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You may copy it, give it away or re-use it -under the terms of the Project Gutenberg License included with this -eBook or online at http://www.gutenberg.org/license. - - -Title: Il mondo è rotondo - -Author: Alfredo Panzini - -Release Date: April 06, 2012 [EBook #39389] - -Language: Italian - -Character set encoding: ISO-8859-1 - - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL MONDO È ROTONDO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the -Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. - -This file was produced from images generously made available by The -Internet Archive. - - - - - ALFREDO PANZINI - - Il mondo è rotondo - - ROMANZO - - - MILANO - __Fratelli Treves, Editori__ - 1920 - -- - _Prima impressione_ (1.º a 12.º migliaio). - - ---- - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - -_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i -paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_. - -Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti -il timbro della Società Italiana degli Autori. - - Milano, Tip. Treves. - - ---- - - - _Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di - guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come - lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore - sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e - conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non - ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la - sua vita_. - - Roma, gennaio 1920. - - - - - INDICE - - - I. Lo sputo. - II. La giovane professoressa. - III. Pasquà. - IV. Pedagogia. - V. Fragole e ale di pollo. - VI. La morte del rosignolo. - VII. L'acquazzone. - VIII. Una notte a Napoli. - IX. I lavoratori dei conigli. - X. Cristo. - XI. Giulio Cesare. - XII. I discorsi degli animali. - XIII. Beatus allontana da sè Scolastica. - XIV. I "fessi" d'Italia. - XV. "Quis est proximus tuus?" - XVI. Le prodezze di Biagino. - XVII. La scimmia a spasso. - XVIII. Scolastica. - XIX. La mitragliatrice e i gigli. - XX. Il pane dell'anima. - XXI. O Hymen, Hymenaee! - XXII. Il re dei Bolcevichi. - XXIII. Il figlio dell'uomo. - XXIV. Le mammelle. - XXV. Atrepsia. - - - - - IL MONDO È ROTONDO - - Motto: _in omnibus charitas_. - - - - - _Capitolo Primo._ -- Lo sputo. - - -Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell'anima, -non può stare attenta. - --- _Si tu stivi attiento, io nun te sputava_, -- disse quel cittadino -del sud. - -Forse voleva dire _attento_ a quel rombo gutturale che precede lo sputo -dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus -Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in -fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans -nero, o sul gilè che era di bellissimo candore. - -Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza, -afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma -in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè, -non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini -alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni -grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia, -attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro -il cranio, che basti a stimolare questi manubri. - -Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì -una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un'operazione di -magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra, -chiamate _tanks_, e così far paura a quel cittadino del sud, che già -dilungava maestoso col suo sigaro in bocca. - -«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso -quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è -per viltà». - -La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci -bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato -a guardare con curiosità. - -Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che -pure era di finissimo lino. - -«Viltà, non direi: forse un po' di ribrezzo a toccare quell'uomo, come a -toccare questo sputo.» - -Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al -primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud, -nessuno aveva veduto. - - * - -Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città -del sud, si chiamava -- come è detto -- Beatus Renatus. Era un uomo -assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano -nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto: -_All'illustre Beatus Renatus_. - -Dunque era un uomo ragguardevole. - -Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo -onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza -ossea del cranio. - -Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po' ottenebrato e le armi -inceppate. - -Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva -affidato a Beatus l'onorevole incarico di ispezionare le scuole, e -perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l'Italia, e aveva preso -molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro. - -Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche -all'esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra, -dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si -erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche, -prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere -appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato -i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta -morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto -prendere per il collo quel grosso cittadino del sud. - -Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le -scuole del sud. - -Tanto nell'Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva -riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che -ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora -abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da -non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e -scopriva il bel gilè con la catena d'oro, ovvero spiegava lentamente il -fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata -oratoria che si potrebbe dire all'inglese. - -Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord, -come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse -più la catena d'oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del -nord. - - * - -«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo -tutte bestie». - -Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le -quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di -un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano -filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che -in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio. - -Dalle capre Beatus levò l'occhio in su, e vide una colonna annerita dal -tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa, -il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l'elsa della spada. -Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos. - -Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora -del mondo. - -Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre. - -E l'Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo. - -Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono -ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è -come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue -quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa. - -Mostruosa divinità la Storia! - - * - -Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po' di latte. Una -donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La -mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da -quelle due cose scure zampillò lo spumante latte. - -Beatus bevve. - -La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne -mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di -ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno -sa più chi sia. - -Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante, -anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio, -anche se non lo governavano. - -Quale mostruosa finzione! - -Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una -persona vestita da gentiluomo. - -Ecco altre cose che oggi non si ricordano più! - - * - -Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza -avvedersene nel giardino della città -- che lì chiamano _villa_ -- -deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori. - -Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte -verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole -nascente. - -Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i -baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello -che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per -abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore -Guglielmo di Germania. - -«Io ricordo, ma anche ricordando -- disse -- non capisco.» - -E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono -niente. E buttano via il loro nome! - - - - - _Capitolo II._ -- La giovane professoressa. - - -E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea -barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra. - -Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di -italiano. - -Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel -mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane -- avevano detto a -Beatus Renatus le autorità del luogo, -- e non priva di buon volere. -Forse un po' vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po' alti ed è -profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri». - -La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante -passo e chiedendo scusa dell'ora e del luogo, con trepida voce cominciò -così: - --- Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere -un'anima gentile.... -- Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse: - --- Ma chi glielo ha detto che io sono un'_anima gentile_? Chi -l'autorizza a chiamarmi così? - -La giovane donna rimase esterrefatta. - --- Sappia, lei, che io sono terribile. - --- Ma, signore -- disse la donna, -- si vede che lei è un'anima gentile. - --- Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una -cosa grave se si vedesse! - -E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè -bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone. - --- Io volevo anche dir questo, signore -- riprese la giovane donna -- -che la gentilezza italica mi dava speranza.... - --- Ta, ta, ta! -- interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava -più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. -- Sa lei quale è -il vero nome della _gentilezza italica_? _Debolezza italica!_ Ma lei -ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte -in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente -condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo. - --- Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima. - --- Oh! - --- Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo -paese. - --- La risposta è intelligente! -- disse Beatus dopo alcuna lunga -meditazione. -- Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera. - -Ella cominciò a parlare. - -Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le -parole timidette. - -Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero.... - --- Benissimo, signorina -- diceva Beatus, ma voleva sottintendere: -«benissimo con limitazione». - -La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo -il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si -accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno -davanti alle donne. - -Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se -stavano più attenti a lei che ai libri. - -Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso -di dover osservare che pur l'accento napoletano è grazioso. - -Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al -loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: -- Del resto io -non domando che la mia felicità -- rimase stupito, e guardò colei che -domandava con tanta naturalezza la propria felicità. - --- Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità. - --- Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici -- rispose Beatus. - -Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione -graduale dell'iperbole, come si usa con la morfina per guarire i -morfinomani. - -La _felicità_ per la signorina consisteva nell'essere trasferita in una -grande città. - --- Io credevo, signorina -- disse Beatus -- che lei mi domandasse il -contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di -questa città? - --- Sì, signor Regio Ispettore. - --- Non ha qui lei la sua famiglia? - --- Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli.... - --- Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al -completo. - -La parola _marito_ dipinse sul volto della giovane donna un amabile -rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica -diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne. - --- Signore -- disse ella -- non è possibile. - --- Oh! - --- No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in -questo paese. - --- Questa è un'altra iperbole, signorina. - --- È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici. -E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo -istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all'indice. - -Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono -tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono -a togliere lo zoticume, a che servono? - -La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio -Ispettore. - --- In una città grande -- disse Beatus --, la cosa mi pare ugualmente -difficile per altra ragione. - -Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito. - -La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria. - --- Lei cerca la gloria, signorina? -- domandò Beatus. - -Un'onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel -volto della giovane donna. - --- La gloria.... Proprio la gloria, no -- disse titubando. -- Ma almeno -farsi un nome. - --- Lei aspira a farsi un nome? - -Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che -buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel -volto della giovane donna, che domandava un nome. - --- Ma in che modo, signorina? - --- Scrivendo, signore! -- disse con trepidazione. - --- Scrivendo? - -Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti -trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere. -In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe -trovato uno stile.... - --- Lei cerca, signorina, quello che non c'è. - --- Che cosa? - --- Lo stile. - --- Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile? - --- Non esiste. - --- Come? non esiste? Se non si parla che di stile? - --- Quando lei -- disse allora Beatus -- avrà conosciuto tutto senza -conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà -salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l'agnello, e il pigmeo -e l'eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio, -allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come -una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non -saprà più che farsene. - --- Non mai udii queste cose, signore. - --- Può darsi. - -«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello. - -Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è -fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che -producono una certa eccitazione. - -La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie -che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola -gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti: -un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società, -qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma. - --- Ha ragione, signorina -- disse Beatus. -- Questa, in verità, è una -gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come -a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda, -guarda! -- si interruppe di un tratto Beatus. - --- Che cosa, signore? - -I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c'era. - -Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al -viale, era tutto uno strano barbaglio d'oro con iridescenze opaline. - -E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla -giovane donna che cosa fosse quel barbaglio. - --- Il più vile dei fiori -- disse la donna. - -Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi, -spontanei, l'estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e -volgarmente son detti «soffioni». - --- Sembrano i fiori del sole, -- disse Beatus Renatus appressandosi. - -Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la -vista di lui non vi penetrava. - --- Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei, -signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne. - -Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano. - --- Oh, il meraviglioso ricamo! -- esclamò. -- Non avevo osservato. - --- Certo un meraviglioso fiore -- diceva Beatus. -- Pare figlio del -sole. - -Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò -dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi -volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo. - --- Eppure -- disse Beatus -- io non ho avvertito un soffio di vento. - --- E io nemmeno, signore, -- disse la giovane donna. - --- Oh! -- esclamò Beatus -- anche per lei, signorina, non esisteva il -vento, ma per i sensi del fiore, sì. - -Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d'oro che fuggivano lievi -per loro richiamo. - --- _Anima_, signorina -- disse Beatus -- vuol dire «vento»: un soffio di -vento, {~GREEK SMALL LETTER ALPHA WITH PSILI AND OXIA U+1f04~}{~GREEK -SMALL LETTER NU U+03bd~}{~GREEK SMALL LETTER EPSILON U+03b5~}{~GREEK -SMALL LETTER MU U+03bc~}{~GREEK SMALL LETTER OMICRON U+03bf~}{~GREEK -SMALL LETTER FINAL SIGMA U+03c2~}. Appunto _vento_ occulto ai nostri -sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più -sensibili di noi. - -Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero -- anche senza -che il campanelluzzo funzionasse -- che anche allora aveva parlato fuor -di misura. - -Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come -colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto. - -Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua -domanda. - -Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna -indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante». - --- Roma o Milano? - --- Oh, signor Regio Ispettore -- esclamò la giovane donna -- Roma, -Milano, il mio sogno! - --- Ebbene venga con me all'albergo e ne parleremo meglio. - -Ma la giovane donna disse: -- Oh, signore, si sta così volentieri con -lei; ma se io entrassi con lei nell'albergo, tutta la città questa sera -lo saprebbe. - --- Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti. - --- Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre -donne. - --- Così che ogni donna -- disse Beatus -- è guardiana della virtù delle -altre. - --- Ah, sì, signore. - --- Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose -- disse gaiamente -Beatus. - -La giovane donna non rispose. - -Beatus disse: - --- È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza. - -Beatus guardò quella giovinezza un po' sfiorita. - -Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran -tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita. - - * - -La figurina era lontana e bianca in fondo al viale. - - - - - _Capitolo III._ -- Pasquà. - - -Così Beatus tornò solo al suo albergo. - -Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone -si chiamava Pasquà. - -Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli -fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona -rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo -doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco -nella città scura, e portava il superbo nome di _Palace Hôtel_. - -Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere -la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la -penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci. -Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono -un naturale appannaggio dei pavimenti. - --- Quando però non si tengono puliti, come è il caso -- aveva detto -Beatus indicando gli angoli col ditino. - --- Tocca al facchino pulire -- aveva risposto con dignità il cameriere. - -La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri -animalini schiacciati. - -Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto, -non senza soddisfazione: -- Tempo di guerra, signore! -- che Beatus -tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola -di bucato!» - -Quel cameriere portava il _frac_, ma tutto laccato di nero, sì che -incuteva ribrezzo. - -Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di -bianco. - - * - -Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il _Palace Hôtel_, ed era -andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di -bucato, anche in tempo di guerra. - -Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia -borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito -e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se -occorreva qualche cosa, chiamava: «_Giggia!_ Carmè! Concettiella!» ma -lui non si moveva. - -Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè -era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e -fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari, -idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una -profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a -non far nulla. - --- Voi che guardate? -- aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus. - -Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse -nella padella le uova con la mozzarella. E un'altra volta in quel dì, -Pasquà pur disse: -- Voi che guardate? -- Egli guardava Concettiella che -dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e -lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e -spargeva penne e immondizie per la via. - -Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l'arte con cui -Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel -_cocco mio_ seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì -come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata -una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: -- _Nun dite fesserie, pecchè voi -guardate 'i femmine e nun 'a mozzarella._ - - * - -Pasquà si moveva soltanto all'ora di servire a tavola. Ma non portava -lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano _pincerna_: -cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto -aveva un po' di gaiezza. - --- Quando -- diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un -cavatappi -- avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso. - -Era anche un po' prepotente Pasquà. Diceva: -- Voi volete sapere in -cucina _che ce sta_. Non ci pensate. _Mo v'arrangio io._ -- E portava -quello che voleva lui, e diceva: -- Quando io vi faccio riempiere bene -_a panza_, non basta? - -E in verità Beatus, benchè avesse la _panza_, cioè stomaco e intestino -delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era -stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza -gli scancellavano la imagine delle cose sudicie. - -Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: -- Io v'apparecchio qua e voi ve ne -andate là. Che avete? la tarantola in corpo? - -È che Beatus cercava l'angolo dove la tovaglia fosse men sudicia. - --- _Ih, quanta aristucrazia!_ -- aveva detto Pasquà. -- _Quando v'aggio -dato 'a salvietta pulita p' 'a bocca nun basta?_ - -Era anche curioso Pasquà: -- _Vui m'avite a spiegà come fate: v'andate a -curcà e leggite, pigliate 'u caffè e leggite, mangiate 'a minestra, e -leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u'_ Don Marzio, _me volta -'a capa._ - -E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: -- Anch'io come voi tengo tanti -pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a -niente. - -Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto _Storia_ --- _Ih, quanta storia!_ -- esclamò. -- _La so anch'io la storia come -voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!_ - - * - -Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo -nirvana. - -Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: -- Felice voi! Sempre di -società anche la mattina! - --- Perchè? - --- Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre. - --- Felice voi, Pasquà -- disse di rimando Beatus --, voi che potete -dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle -donne. -- E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti. - -Lo guatò torvo Pasquà e disse: - --- _Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio. -Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E -anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le -scarpe lustre!_ - -Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem. - -«Ecco una cosa -- disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo -- che -contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza, -perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione -dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita». - -E Beatus non sorrise più. - -E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane -professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di -Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla -sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di -Pasquà. - - - - - _Capitolo IV._ -- Pedagogia. - - -Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro. - -Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le -quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole -del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche -variazione nei dialetti. - -Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita -la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica, -ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con -un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino -presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti -gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori. - -Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli -scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che -questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli -adolescenti. - -A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una -scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus -osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota. - -Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota. - -«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica -voce. E allora il verso: - -_Chiare fresche e dolci acque_ -- tremò su le labbra della signorina. - -Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!» - -«Ma io sto ritta!» - -«No, lei sta storta!» - -La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito -negli ultimi testi della moda. - -Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era -eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò: - -«Esca e si vada a vestire.» - - * - -Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare -senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa: - -«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno -i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse -degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da -distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa -aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni -deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti: - -«Il grido, _morte all'intelligenza!_ non ha valore se non quando si è -percorso tutto il giro dell'intelligenza. Vero è che le democrazie -scontano oggi l'errore di voler fare di tutti gli uomini animali -pensanti.» - -Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa: -«La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia -cerebrale». - -Altre note poi offendevano l'intera nazione, come questa: - -«Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del -senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato». - -Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile -predicare la verità. - -«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido -animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell'alba. - -«I galli salvano l'umanità a prezzo del loro collo». - - * - -Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare -questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse -questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese -che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone». - -Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito -allo stomaco. - -Un'ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita. -Rammentava il pollo, spennato da Gigia. - -«È deplorevole -- diceva Beatus pensando al pollo -- che qualche volta -lo stomaco umano reclami l'albumina animale. E se invece di una gallina -fosse un gallo?» - -Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non -c'era più acqua nella piccola brocca. - -Chiamò con voce dolce, decrescente: -- Gigia, Gigia, Gigia! - -Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce -imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe -risposto. - -Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole -nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero -mai fatte. - -E scese per la colazione. - - - - - _Capitolo V._ -- Fragole e ale di pollo. - - -Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno -ancora, fuorchè _Giggia_, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella, -senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi -piedi nudi nelle calze. - --- Voi che state facendo? -- domandò Pasquà a Beatus. - --- Caro Pasquà -- rispose Beatus --, vorrei fare colazione, e mi è -sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un -pollo nella pentola? - --- _Ce steva_ -- disse Pasquà -- _ma sono venuti due operai e se l'hanno -magnato._ - --- Due operai hanno mangiato un pollo? - --- _Eh, caro signore_ -- rispose Pasquà -- _mo' i polli li magna chi -lavora._ - -E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole. - --- Oh, le bellissime fragole -- esclamò Beatus. - --- Queste non sono per voi -- disse Pasquà. - --- E perchè? - --- _Questa è una cosa troppo fina, e co' zucchero e co' cugnac, meno di -quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E -poi scusate; mo' che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui -andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!_ - -E queste parole furono proferite in tono di rimprovero. - -Ora, siccome Beatus girava appunto l'Italia per rimproverare altrui, -così gli dolse esser rimproverato dall'oste, e domandò: - --- Come fate a sapere che io sono un gentiluomo? - --- _Ih, si vede! V'aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato, -se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo -paese? V'aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete -quella tavola? Mo' arrivano le_ cocottes. - -Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà -chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di _cocottes_ o di -_ciantose_ ogni donnina un po' eteroclita. - --- _Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura, -che va bene per vui._ - - * - -Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano -delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e _cocottes_. - - * - -Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che -le _cocottes_ o _ciantose_ erano giunte. - -Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti -alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le -signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico. - -Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e -cominciò: -- _Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale_ -«Eccellentissimo!», significò trivellando la gota. - -Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due -giovanotti consultarono prima le _ciantose_, e si sentì la voce di -Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: -- _Più fine? Più fine di -vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?_ - -A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la -quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice: -«Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di -malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver -vicino chi mangia pollo e fragole. - -Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due _ciantose_ si tolsero -i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono -piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in -casa propria. - -I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà. - -Per quello che Beatus poteva distinguere, le due _ciantose_ erano due -babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine. -Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa -di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al -pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo -stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così. - -Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta -dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici -come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e -accolsero in faccia l'acqua benedetta. - -Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu -dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose -Pasquà: - --- _Vui pazziate, compà_ -- disse. -- _Io vi apro una bottiglia che è -una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!_ - -Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò. - -Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle _ciantose_: -- -_Facite vedè!_ - -Era il modo come esse tenevano la forchetta. - -Si provarono essi, ma non vi riuscirono. - --- _La vostra maniera è aristocratica_ -- disse uno --, _ma accussì non -se ponno magnà li vermicelli._ - -Una _ciantosa_ intonò: - - Mi chiamano Mimì - il perchè non so. - -I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si -faccia una carezza. - -Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo. - -Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle _ciantose_ disse -forte ad uno dei due giovani: _cochon, mon petit cochon_. - -Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu -data all'orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato -scoppio di risa. Allora anche l'altro giovane reclamò la sua porzione, e -le due _ciantose_ la diedero in toscano: -- Schifosino, schifosetto, -schifosone! - -Ma quando le due _ciantose_ dissero: - --- Imboscato, imboscatissimo! -- i due giovani mostrarono di non gradire -molto. - --- Ma se non c'è nessuno! -- disse una delle due _ciantose_. - -Il giovane ammiccò a Beatus. - -Le _ciantose_ volsero verso quella parte l'occhio protervo, videro -l'omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta». - -E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole, -una delle _ciantose_ si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva -togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: -- _Mo è condita -più meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda -de Pariggi._ - -_Et ultra!_ parve assentire la compagna. - - * - -Beatus credette opportuno togliersi di lì. - -Egli, l'illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più -squisite grazie francesi. - - * - --- Sono gentiluomini anche quei due? -- domandò Beatus a Pasquà. - --- _Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o -scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati; -quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe' -Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono_ plebbe, _ma -tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera -v'aggio stipato due fragole._ - -Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus. - -«Dicono, -- rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà -- che la sociologia -sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne -sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto». - -Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio: - --- _Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò._ - --- Caro Pasquà, -- gli disse Beatus -- l'aristocrazia non prende mai il -caffè dove ha pranzato. - -Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: -- Questa è per -me. - --- _E se è vostra, pigliatevella._ - --- Ma quando è arrivata? - --- _Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui -volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata._ - -Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era -così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò. - - - - - _Capitolo VI._ -- La morte del rosignolo. - - -La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta, -ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della -donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono -con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe -- se -la cosa fosse possibile -- insegnato da un calligrafo umorista per far -dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte -possono adottare un uguale carattere. - -La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e -deforme. - -Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è -specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le -mette in grado di scrivere la loro lettera d'amore. Infatti era -Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d'amore perchè diceva -le cose seguenti: - -«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi -stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire -che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di -galera, che sono diventati dieci per l'amnistia: e adesso fa il muratore -a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i -bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li -metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè -ammazzato nessuno!» - -Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi, -come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il -fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto -perchè non aveva ucciso in guerra. - -Ma quella frase plebea: _non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli_, -che voleva significare che _non sarebbe morto combattendo_, gli fece -vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano -divorati dai vermi della terra. - -La lettera continuava: - -«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è -rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l'ha presa, e io son -dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta -bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è -morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la -carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho -trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha -tutto quello che vuole, e non c'è bisogno di far la fila; perchè ci -portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi -anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto -due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno -di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva -Scolastica». - - * - -Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto -dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica: - -«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di -pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al -rosignolo, e, a mezzodì, un po' di carne tritata, e che il suo -cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l'acqua rinnovata». - -Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a -Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie -rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo, -aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di -una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle: -accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi -conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con -signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali. -Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita -che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili, -ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti -quel suo becco sottile con l'alterezza di una fronte. - -«Ed è giusto -- diceva Beatus -- che non mi riconosca per nutrimento che -io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare, -forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto -l'inverno a cantare. - -Novena di Natale! - -Era come una nostalgia dei paesi d'oriente, che lui, il nobile silvano -aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi -d'oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da -giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto! - -Li rivedeva nel canto del rosignolo. - -E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello -udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel -suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall'altro lato -quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili: -trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si -gonfiava per la passione e non s'accorgea che Beatus si accostava. Ma se -si accorgea, allora non cantava più. - -Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»! - - * - -Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di -eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la -sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti, -avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò -canzonacce di caffè concerto: l'altra si atteggiò a sfinge, con i polsi -aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia -dentro il porta-uovo. E mostrava i denti. - -«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus. - - * - -Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani. - - - - - _Capitolo VII._ -- L'acquazzone. - - -Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l'ospitale albergo di -Pasquà. - -L'afa incombeva grande, e l'azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva -un offuscamento di tenebre. - -Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto; -e appena il diretto si mosse, trovò un'altra cosa rara per lui: il -sonno! - -Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole -era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da -aeroplani austriaci? - -No, un nubifragio. - -Il cielo era -- come gli uomini -- in preda a un accesso di follia. -Lampi e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo -schiaffeggiavano. - -La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento. - -La gente atterrita diceva: «Ma da dove viene quest'acqua?» - --- Dal cielo -- disse Beatus. - -Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non -rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota. -«Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell'umanità era -partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d'estate, come per -una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.» - -«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus. - -«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore. - -«Io apro l'ombrellino», dice la signora. - -«L'acqua -- dice un altro signore -- schizza da tutte le parti. La -vettura pare un crivello immerso nell'acqua.» - -«Questi temporali -- dice un terzo signore --, sono una conseguenza dei -bombardamenti sul Piave o su la Piave.» - -Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo -stretto di Messina, e ci s'affoga ora». - -«C'è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il -terzo signore. - -«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi -silurano un _ferry-boat_; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è -avuta la fortuna di avere avanti di noi un _ferry-boat_ carico di -truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi». - -Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! -- dice la signora -dell'ombrellino. -- Questo signore -- indica Beatus -- ha avuto -giudizio». - -Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano -di inverno. Ma quell'ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era -tedioso. Cedette il posto d'angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì -pioveva con violenza anche maggiore e poi c'erano scorribande di gente. -Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti -che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte -presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: _warm_, -_kalt_. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta. - -«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto». - -«Ah, mio Dio!» squillò una vocina. - -Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina, -e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo -ufficiale. - -Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color -di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di -quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate. - -Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si -accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l'esercito -è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette? -menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella, -dicono _closet_: ma è lo stesso: _latrina_. - -Ma la damina non è spaurita in mezzo all'esercito. Parla lombardo, e -tiene testa all'esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei: -«mio marito». - -Più che dall'assalto dell'esercito, la damina sembra atterrita dallo -schianto del fulmine. - -«_Còppet_», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.) - -«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo _invunnerabbili_». -(È la Sicilia.) - -«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.) - -«Ma non usa più offrire il cuore alle signore -- dice Milano. -- -Offriamo la giubba». - -Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol -morire di polmonite?» - -La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta». -Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene -nel _closet_. Forse, anche lì, un nubifragio. - -Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare -nella latrina o _closet_. - -«Non si può: occupato», si risponde di dentro. - -«Badi che ho molta premura». - -La Sicilia apre l'uscio con occhi di minaccia. - -«Oh, scusi....» - -La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava -seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse -nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a -chi voleva entrare: «C'è una signorina che sta poco bene». - - * - -Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile -nell'aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente -era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava. - -Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e -disse: - --- Non è lei Beatus Renatus? - -Beatus si riscosse nell'udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è -pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d'improvviso -chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome. -Perchè abbiamo noi un nome? - -Beatus disse: -- Ma come, mi conosce lei? - --- Ero studente all'Università -- rispose il giovane. -- Non ricorda? -Non ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo -lei davanti alla porta dell'Università e lo pregammo di parlare? Io ero -fra quelli, signore! - -Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando -l'Università fu chiusa e i giovani tumultuavano. - -Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero, -e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice. -Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l'umanità. I loro -ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente -al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon -giorno, Beatus!». - -Anch'egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore -dell'umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva -lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano -gli stadi superati dall'umanità: _mito_, _religione_, _ragione_. Si -facevano tornei cortesi sull'_infinito_ se è cosciente o è incosciente; -o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o -perchè piacque ai benefattori dell'umanità di chiamarlo pappagallo. - -Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla -evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la -quale si manifesta soltanto dopo gli uragani. - -Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la -libertà insieme con l'uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi -invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la -libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a -chi sta bene di salute. - -Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del -tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e -si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne -la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i -gnocchetti e l'acquiccia. - -Gli parve che fra i benefattori dell'umanità e i bimbi che giocano -all'anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che -giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la -domenica, giocano alle bocce, all'osteria. Badate che, a pensarci bene, -è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus! -Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno -dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l'equilibrio, -traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione -- terzo -stadio del progresso -- non vedevano assolutamente più. - -Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano -circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei, -una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!» - -Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè». - -Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano -trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle -parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la -Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento -di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento -e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a -studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che -portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano -non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e -aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più -cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È -inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà. -È la concezione materialista che trionfa. Sono i _mammut_ dei -conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è -morta! Cristo è morto! l'individuo è morto! Forse da qui due, tre mila -anni risorgerà l'uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla, -parla tu, o Beatus». - -Ma Beatus non aveva saputo parlare. - -Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore, -ma la parola di fede non l'aveva proferita. - -Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell'umanità, -s'accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi -demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani. - -La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a -morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava. - -Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l'Italia: una -adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime. -Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l'età dei -_mammut_? - -Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza -saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la -guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita -oltre i quarant'anni, era grave! - -Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo -perduto onesto giudizio. - -Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva -invariabilmente: -- Morto! - -Tanti morti! - -E Beatus si vergognò di esser vivo. - - * - --- Oh, sì, molti morti! -- Del resto -- continuò il giovane -- finchè -c'è legna da bruciare (e indicò i compagni nel _closet_) si va avanti. -Sui monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera -prodigalità. - -Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza, -con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta -morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua -domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che -significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?». - -La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e -sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella -loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto: - --- Sono suoi amici? - --- Ci siamo conosciuti in viaggio. - --- Molto allegri. - --- Così! Due vengono dal Grappa; l'altro, quel siciliano biondo, con -l'aquila d'oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci -fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero -anch'essi strage. - -Beatus non sapeva questo. -- In fatti -- disse il giovane -- la censura -ne vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne -senza ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai -tedeschi son lecite; a noi no! - --- Voi siete allora -- disse Beatus -- come Gastone di Foix, che -combattè a Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in -omaggio alla dama. - --- Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a -tariffa piuttosto alta l'onore di combattere per l'onore d'Italia. -D'altronde è anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne -faceva a meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta -logica: la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il -lusso di morire per far far più grande la patria. Ah, _dulce et decorum -est pro patria mori!_ - -E un brivido corse per le pallide labbra del giovane. - -Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: -- E lei -perchè non prende parte alla festa dei suoi amici? - -Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano -di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura. - --- Professore, sente? - -Beatus ebbe un brivido. C'era come una buca nel cranio. - --- M'hanno levato -- disse il giovane -- un po' di cervello; ma per -quello che deve servire, ce n'è sempre abbastanza. Piuttosto, sono -rimaste alcune schegge che mi hanno paralizzato. - -Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un -bastoncello. - -Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe». - -Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse: - --- Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco -uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere -per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone -braccia per farsi largo, caro professore. - - * - -La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la -gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si -staccavano come lembi d'una ferita: sotto appariva l'azzurro: il treno -navigava verso l'azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma -che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che -sopra sempre vi ondeggia. - -Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre -giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso -bagaglio. - - - - - _Capitolo VIII._ -- Una notte a Napoli. - - -A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell'albergo. Pensava a quel -giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto -un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una -lucertola c'è il pezzo di ricambio! - -Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi, -se no tutti perderebbero il sonno come Beatus. - -E poi c'erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo -corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline -che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto. - -E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire. - -Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per -quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia, -come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una -nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole». - -Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono -figlie di Dio. - -«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani, -bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i -vostri parassiti.» - - * - -Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare -a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di -attendere l'ora di riprendere il treno camminando per le vie. - -La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di -azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell'alto azzurro del cielo, -spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni? -Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e -ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i -suoi re. - -Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta. -Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra -i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si -incontrano _li mariuncielli_, quasi li desiderò. - -Guardò il cielo per vedere se l'alba apparisse, tanto gli parve aver -camminato. Ma l'orologio lo persuase dell'errore. Segnava il tocco -appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del -tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l'alba non fosse mai -apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della -luna, sarebbe stata cosa naturale. - -Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un -dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace -pur su la nuda pietra!» - -Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d'infante, che -posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per -lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo. -Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che -pareano ombre bianche. - -Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per -tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era -buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo -stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte? -Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si -era ristretta così via Toledo? - - * - -Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l'aspetto -anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai _mariuncielli_, a uomini -sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza. -I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le -stanze a terreno, dette i _bassi_, ancora illuminate. In alto, lì, non -si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su -l'altra casa. La casa dell'uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i -grandi letti copertati, che arrivavan fin sull'uscio; si vedevano gran -comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di -santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e -davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il -culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari. - -Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei -molluschi, che a Venezia sono detti _peoci_; lì, _cozze_. In una pentola -erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le -mani quel pane e disse a Beatus: - --- _Vulite 'a zupp 'e vòngole?_ - -Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle -tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il -meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto -dell'albergo, così uscivano nella notte le meretrici. - -Due di esse lo videro, e calarono dall'alto del vico su di lui. Erano -giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che -Beatus nulla capì. - -Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi -ne ebbe paura. - -Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che -egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo -interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io -- -pensava Beatus -- non capisca il dialetto napoletano; ma non c'è dubbio -che questi suoni inarticolati riproducono l'uomo primitivo quando non -aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande -progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.» - -Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono -forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì. - - * - -Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla -porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo, -splendente di amuleti. Beatus guardava. - -«_Vui che vulite?_» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia. -_Va, va!_ - -Quelle non dovevano essere meretrici. - -Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l'uscio lì presso, un'altra -donna lo fermò e sì gli disse: -- Signurì, quelle sono donne oneste. - -Al buio non è troppo facile distinguere. - -Domandò allora Beatus a quella donna: - --- Voi, dunque, non siete onesta? - -Ella rispose: - --- La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella, -vedete! - -Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono -pel tabacco alla gente di mare. - -Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran -tosse, ma disse: _So' i capellucci della criatura che tengo dint'a -panza._ - -Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l'obolo per il nascituro. - - * - -Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma -ecco, davanti un'altra porta, due donne lo presero a forza: una era -assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali, -che era dopo la porta. - -Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. -- No, -grazie -- disse Beatus -- non accetto. - -Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del -Carmine, di Monte Vergine, Sant'Anna. - -Beatus si dolse della violenza usatagli dall'altra meretrice. -- Oh, no, --- disse colei --. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito -e con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva -ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè -era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a -testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche. - -Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in -bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di -nobile aspetto. - -Beatus guardò il ritratto e poi domandò: -- Perchè tieni lì quel -ritratto? - -La meretrice stupì. - -Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al -ritratto come alla Madonna. - --- La Madonna può veder tutto -- disse Beatus --; ma l'uomo che ti amò e -che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai. - -Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus. - -Poi disse, quasi a sua discolpa: -- Si lavora così poco adesso con tutti -gli uomini che sono alla guerra.... - --- Dite _lavorare_? - -Strana parola! Poi Beatus disse: -- No, non è bene che lui assista al -tuo lavoro. - --- Hai ragione -- disse, e nascose il ritratto nel cassetto. - -Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore: - --- Ma voi chi siete? - --- Mah! -- rispose Beatus. - -E colei senz'altro lo lasciò andare. - - * - -Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino. - -La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia. - -Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che -conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate -dalle mani del pizzaiuolo. - -Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse -perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi. - - * - -Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della -guerra, ma i giornalai strillavano: _L'omiscidio della Contessa._ - -Dal barbiere, all'albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai -tavoli, non parlavano che dell'_Omiscidio della Contessa_. - -In via de' Calzaioli, due giovinetti parlavano dell'_Omiscidio della -Contessa_, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto. - -Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di -libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le -copertine disegnate a squisite oscenità. - --- A me -- disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese, -dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco -delle carni -- fa più libidine così, che vederle vere. E a te? - --- Oh, guarda! -- disse il compagno -- quello che ti volevo dire io. -- -E ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta. - -Poveri figliuoli. - -E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi -ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri -osceni. - - - - - _Capitolo IX._ -- I lavoratori dei conigli. - - -E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una -città di Romagna perchè i treni, nell'estate 1918, avevano questa -abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la -bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna -sbiadiva come una vela in alto mare. - -Beatus, che, per ragioni d'insonnia, spesso assisteva a questo -spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o -demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad -operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta -scritto: _fiat lux!_ - -Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come -una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via, -la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende -e risale, sin là dove essa si dilata all'obelisco del Pincio. Lo -spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la -via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che -il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta -dell'obelisco. Era decembre e l'aria pura e fredda che avvolgeva i -grandi palagi, pareva rabbrividire per l'imminente passaggio del sole. -Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l'atmosfera -schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus, -essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il -sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che -da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un -demente. - - * - -Ma già a quell'ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era -gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V'era un uomo poderoso -che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli, -li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano -i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto -all'altro gabbione e si formavano torri di conigli. - -Queste operazioni erano rapide, e nell'occhio di Beatus formarono una -visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si -vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti. -Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l'erba spagna. Quell'uomo -poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li -precipita verso l'orco. - -«Se però i conigli fossero gatti, quell'uomo -- pensò Beatus -- non si -potrebbe mica prendere tanta libertà.» - -Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed -era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un -breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le -gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace, -mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose -come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a -terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi -portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato, -sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna, -come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche -rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano -bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta -una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva -primigenia! - -Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese -che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a -lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci. - -Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e -perciò lavoravano con alacrità. - -Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo -fermo davanti a sè quell'omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d'oro, -prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a -Beatus. - --- Bellino, eh? -- disse --. Lo vuol comprare? - -Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto -candido. - --- Veda -- la avvertì Beatus saviamente -- i conigli non si devono -prendere per le orecchie... - -Ristettero tutti un po' a queste parole. - --- L'orecchio -- spiegò allora Beatus -- è il solo organo di difesa che -hanno questi infelici animali. L'enorme padiglione che li fa così -ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li -avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima.... - --- _Com l'è curios!_ -- disse allora la donna, che in romagnolo vuol -dire, _pazzerello_, _bizzarro_. - -Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell'anno 1918, a un borghese -civilmente vestito! - -Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei -conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c'è -tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e -pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in -romanesco: -- _Ma non di' fregnacce!_ - -E tutti si misero a ridere. E Beatus anche. - - * - -Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a -quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto -rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse. - -«E questa è la umana tragedia -- diceva tra sè Beatus riguardando ancora -la grande Eva --: noi ci affatichiamo per acquistar _virtute e -conoscenza_, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed -ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell'Umanità. Noi -risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio -dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non -violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda -te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!» - -Ma colei, vedendosi riguardata, disse: - --- _Che c'è da guardà? T'anderebbe?_ - --- Può darsi, può darsi, -- disse Beatus. -- E perchè no? - -E tutti risero; e Beatus anche. - - - - - _Capitolo X._ -- Cristo. - - -Beatus riposò alquanto all'albergo; poi essendo l'ora caldissima, e -vedendo nella via deserta -- come sono deserte in Romagna -- un tempio -elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di -quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese -cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d'estate. - -C'erano a terra cumoli di macerie. -- È il campanile che è caduto per il -terremoto dell'anno scorso, -- gli disse un passante. - -«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva -entrare; ma la porta era chiusa. - --- Spinga: forse vi saranno i muratori. - -Spinse ed entrò. - -Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente. - - * - -La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un'enorme sala -rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che -una chiesa. - -Il soffitto lacunare, a rosoni d'oro, era in gran parte precipitato al -suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti -interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell'uomo! -Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera, -fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo! - -Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora -ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le -pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie. - -Erano santi, erano profeti. - -Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con -vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al -cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il -loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne. - -Se l'organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un -tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a -danzare con begli inchini. - -Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti, -Metastasio, il signor di Voltaire! L'Austria -- contro cui rombano oggi -tanti cannoni -- regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono -delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al -paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della -sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame -dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le -ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai -gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli -uomini lo invocano. - - * - -Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica, -quando una voce lo scosse: - --- Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più -consacrata. - -Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale -aveva cappello in capo, e la pipa in bocca. - --- E veramente -- aggiunse colui -- non ci si potrebbe entrare senza -permesso. Ma già nessuno ci bada.... - --- Perchè? C'è pericolo? - --- Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo -muro, per modo di dire, è staccato. - -(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo -un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche -la nostra civiltà ha simili fenditure.) - --- E intendete restaurare o abbattere? - -Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi, -calce, arnesi dell'arte; e più specialmente perchè l'abside era tutta -occupata da una enorme impalcatura. - -Rispose il muratore: -- Non si sa ancora. - --- Mi pare però -- disse Beatus -- che l'abside abbia dei lavori per la -sua conservazione. - --- L'abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più -rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire -alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa -fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte -quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato -ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un -pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta. - --- Si può vedere? - --- Venga, signore, se vuol vedere. - -L'immensa abside era tutt'un affresco del Trecento, un'infinità di teste -estatiche che venivano apparendo sotto l'intonaco. Un'infinita dolcezza, -un'infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita -alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V'era un affresco -che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta -morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa -attesa del gran secolo. - -Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata -a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita -vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento -anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico -dell'eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch'egli ciò -che non muore. - -"Pare un canto del Purgatorio di Dante," pensò Beatus. - -Ma poi l'occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del -muratore. - -Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati -sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era -questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che -il muratore domandò: -- Lei mi conosce, signore? - -«Ho trovato! È il sanculotto -- oggi diremmo, è il bolcevico -- della -nostra età.» - --- Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più -presto a raschiare -- disse l'onesto bolcevico. - --- Vedete, amico mio -- disse Beatus, -- questa antica purità religiosa -offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e -perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso -quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo, -tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? _Pictor -bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII_, mentre queste antiche -pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno -Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest'ombra di -mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una -sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo. - -L'onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e -lirica insieme: - --- Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di -conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto. - --- Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce -l'età precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra -cosa dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi, -che fate i muratori. - --- Lei, signore -- disse il buon bolcevico -- non ha visto la Madonna. - --- Esiste anche una Madonna? - --- Questo che ella vede qui in basso, è l'abito: la testa è più su. -Venga. - -Beatus salì per l'impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante. - --- Siamo al sicuro? - --- Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori. - -Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un'aureola a -rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con -penetranti pupille. - -Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si -dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi. - --- Dicono che è molto bella, signore -- spiegò l'onesto bolcevico. - --- Infatti è impressionante. - -Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa: -piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa -come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince -la morte. - -Il muratore disse: -- Tutti quelli che l'hanno vista, ammirano le mani. - --- Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani! -Se prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta. - -L'onesto bolcevico guardò con curiosità quell'omino vestito da civile -che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: -- Sono cose -che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono -più nè pur loro. - --- Eh, mio caro amico -- disse Beatus con aria compunta --, non si sa -mai! - --- Per me faccia lei -- disse l'onesto bolcevico con indifferenza. -- Ma -lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella. - --- Più bella di questa Madonna? - --- Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa. - -Beatus salì ancora. E salendo, l'immensa sala da ballo del Settecento -pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi. - --- Ecco --, disse l'onesto bolcevico. - -Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo, -e gli venne un po' da ridere. - -Però era una strana enorme imagine. - -Non aveva corona di spine in testa; non aveva l'aria spaurita dal -martirio. Era una giovinezza forte e severa. - -La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile, -riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora, -dolcissima. - -Certamente quella testa di Cristo era l'umanità, ma fuori da questa -nostra umanità. - -Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!» -Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò. -L'onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa. - --- Vedete, amico -- disse Beatus additando Cristo --, quello è stato -l'autore della più grande internazionale che mai sia esistita. - --- Se vuol vedere il Padre Eterno -- disse l'onesto bolcevico --, esso -sta lassù su la cupola. - --- Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo -- aggiunse Beatus -scendendo con precauzione dall'impalcatura --, che lei non abbia torto a -volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro, -fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali. - - - - - _Capitolo XI._ -- Giulio Cesare. - - -Questo Cristo -- pensava Beatus uscendo dalla chiesa -- per quanto lo -chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per -questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all'assalto, conquistano -una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile. - -In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata. -Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c'era un -piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo -straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l'abilità di -prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e -ricondurli per qualche secolo ancora all'ovile. Era figlio di Venere, -Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva. - -Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via -soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere -sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide -le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l'esercito, passava e -svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in -fondo l'arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare. - -«Ecco, dopo venti secoli -- pensò Beatus -- che i soldati d'Italia -passano con l'elmo di ferro davanti a te, o Cesare!» - -Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata -d'Italia: l'esercito che passava. - -Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva! - -Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva -formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma -era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con -disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un'altra -donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande -sconcezza. - -Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura -di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente -dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e -sconvolgerla. - -Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe -allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più. -L'arco in fondo li vomitava, l'arco romano. Si sentiva nettamente il -percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo -che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva, -_indietro!_ Quel ritmo diceva, _avanti!_ - -Beatus guardò su in alto per vedere se c'erano dei fili che movessero -gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono. - -Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati; -erano tutti i ragazzi dell'ultima leva. Sotto l'elmo di ferro si -profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po', rigati un po' di -sudore, il respiro un po' anelante: nessuna espressione. Tutti un'uguale -espressione un po' abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la -gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti -bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche -loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di -ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai -vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l'esercito entro -un'atmosfera di odio civile. - -Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra -quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare, -passano i soldati d'Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era -Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le -scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si -ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: _Res ad triarios -redit._ Ora conviene dire l'opposto: _Res ad adolescentes redit._ Ma -come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi, -accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus. -Allora ricordò che lagrima vuole dire: _corrosivo_. Questo corrosivo fa -comprendere molte cose, ma abbrevia la vita. - -Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni. - - - - - _Capitolo XII._ -- I discorsi degli animali. - - -Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe -bisogno di suonare perchè la porta era aperta. - -È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato -giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era -aperta.... Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era -ancora dell'opinione che la porta deva essere chiusa. - --- Sei tu, è vero, o impudica -- disse Beatus al bestiolo -- che sei -scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia -di uno spermatozoo; o viceversa! - -Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di -Ruggero Bonghi. - -Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta -dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli -altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente -abbaiando. - -Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l'uscio di casa un -prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell'estate del 1918. Arrivò -sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto, -un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era -riconoscente. - -Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova. - -Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta -in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.» - -Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio -era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una -stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la -cosa d'inverno, seguitava d'estate. Passando poi dallo studio alla -cucina, Beatus trovò la pentola dell'acqua che bolliva sul fornello, e -allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco -un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo, -ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda -che ricopriva un ripostiglio, si mosse. - -Beatus tirò la tenda, e vide un uomo. - --- Cosa fate voi qui? - --- Io esco, e basta! -- rispose quell'uomo. - --- Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale -diritto lei è entrato in casa mia? - --- Sono qui per cose mie. - -Beatus avrebbe voluto afferrare quell'uomo per il colletto; ma -quell'uomo non portava colletto, e poi c'era sempre quell'impedimento -della mano debole. - --- Voi direte il vostro nome. - --- È un delegato di pubblica sicurezza lei? -- domandò quell'uomo; e -uscì con passo tranquillo. - -Chi era costui? - -Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo. -Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani? - -Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e -quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece -alcuni segni con l'indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò -arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri, -pendevano i ritratti dei benefattori dell'umanità, ma in quel giorno -Beatus s'accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la -clava. - - * - -Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino. - -Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: -- Lei la fa tanto lunga! -Cos'ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li -mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane. -Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d'una -volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da -mangiare ai pesci? - -Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò -che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si -tenevano nello studio di Beatus Renatus. - -Scolastica continuò: -- Già che io mi adatto a stare in questa casa che -par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di -ricevere un mio parente. - --- Poteva dire -- disse Beatus -- che era un vostro parente. - --- Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che -lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a -tutto!» Begli impostori! - -Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei -colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli -possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei -_superamenti_ dei servi e delle serve. - --- Sì, signore, mio parente -- continuò Scolastica --; figlio di mia zia -e se vuol veder le carte, gliele farò vedere. - --- Io non discuto -- disse Beatus -- le vostre genealogie. Piuttosto: a -proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina? - --- Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta! - -«Vede lei -- disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui -nel suo camiciotto russo -- la bella umiltà degli umili?» - - * - -Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi -dall'altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il -discorso. - -«Non è mica vero -- pareva dire il bestiolo -- che mi abbiano -accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre -ritornata.» - -Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino, -animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che -aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà. - -Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto -starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio -a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino, -appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche -me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli -dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!» - -Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C'era lì ancora la gabbia. -Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non -poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i -rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel -povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti -dei benefattori dell'umanità. - -«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino. -L'anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in -casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai -mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino! -Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge, -aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E -lei ha scritto il libro _della republica_, -- disse Beatus a Platone, -che anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. -- Un -bell'affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la -barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che -coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò -detto, aprì una finestra che dava su una terrazza. - -Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo. - -L'anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare -dell'anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella -bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie -d'inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava -la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del -rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava -presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio. -Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per -morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato -melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù, -spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina. - -Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel -suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si -affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o -gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l'ammonimento a Pietro -che rinnegò Cristo? - -Il gallo non c'era più. - -«Non ne incolpare Biagino -- disse Ruggero Bonghi. -- Lui non è stato. -Il gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne -mangiai gli ossi.» - - - - - _Capitolo XIII._ -- Beatus allontana da sè Scolastica. - - -Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto -vedere. - -Il suo letto era stato abitato, ma non da lui. - -Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato -d'ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli -ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c'erano -un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto -sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio -pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il -letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l'inverno; e -l'altro di crine che tiene fresco, per l'estate. Aveva anche lenzuola di -lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne -possedere arche di pannilini. Nelle notti d'insonnia, poteva anche -rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello -che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato -abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo. - -Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno -non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s'accorse che il -letto era stato contaminato. - -Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: -- -Scolastica, -- disse dolcemente -- quando crederete, e prendendo quel -tempo che meglio vi pare, io dico che ve ne potete andare. - --- Ah, Maria Vergine, finalmente! -- esclamò Scolastica. -- Così sarò -libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. _Mègio le bombe -dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così -mato. I lo dixe tuti che l'è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el -spazzin, lo dixe tuti queli che vien._ - -Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio. - -Chi avrebbe mai sospettato -- si chiedeva Beatus -- una cosa simile in -Scolastica? Non per l'età che era di difficile determinazione, ma per la -configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un -animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini -di comparazione più adatti. - -Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato -nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio -Dio! Questa donna è un antidoto! - -Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure! - -Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: -- -_L'è mato, i lo dixe tuti che l'è mato. Son stada in tante case; mai -trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga -riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor -cavalier che l'è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel -signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un -bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi -incarichi._ - -Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto -tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna, -possedendo un'idea sola, ha bisogno di insistervi sino all'esaurimento. -Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie. - -Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di _contatti verbali_, -come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che -veramente Beatus ci aveva dato un po' motivo nel passato tempo. - -Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava -che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle -spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell'esplosivo -che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col -vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe -operazioni delicate». - -Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito. - -«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus. - -Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che -l'olio era finito, o che il rubinetto dell'acqua si era guastato. - -Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non -toccate le carte, i libri. Vi possono far male». - -Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale -elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che -possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne -risentiva alcun danno. - -Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il -serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete -prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso -concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri, -no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto». - -Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo -sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva: -«Sentite!» - -Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una -verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus. - - * - -Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta, -dava tristezza a Beatus. - -«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che -abbia una gran gobba». - - * - -Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere -licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella -ormai sapeva tutte le sue necessità corporali. - -Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò -intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al -portatore. «Via, Beatus! -- disse con se stesso -- Scolastica è una -donna onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va -più oggi a denunziare un furto?» - -Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si -guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere: -«Sono forse la sua serva, io?». - -Scolastica però non se ne era andata: c'era, non c'era, entrava, usciva, -lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà. - -Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si -sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente. - -Doveva esservi un letterato alla porta. - -Disse la voce: - -«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro». - -Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La -porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus -sentì domandare: «C'è il cavaliere?» - -Sentì rispondere: - -«Di là, nel suo studio». - -Il visitatore entrò. - --- Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo. - -Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo -titolo. - - - - - _Capitolo XIV._ -- I "fessi" d'Italia. - - -Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse -nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi -dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande -avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l'Imperatore di Germania ne -avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la -spada sul pavimento del mondo. - -Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era -Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era -toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale -genere letterario gli aveva procacciato un processo _per oltraggio al -pudore_. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di -avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine -studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto -piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato -tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio. - -Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia -facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l'acciaio. Si -può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si -tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più -tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l'aiuola; sradica tutti i -fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non -si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche -livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato _giardin -dell'Impero_. - --- Non si incomodi, cavaliere, -- disse il bel giovane. -- È l'affare di -una firma. - -Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la -dichiarazione di Beatus che colui era _indispensabile ed -insostituibile_. - -Si vide un _no_ disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le -labbra dicessero: _no._ - -Il volto del giovane si deformò un po'. - --- No? E, perchè? - --- Perchè non è la verità. - --- O ce l'ha lei in tasca la verità? Allora ce l'ho anch'io. Vogliamo -ragionare, cavaliere? - -E si sedette. - --- Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale.... - --- Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla -cattedra». Ma badi che la distinzione l'ha fatta lei, non io. - -Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un -dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo. - --- Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade.... - --- Anche a me, -- rispose Beatus soavemente. - --- Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non -importa un fico secco. - --- Anche, -- disse Beatus. - --- E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra -la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha -bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare? -Lei si sbaglia, caro cavaliere. - --- Ma lei chi è? -- domandò Beatus. - --- Io? - -E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. -- Io? Io sono io. - --- Cioè? -- domandò Beatus con dolce curiosità. - --- Io sono un artista. - --- Sono morti altri che come lei erano artisti. - --- Sarà. Ma per me sono _fessi_. - -Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all'epigastrio. - --- Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei -chiama _fessi_, penso che siano proprio i _fessi_ a tenere in piedi -l'Italia. - --- Organizzatevi allora, -- disse il bel giovane, -- e formate il -sindacato dei _fessi_. - --- Non si può, caro, -- disse Beatus sorridendo. - --- E perchè? - --- Appunto perchè siamo _fessi_. - --- Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma? - -Beatus fece no, con la testa. - -Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano: - --- I _fessi_ d'Italia, vivi e morti, non lo permettono. - --- Ma non dica sciocchezze! - -E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto. - --- Senta, caro, -- disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, -- -senza che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più -robusto di me, mi prende, lì c'è la finestra. Lei mi butta giù; ma io -non firmo. - -Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè. - --- Per Dio, -- disse il giovane, -- le tira lei le parole.... Ma parli -franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale. - --- Oh oh! -- fece Beatus levandosi ancora. - --- Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa -un nome.... - --- E io ho invidia! -- interruppe allora Beatus. -- Ah, io ho invidia di -lei.... Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà -un nome, e io, no! Ma sa lei.... Sa lei la pietà che provo quando passo -per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli -insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell'atmosfera, -stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale -è il nome! - --- La pensi come vuole -- disse il giovane --; ma allora se non è per -vendetta, mi salvi dalla trincea. - --- In questo momento, veda, -- disse Beatus, -- lei ha detto una ragione -che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda, -veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato -adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una -condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per -sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero. -Lei ha adoperato adesso una metonimia, _mi salvi dalla trincea_, cioè la -causa per l'effetto: _mi salvi dalla morte._ Così che lei è vile. - --- Se le fa piacere, sì. - --- Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa, -mi fa piacere. - --- Non vorrà credere però che io me ne offenda. - --- Oh, lo credo. - --- La mia morale non è la sua morale. - --- Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi -dica una cosa: lei ama molto la vita? - --- Se l'amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho -tutti i miei sensi? - --- Lei vuol dire con questo, -- disse Beatus -- che io ho perduto i miei -sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi -dica: lei la gode la vita? - --- Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender -la vita!... - -E l'elegante sua mano si atteggiò a rostro. - --- In questo momento -- disse Beatus -- lei mi ricorda l'uomo -preistorico delle caverne. - --- Può anche darsi -- rispose il giovane, -- ma con tutte le -raffinatezze della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere -progredito con la sua morale del sacrificio? - --- Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. -- La tenne per -un istante sospesa, come perplesso, e domandò: -- Lei non ha mai -sofferto di mal di stomaco? - --- Io? Io digerisco tutto. - -E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era -veramente _indispensabile e insostituibile_. - - - - - _Capitolo XV._ -- "Quis est proximus tuus?" - - -Storia d'Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista -del Campidoglio. Che nome! Ma _Capitolium fuit!_ Il somiero non vuol -salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio. - -Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia! - -E in questa meditazione -- nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo -la partenza del giovane -- questa voce si udì: - -«Beatus, buon dì». - -«Ciao, caro». - -Era il pappagallo, animale calunniato. - -«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che -sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È -masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha. - -«E così il rosignolo morto non pensava all'oriente; nè il gallo vuol -destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui». - -E col ditino Beatus si toccò la fronte. - -«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono -animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete -mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le -pareti da cui pendevano i benefattori dell'umanità. - -Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni -erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici. - -«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?» - -Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo: -quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre. - -Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera. -E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire -perchè, la lampadina alitò e si spense. - -Alla luce dell'ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell'uomo -che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l'uno sopra l'altro, -e trovò l'elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto -magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e -ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il -proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia -contento, con una _a_ di meno, ad essere una misura. Anche lei -appartiene alla società dei _fessi_; e così anche lei, professor Galileo -Ferraris, professor Pacinotti.» - -Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove -sono, e se ci sono, le candele. - -Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era -indispensabile. - -Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio. - - * - -E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i -bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide -questa verità, benchè fosse di giorno. - -Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando -Beatus infermò. - -Allora Scolastica apparve proprio _indispensabile e insostituibile_. - - * - -Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono: - -«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno. -Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo -odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali. - -Ma per Beatus non venne nessuno perchè c'era un'epidemia chiamata la -_spagnola_, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta. - -Ma il vero nome dell'epidemia non si sapeva, perchè il _bacillo_, -quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente -il suo incognito. - -Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo -umoristico. Comunemente si presentava sotto l'aspetto di un raffreddore -dabbene, e poi, d'un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era -inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e -portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che -Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso, -dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran -coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro! - -E invece? - -Ah, povero uomo! - -E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l'alito, -così si vide gente girare con la maschera di garza. - -Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la -loro merce. Molti _pescicani_, arricchiti con la guerra, temettero la -_spagnola_ assai più della rivoluzione. - -Uno di questi _pescicani_ aveva ordinato la carrozzeria per una -automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami -lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi! -Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie. - - * - -Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un -giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po' -paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva -incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era -abituato, e avevano anzi finito col salutarsi. - --- Lei ha vinto -- diceva il dottore, -- una gran battaglia! - --- Ma quale? - --- Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi -della _febbre spagnola_. - -E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra -che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge. - -«Ecco i _leucociti_, i _fagociti_, mobilitati per la caccia alla -_spagnola_. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte -che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di -casa.» - - * - -Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa, -la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un'ala di -pollo: tutte cose rare nell'estate del 1918. E questa inquilina non -soltanto portò il brodo e l'ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò -le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica -sapeva dove erano e se c'erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era -assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in -quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello: -_Quis est proximus tuus?_ - -E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua -bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere: -lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi -tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l'idea di una -figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran -femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il -volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta, -legata con un nastro rosso. Pareva la figura del _diavolo zoppo_ nelle -vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile, -dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui -Beatus, comparando quel suono col _ciacolar_ di Scolastica, gli parve -che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto. - -La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di -quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette -_terra matta_ o _terra ballerina_. Nominava spesso quegli idoli che si -vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera -elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella -fronte? - -La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e -che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le -aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta -alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti: -faceva lei per casa; capiva e -- ridendo con gli occhi nerissimi -- -guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo' --- dicea. -- Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se -ne era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto -lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie -lontane lontane a prendere le medicine. - -Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a -prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia -lontana lontana, e per grazia dell'amico dottore: una medicina tedesca, -che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore. - -E la città era grande. - -Già calava la sera, e lei non tornava. - -Mo' viene -- diceva la grossa donna del sud. -- Non si perde! - -Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del -sud. - -E in silenzio attesero. - -Suonò l'ora di notte. - -Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva. - -Raccontò sua ventura. - -Si era smarrita. - -Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva. - -La gente si fermava e diceva: «Cos'è?» - -«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella -signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua -ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in -carrozza. - --- E la medicina? - --- Eccola qui --, e non sapeva più come avesse trovato la medicina. - -La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: -- Mo' -vedete, chi sa? è la Madonna. - -Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella -signora, ma vestita di bianco. - -Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano -intorno inginocchiate; un'altra volta apparve d'agosto, con tutta la -neve bianca d'intorno; un'altra volta d'inverno, con tutti i gigli -fioriti. - --- E perchè a me non appare? -- chiese Beatus. - --- E scusate -- disse la donna del sud con peritanza, -- voi siete un -buon uomo, ma voi non siete innocente! - - * - -La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento -sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte? -Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i -gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus -su di un oceano. - -Si assopì verso l'alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di -Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: _Quis est -proximus tuus?_ E le tre dita erano levate sopra di lui. - - - - - _Capitolo XVI._ -- Le prodezze di Biagino. - - -Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta -festante: - --- Guardate, _signo'_, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi. -Sentirete che brodo vi faccio. -- E sollevò davanti a Beatus Renatus -mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo -collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un'ala. -- -Sette lire, _signo'!_ ma sta 'na femmina che è meglio assai. - -Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare -tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta -sconsolata; e battè palma a palma. - --- Ih, _signo'_, il gallinaccio non c'è' più! Biagino se l'è mangiato. - -Disse Beatus: - --- Dovevi stare più attenta. - --- Più attenta, _signo'_, che mettere la carne nella pentola? Biagino se -l'è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro! - --- Nel nostro linguaggio così infatti si dice -- disse Beatus. - -Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico: -appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava -su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale, -col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla, -scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus -leggeva. - -«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona». - -«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino. - -«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore -sentimentale alle immagini!» - -La bimbetta ritornò e disse: - --- Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo -piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio. -Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo. - -Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un -micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a -Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è -diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira -calci! Ma in origine anch'essi tiravano calci; poi presero il nome di -marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci. - -Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era -tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice. - -Scolastica tornò in casa. - -Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno. - - * - -Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe -condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del -sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un -cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a -Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi. - -Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore -di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo -piano. - --- Perchè questo fetore? -- si domandò Beatus. Ma la risposta fu data -dal marchese stesso che usciva in quel momento. - -Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso -con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa -età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un -cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente. - --- Ma lei sta bene, -- disse il marchese non senza stupore. -- La -portinaia.... - --- Precorre la storia -- continuò Beatus; -- e avrà annunciato la mia -morte. - --- Questo precisamente no, -- rispose il marchese, -- ma la marchesa mia -moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma -anche laggiù la malattia _fa stragge_! Guarda, dicevamo, questa casa è -la sola che sia rimasta immune.... - --- E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato. - --- Già! E allora la mia signora sparge per le scale l'acido fenico. - -Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far -sentire tutte le sue parole. - -Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente -di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa -sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale? - --- Io la prego, -- disse Beatus, -- di presentare le mie scuse alla -signora marchesa. - -In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto -il marchese, saettò come fulmine. - --- Ah, signor cavaliere! -- esclamò il marchese, -- quel gatto è un -masnadiero! - -E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po' anche lui, il -proprietario di Biagino. - --- Io le racconterò un fatto che vale per tutti, -- continuò il -marchese. -- La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di -triglie, splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi -un chilo di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un -nostro ospite: il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del -riposo domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di -un piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c'erano più! - -Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la -mortificazione di essere non soltanto l'agente dell'epidemia spagnola, -ma il proprietario di Biagino. - --- E veramente, -- proseguì il marchese, -- il nostro ospite, che è -anche un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla -il caso all'articolo 429: _va esente da pena, e perciò è lecito uccidere -o altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri, -ma sorpresi nel momento in cui recano danno._ Soltanto non abbiamo -sorpreso; e poi per deferenza verso di lei.... - -Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è -nel codice: _è lecito uccidere._ Ringraziò della deferenza, e rispose -riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino. - --- Questa cosa mi fa molto piacere, -- rispose il marchese; e dovea -essere questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese -tosto commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le -rughe del volto: -- Perdoni se in momenti come questi non le stringo la -mano. - -E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo -riservato che parea camminar sopra le uova. - -Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo -pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il -feudo». - - - - - _Capitolo XVII._ -- La scimmia a spasso. - - --- Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, -- disse a Beatus la donna -del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina, -era sorprendente: era più brutta di prima. - --- Adesso dimmi, -- le domandò Beatus: -- dove ti piacerebbe andare? - -La bimba brillò di gioia e disse: - --- Prima il cinematografo, ma dove c'è la.... - -E la bimbetta fece un nome di donna. - -Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo -nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell'arte novissima del -silenzio. - -Non fu creduta tanta ignoranza. - -La bimba, con l'aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni -necessarie. - -Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che -le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si -vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori: -ma i veri signori. - -Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le -poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini; -sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini. - -Le signore sembrano statue; ma fumano. - -Lei voleva indicare un _tea-room_ o un'_hall_ di grande albergo, che ce -ne sono parecchi sul Corso. - -Beatus la condusse nell'un luogo e nell'altro. - -Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po' di -peritanza. - -I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano _i sette peccati -capitali, superbia, invidia, lussuria_, ecc., e condurci una bambina.... - --- Ci vanno tutti, -- disse la bimba. - -È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza. - - * - -Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti -stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui -vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre -Dive e Divi: l'Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre -cose del genere. - -Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su -lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come -una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano -molti soldati inglesi, lustri lustri, e l'orchestrina intonò: _It's a -long way to Tipperary_. - -«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!» - - * - -Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma -un'altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti -inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran -compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di -essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti _musei -antropologici_ che usavano una volta, dove si vedevano le figure di -cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e -morte. - -Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli -occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani -pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di -diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera. - --- Fumano, fumano, -- diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con -cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi». - -Anche diceva: -- Questo usa: questo non usa più. - -Come sapeva tutte queste cose la bimbetta? - -Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa -tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere -degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del -capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo -studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte. - -La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si -moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la -bimbetta. - --- Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti! - -E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era -partita l'umanità; e quella gente così splendente rappresentava la -perfezione dell'arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla -bimbetta: - --- Il più bello, qui, sono io. - --- Oh! -- esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus. - --- Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io. - -La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con -tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo -riguardo: _L'è mato, tuti i dixe che l'è mato._ - -O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al -tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la _toilette_ all'interno -della fronte; essi all'esterno. O uomo fuori dell'umanità! - -Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si -domandò: - -«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?» - --- Tutte -- dicea la bimbetta -- col fidanzato. - -Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati, -un'altra signorina con tre fidanzati! - -Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta. - -La voce di lei era di adorazione e di beatitudine. - -Vicino al suo tavolo sedevano due di questi _fidanzati_ in compagnia di -una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia -sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all'altro, -all'altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i -lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan -la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla -signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e -ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così -atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di -essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un -bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è _piaciato_, signorina? Ti è -_piaciato_ più io». - -La signorina sorrideva con dolcezza. - -Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non -c'era che un'enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si -soffermava per guardare fra i ricami delle tendine. - -«Spezzate!» -- disse fra sè Beatus. -- Ma poi pensò: «non spezzeranno -che per sostituirsi». - - * - -Dopo il cinematografo e il _tea-room_, Beatus prese una carrozza e -condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c'era un -giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la -tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua -pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo -sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato -invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia -rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva -veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti -e i fidanzati del _tea-room_, ma ammirava. - -Diceva: - --- Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini. -La cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca -all'altalena; le formichine portano in trionfo quell'altro animalino. -Guardate, guardate, _signo'_. - -La cetonia tentava invano di raddrizzarsi. - --- Ah! i dolci animalini! - -«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce _mantis religiosa_ che sta -lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c'è tanta seta da -irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i -reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in -trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini -applicano la chimica all'industria della loro guerra con più perfezione -degli uomini?» - -Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo -suonò e disse: - -«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini». - -E perciò Beatus disse: - --- La provvidenza di Dio è grande. - --- Allora quello che dice il libro di _Giannettino_, che la mia signora -mi fa leggere, -- disse la bimbetta un po' delusa su la gran sapienza di -Beatus. - --- Bada che è un gran libro _Giannettino_. - - * - -Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente -ad un tratto disse: - --- Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati. - -Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo -che quei due erano fidanzati! - --- Da per tutto, -- continuava la bimbetta, -- ci sono fidanzati. La -sera, poi! Camminano un po' e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di -casa, quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un -uomo: quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A -che fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del -fiume, creda che è pieno... Ah, quando sarò più grande, e avrò anch'io -il fidanzato! - - - - - _Capitolo XVIII._ -- Scolastica. - - -Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un -giorno non seppe trattenersi, e le disse: - --- Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma -in circonferenza. - -Era nell'ottavo mese. - -Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì. - -Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea -perchè. - -Disse poi: - --- Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto? - --- Come ho fatto.... - --- No, non è la descrizione che mi interessi -- rispose. Quello che -interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire -al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si -capirebbero. Ma esisteva lì il documento. - -E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e -gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un -suggesto che porta una procreazione. - -Quale poeta avrebbe composto un epitalamio? - -Domandò non senza trepidazione: - --- E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato? -quell'uomo che ho trovato qui? - -Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta. - -Ma Scolastica rispose subito: - --- Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui. - -Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso. - --- E lui cosa dice? - --- Niente. L'uomo quando si è sfogato, è pari con tutti. - -Quale inverecondo linguaggio! - --- Voglio dire se riconosce.... - --- Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito -a niente. Allora mi ha detto di andare all'ospedale e dire che ho un -tumore. Molte ragazze fanno così. C'è qualche medico giovane che ci -crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c'era -un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un -_avioma!_» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il -tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C'era una -levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io -non le avevo. - -Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da -una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse: - --- Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete -rimanere. - -Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto -agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità. - --- Lo so da per me -- rispose Scolastica. - - * - -La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus. - -Ma poi Beatus domandò: -- E che cosa farete? - -Scolastica rispose con tranquillità: -- Mi butterò a fiume con questo -qui. -- E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione. - -«Infelice! -- pensò Renatus. -- Lei si trova in tale condizione che se -anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe _le -physique du rôle_. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà -naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi -rispondere?» - - - - - _Capitolo XIX._ -- La mitragliatrice e i gigli. - - -Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola -scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì -dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di -cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle -monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi.... -L'orologio era la _clèpsidra_; la superiora era la _camerlenga_; una -vecchia, color di cera, era la _sepolta viva_, e non sapeva nemmeno cosa -era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina. - -«Le torte delle monache! -- diceva con ammirazione la signora Alice. -- -Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì». - -Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache -fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle -monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa -Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa. - -La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di -diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così -cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte -perchè sono di piombo fuso. - -Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice, -invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava -benefici effetti. «Perchè -- diceva -- la Elena si va un po' -smaliziando. Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà». - -La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura. - -Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti -diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori. - - * - -Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo -studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva -nello studio una piccola sveglia. - -Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente. - -Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse -per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la -macchina trebbiatrice del tempo! - -Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si -fermò. - -Il tempo si fermò. - -E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste -voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode -il tempo, lo abbiamo creato noi». - -Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un -tarlo famelico, a rodere il tempo. - -E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro -rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano. - -Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano, -lontano, nel cielo. - -«Lassù c'è un uomo con una mitragliatrice». - -Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così -rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva. - -E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico, -ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece -dipinse Cristo con le pupille velate. - - * - -A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse: - --- Si può? - -Erano le bimbette per la prima comunione. - -E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole. -Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono -timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche. -Davano la sensazione di cose immateriali. - --- Attente, bimbe, attente -- disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi -per vedere dove era il pericolo. - -Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di -infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come -i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: _Morte!_ - -Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio. - -La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po' il suo volto -color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome -pallide d'oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del -loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi -pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita -di immobili gigli. - -Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi -su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori -dell'umanità. Poi guardavano il pappagallo verde. - --- Siamo pronte, _signo'_ -- disse la scimmietta. - --- E queste chi sono? - --- Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura, -perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C'era poi la monaca -che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso; -ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine. - -Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò: - --- È vero, bimbe, che volevate morire? - --- Allora sì, adesso no -- disse una, movendo appena le labbra. - --- Oh, brave bimbe! -- disse Beatus. -- Voi non volete lasciare la -mamma.... - --- Ma -- disse l'altra bimba --, avremmo veduto il babbo, che è in -paradiso. - --- Hanno il babbo che è morto in guerra -- disse subito la scimmietta. - -E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo -giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir -per l'Italia. - -Ah, la storia d'Italia è fatta dagli innocenti! - - * - -Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio -il velo e la corona alle bimbe. - -Con quel ventre si accostava alle due bimbe! - -E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza: - --- Signo', anche Scolastica tiene il fidanzato. - --- Che ne sai tu? - --- Tiene la creatura nella pancia. Non vedete? - -Ma entrò la signora Alice. - -Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole. - --- _Cavalie'_, e voi che fate? -- disse la signora Alice. -- Voi credete -sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a -vestire. - --- Devo venire anch'io? - --- Ma come? L'avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la -festa. - -Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una _redingote_ nuova con -risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga. - --- Ma come è bello quest'uomo! -- disse la signora Alice. - -La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche. - --- E quella donna non viene? -- domandò Beatus quando furono sul -limitare. - --- E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che -tiene? -- Così rispose la signora Alice. -- E voi due, avanti. E tu, -Elena, con me. - - * - -Pareva la signora Alice la gran madre Cibele. - - - - - _Capitolo XX._ -- Il pane dell'anima. - - -Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono -d'oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe -una piccola ripetizione sul _Credo_, quel gran viaggio che fece Cristo: -scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra -del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti. - -Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti. -Nella chiesetta non c'erano che i bimbi e le bimbe della prima -comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di -nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina. - -Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di -bianco, presso l'altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle -altre tre file le bambine. - -Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli -uomini e lievemente disse: - --- Monsignore tarderà un po'. Se vogliono intanto visitare il coro.... -C'è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo. - -E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un -languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte -pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di -forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi. - --- Quel signore? -- disse la monaca. -- Quel signore era Beatus, che si -era soffermato a guardare quell'albero che fu detto del Bene e del Male. - -Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva -anche sembrare un _boudoir_. Il soffitto simulava, con artificio di -pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un -panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti -parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì, -dietro, c'è un'alcova». Se ne erano mai accorte le monache? - -La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva -malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse -una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a -enormi fogliami d'oro. - --- Qui c'è tutta la vita e miracoli -- disse -- del nostro santo -Gerolamo. - -Tutti dissero: -- bello! -- ma non si soffermarono su l'uno più che su -l'altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu -mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello -che faceva lì il Santo, non interessava. - -Ma interessò molto Beatus. - -In un pannello c'era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua -barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi -della sua biblioteca e li buttava alle fiamme. - -Nell'altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c'era -un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire: -«Dai, dai! Che ti farà bene!» - -La scritta latina dicea: _Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo -prophanam litteraturam castigaret._ - --- Ma quel signore! -- disse ancora la monaca. -- Presto, presto! È -arrivato monsignore. - -E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta. - - * - -Ma monsignore nella chiesetta non c'era. C'erano i bimbi e le bimbe -inginocchiate. - -Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre -sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine. - -Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a -cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle. - -Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende -nere erano così dense che appena si scopriva un po' del pallore del -volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose -e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella -immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva -incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno -corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si -ricomponevano sempre con leggiadrìa. - -Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così: -«Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell'albero -antico?» - -Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un -lembo della tovaglia dell'altare, ora il velo ad una bimba, ora -bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora -passava di cero in cero. - -Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le -fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la -luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate! -La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti -antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme, -rette da quell'infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva -dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano -bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei. - -Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel -tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona -e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la -tenebra alla luce, perchè incolpi me?» - -Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del -giardino, aveva come ondeggiamenti d'azzurro. - -Cristo cammina presso l'azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai -fanciulli, addita i gigli delle convalli. - - * - -Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio. - -Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè -il nome di un alto prelato. - -L'uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche -della persona, benchè la nuca -- che sola si vedeva -- apparisse cinta -da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si -tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono -gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava. - -Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò -su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette. -Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma -forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui -salì, e queste parole furono udite: _Omnis qui vivit et credit in me, -etiam si mortuus erit, non morietur._ - -La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a -Beatus; e Beatus se ne voleva andare. - --- Pazienza, -- gli sussurrò la signora Alice, -- ora dice la messa. - -Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava -altra cerimonia. - -Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto -tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba -esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma -si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse -con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò. -Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un -fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri. - -Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta -trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi -se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le -centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo, -là dal giardino si udirono note anche più dolci. - -Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione. - -Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel -volto: un volto mansueto e chiaro. - -Levava l'ostia. - -La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si -prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano -chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava -sull'altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la -mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l'«Ave -Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le -une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di -Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra -del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti». - -Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del -sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose, -inverosimili: e parevano verosimili. - -Poi il volto dell'uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul -largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici -con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui, -Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto -bimbi o femminette. - -Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse: - --- Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del -pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell'anima: -senza il nutrimento, anche l'anima muore.... - -Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli -orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote, -e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che -soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano -le parole. Poi dal ciborio d'oro levava il pane dell'anima, le piccole -ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell'operare, comunicava. - -Le bimbe bianche accorrevano, _uti cervi sitientes_, come i cervi -sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a -me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di -girasole. - -Le bimbe comunicate si staccavano dall'altare in silenzio, ad una ad -una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata. - -Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si -genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse -dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con -bella maestà senza fare saluto, senza dire parola. - -Beatus era molto malcontento di sè. Il suo _spirito critico_ lo portava -a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la -suggestione di quell'apparato scenico, è ben facile....» - -Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo _spirito critico_.» - -D'altronde monsignore era già lontano. - -Dopo, la signora Alice disse a Beatus: - - * - --- Mo' ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè -di piazza o al caffè del lago? - -Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini. - -La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus -stava zitto. - --- E diteci qualche cosa anche voi, benedett'uomo, a queste creature che -mo' sono santarelle. - -Ma Beatus nulla dicea. - - * - -Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di -innestare se stesso negli uomini. - -Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore. - -Anzi quella continua bestemmia di _ostia_ che gli uomini hanno su le -labbra, riconduce a pensare che l'uomo non tollera i portenti. - - * - -Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano -con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago. - -Pareva un quadro della vita. - -La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta. - -Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad -affrontare le onde nere. Ma dopo un po', sono imbevute, capovolte, -sommerse. - -Le rive dell'oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi -di morti come il guano su le rive del Cile. - -Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia -attraversare le grandi onde, arrivare di là. - -E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «_l'è mato, tuti dixe -che l'è mato._» - -Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che -la signora Alice gli disse: -- Voi che non avete nessun vizio -- che si -veda! -- avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io -dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe, -fàtelo ridere. - - - - - _Capitolo XXI._ -- O Hymen, Hymenaee! - - -Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre -sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel -movimento dell'anima. - -Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per -vedere che cosa vi succedeva. - -Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti -affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere -dell'anima. Oh, Beatus! _tu ti involvi, non ti evolvi!_ - -Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già -avea sentito di ossequio. - -Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa -mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe -buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una -latrina. - -Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino -diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo. - -Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la -sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta -della spesa, disse: - --- Fate venire quell'uomo. - --- Quale uomo? - -Scolastica, col volto deformato dall'ultima gravidanza, era più orrenda -che mai. - --- Quello che vi ha ridotta così, -- e col dito le accennava il luogo -del nascimento. - -Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi -fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in -una tal via. - - * - -Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell'uomo non -c'era, anzi non c'era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone. -Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio: - - Lunedì, San Crispino, - Martedì, San Crespiniano. - -In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di -scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva -amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi -levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il -piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre. - --- O che vuol fare il calzolaio? -- domandò l'omaccione vedendo -quell'omarino, che si affissava nel suo lavoro. - -Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse, -venisse da lui. - - * - -Un giorno colui venne. -- È qui -- disse Scolastica. - -Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c'era Loreto, la -gabbia dell'usignolo morto e Ruggero Bonghi. - -Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni -tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere -con piacere l'antica conoscenza. - -Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate -che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così, -sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per -nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che -li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo -cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus». - -Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell'idiota: teneva le due -mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere, -quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande -stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il -ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie: -quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel -movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un'epitome delle -generazioni e delle vite: l'uomo! - -Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: _nel -ventre tuo si raccese l'amore_, e le parole del poeta gli parvero grandi -come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la -voce del poeta. - -Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento! - -Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e -due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima». - -Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che -l'uomo si potesse definire anche così: _homo iners_, l'uomo inerte! Che -bella definizione! - -Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli _industri uomini_, come furono -detti da Esiodo, l'_audace stirpe di Giapeto_, come li chiamò Orazio, -l'_homo sapiens_ di Linneo, l'_uomo sociale_ di Dante, l'_uomo -economico_; sì tutti begli uomini. Ma l'_uomo inerte_ è più bello! -L'uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell'aia, come la -serpe al sole. - -Quando ha fame, quando ha sete, quando l'ardore del senso si desta; -quando un urto, un colore, il rosso, l'oro, lo percuote, allora si -desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce -ancora, e torna inerte. Chi era l'uomo? lui che era vigile, o coloro che -erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all'_Accademia dei -Lincei_! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a -quella distribuita dall'_Accademia dei Lincei_. - -Beatus cominciava a gesticolare, ma quell'uomo che stava inerte, levò la -mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca -di Beatus, che volava, e disse: - --- Be', lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa? - -Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare, -e disse: - --- Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità. - -Lo stupì lo sguardo di quell'uomo: egli non capiva quella parola -_responsabilità_. - -Era un idiota. - -Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l'idiota era lui. -_Responsabilità?_ Quale? Non esiste responsabilità. - -Quell'uomo capiva benissimo. - --- Ecco -- disse Beatus --, io vi volevo semplicemente dir questo, mio -caro, che voi riconoscerete che siete stato voi. - -E indicò la donna. - -Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo -ragionamento. - -Disse: - --- Io o un altro, è lo stesso. - --- Come, come? -- disse Beatus. -- Non direte mica che sono stato io! - --- Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un -altro. Chi lo sa? - --- Ma siete stato voi...! - --- Sì, sarò stato anch'io -- disse lui con mansuetudine, -- ma è stata -lei, quel giorno, a fare _pst pst_ alla finestra, e allora io sono -venuto su. - -Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto _pst -pst_! - --- Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare _pst pst_. L'ha fatto a -me, ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore? - -Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene. - -Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano -su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono -male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e -faceva _pst pst_. -- Non si vedeva nemmeno come era brutto. - --- Ah, tu sei carina! - -I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori -dell'umanità: _campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!_ - -Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò -tutti e due e disse: - --- Dividiamo il _pst pst_ a metà. - -Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero -gallo. - -Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la -sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il -nascimento! L'uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara -quella vita che correva al suo nascere. - -Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così -in genere, come per l'usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere. - -Oh, fulgore degli antichi riti! _O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!_ - -E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate: - -«La forza dell'uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa -novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede -di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero, -scuotono le chiome d'oro.» Canta, per la notte, il grande inno d'amore! -Ma l'impeto d'amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole -come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal -grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida -dal semiaperto piccolo labbro». - -Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel -nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico -l'estirpazione. - - * - -«Beatus -- disse il campanelluzzo a Beatus -- bada che allora si -trattava di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi». - --- E adesso come si rimedia? -- domandò Beatus. - --- Faccia lei -- rispose l'uomo con indifferenza -- una cosa che vada -bene. - -Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea: - --- Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo -putiferio non succedeva. - --- Be', be', be'! questo poi è un po' troppo -- disse Beatus. - -E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone -eccitato, abbaiò. - -Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto -limite. Proprio il signore non ne aveva colpa. - --- Va là! che non ne avevi bisogno della guardia. - -Beatus ringraziò. - -In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche -ricattarlo d'accordo con Scolastica. - -Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti! - -Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio -o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore -faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso. - --- Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! -- e -soffiò su la palma della mano. - -Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la -sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è -una gran consolazione. - --- Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha. - -Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere -all'osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c'è doganiere che -ci possa far pagare il dazio. - -Beatus disse: - --- Ma, io, mio caro, non son ricco. - -Ma quell'idiota fece un risolino e disse: - --- Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere. - -In fondo l'idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente -ricco: aveva mangiato l'ostia, aveva una responsabilità. Forse -- cosa -tremenda -- poteva anche avere un'anima, e forse immortale! Certamente -aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona. - - - - - _Capitolo XXII._ -- Il re dei Bolcevichi. - - - Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà - dichiarato dall'avvenire. All'autore di questo _Capitolo_ la - cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale - del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia - nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l'azione del racconto) e - come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e - della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la - prole», ecc. - - -Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. -- Se -non è oggi sarà domani -- aveva detto la signora Alice. - -E Beatus disse alle donne: -- Allora vediamo di far presto. - -Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: -- Fate -tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario. -Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io -tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle -nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa. - -E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter -finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta. - -Ma quando all'albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato -la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po' -ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto? - -«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.» - -Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si -ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle -donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri. - -Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o -di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala -da pranzo dell'albergo non c'era che lui e un prete. - -Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e -nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo: -uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano -quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono. - - * - -Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e, -riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il -tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello -di prora e sull'alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo -umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore». - -Ma ritornando poi all'albergo, e passando lungo le mura del detto -tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W. -L'Enin. - -Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò. - -Non c'era dubbio: l'autore, anonimo come un poeta dell'_epos_, voleva -significare, Viva Lenin! - -«Come è plastico questo popolo d'Italia! -- fu il primo pensiero di -Beatus. -- Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro -Romano Impero dell'Austria, che pure aveva per emblema il santo segno -dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le -mura dei più venerabili edifizi: _Viva Lenin!_ Il santo segno -dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: _Viva Lenin._ È forse questa -la nemesi della storia?» - -Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in -forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a -conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano -conoscenza della sua storia....» - -Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo -argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma -poi gli parve che se il popolo d'Italia avesse consapevolezza della sua -storia, non sarebbe più il popolo italiano. - - * - -Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero. - -I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio -dell'autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e -ciò significava indelebilità. E v'era in quei caratteri alcun che di -stravolto, e ciò significava terrore. - -La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io -paura?» - -«Se ti fa piacere, sì!» - -«Vile borghese -- pareva ancora domandare la scritta -- non sono bello -io?» - -«Se ti fa piacere, sì.» - -«Sai tu che ti posso fare del male?» - -«Tutto mi può fare del male.» - -«Mi dispregi tu forse?» - -«Tutt'altro! Anzi meritevole di grande considerazione.» - - * - -Di chi era quel nome: Lenin? - -Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice. -Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato. - -Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla -città solitaria e santa? - -Eppure era arrivato! - -Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni -d'oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte -il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto -tempo non navigava più. - -Ora navigava la nave del re dei bolcevichi. - -Qualcosa deve ben navigare! - - * - -Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di -terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei -volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava: -anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene -delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell'antica gentilezza. - - * - -Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei -bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo -irreale. - -Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro -grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a -quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal -cielo i balocchi su le moltitudini. - -Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più -meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la -abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu -trasvolerai? Perchè farò io il miele come l'ape stolta per dare squisite -vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il -mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune: -in comune anche il più grande balocco: la donna.» - -Così dicevano le genti. - -E il re dei bolcevichi operava un'amputazione nella vita. Solo i -lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai -balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra. - - * - -Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando -con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe, -tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a -che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi -operai materiali della vita! - -«Signor re dei bolcevichi -- gridavano a lui -- tu lasci indietro tutti -gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti -dell'intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a -dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è -necessario per l'intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi -giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori». - -Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che -anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la -testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata -l'anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima -comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo. -Sono essi dio, giudice, legge. - - * - -Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i -loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re -dei bolcevichi. - -Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per -l'altrui piacere i balocchi della vita! - -Pareva l'anno mille, che attese l'avvento del nuovo Messia. - -Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia -e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po' tremavano. - -Come attorno al ferro incandescente si vede l'aria soffrire per -l'immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini -vaporava il calore dell'odio e del desiderio. - -Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si -sarebbero levate col furore dell'odio alla conquista del paradiso -terrestre, promesso dal nuovo Messia. - - * - -Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo -fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo, -e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero? - -Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d'Oriente, -fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi -erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli -e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava, -prima, a bere l'oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava, -e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con -lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l'oppio e lo -toglie dal giardino. D'onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal -paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della -sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa, -perchè vuole ritornare al paradiso. - - * - -E Beatus guardò ancora il tempio, sull'alto del quale San Francesco -tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore». - -E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò -via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e -giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu, -mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li -confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch'egli vietò ai frati suoi -che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto, -e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non -Ricchezza. - -Anch'egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle, -il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini -era il grande concerto, l'acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi -sono staccati dall'universo e dal mistero. - -Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore. - -Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che -fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte. - -Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi -mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi -forti denti! - -E l'ignorante, anche! - -Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge -null'altro che un'antica legge di animalità. - -Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato -all'uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per -seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di -mente si ripetono ancora. - - * - -Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del -nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti -riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse -nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati. -Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo: -l'uomo sospingeva l'uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo. - -Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l'oceano -della vita, e il re dei bolcevichi li spense. - -Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a -illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell'anima, -l'anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta -altrove che nelle fantasie dei poeti? L'issopo che fa bianco lo -scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le -pustole all'umano rospo, le conoscete voi? - -Follìe, fole, fantasmi! - -L'uomo sospinge l'uomo, e il moto è rapido come vertigine. - -Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi -appose un numero. - -Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero. - -Follìa l'uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti -sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu -mangiato il pane dell'anima? No! E per un po' più di miserabile astuzia -che tu possiedi, per un po' più di vile solerzia, per un po' di -vanagloria, per un po' di feroce acume che è in te, domandi tu il -privilegio? - -Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano. - -Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell'anima costituiscono -un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette -cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l'Empireo? -Non esiste l'Empireo. - -Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò -domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se -gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli -altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi -soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più -non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola -lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce -bianca che fa smarrire la via, che importa? - -«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l'esercito del re dei bolcevichi. - - * - -In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore -siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come -abbaglianti per un misticismo terreno. - -E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la -donna. - -Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta! - -Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma -essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era -distruggere la vita istessa. - -Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole -tremende: _peccatum! mortale peccatum!_ Che valse? - -Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal -peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla -cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i -re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della -madre. Che valse? - -Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà -superba. - -Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna, -strumento della voluttà. - -E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo: -«è lecito usarne, non è peccato». - -Non è vero? È degno di essere vero. - -E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri. -Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura! - -Il re dei bolcevichi aboliva così l'immane, l'inane fatica dei padri e -delle madri. - -Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare -una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero -d'ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon -nutrimento, al buon allevamento. - -Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino -all'assurdo, con giustizia sino all'ingiustizia. La civiltà, come la -serpe, mordeva se stessa. - -Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il -pianto. - - * - -Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza -la coscienza che distingue l'uomo dall'uomo, fosse la morte. - -Forse le lacrime sono anch'esse necessarie. - -E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del -padre e della madre, gli parve come un non nascere. - -Pareva a Beatus di vivere entro un'atmosfera lucida per immoto bagliore: -non v'erano più tenebre. Ma l'aria era irrespirabile: mancava il senso -sacro della vita. L'equilibrio era folle: mancavano gli elementi -imponderabili che la scienza ignora. - -A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri. - - - - - _Capitolo XXIII._ -- Il figlio dell'uomo. - - -Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse -era nato. - -Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le -sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque -parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei -bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè -non sorgerà un'altra verità. L'umanità è come il serpente boa; fa un -pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo -finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un'altra verità. - -Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata -lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, -invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta -tenere in casa, così facessero pure. - -Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio -oppure una femmina. Ed anche non credendo al _pithecanthropus erectus_ -del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra -l'uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l'uomo, anche meglio -vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine. - -«In me, per esempio, -- dicea Beatus, -- ora si vede benissimo. -Eppure...! Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità -incantevole del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un -bellissimo inganno». - -E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio, -sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è -detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori -anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa! -Ora l'usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le -veci. - -Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva -letto nei poeti o nei libri per l'infanzia, che i bimbi danno lietezza -alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo -dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il -popolo credeva negli angioli. - -«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba». - -Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i -latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè -la morte dei figli. Dicevano _orbatio_, quasi privazione di luce. E -_orbi_ erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i -figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i -padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. _Orbatio!_ -l'uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco! - -«Ecco: se io non avessi studiato il latino -- continuava Beatus nel suo -vaniloquio -- non avrei questo pensiero. - -«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino». - -Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono -dall'uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti -in comunità, abolisce quel dolore dell'_orbatio_. - -Ma abolisce anche quella gaiezza. - -«È sorprendente! -- esclamò Beatus -- Per fare il re dei vari -bolcevichi, bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio -di toccare nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi». - - * - -Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così, -Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi -in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica. - -Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia, -ma nemmeno troppo intelligente: con un'anima sì, ma non con troppa -anima. Un'anima -- ecco -- senza interrogativi. Quel tanto che basta a -mandare avanti l'esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per -esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri -del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta -scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il -denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto, -trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta -perchè. - -Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella -pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare -con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè -no, saper fare le torte come le suore? - -Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente. - -Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere -dell'alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re -Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle -Mille e una notte. La sola cosa un po' preoccupante era quel furore che -prende i giovani, anche i più pacati, in sull'aprirsi della pubertà, per -cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire -che dimenticano padre, madre -- come dice Cristo -- per quel furore. E -se stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c'è tempo -da pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l'idea di allevarsi in casa la -creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva. - -Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di -Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con -amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo -avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto? -Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi -condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così. - -Antigone conduce Edipo. - -Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più -Edipo, nè darà più sepoltura al fratello. - -Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco! - -Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non -basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da -bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona, -la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche -volta, muore una parte dell'anima, e il vecchio si mette a ridere, e -dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non -parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare -questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o -fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi -scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.» - -Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso -di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una -volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre. - -Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i -figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso -alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si -ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia -di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando -ti ordinerò la bara, caro padre?» - - * - -Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?» -Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così. - -Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo -automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un'altra leggenda che -aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma -per i vecchi non ha avuto pietà. - -Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è -lui o è la nuova umanità che vuole così? - -Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella -condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque -parte si volge il piede, la terra ingoia. - -Se non c'è un sostegno dall'alto, fuori della terra, si rimane ingoiati! - - - - - _Capitolo XXIV._ -- Le mammelle. - - -Ma la signora Alice non rispondeva. - -Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della -scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era -sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle -nutrici. - -E allora Beatus ritornò a casa. - -Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava. - -Era sera, era freddo e pensava al suo letto. - -E invece trovò il suo letto ancora occupato. - -Da prima non capì da chi, e perchè. - -Attorno al letto c'erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la -signora Alice. - -Ma la signora Alice disse: -- Buona sera, signor Beatus. Non la -aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l'angiolo. - -Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio. - -La bimbetta diceva: -- Poverello, muore. - -Scolastica non disse nulla. - -Allora Beatus s'accorse che nel suo letto c'era qualche cosa. - --- Lo vuol vedere? -- disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus -che per la prima volta vide, inorridì. - --- Quel bimbo ha cento anni! -- esclamò Beatus. - -Il figlio dell'uomo e della donna aveva l'aspetto triste dei vecchi: la -palla dell'occhio era scavata profondamente entro l'orbita; la pelle era -di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro. - --- È nato così? -- domandò. - --- Oh, -- disse la bimbetta -- era così carino quando è nato. - --- Che malattia ha? - --- Ha fame. - --- Voi -- disse Beatus a Scolastica -- gli dovevate dare il latte. - --- Sì, con queste. - -E mostrò a Beatus l'orrore delle sue mammelle. - --- Eh, mica tutte le donne -- disse la signora Alice -- hanno il latte. -Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no. - -Scolastica fece un gesto di rabbia: - -«Quell'uomo che non capisce mai niente!». - -Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate -lagrime. - --- Vi domando scusa -- disse Beatus. -- E allora perchè non lo avete -mandato a balia? - --- Così abbiamo fatto -- rispose la signora Alice; -- ma la balia -appunto lo ha rovinato. - --- Dovevate prendere una balia in casa. - --- E dove la trova lei la balia in casa? -- disse la signora Alice. - --- Oh, si trovano -- disse Beatus. - --- Le vada a trovar lei -- disse Scolastica. - --- Una volta si trovavano, ma adesso non più -- disse la signora Alice. --- Sa cosa dicono le contadine? che il latte è sangue, e il loro sangue -non lo vogliono più dare ai signori. - --- Ma dove, ma dove, _signore_! -- disse Beatus additando con la palma -la creatura umana che giaceva sul suo letto. - - * - -C'erano, lì, le tre femmine: sei mammelle: sei fonti senz'acqua attorno -a un assetato. - --- Avete provato ad allattarlo col poppatoio? - --- Abbiamo provato; ma non era più tempo. E poi che latte! - - * - -La bimbetta, con un pannilino umettato, cercava di far succhiare -qualcosa. - --- Fino a questa mattina, poverello -- disse -- si sforzava di -succhiare, ma adesso non ha più forza. - -Quella bimbetta richiamava in mente i bimbi che stanno lì pazienti, con -insensate parole di amore, ad imboccare i passerotti moribondi. - -Scolastica pareva risvegliarsi ogni tanto, e diceva: -- _El me putelo!_ - -Anche quel risveglio di un'anima morta dava un senso di costrizione al -cuore. - --- Scolastica -- disse Beatus --, e quell'uomo non l'avete avvertito? - --- Che cosa vuole che importi a lui? Invece nella stanza c'era una cosa -che non c'era prima: la signora Alice aveva portato sul comò di marmo -una di quelle imagini, una Santa Rosalia, una Sant'Anna, una cosa di -porcellana o di stucco, con davanti la gran palla opaca di un lume a -petrolio, come aveva veduto a Napoli in quella notte. - -Anche questo ricorso alle forze taumaturgiche provocò in Beatus un -grande stringimento di cuore. - -«E voi che fate qui?», voleva dire Beatus alle donne, sentendo un gran -silenzio. - -Ma non disse. Esse assistevano alla morte. - -Sono le donne, le pazienti, che assistono alla morte. - --- Per questa notte -- disse la signora Alice a Beatus -- bisognerà che -lei vada a dormire all'albergo. - - * - -E Beatus andò, e passando per il suo studio, scoprì i ritratti dei -benefattori dell'umanità. - -Provò una sensazione come di vuoto. - -Ma forse era la Morte, che passando per la sua casa, produceva quel -vuoto. - - * - -Uscì di casa, e voleva prendere un tram. Ma i tram correvano con grande -fragore, con grandi lumi, che gli parvero più grandi che mai; ma forse -così gli parve perchè quel quartiere eccentrico dove abitava, è buio e -silenzioso. I tram erano vuoti e parevano fare più rumore. Ma non si -fermarono al suo richiamo. Parevano sospinti da una gran fretta. - -«Forse è mezzanotte -- pensò, -- e i tram hanno fretta, e tornano alle -loro rimesse.» - -Camminò a lungo; ma quando fu nel centro della città, rimase sorpreso di -vedere tutto illuminato: tutta la gente. - -Entrò in un caffè per rifocillarsi con qualche cosa. Il caffè era -grande: due grandi sale, tutte piene di gente: i lampadari elettrici -rovesciavano fasci di luce. - -Qualcuno lo vide, e lo salutò. Ma passando vicino ad un tavolo, ebbe la -sensazione che il suo passaggio destasse meraviglia. Gli parve udire -anche esclamazioni di scherno. Ma non potevano essere rivolte contro di -lui. Sentì queste parole: «O che non si è più padroni di fare il -comodaccio suo?» - -Trovò un tavolo vuoto, e si sedette: ma quella luce lo abbagliava e -chiuse gli occhi. - -Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo. -Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo -ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori: -«Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di -quelle parole era attaccato un senso taumaturgico. - -Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa». - -Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità -formata di ventriloqui. - -Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere. - -Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall'altro tavolo: lì si parlava di -arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza -più seno». «Il seno usava al tempo del grossolano realismo di trent'anni -fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta -fiorenti...... Erano giovani artisti, letterati che parlavano così. -Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli -artisti. - -Ma lo riscosse il cameriere dicendo: -- Il signore è servito. - -Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli -ripugnò come all'idrofobo l'acqua. - -Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di -politica là. - -Ma quella vista gli ripugnò come il latte. - -Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell'essere -vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri -viventi». - -Allontanò da essi lo sguardo per posarlo su qualche altro oggetto più -lontano, e vide a un tavolo lontano la faccia onesta e fresca del -dottore che lo aveva curato dalla febbre spagnola. - -Come mai un uomo così morigerato si trovava in giro per i caffè a così -tarda ora di notte? - -«Ma quell'orologio è fermo!» - -La lancetta dell'orologio nella gran parete non era ferma: segnava -un'ora più che onesta. Il tempo aveva avuto un corso vertiginoso per -Beatus. - - * - -Beatus fu attratto verso il dottore. - -Il dottore non era solo, ma con un altro medico, anzi fisiologo -illustre; e siccome anche Beatus era quasi illustre, così si -conoscevano, essendo ambedue illustri. Parlavano non di politica o di -arte, ma degli _ormoni_. Questa cosa era stata battezzata recentemente -con tale nome dalla scienza; ma la sua esistenza risale al tempo delle -mammelle. L'illustre fisiologo aveva fatto notevoli esperimenti sugli -ormoni. - --- Sa lei, -- disse il giovane dottore a Beatus -- che dopo che ho -curato lei della febbre spagnuola, mi sono ammalato io? - --- Ed è stato lì lì per andarsene -- disse sorridendo l'illustre -fisiologo. - -Spiacque molto tale notizia a Beatus. - --- Eppure è strano! -- disse. -- Quando si sente dire che un medico è -ammalato, si prova una certa meraviglia. - --- Quasi piacere, è vero? -- disse sorridendo l'illustre fisiologo. - --- Questo poi no -- rispose pur sorridendo Beatus. -- Almeno io, no. - --- Se poi il medico muore -- continuò sorridendo l'illustre fisiologo ---, è una soddisfazione. - --- Può darsi -- disse Beatus -- che per molti la cosa sia così. Eppure -vi è la sua spiegazione. - --- E quale? - --- Ma sì! -- disse Beatus. -- Bisogna ricordare che il medico, -nell'antichità, era lo stregone, il possessore delle forze occulte. -Ebbene: qualcosa di questo remoto concetto rimane. Pigliate il più -formidabile uomo politico che muove gli uomini come quei due signori là -muovono le pedine su la scacchiera, e fatemelo seriamente ammalato; e -poi ditemi che cosa diventa di fronte al medico: niente. Esiste anche il -fatto grammaticale, scusate: non so se lo abbiate osservato. Supponete -che i giornali domani annuncino che Sua Eccellenza, il presidente del -Consiglio, sia colpito da emiplegia. Ebbene: la gente non dice più: «Sua -Eccellenza è il solo uomo plastico per governare questo popolo -plastico», ma dice _era_; cioè usa, scusate, il tempo imperfetto, cioè -lo fa come morto, ancorchè sia vivo ancora. Voi, medici, potreste -formare il più formidabile dei sindacati. - --- Macchè! -- disse l'illustre fisiologo. -- Purtroppo è impossibile. - --- E perchè? -- domandò Beatus. - --- Perchè se lo stregone, come dite voi, è indispensabile all'uomo -infermo, è perfettamente inutile alla collettività la quale gode di -inalterabile buona salute. Ci salviamo un po' la reputazione con quei -poveri microbi. Ma l'umanità se ne ride. Deve esistere una coscienza -collettiva della sua indistruttibilità. - --- E vi difendete anche -- aggiunse Beatus -- con quel po' po' di -linguaggio magico o occultista che adoperate proprio come gli antichi -stregoni. Poco fa dicevate _ormoni_. Potreste dire _eccitanti_, -_stimolanti_; ma in tale caso tutti vi comprenderebbero. Ma esistono -realmente? - --- Volete provare, Beatus? -- disse l'illustre fisiologo. -- Io vi -assicuro che sono gli ormoni del feto che provocano la secrezione delle -mammelle. Teoricamente anche voi, Beatus, potreste esser messo nella -condizione di allattare. Tutt'al più si potrà discutere per grammatica, -se voi dovrete essere chiamato _la balia_ o _il balio_.... - - * - -A queste parole Beatus che, ragionando, si era dimenticato, si ricordò. - - - - - _Capitolo XXV._ -- Atrepsia. - - -Ma l'ora era tarda, e l'illustre fisiologo si accomiatò. - -Anche il giovane medico uscì dal caffè, e Beatus si accompagnò con lui. - -C'era lì, sul corso, una fila ferma di carrozzelle. Beatus lasciò -passare la prima, la seconda, la terza. - -«Via, non fare sciocchezze,» gli disse il campanelluzzo. - -Ma quando fu all'ultima carrozza, Beatus disse: - --- Dottore, le dispiace venire a casa mia? C'è un bambino che sta poco -bene. - -Il suono della sua voce che proferì queste parole, lo sorprese. - -Anche il dottore mostrò sorpresa di queste parole, tanto che si fermò in -mezzo alla via. - -Avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino? Lei è solo in casa». Invece -nulla domandò, ma disse semplicemente: -- Andiamo. - -Anche questa semplice risposta sorprese Beatus, perchè il dottore -avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino se lei non ha figli?» - -Quando la carrozzella si mosse, il dottore non parlò. - -E Beatus nemmeno. - -Voleva parlare, ma non avea di che parlare. Poi disse: - --- Ah, una bella intelligenza, l'illustre fisiologo. - --- Sì, una bella intelligenza. Ancora giovane, farà molta strada. - -Ma il discorso non procedeva oltre. - -Beatus avrebbe voluto spezzare quel silenzio, ma non ci riusciva. Anche -quelle parole _farà molta strada_ gli sbarravano il discorso. - -«Quale strada fanno gli uomini? Tutti fanno la stessa strada». - -Ma quando la carrozzella lasciò l'acciottolato della città, e le ruote -corsero più lievi e senza rumore per un viale (e le lampade della città -erano scomparse), sentì da quella parte dove nella penombra stava seduto -il dottore, venire queste parole tranquille: - --- Il bimbo che sta male è suo figlio, è vero? - -Beatus balzò. - --- Eh? Mio figlio? Ma io non ho figli. - --- Io glielo ho chiesto semplicemente come amico, badi bene: non come -professionista. - --- Ma la domanda che lei mi fa -- disse Beatus -- è una supposizione, -oppure....? - --- Me ne sarei ben guardato. Io le ho domandato quello che ho inteso -dire. Credevo che lei lo sapesse. - --- Io? Ma io non so nulla, io sono assente da un mese. Ma che devo io -sapere? Ma che si dice? - --- Si calmi, si calmi, -- disse il dottore. -- Lei dice che non è suo -figlio, e tutto è finito. - --- Ma lei, lei da chi e dove ha inteso? - --- Voci che ho inteso dire al caffè. Quello è il luogo dove arrivano -tutti i chiacchiericci della città, ed è arrivato anche il suo. - --- Ma in sostanza, che cosa? - --- La cosa più semplice di questo mondo: che la sua serva fu resa -incinta.... - --- Da me? - -Beatus mandò tale voce che il buon dottore ne fu sinceramente commosso. - --- Ah, la indegna calunnia! -- esclamò Beatus e raccontò. - -Come ebbe finito il racconto, il dottore disse: - --- Lei però, facendo sgravare in casa la donna, ha fornito tutto il -materiale della verosimiglianza.... - -Il dottore parlava con tranquilla parola; ma in Beatus l'eccitazione -diveniva anormale. - --- Io educatore, io maestro..., io fare queste cose.... -- diceva. -- -Perchè lei capisce che se anche non fosse, io sono obbligato a essere -uomo morale. - --- Sì, ma ai tempi che corrono non ci si bada più. E poi se ne parlava -la scorsa settimana; ora è cosa già passata. - --- Come fare a smentire?... - --- Lei non smentisce nulla; dopo tutto l'aver reso incinta una bella -servotta non le fa disonore. - -Ma fu a questa parola del dottore che Beatus si ricordò delle -esclamazioni di scherno udite al caffè. Scolastica, la orrenda -Scolastica! E Beatus vide l'orrendo grottesco cadere su di lui. E subito -vide anche l'autore della calunnia: il suo segretario che egli aveva -obbligato, quel giorno, a dichiararsi vile. - -Beatus non parlò più. - -Vedeva il bel segretario andare in giro e dire: «Signori, signorine, -sapete? L'educatore, il moralista, l'uomo esemplare, ha ingravidato la -serva. Questo è niente, e non meriterebbe di richiamare l'attenzione. Ma -se volete vedere il coraggio mandrillinesco dell'illustre Beatus -Renatus, andate a casa sua, e potrete ammirare la complice necessaria -del misfatto.» - - * - --- Signora Alice, signora Alice -- disse Beatus quando la signora Alice -venne ad aprire, -- durante la mia assenza è qui venuto qualcuno? - --- Sì -- disse la signora Alice un po' stupefatta --, il suo segretario. - --- E dopo? - --- Dopo? - --- Dopo, sì, dopo, chi è venuto? - --- Io non c'ero; c'era qui la Elenuccia. Ma lei cos'ha? - -E chiamò la bimba. - --- Ah, sì -- disse tranquillamente la bimba, -- sono venute delle -signorine. - --- Studentesse? - --- Non so. Tutte coi ricciolini, i cappellini. Volevano vedere il pupo; -volevano sapere come stava il pupo. - --- E poi.... - --- Una ha portato i confetti per Scolastica.... - --- Le hai intese ridere? - --- Le signorine ridono sempre. - -Beatus chinò la fronte. - - * - --- Questo bimbo? -- domandò il dottore che assisteva allo strano -dialogo. - -Andarono di là. - -La signora Alice tolse il lume e lo accostò al letto. - -Il dottore scoprì e poi senz'altro ricoprì. - --- È il pitecantropo, -- disse Beatus. - -Il dottore disse: - --- Così infatti appare l'uomo quando ha divorato se stesso. La scienza -ha trovato uno di quei nomi nuovi di cui lei parlava poco fa al caffè: -atrepsia. - -Scolastica, posata a lato del letto, scoprì la faccia ebete e guardò le -parole del dottore. - --- Quella è la madre? -- domandò il dottore. - --- _El me putelo_, -- disse quella voce. - -Il dottore se ne andò, e Beatus lo accompagnò alla carrozza. - -Beatus ritornò su lentamente. - -Entrò nella stanza. - -Egli era appoggiato alla bella spalliera del suo bel letto, davanti al -pitecantropo. Quel suo spasimo si era come acquetato davanti al -pitecantropo. - -Contemplava. - -Gli parve di essere proceduto avanti degli altri uomini, e di essere -arrivato in vista di un oceano. E qui conviene sostare. - -Le voci degli uomini gli parvero come un pispiglio lontano, lontano. Le -parole di scherno che si erano posate su lui, ora si sollevavano -lontane. Anzi gli parve cosa bella e onorevole essere schernito. E -proferì queste strane parole: - -«Io con io, cioè io con qualcuno che non sono io.» - -Lo riscosse la voce della signora Alice che disse: - --- È passato in questo momento. - --- Ha visto passare qualche cosa, signora Alice? - --- E che deve passare? - -Lui voleva dire, quel soffio, quel vento, l'anima. Ricordava i pappi del -giardino, che si staccano per vento insensibile ai nostri sensi. - -Lei voleva semplicemente dire: «è morto in questo momento». - - * - -La signora Alice, seduta nel circolo della luce della lampada a -petrolio, cuciva tranquillamente una cosa bianca. - --- Lei lavora sempre, signora Alice, -- disse Beatus. - --- Sto facendo una camicina per quel poverino. - --- Lei è lirica, signora Alice, -- disse Beatus -- perchè creda, mia -buona signora, la bontà è una lirica, una forma intuitiva di lirica. La -sola grande lirica! - --- Avete tutti parole che non si capiscono, -- disse la signora Alice. --- Anche quel dottore ha detto una certa parola.... - --- _Atrepsia_, ha detto, signora. Oh! una parola molto seria: _mancanza -di nutrimento._ È morto per mancanza di nutrimento. Ma tutti noi, tutti -noi, moriamo per mancanza di nutrimento. - -«Sì, sì, lo so, signori, -- disse Beatus quando fu solo nel suo studio, -guardando i benefattori dell'umanità che pendevano dalla parete, -- lo -so: tutte queste sono imagini mistiche che si formano nelle cellule -della corteccia del cervello sotto determinate condizioni; ma non sono -meno vere delle altre imagini; ed è, se così è, quanto di meglio noi -possediamo, signori.» - - - FINE. - - - - - OPERE DI ALFREDO PANZINI: - - _Piccole storie del mondo grande_ L. 7 -- - _La lanterna di Diogene_ L. 6 -- - _Le fiabe della virtù_, novelle L. 5 -- - _Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ L. 5 -- - _Santippe_, piccolo romanzo tra l'antico e il moderno L. 5 -- - _La Madonna di Mamà_, romanzo del tempo della guerra L. 5 -- - _Novelle d'ambo i sessi_ L. 4 -- - _Viaggio di un povero letterato_ L. 5 -- - _Io cerco moglie!_ L. 6 -- - _Il mondo è rotondo_ L. 7 -- - - ---- - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL MONDO È ROTONDO *** - - - - - A Word from Project Gutenberg - - -We will update this book if we find any errors. - -This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/39389 - -Creating the works from public domain print editions means that no one -owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and -you!) can copy and distribute it in the United States without permission -and without paying copyright royalties. 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Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official page -at http://www.pglaf.org - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary - Archive Foundation - - -Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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