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You may copy it, give it away or re-use it -under the terms of the Project Gutenberg License included with this -eBook or online at http://www.gutenberg.org/license. - -Title: Il ferro - -Author: Gabriele D'Annunzio - -Release Date: October 25, 2011 [EBook #37849] - -Language: Italian - -Character set encoding: ISO-8859-1 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FERRO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the -Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. - -This file was produced from images generously made available by The -Internet Archive. - - IL FERRO - - DRAMMA IN TRE ATTI - - DI - - GABRIELE D'ANNUNZIO - - - MILANO - - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1914 - *Secondo migliaio.* - - PROPRIETÀ LETTERARIA. -- RISERVATI TUTTI I DIRITTI. - - Copyright by Gabriele d'Annunzio, 1914. - - È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il - consenso della Società Italiana degli Autori. - (_Articolo 14 del Testo unico 17 settembre 1882_). - - _Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa opera che non - porti il timbro a secco dell'autore._ - - - Milano. -- Tip. Treves. - - ---- - - ALLA MEMORIA - DI - _Gigliola de Sangro_. - - ---- - - - - - INDICE - - - IL PRIMO ATTO. - IL SECONDO ATTO. - IL TERZO ATTO. - - - - - DRAMATIS PERSONÆ. - - _Gherardo Ismera._ - _Bandino Guinigi._ - - _Costanza Ismera._ - _Giana Guinigi._ - - _Mortella._ - _La Rondine._ - - _La Salvestra._ - _I Due Servitori._ - - - - - IL PRIMO ATTO. - - -Al piano terreno d'una vecchia villa toscana, in altri tempi costrutta a -emulare la magnificenza medicea e la copia d'acque e di cipressi -tiburtina, appare una sala rotonda, arieggiante quella dal Sanzio -disegnata per Giulio de' Medici su la pendice del Monte Mario, fatta di -due absidi laterali a pilastri e a nicchie, collegate qui -dall'architrave d'una larga apertura rettangolare onde si scopre un -vestibolo a tre arcate in vista d'un giardino simmetrico. - -Nel mezzo di ciascun semicerchio è una porta nobile ma non grande. Nel -centro del diametro, a sinistra, un piedestallo di cipollino sostiene -una statua dell'Abondanza nella maniera del Tribolo, mentre a destra -l'altro simile piedestallo regge il torso consunto d'una Musa tunicata e -cinta che nessuno attributo distingue. - -Dietro gli allori che tonduti a foggia di palla sorgono dai grandi orci -invetriati fra pilastro e colonna, il giardino si mostra co' suoi -spartimenti orlati di bossolo, senza screzii di fiori, esatto come -un'opera di tarsìa, chiuso intorno da altissime siepi di càrpini. Una -fontana senz'acqua, in forma di navicella, arieggiante quella -aldobrandina, sta dinanzi al portichetto, rempiuta di terriccio ove -s'appiglia il giaggiolo giallo e la rosa scempia tra la mal'erba. - -È un pomeriggio torbido della fine d'aprile. Già spiove, dopo l'acquata. -Uno sprazzo di sole indora in sommo le lunghe mura bronzine che fa la -verdura perenne. - - - - - ---- - - Mortella è sola, pensierosa, inquieta. Movendosi per la sala, - s'è soffermata dinanzi al piedestallo del Torso. Udendo una - chiara voce che di fuori la chiama a nome, si scuote e si volge. - Lesta e vivace come un uccello, una fanciulla sale i gradini ed - entra nel vestibolo, affannata e ridente, vestita di bianco e di - nerazzurro con grazia. - - _La voce._ - -Mortella, Mortella, sei là? - - _Mortella._ - -Oh, la Rondine! - - Le va incontro, rischiarata. - -Di dove vieni, Gentucca? Entra! Entra! - - _La Rondine._ - -Non ho più fiato. Non mi baciare. T'infradici. Son tutta molle. Che -scroscio d'acqua! M'ha presa al cancello. Avevo un bel correre sotto le -pergole e su per le terrazze... - - _Mortella._ - -Come sei fresca! Sai d'acquazzone, di bossolo e di mughetto. E il cuore -ti batte in gola, Rondinina. Riprendi fiato. Vieni. Pòsati. - - _La Rondine._ - -Ah, non posso. Son corsa su per un attimo, soltanto per guardarmi un -momento ne' tuoi occhi. Ho lasciato giù Enzo, sai. - - _Mortella._ - -Enzo è venuto? - - _La Rondine._ - -Sì, stamattina. - - _Mortella._ - -Per ciò scoppii d'allegrezza e sembra che mi sguisci di mano. Ti tengo -per le ali. - - La tiene per gli omeri, quasi la scrolla. Poi le parla più - basso, con la voce alterata, con una sorta di salvatichezza - improvvisa, che sùbito cede. - -Sei felice? sei felice? - - _La Rondine._ - -Ah, Mortella, Mortella! - - _Mortella._ - -Sei felice? Ora hai il sangue del viso trasparente come quando si guarda -una mano contro il sole. - - _La Rondine._ - -Sei tu bella. Non t'ho mai vista così. - - _Mortella._ - -Come puoi dir questo, Rondinina? - - _La Rondine._ - -Forse è la luce. Oggi c'è non so che altra luce. Non vedi? Pare che -tutto cambii. Ora scopro che hai le sopracciglia più folte. Si -congiungono quasi. Come ti sei fatta seria, sparvieretta! Ora si direbbe -che tu abbi voglia di piangere. - - _Mortella._ - -Voglia di partire, di partire! - - _La Rondine._ - -Già? - - _Mortella._ - -Tu e il tuo fidanzato dove andate stasera? - - _La Rondine._ - -Oh, non lontano! - - Sospira. - - _Mortella._ - -Io vorrei scalzarmi, e andarmene sola per certe viottole che non ho -rivedute ancóra, camminare lungo una siepe dove sia rimasto a rasciugare -un bucato di poveri, fare una carezza a un bambino sperso, ascoltare la -campana d'una pieve, il verso d'un chiù, il fischio d'un treno, il -cigolìo d'un baroccio, non ricordarmi più del mio nome, fermarmi a -chiedere un bicchier d'acqua in un casale dove la vecchia accenda in -punto la lucerna, e poi più in là cadere con la faccia contro terra... - - _La Rondine._ - -O malinconia! Perché, Mortina? E io che ti credevo tanto contenta -d'essere rivenuta alla Guinigia, dopo questi tre anni! - - _Mortella._ - -Tu sei piccola, Gentucca: tu sei una rondinella bianca e nera. Tu hai il -tuo piccolo cuore gonfio di primavera. Respiri come in una storia -inventata. Non capisci. Io parlo della vita. - - _La Rondine._ - -Oh! - - _Mortella._ - -In questi tre anni io mi sono tanto mutata che mi par quasi di portare -un altro sangue. Tu non sei mutata affatto, e quasi non ti riconosco. - - _La Rondine._ - -Veramente! - - _Mortella._ - -Tu non puoi capire, Gentucca. - - _La Rondine._ - -In fondo, sono più ocherella che rondine. Lo confesso. E poi tu lo dici -chiaro. Ma insomma non sei contenta, ora, d'esser qui, di ritrovarti -nella vecchia Guinigia tornata ai Guinigi, di non saper più in mano -d'estranei la casa dove nascesti, dove t'è morto il tuo padre, e di -rivivere qui tutti i tuoi ricordi, i nostri ricordi anche? - - _Mortella._ - -I nostri... Ti rammenti di quell'imagine di Gesù che aveva la povera -Miss Turner, con quegli occhi che da prima parevano chiusi, pieni -d'ombra, e poi a poco a poco -- non si sapeva come -- s'aprivano e ci -fissavano con uno sguardo insostenibile? Ogni volta tu sobbalzavi, -gridavi di spavento e ti voltavi dall'altra parte. - - _La Rondine._ - -È vero. - - _Mortella._ - -Ritrovo qui certi ricordi scuri che pare aprano gli occhi allo stesso -modo, e mi sembra d'aver qualcosa da gridare allora. - - _La Rondine._ - -Come sei! - - Sembra un poco sbigottita. - - _Mortella._ - -Allo stesso modo qui si sono riaperte le porte, si sono spalancate le -finestre; e s'aspetta qualcuno. Le tende sbattono, i mobili scricchiano; -e in ogni angolo qualcosa travaglia e si prepara. - - _La Rondine._ - -Che voce t'è venuta! - - _Mortella._ - -Forse ho in me una voce che non è la mia. Io stessa non la conosco. E -ogni parola in ogni voce cangia di senso, di peso e di destino. Non sai -tu che la Guinigia non fu riscattata se non per l'amore d'una voce? Mia -cognata si risolse a ricomperarla perchè mio fratello pensava sempre a -quel vecchio organo dei Serassi che è nella Cappella, a quel vecchio -sollevatore e consolatore della sua adolescenza. Era la sua gran -passione. Te ne ricordi? Ci mettevamo tutt'e due dentro il -confessionale, a sentirlo sonare fughe mottetti ricercate del -Frescobaldi, per ore ed ore. - - _La Rondine._ - -Me ne ricordo. A volte si tremava nell'ossa. S'aveva freddo alla nuca, -non so perché, come nel vento dei monti. La vetrata ci pareva di -ghiaccio blu. - - _Mortella._ - -Tu sai che mio padre è sepolto là, sotto la cantoria. - - _La Rondine._ - -Dio l'abbia in pace. - - _Mortella._ - -Il giorno che rientrammo qui, dopo tutte le cose tristi che sai e che -non sai, Bandino non si teneva dall'impazienza. Sandro il fattore andava -innanzi ad aprire gli usci. Non si guardava nulla. Ci s'affrettava. Si -riconosceva ogni stanza all'odore, o al pavimento, o all'aria più fredda -più calda, o a una soglia, a uno scalino. Quando s'entrò nella Cappella, -io andai a gittarmi su la lapide ma Bandino salì subito all'organo. -Sentivo sopra di me scricchiolare il legno, ronfare i mantici, gemere i -registri; e pure non sapevo se la voce dovesse venire dall'alto o di -sotterra, tanta era l'angoscia del mio cuore. Gli attimi parevano -eterni. Mi veniva l'ansia di gridare: «Parla! Parla!». Ah, non ti so -dire. Certo le dita di mio fratello vacillavano, e il suo petto era -senza respiro. Allora fu, d'improvviso, come una lacerazione.... Non era -la voce attesa, era un'altra! Anche l'anima dell'organo era sconvolta, -sfuggiva, non obbediva più. Singhiozzavo sola su la pietra, e udivo mio -fratello singhiozzare contro la tastiera; e non v'era più che quel -pianto, là dove s'era già pianto. - - _La Rondine._ - -Mortina, Mortina, come sei triste! Quasi più che quando partivi. Che -hai? che hai? Ti passerà. È vero che aspetti qui tua madre? che vi -riconciliate con lei... e con suo marito? Perdonami se m'ardisco di -domandartelo. - - _Mortella._ - -Bandino vorrebbe... Credo. Non so. - - Si scurisce in viso e si acciglia, per un attimo. - -Io, per me, non ho voglia se non di prendere una via, una via qualunque, -che conduca in qualche parte dove... - - _La Rondine._ - -Dove ti venga incontro il tuo amore e ti comandi: «Vieni con me». Oh, -dimmelo. Confidati. Ti senti così perché sei innamorata? - - _Mortella._ - -Gentucca pazza! - - _La Rondine._ - -Non me lo vuoi dire? Hai dovuto lasciare qualcuno, laggiù? Ne soffri? È -questo il tuo male? - - _Mortella._ - -Che pazzia! - - _La Rondine._ - -Veramente, non ami? Non hai amato mai, da che non t'ho più veduta? -Dimmelo, a me sola. Confìdati. - - _Mortella._ - -Che è l'amore? Dimmelo tu. Io non lo so. - - _La Rondine._ - -Che altro c'è nel mondo? Ma tu lo sai. Almeno l'amore di Giana e di -Bandino non lo vedesti nascere? non l'hai ora sotto gli occhi ogni -giorno? - - _Mortella._ - -Quel che è troppo vicino, non si vede. E poi Giana... - - _La Rondine._ - -Giana... - - _Mortella._ - -È nata di notte. È buia, chiusa. Non ci si scorge nulla, non ci si -scopre nulla di chiaro, nulla di sicuro. Non si sa. Certe volte, quando -arriva, sembra che abbia lasciato a mezzo un'opera d'incanti o la trama -d'una congiura o un gioco pericolosissimo o una ricerca d'alchimia. Ti -piace Giana? - - _La Rondine._ - -Io non me l'imagino che in bautta. I suoi occhi lunghi guatano come di -dietro alla mascherina di raso bianco. - - _Mortella._ - -E il bello è che non sai se sotto il dòmino nasconda un'arma insidiosa, -una piaga brucente o la lanterna d'Aladino. - - _La Rondine._ - -E se nascondesse le tre cose insieme? - - _Mortella._ - -Sarebbe anche più bello. - - _La Rondine._ - -Ma vi volete bene. - - _Mortella._ - -Molto. M'incanta. - - _La Rondine._ - -Ora lasciami andare, Mortella. Enzo m'aspetta. - - La compagna la trattiene, con una maniera misteriosa, acuta e - molle a volta a volta, sorridente e irridente. - - _Mortella._ - -T'aspetta alla fontana della Navicella, o per la scala dei Delfini, o -dentro una nicchia di càrpini. La Guinigia dev'esser dolce a chi ama. Tu -non m'hai ancor detto che sia l'amore. Bene, dimmelo, Gentucca, tu che -lo sai. Enzo è là, non se ne va. Dianzi tu parlavi con me e non -ascoltavi che lui. Pare tu lo senta con quella gota ch'è volta dalla -parte del giardino. Hai tutta l'anima su quella mezza faccia. Sei una -pèsca partitoia, come dicono a Siena: una pèsca spicca, divisa in due da -sé. Lo senti con quella gota e con quella spalla; e il cuore ti batte a -destra, ora. Sei tu che arrossisci, o è l'aria? - - _La Rondine._ - -Mortella! - - Ella si copre di rossore. Con una grazia vergognosa, prende la - mano della compagna e se la preme contro quella gota. - - _Mortella._ - -Dimmi dunque che è, Gentucca. - - _La Rondine._ - -Ora te lo dico. - - Ella pensa e s'indugia. - - _Mortella._ - -Ebbene? - - _La Rondine._ - -Non mi vien detto nulla. - - Ha un tono di lagno e il delizioso colore della sua ingenuità - sensitiva, mentre cerca le parole con l'aria d'una educanda - impacciata innanzi all'esaminante. - - _Mortella._ - -Ora hai il viso fatto d'una rosa. - - _La Rondine._ - -Ah, ecco. Mi sveglio, e sento che il mio viso è fatto d'una rosa e che -la mattina quasi è meno nuova di me. - - _Mortella._ - -E poi? - - _La Rondine._ - -Poi mi metto a sedere sul letto, e sto là, proprio come al principio -d'una storia inventata; e soltanto il pensare che i giorni son cresciuti -di cinque ore mi dà l'allegrezza di non morir più; e mi pare che la mia -vita mi fugga non so dove e che me ne venga continuamente una più dolce -e più forte, non so di dove, e che l'anima mi si cambii in un'altra che -è più mia della mia; e ho voglia, voglia di qualche cosa, e non so di -che: e non ho nessun gusto in bocca ma conosco che v'è un sapore in me -più buono che il sapore dell'aria e di tutte le cose buone del mondo... - - Ella s'interrompe, socchiudendo le palpebre, in uno smarrimento - puerile. - - _Mortella._ - -E allora? - - _La Rondine._ - -Allora... - - Rapida, a fior di labbra. - -mi bacio le braccia. - - _Mortella._ - -Oh piccola! Ma ci deve pur essere un'altra specie d'amore. - - Giana Guinigi entra. - - _Giana._ - -Ah, ah, le donzelle ragionano d'amore. - - Le compagne ridono, come in vena di celia. - - _La Rondine._ - -È Mortella che mi fa l'esame e distingue. - - _Mortella._ - -Sappi, Giana, che la Rondinella non soltanto è innamorata daddovero, -come direbbe la Menica, ma è anche promessa sposa, e il fidanzato -l'aspetta giù intagliando col suo bravo coltellino i due nomi nel pedale -d'un eterno leccio. - - _La Rondine._ - -Non è vero niente. - - _Giana._ - -Eppure il cielo è color di rosa. - - _La Rondine._ - -Se mai, dopo l'acquata, non m'aspetta, ahimé, che una risciacquata della -genitrice. Me ne rivólo al nido. Addio, addio. - - Leggera e celere, traversa il portichetto, scende i gradini, - volge il capo grazioso. - - _Mortella._ - -Torna presto, Gentucca. - - _La Rondine._ - -Addio. - - Le due cognate la seguono con gli occhi pei viottoli di bossolo. - - _Giana._ - -A rivederci. - - Il cielo è tutto rosato sopra le fitte muraglie di càrpini. - -Che fresca e gentile creatura, veramente! Quando ha voltato il capo, non -pareva che avesse all'angolo della bocca un filo di felicità come un -uccello porta nel becco una pagliuzza o un crino? - - Giana mette un braccio intorno alla cintola di Mortella che - ancóra guarda l'aria ov'è sparita la sua compagna e ancóra alza - la mano come se la scorgesse all'estremità della terrazza e la - risalutasse. - - _Mortella._ - -Felicità! Felicità! - - Ella sospira la parola quasi dentro di sé, come sospesa al - limite della contrada imaginaria ove Gentucca va a vivere la sua - favola breve. Giana la chiama, come per dirle qualcosa di grave, - esitando. - - _Giana._ - -Mortella... - - _Mortella._ - -Non ho mai patito la primavera come quest'anno. E tu, Giana? È forse la -Guinigia che si rincarna in quella piccola selvaggia che fui... La -mattina quando mi stiro, nel dormiveglia, mi pare che ho un braccio -lungo come una scalinata di pietra e l'altro come un viale di bossolo, e -che in una mano laggiù ho una dea vestita di borraccina e nell'altra una -vasca piena di nannùferi. - - _Giana._ - -Mortella... - - _Mortella._ - -Pensa: i giorni son cresciuti di cinque ore, e fra qualche settimana ci -si vedrà chiaro sino alle nove di sera! Guarda il colore del cielo. È -troppo dolce. Ora d'un tratto il giorno si stacca e casca come un frutto -troppo dolce, ruzzola ai piedi di Gentucca che lo raccoglie e lo morde e -ne lascia mezzo a lui... - - _Giana._ - -Ascolta, Mortella. Bisogna che te lo dica: tua madre è venuta. - - La sognante si scuote a un tratto e si scioglie dal braccio - della cognata, non contenendo il suo sgomento e la sua - agitazione. - - _Mortella._ - -Che dici? Chi è venuta? - - _Giana._ - -Tua madre. - - _Mortella._ - -Mia madre? - - _Giana._ - -Sì. - - _Mortella._ - -Quando? - - _Giana._ - -Or ora. - - _Mortella._ - -All'improvviso? - - _Giana._ - -È certo una sorpresa che ci fa Bandino, per forzare gl'indugi. So che le -è andato incontro alle Tre Torri e l'ha condotta qui egli stesso. - - _Mortella._ - -Sola? - - _Giana._ - -Non credo. - - _Mortella._ - -Con quell'uomo? - - _Giana._ - -Non l'ho veduta ancóra, né ho veduto lui. Bandino è salito a cercarmi, -ed era in una tale angoscia che m'ha fatto pietà. Tu sai come si -smarrisca facilmente dinanzi all'atto compiuto. M'ha supplicato di -venire ad avvertirti. - - _Mortella._ - -Ma l'Ismèra? - - _Giana._ - -Non ho capito bene. Bandino eludeva le domande, balbettava. Però non mi -par dubbio che sia venuto anche il tuo patrigno, giacché il punto da -vincere per tua madre era d'esser ricevuta qui con suo marito. - - _Mortella._ - -E credi ch'egli sia entrato in casa? - - _Giana._ - -Se non è già in casa, è nelle vicinanze. Lo sapremo subito. Si tratta di -una sorpresa, ti dico. Tua madre, d'accordo con Bandino, viene in -persona a perorare la causa, a strappare il consenso. - - _Mortella._ - -Ma è incredibile questo. - - _Giana._ - -Bisognava aspettarselo. Tuo fratello non vede che per gli occhi di lei, -non può rassegnarsi a viverne lontano. Pare un bambino non ancóra -svezzato. Tutto questo tempo, non ha fatto che sospirare e rammaricarsi. -Tu lo sai. Ora, giacché la rovina è riparata e il vecchio focolare è -riacceso, a tutt'e due sembra venuta l'ora di ricostituire la santa -famiglia. - - _Mortella._ - -E tu consenti? La fortuna è tua. Non sei tu la padrona qui? - - _Giana._ - -Hai il tono crudo. Un'estranea piuttosto. - - _Mortella._ - -Il mio presentimento m'ingannava forse? Non m'inganna mai. Avevo -lasciato il mio cuore qui, il mio cuore in lutto e la mia vita vera, ma -nel fondo io non desideravo di venire a ritrovarli, per paura di fallare -o prima o poi contro l'uno e contro l'altra. La cenere che m'è cara non -soffre d'essere smossa. Per ciò io non t'ho sollecitata, non t'ho spinta -a ridarci queste mura che non sembrano alzate se non per ricevere un -ospite senza misericordia. Lo schianto era avvenuto, il distacco era -stato sofferto, il passato aveva già preso il suo aspetto fisso, e -l'enigma era rimasto scolpito nella pietra. - - _Giana._ - -Ma tuo fratello non pensava ad altro. Sapevo bene che il ricupero era -come una convenzione tacita nel contratto di nozze: era più che un -desiderio, più che una promessa. Tu lo sai. Dicevi dianzi che la -Guinigia ti sembra a volte immedesimata con te, incarnata in te. -Bandino, che è una creatura fatta di musica, pareva aver lasciato qui la -sua risonanza e non poterla ritrovare se non qui dov'è nato e dov'ha -sognato. Per tutti voi la Guinigia è una specie di sostanza misteriosa, -non so, quasi una figura della vostra sorte. Riconducendo qui Bandino, -avevo il sentimento di restituirlo a sé medesimo. E alla mia -condiscendenza si mescolava non so che voglia di novità, non so che -speranza di rinfrescare il mio amore, di vedere aumentata la sua -bellezza. Tu comprendi. - - _Mortella._ - -Comprendo. Ma la bellezza non basta più. Giana, puoi credere che io osi -rinfacciarti la tua generosità? Non hai restituito anche me a me -medesima? Tutto il tempo passato altrove, dopo la morte di mio padre, -dopo la rovina, dopo l'orrore, mi sembra oggi senza viso, carne -un'effigie cancellata ch'io non abbia conosciuta mai, ch'io non sappia -riconoscere. Se non fossi rientrata qui, sarei forse entrata in un -convento; ma qui è come se io mi fossi monacata, come se avessi fatto i -miei voti. Non mi sono mai sentita così profondamente sola, né così -viva. Sola con Dio sarei stata nella clausura; e qui sono sola con -un'ombra. E la mia memoria mi crea la mia vita devota. E non soltanto io -mi ricordo, ma uno si ricorda in me. Siamo due a vivere e a ricordarci. - - _Giana._ - -Mi sgomenti. La vita è tutta fatta di dimenticanza. - - _Mortella._ - -Non è vero. - - _Giana._ - -Tu hai l'avidità di soffrire, di tormentarti. - - _Mortella._ - -No. Ma che colpa ho io se mi fu data una pena da serbare, una piaga da -portare nel fianco? - - _Giana._ - -Làsciati guarire. - - _Mortella._ - -Da chi? Le mie lagrime e il mio sangue aspettano. - - _Giana._ - -Dalla vita stessa, dall'inatteso, dall'incognito. - - _Mortella._ - -Da quello che sta per varcare la soglia? - - _Giana._ - -Chi sa! Bisogna di continuo offrirsi al destino. - - _Mortella._ - -Il mio destino io lo serro contro me per soffocarlo. - - _Giana._ - -Non bastano due braccia. - - _Mortella._ - -Ma un cuore basta. - - _Giana._ - -Per sanguinare. - - _Mortella._ - -Posso lasciarlo sanguinare lungo tempo, prima che ne coli l'ultima -goccia. - - _Giana._ - -Sei malata di primavera. Conosco questo male. - - _Mortella._ - -Il mio male è d'una stagione che non conosci. - - _Giana._ - -Tu stessa non sai quel che intendi né quel che vuoi. - - _Mortella._ - -Voglio andarmene. - - _Giana._ - -Che pazzia! - - _Mortella._ - -Non resto qui. - - _Giana._ - -Ma almeno aspetta. Vediamo. - - _Mortella._ - -Vedere, vedere, è proprio quel che non voglio. - - _Giana._ - -Ma perché? - - _Mortella._ - -Non senti? Pare che tutta la casa trattenga il respiro. Non respira più. -Non senti? E stasera la sua anima rinata non si radunerà intorno alle -lampade accese; resterà nell'ombra degli angoli. Giana, Giana, ti lascio -l'ospite. A te lo lascio, e a mio fratello che sa la dimenticanza. Io me -ne vado. Per stasera chiederò ricovero alla Rondine. Poi correrò alla -mia vocazione. - - _Giana._ - -Che vuoi fare, Mortella? - - _Mortella._ - -Chiamami piuttosto Mortina omai, come fa la Rondine quando è tenera, e -non sa perché. - - _Giana._ - -Sei strana. - - _Mortella._ - -Sapresti tu cadere con la faccia contro terra? - - _Giana._ - -Sei come fuori di te. - - _Mortella._ - -Sì, è vero: fuori di me e di tutto. - - _Giana._ - -Ma parla almeno. Che sai? - - _Mortella._ - -Non so nulla, e indovino tutto. - - _Giana._ - -Da che ti viene questo rancore implacabile? - - _Mortella._ - -Domandalo all'ospite prossimo. - - _Giana._ - -Ho veduta una volta tua madre, in chiesa, il giorno delle nozze. Ma non -ho mai veduto l'uomo. - - _Mortella._ - -Lo vedrai. - - _Giana._ - -Non era l'amico prediletto di tuo padre? - - _Mortella._ - -Tanto che sposò la vedova per serbare di lui un ricordo vivente. - - _Giana._ - -Troppo sei amara. Non gli perdoni d'averla consolata? - - _Mortella._ - -Non senti che questa parola tronca la vita? Più crudele sei che non io -amara. - - _Giana._ - -Ma com'è egli? - - _Mortella._ - -Dolce. - - Ella ha proferito questa parola con un accento singolare - d'ironia, di repulsione e di mistero. Ora le due cognate sono - più da presso, parlano a voce più bassa, con un misto di - confidenza e di diffidenza, con qualche esitazione davanti a - certe domande, a certe risposte, con qualche pausa oscura, con - qualche improvviso palpito, quasi spiandosi talora di sotto alle - palpebre. - - _Giana._ - -Come? - - _Mortella._ - -Come chi troppo medita e non fa il male se non per tentar sé stesso e -per essere un altro. - - _Giana._ - -Ah, so la specie. - - _Mortella._ - -Sembrava alzato sopra ogni cosa e capace d'ogni cosa. - - _Giana._ - -Anche bella? - - _Mortella._ - -Forse. Conduceva i sogni. - - _Giana._ - -Te ne dava? - - _Mortella._ - -Sapeva disarmare la forza e addormentarla. - - _Giana._ - -Con mani magnetiche? - - _Mortella._ - -Con mani di donna. - - _Giana._ - -Belle? - - _Mortella._ - -Mani d'avvelenatrice. - - _Giana._ - -Ah! - - Una lieve pausa. - -Come sono? - - _Mortella._ - -Non hai notata quella stampa che ho nella mia camera? - - _Giana._ - -Quale? - - _Mortella._ - -Quella dove la duchessa di Bisceglie si lava le mani. - - _Giana._ - -Non ricordo. - - _Mortella._ - -Si lava le mani in un bacile, con le braccia nude sino al gomito, dopo -aver preparato per Alfonso l'acquetta perugina. Dietro la testa di lei -si vede riflesso in uno specchio tondo il marito malato (troppo giovine, -troppo gracile, troppo bello, come Bandino) che è fatto passeggiare con -le grucce perché il moto accresca l'effetto del tossico. - - _Giana._ - -Sei strana, Mortella. - - _Mortella._ - -M'imagino d'aver veduto in uno specchio quelle altre due mani, fuori -delle maniche rimboccate, lavarsi in una bacinella col medesimo gesto, -così agevoli, così bianche. - - _Giana._ - -Mi sgomenti. Troppo sei strana. - - _Mortella._ - -È un sogno che ho fatto. - - _Giana._ - -Più ti guardo, meno ti scopro. - - _Mortella._ - -Eppure son meno buia di te. - - _Giana._ - -Ma forse meno distante da me ch'io non sia da me stessa. - - _Mortella._ - -Tu sei una donna. - - _Giana._ - -Tu hai preso il velo. - - _Mortella._ - -Il passato è il mio chiostro. - - _Giana._ - -Quando ero come te, ero una specie di creatura insensata che si -sbigottiva e tremava dei suoi propri sogni credendo che dell'infezione -d'un solo si potesse infermare e perire. - - _Mortella._ - -Il mio è in quello specchio che t'ho detto. - - _Giana._ - -E dov'è lo specchio? - - _Mortella._ - -In fondo al corridoio vetrato, su una parete della sala gialla, di -contro all'uscio socchiuso della camera attigua dov'è un letto deserto -fra uno scaffale di libri e un inginocchiatoio liscio, che stiantano -quando qualcuno apre le persiane della finestra senza tende... - - Ha parlato con una voce quasi interiore, eguale, fissando lo - sguardo dinanzi a sé. - - _Giana._ - -Così parlano le veggenti. - - _Mortella._ - -Infatti veggo. - - _Giana._ - -Sembri malata, piccola dolce. - - _Mortella._ - -Non sono dolce io. Perché m'accarezzi? - - _Giana._ - -M'intenerisci. Lasciami mettere le dita nei tuoi capelli, per trovare il -tuo male. - - _Mortella._ - -Io lascio le mie mani giù. Vedi. - - _Giana._ - -Tu diffidi di me, e forse mi detesti. Lo sento. Ma io ti voglio bene, e -m'affliggo di saperti infelice. - - _Mortella._ - -Se ti riuscisse di trovare il mio male, tu ci ficcheresti le unghie -dentro per irritarlo. - - _Giana._ - -Credi? - - _Mortella._ - -Ti sento già sveglia, vigilante. Hai le narici inquiete come se fiutassi -nell'aria quell'odore amaro che deve piacerti. - - _Giana._ - -Tutta la Guinigia ha questo odore amaro. - - _Mortella._ - -Dove fu pianto, là si piangerà. - - Entra Bandino, angosciato e supplichevole. - - _Bandino._ - -Ebbene? Aspettavo che tu risalissi, Giana. Ero in gran pena. Che dice -Mortella? - - _Giana._ - -Guardala. - - _Bandino._ - -Ah, niente di buono. Sorellina, sorellina selvaggia, perché sei tanto -accigliata? Come puoi essere così dura, tu che sei così tenera quando -vuoi? Ti supplico, ti supplico. - - _Mortella._ - -Tutto è già detto. - - _Bandino._ - -Vuoi che m'inginocchi? - - Giana si siede, curvandosi innanzi, poggiando il mento sul dorso - della mano, il gomito sul ginocchio; e rimane fissa, col suo - pensiero attivo dietro la sua fronte impenetrabile. - - _Mortella._ - -No, Bandino. Non mi parlare come a una bimba capricciosa. E tu stesso -parla come un uomo. Lascia per un poco la tua grazia. Non si tratta di -farmi sorridere; e, veramente, i sotterfugi sono da ragazzi. Sei tu che -hai accompagnata la mamma qui, senz'avvertire nessuno. - - _Bandino._ - -Pensavo che la sorpresa non ti sarebbe tanto sgradita. - - _Mortella._ - -Non ti servire delle solite formole. Non è proprio il caso. Non si -tratta di convenienza o di consuetudine. La verità non cambia, per lo -meno la mia. - - _Bandino._ - -Ma non si tratta neppure di un'estranea. Si tratta di mia madre, che è -anche la tua. - - _Mortella._ - -E di suo marito, credo. - - _Bandino._ - -Ma... - - _Mortella._ - -Rispondi franco. Hai condotto qui anche lui? - - _Bandino._ - -Non in casa ancóra. - - _Mortella._ - -E dove? Perché ti pèriti? S'aspetta la notte per introdurlo di nascosto -nella casa ch'egli conosce tanto bene? C'è ancóra troppa luce? E quale -camera gli assegni? Quella laggiù, in fondo al corridoio vetrato? Mi -sembra d'aver sentito che l'uscio s'è aperto da sé, che le persiane si -sono spalancate da sé, che qualcuno ha sprimacciato le materasse e -sbacchettato la coltre. - - _Bandino._ - -Mortella, Mortella! - - _Mortella._ - -Non è vero? Dici che non è vero? Eppure ho sentito tutta la notte -sbacchettare come alle Tenebre della Settimana Santa. Tu no? - - _Bandino._ - -Ah, demente! - - _Mortella._ - -Avresti avuto paura. - - _Bandino._ - -Ma che vuoi dunque? Dillo: che cosa si deve fare per placarti? - - _Mortella._ - -Non ti disperare così. Io non ho nulla da volere, nulla da imporre. Io -non son nulla. C'è qui Giana. Non siete tutti d'accordo? Io voglio -umiliarmi: vi chieggo perdono d'avere una memoria tanto tenace. Non -minaccio di mettermi a traverso la soglia per impedire l'ingresso o per -farmi passar sopra. L'ho già detto. Me ne vado. Vi tolgo l'ingombro. La -fine del giorno è bella, e c'è laggiù qualche viottola che non ho -riveduta ancora... - - _Bandino._ - -Che demenza è la tua? Ricusi anche di vedere tua madre, lei soltanto? Ti -sembra di non averla fatta piangere ancóra abbastanza? - - _Mortella._ - -È vero: sono la figlia malvagia. Tu sei il figliuolo esemplare. - - Ora la chiusa ambascia le fiacca la voce anche nell'ironia. - - _Bandino._ - -Memoria per memoria, la mia rimonta più lontano. L'amore non giudica. Io -non oserei giudicarla, né dire una parola dubbia contro qualunque de' -suoi atti. Se la guardo, il cuore mi si fonde. - - _Mortella._ - -Il mio si serra. - - _Bandino._ - -Vuoi insomma impedirle di vivere? - - _Mortella._ - -Ma io ho vissuto e vivo nella morte, e non sapevo che fosse tanto -profonda. - - _Bandino._ - -Bambina! Tu che condanni e colpisci, che sai tu dunque della vita? È ben -più profonda ancóra, e più difficile. - - _Mortella._ - -Non più d'un Corale, non più d'una Fuga, per te. Ecco che tu riesci a -farmi sorridere, e mi togli ogni tentazione di gridare. In quel tuo -vecchio organo restaurato non hai «per la gravità» che giochi di flauto. -Forse dovrai aggiungere un registro. Dio ti guardi, fratello mio -bendato, e Giana ti conduca per mano nei nostri viali che odorano -d'amaro sempre. Io voglio pregare per te. Voglio esser sola per avere -compassione di me alfine, e anche di te, anche di nostra madre -disconosciuta, anche del pellegrino penitente... - - Ecco che la madre appare all'uscio, pallidissima. Giana la vede - prima degli altri e si alza facendo qualche passo verso di lei - in atto di accoglienza. - - _Giana._ - -Signora... - - Bandino sobbalza e si volge. - - _Bandino._ - -Oh, mamma! - - Egli le va incontro affettuosamente. - -Vieni, vieni. Di': ti senti un poco meglio? - - Mortella resta in piedi, senza fare un passo, contenendo la - commozione che si rivela in un tremito visibile. - - _Giana._ - -È sofferente, signora? La prego, si segga. - - _Costanza._ - -Grazie. Domando perdono. Non è che una visita molto breve. - - _Giana._ - -Mi rincrescerebbe. - - La sua cortesia è misurata e guardinga. Ma le tre creature del - medesimo sangue sembrano avvolte da un turbine di dolore che - d'attimo in attimo s'acceleri. Quelle prime parole scambiate - sono vuote d'ogni vita, destituìte d'ogni peso, incerte; ma ora - la bocca della madre pare gonfiarsi come le vene del cuore per - colorare di tutta sé la dimanda ch'ella rivolge alla figlia - immobile. - - _Costanza._ - -Non mi abbracci, Mortella? - - _Mortella._ - -Mamma, perdonami se ti faccio pena. Darei tutto per sottrarmi a questo -momento. - - Ella è sbiancata, vacillante; e il suo povero mento trema a ogni - sillaba proferita. La madre l'avviluppa dal capo ai piedi in uno - sguardo che le scoppia dalla pupilla come la potenza d'una fonte - che, smarrita sotterra, sia di sùbito ritrovata e riaperta. - - _Costanza._ - -Non vuoi? - - _Mortella._ - -Forse entrando hai sentito qualcuna delle mie parole. - - _Costanza._ - -Non ho sentito che i colpi del mio cuore, figlia. - - _Mortella._ - -Il mio non lo reggo più, tanto è pesante. - - _Costanza._ - -Ma come sei cresciuta! Lascia che ti guardi. Mi sembra che non ti ho -fatta così. - - S'avvicina e la considera, con un'attenzione trepidante. - -Tanto sei mutata in questi pochi anni! Ma sei bella, sei forse più -bella. Hai gli occhi più grandi, molto più grandi. Allora l'iride -intorno alla pupilla ti brillava come la scaglia di ferro intorno alla -calamita. C'è troppa tristezza, troppa; e la volontà di non piangere, e -l'ostinazione di soffrire. Non ti voltare. Guardami. Ti si sono -infoltite le sopracciglia. Ti si sono scuriti i capelli. Non li portavi -così allora. Ah, riconosco quel ritroso che avevi su la tempia destra. -Ti tieni diritta in un altro modo, hai un altro modo di stare in -piedi... C'è in te una forza che non t'ho fatta. Hai diciannove anni! Ed -è come se per diciannove anni non t'avessi conosciuta. Lascia ch'io ti -riprenda in me, ch'io ti porti ancóra! Mortella! - - Le sue braccia si tendono in un gesto irresistibile. - - _Mortella._ - -No, mamma, non bisogna. - - _Costanza._ - -Non bisogna? - - _Mortella._ - -Ho pensato contro di te. - - _Costanza._ - -Mi rinneghi? - - _Mortella._ - -Oh, compiangimi. Non so, non so più. Soffro. - - _Costanza._ - -Non voglio più che tu soffra. Non ho che tenerezza per te. Son qui per -riaverti. - - _Mortella._ - -Tutto di te mi fa male. - - _Costanza._ - -O povera, povera! Come questa parola ha potuto staccarsi dal tuo cuore -umano? - - _Mortella._ - -Bisogna che il coraggio di dirla io l'abbia trovato in una profondità -dove non si sente neppure battere il cuore, mamma. - - _Costanza._ - -Che voce! Non è quella che t'ho fatta. Dove si forma? Più giù del cuore, -lo so: di sotto alla radice contorta della vita, a quella che non si può -strappare senza che tutto smotti. Sa più di sangue che di pianto. Ma è -pur sempre il nostro stesso sangue che più s'esaspera contro di noi e -più ci travaglia. - - _Mortella._ - -Ti prego, ti supplico. Permettimi di andar via. Temo che a un tratto mi -manchi la forza di soffocare quel che mi si rivolta, quel che mi urla -dentro. - - _Costanza._ - -Bene, lacerami. Ti porto come una cicatrice che duole; ma lacerami, -straziami un'altra volta, se dev'essere che tu mi nasca un'altra volta -dal mio peggior dolore. - - _Mortella._ - -Dal mio, dal mio sono rinata, dal mio; e come, e con che anima, tu non -lo sai. - - _Costanza._ - -Cotest'anima è il mio sgomento. - - _Mortella._ - -Se lo sapessi... - - _Costanza._ - -Bene, ch'io lo sappia. Sono venuta qui per ascoltare, per essere -interrogata, per rispondere. Sono qui perché mi sieno palesati i miei -falli, perché mi sia mostrata la mia onta a viso a viso. Non ho più -orgoglio. Vedi: non ho esitato davanti all'umiliazione di apparire come -un'intrusa, come un'importuna. - - _Bandino._ - -Mamma! - - _Costanza._ - -È così. Non ero annunziata, non aspettata, non desiderata se non da -questo povero figliuolo che tuttavia si ricorda d'aver dormito su le mie -ginocchia. - - _Bandino._ - -Di questo e d'ogni altra cosa buona, e di niente altro, in quest'ora e -sempre. - - Egli è in piedi, un poco indietro, appoggiato allo spigolo d'una - tavola, trascolorato sotto le continue onde di commozione che lo - scrollano. A quella testimonianza di fede, la mare fugacemente - si reca la mano alla fronte, al petto, ai due lati, e infine - alle labbra; poi la distende verso il figlio e si volge verso - lui irradiata per un attimo, sembrando avere unito il segno - della croce al segno del bacio. - -La nuora s'è fatta in disparte, verso il vestibolo. Sta seduta presso la -cassa d'un alloro tagliato in forma di palla, e guarda a quando a quando -il tramonto violaceo fumare sul giardino quadrato ove le mura bronzine -dei carpini e dei tassi vanno sempre più annerandosi. - - _Costanza._ - -Ecco, da lui ricevo il condóno se sono in colpa. Non mi respinge; mi -accetta, mi assolve. E la sua compagna, per voler essere d'un sentimento -e d'un pensiero con lui, sembra che con lui consenta. Non ho più -orgoglio. Lo vedi. L'orgoglio non mi tien luogo di vita; e io non so più -vivere in questa pena che ha l'aspetto della vergogna, in questa specie -di proscrizione spietata che mi separa dall'anima mia stessa. Ora tu sei -che mi sbandisci, tu sola. Te sola vedo levata contro di me, armata -contro di me, ostinata nel rinnegarmi... - - _Mortella._ - -Oh, non dire così! - - _Costanza._ - -Potrei dire: «Che il sangue parli al sangue». Invece non parlo come una -madre ma come una donna. Ci vuole una potenza terribile per essere -madre. Parlo come una povera donna a te che hai il viso d'una creatura -piena di passione e di conoscenza, quel viso che un tempo era fino al -mento nei capelli lisci, appena una mandorla tenera nel suo guscio -socchiuso, qui, fra le mie due mani... - - _Mortella._ - -Ho adorato ogni vena delle tue mani. Lo sai. - - _Costanza._ - -Ora tanto sono contaminate, che non possono più toccarti? Eppure vorrei -tenerti come allora, prenderti e tenerti ferma davanti alla mia pena, e -dirti: «Eccoti. Finalmente ti ho, ti guardo. Stasera ti ho tratta dal -buio che per tanto tempo mi t'ha nascosta. Parlami, senza esitazione, -senza compassione. Sono pronta a prendere su me quel che v'ha di peggio. -Scoprimi la verità. E poi, se è necessario, addio». - - _Mortella._ - -Ho più paura di guardarti così che di morire. Per restare in piedi -davanti a te, per reggermi e per ascoltarti, consumo più forza che non -ne abbia consumata in tre anni a sostenere la mia disperazione. Non -resisto a quel che ti trema intorno alle labbra mentre ti lagni, non -posso veder palpitare il tuo petto senza che la mia volontà si strugga. - - _Costanza._ - -M'ami dunque ancóra? - - È un grido contenuto, ma partito dalle viscere profonde. - - _Mortella._ - -È il sangue che paventa il sangue, è la carne che teme la carne. Così è, -anche se tu non lo dici; ed è una cosa mortale. È orribile sentire che -la nostra voce ora passa tra i nostri denti. Se parlo, ferisco. Se -interrogo, lacero. Se rispondi, mi strazii. - - _Costanza._ - -Che importa, purché qualcosa si salvi? La forza non è nell'accanimento; -la forza è nell'amore. La mia volontà d'amore è tutto. I miei errori non -son nulla. - - _Mortella._ - -Dio t'intenda! Che bisogno hai dunque d'essere assolta? Tutto è -cancellato, tutto è dimenticato. Nessuna cenere è tanto grave che non -possa essere dispersa ai quattro venti. Tu sei salva, sei salva in te, e -sei salva nei tuoi prossimi. Non rimane se non il mio male. Io non ho -che quello; e perché me lo volete togliere? Non potreste. Nessuno -potrebbe. Fa parte ornai delle mie ossa e delle mie vene, è la mia -midolla e il mio polso. La prima sera che qui fu riaccesa la prima -lampada, io misi la mia mano contro la luce per iscoprirlo a traverso la -palma rossa. Era là, più mio che l'anima. Avresti potuto leggerlo. - - _Costanza._ - -È disumano il tuo male. Ti piega in due. Sei tanto giovine. - - _Mortella._ - -Giovine sono? - - _Costanza._ - -Tanto viva, e t'affanni sotto un peso lùgubre. - - _Mortella._ - -E chi lo porterebbe se io non lo portassi? Lasciatemi dunque andare, e -non vedrete più me, né il carico. Ma, se mi costringete a rimanere, non -so quel che farò: so che non potrò fare se non qualcosa di male. Ho -abbastanza sofferto per osar tutto. - - _Costanza._ - -Ah, veramente, la mia povera ragione si perde. È dunque una legge di -morte che vuoi imporre a chi non è colpevole se non di continuare a -vivere? Mi rinfacci l'onta di non essermi immolata sul rogo? - - _Mortella._ - -Non morte, non onta, e neppure tutte queste parole. Non si osa dire ciò -che importa. E la coscienza è una piaga che non guarisce mai e che -tuttavia lascia vivere. Io ho supplicato perché mi fosse concesso di -tacere e di partire. Non domando se non questo. So la mia vita. -Considera che io sia già passata dalla parte della notte. Imagina che io -vada ai miei sponsali. È d'aprile, e ci saranno le stelle. Ma non mi -chiedere quel che non avresti la forza di udire, e non pretendere ch'io -getti il mio cuore sotto le calcagna dell'ospite atroce che sta per -ritornare. - - _Costanza._ - -Ah, ecco il tuo odio! Ti soffoca. - - _Mortella._ - -No. Lo respiro. - - _Costanza._ - -Che t'ha fatto? Non puoi perdonargli d'avermi stesa la mano quando tutte -le sciagure mi serravano ed ero rimasta sola a dibattermi e tu già -ingiusta e oscura ti drizzavi contro di me sconvolta! - - _Mortella._ - -Sconvolta, veramente. Tu lo dici. Che ero io divenuta? Non t'accorgevi -di me. Eppure avevo già gli occhi grandi e attenti, e la scaglia di -ferro nell'iride. Quante cose ti son cadute dalla memoria! - - _Costanza._ - -E a te? e a te? - - _Mortella._ - -Nessuna, nessuna. Di tutto mi ricordo, e non io sola, ma un altro si -ricorda in me; e con che tenacia! - - _Costanza._ - -Non ti ricordi dunque che l'adoravi? - - _Mortella._ - -Chi? - - _Costanza._ - -Quegli che detesti. - - _Mortella._ - -Ah, come puoi dir questo? - - _Costanza._ - -Quando parlava, tu pendevi dalle sue labbra. Quando era per giungere, -non contenevi la tua impazienza. Spiavi il suo arrivo dal Belvedere. Ti -precipitavi per le scalee a incontrarlo. - - _Mortella._ - -Non è vero. - - _Costanza._ - -Sapevi che gli piacevano le violette di marzo, e passavi ore e ore a -cercargliene nel lecceto. Glie ne chiudevi tra le pagine dei libri, glie -ne posavi sul davanzale, glie ne mettevi sotto il tovagliuolo, perfino -dentro i guanti. - - _Mortella._ - -Non è vero, non è vero. - - _Costanza._ - -Come! Tuo fratello è qui che può dirlo. Certo, Bandino si rammenta che -ti canzonava per quel tuo intercalare intraposto a ogni specie di -discorsi: «E ora, via, mi racconti una bella storia». - - Ella tenta di raddolcirsi fino a simulare il sorriso d'una - volta, quasi speri di disarmarla. Ma la fiamma cupa, che - subitamente era salita alla faccia dell'avversaria, si spegne in - un pallore d'ira repressa. - - _Mortella._ - -Non è vero. Che fanciullaggini! - - È là, un poco piegata innanzi, palpitante, con un bagliore quasi - bieco nell'occhio, con l'aria selvaggia di chi sia per balzare e - si trattenga. - - Giana s'è alzata, s'è appressata alquanto; e segue con - attenzione la vicenda. Qualcosa di ardente e di pugnace sembra - aguzzare il suo viso misterioso, quasi che nell'aria ella - respiri un rischio incognito. - -La sera già cala sul giardino simmetrico ove gli orli di bossolo -disegnati sono già neri come una tarsìa di ebano. Si vede sul rigido -muro di càrpini persistere una lunga e stretta lama di luce sulfurea. -Una nuvola color di piombo pende a mezzo del cielo, gravida di pioggia. -L'ombra invade a poco a poco la sala, occupa l'una e l'altra abside, -riempie le nicchie. - -Non ti fidare, mamma. Non varcare il limite. Puoi tendermi un laccio -così tristo per cercare di pigliarmi! Come quel povero sorriso deve -averti fatto male dentro! - - _Costanza._ - -Per disarmarti, non giova neppure spremersi dal cuore l'ultima goccia di -dolcezza. - - _Mortella._ - -Oh, la tua dolcezza! Mi ricolmi le mani di violette perché le tenda, -perché ne offra ancóra, perché ne sparga la soglia? Dio guarisca le mie -mani! Io non ho voluto dire stasera nessuna parola che potesse tentare -l'ombra; e tu non dubiti di tentarla. Ma se, invece dell'ospite che deve -rientrare, a un tratto apparisse quello di sotterra? - - _Costanza._ - -Mortella! Mi fai paura. - - _Mortella._ - -Non ti fidare. Non basta non nominarlo, non basta passarlo sotto -silenzio, perché non esista, perché non sia presente. Abita ancóra qui, -abita qui sempre; e, se tu vieni, non puoi venire se non per visitarlo. -Ecco che la sua anima riempie tutto il vuoto. - - _Costanza._ - -Dio mio, Dio mio! - - _Mortella._ - -È un'anima che ha tuttora un viso. Guarda. Ha ripreso il suo viso di -carne, la sua bocca di bontà, i suoi occhi di sogno, la sua fronte di -poesia. È dietro di te, è vicino a te. Eccolo. - - Balza verso il fratello tremante, e gli prende il capo fra le - mani. - - _Costanza._ - -Ah, non mi spaventare, Mortella. Per pietà! Divento pazza. - - Indietreggia rabbrividendo, e si volta, bianca di terrore. - - _Mortella._ - -Eccolo. Guardalo. - - Il fratello ha barcollato, s'è piegato su le ginocchia. - -L'hai dimenticato? Riconoscilo. Non è lui vivo? - - La madre leva le braccia come chi batte l'aria prima di - stramazzare. - -Il destino stesso potrebbe ingannarcisi. - - La madre rompe in singhiozzi e si abbandona perdutamente sul - figlio inginocchiato; mentre Mortella si volge coprendosi la - faccia con ambo le mani, ma senza piangere. - - Con uno sforzo Bandino si alza a sorreggere la dolorosa. Pieno - di desolata tenerezza, cingendola col braccio, appressando la - gota alla gota, la conduce via pianamente. Giana si avvicina - alla cognata, le tocca una spalla, poi la prende ai polsi per - scoprirle la faccia. - - _Giana._ - -Piangi? - - Nell'ombra, le palpa con le dita la gota per sentire se le - lacrime vi scorrano. - - _Mortella._ - -No, non piango. Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire. -Perdonami, Giana, tutte queste cose penose e odiose. Non ti darò più -noia. Sono io che opprimo tutti, che separo tutti. Non c'è posto per me -qui. Ecco la sera. Senti? Un'altra acquata, ma più blanda. Ascolta. -Piove su i bossoli e su i càrpini. Ora sì che si respira l'odore amaro. -E sembra che la primavera si stemperi e il mondo vapori. Come sarebbe -allegra la Rondine se mi vedesse arrivare d'improvviso all'Olmatello più -fradicia di lei! A che pensi, Notturna? - - _Giana._ - -Penso al tuo enigma, e a quello specchio dove tu scopristi quelle due -mani. - - _Mortella._ - -Come io sia partita, va, staccalo dalla parete, prendilo e portalo nella -tua camera. - - _Giana._ - -Tutto può diventare strumento di magìa. - - _Mortella._ - -Pazzia e magìa hanno grande somiglianza. - - _Giana._ - -Forse è vero. - - _Mortella._ - -L'una e l'altra fanno escire l'anima di sé stessa. - - _Giana._ - -L'amore anche, il martirio anche. - - _Mortella._ - -E non bisogna piangere. Una lacrima non versata può diventare un -pensiero magico che c'illuminerà nella via profonda. - - _Giana._ - -Questo dev'essere vero. Io, quando piangevo, piangevo sempre a capo -chino per lasciar gocciolare le lacrime senza che mi rigassero le gote e -facessero solco. Ora me le terrò dentro, le nuove, se si formano. - - _Mortella._ - -Così me ne vado senza paura all'ignoto. - - _Giana._ - -Aspettalo, piuttosto. - - Una pausa. Tutta la casa è silenziosa, come senza respiro. Non - s'ode se non il romore eguale della pioggia primaverile sul - giardino nerissimo. - - _Mortella._ - -Ascolta: ti domando d'essere una buona sorella per me, in questo -momento, in estremo. - - Sembra di nuovo sopraffatta dalla commozione. - - _Giana._ - -Cara piccola sorella, amo la tua faccia, il tuo soffio, la tua passione, -il tuo delirio; e amo anche il tuo destino, se non lo soffochi. Non -essere diffidente. Dimmi dunque. - - Mortella a un tratto sobbalza. - - _Mortella._ - -Giana, Giana! Chi è la? - - Afferra il braccio della cognata indietreggiando. - - _Giana._ - -Dove? Dio mio! Che vedi? - - _Mortella._ - -Ho veduto qualcosa come un'ombra d'uomo, là, dietro la fontana morta. - - _Giana._ - -Non mi far paura. Sei allucinata. - - _Mortella._ - -Ma no, ma no: c'è qualcuno là. - - L'una si serra all'altra, comunicandosi lo sbigottimento. - - _Giana._ - -Chi è là? - - Gherardo Ismera sale i gradini e apparisce al limitare del - vestibolo. - - _Mortella._ - -È un uomo, un uomo vivo. - - Lo riconosce, e trattiene a stento il grido, distaccandosi da - Giana, indietreggiando ancóra. - -Ah, è lui, è lui! - - L'ospite si scopre il capo e s'avanza a traverso il vestibolo. È - padrone di sé, nella sua semplice cortesia; ma qualche accento - della sua voce tradisce il suo turbamento dominato. - - _Gherardo Ismera._ - -Mi perdoni, signora, se entro così. Sono io, Gherardo Ismera. Giravo nel -parco, aspettando mia moglie. S'è fatto tardi. È venuto il rovescio. -Cercavo d'un domestico. Mi perdoni se mi sono ardito... Posso domandarle -se Costanza sia ancóra qui? - - Scorge Mortella che, diritta nell'ombra, tiene gli occhi - sbarrati su lui. - -Oh, Mortella! La mamma... - - Udendo da quella voce nominare il suo nome, ella perde ogni - dominio di sé. L'interrompe con una violenza subitanea, come - forsennata. La collera le strozza la parola. Ella è là diritta, - con la testa alzata, coi pugni chiusi, fosca e ardente. - - _Mortella._ - -No, no, non voglio! Non voglio che nominiate il mio nome, né l'altro -davanti a me. Non voglio che voi abbiate ancóra codesta voce falsa per -osare di rivolgervi a me, per tentare di ravvicinarvi. Ancóra una volta -ingannerete tutti, e non me. Vi odio, vi odio. Voglio almeno gettarvi in -viso, prima d'andarmene, il mio odio e il mio dispregio, con tutte le -mie forze. Avete aspettato la notte, prima d'entrare, come se veniste -per saccheggiar la casa un'altra volta... - - _Giana._ - -Mortella! - - _Mortella._ - -Non è vero? Guardalo. Guardagli le mani. Da quanto tempo giravate -attorno? Le pietre non gridavano? Ma grideranno. Quando ho scoperto la -vostra ombra, avevate l'aria di qualcuno che porti una salma... È un -peso che doventa ogni giorno più grave, finché schiaccia. - - _Giana._ - -Mortella, ti prego, ti prego. Calmati. - - _Mortella._ - -Siete entrato per sorpresa. Rimarrete. Lo so. So codest'arte. Non -iscacciato, ma onorato. Non ve n'andrete più. Mio padre sarà seppellito -una seconda volta, e la tavola sarà apparecchiata ogni sera per l'ospite -inesorabile. - - _Giana._ - -Ti prego, Mortella! Non è bene... - - _Mortella._ - -Ah, non è bene! Tu mi preghi... - - Ella s'interrompe un istante e si cangia subitamente. La furia - ostile l'abbandona; la voce perde ogni rudezza; la sua stessa - persona sembra ripiegarsi. E nondimeno qualcosa di più sinistro - le balena fra i cigli. - -Mio fratello m'implora, mia madre mi supplica. Ecco che la grazia entra -in me. Voglio esser docile, quel che si dice «un sennino d'oro». - - Si ritrae a poco a poco verso l'uscio che è dietro a lei. Il - sarcasmo le torce la bocca, ma una espressione indicibilmente - infantile contrasta col suo volto convulso. - -Padre d'anima, stasera troverete sotto il tovagliolo un mazzolino di -quelle violette, e forse un altro sotto il capezzale. Sta bene così? -Tutto sta molto bene così... E poi mi racconterete ancóra una bella -storia. - - Si trova su la soglia, si dilegua nell'oscurità, simile a una - larva. - - _Giana._ - -Veramente, è come forsennata. Mi fa paura. Or ora non aveva un viso di -pazza? e il modo, e l'accento, e lo sguardo della manìa? - - _Gherardo Ismera._ - -È una strana creatura, non senza potenza e bellezza. Sarebbe gran -peccato se si perdesse. Ma non respira se non nelle finzioni che le -nascono dentro, e ognuna in lei pare accompagnata come da un sentimento -di necessità. Dal giorno che ho cessato di raccontarle qualche «bella -storia», deve averne raccontata una a sé medesima, troppo cupa, e poi -dev'essersi messa disperatamente a viverla. - - Parla con una sorta di malinconia pacata e lucida, con una - sicurezza grave, con qualcosa d'un artefice che abbia un suo - modo risoluto di prendere la materia della vita e di trattarla - da sobrio maestro. - - _Giana._ - -È questa la cagione del suo male? - - _Gherardo Ismera._ - -Per qualche tempo ho seguito con grande attenzione la piccola anima -misteriosa. È piena di figure confuse che domandano uno spirito che le -distingua. Era allora in lei un bisogno così ardente d'esser compresa e -di comprendere, che certe volte il suo fervore somigliava a quegli -uccelli che si precipitano contro i cristalli del faro e si rompono le -penne senza chiudere gli occhi. - - Egli è tuttavia in piedi. Giana s'è appoggiata a una spalliera, - nella sua attitudine consueta, col mento sul dorso della mano; e - sembra tesa a spiarlo da' suoi lunghi occhi di bautta. Come - un'arme a un sol taglio, la sua voce ha da una sola banda un - sottilissimo filo di derisione. - - _Giana._ - -Voi siete dunque uno che sa leggere anche in un'anima di vergine? O -meraviglia! Se penso alla mia d'allora, su l'orlo della vita, la -rassomiglio alla farfalla quando beve; che ha le ali rialzate e -congiunte dalla parte degli screzii e dei colori come quattro pagine -combaciate dalla parte dello scritto. - - _Gherardo Ismera._ - -E dopo? - - _Giana._ - -Dopo, sono diventata farfalla di notte. Giusto appunto, non portano -ancóra le lampade! In fondo, credo che Mortella non abbia bisogno se non -d'un poco di felicità. - - _Gherardo Ismera._ - -Pur sapendo che manca nella sua mano la linea della felicità, un giorno -mi chiese, tutta seria: «Voi credete veramente che si possa morire?». - - _Giana._ - -Lo credete, veramente? - - _Gherardo Ismera._ - -Talvolta certe creature sembrano così remote che potrebbero essere -immortali. Qualche mattina, l'aria la conteneva come qualcosa che sia -custodita per sempre, come una di quelle api che sono chiuse nell'ambra -antica dove hanno assunto una specie di eternità priva di miele. Poi -veniva a me con i suoi sogni e i suoi pensieri intricati non meno -selvaggiamente dei suoi capelli zeppi di foglie, di paglie e di rovi, -tornando dalle sue corse nel parco incolto. E restava in silenzio, come -aspettando che io li districassi. - - _Giana._ - -I capelli? - - _Gherardo Ismera._ - -I pensieri. - - _Giana._ - -Avete le mani abili? - - _Gherardo Ismera._ - -Non senza timidezza, signora. - - _Giana._ - -Forse per ciò le facevate male. - - _Gherardo Ismera._ - -«Quanto bene mi fa questo male!» è una parola mistica della sua -precocità. Un giorno l'ho udita che diceva a una piccola amica chiamata -Gentucca, in tono di gran segreto, mentre i due cuori battevano alla -medesima altezza: «Tu insegnami il punto di Venezia e io t'insegnerò a -versare certe lacrime che tu non sai». - - _Giana._ - -Oh, cara! Dianzi invece m'insegnava a non le versare. - - _Gherardo Ismera._ - -Cosa molto più difficile, e forse più inebriante. È un insegnamento di -martire. - - _Giana._ - -O di maga? - - _Gherardo Ismera._ - -L'una non è nell'altra, per una comune volontà di trascendere la natura -e lo spirito? Credo che il martirio è forse la vera vocazione di -Mortella. Infatti, ecco ch'ella inventa il suo supplizio, non potendo -essere trafitta dalle frecce o lacerata dai denti della ruota. - - _Giana._ - -Diceva dianzi: «Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire». - - _Gherardo Ismera._ - -È un'altra parola mistica. Ah, ma chi la salverà? - - _Giana._ - -L'amore, forse. - - _Gherardo Ismera._ - -È un cattivo salvatore. - - Giana rompe la sua attitudine, e pronunzia la parola seguente - con una specie di perfidia repentina e celata. - - _Giana._ - -La vendetta. - - _Gherardo Ismera._ - -Non sazia. È quasi sempre vana. - - La donna si muove, inquieta, piena del suo dèmone, con il - metallo della voce appannato dal sogno ma pur sempre affilato - dall'ironia. - - _Giana._ - -Il tempo, la solitudine, la demenza, la santità, la morte... - - _Gherardo Ismera._ - -Che grandi cose! - - _Giana._ - -Una vittoria in ginocchio, un di quegli Angeli che si chiamano Ardori. - - _Gherardo Ismera._ - -Che grandi cose ella ardisce nominare, all'appressarsi della notte! - - La pioggia cessa. La quiete è senza mutamento. Laggiù, lavato, - il lembo dell'estremo crepuscolo vérdica lungh'esse le cieche - pareti di verdura perenne. Ma l'aria della stanza sembra come - agitata da quella evocazione spirituale. Giana si sofferma, e di - sùbito si volge come per assalire. - - _Giana._ - -Temete la notte? Ah, vedo: Mortella v'ha un po' sbigottito con le sue -evocazioni funebri... Davvero è possibile che sentiate farsi più grave -quel certo peso di cui ella vi carica? - - _Gherardo Ismera._ - -È possibile, signora. - - _Giana._ - -Che dite mai? - - _Gherardo Ismera._ - -È un peso di lutto, fatto più grave dai tanti ricordi che ravviva -l'aspetto di questi luoghi, di queste cose familiari, in quest'ombra ove -mi sembra quasi di cogliere il soffio dell'amico scomparso.... Che -diceva dianzi Mortella? Che avevo l'aria di portare una salma... - -Sì, è vero. L'ho portato su la mia spalla, l'amico mio; ho attraversato -questa sala, quel vestibolo; ho disceso quei gradini; ho camminato fino -alla Cappella, per quel viale di bosso che il cuore riconosce -all'amarezza. Suo figlio, Bandino, era al mio fianco; e i suoi due buoni -servitori sostenevano gli altri due canti della cassa... Ma egli era -degno d'esser rapito da quella Vittoria e da quell'Angelo nominati or -ora come i messaggeri d'un riscatto miracoloso. Se il pregio d'una vita -recisa potesse misurarsi al peso, ah, certo le nostre spalle si -sarebbero incurvate, tutte le nostre ossa avrebbero ceduto sotto il -carico. - - _Giana._ - -Così non si parla se non di un eroe. - - Una commozione virile trema nella voce del superstite. - - _Gherardo Ismera._ - -E non era un eroe? Della grande specie solitaria, di quegli che voglion -vincere in silenzio una virtù dinanzi a cui possano inginocchiarsi. La -Vittoria in ginocchio! Una tale imagine sembra creata dall'ispirazione -del suo spirito. - - _Giana._ - -Più che umano, dunque. - - _Gherardo Ismera._ - -Con un esempio più che umano, egli mi mostrò che comandare e obbedire -sono le due arti più difficili dell'anima libera. - - _Giana._ - -Quale delle due apprendeste? - - _Gherardo Ismera._ - -Colui che obbedì porta tutto il peso di colui che comandò, ma un tal -carico non lo schiaccia. - - _Giana._ - -È l'enigma? - - _Gherardo Ismera._ - -Addio, signora. - - _Giana._ - -È il vostro enigma? - - _Gherardo Ismera._ - -Voglia perdonarmi e credere alla sincerità del mio rammarico. Il caso ha -voluto che ogni mia esitazione e apprensione fosse troncata d'un colpo, -al primo istante. Nell'entrare, già mi consideravo come un estraneo, -quasi come un mendicante. Nell'escire, so d'esser tenuto come un nemico, -quasi come un saccheggiatore. Ma non v'è ombra di risentimento in me, e -la mia pena è assai tollerabile in paragone d'un'altra ben più grave. -Attenderò mia moglie al cancello. Già spiove. Le sarò grato se vorrà -farla avvertire. Comunque, io non dimenticherò la fine di questo giorno. - - Egli s'inchina profondamente, e s'avvia verso il vestibolo. - Giana risponde al saluto, senza parola, tenendo le mani dietro - il dorso intrecciate. Poi riprende a errare nell'ombra della - sala, come stretta da una perplessità ansiosa. Quando il - visitatore discende già i gradini, ella si sofferma a guardarlo, - fa qualche passo verso il portico. D'improvviso lo richiama. - - _Giana._ - -Signore, La prego: rimanga. È ospite mio. - - Gherardo Ismera s'arresta nell'ombra, si volta. Un tenue sorriso - gli passa negli occhi. Risale i gradini, mentre Giana Guinigi in - piedi l'attende. - - In quel punto due vecchi servitori taciturni entrano portando le - lampade accese. - - FINE DEL PRIMO ATTO. - - - - - IL SECONDO ATTO. - - -Appare la camera di Mortella, tutta imbiancata di calcina tra modanature -semplici di pietra serena, sotto le vecchie travi del palco dipinte -toscanamente a disegni minuti in rosso, in nero, in verde. - -Nella parete destra è praticato un vano, chiuso da cortine di -broccatello verde e bianco, ov'è il suo letto di fanciulla. - -Nella parete a riscontro, un vano della stessa ampiezza sfonda in una -loggetta chiusa da vetri quadri in piombi per ove passa la luce del -giorno inverdita dal fogliame dei grandi lecci. - -Nella terza parete alcuni gradini, compresi entro la grossezza del muro, -salgono a una larga vetrata che dà su una loggetta scoperta -- -albeggiante quella di Paolo V nella villa frascatana di Mondragone -- -cinta di balaustri e protetta da una pergola d'assi foltissima di -glicini in fiore, per ove si può da una scala esterna discendere nel -sottoposto ortopenso. - -Sopra gli scaffali bassi, pieni di libri, sono disposti lungo il muro -vasi di maiolica, cofanetti di legno e di cuoio, stampe in cornice, una -pace di niello, qualche statuetta religiosa, qualche madonna, qualche -santa in tavoletta d'oro. Un gravicembalo a due tastiere, d'un color -chiaro d'avorio ornato di tenui ghirlande, è in un canto della camera -con un quaderno di musica sul leggìo. Il medesimo broccatello -verdebianco si sbiadisce su le seggiole, su le poltrone, nelle tende, -nella portiera dell'unica porta. - -È un pomeriggio di maggio. Il sole, traversando i grappoli spessi di -glicini, fa una luce d'ametista come se accendesse la tonaca paonazza -d'una Martire nella vetrata d'una cappella. Quel riflesso violetto -mescendosi al verdognolo che viene dalla parte del lecceto, tutta la -stanza è immersa in un chiarore stranamente misto, che nell'ombra degli -angoli tiene del livido. - - - - - ---- - - La Rondine sta per entrare, dalla parte della loggetta. Tenendo - ancóra una mano alla vetrata che si richiude e reggendo con - l'altra un fresco viluppo di vitalbe che le fioriscono il petto - fin sotto il mento, ella dal gradino si sporge verso la - cameriera che le va incontro con cautela per non fare strepito. - - _La Rondine._ - -Non è là? - - _La Salvestra._ - -Riposa. - - _La Rondine._ - -Dove? - - _La Salvestra._ - -Là, sul suo lettino. - - _La Rondine._ - -Da quanto? - - _La Salvestra._ - -Da un'oretta. - - _La Rondine._ - -Non si sentiva bene? - - _La Salvestra._ - -Non si sente mai bene. Anche stanotte non ha dormito mai. Dio mio santo! -L'ho sentita smaniare fino all'alba. - - _La Rondine._ - -Il dottore è venuto? - - _La Salvestra._ - -Sì, signorina. Stamani le ha trovato un po' di febbre. - - _La Rondine._ - -Poco poco? - - _La Salvestra._ - -Qualche decimo. Non è quella, di sicuro, che le dà il delirio. - - _La Rondine._ - -Ma che dite, Salvestra? Ha delirato? - - Scende gli altri gradini, sollecita, e s'appressa. - - _La Salvestra._ - -Non è che un'idea, signorina. La chiamano delirio. - - _La Rondine._ - -Sempre il padre? - - _La Salvestra._ - -Sempre. È un'idea che non l'ha lasciata mai. Anche prima di tornar qui, -non faceva che rimuginarla. Io lo so. Non me ne scordo dei giorni neri -che ci toccò passare quando la signora Costanza si rimaritò col signor -Gherardo. - - _La Rondine._ - -Io, per me, Salvestra, mi ci perdo. C'è qualcosa. - - _La Salvestra._ - -Certo che c'è qualcosa. - - _La Rondine._ - -Ma che cosa? - - _La Salvestra._ - -Che vuole che le dica, signorina? - - _La Rondine._ - -Quell'odio contro il padrigno... - - _La Salvestra._ - -È odio vecchio. - - _La Rondine._ - -Ma non era così, prima. Che può averle fatto? - - _La Salvestra._ - -E che si può sapere? - - _La Rondine._ - -Come? Credevo che sapeste tutto. - - _La Salvestra._ - -Nulla di nulla. - - _La Rondine._ - -Che disgrazia! - - _La Salvestra._ - -Non si confida. E sa com'è testereccia! Si tiene tutti i suoi pensieri -nel suo capino ostinato e, quasi non fossero abbastanza chiusi, me li fa -serrare intorno con quella treccia più ritorta d'una corda stramba. - - _La Rondine._ - -Le s'addice molto, veramente. - - _La Salvestra._ - -Ne convengo. Ma ora, la mattina e la sera, quando la pettino, non parla -più. Prima, mi ricordo, canterellava dentro i capelli, come in una -gabbia di vinco bruno. Ora sta tutta muta, sotto; e pensa, e rimùgina. -Anche quando qualche volta mi par di farle male col pettine fitto, non -si risente. E le confesso che provo una certa soggezione, non so che -apprensione, nel ravviarla, tanto certe volte mi par di mettere le mani -nella sua doglia viva. - - _La Rondine._ - -Ah, vivi son di certo i suoi capelli come se si rammentassero d'essere -stati serpi... - - _La Salvestra._ - -Serpi? - - _La Rondine._ - -Serpicine senza denti, Salvestra, biscioline senza capo né coda, che non -fanno nessun male. Ma non è vero che, quando non sono ben serrati in -treccia, sembra che si divincolino? Vorrei bene averli così, io, perché -uno me li incantasse con un sufoletto, la sera. - - _La Salvestra._ - -Ecco, una ha sempre un pensiero, e l'altra ha sempre un altro pensiero. -Felice lei, signorina, che ha già trovato l'incantatore! - - _La Rondine._ - -Son diventata rossa? - - Graziosamente ella abbandona il viluppo delle vitalbe per - guardarsi in uno specchietto ch'ella ha dentro una scatola di - smalto insieme con un po' di cipria e col piumino. Ne profitta - rapidamente per incipriarsi il naso. - - _La Salvestra._ - -Non ci si bada. È tempo di ciliege. - - _La Rondine._ - -Sentite, Salvestra. Bisogna fare qualcosa. - - _La Salvestra._ - -Sentiamo. - - _La Rondine._ - -Non vi sembra che patisca come chi sia in mal d'amore... senz'amore? - - _La Salvestra._ - -Quando si patisce, gli è tutt'uno. - - _La Rondine._ - -Ah no. - - _La Salvestra._ - -E che direbbe di fare? - - _La Rondine._ - -Tutto farei, tutto farei per guarire la mia Mortina. Credo che le darei -anche la mia felicità, se si potesse. Ma non si può, giacché ha nome e -cognome e veste panni. Credo che, se fossi veramente una rondine, -partirei per andare a cercarle quegli che non si conosce e che sempre -s'aspetta, quegli che a me, prima che fosse venuto, mi pareva abitasse -in quel punto del cielo dorato di dove le rondini arrivano, certe sere, -a un tratto gridando su noi con un lampo così bianco che si pensa: «Oh, -certo, non può essere che lui capace di aggiungere un'ala ai piedi degli -uccelli!». - - _La Salvestra._ - -Dio le conservi i bei sogni! Ma, se pur venisse, non sarebbe forse il -benvenuto. - - _La Rondine._ - -Non verrebbe, se non fosse aspettato. - - _La Salvestra._ - -Ma non si sa quel che s'aspetta. - - _La Rondine._ - -Non s'aspetta che l'amore. - - _La Salvestra._ - -E arriva il dolore. Beata lei, beata lei che fa il saggio del miele e -non si dubita del cotogno! - - Gentucca sobbalza, credendo udire una voce di dentro le cortine. - - _La Rondine._ - -Salvestra! Non avete sentito? Si sveglia? - - La donna, in punta di piedi, rattenendo il fiato, va a - origliare. - - _La Salvestra._ - -Riposa ancóra. Spesso si lagna nel sonno, qualche volta parla. Parla da -sé, sola, anche quando è sveglia, quando è chiusa in camera, durante il -giorno. La sento, e credo che ci sia qualcuno. Entro, e la trovo sola, -che cammina su e giù, a capo chino. Iersera non mangiò, non si coricò. -Sentii che faceva le volte, sino a tardi. Non so che avesse. Non l'avevo -mai veduta tanto scura. Era come una che torni dallo stare in guato... - - _La Rondine._ - -Di dove tornava? - - _La Salvestra._ - -Dal parco. Non so che cerchi. Pare che faccia la posta. Ora porta quasi -sempre i sandali allacciati, che non staccheggiano. Scende da una -terrazza all'altra in un lampo, sgattaiola lungo i muri, sguiscia dietro -i càrpini, fruga per ogni dove, come quando -- se ne ricorda? -- loro -due davano la caccia ai ricci... - - Gentucca l'interrompe con una vivacità infantile. - - _La Rondine._ - -Ah, Salvestra, sapete, quella tartaruga... - - _La Salvestra._ - -Quale tartaruga? - - _La Rondine._ - -Vi dirò poi. Continuate, continuate. Ma perché fa così? Che credete? - - _La Salvestra._ - -Non so. La disgrazia è che sempre l'hanno tenuta come una bambina -semplice, senza farne caso, senza usare prudenza, anche a quell'epoca. -Miss Turner non la capiva punto. E io dico che non c'è al mondo una che -abbia più sentimento di lei per vedere, per scoprire, per indovinare. Le -basta di fiutar l'aria, per conoscere di che si tratta. Con lei non c'è -nulla da nascondere. Pare che entri nell'anima di chiunque. A me mi fa -paura quando mi fissa. Mi trema il cuore dentro. - - _La Rondine._ - -E a me? Mi vien quasi fatto di coprirlo come quando si para il lume con -una mano, perché non lo veda ardere d'allegrezza. Ho quasi vergogna -d'esser felice davanti a lei. Mi piacerebbe d'aver sempre gli occhi -rossi arrivando e di poterle dire: «Sai, m'hanno fatto piangere, anche -me». - - _La Salvestra._ - -Ma non piange mica. Magari piangesse! Lo dice anche il dottore. Dio, Dio -buono, aiutateci a passare questi due giorni. Ah, son lunghi! - - _La Rondine._ - -I giorni son cresciuti di sei ore, Salvestra. - - Un involontario guizzo di gioia passa nelle sue parole. - - _La Salvestra._ - -Oggi è l'antivigilia del Corpus Domini. - - _La Rondine._ - -È vero. - - _La Salvestra._ - -Domattina si dice la messa di requie nella Cappella. - - _La Rondine._ - -Ah, è vero. L'anniversario! - - _La Salvestra._ - -Non so come si farà. - - _La Rondine._ - -Assisteranno tutti? - - _La Salvestra._ - -Che la buon'anima faccia nascere un bene, oggi. Sa che cosa ha -consigliato il dottore? - - _La Rondine._ - -Che cosa? - - _La Salvestra._ - -Che il signor Gherardo venga e le parli e ragioni con lei e le dimostri -il vero e cerchi di persuaderla, di toglierle l'idea, di guarirla dalla -mania, di rappacificarla insomma. Dice che questo è il mezzo da tentare, -ora che il male fa crisi. Hanno tenuto un consiglio, con la signora -Costanza. Pare che il signor Gherardo sia pronto, oggi stesso, prima di -sera. Bisogna pur uscire da questo inferno coperto. Ma io ho una grande -inquietudine. E il dottore lo vedo troppo serio. Ier l'altro la -signorina lo trattenne più d'un'ora, a parlare a parlare. E lui, quando -uscì, era molto accigliato. - - _La Rondine._ - -È il Securani, quello stesso che curò il padre? - - _La Salvestra._ - -Quello. Ora pare che si faccia questa prova, come Dio vuole. - - _La Rondine._ - -E Dio faccia la grazia! Credo anch'io, Salvestra, che un bene ne possa -venire. E ho visto or ora un segno di buon augurio. - - _La Salvestra._ - -Che segno? - - _La Rondine._ - -Quella vecchia testuggine, sapete, con la scaglia tutta sbocconcellata, -che chiamavamo Ninicchia, tanto affezionata a Mortella che la credeva -perduta perché non s'era più fatta viva... - - _La Salvestra._ - -Ebbene? - - _La Rondine._ - -È ricomparsa! Mentre mi sforzavo di staccare questi tralci dal leccio -del Conte, mi son sentita tirare appena appena per l'orlo della gonna -come da un gattino timido. Mi son voltata. Era lei, ai miei piedi, sul -musco, che tentennava quel suo capo novo come quel d'una serpe che -avesse allora allora gettata la buccia. - - _La Salvestra._ - -Veramente la tirava per l'orlo? - - _La Rondine._ - -Ma sì, vi dico. Può essere che m'abbia presa per un cesto di lattuga. -L'ho sollevata con le due mani, l'ho messa su una bella pietra al sole, -e le ho detto: «Restate là, Ninicchia, senza muovervi; ché fra poco vi -conduco qui la Fata Mortella». Deve aver capito. - - S'interrompe; e tende l'orecchio verso le cortine, palpitando. - -Si sveglia? Non ha sospirato? - - _La Salvestra._ - -Sembra che dorma profondo. - - _La Rondine._ - -Bisogna che finisca il suo sonno. Si sveglierà tutta fresca, e disposta -a lasciarsi guarire. Che si può fare, Salvestra? Pregare? Non c'è -qualche incanto? - - _La Salvestra._ - -Se c'è, e ci bisogna un cuore da pestare, ecco il mio. - - Nella sua voce sommessa trema una devozione senza limiti. - - _La Rondine._ - -Siete buona. Lo so. Com'è dolce di sentir parlare l'amore così! -Vegliatela sempre. Ora le lascio qui le vitalbe, qui, -- non le mettete -da parte, vi prego! -- che, uscendo dalle cortine, c'entri dentro e ci -si senta impigliata e dia in un riso e dica: «È Gentucca». - - Ella depone il viluppo sul tappeto, davanti alle cortine. È così - tenera che sembra le si inumidisca la parola. - -Me ne vado e poi torno. Torno verso sera. Ah, ma vorrei vederla un -attimo, gettarle soltanto un'occhiata! Un attimo solo, metto il viso tra -le cortine, Salvestra, e la guardo. Piano, piano. Trattengo il respiro. - - La donna fa un gesto di consentimento commosso. Infinitamente - cauta, Gentucca separa un poco le cortine con le dita e sporge - la faccia verso l'interno. È grande silenzio, come quando - l'angoscia umana sale a poco a poco sino all'altezza del ciglio - e trabocca. Di subito ella si volge, con le mani alla gola come - per soffocare il singhiozzo che la vince. Non può: rompe in - pianto. Nell'allontanarsi fuggendo, ella medesima mette i piedi - entro il viluppo e lo sparpaglia e trascina. Rimonta i gradini - della terrazza, scompare nella luce dei glicini. - - _La voce di Mortella._ - -Salvestra! Salvestra! - - _La Salvestra._ - -Eccomi, sono qui, sono qui, signorina. - - _La voce di Mortella._ - -Ah, chi m'ha legata? - - È una voce di sgomento, una voce d'ambascia, ancóra appresa nel - buio del sonno. - - _La Salvestra._ - -Non mi sono mossa, non mi sono mossa. - - _La voce di Mortella._ - -Ah, chi piangeva su me? - - Ella esala un anelito, quasi che per levarsi faccia lo sforzo di - rompere un legame che l'annodi. E appare tra le due cortine - trasognata, con la fronte stillante di sudore. - -Chi singhiozzava? Io stessa? Di'. - - _La Salvestra._ - -No, signorina. Ha sognato. - - _Mortella._ - -E questi fiori? Di'. C'è stata Gentucca? È venuta la Rondine? - - _La Salvestra._ - -Or ora. - - _Mortella._ - -È andata via? Ah, richiamala, richiamala! - - Ella cammina su per la striscia delle vitalbe sparpagliate. - -È passata di lì? È lei che ha lasciato dietro di sé questa traccia? -Richiamala! Oh piccola! - - La donna sale alla loggetta. - - _La Salvestra._ - -Ha detto che torna, che torna verso sera. Non s'inquieti. - - Sparisce per la scala che dà su l'ortopenso. - - _Mortella._ - -Non sarà troppo tardi, verso sera? È la vigilia, è la vigilia! Volevo -dirle addio, rivedermi in lei quale già fui, dire addio a me, a me, a -quella sua Mortina dolce. - - L'ambascia ancóra l'aggrava. Par che ancóra ella trasogni. Si - china a districare l'un de' malleoli da un tralcio di vitalba - seguace. - -Eri tu che mi legavi, Gentucca? - - Tra il volto curvo e il grembo piegato, la sua voce ha una - risonanza singolare, quasi argentina, simile a una nota - d'infanzia; poi subito si rincupisce. - -Non mi potevo muovere quando mi sono svegliata. Ero tutta annodata. -Perché? E chi piangeva? - - Vacilla e si tocca le tempie con le dita smarritamente. - -Ma se non fosse che la febbre? No, non ho più febbre. Non ne devo avere. -Non devo avere che coraggio, coraggio, coraggio... - - Si riscuote e si risolleva. La donna ritorna indietro, ripassa - per la terrazza dei glicini, ridiscende nella camera. - - _La Salvestra._ - -Non m'è riuscito di raggiungerla, né di richiamarla. Era già sparita. - - _Mortella._ - -Vola. Lo so. - - La parola s'illumina d'un sorriso tenue e tenero. - - _La Salvestra._ - -Ma torna, ma torna. - - _Mortella._ - -Dimmi, Salvestra. Era lei che piangeva? - - _La Salvestra._ - -No, signorina. - - _Mortella._ - -E chi dunque? - - _La Salvestra._ - -Le assicuro. Anzi era allegra. Era venuta a portarle una gran notizia! - - _Mortella._ - -Una gran notizia? - - _La Salvestra._ - -La tartaruga, quella che chiamavano Ninicchia, è ricomparsa. L'ha -ritrovata dianzi sotto il leccio del Conte. - - _Mortella._ - -È vero? - - Anche una volta, in un movimento spontaneo di giovinezza ariosa, - si mostra la compagna di Gentucca, l'amica della Rondine. - - _La Salvestra._ - -Sì, proprio vero. Sentirà il racconto! - - _Mortella._ - -Ma chi piangeva? M'è parso d'essere stata svegliata come da un gran -singhiozzo. - - _La Salvestra._ - -Era un sogno, creda. - - _Mortella._ - -Non è venuto altri? Mia madre? - - _La Salvestra._ - -Non ancóra, signorina. Come si sente? - - _Mortella._ - -Bene. - - _La Salvestra._ - -Quella febbretta è caduta, le sembra? - - _Mortella._ - -Sì. - - _La Salvestra._ - -Non si sente più bruciare? - - _Mortella._ - -No. - - _La Salvestra._ - -Ha la fronte un po' sudaticcia. Desidera qualche cosa? - - Mortella prende una fiala d'essenza, ne versa nel fazzoletto, lo - fiuta, si terge la fronte, il collo sotto l'orecchio. - - _Mortella._ - -Ho sentito battere all'uscio. - - _La voce di Giana._ - -Mortella, sei là? Si può entrare? - - _La Salvestra._ - -Si sente male? Com'è diventata pallida! - - _Mortella._ - -Taci. Va. Non venire, se non ti chiamo. - - Fa un passo verso l'uscio dominandosi. - -Entra, entra, Giana. - - La cognata entra. Si guardano forzando il sorriso del saluto e - dell'accoglienza, che per alcuni attimi persiste su i loro volti - come qualcosa che vi sia appesa e possa rimanervi - indefinitamente se si trascuri di staccarla. Un'aura ostile - sembra quasi formarsi dai due respiri. - - _Giana._ - -Come ti senti? - - _Mortella._ - -Bene. Grazie. Ho dormito un'ora. Il sonno dà pazienza. - - _Giana._ - -Sei più tranquilla? - - _Mortella._ - -Sono tranquilla. Vedi. Gentucca m'ha fiorita la stanza, avanti il tempo. -Puoi avvicinarti, sederti. Non sono in vena di stravaganze. Non sono -affatto pericolosa. Bisogna perdonarmi. Iersera c'era afa di temporale -nell'aria. Non so che m'aveva presa. Ma è certo che oggi devo guarire di -questa benedetta mania. Basta dirmelo, basta volerlo. Mi dispongo a -tornare in pace. Dopo domani è il Corpus Domini. Vorrei dare un pane a -un povero. - - _Giana._ - -Hai una strana luce qui. - - _Mortella._ - -Una luce di naufragio, come nel quadrato d'un vascello colato a picco. -Non ti piace? Sembra fatta per te che sei così ondeggiante. - - _Giana._ - -Ironia? - - _Mortella._ - -No. Ti ammiro. Lo sai. Quando ti muovi, m'incanti. Quando entravi, al -movimento parevi che entrassi in un gorgo. - - _Giana._ - -Bene, mia cara. Vuoi che parliamo un poco, seriamente? - - _Mortella._ - -Parliamo. - - _Giana._ - -Seriamente e apertamente, come due sorelle leali? - - _Mortella._ - -«Lealtà passa tutto e con verta fa frutto» è uno dei nostri più antichi -motti. - - _Giana._ - -Torna al proposito. Ascolta, Mortella. Consentimi d'affrontare la cosa -con franchezza. È il mio dovere omai. Sono io che ho accolto qui tua -madre e il tuo padrigno; sono io che t'ho trattenuta qui, che t'ho -impedito d'andartene e di fare una follia inutile; sono io che in queste -settimane ho vigilato per evitare ogni urto increscioso, ogni eccesso -odioso. Non ho dunque dubitato di addossarmi un carico, per quel che -accade, per quel che può accadere; né mi sottraggo. - - _Mortella._ - -È giusto. - - _Giana._ - -Comprendo e rispetto la tua passione sacra. C'è stata sempre intorno a -te, palese o dissimulata, un'aria di compatimento. - - _Mortella._ - -Ah, credi? - - _Giana._ - -Non t'offendo. Voglio dire che il tuo dolore e gli atti del tuo dolore -sembrano talvolta aver qualcosa di maniaco, qualcosa di delirante. Io -stessa talvolta ti ho trattata come una piccola inferma. Nessuno ha mai -voluto andare al fondo della tua pena. D'altronde, tu ti sei chiusa, ti -sei messa in disparte a covare il tuo male. E c'è nella tua natura una -fierezza e un disdegno che non conciliano la confidenza. Non hai un poco -allontanato da te perfino tuo fratello? - - _Mortella._ - -Povero Bandino! - - _Giana._ - -Ma io quest'angoscia che t'opprime non la considero come una malattia, -come una mania inguaribile. Parlo anzi alla tua ragione, invoco la tua -ragione. - - _Mortella._ - -Povera ragione! - - _Giana._ - -Hai tanto scavato in te che è andata al fondo. - - _Mortella._ - -È il suo luogo. - - _Giana._ - -Bene. È il suo luogo, e il luogo della causa. V'è una causa. - - _Mortella._ - -La causa pende. - - _Giana._ - -Ancóra enigmi! Sorge da tutta te un'accusa, la figura d'un'accusa. - - _Mortella._ - -Più d'una, forse. - - _Giana._ - -E v'è una prova, dunque. - - _Mortella._ - -V'è un mondo ove la prova non ha significato né esistenza. - - _Giana._ - -Non nel nostro. - - _Mortella._ - -Non nel vostro. - - _Giana._ - -Bisogna dunque che tu esca dall'occulto. Non puoi più prolungare la -reticenza. Non t'è più lecito di tacere, di sfuggire... - - _Mortella._ - -Non sfuggo. - - _Giana._ - -Bene. Bisogna dunque che finalmente si venga al giudizio, da coscienza a -coscienza. Non è possibile, né per te, né per tua madre, né per -l'accusato, né per me stessa che vi ospito -- e lo dico non per far -pesare la parola, ma semplicemente perché porto il nome di Bandino, -perché mi chiamo Giana Guinigi e conduco la casa e ho qualche anno più -di te -- non è possibile trascinare senza fine questa miseria. - - _Mortella._ - -È giusto. Oggi è la vigilia. - - _Giana._ - -Il tuo padrigno, in una condizione tanto difficile, non poteva mostrare -più tatto, più delicatezza, più longanimità. Lo devi riconoscere. - - _Mortella._ - -È pieghevole, anche lui, certo. - - _Giana._ - -A tutti i tuoi sgarbi ha sempre risposto con la più indulgente bontà. -Non ha lasciato passare mai una stilla della sua amarezza né in una -parola né in un sorriso. Veramente, l'ho ammirato; e troppe volte mi son -sentita a disagio, come in fallo d'ospitalità. Ora, te lo confesso, -questo disagio m'è divenuto intollerabile. L'afflizione di tua madre mi -abbatte. - - _Mortella._ - -Povera mamma! - - Ella è abbandonata su una poltrona, raccolta in sé, quasi che il - ribrezzo della febbre la riprenda, poggiata la gota a un - braccio, guardando di sotto alle palpebre che battono come se la - pupilla fosse ferita a ogni momento. Le sue brevi parole hanno - un suono indefinibile, che non è d'ironia, che non è di pietà; - sembrano venire da quel luogo profondo «dove non si sente neppur - battere il cuore». - - La cognata, per andare sino al termine, non vi s'arresta, non le - interpreta. Parla, parla, in una specie di vertigine fredda; e - la sua voce si falsa, ed ella medesima ne sente la falsità ma - non può rimetterla nel tono giusto. - - _Giana._ - -Comprendo e rispetto il tuo sentimento, lo ripeto, in quel che v'è di -fedele e d'inaccessibile. Comprendo che il tuo ritorno nella casa della -tua memoria l'abbia esaltato, e che all'approssimarsi dell'anniversario -doloroso ti sanguini il cuore. Ma ho vinto l'esitazione perché mi sembra -che appunto in rispetto di quella memoria, appunto in suffragio di -quell'anima, si debba superare questo male. - - _Mortella._ - -Sì, sì. - - Ora ha una voce da nulla, una voce di piccolo essere schiacciato - che non sa più respirare: qualcosa come quel soffio - d'assentimento inconsapevole ch'esce dalle labbra della gente - disperata dinanzi alla consolazione vana, al consiglio non - compreso, al rimprovero non udito. È là, su la poltrona, - rannicchiata, quasi senza forma, come una cosa a nulla, come una - veste smessa. - - _Giana._ - -Ti domando dunque di confermarmi il tuo consenso al colloquio necessario -che deve dissipare ogni ombra, che deve sciogliere ogni nodo. Non si può -tener prigione la vita in una rete d'enigmi, né tenerla sospesa sopra il -fascino d'uno specchio appannato. È vero? Siamo d'accordo? - - _Mortella._ - -Sì, sì. - - _Giana._ - -C'è oggi, mi pare, una presenza che non ci opprime, come tu pretendi, ma -ci soccorre, c'incoraggia, ci sollecita. Se quell'anima abita ancóra la -casa, come tu credi, non può non compiangere questo stato continuo -d'inquietudine, d'inimicizia, d'angoscia. Ho udito parlare della sua -infinita bontà da quel medesimo che i tuoi sospetti vorrebbero far -colpevole... - - _Mortella._ - -Oh Dio! - - È come il lamento fioco di chi agonizza, di chi si sente - abbandonare dalla forza e da ogni soccorso umano. - - _Giana._ - -Se il rassegnarti alfine alle esigenze della vita, alle convenienze -della vita comune è pel tuo cuore un sacrificio, fa il sacrifizio alla -memoria di quella bontà. Pensa. È domani il terzo anniversario. Saremo -tutti là, riuniti, in una preghiera unanime. E poi sarà la pace, sarà -l'armonia nella casa rinnovata, sarà una vita nuova anche per te che ti -consumi, per tuo fratello che si snerva... - - _Mortella._ - -Oh Dio, Dio! - - Si solleva lentamente, col viso scomposto, con gli occhi - sbarrati e fissi davanti a sé, reggendosi le tempie con le due - mani, tenuta da un orrore che par entrato nel luogo delle sue - ossa. - -Che ho fatto? Che sono divenuta? Perché ho dovuto conoscere anche -questo? - - _Giana._ - -Mortella! - - _Mortella._ - -Non sono ancóra stroncata abbastanza, rotta, calpesta? Non basta ancóra? -Nessun respiro, nessuna tregua, nessun riparo, nessun aiuto: niente. E -questa atrocità è la vita, la vita che pareva così fresca in me, la vita -che ho tanto rimpianta per uno che l'ha perduta, per uno che non l'ha -più! - - _Giana._ - -Mortella! - - _Mortella._ - -Ah, ho freddo. Non aver paura se mi metto a battere i denti. Che cosa si -può fare? Non aver paura se ti guardo con questi occhi. Non li so più -chiudere. Bisogna che qualcuno me li suggelli. - - _Giana._ - -Che hai? Che hai ora? - - _Mortella._ - -Vivo: questo ho: sono viva. E se un'altra mai conoscesse qualcosa di -simile a quel che io ho conosciuto, certo morrebbe, certo renderebbe -l'anima senza sangue e senza parola. Ma io vivo, e non ho più nulla di -ciò che fa vivere una povera creatura. Non ho più nulla da credere, -nulla da sperare, nulla da salvare. E, fin per credere che sono in -terra, bisognerà che io la morda, la terra, che io me n'empia la bocca, -che io la mastichi... - - _Giana._ - -Ma che hai? T'è entrata la febbre? Vaneggi? - - _Mortella._ - -Ah, no, non mi toccare. Ma nascondimi quei fiori, nascondimi quelle -foglie... - - _Giana._ - -Sei pazza. Comincio a credere anch'io che sei veramente pazza, Mortella. - - _Mortella._ - -Ebbene, io ti dico una cosa incredibile. Non sono ancóra pazza. -Guardami. - - S'è levata in piedi, dominando il suo sgomento, soccorsa da una - improvvisa onda di forza. Contro a lei la cognata è già - un'avversaria senza maschera. - - _Giana._ - -Ti guardo. - - _Mortella._ - -Alzo la testa, bisogna che io alzi bene la testa per non curvarmi a un -tratto come una piccola vecchia senza età e senza nome. Ora so che in -uno sguardo umano si può vivere vent'anni, cinquant'anni, un tempo -d'ignominia indefinito... - - _Giana._ - -Ma che intendi dire? Io non sono longanime come Gherardo Ismera. -Sappilo. Io affronto le piccole vecchie camuffate da sfingi minacciose, -e le domo. - - _Mortella._ - -Con che? con la menzogna a due facce, che sembra essere e non è? - - _Giana._ - -Le domo, ti dico. - - _Mortella._ - -Con che? con l'ipocrisia accorta che fa le sue miscele di bene e di -male, di falsità e di verità, di veleno e d'unguento, per eccitare sé e -per intormentire gli altri? - - _Giana._ - -Ah, che mi fanno gli altri? e che m'importa degli altri? Ti proibisco... - - _Mortella._ - -Che cosa? di scandalizzarmi che la causa del marito di mia madre sia -oggi perorata dalla nuora con una eloquenza che sa quasi di pulpito e -odora quasi di santità? - - _Giana._ - -Che insolenza! Come osi parlare di veleno tu che ne schizzi a ogni -momento e contro tutti, tu che sei pronta sempre a mordere la mano che -ti accarezza? - - _Mortella._ - -«Perché mi accarezzi?» Questa è una domanda che tu hai udita da me più -d'una volta. E io ho sempre lasciato le mie mani giù, penzoloni. Ho -diffidato sempre. - - _Giana._ - -Non ti vantare della tua ingratitudine e della tua malvagità. Ho -sopportato tutti i tuoi capricci e tutte le tue stranezze con una buona -grazia che non meritavi. T'ho lasciata provare e riprovare la mia -pazienza con eccessi intollerabili. Ora basta. Sei tu che mi costringi a -ricordarmi che v'è, di nome e di fatto, una padrona qui. - - _Mortella._ - -Come chi compera, non come chi impone, non come chi dispone. E tu non -condurrai domattina per la mano il tuo pellegrino penitente a -inginocchiarsi su la lapide, a camminare sul morto con i ginocchi mutati -in calcagna divote. No. - - _Giana._ - -Ti prego, ti prego; non mi trascinare a dire e a fare quel che poi a -tutt'e due troppo rincrescerebbe. Non mi conosci. Bada. Quando prendo -nel mio pugno la mia volontà, sono come quei rissatori che non ripongono -il ferro se non hanno colpito a fondo. - - _Mortella._ - -Ferro per ferro, son pronta a misurarmi, pronta a tutto. Guardami. V'è -un giudice più alto di me, che non son nulla ma non mai serva dovunque e -comunque tu sii padrona. V'è un giudice più santo di me; e hai osato -invocarlo per coprire una cosa inconfessabile. - - _Giana._ - -Hai il colore della morte. Muori del tuo veleno. - - _Mortella._ - -Sì, sono tutta di gelo. Ma so che non si può morire d'orrore, giacché -sono in piedi. Hai osato offrire in suffragio di quell'anima una nuova -ignominia dell'ospite spietato! - - _Giana._ - -Che altro vuoi ora insinuare? - - _Mortella._ - -La pace, l'armonia, la vita nuova per tener caldo all'onta! - - _Giana._ - -Ti debbo scrollare, dunque? ti debbo tirar per forza dalla gola -quest'altra malvagità? - - Furente, ella fa l'atto di prendere per le spalle la cognata che - si scosta, bianca piuttosto come una larva che come una - creatura. - - _Mortella._ - -Non mi toccare. Bada! Toccheresti la morte. - - _Giana._ - -Di' tutto, dunque. Parla! Voglio. - - _Mortella._ - -Mi reggo la mascella, non il cuore. Con l'ospite... - - La voce le si dirompe nel gran tremito. - - _Giana._ - -Ebbene? - - _Mortella._ - -Con l'ospite non è di nuovo entrato un amante? - - Ha parlato basso, con una voce dirotta dal tremore dei denti. - Anche l'altra si sbianca, ma tutto il rilievo della sua bellezza - s'indura come il volto del tiranno che non può colpire perché - non ha sotto la mano né arme né carnefice. Entrambe riempiono - d'ansito la pausa. - - _Giana._ - -È una domanda perfida? è un sospetto? un laccio teso? - - _Mortella._ - -Una certezza. - - _Giana._ - -Certezza di quel mondo ove la prova non esiste e non conta? - - _Mortella._ - -Ah, ti basti che so, ti basti che ho udito, ti basti che ho veduto. - - _Giana._ - -Dove? come? - - È protesa verso l'accusatrice, che non la guarda più, fissa allo - spettacolo della sua propria miseria. - - _Mortella._ - -Orrore! Orrore! La vita sofferta ritorna, ripete sé stessa, imita i suoi -stessi spaventi? Il destino atroce recita la stessa parte due volte? -Tutto sarà come fu? Ma chi mi può rispondere una parola, prima che io -muoia? - - _Giana._ - -Rispondi ora a me. Dove? come? - - _Mortella._ - -E un giorno mi pareva d'esser vicina al segreto dell'amore! - - _Giana._ - -Dove? come? - - _Mortella._ - -Ah, non il tuo, non il tuo. - - _Giana._ - -Rispondi. Voglio. - - Imperiosa, l'incalza, l'afferra per i polsi. - - _Mortella._ - -Tutto ho udito, tutto ho veduto. - - _Giana._ - -Come? dove? Non sai. Ti smarrisci. Allucinata sempre, ubriaca d'infamie -sognate. - - _Mortella._ - -Lasciami! Ho ribrezzo di te, di me anche. Ho spiato, ho seguìto, ho -ascoltato. So tutti i luoghi nascosti, conosco tutti gli angoli, tutte -le ombre. Iersera... Ah, lasciami! - - _Giana._ - -No. Di'. Vergógnati. - - _Mortella._ - -Dov'eri iersera con lui? In fondo alla scala dei Delfini, lungo il muro -delle Cariatidi... - - _Giana._ - -Vergógnati. - - _Mortella._ - -Sì, mi vergogno. Questo avete fatto di me. Ho spavento del sangue che mi -rimane. Si giunge a questo, si conosce questo, si diventa così; e non si -finisce mai di morire! - - _Giana._ - -Hai sognato, hai sognato. Intendi? - - _Mortella._ - -Lasciami! - - _Giana._ - -Hai sognato, hai delirato, malvagia folle. E tu mi giurerai... - - _Mortella._ - -Lasciami! Lasciami! - - Sono a viso a viso, alito contro alito, come in una lotta - selvaggia. Mortella si svincola. - -Ecco Bandino. - - Il fratello entra. Giana si scrolla e rovescia indietro il capo, - con un piccolo riso convulso nei denti splendidi. - - _Bandino._ - -Che c'è? Che avete? Giana! Mortella! Che c'è? - - _Mortella._ - -Nulla, nulla, Bandino. Non ti sbigottire. Giana voleva a forza che io -andassi con lei per farmi incontrare col signor Ismera, e tentava di -trascinarmi... Io non volevo. - - _Bandino._ - -Non avevi già consentito? - - _Mortella._ - -Sì. Ma perché devo andare a cercarlo? Preferisco riceverlo qui, come ho -già detto a nostra madre, tanto più che veramente non mi sento ancora -bene ed è meglio che non mi stanchi. - - _Bandino._ - -Certo, sorellina. Hai ragione. Non ti pare, Giana, amor mio? - - _Giana._ - -Ma sì, ma sì. Non insisto. Non facevo mica sul serio... Facevo per -gioco. - - _Mortella._ - -Tu sai, Bandino: le piace di giocare e d'aizzare... - - Il giovine guarda la sua donna innamoratamente. - - _Bandino._ - -Come sei strana in questa luce! - - _Mortella._ - -Non è vero? - - _Giana._ - -Strana in che? - - _Bandino._ - -Se Riccardo Wagner ti vedesse ora, riconoscerebbe il viso vivo d'una di -quelle Figlie del Reno che nuotano nella sua musica. - - _Giana._ - -Voglinda? Flossilde? - - I nomi delle Ondine sembrano quasi fatti minacciosi dal suo riso - tagliente. - - _Bandino._ - -Tutt'e tre. - - _Mortella._ - -E anche l'Oro. - - _Giana._ - -Addio, Mortella, a più tardi! - - _Mortella._ - -Nella vita nuova. - - Botta e risposta sembrano avere ancóra un tintinno d'armi. - - _Bandino._ - -Te ne vai, Giana? Resta ancóra un poco! Non senti come questa camera è -dolce? Mi piace tanto. Non si sa se abbia muri o fronde, cortine o erbe -marine. - - _Giana._ - -Bimbo, bimbo, ora non è più tempo d'indugiarsi. La vita precipita. - - _Bandino._ - -Vieni, verso le sette, giù nella Cappella. Sonerò il Ricercare su -l'organo. Ma vorrei vederti anche prima. Dove vai? - - _Giana._ - -Non so. - - La segue con gli occhi mentre ella esce col suo passo - ondeggiante. La sorella lo prende per la mano. - - _Mortella._ - -Come l'ami! - - _Bandino._ - -Ah, non posso dire s'io ne goda o ne soffra. Vedi. Perché -quell'ondeggiamento del suo corpo su que' suoi piedi flessibili qualche -volta mi può far tanto male? Quando la considero, sento che la sua -bellezza m'adombra ma non ne ho riposo. M'affatica e m'affanna, come se -per non perderla io dovessi compirla e non sapessi in che modo. - - _Mortella._ - -Tanto l'ami? - - Ella si lascia cadere su i cuscini, senza abbandonare la mano; - ed egli le si siede ai piedi. Ella lo interroga con un'ansia mal - frenata. - -Dimmi. - - _Bandino._ - -L'amo, sorellina, ma anche te molto. - - _Mortella._ - -Non potresti vivere senza di lei? Dimmi. - - _Bandino._ - -Sei gelosa? - - _Mortella._ - -Non t'imagini la tua vita in un altro modo, ridivenuta solitaria, -restituita alla musica e alla malinconia? - - _Bandino._ - -Ma perché? - - _Mortella._ - -Se se n'andasse, se partisse, mettiamo, - - _Bandino._ - -Perché? Come potrebbe? - - _Mortella._ - -Non ti sembra estranea, distante? - - _Bandino._ - -La serro tra le mie braccia. - - _Mortella._ - -È sterile. - - _Bandino._ - -Ma che dici? E ne arrossisci. - - _Mortella._ - -Se morisse, mettiamo. - - _Bandino._ - -Ah, no, no! Sparirei, morirei. - - _Mortella._ - -Così l'ami? - - _Bandino._ - -Non esser gelosa. Così. - - _Mortella._ - -Hai ragione. Voler amare significa prepararsi alla morte. Così anche è -il mio amore. E ho compassione di te. Ah, perché la tua mano non ha -forza abbastanza? - - Gli palpa la mano. - - _Bandino._ - -Non senti? L'ho di ferro articolato come una manopola. - - _Mortella._ - -Per la tastiera. - - _Bandino._ - -Ma di che parli insomma? - - Egli è agitato e impaziente, sotto i fantasmi inafferrabili - ch'ella sembra creare soffiando nei brandelli della sua propria - anima. - - _Mortella._ - -Ho una notizia, una cara notizia per te. Ho riveduto il nostro padre. Mi -sono assopita per qualche minuto, con la testa su le sue ginocchia. -Quanto ti somigliava! La tua voce è chiara, la sua era velata, ma la -stessa. E non aveva se non un pizzico di cenere su le tempie. - - _Bandino._ - -Vuoi farmi piangere? - - _Mortella._ - -No, fratello, no. Neppure una goccia, neppure una. M'ha parlato anzi di -te così: «Tu credi che sia debole? Ma non ti ricordi come si faceva -forte quando voleva portarmi dal letto su la poltrona o dalla poltrona -sul letto, mentre Gherardo in un canto, voltato di schiena, disinfettava -la siringa per l'iniezione? Diceva: -- Piano, piano, babbo. Mettimi -questo braccio intorno al collo, appòggiati bene su la mia spalla. Non -aver paura. Lasciati pur andare con tutto il tuo peso. Ti reggo, ti -reggo benissimo. Non aver paura di serrarmi la nuca; lascia penzolare le -gambe. Abbandònati. Ecco, ti sollevo, ti porto. Sei più leggero di -ieri». - - _Bandino._ - -Sorella mia, perché mi strazii? - - _Mortella._ - -Sì, chiamami così. Non voglio da te altro nome. Il mio, voglio che sia -dimenticato. Fratello mio dolce! Il cuore mi trabocca se ti chiamo così. -Fratello! Tu sei il mio fratello. - - _Bandino._ - -Non hai dunque più rancore contro di me? Mi perdoni? - - _Mortella._ - -Prendiamoci per le mani. Anche tu, se t'ho detto qualche parola amara, -anche tu perdonami. - - _Bandino._ - -Ah, mi pareva d'averti perduta, e ti ritrovo! - - _Mortella._ - -Devi ritrovarmi. Non dubitarne. Sii certo che ti attendo. - - _Bandino._ - -Dove? - - _Mortella._ - -Non posso dirtelo ancóra. Se tu lo sapessi, forse correresti prima di -me. E bisogna che io ti risparmii. - - _Bandino._ - -Sorella, povera sorella, perché ti smarrisci? - - _Mortella._ - -Credi che vaneggio? Ma ho qui un pensiero più diritto d'una lama nuda, -più acuto d'un coltello. Se gli dovessi assimigliare qualcosa, gli -assimiglierei quella misericordia dal manico d'oro, quella di Francesco -Guinigi il Ghibellino, che nostro padre aveva tanto in pregio. - - _Bandino._ - -Chi può avercela rubata? - - _Mortella._ - -Io lo so. - - _Bandino._ - -Fosse vero! Che darei per riaverla! - - _Mortella._ - -Che ne faresti? Sapresti servirtene all'occasione? - - _Bandino._ - -È una reliquia. - - _Mortella._ - -Non vi sono reliquie che uccidono? Più tardi, con te, voglio entrare in -quella stanza, voglio toccare con te tutte le reliquie e inginocchiarmi -con te sul suo inginocchiatoio, fratello e sorella, accosto accosto. -Vuoi? - - _Bandino._ - -Sì. - - _Mortella._ - -Là, soltanto là ho potuto fissare il pensiero che mi veniva dal mio -abisso e decidere quel che è giusto. - - _Bandino._ - -Che cosa? - - _Mortella._ - -Qualcosa si deve fare. - - _Bandino._ - -Che cosa? - - Egli è tremante d'angoscia e anelante. - - _Mortella._ - -Tal cosa che bisogni o farla o patirla. - - _Bandino._ - -Ah, sorella, sorella, tu mi spaventi. Credevo che tutto fosse finito. - - _Mortella._ - -Così mi risponderesti se ti chiamassi, se ti gettassi il mio grido? - - _Bandino._ - -Temo di comprendere. Mi perdo. - - _Mortella._ - -Temi! Sempre la stessa parola. Chi ci mise al mondo, si sbagliò. Sei tu -che hai un'anima di fanciulla, e io ho il cuore maschio. - - _Bandino._ - -Che vuoi da me? Parla. - - Si leva in piedi, sbiancato, fremente. Anch'ella si leva, sul - punto d'essere trascinata dalla sua passione. In quel punto, - sollevando la portiera, la madre si mostra. - - _Mortella._ - -No. Bisogna che io ti risparmi. Io posso quel che tu non potresti. Ma la -vita non ti risparmierà. Guarda. Ecco nostra madre. Ringraziala. - - _Bandino._ - -Mamma, Mortella non sta ancóra bene. - - _Costanza._ - -Venivo a chiedere... - - _Mortella._ - -È l'ora? Il signor Ismera è dietro la porta? Entri. - - _Bandino._ - -Mamma, Mortella è ancóra agitata. - - _Mortella._ - -Non gli credere. Sono riposata. Ho dormito. Sto meglio. Non ho più -febbre. Bisogna troncare gli indugi. Giana dice che la vita precipita. - - Il fratello ha uno scatto d'insofferenza. - - _Bandino._ - -Bene, bene. Sia. Così non si può più vivere. - - _Mortella._ - -Il signor Ismera è là? - - _Costanza._ - -Non è là. Aspetta d'essere avvisato. - - Ella parla con una voce tarda e affranta, con qualcosa di - contratto e d'intento nel viso, come se portasse dentro di sé il - fascino d'un invincibile terrore. - - _Mortella._ - -Bandino, vuoi andare ad avvisarlo? Vuoi condurlo tu stesso? - - _Bandino._ - -Bene. Sia. Vado. - - Esce, a capo chino, corrucciato. - - _Mortella._ - -Veramente avresti dovuto tu condurmelo, mamma, giacché t'è imposto il -cómpito di assecondare il destino. - - _Costanza._ - -Figlia, figlia, non so più se sia bene, non so se sia male. Non so quel -che dev'esser fatto, non so quel che dev'essere impedito. Ho pregato -Dio, ho frugato il mio cuore in tutti i versi, ho cercato di districare -la mia volontà dal viluppo dei dubbi mortali, di tutto il mio sangue che -mi faceva velo, mi sono vuotata come il ferito per terra si vuota di -sangue, quasi ogni mattina mi sono svegliata di soprassalto credendomi -caduta in fondo a non so che ruina da non so che altezza e alla sera più -d'una volta m'è parso d'esser ricaduta con gli occhi aperti ancor giù, -ancor più basso. Figlia, figlia, e niente mi vale, e niente mi conta! -Vedi, non devo avere negli occhi che lo sguardo fisso dello spavento, lo -sguardo di chi non può se non riconoscere l'atrocità della forza che lo -schiaccia senza scampo. - -Che ho fatto? Che cosa accade? che altra sciagura si prepara? che -desolazione si rinnova? che abominazione ritorna? Non so più, non -distinguo più. Non so quel che farò per tentare di salvarmi. Non so quel -che farò per finire di perdermi. Sono presa al petto, sono presa al -capo, tutta un dolore, trafitta dai miei stessi gridi che ricaccio -dentro serrando i denti, messa in brandelli e viva come una preda -lasciata lì dalla bestia già sazia. T'invoco, t'imploro; e che parole -vorrei intendere da te, che aiuto potrei da te ricevere, non lo so -neppur concepire. - - _Mortella._ - -Mamma, davanti a te, in questo momento non posso che rimanere -silenziosa. - - _Costanza._ - -Tremo, non sto in piedi, mi pare che le ossa mi si disgiungano. Non puoi -capire. S'egli ora entra qui, se resta con te, se vi parlate, non credo, -non credo che potrò sopportare l'attesa. Il cuore mi si schianterà. Non -puoi capire. È peggio, è assai peggio che quando bambina ti dovettero -operare e udivo bollire nel mio cervello l'acqua in cui si -sterilizzavano i ferri del chirurgo, e il tettuccio di tortura era là -con i suoi congegni e le sue ruote, e il tuo povero piccolo viso già -spariva sotto la maschera di garza... Tu non ti ricordi, tu non sai. Ma -è peggio, è peggio. - - _Mortella._ - -Come? Perché? Non sta per entrare qui l'ospite senza macchia che mi -dimostrerà la mia ingiustizia e mi costringerà a chinare la fronte, -forse a cadere in ginocchio, forse a baciargli le mani? Non eri sicura -di questo? Non ne sei più sicura? Non me lo mandi qui a un colloquio di -assoluzione e di pace? - - _Costanza._ - -Ah, non ragiono, non ragiono. Tremo. Non so che viso ho; ma tutta la mia -vita in me è bianca di terrore. E come non ho più lacrime, credo che non -ho più sangue. Ti prego, ti prego! Non lo vedere, non gli parlare. -Rinunzia. Ti supplico! Abbi pietà di me. - - _Mortella._ - -Ma chi me l'ha proposto? Ma chi me l'ha chiesto, anzi imposto? - - _Costanza._ - -Mi ricredo, mi pento. Sono un'insensata. Siamo tutti insensati. No, non -bisogna. Che bene ne può venire? Basta guardarti. Basta respirare -quest'aria, respirare questa luce, sentirti vivere, sentir vivere queste -cose intorno a te. No, non è possibile. Ti supplico. Me ne vado. Lo -porterò via. Non ci vedrai più, né me, né lui. Stanotte stessa partirò, -lo farò partire. Prima dell'alba saremo lontani, al confine del mondo. -Te lo giuro. - - _Mortella._ - -Mamma! - - La sua voce, il suo aspetto rivelano un tal crollo di tutto - l'essere, che la madre ne ha un gran sussulto come d'un altro - spavento impreveduto, come d'un altro mostro indistinto che le - si drizzi davanti e sia per afferrarla. - - _Costanza._ - -Che è? - - _Mortella._ - -È vero dunque? - - _Costanza._ - -Che cosa? - - _Mortella._ - -Quel che ho pensato contro di te, quel che penso contro di te, quel che -tu sembri ora? - - _Costanza._ - -Che sembro? - - _Mortella._ - -Quel che confessi ora? - - _Costanza._ - -Che confesso? - - _Mortella._ - -Ah, è orribile. - - Bandino solleva la portiera, e il padrigno entra nella stanza - con lui. Per un istante, si trovano l'uno a fianco dell'altro. - Costanza si volge come a un'apparizione che la impietri. Non - parla più, sembra che non respiri più. La figlia abbassa la - voce. - -Guardali. - - _Gherardo Ismera._ - -Grazie, Mortella, d'avermi permesso di farvi questa visita. Come state? - - _Mortella._ - -Bene, molto bene. Venite avanti, venite avanti. Sedetevi. - - L'uomo fa l'atto di avvicinarsi. - -A rivederci, mamma. A rivederci, Bandino. - - Il giovine s'accosta alla madre e la conduce verso la porta. - Mentre egli solleva la portiera, ella si volge a guardare suo - marito e sua figlia che restano in piedi l'uno di fronte - all'altra; e vede che Mortella sorride. La portiera ricade. I - due sono soli. - - _Gherardo Ismera._ - -State dunque bene, ora? - - _Mortella._ - -Bene, molto bene, padre d'anima. Ringrazio la vita. Avvicinatevi. Non -abbiate paura di calpestare i fiori. - - _Gherardo Ismera._ - -Ho sempre cercato di non calpestarne. - - _Mortella._ - -Ah, veramente? Sì, lo so. È la piccola Gentucca, la Rondine, che m'ha -giuncata la stanza come si fa per le feste grandi in chiesa. Ecco, in -fatti, una gran bella giornata. - - Ella non si diparte dal tono del motteggio. Qualcosa d'acuto e - d'acerbo è in lei, qualcosa di agile e di vigile, che le dà - l'aspetto d'una persecutrice incalzante. - - _Gherardo Ismera._ - -Molto augurata, molto attesa da me, cara Mortella. Non so dirvi come io -sia felice di potermi ravvicinare a voi che foste per tanto tempo la mia -piccola amica selvaggia e tenera, la piccola Grazia dei giardini -pensili, che condusse verso di me qualcuna delle più fresche ore di mia -vita. - - Egli è guardingo come qualcuno che saggia i suoi modi, non - sapendo ancóra quale gli valga; ma tiene la sua voce nel tono - più naturale. - - _Mortella._ - -Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di -rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa? - - _Gherardo Ismera._ - -Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce -inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, laggiù, dove -ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve -ne ricordate? - - _Mortella._ - -Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c'è stato uno che non abbia -detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel -gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare: -il rottame e l'annegato. - - Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di - sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di - spettrale. - - _Gherardo Ismera._ - -Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste, -vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella. - - _Mortella._ - -Lo so, lo so. Ho un certo sorriso nella bocca, che deve somigliare una -povera nottola crocifissa sopra una porta sgangherata. L'ho. Lo sento. È -là. Non lo posso schiodare. Vi fa compassione. Vi fa credere che io sia -mentecatta. - - _Gherardo Ismera._ - -No, no. Che dite mai? È un sorriso molto dolce, un sorriso di bambina -smarrita. - - _Mortella._ - -Veramente? - - _Gherardo Ismera._ - -M'intenerisce. - - _Mortella._ - -Ah! Credevo che vi sbigottisse un poco, che ve ne ricordasse un altro... - - _Gherardo Ismera._ - -Quale? - - _Mortella._ - -Quello per cui l'amico vostro incominciò a morire. - - _Gherardo Ismera._ - -L'amico mio? - - _Mortella._ - -Sì, l'amico vostro: mio padre. Non era il vostro compagno di giovinezza, -il diletto? l'unico fratello dell'anima vostra? - - _Gherardo Ismera._ - -Certamente. - - _Mortella._ - -Come! Non avete nella voce una vampa d'amore? Non avete un sospiro di -rimpianto? - - _Gherardo Ismera._ - -Perché dovrei menomare, con una dimostrazione che non mi conviene, un -sentimento da me custodito intatto? Quale amore sopporta d'esser -misurato? - - _Mortella._ - -Non è una sua parola? Mi sembra di riconoscerla. - - _Gherardo Ismera._ - -Forse. - - _Mortella._ - -Gli ho anche udito dire: «L'amicizia è un dono di vita che si fa in -piedi per riceverlo in ginocchio». - - _Gherardo Ismera._ - -N'era ben degno. - - _Mortella._ - -Ma in ginocchio non si riceve anche il colpo di grazia? - - _Gherardo Ismera._ - -Mortella, voglio parlarvi... - - _Mortella._ - -Sì, parlatemi di lui. Voglio udirvi parlare di lui, e specialmente di -quell'ultimo sorriso che gli metteste negli angoli della bocca, sopra le -mascelle serrate che non poté disserrare più... Guardatemi, guardatemi. -Lo imito, senza volere. - - Ella è così intieramente posseduta dall'imagine paterna, che per - alcuni attimi la figura della convulsione mortale sembra - riespressa dal suo gioco terribile. - - _Gherardo Ismera._ - -Ma che demenza è la vostra? - - _Mortella._ - -Anche voi, anche voi, senza volere, l'imitate nel sonno. - - _Gherardo Ismera._ - -Che démone v'ha presa? Cessate, Mortella. - - _Mortella._ - -Vi ho visto dormire! E credevo che non dormiste più, che in fondo a -qualche corridoio bianco aveste ucciso il sonno, come il sire di Glamis, -come il sire di Cawdor. - - _Gherardo Ismera._ - -Perché sfuggite? Venite qui, Mortella. Lasciatevi prendere per le mani. - - Com'egli le si appressa, ella si allontana, si sottrae, - implacabile e inafferrabile. - - _Mortella._ - -Non vi affaticate. Già ansate un poco, e avete le labbra grige come se -aveste mangiato la cenere. Se qualcuno entrasse, penserebbe che facciamo -i ragazzi, che giochiamo a bomba. - - _Gherardo Ismera._ - -Non giocate più a questo gioco lugubre. Basta. Siete voi che vi nutrite -di cenere. - - _Mortella._ - -Bene. Siamo due, saremo due. State tranquillo, sedetevi. Non v'importa -di sapere quel che dal fondo viene a galla sul vostro viso, nel sonno? - - _Gherardo Ismera._ - -Dove mi avete visto dormire? - - _Mortella._ - -Sedetevi. Ve lo dirò. Laggiù, sul sedile di pietra, presso la tavola -dell'oriuolo a sole, nell'ora calda, nell'ora del pisolo. Siete stanco, -stanco per aver preso troppo, per voler ancóra tutto prendere; siete -stremato, e non volete confessarlo. Quando siete solo, v'accasciate -súbito. Vi spiavo. - - _Gherardo Ismera._ - -Ah, fate questo? - - _Mortella._ - -Credevo che aspettaste qualche preda. Ma tardava. L'ombra del vostro -capo s'allungava sul quadrante solare che non ha più il suo stilo. -Pencolando un poco a destra e un poco a sinistra, pareva che segnasse -un'ora di qua e un'ora di là. Tutte feriscono, una sola uccide: lo -sapete. - -Finalmente il capo si chinò, si fermò; e l'ombra segnò l'ora che non -dimentico. Eravate assopito. Vi spiavo. Eravate in balìa di me. Mi -ricordo d'aver veduto una volta rimontare d'un tratto a galla un -palombaro che aveva perduto i suoi calzari di piombo: una specie di -mostro grondante. Così qualcuno è risalito nel vostro sonno, -all'improvviso: quell'altro uomo, quel mostro che v'abita. Era -spaventevole. E non m'era nuovo: lo conoscevo! - - Egli tenta di dissipare l'incanto con uno scoppio d'ilarità - fittizia. - - _Gherardo Ismera._ - -Oh, che brutta storia! In cambio di tante belle storie che vi ho -raccontate ai bei tempi! Siete ingrata, Mortella. Ma voglio essere il -vostro medico come a quei tempi ero il vostro interprete. Bisogna che io -risani la vostra imaginazione con una cura solare. Vi vedo supina per -ore ed ore su la tavola scottante di quel vecchio oriuolo inerme. - - _Mortella._ - -Come ridete male! - - _Gherardo Ismera._ - -Come rimpiango il vostro sorriso d'allora! Non era crocifisso. Basta, -via. Datemi le mani, perché io vi esorcizzi. - - _Mortella._ - -Nella mia imaginazione ho troncate le vostre e le ho conservate in fondo -a uno specchio come nel ghiaccio. - - _Gherardo Ismera._ - -So anche quest'altra storia. - - _Mortella._ - -Sapete dunque che la faccia di quell'altro, quella grinta senza colore, -io la conobbi chinata su quelle due mani che preparavano la siringa per -la puntura cotidiana prescritta al paziente? - - _Gherardo Ismera._ - -Mortella, non abbiamo testimoni che giustifichino la vostra eccitazione -vana. Non c'è nessuno qui, davanti, a cui dobbiate conservare -l'attitudine crudele che, per un pervertimento non del tutto nuovo, -avete imposta a voi stessa. Non vi ostinate a falsare la vostra anima, -che era tanto sincera. Consideratemi come un medico sagace e tuttavia -come un amico affettuoso. Siamo soli, siamo noi due soli. - - _Mortella._ - -Credete che siamo noi due soli? - - _Gherardo Ismera._ - -Sembra. - - _Mortella._ - -Non l'avete veduto entrare? - - _Gherardo Ismera._ - -Non continuate a giocare coi miei nervi. - - _Mortella._ - -Era al vostro fianco. Non era mio fratello, era lui. Ho detto a mia -madre: «Guardali!». Non avete inteso? La stessa forza del tradimento -aveva rincatenato l'ospite all'ospite. - - _Gherardo Ismera._ - -Non andate troppo oltre. - - _Mortella._ - -È là, seduto, con quella fronte di luce su tutta quella tristezza che -incava le sue gote, che affina il suo mento. Non vi voltate. È là. - - Ella ha veramente il battito dell'allucinazione nelle palpebre, - e la voce della sua fede crea l'apparizione nell'ombra glauca e - bassa. - - _Gherardo Ismera._ - -Ah, vi compiange. - - _Mortella._ - -In piedi vi aveva fatto quel dono di vita. Per affrettare la fine -dell'uomo messo in croce, gli rompevano i ginocchi. Così egli non s'alza -più. - - _Gherardo Ismera._ - -Tacete. Siete odiosa. - - _Mortella._ - -Non vi vale coprirvi gli occhi. Dev'essere rimasto seduto così anche -nella vostra memoria, ma con quel sorriso atroce che gli avete scolpito -nelle mascelle di pietra, là, come una statua d'Egina. Vi guarda. È -lucido. Comprende. Sa. È certo. - - _Gherardo Ismera._ - -Ma tacete, ma tacete! O vi schianto. - - Fuori di sé, egli balza e minaccia. Implacabile, l'altra riempie - d'agonia l'aria che lo soffoca. - - _Mortella._ - -No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro. -È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s'inarca, ricade. Il -respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non -batte più, è vuotato. L'avete ucciso! Gherardo Ismera, l'avete ucciso. - - Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro - l'accusatrice, l'afferra pei polsi e la scrolla brutalmente. - - _Gherardo Ismera._ - -Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra -demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la -segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per -imporre il provvedimento necessario. Non v'è altro mezzo di ricondurre -alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di -sé, indegna ornai di compassione. Avete inteso? Vi comando il silenzio. - - Ella si svincola selvaggiamente. - - _Mortella._ - -M'avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch'io mi -svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del -tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell'altro, sino all'ora della -morte: la faccia dell'assassino. - - _Gherardo Ismera._ - -Ma, o insensata, dov'è per voi la prova, la larva d'una prova? Un'ombra -d'indizio almeno! - - _Mortella._ - -Una testimonianza. - - _Gherardo Ismera._ - -Quella del vostro delirio? - - _Mortella._ - -Quella della mia anima bastava a me. Di dentro, dal profondo, con -l'anima sveglia, col solo mio dolore, avevo scoperta la verità intiera. - - _Gherardo Ismera._ - -Sognato un sogno criminoso. - - _Mortella._ - -E qui, nella casa, fin dalla prima sera del ritorno, tutta l'aria era -chiara di quella verità, chiara dal fondo della tomba al colmo del -tetto, come per un annunzio di resurrezione. - - _Gherardo Ismera._ - -E basta? - - _Mortella._ - -Non basta. Quando l'azione s'è levata come se fosse stata allora allora -commessa, un testimone inoppugnabile l'ha riconosciuta. - - _Gherardo Ismera._ - -Un nuovo fantasma? - - _Mortella._ - -Una carne viva, una coscienza viva, che per un senso d'umanità aveva -attenuata la certezza in sospetto per poter serbare il segreto ed -evitare l'orrore d'una denunzia. Io l'ho cercata, l'ho frugata, l'ho -forzata a rispondere, a testimoniare, a confermare la prova interiore -con la prova manifesta. - - _Gherardo Ismera._ - -Chi? - - _Mortella._ - -Lo chiedete? Non credevo che poteste sbiancarvi di più. Il medico, il -dottor Securani, Paolo Securani... Qualche ora fa, era qui; e il mio -male era il suo male. - - Egli si lascia cadere su una sedia, come in una specie - d'ottenebrazione repentina. - - _Gherardo Ismera._ - -Sì, v'è un contagio del delirio. - - _Mortella._ - -V'è un veleno che resiste al dissolvimento, e che si potrebbe ritrovare -intatto, nella cosa senza nome, pur dopo tre anni. È il granello -incorruttibile dell'ospitalità. Potrebbe forse ancóra servire... Ci -pensate? - - Egli è assorto, intento al suo intimo travaglio. Ella gli si - accosta e un poco si piega verso di lui senza pietà, osservando - le mani ch'egli tiene posate su le ginocchia. - -Non avete più sguardo. I vostri occhi hanno perduto lo sguardo. Così la -viltà v'immezzi codeste mani micidiali che vi cadano dai polsi a terra -sfatte, con quel disegno ch'io ci leggo, che ora io veggo trasparire -palese come le vene... - - Egli balza in piedi, con un gran fremito riscotendosi e tendendo - le pugna chiuse. - - _Gherardo Ismera._ - -Ah, no! Sono ancóra tanto potenti che saprebbero piegare il vostro odio -e il vostro orgoglio come già seppero aprire alla vostra ansietà il -cammino che doveva condurvi verso voi stessa, in opera di vita, in opera -di salute. - - _Mortella._ - -Il vinto si risolleva? - - _Gherardo Ismera._ - -Non sono vinto, né ho bisogno di risollevarmi. Non sono mai stato più -alto in me: alto abbastanza per la fólgore. E sia! il mio coraggio può -guardare la sua azione, senza vacillare e senza impallidire. - - _Mortella._ - -Di più, non avreste potuto, non potreste. - - _Gherardo Ismera._ - -Non parlo del mio viso d'uomo ma del mio coraggio silenzioso a cui avete -opposto la vostra agitazione insensata e un fantasma foggiato dalla -vostra angoscia che mi turba, in questa camera chiusa che sembra molle -di lacrime, che è il luogo stesso del vostro delirio e del vostro -martirio, ove non è possibile difendere il cuore dalla compassione o dal -rimpianto... - - _Mortella._ - -Non compassione, non rimpianto. Io ho combattuto la buona guerra, senza -fiacchezza, senza viltà. - - _Gherardo Ismera._ - -Né io commetterò una viltà contro il mio atto, se ho impallidito dinanzi -a una imagine difformata e infamata del mio atto. Credete voi, potete -voi credere che io abbia obbedito a un sentimento di paura o di vergogna -nel contrastarvi il mio segreto? Credete voi che il mio diniego -ostinato, che la mia dissimulazione sorridente, che la mia stessa -violenza abbian tentato di coprire una colpa ignominiosa e di sfuggire a -un marchio infame? Mi conoscete voi per tale che, dopo aver osato, -cerchi di eludere il pericolo con sotterfugi e con astuzie di piccolo -malfattore? Sono io quegli che s'affanna a trovare la parola e il gesto -abili per mentire a sé stesso e guadagnare l'impunità? M'avete -rappresentato qualcuno che mi abita, un altro che si nasconde in me. Non -uno ma mille; non un'anima ma mille anime, certo: una somma di forze -concordi e discordi, talvolta schiacciante. Tale è l'uomo vivo, tale -sono io vivo fra tante larve asservite. E lo guardavo, e lo ascoltavo, -quell'altro, quell'estraneo, dianzi, qui, mentre giocava con voi il -gioco lugubre, mentre schivava il vostro assalto, si sottraeva alla -vostra persecuzione. E lo consideravo con una tristezza ch'era ben più -amara del vostro sarcasmo. Che mancava alla sua umiliazione? Gli mancava -che voi gli deste una delle vostre vesti e ch'egli singhiozzasse ai -vostri piedi come una femminetta colta in fallo! L'assassino che si -confessa e si pente nella stanza verginale, con la nuca sotto il -calcagno della vendicatrice! Gli somiglio? Ditelo. - - _Mortella._ - -Non meno vile, avete preferito di scrollarmi e di torcermi i polsi. - - _Gherardo Ismera._ - -Sì (perdonatemi, perdonatemi!), per non potere più dominare -l'insofferenza di quella tortura inutile, di quel gioco sinistro e vano. -Ho sperato di sopraffarvi, di piegarvi, e di salvare ancóra il mio -segreto dalla profanazione. - - _Mortella._ - -Dalla profanazione? - - _Gherardo Ismera._ - -Sì. Voi che pretendete d'esservi per vóto assunta in puro spirito e che -tuttavia non sapete vedere di là dai piccoli segni materiali, voi che -rimanete chiusa nel cerchio del vostro specchio rivelatore, voi che -rimanete affascinata da due mani pallide e da un viso chino, voi che -volete smuovere la cenere fredda per ritrovarvi il granello della prova, -conoscete voi la sentenza superba d'un uccisore? «Se questo mio è un -delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginocchino davanti al mio -delitto». - - _Mortella._ - -Era una voce d'eroe ribelle. - - _Gherardo Ismera._ - -E che conoscete voi dell'eroismo se non le imagini divulgate, le figure -visibili? V'è un altro senso, oltre gli occhi e gli orecchi. La peggiore -azione può celare una bellezza profonda. E vi sono sacrifizii insoliti a -cui non può accostarsi né la vostra ragione né la vostra fede. Anche -nell'amicizia, come nell'amore, il dono di morte può valere il dono di -vita. Voi che giudicate, potreste comprendere? Sapreste voi sciogliere -il mio enigma come io seppi interpretare i vostri sogni? Povera creatura -inconsapevole, intenta a guatare, a spiare per tutte le fenditure della -mia anima, a foggiare con ciascuna delle mie parole un ordegno per -aprire il mio cuore! - - _Mortella._ - -L'aprirò. - - _Gherardo Ismera._ - -Non basta. Solo potrebbe leggervi chi avesse veramente toccato il fondo -della colpa e del dolore, l'apice della volontà e della bellezza. - - _Mortella._ - -Tutto avete sovvertito. - - _Gherardo Ismera._ - -Tutto ho esaltato. Non tentai di creare voi stessa sopra voi stessa? - - _Mortella._ - -Avete pesato sopra di me con tutte le vostre forze perverse. - - _Gherardo Ismera._ - -Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un'ala. - - _Mortella._ - -Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo. - - _Gherardo Ismera._ - -Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto! -Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola -Rondine non poté apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi -talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi -agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore -si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in -cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi? -Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e -non ho quel che ho donato. - - _Mortella._ - -Riconosco l'arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di -me, né d'altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei -già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il -mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra -tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete -confesso, siete giudicato. - - _Gherardo Ismera._ - -No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi -conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il -diritto di punirsi o di farsi grazia; e non lo concede ad altri. Se -tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di -quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di -me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone -grandeggia là dove l'anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono -stelle. - - _Mortella._ - -Porterò la mia nella mia mano, stasera, come un fuoco bianco. E la -vostra? - - _Gherardo Ismera._ - -Attendo che me ne nasca una nuova. - - _Mortella._ - -Da un nuovo orrore? o dalla morte? - - _Gherardo Ismera._ - -Che è la morte? «Credete veramente che si possa morire?». È una vostra -antica domanda. - - _Mortella._ - -«Si può uccidere». È la vostra risposta. Ma, se foste prossimo alla -morte, potreste ancóra mentire? - - _Gherardo Ismera._ - -Che gioverebbe mentire? E che potrebbe ormai avvenirmi, che già non -fosse in me? - - _Mortella._ - -Fate dunque che il vostro coraggio alzi davanti a me l'imagine vera del -vostro atto. Perché avete ucciso? Come avete ucciso? Dite. Mondatevi -d'ogni menzogna e d'ogni frode, come se la nostra sera fosse venuta e io -avessi già per voi la mia veste bianca. - - Ella è protesa verso di lui, in un fremito d'aspettazione, - simile a una fiamma che si travagli. L'uomo sembra per alcuni - attimi vacillare all'orlo del suo segreto. Ma si scrolla e - ricusa. - - _Gherardo Ismera._ - -No. Questo è il segreto dell'anima. Voglio ancóra restar solo con lui e -col mio dispregio, per prepararmi una solitudine più grande e più -libera. De' miei legami io non ho fatto le mie radici. Sono il padrone -della mia vita e della mia morte. - - _Mortella._ - -Badate. Nessuno è padrone della sua vita e della sua morte. - - _Gherardo Ismera._ - -Che mi vale la vita? e che la morte? O povera! E che cosa mai potrà -superare in durezza quel che da me già fu patito? - - _Mortella._ - -Badate. Ho un comandamento dentro di me, a cui devo obbedire. Badate, vi -dico. - - _Gherardo Ismera._ - -A che? Ammonirmi non giova, né minacciarmi. La vendetta ha i piedi -silenziosi della colomba? Non proteggo le mie spalle, né mi volgo -indietro. Né mai degno accertarmi se mi sia a favore il dado tratto. Non -mi risparmio, no, né chiedo d'essere risparmiato. Tutto codesto mi par -miseria. Ma andate, se è venuta la vostra sera, andate dunque a pregare. - - _Mortella._ - -L'ultima preghiera io l'ho fatta già, su quel sepolcro ardente. - - _Gherardo Ismera._ - -Che l'ardore divampi! Che la fiamma si levi! E sarà la mia prova. Addio. - - Mentre egli si volge verso la porta sdegnoso e cupo, Mortella - alza verso di lui il pugno, con un gesto di promessa e di - consacrazione. - - FINE DEL SECONDO ATTO. - - - - - IL TERZO ATTO. - - -Appare una terrazza quadrata di pietra bigia, cinta di balaustri, priva -di vasi e di statue; che guarda a piombo su l'antico cipresseto. Per tre -gradini vi si sale da un ripiano che mette a destra sopra una branca di -scala discendente nella terrazza sottoposta, e a sinistra sopra un'altra -branca saliente alla terrazza superiore che si scorge nel cielo protesa -in guisa d'un'alta prua. Una grande arcata collega le due porte aperte -su l'una e l'altra scala, tutte di pietra gli stipiti gli architravi i -limitari, semplici e sode, non ornate se non d'una fascia sola, con un -che della nuda forma dorica. - -Si vede pel vano dell'arcata sfondare l'aria del vespro, ove la selva -dei cipressi più e più s'infosca digradando come le canne d'uno -smisurato organo di bronzo. Per entro alle masse cupe della fronda i -rami secolari sono più aggrovigliati che le infime radici. Il fuoco del -tramonto vi penetra in modo misterioso arrossando il groviglio interno -così che sembra una bragia coperta da una tonaca di metallo. - - - - - ---- - - La pietra è silenziosa e deserta. S'ode la voce di Mortella giù - per la scala che discende dalla terrazza di sopra. - - _La voce di Mortella._ - -Addio, addio, Rondine! Addio, Gentucca! - - S'ode la voce della Rondine rispondere di giù, chiara e fresca, - mentre Mortella varca la soglia, traversa il ripiano, sale i tre - gradi, corre alla balaustra e si sporge per salutare anche una - volta. Ha la sua veste bianca e i suoi sandali. - - _La voce della Rondine._ - -Buona sera, Mortella! A domattina, a domattina, per tempo! Sarò là per -l'ora della messa. Ti porterò i gigli dell'Olmatello: un gran fascio. - - _Mortella._ - -Addio, cara cara la mia Gentucca! Sii felice, sii felice! Non ti -dimenticare della tua Mortina. - - _La voce della Rondine._ - -Buona sera! Buona notte! Dormi, dormi bene, stanotte. Va presto a letto. -Voglio che tu dorma. Intendi! - - _Mortella._ - -Dormirò, dormirò. - - _La voce della Rondine._ - -E svégliati con un viso «fatto d'una rosa». - - _Mortella._ - -Mi sveglierò, mi sveglierò. - - _La voce della Rondine._ - -Non ti vedo più. Spòrgiti. - - _Mortella._ - -Addio. - - _La voce della Rondine._ - -Ah! Mortella, Mortella! Guarda, guarda il buono augurio! Alza il capo. -C'è un filo di luna nuova alla tua sinistra: la luna a manca! - - Mortella leva il capo e guarda verso quella parte del cielo ove - s'inarca il novilunio di giugno. - -Buona sera! Buona sera! - - La voce s'allontana. Mortella si sporge ancor più e - s'accommiata. - - _Mortella._ - -Addio! Addio! - - In questo punto la madre appare alla porta della branca che - monta dalla terrazza di sotto. È ansante e sconvolta, quasi - irriconoscibile, tanto la disperazione la sfigura. - - _Costanza._ - -Mortella! - - La figlia sobbalza alla voce improvvisa, e si volge. La madre si - slancia verso di lei. - -Ti trovo finalmente! Perché sei fuggita? perché m'hai lasciata così? -T'ho cercata da per tutto. Mi sono trascinata da per tutto. Non so come -non sia morta di schianto. Figlia, figlia, aiutami, che non ne posso -più! - - Ella s'abbandona sul sedile di pietra, come in punto di venir - meno. - - _Mortella._ - -Ah, mamma, perché vuoi essermi tremenda fino all'ultimo? Come ti posso -aiutare? che cosa ancóra ti posso dire? Sono fuggita, sì, perchè so -resistere a tutto e non resisto alla tua presenza. Dal giorno che ho -pensato contro di te, mi sono recisa da te. Ora il dubbio è divenuto -certezza. E tu non ti discolpi. E sono io che debbo fuggirti e tu -m'insegui; mentre, se io fossi in te, vorrei già trovarmi alla fine del -mondo. - - _Costanza._ - -Alla fine di tutto io sono, né viva né morta. E io, che t'ho messa al -mondo, ora concepisco l'inconcepibile: il bene di non essere nata, la -felicità del non essere. Se ti cerco, se t'inseguo, è soltanto per dirti -che quel che tu pensi contro di me è peggio del tradimento, peggio -dell'assassinio.... - - _Mortella._ - -Povera! Povera! - - _Costanza._ - -Non avevo compreso. La prima volta, là, nella tua camera, dianzi, quando -ti supplicavo di non lo vedere, di non gli parlare, veramente non avevo -compreso. Te lo giuro. Mi dicevi: «È vero, quel che tu sembri ora?». Non -sapevo che, non imaginavo che. Ero fuori di me, ero vuotata dalla -vertigine. Ti vedevo sfigurata come in un sogno di paura e di ruina. -Vedevo muovere le labbra; e le parole che udivo erano senza senso. Già -tutta la mia vita era fissa nello spavento della divinazione, ma -riconoscere questa nuova atrocità non potevo. Te lo giuro. Non avevo -compreso; né la seconda volta, or ora. Ero quasi tramortita dal colpo, -annientata, a terra. Le parole che tu m'hai gridate, io le ho udite come -in un turbine, come in un tuono. Che potevo rispondere? Sei fuggita, -forse per non calpestarmi.... - - _Mortella._ - -Ah, risparmiami! - - _Costanza._ - -Mi sono rialzata, son tornata in me (l'eccesso del dolore sembra -interrompere il dolore); e ho riudito dentro di me le parole buie, e un -lampo m'ha percossa. Ho compreso.... Tu m'accusi di essere la sua -complice, d'aver conosciuto e secondato il suo disegno, d'averlo aiutato -a uccidere.... - - _Mortella._ - -Non posso ascoltarti. Se séguiti, mi lascio cader giù. - - _Costanza._ - -No. M'ascolterai. M'accusi di questo? È questo che pensi? è questo che -dici? - - _Mortella._ - -Sì. - - La madre vacilla come se, colpita sotto la mammella, fosse per - rovesciarsi su le lastre. Mortella fa l'atto istintivo di - sorreggerla; ma esita vedendo che non cade, e non la tocca. La - voce della madre è simile a quella ch'esce dalla gola arida dei - feriti coraggiosi cui l'animo tien luogo di soffio. - - _Costanza._ - -Lo vedo. Non è dubbio in te, omai è certezza. Non si tratta che -d'uccidere, qui. Mi guardavi come chi giudica la forza del colpo, e -credevi ch'io stessi per cadere, ma ti trattenevi dall'avvicinarti e dal -toccarmi, tanto per te sono impura e infetta. - - _Mortella._ - -Mio Dio, mio Dio, ma che vuoi dunque ch'io faccia? Vuoi che ti chieda -perdono? vuoi che ti baci le mani? Io sono in un mondo e voi siete in un -altro? C'è una verità o non c'è? È vero o non è vero quel che fu -commesso? Qualche ora fa, un assassinio vile era trasmutato in un -sacrifizio eroico. Ed ecco, tu mi rimproveri di non averti presa fra le -mie braccia teneramente! - - _Costanza._ - -No, no, t'inganni. Non tento di salvarmi, non voglio essere salvata. Non -vedrò la luce di domani. Non penso che la mia miseria potrebbe -sopportarla, come tu non pensi che il tuo odio possa renderti quel che -hai perduto. Non sono all'orlo del buio ma già dentro, più della metà. -Ascoltami, poiché la vita t'è venuta a traverso il mio povero corpo, a -traverso la mia carne straziata. Il mio corpo non conta più, è già steso -a terra. Mi sollevo dalla mia carne come dalla bara. L'anima mia intiera -è davanti a te, e nulla più ti nasconde. Te lo dico: quel che tu pensi -non l'ho fatto. Sono una sciagurata, un'insensata; ho in me e dietro di -me tutte le sciagure e tutti gli errori; ma non mi sono macchiata di -quella infamia. - - _Mortella._ - -Che prima di morire mi sia dato di crederti! È la mia preghiera ultima. - - _Costanza._ - -Credimi, credimi. Non senti la mia voce? Per un attimo, cessa di serrare -il tuo cuore, rompi la durezza che lo fascia, per un attimo! Prendo su -me tutto, e non quello. Ho peccato di passione ma non di nequizia. Se mi -sono perduta davanti a te, non mi sono perduta davanti a me stessa. La -tua accusa coperta e palese, da prima l'ho creduta una follia, una forma -di delirio. E poi ho cominciato a tremare, senza osare di fissarla. Ed -ecco, a un tratto, ne muoio. Ma ho tutto ignorato. Non ebbi alcun -sospetto allora, né poi. Nulla mi fu confidato né confessato. E che -cosa, in quel tempo triste, poteva essermi apposta, se la mia -sollecitudine non venne mai meno, se la mia assistenza non si rilasciò -un'ora, se volli compiere il mio dovere fino all'estremo? - - _Mortella._ - -Ah, non dir questo, non lo dire. Altrimenti, come ti crederò? Come ora -ti posso credere, se mostri d'aver perduta la memoria di tutto quel che -fu male? - - _Costanza._ - -In che mancai allora? - - _Mortella._ - -Tanto sei smemorata! E mi domandi un atto di fede? Ti prego, ti prego: -lasciami alla mia sera. Lasciami serbare il mio silenzio, col pugno su -la bocca. - - _Costanza._ - -Non si può. Quest'ora non tornerà mai più. - - _Mortella._ - -M'ero purificata. Non vedi? Ho la mia veste bianca, e un comandamento -dentro di me, a cui devo obbedire. Avevo ripetuta la parola santa: -«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice». Bisogna dunque -che lo beva? - - _Costanza._ - -E bisogna che io beva la mia parte: tutta la feccia. - - _Mortella._ - -Sia. Troppo grandi occhi tu m'hai fatti, e hai trascurato di mettere nel -mio sangue la smemoraggine. Già, nel difenderti, tu avevi tentato di -dimostrarti irreprensibile prima della sventura, fedele a lui vivente se -pur infedele alla sua memoria. Ora tenti di nuovo, povera, dopo aver -detto che l'anima tua intiera è davanti a me! - - La madre si smarrisce, si perde, agitata da un tremito che la - dissolve. La voce le manca. - - _Costanza._ - -Non è così? - - _Mortella._ - -Ho respirato il fuoco. M'hai fatto respirare un orribile fuoco. - - _Costanza._ - -Dio, Dio! - - _Mortella._ - -Credi tu, o vuoi ch'io creda, ch'egli volgesse il viso contro il muro, -senza vedere, senza sapere, ignaro di tutto? Ma il più leggero dei tuoi -passi intorno al suo letto lo faceva soffrire peggio che se tu avessi -camminato sul suo petto con piedi di bronzo. - - _Costanza._ - -Ah, che ho fatto! - - _Mortella._ - -Anche prima, anche prima che la malattia lo inchiodasse nel letto, certe -sere, quando era solo con me, all'improvviso mi stringeva tra le sue -braccia con una disperazione che faceva per me la notte su tutta la -terra e oscurava tutto l'avvenire. Non parlava ma stringeva più forte. E -sentivo cadere le sue lacrime sul mio capo... Ah, un anno di vita -miserabile non m'avrebbe maturata come ciascuna di quelle. Rientrando a -casa con lui, mi pareva di tornare dal fondo del dolore, sfiorita, senza -più giovinezza. Che altra ghirlanda avrei potuto portare, dopo? Sono -qui, quelle lacrime, sono qui dentro, tutte, indurite, divenute diamanti -che tagliano. - - _Costanza._ - -Non sapevo, non sapevo... - - _Mortella._ - -Non sapevi ch'egli t'amava, che tanto t'amava? che aveva messo in te le -radici della sua vita? che ti considerava come la sua compagna e come la -sua creatura, come la sua opera e come il suo premio? - - _Costanza._ - -Ah, cessa! - - _Mortella._ - -Non sapevi che t'amava come oggi mio fratello ama la sua donna? Perché -mio fratello, tuo figlio, l'ama la sua donna, senza rimedio. Là, nella -mia stanza, prima che tu entrassi, ho sentito tremare il suo cuore -sgomento sotto l'ombra che gli facevo per provarlo. «Ah, no, no!» -balbettava, sconvolto. «Sparirei, morirei». E quel che fu fatto contro -il suo padre, sarà fatto contro di lui. Tu l'hai preparato, tu l'hai -voluto. - - _Costanza._ - -Non è vero, non è vero! Non può esser vero anche questo. Dio, Dio, che -farò? Morire non basta. - - _Mortella._ - -No, non basta. - - _Costanza._ - -Figlia atroce, creatura di spasimo, quanto urlai, quanto mi travagliai -per metterti al mondo! E mi sembra di partorirti un'altra volta dal mio -terrore. - - _Mortella._ - -S'è vista una madre cullare una bara. - - _Costanza._ - -Ma nessuna portare un cuore più peso. Tu sei stata in me, hai vissuto in -me, più profonda del cuore, più dolce del latte. Ti sentivo palpitare a -quando a quando, come la vena della felicità, stando seduta, senza -pensieri, quasi assopita, col sole su i cigli... Sei uscita da me, hai -pianto, hai sorriso. Il segno del mio legame tu l'hai: è indelebile. E -ora sei là, quella stessa, quella della mia carne; sei là, grande, -oscura, ostile, carica di destino, piena di cose orrende, piena di cose -che tu sai e io non so, più esperta di me, perfino più triste di me, -forse, ora che sono diventata vecchia all'improvviso, ora che non ho più -nulla, ora che nessuno m'ama più, ora che ho fatto questo male... -Figlia, figlia, dimmi che non è vero! - - _Mortella._ - -Ancóra vuoi chiudere gli occhi! Ancóra vuoi essere illusa e risparmiata! -Tutto devi sapere. - - _Costanza._ - -Tu ne sei certa? Di che cosa sei certa? fino a che punto? - - Le parole le bruciano le labbra. Insofferente, Mortella si copre - la faccia con le mani. - -Sì, perché tu mi parli così, perché io osi interrogarti, bisogna bene -che tu ti sia recisa da me, che non vi sia più legame, né più ritegno, -né alcuna cosa intatta, né alcuna cosa pura, e che al rossore della -vergogna non manchi se non il sangue... Ma dimmi! - - _Mortella._ - -Dio guarisca i miei occhi prima di chiudermeli. - - _Costanza._ - -Ma è possibile questo? Se ho voluto ravvicinarmi, se ho supplicato, se -mi sono umiliata, l'ho fatto per la speranza di riprenderti e per il -bene di mio figlio, per l'amore del mio figlio buono, del mio figlio -dolce, di quello che non m'ha mai dato una pena, che non m'ha -disconosciuta mai, che non ha mai dubitato di me. Ed ecco, io, io -stessa, gli porto la sciagura nella casa ricuperata, io stessa gli getto -la mala sorte, gli conduco il nemico, lo dò legato al nemico.... Ah, è -possibile questo? Dimmi, dimmi. Io sono perduta, tu ti perdi; ma bisogna -che io salvi mio figlio, che tu salvi tuo fratello. Io e te non vogliamo -dar tutto per lui? - - S'ode improvviso salire dalla profondità della cappella un - preludio d'organo. Una commozione straordinaria illumina la - faccia della vendicatrice. - - _Mortella._ - -Ascolta! Ascolta! - - I grandi accordi sembrano salire su per gli antichi cipressi - frementi dalle radici alle cime. - -Chi parla? Di chi è questa voce? Mi passa per le ossa. - - _Costanza._ - -Sono tutta di gelo. - - Nel cielo mistico del vespro l'armonia solenne sembra ingrandire - la potenza degli alberi funebri. Tutta la selva digradante si - leva come una implorazione verso il presentimento della prima - stella. - - _Mortella._ - -Una cosa sola vive, nella sera, una sola: quella tomba. Non è una -pietra, è uno spirito. Non senti come ne tremano i cipressi, come ne -tremano le lastre dove posiamo i piedi? - - _Costanza._ - -Che luce hai nella faccia! Com'è bianca la tua veste! Mortella! -Sacrificami. - - Ella va verso la figlia come per offerirsi. - - _Mortella._ - -No, non voglio che tu mi tocchi. - - _Costanza._ - -Ti giuro, ti giuro che non sono quella che ti sembro. - - _Mortella._ - -Va a pregare. - - _Costanza._ - -Te lo giuro: non sapevo, no, non sapevo di aver dato la mia anima a un -assassino. - - _Mortella._ - -Lasciami. Non posso perdere la mia sera. Lasciami sola. È tempo. Va a -pregare. - - Il preludio cessa. Il rombo dell'ultimo accordo si prolunga su - per i cipressi. Poi si fa alto silenzio. - - _Costanza._ - -D'ogni male mi tengo colpevole, pronta a espiare in ogni modo, e con -tutta me e per vita e per morte e oltre; ma dell'infamia che mi apponi -sono monda. Vieni, vieni. Te lo dirà colui che ha ucciso. - - _Mortella._ - -Non mi toccare. Lasciami. Non voglio più nulla udire, più nulla sapere. - - _Costanza._ - -Bisogna che tu venga con me, che tu lo cerchi con me, che tu non ti -ricusi alla verità. - - _Mortella._ - -Non credo, non posso più credere. Tutto è inganno, tutto è menzogna. -Lasciami! Lasciami sola! Perché mi profani? - - La madre, nel contrasto, sente sotto la sua mano la durezza di - un'arme corta e sottile, nascosta nelle pieghe della veste - bianca, entro la cintura. - - _Costanza._ - -Che hai qui? - - _Mortella._ - -Ora mi frughi? Non voglio. - - Ella si dibatte, e respinge le mani insistenti. - - _Costanza._ - -Mortella, Mortella, che hai qui? che nascondi? - - _Mortella._ - -Non voglio essere frugata. Lasciami. Bada! Non mi spingere all'estremo. - - Ma la madre non desiste. Ha già messa la mano su l'arme, e cerca - di strapparla via. - - _Costanza._ - -Ah, è lo stiletto, è la misericordia! Perché lo porti addosso? che vuoi -fare? Dammelo! - - _Mortella._ - -No, no! Bada! - - _Costanza._ - -Dammelo, Mortella! - - _Mortella._ - -No! - - Lottano, anelanti, l'una strozzata dall'ambascia, l'altra - dall'ira. - -Lascialo, o ti mordo la mano, o non so quel che faccio. Ah! - - La madre è riuscita a strapparle l'arme; e balza indietro, - tenendola serrata nel pugno. Entrambe ansano; ma la figlia è - sfigurata da un'ira selvaggia, addossata alla balaustra, tutta - bianca sul nero dei cipressi. - - _Costanza._ - -Figlia, figlia, che volevi fare? - - Ella le parla sommessa, con le mascelle malferme, atterrita - dall'aspetto di quella furia vertiginosa. - - _Mortella._ - -Se sùbito non mi rendi quell'arme, mi getto di sotto, a capofitto. -Pòsala, e va via. - - Ella ponta le due mani su la pietra della balaustra e s'inarca - indietro, verso il vuoto, pronta al salto, con una risoluzione - così violenta nella minaccia e nell'atto che la madre si piega, - tende verso di lei la mano, fa qualche passo curva, come - strisciando su le lastre, e posa la misericordia - dall'impugnatura d'oro che brilla. Non ha ancora ritratta la - mano e non s'è rialzata ancóra, né la figlia ha mutato - attitudine, quando s'ode un passo alla soglia della porta - destra, e appare Gherardo Ismera. - - Sembra ch'egli venga in cerca di qualcuno; e da prima non - s'accorge della presenza di Costanza e di Mortella su la - terrazza già tutta occupata dall'ombra folta dei cipressi. - Chiama a voce bassa, esitando. - - _Gherardo Ismera._ - -Giana! Giana! - - Rapidissima, la donna si risolleva e mette il piede su l'arme - rimasta a terra, nascondendola. Così, diritta, attende in - silenzio. - - Gherardo Ismera s'avanza, sta per salire i gradi; e ancora lo - scuro della sera l'inganna, che egli ripete per la terza volta - il nome. - -Giana! - - Scorgendo la donna su la terrazza, ha un sussulto improvviso e - si arresta. - - _Costanza._ - -Non è Giana qui. Sono io qui, e c'è mia figlia. Stavamo per venire a -cercarti. - - _Gherardo Ismera._ - -Eccomi. - - Egli ha già raccolte le sue forze, sapendo che l'ora dell'ultimo - combattimento è venuta. - - _Costanza._ - -Dio vuole che mia figlia mi sia testimone in quest'ora. Dio vuole che -l'ombra copra un poco quest'orrore e mi veli un viso inumano che certo -non avrei potuto fissare alla luce del giorno senza averne gli occhi -abbuiati e il cuore spento. - - Non v'è alcuna violenza nella sua voce, ma una gravità che - sembra dare a ogni parola un peso di sangue e di lacrime. - - _Gherardo Ismera._ - -Anch'io ho temuto, se bene tanto più forte. Anch'io ho tremato di pietà -e -- lo confesso -- ho tentato di differire. Né m'attendevo questa -testimone a un colloquio supremo che la passione filiale non può -sopportare né intendere. Sottomettermi a un giudice, qualunque sia, non -posso. L'ho già detto. Ma tu non giudicherai. Non si giudica il destino -che ci martella e ci foggia. L'albero non giudica il fuoco che lo arde. -E, se un atto terribile fu commesso, tu anche eri curvata sotto la -necessità che lo volle. - - _Costanza._ - -Nessuna parola dubbia, nessuna parola ambigua. La verità, la verità -nuda! Sono accusata anch'io. Dinanzi a quegli occhi fissi che ci -guardano dal fondo dell'eterno, io sono la complice: ho aiutato a -uccidere, ho sorretto la mano micidiale, ho vissuto a fianco -dell'uccisore, l'ho ricondotto qui per rinnovare l'infamia, gli ho messo -nelle branche un'altra preda, ho preparata un'altra rovina. È questa -l'accusa. La ripetono quegli occhi inesorabili. Se mi vale l'aver data -tutta me stessa senza misura e senza pausa, se mi vale tanta cecità nel -credere, tanto ardore nell'obbedire, tanto sforzo nel superarmi, se mi -vale l'aver amato e servito l'amore di là dalla speranza e dalla -disperazione, se mi vale infine questo annientamento fulmineo di tutto -ciò che fu la mia ragione di vivere e di tremare, ti domando di dire la -verità dinanzi a questa testimone del mio sangue e del mio spirito. - - _Gherardo Ismera._ - -Mia povera donna, quest'ombra non basta. Anche la notte sarebbe troppo -chiara. E che altro vorrei fare, che altro potrei, se non velarmi la -faccia ed entrare nel silenzio che tutto assolve e tutto cancella? V'è -un'anima che non potrà mai discoprirsi, un segreto che non può esser -dato e ricevuto se non da pari a pari, un potere più antico della -Necessità e del Tempo, e anche qualcosa del domani non nato. Ora non -sopporto l'agonia ma affretto il trapasso. Che volete fare di me per -placarvi? Mortella, com'è bianca la tua veste su la soglia della tua -sera. Me l'avevi promessa. - - Dalla cappella profonda sorge di nuovo l'armonia dell'organo e, - come condotta dal fremito dei cipressi, spazia di cima in cima - per l'azzurro violaceo del vespro. - - _Costanza._ - -Ascolta. Ora anch'io lo so, anch'io lo sento. Una sola cosa vive: quel -sepolcro, laggiù, che si riapre. Ora lo so: dov'è il sepolcro, là è la -resurrezione. Il padre e il figlio sono laggiù, una sola vita in ogni -accordo, una sola tristezza in ogni armonia; e l'uno palpita nell'altro, -l'uno si rivela nell'altro. Sento fremere la pietra sotto i miei piedi. -E guarda, guarda che chiarore in quel viso muto! Che hai fatto? Come hai -ucciso? Perché hai ucciso? Parla! - - Egli volge lo sguardo intorno, al cielo, agli alberi, alla - pietra, alla creatura impietrita, alla sua donna anelante. La - sua voce da principio è lenta, rotta dal soverchio - dell'ambascia. - - _Gherardo Ismera._ - -Se il suo spirito è presente, se questa grande cosa che riempie la sera -è la sua anima veggente, se la mia stessa ambascia m'avverte ch'egli m'è -vicino, gli domando di assolvermi dal fallo che commetto contro di lui -rivelando il segreto ch'egli volle suggellare in me col giuramento. - -Sì, Mortella, io l'ebbi pel compagno diletto della mia giovinezza, per -l'unico fratello dell'anima mia. Il dono di vita, fatto in piedi, fu -ricevuto in ginocchio; e la vita fu ringraziata. Capace di tutte le -bontà, chi ebbe un cuore più virile? Talvolta la nostra amicizia fu una -milizia, e talvolta una creazione. E nessuno dei due misurò quel che -diede, quel che ricevette. Mi dia egli ora il coraggio di parlare della -cosa tremenda dinanzi alla creatura ch'egli ebbe come il fiore leggero -della sua malinconia... È vero, Mortella, nessuno è padrone della sua -vita e della sua morte. - -Si vive per anni accanto a un essere umano, senza vederlo. Un giorno, -ecco che uno alza gli occhi e lo vede. In un attimo, non si sa perché, -non si sa come, qualcosa si rompe: una diga fra due acque. E due sorti -si mescolano, si confondono e precipitano. Così fu di noi. Costanza, -Costanza, t'ho amata, t'ho amata! Ricordatene. - - Come radicata pel piede nel sasso costretta a quella spaventosa - immobilità, ella è simile ai cipressi che di continuo fremono - nella musica sacra e nel vento vespertino. - -Rivedo i suoi occhi. Mi guardano ancóra. Sono i tuoi, Mortella; si sono -riaperti in te. C'è il suo sguardo dietro il tuo sguardo. Che cosa la -mia vita poteva nascondergli? Né la sua a me. I nostri silenzii erano -più chiari dei nostri pensieri. La fatalità inaspettata e inevitabile ci -era sopra. E, come se non fosse abbastanza atroce, la malattia inchiodò -la sventura consapevole. Il vento dissipa talvolta anche la nube che -abbiamo dentro. L'angoscia lo respira. Ma no: quattro pareti chiusero la -lotta. Un'orribile certezza stette sopra un guanciale inerte. E un -giorno egli mi disse, fissando in me la sua certezza: «Bisogna che io -muoia, o che tu muoia. Quel che è, è irreparabile. Sento che questo male -non mi perdona. Ma, perché io ti perdoni, bisogna che tu affretti il -destino. Ho, per finirmi, un'arme sicura e bella trasmessami dai miei -vecchi. Non mi vale. Bisogna che nessuno sospetti, che nessuno indovini. -Fa che stasera la puntura sia mortale... Tu mi devi questo, me lo devi. -Per riscattarti, tu non hai che questo prezzo. È il prezzo che -t'impongo, da pari a pari. Non ne conosco di più terribile». Ah, che -altro può affrontare un cuore d'uomo? e che posso io temere nel mondo e -di là? di che cosa posso io tremare? - -«Che la tua mano non tremi! Che il tuo polso sia fermo!». Così diceva. E -la sua volontà tagliava ogni parola come il diamante invincibile. E, -come i suoi occhi erano ne' miei occhi, la sua volontà diveniva la mia -volontà e reprimeva in me ogni moto umano, e la compassione di lui e di -me, e l'orrore della nostra forza, e la mia vertigine dinanzi al -sacrifizio ch'era di là dall'amicizia e dall'amore, più alto della vita, -più profondo della morte. «Se non vuoi che il mio sangue ricada su te e -su quella che t'ama e che tu mi togli, liberami dalla mia disperazione, -per una sola stilla. Affretta il destino. È il prezzo del riscatto. -Voglio». - -Ah, quelle mani d'assassino vile che avete creduto d'intravedere in -quello specchio infamante, e quella faccia senza colore china su la -frode abominevole! Io ho presa la mia vita, col dolore, con l'amore, con -la colpa, col rimorso, col peso di tutti gli anni e di tutti i mali, con -la vergogna e con la bellezza, con la menzogna e con la verità; tra -queste due mani l'ho presa e l'ho sollevata là donde l'anima non può più -ritornare. Che volete da me? - - Protesa, fremente, ardente, Mortella ha seguìto la confessione - senza battere le palpebre. Ora si lancia con un grido. - - _Mortella._ - -Ah, un flotto per quella stilla! - - Si curva e striscia ai piedi della madre, come per raccogliere - il ferro. Ma la madre le abbranca il braccio e la tiene, con una - forza ineluttabile. - - _Costanza._ - -Figlia, figlia, guarda! Il mio amore, la mia passione, la mia -perdizione, tutta me, ecco, te l'offro. E a te, figlio! - - Fulminea, si piega, toglie di sotto al suo piede l'arme e si - getta contro l'uomo per colpirlo. - - _Gherardo Ismera._ - -Chi vendichi? - - Egli non ha indietreggiato, né ha fatto un sol gesto, ma guarda - fiso la sua donna che sotto quello sguardo ha un attimo - d'esitanza. Selvaggiamente Mortella l'incalza. - - _Mortella._ - -Uccidi! Uccidi! - - _Costanza._ - -L'amore. - - Ella ha risposto a voce bassa vibrando il colpo nel petto - dell'uomo e lasciandovi il ferro. Balza indietro perdutamente, e - lo guarda barcollare. - - _Gherardo Ismera._ - -Amico, fratello, tu mi vedi. - - Egli trattiene lo spirito nella ferita con uno sforzo sovrumano. - La notte dei cipressi è sopra la sua fine. Il rombo dell'organo - si propaga alla pietra dov'egli è per piombare. - -Torno presso di te... Voglio che la mia anima abbia la forza di condurre -il mio corpo fino alla tua pietra... Tu lo dicevi: un coraggio di -solitario, un coraggio di aquila... Nessuno sa, nessuno comprende... La -scintilla d'un dio la cercherò nella tua cenere... Voglio... voglio -andare a lui... io solo... - - Egli si muove, fa qualche passo vacillante, mette il piede su - l'orlo del primo gradino. La morte gli annoda le ginocchia, gli - lega la lingua. Egli stramazza e rotola fin quasi alla soglia - della porta ond'era venuto. - - La sua donna è caduta in ginocchio, come falciata dal terrore, - incapace di accorrere, incapace fin di trascinarsi. - - _Costanza._ - -Ti amo, ti amo! Verrò dove sarai... - - Disperatamente ella tende le braccia, poi si rovescia indietro. - Mortella si piega su lei, con un movimento divino di pietà e di - dolore. - - _Mortella._ - -Madre, madre, bacio la tua mano, bacio questa mano! - - S'ode per la scala la voce affannosa di Giana Guinigi. - - _La voce di Giana._ - -Mortella! Mortella! Chi ha gridato? Ho sentito gridare. Mortella, dove -sei? Chi è là? - - Mortella corre verso il cadavere. Si toglie dal collo il lungo - velo bianco e gli copre il viso. Poi strappa il ferro dalla - ferita. Giana appare alla soglia, scorge il corpo attraversato, - si curva, lo palpa; ritrae le mani rabbrividendo. - -Ah, è sangue! Chi l'ha ucciso? - - Costanza Ismera sorge dal suo tramortimento, simile nell'aspetto - a quelle anime che, per rispondere nel dì novissimo, - ricompongono le loro ossa e le loro carni intorno al loro - spavento. - - Ma Mortella, tutta bianca, mostrando nel pugno la misericordia - insanguinata, grida la sua vendetta. - - _Mortella._ - -Io! Io l'ho ucciso, con questo. - - EXPLICIT DRAMA. - - - - - Nota del Trascrittore - - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le -grafie alternative (lugubre/lùgubre, mania/manìa, subito/súbito/sùbito e -simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FERRO *** - - - - - A Word from Project Gutenberg - - -We will update this book if we find any errors. - -This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/37849 - -Creating the works from public domain print editions means that no one -owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and -you!) can copy and distribute it in the United States without permission -and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the -General Terms of Use part of this license, apply to copying and -distributing Project Gutenberg(tm) electronic works to protect the -Project Gutenberg(tm) concept and trademark. 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