. p. 306_.
-
- [294] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 12, p. 828._
-
-Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati
-delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in
-cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore
-e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua
-consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un
-parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata
-affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della
-passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere
-loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria
-della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per
-saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva
-confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine
-inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire
-dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di
-giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di
-gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri
-giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi
-dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi
-corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de'
-pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro
-dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e
-sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti,
-scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere
-accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per
-la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora
-diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di
-tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi
-aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti
-circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai
-loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e
-privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore
-nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso
-una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così
-que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati
-di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed
-una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del
-principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza,
-d'ingratitudine e di viltà[295].
-
- [295] _Sabas Malasp. l. III, c. 16, p. 831._ La testimonianza di
- questo scrittore merita piena fede, perchè coetaneo e guelfo, e
- creatura di Carlo.
-
-Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di
-Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re
-ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene
-crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione,
-poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che
-commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la
-vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con
-ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua
-pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui
-entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a
-maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della
-Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava
-immense ricchezze[296].»
-
- [296] _Martene Thes. Anegd. t. II, epist. 530. Clem. IV, p. 524._
-
-La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due
-Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni
-affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di
-Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini
-mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano
-esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte
-Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la
-sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro
-di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa
-ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella
-fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il
-governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi
-tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della
-battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua
-gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città,
-cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza
-cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura.
-
-Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la
-più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle
-difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio
-molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando
-qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del
-governo. Chiamò da Bologna due frati _Gaudenti_; era questo un nuovo
-ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli
-orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non
-legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno
-di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li
-nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei
-savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i
-Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio,
-che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si
-vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette
-professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col
-nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno
-stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in
-caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il
-di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il
-privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le
-fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare
-lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido
-sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro
-ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo.
-
- [297] Le arti maggiori furono i legisti, i mercanti di Calimala o
- stoffe forestiere, i banchieri, i fabbricatori di lana, i medici, i
- fabbricatori di sete e merciaj, ed i pellatieri. Le arti minori
- erano i venditori alla spicciolata di drappi, i beccai, i calzolai,
- i muratori e falegnami, i fabbri ferrai.
-
-Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza,
-perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si
-risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli
-aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le
-nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua
-cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj
-venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi
-de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si
-avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i
-trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per
-difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa
-Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo
-aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non
-potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla
-piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si
-gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare.
-
-Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il
-conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in
-movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre,
-credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più
-audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a
-ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed
-avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano
-con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di
-novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298].
-
- [298] _Gio. Villani l. VII, c. 14. p. 239. -- Ricordano Malaspina c.
- 184. p. 1007. -- Leonardo Aretino l. II. p. 65._
-
-Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con
-cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi
-avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in
-viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del
-ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo.
-Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo
-fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase
-fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le
-preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato.
-In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo;
-congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad
-Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a
-Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza.
-
-Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per
-essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in
-Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che
-impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267
-ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte;
-i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i
-Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne
-uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola
-resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci
-anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la
-prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della
-giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica
-sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei
-istituito da Guido Novello.
-
-I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il
-consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare
-d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio
-del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la
-deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di
-credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi
-delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri:
-dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i
-Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva
-assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di
-ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti
-che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato
-di trecento cittadini di ogni condizione[299].
-
- [299] _Gio. Villani l. VII, c. 15 e 17, p. 241. -- Ricord. Malespini
- Stor. c. 186, p. 1009. -- Machiavelli Stor. Fior. l. II, p. 105._
-
-Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti
-amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del
-parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini,
-distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti
-gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed
-avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno
-venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo
-spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque
-sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che
-rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere
-ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello
-stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò
-sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed
-i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della
-nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e
-questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre
-repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del
-popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si
-vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un
-effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi
-consigli.
-
-Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della
-repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due
-secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua
-ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i
-Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da
-Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la
-parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima
-emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a
-provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per
-amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una
-particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi
-tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di
-parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici
-membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un
-tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola,
-tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza
-d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a
-combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine
-sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza.
-
- [300] Fu nominato un giudice con sei assessori per istimare i danni
- fatti dai Ghibellini ai Guelfi, stima stampata nelle _Delizie degli
- Eruditi Toscani, t. VII, n.º 12, p. 203-286_. La perdita dei Guelfi
- si valutò 152,160 fiorini d'oro, 8 soldi e 4 denari, o più di un
- milione e mezzo di lire italiane. Prodigioso è il numero delle case
- distrutte, molte delle quali non sono stimate più di 15 fiorini: il
- valore medio è di cento in centocinquanta, e sono qualificate col
- nome di palazzo quelle che arrivano al valore di 300 fiorini. Le
- particolarità di questa stima indicano una città manifatturiere e
- commerciante.
-
- [301] _Gio. Villani l. VII, c. 16, p. 242._
-
-I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il
-governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità
-alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di
-Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano
-inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di
-qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà.
-
-In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di
-Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi
-rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo
-d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in
-Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo
-giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in
-Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava
-Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata
-vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento
-d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il
-suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè
-quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de'
-Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli
-assediati non ebbero più vittovaglie.
-
- [302] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. II, l. II, p. 34. --
- Marangoni Cron. di Pisa p. 540. -- Gio. Villani l. VII, c. 21, p.
- 245._
-
-In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove
-assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto
-Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi
-avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania
-un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro
-vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di
-Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di
-Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a
-conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e
-tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il
-liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre
-Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che
-di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re
-di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la
-conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato
-di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con
-piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva
-perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la
-venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi
-e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini
-oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze,
-quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della
-sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio
-troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare
-in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico,
-sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una
-bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua
-corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro
-parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I
-confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia,
-parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che
-avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga,
-erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303].
-Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto
-il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità,
-l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che
-venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso
-uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la
-libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue
-immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per
-ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava
-che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per
-tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo
-zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una
-famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di
-Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente
-combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non
-ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila
-fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure
-arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino
-della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti
-i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le
-vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non
-comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva
-d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a
-Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al
-servigio della casa di Svevia.
-
- [303] _Sabas Malasp. Hist. Sic. l. III, c. 17, p. 832._
-
-Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere
-offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo
-zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale
-nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca
-d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de'
-suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui
-i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte
-del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per
-accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine
-del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà
-era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in
-Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il
-conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in
-Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a
-Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo.
-
- [304] _Gio. Villani l. VII, c. 23, p. 246. -- Monach. Patav. l. III,
- p. 728. -- Chronic. Veron. p. 639. -- Giannone Stor. Civile l. XIX, c.
- 4, p. 692._
-
-Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per
-la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per
-chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e
-di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che
-rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva
-incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo
-parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente
-Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare.
-
-«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda
-cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni,
-o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi
-ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge
-ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i
-difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa
-voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare
-un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee,
-e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse
-tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te
-miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla
-prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui
-consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti
-mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro
-venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba.
-
- «Viterbo il 5 di maggio anno 4[305].»
-
- [305] _T. II. Epist. Clem. IV, p. 460, 462. Raynald. ad an. § 3, p.
- 159._
-
-Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco
-misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il
-senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo
-senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello
-stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli,
-Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi
-sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al
-servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i
-Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di
-quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani,
-era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del
-regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti
-gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde
-il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere
-favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una
-raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie,
-prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti
-Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui
-chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo
-a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza
-che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di
-Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna,
-rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente
-la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse
-perdere la vita[307].
-
- [306] Alfonso di Castiglia aveva violati i privilegi nazionali;
- aveva alterate le monete e stabilite nuove imposte senza il
- consentimento delle Cortes. I nobili avevan tentato di formare
- un'_unione_ per mantenere i loro diritti, ed il principe Enrico
- erasi posto alla loro testa; ma le sue truppe essendosi sbandate a
- _Nebrissa_, egli era stato costretto l'anno 1257 di fuggire a
- Valenza, di dove passò a Tunisi. Lo seguirono in Affrica ed in
- Italia alcuni de' gentiluomini che avevano con lui preso parte
- contro il re Alfonso. _Mariana Hist. de las Hispañas l. XIII, c. 11.
- -- Hisp. illust. t. II, p. 599._
-
- [307] _Gio. Villani l. VII, c. 10, p. 235. -- Sabas Malaspina Hist.
- Sicula, l. III, c. 18, p. 833._
-
-Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia,
-che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso
-quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora
-nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro
-consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia,
-perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo
-governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri
-spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe
-presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il
-suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia,
-rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi
-alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli,
-uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da
-lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo
-a recarsi a Roma[308].
-
- [308] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 20, p. 834._
-
-Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di
-Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di
-Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico
-di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento
-cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani
-ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che
-ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono
-questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i
-cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti
-più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere
-ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata
-alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la
-Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della
-casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da
-Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti
-dall'Affrica.
-
- [309] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. IV, c. 2, p. 837._
-
-Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe
-pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che
-la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne
-l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste
-notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i
-soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o
-provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a
-grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria.
-
-Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri,
-divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal
-marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese
-anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual
-luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove
-arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua
-cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto
-dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa
-di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella
-famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila
-soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove,
-dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in
-faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo
-d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del
-porto[311].
-
- [310] _Caffari continuator. An. Gen. l. VIII, p. 545. -- Gio. Villani
- l. VII, c. 23, p. 247. -- Michael de Vico Breviar. Pisan. Hist. p.
- 197._
-
- [311] _Sabas Malaspina l. IV, c. 4, p. 840._
-
-Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel
-territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime
-dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo,
-vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo
-avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle
-sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino
-comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior
-parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313].
-
- [312] _Ptolomæi Ann. Lucenses t. XI, p. 1286._
-
- [313] _Gio. Villani l. VII, c. 24, p. 247. -- Cron. Sanese Andreæ Dei
- t. XV, p. 35. -- Malavolti Stor. Sien. l. II, p. II, p. 36._
-
-Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre
-volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di
-venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella
-sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di
-rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme,
-il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi
-antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente
-pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica
-contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal
-regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di
-fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che
-avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso
-Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa
-guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura
-della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i
-cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava
-allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi
-saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò
-Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la
-cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano
-condurre al sagrificio[315].»
-
- [314] Si osservi la bolla del papa § 4-17, _p. 159-161, ad an. Ann.
- Eccles. Raynaldi._
-
- [315] _Ptolomæi Lucensis Hist. Eccles. l. XXII, c. 36, p. 1160. --
- Raynald. Ann. Eccles. § 20, p. 161._
-
-Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla
-pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui
-adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e
-signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto
-Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo
-all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese,
-Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi
-alla volta del regno di Napoli.
-
-Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi
-ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il
-cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di
-Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316].
-Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di
-Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e
-si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non
-aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di
-Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che
-tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco
-crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così
-consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi;
-formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il
-comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a
-Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il
-secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò
-questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a
-custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di
-Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di
-Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di
-tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso
-ai nemici in sul finire della battaglia.
-
- [316] Matteo Spinelli di Giovenazzo, il più antico storico che
- scrivesse in lingua italiana, condusse un giornale fino alla vigilia
- di questa battaglia, ove pare che restasse morto. Il giornale è
- scritto in dialetto pugliese, assai diverso dal toscano, onde
- Muratori credette necessario di stamparlo colla traduzione latina.
- Vi si conosce l'odierno dialetto di Napoli, _t. VII Rer. Ital._
-
-Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare
-tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col
-duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello
-degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad
-Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi
-valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti,
-come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente
-superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o
-posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva
-l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare
-in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente
-conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro
-vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul
-campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali,
-lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera
-vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna
-per saccheggiare il campo nemico.
-
-Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di
-battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i
-fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di
-sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate
-adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti
-questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad
-un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente
-dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e
-disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era
-sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo
-di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo
-dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero
-in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata
-l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e
-per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella
-di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun
-mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo
-co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o
-prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il
-conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa
-fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi
-che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano
-l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò
-pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi
-Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo
-si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la
-sua vittoria.
-
- [317] _Gio. Villani l. VII, c. 27, p. 250 e seg. -- Ricordano
- Malaspina c. 192, p. 1013. -- Sabas Malasp. Hist. Sic. l. IV, c. 9 e
- 10, p. 845._ -- Lettera di Carlo a Clemente IV del giorno in cui
- seguì la battaglia. -- _Raynal. 32, 33, p. 164. -- Ricobald.
- Ferrariensis Hist. Imp. t. IX, p. 136. -- Chron. F. Francis. Pipini
- l. III, c. 7, t. IX, p. 682. -- Guglielmo di Nangì Gesta S. Lodov.
- Presso Duchesne Hist. Fran. Scrip. t. V, p. 378-382._ -- La battaglia
- ebbe luogo la vigilia di san Bartolomeo 23 agosto 1268.
-
-Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata
-ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era
-mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in
-mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto
-prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva
-chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura
-in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia,
-si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani,
-signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo
-prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso
-se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi
-prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e
-forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in
-premio della sua viltà un feudo presso Benevento.
-
-La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure,
-nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del
-trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè
-il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua
-crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul
-patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del
-partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di
-ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali
-erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta
-quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro
-Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con
-cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che
-poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la
-maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.
-
- [318] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. IV, c. 16, p. 851._
-
-Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e
-rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo
-legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere
-saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva
-tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che
-Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra
-accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato
-di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto,
-potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non
-gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben
-affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le
-infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo,
-che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non
-avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice
-provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il
-nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un
-timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo
-giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la
-sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi
-compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava
-giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte,
-ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla
-piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta
-la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed
-il re condannato.
-
- [319] Molti scrittori accusano Clemente IV di avere consigliato
- Carlo a far morire Corradino; volendo alcuni che quando Carlo lo
- consultò intorno alla sorte di quel giovane principe, si limitasse a
- rispondere: «Ad un papa non conviene dar consiglio intorno alla
- morte di chiunquesiasi.» Altri pretendono che rispondesse: _Vita
- Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli._ Vedasi il
- _Giannone l. XIX, c. 4, p. 702_, e gli altri autori da lui addotti
- in testimonio della sua sentenza. Tra questi però cita a torto
- Giovanni Villani, che dice precisamente il contrario. Ciò non parmi
- probabile: Clemente potev'essere crudele per fanatismo, non per
- politica; ed inoltre la politica d'un papa non poteva consigliare la
- morte di Corradino. Abbiamo una lettera di Clemente a Carlo colla
- quale lo consiglia a trattare i suoi sudditi con dolcezza; e molti
- scrittori sono di sentimento che si dolesse amaramente della morte
- del giovine principe.
-
-Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse
-la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico
-della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando
-la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si
-slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che
-teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a
-morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra
-sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.
-
-Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò
-egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò
-gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la
-notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo
-alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo
-popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi
-questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].
-
- [320] Il racconto di questa morte è preso da Riccobaldo ferrarese
- che ne riferisce tutte le circostanze dietro l'autorità di uno de'
- giudici, amico e compagno di Guido di Sucaria. _Ricob. Fer. Hist.
- Imp. t. IX, p. 137._ -- Ma io approfittai pure di _Sabas Malasp. l.
- IV, c. 16, p. 851_ -- di _Ricordano Malaspina c. 193, p. 1014_ -- di
- _Gio. Villani l. VII, c. 29, p. 253_ -- di _Franc. Pipino l. III, c.
- 9, t. IX, p. 685._ -- Bartol. di _Neocastro Hist. Sic. c. 9 e 10_
- nasconde al solito la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo
- di Nangì storico francese di san Luigi è il solo che non onori di
- una lagrima la morte di Corradino; soltanto la biasima come
- impolitica. _Hist. Franc. Script. t. V, p. 382, 383._
-
-Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria,
-i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano
-Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il
-primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue
-braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni
-luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro
-Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di
-carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.
-
-Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè
-cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte
-Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti
-di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di
-Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano
-de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli
-Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico
-d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli
-cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato
-Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni
-più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di
-Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni
-calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati
-all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai
-giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere
-trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati,
-altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati
-avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il
-re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in
-appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi
-nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il
-fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato
-mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta
-posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi
-cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani
-del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua
-situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli
-assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi,
-aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e
-massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza
-agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo
-pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo
-l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro
-case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle
-onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà
-di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca,
-affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici,
-parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece
-venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato
-dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso
-Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni
-che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie
-tornarono in potere de' Francesi.
-
- [321] _Bartol. de Neocastro Hist. Sic. c. 11, t. XIII, p. 1025._
-
- [322] _Sabas Malaspina l. IV, c. 17, p. 853._
-
- [323] _Sabas Malaspina l. IV, c. 13, p. 849._
-
- [324] _Sabas Malaspina l. IV, c. 18, p. 854._
-
- [325] _Idem c. 19, 20._
-
-Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura
-che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona,
-marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede
-della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero
-i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro
-famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal
-modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino,
-gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta,
-suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de'
-loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato
-sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla
-nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta
-del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di
-sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.
-
- [326] _Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 705_ e gli altri
- autori da lui citati.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXII.
-
- _Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. -- Eccita la discordia tra
- le repubbliche italiane per opprimerle. -- Suoi progetti impediti
- dai vesperi siciliani._
-
-1268=1282.
-
-
-Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da
-tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di
-quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia
-estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità
-dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che
-tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che
-un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era
-solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso
-vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa
-sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare
-sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un
-mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i
-cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò
-dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa.
-Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario
-imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come
-loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo
-signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro
-di tutta l'Italia.
-
- [327] Clemente IV morì il 29 novembre, e Corradino subì l'ingiusta
- sua condanna il 29 ottobre.
-
-Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva
-impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di
-quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì
-poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze
-Margarita di Borgogna.
-
-Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu
-soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli
-le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che
-come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi
-dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle
-ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli
-somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che
-stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete
-corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi
-una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà;
-tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che
-voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal
-vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la
-tarda ma giusta vendetta degli oppressi.
-
-Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della
-casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del
-partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di
-Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni
-d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti,
-concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino
-era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un
-numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva
-riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro
-generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328].
-L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino;
-egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto,
-onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in
-istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui
-formati.
-
- [328] Nel medesimo tempo il marchese era stato signore di Cremona,
- Milano, Brescia, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Inoltre come capo
- di partito godeva di una illimitata autorità a Pavia, Parma, Reggio
- e Modena. Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, Como
- e Novara dipendevano pure da lui. Perdette le signorie di tante
- città tre anni avanti di morire, senza quasi aver potuto combattere
- per difenderle. _Chron. Placent. t. XVI. p. 476._
-
-Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua
-autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli
-rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello
-ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e
-Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo
-assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi
-nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro
-castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici
-stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile
-famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi
-oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta
-feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di
-potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.
-
- [329] _Chronic. Placent. t. XVI, p. 476. -- Chron. Parmen. t. XIX, p.
- 784. -- Campi Cremona Fedele l. III, p. 78._
-
-Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse,
-disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando
-uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu
-esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo
-avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].
-
- [330] _Chron. F. Francisci Pipini l. III, c. 45, t. IX, p. 709._
-
-Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano,
-colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà;
-ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della
-tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la
-salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era
-il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo;
-ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano
-di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse
-ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma
-per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel
-suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere.
-Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla
-speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i
-nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior
-forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere
-popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore
-libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno
-scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo
-che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato
-medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in
-una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo
-trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse
-superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i
-cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di
-religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la
-sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già
-un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare
-spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni
-furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza;
-ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia,
-onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de'
-Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.
-
-Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi
-successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della
-Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono
-alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano
-ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il
-rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione
-al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo.
-Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere
-ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito;
-ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero
-loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma,
-Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara,
-Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del
-marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico,
-padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero
-fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj
-altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.
-
- [331] _Chron. Placent. t. XVI, p. 476. -- Giorgio Giulini memorie t.
- VIII, l. LVI, p. 238._
-
-Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi,
-se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi
-nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese
-sull'Italia.
-
-(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le
-crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai
-diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani
-di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di
-corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione
-del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai
-nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio
-dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle
-crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno
-all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare
-la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi
-commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero
-potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a
-dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano
-meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville,
-sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione,
-racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio
-della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre,
-soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che
-gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo
-male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di
-Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e
-tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure
-grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto
-indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna
-armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].»
-
- [332] _Memorie di Joinville_ -- Nella Collezione delle memorie
- particolari della storia di Francia, _Ediz. del 1785. t. II, p.
- 158_.
-
-Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni
-d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi
-riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi
-infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le
-cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla
-contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta
-la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne
-alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo
-dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e
-nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai
-suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli.
-
-«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja
-intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina
-tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro
-regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e
-delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come
-per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia
-vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio
-gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio.
-Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior
-sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la
-sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose,
-affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti
-esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la
-Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli,
-non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai
-tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333].»
-
- [333] _Surio in vita sancti Ludovici t. IV, die 25 augusti. Ap.
- Rayn. Annales § 6. t. XIV, p. 175._
-
-In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello
-di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi
-pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi
-suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di
-Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334].
-
- [334] _Guilel. de Nangiaco Gesta sancti Ludovici p. 383. in Duchesne
- Scrip. hist. Franc. t. V._
-
-Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al
-rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu
-la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le
-triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i
-cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè
-spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica
-un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo,
-pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali
-quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di
-Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente
-in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada
-alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il
-re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni
-avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla
-peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni
-di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo
-stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e
-di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero
-de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la
-mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto,
-l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo
-d'Angiò e ne prese il comando.
-
- [335] _Gio. Villani l. VII. c. 37. p. 258._ -- Guido da Corvaria,
- storico Pisano coetaneo, dice che la flotta era composta di cento e
- otto vascelli a due ponti, _gabiati_, di ventotto galere, e buon
- numero di altri navi. _Fragment. Pisanæ Hist. t. XXIV, p. 676._
-
-Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva
-forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a
-sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che
-sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge.
-All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva
-fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey
-spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di
-raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti
-cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe
-tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati,
-invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra
-santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente,
-vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma
-tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de'
-suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove
-giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da
-Bendocdar.
-
-Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento
-dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono
-assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e
-molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi,
-spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che
-fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli
-naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo,
-che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle
-coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta,
-e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci
-mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da
-così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo
-dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma
-quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la
-confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a
-coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle
-medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto
-agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi
-amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per
-liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337].
-
- [336] _Monacus Patav. in Chron. l. III, p. 732._ -- Qui termina la
- cronaca del monaco di Padova.
-
- [337] _Annales Genuenses l. IX, p. 551. -- Uberti Folietta Genuens.
- Hist. l. V, p. 175, 376. ap. Graevium._
-
-(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a
-Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a
-dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati
-trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un
-delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della
-ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli.
-Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in
-chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani.
-Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo
-contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai
-piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da
-banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa
-senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i
-suoi cavalieri che lo stavano aspettando -- Che avete fatto? gli disse
-uno di loro -- La mia vendetta, rispose Monforte -- Come? non fu vostro
-padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa,
-prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino
-sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero,
-nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto
-accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che
-sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo
-fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino
-per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi
-de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di
-Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado
-d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne
-soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede.
-Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla
-lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa
-vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di
-fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì
-il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva
-veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad
-altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo
-tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de'
-Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed
-altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della
-casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto
-degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in
-dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi,
-e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi.
-Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i
-due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della
-Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con
-maggiore vantaggio.
-
- [338] Simone di Monforte, conte di Leicester, era stato ucciso il
- 1.º agosto del 1265 nella battaglia d'Evegham presso di Conventris,
- combattendo per la libertà d'Inghilterra contro Enrico III e suo
- figliuolo Edoardo. Il suo corpo fu dai realisti obbrobriosamente
- stracinato nel fango. Anche Gui di Monforte, suo figlio, era stato
- in quella battaglia da mille spade ferito. Questi gentiluomini
- appartenevano ad un tempo alla Francia ed all'Inghilterra.
-
- [339] _Gio. Villani l. VII, c. 39. p. 260._
-
- [340] _Litterae Encicl. de Concil. celebrando; ap. Raynald. § 21, t.
- XIV, p. 192._
-
-Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano
-le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno
-dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per
-pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa
-trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta
-guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa
-pose mano a calmare tante nimistà.
-
-Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in
-Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II,
-imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i
-Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano
-stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val
-d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente
-loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad
-allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a
-richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano
-fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de'
-Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace
-con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di
-partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di
-padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di
-cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che
-gli avevano esiliati.
-
- [341] _Malavolti storia di Siena p. II, l. II, p. 38._
-
- [342] _Guido di Corvaria Hist. Pisanae frammenta t. XXIV, p. 676._
-
-Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa
-sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito
-Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva
-dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini,
-e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che
-l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e
-che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a
-Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della
-pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il
-primo che ne violerebbe le condizioni.
-
- [343] _Guido de Corvaria Hist. Pis. fragmenta t. XXIV, p. 680._
-
-Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai
-suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non
-avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore
-della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non
-credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece
-sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato
-ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se
-non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza
-conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i
-Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto.
-Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini,
-si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini,
-rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro
-Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344].
-
- [344] _Gio. Villani l. VII, c. 41. p. 263. -- Ricord. Malasp. stor.
- Fior. c. 198. p. 1018. -- Leon. Aretino Hist. Fior. l. III, p. 85-90.
- -- Raynaldi Ann. Eccl. § 27, e seguenti p. 212, 213._
-
-Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a
-soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo
-d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di
-Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato
-che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più
-democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste
-famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani
-del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le
-incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe
-luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i
-beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que'
-cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i
-Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle
-altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo
-governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti
-castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di
-Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per
-farli rientrare nella loro patria.
-
-Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del
-quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo,
-senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in
-tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano
-stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo
-profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio
-fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente
-anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di
-guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte.
-
-I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a
-tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono
-il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e
-Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio
-genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e
-presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e
-Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito
-guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva
-avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa
-de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di
-Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i
-marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le
-montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e
-le truppe di Carlo furono rispinte.
-
- [345] _Ann. Gen. Cont. Caffari l. IX, p. 555, 556, t. VI. -- Ubertus
- Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 377._
-
-Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere
-Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali
-pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di
-fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare.
-Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò
-verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata
-dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza.
-L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per
-fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più
-numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino
-eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a
-quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai
-canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria;
-onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre
-non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi
-insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria
-de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa
-fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno;
-avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i
-Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani
-accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po.
-
- [346] _Andreæ Danduli Chr. Ven. c. 8. § 8. p. 380. -- Cherubino
- Ghirardacci Ist. di Bologna l. VII, p. 217 e 223. -- Rayn. Ann.
- Eccles. 1272, § 45. p. 200._
-
-Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di
-favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un
-principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di
-questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di
-Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un
-imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente
-Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa
-romana.
-
-L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente
-concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente
-riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando
-come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano
-avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti,
-perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di
-scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè
-influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro
-non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla
-Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed
-Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè
-medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo
-era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re
-de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi
-diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva
-mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle
-rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito
-dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i
-suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da
-così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze
-della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo.
-Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse
-agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine
-come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi
-tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero.
-L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale
-casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma
-tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in
-appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori
-ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo,
-replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà
-ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348].
-
- [347] Disponevasi quest'anno a passare in Germania quando ebbe
- avviso dell'elezione di Rodolfo. _Mariana Historia de las Hespañas
- l. XIII, c. 22. p. 610._ Si osservi la lettera di Gregorio X ad
- Alfonso del 16 delle calen. d'ottobre 1272. _Presso Raynaldo § 33 e
- seguenti p. 197._
-
- [348] Vedansi i diplomi presso _Raynald. § 7-12. p. 220_ -- come pure
- nel primo libro di Muller, l'origine della casa d'Absburgo, i
- talenti e le virtù che Rodolfo spiegò nelle guerre de' suoi piccoli
- feudi, e la sua inaspettata assunzione all'impero. _Geschichte der
- Schweiz Eidg. B. I, c. 17. p. 507._
-
-Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di
-far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si
-trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto
-per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua
-autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario
-imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti
-da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver
-dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse
-finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove
-usurpazioni.
-
-Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia,
-ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un
-trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il
-quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del
-principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale
-tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte
-delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece
-sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed
-essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore
-di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente
-obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj
-de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di
-Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in
-imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare
-Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi
-coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa.
-Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al
-concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione
-delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua
-protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente.
-
- [349] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois par Ducange
- l. V, c. 49, t. XX, p. 87._ Vedansi i patti di cotale trattato nella
- raccolta degli atti giustificativi _p. 10_.
-
- [350] _Nicephorus Gregoras l. V, c. 1 e 2, t. XX, p. 63. -- Gregori
- Pachymeris Hist. l. V, c. 10 ed 11, ec., t. XII, p. 205 e seg._
-
-Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe
-lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio
-fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui.
-L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che
-il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di
-riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe
-che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie
-dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i
-Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera
-giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento
-vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il
-quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili
-al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli
-avvenimenti che illustrarono il suo pontificato.
-
-Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò
-fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse
-privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo
-della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista,
-fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una
-sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che
-precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la
-chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che
-potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi.
-
- [351] Vedasi il Canone _apud Raynald. § 24-26, p. 224_.
-
-(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio
-a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati
-tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa.
-L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di
-Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re
-di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani
-erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde
-mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai
-loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde
-stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande
-scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in
-Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli
-morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono
-ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i
-Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle
-armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353].
-
- [352] _Raynaldi Ann. Eccles. § 42, ad annum p. 245._
-
- [353] _Ib. an. 1276, § 1, p. 248._
-
-(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in
-Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua
-presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla
-santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento
-aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero
-seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente
-cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui
-erasi innalzata in quell'epoca.
-
-Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in
-Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si
-fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla
-democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel
-credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I
-Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito
-gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin
-allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura
-ove sedevano ne' medesimi consigli.
-
-Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando
-Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si
-amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo
-nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una
-spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi
-entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe
-tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare
-altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con
-uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto
-l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare
-i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami
-in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma
-appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì
-il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire
-le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa.
-In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato
-dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora
-animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste
-ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato,
-che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero
-le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo
-amato giovane[354].
-
- [354] _Ghirardacci Istoria di Bologna l. VII, p. 224._
-
-Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè
-essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della
-loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di
-Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro
-nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica
-piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di
-Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta
-giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza
-principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni
-nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei
-s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono
-costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito
-ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano
-l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una
-sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere
-state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355].
-
- [355] _F. Francisci Pipini Chron. l. IV, c. 7 e 8, t. IX, p. 716. --
- Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 226. -- Mathæi de
- Griff. Memor. Hist. t. XVIII, p. 123. -- Cronica di Bologna di F.
- Bartol. della Pugliola t. XVIII, p. 285._
-
-Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna
-ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini,
-perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai
-Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed
-acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito
-presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i
-Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna,
-che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per
-assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale
-l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di
-Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi.
-
-La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di
-Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella
-di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma
-durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa
-città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa
-quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel
-morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli.
-
-Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che
-sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo
-detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto
-di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per
-rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la
-protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo,
-figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della
-Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano
-riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de'
-loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la
-repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla
-Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario
-risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i
-Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento
-al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo
-Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli
-compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura
-con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però
-un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua
-famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad
-assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio
-partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della
-sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni
-Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di
-cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò
-apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle
-sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e
-farsi strada alla tirannide.
-
-Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città
-si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini
-di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato
-di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di
-vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di
-confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi
-faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate.
-
-I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del
-partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente
-inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come
-della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o
-dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la
-repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj,
-ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le
-leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274
-il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi,
-ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il
-primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo
-perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere
-accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie
-fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di
-cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere
-la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno,
-lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal
-padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte
-della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del
-partito guelfo.
-
- [356] _Guido de Corvaria Frag. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 682._ -- Non
- volevasi allora esiliare il conte Ugolino perchè tutte le città
- toscane essendo governate dai Guelfi, sarebbe stato un darlo in
- potere de' suoi nemici.
-
-Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che
-governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a
-Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357].
-Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni,
-trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di
-lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I
-Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta
-gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti
-a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la
-principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi
-nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della
-sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de'
-suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero
-degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata
-ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era
-quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la
-pena de' suoi tradimenti.
-
- [357] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pis. p. 684. -- Gio. Villani l.
- VII, c. 46, p. 265._
-
- [358] _Guido di Corvaria Fragm. p. 686._
-
-Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa
-nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La
-breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne
-dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una
-rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi
-quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia.
-
-Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato
-anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava
-sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal
-1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli
-aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali
-cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli,
-Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora
-risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la
-potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano,
-poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento
-cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto
-arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de'
-Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti
-avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con
-gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel
-popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure
-finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non
-voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata,
-non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in
-possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo
-arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini
-piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato
-per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un
-tempo di pazienza e di coraggio.
-
- [359] _Gio. Villani l. VII. c. 51, p. 268._
-
-Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla
-santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed
-audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati
-milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva
-mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti
-all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto
-qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli
-vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e
-s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della
-Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con
-circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte
-vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21
-gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa.
-
-Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella
-terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della
-Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano,
-furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi
-parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi
-d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti,
-posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro.
-
-Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo,
-essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria,
-corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare
-i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si
-era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno
-alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono,
-scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi
-cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati
-concorrevano al _Broletto vecchio_ e risolvevano di mandare deputati
-all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano
-creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi.
-Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia
-città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già
-loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi
-un asilo sicuro.
-
- [360] _Memorie del conte Giulini, l. LVI, t. VIII, p. 232, 304. --
- Corio Stor. di Milano, p. II, p. 123, 138. -- Ann. Mediol. t. XVI. c.
- 39-49, p. 667, 676. -- Galv. Flammæ Manip. Flor. t. XI, c. 302-313,
- p. 694-705._
-
-In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i
-Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già
-una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano
-innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze
-monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i
-Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo
-proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla
-servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione
-spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e
-perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e
-consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito
-di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle
-usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri
-virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però
-la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora
-attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà.
-
- [361] _Trist. Calchi Med. Historiog. Hist. Patriæ, l. XVII, apud
- Guer. Thes. t. II, p. 365. -- Georgii Merulæ Antiq. Vicecom. l. V, p.
- 90, apud Guerium t. III. -- Pauli Jovii Novocom. Vitæ XII, Vicecom.
- Otho. p. 267, ap. Grav. t. III._
-
-In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni
-Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice
-apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la
-fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo
-carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata
-la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua
-famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del
-cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento
-della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di
-Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria
-quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare
-la potenza di Carlo da loro troppo innalzata.
-
-Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di
-Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città
-che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale
-signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese
-d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana;
-signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre,
-alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare
-approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia
-vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua
-amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero,
-vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo
-d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di
-Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice
-ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due
-sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle
-prerogative che gli avevano resi formidabili.
-
-Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona
-dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva
-accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse
-usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario
-imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo.
-Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte
-d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al
-nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re
-di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro
-di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede
-premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando
-loro moderazione.
-
-Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una
-pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe
-aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti
-a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che
-temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far
-valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano
-l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua
-bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo
-vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste
-province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e
-ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al
-senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III
-fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli
-trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo
-depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di
-Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal
-Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i
-castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi
-fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo
-manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per
-trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto
-gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi
-smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la
-fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la
-circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la
-corte di Roma[363].»
-
- [362] Nicolò con una costituzione proibì di nominare senatore alcun
- principe sovrano, e prese per sè tale dignità, di cui Carlo erasi
- allora spogliato. _Vitali Stor. de' Senat. di Roma t. I, p. 176. --
- Decretali l. VI, cap. fondam. de electione. Raynald. ad annum § 74,
- p. 298._
-
- [363] _Raynaldi Ann. 1276, § 69, p. 297._
-
-Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione
-a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle
-domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi,
-che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di
-Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla
-scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la
-carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le
-province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero.
-
-Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro
-incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di
-tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino
-alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o
-Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non
-aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla
-sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e
-soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte
-contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi
-diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità.
-Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate
-come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti
-conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali
-avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto,
-giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della
-sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle
-province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per
-titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori.
-
-Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva
-senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti,
-ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per
-intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò
-copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli
-chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti
-alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano
-prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del
-quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa
-stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca
-d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il
-contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa
-Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi
-imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365].
-Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove
-usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di
-fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna,
-Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri
-luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a
-tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni
-obbligazione verso di lui.
-
- [364] _Nicolai III, Epistolæ t. II, l. I, epist. 5, apud Raynald. §
- 57 e seg. p. 295._
-
- [365] Lettera di Rodolfo § 51, 52, e diploma di Goffredo prevosto di
- Soliez protonotaro, § 53 presso _Raynald. An. 1278, p. 294._ Questa
- ricognizione dei diritti della Chiesa fu riconfermata nel seguente
- anno. Rodolfo rinunciò espressamente a qualunque diritto poteva
- essere rimasto all'Impero, e fece nuova cessione delle medesime
- province alla Chiesa. Il diploma venne confermato dai principi
- dell'Impero. _Raynald. ad an. 1279, § 1-7, p. 302 e seg._
-
-In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò
-l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali
-era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa
-sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo
-ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province
-dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna,
-Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro,
-che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza.
-E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di
-domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date
-alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di
-chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o
-d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere
-prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu
-sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i
-popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici
-contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la
-città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e
-non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366].
-
- [366] _Cronica miscella di Bologna t. XVIII, p. 288. -- Mathæi de
- Griffonibus Chron. Bonon. p. 126._
-
-Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della
-santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi
-acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367];
-creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti
-signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la
-maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande
-la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e
-della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il
-cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella
-Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di
-riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a
-ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati
-scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito
-spargendo tra i fedeli gli spirituali favori.
-
- [367] Diploma accordato a Bertoldo Orsino, presso il _Ghirardacci l.
- VIII, p. 236_. Nicolò fece sette cardinali romani, che quasi tutti
- avevano con lui rapporti di parentela. _Ricordano Malespini c. 204,
- p. 1022._
-
-Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi
-trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga
-serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della
-città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno
-provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo
-più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi
-sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni
-città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè
-queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi
-dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro
-delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo;
-e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico,
-nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai
-Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna.
-Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa,
-adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto
-d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i
-Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e
-riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati
-alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj,
-i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di
-Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà
-prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari,
-che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far
-nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa
-riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se
-il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368].
-
- [368] Queste condizioni trovansi nel _Ghirardacci l. VIII, p.
- 239-243_.
-
-(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le
-condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa
-di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure
-il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il
-giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati,
-le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza
-di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di
-ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei
-palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a
-sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di
-Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati,
-tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso
-predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le
-lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si
-avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece
-loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di
-vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I
-procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e
-quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja
-universale[369].
-
-[369] Il Ghirardacci, _Stor. di Bolog. l. VIII, p. 248_, nomina 138
-famiglie ghibelline e 129 guelfe che segnarono il trattato. _Cron.
-Miscel. di Bologna t. XVIII, p. 288, 289. -- Mathæus de Griffon. Memor.
-Hist. t. XVIII, p. 126. -- Chron. F. Francisci Pipini l. IV, c. 10. t.
-IX, p. 718. -- Ann. Foroliviens. t. XXII, p. 146. -- Annales Coesenat.
-t. XIV, p. 1104._
-
-Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino
-erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della
-Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato
-da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i
-magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non
-abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente
-trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito
-guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con
-quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti
-famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il
-cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private
-nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni,
-a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali
-poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo
-del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria
-Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i
-Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno
-de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la
-partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più
-ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo
-il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state
-pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la
-tranquilità e la concordia[370].
-
- [370] _Gio. Villani l. VII, c. 55, p. 272. -- Ricordano Malaspini
- Ist. Fior. c. 205, p. 1023._
-
-Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale
-a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini
-esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana,
-altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che
-di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo
-che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia,
-vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i
-suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del
-governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola,
-improvvisamente morì a Suriano[372].
-
- [371] _Malavolti Stor. di Siena p. II. l. III, p. 45._
-
- [372] Morì il 19 agosto del 1280.
-
-Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta
-del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi
-della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo
-nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a
-Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel
-suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in
-virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo
-seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva
-contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti
-dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una
-sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il
-cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre
-strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei
-mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla
-sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi
-a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di
-santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere
-un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i
-suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle
-leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità.
-
- [373] _Rayn. an. 1281, § 1 e 2, p. 324. -- Ptolom. Lucensis Hist.
- Eccles. l. XXIV, c. 1 e 2, t. XI, p. 1185. -- Ricord. Malaspini c.
- 207, p. 1025. -- Gio. Villani l. VII, c. 57, p. 275._
-
-Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due
-fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere
-soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il
-nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della
-Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale
-di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini
-ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido
-di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi
-ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello
-Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua
-patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per
-rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo.
-Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse
-un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed
-invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità
-il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa
-sede.
-
- [374] _Bolla presso Rayn. an. 1281, § 12, p. 326. -- Ann. Foroliv. t.
- XXII, p. 146-153._
-
- [375] Tibaldello Zambrasi posto da Dante all'inferno fra i
- traditori, _Canto XXXII; ver. 122_, erasi mortalmente inimicato coi
- Lambertazzi per cagione d'un majale che gli fu tolto. Si fece per
- più mesi creder pazzo, e risvegliava improvvisamente i suoi
- concittadini gridando alle armi, o facendo suonare per le strade
- istrumenti di bronzo. Quando gli ebbe avvezzati a non allarmarsi per
- verun rumore, introdusse in città i Bolognesi loro nemici.
- _Ghirardacci l. VIII, p. 256._
-
-Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare
-per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re
-Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed
-i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo
-distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella
-Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio
-di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che
-sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano.
-Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua
-tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376].
-
- [376] _Raynald. Ann. § 14, p. 326._
-
-Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla
-Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero
-Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò
-d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò
-Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de'
-Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero
-con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo,
-per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato
-l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era
-scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere
-gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per
-avere egli cercato di riconciliarli col papa[378].
-
- [377] _Ib. § 25. p. 329._
-
- [378] _Pachymerus l. V, c. 22, 23, p. 222 e seg. e l. VI, c. 30, p.
- 282. -- Script. Byzant. t. XII, Venet. Dufresne Ducange Hist. de
- Constantinople l. VI, c. 8, p. 95._
-
-Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava
-preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo
-di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli,
-e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso
-Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de'
-Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il
-Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà
-avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi.
-Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo
-animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal
-desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle
-sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva
-il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande
-vendetta nazionale.
-
- [379] _Pachymerus l. VI, c. 32, p. 284. -- Niceph. Gregoras Hist. l.
- V, c. 6, p. 74 e seg. -- Byzant. t. XX. -- Notæ L. Botvin ad Niceph.
- Greg. p. 28._ intorno al nome di Rousseau de' Soli molto sfigurato
- dai Greci.
-
-Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di
-Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso
-forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era
-inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non
-gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva
-coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo
-il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva
-prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato
-nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati
-confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi,
-e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale
-avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro
-d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone
-del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382].
-
- [380] _Ducange Hist. de Costantin. l. VI, c. 9, p. 95._
-
- [381] Tutini _degli Ammiragli p. 66._ citato da Giannone _l. XX, c.
- 5, p. 56_ dice di aver veduto ne' reali archivi uno scritto con cui
- Gualtiero Caraccioli domandava al re Carlo II il permesso d'andare
- in Sicilia a trovare Giovanni di Procida, assai vecchio, per farsi
- guarire da una malattia.
-
- [382] Pietro III detto il grande, era stato coronato re d'Arragona
- negli stati di Saragozza del 1276. _Hier Blancæ Rer. Arag. Comment.
- p. 659, t. III, Hisp. illust._ -- I feudi dati a Procida sono
- indicati da Mariana, _Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. -- Hisp.
- Illust. t. II, p. 621._
-
-Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica
-morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e
-l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli
-conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni
-de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in
-particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione,
-ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima
-data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo.
-
-Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle
-lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano
-abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi.
-Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della
-casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo,
-l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a
-vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto,
-ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli
-veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e
-perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia,
-che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama
-d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette
-tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne
-il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il
-mondo allora conosciuto[383].
-
- [383] _Gian. Stor. Civ. l. XX, c. 5, t. III, p. 55. seguendo il
- Costanzo Storia di Napoli l. II._
-
-Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de'
-sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di
-terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de'
-partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così
-sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la
-vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio
-vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi
-comprimerebbero la ribellione nel suo nascere.
-
- [384] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. -- Ricordano Malaspini c.
- 206, p. 1024._
-
-Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era
-tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano
-voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi,
-ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti
-scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni
-giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di
-vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano
-di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove
-tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro
-indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola.
-Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di
-Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale
-loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di
-Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la
-pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi
-popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri
-amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto
-sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi
-sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano
-la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di
-questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili
-sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva
-arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani
-in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla
-morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire
-entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo
-esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la
-religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano
-assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per
-colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le
-donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale
-offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe
-eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del
-forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che
-disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro
-spose o sorelle.
-
- [385] _Barthol. de Neocastro Hist. Sic. c. 14, t. XIII, p. 1027._
-
- [386] Vedasi il fine del capit. 21, ed il massacro d'Augusta.
-
- [387] _Barth. de Neocastro, c. 12, p. 1026._
-
- [388] _Nicolai Specialis Rer. Sicul. l. I, c. 2, t. X, p. 924._
-
-Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente
-ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo
-d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per
-renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro
-legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici.
-
-Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de'
-formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo
-faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri,
-venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre
-per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla
-crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello
-stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato,
-in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte
-alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in
-guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere
-l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso
-valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli
-conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo
-di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli
-permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva
-inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa
-della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non
-lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La
-sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle
-spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai
-Siciliani ribellati.
-
- [389] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. -- Ricord. Malaspini c.
- 206, p. 1024. -- Ann. Genuens. l. X, p. 575._
-
- [390] Questo trattato fu sottoscritto il giorno 3 luglio del 1281.
- Fu pubblicato nella raccolta de' diplomi in appendice alla storia
- del Ducange. _Ed. Ven. p. 15._
-
-(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti
-sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua
-protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che
-non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391].
-Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò
-a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre
-de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario
-dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere
-al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e
-l'impazienza loro di liberarsene.
-
- [391] Gli storici greci non fanno parola di questa spedizione. Il
- Ducange peraltro cita Niceforo Gregora _l. V, c. 12_, ma per uno
- strano abbaglio perchè il V libro non ha che sette capitoli. --
- _Ducange Hist. de Costant. l. VI, c. 12, p. 97._
-
-Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da
-Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende
-che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo
-Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo,
-che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva
-rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo
-erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di
-riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per
-ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la
-Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida
-non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di
-Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394].
-L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si
-pose in viaggio per la Spagna.
-
- [392] Dante pose papa Nicolò nell'inferno perchè colpevole di
- quest'atto simoniaco, _c. XIX, v. 98_. Pare peraltro che niun
- commentatore abbia avvertito che il poeta gli rimproverasse questa
- transazione.
-
- [393] _Gio. Villani l. VII, c. 53, p. 270._
-
- [394] _F. Francisci Pipini Chron. l. III, c. 12, t. IX, p. 687._
-
-Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata
-morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi
-progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che
-i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi
-contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a
-Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle
-che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo
-pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua
-protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al
-contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi.
-
-(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile,
-presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di
-domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco
-catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva,
-risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra
-il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni
-dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi
-cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601.
-Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti
-di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato:
-«Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede,
-pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo
-promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396].»
-
- [395] _Indices rerum ab Aragon. Regibus gestarum Hisp. ill. t. III,
- p. 116_: quest'opera è un compendio dello Zurita, della quale io non
- ho più per le mani il testo spagnuolo. -- _Raynald. ad an. 1275, §
- 13, p. 237, ex Leandro et Zurita._
-
- [396] _Giannone l. XX, c. 5, t. III, p. 60, ex Costanzo l. II. --
- Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. -- Hisp. illust. t. II, p.
- 621._
-
-Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato
-scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso
-domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e
-quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro
-uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi,
-prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide,
-abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un
-demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri
-di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi
-rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta;
-ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori
-e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di
-danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una
-crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente
-a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da
-Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata
-assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni
-de' Siciliani col ferro e col fuoco.
-
- [397] _Nicolai Specialis rerum Sicul. l. I, c. 3, p. 924, t. X._
-
-Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a
-Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che
-diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che
-gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in
-movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce
-d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci
-mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece
-equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed
-otto palandre[399].
-
- [398] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 276._
-
- [399] _Annales Genuens. Caffari Contin. l. X, p. 576._
-
-Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma
-perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il
-re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno
-all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo
-cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli
-rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano
-praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a
-così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva
-grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni
-sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi
-schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per
-interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua
-spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente
-armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre
-se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di
-rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo
-segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale
-risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia,
-che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna
-precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al
-cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica.
-A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non
-poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle
-vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori.
-
- [400] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 277._
-
-Giovanni di Procida non aveva aspettato che la flotta arragonese fosse
-apparecchiata per passare in Sicilia e scorrere quell'isola sotto
-diversi travestimenti. Col danaro de' Greci somministrava armi a
-chiunque non ne aveva; alimentava, riscaldava il loro spirito colla
-speranza di una pronta liberazione, e soprattutto comunicava ai suoi
-compatriotti quel profondo implacabile odio contro i Francesi, ch'era la
-molla di tutte le sue azioni. Egli non formava congiure, ma eccitava le
-passioni del popolo onde fosse apparecchiato ad ogni avvenimento ed al
-risentimento dei primi oltraggi, troppo sicuro che non mancherebbe poi
-qualche eccitamento al comune odio. Chiedeva soprattutto ai nobili ed ai
-militari che avevano lungo tempo soggiornato nell'interno dell'isola, di
-passare a Palermo e di frammischiarsi ancora ai loro concittadini,
-ond'essere a portata di dirigere i movimenti popolari tosto che
-scoppierebbero[401].
-
- [401] _Gio. Villani l. VII, c. 60. p. 277._ -- _ Jacchetto Malespini
- contin. Ricordani, c. 209. p. 1029._
-
-All'indomani della Pasqua, lunedì 30 marzo 1282, i Palermitani, com'era
-loro costume, si posero in via per andare ai vesperi alla chiesa di
-Monreale, tre miglia lontana dalla città. Era il passeggio ordinario de'
-giorni di festa, e tutto il cammino trovavasi coperto di uomini e di
-donne. I Francesi stabiliti in Palermo, e lo stesso vicario reale
-prendevano parte alla festa ed alla processione. Questi per altro aveva
-pubblicato un'ordinanza, che vietava ai Siciliani di portar armi per
-esercitarsi nel maneggio delle medesime ne' giorni festivi, secondo
-l'antica usanza[402]. I Palermitani erano dispersi pei prati
-raccogliendo fiori, e salutando con grida di gioja il ritorno di
-primavera, quando una giovanetta, non meno distinta per la sua bellezza
-che pei suoi natali, s'avviò al tempio, accompagnata dallo sposo, cui
-era promessa dai suoi parenti e da' suoi fratelli. Un Francese per nome
-Drovet s'avanzò con insolenza verso la giovane, e sotto pretesto di
-assicurarsi che non avesse armi nascoste, le pose sfrontatamente la mano
-in seno: la fanciulla cadde svenuta tra le braccia del suo sposo, ed un
-grido di furore si alza tutto ad un tratto, _muojano, muojano i
-Francesi_! e Drovet, ferito colla propria spada, fu la prima vittima
-della rabbia popolare. Un solo non si sottrasse alla morte di quanti
-Francesi assistevano alla festa. I Siciliani, quantunque disarmati, ne
-uccisero duecento in campagna, mentre le campane di Monreale suonavano i
-vesperi. Dalla campagna il popolo furibondo rientrò in città gridando
-sempre, _muojano i Francesi_, e qui la carnificina ricominciò più feroce
-che mai. Una terribile rappresaglia fa questa del massacro di Benevento
-e di Augusta, benchè esercitata sopra un minor numero di Francesi:
-uomini, donne, fanciulli, tutto quanto apparteneva a questa detestata
-nazione fu messo a morte, ed il ferro andò fino a cercare nel seno d'una
-sposa siciliana l'abborrito frutto della sua unione con un Francese.
-Quattro mila persone perirono in questa prima notte[403].
-
- [402] _Bartholom. de Neocastro c. 14, p. 1027._
-
- [403] Velly nella sua storia di Francia _ad an._ aggiugne a questo
- racconto molte circostanze ed aneddoti intorno alla morte di varj
- cavalieri francesi. Non so dove gli abbia presi, non certo negli
- autori da lui citati. Forse furono conservati dalla tradizione. È
- sopra tal sorta d'autorità che raccontasi che i Siciliani
- riconoscevano i Francesi alla pronuncia di due vocaboli _ceci_ e
- _ciceri._ I Francesi non riuscivano quasi mai a pronunciare il _c_
- italiano, e l'accentazione loro riesce ancora più difficile.
-
-Per grande che fosse l'odio de' Siciliani, mal sapevano risolversi ad
-imitare l'esempio di Palermo; tutto il mese d'aprile si consumò in vani
-attacchi de' Francesi contro Palermo ed in trattati di quegli abitanti
-cogli altri Siciliani. Ma pareva che il furore de' Palermitani fosse
-contagioso; e la loro resistenza e l'impunità di cui godevano, erano
-d'incoraggiamento a coloro che volevano imitarli. Gli abitanti di Bicaro
-ed in seguito quelli di Corleone unironsi a quelli di Palermo,
-suggellando la loro alleanza col sangue de' Francesi che trovarono nel
-loro paese, mentre che quelli di Calatafino, governati dal rispettabile
-Guglielmo de' Porcelets, nobile provenzale, che solo di tutti i Francesi
-non aveva offesa l'umanità, nè tradita la giustizia, mandavano
-onoratamente al di là del Faro quest'uomo virtuoso colla sua famiglia.
-Tutte le borgate e le città dell'isola si andavano una dopo l'altra
-associando alla ribellione. Messina fu l'ultima ad entrare nella
-congiura: tutti i soldati francesi eransi rifugiati in questa città; e
-vi si trovava il vicario reale alla testa di seicento cavalli; ma il 28
-aprile i cittadini atterrarono gli stemmi di Carlo d'Angiò, cacciarono
-il suo vicario ed i soldati al di là del Faro e giurarono di voler
-essere partecipi della sorte degli abitanti di Palermo. Nel precedente
-giorno i Palermitani avevano spedita una deputazione a Pietro d'Arragona
-per invitarlo a venire a prendere possesso del regno di Sicilia e a dare
-soccorso a' suoi sudditi che si ponevano tra le sue braccia.
-
-La notizia dei Vesperi Siciliani era stata più sollecitamente recata a
-Carlo d'Angiò; l'arcivescovo di Monreale erasi affrettato di
-spedirgliela alla corte di Roma, ove allora dimorava. «Sire Dio, gridò
-Carlo nel riceverla, poichè ti piacque di mandarmi un infortunio, ti
-piaccia almeno di ordinare che il mio abbassamento si faccia
-lentamente[404].»
-
- [404] _Giovanni Villani l. VII, c. 61. p. 278._
-
-
-FINE DEL TOMO III.
-
-
-
-
-TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO III.
-
-
- CAPITOLO XVI. _Continuazione del regno di
- Federico II. -- Guerra della lega lombarda
- contro questo imperatore. -- Viene dal papa
- deposto nel concilio di Lione._ 1234=1245 _pag._ 3
-
- Conformità e differenze tra i due Federici
- e le due leghe lombarde _ivi_
- Pericolosa situazione di papa Gregorio IX 5
- 1234 Gregorio IX accusato d'aver fatto ribellare
- Enrico figliuolo dell'imperatore contro il padre 7
- 1235 Federico fa prigioniero a Worms suo figliuolo,
- e lo manda in Puglia, ove muore 9
- Ezelino III da Romano richiama Federico
- in Lombardia 10
- Ezelino III e suo fratello Alberico eransi
- tra di loro divisi gli stati paterni
- l'anno 1232 in seguito all'abdicazione
- fattane dal padre per divozione 11
- Alberico da Romano signore di Treviso 12
- Ezelino III fatto podestà di Verona l'anno 1226 13
- 1236 Ezelino introduce in Verona una guarnigione
- imperiale, che rende più ferma la
- sua autorità _ivi_
- Cremona, Parma, Modena e Reggio fedeli alla
- parte ghibellina _ivi_
- Opposto carattere delle aristocrazie e delle
- oligarchie 14
- Oligarchie sediziose della Marca Trivigiana 16
- Federico II entra in Verona il 16 agosto con
- un'armata tedesca 17
- Sorprende Vicenza, che abbandona al saccheggio 18
- Padova affida a sedici gentiluomini la cura
- della sua difesa 19
- 1237 Tradimento dei nobili; sforzi del podestà per
- salvare la repubblica 20
- Padova data in mano d'Ezelino 21
- Questi prende con astuzia alcuni ostaggi che
- fa custodire nelle sue fortezze 23
- Fa arrestare il priore di san Benedetto, di
- cui teme l'influenza 24
- Federico II riunisce presso Verona un'armata 28
- Invade lo stato di Brescia 29
- Batte i Milanesi a Cortenova il 27 di novembre 30
- I Milanesi fuggiaschi accolti da Pagano della
- Torre signore della Valsassina 31
- 1238 Federico si avanza nel Piemonte staccando
- dalla lega quelle città 33
- Assedia Brescia senza riuscita 34
- Guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este
- appaciata da Federico 36
- 1239 Federico viene scomunicato da Gregorio IX 37
- Pietro dalle Vigne, cancelliere dell'imperatore
- giustifica il suo padrone innanzi al popolo
- di Padova _ivi_
- Il marchese d'Este, il conte di san Bonifacio
- ed Alberico da Romano si staccano
- dall'imperatore 39
- Principio delle crudeltà d'Ezelino 40
- Federico si porta in Toscana 41
- Guerre civili in Sardegna tra i gentiluomini
- pisani 43
- I Visconti di Pisa stabiliti in Sardegna si
- dichiarano per la parte guelfa _ivi_
- Le fazioni di Pisa assumono i nomi di Conti
- e di Visconti 44
- Federico accorda il titolo di re di Sardegna
- ad Enzio suo figlio naturale _ivi_
- 1240 Federico s'avvicina a Roma ove Gregorio
- predica contro di lui la crociata 45
- I Guelfi prendono Ferrara e lasciano morire
- in prigione il vecchio Salinguerra 47
- Gregorio IX convoca un concilio in Laterano
- pel susseguente anno 48
- 1241 I Pisani armano una flotta per prendere i
- prelati francesi 51
- I prelati s'imbarcano sopra una flotta
- genovese e sono attaccati e fatti prigionieri
- il 3 maggio in faccia a Meloria da Ugolino
- Buzzacherino dei Sismondi _ivi_
- Costanza de' Genovesi dopo la disfatta 52
- Morte di Gregorio IX accaduta il 21 agosto 53
- 1242 Vacanza della santa sede. Lettera di Federico
- ai cardinali 55
- Discordia nelle città cagionata dall'ambizione
- de' gentiluomini 56
- Pagano della Torre capo in Milano del partito
- democratico 57
- Fra Leone da Perego arcivescovo di Milano
- alla testa dei nobili 58
- Guerre tra le città Lombarde 59
- 1243 Sinibaldo del Fiesco eletto papa il 24 giugno
- col nome d'Innocenzo IV _ivi_
- Negoziazioni di Federico col nuovo pontefice 61
- 1244 Il 27 giugno il papa fugge travestito dallo
- stato della chiesa e s'imbarca 63
- Viene condotto a Genova dal podestà 65
- Cospirazione de' Francescani contro Federico,
- nella quale è complicato il papa 66
- 1245 Il papa giugne a Lione e vi aduna un concilio 67
- Il 28 giugno si fa l'apertura del concilio.
- Disgrazie della Cristianità _ivi_
- L'imperatore accusato da Innocenzo viene
- difeso da Tadeo di Suessa 70
- Seconda sessione del concilio nella quale è
- citato l'imperatore _ivi_
- Terza sessione tenuta il 17 luglio 71
- L'imperatore è condannato dal concilio,
- e deposto dal papa 74
-
- CAPITOLO XVII. _Fine del regno di Federico II. -- Assedio
- di Parma. -- Rivoluzioni di Toscana. -- Tirannide
- d'Ezelino._ 1245=1250 75
-
- 1245 Accanimento dei papi contro la casa di Svevia _ivi_
- Aperta opposizione alla chiesa dei
- gentiluomini, e dei letterati 76
- Attaccamento al papa de' Francescani e de'
- Domenicani 77
- Rapide conversioni da loro operate, seguite
- da subite rivoluzioni 79
- Molti nobili di Parma abbracciano il partito
- della chiesa _ivi_
- 1246 Il papa tenta di sollevare contro Federico
- le due Sicilie 80
- Congiura dei San Severini contro Federico 82
- Congiura di Pietro delle Vigne 84
- Tenta d'avvelenare l'imperatore 87
- Volontaria morte di Pietro delle Vigne _ivi_
- Sforzi fatti da Federico per riconciliarsi
- colla Chiesa 90
- 1247 Domanda di passare in Oriente per far la
- guerra agl'infedeli 91
- Va fino a Torino per recarsi alla corte del papa 92
- È richiamato a dietro dalla rivoluzione di
- Parma scoppiata il 16 giugno 93
- Importanza della città di Parma per Federico 94
- I capi de' Guelfi vi si chiudono dentro
- per difenderla 95
- I Ghibellini si portano al campo
- dell'imperatore sotto Parma 96
- Federico fa prova di spaventare i Parmigiani
- coi supplicj 97
- I soldati di Pavia fanno cessare queste
- crudeltà 98
- Federico fonda presso Parma una città, cui
- dà il nome di Vittoria 98
- 1248 L'armata di Federico viene sorpresa il 18 di
- febbrajo, e distrutta la sua città della
- Vittoria 100
- Federico fa nuove istanze al re di Francia
- per essere rappacificato colla Chiesa 101
- I grandi signori Francesi irritati dalla
- durezza del papa 102
- Preponderanza del partito ghibellino
- in Toscana 103
- Firenze inclina a favore dei Guelfi _ivi_
- L'imperatore manda a Firenze suo figlio,
- Federico d'Antiochia 105
- I Guelfi cacciati fuori di Firenze la notte
- della candelora 107
- 1249 L'imperatore insegue i Guelfi ne' castelli
- di Toscana che assedia 108
- 1248 Ottaviano degli Ubaldini legato del papa
- a Bologna 109
- I Bolognesi costringono le città della Romagna
- ad abbracciare il partito guelfo 110
- 1249 L'armata Bolognese va contro Enzio sul Panaro 111
- Battaglia di Fossalta del 16 maggio 1249 112
- Rotta dei Ghibellini, Enzio fatto prigioniere 114
- 1249 Enzio condotto in trionfo nelle prigioni
- di Bologna 115
- Vi è tenuto fino alla morte, 1271 116
- I Modenesi insultati dai Bolognesi sono
- costretti di battersi 117
- Trattato tra Bologna e Modena
- del 19 gennajo 1250 118
- 1239-1250 Progressi e crudeltà d'Ezelino da Romano 119
- Fa morire di fame i quattro signori
- di Vado nel 1240 122
- Fa morire suo nipote Guglielmo di Campo
- Sampiero, e tutti i suoi parenti 123
- 1250 Coraggio di Raineri di Bonello, e di Giovanni
- di Scanarola 124
- Accusati che muojono sotto la tortura 125
- Fabbrica di nuove prigioni più orribili che
- le antiche _ivi_
- Crudeltà d'Ansedisio de' Guidotti podestà
- d'Ezelino a Padova 126
- Strage dei Delesmanini amici e parenti d'Ezelino 127
- Nuovi tentativi di Federico presso san Luigi
- per la pace della Chiesa 128
- Morte di Federico II a Fiorentino nella
- Capitanata accaduta il 13 dicembre 130
- Ritratto di Federico fatto da Giovan Villani _ivi_
- Ritratto di Federico fatto da Nicola
- di Jamsilla 131
-
- CAPITOLO XVIII. _Innocenzo IV torna in Italia. -- Sue
- guerre con Corrado e Manfredi. -- Sua
- morte. -- Roma sotto il suo pontificato;
- il senatore Brancaleone. -- La Toscana:
- il governo popolare si stabilisce in
- Firenze._ 1251=1255 134
-
- 1250-1273 Interregno di 23 anni senza re de' Romani _ivi_
- 1250-1310 Interregno di 60 anni senza imperatore
- riconosciuto in Italia 135
- Gl'interessi della Germania si dividono per
- qualche tempo da quelli dell'Italia 136
- 1251 Gioja d'Innocenzo IV per la morte di Federico II 137
- Unisce la città di Napoli allo stato della
- Chiesa _ivi_
- Innocenzo torna a Genova, e vi trova i
- deputati di quasi tutta l'Italia 138
- Le città ghibelline cercano di riconciliarsi
- con lui 139
- Sua andata, ed ingresso trionfale in Milano 140
- Esaurimento delle finanze de' Milanesi 141
- Ingratitudine del papa verso i Milanesi 143
- I Milanesi si accostano alla parte ghibellina _ivi_
- Doppia discordia dei Guelfi e dei Ghibellini,
- dei plebei e dei nobili 145
- La scelta fra le parti dipendeva
- dall'inclinazione non dal calcolo
- dell'egoismo _ivi_
- Fedeltà dei grandi ai loro principj,
- entusiasmo passaggere della moltitudine 148
- Viaggio del papa da Milano a Perugia _ivi_
- Divisione degli stati di Federico
- tra i suoi figliuoli 149
- Corrado IV scende d'ottobre in Italia _ivi_
- 1252 Il regno delle due Sicilie amministrato
- da Manfredi figliuol naturale di Federico 150
- Corrado giugne nel regno e ne assume
- l'amministrazione 151
- Corrado cerca di riconciliarsi colla Chiesa 153
- Corrado assedia Napoli 154
- 1253 Punisce crudelmente i Napoletani della loro
- resistenza _ivi_
- Innocenzo IV offre la corona di Napoli a
- Riccardo, conte di Cornovaglia 156
- Riccardo rifiuta l'offerta, che viene
- accettata da suo nipote Edmondo 158
- 1254 Corrado muore inaspettatamente il 21 maggio
- a Lavello _ivi_
- La morte di tutti i principi svevi attribuita
- dai Guelfi a veleno 159
- I tutori di Corradino, figlio di Corrado,
- lo pongono sotto la protezione del papa 160
- 1254 Il papa rompe ogni trattato cogl'Inglesi,
- e vuole sottomettere la Sicilia alla santa
- sede 158
- Insurrezioni nelle Sicilie contro i Saraceni
- ed i Tedeschi 161
- Manfredi si porta in persona al campo del papa
- per sottomettersi a lui 163
- Orgoglio degli esiliati che rientrano col papa
- nel regno di Napoli 164
- Zuffa tra Borello d'Anglone e Manfredi 165
- Borello ucciso dalle genti di Manfredi, che
- viene accusato d'omicidio _ivi_
- Fuga di Manfredi a traverso le montagne 166
- Attraversa la Capitanata per avvicinarsi
- a Luceria 167
- I Saraceni di Luceria, malgrado del loro
- governatore, si dichiarano a suo favore 170
- Ajuti che Manfredi trova in Luceria 172
- Rompe il marchese d'Oemburgo, ed il cardinale
- di sant'Eustachio 173
- Morte d'Innocenzo IV, il 7 dicembre,
- elezione d'Alessandro IV 174
- 1254 Carattere d'Innocenzo IV 175
- La sola Roma non riconosce la sua autorità 176
- Anarchia cagionata dai nobili romani 178
- 1253-1256 Brancaleone d'Andalo, nobile bolognese
- senatore di Roma _ivi_
- Sua severità contro i nobili romani 179
- Minaccia il papa, e lo sforza a rientrare
- in Roma 180
- Sedizione contro Brancaleone, che viene
- imprigionato 182
- È posto in libertà per l'intromissione dei
- Bolognesi, indi ripristinato nella sua carica 183
- 1258 Muore compianto da tutto il popolo 184
- 1250 Costumi e semplicità dei Fiorentini 185
- Governo aristocratico stabilito in Firenze
- da Federico II 186
- Il popolo si rivolta contro i nobili
- il 20 ottobre del 1250 187
- Organizzazione civile e militare che si
- danno i Fiorentini 188
- 1251 Il 7 gennajo vengono richiamati gli esiliati
- guelfi 190
- 1252 Vittorie de' Fiorentini sopra il partito
- ghibellino e sopra i Pisani 191
- Il fiorino d'oro, moneta non mai alterata,
- battuta in Firenze per la prima volta 192
- 1253 Pistoja si sottomette al partito guelfo,
- e riceve guarnigione da Fiorenza 193
- 1254 L'anno delle vittorie dei Fiorentini 194
- I Sienesi sottomessi al partito guelfo 194
- Volterra presa e sottomessa al partito guelfo 195
- I Pisani costretti a chiedere pace 196
- 1255 Arezzo sorpreso per tradimento d'un generale,
- viene rimesso in libertà 197
- Grandi uomini di Firenze in quest'epoca 199
- Disinteressamento d'Aldobrandino Ottobuoni 200
-
- CAPITOLO XIX. _Pontificato d'Alessandro IV. -- Crociata
- contro Ezelino; disfatta e morte
- di questo tiranno. -- Manfredi re di Sicilia
- soccorre i Ghibellini toscani; battaglia di
- Monteaperto o dell'Arbia._ 1255=1260 202
-
- Carattere d'Alessandro IV _ivi_
- 1255 Fa predicare la crociata contro Ezelino
- da Romano 203
- Orribile crudeltà e gelosia universale
- d'Ezelino 205
- Coraggio dei due fratelli Monte ed Araldo
- di Monselice 207
- 1256 Il legato del papa arcivescovo di Ravenna
- aduna i crociati a Venezia 208
- Il marchese d'Este ed il conte di san
- Bonifacio, signore di Mantova, del numero
- de' crociati 210
- Ezelino padrone di Verona, Vicenza, Padova,
- Feltre e Belluno _ivi_
- 1256 Ezelino minaccia Mantova e Brescia 211
- Pusillanimità del suo luogotenente a Padova 212
- I crociati s'impadroniscono di Padova
- il 19 giugno 214
- Orribili prigioni d'Ezelino in Padova _ivi_
- Ezelino si fa dare successivamente in mano
- undici mila padovani, che aveva nella sua
- armata, e li fa quasi tutti perire 215
- Viltà ed indisciplina dell'armata crociata 217
- Alberico da Romano viene all'armata crociata
- per tradirla 218
- I crociati respingono Ezelino che attaccava
- Padova 219
- 1257 Ezelino cerca di fare nuove alleanze 220
- 1258 I Bresciani che s'uniscono ai crociati sono
- battuti da Ezelino 221
- Brescia apre le porte ad Ezelino 222
- Ezelino cerca di perdere i suoi alleati
- Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara 223
- 1259 Questi due signori si uniscono coi Guelfi 224
- Atrocità commesse da Ezelino a Friola 226
- S'inoltra in sul finir d'agosto verso Milano 227
- 1259 Trovasi avviluppato dai nemici al di là
- dell'Adda 228
- Rimane ferito il 16 settembre al ponte di
- Cassano 230
- È fatto prigioniere; lacera le sue piaghe,
- e si lascia morire il 27 settembre 231
- Tutte le città a lui soggette ricuperano
- la libertà 232
- 1260 Alberico da Romano suo fratello condannato
- a morte coi suoi figliuoli 233
- Pochi talenti d'Alessandro IV 235
- Rifiuta di trattare con Manfredi, e fomenta
- le ribellioni in Calabria 236
- 1258 Manfredi prende la corona di Sicilia
- l'undici agosto, sull'avviso della morte
- di Corradino 238
- Quando sa che vive ancora promette di
- nominarlo suo successore 239
- 1260 I Ghibellini toscani ricorrono a Manfredi 240
- Erano stati cacciati da Firenze in luglio
- del 1258 _ivi_
- La repubblica di Siena li proteggeva 242
- Giordano d'Anglone spedito da Manfredi a Siena _ivi_
- Farinata degli Uberti sollecita nuovi soccorsi 244
- Farinata espone un corpo di cavalleria tedesca
- agli attacchi de' Fiorentini, che abusano
- della loro vittoria 245
- 1260 Manfredi irritato manda nuove truppe
- contro i Fiorentini 246
- Farinata attira i Fiorentini nel territorio
- di Siena 247
- Opposizione dei gentiluomini guelfi a questa
- pericolosa spedizione 248
- I Fiorentini con tre mila cavalli e trenta
- mila fanti s'accampano a Monte aperto in
- riva all'Arbia 249
- Battaglia d'Arbia il giorno 4 settembre e
- rotta totale dei Fiorentini 251
- Spavento della città di Firenze dopo tale
- disfatta 252
- I Guelfi abbandonano volontariamente
- Firenze il 15 settembre, e si ritirano
- a Lucca 253
- Il 27 settembre i Ghibellini occupano
- Firenze 255
- I Ghibellini trattano in un congresso se
- debbasi distruggere Firenze 256
- Farinata degli Uberti prende la difesa
- di Firenze 257
- Farinata nell'inferno di Dante 264
-
- CAPITOLO XX. _Decadimento e servitù delle
- repubbliche Lombarde. -- Rivoluzioni
- nelle repubbliche marittime. -- Loro rivalità. -- Costantinopoli
- ritolta da' Greci ai
- Veneziani ed ai Francesi._ 1250=1264 267
-
- Le città lombarde, le prime libere, perdono
- prima delle altre la libertà 267
- Cagioni della loro servitù 269
- Mancanza di sicurezza individuale 270
- Turbulenze de' cittadini e violenza
- delle passioni _ivi_
- Le stesse inclinazioni oggi turbano meno
- la società 271
- Accanimento dell'odio e desiderio di vendetta 273
- Le funzioni pubbliche oggetto di gelosia tra
- i nobili ed il popolo _ivi_
- La potenza dei nobili fondata sul numero
- dei membri di una famiglia 275
- Famiglie artificiali pel popolo, o società
- popolari _ivi_
- Cambiamento nella disciplina militare 276
- Nella prima guerra di Lombardia
- l'infanteria formava la forza delle armate 277
- Perfezionamento dell'armatura degli uomini
- d'armi 278
- È opera de' gentiluomini 279
- Forza irresistibile degli uomini d'armi 280
- La forza militare trovasi tutta in mano
- de' nobili 281
- Gli uomini d'armi perdono il loro vantaggio
- nelle città 282
- Truppe mercenarie di armatura pesante 283
- Gli esiliati e gli emigrati formano le prime
- truppe mercenarie 284
- 1256 I nobili ed il popolo eleggono ognuno il
- loro podestà 285
- Martino della Torre podestà del popolo,
- erede del credito di suo zio Pagano 286
- 1257 Guerra tra il popolo di Milano ed i nobili
- alleati dei Comaschi 287
- 1258 Trattato di sant'Ambrogio fatto il 4 aprile,
- che divide i pubblici impieghi 288
- Nuove guerre civili 289
- 1259 Martino della Torre nominato anziano e
- signore del popolo 290
- Sua influenza accresciuta dalla disfatta
- di Ezelino 292
- Martino della Torre viene nominato signore
- di Lodi _ivi_
- Pelavicino si mette al soldo de' Milanesi 293
- 1261 I nobili milanesi assediati nel Castel di
- Tabiago 295
- 1263 Ottone Visconti eletto dal papa arcivescovo
- di Milano in opposizione a Raimondo della
- Torre, nipote di Martino 296
- La città di Novara nomina Martino suo
- signore _ivi_
- 1264 Filippo della Torre successore di Martino
- si assoggetta Como, Vercelli e Bergamo 297
- Repubbliche marittime 299
- Potere dei dogi di Venezia 300
- 1032 Loro potere monarchico limitato nell'elezione
- di Domenico Flabenigo 301
- 1172 Creazione del maggior consiglio dopo la
- morte di Vitale Michieli 303
- Difficoltà delle elezioni popolari 304
- L'elezione del maggior consiglio affidata a
- dodici tribuni 305
- Inclinazione del governo verso l'aristocrazia
- dopo la formazione del maggior consiglio 307
- I nobili di Venezia non avevano forze
- individuali come quelli di Lombardia _ivi_
- 1179 Istituzione della vecchia quarantia,
- tribunal criminale 309
- 1229 Istituzione del consiglio de' pregati 310
- Nuove limitazioni all'autorità del doge _ivi_
- Giuramento de' dogi 311
- 1249 Elezioni dei dogi; la scelta combinata
- colla sorte 313
- I Veneziani rivolgono tutta la loro
- attenzione verso l'Oriente 314
- 1225 Pongono in deliberazione se debbano
- trasportare in Costantinopoli la sede
- del governo 315
- Le isole del mar Egeo cedute in feudo ai
- particolari cittadini 316
- 1225 Candia resa immagine della Metropoli 317
- Gelosia tra i Veneziani ed i Genovesi 319
- 1258 Si contrastano una chiesa in san Giovanni
- d'Acri 321
- Prima guerra marittima tra questi due popoli _ivi_
- 1261 13 marzo. Alleanza de' Genovesi con Michele
- Paleologo 323
- 1237-1261 Regno e debolezza di Baldovino II imperatore
- latino _ivi_
- Talenti degl'imperatori di Nicea, Vatace,
- Lascari e Paleologo 324
- 1261 Impresa dei Veneziani sopra Dafnusio 325
- Cesare Strategopulo sorprende Costantinopoli
- il 25 di luglio 326
- I Latini fuggono a Negroponte 328
- In quale stato trovavasi Costantinopoli
- quando vi rientrarono i Greci 329
- Michele Paleologo assegna Galata per abitazione
- ai Genovesi 331
- Conserva ai Veneziani ed ai Pisani le loro
- colonie a Costantinopoli _ivi_
- Cede l'isola di Chio ai Genovesi. Storia di
- quest'isola 332
- Costituzione de' Genovesi in quest'epoca 334
- Potere della nobiltà _ivi_
- 1261 Gelosia del popolo contro la nobiltà 334
- 1257 Guglielmo Boccanigra primo capitano del popolo 339
- 1262 Guglielmo deposto in conseguenza di una congiura
- del popolo 342
- 1264 Potenza delle quattro famiglie Grimaldi,
- Fieschi, Doria e Spinola 343
-
- CAPITOLO XXI. _Carlo d'Angiò chiamato dai
- papi procura in Italia al partito guelfo
- un'assoluta superiorità. -- Conquista il
- regno di Napoli. -- Disperde l'armata
- di Corradino, e fa perire questo principe
- sul patibolo._ 1261=1268 346
-
- 1261 25 maggio. Morte d'Alessandro IV. Elezione
- di Urbano IV 347
- Alterigia e violenza d'Urbano IV contro
- Manfredi 348
- 1262 Urbano vuole impedire il matrimonio di Costanza
- figlia di Manfredi col figlio del re Giacomo
- d'Arragona 350
- Urbano offre la corona di Napoli a Carlo d'Angiò 351
- 1263 Induce Edmondo d'Inghilterra a rinunciare alla
- sua investitura 354
- Stabilisce le condizioni dell'investitura
- con Carlo d'Angiò 356
- 1264 Carattere e situazione di Carlo d'Angiò 357
- Prima armata di crociati francesi contro
- Manfredi l'anno 1261 359
- 1264 Filippo della Torre, signore di Milano,
- si stacca dai Ghibellini 361
- Imprese in Lombardia dei Guelfi emigrati
- di Toscana 363
- Manfredi cerca di chiudere a Carlo d'Angiò
- la strada di Lombardia _ivi_
- 1265 Morte d'Urbano IV. Gli succede Clemente IV 365
- Carlo nominato dai Romani senatore di Roma _ivi_
- Il voto de' crociati per la Terra santa
- convertito in una crociata contro Manfredi 367
- L'armata di Carlo condotta da sua moglie e
- da suo genero Roberto di Bethune _ivi_
- Carlo venuto per mare si sottrae alla flotta
- di Manfredi, ed il 24 maggio entra in Roma
- con mille cavalieri 368
- Viene rimproverato dal papa per essersi
- alloggiato nel palazzo del Laterano 369
- Riceve l'investitura del regno delle due Sicilie 370
- L'armata francese scende in Piemonte sul finire
- dell'estate 372
- Napoleone della Torre la conduce a traverso
- il milanese 373
- Ella batte Pela vicino, e delude Buoso di
- Dovara _ivi_
- Fa reclute in Romagna 374
- 1266 Carlo d'Angiò entra nel regno per la strada
- del Ferentino 375
- Manfredi tradito da' suoi sudditi 376
- Le due armate s'incontrano presso al fiume
- Calore 377
- Battaglia di Grandella del 26 febbrajo _ivi_
- Manfredi abbandonato dai baroni della Puglia 381
- Disfatta e morte di Manfredi 382
- Carlo gli rifiuta gli onori del sepolcro 383
- La città di Benevento abbandonata dai Francesi
- al saccheggio 384
- Avidità degli ufficiali mandati da Carlo
- nelle province 386
- Carlo rimproverato da Clemente IV pel suo
- cattivo governo 388
- Guido novello capitano della cavalleria di
- Manfredi in Toscana 389
- Temporeggia coi Guelfi di Firenze 390
- Riunione in Firenze delle corporazioni dei
- mestieri _ivi_
- Sommossa presso al ponte santa Trinità 392
- Il conte Guido esce di Firenze colla sua
- truppa il giorno 11 di novembre _ivi_
- Viene respinto quando tenta di rientrarvi 393
- 1267 Carlo manda Gui di Monforte in Toscana per
- sostenere i Guelfi 394
- Nuova costituzione di Firenze _ivi_
- Stabilimento d'una magistratura del partito
- guelfo 396
- Carlo viene in Toscana il 1.º agosto ed
- assedia Poggibonzi 399
- I Ghibellini ricorrono a Corradino in Allemagna 400
- Corradino giugne a Verona in fine del 1267 403
- Carlo vuole impedirgli il passaggio della
- Toscana 404
- 1268 Carlo viene richiamato dal papa nel regno
- di Napoli _ivi_
- Enrico di Castiglia, senatore di Roma, arma
- in favore di Corradino 406
- Corrado Capece va in Affrica a cercare gli
- emigrati ghibellini, che conduce in Sicilia 408
- Carlo assedia Luceria ribellatasi a favore
- di Corradino 410
- Corradino giugne a Pisa in maggio; potenti
- sforzi fatti per lui dai Pisani _ivi_
- Rompe in Toscana Belselve luogotenente di Carlo 411
- Minaccia a Viterbo il papa, che lo ha
- scomunicato 412
- Penetra nel regno a traverso gli Abruzzi 414
- Battaglia di Tagliacozzo il 23 agosto 415
- 1268 Corradino prima vincitore viene disfatto
- per avere rotta la sua ordinanza 416
- È fatto prigioniero ad Astura di dove voleva
- andare in Sicilia 419
- Tribunale formato per giudicare Corradino _ivi_
- Corradino perde la testa sul patibolo
- il 26 ottobre 422
- Altre vittime della crudeltà di Carlo d'Angiò 423
- Strage degli abitanti d'Augusta 425
- Il guanto, gettato da Corradino in mezzo alla
- folla, viene portato a Costanza figlia di
- Manfredi e moglie del re d'Arragona 426
-
- CAPITOLO XXII. _Smisurata ambizione di Carlo
- d'Angiò. -- Eccita la discordia tra le repubbliche
- italiane per opprimerle. -- Suoi
- progetti impediti dai vesperi Siciliani._ 1268=1282 428
-
- Potenza di Carlo d'Angiò _ivi_
- Morte di Clemente IV accaduta
- il 29 novembre 1268. Vacanza della santa
- sede per trentatre mesi 429
- 1268 I capi dei ghibellini nemici di Carlo
- spogliati del loro potere 430
- Tutte le città soggette ad Oberto Pelavicino
- si rivoltano contro di lui 431
- 1269 Buoso da Dovara, esiliato da Cremona, muore
- nella miseria 432
- Fazioni delle città Lombarde, che più non
- hanno per loro scopo la libertà 433
- Carlo d'Angiò domanda alle città guelfe di
- riconoscerlo per loro capo 435
- 1270 Viene obbligato da suo fratello san Luigi
- ad entrare nell'ultima crociata 436
- Zelo di san Luigi: sue esortazioni ai suoi figli 438
- L'armata crociata sbarca in Affrica presso
- Tunisi 440
- È assalita dalla peste, di cui muojono san
- Luigi e molti crociati _ivi_
- Carlo d'Angiò fa il Bei di Tunisi suo
- tributario 441
- Confisca i beni de' Genovesi naufragati,
- sebbene uniti alla sua flotta 442
- 1271 Gui, conte di Monforte, uccide Enrico figlio
- del conte di Cornovaglia 443
- 1272 Gregorio X nuovo papa cerca di riconciliare
- i Guelfi coi Ghibellini 445
- 1273 Viene a Firenze e fa richiamare in quella
- città, siccome in Siena e Pisa, i Ghibellini
- esiliati 447
- Carlo d'Angiò sforza colle minacce
- i Ghibellini ad emigrare di nuovo 449
- 1273 Il papa cerca pure di pacificare i Genovesi
- con Carlo _ivi_
- Guerra de' Veneziani e de' Bolognesi per la
- navigazione del Po 452
- Il papa la termina con un trattato di pace 453
- Gregorio X vuol dare un nuovo capo all'impero
- d'Occidente 454
- 1257-1271 Riccardo di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia
- concorrono all'impero _ivi_
- 1273 Rodolfo conte d'Absburgo nominato re de' Romani 455
- 1274 Gregorio X riconcilia Michele Paleologo colla
- chiesa romana 458
- Glorioso pontificato di Gregorio X _ivi_
- 1275 Il papa preparasi a condurre i crociati in
- Terra santa 460
- 1276 Muore in principio di gennajo _ivi_
- 1273 Origine delle turbolenze di Bologna. Tragica
- morte d'Imelda dei Lambertazzi 461
- 1274 Guerra civile dei Geremei e de' Lambertazzi;
- esilj di questi 463
- 1275 Vittoria di Guido da Montefeltro sui Geremei
- in Romagna 464
- 1274 A Pisa Ugolino della Gherardesca s'avvicina
- ai Visconti 466
- 1274 Ugolino della Gherardesca e Nino di Gallura
- capi dei Ghibellini e dei Guelfi di Pisa
- esiliati, e nello stesso tempo arrestati
- il 24 giugno 468
- 1275 Il conte Ugolino si associa ai Guelfi 469
- 1276 I Pisani sforzati a richiamare tutti gli
- esiliati _ivi_
- Tre papi in un anno. Innocenzo V, Adriano V
- e Giovanni XXI 470
- 1265-1276 Guerre di Napoleone della Torre contro Ottone
- Visconti, arcivescovo esule di Milano 471
- 1277 Il 21 di Gennajo Ottone Visconti sorprende
- e fa prigioniere Napoleone della Torre 474
- Il popolo di Milano, sommosso contro i della
- Torre, fa suo signore Ottone Visconti 474
- Nicola III nuovo papa scuote il giogo di
- Carlo d'Angiò 476
- Grande potenza di Carlo _ivi_
- Nicola mediatore tra Carlo e Rodolfo _ivi_
- 1278 Riduce Carlo a deporre l'ufficio di senatore
- ed il vicariato della Toscana 478
- Rodolfo conferma e dà esecuzione alle donazioni
- fatte dagl'imperatori alla santa sede 480
- Estensione dei paesi ceduti da Rodolfo alla
- santa sede 482
- Non passano subito sotto il dominio del papa 483
- 1278 Il cardinale Latino incaricato di rappacificare
- la Romagna e la Toscana 484
- 1279 4 agosto. Pace conchiusa a Bologna tra i Geremei
- ed i Lambertazzi 486
- Pace conchiusa a Firenze in febbrajo tra i
- Guelfi ed i Ghibellini 488
- 1280 Morte di Nicola III accaduta il 19 di agosto 490
- 1281 Il 22 febbrajo elezione di Martino IV fatto
- per l'influenza e le minacce di Carlo 491
- I Ghibellini sono di nuovo perseguitati
- in Romagna _ivi_
- Tutte le fortezze della chiesa affidate alle
- creature di Carlo 493
- 1281 Preparativi di Carlo per attaccar Genova 494
- 1279-1282 Odio di Giovanni di Procida. Sue intraprese 495
- Eccita Costanza e Pietro d'Arragona ad assumere
- la difesa dei Siciliani 496
- Visita la Sicilia e risveglia l'odio del popolo
- e dei nobili 498
- Va a Costantinopoli ed ottiene sussidj dal
- Paleologo 501
- Torna a Roma ed ottiene l'assenso de' suoi
- progetti da Nicola III 503
- L'annuncia a Barcellona, indi torna a
- Costantinopoli 504
- 1282 Alterigia di Martino IV verso l'ambasciatore
- Arragonese 505
- Gli ambasciatori Siciliani fatti arrestare da
- Carlo nella corte del papa 506
- Procida porta danaro al re d'Arragona, e lo
- determina a spiegare le vele verso l'Affrica 507
- Procida di ritorno in Sicilia vi aspetta
- un'occasione di ribellione 509
- 1282 Oltraggio fatto presso Palermo da un Francese
- ad una donna all'indomani di Pasqua 510
- Massacro dei Francesi eseguito il 30 marzo
- mentre le campane suonano i vesperi 511
- Gli altri Siciliani seguono l'esempio
- de' Palermitani entro il mese d'aprile 513
- I Francesi sono scacciati da Messina
- il 28 d'aprile _ivi_
-
-FINE DELLA TAVOLA.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (terra ferma/terra-ferma, Oemburgo/Oenburgo e
-simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia delle repubbliche italiane dei
-secoli di mezzo, Tomo III (of 16), by J. C. L. Simondo Sismondi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLE REPUBBLICHE, TOME III ***
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-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO OTHER
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
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-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation information page at www.gutenberg.org
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
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-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at 809
-North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email
-contact links and up to date contact information can be found at the
-Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
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-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
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-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
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-ways including checks, online payments and credit card donations.
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-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
-works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For forty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
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