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- Il mondo è rotondo
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-
-Title: Il mondo è rotondo
-
-Author: Alfredo Panzini
-
-Release Date: April 06, 2012 [EBook #39389]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL MONDO È ROTONDO ***
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-
-Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
-Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
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-
- ALFREDO PANZINI
-
- Il mondo è rotondo
-
- ROMANZO
-
-
- MILANO
- __Fratelli Treves, Editori__
- 1920
- --
- _Prima impressione_ (1.º a 12.º migliaio).
-
- ----
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
-_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
-paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_.
-
-Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti
-il timbro della Società Italiana degli Autori.
-
- Milano, Tip. Treves.
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- ----
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-
- _Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di
- guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come
- lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore
- sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e
- conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non
- ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la
- sua vita_.
-
- Roma, gennaio 1920.
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- INDICE
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-
- I. Lo sputo.
- II. La giovane professoressa.
- III. Pasquà.
- IV. Pedagogia.
- V. Fragole e ale di pollo.
- VI. La morte del rosignolo.
- VII. L'acquazzone.
- VIII. Una notte a Napoli.
- IX. I lavoratori dei conigli.
- X. Cristo.
- XI. Giulio Cesare.
- XII. I discorsi degli animali.
- XIII. Beatus allontana da sè Scolastica.
- XIV. I "fessi" d'Italia.
- XV. "Quis est proximus tuus?"
- XVI. Le prodezze di Biagino.
- XVII. La scimmia a spasso.
- XVIII. Scolastica.
- XIX. La mitragliatrice e i gigli.
- XX. Il pane dell'anima.
- XXI. O Hymen, Hymenaee!
- XXII. Il re dei Bolcevichi.
- XXIII. Il figlio dell'uomo.
- XXIV. Le mammelle.
- XXV. Atrepsia.
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-
- IL MONDO È ROTONDO
-
- Motto: _in omnibus charitas_.
-
-
-
-
- _Capitolo Primo._ -- Lo sputo.
-
-
-Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell'anima,
-non può stare attenta.
-
--- _Si tu stivi attiento, io nun te sputava_, -- disse quel cittadino
-del sud.
-
-Forse voleva dire _attento_ a quel rombo gutturale che precede lo sputo
-dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus
-Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in
-fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans
-nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.
-
-Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza,
-afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma
-in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè,
-non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini
-alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni
-grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia,
-attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro
-il cranio, che basti a stimolare questi manubri.
-
-Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì
-una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un'operazione di
-magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra,
-chiamate _tanks_, e così far paura a quel cittadino del sud, che già
-dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.
-
-«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso
-quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è
-per viltà».
-
-La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci
-bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato
-a guardare con curiosità.
-
-Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che
-pure era di finissimo lino.
-
-«Viltà, non direi: forse un po' di ribrezzo a toccare quell'uomo, come a
-toccare questo sputo.»
-
-Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al
-primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud,
-nessuno aveva veduto.
-
- *
-
-Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città
-del sud, si chiamava -- come è detto -- Beatus Renatus. Era un uomo
-assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano
-nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto:
-_All'illustre Beatus Renatus_.
-
-Dunque era un uomo ragguardevole.
-
-Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo
-onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza
-ossea del cranio.
-
-Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po' ottenebrato e le armi
-inceppate.
-
-Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva
-affidato a Beatus l'onorevole incarico di ispezionare le scuole, e
-perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l'Italia, e aveva preso
-molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.
-
-Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche
-all'esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra,
-dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si
-erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche,
-prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere
-appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato
-i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta
-morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto
-prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.
-
-Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le
-scuole del sud.
-
-Tanto nell'Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva
-riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che
-ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora
-abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da
-non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e
-scopriva il bel gilè con la catena d'oro, ovvero spiegava lentamente il
-fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata
-oratoria che si potrebbe dire all'inglese.
-
-Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord,
-come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse
-più la catena d'oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del
-nord.
-
- *
-
-«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo
-tutte bestie».
-
-Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le
-quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di
-un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano
-filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che
-in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.
-
-Dalle capre Beatus levò l'occhio in su, e vide una colonna annerita dal
-tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa,
-il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l'elsa della spada.
-Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.
-
-Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora
-del mondo.
-
-Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.
-
-E l'Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.
-
-Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono
-ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è
-come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue
-quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.
-
-Mostruosa divinità la Storia!
-
- *
-
-Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po' di latte. Una
-donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La
-mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da
-quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.
-
-Beatus bevve.
-
-La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne
-mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di
-ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno
-sa più chi sia.
-
-Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante,
-anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio,
-anche se non lo governavano.
-
-Quale mostruosa finzione!
-
-Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una
-persona vestita da gentiluomo.
-
-Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!
-
- *
-
-Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza
-avvedersene nel giardino della città -- che lì chiamano _villa_ --
-deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.
-
-Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte
-verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole
-nascente.
-
-Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i
-baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello
-che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per
-abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore
-Guglielmo di Germania.
-
-«Io ricordo, ma anche ricordando -- disse -- non capisco.»
-
-E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono
-niente. E buttano via il loro nome!
-
-
-
-
- _Capitolo II._ -- La giovane professoressa.
-
-
-E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea
-barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.
-
-Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di
-italiano.
-
-Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel
-mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane -- avevano detto a
-Beatus Renatus le autorità del luogo, -- e non priva di buon volere.
-Forse un po' vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po' alti ed è
-profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».
-
-La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante
-passo e chiedendo scusa dell'ora e del luogo, con trepida voce cominciò
-così:
-
--- Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere
-un'anima gentile.... -- Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:
-
--- Ma chi glielo ha detto che io sono un'_anima gentile_? Chi
-l'autorizza a chiamarmi così?
-
-La giovane donna rimase esterrefatta.
-
--- Sappia, lei, che io sono terribile.
-
--- Ma, signore -- disse la donna, -- si vede che lei è un'anima gentile.
-
--- Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una
-cosa grave se si vedesse!
-
-E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè
-bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.
-
--- Io volevo anche dir questo, signore -- riprese la giovane donna --
-che la gentilezza italica mi dava speranza....
-
--- Ta, ta, ta! -- interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava
-più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. -- Sa lei quale è
-il vero nome della _gentilezza italica_? _Debolezza italica!_ Ma lei
-ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte
-in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente
-condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo.
-
--- Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.
-
--- Oh!
-
--- Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo
-paese.
-
--- La risposta è intelligente! -- disse Beatus dopo alcuna lunga
-meditazione. -- Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.
-
-Ella cominciò a parlare.
-
-Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le
-parole timidette.
-
-Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....
-
--- Benissimo, signorina -- diceva Beatus, ma voleva sottintendere:
-«benissimo con limitazione».
-
-La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo
-il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si
-accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno
-davanti alle donne.
-
-Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se
-stavano più attenti a lei che ai libri.
-
-Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso
-di dover osservare che pur l'accento napoletano è grazioso.
-
-Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al
-loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: -- Del resto io
-non domando che la mia felicità -- rimase stupito, e guardò colei che
-domandava con tanta naturalezza la propria felicità.
-
--- Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.
-
--- Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici -- rispose Beatus.
-
-Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione
-graduale dell'iperbole, come si usa con la morfina per guarire i
-morfinomani.
-
-La _felicità_ per la signorina consisteva nell'essere trasferita in una
-grande città.
-
--- Io credevo, signorina -- disse Beatus -- che lei mi domandasse il
-contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di
-questa città?
-
--- Sì, signor Regio Ispettore.
-
--- Non ha qui lei la sua famiglia?
-
--- Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli....
-
--- Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al
-completo.
-
-La parola _marito_ dipinse sul volto della giovane donna un amabile
-rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica
-diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.
-
--- Signore -- disse ella -- non è possibile.
-
--- Oh!
-
--- No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in
-questo paese.
-
--- Questa è un'altra iperbole, signorina.
-
--- È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici.
-E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo
-istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all'indice.
-
-Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono
-tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono
-a togliere lo zoticume, a che servono?
-
-La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio
-Ispettore.
-
--- In una città grande -- disse Beatus --, la cosa mi pare ugualmente
-difficile per altra ragione.
-
-Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.
-
-La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.
-
--- Lei cerca la gloria, signorina? -- domandò Beatus.
-
-Un'onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel
-volto della giovane donna.
-
--- La gloria.... Proprio la gloria, no -- disse titubando. -- Ma almeno
-farsi un nome.
-
--- Lei aspira a farsi un nome?
-
-Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che
-buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel
-volto della giovane donna, che domandava un nome.
-
--- Ma in che modo, signorina?
-
--- Scrivendo, signore! -- disse con trepidazione.
-
--- Scrivendo?
-
-Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti
-trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere.
-In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe
-trovato uno stile....
-
--- Lei cerca, signorina, quello che non c'è.
-
--- Che cosa?
-
--- Lo stile.
-
--- Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?
-
--- Non esiste.
-
--- Come? non esiste? Se non si parla che di stile?
-
--- Quando lei -- disse allora Beatus -- avrà conosciuto tutto senza
-conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà
-salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l'agnello, e il pigmeo
-e l'eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio,
-allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come
-una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non
-saprà più che farsene.
-
--- Non mai udii queste cose, signore.
-
--- Può darsi.
-
-«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.
-
-Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è
-fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che
-producono una certa eccitazione.
-
-La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie
-che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola
-gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti:
-un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società,
-qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.
-
--- Ha ragione, signorina -- disse Beatus. -- Questa, in verità, è una
-gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come
-a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda,
-guarda! -- si interruppe di un tratto Beatus.
-
--- Che cosa, signore?
-
-I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c'era.
-
-Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al
-viale, era tutto uno strano barbaglio d'oro con iridescenze opaline.
-
-E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla
-giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.
-
--- Il più vile dei fiori -- disse la donna.
-
-Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi,
-spontanei, l'estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e
-volgarmente son detti «soffioni».
-
--- Sembrano i fiori del sole, -- disse Beatus Renatus appressandosi.
-
-Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la
-vista di lui non vi penetrava.
-
--- Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei,
-signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.
-
-Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.
-
--- Oh, il meraviglioso ricamo! -- esclamò. -- Non avevo osservato.
-
--- Certo un meraviglioso fiore -- diceva Beatus. -- Pare figlio del
-sole.
-
-Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò
-dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi
-volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.
-
--- Eppure -- disse Beatus -- io non ho avvertito un soffio di vento.
-
--- E io nemmeno, signore, -- disse la giovane donna.
-
--- Oh! -- esclamò Beatus -- anche per lei, signorina, non esisteva il
-vento, ma per i sensi del fiore, sì.
-
-Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d'oro che fuggivano lievi
-per loro richiamo.
-
--- _Anima_, signorina -- disse Beatus -- vuol dire «vento»: un soffio di
-vento, {~GREEK SMALL LETTER ALPHA WITH PSILI AND OXIA U+1f04~}{~GREEK
-SMALL LETTER NU U+03bd~}{~GREEK SMALL LETTER EPSILON U+03b5~}{~GREEK
-SMALL LETTER MU U+03bc~}{~GREEK SMALL LETTER OMICRON U+03bf~}{~GREEK
-SMALL LETTER FINAL SIGMA U+03c2~}. Appunto _vento_ occulto ai nostri
-sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più
-sensibili di noi.
-
-Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero -- anche senza
-che il campanelluzzo funzionasse -- che anche allora aveva parlato fuor
-di misura.
-
-Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come
-colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.
-
-Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua
-domanda.
-
-Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna
-indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».
-
--- Roma o Milano?
-
--- Oh, signor Regio Ispettore -- esclamò la giovane donna -- Roma,
-Milano, il mio sogno!
-
--- Ebbene venga con me all'albergo e ne parleremo meglio.
-
-Ma la giovane donna disse: -- Oh, signore, si sta così volentieri con
-lei; ma se io entrassi con lei nell'albergo, tutta la città questa sera
-lo saprebbe.
-
--- Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.
-
--- Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre
-donne.
-
--- Così che ogni donna -- disse Beatus -- è guardiana della virtù delle
-altre.
-
--- Ah, sì, signore.
-
--- Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose -- disse gaiamente
-Beatus.
-
-La giovane donna non rispose.
-
-Beatus disse:
-
--- È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.
-
-Beatus guardò quella giovinezza un po' sfiorita.
-
-Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran
-tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.
-
- *
-
-La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.
-
-
-
-
- _Capitolo III._ -- Pasquà.
-
-
-Così Beatus tornò solo al suo albergo.
-
-Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone
-si chiamava Pasquà.
-
-Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli
-fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona
-rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo
-doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco
-nella città scura, e portava il superbo nome di _Palace Hôtel_.
-
-Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere
-la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la
-penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci.
-Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono
-un naturale appannaggio dei pavimenti.
-
--- Quando però non si tengono puliti, come è il caso -- aveva detto
-Beatus indicando gli angoli col ditino.
-
--- Tocca al facchino pulire -- aveva risposto con dignità il cameriere.
-
-La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri
-animalini schiacciati.
-
-Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto,
-non senza soddisfazione: -- Tempo di guerra, signore! -- che Beatus
-tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola
-di bucato!»
-
-Quel cameriere portava il _frac_, ma tutto laccato di nero, sì che
-incuteva ribrezzo.
-
-Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di
-bianco.
-
- *
-
-Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il _Palace Hôtel_, ed era
-andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di
-bucato, anche in tempo di guerra.
-
-Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia
-borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito
-e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se
-occorreva qualche cosa, chiamava: «_Giggia!_ Carmè! Concettiella!» ma
-lui non si moveva.
-
-Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè
-era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e
-fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari,
-idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una
-profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a
-non far nulla.
-
--- Voi che guardate? -- aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.
-
-Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse
-nella padella le uova con la mozzarella. E un'altra volta in quel dì,
-Pasquà pur disse: -- Voi che guardate? -- Egli guardava Concettiella che
-dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e
-lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e
-spargeva penne e immondizie per la via.
-
-Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l'arte con cui
-Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel
-_cocco mio_ seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì
-come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata
-una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: -- _Nun dite fesserie, pecchè voi
-guardate 'i femmine e nun 'a mozzarella._
-
- *
-
-Pasquà si moveva soltanto all'ora di servire a tavola. Ma non portava
-lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano _pincerna_:
-cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto
-aveva un po' di gaiezza.
-
--- Quando -- diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un
-cavatappi -- avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.
-
-Era anche un po' prepotente Pasquà. Diceva: -- Voi volete sapere in
-cucina _che ce sta_. Non ci pensate. _Mo v'arrangio io._ -- E portava
-quello che voleva lui, e diceva: -- Quando io vi faccio riempiere bene
-_a panza_, non basta?
-
-E in verità Beatus, benchè avesse la _panza_, cioè stomaco e intestino
-delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era
-stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza
-gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.
-
-Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: -- Io v'apparecchio qua e voi ve ne
-andate là. Che avete? la tarantola in corpo?
-
-È che Beatus cercava l'angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.
-
--- _Ih, quanta aristucrazia!_ -- aveva detto Pasquà. -- _Quando v'aggio
-dato 'a salvietta pulita p' 'a bocca nun basta?_
-
-Era anche curioso Pasquà: -- _Vui m'avite a spiegà come fate: v'andate a
-curcà e leggite, pigliate 'u caffè e leggite, mangiate 'a minestra, e
-leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u'_ Don Marzio, _me volta
-'a capa._
-
-E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: -- Anch'io come voi tengo tanti
-pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a
-niente.
-
-Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto _Storia_
--- _Ih, quanta storia!_ -- esclamò. -- _La so anch'io la storia come
-voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!_
-
- *
-
-Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo
-nirvana.
-
-Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: -- Felice voi! Sempre di
-società anche la mattina!
-
--- Perchè?
-
--- Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.
-
--- Felice voi, Pasquà -- disse di rimando Beatus --, voi che potete
-dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle
-donne. -- E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.
-
-Lo guatò torvo Pasquà e disse:
-
--- _Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio.
-Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E
-anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le
-scarpe lustre!_
-
-Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.
-
-«Ecco una cosa -- disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo -- che
-contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza,
-perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione
-dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».
-
-E Beatus non sorrise più.
-
-E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane
-professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di
-Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla
-sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di
-Pasquà.
-
-
-
-
- _Capitolo IV._ -- Pedagogia.
-
-
-Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.
-
-Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le
-quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole
-del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche
-variazione nei dialetti.
-
-Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita
-la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica,
-ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con
-un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino
-presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti
-gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.
-
-Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli
-scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che
-questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli
-adolescenti.
-
-A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una
-scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus
-osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.
-
-Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.
-
-«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica
-voce. E allora il verso:
-
-_Chiare fresche e dolci acque_ -- tremò su le labbra della signorina.
-
-Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!»
-
-«Ma io sto ritta!»
-
-«No, lei sta storta!»
-
-La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito
-negli ultimi testi della moda.
-
-Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era
-eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:
-
-«Esca e si vada a vestire.»
-
- *
-
-Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare
-senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:
-
-«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno
-i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse
-degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da
-distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa
-aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni
-deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:
-
-«Il grido, _morte all'intelligenza!_ non ha valore se non quando si è
-percorso tutto il giro dell'intelligenza. Vero è che le democrazie
-scontano oggi l'errore di voler fare di tutti gli uomini animali
-pensanti.»
-
-Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa:
-«La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia
-cerebrale».
-
-Altre note poi offendevano l'intera nazione, come questa:
-
-«Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del
-senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».
-
-Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile
-predicare la verità.
-
-«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido
-animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell'alba.
-
-«I galli salvano l'umanità a prezzo del loro collo».
-
- *
-
-Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare
-questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse
-questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese
-che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».
-
-Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito
-allo stomaco.
-
-Un'ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita.
-Rammentava il pollo, spennato da Gigia.
-
-«È deplorevole -- diceva Beatus pensando al pollo -- che qualche volta
-lo stomaco umano reclami l'albumina animale. E se invece di una gallina
-fosse un gallo?»
-
-Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non
-c'era più acqua nella piccola brocca.
-
-Chiamò con voce dolce, decrescente: -- Gigia, Gigia, Gigia!
-
-Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce
-imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe
-risposto.
-
-Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole
-nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero
-mai fatte.
-
-E scese per la colazione.
-
-
-
-
- _Capitolo V._ -- Fragole e ale di pollo.
-
-
-Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno
-ancora, fuorchè _Giggia_, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella,
-senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi
-piedi nudi nelle calze.
-
--- Voi che state facendo? -- domandò Pasquà a Beatus.
-
--- Caro Pasquà -- rispose Beatus --, vorrei fare colazione, e mi è
-sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un
-pollo nella pentola?
-
--- _Ce steva_ -- disse Pasquà -- _ma sono venuti due operai e se l'hanno
-magnato._
-
--- Due operai hanno mangiato un pollo?
-
--- _Eh, caro signore_ -- rispose Pasquà -- _mo' i polli li magna chi
-lavora._
-
-E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.
-
--- Oh, le bellissime fragole -- esclamò Beatus.
-
--- Queste non sono per voi -- disse Pasquà.
-
--- E perchè?
-
--- _Questa è una cosa troppo fina, e co' zucchero e co' cugnac, meno di
-quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E
-poi scusate; mo' che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui
-andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!_
-
-E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.
-
-Ora, siccome Beatus girava appunto l'Italia per rimproverare altrui,
-così gli dolse esser rimproverato dall'oste, e domandò:
-
--- Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?
-
--- _Ih, si vede! V'aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato,
-se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo
-paese? V'aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete
-quella tavola? Mo' arrivano le_ cocottes.
-
-Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà
-chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di _cocottes_ o di
-_ciantose_ ogni donnina un po' eteroclita.
-
--- _Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura,
-che va bene per vui._
-
- *
-
-Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano
-delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e _cocottes_.
-
- *
-
-Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che
-le _cocottes_ o _ciantose_ erano giunte.
-
-Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti
-alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le
-signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.
-
-Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e
-cominciò: -- _Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale_
-«Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.
-
-Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due
-giovanotti consultarono prima le _ciantose_, e si sentì la voce di
-Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: -- _Più fine? Più fine di
-vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?_
-
-A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la
-quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice:
-«Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di
-malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver
-vicino chi mangia pollo e fragole.
-
-Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due _ciantose_ si tolsero
-i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono
-piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in
-casa propria.
-
-I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà.
-
-Per quello che Beatus poteva distinguere, le due _ciantose_ erano due
-babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine.
-Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa
-di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al
-pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo
-stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.
-
-Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta
-dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici
-come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e
-accolsero in faccia l'acqua benedetta.
-
-Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu
-dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose
-Pasquà:
-
--- _Vui pazziate, compà_ -- disse. -- _Io vi apro una bottiglia che è
-una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!_
-
-Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.
-
-Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle _ciantose_: --
-_Facite vedè!_
-
-Era il modo come esse tenevano la forchetta.
-
-Si provarono essi, ma non vi riuscirono.
-
--- _La vostra maniera è aristocratica_ -- disse uno --, _ma accussì non
-se ponno magnà li vermicelli._
-
-Una _ciantosa_ intonò:
-
- Mi chiamano Mimì
- il perchè non so.
-
-I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si
-faccia una carezza.
-
-Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.
-
-Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle _ciantose_ disse
-forte ad uno dei due giovani: _cochon, mon petit cochon_.
-
-Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu
-data all'orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato
-scoppio di risa. Allora anche l'altro giovane reclamò la sua porzione, e
-le due _ciantose_ la diedero in toscano: -- Schifosino, schifosetto,
-schifosone!
-
-Ma quando le due _ciantose_ dissero:
-
--- Imboscato, imboscatissimo! -- i due giovani mostrarono di non gradire
-molto.
-
--- Ma se non c'è nessuno! -- disse una delle due _ciantose_.
-
-Il giovane ammiccò a Beatus.
-
-Le _ciantose_ volsero verso quella parte l'occhio protervo, videro
-l'omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta».
-
-E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole,
-una delle _ciantose_ si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva
-togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: -- _Mo è condita
-più meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda
-de Pariggi._
-
-_Et ultra!_ parve assentire la compagna.
-
- *
-
-Beatus credette opportuno togliersi di lì.
-
-Egli, l'illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più
-squisite grazie francesi.
-
- *
-
--- Sono gentiluomini anche quei due? -- domandò Beatus a Pasquà.
-
--- _Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o
-scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati;
-quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe'
-Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono_ plebbe, _ma
-tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera
-v'aggio stipato due fragole._
-
-Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus.
-
-«Dicono, -- rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà -- che la sociologia
-sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne
-sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto».
-
-Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio:
-
--- _Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò._
-
--- Caro Pasquà, -- gli disse Beatus -- l'aristocrazia non prende mai il
-caffè dove ha pranzato.
-
-Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: -- Questa è per
-me.
-
--- _E se è vostra, pigliatevella._
-
--- Ma quando è arrivata?
-
--- _Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui
-volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata._
-
-Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era
-così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò.
-
-
-
-
- _Capitolo VI._ -- La morte del rosignolo.
-
-
-La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta,
-ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della
-donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono
-con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe -- se
-la cosa fosse possibile -- insegnato da un calligrafo umorista per far
-dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte
-possono adottare un uguale carattere.
-
-La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e
-deforme.
-
-Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è
-specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le
-mette in grado di scrivere la loro lettera d'amore. Infatti era
-Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d'amore perchè diceva
-le cose seguenti:
-
-«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi
-stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire
-che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di
-galera, che sono diventati dieci per l'amnistia: e adesso fa il muratore
-a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i
-bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li
-metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè
-ammazzato nessuno!»
-
-Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi,
-come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il
-fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto
-perchè non aveva ucciso in guerra.
-
-Ma quella frase plebea: _non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli_,
-che voleva significare che _non sarebbe morto combattendo_, gli fece
-vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano
-divorati dai vermi della terra.
-
-La lettera continuava:
-
-«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è
-rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l'ha presa, e io son
-dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta
-bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è
-morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la
-carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho
-trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha
-tutto quello che vuole, e non c'è bisogno di far la fila; perchè ci
-portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi
-anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto
-due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno
-di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva
-Scolastica».
-
- *
-
-Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto
-dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica:
-
-«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di
-pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al
-rosignolo, e, a mezzodì, un po' di carne tritata, e che il suo
-cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l'acqua rinnovata».
-
-Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a
-Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie
-rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo,
-aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di
-una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle:
-accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi
-conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con
-signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali.
-Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita
-che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili,
-ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti
-quel suo becco sottile con l'alterezza di una fronte.
-
-«Ed è giusto -- diceva Beatus -- che non mi riconosca per nutrimento che
-io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare,
-forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto
-l'inverno a cantare.
-
-Novena di Natale!
-
-Era come una nostalgia dei paesi d'oriente, che lui, il nobile silvano
-aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi
-d'oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da
-giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto!
-
-Li rivedeva nel canto del rosignolo.
-
-E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello
-udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel
-suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall'altro lato
-quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili:
-trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si
-gonfiava per la passione e non s'accorgea che Beatus si accostava. Ma se
-si accorgea, allora non cantava più.
-
-Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»!
-
- *
-
-Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di
-eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la
-sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti,
-avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò
-canzonacce di caffè concerto: l'altra si atteggiò a sfinge, con i polsi
-aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia
-dentro il porta-uovo. E mostrava i denti.
-
-«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus.
-
- *
-
-Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani.
-
-
-
-
- _Capitolo VII._ -- L'acquazzone.
-
-
-Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l'ospitale albergo di
-Pasquà.
-
-L'afa incombeva grande, e l'azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva
-un offuscamento di tenebre.
-
-Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto;
-e appena il diretto si mosse, trovò un'altra cosa rara per lui: il
-sonno!
-
-Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole
-era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da
-aeroplani austriaci?
-
-No, un nubifragio.
-
-Il cielo era -- come gli uomini -- in preda a un accesso di follia.
-Lampi e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo
-schiaffeggiavano.
-
-La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento.
-
-La gente atterrita diceva: «Ma da dove viene quest'acqua?»
-
--- Dal cielo -- disse Beatus.
-
-Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non
-rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota.
-«Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell'umanità era
-partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d'estate, come per
-una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.»
-
-«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus.
-
-«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore.
-
-«Io apro l'ombrellino», dice la signora.
-
-«L'acqua -- dice un altro signore -- schizza da tutte le parti. La
-vettura pare un crivello immerso nell'acqua.»
-
-«Questi temporali -- dice un terzo signore --, sono una conseguenza dei
-bombardamenti sul Piave o su la Piave.»
-
-Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo
-stretto di Messina, e ci s'affoga ora».
-
-«C'è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il
-terzo signore.
-
-«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi
-silurano un _ferry-boat_; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è
-avuta la fortuna di avere avanti di noi un _ferry-boat_ carico di
-truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi».
-
-Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! -- dice la signora
-dell'ombrellino. -- Questo signore -- indica Beatus -- ha avuto
-giudizio».
-
-Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano
-di inverno. Ma quell'ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era
-tedioso. Cedette il posto d'angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì
-pioveva con violenza anche maggiore e poi c'erano scorribande di gente.
-Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti
-che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte
-presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: _warm_,
-_kalt_. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta.
-
-«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto».
-
-«Ah, mio Dio!» squillò una vocina.
-
-Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina,
-e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo
-ufficiale.
-
-Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color
-di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di
-quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate.
-
-Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si
-accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l'esercito
-è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette?
-menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella,
-dicono _closet_: ma è lo stesso: _latrina_.
-
-Ma la damina non è spaurita in mezzo all'esercito. Parla lombardo, e
-tiene testa all'esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei:
-«mio marito».
-
-Più che dall'assalto dell'esercito, la damina sembra atterrita dallo
-schianto del fulmine.
-
-«_Còppet_», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.)
-
-«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo _invunnerabbili_».
-(È la Sicilia.)
-
-«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.)
-
-«Ma non usa più offrire il cuore alle signore -- dice Milano. --
-Offriamo la giubba».
-
-Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol
-morire di polmonite?»
-
-La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta».
-Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene
-nel _closet_. Forse, anche lì, un nubifragio.
-
-Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare
-nella latrina o _closet_.
-
-«Non si può: occupato», si risponde di dentro.
-
-«Badi che ho molta premura».
-
-La Sicilia apre l'uscio con occhi di minaccia.
-
-«Oh, scusi....»
-
-La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava
-seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse
-nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a
-chi voleva entrare: «C'è una signorina che sta poco bene».
-
- *
-
-Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile
-nell'aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente
-era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava.
-
-Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e
-disse:
-
--- Non è lei Beatus Renatus?
-
-Beatus si riscosse nell'udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è
-pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d'improvviso
-chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome.
-Perchè abbiamo noi un nome?
-
-Beatus disse: -- Ma come, mi conosce lei?
-
--- Ero studente all'Università -- rispose il giovane. -- Non ricorda?
-Non ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo
-lei davanti alla porta dell'Università e lo pregammo di parlare? Io ero
-fra quelli, signore!
-
-Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando
-l'Università fu chiusa e i giovani tumultuavano.
-
-Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero,
-e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice.
-Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l'umanità. I loro
-ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente
-al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon
-giorno, Beatus!».
-
-Anch'egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore
-dell'umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva
-lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano
-gli stadi superati dall'umanità: _mito_, _religione_, _ragione_. Si
-facevano tornei cortesi sull'_infinito_ se è cosciente o è incosciente;
-o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o
-perchè piacque ai benefattori dell'umanità di chiamarlo pappagallo.
-
-Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla
-evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la
-quale si manifesta soltanto dopo gli uragani.
-
-Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la
-libertà insieme con l'uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi
-invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la
-libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a
-chi sta bene di salute.
-
-Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del
-tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e
-si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne
-la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i
-gnocchetti e l'acquiccia.
-
-Gli parve che fra i benefattori dell'umanità e i bimbi che giocano
-all'anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che
-giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la
-domenica, giocano alle bocce, all'osteria. Badate che, a pensarci bene,
-è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus!
-Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno
-dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l'equilibrio,
-traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione -- terzo
-stadio del progresso -- non vedevano assolutamente più.
-
-Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano
-circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei,
-una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»
-
-Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».
-
-Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano
-trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle
-parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la
-Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento
-di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento
-e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a
-studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che
-portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano
-non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e
-aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più
-cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È
-inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà.
-È la concezione materialista che trionfa. Sono i _mammut_ dei
-conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è
-morta! Cristo è morto! l'individuo è morto! Forse da qui due, tre mila
-anni risorgerà l'uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla,
-parla tu, o Beatus».
-
-Ma Beatus non aveva saputo parlare.
-
-Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore,
-ma la parola di fede non l'aveva proferita.
-
-Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell'umanità,
-s'accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi
-demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.
-
-La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a
-morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.
-
-Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l'Italia: una
-adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime.
-Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l'età dei
-_mammut_?
-
-Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza
-saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la
-guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita
-oltre i quarant'anni, era grave!
-
-Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo
-perduto onesto giudizio.
-
-Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva
-invariabilmente: -- Morto!
-
-Tanti morti!
-
-E Beatus si vergognò di esser vivo.
-
- *
-
--- Oh, sì, molti morti! -- Del resto -- continuò il giovane -- finchè
-c'è legna da bruciare (e indicò i compagni nel _closet_) si va avanti.
-Sui monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera
-prodigalità.
-
-Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza,
-con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta
-morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua
-domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che
-significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?».
-
-La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e
-sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella
-loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto:
-
--- Sono suoi amici?
-
--- Ci siamo conosciuti in viaggio.
-
--- Molto allegri.
-
--- Così! Due vengono dal Grappa; l'altro, quel siciliano biondo, con
-l'aquila d'oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci
-fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero
-anch'essi strage.
-
-Beatus non sapeva questo. -- In fatti -- disse il giovane -- la censura
-ne vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne
-senza ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai
-tedeschi son lecite; a noi no!
-
--- Voi siete allora -- disse Beatus -- come Gastone di Foix, che
-combattè a Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in
-omaggio alla dama.
-
--- Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a
-tariffa piuttosto alta l'onore di combattere per l'onore d'Italia.
-D'altronde è anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne
-faceva a meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta
-logica: la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il
-lusso di morire per far far più grande la patria. Ah, _dulce et decorum
-est pro patria mori!_
-
-E un brivido corse per le pallide labbra del giovane.
-
-Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: -- E lei
-perchè non prende parte alla festa dei suoi amici?
-
-Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano
-di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura.
-
--- Professore, sente?
-
-Beatus ebbe un brivido. C'era come una buca nel cranio.
-
--- M'hanno levato -- disse il giovane -- un po' di cervello; ma per
-quello che deve servire, ce n'è sempre abbastanza. Piuttosto, sono
-rimaste alcune schegge che mi hanno paralizzato.
-
-Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un
-bastoncello.
-
-Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe».
-
-Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse:
-
--- Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco
-uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere
-per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone
-braccia per farsi largo, caro professore.
-
- *
-
-La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la
-gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si
-staccavano come lembi d'una ferita: sotto appariva l'azzurro: il treno
-navigava verso l'azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma
-che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che
-sopra sempre vi ondeggia.
-
-Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre
-giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso
-bagaglio.
-
-
-
-
- _Capitolo VIII._ -- Una notte a Napoli.
-
-
-A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell'albergo. Pensava a quel
-giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto
-un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una
-lucertola c'è il pezzo di ricambio!
-
-Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi,
-se no tutti perderebbero il sonno come Beatus.
-
-E poi c'erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo
-corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline
-che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto.
-
-E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire.
-
-Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per
-quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia,
-come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una
-nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole».
-
-Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono
-figlie di Dio.
-
-«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani,
-bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i
-vostri parassiti.»
-
- *
-
-Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare
-a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di
-attendere l'ora di riprendere il treno camminando per le vie.
-
-La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di
-azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell'alto azzurro del cielo,
-spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni?
-Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e
-ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i
-suoi re.
-
-Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta.
-Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra
-i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si
-incontrano _li mariuncielli_, quasi li desiderò.
-
-Guardò il cielo per vedere se l'alba apparisse, tanto gli parve aver
-camminato. Ma l'orologio lo persuase dell'errore. Segnava il tocco
-appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del
-tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l'alba non fosse mai
-apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della
-luna, sarebbe stata cosa naturale.
-
-Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un
-dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace
-pur su la nuda pietra!»
-
-Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d'infante, che
-posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per
-lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo.
-Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che
-pareano ombre bianche.
-
-Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per
-tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era
-buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo
-stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte?
-Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si
-era ristretta così via Toledo?
-
- *
-
-Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l'aspetto
-anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai _mariuncielli_, a uomini
-sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza.
-I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le
-stanze a terreno, dette i _bassi_, ancora illuminate. In alto, lì, non
-si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su
-l'altra casa. La casa dell'uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i
-grandi letti copertati, che arrivavan fin sull'uscio; si vedevano gran
-comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di
-santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e
-davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il
-culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari.
-
-Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei
-molluschi, che a Venezia sono detti _peoci_; lì, _cozze_. In una pentola
-erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le
-mani quel pane e disse a Beatus:
-
--- _Vulite 'a zupp 'e vòngole?_
-
-Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle
-tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il
-meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto
-dell'albergo, così uscivano nella notte le meretrici.
-
-Due di esse lo videro, e calarono dall'alto del vico su di lui. Erano
-giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che
-Beatus nulla capì.
-
-Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi
-ne ebbe paura.
-
-Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che
-egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo
-interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io --
-pensava Beatus -- non capisca il dialetto napoletano; ma non c'è dubbio
-che questi suoni inarticolati riproducono l'uomo primitivo quando non
-aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande
-progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.»
-
-Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono
-forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì.
-
- *
-
-Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla
-porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo,
-splendente di amuleti. Beatus guardava.
-
-«_Vui che vulite?_» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia.
-_Va, va!_
-
-Quelle non dovevano essere meretrici.
-
-Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l'uscio lì presso, un'altra
-donna lo fermò e sì gli disse: -- Signurì, quelle sono donne oneste.
-
-Al buio non è troppo facile distinguere.
-
-Domandò allora Beatus a quella donna:
-
--- Voi, dunque, non siete onesta?
-
-Ella rispose:
-
--- La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella,
-vedete!
-
-Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono
-pel tabacco alla gente di mare.
-
-Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran
-tosse, ma disse: _So' i capellucci della criatura che tengo dint'a
-panza._
-
-Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l'obolo per il nascituro.
-
- *
-
-Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma
-ecco, davanti un'altra porta, due donne lo presero a forza: una era
-assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali,
-che era dopo la porta.
-
-Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. -- No,
-grazie -- disse Beatus -- non accetto.
-
-Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del
-Carmine, di Monte Vergine, Sant'Anna.
-
-Beatus si dolse della violenza usatagli dall'altra meretrice. -- Oh, no,
--- disse colei --. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito
-e con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva
-ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè
-era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a
-testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche.
-
-Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in
-bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di
-nobile aspetto.
-
-Beatus guardò il ritratto e poi domandò: -- Perchè tieni lì quel
-ritratto?
-
-La meretrice stupì.
-
-Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al
-ritratto come alla Madonna.
-
--- La Madonna può veder tutto -- disse Beatus --; ma l'uomo che ti amò e
-che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai.
-
-Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus.
-
-Poi disse, quasi a sua discolpa: -- Si lavora così poco adesso con tutti
-gli uomini che sono alla guerra....
-
--- Dite _lavorare_?
-
-Strana parola! Poi Beatus disse: -- No, non è bene che lui assista al
-tuo lavoro.
-
--- Hai ragione -- disse, e nascose il ritratto nel cassetto.
-
-Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore:
-
--- Ma voi chi siete?
-
--- Mah! -- rispose Beatus.
-
-E colei senz'altro lo lasciò andare.
-
- *
-
-Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino.
-
-La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia.
-
-Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che
-conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate
-dalle mani del pizzaiuolo.
-
-Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse
-perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi.
-
- *
-
-Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della
-guerra, ma i giornalai strillavano: _L'omiscidio della Contessa._
-
-Dal barbiere, all'albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai
-tavoli, non parlavano che dell'_Omiscidio della Contessa_.
-
-In via de' Calzaioli, due giovinetti parlavano dell'_Omiscidio della
-Contessa_, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto.
-
-Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di
-libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le
-copertine disegnate a squisite oscenità.
-
--- A me -- disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese,
-dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco
-delle carni -- fa più libidine così, che vederle vere. E a te?
-
--- Oh, guarda! -- disse il compagno -- quello che ti volevo dire io. --
-E ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta.
-
-Poveri figliuoli.
-
-E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi
-ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri
-osceni.
-
-
-
-
- _Capitolo IX._ -- I lavoratori dei conigli.
-
-
-E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una
-città di Romagna perchè i treni, nell'estate 1918, avevano questa
-abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la
-bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna
-sbiadiva come una vela in alto mare.
-
-Beatus, che, per ragioni d'insonnia, spesso assisteva a questo
-spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o
-demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad
-operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta
-scritto: _fiat lux!_
-
-Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come
-una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via,
-la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende
-e risale, sin là dove essa si dilata all'obelisco del Pincio. Lo
-spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la
-via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che
-il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta
-dell'obelisco. Era decembre e l'aria pura e fredda che avvolgeva i
-grandi palagi, pareva rabbrividire per l'imminente passaggio del sole.
-Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l'atmosfera
-schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus,
-essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il
-sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che
-da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un
-demente.
-
- *
-
-Ma già a quell'ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era
-gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V'era un uomo poderoso
-che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli,
-li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano
-i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto
-all'altro gabbione e si formavano torri di conigli.
-
-Queste operazioni erano rapide, e nell'occhio di Beatus formarono una
-visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si
-vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti.
-Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l'erba spagna. Quell'uomo
-poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li
-precipita verso l'orco.
-
-«Se però i conigli fossero gatti, quell'uomo -- pensò Beatus -- non si
-potrebbe mica prendere tanta libertà.»
-
-Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed
-era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un
-breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le
-gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace,
-mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose
-come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a
-terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi
-portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato,
-sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna,
-come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche
-rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano
-bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta
-una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva
-primigenia!
-
-Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese
-che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a
-lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci.
-
-Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e
-perciò lavoravano con alacrità.
-
-Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo
-fermo davanti a sè quell'omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d'oro,
-prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a
-Beatus.
-
--- Bellino, eh? -- disse --. Lo vuol comprare?
-
-Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto
-candido.
-
--- Veda -- la avvertì Beatus saviamente -- i conigli non si devono
-prendere per le orecchie...
-
-Ristettero tutti un po' a queste parole.
-
--- L'orecchio -- spiegò allora Beatus -- è il solo organo di difesa che
-hanno questi infelici animali. L'enorme padiglione che li fa così
-ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li
-avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima....
-
--- _Com l'è curios!_ -- disse allora la donna, che in romagnolo vuol
-dire, _pazzerello_, _bizzarro_.
-
-Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell'anno 1918, a un borghese
-civilmente vestito!
-
-Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei
-conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c'è
-tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e
-pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in
-romanesco: -- _Ma non di' fregnacce!_
-
-E tutti si misero a ridere. E Beatus anche.
-
- *
-
-Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a
-quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto
-rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse.
-
-«E questa è la umana tragedia -- diceva tra sè Beatus riguardando ancora
-la grande Eva --: noi ci affatichiamo per acquistar _virtute e
-conoscenza_, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed
-ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell'Umanità. Noi
-risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio
-dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non
-violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda
-te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!»
-
-Ma colei, vedendosi riguardata, disse:
-
--- _Che c'è da guardà? T'anderebbe?_
-
--- Può darsi, può darsi, -- disse Beatus. -- E perchè no?
-
-E tutti risero; e Beatus anche.
-
-
-
-
- _Capitolo X._ -- Cristo.
-
-
-Beatus riposò alquanto all'albergo; poi essendo l'ora caldissima, e
-vedendo nella via deserta -- come sono deserte in Romagna -- un tempio
-elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di
-quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese
-cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d'estate.
-
-C'erano a terra cumoli di macerie. -- È il campanile che è caduto per il
-terremoto dell'anno scorso, -- gli disse un passante.
-
-«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva
-entrare; ma la porta era chiusa.
-
--- Spinga: forse vi saranno i muratori.
-
-Spinse ed entrò.
-
-Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente.
-
- *
-
-La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un'enorme sala
-rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che
-una chiesa.
-
-Il soffitto lacunare, a rosoni d'oro, era in gran parte precipitato al
-suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti
-interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell'uomo!
-Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera,
-fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo!
-
-Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora
-ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le
-pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie.
-
-Erano santi, erano profeti.
-
-Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con
-vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al
-cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il
-loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne.
-
-Se l'organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un
-tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a
-danzare con begli inchini.
-
-Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti,
-Metastasio, il signor di Voltaire! L'Austria -- contro cui rombano oggi
-tanti cannoni -- regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono
-delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al
-paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della
-sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame
-dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le
-ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai
-gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli
-uomini lo invocano.
-
- *
-
-Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica,
-quando una voce lo scosse:
-
--- Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più
-consacrata.
-
-Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale
-aveva cappello in capo, e la pipa in bocca.
-
--- E veramente -- aggiunse colui -- non ci si potrebbe entrare senza
-permesso. Ma già nessuno ci bada....
-
--- Perchè? C'è pericolo?
-
--- Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo
-muro, per modo di dire, è staccato.
-
-(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo
-un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche
-la nostra civiltà ha simili fenditure.)
-
--- E intendete restaurare o abbattere?
-
-Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi,
-calce, arnesi dell'arte; e più specialmente perchè l'abside era tutta
-occupata da una enorme impalcatura.
-
-Rispose il muratore: -- Non si sa ancora.
-
--- Mi pare però -- disse Beatus -- che l'abside abbia dei lavori per la
-sua conservazione.
-
--- L'abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più
-rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire
-alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa
-fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte
-quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato
-ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un
-pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta.
-
--- Si può vedere?
-
--- Venga, signore, se vuol vedere.
-
-L'immensa abside era tutt'un affresco del Trecento, un'infinità di teste
-estatiche che venivano apparendo sotto l'intonaco. Un'infinita dolcezza,
-un'infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita
-alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V'era un affresco
-che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta
-morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa
-attesa del gran secolo.
-
-Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata
-a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita
-vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento
-anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico
-dell'eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch'egli ciò
-che non muore.
-
-"Pare un canto del Purgatorio di Dante," pensò Beatus.
-
-Ma poi l'occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del
-muratore.
-
-Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati
-sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era
-questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che
-il muratore domandò: -- Lei mi conosce, signore?
-
-«Ho trovato! È il sanculotto -- oggi diremmo, è il bolcevico -- della
-nostra età.»
-
--- Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più
-presto a raschiare -- disse l'onesto bolcevico.
-
--- Vedete, amico mio -- disse Beatus, -- questa antica purità religiosa
-offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e
-perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso
-quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo,
-tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? _Pictor
-bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII_, mentre queste antiche
-pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno
-Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest'ombra di
-mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una
-sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.
-
-L'onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e
-lirica insieme:
-
--- Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di
-conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto.
-
--- Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce
-l'età precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra
-cosa dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi,
-che fate i muratori.
-
--- Lei, signore -- disse il buon bolcevico -- non ha visto la Madonna.
-
--- Esiste anche una Madonna?
-
--- Questo che ella vede qui in basso, è l'abito: la testa è più su.
-Venga.
-
-Beatus salì per l'impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante.
-
--- Siamo al sicuro?
-
--- Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori.
-
-Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un'aureola a
-rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con
-penetranti pupille.
-
-Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si
-dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi.
-
--- Dicono che è molto bella, signore -- spiegò l'onesto bolcevico.
-
--- Infatti è impressionante.
-
-Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa:
-piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa
-come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince
-la morte.
-
-Il muratore disse: -- Tutti quelli che l'hanno vista, ammirano le mani.
-
--- Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani!
-Se prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta.
-
-L'onesto bolcevico guardò con curiosità quell'omino vestito da civile
-che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: -- Sono cose
-che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono
-più nè pur loro.
-
--- Eh, mio caro amico -- disse Beatus con aria compunta --, non si sa
-mai!
-
--- Per me faccia lei -- disse l'onesto bolcevico con indifferenza. -- Ma
-lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella.
-
--- Più bella di questa Madonna?
-
--- Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa.
-
-Beatus salì ancora. E salendo, l'immensa sala da ballo del Settecento
-pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi.
-
--- Ecco --, disse l'onesto bolcevico.
-
-Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo,
-e gli venne un po' da ridere.
-
-Però era una strana enorme imagine.
-
-Non aveva corona di spine in testa; non aveva l'aria spaurita dal
-martirio. Era una giovinezza forte e severa.
-
-La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile,
-riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora,
-dolcissima.
-
-Certamente quella testa di Cristo era l'umanità, ma fuori da questa
-nostra umanità.
-
-Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!»
-Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò.
-L'onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa.
-
--- Vedete, amico -- disse Beatus additando Cristo --, quello è stato
-l'autore della più grande internazionale che mai sia esistita.
-
--- Se vuol vedere il Padre Eterno -- disse l'onesto bolcevico --, esso
-sta lassù su la cupola.
-
--- Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo -- aggiunse Beatus
-scendendo con precauzione dall'impalcatura --, che lei non abbia torto a
-volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro,
-fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.
-
-
-
-
- _Capitolo XI._ -- Giulio Cesare.
-
-
-Questo Cristo -- pensava Beatus uscendo dalla chiesa -- per quanto lo
-chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per
-questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all'assalto, conquistano
-una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.
-
-In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata.
-Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c'era un
-piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo
-straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l'abilità di
-prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e
-ricondurli per qualche secolo ancora all'ovile. Era figlio di Venere,
-Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.
-
-Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via
-soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere
-sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide
-le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l'esercito, passava e
-svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in
-fondo l'arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.
-
-«Ecco, dopo venti secoli -- pensò Beatus -- che i soldati d'Italia
-passano con l'elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»
-
-Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata
-d'Italia: l'esercito che passava.
-
-Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!
-
-Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva
-formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma
-era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con
-disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un'altra
-donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande
-sconcezza.
-
-Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura
-di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente
-dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e
-sconvolgerla.
-
-Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe
-allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più.
-L'arco in fondo li vomitava, l'arco romano. Si sentiva nettamente il
-percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo
-che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva,
-_indietro!_ Quel ritmo diceva, _avanti!_
-
-Beatus guardò su in alto per vedere se c'erano dei fili che movessero
-gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono.
-
-Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati;
-erano tutti i ragazzi dell'ultima leva. Sotto l'elmo di ferro si
-profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po', rigati un po' di
-sudore, il respiro un po' anelante: nessuna espressione. Tutti un'uguale
-espressione un po' abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la
-gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti
-bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche
-loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di
-ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai
-vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l'esercito entro
-un'atmosfera di odio civile.
-
-Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra
-quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare,
-passano i soldati d'Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era
-Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le
-scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si
-ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: _Res ad triarios
-redit._ Ora conviene dire l'opposto: _Res ad adolescentes redit._ Ma
-come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi,
-accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus.
-Allora ricordò che lagrima vuole dire: _corrosivo_. Questo corrosivo fa
-comprendere molte cose, ma abbrevia la vita.
-
-Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni.
-
-
-
-
- _Capitolo XII._ -- I discorsi degli animali.
-
-
-Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe
-bisogno di suonare perchè la porta era aperta.
-
-È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato
-giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era
-aperta.... Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era
-ancora dell'opinione che la porta deva essere chiusa.
-
--- Sei tu, è vero, o impudica -- disse Beatus al bestiolo -- che sei
-scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia
-di uno spermatozoo; o viceversa!
-
-Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di
-Ruggero Bonghi.
-
-Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta
-dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli
-altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente
-abbaiando.
-
-Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l'uscio di casa un
-prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell'estate del 1918. Arrivò
-sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto,
-un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era
-riconoscente.
-
-Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova.
-
-Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta
-in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.»
-
-Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio
-era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una
-stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la
-cosa d'inverno, seguitava d'estate. Passando poi dallo studio alla
-cucina, Beatus trovò la pentola dell'acqua che bolliva sul fornello, e
-allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco
-un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo,
-ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda
-che ricopriva un ripostiglio, si mosse.
-
-Beatus tirò la tenda, e vide un uomo.
-
--- Cosa fate voi qui?
-
--- Io esco, e basta! -- rispose quell'uomo.
-
--- Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale
-diritto lei è entrato in casa mia?
-
--- Sono qui per cose mie.
-
-Beatus avrebbe voluto afferrare quell'uomo per il colletto; ma
-quell'uomo non portava colletto, e poi c'era sempre quell'impedimento
-della mano debole.
-
--- Voi direte il vostro nome.
-
--- È un delegato di pubblica sicurezza lei? -- domandò quell'uomo; e
-uscì con passo tranquillo.
-
-Chi era costui?
-
-Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo.
-Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani?
-
-Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e
-quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece
-alcuni segni con l'indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò
-arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri,
-pendevano i ritratti dei benefattori dell'umanità, ma in quel giorno
-Beatus s'accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la
-clava.
-
- *
-
-Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.
-
-Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: -- Lei la fa tanto lunga!
-Cos'ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li
-mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane.
-Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d'una
-volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da
-mangiare ai pesci?
-
-Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò
-che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si
-tenevano nello studio di Beatus Renatus.
-
-Scolastica continuò: -- Già che io mi adatto a stare in questa casa che
-par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di
-ricevere un mio parente.
-
--- Poteva dire -- disse Beatus -- che era un vostro parente.
-
--- Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che
-lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a
-tutto!» Begli impostori!
-
-Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei
-colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli
-possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei
-_superamenti_ dei servi e delle serve.
-
--- Sì, signore, mio parente -- continuò Scolastica --; figlio di mia zia
-e se vuol veder le carte, gliele farò vedere.
-
--- Io non discuto -- disse Beatus -- le vostre genealogie. Piuttosto: a
-proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?
-
--- Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!
-
-«Vede lei -- disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui
-nel suo camiciotto russo -- la bella umiltà degli umili?»
-
- *
-
-Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi
-dall'altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il
-discorso.
-
-«Non è mica vero -- pareva dire il bestiolo -- che mi abbiano
-accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre
-ritornata.»
-
-Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino,
-animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che
-aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà.
-
-Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto
-starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio
-a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino,
-appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche
-me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli
-dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!»
-
-Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C'era lì ancora la gabbia.
-Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non
-poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i
-rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel
-povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti
-dei benefattori dell'umanità.
-
-«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino.
-L'anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in
-casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai
-mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino!
-Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge,
-aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E
-lei ha scritto il libro _della republica_, -- disse Beatus a Platone,
-che anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. -- Un
-bell'affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la
-barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che
-coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò
-detto, aprì una finestra che dava su una terrazza.
-
-Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo.
-
-L'anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare
-dell'anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella
-bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie
-d'inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava
-la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del
-rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava
-presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio.
-Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per
-morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato
-melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù,
-spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina.
-
-Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel
-suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si
-affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o
-gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l'ammonimento a Pietro
-che rinnegò Cristo?
-
-Il gallo non c'era più.
-
-«Non ne incolpare Biagino -- disse Ruggero Bonghi. -- Lui non è stato.
-Il gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne
-mangiai gli ossi.»
-
-
-
-
- _Capitolo XIII._ -- Beatus allontana da sè Scolastica.
-
-
-Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto
-vedere.
-
-Il suo letto era stato abitato, ma non da lui.
-
-Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato
-d'ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli
-ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c'erano
-un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto
-sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio
-pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il
-letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l'inverno; e
-l'altro di crine che tiene fresco, per l'estate. Aveva anche lenzuola di
-lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne
-possedere arche di pannilini. Nelle notti d'insonnia, poteva anche
-rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello
-che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato
-abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo.
-
-Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno
-non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s'accorse che il
-letto era stato contaminato.
-
-Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: --
-Scolastica, -- disse dolcemente -- quando crederete, e prendendo quel
-tempo che meglio vi pare, io dico che ve ne potete andare.
-
--- Ah, Maria Vergine, finalmente! -- esclamò Scolastica. -- Così sarò
-libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. _Mègio le bombe
-dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così
-mato. I lo dixe tuti che l'è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el
-spazzin, lo dixe tuti queli che vien._
-
-Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio.
-
-Chi avrebbe mai sospettato -- si chiedeva Beatus -- una cosa simile in
-Scolastica? Non per l'età che era di difficile determinazione, ma per la
-configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un
-animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini
-di comparazione più adatti.
-
-Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato
-nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio
-Dio! Questa donna è un antidoto!
-
-Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure!
-
-Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: --
-_L'è mato, i lo dixe tuti che l'è mato. Son stada in tante case; mai
-trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga
-riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor
-cavalier che l'è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel
-signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un
-bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi
-incarichi._
-
-Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto
-tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna,
-possedendo un'idea sola, ha bisogno di insistervi sino all'esaurimento.
-Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie.
-
-Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di _contatti verbali_,
-come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che
-veramente Beatus ci aveva dato un po' motivo nel passato tempo.
-
-Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava
-che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle
-spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell'esplosivo
-che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col
-vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe
-operazioni delicate».
-
-Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito.
-
-«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus.
-
-Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che
-l'olio era finito, o che il rubinetto dell'acqua si era guastato.
-
-Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non
-toccate le carte, i libri. Vi possono far male».
-
-Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale
-elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che
-possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne
-risentiva alcun danno.
-
-Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il
-serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete
-prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso
-concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri,
-no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto».
-
-Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo
-sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva:
-«Sentite!»
-
-Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una
-verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus.
-
- *
-
-Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta,
-dava tristezza a Beatus.
-
-«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che
-abbia una gran gobba».
-
- *
-
-Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere
-licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella
-ormai sapeva tutte le sue necessità corporali.
-
-Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò
-intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al
-portatore. «Via, Beatus! -- disse con se stesso -- Scolastica è una
-donna onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va
-più oggi a denunziare un furto?»
-
-Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si
-guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere:
-«Sono forse la sua serva, io?».
-
-Scolastica però non se ne era andata: c'era, non c'era, entrava, usciva,
-lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà.
-
-Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si
-sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente.
-
-Doveva esservi un letterato alla porta.
-
-Disse la voce:
-
-«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro».
-
-Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La
-porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus
-sentì domandare: «C'è il cavaliere?»
-
-Sentì rispondere:
-
-«Di là, nel suo studio».
-
-Il visitatore entrò.
-
--- Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo.
-
-Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo
-titolo.
-
-
-
-
- _Capitolo XIV._ -- I "fessi" d'Italia.
-
-
-Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse
-nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi
-dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande
-avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l'Imperatore di Germania ne
-avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la
-spada sul pavimento del mondo.
-
-Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era
-Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era
-toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale
-genere letterario gli aveva procacciato un processo _per oltraggio al
-pudore_. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di
-avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine
-studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto
-piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato
-tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio.
-
-Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia
-facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l'acciaio. Si
-può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si
-tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più
-tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l'aiuola; sradica tutti i
-fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non
-si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche
-livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato _giardin
-dell'Impero_.
-
--- Non si incomodi, cavaliere, -- disse il bel giovane. -- È l'affare di
-una firma.
-
-Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la
-dichiarazione di Beatus che colui era _indispensabile ed
-insostituibile_.
-
-Si vide un _no_ disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le
-labbra dicessero: _no._
-
-Il volto del giovane si deformò un po'.
-
--- No? E, perchè?
-
--- Perchè non è la verità.
-
--- O ce l'ha lei in tasca la verità? Allora ce l'ho anch'io. Vogliamo
-ragionare, cavaliere?
-
-E si sedette.
-
--- Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale....
-
--- Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla
-cattedra». Ma badi che la distinzione l'ha fatta lei, non io.
-
-Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un
-dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo.
-
--- Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade....
-
--- Anche a me, -- rispose Beatus soavemente.
-
--- Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non
-importa un fico secco.
-
--- Anche, -- disse Beatus.
-
--- E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra
-la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha
-bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare?
-Lei si sbaglia, caro cavaliere.
-
--- Ma lei chi è? -- domandò Beatus.
-
--- Io?
-
-E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. -- Io? Io sono io.
-
--- Cioè? -- domandò Beatus con dolce curiosità.
-
--- Io sono un artista.
-
--- Sono morti altri che come lei erano artisti.
-
--- Sarà. Ma per me sono _fessi_.
-
-Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all'epigastrio.
-
--- Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei
-chiama _fessi_, penso che siano proprio i _fessi_ a tenere in piedi
-l'Italia.
-
--- Organizzatevi allora, -- disse il bel giovane, -- e formate il
-sindacato dei _fessi_.
-
--- Non si può, caro, -- disse Beatus sorridendo.
-
--- E perchè?
-
--- Appunto perchè siamo _fessi_.
-
--- Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma?
-
-Beatus fece no, con la testa.
-
-Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano:
-
--- I _fessi_ d'Italia, vivi e morti, non lo permettono.
-
--- Ma non dica sciocchezze!
-
-E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto.
-
--- Senta, caro, -- disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, --
-senza che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più
-robusto di me, mi prende, lì c'è la finestra. Lei mi butta giù; ma io
-non firmo.
-
-Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè.
-
--- Per Dio, -- disse il giovane, -- le tira lei le parole.... Ma parli
-franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale.
-
--- Oh oh! -- fece Beatus levandosi ancora.
-
--- Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa
-un nome....
-
--- E io ho invidia! -- interruppe allora Beatus. -- Ah, io ho invidia di
-lei.... Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà
-un nome, e io, no! Ma sa lei.... Sa lei la pietà che provo quando passo
-per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli
-insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell'atmosfera,
-stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale
-è il nome!
-
--- La pensi come vuole -- disse il giovane --; ma allora se non è per
-vendetta, mi salvi dalla trincea.
-
--- In questo momento, veda, -- disse Beatus, -- lei ha detto una ragione
-che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda,
-veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato
-adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una
-condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per
-sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero.
-Lei ha adoperato adesso una metonimia, _mi salvi dalla trincea_, cioè la
-causa per l'effetto: _mi salvi dalla morte._ Così che lei è vile.
-
--- Se le fa piacere, sì.
-
--- Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa,
-mi fa piacere.
-
--- Non vorrà credere però che io me ne offenda.
-
--- Oh, lo credo.
-
--- La mia morale non è la sua morale.
-
--- Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi
-dica una cosa: lei ama molto la vita?
-
--- Se l'amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho
-tutti i miei sensi?
-
--- Lei vuol dire con questo, -- disse Beatus -- che io ho perduto i miei
-sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi
-dica: lei la gode la vita?
-
--- Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender
-la vita!...
-
-E l'elegante sua mano si atteggiò a rostro.
-
--- In questo momento -- disse Beatus -- lei mi ricorda l'uomo
-preistorico delle caverne.
-
--- Può anche darsi -- rispose il giovane, -- ma con tutte le
-raffinatezze della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere
-progredito con la sua morale del sacrificio?
-
--- Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. -- La tenne per
-un istante sospesa, come perplesso, e domandò: -- Lei non ha mai
-sofferto di mal di stomaco?
-
--- Io? Io digerisco tutto.
-
-E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era
-veramente _indispensabile e insostituibile_.
-
-
-
-
- _Capitolo XV._ -- "Quis est proximus tuus?"
-
-
-Storia d'Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista
-del Campidoglio. Che nome! Ma _Capitolium fuit!_ Il somiero non vuol
-salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio.
-
-Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia!
-
-E in questa meditazione -- nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo
-la partenza del giovane -- questa voce si udì:
-
-«Beatus, buon dì».
-
-«Ciao, caro».
-
-Era il pappagallo, animale calunniato.
-
-«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che
-sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È
-masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha.
-
-«E così il rosignolo morto non pensava all'oriente; nè il gallo vuol
-destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui».
-
-E col ditino Beatus si toccò la fronte.
-
-«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono
-animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete
-mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le
-pareti da cui pendevano i benefattori dell'umanità.
-
-Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni
-erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici.
-
-«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?»
-
-Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo:
-quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre.
-
-Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera.
-E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire
-perchè, la lampadina alitò e si spense.
-
-Alla luce dell'ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell'uomo
-che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l'uno sopra l'altro,
-e trovò l'elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto
-magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e
-ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il
-proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia
-contento, con una _a_ di meno, ad essere una misura. Anche lei
-appartiene alla società dei _fessi_; e così anche lei, professor Galileo
-Ferraris, professor Pacinotti.»
-
-Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove
-sono, e se ci sono, le candele.
-
-Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era
-indispensabile.
-
-Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio.
-
- *
-
-E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i
-bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide
-questa verità, benchè fosse di giorno.
-
-Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando
-Beatus infermò.
-
-Allora Scolastica apparve proprio _indispensabile e insostituibile_.
-
- *
-
-Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono:
-
-«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno.
-Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo
-odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali.
-
-Ma per Beatus non venne nessuno perchè c'era un'epidemia chiamata la
-_spagnola_, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta.
-
-Ma il vero nome dell'epidemia non si sapeva, perchè il _bacillo_,
-quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente
-il suo incognito.
-
-Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo
-umoristico. Comunemente si presentava sotto l'aspetto di un raffreddore
-dabbene, e poi, d'un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era
-inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e
-portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che
-Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso,
-dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran
-coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro!
-
-E invece?
-
-Ah, povero uomo!
-
-E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l'alito,
-così si vide gente girare con la maschera di garza.
-
-Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la
-loro merce. Molti _pescicani_, arricchiti con la guerra, temettero la
-_spagnola_ assai più della rivoluzione.
-
-Uno di questi _pescicani_ aveva ordinato la carrozzeria per una
-automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami
-lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi!
-Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie.
-
- *
-
-Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un
-giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po'
-paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva
-incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era
-abituato, e avevano anzi finito col salutarsi.
-
--- Lei ha vinto -- diceva il dottore, -- una gran battaglia!
-
--- Ma quale?
-
--- Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi
-della _febbre spagnola_.
-
-E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra
-che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge.
-
-«Ecco i _leucociti_, i _fagociti_, mobilitati per la caccia alla
-_spagnola_. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte
-che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di
-casa.»
-
- *
-
-Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa,
-la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un'ala di
-pollo: tutte cose rare nell'estate del 1918. E questa inquilina non
-soltanto portò il brodo e l'ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò
-le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica
-sapeva dove erano e se c'erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era
-assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in
-quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello:
-_Quis est proximus tuus?_
-
-E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua
-bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere:
-lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi
-tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l'idea di una
-figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran
-femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il
-volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta,
-legata con un nastro rosso. Pareva la figura del _diavolo zoppo_ nelle
-vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile,
-dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui
-Beatus, comparando quel suono col _ciacolar_ di Scolastica, gli parve
-che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto.
-
-La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di
-quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette
-_terra matta_ o _terra ballerina_. Nominava spesso quegli idoli che si
-vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera
-elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella
-fronte?
-
-La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e
-che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le
-aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta
-alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti:
-faceva lei per casa; capiva e -- ridendo con gli occhi nerissimi --
-guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo'
--- dicea. -- Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se
-ne era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto
-lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie
-lontane lontane a prendere le medicine.
-
-Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a
-prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia
-lontana lontana, e per grazia dell'amico dottore: una medicina tedesca,
-che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore.
-
-E la città era grande.
-
-Già calava la sera, e lei non tornava.
-
-Mo' viene -- diceva la grossa donna del sud. -- Non si perde!
-
-Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del
-sud.
-
-E in silenzio attesero.
-
-Suonò l'ora di notte.
-
-Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva.
-
-Raccontò sua ventura.
-
-Si era smarrita.
-
-Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva.
-
-La gente si fermava e diceva: «Cos'è?»
-
-«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella
-signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua
-ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in
-carrozza.
-
--- E la medicina?
-
--- Eccola qui --, e non sapeva più come avesse trovato la medicina.
-
-La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: -- Mo'
-vedete, chi sa? è la Madonna.
-
-Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella
-signora, ma vestita di bianco.
-
-Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano
-intorno inginocchiate; un'altra volta apparve d'agosto, con tutta la
-neve bianca d'intorno; un'altra volta d'inverno, con tutti i gigli
-fioriti.
-
--- E perchè a me non appare? -- chiese Beatus.
-
--- E scusate -- disse la donna del sud con peritanza, -- voi siete un
-buon uomo, ma voi non siete innocente!
-
- *
-
-La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento
-sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte?
-Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i
-gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus
-su di un oceano.
-
-Si assopì verso l'alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di
-Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: _Quis est
-proximus tuus?_ E le tre dita erano levate sopra di lui.
-
-
-
-
- _Capitolo XVI._ -- Le prodezze di Biagino.
-
-
-Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta
-festante:
-
--- Guardate, _signo'_, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi.
-Sentirete che brodo vi faccio. -- E sollevò davanti a Beatus Renatus
-mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo
-collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un'ala. --
-Sette lire, _signo'!_ ma sta 'na femmina che è meglio assai.
-
-Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare
-tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta
-sconsolata; e battè palma a palma.
-
--- Ih, _signo'_, il gallinaccio non c'è' più! Biagino se l'è mangiato.
-
-Disse Beatus:
-
--- Dovevi stare più attenta.
-
--- Più attenta, _signo'_, che mettere la carne nella pentola? Biagino se
-l'è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro!
-
--- Nel nostro linguaggio così infatti si dice -- disse Beatus.
-
-Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico:
-appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava
-su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale,
-col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla,
-scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus
-leggeva.
-
-«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona».
-
-«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino.
-
-«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore
-sentimentale alle immagini!»
-
-La bimbetta ritornò e disse:
-
--- Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo
-piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio.
-Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo.
-
-Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un
-micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a
-Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è
-diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira
-calci! Ma in origine anch'essi tiravano calci; poi presero il nome di
-marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci.
-
-Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era
-tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice.
-
-Scolastica tornò in casa.
-
-Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno.
-
- *
-
-Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe
-condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del
-sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un
-cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a
-Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi.
-
-Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore
-di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo
-piano.
-
--- Perchè questo fetore? -- si domandò Beatus. Ma la risposta fu data
-dal marchese stesso che usciva in quel momento.
-
-Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso
-con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa
-età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un
-cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente.
-
--- Ma lei sta bene, -- disse il marchese non senza stupore. -- La
-portinaia....
-
--- Precorre la storia -- continuò Beatus; -- e avrà annunciato la mia
-morte.
-
--- Questo precisamente no, -- rispose il marchese, -- ma la marchesa mia
-moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma
-anche laggiù la malattia _fa stragge_! Guarda, dicevamo, questa casa è
-la sola che sia rimasta immune....
-
--- E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato.
-
--- Già! E allora la mia signora sparge per le scale l'acido fenico.
-
-Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far
-sentire tutte le sue parole.
-
-Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente
-di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa
-sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale?
-
--- Io la prego, -- disse Beatus, -- di presentare le mie scuse alla
-signora marchesa.
-
-In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto
-il marchese, saettò come fulmine.
-
--- Ah, signor cavaliere! -- esclamò il marchese, -- quel gatto è un
-masnadiero!
-
-E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po' anche lui, il
-proprietario di Biagino.
-
--- Io le racconterò un fatto che vale per tutti, -- continuò il
-marchese. -- La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di
-triglie, splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi
-un chilo di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un
-nostro ospite: il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del
-riposo domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di
-un piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c'erano più!
-
-Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la
-mortificazione di essere non soltanto l'agente dell'epidemia spagnola,
-ma il proprietario di Biagino.
-
--- E veramente, -- proseguì il marchese, -- il nostro ospite, che è
-anche un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla
-il caso all'articolo 429: _va esente da pena, e perciò è lecito uccidere
-o altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri,
-ma sorpresi nel momento in cui recano danno._ Soltanto non abbiamo
-sorpreso; e poi per deferenza verso di lei....
-
-Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è
-nel codice: _è lecito uccidere._ Ringraziò della deferenza, e rispose
-riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino.
-
--- Questa cosa mi fa molto piacere, -- rispose il marchese; e dovea
-essere questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese
-tosto commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le
-rughe del volto: -- Perdoni se in momenti come questi non le stringo la
-mano.
-
-E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo
-riservato che parea camminar sopra le uova.
-
-Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo
-pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il
-feudo».
-
-
-
-
- _Capitolo XVII._ -- La scimmia a spasso.
-
-
--- Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, -- disse a Beatus la donna
-del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina,
-era sorprendente: era più brutta di prima.
-
--- Adesso dimmi, -- le domandò Beatus: -- dove ti piacerebbe andare?
-
-La bimba brillò di gioia e disse:
-
--- Prima il cinematografo, ma dove c'è la....
-
-E la bimbetta fece un nome di donna.
-
-Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo
-nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell'arte novissima del
-silenzio.
-
-Non fu creduta tanta ignoranza.
-
-La bimba, con l'aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni
-necessarie.
-
-Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che
-le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si
-vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori:
-ma i veri signori.
-
-Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le
-poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini;
-sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini.
-
-Le signore sembrano statue; ma fumano.
-
-Lei voleva indicare un _tea-room_ o un'_hall_ di grande albergo, che ce
-ne sono parecchi sul Corso.
-
-Beatus la condusse nell'un luogo e nell'altro.
-
-Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po' di
-peritanza.
-
-I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano _i sette peccati
-capitali, superbia, invidia, lussuria_, ecc., e condurci una bambina....
-
--- Ci vanno tutti, -- disse la bimba.
-
-È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza.
-
- *
-
-Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti
-stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui
-vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre
-Dive e Divi: l'Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre
-cose del genere.
-
-Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su
-lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come
-una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano
-molti soldati inglesi, lustri lustri, e l'orchestrina intonò: _It's a
-long way to Tipperary_.
-
-«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!»
-
- *
-
-Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma
-un'altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti
-inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran
-compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di
-essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti _musei
-antropologici_ che usavano una volta, dove si vedevano le figure di
-cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e
-morte.
-
-Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli
-occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani
-pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di
-diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.
-
--- Fumano, fumano, -- diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con
-cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».
-
-Anche diceva: -- Questo usa: questo non usa più.
-
-Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?
-
-Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa
-tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere
-degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del
-capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo
-studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.
-
-La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si
-moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la
-bimbetta.
-
--- Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!
-
-E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era
-partita l'umanità; e quella gente così splendente rappresentava la
-perfezione dell'arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla
-bimbetta:
-
--- Il più bello, qui, sono io.
-
--- Oh! -- esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus.
-
--- Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io.
-
-La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con
-tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo
-riguardo: _L'è mato, tuti i dixe che l'è mato._
-
-O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al
-tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la _toilette_ all'interno
-della fronte; essi all'esterno. O uomo fuori dell'umanità!
-
-Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si
-domandò:
-
-«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?»
-
--- Tutte -- dicea la bimbetta -- col fidanzato.
-
-Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati,
-un'altra signorina con tre fidanzati!
-
-Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta.
-
-La voce di lei era di adorazione e di beatitudine.
-
-Vicino al suo tavolo sedevano due di questi _fidanzati_ in compagnia di
-una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia
-sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all'altro,
-all'altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i
-lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan
-la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla
-signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e
-ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così
-atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di
-essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un
-bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è _piaciato_, signorina? Ti è
-_piaciato_ più io».
-
-La signorina sorrideva con dolcezza.
-
-Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non
-c'era che un'enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si
-soffermava per guardare fra i ricami delle tendine.
-
-«Spezzate!» -- disse fra sè Beatus. -- Ma poi pensò: «non spezzeranno
-che per sostituirsi».
-
- *
-
-Dopo il cinematografo e il _tea-room_, Beatus prese una carrozza e
-condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c'era un
-giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la
-tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua
-pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo
-sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato
-invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia
-rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva
-veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti
-e i fidanzati del _tea-room_, ma ammirava.
-
-Diceva:
-
--- Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini.
-La cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca
-all'altalena; le formichine portano in trionfo quell'altro animalino.
-Guardate, guardate, _signo'_.
-
-La cetonia tentava invano di raddrizzarsi.
-
--- Ah! i dolci animalini!
-
-«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce _mantis religiosa_ che sta
-lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c'è tanta seta da
-irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i
-reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in
-trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini
-applicano la chimica all'industria della loro guerra con più perfezione
-degli uomini?»
-
-Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo
-suonò e disse:
-
-«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini».
-
-E perciò Beatus disse:
-
--- La provvidenza di Dio è grande.
-
--- Allora quello che dice il libro di _Giannettino_, che la mia signora
-mi fa leggere, -- disse la bimbetta un po' delusa su la gran sapienza di
-Beatus.
-
--- Bada che è un gran libro _Giannettino_.
-
- *
-
-Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente
-ad un tratto disse:
-
--- Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati.
-
-Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo
-che quei due erano fidanzati!
-
--- Da per tutto, -- continuava la bimbetta, -- ci sono fidanzati. La
-sera, poi! Camminano un po' e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di
-casa, quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un
-uomo: quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A
-che fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del
-fiume, creda che è pieno... Ah, quando sarò più grande, e avrò anch'io
-il fidanzato!
-
-
-
-
- _Capitolo XVIII._ -- Scolastica.
-
-
-Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un
-giorno non seppe trattenersi, e le disse:
-
--- Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma
-in circonferenza.
-
-Era nell'ottavo mese.
-
-Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì.
-
-Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea
-perchè.
-
-Disse poi:
-
--- Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto?
-
--- Come ho fatto....
-
--- No, non è la descrizione che mi interessi -- rispose. Quello che
-interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire
-al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si
-capirebbero. Ma esisteva lì il documento.
-
-E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e
-gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un
-suggesto che porta una procreazione.
-
-Quale poeta avrebbe composto un epitalamio?
-
-Domandò non senza trepidazione:
-
--- E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato?
-quell'uomo che ho trovato qui?
-
-Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta.
-
-Ma Scolastica rispose subito:
-
--- Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui.
-
-Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso.
-
--- E lui cosa dice?
-
--- Niente. L'uomo quando si è sfogato, è pari con tutti.
-
-Quale inverecondo linguaggio!
-
--- Voglio dire se riconosce....
-
--- Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito
-a niente. Allora mi ha detto di andare all'ospedale e dire che ho un
-tumore. Molte ragazze fanno così. C'è qualche medico giovane che ci
-crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c'era
-un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un
-_avioma!_» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il
-tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C'era una
-levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io
-non le avevo.
-
-Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da
-una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse:
-
--- Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete
-rimanere.
-
-Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto
-agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità.
-
--- Lo so da per me -- rispose Scolastica.
-
- *
-
-La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.
-
-Ma poi Beatus domandò: -- E che cosa farete?
-
-Scolastica rispose con tranquillità: -- Mi butterò a fiume con questo
-qui. -- E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.
-
-«Infelice! -- pensò Renatus. -- Lei si trova in tale condizione che se
-anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe _le
-physique du rôle_. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà
-naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi
-rispondere?»
-
-
-
-
- _Capitolo XIX._ -- La mitragliatrice e i gigli.
-
-
-Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola
-scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì
-dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di
-cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle
-monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi....
-L'orologio era la _clèpsidra_; la superiora era la _camerlenga_; una
-vecchia, color di cera, era la _sepolta viva_, e non sapeva nemmeno cosa
-era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.
-
-«Le torte delle monache! -- diceva con ammirazione la signora Alice. --
-Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».
-
-Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache
-fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle
-monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa
-Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.
-
-La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di
-diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così
-cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte
-perchè sono di piombo fuso.
-
-Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice,
-invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava
-benefici effetti. «Perchè -- diceva -- la Elena si va un po'
-smaliziando. Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà».
-
-La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura.
-
-Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti
-diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori.
-
- *
-
-Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo
-studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva
-nello studio una piccola sveglia.
-
-Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente.
-
-Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse
-per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la
-macchina trebbiatrice del tempo!
-
-Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si
-fermò.
-
-Il tempo si fermò.
-
-E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste
-voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode
-il tempo, lo abbiamo creato noi».
-
-Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un
-tarlo famelico, a rodere il tempo.
-
-E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro
-rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano.
-
-Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano,
-lontano, nel cielo.
-
-«Lassù c'è un uomo con una mitragliatrice».
-
-Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così
-rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva.
-
-E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico,
-ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece
-dipinse Cristo con le pupille velate.
-
- *
-
-A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse:
-
--- Si può?
-
-Erano le bimbette per la prima comunione.
-
-E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole.
-Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono
-timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche.
-Davano la sensazione di cose immateriali.
-
--- Attente, bimbe, attente -- disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi
-per vedere dove era il pericolo.
-
-Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di
-infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come
-i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: _Morte!_
-
-Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio.
-
-La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po' il suo volto
-color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome
-pallide d'oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del
-loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi
-pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita
-di immobili gigli.
-
-Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi
-su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori
-dell'umanità. Poi guardavano il pappagallo verde.
-
--- Siamo pronte, _signo'_ -- disse la scimmietta.
-
--- E queste chi sono?
-
--- Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura,
-perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C'era poi la monaca
-che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso;
-ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine.
-
-Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò:
-
--- È vero, bimbe, che volevate morire?
-
--- Allora sì, adesso no -- disse una, movendo appena le labbra.
-
--- Oh, brave bimbe! -- disse Beatus. -- Voi non volete lasciare la
-mamma....
-
--- Ma -- disse l'altra bimba --, avremmo veduto il babbo, che è in
-paradiso.
-
--- Hanno il babbo che è morto in guerra -- disse subito la scimmietta.
-
-E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo
-giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir
-per l'Italia.
-
-Ah, la storia d'Italia è fatta dagli innocenti!
-
- *
-
-Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio
-il velo e la corona alle bimbe.
-
-Con quel ventre si accostava alle due bimbe!
-
-E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza:
-
--- Signo', anche Scolastica tiene il fidanzato.
-
--- Che ne sai tu?
-
--- Tiene la creatura nella pancia. Non vedete?
-
-Ma entrò la signora Alice.
-
-Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole.
-
--- _Cavalie'_, e voi che fate? -- disse la signora Alice. -- Voi credete
-sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a
-vestire.
-
--- Devo venire anch'io?
-
--- Ma come? L'avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la
-festa.
-
-Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una _redingote_ nuova con
-risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga.
-
--- Ma come è bello quest'uomo! -- disse la signora Alice.
-
-La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche.
-
--- E quella donna non viene? -- domandò Beatus quando furono sul
-limitare.
-
--- E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che
-tiene? -- Così rispose la signora Alice. -- E voi due, avanti. E tu,
-Elena, con me.
-
- *
-
-Pareva la signora Alice la gran madre Cibele.
-
-
-
-
- _Capitolo XX._ -- Il pane dell'anima.
-
-
-Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono
-d'oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe
-una piccola ripetizione sul _Credo_, quel gran viaggio che fece Cristo:
-scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra
-del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.
-
-Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti.
-Nella chiesetta non c'erano che i bimbi e le bimbe della prima
-comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di
-nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.
-
-Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di
-bianco, presso l'altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle
-altre tre file le bambine.
-
-Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli
-uomini e lievemente disse:
-
--- Monsignore tarderà un po'. Se vogliono intanto visitare il coro....
-C'è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.
-
-E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un
-languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte
-pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di
-forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.
-
--- Quel signore? -- disse la monaca. -- Quel signore era Beatus, che si
-era soffermato a guardare quell'albero che fu detto del Bene e del Male.
-
-Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva
-anche sembrare un _boudoir_. Il soffitto simulava, con artificio di
-pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un
-panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti
-parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì,
-dietro, c'è un'alcova». Se ne erano mai accorte le monache?
-
-La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva
-malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse
-una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a
-enormi fogliami d'oro.
-
--- Qui c'è tutta la vita e miracoli -- disse -- del nostro santo
-Gerolamo.
-
-Tutti dissero: -- bello! -- ma non si soffermarono su l'uno più che su
-l'altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu
-mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello
-che faceva lì il Santo, non interessava.
-
-Ma interessò molto Beatus.
-
-In un pannello c'era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua
-barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi
-della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.
-
-Nell'altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c'era
-un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire:
-«Dai, dai! Che ti farà bene!»
-
-La scritta latina dicea: _Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo
-prophanam litteraturam castigaret._
-
--- Ma quel signore! -- disse ancora la monaca. -- Presto, presto! È
-arrivato monsignore.
-
-E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.
-
- *
-
-Ma monsignore nella chiesetta non c'era. C'erano i bimbi e le bimbe
-inginocchiate.
-
-Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre
-sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.
-
-Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a
-cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.
-
-Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende
-nere erano così dense che appena si scopriva un po' del pallore del
-volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose
-e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella
-immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva
-incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno
-corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si
-ricomponevano sempre con leggiadrìa.
-
-Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così:
-«Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell'albero
-antico?»
-
-Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un
-lembo della tovaglia dell'altare, ora il velo ad una bimba, ora
-bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora
-passava di cero in cero.
-
-Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le
-fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la
-luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate!
-La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti
-antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme,
-rette da quell'infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva
-dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano
-bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.
-
-Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel
-tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona
-e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la
-tenebra alla luce, perchè incolpi me?»
-
-Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del
-giardino, aveva come ondeggiamenti d'azzurro.
-
-Cristo cammina presso l'azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai
-fanciulli, addita i gigli delle convalli.
-
- *
-
-Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.
-
-Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè
-il nome di un alto prelato.
-
-L'uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche
-della persona, benchè la nuca -- che sola si vedeva -- apparisse cinta
-da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si
-tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono
-gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.
-
-Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò
-su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette.
-Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma
-forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui
-salì, e queste parole furono udite: _Omnis qui vivit et credit in me,
-etiam si mortuus erit, non morietur._
-
-La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a
-Beatus; e Beatus se ne voleva andare.
-
--- Pazienza, -- gli sussurrò la signora Alice, -- ora dice la messa.
-
-Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava
-altra cerimonia.
-
-Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto
-tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba
-esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma
-si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse
-con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò.
-Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un
-fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.
-
-Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta
-trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi
-se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le
-centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo,
-là dal giardino si udirono note anche più dolci.
-
-Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.
-
-Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel
-volto: un volto mansueto e chiaro.
-
-Levava l'ostia.
-
-La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si
-prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano
-chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava
-sull'altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la
-mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l'«Ave
-Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le
-une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di
-Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra
-del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».
-
-Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del
-sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose,
-inverosimili: e parevano verosimili.
-
-Poi il volto dell'uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul
-largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici
-con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui,
-Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto
-bimbi o femminette.
-
-Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:
-
--- Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del
-pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell'anima:
-senza il nutrimento, anche l'anima muore....
-
-Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli
-orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote,
-e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che
-soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano
-le parole. Poi dal ciborio d'oro levava il pane dell'anima, le piccole
-ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell'operare, comunicava.
-
-Le bimbe bianche accorrevano, _uti cervi sitientes_, come i cervi
-sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a
-me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di
-girasole.
-
-Le bimbe comunicate si staccavano dall'altare in silenzio, ad una ad
-una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.
-
-Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si
-genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse
-dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con
-bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.
-
-Beatus era molto malcontento di sè. Il suo _spirito critico_ lo portava
-a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la
-suggestione di quell'apparato scenico, è ben facile....»
-
-Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo _spirito critico_.»
-
-D'altronde monsignore era già lontano.
-
-Dopo, la signora Alice disse a Beatus:
-
- *
-
--- Mo' ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè
-di piazza o al caffè del lago?
-
-Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.
-
-La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus
-stava zitto.
-
--- E diteci qualche cosa anche voi, benedett'uomo, a queste creature che
-mo' sono santarelle.
-
-Ma Beatus nulla dicea.
-
- *
-
-Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di
-innestare se stesso negli uomini.
-
-Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.
-
-Anzi quella continua bestemmia di _ostia_ che gli uomini hanno su le
-labbra, riconduce a pensare che l'uomo non tollera i portenti.
-
- *
-
-Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano
-con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.
-
-Pareva un quadro della vita.
-
-La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.
-
-Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad
-affrontare le onde nere. Ma dopo un po', sono imbevute, capovolte,
-sommerse.
-
-Le rive dell'oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi
-di morti come il guano su le rive del Cile.
-
-Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia
-attraversare le grandi onde, arrivare di là.
-
-E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «_l'è mato, tuti dixe
-che l'è mato._»
-
-Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che
-la signora Alice gli disse: -- Voi che non avete nessun vizio -- che si
-veda! -- avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io
-dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe,
-fàtelo ridere.
-
-
-
-
- _Capitolo XXI._ -- O Hymen, Hymenaee!
-
-
-Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre
-sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel
-movimento dell'anima.
-
-Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per
-vedere che cosa vi succedeva.
-
-Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti
-affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere
-dell'anima. Oh, Beatus! _tu ti involvi, non ti evolvi!_
-
-Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già
-avea sentito di ossequio.
-
-Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa
-mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe
-buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una
-latrina.
-
-Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino
-diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo.
-
-Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la
-sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta
-della spesa, disse:
-
--- Fate venire quell'uomo.
-
--- Quale uomo?
-
-Scolastica, col volto deformato dall'ultima gravidanza, era più orrenda
-che mai.
-
--- Quello che vi ha ridotta così, -- e col dito le accennava il luogo
-del nascimento.
-
-Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi
-fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in
-una tal via.
-
- *
-
-Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell'uomo non
-c'era, anzi non c'era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone.
-Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:
-
- Lunedì, San Crispino,
- Martedì, San Crespiniano.
-
-In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di
-scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva
-amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi
-levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il
-piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.
-
--- O che vuol fare il calzolaio? -- domandò l'omaccione vedendo
-quell'omarino, che si affissava nel suo lavoro.
-
-Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse,
-venisse da lui.
-
- *
-
-Un giorno colui venne. -- È qui -- disse Scolastica.
-
-Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c'era Loreto, la
-gabbia dell'usignolo morto e Ruggero Bonghi.
-
-Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni
-tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere
-con piacere l'antica conoscenza.
-
-Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate
-che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così,
-sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per
-nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che
-li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo
-cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».
-
-Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell'idiota: teneva le due
-mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere,
-quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande
-stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il
-ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie:
-quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel
-movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un'epitome delle
-generazioni e delle vite: l'uomo!
-
-Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: _nel
-ventre tuo si raccese l'amore_, e le parole del poeta gli parvero grandi
-come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la
-voce del poeta.
-
-Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento!
-
-Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e
-due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima».
-
-Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che
-l'uomo si potesse definire anche così: _homo iners_, l'uomo inerte! Che
-bella definizione!
-
-Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli _industri uomini_, come furono
-detti da Esiodo, l'_audace stirpe di Giapeto_, come li chiamò Orazio,
-l'_homo sapiens_ di Linneo, l'_uomo sociale_ di Dante, l'_uomo
-economico_; sì tutti begli uomini. Ma l'_uomo inerte_ è più bello!
-L'uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell'aia, come la
-serpe al sole.
-
-Quando ha fame, quando ha sete, quando l'ardore del senso si desta;
-quando un urto, un colore, il rosso, l'oro, lo percuote, allora si
-desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce
-ancora, e torna inerte. Chi era l'uomo? lui che era vigile, o coloro che
-erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all'_Accademia dei
-Lincei_! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a
-quella distribuita dall'_Accademia dei Lincei_.
-
-Beatus cominciava a gesticolare, ma quell'uomo che stava inerte, levò la
-mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca
-di Beatus, che volava, e disse:
-
--- Be', lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa?
-
-Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare,
-e disse:
-
--- Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità.
-
-Lo stupì lo sguardo di quell'uomo: egli non capiva quella parola
-_responsabilità_.
-
-Era un idiota.
-
-Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l'idiota era lui.
-_Responsabilità?_ Quale? Non esiste responsabilità.
-
-Quell'uomo capiva benissimo.
-
--- Ecco -- disse Beatus --, io vi volevo semplicemente dir questo, mio
-caro, che voi riconoscerete che siete stato voi.
-
-E indicò la donna.
-
-Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo
-ragionamento.
-
-Disse:
-
--- Io o un altro, è lo stesso.
-
--- Come, come? -- disse Beatus. -- Non direte mica che sono stato io!
-
--- Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un
-altro. Chi lo sa?
-
--- Ma siete stato voi...!
-
--- Sì, sarò stato anch'io -- disse lui con mansuetudine, -- ma è stata
-lei, quel giorno, a fare _pst pst_ alla finestra, e allora io sono
-venuto su.
-
-Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto _pst
-pst_!
-
--- Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare _pst pst_. L'ha fatto a
-me, ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore?
-
-Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene.
-
-Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano
-su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono
-male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e
-faceva _pst pst_. -- Non si vedeva nemmeno come era brutto.
-
--- Ah, tu sei carina!
-
-I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori
-dell'umanità: _campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!_
-
-Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò
-tutti e due e disse:
-
--- Dividiamo il _pst pst_ a metà.
-
-Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero
-gallo.
-
-Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la
-sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il
-nascimento! L'uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara
-quella vita che correva al suo nascere.
-
-Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così
-in genere, come per l'usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere.
-
-Oh, fulgore degli antichi riti! _O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!_
-
-E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate:
-
-«La forza dell'uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa
-novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede
-di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero,
-scuotono le chiome d'oro.» Canta, per la notte, il grande inno d'amore!
-Ma l'impeto d'amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole
-come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal
-grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida
-dal semiaperto piccolo labbro».
-
-Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel
-nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico
-l'estirpazione.
-
- *
-
-«Beatus -- disse il campanelluzzo a Beatus -- bada che allora si
-trattava di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi».
-
--- E adesso come si rimedia? -- domandò Beatus.
-
--- Faccia lei -- rispose l'uomo con indifferenza -- una cosa che vada
-bene.
-
-Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea:
-
--- Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo
-putiferio non succedeva.
-
--- Be', be', be'! questo poi è un po' troppo -- disse Beatus.
-
-E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone
-eccitato, abbaiò.
-
-Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto
-limite. Proprio il signore non ne aveva colpa.
-
--- Va là! che non ne avevi bisogno della guardia.
-
-Beatus ringraziò.
-
-In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche
-ricattarlo d'accordo con Scolastica.
-
-Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti!
-
-Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio
-o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore
-faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso.
-
--- Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! -- e
-soffiò su la palma della mano.
-
-Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la
-sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è
-una gran consolazione.
-
--- Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha.
-
-Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere
-all'osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c'è doganiere che
-ci possa far pagare il dazio.
-
-Beatus disse:
-
--- Ma, io, mio caro, non son ricco.
-
-Ma quell'idiota fece un risolino e disse:
-
--- Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.
-
-In fondo l'idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente
-ricco: aveva mangiato l'ostia, aveva una responsabilità. Forse -- cosa
-tremenda -- poteva anche avere un'anima, e forse immortale! Certamente
-aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.
-
-
-
-
- _Capitolo XXII._ -- Il re dei Bolcevichi.
-
-
- Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà
- dichiarato dall'avvenire. All'autore di questo _Capitolo_ la
- cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale
- del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia
- nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l'azione del racconto) e
- come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e
- della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la
- prole», ecc.
-
-
-Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. -- Se
-non è oggi sarà domani -- aveva detto la signora Alice.
-
-E Beatus disse alle donne: -- Allora vediamo di far presto.
-
-Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: -- Fate
-tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario.
-Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io
-tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle
-nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.
-
-E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter
-finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.
-
-Ma quando all'albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato
-la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po'
-ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto?
-
-«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.»
-
-Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si
-ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle
-donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri.
-
-Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o
-di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala
-da pranzo dell'albergo non c'era che lui e un prete.
-
-Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e
-nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo:
-uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano
-quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono.
-
- *
-
-Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e,
-riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il
-tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello
-di prora e sull'alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo
-umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore».
-
-Ma ritornando poi all'albergo, e passando lungo le mura del detto
-tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W.
-L'Enin.
-
-Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò.
-
-Non c'era dubbio: l'autore, anonimo come un poeta dell'_epos_, voleva
-significare, Viva Lenin!
-
-«Come è plastico questo popolo d'Italia! -- fu il primo pensiero di
-Beatus. -- Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro
-Romano Impero dell'Austria, che pure aveva per emblema il santo segno
-dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le
-mura dei più venerabili edifizi: _Viva Lenin!_ Il santo segno
-dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: _Viva Lenin._ È forse questa
-la nemesi della storia?»
-
-Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in
-forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a
-conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano
-conoscenza della sua storia....»
-
-Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo
-argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma
-poi gli parve che se il popolo d'Italia avesse consapevolezza della sua
-storia, non sarebbe più il popolo italiano.
-
- *
-
-Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.
-
-I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio
-dell'autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e
-ciò significava indelebilità. E v'era in quei caratteri alcun che di
-stravolto, e ciò significava terrore.
-
-La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io
-paura?»
-
-«Se ti fa piacere, sì!»
-
-«Vile borghese -- pareva ancora domandare la scritta -- non sono bello
-io?»
-
-«Se ti fa piacere, sì.»
-
-«Sai tu che ti posso fare del male?»
-
-«Tutto mi può fare del male.»
-
-«Mi dispregi tu forse?»
-
-«Tutt'altro! Anzi meritevole di grande considerazione.»
-
- *
-
-Di chi era quel nome: Lenin?
-
-Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice.
-Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.
-
-Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla
-città solitaria e santa?
-
-Eppure era arrivato!
-
-Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni
-d'oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte
-il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto
-tempo non navigava più.
-
-Ora navigava la nave del re dei bolcevichi.
-
-Qualcosa deve ben navigare!
-
- *
-
-Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di
-terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei
-volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava:
-anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene
-delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell'antica gentilezza.
-
- *
-
-Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei
-bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo
-irreale.
-
-Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro
-grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a
-quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal
-cielo i balocchi su le moltitudini.
-
-Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più
-meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la
-abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu
-trasvolerai? Perchè farò io il miele come l'ape stolta per dare squisite
-vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il
-mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune:
-in comune anche il più grande balocco: la donna.»
-
-Così dicevano le genti.
-
-E il re dei bolcevichi operava un'amputazione nella vita. Solo i
-lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai
-balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra.
-
- *
-
-Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando
-con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe,
-tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a
-che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi
-operai materiali della vita!
-
-«Signor re dei bolcevichi -- gridavano a lui -- tu lasci indietro tutti
-gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti
-dell'intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a
-dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è
-necessario per l'intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi
-giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori».
-
-Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che
-anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la
-testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata
-l'anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima
-comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo.
-Sono essi dio, giudice, legge.
-
- *
-
-Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i
-loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re
-dei bolcevichi.
-
-Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per
-l'altrui piacere i balocchi della vita!
-
-Pareva l'anno mille, che attese l'avvento del nuovo Messia.
-
-Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia
-e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po' tremavano.
-
-Come attorno al ferro incandescente si vede l'aria soffrire per
-l'immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini
-vaporava il calore dell'odio e del desiderio.
-
-Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si
-sarebbero levate col furore dell'odio alla conquista del paradiso
-terrestre, promesso dal nuovo Messia.
-
- *
-
-Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo
-fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo,
-e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero?
-
-Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d'Oriente,
-fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi
-erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli
-e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava,
-prima, a bere l'oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava,
-e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con
-lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l'oppio e lo
-toglie dal giardino. D'onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal
-paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della
-sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa,
-perchè vuole ritornare al paradiso.
-
- *
-
-E Beatus guardò ancora il tempio, sull'alto del quale San Francesco
-tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore».
-
-E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò
-via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e
-giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu,
-mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li
-confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch'egli vietò ai frati suoi
-che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto,
-e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non
-Ricchezza.
-
-Anch'egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle,
-il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini
-era il grande concerto, l'acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi
-sono staccati dall'universo e dal mistero.
-
-Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore.
-
-Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che
-fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte.
-
-Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi
-mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi
-forti denti!
-
-E l'ignorante, anche!
-
-Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge
-null'altro che un'antica legge di animalità.
-
-Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato
-all'uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per
-seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di
-mente si ripetono ancora.
-
- *
-
-Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del
-nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti
-riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse
-nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati.
-Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo:
-l'uomo sospingeva l'uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo.
-
-Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l'oceano
-della vita, e il re dei bolcevichi li spense.
-
-Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a
-illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell'anima,
-l'anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta
-altrove che nelle fantasie dei poeti? L'issopo che fa bianco lo
-scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le
-pustole all'umano rospo, le conoscete voi?
-
-Follìe, fole, fantasmi!
-
-L'uomo sospinge l'uomo, e il moto è rapido come vertigine.
-
-Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi
-appose un numero.
-
-Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.
-
-Follìa l'uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti
-sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu
-mangiato il pane dell'anima? No! E per un po' più di miserabile astuzia
-che tu possiedi, per un po' più di vile solerzia, per un po' di
-vanagloria, per un po' di feroce acume che è in te, domandi tu il
-privilegio?
-
-Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.
-
-Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell'anima costituiscono
-un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette
-cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l'Empireo?
-Non esiste l'Empireo.
-
-Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò
-domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se
-gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli
-altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi
-soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più
-non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola
-lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce
-bianca che fa smarrire la via, che importa?
-
-«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l'esercito del re dei bolcevichi.
-
- *
-
-In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore
-siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come
-abbaglianti per un misticismo terreno.
-
-E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la
-donna.
-
-Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta!
-
-Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma
-essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era
-distruggere la vita istessa.
-
-Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole
-tremende: _peccatum! mortale peccatum!_ Che valse?
-
-Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal
-peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla
-cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i
-re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della
-madre. Che valse?
-
-Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà
-superba.
-
-Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna,
-strumento della voluttà.
-
-E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo:
-«è lecito usarne, non è peccato».
-
-Non è vero? È degno di essere vero.
-
-E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri.
-Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura!
-
-Il re dei bolcevichi aboliva così l'immane, l'inane fatica dei padri e
-delle madri.
-
-Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare
-una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero
-d'ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon
-nutrimento, al buon allevamento.
-
-Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino
-all'assurdo, con giustizia sino all'ingiustizia. La civiltà, come la
-serpe, mordeva se stessa.
-
-Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il
-pianto.
-
- *
-
-Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza
-la coscienza che distingue l'uomo dall'uomo, fosse la morte.
-
-Forse le lacrime sono anch'esse necessarie.
-
-E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del
-padre e della madre, gli parve come un non nascere.
-
-Pareva a Beatus di vivere entro un'atmosfera lucida per immoto bagliore:
-non v'erano più tenebre. Ma l'aria era irrespirabile: mancava il senso
-sacro della vita. L'equilibrio era folle: mancavano gli elementi
-imponderabili che la scienza ignora.
-
-A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri.
-
-
-
-
- _Capitolo XXIII._ -- Il figlio dell'uomo.
-
-
-Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse
-era nato.
-
-Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le
-sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque
-parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei
-bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè
-non sorgerà un'altra verità. L'umanità è come il serpente boa; fa un
-pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo
-finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un'altra verità.
-
-Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata
-lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica,
-invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta
-tenere in casa, così facessero pure.
-
-Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio
-oppure una femmina. Ed anche non credendo al _pithecanthropus erectus_
-del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra
-l'uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l'uomo, anche meglio
-vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine.
-
-«In me, per esempio, -- dicea Beatus, -- ora si vede benissimo.
-Eppure...! Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità
-incantevole del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un
-bellissimo inganno».
-
-E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio,
-sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è
-detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori
-anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa!
-Ora l'usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le
-veci.
-
-Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva
-letto nei poeti o nei libri per l'infanzia, che i bimbi danno lietezza
-alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo
-dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il
-popolo credeva negli angioli.
-
-«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba».
-
-Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i
-latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè
-la morte dei figli. Dicevano _orbatio_, quasi privazione di luce. E
-_orbi_ erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i
-figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i
-padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. _Orbatio!_
-l'uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco!
-
-«Ecco: se io non avessi studiato il latino -- continuava Beatus nel suo
-vaniloquio -- non avrei questo pensiero.
-
-«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino».
-
-Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono
-dall'uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti
-in comunità, abolisce quel dolore dell'_orbatio_.
-
-Ma abolisce anche quella gaiezza.
-
-«È sorprendente! -- esclamò Beatus -- Per fare il re dei vari
-bolcevichi, bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio
-di toccare nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi».
-
- *
-
-Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così,
-Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi
-in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica.
-
-Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia,
-ma nemmeno troppo intelligente: con un'anima sì, ma non con troppa
-anima. Un'anima -- ecco -- senza interrogativi. Quel tanto che basta a
-mandare avanti l'esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per
-esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri
-del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta
-scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il
-denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto,
-trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta
-perchè.
-
-Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella
-pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare
-con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè
-no, saper fare le torte come le suore?
-
-Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente.
-
-Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere
-dell'alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re
-Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle
-Mille e una notte. La sola cosa un po' preoccupante era quel furore che
-prende i giovani, anche i più pacati, in sull'aprirsi della pubertà, per
-cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire
-che dimenticano padre, madre -- come dice Cristo -- per quel furore. E
-se stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c'è tempo
-da pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l'idea di allevarsi in casa la
-creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva.
-
-Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di
-Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con
-amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo
-avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto?
-Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi
-condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così.
-
-Antigone conduce Edipo.
-
-Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più
-Edipo, nè darà più sepoltura al fratello.
-
-Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco!
-
-Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non
-basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da
-bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona,
-la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche
-volta, muore una parte dell'anima, e il vecchio si mette a ridere, e
-dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non
-parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare
-questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o
-fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi
-scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.»
-
-Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso
-di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una
-volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre.
-
-Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i
-figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso
-alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si
-ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia
-di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando
-ti ordinerò la bara, caro padre?»
-
- *
-
-Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?»
-Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così.
-
-Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo
-automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un'altra leggenda che
-aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma
-per i vecchi non ha avuto pietà.
-
-Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è
-lui o è la nuova umanità che vuole così?
-
-Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella
-condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque
-parte si volge il piede, la terra ingoia.
-
-Se non c'è un sostegno dall'alto, fuori della terra, si rimane ingoiati!
-
-
-
-
- _Capitolo XXIV._ -- Le mammelle.
-
-
-Ma la signora Alice non rispondeva.
-
-Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della
-scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era
-sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle
-nutrici.
-
-E allora Beatus ritornò a casa.
-
-Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava.
-
-Era sera, era freddo e pensava al suo letto.
-
-E invece trovò il suo letto ancora occupato.
-
-Da prima non capì da chi, e perchè.
-
-Attorno al letto c'erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la
-signora Alice.
-
-Ma la signora Alice disse: -- Buona sera, signor Beatus. Non la
-aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l'angiolo.
-
-Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio.
-
-La bimbetta diceva: -- Poverello, muore.
-
-Scolastica non disse nulla.
-
-Allora Beatus s'accorse che nel suo letto c'era qualche cosa.
-
--- Lo vuol vedere? -- disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus
-che per la prima volta vide, inorridì.
-
--- Quel bimbo ha cento anni! -- esclamò Beatus.
-
-Il figlio dell'uomo e della donna aveva l'aspetto triste dei vecchi: la
-palla dell'occhio era scavata profondamente entro l'orbita; la pelle era
-di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro.
-
--- È nato così? -- domandò.
-
--- Oh, -- disse la bimbetta -- era così carino quando è nato.
-
--- Che malattia ha?
-
--- Ha fame.
-
--- Voi -- disse Beatus a Scolastica -- gli dovevate dare il latte.
-
--- Sì, con queste.
-
-E mostrò a Beatus l'orrore delle sue mammelle.
-
--- Eh, mica tutte le donne -- disse la signora Alice -- hanno il latte.
-Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no.
-
-Scolastica fece un gesto di rabbia:
-
-«Quell'uomo che non capisce mai niente!».
-
-Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate
-lagrime.
-
--- Vi domando scusa -- disse Beatus. -- E allora perchè non lo avete
-mandato a balia?
-
--- Così abbiamo fatto -- rispose la signora Alice; -- ma la balia
-appunto lo ha rovinato.
-
--- Dovevate prendere una balia in casa.
-
--- E dove la trova lei la balia in casa? -- disse la signora Alice.
-
--- Oh, si trovano -- disse Beatus.
-
--- Le vada a trovar lei -- disse Scolastica.
-
--- Una volta si trovavano, ma adesso non più -- disse la signora Alice.
--- Sa cosa dicono le contadine? che il latte è sangue, e il loro sangue
-non lo vogliono più dare ai signori.
-
--- Ma dove, ma dove, _signore_! -- disse Beatus additando con la palma
-la creatura umana che giaceva sul suo letto.
-
- *
-
-C'erano, lì, le tre femmine: sei mammelle: sei fonti senz'acqua attorno
-a un assetato.
-
--- Avete provato ad allattarlo col poppatoio?
-
--- Abbiamo provato; ma non era più tempo. E poi che latte!
-
- *
-
-La bimbetta, con un pannilino umettato, cercava di far succhiare
-qualcosa.
-
--- Fino a questa mattina, poverello -- disse -- si sforzava di
-succhiare, ma adesso non ha più forza.
-
-Quella bimbetta richiamava in mente i bimbi che stanno lì pazienti, con
-insensate parole di amore, ad imboccare i passerotti moribondi.
-
-Scolastica pareva risvegliarsi ogni tanto, e diceva: -- _El me putelo!_
-
-Anche quel risveglio di un'anima morta dava un senso di costrizione al
-cuore.
-
--- Scolastica -- disse Beatus --, e quell'uomo non l'avete avvertito?
-
--- Che cosa vuole che importi a lui? Invece nella stanza c'era una cosa
-che non c'era prima: la signora Alice aveva portato sul comò di marmo
-una di quelle imagini, una Santa Rosalia, una Sant'Anna, una cosa di
-porcellana o di stucco, con davanti la gran palla opaca di un lume a
-petrolio, come aveva veduto a Napoli in quella notte.
-
-Anche questo ricorso alle forze taumaturgiche provocò in Beatus un
-grande stringimento di cuore.
-
-«E voi che fate qui?», voleva dire Beatus alle donne, sentendo un gran
-silenzio.
-
-Ma non disse. Esse assistevano alla morte.
-
-Sono le donne, le pazienti, che assistono alla morte.
-
--- Per questa notte -- disse la signora Alice a Beatus -- bisognerà che
-lei vada a dormire all'albergo.
-
- *
-
-E Beatus andò, e passando per il suo studio, scoprì i ritratti dei
-benefattori dell'umanità.
-
-Provò una sensazione come di vuoto.
-
-Ma forse era la Morte, che passando per la sua casa, produceva quel
-vuoto.
-
- *
-
-Uscì di casa, e voleva prendere un tram. Ma i tram correvano con grande
-fragore, con grandi lumi, che gli parvero più grandi che mai; ma forse
-così gli parve perchè quel quartiere eccentrico dove abitava, è buio e
-silenzioso. I tram erano vuoti e parevano fare più rumore. Ma non si
-fermarono al suo richiamo. Parevano sospinti da una gran fretta.
-
-«Forse è mezzanotte -- pensò, -- e i tram hanno fretta, e tornano alle
-loro rimesse.»
-
-Camminò a lungo; ma quando fu nel centro della città, rimase sorpreso di
-vedere tutto illuminato: tutta la gente.
-
-Entrò in un caffè per rifocillarsi con qualche cosa. Il caffè era
-grande: due grandi sale, tutte piene di gente: i lampadari elettrici
-rovesciavano fasci di luce.
-
-Qualcuno lo vide, e lo salutò. Ma passando vicino ad un tavolo, ebbe la
-sensazione che il suo passaggio destasse meraviglia. Gli parve udire
-anche esclamazioni di scherno. Ma non potevano essere rivolte contro di
-lui. Sentì queste parole: «O che non si è più padroni di fare il
-comodaccio suo?»
-
-Trovò un tavolo vuoto, e si sedette: ma quella luce lo abbagliava e
-chiuse gli occhi.
-
-Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo.
-Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo
-ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori:
-«Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di
-quelle parole era attaccato un senso taumaturgico.
-
-Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa».
-
-Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità
-formata di ventriloqui.
-
-Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere.
-
-Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall'altro tavolo: lì si parlava di
-arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza
-più seno». «Il seno usava al tempo del grossolano realismo di trent'anni
-fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta
-fiorenti...... Erano giovani artisti, letterati che parlavano così.
-Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli
-artisti.
-
-Ma lo riscosse il cameriere dicendo: -- Il signore è servito.
-
-Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli
-ripugnò come all'idrofobo l'acqua.
-
-Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di
-politica là.
-
-Ma quella vista gli ripugnò come il latte.
-
-Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell'essere
-vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri
-viventi».
-
-Allontanò da essi lo sguardo per posarlo su qualche altro oggetto più
-lontano, e vide a un tavolo lontano la faccia onesta e fresca del
-dottore che lo aveva curato dalla febbre spagnola.
-
-Come mai un uomo così morigerato si trovava in giro per i caffè a così
-tarda ora di notte?
-
-«Ma quell'orologio è fermo!»
-
-La lancetta dell'orologio nella gran parete non era ferma: segnava
-un'ora più che onesta. Il tempo aveva avuto un corso vertiginoso per
-Beatus.
-
- *
-
-Beatus fu attratto verso il dottore.
-
-Il dottore non era solo, ma con un altro medico, anzi fisiologo
-illustre; e siccome anche Beatus era quasi illustre, così si
-conoscevano, essendo ambedue illustri. Parlavano non di politica o di
-arte, ma degli _ormoni_. Questa cosa era stata battezzata recentemente
-con tale nome dalla scienza; ma la sua esistenza risale al tempo delle
-mammelle. L'illustre fisiologo aveva fatto notevoli esperimenti sugli
-ormoni.
-
--- Sa lei, -- disse il giovane dottore a Beatus -- che dopo che ho
-curato lei della febbre spagnuola, mi sono ammalato io?
-
--- Ed è stato lì lì per andarsene -- disse sorridendo l'illustre
-fisiologo.
-
-Spiacque molto tale notizia a Beatus.
-
--- Eppure è strano! -- disse. -- Quando si sente dire che un medico è
-ammalato, si prova una certa meraviglia.
-
--- Quasi piacere, è vero? -- disse sorridendo l'illustre fisiologo.
-
--- Questo poi no -- rispose pur sorridendo Beatus. -- Almeno io, no.
-
--- Se poi il medico muore -- continuò sorridendo l'illustre fisiologo
---, è una soddisfazione.
-
--- Può darsi -- disse Beatus -- che per molti la cosa sia così. Eppure
-vi è la sua spiegazione.
-
--- E quale?
-
--- Ma sì! -- disse Beatus. -- Bisogna ricordare che il medico,
-nell'antichità, era lo stregone, il possessore delle forze occulte.
-Ebbene: qualcosa di questo remoto concetto rimane. Pigliate il più
-formidabile uomo politico che muove gli uomini come quei due signori là
-muovono le pedine su la scacchiera, e fatemelo seriamente ammalato; e
-poi ditemi che cosa diventa di fronte al medico: niente. Esiste anche il
-fatto grammaticale, scusate: non so se lo abbiate osservato. Supponete
-che i giornali domani annuncino che Sua Eccellenza, il presidente del
-Consiglio, sia colpito da emiplegia. Ebbene: la gente non dice più: «Sua
-Eccellenza è il solo uomo plastico per governare questo popolo
-plastico», ma dice _era_; cioè usa, scusate, il tempo imperfetto, cioè
-lo fa come morto, ancorchè sia vivo ancora. Voi, medici, potreste
-formare il più formidabile dei sindacati.
-
--- Macchè! -- disse l'illustre fisiologo. -- Purtroppo è impossibile.
-
--- E perchè? -- domandò Beatus.
-
--- Perchè se lo stregone, come dite voi, è indispensabile all'uomo
-infermo, è perfettamente inutile alla collettività la quale gode di
-inalterabile buona salute. Ci salviamo un po' la reputazione con quei
-poveri microbi. Ma l'umanità se ne ride. Deve esistere una coscienza
-collettiva della sua indistruttibilità.
-
--- E vi difendete anche -- aggiunse Beatus -- con quel po' po' di
-linguaggio magico o occultista che adoperate proprio come gli antichi
-stregoni. Poco fa dicevate _ormoni_. Potreste dire _eccitanti_,
-_stimolanti_; ma in tale caso tutti vi comprenderebbero. Ma esistono
-realmente?
-
--- Volete provare, Beatus? -- disse l'illustre fisiologo. -- Io vi
-assicuro che sono gli ormoni del feto che provocano la secrezione delle
-mammelle. Teoricamente anche voi, Beatus, potreste esser messo nella
-condizione di allattare. Tutt'al più si potrà discutere per grammatica,
-se voi dovrete essere chiamato _la balia_ o _il balio_....
-
- *
-
-A queste parole Beatus che, ragionando, si era dimenticato, si ricordò.
-
-
-
-
- _Capitolo XXV._ -- Atrepsia.
-
-
-Ma l'ora era tarda, e l'illustre fisiologo si accomiatò.
-
-Anche il giovane medico uscì dal caffè, e Beatus si accompagnò con lui.
-
-C'era lì, sul corso, una fila ferma di carrozzelle. Beatus lasciò
-passare la prima, la seconda, la terza.
-
-«Via, non fare sciocchezze,» gli disse il campanelluzzo.
-
-Ma quando fu all'ultima carrozza, Beatus disse:
-
--- Dottore, le dispiace venire a casa mia? C'è un bambino che sta poco
-bene.
-
-Il suono della sua voce che proferì queste parole, lo sorprese.
-
-Anche il dottore mostrò sorpresa di queste parole, tanto che si fermò in
-mezzo alla via.
-
-Avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino? Lei è solo in casa». Invece
-nulla domandò, ma disse semplicemente: -- Andiamo.
-
-Anche questa semplice risposta sorprese Beatus, perchè il dottore
-avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino se lei non ha figli?»
-
-Quando la carrozzella si mosse, il dottore non parlò.
-
-E Beatus nemmeno.
-
-Voleva parlare, ma non avea di che parlare. Poi disse:
-
--- Ah, una bella intelligenza, l'illustre fisiologo.
-
--- Sì, una bella intelligenza. Ancora giovane, farà molta strada.
-
-Ma il discorso non procedeva oltre.
-
-Beatus avrebbe voluto spezzare quel silenzio, ma non ci riusciva. Anche
-quelle parole _farà molta strada_ gli sbarravano il discorso.
-
-«Quale strada fanno gli uomini? Tutti fanno la stessa strada».
-
-Ma quando la carrozzella lasciò l'acciottolato della città, e le ruote
-corsero più lievi e senza rumore per un viale (e le lampade della città
-erano scomparse), sentì da quella parte dove nella penombra stava seduto
-il dottore, venire queste parole tranquille:
-
--- Il bimbo che sta male è suo figlio, è vero?
-
-Beatus balzò.
-
--- Eh? Mio figlio? Ma io non ho figli.
-
--- Io glielo ho chiesto semplicemente come amico, badi bene: non come
-professionista.
-
--- Ma la domanda che lei mi fa -- disse Beatus -- è una supposizione,
-oppure....?
-
--- Me ne sarei ben guardato. Io le ho domandato quello che ho inteso
-dire. Credevo che lei lo sapesse.
-
--- Io? Ma io non so nulla, io sono assente da un mese. Ma che devo io
-sapere? Ma che si dice?
-
--- Si calmi, si calmi, -- disse il dottore. -- Lei dice che non è suo
-figlio, e tutto è finito.
-
--- Ma lei, lei da chi e dove ha inteso?
-
--- Voci che ho inteso dire al caffè. Quello è il luogo dove arrivano
-tutti i chiacchiericci della città, ed è arrivato anche il suo.
-
--- Ma in sostanza, che cosa?
-
--- La cosa più semplice di questo mondo: che la sua serva fu resa
-incinta....
-
--- Da me?
-
-Beatus mandò tale voce che il buon dottore ne fu sinceramente commosso.
-
--- Ah, la indegna calunnia! -- esclamò Beatus e raccontò.
-
-Come ebbe finito il racconto, il dottore disse:
-
--- Lei però, facendo sgravare in casa la donna, ha fornito tutto il
-materiale della verosimiglianza....
-
-Il dottore parlava con tranquilla parola; ma in Beatus l'eccitazione
-diveniva anormale.
-
--- Io educatore, io maestro..., io fare queste cose.... -- diceva. --
-Perchè lei capisce che se anche non fosse, io sono obbligato a essere
-uomo morale.
-
--- Sì, ma ai tempi che corrono non ci si bada più. E poi se ne parlava
-la scorsa settimana; ora è cosa già passata.
-
--- Come fare a smentire?...
-
--- Lei non smentisce nulla; dopo tutto l'aver reso incinta una bella
-servotta non le fa disonore.
-
-Ma fu a questa parola del dottore che Beatus si ricordò delle
-esclamazioni di scherno udite al caffè. Scolastica, la orrenda
-Scolastica! E Beatus vide l'orrendo grottesco cadere su di lui. E subito
-vide anche l'autore della calunnia: il suo segretario che egli aveva
-obbligato, quel giorno, a dichiararsi vile.
-
-Beatus non parlò più.
-
-Vedeva il bel segretario andare in giro e dire: «Signori, signorine,
-sapete? L'educatore, il moralista, l'uomo esemplare, ha ingravidato la
-serva. Questo è niente, e non meriterebbe di richiamare l'attenzione. Ma
-se volete vedere il coraggio mandrillinesco dell'illustre Beatus
-Renatus, andate a casa sua, e potrete ammirare la complice necessaria
-del misfatto.»
-
- *
-
--- Signora Alice, signora Alice -- disse Beatus quando la signora Alice
-venne ad aprire, -- durante la mia assenza è qui venuto qualcuno?
-
--- Sì -- disse la signora Alice un po' stupefatta --, il suo segretario.
-
--- E dopo?
-
--- Dopo?
-
--- Dopo, sì, dopo, chi è venuto?
-
--- Io non c'ero; c'era qui la Elenuccia. Ma lei cos'ha?
-
-E chiamò la bimba.
-
--- Ah, sì -- disse tranquillamente la bimba, -- sono venute delle
-signorine.
-
--- Studentesse?
-
--- Non so. Tutte coi ricciolini, i cappellini. Volevano vedere il pupo;
-volevano sapere come stava il pupo.
-
--- E poi....
-
--- Una ha portato i confetti per Scolastica....
-
--- Le hai intese ridere?
-
--- Le signorine ridono sempre.
-
-Beatus chinò la fronte.
-
- *
-
--- Questo bimbo? -- domandò il dottore che assisteva allo strano
-dialogo.
-
-Andarono di là.
-
-La signora Alice tolse il lume e lo accostò al letto.
-
-Il dottore scoprì e poi senz'altro ricoprì.
-
--- È il pitecantropo, -- disse Beatus.
-
-Il dottore disse:
-
--- Così infatti appare l'uomo quando ha divorato se stesso. La scienza
-ha trovato uno di quei nomi nuovi di cui lei parlava poco fa al caffè:
-atrepsia.
-
-Scolastica, posata a lato del letto, scoprì la faccia ebete e guardò le
-parole del dottore.
-
--- Quella è la madre? -- domandò il dottore.
-
--- _El me putelo_, -- disse quella voce.
-
-Il dottore se ne andò, e Beatus lo accompagnò alla carrozza.
-
-Beatus ritornò su lentamente.
-
-Entrò nella stanza.
-
-Egli era appoggiato alla bella spalliera del suo bel letto, davanti al
-pitecantropo. Quel suo spasimo si era come acquetato davanti al
-pitecantropo.
-
-Contemplava.
-
-Gli parve di essere proceduto avanti degli altri uomini, e di essere
-arrivato in vista di un oceano. E qui conviene sostare.
-
-Le voci degli uomini gli parvero come un pispiglio lontano, lontano. Le
-parole di scherno che si erano posate su lui, ora si sollevavano
-lontane. Anzi gli parve cosa bella e onorevole essere schernito. E
-proferì queste strane parole:
-
-«Io con io, cioè io con qualcuno che non sono io.»
-
-Lo riscosse la voce della signora Alice che disse:
-
--- È passato in questo momento.
-
--- Ha visto passare qualche cosa, signora Alice?
-
--- E che deve passare?
-
-Lui voleva dire, quel soffio, quel vento, l'anima. Ricordava i pappi del
-giardino, che si staccano per vento insensibile ai nostri sensi.
-
-Lei voleva semplicemente dire: «è morto in questo momento».
-
- *
-
-La signora Alice, seduta nel circolo della luce della lampada a
-petrolio, cuciva tranquillamente una cosa bianca.
-
--- Lei lavora sempre, signora Alice, -- disse Beatus.
-
--- Sto facendo una camicina per quel poverino.
-
--- Lei è lirica, signora Alice, -- disse Beatus -- perchè creda, mia
-buona signora, la bontà è una lirica, una forma intuitiva di lirica. La
-sola grande lirica!
-
--- Avete tutti parole che non si capiscono, -- disse la signora Alice.
--- Anche quel dottore ha detto una certa parola....
-
--- _Atrepsia_, ha detto, signora. Oh! una parola molto seria: _mancanza
-di nutrimento._ È morto per mancanza di nutrimento. Ma tutti noi, tutti
-noi, moriamo per mancanza di nutrimento.
-
-«Sì, sì, lo so, signori, -- disse Beatus quando fu solo nel suo studio,
-guardando i benefattori dell'umanità che pendevano dalla parete, -- lo
-so: tutte queste sono imagini mistiche che si formano nelle cellule
-della corteccia del cervello sotto determinate condizioni; ma non sono
-meno vere delle altre imagini; ed è, se così è, quanto di meglio noi
-possediamo, signori.»
-
-
- FINE.
-
-
-
-
- OPERE DI ALFREDO PANZINI:
-
- _Piccole storie del mondo grande_ L. 7 --
- _La lanterna di Diogene_ L. 6 --
- _Le fiabe della virtù_, novelle L. 5 --
- _Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ L. 5 --
- _Santippe_, piccolo romanzo tra l'antico e il moderno L. 5 --
- _La Madonna di Mamà_, romanzo del tempo della guerra L. 5 --
- _Novelle d'ambo i sessi_ L. 4 --
- _Viaggio di un povero letterato_ L. 5 --
- _Io cerco moglie!_ L. 6 --
- _Il mondo è rotondo_ L. 7 --
-
- ----
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL MONDO È ROTONDO ***
-
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-Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
-permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
-learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
-how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
-Foundation web page at http://www.pglaf.org .
-
-
- Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
- Foundation
-
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
-of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
-Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
-64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
-Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
-full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
-S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at 809
-North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official page
-at http://www.pglaf.org
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
- Archive Foundation
-
-
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-spread public support and donations to carry out its mission of
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-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
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-
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-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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- works.
-
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
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