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- Il ferro
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-Title: Il ferro
-
-Author: Gabriele D'Annunzio
-
-Release Date: October 25, 2011 [EBook #37849]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FERRO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
-Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
-
- IL FERRO
-
- DRAMMA IN TRE ATTI
-
- DI
-
- GABRIELE D'ANNUNZIO
-
-
- MILANO
-
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1914
- *Secondo migliaio.*
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA. -- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-
- Copyright by Gabriele d'Annunzio, 1914.
-
- È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il
- consenso della Società Italiana degli Autori.
- (_Articolo 14 del Testo unico 17 settembre 1882_).
-
- _Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa opera che non
- porti il timbro a secco dell'autore._
-
-
- Milano. -- Tip. Treves.
-
- ----
-
- ALLA MEMORIA
- DI
- _Gigliola de Sangro_.
-
- ----
-
-
-
-
- INDICE
-
-
- IL PRIMO ATTO.
- IL SECONDO ATTO.
- IL TERZO ATTO.
-
-
-
-
- DRAMATIS PERSONÆ.
-
- _Gherardo Ismera._
- _Bandino Guinigi._
-
- _Costanza Ismera._
- _Giana Guinigi._
-
- _Mortella._
- _La Rondine._
-
- _La Salvestra._
- _I Due Servitori._
-
-
-
-
- IL PRIMO ATTO.
-
-
-Al piano terreno d'una vecchia villa toscana, in altri tempi costrutta a
-emulare la magnificenza medicea e la copia d'acque e di cipressi
-tiburtina, appare una sala rotonda, arieggiante quella dal Sanzio
-disegnata per Giulio de' Medici su la pendice del Monte Mario, fatta di
-due absidi laterali a pilastri e a nicchie, collegate qui
-dall'architrave d'una larga apertura rettangolare onde si scopre un
-vestibolo a tre arcate in vista d'un giardino simmetrico.
-
-Nel mezzo di ciascun semicerchio è una porta nobile ma non grande. Nel
-centro del diametro, a sinistra, un piedestallo di cipollino sostiene
-una statua dell'Abondanza nella maniera del Tribolo, mentre a destra
-l'altro simile piedestallo regge il torso consunto d'una Musa tunicata e
-cinta che nessuno attributo distingue.
-
-Dietro gli allori che tonduti a foggia di palla sorgono dai grandi orci
-invetriati fra pilastro e colonna, il giardino si mostra co' suoi
-spartimenti orlati di bossolo, senza screzii di fiori, esatto come
-un'opera di tarsìa, chiuso intorno da altissime siepi di càrpini. Una
-fontana senz'acqua, in forma di navicella, arieggiante quella
-aldobrandina, sta dinanzi al portichetto, rempiuta di terriccio ove
-s'appiglia il giaggiolo giallo e la rosa scempia tra la mal'erba.
-
-È un pomeriggio torbido della fine d'aprile. Già spiove, dopo l'acquata.
-Uno sprazzo di sole indora in sommo le lunghe mura bronzine che fa la
-verdura perenne.
-
-
-
-
- ----
-
- Mortella è sola, pensierosa, inquieta. Movendosi per la sala,
- s'è soffermata dinanzi al piedestallo del Torso. Udendo una
- chiara voce che di fuori la chiama a nome, si scuote e si volge.
- Lesta e vivace come un uccello, una fanciulla sale i gradini ed
- entra nel vestibolo, affannata e ridente, vestita di bianco e di
- nerazzurro con grazia.
-
- _La voce._
-
-Mortella, Mortella, sei là?
-
- _Mortella._
-
-Oh, la Rondine!
-
- Le va incontro, rischiarata.
-
-Di dove vieni, Gentucca? Entra! Entra!
-
- _La Rondine._
-
-Non ho più fiato. Non mi baciare. T'infradici. Son tutta molle. Che
-scroscio d'acqua! M'ha presa al cancello. Avevo un bel correre sotto le
-pergole e su per le terrazze...
-
- _Mortella._
-
-Come sei fresca! Sai d'acquazzone, di bossolo e di mughetto. E il cuore
-ti batte in gola, Rondinina. Riprendi fiato. Vieni. Pòsati.
-
- _La Rondine._
-
-Ah, non posso. Son corsa su per un attimo, soltanto per guardarmi un
-momento ne' tuoi occhi. Ho lasciato giù Enzo, sai.
-
- _Mortella._
-
-Enzo è venuto?
-
- _La Rondine._
-
-Sì, stamattina.
-
- _Mortella._
-
-Per ciò scoppii d'allegrezza e sembra che mi sguisci di mano. Ti tengo
-per le ali.
-
- La tiene per gli omeri, quasi la scrolla. Poi le parla più
- basso, con la voce alterata, con una sorta di salvatichezza
- improvvisa, che sùbito cede.
-
-Sei felice? sei felice?
-
- _La Rondine._
-
-Ah, Mortella, Mortella!
-
- _Mortella._
-
-Sei felice? Ora hai il sangue del viso trasparente come quando si guarda
-una mano contro il sole.
-
- _La Rondine._
-
-Sei tu bella. Non t'ho mai vista così.
-
- _Mortella._
-
-Come puoi dir questo, Rondinina?
-
- _La Rondine._
-
-Forse è la luce. Oggi c'è non so che altra luce. Non vedi? Pare che
-tutto cambii. Ora scopro che hai le sopracciglia più folte. Si
-congiungono quasi. Come ti sei fatta seria, sparvieretta! Ora si direbbe
-che tu abbi voglia di piangere.
-
- _Mortella._
-
-Voglia di partire, di partire!
-
- _La Rondine._
-
-Già?
-
- _Mortella._
-
-Tu e il tuo fidanzato dove andate stasera?
-
- _La Rondine._
-
-Oh, non lontano!
-
- Sospira.
-
- _Mortella._
-
-Io vorrei scalzarmi, e andarmene sola per certe viottole che non ho
-rivedute ancóra, camminare lungo una siepe dove sia rimasto a rasciugare
-un bucato di poveri, fare una carezza a un bambino sperso, ascoltare la
-campana d'una pieve, il verso d'un chiù, il fischio d'un treno, il
-cigolìo d'un baroccio, non ricordarmi più del mio nome, fermarmi a
-chiedere un bicchier d'acqua in un casale dove la vecchia accenda in
-punto la lucerna, e poi più in là cadere con la faccia contro terra...
-
- _La Rondine._
-
-O malinconia! Perché, Mortina? E io che ti credevo tanto contenta
-d'essere rivenuta alla Guinigia, dopo questi tre anni!
-
- _Mortella._
-
-Tu sei piccola, Gentucca: tu sei una rondinella bianca e nera. Tu hai il
-tuo piccolo cuore gonfio di primavera. Respiri come in una storia
-inventata. Non capisci. Io parlo della vita.
-
- _La Rondine._
-
-Oh!
-
- _Mortella._
-
-In questi tre anni io mi sono tanto mutata che mi par quasi di portare
-un altro sangue. Tu non sei mutata affatto, e quasi non ti riconosco.
-
- _La Rondine._
-
-Veramente!
-
- _Mortella._
-
-Tu non puoi capire, Gentucca.
-
- _La Rondine._
-
-In fondo, sono più ocherella che rondine. Lo confesso. E poi tu lo dici
-chiaro. Ma insomma non sei contenta, ora, d'esser qui, di ritrovarti
-nella vecchia Guinigia tornata ai Guinigi, di non saper più in mano
-d'estranei la casa dove nascesti, dove t'è morto il tuo padre, e di
-rivivere qui tutti i tuoi ricordi, i nostri ricordi anche?
-
- _Mortella._
-
-I nostri... Ti rammenti di quell'imagine di Gesù che aveva la povera
-Miss Turner, con quegli occhi che da prima parevano chiusi, pieni
-d'ombra, e poi a poco a poco -- non si sapeva come -- s'aprivano e ci
-fissavano con uno sguardo insostenibile? Ogni volta tu sobbalzavi,
-gridavi di spavento e ti voltavi dall'altra parte.
-
- _La Rondine._
-
-È vero.
-
- _Mortella._
-
-Ritrovo qui certi ricordi scuri che pare aprano gli occhi allo stesso
-modo, e mi sembra d'aver qualcosa da gridare allora.
-
- _La Rondine._
-
-Come sei!
-
- Sembra un poco sbigottita.
-
- _Mortella._
-
-Allo stesso modo qui si sono riaperte le porte, si sono spalancate le
-finestre; e s'aspetta qualcuno. Le tende sbattono, i mobili scricchiano;
-e in ogni angolo qualcosa travaglia e si prepara.
-
- _La Rondine._
-
-Che voce t'è venuta!
-
- _Mortella._
-
-Forse ho in me una voce che non è la mia. Io stessa non la conosco. E
-ogni parola in ogni voce cangia di senso, di peso e di destino. Non sai
-tu che la Guinigia non fu riscattata se non per l'amore d'una voce? Mia
-cognata si risolse a ricomperarla perchè mio fratello pensava sempre a
-quel vecchio organo dei Serassi che è nella Cappella, a quel vecchio
-sollevatore e consolatore della sua adolescenza. Era la sua gran
-passione. Te ne ricordi? Ci mettevamo tutt'e due dentro il
-confessionale, a sentirlo sonare fughe mottetti ricercate del
-Frescobaldi, per ore ed ore.
-
- _La Rondine._
-
-Me ne ricordo. A volte si tremava nell'ossa. S'aveva freddo alla nuca,
-non so perché, come nel vento dei monti. La vetrata ci pareva di
-ghiaccio blu.
-
- _Mortella._
-
-Tu sai che mio padre è sepolto là, sotto la cantoria.
-
- _La Rondine._
-
-Dio l'abbia in pace.
-
- _Mortella._
-
-Il giorno che rientrammo qui, dopo tutte le cose tristi che sai e che
-non sai, Bandino non si teneva dall'impazienza. Sandro il fattore andava
-innanzi ad aprire gli usci. Non si guardava nulla. Ci s'affrettava. Si
-riconosceva ogni stanza all'odore, o al pavimento, o all'aria più fredda
-più calda, o a una soglia, a uno scalino. Quando s'entrò nella Cappella,
-io andai a gittarmi su la lapide ma Bandino salì subito all'organo.
-Sentivo sopra di me scricchiolare il legno, ronfare i mantici, gemere i
-registri; e pure non sapevo se la voce dovesse venire dall'alto o di
-sotterra, tanta era l'angoscia del mio cuore. Gli attimi parevano
-eterni. Mi veniva l'ansia di gridare: «Parla! Parla!». Ah, non ti so
-dire. Certo le dita di mio fratello vacillavano, e il suo petto era
-senza respiro. Allora fu, d'improvviso, come una lacerazione.... Non era
-la voce attesa, era un'altra! Anche l'anima dell'organo era sconvolta,
-sfuggiva, non obbediva più. Singhiozzavo sola su la pietra, e udivo mio
-fratello singhiozzare contro la tastiera; e non v'era più che quel
-pianto, là dove s'era già pianto.
-
- _La Rondine._
-
-Mortina, Mortina, come sei triste! Quasi più che quando partivi. Che
-hai? che hai? Ti passerà. È vero che aspetti qui tua madre? che vi
-riconciliate con lei... e con suo marito? Perdonami se m'ardisco di
-domandartelo.
-
- _Mortella._
-
-Bandino vorrebbe... Credo. Non so.
-
- Si scurisce in viso e si acciglia, per un attimo.
-
-Io, per me, non ho voglia se non di prendere una via, una via qualunque,
-che conduca in qualche parte dove...
-
- _La Rondine._
-
-Dove ti venga incontro il tuo amore e ti comandi: «Vieni con me». Oh,
-dimmelo. Confidati. Ti senti così perché sei innamorata?
-
- _Mortella._
-
-Gentucca pazza!
-
- _La Rondine._
-
-Non me lo vuoi dire? Hai dovuto lasciare qualcuno, laggiù? Ne soffri? È
-questo il tuo male?
-
- _Mortella._
-
-Che pazzia!
-
- _La Rondine._
-
-Veramente, non ami? Non hai amato mai, da che non t'ho più veduta?
-Dimmelo, a me sola. Confìdati.
-
- _Mortella._
-
-Che è l'amore? Dimmelo tu. Io non lo so.
-
- _La Rondine._
-
-Che altro c'è nel mondo? Ma tu lo sai. Almeno l'amore di Giana e di
-Bandino non lo vedesti nascere? non l'hai ora sotto gli occhi ogni
-giorno?
-
- _Mortella._
-
-Quel che è troppo vicino, non si vede. E poi Giana...
-
- _La Rondine._
-
-Giana...
-
- _Mortella._
-
-È nata di notte. È buia, chiusa. Non ci si scorge nulla, non ci si
-scopre nulla di chiaro, nulla di sicuro. Non si sa. Certe volte, quando
-arriva, sembra che abbia lasciato a mezzo un'opera d'incanti o la trama
-d'una congiura o un gioco pericolosissimo o una ricerca d'alchimia. Ti
-piace Giana?
-
- _La Rondine._
-
-Io non me l'imagino che in bautta. I suoi occhi lunghi guatano come di
-dietro alla mascherina di raso bianco.
-
- _Mortella._
-
-E il bello è che non sai se sotto il dòmino nasconda un'arma insidiosa,
-una piaga brucente o la lanterna d'Aladino.
-
- _La Rondine._
-
-E se nascondesse le tre cose insieme?
-
- _Mortella._
-
-Sarebbe anche più bello.
-
- _La Rondine._
-
-Ma vi volete bene.
-
- _Mortella._
-
-Molto. M'incanta.
-
- _La Rondine._
-
-Ora lasciami andare, Mortella. Enzo m'aspetta.
-
- La compagna la trattiene, con una maniera misteriosa, acuta e
- molle a volta a volta, sorridente e irridente.
-
- _Mortella._
-
-T'aspetta alla fontana della Navicella, o per la scala dei Delfini, o
-dentro una nicchia di càrpini. La Guinigia dev'esser dolce a chi ama. Tu
-non m'hai ancor detto che sia l'amore. Bene, dimmelo, Gentucca, tu che
-lo sai. Enzo è là, non se ne va. Dianzi tu parlavi con me e non
-ascoltavi che lui. Pare tu lo senta con quella gota ch'è volta dalla
-parte del giardino. Hai tutta l'anima su quella mezza faccia. Sei una
-pèsca partitoia, come dicono a Siena: una pèsca spicca, divisa in due da
-sé. Lo senti con quella gota e con quella spalla; e il cuore ti batte a
-destra, ora. Sei tu che arrossisci, o è l'aria?
-
- _La Rondine._
-
-Mortella!
-
- Ella si copre di rossore. Con una grazia vergognosa, prende la
- mano della compagna e se la preme contro quella gota.
-
- _Mortella._
-
-Dimmi dunque che è, Gentucca.
-
- _La Rondine._
-
-Ora te lo dico.
-
- Ella pensa e s'indugia.
-
- _Mortella._
-
-Ebbene?
-
- _La Rondine._
-
-Non mi vien detto nulla.
-
- Ha un tono di lagno e il delizioso colore della sua ingenuità
- sensitiva, mentre cerca le parole con l'aria d'una educanda
- impacciata innanzi all'esaminante.
-
- _Mortella._
-
-Ora hai il viso fatto d'una rosa.
-
- _La Rondine._
-
-Ah, ecco. Mi sveglio, e sento che il mio viso è fatto d'una rosa e che
-la mattina quasi è meno nuova di me.
-
- _Mortella._
-
-E poi?
-
- _La Rondine._
-
-Poi mi metto a sedere sul letto, e sto là, proprio come al principio
-d'una storia inventata; e soltanto il pensare che i giorni son cresciuti
-di cinque ore mi dà l'allegrezza di non morir più; e mi pare che la mia
-vita mi fugga non so dove e che me ne venga continuamente una più dolce
-e più forte, non so di dove, e che l'anima mi si cambii in un'altra che
-è più mia della mia; e ho voglia, voglia di qualche cosa, e non so di
-che: e non ho nessun gusto in bocca ma conosco che v'è un sapore in me
-più buono che il sapore dell'aria e di tutte le cose buone del mondo...
-
- Ella s'interrompe, socchiudendo le palpebre, in uno smarrimento
- puerile.
-
- _Mortella._
-
-E allora?
-
- _La Rondine._
-
-Allora...
-
- Rapida, a fior di labbra.
-
-mi bacio le braccia.
-
- _Mortella._
-
-Oh piccola! Ma ci deve pur essere un'altra specie d'amore.
-
- Giana Guinigi entra.
-
- _Giana._
-
-Ah, ah, le donzelle ragionano d'amore.
-
- Le compagne ridono, come in vena di celia.
-
- _La Rondine._
-
-È Mortella che mi fa l'esame e distingue.
-
- _Mortella._
-
-Sappi, Giana, che la Rondinella non soltanto è innamorata daddovero,
-come direbbe la Menica, ma è anche promessa sposa, e il fidanzato
-l'aspetta giù intagliando col suo bravo coltellino i due nomi nel pedale
-d'un eterno leccio.
-
- _La Rondine._
-
-Non è vero niente.
-
- _Giana._
-
-Eppure il cielo è color di rosa.
-
- _La Rondine._
-
-Se mai, dopo l'acquata, non m'aspetta, ahimé, che una risciacquata della
-genitrice. Me ne rivólo al nido. Addio, addio.
-
- Leggera e celere, traversa il portichetto, scende i gradini,
- volge il capo grazioso.
-
- _Mortella._
-
-Torna presto, Gentucca.
-
- _La Rondine._
-
-Addio.
-
- Le due cognate la seguono con gli occhi pei viottoli di bossolo.
-
- _Giana._
-
-A rivederci.
-
- Il cielo è tutto rosato sopra le fitte muraglie di càrpini.
-
-Che fresca e gentile creatura, veramente! Quando ha voltato il capo, non
-pareva che avesse all'angolo della bocca un filo di felicità come un
-uccello porta nel becco una pagliuzza o un crino?
-
- Giana mette un braccio intorno alla cintola di Mortella che
- ancóra guarda l'aria ov'è sparita la sua compagna e ancóra alza
- la mano come se la scorgesse all'estremità della terrazza e la
- risalutasse.
-
- _Mortella._
-
-Felicità! Felicità!
-
- Ella sospira la parola quasi dentro di sé, come sospesa al
- limite della contrada imaginaria ove Gentucca va a vivere la sua
- favola breve. Giana la chiama, come per dirle qualcosa di grave,
- esitando.
-
- _Giana._
-
-Mortella...
-
- _Mortella._
-
-Non ho mai patito la primavera come quest'anno. E tu, Giana? È forse la
-Guinigia che si rincarna in quella piccola selvaggia che fui... La
-mattina quando mi stiro, nel dormiveglia, mi pare che ho un braccio
-lungo come una scalinata di pietra e l'altro come un viale di bossolo, e
-che in una mano laggiù ho una dea vestita di borraccina e nell'altra una
-vasca piena di nannùferi.
-
- _Giana._
-
-Mortella...
-
- _Mortella._
-
-Pensa: i giorni son cresciuti di cinque ore, e fra qualche settimana ci
-si vedrà chiaro sino alle nove di sera! Guarda il colore del cielo. È
-troppo dolce. Ora d'un tratto il giorno si stacca e casca come un frutto
-troppo dolce, ruzzola ai piedi di Gentucca che lo raccoglie e lo morde e
-ne lascia mezzo a lui...
-
- _Giana._
-
-Ascolta, Mortella. Bisogna che te lo dica: tua madre è venuta.
-
- La sognante si scuote a un tratto e si scioglie dal braccio
- della cognata, non contenendo il suo sgomento e la sua
- agitazione.
-
- _Mortella._
-
-Che dici? Chi è venuta?
-
- _Giana._
-
-Tua madre.
-
- _Mortella._
-
-Mia madre?
-
- _Giana._
-
-Sì.
-
- _Mortella._
-
-Quando?
-
- _Giana._
-
-Or ora.
-
- _Mortella._
-
-All'improvviso?
-
- _Giana._
-
-È certo una sorpresa che ci fa Bandino, per forzare gl'indugi. So che le
-è andato incontro alle Tre Torri e l'ha condotta qui egli stesso.
-
- _Mortella._
-
-Sola?
-
- _Giana._
-
-Non credo.
-
- _Mortella._
-
-Con quell'uomo?
-
- _Giana._
-
-Non l'ho veduta ancóra, né ho veduto lui. Bandino è salito a cercarmi,
-ed era in una tale angoscia che m'ha fatto pietà. Tu sai come si
-smarrisca facilmente dinanzi all'atto compiuto. M'ha supplicato di
-venire ad avvertirti.
-
- _Mortella._
-
-Ma l'Ismèra?
-
- _Giana._
-
-Non ho capito bene. Bandino eludeva le domande, balbettava. Però non mi
-par dubbio che sia venuto anche il tuo patrigno, giacché il punto da
-vincere per tua madre era d'esser ricevuta qui con suo marito.
-
- _Mortella._
-
-E credi ch'egli sia entrato in casa?
-
- _Giana._
-
-Se non è già in casa, è nelle vicinanze. Lo sapremo subito. Si tratta di
-una sorpresa, ti dico. Tua madre, d'accordo con Bandino, viene in
-persona a perorare la causa, a strappare il consenso.
-
- _Mortella._
-
-Ma è incredibile questo.
-
- _Giana._
-
-Bisognava aspettarselo. Tuo fratello non vede che per gli occhi di lei,
-non può rassegnarsi a viverne lontano. Pare un bambino non ancóra
-svezzato. Tutto questo tempo, non ha fatto che sospirare e rammaricarsi.
-Tu lo sai. Ora, giacché la rovina è riparata e il vecchio focolare è
-riacceso, a tutt'e due sembra venuta l'ora di ricostituire la santa
-famiglia.
-
- _Mortella._
-
-E tu consenti? La fortuna è tua. Non sei tu la padrona qui?
-
- _Giana._
-
-Hai il tono crudo. Un'estranea piuttosto.
-
- _Mortella._
-
-Il mio presentimento m'ingannava forse? Non m'inganna mai. Avevo
-lasciato il mio cuore qui, il mio cuore in lutto e la mia vita vera, ma
-nel fondo io non desideravo di venire a ritrovarli, per paura di fallare
-o prima o poi contro l'uno e contro l'altra. La cenere che m'è cara non
-soffre d'essere smossa. Per ciò io non t'ho sollecitata, non t'ho spinta
-a ridarci queste mura che non sembrano alzate se non per ricevere un
-ospite senza misericordia. Lo schianto era avvenuto, il distacco era
-stato sofferto, il passato aveva già preso il suo aspetto fisso, e
-l'enigma era rimasto scolpito nella pietra.
-
- _Giana._
-
-Ma tuo fratello non pensava ad altro. Sapevo bene che il ricupero era
-come una convenzione tacita nel contratto di nozze: era più che un
-desiderio, più che una promessa. Tu lo sai. Dicevi dianzi che la
-Guinigia ti sembra a volte immedesimata con te, incarnata in te.
-Bandino, che è una creatura fatta di musica, pareva aver lasciato qui la
-sua risonanza e non poterla ritrovare se non qui dov'è nato e dov'ha
-sognato. Per tutti voi la Guinigia è una specie di sostanza misteriosa,
-non so, quasi una figura della vostra sorte. Riconducendo qui Bandino,
-avevo il sentimento di restituirlo a sé medesimo. E alla mia
-condiscendenza si mescolava non so che voglia di novità, non so che
-speranza di rinfrescare il mio amore, di vedere aumentata la sua
-bellezza. Tu comprendi.
-
- _Mortella._
-
-Comprendo. Ma la bellezza non basta più. Giana, puoi credere che io osi
-rinfacciarti la tua generosità? Non hai restituito anche me a me
-medesima? Tutto il tempo passato altrove, dopo la morte di mio padre,
-dopo la rovina, dopo l'orrore, mi sembra oggi senza viso, carne
-un'effigie cancellata ch'io non abbia conosciuta mai, ch'io non sappia
-riconoscere. Se non fossi rientrata qui, sarei forse entrata in un
-convento; ma qui è come se io mi fossi monacata, come se avessi fatto i
-miei voti. Non mi sono mai sentita così profondamente sola, né così
-viva. Sola con Dio sarei stata nella clausura; e qui sono sola con
-un'ombra. E la mia memoria mi crea la mia vita devota. E non soltanto io
-mi ricordo, ma uno si ricorda in me. Siamo due a vivere e a ricordarci.
-
- _Giana._
-
-Mi sgomenti. La vita è tutta fatta di dimenticanza.
-
- _Mortella._
-
-Non è vero.
-
- _Giana._
-
-Tu hai l'avidità di soffrire, di tormentarti.
-
- _Mortella._
-
-No. Ma che colpa ho io se mi fu data una pena da serbare, una piaga da
-portare nel fianco?
-
- _Giana._
-
-Làsciati guarire.
-
- _Mortella._
-
-Da chi? Le mie lagrime e il mio sangue aspettano.
-
- _Giana._
-
-Dalla vita stessa, dall'inatteso, dall'incognito.
-
- _Mortella._
-
-Da quello che sta per varcare la soglia?
-
- _Giana._
-
-Chi sa! Bisogna di continuo offrirsi al destino.
-
- _Mortella._
-
-Il mio destino io lo serro contro me per soffocarlo.
-
- _Giana._
-
-Non bastano due braccia.
-
- _Mortella._
-
-Ma un cuore basta.
-
- _Giana._
-
-Per sanguinare.
-
- _Mortella._
-
-Posso lasciarlo sanguinare lungo tempo, prima che ne coli l'ultima
-goccia.
-
- _Giana._
-
-Sei malata di primavera. Conosco questo male.
-
- _Mortella._
-
-Il mio male è d'una stagione che non conosci.
-
- _Giana._
-
-Tu stessa non sai quel che intendi né quel che vuoi.
-
- _Mortella._
-
-Voglio andarmene.
-
- _Giana._
-
-Che pazzia!
-
- _Mortella._
-
-Non resto qui.
-
- _Giana._
-
-Ma almeno aspetta. Vediamo.
-
- _Mortella._
-
-Vedere, vedere, è proprio quel che non voglio.
-
- _Giana._
-
-Ma perché?
-
- _Mortella._
-
-Non senti? Pare che tutta la casa trattenga il respiro. Non respira più.
-Non senti? E stasera la sua anima rinata non si radunerà intorno alle
-lampade accese; resterà nell'ombra degli angoli. Giana, Giana, ti lascio
-l'ospite. A te lo lascio, e a mio fratello che sa la dimenticanza. Io me
-ne vado. Per stasera chiederò ricovero alla Rondine. Poi correrò alla
-mia vocazione.
-
- _Giana._
-
-Che vuoi fare, Mortella?
-
- _Mortella._
-
-Chiamami piuttosto Mortina omai, come fa la Rondine quando è tenera, e
-non sa perché.
-
- _Giana._
-
-Sei strana.
-
- _Mortella._
-
-Sapresti tu cadere con la faccia contro terra?
-
- _Giana._
-
-Sei come fuori di te.
-
- _Mortella._
-
-Sì, è vero: fuori di me e di tutto.
-
- _Giana._
-
-Ma parla almeno. Che sai?
-
- _Mortella._
-
-Non so nulla, e indovino tutto.
-
- _Giana._
-
-Da che ti viene questo rancore implacabile?
-
- _Mortella._
-
-Domandalo all'ospite prossimo.
-
- _Giana._
-
-Ho veduta una volta tua madre, in chiesa, il giorno delle nozze. Ma non
-ho mai veduto l'uomo.
-
- _Mortella._
-
-Lo vedrai.
-
- _Giana._
-
-Non era l'amico prediletto di tuo padre?
-
- _Mortella._
-
-Tanto che sposò la vedova per serbare di lui un ricordo vivente.
-
- _Giana._
-
-Troppo sei amara. Non gli perdoni d'averla consolata?
-
- _Mortella._
-
-Non senti che questa parola tronca la vita? Più crudele sei che non io
-amara.
-
- _Giana._
-
-Ma com'è egli?
-
- _Mortella._
-
-Dolce.
-
- Ella ha proferito questa parola con un accento singolare
- d'ironia, di repulsione e di mistero. Ora le due cognate sono
- più da presso, parlano a voce più bassa, con un misto di
- confidenza e di diffidenza, con qualche esitazione davanti a
- certe domande, a certe risposte, con qualche pausa oscura, con
- qualche improvviso palpito, quasi spiandosi talora di sotto alle
- palpebre.
-
- _Giana._
-
-Come?
-
- _Mortella._
-
-Come chi troppo medita e non fa il male se non per tentar sé stesso e
-per essere un altro.
-
- _Giana._
-
-Ah, so la specie.
-
- _Mortella._
-
-Sembrava alzato sopra ogni cosa e capace d'ogni cosa.
-
- _Giana._
-
-Anche bella?
-
- _Mortella._
-
-Forse. Conduceva i sogni.
-
- _Giana._
-
-Te ne dava?
-
- _Mortella._
-
-Sapeva disarmare la forza e addormentarla.
-
- _Giana._
-
-Con mani magnetiche?
-
- _Mortella._
-
-Con mani di donna.
-
- _Giana._
-
-Belle?
-
- _Mortella._
-
-Mani d'avvelenatrice.
-
- _Giana._
-
-Ah!
-
- Una lieve pausa.
-
-Come sono?
-
- _Mortella._
-
-Non hai notata quella stampa che ho nella mia camera?
-
- _Giana._
-
-Quale?
-
- _Mortella._
-
-Quella dove la duchessa di Bisceglie si lava le mani.
-
- _Giana._
-
-Non ricordo.
-
- _Mortella._
-
-Si lava le mani in un bacile, con le braccia nude sino al gomito, dopo
-aver preparato per Alfonso l'acquetta perugina. Dietro la testa di lei
-si vede riflesso in uno specchio tondo il marito malato (troppo giovine,
-troppo gracile, troppo bello, come Bandino) che è fatto passeggiare con
-le grucce perché il moto accresca l'effetto del tossico.
-
- _Giana._
-
-Sei strana, Mortella.
-
- _Mortella._
-
-M'imagino d'aver veduto in uno specchio quelle altre due mani, fuori
-delle maniche rimboccate, lavarsi in una bacinella col medesimo gesto,
-così agevoli, così bianche.
-
- _Giana._
-
-Mi sgomenti. Troppo sei strana.
-
- _Mortella._
-
-È un sogno che ho fatto.
-
- _Giana._
-
-Più ti guardo, meno ti scopro.
-
- _Mortella._
-
-Eppure son meno buia di te.
-
- _Giana._
-
-Ma forse meno distante da me ch'io non sia da me stessa.
-
- _Mortella._
-
-Tu sei una donna.
-
- _Giana._
-
-Tu hai preso il velo.
-
- _Mortella._
-
-Il passato è il mio chiostro.
-
- _Giana._
-
-Quando ero come te, ero una specie di creatura insensata che si
-sbigottiva e tremava dei suoi propri sogni credendo che dell'infezione
-d'un solo si potesse infermare e perire.
-
- _Mortella._
-
-Il mio è in quello specchio che t'ho detto.
-
- _Giana._
-
-E dov'è lo specchio?
-
- _Mortella._
-
-In fondo al corridoio vetrato, su una parete della sala gialla, di
-contro all'uscio socchiuso della camera attigua dov'è un letto deserto
-fra uno scaffale di libri e un inginocchiatoio liscio, che stiantano
-quando qualcuno apre le persiane della finestra senza tende...
-
- Ha parlato con una voce quasi interiore, eguale, fissando lo
- sguardo dinanzi a sé.
-
- _Giana._
-
-Così parlano le veggenti.
-
- _Mortella._
-
-Infatti veggo.
-
- _Giana._
-
-Sembri malata, piccola dolce.
-
- _Mortella._
-
-Non sono dolce io. Perché m'accarezzi?
-
- _Giana._
-
-M'intenerisci. Lasciami mettere le dita nei tuoi capelli, per trovare il
-tuo male.
-
- _Mortella._
-
-Io lascio le mie mani giù. Vedi.
-
- _Giana._
-
-Tu diffidi di me, e forse mi detesti. Lo sento. Ma io ti voglio bene, e
-m'affliggo di saperti infelice.
-
- _Mortella._
-
-Se ti riuscisse di trovare il mio male, tu ci ficcheresti le unghie
-dentro per irritarlo.
-
- _Giana._
-
-Credi?
-
- _Mortella._
-
-Ti sento già sveglia, vigilante. Hai le narici inquiete come se fiutassi
-nell'aria quell'odore amaro che deve piacerti.
-
- _Giana._
-
-Tutta la Guinigia ha questo odore amaro.
-
- _Mortella._
-
-Dove fu pianto, là si piangerà.
-
- Entra Bandino, angosciato e supplichevole.
-
- _Bandino._
-
-Ebbene? Aspettavo che tu risalissi, Giana. Ero in gran pena. Che dice
-Mortella?
-
- _Giana._
-
-Guardala.
-
- _Bandino._
-
-Ah, niente di buono. Sorellina, sorellina selvaggia, perché sei tanto
-accigliata? Come puoi essere così dura, tu che sei così tenera quando
-vuoi? Ti supplico, ti supplico.
-
- _Mortella._
-
-Tutto è già detto.
-
- _Bandino._
-
-Vuoi che m'inginocchi?
-
- Giana si siede, curvandosi innanzi, poggiando il mento sul dorso
- della mano, il gomito sul ginocchio; e rimane fissa, col suo
- pensiero attivo dietro la sua fronte impenetrabile.
-
- _Mortella._
-
-No, Bandino. Non mi parlare come a una bimba capricciosa. E tu stesso
-parla come un uomo. Lascia per un poco la tua grazia. Non si tratta di
-farmi sorridere; e, veramente, i sotterfugi sono da ragazzi. Sei tu che
-hai accompagnata la mamma qui, senz'avvertire nessuno.
-
- _Bandino._
-
-Pensavo che la sorpresa non ti sarebbe tanto sgradita.
-
- _Mortella._
-
-Non ti servire delle solite formole. Non è proprio il caso. Non si
-tratta di convenienza o di consuetudine. La verità non cambia, per lo
-meno la mia.
-
- _Bandino._
-
-Ma non si tratta neppure di un'estranea. Si tratta di mia madre, che è
-anche la tua.
-
- _Mortella._
-
-E di suo marito, credo.
-
- _Bandino._
-
-Ma...
-
- _Mortella._
-
-Rispondi franco. Hai condotto qui anche lui?
-
- _Bandino._
-
-Non in casa ancóra.
-
- _Mortella._
-
-E dove? Perché ti pèriti? S'aspetta la notte per introdurlo di nascosto
-nella casa ch'egli conosce tanto bene? C'è ancóra troppa luce? E quale
-camera gli assegni? Quella laggiù, in fondo al corridoio vetrato? Mi
-sembra d'aver sentito che l'uscio s'è aperto da sé, che le persiane si
-sono spalancate da sé, che qualcuno ha sprimacciato le materasse e
-sbacchettato la coltre.
-
- _Bandino._
-
-Mortella, Mortella!
-
- _Mortella._
-
-Non è vero? Dici che non è vero? Eppure ho sentito tutta la notte
-sbacchettare come alle Tenebre della Settimana Santa. Tu no?
-
- _Bandino._
-
-Ah, demente!
-
- _Mortella._
-
-Avresti avuto paura.
-
- _Bandino._
-
-Ma che vuoi dunque? Dillo: che cosa si deve fare per placarti?
-
- _Mortella._
-
-Non ti disperare così. Io non ho nulla da volere, nulla da imporre. Io
-non son nulla. C'è qui Giana. Non siete tutti d'accordo? Io voglio
-umiliarmi: vi chieggo perdono d'avere una memoria tanto tenace. Non
-minaccio di mettermi a traverso la soglia per impedire l'ingresso o per
-farmi passar sopra. L'ho già detto. Me ne vado. Vi tolgo l'ingombro. La
-fine del giorno è bella, e c'è laggiù qualche viottola che non ho
-riveduta ancora...
-
- _Bandino._
-
-Che demenza è la tua? Ricusi anche di vedere tua madre, lei soltanto? Ti
-sembra di non averla fatta piangere ancóra abbastanza?
-
- _Mortella._
-
-È vero: sono la figlia malvagia. Tu sei il figliuolo esemplare.
-
- Ora la chiusa ambascia le fiacca la voce anche nell'ironia.
-
- _Bandino._
-
-Memoria per memoria, la mia rimonta più lontano. L'amore non giudica. Io
-non oserei giudicarla, né dire una parola dubbia contro qualunque de'
-suoi atti. Se la guardo, il cuore mi si fonde.
-
- _Mortella._
-
-Il mio si serra.
-
- _Bandino._
-
-Vuoi insomma impedirle di vivere?
-
- _Mortella._
-
-Ma io ho vissuto e vivo nella morte, e non sapevo che fosse tanto
-profonda.
-
- _Bandino._
-
-Bambina! Tu che condanni e colpisci, che sai tu dunque della vita? È ben
-più profonda ancóra, e più difficile.
-
- _Mortella._
-
-Non più d'un Corale, non più d'una Fuga, per te. Ecco che tu riesci a
-farmi sorridere, e mi togli ogni tentazione di gridare. In quel tuo
-vecchio organo restaurato non hai «per la gravità» che giochi di flauto.
-Forse dovrai aggiungere un registro. Dio ti guardi, fratello mio
-bendato, e Giana ti conduca per mano nei nostri viali che odorano
-d'amaro sempre. Io voglio pregare per te. Voglio esser sola per avere
-compassione di me alfine, e anche di te, anche di nostra madre
-disconosciuta, anche del pellegrino penitente...
-
- Ecco che la madre appare all'uscio, pallidissima. Giana la vede
- prima degli altri e si alza facendo qualche passo verso di lei
- in atto di accoglienza.
-
- _Giana._
-
-Signora...
-
- Bandino sobbalza e si volge.
-
- _Bandino._
-
-Oh, mamma!
-
- Egli le va incontro affettuosamente.
-
-Vieni, vieni. Di': ti senti un poco meglio?
-
- Mortella resta in piedi, senza fare un passo, contenendo la
- commozione che si rivela in un tremito visibile.
-
- _Giana._
-
-È sofferente, signora? La prego, si segga.
-
- _Costanza._
-
-Grazie. Domando perdono. Non è che una visita molto breve.
-
- _Giana._
-
-Mi rincrescerebbe.
-
- La sua cortesia è misurata e guardinga. Ma le tre creature del
- medesimo sangue sembrano avvolte da un turbine di dolore che
- d'attimo in attimo s'acceleri. Quelle prime parole scambiate
- sono vuote d'ogni vita, destituìte d'ogni peso, incerte; ma ora
- la bocca della madre pare gonfiarsi come le vene del cuore per
- colorare di tutta sé la dimanda ch'ella rivolge alla figlia
- immobile.
-
- _Costanza._
-
-Non mi abbracci, Mortella?
-
- _Mortella._
-
-Mamma, perdonami se ti faccio pena. Darei tutto per sottrarmi a questo
-momento.
-
- Ella è sbiancata, vacillante; e il suo povero mento trema a ogni
- sillaba proferita. La madre l'avviluppa dal capo ai piedi in uno
- sguardo che le scoppia dalla pupilla come la potenza d'una fonte
- che, smarrita sotterra, sia di sùbito ritrovata e riaperta.
-
- _Costanza._
-
-Non vuoi?
-
- _Mortella._
-
-Forse entrando hai sentito qualcuna delle mie parole.
-
- _Costanza._
-
-Non ho sentito che i colpi del mio cuore, figlia.
-
- _Mortella._
-
-Il mio non lo reggo più, tanto è pesante.
-
- _Costanza._
-
-Ma come sei cresciuta! Lascia che ti guardi. Mi sembra che non ti ho
-fatta così.
-
- S'avvicina e la considera, con un'attenzione trepidante.
-
-Tanto sei mutata in questi pochi anni! Ma sei bella, sei forse più
-bella. Hai gli occhi più grandi, molto più grandi. Allora l'iride
-intorno alla pupilla ti brillava come la scaglia di ferro intorno alla
-calamita. C'è troppa tristezza, troppa; e la volontà di non piangere, e
-l'ostinazione di soffrire. Non ti voltare. Guardami. Ti si sono
-infoltite le sopracciglia. Ti si sono scuriti i capelli. Non li portavi
-così allora. Ah, riconosco quel ritroso che avevi su la tempia destra.
-Ti tieni diritta in un altro modo, hai un altro modo di stare in
-piedi... C'è in te una forza che non t'ho fatta. Hai diciannove anni! Ed
-è come se per diciannove anni non t'avessi conosciuta. Lascia ch'io ti
-riprenda in me, ch'io ti porti ancóra! Mortella!
-
- Le sue braccia si tendono in un gesto irresistibile.
-
- _Mortella._
-
-No, mamma, non bisogna.
-
- _Costanza._
-
-Non bisogna?
-
- _Mortella._
-
-Ho pensato contro di te.
-
- _Costanza._
-
-Mi rinneghi?
-
- _Mortella._
-
-Oh, compiangimi. Non so, non so più. Soffro.
-
- _Costanza._
-
-Non voglio più che tu soffra. Non ho che tenerezza per te. Son qui per
-riaverti.
-
- _Mortella._
-
-Tutto di te mi fa male.
-
- _Costanza._
-
-O povera, povera! Come questa parola ha potuto staccarsi dal tuo cuore
-umano?
-
- _Mortella._
-
-Bisogna che il coraggio di dirla io l'abbia trovato in una profondità
-dove non si sente neppure battere il cuore, mamma.
-
- _Costanza._
-
-Che voce! Non è quella che t'ho fatta. Dove si forma? Più giù del cuore,
-lo so: di sotto alla radice contorta della vita, a quella che non si può
-strappare senza che tutto smotti. Sa più di sangue che di pianto. Ma è
-pur sempre il nostro stesso sangue che più s'esaspera contro di noi e
-più ci travaglia.
-
- _Mortella._
-
-Ti prego, ti supplico. Permettimi di andar via. Temo che a un tratto mi
-manchi la forza di soffocare quel che mi si rivolta, quel che mi urla
-dentro.
-
- _Costanza._
-
-Bene, lacerami. Ti porto come una cicatrice che duole; ma lacerami,
-straziami un'altra volta, se dev'essere che tu mi nasca un'altra volta
-dal mio peggior dolore.
-
- _Mortella._
-
-Dal mio, dal mio sono rinata, dal mio; e come, e con che anima, tu non
-lo sai.
-
- _Costanza._
-
-Cotest'anima è il mio sgomento.
-
- _Mortella._
-
-Se lo sapessi...
-
- _Costanza._
-
-Bene, ch'io lo sappia. Sono venuta qui per ascoltare, per essere
-interrogata, per rispondere. Sono qui perché mi sieno palesati i miei
-falli, perché mi sia mostrata la mia onta a viso a viso. Non ho più
-orgoglio. Vedi: non ho esitato davanti all'umiliazione di apparire come
-un'intrusa, come un'importuna.
-
- _Bandino._
-
-Mamma!
-
- _Costanza._
-
-È così. Non ero annunziata, non aspettata, non desiderata se non da
-questo povero figliuolo che tuttavia si ricorda d'aver dormito su le mie
-ginocchia.
-
- _Bandino._
-
-Di questo e d'ogni altra cosa buona, e di niente altro, in quest'ora e
-sempre.
-
- Egli è in piedi, un poco indietro, appoggiato allo spigolo d'una
- tavola, trascolorato sotto le continue onde di commozione che lo
- scrollano. A quella testimonianza di fede, la mare fugacemente
- si reca la mano alla fronte, al petto, ai due lati, e infine
- alle labbra; poi la distende verso il figlio e si volge verso
- lui irradiata per un attimo, sembrando avere unito il segno
- della croce al segno del bacio.
-
-La nuora s'è fatta in disparte, verso il vestibolo. Sta seduta presso la
-cassa d'un alloro tagliato in forma di palla, e guarda a quando a quando
-il tramonto violaceo fumare sul giardino quadrato ove le mura bronzine
-dei carpini e dei tassi vanno sempre più annerandosi.
-
- _Costanza._
-
-Ecco, da lui ricevo il condóno se sono in colpa. Non mi respinge; mi
-accetta, mi assolve. E la sua compagna, per voler essere d'un sentimento
-e d'un pensiero con lui, sembra che con lui consenta. Non ho più
-orgoglio. Lo vedi. L'orgoglio non mi tien luogo di vita; e io non so più
-vivere in questa pena che ha l'aspetto della vergogna, in questa specie
-di proscrizione spietata che mi separa dall'anima mia stessa. Ora tu sei
-che mi sbandisci, tu sola. Te sola vedo levata contro di me, armata
-contro di me, ostinata nel rinnegarmi...
-
- _Mortella._
-
-Oh, non dire così!
-
- _Costanza._
-
-Potrei dire: «Che il sangue parli al sangue». Invece non parlo come una
-madre ma come una donna. Ci vuole una potenza terribile per essere
-madre. Parlo come una povera donna a te che hai il viso d'una creatura
-piena di passione e di conoscenza, quel viso che un tempo era fino al
-mento nei capelli lisci, appena una mandorla tenera nel suo guscio
-socchiuso, qui, fra le mie due mani...
-
- _Mortella._
-
-Ho adorato ogni vena delle tue mani. Lo sai.
-
- _Costanza._
-
-Ora tanto sono contaminate, che non possono più toccarti? Eppure vorrei
-tenerti come allora, prenderti e tenerti ferma davanti alla mia pena, e
-dirti: «Eccoti. Finalmente ti ho, ti guardo. Stasera ti ho tratta dal
-buio che per tanto tempo mi t'ha nascosta. Parlami, senza esitazione,
-senza compassione. Sono pronta a prendere su me quel che v'ha di peggio.
-Scoprimi la verità. E poi, se è necessario, addio».
-
- _Mortella._
-
-Ho più paura di guardarti così che di morire. Per restare in piedi
-davanti a te, per reggermi e per ascoltarti, consumo più forza che non
-ne abbia consumata in tre anni a sostenere la mia disperazione. Non
-resisto a quel che ti trema intorno alle labbra mentre ti lagni, non
-posso veder palpitare il tuo petto senza che la mia volontà si strugga.
-
- _Costanza._
-
-M'ami dunque ancóra?
-
- È un grido contenuto, ma partito dalle viscere profonde.
-
- _Mortella._
-
-È il sangue che paventa il sangue, è la carne che teme la carne. Così è,
-anche se tu non lo dici; ed è una cosa mortale. È orribile sentire che
-la nostra voce ora passa tra i nostri denti. Se parlo, ferisco. Se
-interrogo, lacero. Se rispondi, mi strazii.
-
- _Costanza._
-
-Che importa, purché qualcosa si salvi? La forza non è nell'accanimento;
-la forza è nell'amore. La mia volontà d'amore è tutto. I miei errori non
-son nulla.
-
- _Mortella._
-
-Dio t'intenda! Che bisogno hai dunque d'essere assolta? Tutto è
-cancellato, tutto è dimenticato. Nessuna cenere è tanto grave che non
-possa essere dispersa ai quattro venti. Tu sei salva, sei salva in te, e
-sei salva nei tuoi prossimi. Non rimane se non il mio male. Io non ho
-che quello; e perché me lo volete togliere? Non potreste. Nessuno
-potrebbe. Fa parte ornai delle mie ossa e delle mie vene, è la mia
-midolla e il mio polso. La prima sera che qui fu riaccesa la prima
-lampada, io misi la mia mano contro la luce per iscoprirlo a traverso la
-palma rossa. Era là, più mio che l'anima. Avresti potuto leggerlo.
-
- _Costanza._
-
-È disumano il tuo male. Ti piega in due. Sei tanto giovine.
-
- _Mortella._
-
-Giovine sono?
-
- _Costanza._
-
-Tanto viva, e t'affanni sotto un peso lùgubre.
-
- _Mortella._
-
-E chi lo porterebbe se io non lo portassi? Lasciatemi dunque andare, e
-non vedrete più me, né il carico. Ma, se mi costringete a rimanere, non
-so quel che farò: so che non potrò fare se non qualcosa di male. Ho
-abbastanza sofferto per osar tutto.
-
- _Costanza._
-
-Ah, veramente, la mia povera ragione si perde. È dunque una legge di
-morte che vuoi imporre a chi non è colpevole se non di continuare a
-vivere? Mi rinfacci l'onta di non essermi immolata sul rogo?
-
- _Mortella._
-
-Non morte, non onta, e neppure tutte queste parole. Non si osa dire ciò
-che importa. E la coscienza è una piaga che non guarisce mai e che
-tuttavia lascia vivere. Io ho supplicato perché mi fosse concesso di
-tacere e di partire. Non domando se non questo. So la mia vita.
-Considera che io sia già passata dalla parte della notte. Imagina che io
-vada ai miei sponsali. È d'aprile, e ci saranno le stelle. Ma non mi
-chiedere quel che non avresti la forza di udire, e non pretendere ch'io
-getti il mio cuore sotto le calcagna dell'ospite atroce che sta per
-ritornare.
-
- _Costanza._
-
-Ah, ecco il tuo odio! Ti soffoca.
-
- _Mortella._
-
-No. Lo respiro.
-
- _Costanza._
-
-Che t'ha fatto? Non puoi perdonargli d'avermi stesa la mano quando tutte
-le sciagure mi serravano ed ero rimasta sola a dibattermi e tu già
-ingiusta e oscura ti drizzavi contro di me sconvolta!
-
- _Mortella._
-
-Sconvolta, veramente. Tu lo dici. Che ero io divenuta? Non t'accorgevi
-di me. Eppure avevo già gli occhi grandi e attenti, e la scaglia di
-ferro nell'iride. Quante cose ti son cadute dalla memoria!
-
- _Costanza._
-
-E a te? e a te?
-
- _Mortella._
-
-Nessuna, nessuna. Di tutto mi ricordo, e non io sola, ma un altro si
-ricorda in me; e con che tenacia!
-
- _Costanza._
-
-Non ti ricordi dunque che l'adoravi?
-
- _Mortella._
-
-Chi?
-
- _Costanza._
-
-Quegli che detesti.
-
- _Mortella._
-
-Ah, come puoi dir questo?
-
- _Costanza._
-
-Quando parlava, tu pendevi dalle sue labbra. Quando era per giungere,
-non contenevi la tua impazienza. Spiavi il suo arrivo dal Belvedere. Ti
-precipitavi per le scalee a incontrarlo.
-
- _Mortella._
-
-Non è vero.
-
- _Costanza._
-
-Sapevi che gli piacevano le violette di marzo, e passavi ore e ore a
-cercargliene nel lecceto. Glie ne chiudevi tra le pagine dei libri, glie
-ne posavi sul davanzale, glie ne mettevi sotto il tovagliuolo, perfino
-dentro i guanti.
-
- _Mortella._
-
-Non è vero, non è vero.
-
- _Costanza._
-
-Come! Tuo fratello è qui che può dirlo. Certo, Bandino si rammenta che
-ti canzonava per quel tuo intercalare intraposto a ogni specie di
-discorsi: «E ora, via, mi racconti una bella storia».
-
- Ella tenta di raddolcirsi fino a simulare il sorriso d'una
- volta, quasi speri di disarmarla. Ma la fiamma cupa, che
- subitamente era salita alla faccia dell'avversaria, si spegne in
- un pallore d'ira repressa.
-
- _Mortella._
-
-Non è vero. Che fanciullaggini!
-
- È là, un poco piegata innanzi, palpitante, con un bagliore quasi
- bieco nell'occhio, con l'aria selvaggia di chi sia per balzare e
- si trattenga.
-
- Giana s'è alzata, s'è appressata alquanto; e segue con
- attenzione la vicenda. Qualcosa di ardente e di pugnace sembra
- aguzzare il suo viso misterioso, quasi che nell'aria ella
- respiri un rischio incognito.
-
-La sera già cala sul giardino simmetrico ove gli orli di bossolo
-disegnati sono già neri come una tarsìa di ebano. Si vede sul rigido
-muro di càrpini persistere una lunga e stretta lama di luce sulfurea.
-Una nuvola color di piombo pende a mezzo del cielo, gravida di pioggia.
-L'ombra invade a poco a poco la sala, occupa l'una e l'altra abside,
-riempie le nicchie.
-
-Non ti fidare, mamma. Non varcare il limite. Puoi tendermi un laccio
-così tristo per cercare di pigliarmi! Come quel povero sorriso deve
-averti fatto male dentro!
-
- _Costanza._
-
-Per disarmarti, non giova neppure spremersi dal cuore l'ultima goccia di
-dolcezza.
-
- _Mortella._
-
-Oh, la tua dolcezza! Mi ricolmi le mani di violette perché le tenda,
-perché ne offra ancóra, perché ne sparga la soglia? Dio guarisca le mie
-mani! Io non ho voluto dire stasera nessuna parola che potesse tentare
-l'ombra; e tu non dubiti di tentarla. Ma se, invece dell'ospite che deve
-rientrare, a un tratto apparisse quello di sotterra?
-
- _Costanza._
-
-Mortella! Mi fai paura.
-
- _Mortella._
-
-Non ti fidare. Non basta non nominarlo, non basta passarlo sotto
-silenzio, perché non esista, perché non sia presente. Abita ancóra qui,
-abita qui sempre; e, se tu vieni, non puoi venire se non per visitarlo.
-Ecco che la sua anima riempie tutto il vuoto.
-
- _Costanza._
-
-Dio mio, Dio mio!
-
- _Mortella._
-
-È un'anima che ha tuttora un viso. Guarda. Ha ripreso il suo viso di
-carne, la sua bocca di bontà, i suoi occhi di sogno, la sua fronte di
-poesia. È dietro di te, è vicino a te. Eccolo.
-
- Balza verso il fratello tremante, e gli prende il capo fra le
- mani.
-
- _Costanza._
-
-Ah, non mi spaventare, Mortella. Per pietà! Divento pazza.
-
- Indietreggia rabbrividendo, e si volta, bianca di terrore.
-
- _Mortella._
-
-Eccolo. Guardalo.
-
- Il fratello ha barcollato, s'è piegato su le ginocchia.
-
-L'hai dimenticato? Riconoscilo. Non è lui vivo?
-
- La madre leva le braccia come chi batte l'aria prima di
- stramazzare.
-
-Il destino stesso potrebbe ingannarcisi.
-
- La madre rompe in singhiozzi e si abbandona perdutamente sul
- figlio inginocchiato; mentre Mortella si volge coprendosi la
- faccia con ambo le mani, ma senza piangere.
-
- Con uno sforzo Bandino si alza a sorreggere la dolorosa. Pieno
- di desolata tenerezza, cingendola col braccio, appressando la
- gota alla gota, la conduce via pianamente. Giana si avvicina
- alla cognata, le tocca una spalla, poi la prende ai polsi per
- scoprirle la faccia.
-
- _Giana._
-
-Piangi?
-
- Nell'ombra, le palpa con le dita la gota per sentire se le
- lacrime vi scorrano.
-
- _Mortella._
-
-No, non piango. Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire.
-Perdonami, Giana, tutte queste cose penose e odiose. Non ti darò più
-noia. Sono io che opprimo tutti, che separo tutti. Non c'è posto per me
-qui. Ecco la sera. Senti? Un'altra acquata, ma più blanda. Ascolta.
-Piove su i bossoli e su i càrpini. Ora sì che si respira l'odore amaro.
-E sembra che la primavera si stemperi e il mondo vapori. Come sarebbe
-allegra la Rondine se mi vedesse arrivare d'improvviso all'Olmatello più
-fradicia di lei! A che pensi, Notturna?
-
- _Giana._
-
-Penso al tuo enigma, e a quello specchio dove tu scopristi quelle due
-mani.
-
- _Mortella._
-
-Come io sia partita, va, staccalo dalla parete, prendilo e portalo nella
-tua camera.
-
- _Giana._
-
-Tutto può diventare strumento di magìa.
-
- _Mortella._
-
-Pazzia e magìa hanno grande somiglianza.
-
- _Giana._
-
-Forse è vero.
-
- _Mortella._
-
-L'una e l'altra fanno escire l'anima di sé stessa.
-
- _Giana._
-
-L'amore anche, il martirio anche.
-
- _Mortella._
-
-E non bisogna piangere. Una lacrima non versata può diventare un
-pensiero magico che c'illuminerà nella via profonda.
-
- _Giana._
-
-Questo dev'essere vero. Io, quando piangevo, piangevo sempre a capo
-chino per lasciar gocciolare le lacrime senza che mi rigassero le gote e
-facessero solco. Ora me le terrò dentro, le nuove, se si formano.
-
- _Mortella._
-
-Così me ne vado senza paura all'ignoto.
-
- _Giana._
-
-Aspettalo, piuttosto.
-
- Una pausa. Tutta la casa è silenziosa, come senza respiro. Non
- s'ode se non il romore eguale della pioggia primaverile sul
- giardino nerissimo.
-
- _Mortella._
-
-Ascolta: ti domando d'essere una buona sorella per me, in questo
-momento, in estremo.
-
- Sembra di nuovo sopraffatta dalla commozione.
-
- _Giana._
-
-Cara piccola sorella, amo la tua faccia, il tuo soffio, la tua passione,
-il tuo delirio; e amo anche il tuo destino, se non lo soffochi. Non
-essere diffidente. Dimmi dunque.
-
- Mortella a un tratto sobbalza.
-
- _Mortella._
-
-Giana, Giana! Chi è la?
-
- Afferra il braccio della cognata indietreggiando.
-
- _Giana._
-
-Dove? Dio mio! Che vedi?
-
- _Mortella._
-
-Ho veduto qualcosa come un'ombra d'uomo, là, dietro la fontana morta.
-
- _Giana._
-
-Non mi far paura. Sei allucinata.
-
- _Mortella._
-
-Ma no, ma no: c'è qualcuno là.
-
- L'una si serra all'altra, comunicandosi lo sbigottimento.
-
- _Giana._
-
-Chi è là?
-
- Gherardo Ismera sale i gradini e apparisce al limitare del
- vestibolo.
-
- _Mortella._
-
-È un uomo, un uomo vivo.
-
- Lo riconosce, e trattiene a stento il grido, distaccandosi da
- Giana, indietreggiando ancóra.
-
-Ah, è lui, è lui!
-
- L'ospite si scopre il capo e s'avanza a traverso il vestibolo. È
- padrone di sé, nella sua semplice cortesia; ma qualche accento
- della sua voce tradisce il suo turbamento dominato.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Mi perdoni, signora, se entro così. Sono io, Gherardo Ismera. Giravo nel
-parco, aspettando mia moglie. S'è fatto tardi. È venuto il rovescio.
-Cercavo d'un domestico. Mi perdoni se mi sono ardito... Posso domandarle
-se Costanza sia ancóra qui?
-
- Scorge Mortella che, diritta nell'ombra, tiene gli occhi
- sbarrati su lui.
-
-Oh, Mortella! La mamma...
-
- Udendo da quella voce nominare il suo nome, ella perde ogni
- dominio di sé. L'interrompe con una violenza subitanea, come
- forsennata. La collera le strozza la parola. Ella è là diritta,
- con la testa alzata, coi pugni chiusi, fosca e ardente.
-
- _Mortella._
-
-No, no, non voglio! Non voglio che nominiate il mio nome, né l'altro
-davanti a me. Non voglio che voi abbiate ancóra codesta voce falsa per
-osare di rivolgervi a me, per tentare di ravvicinarvi. Ancóra una volta
-ingannerete tutti, e non me. Vi odio, vi odio. Voglio almeno gettarvi in
-viso, prima d'andarmene, il mio odio e il mio dispregio, con tutte le
-mie forze. Avete aspettato la notte, prima d'entrare, come se veniste
-per saccheggiar la casa un'altra volta...
-
- _Giana._
-
-Mortella!
-
- _Mortella._
-
-Non è vero? Guardalo. Guardagli le mani. Da quanto tempo giravate
-attorno? Le pietre non gridavano? Ma grideranno. Quando ho scoperto la
-vostra ombra, avevate l'aria di qualcuno che porti una salma... È un
-peso che doventa ogni giorno più grave, finché schiaccia.
-
- _Giana._
-
-Mortella, ti prego, ti prego. Calmati.
-
- _Mortella._
-
-Siete entrato per sorpresa. Rimarrete. Lo so. So codest'arte. Non
-iscacciato, ma onorato. Non ve n'andrete più. Mio padre sarà seppellito
-una seconda volta, e la tavola sarà apparecchiata ogni sera per l'ospite
-inesorabile.
-
- _Giana._
-
-Ti prego, Mortella! Non è bene...
-
- _Mortella._
-
-Ah, non è bene! Tu mi preghi...
-
- Ella s'interrompe un istante e si cangia subitamente. La furia
- ostile l'abbandona; la voce perde ogni rudezza; la sua stessa
- persona sembra ripiegarsi. E nondimeno qualcosa di più sinistro
- le balena fra i cigli.
-
-Mio fratello m'implora, mia madre mi supplica. Ecco che la grazia entra
-in me. Voglio esser docile, quel che si dice «un sennino d'oro».
-
- Si ritrae a poco a poco verso l'uscio che è dietro a lei. Il
- sarcasmo le torce la bocca, ma una espressione indicibilmente
- infantile contrasta col suo volto convulso.
-
-Padre d'anima, stasera troverete sotto il tovagliolo un mazzolino di
-quelle violette, e forse un altro sotto il capezzale. Sta bene così?
-Tutto sta molto bene così... E poi mi racconterete ancóra una bella
-storia.
-
- Si trova su la soglia, si dilegua nell'oscurità, simile a una
- larva.
-
- _Giana._
-
-Veramente, è come forsennata. Mi fa paura. Or ora non aveva un viso di
-pazza? e il modo, e l'accento, e lo sguardo della manìa?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-È una strana creatura, non senza potenza e bellezza. Sarebbe gran
-peccato se si perdesse. Ma non respira se non nelle finzioni che le
-nascono dentro, e ognuna in lei pare accompagnata come da un sentimento
-di necessità. Dal giorno che ho cessato di raccontarle qualche «bella
-storia», deve averne raccontata una a sé medesima, troppo cupa, e poi
-dev'essersi messa disperatamente a viverla.
-
- Parla con una sorta di malinconia pacata e lucida, con una
- sicurezza grave, con qualcosa d'un artefice che abbia un suo
- modo risoluto di prendere la materia della vita e di trattarla
- da sobrio maestro.
-
- _Giana._
-
-È questa la cagione del suo male?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Per qualche tempo ho seguito con grande attenzione la piccola anima
-misteriosa. È piena di figure confuse che domandano uno spirito che le
-distingua. Era allora in lei un bisogno così ardente d'esser compresa e
-di comprendere, che certe volte il suo fervore somigliava a quegli
-uccelli che si precipitano contro i cristalli del faro e si rompono le
-penne senza chiudere gli occhi.
-
- Egli è tuttavia in piedi. Giana s'è appoggiata a una spalliera,
- nella sua attitudine consueta, col mento sul dorso della mano; e
- sembra tesa a spiarlo da' suoi lunghi occhi di bautta. Come
- un'arme a un sol taglio, la sua voce ha da una sola banda un
- sottilissimo filo di derisione.
-
- _Giana._
-
-Voi siete dunque uno che sa leggere anche in un'anima di vergine? O
-meraviglia! Se penso alla mia d'allora, su l'orlo della vita, la
-rassomiglio alla farfalla quando beve; che ha le ali rialzate e
-congiunte dalla parte degli screzii e dei colori come quattro pagine
-combaciate dalla parte dello scritto.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-E dopo?
-
- _Giana._
-
-Dopo, sono diventata farfalla di notte. Giusto appunto, non portano
-ancóra le lampade! In fondo, credo che Mortella non abbia bisogno se non
-d'un poco di felicità.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Pur sapendo che manca nella sua mano la linea della felicità, un giorno
-mi chiese, tutta seria: «Voi credete veramente che si possa morire?».
-
- _Giana._
-
-Lo credete, veramente?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Talvolta certe creature sembrano così remote che potrebbero essere
-immortali. Qualche mattina, l'aria la conteneva come qualcosa che sia
-custodita per sempre, come una di quelle api che sono chiuse nell'ambra
-antica dove hanno assunto una specie di eternità priva di miele. Poi
-veniva a me con i suoi sogni e i suoi pensieri intricati non meno
-selvaggiamente dei suoi capelli zeppi di foglie, di paglie e di rovi,
-tornando dalle sue corse nel parco incolto. E restava in silenzio, come
-aspettando che io li districassi.
-
- _Giana._
-
-I capelli?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-I pensieri.
-
- _Giana._
-
-Avete le mani abili?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non senza timidezza, signora.
-
- _Giana._
-
-Forse per ciò le facevate male.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-«Quanto bene mi fa questo male!» è una parola mistica della sua
-precocità. Un giorno l'ho udita che diceva a una piccola amica chiamata
-Gentucca, in tono di gran segreto, mentre i due cuori battevano alla
-medesima altezza: «Tu insegnami il punto di Venezia e io t'insegnerò a
-versare certe lacrime che tu non sai».
-
- _Giana._
-
-Oh, cara! Dianzi invece m'insegnava a non le versare.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Cosa molto più difficile, e forse più inebriante. È un insegnamento di
-martire.
-
- _Giana._
-
-O di maga?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-L'una non è nell'altra, per una comune volontà di trascendere la natura
-e lo spirito? Credo che il martirio è forse la vera vocazione di
-Mortella. Infatti, ecco ch'ella inventa il suo supplizio, non potendo
-essere trafitta dalle frecce o lacerata dai denti della ruota.
-
- _Giana._
-
-Diceva dianzi: «Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire».
-
- _Gherardo Ismera._
-
-È un'altra parola mistica. Ah, ma chi la salverà?
-
- _Giana._
-
-L'amore, forse.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-È un cattivo salvatore.
-
- Giana rompe la sua attitudine, e pronunzia la parola seguente
- con una specie di perfidia repentina e celata.
-
- _Giana._
-
-La vendetta.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non sazia. È quasi sempre vana.
-
- La donna si muove, inquieta, piena del suo dèmone, con il
- metallo della voce appannato dal sogno ma pur sempre affilato
- dall'ironia.
-
- _Giana._
-
-Il tempo, la solitudine, la demenza, la santità, la morte...
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che grandi cose!
-
- _Giana._
-
-Una vittoria in ginocchio, un di quegli Angeli che si chiamano Ardori.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che grandi cose ella ardisce nominare, all'appressarsi della notte!
-
- La pioggia cessa. La quiete è senza mutamento. Laggiù, lavato,
- il lembo dell'estremo crepuscolo vérdica lungh'esse le cieche
- pareti di verdura perenne. Ma l'aria della stanza sembra come
- agitata da quella evocazione spirituale. Giana si sofferma, e di
- sùbito si volge come per assalire.
-
- _Giana._
-
-Temete la notte? Ah, vedo: Mortella v'ha un po' sbigottito con le sue
-evocazioni funebri... Davvero è possibile che sentiate farsi più grave
-quel certo peso di cui ella vi carica?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-È possibile, signora.
-
- _Giana._
-
-Che dite mai?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-È un peso di lutto, fatto più grave dai tanti ricordi che ravviva
-l'aspetto di questi luoghi, di queste cose familiari, in quest'ombra ove
-mi sembra quasi di cogliere il soffio dell'amico scomparso.... Che
-diceva dianzi Mortella? Che avevo l'aria di portare una salma...
-
-Sì, è vero. L'ho portato su la mia spalla, l'amico mio; ho attraversato
-questa sala, quel vestibolo; ho disceso quei gradini; ho camminato fino
-alla Cappella, per quel viale di bosso che il cuore riconosce
-all'amarezza. Suo figlio, Bandino, era al mio fianco; e i suoi due buoni
-servitori sostenevano gli altri due canti della cassa... Ma egli era
-degno d'esser rapito da quella Vittoria e da quell'Angelo nominati or
-ora come i messaggeri d'un riscatto miracoloso. Se il pregio d'una vita
-recisa potesse misurarsi al peso, ah, certo le nostre spalle si
-sarebbero incurvate, tutte le nostre ossa avrebbero ceduto sotto il
-carico.
-
- _Giana._
-
-Così non si parla se non di un eroe.
-
- Una commozione virile trema nella voce del superstite.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-E non era un eroe? Della grande specie solitaria, di quegli che voglion
-vincere in silenzio una virtù dinanzi a cui possano inginocchiarsi. La
-Vittoria in ginocchio! Una tale imagine sembra creata dall'ispirazione
-del suo spirito.
-
- _Giana._
-
-Più che umano, dunque.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Con un esempio più che umano, egli mi mostrò che comandare e obbedire
-sono le due arti più difficili dell'anima libera.
-
- _Giana._
-
-Quale delle due apprendeste?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Colui che obbedì porta tutto il peso di colui che comandò, ma un tal
-carico non lo schiaccia.
-
- _Giana._
-
-È l'enigma?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Addio, signora.
-
- _Giana._
-
-È il vostro enigma?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Voglia perdonarmi e credere alla sincerità del mio rammarico. Il caso ha
-voluto che ogni mia esitazione e apprensione fosse troncata d'un colpo,
-al primo istante. Nell'entrare, già mi consideravo come un estraneo,
-quasi come un mendicante. Nell'escire, so d'esser tenuto come un nemico,
-quasi come un saccheggiatore. Ma non v'è ombra di risentimento in me, e
-la mia pena è assai tollerabile in paragone d'un'altra ben più grave.
-Attenderò mia moglie al cancello. Già spiove. Le sarò grato se vorrà
-farla avvertire. Comunque, io non dimenticherò la fine di questo giorno.
-
- Egli s'inchina profondamente, e s'avvia verso il vestibolo.
- Giana risponde al saluto, senza parola, tenendo le mani dietro
- il dorso intrecciate. Poi riprende a errare nell'ombra della
- sala, come stretta da una perplessità ansiosa. Quando il
- visitatore discende già i gradini, ella si sofferma a guardarlo,
- fa qualche passo verso il portico. D'improvviso lo richiama.
-
- _Giana._
-
-Signore, La prego: rimanga. È ospite mio.
-
- Gherardo Ismera s'arresta nell'ombra, si volta. Un tenue sorriso
- gli passa negli occhi. Risale i gradini, mentre Giana Guinigi in
- piedi l'attende.
-
- In quel punto due vecchi servitori taciturni entrano portando le
- lampade accese.
-
- FINE DEL PRIMO ATTO.
-
-
-
-
- IL SECONDO ATTO.
-
-
-Appare la camera di Mortella, tutta imbiancata di calcina tra modanature
-semplici di pietra serena, sotto le vecchie travi del palco dipinte
-toscanamente a disegni minuti in rosso, in nero, in verde.
-
-Nella parete destra è praticato un vano, chiuso da cortine di
-broccatello verde e bianco, ov'è il suo letto di fanciulla.
-
-Nella parete a riscontro, un vano della stessa ampiezza sfonda in una
-loggetta chiusa da vetri quadri in piombi per ove passa la luce del
-giorno inverdita dal fogliame dei grandi lecci.
-
-Nella terza parete alcuni gradini, compresi entro la grossezza del muro,
-salgono a una larga vetrata che dà su una loggetta scoperta --
-albeggiante quella di Paolo V nella villa frascatana di Mondragone --
-cinta di balaustri e protetta da una pergola d'assi foltissima di
-glicini in fiore, per ove si può da una scala esterna discendere nel
-sottoposto ortopenso.
-
-Sopra gli scaffali bassi, pieni di libri, sono disposti lungo il muro
-vasi di maiolica, cofanetti di legno e di cuoio, stampe in cornice, una
-pace di niello, qualche statuetta religiosa, qualche madonna, qualche
-santa in tavoletta d'oro. Un gravicembalo a due tastiere, d'un color
-chiaro d'avorio ornato di tenui ghirlande, è in un canto della camera
-con un quaderno di musica sul leggìo. Il medesimo broccatello
-verdebianco si sbiadisce su le seggiole, su le poltrone, nelle tende,
-nella portiera dell'unica porta.
-
-È un pomeriggio di maggio. Il sole, traversando i grappoli spessi di
-glicini, fa una luce d'ametista come se accendesse la tonaca paonazza
-d'una Martire nella vetrata d'una cappella. Quel riflesso violetto
-mescendosi al verdognolo che viene dalla parte del lecceto, tutta la
-stanza è immersa in un chiarore stranamente misto, che nell'ombra degli
-angoli tiene del livido.
-
-
-
-
- ----
-
- La Rondine sta per entrare, dalla parte della loggetta. Tenendo
- ancóra una mano alla vetrata che si richiude e reggendo con
- l'altra un fresco viluppo di vitalbe che le fioriscono il petto
- fin sotto il mento, ella dal gradino si sporge verso la
- cameriera che le va incontro con cautela per non fare strepito.
-
- _La Rondine._
-
-Non è là?
-
- _La Salvestra._
-
-Riposa.
-
- _La Rondine._
-
-Dove?
-
- _La Salvestra._
-
-Là, sul suo lettino.
-
- _La Rondine._
-
-Da quanto?
-
- _La Salvestra._
-
-Da un'oretta.
-
- _La Rondine._
-
-Non si sentiva bene?
-
- _La Salvestra._
-
-Non si sente mai bene. Anche stanotte non ha dormito mai. Dio mio santo!
-L'ho sentita smaniare fino all'alba.
-
- _La Rondine._
-
-Il dottore è venuto?
-
- _La Salvestra._
-
-Sì, signorina. Stamani le ha trovato un po' di febbre.
-
- _La Rondine._
-
-Poco poco?
-
- _La Salvestra._
-
-Qualche decimo. Non è quella, di sicuro, che le dà il delirio.
-
- _La Rondine._
-
-Ma che dite, Salvestra? Ha delirato?
-
- Scende gli altri gradini, sollecita, e s'appressa.
-
- _La Salvestra._
-
-Non è che un'idea, signorina. La chiamano delirio.
-
- _La Rondine._
-
-Sempre il padre?
-
- _La Salvestra._
-
-Sempre. È un'idea che non l'ha lasciata mai. Anche prima di tornar qui,
-non faceva che rimuginarla. Io lo so. Non me ne scordo dei giorni neri
-che ci toccò passare quando la signora Costanza si rimaritò col signor
-Gherardo.
-
- _La Rondine._
-
-Io, per me, Salvestra, mi ci perdo. C'è qualcosa.
-
- _La Salvestra._
-
-Certo che c'è qualcosa.
-
- _La Rondine._
-
-Ma che cosa?
-
- _La Salvestra._
-
-Che vuole che le dica, signorina?
-
- _La Rondine._
-
-Quell'odio contro il padrigno...
-
- _La Salvestra._
-
-È odio vecchio.
-
- _La Rondine._
-
-Ma non era così, prima. Che può averle fatto?
-
- _La Salvestra._
-
-E che si può sapere?
-
- _La Rondine._
-
-Come? Credevo che sapeste tutto.
-
- _La Salvestra._
-
-Nulla di nulla.
-
- _La Rondine._
-
-Che disgrazia!
-
- _La Salvestra._
-
-Non si confida. E sa com'è testereccia! Si tiene tutti i suoi pensieri
-nel suo capino ostinato e, quasi non fossero abbastanza chiusi, me li fa
-serrare intorno con quella treccia più ritorta d'una corda stramba.
-
- _La Rondine._
-
-Le s'addice molto, veramente.
-
- _La Salvestra._
-
-Ne convengo. Ma ora, la mattina e la sera, quando la pettino, non parla
-più. Prima, mi ricordo, canterellava dentro i capelli, come in una
-gabbia di vinco bruno. Ora sta tutta muta, sotto; e pensa, e rimùgina.
-Anche quando qualche volta mi par di farle male col pettine fitto, non
-si risente. E le confesso che provo una certa soggezione, non so che
-apprensione, nel ravviarla, tanto certe volte mi par di mettere le mani
-nella sua doglia viva.
-
- _La Rondine._
-
-Ah, vivi son di certo i suoi capelli come se si rammentassero d'essere
-stati serpi...
-
- _La Salvestra._
-
-Serpi?
-
- _La Rondine._
-
-Serpicine senza denti, Salvestra, biscioline senza capo né coda, che non
-fanno nessun male. Ma non è vero che, quando non sono ben serrati in
-treccia, sembra che si divincolino? Vorrei bene averli così, io, perché
-uno me li incantasse con un sufoletto, la sera.
-
- _La Salvestra._
-
-Ecco, una ha sempre un pensiero, e l'altra ha sempre un altro pensiero.
-Felice lei, signorina, che ha già trovato l'incantatore!
-
- _La Rondine._
-
-Son diventata rossa?
-
- Graziosamente ella abbandona il viluppo delle vitalbe per
- guardarsi in uno specchietto ch'ella ha dentro una scatola di
- smalto insieme con un po' di cipria e col piumino. Ne profitta
- rapidamente per incipriarsi il naso.
-
- _La Salvestra._
-
-Non ci si bada. È tempo di ciliege.
-
- _La Rondine._
-
-Sentite, Salvestra. Bisogna fare qualcosa.
-
- _La Salvestra._
-
-Sentiamo.
-
- _La Rondine._
-
-Non vi sembra che patisca come chi sia in mal d'amore... senz'amore?
-
- _La Salvestra._
-
-Quando si patisce, gli è tutt'uno.
-
- _La Rondine._
-
-Ah no.
-
- _La Salvestra._
-
-E che direbbe di fare?
-
- _La Rondine._
-
-Tutto farei, tutto farei per guarire la mia Mortina. Credo che le darei
-anche la mia felicità, se si potesse. Ma non si può, giacché ha nome e
-cognome e veste panni. Credo che, se fossi veramente una rondine,
-partirei per andare a cercarle quegli che non si conosce e che sempre
-s'aspetta, quegli che a me, prima che fosse venuto, mi pareva abitasse
-in quel punto del cielo dorato di dove le rondini arrivano, certe sere,
-a un tratto gridando su noi con un lampo così bianco che si pensa: «Oh,
-certo, non può essere che lui capace di aggiungere un'ala ai piedi degli
-uccelli!».
-
- _La Salvestra._
-
-Dio le conservi i bei sogni! Ma, se pur venisse, non sarebbe forse il
-benvenuto.
-
- _La Rondine._
-
-Non verrebbe, se non fosse aspettato.
-
- _La Salvestra._
-
-Ma non si sa quel che s'aspetta.
-
- _La Rondine._
-
-Non s'aspetta che l'amore.
-
- _La Salvestra._
-
-E arriva il dolore. Beata lei, beata lei che fa il saggio del miele e
-non si dubita del cotogno!
-
- Gentucca sobbalza, credendo udire una voce di dentro le cortine.
-
- _La Rondine._
-
-Salvestra! Non avete sentito? Si sveglia?
-
- La donna, in punta di piedi, rattenendo il fiato, va a
- origliare.
-
- _La Salvestra._
-
-Riposa ancóra. Spesso si lagna nel sonno, qualche volta parla. Parla da
-sé, sola, anche quando è sveglia, quando è chiusa in camera, durante il
-giorno. La sento, e credo che ci sia qualcuno. Entro, e la trovo sola,
-che cammina su e giù, a capo chino. Iersera non mangiò, non si coricò.
-Sentii che faceva le volte, sino a tardi. Non so che avesse. Non l'avevo
-mai veduta tanto scura. Era come una che torni dallo stare in guato...
-
- _La Rondine._
-
-Di dove tornava?
-
- _La Salvestra._
-
-Dal parco. Non so che cerchi. Pare che faccia la posta. Ora porta quasi
-sempre i sandali allacciati, che non staccheggiano. Scende da una
-terrazza all'altra in un lampo, sgattaiola lungo i muri, sguiscia dietro
-i càrpini, fruga per ogni dove, come quando -- se ne ricorda? -- loro
-due davano la caccia ai ricci...
-
- Gentucca l'interrompe con una vivacità infantile.
-
- _La Rondine._
-
-Ah, Salvestra, sapete, quella tartaruga...
-
- _La Salvestra._
-
-Quale tartaruga?
-
- _La Rondine._
-
-Vi dirò poi. Continuate, continuate. Ma perché fa così? Che credete?
-
- _La Salvestra._
-
-Non so. La disgrazia è che sempre l'hanno tenuta come una bambina
-semplice, senza farne caso, senza usare prudenza, anche a quell'epoca.
-Miss Turner non la capiva punto. E io dico che non c'è al mondo una che
-abbia più sentimento di lei per vedere, per scoprire, per indovinare. Le
-basta di fiutar l'aria, per conoscere di che si tratta. Con lei non c'è
-nulla da nascondere. Pare che entri nell'anima di chiunque. A me mi fa
-paura quando mi fissa. Mi trema il cuore dentro.
-
- _La Rondine._
-
-E a me? Mi vien quasi fatto di coprirlo come quando si para il lume con
-una mano, perché non lo veda ardere d'allegrezza. Ho quasi vergogna
-d'esser felice davanti a lei. Mi piacerebbe d'aver sempre gli occhi
-rossi arrivando e di poterle dire: «Sai, m'hanno fatto piangere, anche
-me».
-
- _La Salvestra._
-
-Ma non piange mica. Magari piangesse! Lo dice anche il dottore. Dio, Dio
-buono, aiutateci a passare questi due giorni. Ah, son lunghi!
-
- _La Rondine._
-
-I giorni son cresciuti di sei ore, Salvestra.
-
- Un involontario guizzo di gioia passa nelle sue parole.
-
- _La Salvestra._
-
-Oggi è l'antivigilia del Corpus Domini.
-
- _La Rondine._
-
-È vero.
-
- _La Salvestra._
-
-Domattina si dice la messa di requie nella Cappella.
-
- _La Rondine._
-
-Ah, è vero. L'anniversario!
-
- _La Salvestra._
-
-Non so come si farà.
-
- _La Rondine._
-
-Assisteranno tutti?
-
- _La Salvestra._
-
-Che la buon'anima faccia nascere un bene, oggi. Sa che cosa ha
-consigliato il dottore?
-
- _La Rondine._
-
-Che cosa?
-
- _La Salvestra._
-
-Che il signor Gherardo venga e le parli e ragioni con lei e le dimostri
-il vero e cerchi di persuaderla, di toglierle l'idea, di guarirla dalla
-mania, di rappacificarla insomma. Dice che questo è il mezzo da tentare,
-ora che il male fa crisi. Hanno tenuto un consiglio, con la signora
-Costanza. Pare che il signor Gherardo sia pronto, oggi stesso, prima di
-sera. Bisogna pur uscire da questo inferno coperto. Ma io ho una grande
-inquietudine. E il dottore lo vedo troppo serio. Ier l'altro la
-signorina lo trattenne più d'un'ora, a parlare a parlare. E lui, quando
-uscì, era molto accigliato.
-
- _La Rondine._
-
-È il Securani, quello stesso che curò il padre?
-
- _La Salvestra._
-
-Quello. Ora pare che si faccia questa prova, come Dio vuole.
-
- _La Rondine._
-
-E Dio faccia la grazia! Credo anch'io, Salvestra, che un bene ne possa
-venire. E ho visto or ora un segno di buon augurio.
-
- _La Salvestra._
-
-Che segno?
-
- _La Rondine._
-
-Quella vecchia testuggine, sapete, con la scaglia tutta sbocconcellata,
-che chiamavamo Ninicchia, tanto affezionata a Mortella che la credeva
-perduta perché non s'era più fatta viva...
-
- _La Salvestra._
-
-Ebbene?
-
- _La Rondine._
-
-È ricomparsa! Mentre mi sforzavo di staccare questi tralci dal leccio
-del Conte, mi son sentita tirare appena appena per l'orlo della gonna
-come da un gattino timido. Mi son voltata. Era lei, ai miei piedi, sul
-musco, che tentennava quel suo capo novo come quel d'una serpe che
-avesse allora allora gettata la buccia.
-
- _La Salvestra._
-
-Veramente la tirava per l'orlo?
-
- _La Rondine._
-
-Ma sì, vi dico. Può essere che m'abbia presa per un cesto di lattuga.
-L'ho sollevata con le due mani, l'ho messa su una bella pietra al sole,
-e le ho detto: «Restate là, Ninicchia, senza muovervi; ché fra poco vi
-conduco qui la Fata Mortella». Deve aver capito.
-
- S'interrompe; e tende l'orecchio verso le cortine, palpitando.
-
-Si sveglia? Non ha sospirato?
-
- _La Salvestra._
-
-Sembra che dorma profondo.
-
- _La Rondine._
-
-Bisogna che finisca il suo sonno. Si sveglierà tutta fresca, e disposta
-a lasciarsi guarire. Che si può fare, Salvestra? Pregare? Non c'è
-qualche incanto?
-
- _La Salvestra._
-
-Se c'è, e ci bisogna un cuore da pestare, ecco il mio.
-
- Nella sua voce sommessa trema una devozione senza limiti.
-
- _La Rondine._
-
-Siete buona. Lo so. Com'è dolce di sentir parlare l'amore così!
-Vegliatela sempre. Ora le lascio qui le vitalbe, qui, -- non le mettete
-da parte, vi prego! -- che, uscendo dalle cortine, c'entri dentro e ci
-si senta impigliata e dia in un riso e dica: «È Gentucca».
-
- Ella depone il viluppo sul tappeto, davanti alle cortine. È così
- tenera che sembra le si inumidisca la parola.
-
-Me ne vado e poi torno. Torno verso sera. Ah, ma vorrei vederla un
-attimo, gettarle soltanto un'occhiata! Un attimo solo, metto il viso tra
-le cortine, Salvestra, e la guardo. Piano, piano. Trattengo il respiro.
-
- La donna fa un gesto di consentimento commosso. Infinitamente
- cauta, Gentucca separa un poco le cortine con le dita e sporge
- la faccia verso l'interno. È grande silenzio, come quando
- l'angoscia umana sale a poco a poco sino all'altezza del ciglio
- e trabocca. Di subito ella si volge, con le mani alla gola come
- per soffocare il singhiozzo che la vince. Non può: rompe in
- pianto. Nell'allontanarsi fuggendo, ella medesima mette i piedi
- entro il viluppo e lo sparpaglia e trascina. Rimonta i gradini
- della terrazza, scompare nella luce dei glicini.
-
- _La voce di Mortella._
-
-Salvestra! Salvestra!
-
- _La Salvestra._
-
-Eccomi, sono qui, sono qui, signorina.
-
- _La voce di Mortella._
-
-Ah, chi m'ha legata?
-
- È una voce di sgomento, una voce d'ambascia, ancóra appresa nel
- buio del sonno.
-
- _La Salvestra._
-
-Non mi sono mossa, non mi sono mossa.
-
- _La voce di Mortella._
-
-Ah, chi piangeva su me?
-
- Ella esala un anelito, quasi che per levarsi faccia lo sforzo di
- rompere un legame che l'annodi. E appare tra le due cortine
- trasognata, con la fronte stillante di sudore.
-
-Chi singhiozzava? Io stessa? Di'.
-
- _La Salvestra._
-
-No, signorina. Ha sognato.
-
- _Mortella._
-
-E questi fiori? Di'. C'è stata Gentucca? È venuta la Rondine?
-
- _La Salvestra._
-
-Or ora.
-
- _Mortella._
-
-È andata via? Ah, richiamala, richiamala!
-
- Ella cammina su per la striscia delle vitalbe sparpagliate.
-
-È passata di lì? È lei che ha lasciato dietro di sé questa traccia?
-Richiamala! Oh piccola!
-
- La donna sale alla loggetta.
-
- _La Salvestra._
-
-Ha detto che torna, che torna verso sera. Non s'inquieti.
-
- Sparisce per la scala che dà su l'ortopenso.
-
- _Mortella._
-
-Non sarà troppo tardi, verso sera? È la vigilia, è la vigilia! Volevo
-dirle addio, rivedermi in lei quale già fui, dire addio a me, a me, a
-quella sua Mortina dolce.
-
- L'ambascia ancóra l'aggrava. Par che ancóra ella trasogni. Si
- china a districare l'un de' malleoli da un tralcio di vitalba
- seguace.
-
-Eri tu che mi legavi, Gentucca?
-
- Tra il volto curvo e il grembo piegato, la sua voce ha una
- risonanza singolare, quasi argentina, simile a una nota
- d'infanzia; poi subito si rincupisce.
-
-Non mi potevo muovere quando mi sono svegliata. Ero tutta annodata.
-Perché? E chi piangeva?
-
- Vacilla e si tocca le tempie con le dita smarritamente.
-
-Ma se non fosse che la febbre? No, non ho più febbre. Non ne devo avere.
-Non devo avere che coraggio, coraggio, coraggio...
-
- Si riscuote e si risolleva. La donna ritorna indietro, ripassa
- per la terrazza dei glicini, ridiscende nella camera.
-
- _La Salvestra._
-
-Non m'è riuscito di raggiungerla, né di richiamarla. Era già sparita.
-
- _Mortella._
-
-Vola. Lo so.
-
- La parola s'illumina d'un sorriso tenue e tenero.
-
- _La Salvestra._
-
-Ma torna, ma torna.
-
- _Mortella._
-
-Dimmi, Salvestra. Era lei che piangeva?
-
- _La Salvestra._
-
-No, signorina.
-
- _Mortella._
-
-E chi dunque?
-
- _La Salvestra._
-
-Le assicuro. Anzi era allegra. Era venuta a portarle una gran notizia!
-
- _Mortella._
-
-Una gran notizia?
-
- _La Salvestra._
-
-La tartaruga, quella che chiamavano Ninicchia, è ricomparsa. L'ha
-ritrovata dianzi sotto il leccio del Conte.
-
- _Mortella._
-
-È vero?
-
- Anche una volta, in un movimento spontaneo di giovinezza ariosa,
- si mostra la compagna di Gentucca, l'amica della Rondine.
-
- _La Salvestra._
-
-Sì, proprio vero. Sentirà il racconto!
-
- _Mortella._
-
-Ma chi piangeva? M'è parso d'essere stata svegliata come da un gran
-singhiozzo.
-
- _La Salvestra._
-
-Era un sogno, creda.
-
- _Mortella._
-
-Non è venuto altri? Mia madre?
-
- _La Salvestra._
-
-Non ancóra, signorina. Come si sente?
-
- _Mortella._
-
-Bene.
-
- _La Salvestra._
-
-Quella febbretta è caduta, le sembra?
-
- _Mortella._
-
-Sì.
-
- _La Salvestra._
-
-Non si sente più bruciare?
-
- _Mortella._
-
-No.
-
- _La Salvestra._
-
-Ha la fronte un po' sudaticcia. Desidera qualche cosa?
-
- Mortella prende una fiala d'essenza, ne versa nel fazzoletto, lo
- fiuta, si terge la fronte, il collo sotto l'orecchio.
-
- _Mortella._
-
-Ho sentito battere all'uscio.
-
- _La voce di Giana._
-
-Mortella, sei là? Si può entrare?
-
- _La Salvestra._
-
-Si sente male? Com'è diventata pallida!
-
- _Mortella._
-
-Taci. Va. Non venire, se non ti chiamo.
-
- Fa un passo verso l'uscio dominandosi.
-
-Entra, entra, Giana.
-
- La cognata entra. Si guardano forzando il sorriso del saluto e
- dell'accoglienza, che per alcuni attimi persiste su i loro volti
- come qualcosa che vi sia appesa e possa rimanervi
- indefinitamente se si trascuri di staccarla. Un'aura ostile
- sembra quasi formarsi dai due respiri.
-
- _Giana._
-
-Come ti senti?
-
- _Mortella._
-
-Bene. Grazie. Ho dormito un'ora. Il sonno dà pazienza.
-
- _Giana._
-
-Sei più tranquilla?
-
- _Mortella._
-
-Sono tranquilla. Vedi. Gentucca m'ha fiorita la stanza, avanti il tempo.
-Puoi avvicinarti, sederti. Non sono in vena di stravaganze. Non sono
-affatto pericolosa. Bisogna perdonarmi. Iersera c'era afa di temporale
-nell'aria. Non so che m'aveva presa. Ma è certo che oggi devo guarire di
-questa benedetta mania. Basta dirmelo, basta volerlo. Mi dispongo a
-tornare in pace. Dopo domani è il Corpus Domini. Vorrei dare un pane a
-un povero.
-
- _Giana._
-
-Hai una strana luce qui.
-
- _Mortella._
-
-Una luce di naufragio, come nel quadrato d'un vascello colato a picco.
-Non ti piace? Sembra fatta per te che sei così ondeggiante.
-
- _Giana._
-
-Ironia?
-
- _Mortella._
-
-No. Ti ammiro. Lo sai. Quando ti muovi, m'incanti. Quando entravi, al
-movimento parevi che entrassi in un gorgo.
-
- _Giana._
-
-Bene, mia cara. Vuoi che parliamo un poco, seriamente?
-
- _Mortella._
-
-Parliamo.
-
- _Giana._
-
-Seriamente e apertamente, come due sorelle leali?
-
- _Mortella._
-
-«Lealtà passa tutto e con verta fa frutto» è uno dei nostri più antichi
-motti.
-
- _Giana._
-
-Torna al proposito. Ascolta, Mortella. Consentimi d'affrontare la cosa
-con franchezza. È il mio dovere omai. Sono io che ho accolto qui tua
-madre e il tuo padrigno; sono io che t'ho trattenuta qui, che t'ho
-impedito d'andartene e di fare una follia inutile; sono io che in queste
-settimane ho vigilato per evitare ogni urto increscioso, ogni eccesso
-odioso. Non ho dunque dubitato di addossarmi un carico, per quel che
-accade, per quel che può accadere; né mi sottraggo.
-
- _Mortella._
-
-È giusto.
-
- _Giana._
-
-Comprendo e rispetto la tua passione sacra. C'è stata sempre intorno a
-te, palese o dissimulata, un'aria di compatimento.
-
- _Mortella._
-
-Ah, credi?
-
- _Giana._
-
-Non t'offendo. Voglio dire che il tuo dolore e gli atti del tuo dolore
-sembrano talvolta aver qualcosa di maniaco, qualcosa di delirante. Io
-stessa talvolta ti ho trattata come una piccola inferma. Nessuno ha mai
-voluto andare al fondo della tua pena. D'altronde, tu ti sei chiusa, ti
-sei messa in disparte a covare il tuo male. E c'è nella tua natura una
-fierezza e un disdegno che non conciliano la confidenza. Non hai un poco
-allontanato da te perfino tuo fratello?
-
- _Mortella._
-
-Povero Bandino!
-
- _Giana._
-
-Ma io quest'angoscia che t'opprime non la considero come una malattia,
-come una mania inguaribile. Parlo anzi alla tua ragione, invoco la tua
-ragione.
-
- _Mortella._
-
-Povera ragione!
-
- _Giana._
-
-Hai tanto scavato in te che è andata al fondo.
-
- _Mortella._
-
-È il suo luogo.
-
- _Giana._
-
-Bene. È il suo luogo, e il luogo della causa. V'è una causa.
-
- _Mortella._
-
-La causa pende.
-
- _Giana._
-
-Ancóra enigmi! Sorge da tutta te un'accusa, la figura d'un'accusa.
-
- _Mortella._
-
-Più d'una, forse.
-
- _Giana._
-
-E v'è una prova, dunque.
-
- _Mortella._
-
-V'è un mondo ove la prova non ha significato né esistenza.
-
- _Giana._
-
-Non nel nostro.
-
- _Mortella._
-
-Non nel vostro.
-
- _Giana._
-
-Bisogna dunque che tu esca dall'occulto. Non puoi più prolungare la
-reticenza. Non t'è più lecito di tacere, di sfuggire...
-
- _Mortella._
-
-Non sfuggo.
-
- _Giana._
-
-Bene. Bisogna dunque che finalmente si venga al giudizio, da coscienza a
-coscienza. Non è possibile, né per te, né per tua madre, né per
-l'accusato, né per me stessa che vi ospito -- e lo dico non per far
-pesare la parola, ma semplicemente perché porto il nome di Bandino,
-perché mi chiamo Giana Guinigi e conduco la casa e ho qualche anno più
-di te -- non è possibile trascinare senza fine questa miseria.
-
- _Mortella._
-
-È giusto. Oggi è la vigilia.
-
- _Giana._
-
-Il tuo padrigno, in una condizione tanto difficile, non poteva mostrare
-più tatto, più delicatezza, più longanimità. Lo devi riconoscere.
-
- _Mortella._
-
-È pieghevole, anche lui, certo.
-
- _Giana._
-
-A tutti i tuoi sgarbi ha sempre risposto con la più indulgente bontà.
-Non ha lasciato passare mai una stilla della sua amarezza né in una
-parola né in un sorriso. Veramente, l'ho ammirato; e troppe volte mi son
-sentita a disagio, come in fallo d'ospitalità. Ora, te lo confesso,
-questo disagio m'è divenuto intollerabile. L'afflizione di tua madre mi
-abbatte.
-
- _Mortella._
-
-Povera mamma!
-
- Ella è abbandonata su una poltrona, raccolta in sé, quasi che il
- ribrezzo della febbre la riprenda, poggiata la gota a un
- braccio, guardando di sotto alle palpebre che battono come se la
- pupilla fosse ferita a ogni momento. Le sue brevi parole hanno
- un suono indefinibile, che non è d'ironia, che non è di pietà;
- sembrano venire da quel luogo profondo «dove non si sente neppur
- battere il cuore».
-
- La cognata, per andare sino al termine, non vi s'arresta, non le
- interpreta. Parla, parla, in una specie di vertigine fredda; e
- la sua voce si falsa, ed ella medesima ne sente la falsità ma
- non può rimetterla nel tono giusto.
-
- _Giana._
-
-Comprendo e rispetto il tuo sentimento, lo ripeto, in quel che v'è di
-fedele e d'inaccessibile. Comprendo che il tuo ritorno nella casa della
-tua memoria l'abbia esaltato, e che all'approssimarsi dell'anniversario
-doloroso ti sanguini il cuore. Ma ho vinto l'esitazione perché mi sembra
-che appunto in rispetto di quella memoria, appunto in suffragio di
-quell'anima, si debba superare questo male.
-
- _Mortella._
-
-Sì, sì.
-
- Ora ha una voce da nulla, una voce di piccolo essere schiacciato
- che non sa più respirare: qualcosa come quel soffio
- d'assentimento inconsapevole ch'esce dalle labbra della gente
- disperata dinanzi alla consolazione vana, al consiglio non
- compreso, al rimprovero non udito. È là, su la poltrona,
- rannicchiata, quasi senza forma, come una cosa a nulla, come una
- veste smessa.
-
- _Giana._
-
-Ti domando dunque di confermarmi il tuo consenso al colloquio necessario
-che deve dissipare ogni ombra, che deve sciogliere ogni nodo. Non si può
-tener prigione la vita in una rete d'enigmi, né tenerla sospesa sopra il
-fascino d'uno specchio appannato. È vero? Siamo d'accordo?
-
- _Mortella._
-
-Sì, sì.
-
- _Giana._
-
-C'è oggi, mi pare, una presenza che non ci opprime, come tu pretendi, ma
-ci soccorre, c'incoraggia, ci sollecita. Se quell'anima abita ancóra la
-casa, come tu credi, non può non compiangere questo stato continuo
-d'inquietudine, d'inimicizia, d'angoscia. Ho udito parlare della sua
-infinita bontà da quel medesimo che i tuoi sospetti vorrebbero far
-colpevole...
-
- _Mortella._
-
-Oh Dio!
-
- È come il lamento fioco di chi agonizza, di chi si sente
- abbandonare dalla forza e da ogni soccorso umano.
-
- _Giana._
-
-Se il rassegnarti alfine alle esigenze della vita, alle convenienze
-della vita comune è pel tuo cuore un sacrificio, fa il sacrifizio alla
-memoria di quella bontà. Pensa. È domani il terzo anniversario. Saremo
-tutti là, riuniti, in una preghiera unanime. E poi sarà la pace, sarà
-l'armonia nella casa rinnovata, sarà una vita nuova anche per te che ti
-consumi, per tuo fratello che si snerva...
-
- _Mortella._
-
-Oh Dio, Dio!
-
- Si solleva lentamente, col viso scomposto, con gli occhi
- sbarrati e fissi davanti a sé, reggendosi le tempie con le due
- mani, tenuta da un orrore che par entrato nel luogo delle sue
- ossa.
-
-Che ho fatto? Che sono divenuta? Perché ho dovuto conoscere anche
-questo?
-
- _Giana._
-
-Mortella!
-
- _Mortella._
-
-Non sono ancóra stroncata abbastanza, rotta, calpesta? Non basta ancóra?
-Nessun respiro, nessuna tregua, nessun riparo, nessun aiuto: niente. E
-questa atrocità è la vita, la vita che pareva così fresca in me, la vita
-che ho tanto rimpianta per uno che l'ha perduta, per uno che non l'ha
-più!
-
- _Giana._
-
-Mortella!
-
- _Mortella._
-
-Ah, ho freddo. Non aver paura se mi metto a battere i denti. Che cosa si
-può fare? Non aver paura se ti guardo con questi occhi. Non li so più
-chiudere. Bisogna che qualcuno me li suggelli.
-
- _Giana._
-
-Che hai? Che hai ora?
-
- _Mortella._
-
-Vivo: questo ho: sono viva. E se un'altra mai conoscesse qualcosa di
-simile a quel che io ho conosciuto, certo morrebbe, certo renderebbe
-l'anima senza sangue e senza parola. Ma io vivo, e non ho più nulla di
-ciò che fa vivere una povera creatura. Non ho più nulla da credere,
-nulla da sperare, nulla da salvare. E, fin per credere che sono in
-terra, bisognerà che io la morda, la terra, che io me n'empia la bocca,
-che io la mastichi...
-
- _Giana._
-
-Ma che hai? T'è entrata la febbre? Vaneggi?
-
- _Mortella._
-
-Ah, no, non mi toccare. Ma nascondimi quei fiori, nascondimi quelle
-foglie...
-
- _Giana._
-
-Sei pazza. Comincio a credere anch'io che sei veramente pazza, Mortella.
-
- _Mortella._
-
-Ebbene, io ti dico una cosa incredibile. Non sono ancóra pazza.
-Guardami.
-
- S'è levata in piedi, dominando il suo sgomento, soccorsa da una
- improvvisa onda di forza. Contro a lei la cognata è già
- un'avversaria senza maschera.
-
- _Giana._
-
-Ti guardo.
-
- _Mortella._
-
-Alzo la testa, bisogna che io alzi bene la testa per non curvarmi a un
-tratto come una piccola vecchia senza età e senza nome. Ora so che in
-uno sguardo umano si può vivere vent'anni, cinquant'anni, un tempo
-d'ignominia indefinito...
-
- _Giana._
-
-Ma che intendi dire? Io non sono longanime come Gherardo Ismera.
-Sappilo. Io affronto le piccole vecchie camuffate da sfingi minacciose,
-e le domo.
-
- _Mortella._
-
-Con che? con la menzogna a due facce, che sembra essere e non è?
-
- _Giana._
-
-Le domo, ti dico.
-
- _Mortella._
-
-Con che? con l'ipocrisia accorta che fa le sue miscele di bene e di
-male, di falsità e di verità, di veleno e d'unguento, per eccitare sé e
-per intormentire gli altri?
-
- _Giana._
-
-Ah, che mi fanno gli altri? e che m'importa degli altri? Ti proibisco...
-
- _Mortella._
-
-Che cosa? di scandalizzarmi che la causa del marito di mia madre sia
-oggi perorata dalla nuora con una eloquenza che sa quasi di pulpito e
-odora quasi di santità?
-
- _Giana._
-
-Che insolenza! Come osi parlare di veleno tu che ne schizzi a ogni
-momento e contro tutti, tu che sei pronta sempre a mordere la mano che
-ti accarezza?
-
- _Mortella._
-
-«Perché mi accarezzi?» Questa è una domanda che tu hai udita da me più
-d'una volta. E io ho sempre lasciato le mie mani giù, penzoloni. Ho
-diffidato sempre.
-
- _Giana._
-
-Non ti vantare della tua ingratitudine e della tua malvagità. Ho
-sopportato tutti i tuoi capricci e tutte le tue stranezze con una buona
-grazia che non meritavi. T'ho lasciata provare e riprovare la mia
-pazienza con eccessi intollerabili. Ora basta. Sei tu che mi costringi a
-ricordarmi che v'è, di nome e di fatto, una padrona qui.
-
- _Mortella._
-
-Come chi compera, non come chi impone, non come chi dispone. E tu non
-condurrai domattina per la mano il tuo pellegrino penitente a
-inginocchiarsi su la lapide, a camminare sul morto con i ginocchi mutati
-in calcagna divote. No.
-
- _Giana._
-
-Ti prego, ti prego; non mi trascinare a dire e a fare quel che poi a
-tutt'e due troppo rincrescerebbe. Non mi conosci. Bada. Quando prendo
-nel mio pugno la mia volontà, sono come quei rissatori che non ripongono
-il ferro se non hanno colpito a fondo.
-
- _Mortella._
-
-Ferro per ferro, son pronta a misurarmi, pronta a tutto. Guardami. V'è
-un giudice più alto di me, che non son nulla ma non mai serva dovunque e
-comunque tu sii padrona. V'è un giudice più santo di me; e hai osato
-invocarlo per coprire una cosa inconfessabile.
-
- _Giana._
-
-Hai il colore della morte. Muori del tuo veleno.
-
- _Mortella._
-
-Sì, sono tutta di gelo. Ma so che non si può morire d'orrore, giacché
-sono in piedi. Hai osato offrire in suffragio di quell'anima una nuova
-ignominia dell'ospite spietato!
-
- _Giana._
-
-Che altro vuoi ora insinuare?
-
- _Mortella._
-
-La pace, l'armonia, la vita nuova per tener caldo all'onta!
-
- _Giana._
-
-Ti debbo scrollare, dunque? ti debbo tirar per forza dalla gola
-quest'altra malvagità?
-
- Furente, ella fa l'atto di prendere per le spalle la cognata che
- si scosta, bianca piuttosto come una larva che come una
- creatura.
-
- _Mortella._
-
-Non mi toccare. Bada! Toccheresti la morte.
-
- _Giana._
-
-Di' tutto, dunque. Parla! Voglio.
-
- _Mortella._
-
-Mi reggo la mascella, non il cuore. Con l'ospite...
-
- La voce le si dirompe nel gran tremito.
-
- _Giana._
-
-Ebbene?
-
- _Mortella._
-
-Con l'ospite non è di nuovo entrato un amante?
-
- Ha parlato basso, con una voce dirotta dal tremore dei denti.
- Anche l'altra si sbianca, ma tutto il rilievo della sua bellezza
- s'indura come il volto del tiranno che non può colpire perché
- non ha sotto la mano né arme né carnefice. Entrambe riempiono
- d'ansito la pausa.
-
- _Giana._
-
-È una domanda perfida? è un sospetto? un laccio teso?
-
- _Mortella._
-
-Una certezza.
-
- _Giana._
-
-Certezza di quel mondo ove la prova non esiste e non conta?
-
- _Mortella._
-
-Ah, ti basti che so, ti basti che ho udito, ti basti che ho veduto.
-
- _Giana._
-
-Dove? come?
-
- È protesa verso l'accusatrice, che non la guarda più, fissa allo
- spettacolo della sua propria miseria.
-
- _Mortella._
-
-Orrore! Orrore! La vita sofferta ritorna, ripete sé stessa, imita i suoi
-stessi spaventi? Il destino atroce recita la stessa parte due volte?
-Tutto sarà come fu? Ma chi mi può rispondere una parola, prima che io
-muoia?
-
- _Giana._
-
-Rispondi ora a me. Dove? come?
-
- _Mortella._
-
-E un giorno mi pareva d'esser vicina al segreto dell'amore!
-
- _Giana._
-
-Dove? come?
-
- _Mortella._
-
-Ah, non il tuo, non il tuo.
-
- _Giana._
-
-Rispondi. Voglio.
-
- Imperiosa, l'incalza, l'afferra per i polsi.
-
- _Mortella._
-
-Tutto ho udito, tutto ho veduto.
-
- _Giana._
-
-Come? dove? Non sai. Ti smarrisci. Allucinata sempre, ubriaca d'infamie
-sognate.
-
- _Mortella._
-
-Lasciami! Ho ribrezzo di te, di me anche. Ho spiato, ho seguìto, ho
-ascoltato. So tutti i luoghi nascosti, conosco tutti gli angoli, tutte
-le ombre. Iersera... Ah, lasciami!
-
- _Giana._
-
-No. Di'. Vergógnati.
-
- _Mortella._
-
-Dov'eri iersera con lui? In fondo alla scala dei Delfini, lungo il muro
-delle Cariatidi...
-
- _Giana._
-
-Vergógnati.
-
- _Mortella._
-
-Sì, mi vergogno. Questo avete fatto di me. Ho spavento del sangue che mi
-rimane. Si giunge a questo, si conosce questo, si diventa così; e non si
-finisce mai di morire!
-
- _Giana._
-
-Hai sognato, hai sognato. Intendi?
-
- _Mortella._
-
-Lasciami!
-
- _Giana._
-
-Hai sognato, hai delirato, malvagia folle. E tu mi giurerai...
-
- _Mortella._
-
-Lasciami! Lasciami!
-
- Sono a viso a viso, alito contro alito, come in una lotta
- selvaggia. Mortella si svincola.
-
-Ecco Bandino.
-
- Il fratello entra. Giana si scrolla e rovescia indietro il capo,
- con un piccolo riso convulso nei denti splendidi.
-
- _Bandino._
-
-Che c'è? Che avete? Giana! Mortella! Che c'è?
-
- _Mortella._
-
-Nulla, nulla, Bandino. Non ti sbigottire. Giana voleva a forza che io
-andassi con lei per farmi incontrare col signor Ismera, e tentava di
-trascinarmi... Io non volevo.
-
- _Bandino._
-
-Non avevi già consentito?
-
- _Mortella._
-
-Sì. Ma perché devo andare a cercarlo? Preferisco riceverlo qui, come ho
-già detto a nostra madre, tanto più che veramente non mi sento ancora
-bene ed è meglio che non mi stanchi.
-
- _Bandino._
-
-Certo, sorellina. Hai ragione. Non ti pare, Giana, amor mio?
-
- _Giana._
-
-Ma sì, ma sì. Non insisto. Non facevo mica sul serio... Facevo per
-gioco.
-
- _Mortella._
-
-Tu sai, Bandino: le piace di giocare e d'aizzare...
-
- Il giovine guarda la sua donna innamoratamente.
-
- _Bandino._
-
-Come sei strana in questa luce!
-
- _Mortella._
-
-Non è vero?
-
- _Giana._
-
-Strana in che?
-
- _Bandino._
-
-Se Riccardo Wagner ti vedesse ora, riconoscerebbe il viso vivo d'una di
-quelle Figlie del Reno che nuotano nella sua musica.
-
- _Giana._
-
-Voglinda? Flossilde?
-
- I nomi delle Ondine sembrano quasi fatti minacciosi dal suo riso
- tagliente.
-
- _Bandino._
-
-Tutt'e tre.
-
- _Mortella._
-
-E anche l'Oro.
-
- _Giana._
-
-Addio, Mortella, a più tardi!
-
- _Mortella._
-
-Nella vita nuova.
-
- Botta e risposta sembrano avere ancóra un tintinno d'armi.
-
- _Bandino._
-
-Te ne vai, Giana? Resta ancóra un poco! Non senti come questa camera è
-dolce? Mi piace tanto. Non si sa se abbia muri o fronde, cortine o erbe
-marine.
-
- _Giana._
-
-Bimbo, bimbo, ora non è più tempo d'indugiarsi. La vita precipita.
-
- _Bandino._
-
-Vieni, verso le sette, giù nella Cappella. Sonerò il Ricercare su
-l'organo. Ma vorrei vederti anche prima. Dove vai?
-
- _Giana._
-
-Non so.
-
- La segue con gli occhi mentre ella esce col suo passo
- ondeggiante. La sorella lo prende per la mano.
-
- _Mortella._
-
-Come l'ami!
-
- _Bandino._
-
-Ah, non posso dire s'io ne goda o ne soffra. Vedi. Perché
-quell'ondeggiamento del suo corpo su que' suoi piedi flessibili qualche
-volta mi può far tanto male? Quando la considero, sento che la sua
-bellezza m'adombra ma non ne ho riposo. M'affatica e m'affanna, come se
-per non perderla io dovessi compirla e non sapessi in che modo.
-
- _Mortella._
-
-Tanto l'ami?
-
- Ella si lascia cadere su i cuscini, senza abbandonare la mano;
- ed egli le si siede ai piedi. Ella lo interroga con un'ansia mal
- frenata.
-
-Dimmi.
-
- _Bandino._
-
-L'amo, sorellina, ma anche te molto.
-
- _Mortella._
-
-Non potresti vivere senza di lei? Dimmi.
-
- _Bandino._
-
-Sei gelosa?
-
- _Mortella._
-
-Non t'imagini la tua vita in un altro modo, ridivenuta solitaria,
-restituita alla musica e alla malinconia?
-
- _Bandino._
-
-Ma perché?
-
- _Mortella._
-
-Se se n'andasse, se partisse, mettiamo,
-
- _Bandino._
-
-Perché? Come potrebbe?
-
- _Mortella._
-
-Non ti sembra estranea, distante?
-
- _Bandino._
-
-La serro tra le mie braccia.
-
- _Mortella._
-
-È sterile.
-
- _Bandino._
-
-Ma che dici? E ne arrossisci.
-
- _Mortella._
-
-Se morisse, mettiamo.
-
- _Bandino._
-
-Ah, no, no! Sparirei, morirei.
-
- _Mortella._
-
-Così l'ami?
-
- _Bandino._
-
-Non esser gelosa. Così.
-
- _Mortella._
-
-Hai ragione. Voler amare significa prepararsi alla morte. Così anche è
-il mio amore. E ho compassione di te. Ah, perché la tua mano non ha
-forza abbastanza?
-
- Gli palpa la mano.
-
- _Bandino._
-
-Non senti? L'ho di ferro articolato come una manopola.
-
- _Mortella._
-
-Per la tastiera.
-
- _Bandino._
-
-Ma di che parli insomma?
-
- Egli è agitato e impaziente, sotto i fantasmi inafferrabili
- ch'ella sembra creare soffiando nei brandelli della sua propria
- anima.
-
- _Mortella._
-
-Ho una notizia, una cara notizia per te. Ho riveduto il nostro padre. Mi
-sono assopita per qualche minuto, con la testa su le sue ginocchia.
-Quanto ti somigliava! La tua voce è chiara, la sua era velata, ma la
-stessa. E non aveva se non un pizzico di cenere su le tempie.
-
- _Bandino._
-
-Vuoi farmi piangere?
-
- _Mortella._
-
-No, fratello, no. Neppure una goccia, neppure una. M'ha parlato anzi di
-te così: «Tu credi che sia debole? Ma non ti ricordi come si faceva
-forte quando voleva portarmi dal letto su la poltrona o dalla poltrona
-sul letto, mentre Gherardo in un canto, voltato di schiena, disinfettava
-la siringa per l'iniezione? Diceva: -- Piano, piano, babbo. Mettimi
-questo braccio intorno al collo, appòggiati bene su la mia spalla. Non
-aver paura. Lasciati pur andare con tutto il tuo peso. Ti reggo, ti
-reggo benissimo. Non aver paura di serrarmi la nuca; lascia penzolare le
-gambe. Abbandònati. Ecco, ti sollevo, ti porto. Sei più leggero di
-ieri».
-
- _Bandino._
-
-Sorella mia, perché mi strazii?
-
- _Mortella._
-
-Sì, chiamami così. Non voglio da te altro nome. Il mio, voglio che sia
-dimenticato. Fratello mio dolce! Il cuore mi trabocca se ti chiamo così.
-Fratello! Tu sei il mio fratello.
-
- _Bandino._
-
-Non hai dunque più rancore contro di me? Mi perdoni?
-
- _Mortella._
-
-Prendiamoci per le mani. Anche tu, se t'ho detto qualche parola amara,
-anche tu perdonami.
-
- _Bandino._
-
-Ah, mi pareva d'averti perduta, e ti ritrovo!
-
- _Mortella._
-
-Devi ritrovarmi. Non dubitarne. Sii certo che ti attendo.
-
- _Bandino._
-
-Dove?
-
- _Mortella._
-
-Non posso dirtelo ancóra. Se tu lo sapessi, forse correresti prima di
-me. E bisogna che io ti risparmii.
-
- _Bandino._
-
-Sorella, povera sorella, perché ti smarrisci?
-
- _Mortella._
-
-Credi che vaneggio? Ma ho qui un pensiero più diritto d'una lama nuda,
-più acuto d'un coltello. Se gli dovessi assimigliare qualcosa, gli
-assimiglierei quella misericordia dal manico d'oro, quella di Francesco
-Guinigi il Ghibellino, che nostro padre aveva tanto in pregio.
-
- _Bandino._
-
-Chi può avercela rubata?
-
- _Mortella._
-
-Io lo so.
-
- _Bandino._
-
-Fosse vero! Che darei per riaverla!
-
- _Mortella._
-
-Che ne faresti? Sapresti servirtene all'occasione?
-
- _Bandino._
-
-È una reliquia.
-
- _Mortella._
-
-Non vi sono reliquie che uccidono? Più tardi, con te, voglio entrare in
-quella stanza, voglio toccare con te tutte le reliquie e inginocchiarmi
-con te sul suo inginocchiatoio, fratello e sorella, accosto accosto.
-Vuoi?
-
- _Bandino._
-
-Sì.
-
- _Mortella._
-
-Là, soltanto là ho potuto fissare il pensiero che mi veniva dal mio
-abisso e decidere quel che è giusto.
-
- _Bandino._
-
-Che cosa?
-
- _Mortella._
-
-Qualcosa si deve fare.
-
- _Bandino._
-
-Che cosa?
-
- Egli è tremante d'angoscia e anelante.
-
- _Mortella._
-
-Tal cosa che bisogni o farla o patirla.
-
- _Bandino._
-
-Ah, sorella, sorella, tu mi spaventi. Credevo che tutto fosse finito.
-
- _Mortella._
-
-Così mi risponderesti se ti chiamassi, se ti gettassi il mio grido?
-
- _Bandino._
-
-Temo di comprendere. Mi perdo.
-
- _Mortella._
-
-Temi! Sempre la stessa parola. Chi ci mise al mondo, si sbagliò. Sei tu
-che hai un'anima di fanciulla, e io ho il cuore maschio.
-
- _Bandino._
-
-Che vuoi da me? Parla.
-
- Si leva in piedi, sbiancato, fremente. Anch'ella si leva, sul
- punto d'essere trascinata dalla sua passione. In quel punto,
- sollevando la portiera, la madre si mostra.
-
- _Mortella._
-
-No. Bisogna che io ti risparmi. Io posso quel che tu non potresti. Ma la
-vita non ti risparmierà. Guarda. Ecco nostra madre. Ringraziala.
-
- _Bandino._
-
-Mamma, Mortella non sta ancóra bene.
-
- _Costanza._
-
-Venivo a chiedere...
-
- _Mortella._
-
-È l'ora? Il signor Ismera è dietro la porta? Entri.
-
- _Bandino._
-
-Mamma, Mortella è ancóra agitata.
-
- _Mortella._
-
-Non gli credere. Sono riposata. Ho dormito. Sto meglio. Non ho più
-febbre. Bisogna troncare gli indugi. Giana dice che la vita precipita.
-
- Il fratello ha uno scatto d'insofferenza.
-
- _Bandino._
-
-Bene, bene. Sia. Così non si può più vivere.
-
- _Mortella._
-
-Il signor Ismera è là?
-
- _Costanza._
-
-Non è là. Aspetta d'essere avvisato.
-
- Ella parla con una voce tarda e affranta, con qualcosa di
- contratto e d'intento nel viso, come se portasse dentro di sé il
- fascino d'un invincibile terrore.
-
- _Mortella._
-
-Bandino, vuoi andare ad avvisarlo? Vuoi condurlo tu stesso?
-
- _Bandino._
-
-Bene. Sia. Vado.
-
- Esce, a capo chino, corrucciato.
-
- _Mortella._
-
-Veramente avresti dovuto tu condurmelo, mamma, giacché t'è imposto il
-cómpito di assecondare il destino.
-
- _Costanza._
-
-Figlia, figlia, non so più se sia bene, non so se sia male. Non so quel
-che dev'esser fatto, non so quel che dev'essere impedito. Ho pregato
-Dio, ho frugato il mio cuore in tutti i versi, ho cercato di districare
-la mia volontà dal viluppo dei dubbi mortali, di tutto il mio sangue che
-mi faceva velo, mi sono vuotata come il ferito per terra si vuota di
-sangue, quasi ogni mattina mi sono svegliata di soprassalto credendomi
-caduta in fondo a non so che ruina da non so che altezza e alla sera più
-d'una volta m'è parso d'esser ricaduta con gli occhi aperti ancor giù,
-ancor più basso. Figlia, figlia, e niente mi vale, e niente mi conta!
-Vedi, non devo avere negli occhi che lo sguardo fisso dello spavento, lo
-sguardo di chi non può se non riconoscere l'atrocità della forza che lo
-schiaccia senza scampo.
-
-Che ho fatto? Che cosa accade? che altra sciagura si prepara? che
-desolazione si rinnova? che abominazione ritorna? Non so più, non
-distinguo più. Non so quel che farò per tentare di salvarmi. Non so quel
-che farò per finire di perdermi. Sono presa al petto, sono presa al
-capo, tutta un dolore, trafitta dai miei stessi gridi che ricaccio
-dentro serrando i denti, messa in brandelli e viva come una preda
-lasciata lì dalla bestia già sazia. T'invoco, t'imploro; e che parole
-vorrei intendere da te, che aiuto potrei da te ricevere, non lo so
-neppur concepire.
-
- _Mortella._
-
-Mamma, davanti a te, in questo momento non posso che rimanere
-silenziosa.
-
- _Costanza._
-
-Tremo, non sto in piedi, mi pare che le ossa mi si disgiungano. Non puoi
-capire. S'egli ora entra qui, se resta con te, se vi parlate, non credo,
-non credo che potrò sopportare l'attesa. Il cuore mi si schianterà. Non
-puoi capire. È peggio, è assai peggio che quando bambina ti dovettero
-operare e udivo bollire nel mio cervello l'acqua in cui si
-sterilizzavano i ferri del chirurgo, e il tettuccio di tortura era là
-con i suoi congegni e le sue ruote, e il tuo povero piccolo viso già
-spariva sotto la maschera di garza... Tu non ti ricordi, tu non sai. Ma
-è peggio, è peggio.
-
- _Mortella._
-
-Come? Perché? Non sta per entrare qui l'ospite senza macchia che mi
-dimostrerà la mia ingiustizia e mi costringerà a chinare la fronte,
-forse a cadere in ginocchio, forse a baciargli le mani? Non eri sicura
-di questo? Non ne sei più sicura? Non me lo mandi qui a un colloquio di
-assoluzione e di pace?
-
- _Costanza._
-
-Ah, non ragiono, non ragiono. Tremo. Non so che viso ho; ma tutta la mia
-vita in me è bianca di terrore. E come non ho più lacrime, credo che non
-ho più sangue. Ti prego, ti prego! Non lo vedere, non gli parlare.
-Rinunzia. Ti supplico! Abbi pietà di me.
-
- _Mortella._
-
-Ma chi me l'ha proposto? Ma chi me l'ha chiesto, anzi imposto?
-
- _Costanza._
-
-Mi ricredo, mi pento. Sono un'insensata. Siamo tutti insensati. No, non
-bisogna. Che bene ne può venire? Basta guardarti. Basta respirare
-quest'aria, respirare questa luce, sentirti vivere, sentir vivere queste
-cose intorno a te. No, non è possibile. Ti supplico. Me ne vado. Lo
-porterò via. Non ci vedrai più, né me, né lui. Stanotte stessa partirò,
-lo farò partire. Prima dell'alba saremo lontani, al confine del mondo.
-Te lo giuro.
-
- _Mortella._
-
-Mamma!
-
- La sua voce, il suo aspetto rivelano un tal crollo di tutto
- l'essere, che la madre ne ha un gran sussulto come d'un altro
- spavento impreveduto, come d'un altro mostro indistinto che le
- si drizzi davanti e sia per afferrarla.
-
- _Costanza._
-
-Che è?
-
- _Mortella._
-
-È vero dunque?
-
- _Costanza._
-
-Che cosa?
-
- _Mortella._
-
-Quel che ho pensato contro di te, quel che penso contro di te, quel che
-tu sembri ora?
-
- _Costanza._
-
-Che sembro?
-
- _Mortella._
-
-Quel che confessi ora?
-
- _Costanza._
-
-Che confesso?
-
- _Mortella._
-
-Ah, è orribile.
-
- Bandino solleva la portiera, e il padrigno entra nella stanza
- con lui. Per un istante, si trovano l'uno a fianco dell'altro.
- Costanza si volge come a un'apparizione che la impietri. Non
- parla più, sembra che non respiri più. La figlia abbassa la
- voce.
-
-Guardali.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Grazie, Mortella, d'avermi permesso di farvi questa visita. Come state?
-
- _Mortella._
-
-Bene, molto bene. Venite avanti, venite avanti. Sedetevi.
-
- L'uomo fa l'atto di avvicinarsi.
-
-A rivederci, mamma. A rivederci, Bandino.
-
- Il giovine s'accosta alla madre e la conduce verso la porta.
- Mentre egli solleva la portiera, ella si volge a guardare suo
- marito e sua figlia che restano in piedi l'uno di fronte
- all'altra; e vede che Mortella sorride. La portiera ricade. I
- due sono soli.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-State dunque bene, ora?
-
- _Mortella._
-
-Bene, molto bene, padre d'anima. Ringrazio la vita. Avvicinatevi. Non
-abbiate paura di calpestare i fiori.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ho sempre cercato di non calpestarne.
-
- _Mortella._
-
-Ah, veramente? Sì, lo so. È la piccola Gentucca, la Rondine, che m'ha
-giuncata la stanza come si fa per le feste grandi in chiesa. Ecco, in
-fatti, una gran bella giornata.
-
- Ella non si diparte dal tono del motteggio. Qualcosa d'acuto e
- d'acerbo è in lei, qualcosa di agile e di vigile, che le dà
- l'aspetto d'una persecutrice incalzante.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Molto augurata, molto attesa da me, cara Mortella. Non so dirvi come io
-sia felice di potermi ravvicinare a voi che foste per tanto tempo la mia
-piccola amica selvaggia e tenera, la piccola Grazia dei giardini
-pensili, che condusse verso di me qualcuna delle più fresche ore di mia
-vita.
-
- Egli è guardingo come qualcuno che saggia i suoi modi, non
- sapendo ancóra quale gli valga; ma tiene la sua voce nel tono
- più naturale.
-
- _Mortella._
-
-Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di
-rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce
-inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, laggiù, dove
-ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve
-ne ricordate?
-
- _Mortella._
-
-Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c'è stato uno che non abbia
-detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel
-gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare:
-il rottame e l'annegato.
-
- Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di
- sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di
- spettrale.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste,
-vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella.
-
- _Mortella._
-
-Lo so, lo so. Ho un certo sorriso nella bocca, che deve somigliare una
-povera nottola crocifissa sopra una porta sgangherata. L'ho. Lo sento. È
-là. Non lo posso schiodare. Vi fa compassione. Vi fa credere che io sia
-mentecatta.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-No, no. Che dite mai? È un sorriso molto dolce, un sorriso di bambina
-smarrita.
-
- _Mortella._
-
-Veramente?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-M'intenerisce.
-
- _Mortella._
-
-Ah! Credevo che vi sbigottisse un poco, che ve ne ricordasse un altro...
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Quale?
-
- _Mortella._
-
-Quello per cui l'amico vostro incominciò a morire.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-L'amico mio?
-
- _Mortella._
-
-Sì, l'amico vostro: mio padre. Non era il vostro compagno di giovinezza,
-il diletto? l'unico fratello dell'anima vostra?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Certamente.
-
- _Mortella._
-
-Come! Non avete nella voce una vampa d'amore? Non avete un sospiro di
-rimpianto?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Perché dovrei menomare, con una dimostrazione che non mi conviene, un
-sentimento da me custodito intatto? Quale amore sopporta d'esser
-misurato?
-
- _Mortella._
-
-Non è una sua parola? Mi sembra di riconoscerla.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Forse.
-
- _Mortella._
-
-Gli ho anche udito dire: «L'amicizia è un dono di vita che si fa in
-piedi per riceverlo in ginocchio».
-
- _Gherardo Ismera._
-
-N'era ben degno.
-
- _Mortella._
-
-Ma in ginocchio non si riceve anche il colpo di grazia?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Mortella, voglio parlarvi...
-
- _Mortella._
-
-Sì, parlatemi di lui. Voglio udirvi parlare di lui, e specialmente di
-quell'ultimo sorriso che gli metteste negli angoli della bocca, sopra le
-mascelle serrate che non poté disserrare più... Guardatemi, guardatemi.
-Lo imito, senza volere.
-
- Ella è così intieramente posseduta dall'imagine paterna, che per
- alcuni attimi la figura della convulsione mortale sembra
- riespressa dal suo gioco terribile.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ma che demenza è la vostra?
-
- _Mortella._
-
-Anche voi, anche voi, senza volere, l'imitate nel sonno.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che démone v'ha presa? Cessate, Mortella.
-
- _Mortella._
-
-Vi ho visto dormire! E credevo che non dormiste più, che in fondo a
-qualche corridoio bianco aveste ucciso il sonno, come il sire di Glamis,
-come il sire di Cawdor.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Perché sfuggite? Venite qui, Mortella. Lasciatevi prendere per le mani.
-
- Com'egli le si appressa, ella si allontana, si sottrae,
- implacabile e inafferrabile.
-
- _Mortella._
-
-Non vi affaticate. Già ansate un poco, e avete le labbra grige come se
-aveste mangiato la cenere. Se qualcuno entrasse, penserebbe che facciamo
-i ragazzi, che giochiamo a bomba.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non giocate più a questo gioco lugubre. Basta. Siete voi che vi nutrite
-di cenere.
-
- _Mortella._
-
-Bene. Siamo due, saremo due. State tranquillo, sedetevi. Non v'importa
-di sapere quel che dal fondo viene a galla sul vostro viso, nel sonno?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Dove mi avete visto dormire?
-
- _Mortella._
-
-Sedetevi. Ve lo dirò. Laggiù, sul sedile di pietra, presso la tavola
-dell'oriuolo a sole, nell'ora calda, nell'ora del pisolo. Siete stanco,
-stanco per aver preso troppo, per voler ancóra tutto prendere; siete
-stremato, e non volete confessarlo. Quando siete solo, v'accasciate
-súbito. Vi spiavo.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ah, fate questo?
-
- _Mortella._
-
-Credevo che aspettaste qualche preda. Ma tardava. L'ombra del vostro
-capo s'allungava sul quadrante solare che non ha più il suo stilo.
-Pencolando un poco a destra e un poco a sinistra, pareva che segnasse
-un'ora di qua e un'ora di là. Tutte feriscono, una sola uccide: lo
-sapete.
-
-Finalmente il capo si chinò, si fermò; e l'ombra segnò l'ora che non
-dimentico. Eravate assopito. Vi spiavo. Eravate in balìa di me. Mi
-ricordo d'aver veduto una volta rimontare d'un tratto a galla un
-palombaro che aveva perduto i suoi calzari di piombo: una specie di
-mostro grondante. Così qualcuno è risalito nel vostro sonno,
-all'improvviso: quell'altro uomo, quel mostro che v'abita. Era
-spaventevole. E non m'era nuovo: lo conoscevo!
-
- Egli tenta di dissipare l'incanto con uno scoppio d'ilarità
- fittizia.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Oh, che brutta storia! In cambio di tante belle storie che vi ho
-raccontate ai bei tempi! Siete ingrata, Mortella. Ma voglio essere il
-vostro medico come a quei tempi ero il vostro interprete. Bisogna che io
-risani la vostra imaginazione con una cura solare. Vi vedo supina per
-ore ed ore su la tavola scottante di quel vecchio oriuolo inerme.
-
- _Mortella._
-
-Come ridete male!
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Come rimpiango il vostro sorriso d'allora! Non era crocifisso. Basta,
-via. Datemi le mani, perché io vi esorcizzi.
-
- _Mortella._
-
-Nella mia imaginazione ho troncate le vostre e le ho conservate in fondo
-a uno specchio come nel ghiaccio.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-So anche quest'altra storia.
-
- _Mortella._
-
-Sapete dunque che la faccia di quell'altro, quella grinta senza colore,
-io la conobbi chinata su quelle due mani che preparavano la siringa per
-la puntura cotidiana prescritta al paziente?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Mortella, non abbiamo testimoni che giustifichino la vostra eccitazione
-vana. Non c'è nessuno qui, davanti, a cui dobbiate conservare
-l'attitudine crudele che, per un pervertimento non del tutto nuovo,
-avete imposta a voi stessa. Non vi ostinate a falsare la vostra anima,
-che era tanto sincera. Consideratemi come un medico sagace e tuttavia
-come un amico affettuoso. Siamo soli, siamo noi due soli.
-
- _Mortella._
-
-Credete che siamo noi due soli?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Sembra.
-
- _Mortella._
-
-Non l'avete veduto entrare?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non continuate a giocare coi miei nervi.
-
- _Mortella._
-
-Era al vostro fianco. Non era mio fratello, era lui. Ho detto a mia
-madre: «Guardali!». Non avete inteso? La stessa forza del tradimento
-aveva rincatenato l'ospite all'ospite.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non andate troppo oltre.
-
- _Mortella._
-
-È là, seduto, con quella fronte di luce su tutta quella tristezza che
-incava le sue gote, che affina il suo mento. Non vi voltate. È là.
-
- Ella ha veramente il battito dell'allucinazione nelle palpebre,
- e la voce della sua fede crea l'apparizione nell'ombra glauca e
- bassa.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ah, vi compiange.
-
- _Mortella._
-
-In piedi vi aveva fatto quel dono di vita. Per affrettare la fine
-dell'uomo messo in croce, gli rompevano i ginocchi. Così egli non s'alza
-più.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Tacete. Siete odiosa.
-
- _Mortella._
-
-Non vi vale coprirvi gli occhi. Dev'essere rimasto seduto così anche
-nella vostra memoria, ma con quel sorriso atroce che gli avete scolpito
-nelle mascelle di pietra, là, come una statua d'Egina. Vi guarda. È
-lucido. Comprende. Sa. È certo.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ma tacete, ma tacete! O vi schianto.
-
- Fuori di sé, egli balza e minaccia. Implacabile, l'altra riempie
- d'agonia l'aria che lo soffoca.
-
- _Mortella._
-
-No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro.
-È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s'inarca, ricade. Il
-respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non
-batte più, è vuotato. L'avete ucciso! Gherardo Ismera, l'avete ucciso.
-
- Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro
- l'accusatrice, l'afferra pei polsi e la scrolla brutalmente.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra
-demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la
-segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per
-imporre il provvedimento necessario. Non v'è altro mezzo di ricondurre
-alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di
-sé, indegna ornai di compassione. Avete inteso? Vi comando il silenzio.
-
- Ella si svincola selvaggiamente.
-
- _Mortella._
-
-M'avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch'io mi
-svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del
-tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell'altro, sino all'ora della
-morte: la faccia dell'assassino.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ma, o insensata, dov'è per voi la prova, la larva d'una prova? Un'ombra
-d'indizio almeno!
-
- _Mortella._
-
-Una testimonianza.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Quella del vostro delirio?
-
- _Mortella._
-
-Quella della mia anima bastava a me. Di dentro, dal profondo, con
-l'anima sveglia, col solo mio dolore, avevo scoperta la verità intiera.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Sognato un sogno criminoso.
-
- _Mortella._
-
-E qui, nella casa, fin dalla prima sera del ritorno, tutta l'aria era
-chiara di quella verità, chiara dal fondo della tomba al colmo del
-tetto, come per un annunzio di resurrezione.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-E basta?
-
- _Mortella._
-
-Non basta. Quando l'azione s'è levata come se fosse stata allora allora
-commessa, un testimone inoppugnabile l'ha riconosciuta.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Un nuovo fantasma?
-
- _Mortella._
-
-Una carne viva, una coscienza viva, che per un senso d'umanità aveva
-attenuata la certezza in sospetto per poter serbare il segreto ed
-evitare l'orrore d'una denunzia. Io l'ho cercata, l'ho frugata, l'ho
-forzata a rispondere, a testimoniare, a confermare la prova interiore
-con la prova manifesta.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Chi?
-
- _Mortella._
-
-Lo chiedete? Non credevo che poteste sbiancarvi di più. Il medico, il
-dottor Securani, Paolo Securani... Qualche ora fa, era qui; e il mio
-male era il suo male.
-
- Egli si lascia cadere su una sedia, come in una specie
- d'ottenebrazione repentina.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Sì, v'è un contagio del delirio.
-
- _Mortella._
-
-V'è un veleno che resiste al dissolvimento, e che si potrebbe ritrovare
-intatto, nella cosa senza nome, pur dopo tre anni. È il granello
-incorruttibile dell'ospitalità. Potrebbe forse ancóra servire... Ci
-pensate?
-
- Egli è assorto, intento al suo intimo travaglio. Ella gli si
- accosta e un poco si piega verso di lui senza pietà, osservando
- le mani ch'egli tiene posate su le ginocchia.
-
-Non avete più sguardo. I vostri occhi hanno perduto lo sguardo. Così la
-viltà v'immezzi codeste mani micidiali che vi cadano dai polsi a terra
-sfatte, con quel disegno ch'io ci leggo, che ora io veggo trasparire
-palese come le vene...
-
- Egli balza in piedi, con un gran fremito riscotendosi e tendendo
- le pugna chiuse.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Ah, no! Sono ancóra tanto potenti che saprebbero piegare il vostro odio
-e il vostro orgoglio come già seppero aprire alla vostra ansietà il
-cammino che doveva condurvi verso voi stessa, in opera di vita, in opera
-di salute.
-
- _Mortella._
-
-Il vinto si risolleva?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non sono vinto, né ho bisogno di risollevarmi. Non sono mai stato più
-alto in me: alto abbastanza per la fólgore. E sia! il mio coraggio può
-guardare la sua azione, senza vacillare e senza impallidire.
-
- _Mortella._
-
-Di più, non avreste potuto, non potreste.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non parlo del mio viso d'uomo ma del mio coraggio silenzioso a cui avete
-opposto la vostra agitazione insensata e un fantasma foggiato dalla
-vostra angoscia che mi turba, in questa camera chiusa che sembra molle
-di lacrime, che è il luogo stesso del vostro delirio e del vostro
-martirio, ove non è possibile difendere il cuore dalla compassione o dal
-rimpianto...
-
- _Mortella._
-
-Non compassione, non rimpianto. Io ho combattuto la buona guerra, senza
-fiacchezza, senza viltà.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Né io commetterò una viltà contro il mio atto, se ho impallidito dinanzi
-a una imagine difformata e infamata del mio atto. Credete voi, potete
-voi credere che io abbia obbedito a un sentimento di paura o di vergogna
-nel contrastarvi il mio segreto? Credete voi che il mio diniego
-ostinato, che la mia dissimulazione sorridente, che la mia stessa
-violenza abbian tentato di coprire una colpa ignominiosa e di sfuggire a
-un marchio infame? Mi conoscete voi per tale che, dopo aver osato,
-cerchi di eludere il pericolo con sotterfugi e con astuzie di piccolo
-malfattore? Sono io quegli che s'affanna a trovare la parola e il gesto
-abili per mentire a sé stesso e guadagnare l'impunità? M'avete
-rappresentato qualcuno che mi abita, un altro che si nasconde in me. Non
-uno ma mille; non un'anima ma mille anime, certo: una somma di forze
-concordi e discordi, talvolta schiacciante. Tale è l'uomo vivo, tale
-sono io vivo fra tante larve asservite. E lo guardavo, e lo ascoltavo,
-quell'altro, quell'estraneo, dianzi, qui, mentre giocava con voi il
-gioco lugubre, mentre schivava il vostro assalto, si sottraeva alla
-vostra persecuzione. E lo consideravo con una tristezza ch'era ben più
-amara del vostro sarcasmo. Che mancava alla sua umiliazione? Gli mancava
-che voi gli deste una delle vostre vesti e ch'egli singhiozzasse ai
-vostri piedi come una femminetta colta in fallo! L'assassino che si
-confessa e si pente nella stanza verginale, con la nuca sotto il
-calcagno della vendicatrice! Gli somiglio? Ditelo.
-
- _Mortella._
-
-Non meno vile, avete preferito di scrollarmi e di torcermi i polsi.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Sì (perdonatemi, perdonatemi!), per non potere più dominare
-l'insofferenza di quella tortura inutile, di quel gioco sinistro e vano.
-Ho sperato di sopraffarvi, di piegarvi, e di salvare ancóra il mio
-segreto dalla profanazione.
-
- _Mortella._
-
-Dalla profanazione?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Sì. Voi che pretendete d'esservi per vóto assunta in puro spirito e che
-tuttavia non sapete vedere di là dai piccoli segni materiali, voi che
-rimanete chiusa nel cerchio del vostro specchio rivelatore, voi che
-rimanete affascinata da due mani pallide e da un viso chino, voi che
-volete smuovere la cenere fredda per ritrovarvi il granello della prova,
-conoscete voi la sentenza superba d'un uccisore? «Se questo mio è un
-delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginocchino davanti al mio
-delitto».
-
- _Mortella._
-
-Era una voce d'eroe ribelle.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-E che conoscete voi dell'eroismo se non le imagini divulgate, le figure
-visibili? V'è un altro senso, oltre gli occhi e gli orecchi. La peggiore
-azione può celare una bellezza profonda. E vi sono sacrifizii insoliti a
-cui non può accostarsi né la vostra ragione né la vostra fede. Anche
-nell'amicizia, come nell'amore, il dono di morte può valere il dono di
-vita. Voi che giudicate, potreste comprendere? Sapreste voi sciogliere
-il mio enigma come io seppi interpretare i vostri sogni? Povera creatura
-inconsapevole, intenta a guatare, a spiare per tutte le fenditure della
-mia anima, a foggiare con ciascuna delle mie parole un ordegno per
-aprire il mio cuore!
-
- _Mortella._
-
-L'aprirò.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Non basta. Solo potrebbe leggervi chi avesse veramente toccato il fondo
-della colpa e del dolore, l'apice della volontà e della bellezza.
-
- _Mortella._
-
-Tutto avete sovvertito.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Tutto ho esaltato. Non tentai di creare voi stessa sopra voi stessa?
-
- _Mortella._
-
-Avete pesato sopra di me con tutte le vostre forze perverse.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un'ala.
-
- _Mortella._
-
-Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto!
-Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola
-Rondine non poté apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi
-talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi
-agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore
-si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in
-cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi?
-Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e
-non ho quel che ho donato.
-
- _Mortella._
-
-Riconosco l'arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di
-me, né d'altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei
-già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il
-mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra
-tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete
-confesso, siete giudicato.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi
-conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il
-diritto di punirsi o di farsi grazia; e non lo concede ad altri. Se
-tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di
-quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di
-me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone
-grandeggia là dove l'anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono
-stelle.
-
- _Mortella._
-
-Porterò la mia nella mia mano, stasera, come un fuoco bianco. E la
-vostra?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Attendo che me ne nasca una nuova.
-
- _Mortella._
-
-Da un nuovo orrore? o dalla morte?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che è la morte? «Credete veramente che si possa morire?». È una vostra
-antica domanda.
-
- _Mortella._
-
-«Si può uccidere». È la vostra risposta. Ma, se foste prossimo alla
-morte, potreste ancóra mentire?
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che gioverebbe mentire? E che potrebbe ormai avvenirmi, che già non
-fosse in me?
-
- _Mortella._
-
-Fate dunque che il vostro coraggio alzi davanti a me l'imagine vera del
-vostro atto. Perché avete ucciso? Come avete ucciso? Dite. Mondatevi
-d'ogni menzogna e d'ogni frode, come se la nostra sera fosse venuta e io
-avessi già per voi la mia veste bianca.
-
- Ella è protesa verso di lui, in un fremito d'aspettazione,
- simile a una fiamma che si travagli. L'uomo sembra per alcuni
- attimi vacillare all'orlo del suo segreto. Ma si scrolla e
- ricusa.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-No. Questo è il segreto dell'anima. Voglio ancóra restar solo con lui e
-col mio dispregio, per prepararmi una solitudine più grande e più
-libera. De' miei legami io non ho fatto le mie radici. Sono il padrone
-della mia vita e della mia morte.
-
- _Mortella._
-
-Badate. Nessuno è padrone della sua vita e della sua morte.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che mi vale la vita? e che la morte? O povera! E che cosa mai potrà
-superare in durezza quel che da me già fu patito?
-
- _Mortella._
-
-Badate. Ho un comandamento dentro di me, a cui devo obbedire. Badate, vi
-dico.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-A che? Ammonirmi non giova, né minacciarmi. La vendetta ha i piedi
-silenziosi della colomba? Non proteggo le mie spalle, né mi volgo
-indietro. Né mai degno accertarmi se mi sia a favore il dado tratto. Non
-mi risparmio, no, né chiedo d'essere risparmiato. Tutto codesto mi par
-miseria. Ma andate, se è venuta la vostra sera, andate dunque a pregare.
-
- _Mortella._
-
-L'ultima preghiera io l'ho fatta già, su quel sepolcro ardente.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Che l'ardore divampi! Che la fiamma si levi! E sarà la mia prova. Addio.
-
- Mentre egli si volge verso la porta sdegnoso e cupo, Mortella
- alza verso di lui il pugno, con un gesto di promessa e di
- consacrazione.
-
- FINE DEL SECONDO ATTO.
-
-
-
-
- IL TERZO ATTO.
-
-
-Appare una terrazza quadrata di pietra bigia, cinta di balaustri, priva
-di vasi e di statue; che guarda a piombo su l'antico cipresseto. Per tre
-gradini vi si sale da un ripiano che mette a destra sopra una branca di
-scala discendente nella terrazza sottoposta, e a sinistra sopra un'altra
-branca saliente alla terrazza superiore che si scorge nel cielo protesa
-in guisa d'un'alta prua. Una grande arcata collega le due porte aperte
-su l'una e l'altra scala, tutte di pietra gli stipiti gli architravi i
-limitari, semplici e sode, non ornate se non d'una fascia sola, con un
-che della nuda forma dorica.
-
-Si vede pel vano dell'arcata sfondare l'aria del vespro, ove la selva
-dei cipressi più e più s'infosca digradando come le canne d'uno
-smisurato organo di bronzo. Per entro alle masse cupe della fronda i
-rami secolari sono più aggrovigliati che le infime radici. Il fuoco del
-tramonto vi penetra in modo misterioso arrossando il groviglio interno
-così che sembra una bragia coperta da una tonaca di metallo.
-
-
-
-
- ----
-
- La pietra è silenziosa e deserta. S'ode la voce di Mortella giù
- per la scala che discende dalla terrazza di sopra.
-
- _La voce di Mortella._
-
-Addio, addio, Rondine! Addio, Gentucca!
-
- S'ode la voce della Rondine rispondere di giù, chiara e fresca,
- mentre Mortella varca la soglia, traversa il ripiano, sale i tre
- gradi, corre alla balaustra e si sporge per salutare anche una
- volta. Ha la sua veste bianca e i suoi sandali.
-
- _La voce della Rondine._
-
-Buona sera, Mortella! A domattina, a domattina, per tempo! Sarò là per
-l'ora della messa. Ti porterò i gigli dell'Olmatello: un gran fascio.
-
- _Mortella._
-
-Addio, cara cara la mia Gentucca! Sii felice, sii felice! Non ti
-dimenticare della tua Mortina.
-
- _La voce della Rondine._
-
-Buona sera! Buona notte! Dormi, dormi bene, stanotte. Va presto a letto.
-Voglio che tu dorma. Intendi!
-
- _Mortella._
-
-Dormirò, dormirò.
-
- _La voce della Rondine._
-
-E svégliati con un viso «fatto d'una rosa».
-
- _Mortella._
-
-Mi sveglierò, mi sveglierò.
-
- _La voce della Rondine._
-
-Non ti vedo più. Spòrgiti.
-
- _Mortella._
-
-Addio.
-
- _La voce della Rondine._
-
-Ah! Mortella, Mortella! Guarda, guarda il buono augurio! Alza il capo.
-C'è un filo di luna nuova alla tua sinistra: la luna a manca!
-
- Mortella leva il capo e guarda verso quella parte del cielo ove
- s'inarca il novilunio di giugno.
-
-Buona sera! Buona sera!
-
- La voce s'allontana. Mortella si sporge ancor più e
- s'accommiata.
-
- _Mortella._
-
-Addio! Addio!
-
- In questo punto la madre appare alla porta della branca che
- monta dalla terrazza di sotto. È ansante e sconvolta, quasi
- irriconoscibile, tanto la disperazione la sfigura.
-
- _Costanza._
-
-Mortella!
-
- La figlia sobbalza alla voce improvvisa, e si volge. La madre si
- slancia verso di lei.
-
-Ti trovo finalmente! Perché sei fuggita? perché m'hai lasciata così?
-T'ho cercata da per tutto. Mi sono trascinata da per tutto. Non so come
-non sia morta di schianto. Figlia, figlia, aiutami, che non ne posso
-più!
-
- Ella s'abbandona sul sedile di pietra, come in punto di venir
- meno.
-
- _Mortella._
-
-Ah, mamma, perché vuoi essermi tremenda fino all'ultimo? Come ti posso
-aiutare? che cosa ancóra ti posso dire? Sono fuggita, sì, perchè so
-resistere a tutto e non resisto alla tua presenza. Dal giorno che ho
-pensato contro di te, mi sono recisa da te. Ora il dubbio è divenuto
-certezza. E tu non ti discolpi. E sono io che debbo fuggirti e tu
-m'insegui; mentre, se io fossi in te, vorrei già trovarmi alla fine del
-mondo.
-
- _Costanza._
-
-Alla fine di tutto io sono, né viva né morta. E io, che t'ho messa al
-mondo, ora concepisco l'inconcepibile: il bene di non essere nata, la
-felicità del non essere. Se ti cerco, se t'inseguo, è soltanto per dirti
-che quel che tu pensi contro di me è peggio del tradimento, peggio
-dell'assassinio....
-
- _Mortella._
-
-Povera! Povera!
-
- _Costanza._
-
-Non avevo compreso. La prima volta, là, nella tua camera, dianzi, quando
-ti supplicavo di non lo vedere, di non gli parlare, veramente non avevo
-compreso. Te lo giuro. Mi dicevi: «È vero, quel che tu sembri ora?». Non
-sapevo che, non imaginavo che. Ero fuori di me, ero vuotata dalla
-vertigine. Ti vedevo sfigurata come in un sogno di paura e di ruina.
-Vedevo muovere le labbra; e le parole che udivo erano senza senso. Già
-tutta la mia vita era fissa nello spavento della divinazione, ma
-riconoscere questa nuova atrocità non potevo. Te lo giuro. Non avevo
-compreso; né la seconda volta, or ora. Ero quasi tramortita dal colpo,
-annientata, a terra. Le parole che tu m'hai gridate, io le ho udite come
-in un turbine, come in un tuono. Che potevo rispondere? Sei fuggita,
-forse per non calpestarmi....
-
- _Mortella._
-
-Ah, risparmiami!
-
- _Costanza._
-
-Mi sono rialzata, son tornata in me (l'eccesso del dolore sembra
-interrompere il dolore); e ho riudito dentro di me le parole buie, e un
-lampo m'ha percossa. Ho compreso.... Tu m'accusi di essere la sua
-complice, d'aver conosciuto e secondato il suo disegno, d'averlo aiutato
-a uccidere....
-
- _Mortella._
-
-Non posso ascoltarti. Se séguiti, mi lascio cader giù.
-
- _Costanza._
-
-No. M'ascolterai. M'accusi di questo? È questo che pensi? è questo che
-dici?
-
- _Mortella._
-
-Sì.
-
- La madre vacilla come se, colpita sotto la mammella, fosse per
- rovesciarsi su le lastre. Mortella fa l'atto istintivo di
- sorreggerla; ma esita vedendo che non cade, e non la tocca. La
- voce della madre è simile a quella ch'esce dalla gola arida dei
- feriti coraggiosi cui l'animo tien luogo di soffio.
-
- _Costanza._
-
-Lo vedo. Non è dubbio in te, omai è certezza. Non si tratta che
-d'uccidere, qui. Mi guardavi come chi giudica la forza del colpo, e
-credevi ch'io stessi per cadere, ma ti trattenevi dall'avvicinarti e dal
-toccarmi, tanto per te sono impura e infetta.
-
- _Mortella._
-
-Mio Dio, mio Dio, ma che vuoi dunque ch'io faccia? Vuoi che ti chieda
-perdono? vuoi che ti baci le mani? Io sono in un mondo e voi siete in un
-altro? C'è una verità o non c'è? È vero o non è vero quel che fu
-commesso? Qualche ora fa, un assassinio vile era trasmutato in un
-sacrifizio eroico. Ed ecco, tu mi rimproveri di non averti presa fra le
-mie braccia teneramente!
-
- _Costanza._
-
-No, no, t'inganni. Non tento di salvarmi, non voglio essere salvata. Non
-vedrò la luce di domani. Non penso che la mia miseria potrebbe
-sopportarla, come tu non pensi che il tuo odio possa renderti quel che
-hai perduto. Non sono all'orlo del buio ma già dentro, più della metà.
-Ascoltami, poiché la vita t'è venuta a traverso il mio povero corpo, a
-traverso la mia carne straziata. Il mio corpo non conta più, è già steso
-a terra. Mi sollevo dalla mia carne come dalla bara. L'anima mia intiera
-è davanti a te, e nulla più ti nasconde. Te lo dico: quel che tu pensi
-non l'ho fatto. Sono una sciagurata, un'insensata; ho in me e dietro di
-me tutte le sciagure e tutti gli errori; ma non mi sono macchiata di
-quella infamia.
-
- _Mortella._
-
-Che prima di morire mi sia dato di crederti! È la mia preghiera ultima.
-
- _Costanza._
-
-Credimi, credimi. Non senti la mia voce? Per un attimo, cessa di serrare
-il tuo cuore, rompi la durezza che lo fascia, per un attimo! Prendo su
-me tutto, e non quello. Ho peccato di passione ma non di nequizia. Se mi
-sono perduta davanti a te, non mi sono perduta davanti a me stessa. La
-tua accusa coperta e palese, da prima l'ho creduta una follia, una forma
-di delirio. E poi ho cominciato a tremare, senza osare di fissarla. Ed
-ecco, a un tratto, ne muoio. Ma ho tutto ignorato. Non ebbi alcun
-sospetto allora, né poi. Nulla mi fu confidato né confessato. E che
-cosa, in quel tempo triste, poteva essermi apposta, se la mia
-sollecitudine non venne mai meno, se la mia assistenza non si rilasciò
-un'ora, se volli compiere il mio dovere fino all'estremo?
-
- _Mortella._
-
-Ah, non dir questo, non lo dire. Altrimenti, come ti crederò? Come ora
-ti posso credere, se mostri d'aver perduta la memoria di tutto quel che
-fu male?
-
- _Costanza._
-
-In che mancai allora?
-
- _Mortella._
-
-Tanto sei smemorata! E mi domandi un atto di fede? Ti prego, ti prego:
-lasciami alla mia sera. Lasciami serbare il mio silenzio, col pugno su
-la bocca.
-
- _Costanza._
-
-Non si può. Quest'ora non tornerà mai più.
-
- _Mortella._
-
-M'ero purificata. Non vedi? Ho la mia veste bianca, e un comandamento
-dentro di me, a cui devo obbedire. Avevo ripetuta la parola santa:
-«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice». Bisogna dunque
-che lo beva?
-
- _Costanza._
-
-E bisogna che io beva la mia parte: tutta la feccia.
-
- _Mortella._
-
-Sia. Troppo grandi occhi tu m'hai fatti, e hai trascurato di mettere nel
-mio sangue la smemoraggine. Già, nel difenderti, tu avevi tentato di
-dimostrarti irreprensibile prima della sventura, fedele a lui vivente se
-pur infedele alla sua memoria. Ora tenti di nuovo, povera, dopo aver
-detto che l'anima tua intiera è davanti a me!
-
- La madre si smarrisce, si perde, agitata da un tremito che la
- dissolve. La voce le manca.
-
- _Costanza._
-
-Non è così?
-
- _Mortella._
-
-Ho respirato il fuoco. M'hai fatto respirare un orribile fuoco.
-
- _Costanza._
-
-Dio, Dio!
-
- _Mortella._
-
-Credi tu, o vuoi ch'io creda, ch'egli volgesse il viso contro il muro,
-senza vedere, senza sapere, ignaro di tutto? Ma il più leggero dei tuoi
-passi intorno al suo letto lo faceva soffrire peggio che se tu avessi
-camminato sul suo petto con piedi di bronzo.
-
- _Costanza._
-
-Ah, che ho fatto!
-
- _Mortella._
-
-Anche prima, anche prima che la malattia lo inchiodasse nel letto, certe
-sere, quando era solo con me, all'improvviso mi stringeva tra le sue
-braccia con una disperazione che faceva per me la notte su tutta la
-terra e oscurava tutto l'avvenire. Non parlava ma stringeva più forte. E
-sentivo cadere le sue lacrime sul mio capo... Ah, un anno di vita
-miserabile non m'avrebbe maturata come ciascuna di quelle. Rientrando a
-casa con lui, mi pareva di tornare dal fondo del dolore, sfiorita, senza
-più giovinezza. Che altra ghirlanda avrei potuto portare, dopo? Sono
-qui, quelle lacrime, sono qui dentro, tutte, indurite, divenute diamanti
-che tagliano.
-
- _Costanza._
-
-Non sapevo, non sapevo...
-
- _Mortella._
-
-Non sapevi ch'egli t'amava, che tanto t'amava? che aveva messo in te le
-radici della sua vita? che ti considerava come la sua compagna e come la
-sua creatura, come la sua opera e come il suo premio?
-
- _Costanza._
-
-Ah, cessa!
-
- _Mortella._
-
-Non sapevi che t'amava come oggi mio fratello ama la sua donna? Perché
-mio fratello, tuo figlio, l'ama la sua donna, senza rimedio. Là, nella
-mia stanza, prima che tu entrassi, ho sentito tremare il suo cuore
-sgomento sotto l'ombra che gli facevo per provarlo. «Ah, no, no!»
-balbettava, sconvolto. «Sparirei, morirei». E quel che fu fatto contro
-il suo padre, sarà fatto contro di lui. Tu l'hai preparato, tu l'hai
-voluto.
-
- _Costanza._
-
-Non è vero, non è vero! Non può esser vero anche questo. Dio, Dio, che
-farò? Morire non basta.
-
- _Mortella._
-
-No, non basta.
-
- _Costanza._
-
-Figlia atroce, creatura di spasimo, quanto urlai, quanto mi travagliai
-per metterti al mondo! E mi sembra di partorirti un'altra volta dal mio
-terrore.
-
- _Mortella._
-
-S'è vista una madre cullare una bara.
-
- _Costanza._
-
-Ma nessuna portare un cuore più peso. Tu sei stata in me, hai vissuto in
-me, più profonda del cuore, più dolce del latte. Ti sentivo palpitare a
-quando a quando, come la vena della felicità, stando seduta, senza
-pensieri, quasi assopita, col sole su i cigli... Sei uscita da me, hai
-pianto, hai sorriso. Il segno del mio legame tu l'hai: è indelebile. E
-ora sei là, quella stessa, quella della mia carne; sei là, grande,
-oscura, ostile, carica di destino, piena di cose orrende, piena di cose
-che tu sai e io non so, più esperta di me, perfino più triste di me,
-forse, ora che sono diventata vecchia all'improvviso, ora che non ho più
-nulla, ora che nessuno m'ama più, ora che ho fatto questo male...
-Figlia, figlia, dimmi che non è vero!
-
- _Mortella._
-
-Ancóra vuoi chiudere gli occhi! Ancóra vuoi essere illusa e risparmiata!
-Tutto devi sapere.
-
- _Costanza._
-
-Tu ne sei certa? Di che cosa sei certa? fino a che punto?
-
- Le parole le bruciano le labbra. Insofferente, Mortella si copre
- la faccia con le mani.
-
-Sì, perché tu mi parli così, perché io osi interrogarti, bisogna bene
-che tu ti sia recisa da me, che non vi sia più legame, né più ritegno,
-né alcuna cosa intatta, né alcuna cosa pura, e che al rossore della
-vergogna non manchi se non il sangue... Ma dimmi!
-
- _Mortella._
-
-Dio guarisca i miei occhi prima di chiudermeli.
-
- _Costanza._
-
-Ma è possibile questo? Se ho voluto ravvicinarmi, se ho supplicato, se
-mi sono umiliata, l'ho fatto per la speranza di riprenderti e per il
-bene di mio figlio, per l'amore del mio figlio buono, del mio figlio
-dolce, di quello che non m'ha mai dato una pena, che non m'ha
-disconosciuta mai, che non ha mai dubitato di me. Ed ecco, io, io
-stessa, gli porto la sciagura nella casa ricuperata, io stessa gli getto
-la mala sorte, gli conduco il nemico, lo dò legato al nemico.... Ah, è
-possibile questo? Dimmi, dimmi. Io sono perduta, tu ti perdi; ma bisogna
-che io salvi mio figlio, che tu salvi tuo fratello. Io e te non vogliamo
-dar tutto per lui?
-
- S'ode improvviso salire dalla profondità della cappella un
- preludio d'organo. Una commozione straordinaria illumina la
- faccia della vendicatrice.
-
- _Mortella._
-
-Ascolta! Ascolta!
-
- I grandi accordi sembrano salire su per gli antichi cipressi
- frementi dalle radici alle cime.
-
-Chi parla? Di chi è questa voce? Mi passa per le ossa.
-
- _Costanza._
-
-Sono tutta di gelo.
-
- Nel cielo mistico del vespro l'armonia solenne sembra ingrandire
- la potenza degli alberi funebri. Tutta la selva digradante si
- leva come una implorazione verso il presentimento della prima
- stella.
-
- _Mortella._
-
-Una cosa sola vive, nella sera, una sola: quella tomba. Non è una
-pietra, è uno spirito. Non senti come ne tremano i cipressi, come ne
-tremano le lastre dove posiamo i piedi?
-
- _Costanza._
-
-Che luce hai nella faccia! Com'è bianca la tua veste! Mortella!
-Sacrificami.
-
- Ella va verso la figlia come per offerirsi.
-
- _Mortella._
-
-No, non voglio che tu mi tocchi.
-
- _Costanza._
-
-Ti giuro, ti giuro che non sono quella che ti sembro.
-
- _Mortella._
-
-Va a pregare.
-
- _Costanza._
-
-Te lo giuro: non sapevo, no, non sapevo di aver dato la mia anima a un
-assassino.
-
- _Mortella._
-
-Lasciami. Non posso perdere la mia sera. Lasciami sola. È tempo. Va a
-pregare.
-
- Il preludio cessa. Il rombo dell'ultimo accordo si prolunga su
- per i cipressi. Poi si fa alto silenzio.
-
- _Costanza._
-
-D'ogni male mi tengo colpevole, pronta a espiare in ogni modo, e con
-tutta me e per vita e per morte e oltre; ma dell'infamia che mi apponi
-sono monda. Vieni, vieni. Te lo dirà colui che ha ucciso.
-
- _Mortella._
-
-Non mi toccare. Lasciami. Non voglio più nulla udire, più nulla sapere.
-
- _Costanza._
-
-Bisogna che tu venga con me, che tu lo cerchi con me, che tu non ti
-ricusi alla verità.
-
- _Mortella._
-
-Non credo, non posso più credere. Tutto è inganno, tutto è menzogna.
-Lasciami! Lasciami sola! Perché mi profani?
-
- La madre, nel contrasto, sente sotto la sua mano la durezza di
- un'arme corta e sottile, nascosta nelle pieghe della veste
- bianca, entro la cintura.
-
- _Costanza._
-
-Che hai qui?
-
- _Mortella._
-
-Ora mi frughi? Non voglio.
-
- Ella si dibatte, e respinge le mani insistenti.
-
- _Costanza._
-
-Mortella, Mortella, che hai qui? che nascondi?
-
- _Mortella._
-
-Non voglio essere frugata. Lasciami. Bada! Non mi spingere all'estremo.
-
- Ma la madre non desiste. Ha già messa la mano su l'arme, e cerca
- di strapparla via.
-
- _Costanza._
-
-Ah, è lo stiletto, è la misericordia! Perché lo porti addosso? che vuoi
-fare? Dammelo!
-
- _Mortella._
-
-No, no! Bada!
-
- _Costanza._
-
-Dammelo, Mortella!
-
- _Mortella._
-
-No!
-
- Lottano, anelanti, l'una strozzata dall'ambascia, l'altra
- dall'ira.
-
-Lascialo, o ti mordo la mano, o non so quel che faccio. Ah!
-
- La madre è riuscita a strapparle l'arme; e balza indietro,
- tenendola serrata nel pugno. Entrambe ansano; ma la figlia è
- sfigurata da un'ira selvaggia, addossata alla balaustra, tutta
- bianca sul nero dei cipressi.
-
- _Costanza._
-
-Figlia, figlia, che volevi fare?
-
- Ella le parla sommessa, con le mascelle malferme, atterrita
- dall'aspetto di quella furia vertiginosa.
-
- _Mortella._
-
-Se sùbito non mi rendi quell'arme, mi getto di sotto, a capofitto.
-Pòsala, e va via.
-
- Ella ponta le due mani su la pietra della balaustra e s'inarca
- indietro, verso il vuoto, pronta al salto, con una risoluzione
- così violenta nella minaccia e nell'atto che la madre si piega,
- tende verso di lei la mano, fa qualche passo curva, come
- strisciando su le lastre, e posa la misericordia
- dall'impugnatura d'oro che brilla. Non ha ancora ritratta la
- mano e non s'è rialzata ancóra, né la figlia ha mutato
- attitudine, quando s'ode un passo alla soglia della porta
- destra, e appare Gherardo Ismera.
-
- Sembra ch'egli venga in cerca di qualcuno; e da prima non
- s'accorge della presenza di Costanza e di Mortella su la
- terrazza già tutta occupata dall'ombra folta dei cipressi.
- Chiama a voce bassa, esitando.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Giana! Giana!
-
- Rapidissima, la donna si risolleva e mette il piede su l'arme
- rimasta a terra, nascondendola. Così, diritta, attende in
- silenzio.
-
- Gherardo Ismera s'avanza, sta per salire i gradi; e ancora lo
- scuro della sera l'inganna, che egli ripete per la terza volta
- il nome.
-
-Giana!
-
- Scorgendo la donna su la terrazza, ha un sussulto improvviso e
- si arresta.
-
- _Costanza._
-
-Non è Giana qui. Sono io qui, e c'è mia figlia. Stavamo per venire a
-cercarti.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Eccomi.
-
- Egli ha già raccolte le sue forze, sapendo che l'ora dell'ultimo
- combattimento è venuta.
-
- _Costanza._
-
-Dio vuole che mia figlia mi sia testimone in quest'ora. Dio vuole che
-l'ombra copra un poco quest'orrore e mi veli un viso inumano che certo
-non avrei potuto fissare alla luce del giorno senza averne gli occhi
-abbuiati e il cuore spento.
-
- Non v'è alcuna violenza nella sua voce, ma una gravità che
- sembra dare a ogni parola un peso di sangue e di lacrime.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Anch'io ho temuto, se bene tanto più forte. Anch'io ho tremato di pietà
-e -- lo confesso -- ho tentato di differire. Né m'attendevo questa
-testimone a un colloquio supremo che la passione filiale non può
-sopportare né intendere. Sottomettermi a un giudice, qualunque sia, non
-posso. L'ho già detto. Ma tu non giudicherai. Non si giudica il destino
-che ci martella e ci foggia. L'albero non giudica il fuoco che lo arde.
-E, se un atto terribile fu commesso, tu anche eri curvata sotto la
-necessità che lo volle.
-
- _Costanza._
-
-Nessuna parola dubbia, nessuna parola ambigua. La verità, la verità
-nuda! Sono accusata anch'io. Dinanzi a quegli occhi fissi che ci
-guardano dal fondo dell'eterno, io sono la complice: ho aiutato a
-uccidere, ho sorretto la mano micidiale, ho vissuto a fianco
-dell'uccisore, l'ho ricondotto qui per rinnovare l'infamia, gli ho messo
-nelle branche un'altra preda, ho preparata un'altra rovina. È questa
-l'accusa. La ripetono quegli occhi inesorabili. Se mi vale l'aver data
-tutta me stessa senza misura e senza pausa, se mi vale tanta cecità nel
-credere, tanto ardore nell'obbedire, tanto sforzo nel superarmi, se mi
-vale l'aver amato e servito l'amore di là dalla speranza e dalla
-disperazione, se mi vale infine questo annientamento fulmineo di tutto
-ciò che fu la mia ragione di vivere e di tremare, ti domando di dire la
-verità dinanzi a questa testimone del mio sangue e del mio spirito.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Mia povera donna, quest'ombra non basta. Anche la notte sarebbe troppo
-chiara. E che altro vorrei fare, che altro potrei, se non velarmi la
-faccia ed entrare nel silenzio che tutto assolve e tutto cancella? V'è
-un'anima che non potrà mai discoprirsi, un segreto che non può esser
-dato e ricevuto se non da pari a pari, un potere più antico della
-Necessità e del Tempo, e anche qualcosa del domani non nato. Ora non
-sopporto l'agonia ma affretto il trapasso. Che volete fare di me per
-placarvi? Mortella, com'è bianca la tua veste su la soglia della tua
-sera. Me l'avevi promessa.
-
- Dalla cappella profonda sorge di nuovo l'armonia dell'organo e,
- come condotta dal fremito dei cipressi, spazia di cima in cima
- per l'azzurro violaceo del vespro.
-
- _Costanza._
-
-Ascolta. Ora anch'io lo so, anch'io lo sento. Una sola cosa vive: quel
-sepolcro, laggiù, che si riapre. Ora lo so: dov'è il sepolcro, là è la
-resurrezione. Il padre e il figlio sono laggiù, una sola vita in ogni
-accordo, una sola tristezza in ogni armonia; e l'uno palpita nell'altro,
-l'uno si rivela nell'altro. Sento fremere la pietra sotto i miei piedi.
-E guarda, guarda che chiarore in quel viso muto! Che hai fatto? Come hai
-ucciso? Perché hai ucciso? Parla!
-
- Egli volge lo sguardo intorno, al cielo, agli alberi, alla
- pietra, alla creatura impietrita, alla sua donna anelante. La
- sua voce da principio è lenta, rotta dal soverchio
- dell'ambascia.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Se il suo spirito è presente, se questa grande cosa che riempie la sera
-è la sua anima veggente, se la mia stessa ambascia m'avverte ch'egli m'è
-vicino, gli domando di assolvermi dal fallo che commetto contro di lui
-rivelando il segreto ch'egli volle suggellare in me col giuramento.
-
-Sì, Mortella, io l'ebbi pel compagno diletto della mia giovinezza, per
-l'unico fratello dell'anima mia. Il dono di vita, fatto in piedi, fu
-ricevuto in ginocchio; e la vita fu ringraziata. Capace di tutte le
-bontà, chi ebbe un cuore più virile? Talvolta la nostra amicizia fu una
-milizia, e talvolta una creazione. E nessuno dei due misurò quel che
-diede, quel che ricevette. Mi dia egli ora il coraggio di parlare della
-cosa tremenda dinanzi alla creatura ch'egli ebbe come il fiore leggero
-della sua malinconia... È vero, Mortella, nessuno è padrone della sua
-vita e della sua morte.
-
-Si vive per anni accanto a un essere umano, senza vederlo. Un giorno,
-ecco che uno alza gli occhi e lo vede. In un attimo, non si sa perché,
-non si sa come, qualcosa si rompe: una diga fra due acque. E due sorti
-si mescolano, si confondono e precipitano. Così fu di noi. Costanza,
-Costanza, t'ho amata, t'ho amata! Ricordatene.
-
- Come radicata pel piede nel sasso costretta a quella spaventosa
- immobilità, ella è simile ai cipressi che di continuo fremono
- nella musica sacra e nel vento vespertino.
-
-Rivedo i suoi occhi. Mi guardano ancóra. Sono i tuoi, Mortella; si sono
-riaperti in te. C'è il suo sguardo dietro il tuo sguardo. Che cosa la
-mia vita poteva nascondergli? Né la sua a me. I nostri silenzii erano
-più chiari dei nostri pensieri. La fatalità inaspettata e inevitabile ci
-era sopra. E, come se non fosse abbastanza atroce, la malattia inchiodò
-la sventura consapevole. Il vento dissipa talvolta anche la nube che
-abbiamo dentro. L'angoscia lo respira. Ma no: quattro pareti chiusero la
-lotta. Un'orribile certezza stette sopra un guanciale inerte. E un
-giorno egli mi disse, fissando in me la sua certezza: «Bisogna che io
-muoia, o che tu muoia. Quel che è, è irreparabile. Sento che questo male
-non mi perdona. Ma, perché io ti perdoni, bisogna che tu affretti il
-destino. Ho, per finirmi, un'arme sicura e bella trasmessami dai miei
-vecchi. Non mi vale. Bisogna che nessuno sospetti, che nessuno indovini.
-Fa che stasera la puntura sia mortale... Tu mi devi questo, me lo devi.
-Per riscattarti, tu non hai che questo prezzo. È il prezzo che
-t'impongo, da pari a pari. Non ne conosco di più terribile». Ah, che
-altro può affrontare un cuore d'uomo? e che posso io temere nel mondo e
-di là? di che cosa posso io tremare?
-
-«Che la tua mano non tremi! Che il tuo polso sia fermo!». Così diceva. E
-la sua volontà tagliava ogni parola come il diamante invincibile. E,
-come i suoi occhi erano ne' miei occhi, la sua volontà diveniva la mia
-volontà e reprimeva in me ogni moto umano, e la compassione di lui e di
-me, e l'orrore della nostra forza, e la mia vertigine dinanzi al
-sacrifizio ch'era di là dall'amicizia e dall'amore, più alto della vita,
-più profondo della morte. «Se non vuoi che il mio sangue ricada su te e
-su quella che t'ama e che tu mi togli, liberami dalla mia disperazione,
-per una sola stilla. Affretta il destino. È il prezzo del riscatto.
-Voglio».
-
-Ah, quelle mani d'assassino vile che avete creduto d'intravedere in
-quello specchio infamante, e quella faccia senza colore china su la
-frode abominevole! Io ho presa la mia vita, col dolore, con l'amore, con
-la colpa, col rimorso, col peso di tutti gli anni e di tutti i mali, con
-la vergogna e con la bellezza, con la menzogna e con la verità; tra
-queste due mani l'ho presa e l'ho sollevata là donde l'anima non può più
-ritornare. Che volete da me?
-
- Protesa, fremente, ardente, Mortella ha seguìto la confessione
- senza battere le palpebre. Ora si lancia con un grido.
-
- _Mortella._
-
-Ah, un flotto per quella stilla!
-
- Si curva e striscia ai piedi della madre, come per raccogliere
- il ferro. Ma la madre le abbranca il braccio e la tiene, con una
- forza ineluttabile.
-
- _Costanza._
-
-Figlia, figlia, guarda! Il mio amore, la mia passione, la mia
-perdizione, tutta me, ecco, te l'offro. E a te, figlio!
-
- Fulminea, si piega, toglie di sotto al suo piede l'arme e si
- getta contro l'uomo per colpirlo.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Chi vendichi?
-
- Egli non ha indietreggiato, né ha fatto un sol gesto, ma guarda
- fiso la sua donna che sotto quello sguardo ha un attimo
- d'esitanza. Selvaggiamente Mortella l'incalza.
-
- _Mortella._
-
-Uccidi! Uccidi!
-
- _Costanza._
-
-L'amore.
-
- Ella ha risposto a voce bassa vibrando il colpo nel petto
- dell'uomo e lasciandovi il ferro. Balza indietro perdutamente, e
- lo guarda barcollare.
-
- _Gherardo Ismera._
-
-Amico, fratello, tu mi vedi.
-
- Egli trattiene lo spirito nella ferita con uno sforzo sovrumano.
- La notte dei cipressi è sopra la sua fine. Il rombo dell'organo
- si propaga alla pietra dov'egli è per piombare.
-
-Torno presso di te... Voglio che la mia anima abbia la forza di condurre
-il mio corpo fino alla tua pietra... Tu lo dicevi: un coraggio di
-solitario, un coraggio di aquila... Nessuno sa, nessuno comprende... La
-scintilla d'un dio la cercherò nella tua cenere... Voglio... voglio
-andare a lui... io solo...
-
- Egli si muove, fa qualche passo vacillante, mette il piede su
- l'orlo del primo gradino. La morte gli annoda le ginocchia, gli
- lega la lingua. Egli stramazza e rotola fin quasi alla soglia
- della porta ond'era venuto.
-
- La sua donna è caduta in ginocchio, come falciata dal terrore,
- incapace di accorrere, incapace fin di trascinarsi.
-
- _Costanza._
-
-Ti amo, ti amo! Verrò dove sarai...
-
- Disperatamente ella tende le braccia, poi si rovescia indietro.
- Mortella si piega su lei, con un movimento divino di pietà e di
- dolore.
-
- _Mortella._
-
-Madre, madre, bacio la tua mano, bacio questa mano!
-
- S'ode per la scala la voce affannosa di Giana Guinigi.
-
- _La voce di Giana._
-
-Mortella! Mortella! Chi ha gridato? Ho sentito gridare. Mortella, dove
-sei? Chi è là?
-
- Mortella corre verso il cadavere. Si toglie dal collo il lungo
- velo bianco e gli copre il viso. Poi strappa il ferro dalla
- ferita. Giana appare alla soglia, scorge il corpo attraversato,
- si curva, lo palpa; ritrae le mani rabbrividendo.
-
-Ah, è sangue! Chi l'ha ucciso?
-
- Costanza Ismera sorge dal suo tramortimento, simile nell'aspetto
- a quelle anime che, per rispondere nel dì novissimo,
- ricompongono le loro ossa e le loro carni intorno al loro
- spavento.
-
- Ma Mortella, tutta bianca, mostrando nel pugno la misericordia
- insanguinata, grida la sua vendetta.
-
- _Mortella._
-
-Io! Io l'ho ucciso, con questo.
-
- EXPLICIT DRAMA.
-
-
-
-
- Nota del Trascrittore
-
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (lugubre/lùgubre, mania/manìa, subito/súbito/sùbito e
-simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
-
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-
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-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FERRO ***
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