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- La vita in Palermo cento e più anni fa, vol. 1
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
-
-Author: Giuseppe Pitrè
-
-Release Date: October 11, 2011 [EBook #37719]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 1
-***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the
-Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
-
- EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI
-
- GIUSEPPE PITRÈ
-
-
- OPERE COMPLETE
- DI
- GIUSEPPE PITRÈ
-
-
- XXVII.
-
- SCRITTI VARI
- EDITI ED INEDITI
-
- ----
-
- GIUSEPPE PITRÈ
-
- LA VITA
- IN PALERMO
-
- CENTO E PIÙ ANNI FA
-
- VOLUME PRIMO
-
-
- _G. BARBÈRA EDITORE_
- _FIRENZE_
-
- ----
-
- _Proprietà letteraria riservata_
-
- ----
-
-
-
-
- COMITATO
-
- _Giovanni Gentile_, _presidente_.
- _Maria D'Alia Pitrè._
- _Giuseppe Cocchiara._
- _Raffaele Corso._
- _Nino Sammartano._
- _Paolo Toschi._
-
- ----
-
-
-
-
- OPERE COMPLETE
-
- _BIBLIOTECA DELLE TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE_
-
- I-II. Canti popolari siciliani.
- III. Studi di poesia popolare.
- IV-VII. Fiabe, Novelle e Racconti popolari.
- VIII-XI. Proverbi siciliani.
- XII. Spettacoli e Feste popolari siciliane.
- XIII. Giuochi fanciulleschi siciliani.
- XIV-XVII. Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo
- siciliano.
- XVIII. Fiabe e Leggende popolari siciliane.
- XIX. Medicina popolare siciliana.
- XX. Indovinelli, Dubbi, Domande, Scioglilingua del popolo
- siciliano.
- XXI. Feste patronali in Sicilia.
- XXII. Studi di Leggende popolari in Sicilia.
- XXIII Proverbi, Motti e Scongiuri del popolo siciliano.
- XXIV. Cartelli, Pasquinate, Canti, Leggende, Usi del popolo
- siciliano.
- XXV. La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano.
-
- _SCRITTI VARI EDITI ED INEDITI_
-
- _XXVI. Del Sant'Uffizio a Palermo e di un carcere di esso
- (inedito)._
- _XXVII-XXIX. La vita in Palermo cento e più anni fa (il vol. III
- inedito)._
- _XXX. Novelle popolari toscane (edite; ma con molte aggiunte)._
- _XXXI-XXXII. Bibliografia delle Tradizioni popolari d'Italia (il
- vol. II inedito)._
-
- _Corsi di Demopsicologia, cinque volumi (inediti)_:
-
- XXXIII. I. La Demopsicologia e la sua storia.
- XXXIV. 2. I Proverbi.
- XXXV. 3. Poesia popolare italiana.
- XXXVI. 4. Poesia popolare straniera.
- XXXVII. 5. Novellistica e varie.
- XXXVIII. La Rondinella nelle Tradizioni popolari (inedito).
- XXXIX-XL. Viaggiatori stranieri in Sicilia (inediti).
- XLI-XLVIII. Articoli di Riviste e di Giornali; Recensioni,
- Conferenze, Discorsi, Prefazioni, ecc. (editi e inediti).
- XLIX-L. Carteggio con illustri contemporanei (inedito).
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- ----
-
-
-
-
- INDICE
-
-
- Prefazione
- I. Stato politico ed economico della Sicilia nella seconda metà del
- Settecento.
- II. Su e giù per Palermo.
- III. Pulizia e condizioni igieniche della città. Bandi di Palermo.
- IV. Senato e Senatori.
- V. Condizioni economiche del Senato.
- VI. Le Maestranze.
- VII. Cartelli e Pasquinate.
- VIII. I Giacobini e la poesia politica.
- IX. Come si viaggiava per mare. I Corsari e la cattura del Principe
- di Paternò.
- X. Come si viaggiava per terra.
- XI. Locande ed Osterie, Correrìa o Posta.
- XII. Portantine e carrozze.
- XIII. Abituale assenza dei proprietarî dalle loro terre. Triste
- condizione dei campagnuoli.
- XIV. Nobiltà e gara di fasto.
- XV. Passione pel giuoco.
- XVI. Circoli di conversazione. Romanzi più in uso.
- XVII. Ospitalità e gentilezza. Balli e duelli.
- XVIII. Dame belle, dame buone, dame virtuose.
- XIX. Libertà di costume. Cicisbeismo.
- XX. La moda delle donne. Il parrucchiere.
- XXI. La moda degli uomini.
- XXII. Pranzi di ricchi e mangiare di poveri.
- XXIII. Lutti di Corte, di nobili, di civili, di plebei. Scene
- macabre.
- XXIV. Partecipazioni.
- XXV. Passeggiate della Marina e della Villa Giulia.
- XXVI. Divertimenti a Porta Nuova e a Zè Sciaveria. Villeggiatura ai
- Colli e a Bagheria.
-
- AL SENATORE
- _Prof._ PASQUALE VILLARI
- CON ANIMO RIVERENTE E AFFETTUOSO
- L'AUTORE
-
-
-
-
- PREFAZIONE
-
-
-Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita
-pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale
-dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del
-presente lavoro.
-
-Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per
-chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale,
-non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia
-familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta
-dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi,
-del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.
-
-I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in
-questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia
-generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande
-somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto
-inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso
-le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha
-nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in
-fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro,
-cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo
-all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto
-tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini
-si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti
-politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro,
-dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e
-finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e
-riforme sociali.
-
-Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo _Palermo_,
-parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte»,
-perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me
-accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note
-avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel
-gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più
-ristretto cerchio di persone.
-
-Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune,
-documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella
-Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti
-d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per
-non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del
-Camastra, e dell'inesauribile Villabianca[1] son le fonti alle quali ho
-largamente attinto. Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per
-certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il
-soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed
-abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo,
-dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che
-tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno
-fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni
-della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo
-avesse autorevolmente raccomandato[2].
-
- [1] A ben giudicare dell'immenso _Diario Palermitano_ di quest'ultimo,
- giova sapere che la parte finora stampata nella _Biblioteca_ del Di
- Marzo giunge solo all'anno 1784, e che i 17 anni rimanenti, fino al
- 1801, vigilia della morte dell'Autore sono compresi in ponderosi
- volumi mss. di ben 6584 pagine in-folio, che io ho spogliati al
- pari di centinaia d'altri volumi, egualmente manoscritti,
- dell'antico prezioso Archivio del Senato di Palermo.
-
- [2] I. _La Lumia_, _Viaggiatori stranieri in Sicilia nel sec. XVIII_:
- in «Rivista Sicula», a. III, v. VI, pp. 20-39. Palermo, Luglio
- 1871.
-
-I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in
-meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre
-reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di
-costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i
-quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli
-immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio
-d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano
-inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo,
-volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a
-Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a
-Selinunte, ed interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella
-piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno.
-Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente
-ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il
-digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle
-osterie e dei fondachi.
-
-E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia
-ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del
-1817[3]; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di
-quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del
-Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante
-cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia -- Palermo
-soprattutto -- i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg,
-Reith, Hager[4], e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti
-dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon
-siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e,
-prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi
-offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni.
-Il suo _Tour_ ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni[5],
-nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.
-
- [3] _Italiänische Reise_, Stuttgart und Tübingen, 1816-1817.
-
- [4] [Nell'errata corrige in fondo al secondo volume l'A. avvertì che
- «Hager, oriundo tedesco, era milanese»].
-
- [5] Vedi _D'Ancona_, _Saggio di una Bibliografia di viaggi_, che segue
- alla edizione del Viaggio in Italia di M. de Montaigne, p. 582, e
- la mia _Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia_, nn.
- 3651-3661.
-
-Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e
-da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non,
-Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q.
-Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e
-videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate
-di attenzione.
-
-A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo
-con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare,
-corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei
-poeti contemporanei.
-
-Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai
-spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo
-gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più
-argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società
-d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella
-sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta
-insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza
-limite battezzare «arcade di buona fede!».
-
-Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la
-vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando
-questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a
-cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella
-rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente spregiudicata,
-di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri
-bisnonni.
-
-Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia
-preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà
-conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie
-storiche della Sicilia.
-
- _G. Pitrè._
-
-Palermo, 10 Febbraio 1904.
-
-
-
-
- _Capitolo I._
-
-
- _STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL
- SETTECENTO._
-
-Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di
-Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando[6]. Le riforme
-iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate
-dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di
-Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali
-per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e
-pieghevoli.
-
- [6] Anno 1759.
-
-La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei
-Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il
-cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle
-scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto
-di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla
-capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men
-dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei
-grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi il Monte di Pietà, si
-volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della
-chiesa richiamavasi la legge dell'_ammortizzazione_ di Federico II lo
-Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di
-farsi agenti nei tribunali.
-
-L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi
-ecclesiastici.
-
-L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.
-
-Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti
-nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in
-diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte
-disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la
-libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai
-vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado,
-concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore:
-concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di
-essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo
-all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua
-residenza[7]. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e
-contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî
-commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il
-feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la
-capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli
-che tuttavia inceppavano gli agricoltori nelle terre feudali, e che in
-ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati[8].
-
- [7] _La Mantia_, _Storia della Legislazione civile e criminale di
- Sicilia_, v. II, p. I, cap. II, p. 116. Palermo, 1874.
-
- [8] _Palmeri_, _Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno
- di Sicilia infino al 1816_, cap. V, p. 57. Palermo, 1848. --
- _Gregorio_, _Considerazioni sopra la Storia di Sicilia_, v. I.
- Palermo, 1861.
-
-Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di
-Palermo[9], si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per
-oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo
-compimento.
-
- [9] _A. Sansone_, _Storia del R. Istituto Nautico_, p. 2. Palermo,
- 1892.
-
-Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia Domenico
-Caracciolo[10], il quale, informato alla politica anti-feudale ed
-anti-ecclesiastica del Tanucci, usanze e pratiche arditamente, benchè
-non sempre ponderatamente, affrontava; pur qualche volta costretto a
-ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne la
-durezza.
-
-[10] _Lettres sur l'Italie en 1785. Nouvelle édition_, t. II, lettr.
- CVIII. À Lausanne, Mourier 1790.
-
-Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal 5 al 4% la rendita che
-lo Stato pagava per soggiogazioni; e se per alcun grave interesse di
-casta i tre bracci del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune
-quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale chiedeva una
-legge contro il lusso e l'ecclesiastico un regolare catasto che
-comprendesse i beni ecclesiastici e feudali), l'accordo regnava sempre
-completo in tutto ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad
-infrenare l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare.
-Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo, che il Parlamento
-volea chiamato _congresso_, e _contributi_ i donativi (1782).
-
-Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783, Messina, ridotta a
-desolazione, otteneva il porto franco: provvedimento non bastevole a
-distruggere, ma efficace ad attenuare le conseguenze dell'immane
-disastro.
-
-Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali,
-dall'altro si restringeva -- sgradito colpo alla feudalità -- il mero e
-misto impero, che ogni dì si stremava di forze.
-
-Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali,
-civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto;
-perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in
-Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque
-essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo.
-L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati
-liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto
-un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione
-siciliana[11].
-
-Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non
-prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge;
-nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal
-Parlamento, farla valida per più d'un anno[12]. Il Re stesso, soggetto
-alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in
-pregiudizio delle Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo
-impedire la esecuzione dei sovrani decreti[13]. Le basi della monarchia
-riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e
-misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad
-arbitrio del Re[14]. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza
-potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del
-Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo
-d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di
-generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca
-decretarsi[15].
-
-[11] _F. Maggiore-Perni_, _La Popolazione di Sicilia e di Palermo dal X
- al XVIII secolo_, cap. XIX. Palermo, 1892.
-
-[12] Cap. 418 Regis Alphonsi; Cap. 59 Regis Johannis.
-
-[13] Cap. III Regis Friderici II; Cap. XXIX Regis Martini; Cap. XXXIX,
- CMVII, CMXXXVI Regis Alphonsi; Cap. VII, CXLV Caroli V. Imp.
-
-[14] Constitut. _Ea quae ad speciale decus_ Friderici Imp.; Cap. X Regis
- Martini; Cap. CCCLVII et CMXXIX Regis Alphonsi; Cap. CXXVI Regis
- Ferdinandi II; Cap. XX, LXX, CCXXXIV Caroli V Imperatoris; Cap.
- XCIV Regis Philippi I. Vedi nella nota seguente l'opuscolo del
- Ventura.
-
-[15] _F. Ventura_, _Dei Diritti della Sicilia per la sua nazionale
- indipendenza_. Seconda edizione, pp. 47-48. Palermo, dalla R.
- Stamperia, marzo 1821.
-
-Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il
-Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri
-pubblici funzionarî[16]. Condizione poi notevolissima: il Governo non
-avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.
-
-[16] _Ventura_, loc. cit.
-
-Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale
-disparità di trattamento per opera del Governo centrale!
-
-Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel
-1778 l'Isola, scriveva:
-
-«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un
-milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in
-altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero
-diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai
-Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri;
-alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per
-averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è
-dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede
-se non Napoli»[17].
-
-[17] _Lettres sur l'Italie_, ecc., t. II, lettre CVIII.
-
-Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici
-profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi
-ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe,
-impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile
-tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel
-capestro dei suoi compagni.
-
-Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un
-decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle
-chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci
-promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna
-insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente
-asilo, giungeva la Corte.
-
-Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non
-s'era mai sognato di mettervi piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea
-detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati,
-che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci
-vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto
-tutto»[18]. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani,
-osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel
-cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di
-Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma
-non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è
-passato tanto tempo»[19]. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli
-rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con
-la nuova dell'Isola![20].
-
-[18] _Gorani_, _Mémoires secrets et curieux des Cours, des gouvernements
- et des moeurs des principaux états de l'Italie_, t. I, p. 456. A
- Paris, 1793.
-
-[19] _Hager_, _Gemälde von Palermo_, pp. 210-11. Berlin, 1799.
-
-[20] _Notizia della città capitale delle due Sicilie e della Residenza
- della Real Corte durante i due regni sotto un sovrano_, 1799.
- Palermo, Solli.
-
-No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia generosa!
-
-Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento che abbiamo fugacemente
-seguito, preludio della vita del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale
-depressione morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi
-incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a quella condizione
-di cose, triste e dolorosa ad un tempo, nella quale di fronte alla
-sprezzante ricchezza brancolava dimessa la povertà; accanto alla
-dottrina profonda balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime
-della Divinità si confondeva con la superstizione delle pratiche, lo
-smagliante corteo nuziale s'incontrava nel Cassaro col lugubre
-cataletto: e con periodica, alterna vicenda si urlavano sguaiate canzoni
-carnevalesche e si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e
-recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete restrizioni di
-consuetudini, e leggi severe contro applicazioni negligenti, ed
-aspirazioni sincere al bene contro accidiose attuazioni di esse.
-
-Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava
-sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento
-la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da
-aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano
-il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come
-quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come
-dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di
-commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le
-condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla
-cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè
-sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei
-ministri del Regno[21].
-
-[21] _Bartels_, _Briefe über Kalabrien und Sicilien_, III. Bd., 824-26;
- II. Bd., 220. Göttingen, Dietrich, 1789 e 1792.
-
-Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J.
-H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza
-per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»[22].
-
-[22] _Briefe_ ecc., III, 832.
-
-
-
-
- _Capitolo II._
-
-
- _SU E GIÙ PER PALERMO._
-
-Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali distanze, da
-porte. Gli uni e le altre, come alcune piazze e vie principali,
-portavano e portano ancora nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte,
-non vi spesero mai un quattrino del proprio.
-
-Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di Castro, porta Montalto,
-porta Colonna, strada Toledo, strada Colonna (Marina), piazza
-Caracciolo, e poi il bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione
-Montalto, la via Albuquerque son testimoni di questa piacenteria o
-servilità, nella quale, _spinte_ o _sponte_, il Senato toglieva a sè ed
-ai suoi concittadini il vanto di un'opera edilizia od estetica.
-
-Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e porta Felice e la Villa
-Giulia ricordano la prudente Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di
-Avalos, mogli dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI, il
-secondo del XVIII.
-
-La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava,
-salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze
-di tempo e di luogo. Laonde la via Macqueda diceva e dice _Strada
-nuova_, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è
-sempre il _Cassaro_; piazza Vigliena, _le Quattro Cantoniere_; piazza
-Caracciolo, il _Garraffello_; la strada Colonna, _Marina_; la Villa
-Giulia, _Flora_; la via Albuquerque, strada _Cappuccini_ ecc. Un giorno
-del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una
-carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il
-cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: _Niente via Toledo;
-niente via Toledo; si chiama Cassaro._
-
-Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro
-rioni o _quartieri_: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa
-(Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni.
-Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare
-come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed
-abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette _di
-Palermo_ per distinguersi da quelle _di campagna_, ribattezzate or non è
-guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino
-Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e
-che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana,
-contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.
-
-Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati
-Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la
-città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro,
-ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in
-sopra; ed il prolungamento della via fuori la porta Macqueda fino al
-Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del
-sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva
-man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le
-monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta
-Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali
-tettoie (_pinnati_) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini
-agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi
-sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne
-fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già
-sciupati.
-
-Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 _Ciccu di
-Palermu_, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto
-sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di
-Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del
-Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico
-convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava
-cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla
-mano militare.
-
-Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre
-approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così
-grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti,
-d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina
-facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio)
-questo cartello:
-
- Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:
- Ma bon vinu, carni e pani.
-
-Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente
-verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia,
-l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene,
-vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e
-li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di
-Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu
-soprannominato: _Duca di far moneta_ (1663-1667).
-
-Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è
-che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S.
-Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata.
-La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su
-tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi,
-o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica
-«Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà
-che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice
-del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna,
-una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra
-(allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il
-sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti
-dell'anno.
-
-Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi,
-occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è
-un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei
-Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra
-palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti di un quartiere
-erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli
-abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de'
-capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].
-
-[23] _De Vio_, _Privilegia urbis Panormi_, a. 1448, p. 308, n. 2.
- Panormi, MDCCVI. -- _G. Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 75.
- Ms. Qq. H, 44 della Bibl. Comunale di Palermo.
-
-Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere in un grosso guaio per
-una sassaiuola che dovea impegnarsi tra monelli di mestieri diversi[24].
-
-[24] Vedi il cap. _Maestranze_.
-
-Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non è così facile come
-la divisione della città nei quartieri medesimi. V'hanno caratteri
-etnici comuni a tutti e quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure
-qua e là si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma fatica
-potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio, se uomini, son
-pescatori; se donne, ricamatrici; e quando all'una ed all'altra
-occupazione non son più adatti, i vecchi rammendano reti, che servono
-pei loro figli; le vecchie fanno funicella di cerfuglione[25]: gente,
-dal più al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare di sè:
-nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello di Palermo, Giuseppe
-D'Alesi, e nel 1770, quando le donne kalsitane, messe con le spalle al
-muro dal Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture
-delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle Cattive, e con grida
-da spiritate e manate di fango dimostrarono contro il Pretore Duca di
-Cannizzaro, andato per la solita sua passeggiata alla Marina.
-
-[25] _Maria Pitrè_, _La Kalsa e i Kalsitani in Palermo_. Palermo, 1903.
-
-Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la frazione di S. Pietro
-nel rione della Loggia, che poi con quella venne a poco a poco
-formandone un'altra, parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo,
-dove i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita propria.
-
-Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria (Municipio) ed a
-porta di Vicari (S. Antonino) quant'altra gente, diversa per indole e
-per occupazioni!
-
-Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri dell'Isola
-bastava sola per richiamare a costumi del tutto medievali ed al ceto
-meno colto, anzi addirittura incolto, dei comuni anche prossimi a
-Palermo.
-
-La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non buona riputazione di
-litigiosa: e _brigariotu_ vale persona che non tenga peli in bocca, che
-non si faccia passare mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar
-briga per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone della
-Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime tenevan dietro
-alle persone dell'Albergaria, quelle del Capo nel quartiere di
-Siralcadi.
-
-Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.
-
-Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi dai tuguri della
-povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle
-ampie ma semi-buie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale,
-ove i Marchesi Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia,
-lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno le loro case, la
-loro chiesa i cocchieri, che nella processione del Venerdì Santo
-affermano la loro prestanza fisica e la aristocratica dei loro padroni
-nelle dorate livree e nelle bianche parrucche.
-
-Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis, dalla strana,
-unica sua porta d'ingresso (sec. XV); ove pietose monachelle ogni anno,
-al domani di Pasqua, non tralasciano di recitare in suffragio degli
-Angioini freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.
-
-Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo nome, ultimamente
-ingrandito con lo spazio del demolito baluardo del Tuono[26], e che si
-ingrandirà ancora dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con
-isplendore reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi,
-ambasciatori e ministri. La via è come ostruita dalla parrocchia di S.
-Niccolò Anita la Kalsa, la quale ad oriente guarda porta Felice, ed a
-tramontana l'ospedale di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio
-d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.
-
-[26] 3 Marzo 1768. «La casena, ossia baloardetto di Porta Felice, a lato
- la strada Colonna (Marina, Foro Italico) fu concessa dal Senato ad
- Ignazio Lanza-Stella, Duca di Camastra, figlio del Pretore Principe
- della Trabia». _Villabianca_, _Diario della città di Palermo_, in
- _Biblioteca storica e letteraria di Sicilia_, di G. Di Marzo, v.
- XIX, p. 88. Palermo, L. Pedone Lauriel.
-
-L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la delicatezza delle sue
-linee. La finestra sulla porta d'entrata gareggia con quella di S.
-Agostino. Il campanile ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale
-coi loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.
-
-Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!
-
-Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti parroci, nel
-mantenervi il culto più attivo[27], non impedirebbero ch'egli vi
-ripetesse, come _in corpore vili_, l'opera devastatrice del maggior
-tempio della Capitale[28].
-
-[27] Il Senato si occupava con manifesta predilezione della casa del
- Parroco, della rifusione delle maggiori campane e d'altro che
- accrescesse il lustro di questa parrocchia. Vedi nell'Archivio
- Comunale di Palermo gli _Atti del Senato_ medesimo, a. 1789-90, p.
- 79; 1797-98, pp. 46 e 53; _Provviste del Senato_, a. 1796-97, p.
- 380.
-
-[28] Ma ahimè! il tremuoto del 1823 ne rovinò una parte, ed il Governo
- di Napoli, per alte influenze palermitane, permise la demolizione
- di tutto l'edificio!
-
-Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea e ad eguali distanze,
-dalla parte orientale alla occidentale della città, dal basso all'alto,
-furon teatri di avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il
-palazzo Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e quello del
-Vicerè, ora Palazzo Reale.
-
-Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti religiosi e civili
-il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore Manfredi raccoglieva il fiore
-del baronaggio siciliano, traendo legittimo vanto dalle geste
-cavalleresche probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte da
-lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui, vinto da Martino II,
-lasciava sul palco la testa Andrea, uno dei quattro Vicari del Regno
-dopo la morte di Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria.
-Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di Modica con comico
-insuccesso assaliva la bella Regina Bianca di Navarra involantesi da lui
-verso il Castello di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè
-Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava giù
-dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui i piccoli Torquemada
-degli uomini e dell'arte martoriarono temerarî ed isteriche, visionarî e
-maliarde, e tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli
-della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo del
-prospetto rispondente sul Piano della Marina qui si precipitarono i
-trasgressori delle leggi della pubblica salute nei giorni paurosi di
-pestilenza. E qui, nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento
-vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e
-strida orribili di torturati e mormorii confusi ed imprecazioni feroci
-di giocatori al Lotto, interrotte dal monotono battere dell'immenso
-orologio, nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio di
-Polifemo.
-
-Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono al multicolore
-bucato teso tra un balcone e l'altro, tra una ed un'altra finestra. E
-non ci vuole di più per comprendere che si è in un paese del
-mezzogiorno, se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai piedi
-dei passanti che è il ciottolato delle strade.
-
-A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro della città, donde
-partono gli avvisi dei generali Parlamenti del Regno e dei pubblici
-consigli, e le chiamate impellenti degli uomini atti alle armi, quando
-pericoli di corsari minaccino la sicurezza della vita e delle
-sostanze[29].
-
-[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p. 305.
-
-Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con le sue tre porte, una
-delle quali, quasi per irrisione, serba ancora l'antico motto: _Pax huic
-domui._
-
-E pace sia!
-
-In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei Teatini, furon sempre
-di orrore due gabbie di ferro, nelle quali stavano chiuse le teste di
-due giustiziati per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del
-comune: Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri della
-Tavola (Banco).
-
-La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa, ma le sue statue, più
-che scollacciate, ignude, offrono ancora le cicatrici dei nasi rotti per
-una vendetta, dicesi, compiuta dai Messinesi[30], o dalla barbarica
-abitudine dei monelli -- ed anche dei non monelli -- di guastare
-cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato della famiglia
-Sermoneta di Roma, venuto a visitare Palermo (1773), fu assicurato la
-impudicizia di quelle statue essere stata in parte corretta da un suo
-antenato, (il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo
-alle monache di S. Caterina[31].
-
-[30] _Pitrè_, _Usi e costumi_, vol. II, pp. 351-54. Palermo, 1889.
-
-[31] _O. Caetani_, _Observations sur la Sicile, par Son Excellence Mgr._
- _Caetani_, _en 1774_, p. 5. Roma, 1774.
-
-Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia la piazza i fiorai
-della città, dagli antichi posti raccoglientivisi a giornaliero
-mercato[32], caro ai devoti di chiesa e di galanteria, che andavano a
-provvedersi di mazzolini da offrire a santi e a donne[33].
-
-[32] _L. M. Presti_, _Nuova ed esatta Descrizione del celeberrimo fonte
- esistente nella piazza del Palazzo Senatorio_ ecc., p. 44. In
- Palermo, Epiro, 1737.
-
-[33] L'idea d'un mercato di fiori, che si vuole oggi tradurre ad atto in
- Palermo, come si vede, non è nuova.
-
-Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una ad una tutte le
-particolarità di questo edificio, dal secolo XV a noi centro di vita
-civile, religiosa e politica, teatro di grida di _Morte!_ al domani di
-grida d'_Evviva!_ ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe
-forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi anche dopo
-l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato all'ultimo piano dalla
-plebaglia pazza d'incosciente devozione pel suo Pretore Principe del
-Cassaro nei tumulti del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare,
-giacchè nel quartierino del Pretore non è permesso di metter piede: e
-quello superiore della rappresentanza, dopo i tumulti, non è sempre a
-tutti visibile come lo è l'urna dei privilegi di Palermo, specie di arca
-santa messa sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.
-
-V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di non ordinaria
-bellezza, e tutto un corredo di argenteria, che attesta munificenza di
-Pretori e dignità di Senato. E sopra, di fronte a S. Caterina, sono
-ancora seimila tra archibugi grandi di archiglio e serpentina
-(_zuffioni_), ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature,
-buone a mettere in pieno assetto un esercito per la difesa della
-capitale.
-
-Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi al Torremuzza ed al
-Villabianca, che gliene diranno per filo e per segno[34].
-
-[34] _Gabr. Lancellotto Castello_, _Le antiche Iscrizioni raccolte e
- spiegate_. In Palermo, MDCCLXII. -- _Villabianca_, _Palermo
- d'oggigiorno_, v. I, p. 45, e _Diario_, in _Biblioteca_, v. XX, p.
- 300; v. XXVI, pp. 376-77.
-
-Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti consentito di guardare.
-Vi sono statue in marmo: un David battezzato per Giovanni da Procida; un
-uomo in abito consolare con una matrona allato, ricordo di non so che
-lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura due coniugi romani. Un
-magro genio di Palermo col motto _Fidelitas_ in uno scudo è sostenuto da
-mezza colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito detto:
-_Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit_: e vi sta fin da
-quando il Pretore D. Francesco del Bosco lo esumava da luoghi sordidi
-(1596). Nella medesima linea è un'urna cineraria, la cui recente
-iscrizione, male imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata
-lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.
-
-La gente però si ferma volentieri innanzi a due statuette ignude: e vi
-si ferma non perchè tali, ma perchè ha sempre sentito narrare sul conto
-loro una certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve
-d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare. Il pittore
-Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe ebbe raccontato:
-
-«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite era di somma
-importanza, e tutti tenevano gli occhi fissi su di loro. Inesprimibile
-l'ardore che essi mettevano nella causa; l'agitazione, la fatica, la
-contenzione d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che, appena
-udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò improvvisamente
-d'un piede; mentre fu così viva la gioia dell'altro che le sue membra si
-allargarono, e di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice,
-strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire due simulacri
-della grandezza dei due fratelli dopo la loro trasformazione: ed
-eseguiti, si collocarono alla porta del Palazzo senatorio ad
-ammaestramento dei litiganti; i quali, peraltro, non si correggono
-mai»[35].
-
-[35] Il David si perdette nel tremuoto del 1823, e col David il Mercurio
- e le misure esistenti nell'atrio. Le gabbie di ferro, già vuote,
- furon fatte togliere dal Principe Lanza di Scordia nel 1836, appena
- nominato Pretore. Le teste, con le armi, erano state buttate giù
- dalle finestre nel 1773.
-
-E dire che le due statue leggendarie rappresentavano, l'una un Antinoo,
-l'altra un Mercurio! L'Antinoo è sempre lì al municipio; il Mercurio, da
-buon mezzano, prese il volo[36].
-
-[36] _Houel_, _Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de
- Lipari_, t. I, p. 66. Paris, 1782.
-
- La leggenda venne testè con notevoli varianti raccolta dalla bocca
- del popolo. Vedi _Archivio delle tradizioni popolari_, v. II, pp.
- 547-49. Palermo, 1883.
-
-A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo nè a destra nè a
-sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè del palazzo, stanno accoccolati
-straccioni e miserabili sollecitanti elemosine e grazie: e son già
-troppi quelli che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!
-
-Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del monastero di S.
-Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti rimasero le tracce dello
-sconsigliato tentativo di abbassamento del livello stradale. Voleva
-togliersi il rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava, dopo
-dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron le fondamenta dei
-due edificî minaccianti rovina. Si gridò alla improvvida opera, e con
-gravissima spesa del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto.
-Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di antiche fabbriche
-solo per vanità della Deputazione delle strade, e, sia detto senza
-riserbo, per vantaggio d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale
-avendo acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala, ad
-ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più corta via nel
-Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina, piazza Pretoria) sacrificava
-al suo privato il pubblico interesse[37]; esempio pernicioso ai futuri
-amministratori del Comune!
-
-[37] Questo nell'anno 1782, Vicerè il Caracciolo, annuenti il Regalmici,
- il Castelnuovo, il Prades, il Cefalà, deputati per le strade!
- _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp. 415-16.
-
-Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata nobile[38].
-
-[38] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 8.
-
-Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in attesa di chiamata.
-
-Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera della Casa dei padri
-Teatini (S. Giuseppe), o da quelle del palazzo Jurato (oggi Rudinì),
-Napoli, Gugino (Bordonaro), poteva bene indovinare, a certi loro
-strumenti, che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola
-in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con grandi pennelli:
-imbianchini; i falegnami aveano una sega; i fontanieri, una specie di
-elmo di ferro in mano ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non
-occorreva cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri, ed
-altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura del disagio
-delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere della marina francese li
-trovò armati di spadini: il ciabattino dal grembiule di cuoio e dal
-sudicio vestito; il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre
-qualunque artigiano, uscendo di casa nel costume proprio del mestiere,
-andava armato d'un'ampia e vecchia parrucca, sovente d'un paio
-d'occhiali inforcati sul naso[39].
-
-[39] _C. S. Sonnini_, _Voyage dans la Haute et Basse Égypte_, t. I, p.
- 45. A Paris, Chez F. Buisson. An 7 de la République.
-
-Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe, s'aggruppavan preti e
-sagrestani privi d'elemosina di messe e senza occupazione; ed al lato
-opposto nella Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale
-gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi» del
-Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare la sera nel pio
-Istituto[40].
-
-[40] _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
- dispersi di questa Capitale_, pp. 9-10. In Palermo, MDCCXLVIII.
-
-Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si sarebbero cercati
-invano qui. Gli uni stavano alla _posta di li vastasi_, nella via dei
-Chiavettieri, presso la Vicaria, dove a quando a quando gridavano: _Cu'
-mi chiama, cà sedu!_ i seggettieri, -- portantini di sedie volanti --
-nelle loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del Monte di Pietà,
-e i _cancelli_, vetturali da soma[41], nei dintorni della chiesa di S.
-Maruzza, che da essi prende il nome, nella piazzetta di S. Cosimo[42].
-
-[41] _Canceddi_ erano appunto i guidatori di bestie da soma, così detti
- dallo arnese a guisa di forbici che stava levato sul basto, e che
- chiamavasi appunto _canceddu_.
-
-[42] _Atti del Senato_, a. 1790-91, p. 132.
-
-Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica panca vendeva nelle
-Quattro Cantoniere acqua diaccia di estate, acquavite, centerbe,
-_mmiscu_ d'inverno. E d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione
-delle vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro
-Cantoniere diventavano un lago, a traversare il quale, non bastando i
-passaggi tenuti dal Senato[43], chi non era un disgraziato, si lasciava
-caricare a spalla da uno dei tanti marangoni che per un grano a persona
-facevan da S. Cristoforo.
-
-[43] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 270 e 274.
-
-Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi, pensò di far sapere a
-chi non se l'era mai sognato, che Palermo era una città divisa da un
-fiume ed unita da ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a
-vedere, i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato il
-famoso mastro Agostino Tumminello!
-
-Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo sguisciare tra la
-folla che assiepa la strada. Tanta gente parve ad un inglese maggiore di
-alcune vie popolate di Londra[44].
-
-[44] _J. Galt_, _Voyages and Travels_ ecc. _containing Observations on
- Gibraltar, Sardinia, Sicily, Malta_ ecc. Second Edition, p. 20.
- London, T. Cadell a. W. Davies, 1813.
-
-Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti seguiti da una turba
-più folta di piccioli rivenduglioli, o rigattieri, e traffichieri minori
-di basse merci di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo
-sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio nel Cassaro, e in
-tanto numero, da sorpassare ogni immaginazione; e, sparsi per terra,
-libri usati e, in varie fogge distesa, roba vecchia[45]; e resteremmo
-confusi alla ressa di altri venditori, i quali con panchette,
-attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon posto sulle
-sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza, nelle quattro vie che in
-essa convergono, più che mai all'apparato di stoffe e di abiti che
-impedisce la vista, ed alle seggette (portantine) che barricano
-dappertutto, alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni,
-per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà di gridar la roba
-che spacciano, libertà non prima concessa[46].
-
-[45] _C. Santacolomba_, _L'Educazione della Gioventù civile proposta ai
- Figliuoli del R. Conservatojo del Buon Pastore_, p. 374. In
- Palermo, MDCCLXXV.
-
-[46] Che cosa sia questa, ce lo dice il Santacolomba (p. 372): «Gente
- civile che assiste al foro, agli scagni, alle officine di computo,
- ai pubblici e privati archivj, alle dogane, ai rogiti di notaj, ed
- a simili occupazioni».
-
-Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra guardare i grandi
-palazzi, ai cui pianterreni son pannerie, botteghe, caffè, con entrate
-inegualmente divise da basse colonne sostenenti l'architrave e sópravi
-certi quartierini che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni dei
-pigionanti delle botteghe medesime. Non uno spaccio di grasce, non uno
-di annona, non un'osteria od altro che non offra carattere di pulitezza.
-Antiche, inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno nei due
-corsi[47].
-
-[47] Nelle _Provviste del Senato_ del 1778-80, p. 521, è un ricorso del
- Console e dei consiglieri d'una maestranza della città contro le
- persone che vanno _bandiando_ (gridando per le strade) roba.
-
-Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone di foro e di toga,
-di gente arrendata e di gente di penna[48]; nei «quarti (quartieri)
-nobili», alti impiegati e magistrati del vecchio stampo, pei quali
-abituale è lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi, non
-preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie. Agli ultimi piani,
-sotto i tetti, son le logge coperte dei monasteri, dove in ogni
-spettacolo profano, in ogni grande solennità religiosa fiammeggiano
-occhi irrequieti, sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo
-freddamente i nostri.
-
-[48] _Provviste del Senato_, a. 1782-83.
-
-In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega
-artigiani; dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie:
-Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri,
-Gallinai. A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di
-movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani,
-che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei
-Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie.
-
-L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza, lo star di
-casa ai Calderai, che è, secondo Galt, «il sito forse più tumultuoso di
-tutta Europa», dove si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la
-manifattura di lampade, forchette e di altri utensili da tavola e da
-cucina»[49]. Nel medesimo rione (e deve esser la Kalsa) egli vede pure
-una strada tutta di ricamatrici: ed il ricamo è su mussolino di
-Caltanissetta, città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di
-nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di piccoli telai che
-vi stanno in continuo moto.
-
-[49] _Galt_, _op. cit._, p. 20.
-
-Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo venga
-manifatturato all'estero su materie prime qui prodotte e da qui partite.
-Un uomo d'ingegno fa osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran
-lunga inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna depurato,
-meno verde e più squisito; ed aggiunge: essere di pelle siciliana i
-cappelli provenienti dall'estero, di potassa nostra i cristalli, di
-canape nostra le funi, di lana nostra i panni, di seta nostra molte
-stoffe[50]. Carte di archivî privati in Palermo confermano la
-osservazione; se mai di conferma fosse bisogno.
-
-[50] _J. H. Bartels_, _op. cit._, III, pp. 827-28.
-
-E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer di Vienna trovò
-della gente che sa fare un'ascia con una sega!...
-
-Andiamo avanti: piazza di Bologni!
-
-La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo
-bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce
-dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti
-vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di
-Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del
-Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di
-Villafranca, che vi stanno allato.
-
-Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la
-Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono
-complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale,
-una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S.
-Giuliano; c'erano, qui sulla piazza meridionale, tre ordini di merli e
-di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per
-altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due
-navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando
-terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro
-le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha
-messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III,
-sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna
-e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!
-
-E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di
-Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono
-ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco
-venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso
-vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del _Corpus Domini_
-del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà
-riaperto al culto dei fedeli![51].
-
-[51] Su questo doloroso argomento potrà leggersi la recente _Monografia
- sulla Cattedrale di Palermo_ di Mons. _S. Di Bartolo_. Palermo,
- 1903.
-
-Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al
-vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo,
-rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a
-diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del
-Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta
-sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello
-avrebbe squarciato il petto di Maione, triste ministro di più triste
-sovrano (Guglielmo I).
-
-E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande
-edificio: il palazzo vicereale.
-
-Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza
-custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi,
-quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la
-città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di
-dolore, di fremiti, di dolcezze.
-
-Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala ove lo svevo
-Federico II accoglieva il fiore dei dicitori in rima, e, contrasto
-lacrimevole, le laterali carceri della torre _ioaria_ o _rossa_, ove per
-ordine di lui venivan fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree
-d'esser mogli di baroni, veri e presunti ribelli[52]. Il Vicerè march.
-de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia dell'edificio.
-Al domani della rivolta del D'Alesi, il card. Trivulzio, malevolo verso
-il popolo, irriverente verso la chiesa, la fortificò di due baluardi
-(1649) distruggendo il tempio della Pinta fondato da Belisario, capitano
-di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre per l'_atto_ che da
-esso prese nome. Quella che è ora scuderia (risibile fortuna delle umane
-cose!) fu aula dei Parlamenti della nazione: ed un affresco, che
-riproduce l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro:
-che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla volta della nuova
-sala dei Parlamenti, nei piani superiori, il principe di Caramanico fece
-dipingere la Maestà regia, protettrice delle scienze e delle arti
-(1787). S. M. però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere dal
-Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più giovane, Ferdinando
-III si sarà compiaciuto più che dell'arcadia allegoria.
-
-[52] _T. Fazello_, _De rebus siculis, Decades duae_. Dec. II, lib. VIII,
- ed altri autori citati da _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop.
- sic._, v. IV, n. CCXCV. Palermo, 1875.
-
-Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani di patrizî ed
-inchini di dame, piati di litiganti e suppliche di rei, voci di plauso
-ed urli di sdegno; e tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra
-condanne e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche la
-conferma di altri triennî, invocata al monarca dai tre Bracci
-parlamentari che sovente li detestarono.
-
-Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero tremare mezza Sicilia,
-ma che pur tremarono la parte loro al ruggito di una sommossa. Li
-troveremo dipinti nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti,
-imponenti come per dirti: -- Guarda chi siamo! --
-
-Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani de Aragona, Marchese
-di Pellegrino (che però non è il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe
-mai detto che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle
-maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato al paese,
-egli che ne cercò, come meglio seppe, il pubblico bene, che ne sostenne
-con larghe limosine i poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza!
-Oh andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che bel parruccone
-questo suo! Dal 1770 in poi non se ne vide uno più prolisso; come non si
-vide viceregno più lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il
-suo naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di sangue; ma le
-sue opere furono di uomo bonario quasi altrettanto che il Principe di
-Caramanico, col quale ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè,
-entrambi ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi
-amarono il sapere e ne protessero generosamente i cultori; e come il
-Fogliani non se ne sarebbe andato senza la frenesia popolare, così
-questo vi sarebbe forse rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte
-non lo avesse colto all'improvviso.
-
-Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, magro, diritto, dal
-corto parrucchino e dal bastone.... coi fiocchi. Come splende l'anello
-che porta al mignolo! Si direbbe che egli se ne tenga quanto della
-discendenza dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve dai
-titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto delle ordinanze
-che emanò a favore dell'annona e contro la forza operaia nei baluardi.
-Dicono avesse velleità poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno
-sognò mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare versi di
-amore, come quelli per _La partenza da Clori_, trovati autografi nel suo
-scrittoio:
-
- Sorge l'infausta aurora,
- Deggio partir, ben mio.
- Ti lascio in questo addio
- Un pegno di mia fè....
- Ma già il nocchier s'affretta
- Le vele a sciorre al vento.
- Ecco il fatal momento.
- Mi sento ohimè mancar!
-
-Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era marito, padre e
-nonno!...
-
-Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna. Disimpacciato dal
-vicereale paludamento, tende in avanti la mano in atto imperioso:
-espressione della sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal
-rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto compendia la
-storia di un governo: cinque anni di scatti e di calme, di vittorie e di
-sconfitte, di esaltamenti e di depressioni: lotte continue tra un
-carattere non pieghevole a transazioni e la necessità di ripieghi, che
-furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.
-
-Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di discussioni attorno
-alla sua condotta! Ogni ordine di cittadini ebbe parole violente
-all'indirizzo di quest'uomo, che affettò il più profondo disprezzo della
-pubblica opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto lo
-spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle antiche loro
-rappresentanze; i civili, impermaliti delle restrizioni al libero
-esercizio delle loro professioni, lo misero alla gogna; i nobili, in
-odio ai quali egli, cadetto, ma portatore di titoli nobiliari, ridusse
-loro gli sconfinati privilegi, lo detestarono del pari che gli
-ecclesiastici, altri bollandolo come paglietta napoletano, altri
-additandolo novello Argante,
-
- D'ogni Dio sprezzator, e che ripone
- Ne _lo scettro_ sua legge e sua ragione.
-
-E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si ripercuote
-ancora la sua voce altisonante: e la storia non tace il po' di bene che
-egli fece in mezzo al molto che non gli fu consentito di fare: ma non
-dimentica che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli
-l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a quel pontefice che
-egli avea chiamato il gran muftì, e che l'uomo gaio appariva un
-buffone[53].
-
-[53] _Gorani_, _op. cit._, t. I, pp. 165-67. Altri giudizi da leggere
- sul Caracciolo sono in _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_, v.
- XXVII, pp. 317-22; v. XXVIII, pp. 46-48. -- _V. Mortillaro_,
- _Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo_, seconda
- ediz., pp. 174-76, 182-83. Palermo, Pensante, 1866. -- _La Lumia_,
- _Un Riformatore_, in _Studi_, v. IV, p. 614. Pal. 1883. -- _G.
- Bianco_, _La Sicilia durante l'occupazione inglese_, pp. 6-8 e nota
- 1. Palermo, 1902.
-
-Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, il
-quale tra il plauso dei letterati e gli ossequî dei patrizî sbarcò nove
-lunarî fino ai primi giorni del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra
-dieci di più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco, ma non
-fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma solo per posa accademica: e
-pare non dimentichi le grazie sconfinate di Maria Carolina che lo
-levarono alla non prima sognata grandezza di Vicerè.
-
-Tanta grandezza non può non destare un senso di profonda mestizia. Le
-ceneri del Caramanico giacciono inonorate, neglette nella chiesa dei
-Cappuccini, coperte da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena
-morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe sepolture, e
-la famiglia in Napoli, che si riserbava di richiamarla nella propria, si
-interpose la negligenza, lo abbandono, l'oblio!
-
-In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono Presidenti e
-Capitani Generali del Regno, Vicerè provvisorî con facoltà quasi
-vicereali: il giovialone D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro,
-Tenente Generale dell'esercito per la prima assenza del Fogliani (1768);
-D. Serafino Filangeri dei Principi di Arianello, benedettino cassinese
-napoletano (1773 e 30 Giugno 1774), solenne nel costume di prelato,
-modesto in quello di Presidente, involontariamente altero nella mossa
-della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni; e D. Antonio
-Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino de Fons de Viela (1786) e D. Filippo
-Lopez y Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab.
-Cannella[54].
-
-[54] Vedi in questo vol. la lettera di lui.
-
-Da poco nell'antica torre di S. Ninfa, dallo Osservatorio Astronomico si
-leva gigante alla contemplazione del cielo l'ab. Piazzi, che presto darà
-al mondo scientifico la scoperta della Cerere e la numerazione delle
-stelle. «Un re eresse la torre, un altro la destinò a più nobile uso»:
-così dice una iscrizione latina sulla porta della Specola, alludendo a
-Ruggiero il Normanno ed a Ferdinando III Borbone.
-
-Dalla terrazza di quest'Osservatorio girando attorno lo sguardo, lo
-spirito si sublima in una veduta che non ha confronti. La riviera
-compresa tra il Capo Zafferano e l'Arenella si stringe ai lambiti del
-mare di cobalto, carezzante la città bella. Palermo è tutta dentro le
-sue vecchie mura. Logge, cupole, campanili, si contano ad uno ad uno: e
-chiese, monasteri, conventi, palazzi, istituti si discernono in mezzo
-alle torri di Rossel (Albergaria), di Terranova, di Pietratagliata
-(Loggia), di Vanni, di Chirco, di Rombao, della Pietà, di Cattolica,
-alla Kalsa, il turrito tra' quartieri.
-
-Le seduzioni politiche dei Vicerè, favorite dalla debolezza del Senato,
-tolsero ai baluardi i cannoni, resi, peraltro, inutili alla difesa,
-nocivi alle circostanti case. Quei cannoni furono imbarcati per Napoli;
-ma lunghesso la costiera altri ne rimasero (una sessantina circa),
-all'Acqua dei Corsari, al Sacramento, a S. Erasmo, alla Garita, alla
-Lanterna del Molo, all'Arenella ed altri ancora al forte del Castello,
-che però il sospettoso Governo tiene con le bocche parte sul mare, parte
-sugli inermi cittadini.
-
-Siamo di primavera, e tutta verdeggia la Conca.
-
-Nelle campagne che a vista d'occhio vanno a perdersi a pie' dei monti
-Gallo, Belampo, Billiemi, Caputo, Cuccio, Grifone, Gerbino, Gibilrossa,
-Solunto, lussureggiano viti ed aranci, olivi e mandorli, agavi ed
-opunzie.
-
-L'aspetto di questi monti è d'un colore indefinibile tra l'azzurrognolo
-ed il rossastro se nudi; e se coperti di alberi, disseminato di macchie
-folte, irregolari, come capricciose, finchè lo comportino le immani
-rocce e le piccole balze, dove cadenti in bruschi ciglioni a picco, dove
-correnti in dolci linee di curve, di rialzi, di frastagliature, di
-punte, lisce, dentellate, taglienti, non tentate mai dalla mano
-dell'uomo.
-
-A sinistra, sotto il crine meridionale del Pellegrino, a cavaliere della
-collina declinante verso l'Acqua santa, sorgerà tra non guari la villa
-Belmonte, ed al lato occidentale la Favorita, che dei rimpianti ozii di
-Capodimonte e di Caserta compenserà l'esule Ferdinando. Anche lontane,
-anche poco visibili, son sempre maestose laggiù le cospicue ville, anzi
-i grandi palazzi di Niscemi-Valguarnera, di Cassaro, di Montalbo, di
-Castelnuovo. Ai cipressi del finto eremo, alla chiesetta che questo
-fiancheggia, l'occhio distingue la villa Resuttano dalla villa Moncada,
-maravigliosa per verzieri, boschetti, labirinti, fontane, peschiere,
-statue e viali coperti; la villa Pandolfina dalla Airoldi, il cui
-padrone, custode della Legge, ha potuto in onta ad essa occupare un
-terreno.... pubblico.
-
-Ed altre ed altre ancora son le ville della fatata pianura, e tutte, più
-o meno, si legano senza unirsi, si affiancano senza confondersi, in una
-gara di opulenza e di grandiosità, di fastigio e di spensieratezza. Il
-Conservatorio delle Croci, avanzo di una di queste ville (Cifuentes),
-non è più l'officiale albergo di nuovi Vicerè alla vigilia del loro
-solenne ingresso nella Capitale; ma Ospizio pietoso di povere orfane.
-
-Dietro a noi, lassù, è il divin tempio in Monreale; e a destra della via
-che ad esso conduce, la Zisa, «il più bel possesso del più splendido dei
-re del mondo», secondo la iscrizione araba del coronamento della
-facciata dell'edifizio, che Guglielmo I incominciò ed il figlio «a tutta
-sua cura volle serbare».
-
-Ma da questa terrazza non tutto ci è dato vedere; saliamo più in alto,
-torno torno alla Specola.
-
-La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è malinconica superstite
-degli ameni giardini, pei quali potè esser chiamata: «Paradiso della
-terra». Non più con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî
-della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le pattuite
-concessioni; non più, novellando il Boccaccio, Federico l'Aragonese vi
-tiene la vaghissima Restituta, dai marinai siciliani rapita in Ischia.
-Alla orientale immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i
-manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile leggenda popolare,
-creduta anche dal Fazello, che Cuba e Zisa siano nomi di due figliuole
-d'un emiro di Sicilia; e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari,
-i quali vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa, più
-fortunata, accoglie i Principi Sandoval[55].
-
-[55] Vedi Lettera del Barone Raffaele Starrabba sulla storia
- amministrativa della Cuba, nella 3ª _Relazione della Associazione
- sicil. pel bene economico_, pp. 59-66. Pal. 1903.
-
-A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti antichi
-attendono la giocondità dei moderni. Di costa, sulla sponda sinistra
-dell'immenso arido letto dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S.
-Spirito, ove col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto,
-proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere nelle
-medesime fosse i trucidati del 31 Marzo 1282 coi morti dal 1782 in poi.
-E i cittadini ne mormorano ancora come di offesa alle loro sacre
-memorie, e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari.
-Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i frati Osservanti
-furono spettatori dell'eccidio. Ora i loro successori, forse immemori,
-vivono la stretta regola di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di
-Falsomiele l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane, ma
-esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata nella vita
-delle monache del Salvatore nel Cassaro.
-
-Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita infelici, che la
-demenza e la etisia han condannati all'ostracismo. Un cuore di donna li
-redimerà presto e li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina
-Carolina ha un po' di carità![56].
-
-[56] È noto che la Regina Carolina, quando venne da Napoli a Palermo,
- volle sollevare la tristissima sorte de' poveri infermi chiusi in
- quest'Ospizio, facendoli trasportare in città e dividere secondo la
- natura delle loro malattie. Da questa sovrana disposizione,
- inefficace allora, ebbe molto più tardi origine l'Ospizio dei
- matti.
-
-Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio del Conte
-Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle scarse acque vagolano di notte in
-bianche vesti le anime dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S.
-Antoninello. E non molto discosto l'arabo castello della Fawarah o
-Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti musulmani; tra' quali fu
-chi disse: «Ciò che ho descritto l'ho visto coi miei occhi; ed è certo;
-ma se sentissi racconti di delizie eguali a queste, io li reputerei
-invenzioni assai sospette».
-
-Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia e d'arte in questa
-variopinta Conca d'oro! A destra tutto parla del passato; a sinistra
-tutto brilla del presente; là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad
-ogni passo che si muova da quel lato è un'orma profonda di emiri e di
-principi normanni; ad ogni passo che si faccia da questo, è un'eco
-solenne di nobili palermitani. Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non
-a S. Maria di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più in là,
-più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai Colli. Dove cappelle,
-palazzi, flore sorgevano a testimoniare la sapiente grandezza dei
-Chiaramontani fiammeggiarono roghi paurosi ed echeggiarono strida
-raccapriccianti.
-
-L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del Piazzi. Guardato o
-no, il mare splenderà sempre ai raggi fulgenti del sole; l'aura
-carezzerà alberi e piante, ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo
-il cielo sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.
-
-È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza neanche affacciarsi là
-ove prima avremmo dovuto lungamente deliziarci. No, la Cappella palatina
-non va profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei futuri
-_touristi_ del sec. XIX. Visita di questa maniera potrebbe far credere
-ad incoscienza quel che è semplice nostra imperizia. La sorpresa che al
-primo entrarvi colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza
-della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i fulgidi mosaici,
-a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi le figure, a comporsi in un
-tutto l'armonia architettonica di quel tesoro d'arte, che pare prodigio
-di celesti ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.
-
-Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi la nostra
-passeggiata; ma vi son cose che non dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo
-idea di quel che sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il
-tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del Palazzo sino
-alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri alemanni, guardie del corpo
-dimorano.
-
-Noi non ci avventureremo in questo laberinto di straducole anguste,
-meandri tortuosi che si aggirano ed avvolgono, di usci che mettono in
-ignoti chiassuoli, di tane ove così di sovente brulicano come vermi
-esseri umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie casupole,
-inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca la memoria di scene,
-due, tre volte secolari; se refrattarî ad ogni novità vigano i costumi
-d'una volta. Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di quel
-Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino sotto il breve
-tempestoso regno di Vittorio Amedeo e maestro insuperato nell'arte di
-ordir calunnie, preparar denunzie, eseguire catture, onde di poveri
-accusati le carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro
-recondito ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto, manipolò
-fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati per amanti che vagheggiavano
-scellerati disegni sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli
-misteriosamente finirono. Potremmo anche accostarci a guardare la
-finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe Balsamo, il futuro
-Conte Cagliostro, e donde la madre e la sorella di lui fiduciosamente
-salutarono W. Goethe, venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie
-sulla infanzia del celebre impostore (1787). Potremmo anche deplorare il
-sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni umano progresso.
-Nient'altro che questo.
-
-Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano confusamente i
-venditori: e non si riesce a sentire neanche i carretti che ci
-minacciano alle spalle, carichi di barili di quel di Partinico o di
-verdure di Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti, che
-con le loro immense canestre c'impediscon l'andare, o ci tolgono il
-vedere i cento usci ingombri di merci pendenti dagli stipiti od
-ammucchiati ai fianchi. Una sequela interminabile di bottegucce ti dà la
-mostra di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole al
-nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e dagli spaghi alle punte
-ed alle cordelle, dalle sporte e dalle ceste alle ferule ed alle
-granate: e pane e pasta e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.
-
-Quando tu credi di uscir di tanta confusione sboccando a Ballarò, allora
-il frastuono accresce lo sbalordimento. Altre botteghe con altre merci
-si succedono come rincorrendosi a destra ed a sinistra: ed un vinaiuolo
-grida come nella _Fata Galanti_ del Meli[57]:
-
-[57] Canto I, ott. 12.
-
- Tasta ch'è di Carini, veni, tasta!
-
-ed uno spillettaio:
-
- Haju spinguli, agugghi e jiditali,
- Haju curdedda pri faudali!
-
-E nel mezzo, tra la gente che deve comprare, e lesina sul quattrino,
-_rigattieri_ (pescivendoli), erbivendoli, panettieri, fruttaiuoli: e
-comari che cicaleggiano, e facchini che si bisticciano, e monelli che
-dagli schiamazzi non fanno udire un nuovo bando che il Senato pubblica.
-
-Più in su, verso il piano del Carmine, o verso quello di Casa Professa,
-i _caminanti_ (spacciatori di libretti e stampe popolari) vendono per
-due, tre grani le storie di _S. Alessio_ e di _S. Cristoforo_ e quella
-di _Piramo e Tisbe_, men ricercata del contrasto tra _la Suocera e la
-Nuora_, della _Storia della vecchia che ha perduto il gallo e la
-Leggenda delle Vergini_, che Napoli in numero straordinario di copie
-riversa su Palermo.
-
-Qui come negli altri rioni fanno le loro frequenti affacciate i soliti
-cantastorie col loro ricchissimo repertorio di pratiche religiose per
-tutte le feste dell'anno, di preghiere per tutti i giorni della
-settimana, di orazioni per tutti i santi di Palermo, di leggende per
-tutti i fuorusciti della Sicilia e per tutte le novità più clamorose.
-Nuova di zecca quella di _Testalonga_; sempre nuova e sempre vecchia
-quella della _Principessa di Carini_, e per poco che ci accostiamo,
-udremo la patetica ottava sopra i due sfortunati amanti:
-
- La Vernagallu, beddu Cavaleri,
- Di Carini a la figghia fa l'amuri.
- Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamureri,
- «Pri mia fôra (idda dici) Don Asturi».
- Iddu la voli in tutti li maneri,
- Cci va d'appressu e l'invita a l'amuri;
- E currennu, a la fini, da livreri
- La junci, e tutti dui dicinu: _amuri_.
-
-Nata di fresco una filastrocca, che a Ballarò si canticchia ad onore e
-gloria del Pretore Marchese di Regalmici:
-
- Quant'è beddu stu Prituri,
- Ca nn'ha fattu lu stratuni!
- Fici 'i Quattru Cantuneri
- Pri li frati e li mugghieri....
-
-E ci si ride sopra amaramente pensandosi che mentre si fanno tante spese
-di lusso, il costo dei viveri cresce a marcio dispetto di tutte le mete
-e di tutti i Pretori.
-
-Intanto che ci troviamo nel più antico e popoloso mercato, non vorremmo
-prender conto del prezzo di qualche derrata? Oh sì: esso ci potrà essere
-certamente utile. Fissiamo la data: 1798. Ecco: v'è del pane di prima
-qualità per dodici grani e tre danari un rotolo; la gente lo vuole a
-forma di _guastidduni_ e di _puliddi_ (la forma più grande, cioè, e la
-mezza forma): e grida se non è del peso regolare di un rotolo e mezzo, e
-magari due, per un tarì. Della pasta bianca come cera di Venezia si ha
-per dieci grani e quattro danari. Di carne non si fa molto consumo; e di
-Venerdì e Mercoledì e nei giorni di vigilia, non se ne cerca altro che
-per gli ammalati, la migliore però si ha a tre carlini e tre danari,
-quanto l'olio. Le galline abbondano, ma chi volete che ne mangi a tre
-tarì l'una, quando fino a pochi anni sono (1794) costavano due tarì e
-sei grani quanto le paga l'Ospedale grande e nuovo? Le uova son tre
-grani l'uno; il carbone non va a misura, ma a peso, anche a minuto; ed
-un rotolo si paga cinque grani; un quartuccio di vino sette; un rotolo
-di sapone, sedici; uno di formaggio, ventotto; uno di sugna, due tarì e
-sedici grani[58].
-
-[58] _F. Maggiore-Perni_, _La popolazione di Sicilia_ ecc. pp. 554-555.
-
-Non diversi gli altri mercati, sia quello della Fieravecchia, sia
-l'altro del Garraffello, che da poco il Senato, pur biasimandone il
-nome, ha battezzato Caracciolo, ed il volgo, _Vucciria_: titolo che un
-sedicente romanziere nel 1870 dovea derivare, non già da beccheria
-(_boucherie_), ma dalle _voci_ che vi si fanno![59].
-
-[59] _O. Pio_, _I Conventi di Palermo_, romanzo storico in tre volumi.
- Milano, Battezzati, 1870.
-
-Questa la città nella rapidissima visita che ne abbiamo fatta. Ma chi
-sono, e che sono essi i cittadini alla fine del secolo?
-
-Ecco una breve statistica, buona a far capire molte cose.
-
-Fissiamo la data anche qui: l'anno 1798. La popolazione, secondo
-l'ultimo _rivelo_ o censimento, è di 148,138 abitanti. Esistono 38
-conventi, 39 monasteri, 152 chiese con 7379 preti, frati, monaci e
-monache. (Avvertiamo qui una volta e per sempre che per _convento_ in
-Sicilia s'intende monastero, con uomini; e per _monastero_, convento,
-con monache; ma di ciò, meglio a suo luogo, cioè nel capitolo dei
-_Monaci_ e delle _Monache_).
-
-Moltissimi, come più innanzi si vedrà, i nobili tra autentici e falsi,
-tra veri, presunti e sedicenti. Il ceto medio o civile è sempre ascritto
-a corporazioni: e tra esse va ricordato il collegio dei medici, quello
-degli aromatarî, dei dottori, dei procuratori, dei sollecitatori e le
-nazioni dei Napoletani, dei Genovesi, dei Milanesi. Numerosissimi gli
-artigiani, divisi, non ostante i vicereali decreti, in maestranze di
-argentieri, caffettieri, barbieri, fornai, cocchieri, bordonari.
-
-Queste cifre sono officiali; ma vanno controllate medesimamente che
-quelle del censimento del 1774, nel quale per un malinteso interesse
-delle loro chiese, i parroci fecero _riveli_ per 216,000 anime, compresi
-i sobborghi di S. Lucia e di S. Teresa, dei Colli e di Bagheria, ed
-esclusi 6000 ecclesiastici: rivelo così sorprendente da eccitare i
-patriottici ardori del Villabianca, che esclamava:
-
-«Faccia Dio onnipotente colla sua infinita beneficenza portare avanti
-siffatto aumento costantemente nell'avvenire, e un anno miglior
-dall'altro, a gloria del suo servizio ed a vantaggio di essa
-metropoli!». Così i parroci potevano di buona fede nel 1774 far credere
-al loro ordinario, Monsignor Filangeri, stragrande il numero delle anime
-commesse alle loro cure; e nel 1798, forse accortisi dell'errore di
-ventiquattr'anni prima, o forse insospettiti della fiscalità
-governativa, inacerbita nelle forme più insidiose di contribuzioni
-volontarie e forzate, di mete e di balzelli comunali, poterono scendere
-al numero che abbiam visto di poco più che centoquarantottomila
-abitanti. Esagerazione la prima, all'indomani della rivolta del 1773;
-esagerazione la seconda, alla vigilia della entrata delle armi
-repubblicane di Francia in Napoli.
-
-E allora qual'è la verità?
-
-La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione è questa: che nel
-1774 la popolazione potè essere di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè
-giungere a 200.000! Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale,
-ha delle cifre in mano per affermarlo[60].
-
-[60] _F. Maggiore-Perni_, _op. cit._, cap. XXII.
-
-Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un po' di giro, guardando dove
-l'una, dove l'altra delle particolarità della città nostra, non vorremmo
-noi sentire quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra è la
-impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero. Al paesano
-sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai suoi primi anni, abituato
-l'occhio; mentre quelle medesime cose allo straniero si appresentano,
-per poco che egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto è
-curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e, degli abitanti,
-il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare. Grande perciò il
-contrasto fra il giudizio del nazionale e quello dello straniero: mentre
-poi si completano entrambi a vicenda.
-
-Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo quasi trenta libri di
-viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono: e noi, che siam costretti a
-brevità, dobbiamo restringerci a pochi, i quali valgono i molti.
-
-Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto e pittore del Re
-di Francia. Data del suo viaggio: 1782.
-
-«La situazione della città, egli dice, è felicissima; lo spettacolo del
-mare, delle colline, delle montagne, trasformandosi in aspetti
-deliziosi, rende questo suolo più che adatto a formare artisti. Palermo
-è piena di monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi,
-fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto di secoli di buon
-gusto; ma tutto è buono ad attestare che questo popolo ha amore alle
-arti e genio di decorazione.
-
-«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non v'è rione che non abbia
-le sue fonti, per lo più di marmo, tutte ornate di sculture, tutte
-d'acque copiosissime».
-
-Questo delle fontane è un ricordo prezioso per noi. Dentro e fuori la
-città se ne incontrava sempre qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta
-Felice, addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come
-vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla prossima via
-Borbonica (Marina). Tra la prima e la seconda casetta di questa via,
-nello spessore della _cortina_ (bastione delle Mura delle Cattive) era
-una ricca sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli
-ambulanti della passeggiata[61], ed a fornirsi pei loro viaggi i legni
-ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo si fornivano alle due fonti a
-lato dell'Arsenale. Ve n'erano a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con
-premurosa curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena
-l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea voluto ritratta la
-indimenticabile Baronessa di Miserandino, che gli fece incontrare
-avventure romanzesche. Dentro città, una piramidale eravene nel piano
-del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà; altre sotto lo
-Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia, nel piano della Conceria,
-nella piazzetta di S. Francesco, alla Bocceria, dietro le regie Carceri.
-Eccellente reputavasi l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del
-Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in Palermo, a
-termine di paragone in tutta Sicilia. E chi lo ignora? Essa a quanti ne
-bevevano dava come il battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei
-Palermitani. La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli; quando questa
-giunse a Palermo, volle esserne servita nei caldi giorni di estate,
-mentre dell'acqua pretoria beveano abitualmente molte famiglie nobili, i
-cui servitori in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene all'ora
-del desinare.
-
-[61] Vedi il cap. _Marina_.
-
-Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà del Senato, erano
-parte per vicende telluriche o per appropriazioni indebite scomparse,
-parte per dichiarazione dei batteriologi inquinate!
-
-Torniamo ai viaggiatori.
-
-Pel naturalista tedesco Stolberg, «mediocremente larghe sono le vie del
-Cassaro e Macqueda: e sarebbero belle se gli abitanti delle case fossero
-eletti. Ogni apertura ha il suo balcone a ringhiere ferrate, le quali
-danno alle vie un aspetto tutt'altro che bello, specialmente se lavorate
-con poco gusto. In certe strade larghe ci si sta come in gratelle di
-ferro»[62].
-
-[62] _Graf zu Stolberg_, _Reise in Deutschland, Schweitz, Italien und
- Sicilien_, III, p. 521. Königsberg, 1794.
-
-Ad un connazionale dello Stolberg, non pur le ringhiere, ma anche
-l'architettura delle chiese, le variopinte decorazioni delle case a
-colori stridenti sembrano meridionali[63]; e ad un altro, tedesco
-anch'esso, tutto si presenta diverso dal continente[64]: un insieme
-singolare e bizzarro, pieno «di vita e di operosità», un paese ove
-«anche uno sguardo fugace vede il centro del benessere siciliano:... e
-commercio ed arti»[65].
-
-[63] _Kephalides_, _Reise in Italien und Sicilien_, p. 229. Leipzig,
- 1818.
-
-[64] _Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 17. Berlin, Nicolai, 1825.
-
-[65] _Bartels_, _op. cit._, III, 521.
-
-«L'affabilità ed onestà dei Palermitani, peraltro, rende sommamente
-gradito ai forestieri questo soggiorno»[66]. Fatidica poi la previsione
-di Houel: «Palermo diventerà una delle migliori città del mondo; l'Isola
-della quale essa è Capitale, coltivata come un giardino, potrà essere la
-più deliziosa abitazione della terra»[67]. E già nel 1814, per
-Kephalides, Palermo era «un vero paradiso!»[68].
-
-[66] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque, ou Description des Royaumes de
- Naples et de Sicile_, I.re partie, p. 156. A Paris, MDCCLXXXV.
-
-[67] _Houel_, _op._ e _loc. cit._
-
-[68] _Kephalides_, _op. cit._, p. 221: «Wahrlich, Palermo ist ein
- Paradies».
-
-La nostra passeggiata è andata troppo in lungo perchè ci sia consentito
-di prolungarla dell'altro. Siamo a mezzogiorno, e si pensa a desinare.
-
-Un'onda di forensi, chi a piedi, chi in carrozzelle, chi in portantine,
-scende dai tribunali del Palazzo del Vicerè spargendosi per tutta la
-città. Compiuta la _via crucis_ dei loro ammalati, i medici rincasano
-stanchi delle sofferenze udite e viste. Scolari d'ogni età e d'ogni
-disciplina, fornite le lezioni antemeridiane, si affrettano verso le
-loro abitazioni. Le botteghe si chiudono, le strade si spopolano. Un
-tedesco che le vide disse: «Come diventi il Cassaro, non può meglio
-esprimersi, che paragonandolo alle nostre vie a mezzanotte».
-
-La siesta dura ordinariamente due, tre ore, nelle quali ognuno schiaccia
-il sonnellino pomeridiano principiando dalla primavera e finendo
-all'autunno ed anche più in là; gli ecclesiastici, dal 3 Maggio al 14
-Settembre, ricorrenze commemorative della Santa Croce consacrate nel
-detto: _A Cruce ad Crucem._
-
-Poco dopo le vent'ore (4 prima dell'Avemmaria) tutto torna
-all'ordinario; il movimento si riattiva, si ripopolano le vie; fanciulli
-e giovani raggiungono le loro scuole e, se di vacanza, le _ville_ delle
-pie congregazioni alle quali sono ascritti[69].
-
-[69] La Villa Filippina dei padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri,
- rimpetto il convento di S. Francesco di Paola; la Villa di S.
- Giuseppe e poi la Villa di S. Luigi, a pochi passi da questa; la
- Villa delle Teste e quella della Sacra Famiglia presso il Ponte
- dell'Ammiraglio; la Villa di San Carlo.
-
-In estate, si va alla Marina.
-
-Noi la vedremo più innanzi questa Marina deliziosa; qui non vogliamo,
-con una pallida descrizione, sfruttarne l'entusiasmo.
-
-Vediamo, invece, la città di sera.
-
-L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due ore dopo l'Avemmaria).
-Una volta questo segno imponeva agli artigiani la chiusura delle
-botteghe; ora (1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte:
-indizio della lenta evoluzione dei pubblici costumi[70].
-
-[70] Dall'anno 1787 in poi.
-
-Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli abitanti de' sobborghi
-ne soffrivano disagio: e più volte ebbero a muover lagnanze al Pretore
-contro la vieta pratica, che li condannava a rimaner fuori quando avean
-bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze più insistenti eran
-quelle degli abitanti presso S. Teresa, i quali domandavano che Porta di
-Castro, almeno fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri
-di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano perchè
-l'apertura si protraesse tutta la notte[71].
-
-[71] _Provviste del Senato_, a. 1781-82, p. 114; a. 1784-85, p. 257.
-
-Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava guardiani _ad
-hoc_[72].
-
-[72] _Provviste del Senato_, a. 1784-85, p. 441.
-
-L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa, «non contenti delle due
-ore, chiedevano completa libertà di entrata ed uscita da Porta di Castro
-di notte»; e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante, il Re
-emanava provvedimenti in proposito[73].
-
-[73] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 248.
-
-Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a tarda sera d'inverno,
-quando, cioè, l'orologio grande dello Spedale di S. Bartolomeo (S.
-Spirito) sonava la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia
-non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo[74].
-
-[74] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 280.
-
-Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi con l'indovinello
-d'un poeta d'allora:
-
- Cu' fu lu mastru quali fabbricau
- Lu catinazzu di Porta Filici?[75]
-
-[75] _Melchiore_, _Poesie siciliane, giocose, sacre e morali_, p. 71.
- Palermo, 1775.
-
-La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine pubblico. Alcune
-di esse costituivano un pericolo permanente per la morale e la igiene.
-Porta di Termini, ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante
-alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di ciabattini, ma
-di sera, essendo al buio, diventava rifugio di malviventi. Porta S.
-Antonino di Vicari formava un lungo tratto di via coperta, che era un
-orrore. Erasi gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente che
-vi si andava a ridurre come a luogo innominabile; ma solo il 2 Gennaio
-1789 il Vicerè si decise a farla finita. S. E. affidò al Principe di
-Mezzoiuso l'incarico delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno
-spettacolo; ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni, senza
-lustre di contratti, fece diroccare un pezzo del bastione, ricostruire
-molto più ampia, in linea della via Macqueda, la porta, e nel nuovo
-spazio di dentro ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo
-l'architettura della Porta Carolina (Reale).
-
-Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si rifacevano o si
-rimettevano a nuovo[76].
-
-[76] _Atti del Senato_, a. 1798-99, p. 168. Vedi inoltre un ms. del
- Principe Giuseppe Lanza di Trabia, 10 Gennaio 1797.
-
-Meno le due vie principali, il piano del Palazzo, la via Alloro ed altre
-di second'ordine, delle quali il Senato prendeva speciale interesse[77],
-tenendovi fanali che anche oggi sarebbero singolare ornamento[78]; la
-maggior parte della città rimaneva al buio. Solo qualche rado lumicino e
-la scialba luce delle lampade innanzi le edicole dei santi rompeva le
-fitte tenebre delle viuzze e dei cortili quando la città era immersa nel
-silenzio della notte[79]; e se un improvviso lume guizzava, era fugace
-come il passaggio d'un signore che, dopo una leziosa conversazione o una
-disastrosa partita alle carte, frettolosamente rincasasse accompagnato
-da lacchè con torce a vento o da un fedel servo col lampioncino acceso.
-
-[77] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XVI, § 204, scriveva nel 1793:
- «L'utile benefizio che da tutti si riceve (dalla notturna
- illuminazione) è la sicurezza nelle tenebre della notte, ove suole
- signoreggiare il delitto».
-
-[78] Vedere i disegni fatti eseguire dal senatore Chacon, nel 1747.
- Benchè nell'Archivio Comunale non abbiamo trovato una pratica sulla
- illuminazione anteriore al 1818, pure degli appalti per le due vie
- principali se ne facevano; e negli _Atti del Senato_ del 1783-84,
- p. 132, ve n'è uno concesso a Domenico Calabrese.
-
-[79] Questo silenzio era, una volta la settimana, a quattr'ore di notte,
- rotto da un generale scampanio delle chiese della città, in
- commemorazione del tremuoto del 1693. Lo volle abolito nel 1834 il
- Granduca Leopoldo di Borbone.
-
-Preceduta da un «_cavarretta_», che rischiarava strade e viuzze[80], la
-ronda andava in giro. Ogni persona dubbia che incontrasse, la ronda la
-fermava, ed il cavarretta con la sua lucerna fissavala di sorpresa. Per
-poco che un sospetto cadesse su lei, veniva tratta in arresto.
-
-[80] _Cavarretta_ significò in origine carcere nel castello di Taormina,
- secondo Ugo Falcando. Nel sec. XVIII significava colui che nella
- ronda portava la lanterna. _Alessi_, _Aneddoti della Sicilia_, n.
- 127. Ms. Qq H. 47 della Biblioteca Comunale di Palermo.
-
-Una canzone, nata e cantata nel Luglio del 1774, ricorda la severa
-pratica:
-
- Pigghiannu la lanterna
- Mittennula a la facci,
- Chiddu chi 'un avi 'mpacci,
- Già vota e si nni va.
-
-La qualificazione di _porta-lanterna_ anche oggi viene applicata al più
-spregevole aguzzino, e, per traslato, a chi commette azioni birresche.
-
-La oscurità non poteva non favorire anche il mal costume, fomentato
-soprattutto dall'eterno bisogno. Dove quella era più fitta, quivi si
-raccoglievano male femine, delle quali era una vera falange. Nel rione
-dell'Albergaria esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi
-specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il vicolo degli
-Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora. In tutta la città però
-queste sacerdotesse di Venere si raccoglievano all'ombra delle
-conniventi _pinnati_[81], numerosissime anche dopo il provvido
-_repulisti_ che ne fece, Pretore il Regalmici, la Deputazione delle
-strade[82], e per vecchio costume riducentisi in que' posti del Cassaro
-che agevolavano le fermate e ne proteggevan le clientele; onde il titolo
-di _cassariote_ col quale le vedremo[83].
-
-[81] _Pinnata_, tettoia o gronda sporgente dai muri degli edificî e
- delle case nelle vie.
-
-[82] Il dì 26 Maggio 1783 «la Deputazione delle strade, protetta dal
- Vicerè, mandava buon numero di manovali e di fabbri ferrai, i quali
- alla militare assaltarono contemporaneamente tutte le piazze di
- grascia della città ed altre contrade e vie nelle quali sono
- botteghe di venditori di annona, e riformano in guisa da ridurre a
- soli quattro palmi di larghezza le _bancate_ (banconi) e le tettoie
- che contro le leggi civiche sporgono. Senatore è Gaetano Cottone,
- Principe di Castelnuovo. _Villabianca_, _Diario_, in _Biblioteca_,
- v. XXVIII, p. 72.
-
-[83] Vedi il Cap. _Oziosi e Vagabondi_.
-
-
-
-
- _Capitolo III._
-
-
- _PULIZIA E CONDIZIONI IGIENICHE DELLA CITTÀ; BANDI DI PALERMO!..._
-
-Una delle ultime forme, e forse l'ultima, di quella specie di _magna
-charta_ della pulizia urbana, che nel suo complesso organico apparve nel
-1782[84], sul finire del secolo ammoniva gli abitanti di Palermo de'
-loro doveri «per il mantenimento e limpidezza delle strade di questa
-città e suo territorio».
-
-[84] _Bando, e comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Signor D. Domenico
- Caracciolo, Marchese di Villamajna ecc. a petizione ed istanza
- della Deputazione eretta da S. M. (Dio guardi) nell'anno 1739 per
- il mantenimento, e limpidezza delle strade di questa città, e suo
- Territorio_ (in fine, p. XXVIII): _Palermo, die 3 augusti 15 ind.
- 1782_.
-
- Ne abbiamo preso copia nella Biblioteca dell'on. Principe Pietro
- Lanza di Trabia.
-
-Il 22 aprile del 1799, infatti, con tanto di _visto_ del Principe di S.
-Giuseppe sindaco, veniva bandito un lunghissimo ordine regio pel decoro
-e la nettezza della Capitale e per la salute dei suoi abitanti.
-
-Chi ne scorra oggi i cento e più articoli, non può non riconoscervi un
-documento di civiltà moderna: e vorremmo tutto metterlo sotto gli occhi
-del lettore se dal farlo non distogliesse la soverchia lunghezza di
-esso.
-
-Nella impossibilità materiale di riportarlo nella sua interezza, noi
-dobbiamo contentarci di un magro spoglio delle cose più utili a far
-conoscere usanze inveterate, e, con esse, condizioni topografiche,
-interne ed esterne della città, in mezzo alle quali si movevano padroni
-e servi, venditori e compratori, pedoni e cavalieri, femmine e donne; e
-carrettieri e vetturali e boari e panicuocoli e fabbriferrai e
-fallegnami e rigattieri e perfino cenciaiuoli e spazzaturai.
-
-Il dettato del bando conserva l'antica nomenclatura, dal popolo così
-bene intesa, specchio fedele di quella lingua mezzo siciliana, mezzo
-italiana, nella quale esso venne originariamente composto.
-
-A quello tra' lettori che non tutto potrà comprendere, gioveranno senza
-dubbio le spiegazioni intramezzate al testo; ma forse non basteranno,
-perchè troppo di dialetto e di antiche istituzioni locali, non a tutti i
-Siciliani d'oggi note, risentono questi documenti, avanzo d'un tempo oh!
-quanto diverso dal nostro.
-
-Cominciamo la lunga rassegna.
-
-D'ordine del Vicerè e ad istanza della Deputazione per le strade si
-ordina:
-
-«che nessuno, e specialmente padroni di botteghe e conduttori, possa
-piantare focolai in mezzo le strade, dentro o fuori città, senza
-licenza, per non dare incomodo al pubblico passaggio; e caso mai, il
-cufolaio (_focolaio_) non sia più di palmi due, appoggiato al muro delle
-botteghe proprie e non già in mezzo le strade; che nessuno getti fuori
-di casa immondezze (_spazzatura_), che la sterratura ed altro materiale
-di fabbricatura sia portato in luogo designato fuori città, senza
-seminarlo per istrada, sotto pena di doverlo riprendere; che i fumalori
-(_spazzaturai_) che raccolgono immondezze, non debbono sporcare le
-strade; che ogni persona che abbia casa, debba ogni mattina scopare
-innanzi di essa la polvere, di estate, innaffiando, e il fango
-d'inverno, fin mezzo la strada raccogliendo in monzelli (_mucchi_)
-quella roba ad un lato della rispettiva casa o bottega fuori la
-rispettiva sponda delle abitazioni senza impedire il passaggio, così
-come con le immondezze interne, che poi dai soliti animali per le
-immondezze possono essere portati; ma, in ragion dei bandi 10 ottobre
-1747, 20 novembre 1751, 18 aprile 1757, 12 settembre 1775; che nessuna
-persona possa gettar dalle finestre, balconi, aperture, porte, acqua
-lorda, di bagni, orina, bruttezze, immondezze ecc. di giorno e di notte;
-che le bancate, pinnate di botteghe, caciocavallari, fogliajoli,
-mercadanti, drappieri[85], pannieri, orologiari che sono oltremisura
-siano ridotte alla misura voluta, di palmi 4 la pinnata, 2 palmi la
-bancata; che non si lascino di notte fossi praticati di giorno».
-
-[85] _Bancate_ ecc., i banchi, le tettoie delle botteghe, i
- pizzicagnoli, i venditori di verdure, i mercanti, i venditori di
- tele, drappi ecc.
-
-Contro l'ingombro delle vie:
-
-«E perchè li costorieri (_sarti_), spadari, cappellieri, scarpari,
-scrittoriari (_moganieri_), maestri d'ascia d'opera gentile e opera
-grossa, bottegai (_fruttivendoli_), venditori di qualunque genere di
-comestibili ed altre persone di qualsiasi mestiere ed arte, anche quelli
-che non hanno bottega, si mettono tanto nella strada Toledo e Macqueda,
-quanto nell'altre strade e nelli luoghi pubblici di questa città e
-sobborghi con sommo detrimento, con sedili, percie, rastelli, cartelli,
-cannestri, boffette[86] ed altri, con le quali si viene ad impedire il
-pubblico passaggio alli cittadini, con qualche pericolo, e
-particolarmente nel Cassaro di questa città, ove vi è la frequenza delle
-carrozze, talmente che non si può sopra la sponda seu catena della
-strada Toledo e Macqueda nè per altre strade camminare.... così vien
-fatto divieto che più oltre si continui con questi abusi».
-
-[86] _Percie_, ecc., appendi-abiti, rastrelli, corbe, canestre, tavoli.
-
-Assoluta è la proibizione che si occupi in un modo o in un altro il
-suolo pubblico:
-
-«I venditori sia per giuoco di cannamelli o di granata, o di miele
-d'apa[87] o venditori di fichi d'India che non si possano situare nel
-Cassaro o Strada Nuova, Quattro Cantonieri, piano della Corte, Piano
-delli Bologni e della madrice Chiesa, siano obbligati tener limpie e
-nette così delle foglie di dette cannamele, delli sopravanzi delli
-granati, delle scorze di fichi d'India ed altre immondezze, che facciano
-li suddetti venditori nelle banchette del Cassaro e Strada Nuova, purchè
-non impediscano il passaggio al pubblico in quelle parti ove saranno
-dalla Deputazione per le strade situati; come pure li venditori di fichi
-d'India, che vanno camminando per la città con le cartelle (_corbe_),
-non possono fermarsi in nessun luogo portando con essi altra cartella
-per cogliere le scorze di detti fichi, e questo per non sporcare li
-luoghi, strade e fontane pubbliche; come pure lo stesso si proibisce
-alli venditori di celsi neri (_gelse more_).
-
-[87] Cannamele, melagrane, dolciumi.
-
-«E più essendosi osservato che tanti tengono nelle strade, avanti le
-loro rispettive porte, delle mangiatoie per cavalli, asini, muli ed
-altri animali, con grave pericolo ed incomodo di chi passa, si ordina
-che fra il giro di giorni 15 dalla pubblicazione del presente bando si
-debbono disfare».
-
-E per altre maniere d'ingombri delle vie:
-
-«Avendosi osservato la mostruosità delli venditori di robbe, che si
-situano nelli Quattro Cantonieri di questa città, con perdersi la
-visuale di quel bellissimo ornamento, come di essere di impedimento al
-pubblico passaggio; per tanto si ordina, provvede e comanda che nessun
-venditore di qualsiasi robba abbia in avvenire da pratticare detta
-vendizione o situazione di robbe per venderle, come quelle portarle in
-altri luoghi e per tutto il Cassaro e Strada Nuova[88].
-
-[88] Intendi che si debbano vendere in altri luoghi che non siano i
- Quattro Canti, od anche camminando per il Cassaro e la Strada
- Nuova, senza però fermarsi in un posto.
-
-«Nessuna persona possa fare ascare (_fendere_) legni, nè scaricare
-qualunque sorta di robba, ferro ed altro sopra le strade balatate
-(_lastricate_) di questa città; come pure non accendere, nè fare
-accendere fuoco per non devastarsi le dette strade balatate».
-
-Tra le altre disposizioni, ve n'è una che permette ai chiodaiuoli di
-piantare le loro tende e fucine solo nella Piazza Marina, rimpetto alla
-Vicaria, nella piazzetta della Chiesa di S. Sebastiano, e sotto gli
-archi di S. Giuseppe dei Teatini, nell'attuale via Giuseppe D'Alesi.
-
-Un'altra vieta ai carri da buoi carichi di pietre di passare per la via
-del Borgo, dal ponte di S. Lucia a Porta S. Giorgio, perchè la
-renderebbero impraticabile e guasterebbero i fossati del Bastione presso
-quella porta; e indica la via da tenere, per la cui manutenzione i
-padroni di carri si erano obbligati con atto notarile.
-
-«Si è osservato che altrettanta mostruosità apportano ed impedimento al
-pubblico passaggio l'essere collocati nelli Quattro Cantonieri sino alla
-punta delle banchette le sedie portatili (_portantine_), essendo anche
-causa di perdersi detta visuale ed impedimento al pubblico passaggio;
-intanto si ordina che d'oggi innanti le suddette sedie si dovessero
-situare e collocare in dette Quattro Cantonieri e nella Strada Nuova e
-nel muro della Chiesa dei PP. Teatini una dopo l'altra in fila, con
-lasciare libero il passaggio su la sponda, _seu_ catena, per il commodo
-del pubblico. Siccome anche tutte l'altre sedie nel Cassaro e Strada
-nuova avessero da praticare lo stesso».
-
-Non era vigilanza che bastasse ad infrenare cocchieri e portantini,
-abituati a qualunque abuso, e coloro che si lasciavano condurre in
-carrozza o in sedia volante.
-
-Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla Deputazione per le
-strade fanno fede che nel sec. XVIII, come, del resto, nel XIX e nel
-neonato XX, certe pratiche persistevano inalterate. Un bando di
-quattr'anni prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti, suona
-così:
-
-«Che i conduttori di bestie da soma entrando in città camminino e
-conducano a mano o per le redini le rispettive vetture.
-
-«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi a capriccio o col pretesto
-di volere o il padrone o il cocchiere discorrere con altri.
-
-«Che nel passeggio della Marina si vada in più di due file di carrozze e
-sedie volanti, dovendosi lasciare vacuo il centro o mezzo per libertà di
-S. E.»[89].
-
-[89] Bando a stampa di D. Filippo Lopez y Royo, Pres. e Cap. G.le del
- Regno, in data del 21 Ottobre 1795.
-
-L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez, avrebbe potuto
-applicare a lui l'eterno rinfaccio del _Cicero pro domo sua_.
-
-E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se non alla sua libera
-passeggiata nello spazio libero tra le due file di carrozze; pure
-stavolta il Lopez riproduceva _sic et quatenus_ gli ordini dei suoi
-predecessori.
-
-La malattia delle fermate nel Cassaro è antica quanto la carrozza e la
-portantina, quanto lo spagnolesimo, quanto lo spirito aristocratico,
-potremmo anche dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè Niccolò
-Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto 1720 «che nessuna
-carrozza, sterzino o sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla
-Marina durante il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la
-musica deve mettersi in una delle due file rimanendo quella di mezzo pel
-libero passaggio del Vicerè»[90]. -- Proprio come nell'anno 1775, quando
-il secondo Marcantonio Colonna richiamava in vigore la medesima
-disposizione[91]; proprio come nel 1795!
-
-[90] _Miscellanea di Bandi_, t. I; nella Biblioteca Comunale di Palermo,
- segn. 2. Qq. 7.94.
-
-[91] Bando viceregio a stampa, in data del 18 Febbr. 1775.
-
-E non diverse le pene ai contravventori, anzi più gravi delle solite: «I
-cocchieri, la frusta e quaranta sferzate o zottate del carnefice sopra
-un cavalletto nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento o
-la perdita istantanea con la vendita irremissibile nella medesima piazza
-della carrozza, o calesse, o biroccio, o corso, o tariolo»[92].
-
-[92] Bando cit. del Lopez, 21 Ottobre 1795.
-
-Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate in vigore nel
-1799, trovavano compagne non meno provvide contro tutto ciò che potesse
-anche lontanamente nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue
-le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e folti ond'eran
-pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti le premure di accrescerne
-il numero e la estensione fin dove gli espedienti finanziarî e la natura
-del suolo il consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella
-montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire[93]. Guardie all'uopo
-destinate ne avean la custodia; carrettieri con botti, l'annaffiamento;
-frati di varî ordini, la potagione[94]. In casi rari minacciavasi e
-senz'altro applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di
-metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi[95].
-
-[93] _Giornale di Sicilia_ del 12 Agosto 1794.
-
-[94] Ai Cappuccini i superbi alberi della via di Mezzomorreale (corso
- Calatafimi); agli Antoniniani, quelli dello stradone di S. Antonino
- (corso Lincoln); ai Minimi, quelli di fuori di Porta Macqueda e
- Porta Carini. Vedi _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 452;
- _Atti_, a. 1791-92, p. 146. -- _Sala_, _Dimostrazione dello Stato
- del patrimonio di Palermo_, p. 214. Ms. dell'Arch. Com. di Palermo.
-
-[95] _Atti del Senato_, a. 1777-78, p. 205.
-
-La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica e di igiene fosse
-negli antichi amministratori del Comune:
-
-«Osservandosi da questa illustre Diputazione delle strade, che di giorno
-in giorno vanno mancando e seccando gli alberi di pioppi, olivi ed
-altri, piantati nelle strade che conducono da Porta S. Giorgio sino al
-Molo e sino al Ciardone, per dare non meno il comodo a' cittadini di
-passeggiare ne' tempi caldi e di rendere vieppiù magnifica la strada,
-per causa che li padroni delle case, casini, luoghi od abitanti di essa,
-in mille modi e maniere artificiose, li fanno desiccare e recidere e
-scorticare; quindi la Diputazione, volendo ciò evitare, si è rivolta al
-Re, il quale ha ordinato gravi pene pei trasgressori chiamando
-responsabili i proprietari delle case e casine vicine e obbligandoli a
-ripiantare il doppio degli alberi recisi, spiantati, scorticati,
-mircati, scomparsi».
-
-Gli ordinatori della pulizia urbana del sec. XX non sanno che la
-esperienza del passato era stata guida di coloro che prima, assai prima
-di loro, avevano studiato argomento così multiforme, ed importante per
-la vita pubblica e privata. Eppure essi non hanno se non ripetuto
-inconsciamente quello che avevano detto e fatto i nostri vecchi. La
-esperienza è maestra: e la esperienza aveva insegnato quanto gravi
-fossero le conseguenze di una dimessa pulizia stradale ed a quali
-pericoli si esponessero gli abitanti trascurandone certi particolari
-apparentemente frivoli. Chi presume il contrario, sconosce la vita di
-casa sua, che è vita di quella grande famiglia che è la patria.
-
-E poichè pulizia ed igiene si danno la mano, gli Archivi della città e
-dello Stato ci offrono altre disposizioni acconce alla tutela di questa.
-Ma per poco che voglia farsene la rassegna, si resta non solo confusi al
-numero di esse, ma anche disillusi della vantata nostra sapienza del
-genere.
-
-Nel periodo che ci sforziamo d'illustrare sono disposizioni di tempi
-anteriori. Ne rileviamo due, documenti della saviezza di molte altre.
-
-Un nuovo bando del Pretore Marchese di S. Croce ordinava la buona
-qualità del tabacco (1785). Altro se ne rinnovava ogni anno per le
-modalità della immersione dei lini e del canape nei fiumi e pel seminato
-dei risi.
-
-Tanta ragionevolezza di provvedimenti, se ben seguita, avrebbe dovuto
-far di Palermo una delle più pulite città d'Europa; ma, purtroppo, non
-era così. La Capitale dell'Isola era molto lontana da ciò che il suo
-magistrato si sforzava di avere. Ci sarebbe da giurare che tutti
-gl'inconvenienti previsti, tutte le imitazioni designate, tutte le
-licenze minacciosamente vietate, eran pratiche d'ogni giorno, d'ogni
-ora. Oh! è proprio il caso di esclamare: _Bandi di Palermo e privilegi
-di Messina!_ Solo a fermarsi sulla tanto desiderata nettezza delle
-strade c'è da arrossire.
-
-D'inverno le vie eran piene di mota; d'estate, di polvere. In una
-solenne adunanza dell'Accademia del Buongusto nel Palazzo del Principe
-di S. Flavia, in onore del Marchese di Regalmici, Onofrio Jerico
-conchiudeva con questa spiritosa sestina una sua laude al riformatore
-energico della città:
-
- Dixi. Però 'na grazia v'addimmannu:
- Com' 'un aju carrozza e vaju a pedi,
- Vurria li strati netti tuttu l'annu.
- O fangu, o pruvulazzu chi arrisedi
- Sfascia li scarpi, allorda li quasetti,
- E in procintu di càdiri mi metti[96].
-
-[96] Ms. Qq. D. 102, p. 69 della Biblioteca Comunale.
-
-A qualche cosa il Senato rimediava con la famosa botte di Giacona, che
-dal 1746 offriva un modo pratico d'annaffiare le vie: una botte sopra un
-carro, che al davanti avea un mulo, e di dietro, con le spalle al carro
-medesimo, un uomo il quale, cianchettando ritroso, veniva dimenando a
-destra ed a sinistra un grosso tubo di pelle sulla molesta polvere.
-
-Povero Giacona! Il pubblico ingrato tradusse la tua manichetta in un
-gesto somigliante a quello dell'annaffiatore, e in un motto che non
-risponde alle tue ingegnose intenzioni, per le quali un annuale servizio
-di 70 onze potò esser compiuto con sole 40![97].
-
-[97] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. II, p. 370-71.
-
-Secondo un'antica ordinanza, passata in uso, ogni popolano ripuliva al
-far del giorno il tratto innanzi all'uscio di casa sua, come ogni
-mercante del Cassaro quello innanzi il suo negozio.
-
-Goethe però il 5 Aprile del 1787 se la pigliava con un merciaiuolo, e
-per esso coi Palermitani, «che lasciavano ammucchiare, diceva lui,
-innanzi lo botteghe tante immondezze[98], che poi il vento ritornava
-alle botteghe medesime»; ed il merciaiuolo, malizioso, gli faceva
-osservare che «coloro ai quali spettava di provvedere alla pulizia
-aveano grande influenza, e non si riusciva ad obbligarli a fare il loro
-dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva, tutta quella lordura, verrebbe in
-luce lo stato miserando del sottostante selciato, e si scoprirebbero le
-malversazioni della loro disonesta amministrazione» (Oh! come il mondo è
-sempre lo stesso!).
-
-[98] È curioso che l'usanza lamentata da Goethe fosse una antica
- disposizione del Senato consacrata nei contratti di appalto della
- spazzatura. Si prescrivea che le immondezze spazzate venissero
- raccolte a mucchi, con l'intendimento che poi dovessero portarsi
- via. Vedi il _Contratto_ citato nella nota 3 di questa pagina.
-
-Concludeva poi scherzando: «le male lingue dicono essere la nobiltà
-quella che favorisce questo stato di cose, affinchè le carrozze, andando
-di sera alla passeggiata, possano proceder senza scosse, sopra un
-pavimento meno duro»[99].
-
-[99] _Goethe_, _op. cit._, lett. cit.
-
-Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia del suo paese, se non
-sapeva che già fin dai primi del quattrocento esistessero disposizioni
-per la pulitura delle vie, se ignorava che nel 1600 il Comune avea dato
-in appalto lo spazzamento ed annaffiamento giornaliero delle varie
-strade e piazze[100]; poteva almeno dire a Goethe, cosa della quale egli
-era testimonio, che otto anni innanzi (7 Ag. 1779) si era concertato la
-spazzatura del Cassaro e della Strada Nuova in una maniera più
-rispondente allo scopo. Poteva fargli osservare che certi carrettieri
-aveano impegnata con gli ortolani la spazzatura; anzi, come s'è visto in
-principio di questo capitolo, per antico decreto del Senato, le bestie
-da soma che entravano in città cariche di ortaggi non potevano uscirne
-senza la spazzatura delle famiglie, tanto nociva alla pubblica salute
-quanto utile alla agricoltura[101]; e che i padroni delle botteghe
-pagavano un bajocco (cent. 4) l'uno, per due spazzate la settimana,
-fatte da 20 forzati. Poteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo di
-preferenza, che per quanto il Senato facesse e nel Cassaro e nel Piano
-della Martorana lastricando, ripulendo, non riusciva mai a sbarazzare la
-immensa mota che le piogge continue vi producevano: difetto comune ad
-altri punti della città, ed alla Marina particolarmente[102].
-
-[100] _R. Starrabba_, _Contratto d'appalto_ ecc. in _Archivio stor.
- sic._, nuova serie, a. II, fasc. II, pp. 204-9, Pal. 1877.
-
-[101] _Capitoli del Senato_, t. II, f. 406; ms. dell'Archivio Comunale.
- -- _Teixejra_, _op. cit._, cap. XIII, § 191.
-
-[102] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 372; v. XXVII, p.
- 436.
-
-Quando il Presidente Lopez ordinò delle spazzate periodiche, il Senato
-non potè se non tornare a destinare una somma _ad hoc_ per l'avvenire,
-ed affidare a «partitarî» questo servizio per le vie principali e per
-una volta la settimana[103].
-
-[103] Bando a stampa del Presidente del Regno, del Marzo 1797. Vedi
- _D'Angelo_, _Giornale_, pp. 137-38; _Villabianca_, _Diario_ ined.,
- a. 1797, pp. 115-16.
-
-D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo di Goethe doveva
-sapere qualche cosa, se con un forestiero a lui sconosciuto si apriva
-intorno ad una pubblica accusa contro coloro ai quali incombeva la
-sorveglianza della pulizia della città; altrimenti conviene ammettere la
-solita malevolenza palermitana verso i Palermitani. Chi saranno stati i
-malversatori aventi l'interesse di non far vedere le reali condizioni
-del pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade o i
-deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi può affermarlo con piena
-coscienza? Una sola rivelazione ci giunge per mezzo dei diaristi del
-tempo, ed è: che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia
-stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese. Forse per loro
-oscitanza, forse per delittuosità, questi maestri venivano dalla voce
-pubblica accusati di corruzione; se no, come spiegarsi la sordidezza
-delle strade ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?
-
-È vero che questo inconveniente non era nuovo; ma gli spazzini addetti a
-sì bassi servigi, portavano legati alla cintura degli uncini di ferro
-coi quali rimovevano i ributtanti ospiti.
-
-Stanco di tante porcherie un giorno il Senato mandò a spasso questi
-inutili o disonesti «maestri»: e senz'altro ne abolì l'ufficio;
-contemporaneamente provvide alla pulitezza ed al decoro della città con
-una Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse
-alla bisogna[104]. E così fu fatto.
-
-[104] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 22-23.
-
-
-
-
- _Capitolo IV._
-
-
- _SENATO E SENATORI._
-
-Magistrato supremo della città, il Senato mareggiava tra le
-giurisdizioni ed i privilegi che re e vicerè per volger di secoli avean
-profuso su di esso.
-
-Grande di Spagna di prima classe, il Pretore procedeva a sinistra del Re
-e gli stava di fronte, a capo coperto, nelle cappelle reali. Generale di
-cavalleria, esso avea il comando supremo di tutte le truppe cittadine.
-Alle opere filiali del Senato era preposto e sovraintendeva con vigile
-cura. La Tavola o Banco, fondazione del Comune, avea in lui il
-mallevadore de' capitali privati; in lui il tutore supremo il Monte di
-Pietà; lui avea capo la Deputazione di salute, ond'egli traeva facoltà
-di accordare o negare libera pratica a chi giungesse per mare a Palermo,
-basso o alto che fosse e di qualsivoglia autorità investito. Mentre vi
-era un Protomedico del Regno, il Pretore era Protomedico della Capitale
-con poteri amplissimi sulla pubblica salute e sugli uomini ai quali era
-essa affidata, sulla igiene e sulla pulizia urbana.
-
-Talvolta egli avea potestà anche criminale, rappresentando l'antico
-baiulo.
-
-Nelle quattro grandi processioni e fiere dell'anno, il medesimo Pretore,
-accompagnato da un giudice della sua Corte, girava togato per le strade
-reggendo in mano il bastone, emblema di giurisdizione per la quiete del
-popolo. Gli eruditi scoprirono «l'uguale meccanica scritta nella romana
-Istoria e praticata dai consoli e pretori romani»; come un quissimile
-degli antichi littori precedenti i consoli vedevano nei contestabili che
-nelle pubbliche funzioni recavano il bastone sormontato dall'aquila.
-Tutti ne sapevano qualche cosa; ma sopra tutti D. Pietro Teixejra,
-storiografo del Senato[105].
-
-[105] _Teixejra_, _op. cit._, §§ 305 e 349. Correggendo le stampe di
- questo capitolo, ci cade in acconcio far menzione di un
- bell'articolo di _F. Maggiore-Perni_: _Il Senato e
- l'Amministrazione municipale di Palermo dai tempi più antichi al
- 1860_ (Pal. Lo Casto 1902).
-
-Per queste ed altre eccelse facoltà, in bocca del Pretore posava la
-sacra formola: _Do, dico, abdico._ Col _do_ esso concedeva ai giudici
-della Corte pretoriana il modo di procedere nelle cause, come
-l'eccezione ai rei e la possessione dei beni; nel _dico_ concentrava la
-proibizione dei giorni di giudizio e la restituzione _in integrum_ per
-le persone; nell'_abdico_ comprendeva il suo diritto in tutte le
-cessioni sulla legge scritta: nella confisca dei beni, nella vendita di
-essi all'incanto e via di seguito[106].
-
-[106] _Teixejra_, _op. cit._, § 310.
-
-Dal quale diritto traeva lume e forza quello civile e criminale che egli
-esercitava sulle carceri del Palazzo pei trasgressori delle ordinanze e
-dei bandi senatorii e le ingiunzioni al capo di Castellamare nel
-ricevere questo o quel reo di ceto nobile o civile.
-
-Se questo pare troppo, si pensi che v'era anche dell'altro. Bagheria e
-Parco eran terre soggette al Senato, che vi esercitava amplissima
-giurisdizione per mezzo di persone di sua fiducia e da esso delegate.
-Prima che Ferdinando venisse in Palermo, e pensasse a proclamare _città_
-Partinico, ragione di lepido risentimento del Villabianca, che pur vi
-avea tenute, anch'essa, questa terra, era pel mero e misto impero
-soggetta al Pretore.
-
-Ce n'era abbastanza, crediamo, per fare inorgoglire non che qualunque
-patrizio il più modesto cittadino palermitano, che pur sapea di non
-poter mai e poi mai aspirare, non diciamo alle sublimi sfere del
-Pretorato, od a quelle alte del Senato, ma alle altre di ufficiale
-nobile al seguito del Senato medesimo, pel quale un pezzo di blasone era
-indispensabile.
-
-Il rosso associato al giallo era ed è tuttavia il colore senatorio della
-città; stemma pubblico: l'aquila d'oro in campo rosso; damasco cremisino
-le sopravvesti dei contestabili; rosso il drappo delle vesti dei
-mazzieri, sulle quali si disegnavano vaghissimi fiori d'oro[107]; rosso
-scarlatto e giallo la uniforme della fanteria e della cavalleria[108], e
-rosso fiammante le livree dei sei paggi e dei sei cocchieri degli
-equipaggi.
-
-[107] Costavano fino a 120 onze! Vedi _Provviste del Senato_, a. 1779-80,
- p. 362, a. 1795-96, pp. 255 e 374.
-
-[108] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, XXVI, pp. 210-211.
-
-Questo per coloro che circondavano il Senato; ma i singoli Senatori
-nelle loro giornaliere funzioni indossavano ordinariamente «il vestito
-alla francese in giamberga», come ci fa sapere il loro Cerimoniere[109];
-nella mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande festa, toga,
-manica ricca e gioie.
-
-[109] _De Franchis_, _op. cit._, p. 433.
-
-Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando avea paggi suoi (e
-raro è che non ne avesse), il colore della città veniva sostituito dalle
-livree della sua famiglia. Questa, per la forma e pel colore, si
-anteponeva talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza
-del casato. Ricordasi in proposito, per analogia di richiamo, che quando
-il Principe di Paternò Moncada Capitan Giustiziere dovette recarsi nei
-suoi stati in Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore
-Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese, zelando più
-che l'amico assente, si affrettò a fare aggiungere alla Carboniera
-ordinaria (la quale, come è risaputo, era il carcere di giurisdizione
-del Pretore, dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le
-donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse con gli ufficiali
-vestiti in livree Paternoniane[110].
-
-[110] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, 180; v. XXVII, 11-12.
-
-La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia delle dieci torri
-di guardia del littorale (_torrari_); la cavalleria, di quaranta
-soldati, sorvegliava le spiagge e segnava l'avvicinarsi di barche
-sospette. Codesti eran detti «soldati di marina», e più tardi compagnia
-o «milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de' _qui-pro-quo_ della
-fortuna di cui il popolo possiede il segreto, in _truppa babbana_.
-Questa milizia rappresentava la forza propria del Senato sotto un
-comandante nobile (Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un
-Alfiere, un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni anno,
-il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista. Carlo II nel 1695,
-confermando il privilegio di questa milizia al Senato, dava ad esso
-facoltà di assoldarne -- in assenza del Vicerè -- quanta per la
-sicurezza del Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene
-abbisognasse, investendola dei medesimi onori e trattamenti delle truppe
-regolari regie, con divisa, tamburi, armi, bandiera e stemma della
-città.
-
-E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente connesso col
-privilegio di Carlo II.
-
-Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi e comunità. La
-Compagnia dei barrigelli di Butera era modellata su quella di Palermo,
-benchè con iscopo un po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con
-insegne proprie, timpani e trombe correvano frequentemente una parte del
-Regno con la medesima libertà e giurisdizione delle compagnie reali. La
-Compagnia di San Cimino, dello stato di Monreale, mancava di stendardo,
-ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo si serviva
-di essa come di altre compagnie baronali per la tutela degl'interessi e
-della sicurezza delle terre dei signori, quando le esigenze imponevano
-estirpazione di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi
-pubbliche incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo mezzo mettere
-sul piede di guerra meglio che diecimila uomini[111].
-
-[111] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, 420-425.
-
-L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco, che chiamava
-sulle vie popolani e civili.
-
-La compagnia dei carabinieri di cavalleria della truppa senatoria
-precedeva con le spade sguainate alle mani: regia preminenza più volte
-ritolta e ridata dai Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che
-coprivano muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre i
-servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.
-
-Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste diremo particolarmente
-più innanzi.
-
-Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono delle trombe ne
-annunziava il movimento. Quando l'alto Magistrato stava per entrare
-officialmente in una chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla
-vista di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano,
-anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di guerra del Val di
-Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi e scompigliate le Maestranze
-armate, queste pubbliche dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle
-fabbriche dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto servire
-alla difesa della patria, servirono per aiuto del Borbone in Napoli.
-
-Le pretese di distinzione si acuivano tra gli ufficiali del Senato. Gli
-ufficiali nobili alzavano la cresta in faccia ai Senatori, non
-intendendo subire gradazioni lesive della loro dignità. Gli ufficiali
-civili li aizzavano facendo con essi quelle che si direbbero congiure di
-palazzo.
-
-Una volta per la festa del Corpus Domini il Pretore Duca di Castellana,
-ammalato, delegò, consenziente il corpo del Senato, un senatore; i
-giudici pretoriani si negarono a prestargli omaggio, e ne seguì un
-litigio che si portò fino al Protonotaro del Regno[112]. Il perno della
-questione era questo: gli ufficiali nobili nelle processioni e in altre
-pubbliche comparse del Senato devono andare a lato o dietro ai Senatori?
-
-[112] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 284-85.
-
-Il Cerimoniale dava ai Senatori facoltà di regolarsi come credevano; ma
-gli ufficiali nobili non volevano riconoscere questa facoltà,
-ritenendola arbitraria. I Senatori affettavano indifferenza e tiravan di
-lungo; ma gli ufficiali sputavan veleno senza neppure ricordarsi della
-benevola concessione fatta loro dal Senato d'un tappeto sotto le loro
-sedie[113]; e tra il pretendere degli uni ed il rifiutarsi degli altri;
-tra l'imporre di quelli e il disubbidire di questi, si giungeva per
-lungo, eterno dissidio alla fine del secolo. Celebrandosi nel 1800,
-presenti i Reali di Napoli, le funzioni della Settimana Santa, il ceto
-civile faceva una tacita ma severa dimostrazione contro la senatoria
-dignità: brillava per la sua assenza, come direbbe una frase moderna!
-
-[113] Il Teixejra ce ne dice anche la misura: tre palmi! stabilita dai
- _Capitoli del Senato_, t. III, p. 47.
-
-Vecchio ed infermiccio, il Marchese Villabianca ne avea notizia fino a
-casa, e nel suo _Diario_ consacrava questa nota, che nel decadimento
-grammaticale accusa lo ingenuo sognatore del passato, il patrizio a cui
-mancava la esatta visione del presente: «I paglietti hanno disdegno il
-servire e corteggiare i magnati. Non v'è forma che questi benedetti
-paglietti per la potenza che hanno nelle mani, di arrivare e conoscer sè
-stessi, cioè la loro condizione, stato e differenza. La superbia e
-l'orgoglio li mangia vivi»[114]. Eppure egli stesso negli anni passati
-avea biasimato i suoi consorti e lodato le opere pubbliche dei
-_poglietti_, tipo dei quali per amor patrio disinteressato il Presidente
-Asmundo Paternò!
-
-[114] _Diario_ ined., a. 1800, p. 220.
-
-Ma non ci occupiamo di queste miserie, quando ben altro abbiamo da
-vedere.
-
-Due delle tre carrozze del Senato erano veramente belle. Nella prima
-andava il Pretore coi Senatori; nella seconda, altri Senatori;
-nell'ultima, il Cerimoniere, il Segretario e qualche ufficiale nobile. A
-volte nella prima entrava tutto il Senato; nella seconda, la sua Corte;
-la terza procedeva vuota per rispetto.
-
-Eccole queste magnificenze!
-
-Montate su traini e sospese con solidi tiranti di cuoio sopra molle,
-esse sono, all'esterno, ricche di dorature e di dipinti allegorici:
-all'interno, fulgide per la tappezzeria di raso rosso. La maggiore di
-queste carrozze somiglia a quella di Carlo X serbata ora al Trianon, ma
-le ruote son cariche di sculture; e nello insieme ha una linea più
-armonica di quella della vettura di Caterina di Russia (1773)[115].
-
-[115] _Il Festino di S. Rosalia nel 1896 in Pal._, p. 3. Palermo, Virzì,
- 1896.
-
-Donde vengono queste carrozze?
-
-Negli Atti ufficiali troviamo più volte cenno di carrozze pretorie.
-
-Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al Senato la carrozza
-dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento di onze 46[116]: il che
-significa che il Senato prese od ebbe la carrozza, probabilmente di
-gala, del grande Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di
-fede. La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla croce
-fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile motto: _Exurge,
-Domine, et judica causam tuam_, venne sostituita l'ardita aquila
-palermitana col classico S. P. Q. P.
-
-[116] _Provviste del Senato_, a. 1788-89, p. 112.
-
-Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa di S. Cristina. La
-più bella tra esse attestava non la opulenza del Comune, ma la
-generosità dei privati. La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i
-Senatori, il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar
-munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato. «Quel Senato,
-già così ricco e magnifico..., non ha come potere uscire a gala, e deve
-comparire accattone e cercare la elemosina per farsi una carrozza!»,
-mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca del Comune P.
-Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi meschinissimi!... Io di questa
-mendicità non voglio nè posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri
-posteri»[117].
-
-[117] _Giornale_ ined., a. 1792, pp. 100-102.
-
-Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza, può per un momento
-sospettarsi negli amministratori della città, i quali, perchè in alto,
-venivano presi di mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi
-alla luce per non vedere che, più che alla disonestà degli uomini,
-convenisse guardare all'indirizzo economico dei tempi ed alle teorie
-amministrative che conducevano a fatale rovina gli erarî civici.
-
-La nuova carrozza pretoriana era quanto di più splendido avesse prodotto
-la Sicilia dal dì che veicoli del genere erano stati tra noi costruiti.
-I più esperti operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza
-e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera con disegni che
-destavano l'ammirazione di tutti al vederla passare[118].
-
-[118] Costò onze 1171, 16.
-
-Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli amministratori delle
-opere filiali di esso, non nuovi alla dignità pretoriana o senatoriale.
-In seguito a recenti elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia
-di andare a prender possesso solenne delle loro cariche nelle carrozze
-del Comune. Una pompa come quella non era da disprezzare! Ed il Principe
-Conte S. Marco, benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e la
-chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà di esso principe»,
-il Senato chinava il capo.
-
-L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il biennio del S. Marco, il
-nuovo eletto D. Francesco Statella, Principe del Cassaro, dovette far la
-funzione del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza
-officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato, _obtorto
-collo_, consentiva anche stavolta; ma scorso, per non offender tanto
-signore, un mese, facea «un appuntamento col quale proibiva di potersi
-in avvenire accomodare (_prestare_) le carrozze proprie di esso Senato
-alle opere filiali per qualunque siasi funzione»[119].
-
-[119] _Atti del Senato_, a. 1794-95, p. 110; a. 1796-97, p. 78; a.
- 1797-98, p. 187.
-
-Difatti, era troppo che signori di quel grado, i quali quando coi loro
-equipaggi uscivano sulla via Alloro facevano maraviglia a chicchessia,
-dovessero cercar la pompa del supremo Magistrato della città!
-
-Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale che lo accompagnava
-anche nelle relazioni col rappresentante del Re, è opportuno un ricordo.
-Il sedere in carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra delle
-prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che po' poi non guardava
-tanto pel sottile la distanza tra lui ed il magnifico Senato, confermò
-praticamente la prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di
-Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe di Scordia (Dic.
-1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere allato in una visita annonaria
-che volle fare con lui per Palermo.
-
-È fama che codesta distinzione avesse voluto una volta arrogarsela il
-March. di Geraci Ventimiglia recandosi col Vicerè Duca de Uzeda a
-passeggiare alla Marina, e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse
-mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero audace; ma il nobil
-uomo non poteva dimenticare di essere il _Marchese_ per eccellenza, in
-tutta Sicilia[120], un piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi,
-di coniar moneta.
-
-[120] È noto che quando in Sicilia si diceva senz'altro _il Marchese_,
- non s'intendeva se non lui, il Marchese di Geraci. Vedi
- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 5 e 200.
-
-Savia consuetudine quella del periodo limitato delle cariche e degli
-alti uffici; savia perchè impediva il formarsi ed il prepotere di
-clientele protette da un lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti
-ufficî a lungo s'infeudava.
-
-Non più di due anni, spirati i quali non erano più rieleggibili, stavano
-in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori del Monte di Pietà e quelli
-degli Spedali, il Deputato per la suprema generale Deputazione di salute
-e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato della
-Terra di Partinico e l'altro della Terra di Bagheria ed altri di altre
-opere filiali. Più rigorosi, perchè più brevi (un anno appena), gli
-ufficî dei «giudici-senatori della gabella delli 12 tarì sopra ogni
-cantàro d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.
-
-Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi quelli che,
-eletti, aveano da prestar giuramento; e tra essi l'Archivario della
-Tavola, i Giudici idioti, i Deputati di piazza, i credenzieri della
-carne, il Pretore, i Senatori, i Capitani delle torri, i Giudici
-pretoriani, il Capitan giustiziere: persone sulla fede delle quali era
-riposta la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari
-degli interessi cittadini.
-
-«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio 1775, deve
-conferirsi ai primogeniti e secondogeniti di famiglie magnatizie, titoli
-e feudatari con vassalli e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma
-con condizione che non usino il titolo di _Eccellenza_ abusivamente fin
-qui preso, che compete al solo Pretore. La carica di Senatore sarà un
-passo per conseguire quella di Pretore».
-
-Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che pure anni prima aveva
-detto: «In Sicilia il solo Vicerè esige per forza l'_Eccellenza_ come
-rappresentante la persona del sovrano»: e _Sua Eccellenza_ era per
-antonomasia il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì la
-Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa dei tempi nostri),
-magistrato governativo di revisione degli atti del Senato, al Tribunale
-del R. Patrimonio: Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed
-ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura di nobiltà, cioè
-_nati_ di famiglie pretorie e magnatizie», si pensò anche a questa grave
-faccenda del titolo. Fu concertato (ed il concerto durò fino al secolo
-XIX) che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato darebbe
-dell'_Eccellenza_, firmandosi in pie' della lettera, e che il Senato
-rispondendo col medesimo titolo non soscriverebbe nè come Senato nè come
-Pretore, ma col solo nome di Segretario[121]. E nel sovrano comando del
-1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero essere
-obbligati a trattare con l'_Eccellenza_ il Pretore[122].
-
-[121] _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 235-37, 371-72. v. XIX, p. 128.
-
-[122] _Atti del Senato_, a. 1775, p. 377.
-
-Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella che i nuovi nati dei
-Senatori in atto fossero tenuti al fonte battesimale dal Senato in
-corpo. Il battesimo assumeva un carattere di solennità particolare,
-compiuta con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale compare, esso
-faceva un regalo alla comare, la senatoressa puerpera, alla levatrice,
-agli ufficiali della parrocchia. La senatoressa riceveva cinquant'onze:
-e se la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori non eran dei
-vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini perciò il lettore come
-procedesse pel pubblico erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e
-di regali!
-
-Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse una di queste
-nobili comari, e che per conseguenza la cassa pretoria non si aprisse
-per siffatte graziosità[123]. Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si
-ripeteva due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore
-Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella, funzionante
-l'Arciv. Sanseverino, e compare il Pretore Regalmici (al neonato veniva
-imposto il nome di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks,
-Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi); ed il 10 Marzo
-per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri, Principe di Mirto.
-
-[123] 21 Ag. 1770. Il «Senatore Romagnuolo pel Senato battezza la figlia
- del Sen. Carcamo, e dà in regalia al padre (_stavolta al
- Senatore!_) onze 50 ed altre (10) ne dà alla levatrice ed agli
- uffiziali della parrocchia».
-
- 13 Apr. 1771. Il Pretore Duca di Castellana a nome del Senato
- battezza alla Kalsa la figlia del Sen. Corradino Romagnuolo, con le
- solite regole di onze 40 (?) al detto Romagnuolo, e di onze 10 alla
- levatrice (_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 229 e
- 277).
-
- 5 Luglio 1773. Il Senato battezzò il figlio del Senat. Gius.
- Carcamo, il quale «dalla cassa del Senato tirò la solita regalia di
- onze 50». _Diario_, XX, 167. Questo Sen. Carcamo in meno di tre
- anni prendeva 90 onze!
-
-Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso rifiuto per parte
-del Principe di Valguarnera e Montaperto e del Duca di Belmurgo, ai
-quali il Senato avea tenuto a battesimo i figliuoli[124]. Ma sono _rari
-nantes in gurgite vasto_.
-
-[124] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 294-95 e 308, e
- XXVII, 429.
-
-Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva al Senato di
-cavare dall'erario comunale la solita somma per la puerpera Principessa
-di S. Lorenzo; nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la
-Baronessa Morfino[125], tre pretoresse l'una più fresca e promettente
-dell'altra.
-
-[125] _Provviste_, a. 1781-82, p. 517; a. 1784-85, pp. 89, 188.
-
-Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine
-dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa città di Palermo e
-patrimonio di essa approvati dalla Maestà sua con real dispaccio de' 16
-Agosto 1788», l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli
-parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che
-ritrovandosi il corpo amministrato in somma decadenza e sbilancio, gli
-amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi»[126].
-Ma siamo sempre ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno un
-nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la cassa del Comune e
-metterne fuori le vietate e volute cinquant'onze. La senatoressa
-Marianna Branciforti si sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve
-ricevere il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto
-battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza e Stella, nol
-consente, non già per l'onore, al quale non rinunzierebbe, ma per la
-gravezza che ne verrà al Comune. Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti
-precedenti del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La sera del
-30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi familiari con la moglie,
-«persone minute», e da esse fa tenere al fonte la neonata. La geniale
-risoluzione suscita rumore, dove con plauso e dove con senso di
-maraviglia; ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non
-sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri uno di casa
-Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare la sua casa e studiare il suo
-_Diario_, se ne mostra soddisfatto, e vuole che «serva questa buona
-introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa
-pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui esempio venisse dai
-successori padri seguitato!».
-
-[126] _Riforma_, p. 90.
-
-E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe non trovò riscontro
-se non in se stesso. Dieci anni dopo, al giungere dei Reali a Palermo,
-nominato Ministro Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila scudi
-annuali di emolumento[127].
-
-[127] _Diario_ ined., a. 1787-88, pp. 611-12; a. 1799, p. 155.
-
-Più dannoso al non florido patrimonio urbano erano certi battesimi che
-il Senato faceva a personaggi estranei alla famiglia e più elevati. Ne
-ricordiamo un solo. La neonata Melelupi Soragno, nipote del Vicerè
-Fogliani, veniva tenuta al fonte dal Pretore del tempo: e la madre
-riceveva un orologio d'oro smaltato, a ripetizione, un astuccetto d'oro
-per bocca, una reliquia di S. Rosalia incastonata pur essa in oro, con
-preziosa statuetta della Santa e non so che altro: non picciolo
-dispendio, come si vede, ma che pur veniva compensato dal signorile
-ricevimento fatto dal Vicerè al Senato; ed il Vicerè era una eccellente
-persona, con la quale i Senatori erano in ottime relazioni.
-
-Onore poi del Magistrato civico era la parte attiva, generosa ch'esso
-prendeva ad ogni piccola e grande sventura del paese. Incendî, tremuoti,
-alluvioni, carestie lo trovavano sempre al suo posto di tutore,
-benefattore, padre dei cittadini. In una notte freddissima d'inverno del
-1775 (5 Dic.) prendeva fuoco la bottega d'un confettiere a Ballarò; ed
-il Pretore Principe di Resuttana coi Senatori, lì sul luogo, con l'aiuto
-dei maestri carrozzieri e di due compagnie di fanteria, era lieto di
-veder domare l'incendio. Il medesimo avveniva in una notte d'autunno (22
-Ott.) dell'anno seguente, nel Conservatorio del Buonpastore[128]; e
-negli incendî del forno civico di Porta di Vicari (16 Giugno), del
-Monastero Valverde, della casa di Giuseppe Merlo Marchese di S.
-Elisabetta al Garraffello, della bottega del fruttaiuolo Neglia del
-Conte Federico in via Biscottari (30 Giugno, 12 Agosto, 19 Settembre
-1787): tre incendî in soli quattro mesi, che ai dì nostri, con le solite
-lustre e frasi d'uso, provocherebbero tre solenni _inchieste_ ufficiali,
-probabilmente senza venire a capo di nulla.
-
-[128] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 158; XXI, 392; XXVI, 39.
-
-In uno scoppio di polvere nel bastione di Porta S. Giorgio (21 Febbr.
-1788), il Pretore facea prodigi di abnegazione; non meno che nei gravi
-infortunî del forno di Maiorca ai Formari (21 Febbr., 3 Sett. 1788), e
-più oltre in quelli del forno di via Materassai (30 Maggio 1793), nei
-quali, dovere è il confessarlo, la parte migliore della nobiltà
-coadiuvava il Pretore Duca di Cannizzaro ed il Senato per mantener
-l'ordine e dare salvezza a tutta la contrada, esposta a sicuro disastro.
-
-Opere generose come queste eran sovente compiute dai conciatori e sempre
-dai pescatori della Kalsa[129].
-
-[129] _Villabianca_, _Diario_ ined. a. 1785, p. 172; 1787, pp. 140, 175,
- 359; a. 1788, pp. 472, 513. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a.
- 1793, p. 63.
-
-Mirabile la vigilanza sull'annona e sulla salute pubblica, in ragione,
-s'intende, dei tempi, che è quanto dire dei sistemi e delle difficoltà
-d'allora. Questa vigilanza era dove immediatamente, dove per mezzo di
-deputazioni esercitata.
-
-Ai lamenti dei cittadini per la cattiva qualità del pane e dell'olio il
-Senato provvedeva con gravi multe a padroni di forni ed a commercianti
-d'olio[130]: provvedimenti non rari se frequenti erano le infrazioni dei
-bandi da parte degli interessati.
-
-[130] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 126; a. 1795-96, p. 158.
-
-I forni pubblici, i lombardi inclusi, pel numero al quale eran giunti
-(23 fino al 1768), imponevano sorveglianza assidua, oculata; e
-preoccupazione fissa d'un Senatore scrupoloso de' suoi doveri era la
-_meccanica_ del pane.
-
-_Meccanica_, parola comunissima a quei giorni, si diceva lo scandaglio
-che tre volte l'anno il Senato eseguiva per vedere se una data quantità
-di grano dèsse la presunta quantità di pane; _meccanica_ pure il mercato
-che il Pretore faceva dei suoi grani con cittadini e fornai pubblici e
-senatorî dandoli loro in vendita con notabile rincaro sui prezzi
-correnti del caricatoio[131].
-
-[131] _Teixejra_, op. cit., 238. -- _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._,
- v. XX, p. 340.
-
-La città avea un privilegio, che sarebbe stato di eccezionale importanza
-se il Governo non si fosse studiato sempre di dimenticarlo.
-
-Per concessione di Re Ferdinando (3 Sett. 1507), qualsiasi prammatica
-regia o viceregia doveva prima esser sottoposta al Pretore ed ai
-Senatori (una volta, jurati), perchè essi vedessero se in nulla ledesse
-i privilegi e le consuetudini della Capitale. Vistala ed esaminatala,
-con la solita formola: _Publicetur, salvis privilegiis urbis_, firmata
-dal Sindaco, veniva pubblicata.
-
-Nell'ultimo periodo del settecento era banditore del Comune D. Girolamo
-De Franchis, l'ultimo di una generazione di banditori, il più popolare
-ma anche il più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si
-vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato e della Deputazione
-di nuove gabelle, disposizioni che non potevano non riuscire ostiche al
-pubblico. Il Governo, sempre odioso pel popolo, veniva confuso col
-Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore, come quello
-che portava divieti, imponeva gravezze, limitava libertà personali,
-prescriveva, minacciava, rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai
-trombetti che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano
-malcontenti della scarsa mercede che loro toccava ad ogni «liberazione»
-che dal Senato facevasi, a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano
-_ad instar_ delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle
-strade Toledo e Macqueda[132].
-
-[132] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 195.
-
-Torniamo al privilegio.
-
-Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe di Caramanico
-(1788) voleva che nessun ordine senatorio venisse bandito senza la
-revisione e quindi il _placet_ dell'avvocato fiscale della Gran
-Corte[133].
-
-[133] _Provviste_ cit., p. 81.
-
-Ecco la libertà concessa al Senato.
-
-Questo Senato, che affogava tra le preminenze, stava sottoposto ad una
-Giunta pretoria, e ben poco poteva fare senza la intelligenza, il
-permesso del Vicerè, suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea
-spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza d'una
-Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo, dovea essere autorizzato da lui.
-Se altri oggi ritiene il contrario, si disilluderà svolgendo gli _Atti_
-e le _Provviste_ nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il
-Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi nobili che gli
-facevan la corte, e ossequiato, carezzava individualmente quando gli uni
-e quando gli altri e tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben
-diverso. -- Imparzialità! dirà il lettore. -- Ingratitudine! diciam noi,
-se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando, nell'esercizio
-delle proprie funzioni faceva il meglio che potesse pel bene del paese!
-
-Persistente poi lo studio di soffocare negli animi ogni sentimento di
-patria carità.
-
-Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal vestibolo del palazzo di
-città i medaglioni del Mongitore, del Presidente Marchese Drago, di
-Carlo Napoli e di Giordano Cascini[134]. Il perchè della remozione è nel
-decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore. Ci voleva
-anche il permesso per onorare le glorie siciliane! Il medaglione del
-Cascini, biografo ed elogista di S. Rosalia, veniva confinato nella
-sagrestia della chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del
-Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella parte bassa
-dell'atrio del palazzo. Degli altri due si smarrirono le tracce.
-
-[134] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 110.
-
-Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto, forse
-c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo se è vero.
-
-L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano, faceva istanza
-perchè gli fosse consentito che la Fontana pretoria togliendosi dal
-posto d'allora -- ed anche d'oggi -- venisse collocata in una piazza più
-ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento con una statua
-al Sovrano medesimo. Domanda così servile non dissimula la bassezza di
-coloro che la umiliarono al trono, a perpetua vergogna dei quali
-dovrebbero consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione
-dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni di bronzo fuori uso
-tra' 120 dei baluardi della città[135].
-
-[135] _Provviste del Senato_, a. 1782-83, p. 160.
-
-O che la domanda fosse consigliata da circostanze del momento (c'era
-allora un Vicerè mangia-nobili: ed il Senato, composto di nobili, era
-forse stanco della lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma
-presunta fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori fossero,
-com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e sovrano assenso (il Re
-avea decretato a se stesso il monumento togliendone un altro d'arte, e
-secolare, come i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune
-per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e beneficio![136]),
-non ebbero esecuzione: la fontana non fu toccata e la statua non venne
-eretta. Ebbene: per noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che
-approvava il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava la
-sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro insigni patriotti
-rappresentanti il diritto, la scienza, la storia siciliana, c'è;
-rivincita tanto puerile quanto invincibile era l'avversione a qualunque
-principio di sicilianità degl'Isolani.
-
-[136] _Provviste del Senato_, a. 1785-86, p. 372.
-
-Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano dispaccio pel monumento
-era Segretario di Stato e di Casa Reale un siciliano, il Marchese della
-Sambuca, sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui avea
-dominato potente[137], così nell'altra contro gl'innocui medaglioni era
-Ministro (di Giustizia e di Affari ecclesiastici) altro siciliano,
-Marchese anche lui, ma non del valore del primo, il De Marco, vanità
-boriosa, che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver fatto
-vedere all'augusto padrone una glorificazione audace dei diritti
-baronali e siciliani contro la sovranità[138].
-
-[137] Parecchie pagine che sott'altro aspetto lo riguardano lasciò il
- Villabianca nel suo _Diario_, in _Biblioteca_, v. XXVII, pp.
- 383-86.
-
-[138] Sul Marchese De Marco veggasi il severo giudizio del _Gorani_,
- _Mémoires_, I, 138-39.
-
-Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e chiuderemo con una
-solenne adunanza del Senato e delle Maestranze della città.
-
-Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In bocca sua poteva stare
-l'orgoglioso motto: _Civis romanus sum_; ed egli, messo in una posizione
-superiore, quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere
-uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere preminenze
-solo dovute ai nativi della Capitale. Al che vuolsi anche aggiungere che
-a condizione eguale di altri, egli era trattato eccezionalmente con una
-procedura di particolari sottintesi e distinzioni. Un _prosecuto_
-palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe le mani addosso
-senza aver prima ottemperato al tale o tal altro articolo di legge. D.
-Gaetano Pensabene, imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si
-rivolgeva al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere il fisco
-agire contro di lui, cittadino palermitano, anche perchè non v'era parte
-querelante[139].
-
-[139] _Provviste del Senato_, a. 1783-84, p. 71.
-
-Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per ottenere l'ambita
-cittadinanza. Un regnicolo, solo per avere sposata una palermitana, in
-virtù della vecchia formola: _per ductionem uxoris_, vi avea diritto,
-esteso anche ai nipoti.
-
-Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la legge!
-
-Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai dentro il Palazzo
-Comunale.
-
-Da tre giorni la campana di S. Antonio suona per preavvisare ai quattro
-quartieri della Città il pubblico Consiglio, indetto dal Senato per la
-meta da imporsi su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri e
-degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai e dei
-chiavettieri (_magnani_) sono state invitate dal Contestabile maggiore.
-
-È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata giungono gl'invitati
-alla Casa pretoria: e quando scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono
-militarmente nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati di
-piazza, loro _Esposti_, Contestabili, «Maestri di mondezza», non
-giungono ancora a dugento, numero legale «per conchiudersi il
-Consiglio»; ma v'è la banda del Senato: e con essa il numero è
-raggiunto.
-
-Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture, servitori con vassoi
-gremiti di sorbetti, e passarli a tutti i presenti. I sorbetti, che
-sogliono coronare una funzione, stavolta ne formano la base: e dopo il
-primo di mieta (_cannella_), ne viene un secondo di melarosa: due
-rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro. Il Senato coi
-suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare nella «Camera di
-negozio» dell'Eccellentissimo signor Pretore: e solo a trattamento
-finito si muove.
-
-L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con una profonda riverenza
-dai rappresentanti del popolo. Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri
-conoscono i signori Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo
-Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore; il secondo per
-ordine di gerarchia e di anzianità è il Duca di Villareale, _priolu_;
-terzo e quarto, i Principi della Trabia e del Cassaro; quinto, il
-Marchese Ugo; sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò
-dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono in piedi
-aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi prende posto sotto il
-_soglio_, e con lui i Senatori ed il Sindaco; davanti, i mazzieri ed i
-maestri di cerimonie; dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali
-nobili del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono i
-Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano d'intervenire, sempre
-per la eterna pretesa delle preminenze, alle quali non sanno rinunziare.
-Più giù ancora, in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno
-alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro per gli orafi,
-sei pei calzolai, sette pei calderai, undici pei sarti.
-
-Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli oboe; ad un altro, si fa
-silenzio; ed il Pretore pronunzia queste sacramentali parole:
-
-«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la meta alli formenti
-forti, rosselli ed orgi (_orzi_), racina (_uva_) e vino, e dovendo farsi
-alcune concessioni di terreno ed altri, ho fatto convocare voialtri
-nobili ed onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere».
-
-Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del Maestro Razionale, legge
-la proposta. La faccenda, nel pubblico interesse, è vitale, e
-meriterebbe una larga discussione. Quali ragioni determinano il
-Magistrato a presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la meta?
-Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi punti interrogativi non
-si affacciano alla mente di nessuno, non ostante che tutti siano
-chiamati a quello che oggi si chiamerebbe _referendum_. Nessuno fiata;
-tutti però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo, il
-quale, come procuratore generale dei cittadini, si fa innanzi verso il
-centro del salone, e in nome delle mute Maestranze si uniforma alla
-proposta della meta sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la
-concessione del terreno gli sembra di non comune importanza, invoca il
-parere di «dodici cavalieri: sei interessati, sei disinteressati»; e con
-ciò anche il consenso di altri.
-
-O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto, o che questa sia
-la consuetudine, o che non ci sia altro da fare, le sue osservazioni,
-consacrate in una scrittura, vengono dall'attuario senatoriale
-pubblicamente lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale vanno in
-giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti; il sostituto del
-Maestro Razionale D. Benedetto Giusino lo raccoglie, e ad alta voce
-grida la vecchia formola: _Conclusum est_.
-
-Il Senato scende dal _soglio_; i Consoli delle maestranze gli tengon
-dietro; alla porta della sala il Pretore gli ringrazia cortesemente: e
-la funzione è finita.
-
-A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino, Consoli e Maestri
-riceveranno, graziosità del Pretore, i biscotti che prendono nome dal
-Santo. E della graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati
-alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai Contestabili
-agli attuarî, dal banditore al guardaroba, dai trombettieri ai paggi, e
-perfino ai volanti ed alle cameriste della casa del Pretore: una
-cuccagna che porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti[140].
-
-[140] _De Franchis_, _op. cit._, pp. 486-87.
-
-
-
-
- _Capitolo V._
-
-
- _CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO._
-
-Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano le secolari tradizioni
-del paese, le naturali tendenze de' nobili e l'acquiescenza del Governo,
-inteso sempre a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava nello
-scompiglio della sua sconquassata finanza. Un malinteso sistema
-economico imponeva provviste di grani, olii, latticinî, carboni, che
-rispondessero alle esigenze della città pei bisogni eventuali. Così il
-Senato si faceva compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali
-spendeva denaro che non aveva, e dai quali non ricavava il danaro che
-avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi inferiori a quelli di compra,
-sì che ci rimetteva somme ingenti[141], che poi andava cercando alle
-casse pubbliche, agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai
-privati[142], pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai debiti,
-vendeva i capitali della illuminazione notturna, il _grano_ sopra le
-estrazioni ed altri cespiti, e non avea più nulla su cui metter le
-mani[143], lo si vedeva a contrattare con questa o con quella persona
-per alcune migliaia di onze ai relativi interessi, che poi, alla
-scadenza, stentava a soddisfare[144]; di che la necessità di nuovi
-espedienti che lo togliessero alla triste condizione del momento. Si
-direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi di tutto ciò che fosse
-buono a tirarla alla meglio. E gli espedienti si trovavano: e se ne
-otteneva la sovrana approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta
-dipendeva la vita materiale della città.
-
-[141] Nel 1793 comperava l'olio ad onze 9 il quintale e lo vendeva ad
- onze 7! Negli anni 1785-86 nella annona perdette la bellezza di
- onze 53,455,17,10 (_Provviste del Senato_, pag. 64).
-
- Peggio ancora nel 1660 o in quel torno. Panizzando e vendendo
- 140,000 salme di frumento, comprato parte ad onze 7, parte ad onze
- 8 la salma, il Senato ebbe una passività di 800,000 scudi!
- (_Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 237, p. 271). Vi furono annate
- di giornaliere perdite di 3000 scudi, per le quali il Comune
- dovette contrarre debiti di mezzo milione di scudi (_Ivi_, p. 262).
-
-[142] Il Senato restituiva all'Amministrazione onze 1631,11,4 a conto di
- onze 3430 avute in prestito da essa. Ben 5000 onze avea avute in
- prestito dal S. Uffizio; 9200 dalla Eredità Carlina; 12,000 dalla
- Congregazione Olivetana. Si consulti in proposito: _Riforma, fatta
- dalla R. Giunta delegata da S. R. M. per conto d'introiti ed esiti,
- tanto dell'Amministrazione d'annona che del civico patrimonio
- dell'Ecc.mo Senato di questa Capitale_, pp. 79, 80, 82. In Palermo,
- MDCCXCI.
-
- Ogni anno poi c'incontriamo in documenti di siffatti prestiti negli
- _Atti del Senato_. Eccone alcuni. Si autorizza il Banco a prestare
- al Comune per la pubblica macellazione onze 5000 oltre le
- precedenti 12,000. -- _14 Luglio 1788._ «Solito prèstamo delle
- 12,000 onze del Banco». -- _7 Agosto._ «Prèstamo di onze 5000 per
- compra di neri (maiali) ed altre urgenze». -- _28 Ottobre._
- «Prèstamo di onze 5000 a conto delle solite onze 12,000 per compra
- di grani». -- _10 Aprile 1789._ «Prèstamo del Banco, di onze 13,000
- per bestiame». -- _12 Agosto 1790._ «Prèstamo di altre onze 12,000
- come sopra». -- _3 Gennaio 1791._ «Prèstamo di onze 3000 per compra
- di neri colle solite cautele» (guarentigie). -- _6 Giugno 1795._
- «Solito prèstamo di onze 24,000 dal Banco».
-
-[143] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 404.
-
-[144] 10 Ottobre 1789 -- Dal Governo si concede al Senato una dilazione e
- dissequestro «per gli attrassi dei donativi». _Atti del Senato_,
- 1788-89, p. 64.
-
-Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano i dazî sul
-vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina. Dalla odiosa sostituzione
-speravasi trarre l'«abbisogna» per la passività; ma se ne fu ben
-lontani, e si dovette ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie
-nuove si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone grazie e
-favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario civico: e si
-ritardavano riscossioni che sarebbero state provvidenze finanziarie.
-
-Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo successore nel sec.
-XIX, avea contratto non sappiamo quali impegni; non volendo o non
-potendo mantenerli al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con
-annuali soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva mai.
-
-Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano esenzioni dal
-dazio sulla neve, ma anche facevano istanze, non inefficaci per lo più,
-di concessioni, invocando antichi privilegi, che si era troppo indugiato
-ad abolire, e dimenticando prosperità che aveano potuto permetterle; ed
-il Senato cedeva e concedeva, autorizzato a conservare nel suo bilancio
-un gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri ed a conventi e
-perfino un impiegato per esse[145]. La voce _scasciatu_ è un ricordo di
-codeste anomalie dei tempi[146].
-
-[145] _Riforma_ cit., p. 113.
-
-[146] «_Scasciatu_ si dice quel denaro che dà il Senato ai chierici
- invece di franchigia». _M. Pasqualino_, _Vocab. sicil._, v. IV, p.
- 379, Palermo 1790. E meglio: «compenso in denaro che si paga agli
- Ecclesiastici per l'esenzione che debbono godere da' dazii
- pubblici». _Santacolomba_, _op. cit._, pag. 60.
-
- Questo pagamento o rimborso si faceva, come sempre le cose del
- Municipio di Palermo, con grande stento e ritardo: e la frase:
- _pagari cu lu scasciatu_, pei nostri vecchi significava: essere
- ritroso a soddisfare i debiti pigliando tempo quasi per aspettare
- la riscossione di ciò che era solito una volta l'anno. _Traina_,
- _Nuovo Vocab. sic.-ital._, p. 178, Palermo 1868.
-
-E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea imposto al Comune un
-contributo annuale di 300 onze per la rovinosa fabbrica (la dicevano
-restaurazione) del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate
-con anticipazione le rate trimestrali[147]. Nè, dopo che la Giunta
-Pretoriana fu sostituita con la Giunta del Presidente e di un
-Consigliere, le condizioni migliorarono; chè anzi si fecero più
-critiche, perchè l'instancabile cercator di danaro, Re Ferdinando,
-rafforzava le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere
-d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare, al Parlamento.
-Per poter mantenere il suo fastigio, per soddisfare ai suoi amici e
-servi, ed ultimamente per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte,
-caduta in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene coi
-soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce d'acqua sulla terra
-riarsa dal sole di estate; altri ne chiedeva, ed altri ottenevane
-straordinarî, accresciuti da contribuzioni che assumevano nomi diversi
-con insidiose lusinghe.
-
-[147] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 20.
-
-La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe pensato alla riscossione!
-
-Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo s'avea da fare
-un dono d'argento di 200 onze (a. 1794), pagando l'arrendamento della
-neve[148]. Quest'Arcivescovo, pel breve allontanamento del Vicerè
-Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza del Regno: e
-dovere elementare era un attestato di attenzione di 600 onze da fornirsi
-dai fondi civici (1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè
-al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e grande offerta; e una
-seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo, lui morto, veniva eletto
-Presidente: ed un tributo, che dicevasi _consueto_, di altre 600 onze
-doveva renderglisi (1795).
-
-[148] _Provviste_, a. 1793-94, p. 46.
-
-Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea messo fuori 1400 onze,
-per la bella faccia di una fortunata vacuità di prelato, piovuto da
-Monteroni (Leccese).
-
-E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva il diritto di «scegliere
-ogni giorno per servizio della sua casa un giovenco»; e, con le ultime
-riforme governative, soppresso questo diritto, riceveva un compenso
-annuale di onze 324,22,4[149]. La Giunta esaminava e deliberava questo
-pagamento all'Esattore degli introiti dell'Arcivescovo-Presidente.
-
-[149] _Provviste_, 1798-99, p. 48. Nella _Riforma_ cit. il Senato
- corrispondeva all'Arcivescovo onze 571,20 l'anno, cioè: 200 per
- gabella di fosse di neve; 200 per accordo di non vender neve nel
- suo palazzo; 171,20 per dette fosse (p. 21).
-
-E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano, e di nominarlo,
-come egli ambiva, Vicerè non se la intendeva, e mandava in sua vece il
-Principe de' Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo
-pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto la ipocrita
-causale di «solita dimostrazione![150]».
-
-[150] _Provviste del Senato_, 1797-98, p. 738; 1798-99, p. 22.
-
-Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè avidi di danaro non ve
-ne fosse che uno, il Lopez; ma affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una
-offesa agli altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara
-nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di regalie o di
-compensi, o diritti trasformati; e gli _Atti_ del Comune rivelano come
-la tanto vantata correttezza del Marchese di Villamajna non avesse
-trattenuto il Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento di
-settant'onze per franchigia di cinquanta botti di vino e di trenta
-quintali d'orzo, per rifarsi del danno che a lui proveniva dal nuovo
-dazio imposto dal Comune in surrogazione del _jus_ proibitivo dei
-fornai[151]. E quando questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col
-quale stava perpetuamente a guardare chi passasse e che cosa si facesse
-nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli, ritornando portava in tasca un
-regio dispaccio che imponeva al Senato il pagamento delle franchigie
-spettantigli nei mesi d'assenza[152].
-
-[151] _Atti del Senato_, a. 1781-82.
-
-[152] _Provviste_, 1783-84, p. 50. Nella _Riforma_ cit. (p. 21) si
- facevano buone al Vicerè a titoli diversi di franchigie, onze
- 483,10.
-
-Poco importava, anzi non importava nulla, se la potenzialità economica
-del paese non rispondesse più, stremata a cagione di sistemi agricoli
-primitivi, non buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per
-manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura, di viabilità,
-di assistenza alla terra. Tutto dovea trarsi dalla città, e dove la
-terra non potesse, dovea trarsi dai cittadini[153].
-
-[153] Sarebbe da aggiungere altra pagina d'ingiustizie se volesse dirsi
- della camorra che si esercitava dalla gente del palazzo del Vicerè
- e da quella dell'Arcivescovo a danno dell'Erario comunale. Il
- _zagàtu_, ossia monopolio dei generi, agevolava per varie forme e
- maniere questa camorra; del quale _zagàtu_ vedi il cap.
- _Maestranze_.
-
-Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale esso avea molta parte
-di responsabilità, il Governo di Napoli incaricava la Giunta del
-Presidente (Asmundo Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere
-e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo Senato, della
-Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico pecuniario Banco ed in qual
-tempo contratti ed altresì le rendite annue che dalli stessi si
-possiedono». Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente e i
-mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire. Le risposte furon
-tre, distinte tra loro. Lasciamone due, che qui non c'interessano.
-Quella sul patrimonio civico, con cifre eloquenti facea vedere che il
-Comune introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867, 2, 4,
-con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.
-
-Tra le cose più strane a danno dell'erario, una era enorme: le spese ed
-i salarî per l'amministrazione delle vettovaglie, che dovevano gravare
-sulla vendita di queste, gravavano invece sul bilancio della città.
-
-Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi alimentari il Senato
-vendeva al di sotto del prezzo di compra e, che è peggio, non poteva
-gravare sui singoli generi le spese che per ciascuno di essi sopportava.
-I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti, le
-strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85, la mancanza di varî
-cespiti, le passate perdite per le provviste, erano ragioni più che
-forti per spiegare la sempre crescente passività.
-
-Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste governative su
-centinaia di comuni del Regno, ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni,
-ad onesti e a disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori
-indebitamente concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso a lenti
-d'immensurabile ingrandimento. Ma la vita amministrativa dei tempi
-passati non andava immune da simili sconcezze. Nella _Riforma_, che
-compendia codesta vita nel penultimo decennio del settecento, quanti
-indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze a danno del pubblico
-erario! Per interi decennî (dal 1778 al 1788 e poi al 1791!) non si
-riscotevano censi per concessioni di terreni comunali[154]. Abolito lo
-sparo delle artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della
-polvere occorrente continuava a figurare nelle spese; scomparsa
-l'Armeria pretoria, se ne portava il carico di onze 1898 sull'esausto
-bilancio, come pur si faceva di artiglieri e bombardieri per cannoni e
-bombarde che più non si sparavano; e si vantava un credito di 24,660
-onze, non saputo riscuotere, sopra _partitarii_, o impresarî, o
-appaltatori!
-
-[154] Se ne vuol sapere il perchè? Ce lo dice la _Riforma_ cit. (p. 55):
- non era stata «ancora passata la corrispondente scrittura agli
- ufficiali del Maestro Razionale del Senato, e per conseguenza
- questi non avea mandato ancora la _significatoria_ all'Officio del
- Tesoriere che avea l'obbligo della esazione...»: 1º Settembre 1788.
-
-Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza e di lutto, solite di
-attribuirsi al Pretore, ai Senatori, agli ufficiali nobili per la venuta
-d'un nuovo Vicerè e per morti illustri, continuava a pagarsene
-indebitamente il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî,
-riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi,
-transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione della Giunta
-del Presidente e del Consultore.
-
-«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare i mezzi meno
-pesanti al pubblico, onde equilibrare il disordinato urbano patrimonio e
-lasciargli un annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio si
-formi un esatto ed attento bilancio degli introiti ed esiti di
-quell'anno, e tutto il più che avanza doversi girare ad un conto a parte
-del Banco, sotto titolo di Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del
-Senato»; e sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi
-arditamente proposti.
-
-Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via sulla quale si tribolava.
-
-«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza invidiabile la
-Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno le compre prudenziali
-delli tre primarj e necessarj generi di grano, latticini ed olio, di cui
-non può il Senato in verun conto starne senza totalmente, per occorrere
-al sovvenimento di questa popolazione quando vi fosse mancanza, nulla
-ostante la libertà a chiunque di poter vendere a consonanza
-degl'inculcati ordini della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni
-tempo valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze della
-città. Il fornimento delle varie colonne è provista fissa». «La nuova
-libertà di vendere varî generi di annona» non può sottrarre il Senato al
-dovere delle solite provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi
-trafficanti e per non restare mancante un genere tanto sperimentato,
-necessario e desiderato». Condizione indispensabile; le centomila onze
-della consumata Colonna frumentaria devono rifornirsi![155].
-
-[155] Per la Colonna o Monte frumentario v. il cap. _Assenteismo._
-
-Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva essere, perchè il
-riconoscimento dell'errore e quindi il passaggio dal male al bene non
-poteva affacciarsi alla mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza
-pubblica quando il sistema economico dominante persisteva. Si cercava il
-bene degli amministrati col male che involontariamente loro si faceva:
-male che non di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare dei
-generi chiusi nei magazzini del Comune!
-
-I suggerimenti della R. Giunta portano la data del 1786; due anni dopo
-erano voleri sovrani; tre anni appresso (1791) pigliavan carattere di
-_Riforma_[156].
-
-[156] È quella indicata nella nota 1 di pag. 96.
-
-Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo, il disavanzo cresceva,
-non per incuria di ufficiali, non per disonestà di Senatori, ma pei
-principî dei tempi e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni
-fin qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito
-all'applicazione della _Riforma_. Nè essa è unica o sola, nè altre
-precedenti erano state più fortunate. A che valse infatti quella del
-1739? a che, l'ultima del 1776?
-
-L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze del Comune: anno di
-carestia e di fame, in cui il sistema della Colonna frumentaria, delle
-provvigioni vittuarie, delle vendite pretoriane trascinava a nuovi
-disastri finanziarî, che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile
-caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796), sia per le truppe
-richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo e per l'affluenza dei
-forestieri, specialmente de' Napoletani, a Palermo (1799)[157].
-
-[157] _Sansone_, _Gli Avvenimenti_ cit., cap. II.
-
-Dettando l'opera tuttora, inedita sull'_Origine e giurisdizione
-dell'ecc.mo Senato_, il Teixejra, più volte citato, usciva dall'abituale
-suo riserbo nel giudicare i sovrani provvedimenti relativi all'azienda
-comunale. «La libertà di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel
-paese: nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto poco
-utile; la povera gente gravissimo danno; povertà e libertà son due date
-eterogenee ed opposte così che vanno sempre in collisione; avvegnachè la
-introdotta libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno i
-poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa provvigione di grani
-per provvedere nei casi fortuiti il popol tutto, il quale non può restar
-soddisfatto del pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la
-quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo voluttuoso
-pane non potrà trovarsi in tutti i tempi con la uguale abbondanza,
-perchè nei tempi di penuria mancar sogliono queste braccia dirette
-soltanto dal privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco in
-tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno con tale minorativa
-che uguaglia la mancanza[158]. La libertà di panizzare (aggiungo) ha
-portato anche questo: che quasi tutte le comunità religiose vendono pane
-pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni in canone
-ridotte»[159].
-
-[158] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XV, § 242.
-
-[159] Vedi Lettere della Sacra Congregazione in data del 15 Maggio 1685,
- esecutoriate in Palermo il 30 Luglio del medesimo anno. _Teixejra_,
- cap. XV, § 244.
-
-Queste osservazioni hanno valore quasi officiale. Il Teixejra scriveva
-per incarico e con la compiacenza del Senato, il quale premiavalo di un
-lavoro, che era la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore
-scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione di libera
-vendita decretata dal Re senza il pieno consenso del Senato? La sua
-dissertazione quindi rispecchia le opinioni del consesso civico: ed è
-tutto dire.
-
-
-
-
- _Capitolo VI._
-
-
- _LE MAESTRANZE._
-
-Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo della loro potenza negli
-scomposti tumulti del 1773. Senza una rivoluzione nelle forme classiche
-delle rivoluzioni siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare per
-sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi ad imbarcare per Napoli.
-Le Maestranze lo scossero dalle fondamenta solide di 12 anni, lo
-mandaron via e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita
-dalla folla schiamazzante[160].
-
-[160] Sotto la data del Settembre 1773 il Villabianca, _Diario_, V. XX
- della _Biblioteca_, v. XX pag. 292, scriveva:
-
- «Le maestranze della città, ossian collegi di arti, sono al numero
- di 74, e tutte poi, fatto il calcolo, press'a poco vanno a formare
- un corpo di 30,000 uomini atti alle armi, trovandosi quasi ogni
- singulo lo schioppo in casa ed armi offensive di ogni sorta per la
- custodia del loro tetto, ma molto più per l'uso ed il piacere della
- caccia e pel mestiere della guerra».
-
-Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi di cinta, dei cannoni
-di difesa, della sicurezza notturna della città e, armate di tutto punto
-quali guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto le
-ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia che il Governo
-riponeva in loro.
-
-Erano esse una istituzione con organamento politico, economico,
-possibile solo nel tempo della loro prosperità, e ne era forza il
-principio religioso. Base fondamentale il monopolio dell'arte, limite
-alla produzione di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza.
-Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio sulle persone e sul
-lavoro, ed il riconoscimento di essi da parte del Senato in Palermo come
-in Messina, e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle
-corporazioni personalità giuridica.
-
-Fu tempo che alle Maestranze principali se ne aggregavano delle mezzane
-ed anche delle infime, le quali, in mancanza di personalità propria, si
-acconciavano a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non che, questa
-specie di giurisdizione, nascente da inferiorità di forze economiche e
-morali, agitava il loro spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro
-imposta o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da qui
-risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali ad artisti
-privilegiati e ricchi di privative vedevansi mescolati «artigiani ed
-operai di mezzana sfera, ed intrusa gente inferiore, e presto la più
-servile»[161].
-
-[161] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, v. VII. Ms. Qq. E, 7, 9
- della Biblioteca Comunale.
-
-I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti: e forti erano gli
-ascritti alle arti maggiori ed i _vocali_, cioè gli aventi diritto al
-voto (_voce_). Giacchè come non a tutti era consentito di presentarsi a
-lavorare senza essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle
-Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era il più alto grado
-della scala della maestranza, ed a questo non si giungeva se non dopo
-alcuni anni di _lavorantado_.
-
-Il lavorante in una bottega era pagato a tanto il giorno o a tanto per
-opera; ma il maestro non poteva associarselo al lavoro, perchè il
-lavorante non avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di
-rappresentanza officiale, non era consentito aprire bottega, nè gestire,
-altro che temporaneamente, quella degli altri. Il suo _lavorantado_
-durava tre o più anni, fino a tanto che nella maestranza non vi fosse un
-posto per lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute o
-uomini patentati. Allora egli, munito degli attestati del suo tirocinio,
-presentavasi al Console per far gli esami tecnici di abilitazione al
-maestrato, pronto, non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le
-tasse al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla cappella:
-tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili dai 10 tarì pei
-muratori (a. 1487), alle 6 onze pei forgiatori (a. 1772). L'esame
-versava sopra l'arte del candidato, con una o più opere. Il giudizio non
-era privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.
-
-Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta la meta delle sue
-aspirazioni. Non più asservimento a maestri, solo dipendenza dal
-Console, dignità alla quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di
-aprir bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare
-(prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le sue gioie e i
-suoi dolori condivisi da tutta la corporazione, sicurezza di soccorso in
-caso di malattia, di assistenza alla famiglia in caso di morte, di
-conforto di legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva bene
-i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza, senza i quali
-maestro onorato non vi poteva essere; e si sarebbe guardato dal tenere
-più di due garzoni da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni,
-dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola a vendere per
-le strade, dal violare un solo articolo dei Capitoli, dal disubbidire al
-Console, e, in generale, dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e
-il decoro della corporazione.
-
-Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche cozzavano
-giurisdizioni e privilegi del tutto medievali: dal privilegio di foro
-per sè al privilegio pei figli e pei generi, il che oggi si direbbe
-ingiustizia sociale. Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno
-di libertà ripugna, il garzonato.
-
-Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva per alcuni anni
-obbligarsi (e l'obbligazione era legale) a star sotto il tale o tal
-altro maestro, avente bottega ed officina. Questi s'impegnava ad
-istruirlo in casa propria.
-
-Condizioni così semplici sono veramente patriarcali; ma esse sembrano
-fatte a posta per nascondere stato e condizioni di cose insopportabili.
-L'alunno accolto in bottega ed ospitato in casa facea parte della
-famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come _picciotto_, al
-quale non era fatica nè basso servizio che non si comandasse; e dove
-egli, per negligenza o per ottusità di mente, mancasse, guai per lui!
-Poichè, come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente
-in assai maggior numero) crudeli. Costoro, abusando di un contratto
-imposto dal bisogno del momento e dalla prospettiva dell'avvenire,
-sfruttavano i poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con maniere
-disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia. Le carte del tempo
-conservano ricordi di discepoli, i quali, stanchi dei maltrattamenti
-ricevuti, si richiamavano all'autorità per essere sciolti
-dall'obbligazione e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa
-correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse sovente
-l'animo del maestro, una certa qual gelosia di mestiere, una
-preoccupazione che il giovanetto d'oggi potesse domani diventare un
-emulo forte.
-
-Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior prosperità delle
-corporazioni ci soccorrono qui di luce chiarissima sulle relazioni tra
-le varie maestranze. Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può
-affermarsi con ragione, che queste relazioni non fossero sempre
-plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero trovare
-nella condotta degli allievi di esse. Di tanto in tanto costoro venivano
-a zuffe; dispetti lungamente sopiti erompevano in violenti attacchi, nei
-quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie. Fuori le
-porte della città, in campo aperto, con bandiere spiegate, in giorni
-precedentemente stabiliti, la ragazzaglia di alcuni mestieri e
-particolarmente delle due parti, degli argentieri e dei conciatori,
-facevano ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa e di
-difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci e di feriti
-d'ambe le parti. Come più tardi, e come forse prima, alla vittoria
-seguivano urli di canti di gioia dei vincitori contro i perditori
-sgominati, e rappresaglie che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di
-future vendette.
-
-Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata a tempo, impedì danni
-non lievi alla città ed ai privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere,
-il Senato stettero un momento in grande ansia; ma se ne rifecero a
-misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi della fallita zuffa,
-li gratificarono di un cavallo per uno con venti sferzate, regalate loro
-da un commissario invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere:
-quantunque si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori all'esilio,
-ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla catena pei lavori
-forzati[162].
-
-[162] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 165-66. V. XXVI,
- pp. 5-6.
-
-Ma c'erano di mezzo i figli dei conciatori, e qualunque rigore delle
-Autorità e severità dei cittadini pareva giustificata.
-
-Di limitazione in limitazione, di privilegio in privilegio, si era
-giunti alle più insopportabili prescrizioni. Proibito l'esercizio di
-un'arte a chi potesse nuocere a coloro che l'esercitavano; proibita la
-concorrenza sulle vendite: tutto monopolizzato sotto quel nome di
-_zagato_, che era un ostacolo permanente al libero svolgersi del piccolo
-e del grosso commercio, come al progresso delle manifatture e delle
-industrie. Il _zagatu_ (una volta tabaccheria, poi merceria e da ultimo
-pizzicheria), diritto di vendere una cosa, concesso mercè pagamento, era
-il monopolio per eccellenza; e di _zagati_ se ne avea quanti si riusciva
-ad ottenerne per via di protezioni, di influenze, di aiuti presso
-l'eterna officina di favori e di mercedi, il Palazzo senatorio.
-
-Come di fatti ordinarî della vita, nè storie, nè diarî se ne occupano;
-ne testimoniano invece le _Provviste_ dell'Archivio della città, dove la
-pazienza del ricercatore ha modo di confermare che in mezzo a tante cose
-belle ed oneste, molte ve ne avea nè oneste nè belle.
-
-Una delle più severe prescrizioni era quella delle distanze tra bottega
-e bottega congenere. Non se ne poteva aprire una che non distasse
-quaranta palmi, partendo dalla _bancata_ (dal banco), da altra della
-esistente. Il Senato lo vietava: ed il venditore vecchio lo avrebbe
-messo a rumore a furia di ricorsi contro il nuovo. Non mancavano
-tuttavia modi di eludere leggi e regolamenti, e di fare degli strappi al
-grande organismo rappresentato dal Magistrato municipale.
-
-Senza di questo un pescatore, _rais_ Modesto Marino, non avrebbe potuto
-divenire un vinaiuolo, e molto meno aprire spaccio di vino a trentasette
-palmi dalla bottega più vicina; nè maestro Giuseppe Errante aprirne una
-di concia-calzette con dieci palmi di meno di quelli prescritti dai
-Capitoli; nè maestro Giuseppe Arcuri ottenere un posto da vendervi
-sapone nella strada Macqueda con passi assai di meno dei quaranta,
-voluti per la bottega preesistente rimpetto alla Congregazione delle
-Dame. Inoltre, certa Signora non avrebbe insistito per aprire il
-_zagato_ che possedeva sotto il proprio villino, nello stradone di
-Mezzomorreale, e farvi vendere, come pel passato, non sappiamo che cosa,
-sorpassandosi alla mancante distanza voluta[163].
-
-[163] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 288, 584, 612, 823.
-
-Tanta larghezza, ed altra ancora che torna inutile rilevare, in un solo
-anno (1780), incoraggiava a chiedere ancora: e le domande di dispense e
-di eccezioni fioccavano, ed il Senato, come vigile custode degli
-ordinamenti del genere, così arbitro supremo in tutte le liti,
-dispensava, eccettuava, sentenziava indiscusso. Alla tempesta delle
-suppliche e delle istanze seguiva sempre la pioggia delle concessioni e
-delle grazie.
-
-Ampie, quasi illimitate le facoltà del Console. Ad esso il
-riconoscimento dei titoli che davan diritto al maestrato; ad esso i
-giudizî sulle liti del mestiere tra' varî gradi dell'associazione; ad
-esso le sentenze di multe, di carcere, di privazione dei beneficî, di
-espulsione dalla maestranza; ad esso, per dir tutto, l'autorità di
-giudice «idioto», o, come diremmo oggi, conciliatore. Inappellabili le
-sue sentenze; e chi contro di esse si richiamasse ai tribunali ordinarî,
-veniva quasi ribelle, come uscito dalla casta che lo tutelava,
-condannato all'ostracismo.
-
-Il feudalesimo delle alte classi non avrebbe potuto, sotto questo
-aspetto, trovare più evidente riscontro di quello che offriva questo
-feudalesimo del popolo.
-
-Abbiamo detto esser forza delle Maestranze il principio religioso.
-L'affermazione potrebbe discutersi; ma i fatti son lì a provarla. Senza
-di esso le corporazioni non avrebbero avuto ragione di esistere: e
-crediamo di apporci al vero, partecipando alla opinione di chi non è
-guari ammetteva le Maestranze «aver avuto preparazione nelle compagnie
-religiose dette di disciplina» ed essere state «una specializzazione,
-una trasformazione civile di esse; onde i capitoli di alcune compagnie
-sono il substrato degli statuti di alcune corporazioni»[164].
-
-[164] _G. Beccaria_, nell'_Archivio Storico sic._, nuova serie, a. XXII,
- pp. 264 e 276-77. Palermo, 1897.
-
-Ogni maestranza avea il suo santo protettore: i sarti S. Oliva, i
-parrucchieri S. Maria Maddalena, i calzolai S. Crispino, i falegnami S.
-Giuseppe, i pescatori S. Pietro, ecc. Nel giorno della festa patronale i
-maestri non lavoravano; bensì rinnovavano le cariche ed assistevano alla
-messa ed alle funzioni ecclesiastiche nella cappella della corporazione,
-e conducevano in processione la statua del santo. Nella cappella si
-scorge lo sdoppiamento della società in corporazione e in confraternita,
-giacchè la maestranza metteva capo alla congregazione (confraternita)
-schiettamente religiosa, che si attaccava a quella senza farne parte
-integrale, anzi quasi sempre avendo amministrazione propria con la
-cooperazione del cappellano. In quella cappella, la confraternita, quasi
-sodalizio diverso dalla corporazione, che tale era essenzialmente,
-compieva le pratiche religiose e tutelava gl'interessi sociali,
-economici, amministrativi della maestranza. Lì le adunanze dei maestri,
-come dei congregati; lì le trattazioni degli affari, gli esami degli
-aspiranti al maestrato, le elezioni; lì si decidevano le sorti di tutto
-un corpo di artigiani. Pensiero pietoso poi, per quanto nocivo alla
-pubblica salute: sotto la cappella si seppellivano i confrati defunti,
-sì che vivi e morti erano in tacita comunione tra loro.
-
-La maggiore delle feste religiose nelle quale il duplice carattere delle
-Maestranze dava pubblica e solenne mostra di sè, era quella dell'Assunta
-a Mezz'Agosto. Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco,
-antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta mostra conducendo
-ciascuna il proprio _ciliu_, cereo, da offrire alla Vergine. Un _ruolo_
-annuale a stampa, qualche giorno prima della festa, indiceva l'ordine da
-tenersi nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza
-spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine, dovrebbe
-indagare le origini delle singole Maestranze, la loro natura, le loro
-vicende, il dividersi, il fondersi, il trasformarsi loro, i privilegi e
-gli abusi che ne accompagnavano l'esistenza.
-
-Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza delle condizioni
-economiche e sociali del paese, pagine della storia del diritto, fatti
-ed aneddoti che lumeggiano il carattere del popolo siciliano.
-
-Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi delle arti, e cercò una
-buona occasione per romperne la compagine.
-
-La occasione venne propizia. Nella processione dei cerei il 15 Agosto
-1782, a cagione d'una lite insorta tra due maestranze, un maestro dei
-gallinai venne ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo
-non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione dello spadino per
-gli artigiani e la graduale soppressione ora di uno, ora di un altro
-collegio di arti e mestieri. Primo a fare scomparire fu quello dei
-macinatori; secondo, quello dei Lombardi che venivano in Palermo a
-vender grasce; terzo, quello dei bordonari; poi quello dei
-cocchieri[165], contro i quali più tardi, pur restituendo qualche
-collegio annullato, il Governo fu sempre inesorabile.
-
-[165] _Pollaci-Nuccio_, _Delle Maestranze in Sicilia_, nelle _Nuove
- Effem. Sicil._, serie III, v. V, p. 262. Pal. 1877.
-
-Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le soppressioni
-continuavano ancora. La malevolenza di lui, echeggiando in Napoli,
-proseguiva nel suo successore; tuttavia non così sorda da non sentire le
-voci di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere al
-rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove riforme pigliavan
-pretesto ad agitarsi, non per tenerezza delle vecchie corporazioni
-artigiane, divenute oramai troppo prepotenti e, secondo le idee del
-tempo, insopportabili, ma per naturale avversione alle idee innovatrici
-del Caracciolo.
-
-Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59, divise in due
-categorie, l'una di quindici per la vendita dei comestibili, dipendente
-dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli, tavernieri, pasticcieri, macellai
-ecc.); l'altra di quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad
-una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano sostituiti
-con altri compilati dalla Giunta; abolito il privilegio del foro,
-formato per un cumulo di tacite acquiescenze e costituente un tribunale
-speciale dentro un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario,
-competente a giudicare i maestri; bandite le privative; non più
-consentite le tasse di entrata.
-
-Colpo più grave le Maestranze non potevano avere, sì che ne rimasero
-scompigliate e stordite. Ma le idee liberiste cominciavano a farsi
-strada in Italia, e, pel Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le
-Maestranze avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto il peso di quel
-privilegio col quale e pel quale si erano mantenute. Chi consideri bene
-la lor vita sociale, economica e industriale, rivelata dalle carte che
-ce ne rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente róse,
-ed il male incurabile che era venuto minandone la esistenza, un dì
-rigogliosa e fiorente. Oppresse da debiti per ispese che non avean
-compenso nelle entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze
-non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse obbligatorie, le
-quali, per quanto ingiuste, eran necessarie alla giornaliera funzione
-del magistrato, si dibattevano tra le strette del volere e del non
-potere. Le liti, cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel
-lavoro di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto di energia,
-escluso quello solo della giurisdizione, che i Consoli eran gelosi di
-esercitare sulle tre classi della corporazione: liti di gente contro
-gente, di associazione contro associazione, per lesione di privilegi e
-per non retta interpretazione di Capitoli.
-
-Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per negata reintegrazione
-in diritti perduti, o infirmati per mancata osservanza dei Capitoli.
-Comunissime le richieste di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la
-dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione a cariche
-ufficiali, non altrimenti permessa dai Capitoli medesimi.
-
-Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era sempre da tutti
-riconosciuta e dai Vicerè riconfermata, e nel cui palazzo questi
-Capitoli venivano conservati, se ne occupava come delle faccende più
-importanti per la cosa pubblica[166].
-
-[166] _Provviste del Senato_, a. 1780, p. 373.
-
-Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri) litigarono per
-emanciparsi da un consolato, quello dei muratori, al quale non avean
-diritto di salire. Emancipazione simile, battagliando, conseguivano
-gl'intagliatori e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si
-stancavano dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse, certi diritti
-di preferenza, loro contrastati. Dimentichi di una legge perpetua che li
-accomunava all'unico consolato dei paratori di chiesa, i fiorai
-ricusavano di prender parte secondaria ad un istituto del quale non
-potevano rappresentare la funzione principale e propria[167]. I
-pescatori, non potendo più andare d'accordo nella stessa loro
-corporazione, si scindevano per rioni della Kalsa, di S. Pietro, del
-Borgo (mand. Tribunali, Castellammare, Molo) e, sotto le bandiere dei
-loro santi e patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di lor
-natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse officiali le ire
-esplodevano per malintese e mal sopportate precedenze nel ruolo.
-
-[167] _Atti del Senato_, a. 1775-76, p. 383; a. 1777-78, p. 416.
-
-Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla scorta dei
-documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi in futili pretesti
-pel conseguimento d'una rappresentanza purchessia, o per l'impedimento
-di un consolato a quello tra essi che credevano non meritarlo. Nel vanto
-del loro forte passato s'affannavano a cercar vigore alla debolezza del
-presente: e si confortavano nel titolo di milizie reali, dato loro da
-Carlo III[168], rimpiangendo l'abrogazione del diploma di Filippo III,
-che concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un condannato
-a morte[169].
-
-[168] _Capitoli del Senato_, t. III, pp. 55-56. Pal. 1768.
-
-[169] _Teixejra_, _op. cit._, v. I, cap. X. -- _De Vio_, _Privilegia_, a.
- 1612, pp. 466 e seg.
-
-Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal Caracciolo e la fine del
-secolo passò meno turbinoso di quel che si potesse al primo istante
-prevedere.
-
-Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze pensarono
-seriamente a rialzarsi. Prive in parte di armi materiali e morali, non
-tutte avevano espedienti a resistere. Le loro sessantamila braccia di
-ieri, le cento e più mila dei giorni migliori della loro vita non si
-moveranno più a difesa della città, non potranno più agitarsi nella
-rivendicazione di diritti proibitivi[170], nella restrizione di
-esercizî, nella osservanza di monopoli, nella imposizione di
-contribuzioni obbligatorie di feste e di cerei[171]; ma non rimarranno
-inerti. Se non altro pel loro numero, una grande energia è ancora in
-esse. Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi
-chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro azione non cessa di
-svolgersi sotto l'alto patrocinio e la autorevole vigilanza del Senato,
-il quale continua a tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non
-lascia di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova patente
-il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto delle Maestranze fu
-chiesto come suffragio del popolo[172]. Dove non possano e non vogliano
-ricomporsi nella soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di
-ordinarsi: e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie ad
-azioni, proprio nel medesimo anno (1794), in cui altra maestranza assume
-parvenze di confraternita (S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto
-la quale viene senz'altro riconosciuta.
-
-[170] Tra le _Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 435, 530, è un
- viglietto di S. E. al Senato perchè, in seguito alla abolizione del
- Collegio de' misuratori, che erano in numero di 30, intìmi loro il
- divieto della privativa del loro mestiere.
-
-[171] Notevole questo: che il 15 Agosto del 1787 non potè aver luogo la
- solita festa dei _cilii_, perchè la riscossione delle tasse annuali
- dei maestri fu proibita dal Re. _Vinc. Torremuzza_, _Giornale
- Istorico_ inedito, p. 444. Ms. della Bibl. Com. di Palermo.
-
-[172] Vedi innanzi, p. 91, e _De Franchis_, _Ceremoniale_ ined. pp.
- 488-97.
-
-Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo (26 Dic. 1798),
-«non armate, colle coccarde chermisi al cappello e coi loro ufficiali
-indossanti le uniformi turchine e rosse», insieme con la guardia dei
-miliziotti della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda e
-nella via Toledo[173]; ed il Re ne resta grandemente compiaciuto.
-
-[173] _A. Sansone_, _Avvenimenti_, p. XX.
-
-Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze rientrano nelle grazie
-del Governo, che nel 1812, per suo tornaconto, le ripristina quali erano
-state prima del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una
-istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche, non compresa
-neanche da coloro che più erano interessati a prolungarne la esistenza.
-
-Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella rivoluzione del 1820,
-con velleità di ordine, ma con atti torbidi e minacciosi.
-
-Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce di decrepitezza.
-
-Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco I le faceva
-scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni non rimaneva altro che
-il nome![174].
-
-[174] Sull'argomento delle Maestranze in Sicilia, oltre le pubblicazioni
- dell'_Orlando_, del _La Colla_, dello _Starrabba_, del _Lionti_ e i
- cenni del _La Lumia_ (_Storie siciliane_, v. IV), e del _Di Marzio_
- (_I Gagini e la Scultura in Sicilia_, v. II), notate dal _Cusumano_
- nel _Giornale degli Economisti_, v. V, fasc. 3º, e gli scritti del
- _Pollaci-Nuccio_ e del _Beccaria_ sopra citati, giova vedere: _F.
- Maggiore-Perni_, _La Popolazione_ ecc., pp. 395-621; _F. G.
- Savagnone_, _Le Maestranze siciliane e le loro origini dalle
- corporazioni artigiane nel Medio Evo_ (Pal., Amenta, 1892), che
- abbiamo molto utilmente tenuto sott'occhio in questa rapida corsa;
- _G. Scherma_, _Delle Maestranze in Sicilia, contributo allo studio
- della questione operaia_ (Pal., Reber, 1896), che però non abbiam
- potuto leggere.
-
-
-
-
- _Capitolo VII._
-
-
- _CARTELLI E PASQUINATE._
-
-L'antico costume di affidare ad una statua, ad un qualunque monumento le
-voci di indignazione di una classe della società, del popolo o di alcune
-persone di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea del
-_Palermo_, in quella di bronzo di Carlo V alla Piazza Vigliena, o in
-altro dei luoghi più frequentati della città.
-
-Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta mancanza di
-libertà di parola e della insormontabile difficoltà di dire il fatto
-proprio rivelando cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti
-e degli amministratori.
-
-Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo di esso, chi avrebbe
-osato parlare a viso aperto? Chi rinfacciare al Governo centrale o
-locale la riprovevole condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia
-alla Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata nelle
-intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti indipendenti tra
-noi, era solo pubblicamente censurata nei libri d'oltremonte. Coloro che
-aveano visitata l'Isola, tornando alle loro case, la rivelavano nelle
-relazioni stampate dei loro viaggi. I _Briefe_ del D.r Bartels sono in
-questo genere la più severa condanna della Corte di Napoli e della Corte
-di Palermo[175].
-
-[175] Si scorrano qua e là i voll. IIº e IIIº, ma particolarmente le pp.
- 823-24 del IIº.
-
-Le statue pertanto e le mura dicevano quello che gli uomini non potevano
-o non osavano.
-
-Di statue di _Palermo_ ve n'erano (e qui possiamo dire anche: ve ne
-sono) parecchie: una, p. e., dentro l'atrio del Palazzo pretorio, una
-nella piazzetta del Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro
-somiglianti per la magrezza del re coronato che si lascia
-tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente, e per la posa
-solenne e maestosa nella quale il re se ne sta seduto.
-
-Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita dai Palermitani: ai
-suoi piedi i popolani del quartiere si raccoglievano chiacchierando; e
-dal suo collo pendevano di tanto in tanto cartelli di collera, di
-protesta, di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute ripetere
-senza supplizî o bastonate.
-
-E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua della vasca che
-lo attornia, rimaneva impassibile a tutte le berline alle quali lo
-esponevano i suoi presunti capricciosi sudditi, senza uno scatto di
-risentimento per le scenate che gli si facevano rappresentare. Se dopo i
-tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773) appariva in _giamberga_,
-parrucca, nicchio e spada al fianco, egli riaffermava la sua sovranità;
-se al feroce strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo
-quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva piangere col suo
-popolo una giustizia che sconfinava e non colpiva i veri e principali
-rei; e se gli si imbrattavano di pane e pasta volto e vestiti, ben a
-ragione avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente
-obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta sassaiuola di
-fichi lo prendeva di mira, avea tutta la ragione di riconoscersi coperto
-di tanta ignominia per la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani
-eran caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine del
-Senato.
-
-La segaligna statua di Carlo V nella Piazza Bologni, rispettata sempre
-nei furori delle sommosse, non era risparmiata quando il malumore
-serpeggiava nella cittadinanza, e quando una voce voleva farsi giungere
-a' capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo come il
-vecchio Palermo e come l'aquila audace del Comune, la quale al domani
-d'una sanguinosa esecuzione di giustizia compariva spennacchiata e grama
-nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.
-
-E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava di salire verso il
-Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia di Svizzeri a guardia, non
-della città, ma del Vicerè.
-
-L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero indispensabile
-questa tra le meno pericolose e tra le più efficaci manifestazioni di
-malcontento e di rabbia.
-
-Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla parsimonia dello
-scrivere, potremmo prenderla molto larga in quest'argomento. Potremmo,
-p. e., ricordare una certa elezione di giudici capitaniali in persona di
-Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino, elezione che
-fece nascere il _calembour_, sanguinoso per le allusioni menelaiche al
-primo ed al terzo e per le birresche al secondo, che avea il nome
-(Castelli) comune con quello del carcere dei nobili e dei civili
-(Castello a mare):
-
- Mircatu di carni grassa di _Crastu_ (Lo Castro) _pasqualinu_,
- pasciutu cu li malvuzzi di _Castell_'a mari.
-
-Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna Grifeo, a Pretore,
-per la quale alla porta del Palazzo di città si trovarono attaccate
-quattro P.P.P.P., iniziali delle parole: _Poviru_, _Palermu_, _Preturi_,
-_Partanna_, allusive al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.
-
-Potremmo anche ridere alla vecchia _giamberga_ attaccata ai rastrelli
-della nuova pescheria da un cenciaiuolo, unico, solitario compagno di un
-portatore di roba di Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè
-Caracciolo sorse la infelice idea di un pubblico mercato in quel luogo,
-triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole per il sole di estate e le
-piogge d'inverno, e quindi rimasto deserto[176].
-
-[176] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 70-71; v. XXVII,
- pp. 205-6 e 322. -- _Mercato di Palermo_, pp. 5-6. Ms. Qq, E, 88
- della Bibl. Comun. di Palermo.
-
-Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro periodo, ed a noi non
-preme raccoglierli.
-
-Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di giorno in giorno; i
-granai comunali si vengono esaurendo; la città, come tutta l'Italia, è
-minacciata di carestia, la quale, non ostante che lungamente e
-ripetutamente prevista, giunge con tutta la crudezza e la desolazione
-del suo treno.
-
-Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non occorre. L'Autorità
-senatoria viene accusata del danno; essa che, secondo le solite voci,
-non previde, essa che non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora,
-giocò con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca di
-Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di tutta la
-cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio, arricchitosi col denaro
-della città, e frattanto consigliere di pazienza e di attesa!... Ma la
-pazienza ha un limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò si
-mettono a gridare per le strade:
-
- Cu la fidi e la spiranza
- Un guastidduni 'un jinchi panza[177]:
- Preturi Cannizzaru
- Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.
-
-[177] Un pane non riesce a sfamare. _Guastidduni_, come sì è detto
- innanzi, forma e, secondo il sistema del tempo, peso voluto dalle
- mete; il quale non doveva essere inferiore a rotoli due (chilogr.
- 1, gr. 600) pel prezzo di un tarì (cent. 42), ed era invece sceso a
- poco più di metà.
-
-Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il boia se ne
-diverte con una buona fioccata di nerbate per uno.
-
-Evidentemente questo Pretore Cannizzaro non era nelle buone grazie del
-popolo, se dopo le chiassate delle Kalsitane sulle mura delle Cattive
-alla Marina gli si faceva anche questa.
-
-L'anno che segue v'è tanto ben di Dio che di carestia non accade più
-parlare. Ma ahimè! le cose continuano come per l'innanzi, ed il pane che
-si avea a grosse forme è bazza se si ha per metà del peso. Di chi la
-colpa? Ci vuol tanto a vederlo?!... del Pretore! E tutti lo vogliono
-ucciso, mentre il Vicerè Principe di Caramanico fa il possibile per
-rendere meno gravi le conseguenze della crisi. Questo sentimento si vede
-espresso al Pretorio nel seguente cartello:
-
- Lu Vicerrè supra la vara staja[178],
- Lu Pirituri sutta la mannara[179];
-
-[178] Questo verso avrà potuto nascere così: «Staja lu Vicerrè supra la
- vara».
-
-[179] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_ inediti, v. XVIII, op. 3, p.
- 105. -- _Diario_ ined., a. 1793, p. 203.
-
-e significa che del Pretore non se ne vuole più sentire a parlare.
-
-Audaci, violente le minacce al Governo, che con inganni ed ipocrisie
-tentava carpire la buona fede, non già del popolo, che non aveva nulla,
-ma del medio e dell'alto ceto, che possedeva ori ed argenti, e dovea
-andarli a depositare alla Zecca in cambio di moneta sonante. Strumento
-servile del Governo in cosiffatta barbarica espoliazione l'arcivescovo
-Lopez y Royo, Presidente e Capitan Generale del Regno per la improvvisa
-morte del Caramanico, e tanto più servile ai danni del paese in quanto
-sperava la nomina di Vicerè facendo il piacere de' Ministri di Napoli.
-Avverso a lui si udirono canzoni e cartelli frementi di sdegno.
-
-Siamo alle prime ore del mattino del 16 Aprile 1798, e attaccata alla
-solita colonna del Palazzo del Comune ed alle abitazioni dei Ministri
-del Consiglio e del Governo, si legge:
-
- O v'aggiustati, tiranni, la testa,
- O di li Morti faremu la festa.
- E chi vuliti impuviriri a tutti?
- Chi oru?! Chi argentu?! un....
-
-e qui una mala parola[180].
-
-[180] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 189. -- _Villabianca_, con
- varianti, in _Diario_ ined., a. 1798, p. 202.
-
-Il Governo di Napoli era sotto l'incubo dei Francesi scorrazzanti il
-Mediterraneo con gli occhi fissi su Malta. La Corte, in preda ai timori
-che poi dovevano spingerla alla rada di Palermo, avea chiesto cannoni,
-soldati, danaro, e ne aveva ottenuti quanti non ne meritava. I Siciliani
-parteggiavano per essa, ma non erano così ciechi da non vedere la
-gravità della situazione: e poichè questa peggiorava di giorno in
-giorno, il 21 Giugno un cartello trovavasi affisso alla colonna.
-Stavolta era un dialogo tra due persone, composto di parole furbesche,
-accuse dei componenti del Governo locale. Cominciava altra mala parola,
-poi
-
- ...! Vennu li gaddi, addiu gaddini!
- Addiu nassa, canigghia e puddicini!
-
-E seguiva la risposta:
-
- Addiu nassa, canigghia e puddicini!
- Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!
-
-dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i Francesi, le
-galline i Napoletani, la _massa_ la cricca governativa, la _canigghia_,
-crusca, la mangiatoia dello Stato, alla quale (per conservare
-l'allegoria) si direbbe che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli
-aderenti divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza de'
-_cartellanti_ siciliani di fronte alle conseguenze delle minacce
-francesi.
-
-Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una vittoria in uno scontro
-coi Francesi, ma i Napoletani pei Palermitani son tutti giacobini,
-compreso lo stesso loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo
-Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale il Re dev'essersi
-caldamente raccomandato. Quattro cattivi versi corsero in proposito:
-
- T'haju fattu la varva, o San Ginnaru,
- Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru,
- Tradituri, putruni e da quagghiaru;
- Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru![181].
-
-[181] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 284; a. 1799. p. 103.
-
-La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.
-
-Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose pubbliche era, come
-abbiamo affermato innanzi, antico, molto antico, e per quanto si fosse
-fatto a sopprimerlo, sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre
-che il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare. Il Governo
-sapevalo bene; e quando vi scorgeva una minaccia all'ordine pubblico ed
-un'offesa alla sua dignità, si sfogava in bandi e comandamenti severi,
-ripetizioni di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del
-Settembre 1773 sopra cennata, per la rivolta contro il Fogliani,
-l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno, ordinava che «nessuna
-persona di qualunque ceto e condizione nelle private conversazioni in
-casa, nelle piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle
-chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare i fatti
-avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti, satire, leggende».
-
-Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo il Caracciolo, preso di
-mira specialmente dalle classi nobile e civile. Egli non sapeva darsi
-pace pensando che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo su
-lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle famiglie, vietava
-«a qualunque persona, di qualsiasi grado, ceto e condizione si fosse il
-poter comporre, pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli
-e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in prose, nè in
-figure esprimenti il carattere, nè in satire, nè in pasquinj, nè in
-qualunque altra guisa», e prometteva premî da trecento onze a chi
-siffatti delitti segretamente denunziasse[182].
-
-[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 244-46.
-
-Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato bersaglio di frizzi e
-barzellette, tanto che avea dovuto mandare in carcere i nobili Vincenzo
-di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene
-fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava alle trecent'onze e
-non faceva la spia a nessuno. In tempi più civili questo silenzio
-sarebbe stato chiamato _omertà_ e _mafia_!
-
-Le satire, le pasquinate continuarono senza posa fino al giorno della
-partenza del bollente Vicerè (Gennaio 1786), in cui gliene vennero messe
-sotto il muso non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.
-
-Gente incorreggibile questi Siciliani!
-
-
-
-
- _Capitolo VIII._
-
-
- _I GIACOBINI E LA POESIA POLITICA._
-
-I versi popolareschi che abbiamo riferiti a proposito del pericolo
-francese nel Mediterraneo, e dei Napoletani ribelli alla monarchia
-potrebbero fornir materia d'un capitolo sulla poesia politica del tempo.
-Questa materia non sarebbe scarsa, perchè in nessun secolo di storia
-civile dell'isola s'incontra una fioritura di componimenti politici pari
-a quella determinata dal precipitar degli eventi nell'ultimo decennio in
-Palermo del sec. XVIII.
-
-Se non che, l'argomento ci condurrebbe troppo in lungo, e noi lo
-sciuperemmo a scapito degli studiosi, che ai dì nostri, con cure
-indefesse, attendono a questa manifestazione dello spirito pubblico nei
-tempi passati. Non intendiamo però lasciarlo senza una parola che giovi
-a chiamar su di esso l'attenzione di coloro che volessero quando che sia
-percorrere a tutto loro agio questo campo inesplorato.
-
-Mano mano che l'eco della rivoluzione di Francia si ripercoteva tra noi,
-e le mosse dei Francesi turbavano la olimpica tranquillità d'Europa, la
-così detta pubblica opinione si commoveva ed accaniva contro di questi
-in Palermo. I Francesi erano i nemici del trono e dell'altare. La
-_Raccolta di Notizie_ di Palermo, come il _Compendio delle notizie_ e le
-_Nuove di diverse Corti_ di Messina, nelle loro periodiche comparse non
-lasciavano mai di dipingerne a foschi colori le imprese istillando
-nell'animo dei leggitori avversione invincibile per la Francia, covo di
-settarî e di malviventi. Guai a seguire le idee di essa! Chi ne avesse
-avuta la tentazione, si sarebbe buscato il carcere e la galera; perchè
-non era ammissibile che un suddito di S. M. Siciliana partecipasse a
-principî sovversivi e, peggio, ad atti di ribellione.
-
-Le carte segrete della Polizia e le cronache private offrono in questo
-un triste spettacolo della politica del Governo e delle inclinazioni
-reazionarie delle classi alta e bassa dei cittadini. L'alta, aggiogata
-al Governo, non poteva non parteggiare per esso: e vi parteggiava anche
-per la propria conservazione. Lo Stato era salute ed ordine; ogni
-avversario del Monarca, avversario della casta che con la monarchia
-faceva causa comune. La classe bassa, abbrutita dalla ignoranza, non era
-in grado di comprendere, e, compresolo, di discernere quel che fosse di
-vero nelle vaghe, contraddittorie notizie che giungevano fino ad essa;
-la quale nel più frivolo fatto del giorno, in una festicciuola, p. e.,
-in uno spettacolo interno, tutta si assorbiva, ignara od incurante dei
-grandi avvenimenti di fuori. Ogni francese era un giacobino: ed il
-giacobino un anarchico, pronto a sconvolgere l'ordine sociale, a radere
-al suolo la chiesa, a manomettere la proprietà privata. Contro i
-partigiani della Francia e i dottrinarî del tempo un libriccino scritto
-pei vescovi da un vescovo ammoniva: «Oggi ogni pastore deve sapere come
-condursi colla porzione di gregge composta di fiere orribili,
-sanguinolenti e voraci: pantere, lupi, orsi e molto maggiormente di
-volpi astute e maliziose; voglio dire questa razza che scorre per tutto
-di filosofastri, massoni, saccentoni, politici ecc.»[183].
-
-[183] _Avvisi politici a' Vescovi eletti, adattati a' tempi presenti_, p.
- 57. MDCCXCII.
-
-Il Domenicano P. Crocenti consacrava una opera alle tendenze
-giacobinesche[184]: e queste ed altre pubblicazioni simili evocando
-antiche memorie riaccendevano e rinfocolavano vecchi rancori, non
-ispenti ma sopiti, verso i Francesi del Vespro. Così tenevasi la
-popolaglia disposta a menar le mani là dove capitasse un francese, od
-anche un sospetto sorgesse, che il tale e tal altro forestiero fosse
-dell'aborrita Francia.
-
-[184] _Meditazioni filosofiche politiche sopra l'anarchico sistema
- giacobino della Libertà ed Eguaglianza, Opera del_ _P. M. F. Dom.
- Crocenti_, _de' Predicatori_, T. I. Messina, Fratelli del Nobolo,
- 1795.
-
-E la classe media?
-
-La classe media, non iscarsa di cultura, offriva qualche caso di
-simpatia, più che verso la nazione nemica, verso il giacobinismo, ma non
-per l'attrattiva che una setta od anche una segreta società suole
-esercitare su spiriti facilmente eccitabili, bensì per un senso di
-reazione alla tirannia dei governanti, alla prepotenza dei maggiorenti,
-alla corruzione marcia degli uni e degli altri, ma specialmente per quel
-fascino che in molti esercitano certe novità.
-
-Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo deve pertanto
-parlarsi in Sicilia (e non può non parlarsene poichè vi fecero qualche
-apparizione), bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e,
-come per analogia, sul clero secolare e regolare.
-
-È curioso che per tutto un secolo non si preparasse movimento
-rivoluzionario in Sicilia senza che qualche prete o frate se ne credesse
-parte attiva, vera o presunta che essa fosse. La fine del settecento, il
-1820, il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello scorcio
-del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i Giacobini (14 Marzo 1795),
-i sacerdoti la passavano tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato
-l'arciprete di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi l'abate
-Cancilla, professore di algebra e di geometria all'Accademia degli
-Studî, ed uno dei due sacerdoti bibliotecarî della Libreria del Senato;
-ora trascinati al Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati
-Conventuali e frati Minori.
-
-Le indicazioni di persone sospette venivano da Napoli; da Napoli gli
-ordini di cattura. Sovente i sospetti eran così deboli che il darvi
-retta riducevasi ad una puerilità crudele.
-
-Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta od anche per insipienza
-mandava una carta, una semplice carta, con l'indirizzo: _Al cittadino_
-N. N., a _Troina_: e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente
-investiti, catturati e condotti come Giacobini a Palermo. Cinquantadue
-tra nobili, civili, frati, monaci, additati come pericolosi dal Governo
-centrale, erano chiamati e sgridati acremente solo perchè sparlavano del
-Governo locale: come se questo dimostrasse addirittura una intesa coi
-rivoluzionarî. Non era persona pacifica che potesse sottrarsi ai
-sospetti, non persona sospetta che non fosse vittima di vessazioni
-persistenti.
-
-La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva con tutti gli
-espedienti dei quali il Governo era maestro. Non si doveva attendere che
-i libri uscissero dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore aveva
-l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno appena giunti e depositati
-in dogana; e poichè alla merce egli solo non bastava più, attivi
-cooperatori gli si associavano in una Commissione di revisione, che era
-insieme di vigilanza, di censura preventiva e soppressiva[185].
-
-[185] Erano essi Ros. Gregorio, P. Antonino Barcellona ed i canonici
- Fleres, Leone, Basile, Melia.
-
-Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre stupefacente. Siamo sempre
-all'antica paura governativa di tutto ciò che potesse scuotere
-l'ordinamento dello Stato; e quando non s'informava al principio
-politico, si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo dubbio
-che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento che dovea impedirne
-la entrata in commercio. Non si parlava più della _Philosophie de
-l'histoire_, de _La chandelle d'Aras_, dell'_Examen important_ par
-Mylord Bolingbroke, del _Catéchisme de l'honnête homme_ e del _Dialogue
-de qui doute_ ecc.; non si parlava dei _Derniers mots d'Epictète à son
-fils_ e del _Mémoire sur les libertés de l'église gallicane_,
-pubblicazioni tutte bandite già fin dal 1769[186]; non si parlava
-neppure dei libri di Rousseau, di Voltaire, di Diderot, di Volney, di
-Elvezio, stati inappellabilmente proscritti; ma delle _Novelle_ del
-Casti, dall'_Adone_ di G. B. Marino, del _Pastor fido_ del Guarini, del
-_Decamerone_ del Boccaccio e dell'_Elegantia latini sermonis_[187].
-
-[186] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 183-84.
-
-[187] _G. La Mantia_, _Libri da bruciarsi per mano del boia_, appunti
- presi nell'Archivio di Stato di Palermo, filza 1316.
-
-E se questi libri si trovassero già per caso in città?...
-
-Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la quale, non sapendo trovar
-modo di liberarsene, ordinava a tutti i librai fissi e girovaghi la
-presentazione del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro
-magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità in chi lo
-emanava o provocava; mirando esso per tal modo a scovare libri proibiti,
-come se i librai fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità
-possessori con la certezza di esser buttati in fondo a un carcere. Pure
-venne scrupolosamente eseguita; nè c'era da discutere trattandosi d'un
-ordine del Presidente (il Presidente era per antonomasia il cav. G. B.
-Asmundo Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura
-degli spacci ai ritardatarî.
-
-E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa, il Presidente vi
-aggiungeva la _Scienza della Legislazione_ del Filangeri e l'_Orlando
-furioso_ dell'Ariosto[188]; mentre Ferdinando in persona si riserbava
-l'autorizzazione delle scuole private, ed anche concedendola, vi vietava
-l'insegnamento delle scienze[189].
-
-[188] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., a. 1799, p. 461.
-
-[189] _Raccolta di Notizie_, n. 14; 12 Marzo 1799. Vedi il cap.
- _Accademia degli Studi_.
-
-Dalle semplici catture si passava alle espulsioni ed ai confini. Alcuni
-catturati in Palermo venivano imbarcati per Napoli; altri catturati in
-Napoli imbarcati subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe di
-Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri, dei secondi.
-L'uno, bollato come degenere dalla sua casta, veniva mandato a
-disposizione del Governo centrale; l'altro, in un monastero di nobili,
-alieni da relazioni con Giacobini, a S. Martino[190], dove più tardi i
-Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi, doni preziosi e
-poesie riboccanti di fedeltà per essi, di orrore pei loro nemici di
-Terraferma.
-
-[190] _D'Angelo_, _Giornale_, anni 1797-1799, pp. 146-47, 151, 161-62,
- 197-98, 203, 209, 272, 328-31, 537, 733-34.
-
-Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea funeraria il giovane
-giureconsulto F. P. Di Blasi coi suoi compagni, e la continuavano D.
-Pietro Lesa, tenente della truppa, il segretario di Jauch ed altri non
-pochi.
-
-Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso nella Reggia di Napoli
-dapprima, in quella di Palermo dappoi, e rincorreva e perseguitava
-Ferdinando e, innanzi che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez,
-sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.
-
-Quali fossero da questo punto di vista le condizioni della Capitale ce
-lo dice il Villabianca in una pagina del suo _Diario_; e noi, anche con
-la certezza di tornare su quello che abbiam detto, la trascriviamo come
-informe ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre vi mettevan
-piede i sovrani.
-
-«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo e nella Sicilia tutta,
-non sono nè i nobili, nè i popolani, ma sono le persone che non ànno da
-perdere, birbi ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante
-che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa la quiete.
-L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare le case dei ricchi e
-mettere tutto a soqquadro, perchè coi spogli degli assassinati si
-provvedessero nei lor bisogni.
-
-«Che fanno dunque li più maligni di questa terza specie di gente? Dànno
-a sentire a' plebei popolani e persone minute come li Giacobini e
-traditori del Re sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come
-tali esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà al Re
-prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse e ne facesse
-l'esterminio con portarne le teste al Re. Così quindi praticando il
-popolo, da una mano fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra
-mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor rapine.
-
-«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti ed innocenti quasi
-tutti, si persuadono di tai consigli, e ne ànno cominciato l'opera; per
-disgrazia incendia città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij
-e furti sebbene di poca leva.
-
-«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato di essere Giacobini, e
-nè pure le maestranze e popolani, anche di buon senno; ma soltanto
-quelli vili uomini scellerati e vagabondi.
-
-«E questo quindi è il fermento che sta bollendo a' tempi nostri nelle
-popolazioni e luoghi della Sicilia. La cosa intanto è seria e
-pericolosa. Il Governo ora pensa al riparo di un luogo, ora pensa
-all'altro. Si trova in una continua agitazione»[191].
-
-[191] _Diario_ ined., a. 1799, pp. 172-73.
-
-Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco, popolare contro i
-novatori e contro i Francesi, dei quali facevasi tutt'uno coi detestati
-Giacobini, facile è presumere quale dovesse esser la poesia politica che
-lo ritraeva.
-
-Uno dei primi componimenti nel genere era un sonetto di Giuseppe da
-Ponte. Questo sonetto, appena comparso, andò a ruba e, divenuto raro,
-per onorevole eccezione veniva ristampato dalla _Raccolta di Notizie_,
-come vedremo, specie di giornale ufficiale d'allora in Palermo. La
-imitazione dell'Alfieri ci si sente in ogni verso.
-
- Vantar tra ceppi libertà di Stato
- In discorde Anarchia per l'uguaglianza,
- Buon Governo cercar dall'ignoranza,
- D'ogn'Erostrato far un Numa, un Cato;
- Orrida povertà mirarsi allato,
- E gli agi immaginar dell'abbondanza,
- Cangiarsi a ogn'aura, e poi vantar costanza,
- Chiamar felice un popol disperato;
- Stragi, sangue, ruine, ire, spaventi
- Piantar per base del Dominio eterno,
- E grandezza chiamar vil tradimento;
- Mostrare assassinando cuor fraterno,
- Un trono rovesciar, e alzarne cento;
- È questa, affè, Repubblica d'inferno[192]!
-
-[192] _Raccolta di Notizie_, n. 61. Pal., 6 Sett. 1799.
-
-Tipico altro sonetto _Contra li Giacubini_, del Meli, il quale celiando
-schizzava veleno sopra la Francia e sopra quanti parteggiassero pei
-nuovi apostoli che da essa partivano e in tutta Europa si diffondevano:
-
- L'antichi ànnu vantatu a Santu Sanu
- 'Ntra li strani prodigj astutu e finu:
- Sanava un ugnu e poi cadia la manu;
- Cunzava un vrazzu, e ci ammuddia lu schinu.
- Ora c'è n'autru apostulu baggianu,
- Chi si 'un c'è frati, almenu c'è cucinu,
- È natu in Francia, e poi di manu in manu
- Scurrennu, s'è chiamatu _giacubinu_.
- Duna a tutti pri re 'na staccia tisa;
- Li fa uguali, però 'ntra li guai sulu,
- Liberi, pirchì in bestij li stravisa.
- Porta appressu frustati supra un mulu,
- 'Na Roma nuda, un Napuli 'n cammisa
- E un'Italia scurciata e senza....
- Nè resta ddocu sulu;
- Chi li Fiandri o l'Olanna.... e 'nsumma pati
- Desolata l'intera umanitati.
- Cristi sù li vantati
- Prodigj, ahimè, terribili e funesti
- Di lu giacobinismu, orrenna pesti!
- Oh scuncirtati testi!
- Camina cu li cudi stu sunettu
- Pirchì veni a li bestii direttu.
-
-Nessuna allusione, come si vede, a Giacobinismo in Sicilia. Lo spirito
-conservatore del poeta, monarchico più del monarca, non voleva neanche
-supporre, che esso potesse trovare eco e far proseliti fra noi; ma, caso
-mai, il corrosivo che è nell'apparente anodino sarebbe valso a
-distogliere dai pericolosi principî coloro che ne avessero avuta la
-tentazione.
-
-In poche settimane, in fogli volanti, venivan fuori due inni di guerra
-minaccianti strage ed esterminio ai Francesi. Il primo tuona in termini
-abbastanza fieri perchè possa sospettarsi delle convinzioni dell'autore,
-che sarà stato un mediocre uomo di lettere, ma che fu certo un cattivo
-verseggiatore. Comincia così:
-
- Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
- Si mora tra un serra-serra,
- Vinni l'ura di la guerra
- Disiata da quant'à!
- Ceda a nui la Francia infida
- E 'na vota almenu impari
- Cosa sù li frutti amari
- D'una insana libertà.
-
-Continua:
-
- Nui lu pettu comu un brunzu
- Alli baddi espuniremu,
- Scrittu in pettu purtiremu:
- «O la morti, o Diu e lu Rè!»
- Impia Francia mmaliditta,
- Abbastanza ài gaddiatu;
- Pirchì troppu l'hai stiratu:
- Rumpiremu l'arcu sò.
- L'armi nostri s'hannu vistu
- Di Francisi sangu lordi;
- Forsi ancora 'un ti ricordi
- La Sicilia quali fu.
-
-E finisce:
-
- Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
- Via, curremu, o fidi amici;
- Si lu Vespiru si fici
- La Cumpeta si farà.
-
-È la nota dominante in tutti gli scatti contro la Francia ed i Francesi,
-la eterna minaccia della sonata delle campane e riscossa. Sarebbe da
-vedere che cosa avessero fatto di eroico gli scamiciati e raccogliticci
-volontarî, pei quali, e in bocca ai quali risonarono spavalderie di
-questa fatta. Chi vide quella milizia ricordava con rincrescimento come
-nella leva contro i Francesi fossero stati, secondo un'ordinanza,
-accettati ed iscritti «inquisiti per delitti non gravi e non infamanti
-anche se carcerati», e notava con soddisfazione che a buoni conti con
-siffatto mezzo erasi «sbarazzata la folla de' ladri, de' malviventi o
-della gente oziosa, che infestavano la pubblica tranquillità»[193].
-
-[193] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 576, 589, 590.
-
-L'altro inno è del notissimo D. Raffaele Drago, monaco cassinese, a
-proposito della Seconda Divisione del Corpo franco de' volontarî
-siciliani ordinato per cura e spesa di D. Saverio Oneto, Duca di
-Sperlinga, della famiglia di quel Michele che freddava il suo
-provocatore Beccadelli nell'anno 1799.
-
- Vinni l'ura di cummattiri;
- Già la trumma all'armi invita:
- Damu, amici, e sangu e vita
- Pri la patria e pri lu Re.
- Opponèmucci a stu turbini,
- Chi scurrennu va la terra;
- Comu chista, nautra guerra
- Santa e giusta nò, nun cc'è.
- Già s'avanza l'avversariu,
- Chi ha seduttu tanti genti
- Cu prumissi fraudolenti
- D'uguaglianza e libertà.
-
-E segue con altri trentasei versi che battono sul medesimo tono[194].
-
-[194] _Canzonetta siciliana per uso del corpo franco de' volontarj del
- sig. Duca di Sperlinga da cantarsi al suono di una marcia
- militare_. In Palermo, Solli, MDCCXCVI.
-
-Alla testa del suo Corpo franco partiva lo Sperlinga a raggiungere
-l'esercito reale; ed un caldo augurio di D. Pellegrino Terzo salutavalo
-in un sonetto italiano. Il principio era questo:
-
- Saverio, all'armi, all'armi, ecco rimbomba
- L'italo ciel degli oricalchi al suono;
- E l'empio Gallo al buon Fernando il trono
- Stolto minaccia, a tal che mugghia e romba[195].
-
-[195] In Palermo, Adorno, MDCCXCVI. È nella raccolta del Principe di
- Trabia: _Miscellanee diverse di Sicilia_, v. 9 e 10; e nel _Diario_
- ined. del Villabianca, a. 1796.
-
-Quali tesori per quella spedizione profondesse il soverchiamente
-liberale Duca, e con lui per la medesima causa altri nobili palermitani,
-non sarebbe credibile se non ci fossero documenti, che fanno pensare ad
-un vero sperpero di gente inconscia[196].
-
-[196] _L. M. Majorca-Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp. 46-47.
- Pal., Reber, 1902.
-
-L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo con quello dei poeti
-dotti. Dalle strade e dalle piazze passava nelle chiese. In tutti gli
-abecedarî del tempo è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta
-che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli portanti nella
-prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri in cera di Maria Assunta.
-Quivi i Francesi vanno di conserva coi Turchi nello attentare alla
-religione cristiana:
-
- Li Turchi e li Francisi
- Nni vonnu arruinari:
- A Maria âmu à chiamari;
- Idda nn'ajutirà.
-
-E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca, con questo
-principio:
-
- Ò milli setticentu
- Ottantanovi orrennu,
- Annata mmaliditta
- Di (_da_) chiddu Diu tremennu!
- Tu la porta grapisti
- Di danni e di ruina,
- Pri tia muntau 'n triunfu
- La Setta Giacubina.
- Sunnu li Giacubini
- Chi portanu sta pesta:
- Triunfa lu Diavulu
- E si cci fa la festa.
-
-E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro un'aria italiana,
-giunta del Continente:
-
- A sti 'nfami Giacubini
- Cchiù la terra 'un li ricivi;
- Cala forti la lavina
- E a mari li purtirà!
- A sti 'nfami Giacubini
- Pezzi pezzi li farannu,
- E li donni e picciriddi
- La simenza si pirdirà.
- A sti 'nfami Giacubini
- Li viju afflitti e scunsulati
- 'Ntra lu 'nfernu straziati
- Di lu Cifaru di ddà[197].
-
-[197] _Archivio storico siciliano_, nuova serie, a. XVII, pp. 151 e segg.
- Palermo, 1892.
-
-E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in tutti i siti lunghe
-storie leggendarie della rivoluzione di Francia, nelle quali la
-tetraggine delle scene parigine acuiva nel popolo l'orrore alla nazione
-avversa, ed il nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici
-dell'ordine sociale[198].
-
-[198] _Pitrè_, _Canti popolari sic._, 2ª ediz., n. 509. Pal. 1891.
-
-Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo di Ferdinando III e
-Carolina a Palermo. Non più i Giacobini, ma i Napolitani
-repubblicaneggianti eran l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però
-era sempre presa di mira, la prima, la più evidente, essa che con i suoi
-eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con la sua moda si era
-riversata sull'Italia e sul Regno di Napoli, beato, secondo i pacifici
-gaudenti, sotto l'egida dei Borboni. La libertà in nome della quale a
-squarciagola si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento. Chi cerca in
-essa la sicurezza dello Stato, chi in essa vuol trovare la felicità, è
-un illuso; il quale non tarderà a vedere che cosa costi l'aver
-abbandonato il migliore dei re pel peggiore dei popoli.
-
-Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle poesie stampate e delle
-poesie scritte d'allora: e molte devono essere state, se ancora tante
-oggidì ne avanzano. Appena poi la prima notizia della reazione
-trionfante in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava
-il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare il rigore
-delle leggi contro di essi.
-
-Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane d'una afosa giornata
-del Luglio 1799, una comitiva di cantanti recavasi a felicitare i
-sovrani della recente loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata
-non son perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale
-dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta prosodia,
-benchè potesse comporli meno servili:
-
- Pr'un piattu di linticchi,
- Di libertà figura,
- Si curri a la malura
- E si tradisci un Re.
- O brutta sciliragini
- Di sti ribelli indigni!
- Tutti viraci signi
- C'amuri nun ci nn'è.
- Grida l'età cadenti
- E grida la 'nnuccenza:
- Nun cchiù, nun cchiù clemenza,
- No, nun si nn'usa nò.
- A forza d'armi e sangu
- Si superau ssu mostru:
- Castel Sant'Elmu è nostru,
- Li spassi senti mò.
- Sacra Real Famiglia,
- La cosa è già finuta:
- La libertà è battuta,
- Favuri 'un cci nn'è cchiù.
- Tocca a scialari a nui
- Vassalli fedelissimi
- E sempri nimicissimi
- Di tutti sti _monsù_[199].
-
-[199] Nelle più recenti edizioni del Meli (vedi _Puisii siciliani_, pp.
- 383-84; Palermo, L. Pedone Lauriel, 1884; _Opere poetiche_, pp.
- 283-84; Pal. MDCCCXCIII) questi versi vengono attribuiti al
- grazioso poeta; ma un cronista del tempo li dà proprio al
- Catinella. Vedi _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 621, Luglio 1799.
-
-Ma mentre nelle aule della Reggia, tra una pietanza e l'altra della
-giubilante Carolina, l'esultante coro inneggia ai Reali e freme a parole
-verseggiate contro i rivoluzionarî di Napoli, fuori, nella città, in
-Sicilia, una voce severa levasi dal popolo, per ben altro sofferente. La
-vista cotidiana di un Re che nella Capitale dell'Isola consuma in
-divertimenti e sollazzi un tempo che dovrebbe impiegare nelle cose dello
-Stato, lo spettacolo indegno di mille cortigiani che mangiano e bevono
-senza neanche guardare alla povera gente che muore di fame, scuote le
-fibre di chi ne resta scandalizzato. Molti odono quella voce, nessuno
-l'ascolta, nessuno la raccoglie; ma, dopo un secolo, la tradizione ce ne
-ripercuote l'eco viva, come se quella voce parlasse ora la prima volta.
-È un'alata sestina siciliana, della quale ogni verso è una pagina
-storica:
-
- Quattru scazzuna, cu' mancia e cu' vivi:
- Li puvireddi morinu di fami;
- Lu Re l'avemu ccà, nun cc'è' chi diri!
- Autru nun pensa chi a caccïari;
- 'Nsutta po' joca cu li Giacubini,
- E nui ristamu misi a li succari[200].
-
-[200] _Archivio_ cit., p. 171.
-
-Che amara ironia di versi, e quale contrasto con la storia, descrivente
-la gioia dei Siciliani per la presenza dei Reali a Palermo!
-
-
-
-
- _Capitolo IX._
-
-
- _COME SI VIAGGIAVA PER MARE, I CORSARI E LA CATTURA DEL PRINCIPE DI
- PATERNÒ._
-
-Una tradizione popolare siciliana attribuiva virtù salutari maravigliose
-a chi fosse riuscito a traversare incolume lo Stretto di Messina: ed il
-berretto da lui usato in quella traversata era buono ad agevolare le
-donne soprapparto.
-
-La tradizione è speciosa; ma ha un grande significato, in quanto
-conferma la vieta credenza nei pericoli del Faro, e nella fortuna di chi
-li superasse. Non dimentichiamo la paura degli antichi pel vortice di
-Cariddi e per lo scoglio di Scilla, onde il motto _Incidit in Scyllam
-cupiens vitare Charybdym_. I Greci localizzarono in quel sito la
-leggenda delle Sirene, le quali addormentavano col canto i naviganti e
-li perdevano.
-
-A passare dunque lo Stretto ci si pensava due volte.
-
-Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano per Barcellona o per
-altri porti della penisola iberica; sotto il borbonico, per Napoli; rari
-quelli per approdi più lontani, salvo che non si fosse marinai di
-mestiere.
-
-Un pacchetto (_packet-boat_), spesso regio, teneva il traffico tra
-l'Isola ed il Continente. Il legno partiva ogni dieci, quindici giorni:
-e la partenza, non meno che l'arrivo, era cosa _albo signanda lapillo_.
-Bisognerebbe leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò che
-rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio nel Mediterraneo[201].
-
-[201] Notevole un'anonima (del Principe di Francofonte) _Anacreontica
- sulla Partenza da Palermo a Napoli_ di S. Eccellenza la Principessa
- di Jaci (s. a.; ma in Palermo, 1767, in fol., 2 cc.).
-
-Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva da corriera tra le
-due capitali, o portava lettere di privati e carte del Governo. Più
-tardi, il regio pacchetto _Tartaro_, comandato dal cap. D. Filippo
-Cianchi, e dipoi dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni, e
-vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva il medesimo
-servizio, condiviso poi dal _Leone_, dall'_Aurora_ e dal brik inglese
-_The Progress_. Il passeggiere aveva un camerino, una cuccetta e vitto,
-e pagava ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo (pari a L.
-113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche meno, fino a tre ducati, o
-un'onza; ma doveva rassegnarsi a diventare una merce, non diciamo da
-stiva, ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.
-
-Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio, il bastimento dava
-il segno della partenza col solito _tiro di leva_[202], colpo di
-cannoncino: e tutti sapevano che un legno lasciava il porto. Una
-canzonetta del tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla sua
-bella nelle serenate estive, così frequenti allora, avea questi versi da
-colascione:
-
-[202] _Pippo Romeo_, _Raccolta di Cicalate_, p. 43. Messina, D'Angelo,
- MDCCCLXXXV.
-
- Ahimè! salpâr' già l'ancora
- I legni alla Marina!
- Già l'ora si avvicina,
- Nice, del mio partir.
- Senti il cannone, ascoltalo,
- Che di partir m'invita;
- Addio, mia cara vita,
- Addio, mio caro ben![203].
-
-[203] _G. Cammineci_, _Brevi cenni storici ecc. delle maschere siciliane
- in Palermo_, pp. 19-20. Pal. 1884.
-
-E noi daremo al legno che parte il buon viaggio: augurio del quale esso
-ha gran bisogno.
-
-I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei, ove le loro
-galeotte, equipaggiate da uomini rotti ad ogni pericolo e delitto e
-armati di coltellacci, jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette,
-fiocine, viveano di catture gavazzando nel sangue dei morti e dei feriti
-e nelle lacrime dei catturati.
-
-Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano, era alla sua volta
-munito di cannoni e di moschettoni carichi sempre a palla, pronti a far
-fuoco al primo appressarsi di galeotte sospette. Il timore era
-incessante in tutta la navigazione; marinai stavan sempre alle vedette,
-quale sul castello di prua, quale sulla carrozza della camera, e quale
-sulla coffa dell'albero maestro: e non sì tosto scoprivano un punto
-nero, una vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter
-d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini, chi col
-suo enorme schioppettone a pietra focaia in braccia, chi con le accette
-in mano ad impedire l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.
-
-I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi, misurando
-le proprie forze con quelle probabili del legno che incontravano, non
-viravan di bordo fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi,
-fulminei; feroci gli assalti: e se una parte soccombeva, l'altra restava
-mal viva.
-
-Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate, e a brevi
-distanze custodite da torri di guardie, le quali di notte
-corrispondevano con _fani_, fuochi e segni di vigilanza alimentati da
-_torrari_. La torre più vicina a Palermo era quella dell'Acqua de'
-Corsari, contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco di
-Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle di Bagheria, avea
-nel mezzo una torre con ponti levatoi a guisa di fortezza per resistere
-alle incursioni[204].
-
-[204] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 161.
-
-Un canto popolare, nato probabilmente tra noi, e certo diffuso in tutta
-Italia, accusa l'imminente arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi
-sul tugurio d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto,
-portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati d'Algeri. Quel
-canto è un grido di guerra:
-
- All'armi, all'armi, la campana sona,
- Li Turchi sunnu junti a la Marina!
-
-E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi, precipitati
-colpi chiama all'armi: e le donne de' minacciati villaggi fuggono
-atterrite: e gli uomini corrono a difendere contro i cani infedeli le
-loro case, i lor figli, i loro santi.
-
-Palermo avea bene i suoi «soldati di marina», che ne custodivano le
-spiagge dal Pellegrino allo Scoglio di Mustazzola ed anche a Bagheria;
-ma che potevano essi fare, questi soldati, impotenti come erano a
-resistere ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi fino al tiro
-della Lanterna del Molo?
-
-I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese della
-galeotta del Principe di Furnari contro i Turchi, eran sempre vivi; ma
-vivi eran del pari quelli delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino,
-trapanese pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno dei
-Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai voti del Parlamento
-del 1778 concesse a ciascuno dei suoi vassalli dell'Isola di armare
-legni contro i pirati[205], non ebbe modo d'impedire che due figli del
-Marchese Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico come
-guardie del corpo, cadessero nei lacci degli astuti Algerini, a poche
-miglia da Majorca.
-
-[205] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 233; v. XXVII, p.
- 164 e 170-71; anni 1778 e 1781.
-
-Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi andavano
-assoggettati erano commoventi. «Spogliati e lasciati in camicia e con un
-bastone sugli occhi», essi venivano trascinati schiavi al bagno; poco e
-muffito pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti i ceppi
-ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan vele dalle galere, se
-le caricavano sulle spalle, le rappezzavano, attendendo a non men bassi
-servizi. E frattanto, quanti loro compagni di sorte non gemevano in
-tormenti!...
-
-Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto essere la principale
-difesa della città, non era nè la principale nè l'ultima. Quando la sera
-del 17 Maggio 1779 giungeva la fregata francese _Attalanta_ e faceva il
-consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo, due lunghe
-ore ci vollero perchè si caricassero i cannoni sugli affusti[206].
-
-[206] _Sonnini_, _Voyage_ cit., t. I, c. IV.
-
-Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse. Alla più lieve
-occasione, alla visita di pirati i marinai, i passeggieri, dissennati
-dalla paura, prendevano il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19
-Aprile del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario del
-Presidente del Regno, emanava una circolare a stampa per dire che «le
-perdite considerevoli dei bastimenti mercantili che cadono in preda dei
-corsari barbareschi» derivano da questo: «che facendo la maggior parte
-de' bastimenti nazionali la lor navigazione nel Mediterraneo radendo
-terra, all'apparire un corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza
-fare la minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento e
-corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari abbandoni,
-nell'atto che privano i proprietarj de' loro bastimenti e delle merci di
-cui sono carichi, aumentano le forze del nemico, che, con il
-considerevole guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta vie
-più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno crescere il
-numero dei corsari». E finiva raccomandando che non potendosi resistere,
-pur salvandosi l'equipaggio, si colasse a fondo o si bruciasse il legno
-che non si potesse altrimenti salvare.
-
-Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio, ad istigazione di
-un lupo di mare come il Maresciallo e Comandante della R. Marina
-Forteguerri, mostra la supina incoscienza dello stato vero delle cose.
-La pirateria era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo
-cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti in Napoli, i
-pirati algerini facevano causa comune coi corsari francesi (1794).
-Qualche legno inglese andava in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in
-viaggio eran minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla mercè
-dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio 1797) una nave
-inglese voleva dar la caccia ad una nave spagnuola; non potendo
-riuscirvi, volge la prua verso un veliero palermitano carico di
-mercanzie e, incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza
-contrasto, imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo del Molo e
-ruba a man salva quanti più legni può, nel porto, proprio dentro il
-porto, «divenuto (dice indignato un ottimo prete d'allora) asilo di
-ladri, ossia, per servirci delle stesse parole [dei cittadini],
-_portella di mare_»[207].
-
-[207] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., n. 501. -- _Villabianca_, _Diario_
- ined., a. 1794, p. 431; a. 1798, pp. 127-28. _Purtedda di mari_,
- ladronaia.
-
-Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini, Tripoletani nelle
-nostre spiagge son presto spiegate, e si comprende perchè i _torrari_
-non rispondano più come una volta al loro ufficio, ed il Senato si
-rassegni in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista
-della polvere nelle torri[208], ed i cannoni vengano inchiodati, e la
-gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga. Così ancora si spiega la
-famosa cattura del Principe di Paternò; la quale per la maniera onde fu
-perpetrata ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della
-pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una breve notizia,
-questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi a scorrere con noi
-questo episodio della nostra vita passata.
-
-[208] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 525.
-
-D. Gian Luigi Moncada, Principe di Paternò, Duca di S. Giovanni, Conte
-di Caltanissetta, di Adernò, di Cammarata ecc. ecc., partiva da Palermo
-per Napoli sopra un veliero greco, la notte del 30 Luglio 1797. Nelle
-vicinanze di Ustica per tradimento del capitano veniva assalito da una
-galeotta turca e condotto con altri cinquanta passeggieri e sedici sue
-persone di seguito a cinque miglia da Tunisi.
-
-Il fatto era grave; ma ancora di più per le complicazioni che doveano
-avvenire dopo.
-
-Giunto a Tunisi, egli credeva di poter comandare come in Sicilia;
-dovette però persuadersi di essere divenuto un semplice schiavo, e che
-la sua altezzosità era vana con coloro ai quali era affidato in
-custodia. Raccoltosi allora in se stesso, cominciò a fare assegnamento
-sulla interposizione del Re, di cui era Cavaliere di S. Gennaro e
-Gentiluomo di Camera con chiavi d'oro, e del cognato Principe del Bosco
-di Belvedere: nè mal si appose. Ferdinando fu sollecito di raccomandarlo
-al Sultano; questi mandò un suo agente come ambasciatore al Reggente di
-Tunisi; ed il cognato si mise in moto per la desiderata liberazione.
-Tutto questo faceva sperare una buona riuscita; ma non bastava senza
-l'argomento potentissimo del denaro. La preda era grossa, ed il
-Reggente, o chi per esso, non se la sarebbe giammai lasciata
-improvvidamente sfuggire di mano. La cattura di un Principe non era
-fortuna di ogni giorno: e di principi di Paternò, ricchi sfondolati e
-strapotenti, non vi era che un solo in Sicilia.
-
-Cominciano le trattative pel riscatto. Il Paternò chiede di affrancare
-sè ed i suoi sedici servitori. Lunghe, difficilissime le pratiche. Il
-predatore impone, condizione _sine qua non_, e dopo quattro mesi e mezzo
-di captività il Principe sottoscrive (14 Dic. 1797): il pagamento di
-300,000 _pezzi duri_ sonanti, pari ad un milione e cinquecentotrenta
-mila lire d'oggi. Il pagamento si sarebbe fatto in tre rate eguali a
-brevi distanze, impegnando il Principe i suoi beni presenti e futuri.
-
-Rimesso in libertà e tornato a Palermo, il Principe a tutto pensò fuori
-che all'obbligazione contratta: ed è naturale. Egli s'era trovato a
-viaggiare pei fatti suoi; andava a prestar servizio al Re; una masnada
-di ladroni avealo proditoriamente assalito e tradotto in catene;
-condannato contro ogni diritto di natura e delle genti a perpetua
-schiavitù, avea soscritta, per liberarsi, un'obbligazione quasi
-superiore alle sue forze presenti: ed ora lo presumevano tanto sciocco
-da buttar via quella somma ingentissima!
-
-Sdegnato della mancata promessa, il Bey fa sollecitare il moroso, e
-minaccia rappresaglie. Il Governo tentenna un poco; poi messo al bivio
-tra i danni conseguenti dall'ira del Bey e quelli del suo fedelissimo
-suddito e benefattore (bisognerebbe leggere la lettera scritta dal Re al
-Principe captivo per comprendere il significato di questa parola),
-anteponendo alla giustizia la ragion di Stato ed il quieto vivere con la
-Reggenza, ne prende le parti e fa citare in tribunale il Principe
-amico....
-
-Era seria questa citazione? Al collegio degli avvocati del Principe,
-eterno litigante, non parve. Un'obbligazione strappata col coltello alla
-gola non potea, dicevano essi, avere effetto legale; nessun tribunale
-dover costringere a un patto imposto da una causa ingiusta, per
-illegittimità di preda; mostruoso il solo pensare a legalità in un atto
-di così sfrontata pirateria.
-
-Ma Principe ed avvocati facevano i conti senza l'oste: e l'oste, cioè il
-Reggente, faceva intendere al Governo di Napoli che se esso non gli
-rendeva giustizia, la giustizia se la sarebbe fatta da sè. Laonde il
-Governo, tutto sossopra per la paura, con una di quelle risoluzioni che
-non paiono assolutamente credibili ai dì nostri, commetteva all'Avvocato
-fiscale del R. Patrimonio di perorare le ragioni del Reggente contro il
-Principe. Speciose codeste ragioni in bocca al Sovrano: «Attesochè si
-tratta di articolo che interessa non che il privato, ma il pubblico
-diritto, l'armonia fra le potenze, la fede delle convenzioni e che per
-le dichiarazioni fatte dal Bey potrebbero seguirne le più dannose
-conseguenze per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse
-amministrata la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha comandato
-e vuole che l'Avvocato fiscale del Patrimonio assista alla difesa di
-questa causa e per la pubblica sicurezza che vi è interessata proponga
-avanti il Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze che
-fossero opportune per la soddisfazione della comunicata polizza
-debitoria».
-
-E l'Avvocato fiscale, ossequente e sollecito, assume per tesi della sua
-requisitoria un bel passo di Cicerone, che suona così: _Si quid singuli
-temporibus adducti, hosti promiserint, est in ipso fides servanda_[209].
-
-[209] _Cicer._, _De Officiis_, lib. I, c. 13.
-
-La difesa del Reggente trionfa: il Principe è condannato «a soddisfare
-il debito contenuto nella polizza di cui trattasi»; e la sentenza vien
-fatta di pubblica ragione[210].
-
-[210] Ecco il titolo di questo documento, che dobbiamo alla gentilezza
- del cav. Vito Beltrani: _Memoria presentata al Magistrato del
- Commercio dall'Avv. fisc. del R. Patrimonio March. Di Blasi in
- sostegno delle istanze del Bey di Tunisi contro il Principe di
- Paternò_. In Palermo, 1800, nella R. Stamperia. In 4º, pp. 20.
-
-A tanta enormità di giudizio il Principe di Paternò comincia a pensare
-sul serio ai fatti suoi; ma il Re non gliene dà il tempo, e direttamente
-gl'intima che depositi nella Tavola (Banco pubblico) di Palermo la somma
-che è stato condannato a pagare al Bey; e si affretta a darne
-comunicazione al Senato della città[211]: ed il Principe, per pagare il
-riscatto e le spese del processo, è costretto a fare dei prestiti dando
-in ipoteca tutti i suoi feudi[212].
-
-[211] _Provviste del Senato_, a. 1800-1, p. 307.
-
-[212] Il fatto scandaloso fu estesamente narrato dal Villabianca
- (_Diario_ inedito, a. 1797, pp. 261 e segg.), a cui attinse Em.
- Pelaez pel suo opuscolo intitolato: _Un episodio di storia
- siciliana_ (_Archivio stor. sic._, nuova serie, a. XII, pp. 133-50.
- Pal. 1887). Ne fece, tra gli altri, cenno A. Sansone, _Storia del
- R. Istituto nautico_ (p. 5. Pal. 1891). Nella Biblioteca privata
- del Principe di Trabia esiste la copia delle lettere di Ferdinando
- III al Paternò in cattura, al Sultano, e forse della Regina
- Carolina alla sua Dama di Corte Principessa di Paternò, allora in
- Napoli, e, se mal non ricordiamo, incinta.
-
- L'argomento, per la sua importanza nella storia del diritto
- internazionale, si presta ancora a nuove considerazioni, se non
- alla scoperta di nuove particolarità.
-
-Cose turche!...
-
-Chiusa la digressione, torniamo ai disgraziati che capitavano nelle
-zanne dei corsari.
-
-L'Ordine religioso dei Mercedarî avea per istituto la redenzione degli
-schiavi. Quest'Ordine avea in Palermo un convento al Capo, nel quartiere
-di Siralcadi, ben diverso dall'altro, e maggiore, dei Mercedarî scalzi
-ai Cartari, la cui Chiesa, maravigliosamente solida per costruzione,
-veniva anni fa, per inconsulta deliberazione del consesso civico,
-demolita. Cooperavano al medesimo fine pietoso e con espedienti poco
-diversi, uomini per censo, dottrina e pietà insigni. Tutte le somme che
-costoro accattando riuscivano a mettere insieme, spendevano per
-restituire alla patria, alla famiglia ed al culto della Religione
-cristiana quanti fosse loro concesso di riscattare.
-
-Una sera del 1787 (12 Apr.) Goethe stando a chiacchierare nella bottega
-di quel tale merciaiuolo che già conosciamo[213], vide passare a destra
-ed a sinistra del Cassaro due staffieri vestiti con molta eleganza, i
-quali portavano entrambi preziosi vassoi con monete di rame e d'argento.
-Nel centro del Cassaro, in mezzo ad essi, non curante della mota che gli
-sporcava le elegantissime calzature, il Principe di Palagonia, «serio,
-senza darsi pensiero di tutti gli sguardi rivolti sopra di lui....
-percorreva la città facendo la colletta per il riscatto degli
-schiavi...». Goethe corre subito col pensiero ai tesori profusi nella
-villa di Bagheria; ed il merciaiuolo osserva che questa pietà del
-Principe «vale a mantenere sempre viva la memoria di quegl'infelici.
-Onde sovente, coloro i quali ebbero a provare nella loro vita sventure
-consimili, legano morendo somme ragguardevoli per il riscatto. Il
-Principe di Palagonia, conchiude il venditore, è da molti anni
-Presidente della pia opera che mira a quello scopo, ed ha fatto molto
-bene»[214].
-
-[213] Vedi il Cap. III, {p. 55}.
-
-[214] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 12 Aprile 1787.
-
-Sedici anni prima, nell'Agosto del 1771, si erano con siffatto mezzo
-riscattati ottantun cristiani dell'Isola, e l'Ordine dei Mercedarî avea
-speso la ragguardevole somma di tredici mila onze.
-
-Allora fu oggetto di private discussioni se non sarebbe stato meglio
-impiegare tanto danaro in armamenti marittimi buoni a fare rispettare il
-paese, ed a tenere a freno i barbareschi; ma si posò senz'altro il
-quesito se fosse più civile premunirsi da future insidie che riscattare
-gli sventurati i quali gemevano sotto il bastone degli inumani
-predatori: e la pietà pei captivi del momento prevalse su quella per le
-catture avvenire[215].
-
-[215] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 296-99.
-
-Il dolore attuale, dice Epicuro, determina la volontà.
-
-In cosiffatte delizie, il viaggiatore tribolava da due a quattro giorni
-per la traversata da Napoli a Palermo, che oggi lamentiamo di dover
-compiere in sole dieci, undici ore[216]. E non mettiamo in conto il
-fatto ordinario della bonaccia, che immobilizzava il legno, lo scirocco
-contrario alla rotta per Palermo, e i temporali, ai quali si scampava
-come per miracolo.
-
-[216] Goethe nel 1787 sopra una corvetta v'impiegava quattro giorni;
- altrettanti Ferdinando III e Carolina nel 1798; Rezzonico nel 1793
- sul _Tartaro_, cinque; dodici Kephalides da Civitavecchia; Creuzé
- de Lesser nel 1801, sul _S. Antonio_, era costretto ad approdare a
- Milazzo, donde sopra muli s'avviava a Palermo.
-
-Ma finalmente il legno giungeva in porto; e allora nuove tribolazioni
-attendevano l'arrivato: la contumacia. E come sottrarvisi se regnavano
-ora le febbri petecchiali in Napoli; ora le febbri maligne in
-Civitavecchia, ora il vajuolo nero in Livorno; e qua e là il sospetto di
-pestilenza?!
-
-La contumacia si scontava al Lazzaretto pel viaggiatore: sulla nave per
-l'equipaggio, ed anche per esso e pel viaggiatore. Come si passassero i
-sette, i quattordici giorni di attesa all'Acquasanta, dove è adesso la
-Regìa de' Tabacchi, segregati, quasi carcerati in una nuda cameretta,
-immagini chi può; mentre il legno, non ammesso a libera pratica,
-ancorato in rada e sotto vigilanza facile ad eludersi, caricava in
-quarantena e ripartiva pel Continente.
-
-E quando i lunghi giorni della espiazione della pena contumaciale eran
-trascorsi, allora quante formalità a compiere per la libera pratica!
-
-
-
-
- _Capitolo X._
-
-
- _COME SI VIAGGIAVA PER TERRA._
-
-Se questo era il viaggio per mare, immaginiamo quale fosse quello per
-terra.
-
-Un antico detto siciliano raccomandava ai viandanti la recita di una
-certa preghiera al loro santo protettore:
-
- Si vô' junciri sanu,
- Nun ti scurdari lu _patrinnostru_ a Sanciulianu.
-
-S. Giulianu l'Ospitaliero custodiva i viaggiatori: ed il paternostro,
-comune anche fuori Sicilia, ha questa strofe:
-
- Sanciulianu, 'ntra l'äuti munti,
- Guarda li passi, e pöi li cunti:
- Tu chi guardasti l'acqua e la via,
- Guardami a mia e a la mè cumpagnia[217].
-
-[217] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. IV, pp. 308-9; e _Il Paternostro di S.
- Giuliano_. Palermo, 1902.
-
-Virtù preservatrici avea pure il _Postiglione_, ossia l'Epistolario di
-S. Francesco di Paola, del quale correvano varie stampe palermitane,
-tanto più ricercate quanto più antiche[218], e che si portava addosso e
-particolarmente in seno.
-
-[218] Eccone una delle due che ne possediamo: _Il Postiglione, che porta
- alla notizia de' desiderosi del Cielo l'avvisi inviati dal Glorioso
- Patriarca S. Francesco di Paola a' suoi Corrispondenti. Sesta
- Impressione_. In Palermo MDCCLXC (_sic_). Per Salvatore Sanfilippo.
- Con approvazione. In 12º picc., pp. 229.
-
-Tanta preoccupazione spiega perchè prima di avventurarsi ad un viaggio,
-chi avea un po' di roba al sole pensasse talora a far testamento, e
-sovente a confessarsi e comunicarsi[219].
-
-[219] L. _Perroni-Grande_, _Per la storia di Messina, e non per essa
- soltanto_, p. 4. Messina, 1903.
-
-Guardando ai mezzi moderni di locomozione, noi non potremo formarci
-un'idea di quel che fosse in passato un viaggio per terra. Il venire a
-Palermo da Trapani, p. e., da Girgenti, da Messina, e viceversa, era tal
-cosa da mettere in pensiero: e la frase: _jiri d'un vallu a 'n' àutru_
-per significare: recarsi da un luogo all'altro molto lontano, è lì ad
-attestare quel che ci volesse per giungere ad un posto, specialmente
-dovendosi muovere dall'interno dell'Isola. «Il Re stesso» scriveva nei
-primi dell'ottocento un tedesco, «se vuole andare in carrozza, non può
-farlo oltre Monreale e Termini», le sole vie carrozzabili d'allora, o
-almeno le sole buone a tragittarsi. Le altre eran sentieri (_trazzeri_),
-dove s'affondava nel fango a mezza gamba d'inverno, si soffocava tra
-fitti nembi di polvere, di estate.
-
-Giungendo alla sponda d'un fiume, bisognava attendere che si abbassasse,
-se ingrossato a cagion di piogge torrenziali, per guadarlo, con che
-pericolo, lasciamo considerare[220]. Non rari quindi gli annegamenti.
-V'era poi un altro guaio: la mancanza di sicurezza in certe contrade e
-in certi tempi.
-
-[220] Basterà leggere le pp. 80-82 del _Viaggio_ del _Rezzonico_, t. II.
-
-Dei viaggiatori alcuni esagerarono questo pericolo; altri recisamente lo
-negarono. Due esempi in questo ci soccorrono. Dotti venuti da Vienna e
-fermatisi quasi nel medesimo tempo in Palermo, affermarono cose dei
-tutto contrarie tra loro. A sentire il primo, il cav. De Mayer: «In
-Sicilia si viaggia con sufficiente sicurezza ed a torto s'è perpetuata
-la tradizione dell'esistenza di briganti che desolano il paese»; se
-diamo retta al secondo, il Dr. Hager: «Il paese è tuttavia un soggiorno
-continuo di masnadieri che girano per le contrade deserte e abbandonate,
-assalendo viandanti solitarî ed uccidendoli senza pietà dopo averli
-svaligiati»[221].
-
-[221] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XVII, p. 178. -- _Hager_,
- _Gemälde_, p. 212.
-
-Chi dei due ha ragione?
-
-Tra il 1801 ed il 1802 due altri stranieri percorrevano, tenendo quasi
-il medesimo itinerario, la Sicilia: Creuzé de Lesser francese e Johann
-Seume tedesco. L'uno scrive cose _de populo barbaro_ del brigantaggio,
-l'altro si loda della sicurezza; anzi costui narra l'inatteso incontro
-con un noto perseguitato dalla Giustizia, il quale, trovando lui (Seume)
-sfornito di mangiare (giacchè il Seume, infastidito della mula, andava a
-piedi), lo avrebbe generosamente provvisto[222].
-
-[222] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile fait en MDCCCI
- et MDCCCII_, p. 94. A Paris, Didot l'aîné, MDCCCVI. -- _Seume_,
- _Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802_, p. 178. Leipzig, Reclam.
-
-Giammai furono contraddizioni più aperte!
-
-Necessario, ad ogni buon fine, che il viaggiatore provvedesse alla
-propria sicurezza: al che riusciva prezioso l'accompagnamento dei
-_campieri_, dei quali si chiedeva, come oggi si fa dei carabinieri, il
-numero occorrente. «I Siciliani», scriveva il Barone di Riedesel in
-Girgenti, «non farebbero sei miglia di cammino senza averne uno
-almeno.... Il costume e l'abitudine che hanno di viaggiare, li rende
-così timidi, che fa loro riguardare come indispensabile siffatta
-scorta»[223].
-
-[223] [_J. H. Von Riedesel_], _Reise durch Sicilien und
- Gross-Griechenland_, I. Zürich. 1771.
-
-Ma il Riedesel, potrebbe osservarsi, è già un po' antico, e le sue
-notizie sono stantie: nientemeno del 1771! E va bene: sentiamo allora un
-altro viaggiatore più recente.
-
-Purtroppo, le cose non mutano d'una linea.
-
-L'autore italiano delle _Lettres sur la Sicile_ osservava che «andando
-per l'Isola i signori son circondati dai loro vassalli, armati da capo a
-piedi e con buone cavalcature. I borghesi hanno sempre qualcuno che li
-segue a piedi, e portano a cavallo il fucile di traverso. I forestieri
-son provvisti di cavalieri assoldati dal Governo»[224].
-
-[224] _Lettres sur la Sicile_ ecc. pp. 132-35.
-
-I campieri, che diremo governativi, andavan divisi in tre compagnie in
-ragione dei tre valli.
-
-Nel 1770 si facevano ammontare a 120; nel 1791, a 200 circa[225]. Si
-dice che fossero dei ladri matricolati, i quali però si facevan
-mallevadori delle persone che prendevan sotto la loro custodia. Si dice
-che fossero schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servivasi per
-tenere a freno coloro che avessero la intenzione di disturbare i
-viandanti. Si dice.... si dicon tante cose, che codesti campieri, a
-traverso le lenti paurose dei viaggiatori d'oltralpe, son divenuti tanti
-orchi maravigliosamente terribili. La verità poi è questa: che, traendo
-o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano quella che si dice
-sicurezza pubblica, e consegnavano incolume al posto, a cui
-s'indirizzava, il passeggiero senza che gli fosse torto un capello,
-anzi, senza che nessuno osasse guardarlo in faccia. Avevano bensì certe
-loro teorie intorno a quello che si chiama punto d'onore, ma
-rispettavano e si facevan rispettare.
-
-[225] _Brydone_, _op. cit._, lett. IV. -- _De M[ayer]_, _op. cit._, lett.
- XIII, p. 139.
-
-I signori ne tenevano anche per proprio conto e servizio personale, nè
-più nè meno di quel che facciano ai dì nostri, nei quali i campieri
-vestono divisa con distintivi speciali e con l'arme della casa a cui
-appartengono.
-
-Limitato il genere dei veicoli: la lettiga e la mula. Il cavallo di S.
-Francesco, sovente preferito da chi non sapesse rassegnarsi ad una
-disagiata cavalcatura. Per certi posti era possibile il carretto, ed
-anche qualche carrozza o biroccio.
-
-La lettiga era padronale e da nolo: l'una, come vedremo per la
-portantina, finemente dipinta, miniata, ornata all'esterno, rivestita
-all'interno di velluto, di raso, di broccato; l'altra, quale poteva
-fornirla un Mariano Campanella qualunque, che viveva di
-quell'industria[226]. Ma, bella o brutta, era sempre lettiga: e le due
-persone vi sedevan dentro _vis-à-vis_ (donde il nome che sovente
-pigliava la lettiga), sospese in alto, sorrette da due lunghi timoni
-appoggiati alle due mule, l'una avanti, l'altra dietro, che col tardo
-andare imprimevano ai timoni medesimi, per la loro elasticità, un
-movimento di saliscendi che faceva dar di stomaco. Paolo Balsamo,
-recandosi in questa maniera da Palermo alla Contea di Modica,
-s'indispettiva pensando che a questo mondo vi fossero persone le quali
-tenessero la lettiga «un migliore eccitante per il ventricolo che quello
-della carrozza»[227]. Ombre venerate dei medici d'allora, il Cielo non
-vi ascriva a peccato l'errore onde macchiaste la vostra coscienza di
-sacerdoti d'Esculapio! Il vostro errore trova appena riscontro in quello
-dei medici di sessant'anni fa, quando a centinaia dei nostri borghesi ed
-impiegati, tutti affetti da ostruzione di fegato, consigliavasi di fare
-un po' di equitazione; sì che ogni mattina, di primavera o di autunno,
-frotte di uomini di età avanzata su pazienti asinelli della Pantelleria
-si vedevano a trottare verso le falde del Monte Pellegrino, o verso la
-Rocca di Monreale, o verso Boccadifalco: spettacoli non sai se più
-comici o pietosi!
-
-[226] Leggesi nel _Giornale di Commercio_ del 1794, n. 4: «Mercordì 30
- corrente (Aprile) parte per Sciacca una lettica vuota, e si
- ricercano passeggieri. È allogata nel Fondaco di Mastro Antonio a
- Lattarini».
-
- N. 8 «Mercoledì o Giovedì (28 o 29 Maggio) partono per Troina due
- lettiche di Mariano Campanella vuote».
-
-[227] _P. Balsamo_, _Giornale del viaggio fatto in Sicilia, e
- particolarmente nella Contea di Modica_, p. 28. Palermo 1809.
-
-La lettiga aveva due uomini di accompagnamento: uno a lato dei
-viaggiatori, inteso a guidare ed aizzare gli animali; uno a cavallo,
-dietro la lettiga. Viottole ripide e scoscese per creste di monti, fiumi
-gonfi per recenti piogge, greti infocati dal sole, mettevano paura ai
-viandanti più arditi; ma la pratica degli animali e quella vigile ed
-esperta dei guidatori scansavan pericoli e danni. «Io mi meravigliava»,
-scriveva il Rezzonico a proposito della sua gita da Palermo a Segesta,
-«come potessero i muli ora inerpicarsi all'erta di que' dirupi sassosi,
-ora passare fil filo d'uno in altro solco sulla margine d'un viottolo
-che qual tenue cornice scorreva intorno all'inclinato piano d'un colle;
-e più volte per l'orrore dell'imminente pericolo rivolgeva gli occhi
-altrove, e morivano gli sguardi miei contro la schiena ardua del monte,
-che quasi quasi poteva toccare distendendo la mano. Altre volte scendeva
-in una cupa ed oscura voragine anzichè strada, e la lettica sugli omeri
-de' muli rimbalzando per la scossa mi faceva temer vicina una gravissima
-caduta. Ma veggendo che mai non ismucciava il piede a' solerti animali,
-e più di loro fidandomi ormai, che de' condottieri vociferanti con
-noioso metro, mi lasciava trasportare nella mobile carcere per que'
-luoghi e sentieri sol culti dalle bestie, e valicava intrepido valli e
-monti».
-
-E ricordandosi pure di altra gita da Aci a Giarre sotto un violento
-acquazzone, nel suo abituale stile ricercato raccontava:
-
-«Cessata alquanto l'acqua, da cui mi fu preciso l'entrare in Jaci,
-ripresi il cammino e fui per pentirmene amaramente; imperocchè sorvenne
-la pioggia più di prima abbondante e dirotta; gonfiaronsi i torrentelli
-e fiumiciattoli che scendono dai vicini monti, e l'acqua inoltre
-raccogliendosi in varj canali, strariparono siffattamente che la valle,
-per cui vi andammo, divenne una terribile e larghissima fiumana. Il
-suolo tutto sassoso e declive rompeva l'acque, e feale rimbombare con
-grande strepito, e i muli attoniti a tal vista e impauriti da sì grande
-frastuono e flagellati sul dorso da' violenti scrosci, non volevano più
-gire oltre. Il mulattiere a piedi non poteva punzecchiarli, giacchè
-doveva per forza allontanarsi dalla lettica, e cercare saltellando di
-sasso in sasso un luogo per porre i piedi; cosicchè, privo omai di
-consiglio, l'istesso caporedine non sapeva come superare sì vasto
-pelago, e più volte io temei che smucciassero i piedi a' travagliati
-muli, e saltasser nel fiume. Da ogni banda accorrevano intanto nuovi
-flutti, e traevano seco de' grossi ciottoloni, che minacciavano di
-frangere la lettiga e di rompere gli stinchi dei miseri animali, che
-colle orecchie abbassate l'iniqua lor mente e l'estrema fatica
-appalesavan, rimprocciando tacitamente la temerità di loro guide
-coll'arrestarsi ad ogni due passi»[228].
-
-[228] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 120; II, 68-70.
-
-Per buona ventura le cose non andavano sempre così, anzi ci andavan di
-rado: e solo chi cercavali, certi guai, li trovava.
-
-Nelle condizioni ordinarie, i mulattieri, camminando a passo, fornivano
-quattro miglia l'ora e, tenuto conto della natura delle strade, che, in
-generale, erano una serie di rovine, di precipizî e di sentieri pieni di
-sassi, compivano viaggi straordinari.
-
-Dai seguenti particolari il lettore può formarsi un'idea delle distanze
-e del tempo necessario a percorrerle. Li desumiamo da un viaggio
-affrettatamente fatto da Vaughan per andare a raggiungere il pacchetto
-da Messina a Catania, in un sereno mese di Ottobre, e poi nel centro
-della campagna di Girgenti. Da Messina a Fiumedinisi, partendo martedì
-sera su tre muli, si facevano 18 miglia in quattr'ore e mezzo; da
-Fiumedinisi a Caltagirone, dalle due di mattina del mercoledì alle sei
-di sera, 42 miglia; da Caltagirone, dalle tre del mattino del giovedì
-alle sei di sera, a Catania, 40 miglia; e poi a S. Maria, 12 miglia,
-partendo alle dieci; dopo un riposo di due ore, a Licata, 30 miglia
-senza fermate io non so quante altre ore. Cosicchè i muli della lettiga
-compirono un viaggio di quella fatta dalle tre del martedì mattina alle
-otto del venerdì[229].
-
-[229] _A view of the Present state of Sicily_, pp. 23-24, nota. London,
- Gale a. Curtis, 1811.
-
-I muli portavano attaccati dei fili di campanelli alle testiere e in
-giro sopra i selloni. Questo suono continuo, cadenzato, confuso con le
-voci monotone e le cantilene dei mulattieri accresceva il supplizio del
-viaggio[230]. Vogliamo sentirne una di siffatte cantilene? Ce la dice il
-Rezzonico, che la udì nelle sue escursioni per l'Isola: _Au! cani, cani,
-Spaccafurnu, cani!_ (_Spaccafurnu_ era una delle mule della sua lettiga
-comprate a Spaccaforno), e si compiaceva di avere scoperto che queste
-maniere d'incitare le mule lettighiere si chiudevano sempre in versi
-endecasillabi[231].
-
-[230] Ecco uno di tre indovinelli popolari sopra la lettiga, composti
- forse nel Modicano, e senza forse provenienti di qui. Parla la
- lettiga:
-
- Cu lu _chi-ti-chi-tì_ vaju 'n Palermu,
- Cu lu _chi-ti-chi-tì_ vaju a Missina,
- Cu lu _chi-ti-chi-tì_ la portu china.
-
- (_Pitrè_, _Indovinelli siciliani_, n. 387. Palermo, 1897).
-
-[231] _Rezzonico_, v. I, p. 116.
-
-Dove va a ficcarsi la prosodia!
-
-Solo di tanto in tanto, a prestabilite distanze di sei, otto miglia, il
-soffrire veniva interrotto dalle così dette _catene_, presso le quali la
-comitiva fermavasi; ma anch'esse erano nuove molestie agli stanchi
-molestati. La via, il sentiero trovavasi sbarrato da una catena di
-ferro, tesa di traverso per impedire il passaggio dei veicoli e degli
-animali da tiro, ai quali era fatto obbligo del pagamento d'un diritto
-di barriera. Moltissimi comuni aveano facoltà di metterne: e non pochi
-dei nostri coetanei ricorderanno i fastidî che s'incontravano nel
-passaggio di Villabate, presso il fondaco della Milicia, presso Trabia
-prima di giungere a Termini, e al ponte di Boarra, poco oltre Monreale.
-Non si pagava molto in vero: due _grana_ (cent. 4) per un animale da
-sella o da basto; uno per un asino; quattro per un carretto; sei per una
-lettiga con passeggieri, quattro se vuota[232]; speserelle che gravavano
-sulla spesa maggiore concordata col lettighiere, il quale doveva perciò
-pagarla di suo, ma, al contrario, molte volte, fingendo di mancare di
-moneta spicciola, non pagava, chiedendola per la urgenza al suo
-passeggiere, che, pur sicuro di non più riaverla, si affrettava a metter
-fuori, impaziente di giungere dov'era indirizzato.
-
-[232] Aggiungi: qualunque trasporto a due ruote e ad un cavallo, 4 grani;
- a due cavalli, 6; biroccio a quattro ruote, 8; carretto carico di
- pietra, 30!
-
- Vedi ordinanza della Deputazione delle Gabelle in Palermo, in data
- del Febbraio 1791.
-
-E meno male che un decreto del Caracciolo avea fatto cessare il grave
-abuso di certi birboni di riscuotere dai viandanti in alcune strade del
-Regno una specie di taglia sotto il pretesto di sicurezza di esse!
-Altrimenti, chi sa dove si sarebbe arrivati! Quel provvido decreto
-assimilò per la pena l'abuso al furto di passo, cioè di campagna[233].
-
-[233] Decreto del Caracciolo, in _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v.
- XXVIII, p. 206.
-
-Oltre la lettiga c'era, come abbiam detto, il cavallo ed il mulo, forse
-più comodo per chi sapesse adattarvisi, o fosse armato di giobbica
-pazienza. Voleva andarsi da Palermo a Messina? Potevasi aver guide e
-muli a propria disposizione per 10 onze e 15 tarì, tutto compreso: mulo,
-guida, vitto. Voleva percorrersi la Sicilia, a tutto suo piacere? Pagare
-14 tarì il giorno per una guida ed un cavallo; ma se non si pensava in
-tempo a provvedersi da mangiare a spese proprie, c'era da rimanere a
-stomaco vuoto[234].
-
-[234] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XIX, pp. 211-12.
-
-
-
-
- _Capitolo XI._
-
-
- _LOCANDE ED OSTERIE, CORRERIA O POSTA._
-
-Quando nel 1793 il Conte Rezzonico metteva piede in Sicilia, egli non vi
-trovava nè alberghi, nè locande; ma solo fondachi, secondo lui,
-«caverne, anzichè ricetti d'uomini e per lo più senza letti e senza
-mobili». Man mano che il nobile lombardo s'inoltrava per l'Isola,
-confermavasi in questo sconfortante giudizio. Obbligato da piogge
-violente a pernottare in Fiumedinisi, fermata ordinaria allora in Val
-Demone, egli faceva esperimento della miseria e dello squallore di quei
-luoghi. «Un casolare che tutto tentenna passeggiandone i palchi, e le
-cui camere non si distinguono dalla stalla per la negrezza delle pareti
-e per li frequenti screpoli, senza vetrate, senza mobili (dove andava
-questo signore a cercare i mobili!) fuorchè alcune sedie sgominate ed un
-lercio tavolino di piedi ineguali e zoppi, si fu l'albergo che m'accolse
-e che io trovai delizioso per sottrarmi all'inclemenza di Giove
-pluvio»[235].
-
-[235] Vol. I, pp. 80, 114, 155.
-
-V'era anche di peggio. Sovente si era costretti ad acconciarsi in
-casolari, stamberghe e mal connessi granai, privi del necessario al
-bisogno della giornata. Non solamente la carne, i polli, le uova, ma
-talvolta anche il pane difettava; e quando l'acqua non era buona, si
-dovea preferire certo vino tutt'altro che potabile.
-
-Provvido perciò il consiglio dei due primi articoli del decalogo
-popolare:
-
- Primu: amari a Ddiu sopra ogni cosa;
- Secunnu: 'un caminari senza spisa.
-
-Più provvido però quello di fornirsi di commendatizie per autorità
-civili e religiose: e questo consiglio era così accortamente seguito che
-un vecchio vescovo, indirizzandosi ai vescovi novelli, in ragione dei
-tempi ammoniva: se vi son prelati che credono potersi esimere dal dovere
-di ospitare viandanti là dove sono alberghi e comunità religiose,
-sappiano che la loro casa dev'essere aperta ai poveri ed ai
-pellegrini[236].
-
-[236] _Avvisi pratici ai vescovi eletti_ ecc., cap. III, p. 84.
-
-Una lettera di presentazione pel superiore di un ordine religioso era
-una provvidenza; ordine preferito, quello dei Cappuccini; i quali, a dir
-la verità, per rendere men disagevole il viaggio, si moltiplicavano,
-anche applicando un galateo molto sommario, del quale essi, umili
-fraticelli per quanto dotti teologi e canonisti non misuravano le
-conseguenze igieniche. Riedesel, Erydone, Delaporte, Houel, de
-Saint-Non, Münter, de Mayer, Stolberg, Hager, tutti più o meno vi
-ricorsero.
-
-Ma anche nelle case religiose, quanti disagi prima di essere ricevuti!
-
-«A Terranova, il posto più vicino a Malta (racconta quest'ultimo),
-dovemmo stare dai Francescani; a Taormina, dove è il più splendido
-teatro antico ed uno dei più bei panorami, ai Cappuccini. Quivi fui
-messo insieme con un ricco americano lasciandosi il nostro discreto
-seguito a bussare per oltre mezz'ora senza aprirglisi; tanto che dovette
-andare da un calzolaio, nella seconda ordinaria locanda di quella città,
-dove pure la bella Principessa di Belmonte, figlia del Marchese Verac,
-poco tempo innanzi avea passata la notte, non osando recarsi, per
-ragione della clausura, al Convento. Così dovette pure rassegnarsi a
-fare Mylord Wicombe, figlio di Lord Landsdowne, col quale un anno prima
-(1796) io era stato a Segesta, desinando ora in una cucina, ed ora in
-una stalla»[237].
-
-[237] _Hager_, _Gemälde_, p. 130.
-
-Del difetto di locande facevano ripetuti lamenti i viaggiatori, senza
-che nessuno sapesse o volesse darsene conto. «Il paese non ha locande!»
-dicevasi; e non si considerava che la Sicilia non sempre nè per molti
-era centro d'affari, e che per venirci occorreva una gran forza
-d'abnegazione, una ferma volontà e quattrini da spendere.
-
-Pochi quindi ci venivano, e non tali che ad una industria sicuramente
-lucrosa incoraggiassero i paesani, pei quali, peraltro, in ragione della
-indole e delle abitudini, il tornaconto della impresa industriale,
-manifatturiera, commerciale che si tenti, dev'esser certo, largo ed
-immediato.
-
-Solo un accorto tedesco, nel secolo XIX, capì la cosa e con molto senso
-pratico osservò: «Quello che gli Inglesi chiamano _comforts_, si
-cercherebbe invano in Sicilia.... È invece da maravigliare che non si
-stia peggio. Se non vi sono alberghi, gli è che non vi sono viaggiatori:
-e chi viaggia non cerca albergo, e va a casa sua o a casa d'amici. Il
-popolo basso non viaggia punto.... Come possono le osterie esser bene
-assestate, se esse vengono visitate di rado da viaggiatori, almeno da
-Siciliani? Quando un Siciliano di conto si mette in viaggio, porta con
-sè quasi tutto l'occorrente; un corriere lo precede per mettere in
-assetto il quartiere da notte nel vuoto palazzo d'un ricco amico; il
-signore viene trasportato, in lettiga chiusa, da agili muli a grandi
-giornate, e trova tutti pronti al suo arrivo. Le persone del ceto medio
-hanno come da noi [tedeschi] raccomandazioni presso i loro conoscenti
-nei paesi vicini; la classe infima non viaggia quasi punto, o dorme di
-convento in convento. Aggiungi un'altra circostanza: i paesi importanti
-sono nelle coste, dove si può andare in barca, e dove i disagi son
-sempre minori di quelli per terra. Nel nostro lungo viaggio a traverso
-l'Isola, il quale da Palermo a Messina non è stato meno di 150 miglia e
-mezzo tedesche, noi abbiamo potuto incontrare forse tre o quattro
-lettighe, solo con alti dignitarî ecclesiastici in giro per le loro
-diocesi»[238].
-
-[238] _Wanderungen_, p. 338.
-
-E questo, nientemeno, nel 1822, dopo trenta anni che il Rezzonico avea
-scritto: «Manca in una sì chiara città una buona locanda, perchè mancano
-i forestieri: e così per tutta la Sicilia fino a Siracusa»[239].
-
-[239] Vol. I, pag. 3.
-
-In Palermo però, anche ab antico, le cose andavano diversamente[240].
-Paesani e forestieri che potessero spendere, vi trovavano un albergo
-superiore ad altri (così almeno dice Hager) del Continente, e nel quale
-si poteva stare con una certa comodità: era quello di una signora
-provenzale, presso Porta Felice, dirimpetto alla Casa dei Teatini, ora
-Archivio di Stato. Quivi per mezzo secolo, dalla metà del settecento,
-presero alloggio non solo i principali benestanti dell'Isola che non
-avessero parenti od amici dove albergare in Palermo, ma anche gli
-stranieri più illustri. Conosciuto per un breve ricordo del
-Villabianca[241], esso accolse, tra gli altri, Brydone nel 1770, Sonnini
-nel 1777, de Saint-Non nel 1782. Ora una lapide murata sul portone,
-ricorda che
-
- GIOVANNI VOLFANGO GOETHE
- DURANTE IL SUO SOGGIORNO A PALERMO
- NEL 1787
- DIMORÒ IN QUESTA CASA
- ALLORA PUBBLICO ALBERGO.
-
-[240] Esempio: in una pergamena del Tabulario del soppresso ospedale di
- S. Bartolomeo in Palermo, in data del 7 Aprile 1417, Xª indizione,
- parlandosi della vendita d'un grande albergo, in contrada S. Biagio
- (Palermo), e descrivendosene i varî corpi, lo si specifica: _cum
- cortilibus, cammaris et aliis domibus cohopertis et discopertis_
- (terrazze). _A. Flandina_, _La sala delle dame in Palermo_, p. 5.
- Palermo, 1799.
-
-[241] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 70-71, scriveva:
- «Madama di Montagna. Locanda nobile nel Cassaro morto del braccio
- Kalsa. Viene conosciuta sotto il nome di locanda di Madama di
- Montagna, ch'è appunto la degna dama che la mantiene. Questa è
- l'unica locanda che ha somiglianza con le locande di fuori regno, e
- in conseguenza vi prendono stanza tutti i forestieri e gran
- signori, che vengono in Palermo per diletto di viaggiare».
-
-Piccanti le osservazioni del Brydone intorno a questa locandiera, Madama
-de Montaigne, al cui ritratto l'arguto giovane inglese consacrava alcune
-pagine. «Non essendovi se non un solo albergo in Palermo, noi [Brydone
-ed un suo amico, compagno di viaggio] dovemmo accettare le condizioni
-che ci vennero fatte: cinque ducati al giorno. Siamo alloggiati poco
-comodamente; ma è questo il primo albergo che abbiamo in vista in
-Sicilia, e, difatti, può dirsi l'unico in tutta l'Isola.
-
-«Lo tiene una francese chiacchierona e fastidiosa, la quale io temo ci
-debba dare molto fastidio; non c'è verso di tenerla fuori le nostre
-camere, e non viene mai senza raccontarci che il principe tale e il duca
-tal altro furono sommamente lieti di stare da lei. Ci è facile capire
-che tutti quanti dovessero essere cotti di lei; la quale perciò pare si
-abbia a male che non lo siamo anche noi. Mi è stato giocoforza dirle che
-noi siamo gente molto ritirata, e che la compagnia non ci piace
-abbastanza; onde essa, come io mi sono accorto, non ci tiene più in
-pregio; e questa mattina (19 Giugno 1770) traversando io, senza dirle
-parola, la cucina, la ho sentita esclamare: _Ah mon Dieu! comme ces
-anglois sont sauvages!_ Io credo che dovremmo avere per lei maggiori
-attenzioni, altrimenti ci vedremo aumentar la pigione. Ma la è grassa
-come un maiale e brutta quanto il diavolo, e s'imbelletta talmente le
-due grosse gote che si direbbe essersi intonacata di Marocco rosso».
-
-Brydone prosegue la sua descrizione fermandosi sui ritratti di lei e del
-marito attaccati alle pareti della stanza di lui e sopra un certo
-scambio di parole tra lui e lei, la quale avrebbe dato il tema di quei
-ritratti al pittore; e conclude:
-
-«Benchè sia stata vent'anni qui, madama è restata così perfettamente
-francese come se non fosse mai uscita da Parigi, e guarda da alto in
-basso e con grande disprezzo ogni donna di Palermo sol perchè le
-palermitane non hanno mai avuto la fortuna di vedere quella capitale, nè
-di udirne la musica sublime dell'Opera»[242].
-
-[242] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXI.
-
-Questo severo giudizio sull'albergatrice d'allora in Palermo fu alcuni
-anni dopo comunicato in francese a lei stessa da un suo connazionale,
-l'ingegnere Sonnini. «Madama montò in collera, e dimostrò (parla il
-Sonnini) che Brydone s'era male apposto giudicandola una chiacchierona;
-e mi raccontò certi aneddotuzzi, pei quali aveva dovuto pregare
-l'inglese di procurarsi un altro alloggio; ed essa mi fece in proposito
-un capitolo altrettanto lungo quanto quello di Brydone»[243].
-
-[243] _Sonnini_, _Voyage_, ch. IV.
-
-Sicchè si conferma anche qui l'antico avvertimento morale, che bisogna
-sentire da tutte e due le orecchie.
-
-Ad evitare pettegolezzi, lasciamo dunque la locanda della signora de
-Montaigne; ma, gittando un'occhiata all'ultimo piano di essa ed ai
-balconi che danno nel Cassaro, noi, con gli occhi della mente, vediamo
-ancora il giovane Goethe sulla terrazza, estasiato nel godimento del
-mare, del cielo e del Pellegrino, ch'egli non cessa di proclamare il più
-bel promontorio del mondo[244].
-
-[244] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 Aprile 1787.
-
-In occasioni eccezionali quest'albergo non bastava, e si era costretti a
-ricorrere ad altri, quanto, oh quanto diversi!
-
-L'Ab. Richard de Saint-Non, giunto a Palermo coi suoi amici artisti il 2
-Luglio 1778, trovò le locande affollate di forestieri venuti a vedere le
-imminenti feste di S. Rosalia. «Noi, egli dice, non potemmo alloggiare
-là dove ci si era proposto di andare, in un albergo tenuto da una
-francese, che è il conforto ordinario dei viaggiatori a Palermo; ma lo
-fummo in una casa che dà sul porto vecchio».
-
-Quale poteva essere questa casa? Ce lo dice la tradizione. Da più d'un
-secolo la _Locanda del Commercio_, a Porta Carbone, sulla Cala (porto
-vecchio) riceve provinciali e forestieri di assai modesta condizione.
-
-Ora, sia questa dell'Abate francese, sia quella del cav. viennese de
-Mayer, fatto è che mitissime ne erano le spese, e non solo nella
-Capitale, ma anche in Messina, in Catania e, in generale, in tutta
-l'Isola[245].
-
-[245] _R. De Saint-Non_, _Voyage_, t. IV, p. 139. -- _De M[ayer]_,
- _Voyage_, p. 212.
-
-Poichè tanto di quest'argomento degli alberghi, quanto di altri simili
-non è stato scritto nulla finora, ci si consenta di aggiungere,
-sorpassando il settecento, che il posto di Madama de Montaigne fu preso
-dall'_Albergo della Gran Bretagna_ nella Piazza Marina, che avea balconi
-sul Cassaro, a pochi passi della Chiesa della Catena. Nessuno ne dice
-male; anzi il tedesco G., che si divertiva tanto a guardare la gente
-andare avanti e indietro, ne dice molto bene.
-
-La locanda di Tegoni sulla medesima piazza, là dove sorse molto più
-tardi l'«Hôtel d'Italie», divenne la principale del suo tempo. Durante
-la rivoluzione del 1820 vi stette il Generale Church[246].
-
-[246] _De Bernardis_, _Rivoluzione di Palermo del 1820 espressa in
- diciotto incisioni_.
-
-I Siciliani che si recavano a Palermo, o eran dei signori, ed avevano
-dove andare; o eran dei miseri mortali, e cercavano le locande d'infimo
-ordine, delle quali la città era fin troppo provvista. Dicendo
-_locande_, noi intendiamo le meschine, poco decenti stamberghe di
-Lattarini; dove anche nel settecento erano accentrate, e, come ai dì
-nostri, frequentate dai provinciali che venivano per liti in tribunali,
-per contrattazioni con proprietari e signori, per compre e vendite. Ma
-altre ve ne avea un po' qua, un po' là: nel piano della Fonderia, alla
-Fieravecchia, presso la parrocchia di S. Giacomo, proprietà della Chiesa
-di S. Maria la Nuova, del convento di S. Domenico, di Asdrubale Termine
-di Vatticani e dello Spedale grande e nuovo.
-
-E lì, a Lattarini, mettevano le vie dei Bordonari (_mulattieri_) e dei
-Cavallari, gente che viveva guidando bestie da soma e da tiro.
-Aggirandoci per tutta la contrada, noi possiamo anche oggi riconoscere
-il fondaco d'Agnuni, quello dell'Oglio o fondaco grande o del Sù
-Rosario, il fondaco piccolo dell'Oglio e, per non dire d'altro, quello
-della Calata dello Spedale grande all'Albergaria e di S. Cosimo a
-Siralcadi.
-
-Quali le difficoltà del viaggio, tali quelle del carteggio.
-
-Per limitato che fosse l'uso dello scrivere, ai bisogni più comuni esso
-non poteva mancare. Tra Napoli e Palermo la corrispondenza era attiva;
-più attiva però quella tra i varî paesi dell'Isola, specialmente con la
-Capitale, alla quale per ogni ragione di negozî tutti si rivolgevano....
-V'erano i _serii_, o corrieri espressi, per affari urgentissimi; ma non
-tutti potevano permettersi la spesa occorrente, e si era costretti a far
-capo alla correria ufficiale (posta), che a periodi partiva ed a periodi
-avrebbe dovuto arrivare.
-
-Esiste a Palermo anche oggi, innanzi il palazzo Bosco di Cattolica, una
-piazzuola detta della _Correria vecchia_. Quivi fino al 1734 fu la posta
-dei corrieri, donde in quell'anno passò al Piano dei Bologni, nel
-Palazzo de' Villafranca, i cui padroni aveano il diritto ed il
-privilegio della correria. Andate ad immaginare un servizio pubblico di
-questo genere in mano a privati, per quanto egregi e rispettabili come i
-Villafranca! Eppure altro che questo si vedeva nei tempi andati! nei
-quali, ufficî e dignità retribuite erano non di rado concesse contro
-pagamento, costituendo un vero e proprio privilegio. Il Governo
-spagnuolo spillava danaro da tutte le parti ed in tutte le guise, e
-quando la Casa Alliata de' Principi di Villafranca, per avere il
-monopolio dei servigi postali, offrì a Carlo VI cinquantamila fiorini
-contanti e centomila in soggiogazioni, Carlo non esitò un istante ed
-intascò bel bello quei cinquantamila.
-
-«Nei primi tempi del viceregno del Caracciolo s'intesero lagnanze circa
-il servizio di correria. Pieghi disserrati e di nuovo chiusi, attrassi
-(ritardi) di consegna di lettere per replicati procacci cagionarono
-risentimenti. Il Duca Pietro Alliata e Gaetani, Luogotenente allora di
-Corriere maggiore del Regno, fu accusato d'indolenza dal Caracciolo alla
-Corte di Napoli. La verità è che si vollero rimettere in campo i diritti
-inalienabili del Demanio, il potere regio, per sottrarlo alla Casa
-Villafranca». Questa si difese, ed il Governo dovette provvisoriamente
-pagarle la cospicua somma di 92,000 ducati prima di poter prendere per
-conto suo l'esercizio di corrispondenza, che si affrettò a concedere ad
-appalto ritraendone un profitto annuale tra le undici e le quattordici
-mila onze[247]. La gazzetta degli _Avvisi_ di Napoli, in uno dei suoi
-numeri del 1786, scrivea che il Principe di Villafranca si era
-rassegnato ai voleri del Sovrano, e soggiungeva:
-
-[247] _Ortolani_, _Sulle antiche e moderne tasse della Sicilia_, p. 49.
- Palermo, 1813.
-
-«La posta in Sicilia sta per mettersi sopra un piede molto più
-rispettabile e più vantaggioso per la nazione. Le lettere del lato
-orientale per Napoli non aspetteranno sette giorni a Messina; quelle di
-città vicine come Alicata e Terranova non attenderanno quaranta giorni
-per le risposte, e procacci pubblici assicureranno il trasporto interno
-delle merci».
-
-E cominciava la riforma.
-
-La Posta dal palazzo Villafranca passava all'Ospizio degli arcivescovi
-di Monreale, nella casa, cioè, di S. Cataldo di fronte all'attuale
-Università degli Studî ed al lato meridionale del palazzo pretorio.
-Giuseppe Gargano veniva nominato primo ministro di posta e Luogotenente
-di Corriere maggiore pel Governo (questo Gargano era il Segretario del
-Vicerè). I corrieri dalla livrea di Casa Alliata passavano alla divisa
-(montura) turchina e rossa come le truppe, con una placca d'argento sul
-petto, rappresentante le armi regie, ed uno sciabolotto a fianco. Nel
-palazzo Villafranca rimaneva soltanto, e rimane anche oggi, l'archivio
-della correria di tutta la Sicilia e la vecchia buca delle lettere, che
-forse nessuno ha mai veduta.
-
-Il dì 7 Aprile del 1787, Sabato Santo, la gente si accalcava innanzi ad
-un foglio di carta attaccato alla porta nel nuovo ufficio, nel quale era
-quest'avviso manoscritto:
-
-«L'Officina della distribuzione delle Lettere del Regno in tutti giorni
-della Settimana, fuori del Sabato, resterà aperta la mattina per tre ore
-sino al mezzogiorno, e il dopopranzo dalle ore 21 sino alle 23.
-L'Officina delle Lettere di fuori Regno resterà aperta per tre giorni
-consecutivi dopo l'arrivo della Staffetta nelle ore della mattina e del
-dopo pranzo come sopra dinotate, e negli altri giorni solo dopo pranzo
-dalle ore 21 sino alle ore 23»[248].
-
-[248] _Villabianca_, _Diario_ inedito, 1787, p. 127. Vedi pure
- _Torremuzza_, _Giornale della città di Palermo_, p. 234. Ms. Qq. H,
- 2 della Bibl. Com. di Palermo.
-
-Era una riforma anche questa, che segnava un gran passo nella vita
-commerciale privata e pubblica.
-
-Una nota del Marzo 1799 in Villabianca ci fa sapere che per la guerra di
-Napoli il Re era servito da due pacchetti accompagnati da fregate e navi
-da guerra che da Palermo andavano a Livorno, «luogo di correria per
-l'Europa». La posta partiva ogni quindici giorni, di giovedì. La lettera
-pagava in ragione del suo peso e della distanza che dovea percorrere. Il
-peso era rappresentato dal foglio; e la tariffa minuta era tassativa per
-le lettere di mezzo foglio, un foglio, un foglio e mezzo, due fogli, e
-un'oncia (grammi 25) di peso. La lettera da un solo foglio per Roma
-pagava 36 bajocchi; per l'Italia, 48; per Germania, Inghilterra, Olanda,
-60; per la Spagna, 96; per Costantinopoli, 128[249]: il che vuol dire
-che la tassa di una lettera ordinaria costituiva il guadagno d'una, due
-giornate d'un maestro, d'un impiegato!
-
-[249] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 327-28.
-
-Nè c'è da dire che codesta gravezza di spesa fosse la conseguenza
-immediata della guerra; perchè, come per lo innanzi, così anche dopo,
-essa rimaneva la medesima. Ed ecco perchè le lettere costituivano un
-contrabbando: ed il trovarne addosso ai viaggiatori in vettura corriera
-dava ragione a multe.
-
-
-
-
- _Capitolo XII._
-
-
- _PORTANTINE E CARROZZE._
-
-Chi si fosse messo a percorrere le vie principali della città, facendo
-una punta alla Marina e, in certe ore del giorno, fuori altre porte
-della città, si sarebbe sempre incontrato in portantine, o sedie
-volanti, o seggette, come vogliamo chiamarle.
-
-Chi oggi fa di queste una medesima cosa con le lettighe, cade in un
-grosso errore. È vero, sì, che le une e le altre avevano stretta
-somiglianza di forma; ma diverse ne erano le proporzioni, diversi i
-trasportatori, diverso l'uso. Quelle erano per una sola persona; queste
-per due e, in ragione, il doppio; quelle per affari, per visite, per
-passeggiate; queste per viaggi più o meno lunghi; la sedia era portata a
-mano da uomini; la lettiga caricata da animali.
-
-Le portantine però avevano comune con la lettiga e con la carrozza la
-qualità padronale e da nolo.
-
-Diremo partitamente di esse.
-
-La padronale era un'eleganza di fregi e dorature allo esterno, di ricche
-stoffe all'interno: le facoltà di chi la possedeva si traducevano nel
-maggiore o minor lusso. Dalla portantina della famiglia Sperlinga a
-quella di casa Trabia, quali esse ci son giunte, è una scala ascendente
-di particolarità l'una più bella dell'altra; imperciocchè dal severo
-rivestimento in pelle nera sparsa di borchie indorate dell'una, alla
-smagliante decorazione dell'altra, quali e quante gradazioni! Le quattro
-fiammoline della prima, sprigionantisi dagli angoli, quasi a difesa
-dell'aquila del centro, figurano come i puttini, i piccoli mostri in
-giro della seconda, ripetentisi venti, trenta volte innanzi, dietro, ai
-lati, nello sportello, nelle maniglie e perfino ai piedi: e non è spazio
-libero che si sottragga ad un ghirigoro, ad un arabesco qualsiasi,
-scolpito, intagliato, messo lì per incorniciare, nobilitandoli, quadri
-mitologici di Aurore, Nettuni, Sirene, Satiri, Genietti dipinti, o quasi
-miniati.
-
-Rivaleggiano con questa, senza vincerla, altre portantine, dove la
-profusione degli ornati, congiunta alla gaiezza delle figure simboliche,
-inebbriatisi al profumo dei fiori onde s'inghirlandano, è tutta gaiezza
-d'arte.
-
-Dentro, altre bellezze, altre eleganze. Difese a destra, a sinistra, di
-fronte, da tersi cristalli, riparate da rosee tendine, sopra soffici
-cuscinetti e molli spalliere dal colore blasonico del casato, sotto
-seriche bande, che da su in giù si aprono come a far largo ad una
-candida testolina nell'angustissimo spazio di broccati, frange, trine
-d'oro, stanno solennemente adagiate dame di grande levatura.
-
-Pallido il viso, largamente scollata in alto la veste, stretta in basso
-per fascette che a tante grazie ammezzano il respiro, ed a chi guardi
-fan sognare voluttuose penombre, queste regine della nobiltà raccolgono
-inchini e riverenze dei passanti.
-
-Nè solo per diporto s'incontrano nelle feste profane ordinarie, ma anche
-per occasioni eccezionali e rare e per ricorrenze sacre e religiose. Una
-delle quali è quella della visita dei _Sepolcri_ in date chiese, nella
-quali la esposizione del Cristo morto, nel Giovedì Santo, ha
-l'attrattiva di artistici tappeti di sabbia, di composizioni di fiori di
-passione, di rappresentazioni sacre, di splendide mostre di vasellame
-d'argento. Il Senato ha le carrozze sontuose che già conosciamo, ma di
-portantine si serve eccezionalmente per la gita al Monte Pellegrino
-nella festa delle quarantore dentro la grotta del Santuario. Queste
-portantine non son sue; forse appartengono al Pretore, o a qualcuno dei
-Senatori, o ad altri che si pregiano di metterle a sua disposizione per
-occasioni così solenni. Ne ha la Corte del Vicerè, come la Corte
-dell'Arcivescovo; ne hanno le più aristocratiche famiglie, come qualche
-ricca casa del ceto civile; ne hanno Valguarnera, Castelnuovo,
-Regalmici, Belmonte, Partanna, S. Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval ed
-altri ed altri assai.
-
-Mano mano che dalle alte si scende alle medie sfere, lo splendore scema,
-e gli stemmi si riducono a semplici velleità emblematiche.
-
-La tradizione parla di sedie volanti nei conventi e nei monasteri. Dei
-Domenicani ne ricorda una, ad uso di non so qual P. Maestro, forse
-supremo dignitario, e probabilmente della Inquisizione prima del 1782.
-Portava dipinto l'emblema dell'Ordine: un cane con una fiaccola accesa
-in bocca e varî motti biblici, tra' quali: _Quis ascendit in montem
-sanctum Domini?_ da un lato; e dall'altro: _Innocens manibus et mundo
-corde_.
-
-Questa portantina non vuol far dimenticare la famosa carrozza del
-terribile Tribunale, stata ceduta al Senato[250].
-
-[250] Vedi a p. 76 del presente volume, e _L. M. Majorca Mortillaro_,
- _Lettighe e Portantine_, 2ª edizione, p. 79. Palermo, 1901.
-
-La tradizione ricorda pure portantine nei monasteri della Pietà, delle
-Stimmate, di S. Vito, della Concezione, usate pel trasporto ed anche per
-diporto di superiore e, in casi d'inabilità fisica, di semplici suore
-nei giardini e nei baluardi facienti parte dell'edificio[251].
-
-[251] Quando alcuni anni fa, il dì 4 Settembre 1899, il Cardinal Celesia
- volle recarsi al Santuario della Patrona di Palermo, la portantina
- venne apprestata dalle nobili suore del Monastero di S. Caterina.
- Vedi _Sicilia Cattolica_, 5 Settembre, 1899.
-
-Nella portantina comune o da nolo l'ornamento mancava del tutto. Lo
-scintillio delle dorature cedeva al nero della pelle rasa. Gli usi
-diversi a tutto piegavano, fuori che a quello del semplice diporto.
-Qualche medico se ne serviva per le ordinarie sue visite; qualche
-magistrato per accessi giudiziarî; i predicatori per recarsi in chiesa e
-da chiesa a casa. A quando a quando un delinquente, sotto valida scorta,
-vi era chiuso dentro e portato in carcere; così del pari certi ammalati
-gravi dal carcere (Vicaria), prima che la infermeria vi fosse costruita,
-all'Ospedale grande e nuovo. I becchini poi vi ficcavan per forza e vi
-raccomandavano con corregge alla vita cadaveri da condurre ai
-Cappuccini, od al cimitero comune.
-
-Potremmo esaminare uno per uno questi diversi stridenti ufficî; ma
-troppo ci dilungheremmo; l'opportunità però di certe coincidenze non ci
-dispenserà da notare debitori e falliti essere stati accolti in seggette
-fiancheggiate da poliziotti, e, come un tempo alla pietra del vitupero,
-condotti alle prigioni[252]; carnefici in espiazione di pena, portati
-sotto custodia in una piazza a giustiziare un condannato, e levatrici in
-tutta pompa a battezzar neonati. Nella farsa _Li Palermitani in festa_,
-quando nel cuore della notte Nòfrio va a bussare all'uscio di Tòfalo,
-perchè si levi, essendo improvvisamente giunto il Re (Ferdinando III),
-Tòfalo esclama:
-
-[252] È noto che anche in Sicilia fu in uso la pena del vitupero inflitta
- ai falliti. Costoro dovevano, non occorre qui ricordare in che
- forma indecente, in mezzo a pubblico tutt'altro che afflitto,
- sedere sulla pietra della vergogna. Ricordo dell'indegna usanza è
- la frase tuttora viva, ma non da tutti compresa: _Dari lu.... a la
- balata_, la quale significa: fallire, ridursi sul lastrico.
-
- _Seggia_ a st'ura? ch'è medicu, o mammana?
- O runna chi a qualcunu s'attapància?[253].
-
-[253] _Meli_, _Poesie_, p. 189. Significato di questi versi: una
- portantina a quest'ora? sarà un medico, o una mammana? o una ronda
- che acciuffi (catturi) qualcuno?
-
-Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in Palermo la seggetta, si
-maravigliava che l'uso la estendesse al trasporto dei morti non meno che
-dei vivi. Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei
-funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi, nulla gli era
-parso di scorgere. Un aneddoto in proposito fa parte di altro capitolo
-di questo libro[254], e spiega perchè il colto orientalista non volle
-mai entrare, finchè stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno
-mettervi piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre[255].
-
-[254] _Lutti di corte, di nobili,_ ecc.
-
-[255] _Hager_, _op. cit._, pp. 118-119. -- _Galt_, p. 50.
-
-E pensare che in questo arnese, proprio in questo medesimo arnese, il
-Venerdì Santo, i cappellani delle parrocchie si facevano condurre alla
-Cattedrale a prendere l'olio santo per la Estrema Unzione da
-somministrare ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo, che
-parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa del 1777 per rispetto
-all'altro, pietoso, di non andare in carrozza per la città nel giorno
-commemorativo della Passione di G. Cristo[256].
-
-[256] _Villabianca_, _Diario_, v. XXVI, 75. -- _Pitrè_, _Spettacoli e
- Feste_, p. 213.
-
-Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra padronali e da nolo
-costituiva due classi diverse di seggettieri; quelli da nolo facevan
-parte da sè; si associavano nella devozione dei loro santi protettori
-Euno e Giuliano, componendo la confraternita di _S. Uniu_, e abitavano
-vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò ed al Capo[257]. La vecchia
-e non più ribattezzata «Via delle sedie volanti», che si apre di fronte
-alla chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro veicoli.
-
-[257] A Ballarò era _vicolo dei Seggettieri_ quello che adesso si chiama
- _Ant. Lomonaco Ciaccio_. Al Capo è sempre il _Vicolo dei
- Seggettieri_, che sbocca sulla via Cappuccinelle.
-
- Pei lettighieri poi, ricordati nel capo X, giova avvertire che,
- come essi facevano una specie di maestranza per sè, così da loro
- prendevano nome la _Via delle lettighe_ ed il _Vicolo dei
- lettighieri_.
-
-Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti a qualunque
-strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla nuca, le estremità della
-cinghia e le mani alle aste, si addossavano il gran carico, ansando e
-sudando come.... bestie. Da ciò il loro soprannome di _mastru_ o
-_vastasu di cinga_ (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello
-semplicissimo di _cinga_, è giunto fino a noi, in un traslato di
-dispregio di uomo che faccia e goda di fare atti incivili e bassi della
-peggiore specie.
-
-D'altra condotta e foggia i portantini padronali. Come parte del
-servitorame d'una nobile casa vegetavano nelle anticamere, e conoscevano
-a menadito tutte le forme della buona creanza e del _bon ton_. Ad un
-cenno di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la Marchesa, e
-quando occorresse, di sua Eccellenza il Principe, o il Duca, o il
-Marchese, erano in completo assetto di livrea, parrucca, nicchio
-gallonato; assetto oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il
-servizio, cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate,
-nè cinghie vellutate, come le catene d'oro non renderebbero meno penosi
-i dolori della schiavitù.
-
-Di sera, quando portavano a veglie ed a festini la dama, si aggiungeva
-loro un numero di sei, otto paggi, che reggevano torce accese, le quali
-essi, appena arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere
-nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.
-
-Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi dentro per affari
-costava. Un _viaggio_, o per dir meglio, una corsa pel Cassaro o per la
-Strada Nuova pagavasi due, tre tarì; poco o molto di più fuori città:
-spesa non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano, è vero, i
-carrozzini; ma in paragone delle molte e molte sedie volanti, e del gran
-numero di carrozze signorili, potevano dirsi pochissimi, o bisognava
-contentarsi di quelli del noto _Vituzzu_.
-
-In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno, accorto
-commerciante, concepisce un'idea ardita per allora, ma pratica; quella
-di acquistare un numero di carrozzelle nuove e di metterle a
-disposizione del pubblico; pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu
-una gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore, e dal prezzo
-veramente medio del _tarì_ o _tariclu_ prese a chiamarle _tarioli_.
-
-Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare l'antica delle
-portantine, e dal primo apparire dei tarioli i lettighieri se ne
-risentirono. Si principiò col sorriso del giocatore che perde; seguì la
-derisione dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere
-cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi veicoli, a
-pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i battibecchi, le zuffe, a
-sedar le quali occorse l'intervento della Polizia. I tarioli si
-moltiplicarono; nel solo Piano della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto
-le torve occhiate dei portantini della vicina _posta_, se ne contarono
-fino a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque, e due
-anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna ordinanza del
-Capitan Giustiziere, portavano già segnato in cassetta il numero
-progressivo del ruolo[258]. Oltre i _fiacres_ ordinarî, erano nel
-medesimo Piano calessini a due ruote, coi quali, come a Napoli, si
-poteva andare in mezzo alla più fitta popolazione[259].
-
-[258] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII. _G. Alessi_,
- _Prontuario di alcune noterelle ammassate brevemente alla rinfusa_,
- n. 6. ms. Qq. 15 7 della Bibl. Com. di Palermo.
-
-[259] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.
-
-L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così comune che forse
-più non si sarebbe potuto, date le condizioni topografiche della città
-ed i bisogni degli uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo.
-Il _Giornale di Commercio_ ed il _Giornale di Sicilia_ ne annunziavano
-sempre qualcuno in partenza per Partinico, indicando posti vuoti per
-passeggieri che volessero profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per
-proprio conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano. Quest'ultimo nome
-è giunto fino a noi come ditta di carrozze corriere per l'Isola, e
-specialmente di carrozze per la città, ed è finito in quell'azzimato
-nanerottolo che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di
-personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva portare) da chi
-potesse aver la tentazione di ridergli in faccia al solo vederlo.
-
-Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le offerte giornaliere
-erano di carrozzini, di calessi come di «_vis-à-vis_ con aste di ferro»,
-di berlingotti, di «carrozzini di gala» e di «carrettelle per campagna,
-che si chiudono intieramente»[260].
-
-[260] Vedi _Giornale di Commercio_ (1794) e _Giornale di Sicilia_, che
- tenne dietro ad esso.
-
-Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione dell'indole
-palermitana molto proclive alla vanità ed alle apparenze, e risponde
-alla condizione delle cose del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò
-che facevano gli altri, nel campo suggestivo della moda. La passione per
-le carrozze, quasi innata in molti Siciliani, avea modo di affermarsi
-specialmente nella Nobiltà; in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in
-qualsivoglia persona che avesse da poter comprare, o presumesse
-mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine abbondano di
-notizie su questo argomento, avvalorate dalle relazioni dei viaggiatori.
-Due di questi, senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo
-(1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture». Uno, l'abate de
-Saint Non, notava esser «così proprio dei Palermitani il gusto di farsi
-portare, che la carrozza era diventata oggetto di prima necessità in un
-clima costantemente bello; godimento per godimento, spesso ottenuto con
-sacrificio delle cose più utili alla vita»[261].
-
-[261] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, part. I, p. 143.
-
-Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova, nella seconda metà
-di Maggio diceva: «La sera, il gran numero di botteghe e di caffè
-illuminati, gli equipaggi che vi corrono rischiarati da torce, la
-poveraglia che vi preme, nella principale e più larga di queste strade
-(intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al fracasso della Via
-St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno soltanto in carrozza; per una
-persona agiata non sarebbe niente decente fare uso delle proprie gambe.
-Le vetture sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene di
-veramente buone per sette, otto franchi al giorno»[262].
-
-[262] _Sonnini_, _op. cit._, t. I, p. 43.
-
-La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva buone gambe, nel tempo
-che la città chiusa non girava più di quattro miglia, e tutti gli affari
-si potevano sbrigare nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata da
-Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da de Borch; ma, per
-quello che diremo, è vera, verissima.
-
-Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca, sotto la data del 1782,
-scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento delle carrozze è un lusso de'
-nobili, credendo il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che
-ha carrozza e non va a piedi come le persone minute». Ecco adunque la
-vettura segno manifesto di ricchezza. «Cangiano i tempi (continua il
-sincero, ma aristocratico diarista), e sempre più invade la moda
-corrente di tener carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del
-carattere di sua persona, se non vogliam dire per una forza di frenesia
-che ha invaso le persone degl'ignobili e molto più coloro che per la
-ristrettezza degli averi non potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò
-de Saint-Non su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle cose più
-utili!...]; il che può bene compararsi all'antica moda, che è oggi in
-disuso, di mantener schiavi in servizio di lor casa»[263].
-
-[263] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 410.
-
-I dati statistici confermano questa notizia.
-
-Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia si servivano
-della carrozza. Gli uomini andavano a cavallo, ed i ministri regi del
-Sacro Consiglio, i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti
-da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto le verghe
-della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le carrozze non erano più di
-72. Un secolo e trentacinque anni dopo, nel 1782, erano più che
-decuplicate: 784! senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari,
-dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri veicoli del
-genere.
-
-Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato dagli stranieri.
-
-Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel suo movimento
-vertiginoso, se gravi inconvenienti non lo avessero accompagnato nelle
-solite vie maggiori. Cocchieri padronali che voglion sopraffare
-cocchieri da nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono ai
-loro cocchieri che soverchino il pubblico dei pedoni e passino primi ed
-oltre, quali che i pedoni siano; carrozze e portantine che si fermano a
-tutto comodo ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle file
-prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio ed arrestando il
-passaggio, non pur loro, ma anche di quanti debbono o vogliono andare a
-piedi: ecco quello che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice _'mbrogghiu
-di carrozzi_ (inviluppo, confusione; impedimento di libero corso) trae
-appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni, nè minacce, nè
-punizioni, nè multe riuscivano ad infrenare[264].
-
-[264] Vedi in proposito il bando viceregio di Marcantonio Colonna di
- Stigliani in data del 12 Settembre 1777, che ne richiama un altro
- del 23 Giugno 1767.
-
- D'altro ordine sono le disposizioni del Senato pel tragitto per le
- feste di S. Rosalia, del Senato pel passeggio e le fermate delle
- carrozze, dei calessini, delle sedie volanti, delle persone a
- cavallo nel Cassaro per le feste di S. Rosalia. Notiamo, p. e.,
- quella del 10 Luglio 1796.
-
-Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare certe vie della
-città, battute di continuo da veicoli e da uomini, il Vicerè Caracciolo.
-
-Amico di lui era il Regalmici, che non poteva non approvarne le audacie
-edili; e di questi erano amici, e del Vicerè ammiratori, il Sorrentino,
-il Prades, il Castelnuovo, il Cefalà, sulla energia dei quali poteva
-fare sicuro assegnamento.
-
-Allora, guardando alle deplorevoli condizioni delle strade ed al guasto
-che tuttodì veniva ad esse dalle carrozze, pensò come da tanto male
-trarre altrettanto bene: richiamò certa disposizione di una tassa
-annuale di tre onze non prima applicata, e ne decretò l'attuazione per
-la durata di soli quattr'anni, tassa da pagarsi da tutti i padroni di
-carrozze. Ciascuna rata avrebbe dato un introito di 2352 onze all'anno,
-e questa sarebbe bastata al lastricamento di una parte delle vie Toledo
-e Macqueda.
-
-Dodici onze, per quanto scompartite, erano una spesa, ed i proprietarî
-di carrozze si misero a sbraitare. -- «A buoni conti (mormoravano) che
-si pensa di fare questo paglietta?... (_paglietta_, come si sa, nobili e
-civili chiamavano il Caracciolo). Di punto in bianco vuole aggiustare il
-mondo! Dopo di essersela presa con Dio ed i Santi, viene a prendersela
-con la Nobiltà, solo perchè essa ha delle carrozze». -- «Sta a vedere
-(osservavano altri) che il Cassaro, la Strada Nuova vanno in rovina per
-noi! come se le carrozze delle Autorità non sciupassero il pavimento
-esse pure!...». E con queste ed altre querimonie molti si accordarono di
-non cedere, o, tutt'al più, di cedere solo alla forza.
-
-La Deputazione incaricata della nuova tassa, sicura dell'appoggio
-vicereale, si disponeva ad energiche risoluzioni. Venne l'ora delle
-riscossioni, e mentre molti imprecando pagavano, altri si rifiutavano
-bravando. Allora s'impegnò una lotta accanita, ma disuguale; piovvero le
-coerzioni giudiziarie. Il Governo, limitando la libertà personale, che
-era sua recente preoccupazione, faceva pegnorare molte carrozze: questa
-sorte toccò anche alla Marchesa Geraci. Alle pegnorazioni seguirono le
-vendite. Il Duca Colonna di Cesarò con gran rumore e generale dispetto
-vide portata via la sua carrozza alle Quattro Cantoniere, dove, tra
-perchè il provvedimento pareva odioso e perchè la popolazione era
-ostile, nessuno volle comperarla.
-
-I ricorsi alla Corte di Napoli non tardarono: e la Corte fece dare alla
-potente Marchesa soddisfazione del pubblico affronto; ma permise
-sequestri alle rendite dei morosi. I nobili ne sorrisero; i Deputati per
-le strade sogghignarono; gli uni e gli altri in apparenza soddisfatti;
-in sostanza scontenti, perchè, correggendo la forma, il provvedimento
-regio lasciava le cose come stavano.
-
-Esenti dalla nuova tassa e quindi liete rimasero le timonelle e i
-_carriaggi_ comuni di persone del popolo.
-
-Così davasi opera ai lastricati (_balatati_; 21 marzo 1782), che poi
-dovevano costituire la gloria non solo del Regalmici, ma anche di altri
-Pretori.
-
-Quasi contemporaneamente avveniva un fatto che ha relazione col nostro
-argomento.
-
-Menava gran vanto di sè una certa Unione di locatarî di vetture e di
-cavalli, la quale accampava non so che diritti di privativa concessi dal
-Senato. Un D. Vincenzo Bosio, rappresentante di essa, visto che gli
-affari della Società non andavano bene, pensò di richiamarsene al
-Vicerè.
-
-Evidentemente D. Vincenzo non conosceva l'uomo: e l'uomo, appena letto
-il ricorso e sentito il parere della giunta dei Presidenti e del
-Consultore, scrisse al Senato una delle sue taglienti lettere
-annunziandogli di avere sciolta l'Unione, cancellati i capitoli di essa
-e conceduto piena libertà ai privati di prendere a loro scelta vetture e
-cavalli[265].
-
-[265] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl_., v. XXVII, pp. 410-14. --
- _Provviste del Senato_, a. 1784-85, pp. 381-82, 468. -- _D'Angelo_,
- _Giornale_ ined., a. 1791, p. 7.
-
-Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti, e si sperava non
-se ne sarebbe più parlato; ma essa venne inasprita con la inclusione di
-altri veicoli non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna
-a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente gradazione di
-imposta: carrozze padronali, onze tre; birocci, timonelle, ossia
-_tarioli_, _canestri_ a due cavalli senza cocchiere, padronali o di
-affitto, due; _carriaggi_ ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da
-città e da fuori, onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza
-una[266].
-
-[266] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, p. 625.
-
-Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco tra' civili e tra'
-plebei, e nessuno potè negare che l'esempio del Caracciolo era stato
-fatale anche alla povera gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare
-giorno e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento, e di
-questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione per le strade.
-Quello poi che toccava il colmo era la gravezza sulle seggette, per le
-quali incominciava già la crisi della concorrenza dei _tarioli_, e la
-fatica era, più che da uomini, da bestie.
-
-La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono, e l'ottocento, sotto
-questo punto di vista, ereditò dal settecento un introito sicuro di
-quasi tremila onze all'anno.
-
-Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno del 1801,
-sorprende la differenza tra alcuni di essi. Quello di Siralcadi (Monte
-di Pietà) era 559 onze; quello della Loggia (Castellammare), 645,15;
-l'altro dell'Albergaria (Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della
-Kalsa (Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.
-
-Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel quartiere dei
-pescatori della Kalsa? È chiaro: dal maggior numero di signori che vi
-abitavano.
-
-
-
-
- _Capitolo XIII._
-
-
- _ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE
- DEI CAMPAGNUOLI._
-
-Una barbara parola recente, _assenteismo_, risponde alla inveterata
-abitudine di certi signori, di stare lontani dalle terre o dalle tenute
-di loro proprietà.
-
-Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e quasi comune. Vuoi
-per naturale ignavia, vuoi per carezzevole inclinazione alle beatitudini
-dei grandi centri, vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi
-abbandonavano a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano anche per altra
-ragione, o per altra serie di ragioni. Villani poveri, spesso
-impossibilitati a pagare, anticipazioni che occorreva far loro, lamenti
-sull'anno cattivo, sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni
-devastatrici, sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di
-lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per proprio conto
-fondi, nei quali increscevole tornava loro lo stare. I baroni
-riconobbero molto commodo essere in relazione con una sola persona che
-pagava puntualmente ed anche anticipatamente[267]; si separarono dalla
-terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo così
-una piaga già da lungo tempo aperta.
-
-[267] _G. Salvioli_, _Il villanaggio in Sicilia e la sua abolizione_, p.
- 25. Roma, 1902.
-
-I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina o da altri paesi
-dell'Isola per via di terra a Palermo, ne rimanevano impressionati, e
-non potevano non prenderne nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i
-nostri baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in molle e
-dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto di quella loro terra che
-essi non visitarono mai»[268]. Il naturalista Stolberg, fermandosi un
-giorno (4 giugno 1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese di
-S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare con l'ospitale
-castaldo, potè per sicure informazioni scrivere che «questi palazzi non
-hanno mai visti i loro proprietari: e che vi son baroni, morti senza
-aver mai visitati i loro beni»[269].
-
-[268] _De Saint-Non_, _op. cit._, v. IV, I. part., p. 156.
-
-[269] _Zu Stolberg_, _Reise_, III, p. 316.
-
-A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo quando nel maggio del
-1808, presso il Ponte di Vicari, si permetteva di raccomandare al
-Principe di Fitalia che con le sue splendide carrozze e livree trottasse
-di meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e che invece
-cavalcasse di più per le campagne[270]. Eppure il Fitalia era uomo molto
-serio!
-
-[270] _P. Balsamo_, _Giornale_, p. 14.
-
-Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle terre e su coloro
-stessi che dovevano attendervi. Un mediocre ma pomposo economista
-palermitano del tempo, dopo avere riconosciuto il principio che in un
-paese agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere popolate più
-che la città, lamentava la pratica siciliana del tutto contraria, cioè
-che non si pensasse a popolare la campagna, e che di tutte le
-popolazioni dedite all'agricoltura non si formasse una città sola. E,
-con vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva: «che in essa
-tutti i coltivatori che voltarono le spalle alle campagne si ammettono
-tra il numero di domestici; e per nostra maggiore vergogna si lasciano
-unire al folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi
-viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano le spese, ed
-intanto! Ed intanto la nazione diviene sempre più miserabile»[271].
-
-[271] _Dom. Giarrizzo_, _Prospetto dei saggi politici ed economici su la
- pubblica e privata felicità della Sicilia_, p. 23. Palermo, G.
- Sulli, MDCCLXXXVIII.
-
-Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed uno tra i più
-temperati osservava: «Le abitazioni son troppo lontane dai fondi. Il
-contadino perde quattr'ore il giorno per andare e venire. Stanco di
-queste gite, ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo di
-diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere le abitazioni rurali.
-Qua e là i lavori mi son parsi solo per metà compiuti: nè io saprei dire
-se per difetto di braccia o per mancanza di danaro; il che però non si
-riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta dei frutti non si
-attende che maturino.
-
-«Il contadino diviene proprietario con un censo ch'egli paga al suo
-padrone. A questo censo, molto acconcio a moltiplicare i coloni ed a
-migliorare il suolo, bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie
-praticabili, in guisa da rendere agevole ed a buon patto la circolazione
-delle derrate e soprattutto del grano, il cui trasporto vien compiuto a
-schiena di mulo, e perciò con difficoltà, lentezza e spesa»[272].
-
-[272] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XII, pp. 168-69.
-
-Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non hanno riserbo. Münter,
-andando da Palermo ad Alcamo, rilevava, cosa notata dianzi, che la
-strada buona non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi
-vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione ed il traffico
-tra le città siciliane sono straordinariamente impediti, ed in certi
-punti, quando la neve cade in abbondanza, tagliati. Invece di strade,
-oltre quel paese, non sono altro che sentieri, su dei quali appena due
-cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera contrada è
-molto montuosa e di nude balze ripiena, così tali passi sono assai
-ripidi, formando al tempo stesso delle tortuosità che allungano sino a
-trenta miglia circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta
-non sarebbe più di diciotto»[273].
-
-[273] _Münter_, _op. cit._, vers. di F. Peranni, ecc., v. I, p. 28.
- Palermo, 1823.
-
-Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel 1785, penserà che, a
-buoni conti, qualcosa di meglio possa essere stato più tardi. Ma non è
-così. Sul finire del secolo, un altro economista palermitano non sapeva
-acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un distretto
-dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese di trasporto,
-consumarsi nel distretto medesimo; «donde l'abbondanza disgustosa, al
-tempo stesso che un altro distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad
-un mediocre prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al trasporto
-verso le città e i luoghi marittimi. Le spese sarebbero state minori
-«non solo a riguardo di un minore tempo da impiegarvi, ma a risguardo
-pure che ai cavalli ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto
-sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i grani e le
-derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre solite frodi dei
-vetturali»[274].
-
-[274] _V. E. Sergio_, _Lettere sulla Polizia delle Pubbliche Strade di
- Sicilia_, pp. XV-XVI e XX. Palermo, MDCCLXXVII, Rapetti.
-
-Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce dalla coltivazione
-della terra, resa, per difetto di animali, insufficiente.
-
-La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro ha bisogno di bovi. Ora
-i bovi, quando i baroni tenevano per conto proprio i loro feudi,
-producevano. Da un certo tempo una pessima pratica era venuta
-consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì da due illustri
-signori palermitani. Le campagne rimasero prive o scarse di bestiame: e
-quando la crisi non potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato
-doversi rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia rustica
-di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno di far maggesi,
-di abilitare gl'inquilini, avrebbe riprodotto il bestiame grosso, ed i
-baroni si sarebbero rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece
-l'abbandono della cultura dei propri feudi, la perdita dei capitali
-dalla campagna estratti; onde la decadenza dell'agricoltura, la povertà
-dei _bracciali_, uomini addetti alla cultura della terra! Tutto, nel
-modo che vedremo nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il
-lavoratore, che si conduceva conformemente a ciò che vedeva praticare e
-che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva sempre nella ignoranza dei
-migliori metodi di coltivazione[275]. La terra produceva solo quello di
-che la forza della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre,
-limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che l'opera di viete e
-dannose pratiche.
-
-[275] _Giarrizzo_, _op. cit._, pp. 21-22, 24-28 e 30.
-
-Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura in Sicilia
-dalla povertà dei contadini, dalla falsa loro credenza che il lor
-mestiere fosse il più vile, dalla condotta dei proprietarî che davano le
-loro terre _in estaglio_, o in amministrazione, a persone che
-scrupolosamente ripetevano quel che avevan visto fare ai loro nonni, dal
-difetto di cognizioni agrarie, comuni fuori Sicilia[276]; proponeva
-quindi un «Teatro agrario, o un Educandario», in cui potesse la gioventù
-istruirsi nell'agricoltura[277].
-
-[276] «Inceppato da ogni parte il commercio, oppressa l'agricoltura da
- fidecommessi e da vincoli feudali; le nostre pratiche agrarie
- irremovibili per inveterate usanze ereditarie; ignorati o non
- applicati i metodi novelli». F. P., _Elogio di Niccolò Palmeri_; in
- _Palmeri_, _Somma della Storia di Sicilia_, p. VII. Palermo, Meli,
- 1850.
-
-[277] _P. Lanza, Principe di Trabia_, _Memoria sulla decadenza
- dell'Agricoltura nella Sicilia_. In Napoli, MDCCLXXXVI.
-
- Questo lavoro, di capitale importanza per gli studi agricoli,
- economici e sociali del tempo in cui fu scritto e per le larghe
- vedute dell'A., meriterebbe di esser degnamente conosciuto e
- pregiato.
-
-Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche dal Re, al quale
-veniva manifestato, doveva più tardi con altezza d'intendimenti
-patriottici esser tradotto in pratica dal Principe di Castelnuovo;
-concetto ragionevole, giacchè molti dei proprietari di grandi territorî
-non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel che occorresse per
-migliorare i campi senza perder di vista la classe minuta che vi sudava.
-
-Quanti han vissuto la vita della seconda metà dell'ottocento e respirano
-le prime aure del novecento credono coscienza nuova, e però affermazione
-suggerita dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere
-per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste
-condizione[278]. Scendendo a particolari, essi guardano con singolare
-interesse quelli tra gli umili che intristiscono nelle asprezze dei
-campi.
-
-[278] Commiserava i poveri facchini del settecento Santacolomba, _op.
- cit._, p. 377; i _bracciali_, Giarrizzo, pp. 46-47.
-
-Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione ricordiamo anche noi,
-che prima assai di essi e di noi (che con premuroso affetto seguiamo le
-sorti dei diseredati dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani
-nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità di giornali,
-ma con idee che potrebbero dirsi moderne e sono antiche quanto il
-Vangelo, perorava la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in
-evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio Pepi e
-l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed il forte Sergio; ma costoro
-non son soli, nè, forse tutti, i più energici per quanto autorevoli.
-Altro uomo, illustre nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei
-poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia altro
-contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali d'oggi egli
-precorse con un contributo di osservazioni maturate nel silenzio delle
-pareti domestiche e nel raccoglimento dello spirito stanco delle
-brutture della società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo
-alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse l'amara realtà
-dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno che argomento di sue cure
-speciali egli facesse le condizioni miserrime degli uomini addetti
-all'agricoltura ed alla pastorizia[279].
-
-[279] _G. Meli_, _Riflessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia
- (1801) intorno all'agricoltura e alla pastorizia_. Autografo
- pubblicato per cura del Prof. G. Navanteri. Ragusa, 1896.
-
-Ora tra le verità da lui formulate è questa: che la gente civile era
-così affascinata dal guasto del tempo che non s'accorgeva di essere
-ingiusta verso i suoi benefattori. Questi benefattori, diceva, sono i
-bifolchi, sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per
-trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è loro concesso
-un boccone, perchè tutto devono vendere alla Capitale.
-
-Nel poema _D. Chisciotte e Sancio Panza_ questa verità egli, temendo che
-per la sua crudezza potesse destare l'indignazione dei maggiorenti, la
-mise in bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:
-
- Vui autri picurara e viddaneddi,
- Chi stati notti e jornu sutta un vàusu
- O zappannu, o guardannu picureddi,
- Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu,
- Siti la basi di cità e casteddi,
- Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu;
- L'ingrata Società scorcia e maltratta
- Ddu pettu chi la nutri e unni addatta[280].
-
-[280] _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 8. -- _Poesie: D. Chisciotte_, c.
- II, st. 21.
-
-Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che sapevano comprenderlo, e
-rimpiangendo che la Sicilia non avesse arti, nè manifatture, nè
-commerci, riaffermava: tutto doversi ripetere dalla terra, che forma la
-base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata[281].
-
-[281] Lo stesso, _Carteggio inedito_, pubblicato da G. Boglino, p. 55.
- Palermo, 1881.
-
-E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura e quindi della
-povera gente di campagna venivasi accennando e prometteva di
-fortificarsi per impulso specialmente di pochi intelligenti signori che
-vi pigliavan parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo,
-sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare agl'individui che la
-compongono i mezzi di sussistenza; questi non può procurarglieli, perchè
-siano reali ed effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è
-certamente precario»[282].
-
-[282] _Giarrizzo_, _op. cit._, p. 16.
-
-Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia deve ritenersi
-la maniera ond'erano tenute le terre comunali. Il diritto di pascolare e
-di legnare, indispensabile alla vita delle popolazioni rustiche,
-anteriore a re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto,
-impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura che in alcuni si
-faceva era sempre fittizia e poco o punto produttiva. I fondi del
-comune, sentenziava il Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano,
-si abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili e brulli. Le
-terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli, che le smungono a più
-non posso, poco o punto ottenendone, ritraggono dai giurati che li danno
-a fitto, ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si
-travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente coltivazione. E
-del resto l'amministratore d'oggi potrà domani esser fittaiolo![283].
-
-[283] _R. Gregorio_, _Opere scelte_, 3ª edizione, p. 773. Palermo,
- Pensante, 1853.
-
-La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno e delle
-coste dell'Isola era penosa: e non si riesce a comprendere, esclamava
-maravigliato Hager, come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi
-antichi, il granaio d'Italia![284].
-
-[284] _Hager_, _Gemälde_, p. 199.
-
-Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee speranze
-dell'affaticato contadino e, salendo per la scala agricola, del colono.
-Fissiamolo un poco questo fantasma, e riconosceremo in esso l'idra
-divoratrice della miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una
-breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.
-
-«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata co' proprj sudori;
-fatta la recollezione, un'indispensabile dovere l'obbliga ad esitarlo, e
-ciò per soddisfare i diritti di terraggio, semente, cultura ed altri; e
-non trovando così sollecito un compratore convien che ricorra ad un
-trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in ogni luogo: e da
-questo riceve il prezzo, non a seconda della giustizia, ma regolato
-dalla sola sete del guadagno. Ed ecco così, in pochissimo tempo,
-arrivare il frumento di proprietà di un numero strabocchevole di coloni
-al piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli, i quali,
-ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono dell'acquisto da'
-padroni assoluti, e non lo mettono in vendita se non a prezzi
-strabocchevoli»[285].
-
-[285] _P. Teixejra_, _op. ined. cit._, t. I, § 243.
-
-Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta più che un secolo
-addietro! _Sunt lacrymae rerum!_
-
-Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva a tanto danno di
-uomini e di tempi; ma dal dì che venne istituito, esso non rispose mai
-adeguatamente a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4% agli
-appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di grani introdotti nel
-caricatore della città, del 6 a tutti i padroni esteri nei principali
-caricatori del Regno, consumavano il capitale. Questo, già scarso, era
-messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue derrate al Monte
-rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti: onde lo istituto venne a
-fallire e, presso al fallimento, impose agli esausti cittadini sacrificî
-superiori alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o di
-rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.
-
-E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni, che, per non averne i
-disagi, abbandonavano le loro vaste tenute, vediamoli un poco nella
-Capitale.
-
-La città offriva tutte le attrattive del tempo e della moda, circoli,
-compagnie, feste, giuochi, passatempi, ai quali non era facile
-rinunziare, anche perchè a molti gli espedienti per ben vivere stando
-alle sicure entrate annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano
-accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare i loro
-bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto di famiglia. Il chiostro
-poi non c'era per nulla.
-
-
-
-
- _Capitolo XIV._
-
-
- _NOBILTÀ E GARA DI FASTO._
-
-La conquista normanna diede origine ad una monarchia a base di feudalità
-e di privilegi, forza e vitalità di essa. Il feudo fu il substrato
-dell'edificio che dovea sorgere e sorse. Crebbero i feudatarî e i
-privilegiati, che costituirono una classe a sè con preminenze e diritti
-non comuni. Crebbero per la natura delle primitive concessioni, e si
-mantennero pel Diritto siculo, che il passaggio del titolo feudale
-consente in linea retta, senza distinzione di sesso, fino all'ultimo e
-più lontano gettone della famiglia e, in linea collaterale, sino al 6º
-grado; e chi n'era investito, poteva alla sua volta, in virtù del famoso
-_quos volueris_, se di tanto avea facoltà, concederlo, trasmetterlo a
-capriccio.
-
-Nel giorno della sua incoronazione (2 febbr. 1286) Re Giacomo creò ben
-400 militi; 300 e più ne creò dieci anni dopo, per la sua, Federico II
-l'Aragonese, innalzando a dignità di Conti un buon numero di
-Baroni[286].
-
-[286] _J. B. Caruso_, _Bibliotheca historica Regni Siciliae_, t. I, p.
- 144; t. II, p. 220. Panhormi, 1723. -- _R. Gregorio_,
- _Considerazioni alla Storia di Sicilia_ ecc., lib. IV, cap. VI, n.
- 125.
-
-Così nata l'alta classe, a poco a poco, col progredire dei secoli, col
-succedersi degli avvenimenti, con gli incessanti bisogni dei sovrani,
-diventava una legione con diritti e preminenze tutte proprie.
-
-L'indirizzo impresso da Carlo III al Governo dell'Isola mirò anche a
-ritornare ad usi gli abusi dei feudatarî, e gli usi a ricondurre nei
-limiti compatibili coi tempi, assimilando alla feudalità di Napoli la
-feudalità di Sicilia. E certo, se a questo non riuscì, a quello
-accostossi con riforme sapienti, perchè non sempre fruttuose, vuoi per
-incertezze del suo successore, vuoi per malferma volontà de' ministri e
-vuoi per difficoltà di ordinamenti interni, non del tutto coerenti.
-
-La fine del secolo XVIII offre la seguente statistica nobiliare: 142
-Principi, 95 Duchi, 788 Marchesi, 59 Conti, e 1274 Baroni tra feudali e
-di franco allodio[287]. Costoro erano tutti in legittimo possesso dei
-loro titoli; però, oltre di essi, era un numero sterminato di persone
-con titoli abusivi, non suffragati neanche da parvenze di successioni e
-di antichità, di regolarità di concessione originaria o di legale
-passaggio; onde quel severo dispaccio, comunicato al Senato palermitano,
-col quale Ferdinando dichiarava per modo di regola (1799) che il
-conceder titoli od altra distinzione d'onore fosse unicamente e
-personalmente riservato alla sua Autorità[288].
-
-[287] _Protonotaro del Regno: Indici d'Investiture_ voll. 1881-1883. Nel
- R. Archivio di Stato di Palermo.
-
-[288] _Provviste del Senato_, a. 1798-99, p. 733.
-
-Come in Palermo, così a Messina, in Catania, in Siracusa, questi
-titolati abitavano palazzi da gran signori; ma la loro signoria era
-esercitata nell'interno dell'Isola. Nella Capitale, tutte le forme
-esteriori di grandezza in equipaggi, livree, ricevimenti; lì gli avanzi
-del baronaggio e degli usi feudali nel pieno loro vigore.
-
-Nei dialoghi del giornale _Conversazione istruttiva_ del 1792, un
-filosofo, pregato da un cavaliere che gli trovi un maestro pei suoi
-figli, risponde che essi non istudieranno gran fatto. E che vorranno
-essi fare se, usciti di collegio o liberi della custodia dell'aio, senza
-la guida dei genitori, si troveranno slanciati nel gran mondo, vittime
-della loro o inesperienza o tendenza malsana, tra teatri e banchi da
-giuoco, tra sensali di cavalli e venditori di stoffe?[289].
-
-[289] N. 2, Sabbato, 14 Genn. 1792.
-
-Dai difetti biasimati da questo troppo catoniano filosofo defalchiamo il
-molto che deve attribuirsi alla umana natura; siamo anche indulgenti
-ripetendo dall'ambiente certe abitudini inveterate; questo è certo: che
-rimane sempre molto di deplorevole.
-
-La gara del lusso impelagava in ispese che non trovavan compenso nelle
-entrate ordinarie e sicure. A molti patrimonî si dava fondo senza
-smettersi dallo spensierato ed improvvido sperpero, che a fatale rovina
-avea condotto famiglie per censo rinomate. Il regio Archivio di Stato in
-Palermo pullula di processi giudiziarî, che accusano vecchi spenderecci
-e giovani dissipatori, dal primo all'ultimo orgogliosi di un nome
-onorato che non seppero illustrare, e di un casato alla cui corona non
-curarono di aggiungere il verde d'una fogliolina. Accanto a patrizî
-venerandi e benemeriti, che la gloria più bella riponevano nel ben fare
-per la patria pel lustro edilizio, pel sollievo dei miseri, per le
-istituzioni di carità, erano scioperati, che a nulla di grande, a nulla
-di veramente utile volgevano l'animo. Rivaleggiando in occupazioni
-lontane dalla virtù, la nobiltà radiosa delle opere impiccinivano in
-manifestazioni, più che di volontà ferma, di velleità, senza un atto
-energico che rivelasse la coscienza sicura del movimento estero, inteso
-a trasformar tutto, mentre la inerzia locale tutto lasciava come
-cristallizzato.
-
-Un patrizio dei più buoni d'allora, che del patriziato scrisse con
-dottrina di blasonista e con sincero entusiasmo e piena coscienza di
-celebrare una degna istituzione, il Villabianca, ebbe sempre parole
-roventi all'indirizzo dei malversatori delle proprie sostanze, e fremeva
-perchè molti del suo ceto non fecondassero gli esempî degli avi, e
-perchè nella pratica del bene restassero dietro a quelli del ceto medio,
-i quali egli dichiarava inferiori.
-
-Sotto la data del 30 agosto 1793, prendendo nota dell'arresto di un
-allegro consuntore, faceva di costui uno dei tanti «seguaci della moda
-libertina lussuriosa», ed usciva in parole molto ma molto gravi.
-Inaugurandosi poi, in sostituzione dell'altra del 1676, la fontana della
-Piazza del Carmine alla Albergaria, e sostenendone le spese il
-Presidente di Giustizia altrove citato, G. B. Asmundo Paternò, non
-nobile di nascita ma nobile di azioni, il Marchese Villabianca riteneva
-vergognoso che non si emulasse la gloria di servire il paese in opere
-pubbliche, e che i magnati del sangue si lasciassero superare dai
-ministri di Legge. «Lo fa, diceva, il _paglietta_, perchè è virtuoso, e
-si nega il magnate, perchè è vizioso. A lui il vizio fura le ricchezze e
-lo fa vivere povero»[290].
-
-[290] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 190-91; a. 1796, p.
- 387.
-
-Quasi contemporaneamente l'ab. de Saint-Non trovava «gran quantità di
-case nobili, ricche, fastose, belle donne e.... costumi da
-Sibariti»[291].
-
-[291] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, part. I, p. 138.
-
-Questo, meno il poco detto dal de Mayer, è facile trovare nelle
-scritture del tempo; quello però che si legge a stampa, desta un gran
-senso di meraviglia.
-
-Autori paesani e forestieri, ricercando la causa dell'ozio in Palermo,
-la trovavano là dove realmente era: nel pregiudizio che un signore che
-si rispettasse non dovesse in verun modo occuparsi di ciò che costituiva
-occupazione ordinaria degli altri. Il ceto basso tribolava nelle fatiche
-corporali; il medio sgobbava; ma il nobile non davasi punto da fare: non
-sapendo sobbarcarsi alla modesta vita dell'impiegato, del mercante,
-dell'architetto. Qualche eccezione era pel Foro; ma rara e da segnarsi a
-dito. Due sole vie perciò rimaneva a battere: quella della milizia e
-l'altra della Chiesa: e per esse si mettevano coloro che avevano la
-sventura di esser nati dopo il primogenito, il quale, pel fidecommesso,
-era il legittimo rappresentante della casa.
-
-Questi cadetti pertanto entravano nei corpi distinti della milizia, dove
-per lento corso potevan giungere a qualche grado. La disciplina militare
-non era ostacolo alle inclinazioni succhiate col latte, mantenute dai
-costumi delle famiglie, determinate dalla vista di persone e di cose,
-che erano tentazioni continue[292]. Altri preferivano la vita
-ecclesiastica secolare e più frequentemente regolare. Per quanto si
-cercasse, non si trovavano conventi che loro convenissero. Nei conventi
-si raccoglievano _soggetti_ di assai modesta condizione; raramente della
-media; rarissimamente, quasi mai, della superiore. Una volta, quando i
-Gesuiti erano nel loro splendore, sì che in Palermo contavano fino a sei
-_case_, non mancava tra essi l'elemento aristocratico: eletti ingegni,
-che gli accorti e severi Padri sapevano attirare alla Compagnia; ma dal
-1767 i Gesuiti ramingavano fuori del Regno in attesa di tempi migliori.
-Non restavano se non le case dei Teatini, dei preti di S. Filippo Neri,
-ed i monasteri dei Benedettini. E qui eran ricevuti come a casa loro;
-giacchè tra i Teatini ed i Filippini si ostentava meno la grandezza dei
-natali e si curava più la educazione della gioventù: occupazione alla
-quale essi attendevano come per missione civile e religiosa; e tra i
-Benedettini, nella finezza della cocolla, nella sontuosità
-dell'abitazione, nella lautezza delle mense, nella copia dei mezzi di
-cultura, da pochi, per altro, messi a profitto, aveasi modo di sfoggiare
-la superiorità d'origine.
-
-[292] «I majorascati e certe.... maniere adottate nelle famiglie nobili
- lor fan credere di conoscere il proprio casato, permettendo a' loro
- secondogeniti darsi alla mercatura o ad altre utili professioni o
- mestieri che potrebbero levarli dalla miseria. Quando un ragazzo ha
- l'età di 10 a. e la femina molto minore, si racchiudono in un
- monistero, ove, privi d'idee del mondo e del proprio essere,
- ricevono una validissima impressione quelle che con tutta forza se
- gl'imprimono da coloro che, pentiti dello stato, al quale anch'essi
- furono sedotti, credono rivendicare la propria offesa
- moltiplicandone il numero». _Guerra_, _Stato presente della città
- di Messina_, pp. 48-49. Napoli, 1781.
-
-I monasteri di S. Martino delle Scale e di Monreale avevano il loro
-fratello maggiore in quello di S. Nicolò l'Arena in Catania. Le
-ricchezze sconfinate, provenienti da 72 feudi pel solo monastero di
-Monreale, potevano bene sopperire ai bisogni del gran numero di monaci,
-che vi conducevano vita di agi campestri, alternata con quella non meno
-agiata, ma più variata e mondana, di città. Qui altro monastero, quello
-di S. Spirito, nel quartiere del Capo (attuale Caserma dei Pompieri
-municipali), era la _Gangia_ di S. Martino, tutta a loro disposizione
-quando l'aria dei monti non facesse per loro. Quei due monasteri eran
-sempre aperti a chi vi giungesse, ed ai refettorî di essi poteva,
-secondo il grado di civiltà, sedere chiunque, come alla sua foresteria
-quanti cercassero ospitalità temporanea, rimasta fino a noi
-tradizionalmente bella.
-
-D'altro lato, alcuni dei primogeniti (non tutti, s'intende, giacchè
-c'erano anche qui eccezioni lodevolissime, che chiamavano la generale
-ammirazione su loro), schivi d'occupazioni fruttuose, sovente
-anneghittivano nell'ozio, e per conseguenza nei disagi della vita[293].
-O non inchinevoli, o non adatti al maneggio degli affari, preferivano il
-dolce far nulla, come se la proposta di Galt di una Costituzione non li
-riguardasse punto, o come se sogno da menti inferme fosse la previsione
-che le loro fortune si sarebbero senz'altro aumentate quando per poco
-avessero voluto attendere al commercio ed alla mercatura[294].
-
-[293] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 71.
-
-[294] _Galt_, _op. cit._, p. 38.
-
-Vedremo nei seguenti capitoli le ragioni che per molti di essi era causa
-di rovina; nel presente non saranno inopportuni pochi cenni, che
-particolarmente illustrano quella vita o, come oggi si direbbe,
-quell'ambiente.
-
-Fu detto che essendo la principale Nobiltà della isola raccolta in
-Palermo, il lusso degli equipaggi fosse eccessivo: e che essendo scarso
-il numero dei forestieri, e tutte conoscendosi tra loro le persone del
-paese, questo lusso non fosse giustificato neanche da occasioni
-frequenti di mostrarsi in gala, di abbandonarsi a spese di whisky, di
-carrozze, di cavalli e di altri rovinosi passatempi[295].
-
-[295] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 143.
-
-L'osservazione non poteva essere più giusta, ma peggio seguita. Il lusso
-c'era; e sempre e quando occasioni nuove od eccezionali sorgevano,
-diventava più che pericoloso, specialmente se pei ricevimenti di persone
-straniere d'alta levatura si destasse una gara tra i riceventi. Questa
-gara giungeva anche al parossismo, e più si avviava alla sua fine e più
-accaloravasi in manifestazioni di opulenza che talora degeneravano in
-fittizie manifestazioni, ahi quanto laboriose! di ricchezza.
-
-Il lettore ci segua un momento.
-
-Pel primo parto di Maria Carolina (1772), il Vicerè Fogliani, nella
-villa Zati a Mezzo Monreale, invitava la Nobiltà ad un ballo, il popolo
-ad una cuccagna, tutti ad una fantastica illuminazione. I diaristi del
-tempo si diffondono nei particolari di quella festa, e ci fanno sapere
-che in limonate granite, sorbetti, pasticci, vini, rosolî e non so che
-altro, furono spese ben 700 onze. Poco dopo, il Pretore non volle esser
-da meno del Vicerè; ma la cassa del Comune era esausta, e non c'era dove
-metter le mani. Che importa! La festa dovea tenersi, e si tenne: ed il
-Palazzo Pretorio venne invaso da duemila persone in maschera, servite di
-rinfreschi, ghiacci, torte grasse, vini d'ogni sorta, ed alle ore otto
-della notte seguì una ben lauta cena, in ventitrè mense, protratta fino
-a giorno pieno. Quel giorno medesimo lo inasprimento della meta di
-alcuni commestibili[296] offriva ai malcontenti ragione di biasimo per
-la inconsulta spesa.
-
-[296] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 76.
-
-Ma v'era un'altra Autorità, che non poteva starsene inoperosa. Il
-Capitan Giustiziere, Principe di Partanna, invitava al suo palazzo del
-Piano della Marina quanto di eletto offrisse la città. Da lì assistevasi
-al giuoco dei tori sulla sottostante piazza: e tra gli ori e gli
-argenti, tra i luccicanti cristalli ed i ricchi doppieri, tra le superbe
-tappezzerie e le sfavillanti lumiere, altre duemila persone danzavano,
-giocavano, mangiavano, servite da ventisei paggi, diretti da non so
-quanti maestri di casa, con soldati svizzeri e alabardieri del Principe.
-A conti fatti, il Principe Girolamo Grifeo metteva fuori presso a 650
-onze!
-
-La morbosa emulazione non si arrestava a spese per nessun verso
-giustificabili. Il 15 dicembre del 1777 giungeva al Molo di Palermo il
-primogenito del Vicerè Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, con
-la novella sposa, Cecilia Ruffo, secondogenita del Duca della Bagnara;
-ed il padre bandiva, in onore degli sposi, tre ricevimenti della Nobiltà
-Palermitana nei prossimi giorni 20, 21 e 22; e tre feste da ballo nei dì
-27 e 30, e 1º gennaio del nuovo anno. Alla vanità del parere ed alla
-spensieratezza dello spendere non poteva offrirsi stimolo migliore. Ed
-allora, che restava a fare all'Autorità cittadina, se non indire una
-festa nel pubblico Palazzo ed invitarvi gli sposi? E questo fece il
-Pretore, il quale, conoscendo le strettezze dell'erario, da quel
-patrizio disinteressato che era volle stavolta spender di suo.
-
-Qui avrebbe dovuto finir tutto e lasciarsi in pace gli sposi; ma
-nossignore! Una seconda serata bandisce il Principe G. L. Moncada di
-Paternò. E vada anche questa! Tanto il Principe era Capitan Giustiziere,
-e non poteva sottrarsi ai doveri della carica; altronde non per nulla si
-è altolocati; e non per nulla si hanno palazzi e quattrini. E comincia
-una gara tra' signori per solennizzare il fausto evento di giovani che
-nessuno di essi conosce e che ne hanno avuto già troppo con i tre
-ricevimenti, le tre feste da ballo al Palazzo vicereale, e le due altre
-del Pretore e del Capitan Giustiziere. Il Principe di Partanna, che nel
-far onore ad ospiti vuol essere sempre primo, dà il segnale con una
-festa alla sua casa. Segue il Principe di Giarratana, Troiano Settimo;
-indi Antonio Statella, Marchese di Spaccaforno. Essendo stati pochi i
-convitati, se ne mormora come di mancanza di riguardo. Tommaso Celestre,
-non come Principe, ma come Marchese di S. Croce, vuol farsi apprezzare,
-e dirama larghi inviti; e perchè è uno degli ordinatori del prossimo
-costoso Carnevale, compie prodigi di magnificenza; imitato, non
-superato, dal Duca di Cefalà Niccolò Diana, vecchia conoscenza dei
-nostri lettori, e dal Principe e Duca d'Angiò Giovanni Gioeni.
-
-La storia non è finita: a brevi intervalli, altre feste vengono date da
-Placido Notarbartolo Duca di Villarosa, da Giovanni Oneto Duca di
-Sperlinga nella sua villa suburbana di Malaspina, e da Antonio Lucchesi
-Palli Principe di Campofranco, Capitano della real Guardia degli
-alabardieri, dentro il Palazzo del Vicerè.
-
-E la gara continua, continua ancora nel palazzo del Conte d'Isnello
-Domenico Termine, nel Cassaro con altra festa, cominciata col passeggio
-delle carrozze di maschere e finita con balli mascherati; e si chiude
-nel piano dei Bologni, dentro il palazzo Villafranca ove dell'unico
-principato del Sacro Romano Impero in Sicilia meritamente si onora la
-famiglia Alliata.
-
-Cuccagna come questa non s'era mai vista da mezzo secolo in Palermo: e
-chi se la godette, ne rimase entusiasta; «imperocchè furon feste
-veramente superbe e degne di esser date anche alla persona del re
-medesimo.» Alcune, quelle, p. e., di Angiò e Spaccaforno, costarono le
-solite seicento onze, col magro compenso d'una visita di ringraziamento
-del Vicerè[297].
-
-[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 115-16 138-44.
-
-Ci si consenta, mentre ci siamo, un ricordo o qualcosa di simile, di
-data posteriore nei primi del sec. XIX.
-
-Un bravo siciliano, che aveva molto viaggiato e molto veduto, parlando
-d'una festa organata in Palermo dal Principe della Cattolica, non
-trovava termini per dare un'idea anche lontana del gusto, della grazia e
-della fantasia ond'essa era stata ordinata ed eseguita.
-
-«Immensi saloni, dalle pareti coperte di specchi dall'alto in basso,
-erano mascherati da alberi, testè divelti dalla terra, e tutti pieni di
-frutte. Gli spazî tra il fogliame e gli specchi facevano credere ad un
-altro mondo che passasse dall'altro lato della strada: la illusione era
-completa. Si facevano balli inglesi sotto viali di pergolati, dai quali
-pendevano grappoli d'uva matura e squisita; contraddanze francesi in
-quadrati d'alberi, e tutt'intorno ad una ricca vasca, donde zampillava
-un bel getto d'acqua che faceva dei giuochi. In fondo, nell'ultimo
-salone, vedevasi una graziosissima collina, anch'essa imboschita, e nel
-mezzo un sentiero, conducente alla sommità, a' cui due lati erano in
-gran copia _bombons_ e _gâteaux_ d'ogni genere. Nessun domestico si
-vedeva dai convitati; ma, a piè del colle, trenta o quaranta chiavette,
-con indicazioni delle singole bibite e d'ogni rinfresco desiderabile,
-come poncio caldo, poncio freddo, crema, caffè, thè, bordò; e, sotto, i
-bicchieri, che, presi, si sostituivano con un turacciolo. La musica era
-sentita bene; ma come non si vedevano domestici, così non si scoprivano
-musicanti, celati dentro grotte coperte di fogliame. Solo all'ora della
-cena si potè sapere che v'eran servitori.
-
-«E se non è questa una _féerie_, esclamava il Palmieri, io non so che
-cosa meriti questo nome!»[298].
-
-[298] _Palmieri de Micciché_, _Pensées et Souvenirs_, t. I, c. XI, Paris.
-
-Ecco le condizioni della società che ci occupa! L'alta posizione sociale
-consigliava sacrificî, che le condizioni personali forse non
-consentivano. Per una malintesa dignità, l'esempio diveniva contagioso:
-se non s'avea, erasi costretti a mostrar d'avere; se non si era,
-dovevasi fare ogni studio per comparir doviziosi.
-
-Quest'esempio induceva un certo Gentile a tenere, sotto il Vicerè
-Fogliani, una clamorosa festa, molto lodata e molto biasimata. «Se le
-fanno i nobili le feste, avrà egli pensato, perchè non possono farle i
-civili?» Il figlio di lui, avv. Matteo, altra ne tenne superiore alla
-prima; e Diego Orlando, uno dei più famosi avvocati, ne traeva stimolo a
-bandirne alla sua volta una (26 gennaio 1798), che quella e questa
-superasse: e larghi inviti a stampa alle principali dame della città
-mandava la Principessa di Belvedere Caterina Del Bosco, e più larghi
-ancora a signori e civili l'Orlando medesimo, che, a titolo di lode per
-lui, non pur profondeva dolciumi e rinfreschi, ma anche deliziava
-gl'intervenuti col canto delle virtuose del teatro S. Cecilia[299].
-
-[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, pp. 71-73.
-
-Più tardi, quando S. A. Leopoldo di Borbone soscriveva per 100 copie
-alla nuova edizione delle _Poesie_ del Meli, a due onze e tarì l'una, e
-ne pagava anticipatamente il prezzo, un Presidente Marchese faceva
-altrettanto, perchè nessuno potesse pensare che un dignitario come lui
-facesse da meno di un Principe reale. Se poi il soscrittore
-neo-Marchese, amico ed emulo di Ferdinando III nella caccia, non fece
-onore alla sua firma, ed al momento della consegna dei libri negò al
-Poeta le dugentottanta onze, il pubblico seppe almeno che egli stette
-alla pari del Principe Leopoldo. E se un'arguta affabulazione
-sull'incidente venne in testa al Meli[300], tanto meglio pel Presidente
-che ne fu l'oggetto! È sempre qualche cosa _ex magnis inimicitiis
-excellere_.
-
-[300] _G. Pipitone_, _Giovanni Meli: I tempi, la vita, le opere_, p. 105.
- Palermo, Sandron, 1898.
-
-La distinzione fra i ceti aveva linee così nette, che una confusione non
-poteva assolutamente nascere e, nata, prolungarsi. Poteva bensì dolersi
-Em. Perollo che le cariche principali del comune venissero impartite
-solo ai nobili. L'Autorità, alla quale egli rivolgevasi chiedendo la
-partecipazione dei semplici cittadini a quelle cariche, nol degnava
-neanche di risposta![301].
-
-[301] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, p. 462.
-
-Aveva un bel dire il Santacolomba che gli uomini son tutti uguali, «e
-manderebbe lo stesso odore d'arrosto messa sul fuoco la carne d'un alto
-o di un basso personaggio». Egli stesso, nelle cui vene circolava sangue
-non volgare, doveva poi convenire che «la civil polizia ha i suoi
-scalini gerarchici: non tutti sovra tutti posano i piedi: chi si trova
-più in alto, chi sta più basso. Il magnate, il nobile, il graduato esige
-certe marche di rispetto dal semplice e dal civile; è dovere che gli si
-paghino: volergli camminare a fianco è un'ingiuria»[302].
-
-[302] _C. Santacolomba_, _op. cit._, p. 377.
-
-Un giorno il Villabianca, andando in carrozza pel Cassaro in compagnia
-del Principe di Paternò, era salutato forse con maggiore riguardo del
-solito, ed egli ne traeva ragione di letizia, perchè ci vedeva gli
-effetti dell'onore altissimo[303].
-
-[303] _Diario_ ined., a. 1796, p. 472.
-
-Ma il colmo di questo innato principio, fecondato e mantenuto dalla
-educazione, avversa a tutto ciò che potesse fin lontanamente intorbidire
-la purezza del ceto, è un aneddoto, che brevemente narreremo.
-
-Festeggiavasi con un gran ballo il già detto parto della Regina
-Carolina: ed «uno de' figli del fu Razionale del Patrimonio, Scicli,
-perchè ebbe lo spirito di frammischiarsi in questa serata co' nobili,
-avendo giuocato a tavolino di dame, ne fu messo fuori sul tardi dal
-commissariato della celebrazione della festa, come persona affatto
-ignobile ed incapace di unirsi colla Nobiltà. E questo fu fatto ad
-istanza di quelle stesse dame che un'ora prima seco lui avean giuocato.
-_Non licet omnibus adire Corinthum_. Pover'uomo! Egli spacciò tosto per
-sua giustificazione essere originata la sua famiglia da avi nobili; ma
-questa affatto non gli fu fatta buona»[304].
-
-[304] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 346. Pel seguente
- aneddoto vedi anche v. XX, pp. 62-63.
-
-Questo aneddoto e questa osservazione può destare impressione oggi; ma
-non poteva destarne allora, che i distacchi tra le classi erano nella
-coscienza di tutti. Diremo, in proposito, cosa che darà ancora meglio la
-prova dell'abisso che separava non solo i ceti tra loro, ma anche i
-gradi d'un medesimo ceto.
-
-Il 17 ottobre del 1779 il primogenito del Barone Ignazio Capozzo, un
-bravo giovane a 22 anni, sposava la figlia del già morto Principe di
-Torrebruna, Girolamo Landolina. I parenti tutti della fanciulla,
-scandalizzati, si misero a gridare contro lo sposo, che avea osato levar
-gli occhi verso la figliuola di sì gran signore; il contrasto tra lui e
-lei essere stridente. Le grida si tradussero in ricorso legale al
-Governo, non solo di Sicilia, ma anche di Napoli, e si chiese
-l'annullamento del matrimonio. L'annullamento, a dir vero, parve troppo
-al Governo; ma una punizione allo sposo, indispensabile; onde il Capozzo
-con dispaccio sovrano venne carcerato, proprio carcerato! a
-Castellammare, e poi relegato in non so quale riposta prigione del
-Regno. E quando rientrò libero a casa sua, dovette benedire alla toga
-del Tribunale del Concistoro vestita dal padre suo, ed alle parentele
-nobili, state contratte dai suoi antenati.
-
-Un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, il regio Convitto
-Carolino pei nobili giovanetti fu soppresso. Che è che non è? si volle
-romperla con la intrusione di qualche ragazzo «di recente nobiltà».
-Bisognava rimediare allo sconcio: e vi si rimediò con la istituzione di
-un nuovo Convitto, il _S. Ferdinando_, nel quale furono ammessi alunni
-con cent'anni di nobiltà, almeno.
-
-Seguiamo ora un po' davvicino la vita giornaliera, particolarmente da
-salotto, dell'alta classe.
-
-Eccoli, costoro:
-
- Quant'aprinu la vucca,
-
-ed hanno
-
- Carrozzi e vulantini,
- Gran tavuli e fistini,
- Tutti (_ogni_) commodità[305].
-
-[305] _Meli_, _Poesie_, p. 89.
-
-Paggi, lacchè e servitori popolano le loro anticamere. Per poco che una
-della famiglia, il signore soprattutto, la dama, il primogenito, si
-muova da una stanza all'altra, si agitano in inchini profondi e in
-attitudini rispettosissime. Fuori, cursori a piedi e _volanti_
-accompagnano correndo le carrozze e disimpegnano altri urgenti servizî.
-Ad essi vogliono, nella rapidità del fare, contrapporsi i servitori; ne
-nascon gare a chi faccia più presto; e, questi in livrea, quelli nel
-leggiero vestito ordinario, si rincorrono fuori le mura per vincere un
-premio di agilità: prove pericolose, che il Governo è costretto a
-vietare per impedire danni alla parte offesa e perdite a chi su di esse
-scommetta[306].
-
-[306] Il dì 28 Giugno 1788 il Vicerè Principe di Caramanico, «informato
- delle perniziose gare che si eccitano tra' servidori di livrea e
- volanti, i quali si sfidano a correre furiosamente per lunghi
- tratti di vie fuori la città, colla lusinghiera speranza di
- riportare chi primo giunga alla meta designata un qualche
- guiderdone e una vera acclamazione del volgo; ed informato pure
- delle scommesse che si fanno vicendevolmente in favore di
- ciascheduno dei sfidanti, le proibisce e le vuol proibite». Stampa
- del tempo.
-
-Stringevasi al Bartels l'animo per l'affanno di codesti infelici nel
-trottare al trotto dei cavalli mentre il padrone distrattamente godeva
-in cocchi, livree, cavalli, specie quando egli fosse un villan rifatto,
-che sfarzava con uomini da lui condotti dalla terra, della quale erano
-utili braccia, come della famiglia indispensabile aiuto[307].
-
-[307] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 602.
-
-E volanti, lacchè, staffieri precedono, fiancheggiano e seguono i
-signori che vanno a piedi o in vettura, di giorno o di notte, con torce
-a vento se in vettura o in portantina, con ceri accesi se a piedi.
-
-Codesto corteggio non era solo per comodità nelle vie buie o scarsamente
-illuminate, ma anche per distinzione. L'arguto Brydone, che in Palermo
-ebbe cortesie infinite di nobili amici, ricordava sorridendo
-l'inalterabile loro costume di andare in carrozza; solo una volta potè
-persuaderli a fare diversamente. Per condiscendenza essi scesero con lui
-a piedi pel Cassaro, ma non prima che innanzi a loro andassero i
-servitori con grosse torce di cera accese. Eppure il Cassaro era, per le
-feste di S. Rosalia, illuminato a giorno![308].
-
-[308] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXXIV.
-
-Di siffatto uso rimane viva la memoria nel motto popolare dialogato: --
-_Appressu!... -- Lu stafferi cu la torcia._
-
-Talora uno di codesti servitori o staffieri teneva dietro al padrone
-portandogli il nicchio[309].
-
-[309] _D. Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 350.
-
-A qualche vecchio signore abbiamo più volte chiesto dei servitori di
-casa sua o d'altrui: e le risposte ci son parse sempre esagerate.
-Lasciamole dunque queste notizie orali, ed atteniamoci alle scritte. Un
-figlio di famiglia, un cadetto di casa Palmieri di Miccichè, ce ne fa
-sapere qualcuna; la nostra opinione, peraltro, è formata sulle carte
-tuttora esistenti, di spese. Il Palmieri scrive così:
-
-«Dei domestici straordinario era il numero nelle case signorili, anche
-più modeste. E bisogna vedere con che etichetta si regolassero. Il
-cocchiere si sarebbe guardato bene dal salir sopra per servire a
-colezione o in una serata; il domestico da livrea non si sarebbe mai
-acconciato a cingere un fardello: questo avrebbe fatto soltanto il
-mezza-livrea; e non è esagerazione se si porti il numero di tutta
-codesta gente a ventidue, ventiquattro persone tra maestro di casa,
-camerieri, domestici propriamente detti, cuochi, cocchieri, e via
-discorrendo»[310]. V'eran case che tenevano fino a sei lacchè con
-livree, alcune delle quali, per voler apparire ricche, riuscivano
-stravaganti. Certe dame non avrebbero saputo uscire per le strade senza
-un duplice appoggio ad entrambi i lati, quasi si svenissero ad ogni
-passo.
-
-[310] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XXXVI.
-
-«Superbi gli equipaggi; cavalli di razza spagnuola, vigorosi corridori,
-per le gite ordinarie; cavalli danesi, romani, napoletani, per le grandi
-occasioni, che non mancavano mai. Eguale il lusso delle abitazioni. Si
-sarebbe creduto di non averne una bastevole, se questa fosse stata meno
-di cinque, sei stanze; dieci, dodici, quindici di fila componevano
-l'appartamento del signore: cosa, a dir vero, perdonabile in Sicilia,
-dove le adunate sono numerosissime, ed un quartiere piccolo non potrebbe
-accogliere tutti coloro che la convenienza vuole invitati. E frattanto,
-non v'è nulla di più strano che per un piccolo desinare di società e in
-famiglia si debba attraversare un filare di stanze e di gallerie per
-trovar poi in un gabinetto il signore o la signora con quattro o cinque
-commensali. Si resta sorpresi vedendo queste stanze mobigliate in
-damasco, tappezzerie ecc., sedie di cuoio o di paglia.... Il tono di
-magnificenza sul quale tutto è montato, impedisce alla Nobiltà di
-abbandonarsi al suo naturale gusto ospitale e socievole invitando i
-forestieri. Si sentirebbe vergogna di offrire una zuppa come vien viene,
-perchè non si vuol comparire altrimenti che in tutto il proprio
-splendore. Difatti, quando un desinare od una festa si dà, non si
-risparmia nulla. Pare che tutto si voglia buttar giù dalle finestre; ed
-io metto pegno se si trovi un paese dove le cose si facciano con
-magnificenza, gusto, e vorrei anche dire con raffinatezza voluttuosa più
-che a Palermo»[311].
-
-[311] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 78-80.
-
-Pittura così viva potrebbe parere esagerata in chi l'ha fatta, il conte
-de Borch; ma la esagerazione, caso mai, sarebbe stata in altri
-visitatori della città. Tutti, infatti, descrivevano la magnificenza dei
-palazzi; tutti guardavano attoniti camere spaziose ed alte, in lunga
-fila, con arazzi di gran costo: ostentazione di splendore principesco;
-tutti, il nugolo di creati: etichette ambulanti di agiatezza; e le
-superbe livree cariche d'oro: affermazione perenne di grandezza
-nobiliare, e le carrozze pesanti dell'antica forma, e l'esercito di
-battistrada, avviso di signoria magnatizia. E non è sfuggito neanche
-questo: che, dopo morto, lì alle catacombe dei Cappuccini, qualche
-signore, avvolto nel comun sacco nero, con le mani irrigidite dalla
-inesorabile Morte, ti presentava un cartellino per dirti: _Io sono il
-Principe A._ -- _Io sono il Marchese B._ -- _Io sono il Conte C._[312].
-
-[312] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 602-631.
-
-Ma in mezzo a tanto fastigio di mobili, abiti, pranzi, feste, l'animo,
-insoddisfatto, non s'acquetava ad un capriccio stato appagato, ad una
-bizzarria compiuta, ad una delicatura non a tutti, e solo a chi avesse
-mezzi, possibile. Un non so che d'indefinito, che è infelicità di non
-gustar mai nulla, sopravanzava a tutto. I mobili erano una decorazione
-mutabile, gli abiti una servitù giornaliera, i pranzi una parata, le
-feste una distrazione effimera; ed il fastidio della ricchezza
-arieggiava il soffrire della povertà: ricco e povero in qualche cosa si
-somigliavano.
-
-In una delle sue ingegnose concezioni, il Meli vide alcuni genî
-divertirsi ad osservare le umane sciocchezze; ed un gran quadro
-rappresentar figure e costumi della vita,
-
- ... chi espriminu lussu e spisi orrenni[313].
-
-[313] _Meli_, _Poesie Lu Cafeaus_, p. 137.
-
-Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca; il quale, a
-proposito del nobile Senato di Caltagirone, esclamava in versi:
-
- Ah che il Senato non è più quel di pria!
- Schiavo è fatto de' scribi e de' _sensali_;
-
-correggendo l'ultima parola _farisei_[314].
-
-[314] _Opuscoli_, Ms. Qq., E, 94, della Bibl. Com., opusc. n. 3, p. 103.
-
-Perchè questo? potrà chiederci il lettore.
-
-Chi guardi con criteri morali alle esteriorità, penserà che anche i
-piaceri lasciano un gran vuoto, e che _possessa vilescunt_. Pure una
-conoscenza più esatta delle persone e delle cose del tempo e delle
-conseguenze alle quali dovea condurre questa dissipazione induce a
-giudicare ben altrimenti.
-
-«La maggior parte dei signori son coperti di debiti: e le entrate dei
-pochi, inadeguate ai loro bisogni; molti vivono in uno stato di miseria
-completa»[315].
-
-[315] _Galt_, _op. cit._, p. 36.
-
-Ecco il giudizio di un inglese, venuto nei primordî del sec. XIX a
-studiare la Sicilia: giudizio assoluto, e, perchè assoluto, inesatto;
-nel quale una gran parte di vero è bensì a presumere, senza potersi
-provare.
-
-E come provare che un uomo, apparentemente dovizioso, facesse sfoggio di
-denaro non suo, che forse non avrebbe avuto possibilità di restituire?
-
-A non radi intervalli una sentenza di tribunale metteva in vendita un
-feudo: espropriazione forzata per debiti insoluti. Ed ora un Principe
-veniva privato della baronia di Garbanoara col relativo feudo,
-acquistato da Girolamo Fatta Oddo pel prezzo di diecimila
-quattrocencinquant'onze[316]; ora un altro Principe vedevasi dismembrato
-lo _stato_ e la Contea di Cammarata del feudo e della baronia di
-Molinazzo, passato alla creditrice D. Lucia Sances[317]; ed ora
-volontariamente, per contratto ordinario, quando uno e quando un altro
-dei signori era costretto ad alienare qualcosa del suo patrimonio per
-rispondere ad impegni gravi ed a bisogni pressanti.
-
-[316] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte in data del 10 Settembre
- 1773. Atto del Not. Camillo M.a Pipitone in Palermo.
-
-[317] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte, sede civile, in data
- del 18 Febbraio 1779.
-
-Uno studio sugli atti degli antichi notai di Palermo porta a
-constatazioni dolorose. Valga per tutte questa: nel 1787 la sostanza
-mobiliare del Principe Tommaso Palermo ascendeva alla somma di onze
-44765,07 (Lire 570756,65); poco men che quattordici anni dopo,
-nell'Aprile del 1801, quella sostanza era ridotta ad onze 3462,06 (L.
-44041,26), della quale 207,04 in argenteria giacente al Monte di Pietà.
-Non ardite speculazioni, non speciali bonifiche di terre, non atti
-insigni di carità aveano consumato il patrimonio di Tommaso (41303,01);
-ma il lusso, al quale erasi sfrenatamente abbandonato il figliuolo
-Giuseppe, la cui eredità nel 1810 era quasi scomparsa[318]. Si parla
-ancora di un feudo del valore di 80000 onze stato venduto per sole 7000!
-E la causa di rivendica dei defraudati eredi si trascina ancora dopo un
-secolo!
-
-[318] Vedi Atti del notato Nicolò Barone di Palermo: inventario della
- eredità di Tommaso Palermo, in data del 9 nov. 1787; Atti del not.
- Rosario Averna: inventario dell'eredità di Giuseppe Giovanni, in
- data del 10 aprile 1801; Atti del not. Marco Antonio Averna:
- inventario del 18 agosto 1810. (Indicazione dell'avv. Giuseppe
- Riservato).
-
-Nondimeno, la qualificazione di ricche seguiva sempre molte famiglie.
-
-Non poteva pronunziarsi il nome di questa o di quella, senza il
-sottinteso delle sue cospicue ricchezze. Lo _stato_ tale, il feudo tale,
-la tale o tal'altra tenuta fornivano ad essa danari a palate, che, per
-quanto volesse spendersi, eran sempre molti. «La casa è forte»,
-ripetevan tutti: ed il fatto stesso che il capo di quella casa si
-mantenesse con tanta proprietà, non dava luogo a dubitare.
-
-Eppure non era sempre così!
-
-Mancano pubblici documenti o libri di cassa accessibili allo studioso,
-dai quali possa di certa scienza rilevarsi quali gravami pesassero sulla
-casa, notoriamente per grosse annuali entrate, più che ricca, opulenta.
-Rara e debole quindi la diffidenza nei capitalisti e nei banchieri, alle
-casse dei quali ad ogni urgenza ricorrevasi attingendo oro che
-spensieratamente si profondeva, e «usando della loro fortuna come i
-fanciulli dei giocherelli»[319].
-
-[319] _G. Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, p. 48. Palermo,
- 1836.
-
-Questo spendere alla scioperata però aveva un lato buono: quello di dar
-da mangiare ad una poveraglia che sarebbe altrimenti rimasta priva di
-pane in un paese senza fabbriche e senza considerevoli opificî, dove il
-clima mette in corpo una certa pigrizia, sorella dell'accidia al lavoro.
-Così la moltitudine, che vedeva circolare il capitale, rimaneva
-soddisfatta.
-
-Nuove leggi venivano a far conoscere a molti quel che solo pochi
-s'andavan sussurrando all'orecchio: ed i fallimenti, rimasti all'ombra,
-cadevano sotto i raggi del sole meridiano. La legge sulle soggiogazioni
-parve un'ingiustizia verso i debitori, ma fu guarentigia dei creditori.
-
-Le tristi condizioni descritte nel presente capitolo (che fa seguito al
-precedente e si compie con quello sul _Giuoco_) furono energicamente
-pennelleggiate dal più schietto pittore dei costumi del tempo, Giovanni
-Meli. La invettiva che egli pone in bocca al popolano Sarudda nel
-brindisi al Genio di _Palermo_ nella Fieravecchia è oramai documento
-storico.
-
- Ieu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermu,
- Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;
- Ti mantinivi cu tutta la magna,
- Cu spata e pala, cu curazza ed ermu!
- Ora fai lu galanti e pariginu:
- Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;
- Ma 'ntra la fitinzia dasti lu mussu,
- Ca si' fallutu ahimè! senza un quatrinu.
- Oziu, jocu, superbia mmaliditta
- T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca;
- Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca;
- Scutta lu dannu, písciati la sditta!
-
-
-
-
- _Capitolo XV._
-
-
- _PASSIONE PEL GIUOCO._
-
-Nello elenco delle Maestranze del settecento comparisce per la prima
-volta quella dei _cartari_; questo significa che il numero dei
-fabbricanti di carte era tale da costituire una vera e propria
-corporazione, come le altre del tempo: e non poteva non esserne ragione
-il considerevole spaccio della tanto ricercata e tanto pericolosa merce.
-Un bando poi del 18 settembre 1785 imponeva la gabella per le carte da
-giuoco.
-
-Comune era nelle conversazioni pubbliche e private il giuoco; senza del
-quale la distrazione più dilettevole, e quindi l'attrattiva migliore,
-sarebbe mancata.
-
-Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè, Pretori e signori di
-alta levatura avrebbero creduto di venir meno alle regole elementari di
-cortesia non ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino»
-era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa maniera di passare
-il tempo e di mettere in moto la borsa.
-
-Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni altra cura passava per
-loro in seconda linea. Il giuoco era fascino morboso, ossessione. Lunghe
-ore del giorno, intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie,
-a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli di monete che
-facevano monticelli nel centro; lo spirito tremebondo al muovere di una
-carta, dalla quale dipendeva la sorte loro, della loro famiglia. Il
-ricco d'oggi poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo
-giocatore diventare il facile erede d'un feudo. L'eguaglianza di ceto
-regnava sovrana tra disuguali per censo; ogni cuore chiudevasi alla
-pietà, ed il dolore d'uno era la gioia d'un altro.
-
-Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale, di qualunque
-persona vi si appassionasse; e però della sua condizione economica,
-della sua salute, della sua felicità di borghese[320].
-
-[320] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 586.
-
-La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i passatempi preferiti,
-ma la bassetta specialmente, la quale si faceva anche con donne[321].
-Come giuochi pericolosi d'_azzardo_, il Governo li bandiva sempre, e più
-severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo Marcantonio Colonna
-vietava non solo che si giocasse, ma anche che si vedesse giocare a
-«bassetta, biribisso, primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con
-invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia
-tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette a otto, scassa
-quindici» ecc.; ed al contrario permetteva «quei giuochi leciti che si
-usano per onesto sollievo del corpo e dello spirito, quali sono i
-giuochi tresette, riversino, picchetto, gannellini, scarcinate,
-calapresella, gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti,
-purchè non importino in qualunque modo e maniera invito e parata».
-
-[321] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 33-34.
-
-Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo esclusivo dell'alto
-ceto; tanto vero che il bando viceregio accordava che i giuochi permessi
-ed altri d'altro genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle
-case de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè, barbieri ed
-altri artigiani, ed avanti le medesime»; ma ci vuol poco a vedere che
-chi non possiede, non ha nulla da perdere: e le grandi fortune non
-potevano restar compromesse da queste piccole concessioni. Le gravi
-perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui patrimonî erano
-fomite alla malsana inclinazione.
-
-Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori col vecchio
-bando, rimasto però lettera morta. Le condizioni dell'abuso eran sempre
-le medesime dei secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re,
-prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era invece acutizzato
-per modo che egli dovette in forma solenne confessare essere in Palermo
-il giuoco «funesta origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono
-perdutamente nella istessa ostinazione, non curando neppure la propria
-rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle proprie famiglie».
-
-D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata per leggere sulle
-pubbliche piazze l'ordine viceregio[322]; ma fu fiato buttato anche il
-suo, perchè la passione non riconosce impero di legge, ed i giuochi
-proibiti continuarono nelle sale dorate e nei _rendez-vous_ d'ogni
-sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi lasciò cadere in
-arguti terzetti la sua urbana satira, descrivendo i giocatori in gara
-nell'assalire il più potente tra loro:
-
-[322] Bando, e Comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Sig. D. Domenico
- Caracciolo ecc. Vicerè, 10 gennaio 1785.
-
- E ddà si vidi càdiri da l'altu
- Un suldatu senz'arma, e l'autru resta
- Cu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu;
- N'autru di stizza e colira si 'mpesta,
- E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnu
- Va a tuccari lu celu cu la testa.
- La maggior parti rusica un cutugnu,
- Pirchì si senti supra l'anca dritta
- Di lu cuntrariu sò lu rastu e l'ugnu[323].
-
-[323] _Meli_, _Poesie: La Moda_.
-
-Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e
-non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese,
-tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli.
-In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro
-passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più
-della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi
-leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran
-tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto,
-se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto
-entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile
-ricercare perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti
-conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.
-
-Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi, perchè (il perchè
-non ce lo dice lui, ma il Villabianca), trattandosi di lunghe partite, i
-tavolini _ad hoc_ ed i lumi portavano sempre una spesa. Non nei caffè
-come in Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava pure i suoi
-cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile, non tabacco da fumo.
-
-Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati giorni della estate del
-1800 in mezzo all'alta Società palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p.
-m. in poi, noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni della
-città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame eran sempre occupate
-in balli, musica e passatempi ordinarî in questo dolcissimo paese:
-mentre i mariti, gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano
-a giuochi d'_azzardo_, dei quali son fanatici. Così non passava sera
-senza probabilità di perdite enormi, tanto in ducati d'oro rotolanti sul
-tavolo, quanto in debiti che si contraevano, di somme alle volte
-spaventevoli»[324].
-
-[324] _D'Espinchal_, _op. cit._, p. 49.
-
-Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox, era uscito il famoso
-detto: essere il primo piacere della vita quello di guadagnare al
-giuoco; il secondo, quello di perdere!
-
-Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina riferiva la notizia
-della morte d'una delle più illustri dame di Palermo, una Principessa
-puro sangue, la quale al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche
-l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben altra sorte.
-
-L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di giuoco. Il patrizio
-palermitano Giuseppe Chacon, non trovando conforto alle immense perdite
-nel giuoco in Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva
-la vita (1799), corsa fino allora gioconda per larghi guadagni nella
-rivendita di quadri ch'egli ritirava dall'Isola in quella capitale[325].
-
-[325] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1798, p. 323; a. 1799, p. 387.
- Altro suicidio fu quello del controllo Fiorello, il 1º ottobre del
- 1818. Per tutta la città se ne fece un gran dire, di che fu eco un
- forte sonetto del periodico _Mercurio Siculo_ (Palermo 1818, p.
- 76). Più tardi, nel 1832, lo statista F. Cacioppo potè scrivere:
- «Il numero dei suicidj in Palermo non ascende comunemente che a due
- o tre per anno. È questa un'utile osservazione, giacchè da essa
- ricavasi, che il suicidio, sia per timor di religione, sia per
- avversione pubblica a tali eccessi di disperatezza, non è radicato
- fra noi, come lo è presso altre nazioni. Non bisogna che fare un
- paragone con alcune delle principali città d'Europa per conoscere
- la differenza, e lodare a questo riguardo la condotta del nostro
- popolo». Il paragone era questo: a Copenaghen, 51 suicidî per anno
- su 84,000 abitanti; a Parigi, 300 su 700,000; a Londra, 200 su
- 1,000,000; a Berlino, 57 su 166,584. (_Cenni statistici sulla
- popolazione palermitana_, 52. Pal., Barcellona 1832).
-
- Coi tempi nuovi, i suicidî in Palermo variano tra i 250 ai 300
- all'anno, quali mancati, quali consumati!
-
-Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate ora dopo un
-secolo. Le somme perdute andavan pagate a qualunque costo, perciocchè
-non esistendo un articolo di legge che costringesse a quel pagamento, e
-dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi, naturalmente, voleva
-fare onore al suo nome ed alla sua parola, detta o scritta.
-
-Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco, vantava un vecchio
-credito, pensò una volta, con uno stratagemma, di trar profitto da
-questa rigida e fiera consuetudine per riavere il suo, che in cento
-guise aveva sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa
-giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore, il quale
-dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza, gli dice con aria di mistero e
-di disperazione, stanotte, tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e
-perduto dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E., non a
-riscuotere il mio credito, ma ad implorare un aiuto...».
-
-Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir parola, si alza da
-letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre, ne trae fuori un sacchetto e
-conta all'ingegnoso inventore della storiella cinquecento scudi l'uno
-più lucente dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che si
-perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco le dugent'onze;
-ma guardatevi bene d'ora innanzi dal giocare più».
-
-L'autore della trovata con due lacrime spremute dagli occhi si profuse
-in ringraziamenti e benedizioni, e, tra riverenze e scappellate, scese a
-precipizio le scale, non credendo a se stesso di aver potuto, per tale
-sotterfugio e per una teoria di quella fatta, ricuperare il suo danaro.
-
-Un'altra.
-
-Nelle sale da giuoco non si doveva andare mai per curiosità: questa
-regola, incomprensibile per chi non senta la brutta passione, era pur
-tanto comunemente intesa da essersi fatto strada sin nelle basse sfere.
-Uno dei facchini, che nei giorni di piogge impetuose allaganti certe
-strade della città, facevano da marangoni ai Quattro Canti o in altri
-posti del Cassaro, una notte trasportava a spalla un dopo l'altro
-parecchi uomini, che venivano da aver giocato; ma quando l'ultimo di
-essi, gli disse che egli tornava, non da giocare, ma da aver visto
-giocare, lo lasciò, senz'altro, cadere nel torrente.
-
-Costui non meritava nessun riguardo[326].
-
-[326] Anche oggi tra i giocatori di carte usa dire per ischerzo:
- _jiccàmulu nn'â ciumara_, a proposito di chi guardi e non giochi.
-
-
-
-
- _Capitolo XVI._
-
-
- _CIRCOLI DI CONVERSAZIONE, ROMANZI PIÙ IN USO._
-
-Non fu nel settecento viaggiatore che non restasse impressionato di quei
-«casini di conversazione», che per noi passavano inosservati. Di questi
-casini, o circoli, o _clubs_, o _rendez-vous_, ce n'eran parecchi in
-Palermo, e tutti per la Nobiltà. La quale se nel quattrocento e più
-tardi, nelle ore antemeridiane, usava al largo della Cattedrale, onde la
-denominazione di «Piano dei Cavalieri», rimasta per lungo tempo a quella
-piazza[327]; verso la metà del settecento si adunava là dove ora son le
-botteghe a pianterreno del monastero di S. Caterina, quasi rimpetto la
-Chiesa di S. Matteo; il 1º settembre del 1769, nella casa del D.r
-Domenico Caccamisi, presso la Cattedrale, e tre anni dopo anche nel
-palazzo Cesarò[328], di fronte alla Chiesa del Salvatore. Quivi in tutte
-le ore della sera gran numero di signori dell'aristocrazia convenivano;
-e le dame più note della città allietavano della loro presenza il
-geniale ritrovo, come di mattina la passavano in compagnia dei cavalieri
-presso a S. Matteo.
-
-[327] _Mongitore_, _Istoria del monastero dei Sett'Angeli_, cap. VII, p.
- 91. Palermo, 1726.
-
-[328] _Meli_, in una sua lirica (ediz. cit., p. 89), ha questi versi:
-
- Pri li signuri nobili
- Ridutti ad opri boni
- La Cunvirsazioni
- Fissa unni Cisarò.
-
-I due circoli non bastavan sempre. In estate se ne avea un altro, che
-temperava i calori della stagione; ed era (1782) una delle _casine_
-della Piazza Borbonica (Marina), dove «la nobiltà del corpo della Gran
-Conversazione, cioè della maggiore, di cavalieri e dame, se la godono
-nelle sere al fresco, facendovi dei tavolini a giuoco nel piano, e allo
-spesso tenendovi feste da ballo. Il popolo intanto, che vi fa circolo e
-n'è spettatore, e specialmente con esso la marineria vicina della Kalsa,
-va a partecipare di tal godimento»[329].
-
-[329] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. I, p. 61.
-
-Ottimo _club_ della buona compagnia, tenuto con magnificenza e poca
-spesa da tutta la Nobiltà, la quale vi si raccoglieva e vi riceveva i
-viaggiatori che le venivan presentati, il Cesarò restava aperto tutta la
-giornata; ma le adunanze di esso cominciavano ad un'ora di notte (alle
-nove di sera, cioè, in luglio), e finivano, alla maniera italiana di
-computar le ore, a quattro o cinque ore, cioè, all'una dopo mezzanotte,
-nella quale andavasi alla Marina[330].
-
-[330] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. part., p. 141.
-
-Quali fossero i giuochi, abbiam veduto nel capitolo precedente.
-
-Qui accade confermare la buona decorazione de circolo, le vaste sale,
-l'amabilità di chi vi si adunava e la incantevole libertà tra i due
-sessi»: e la conferma viene appunto da un signore viennese che vi fu
-ammesso[331].
-
-[331] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV, p. 148.
-
-Il tema della conversazione è facile a indovinarsi. Gli uomini, secondo
-i tempi e le occasioni, si occupavano di fatti interni del giorno,
-giunti ultimamente a loro conoscenza per via di _volanti_, di cocchieri,
-di servitori, di lacchè, gazzette ambulanti tutti; de' fatti esterni,
-per mezzo di corrieri, fittaioli, procuratori, vassalli, amici, o per
-sentita dire dai fogli stampati, o dalle persone giunte sia con l'ultimo
-pacchetto da Napoli, sia con legni mercantili da Genova e Livorno, sia
-con la vettura corriera da Messina, sia con forestieri provenienti da
-Siracusa, Catania e Trapani[332]. Difformi per le cose nostre, uniformi
-fin con le medesime parole per le straniere, i giudizî eran pronunciati
-a traverso tanti «si dice» che era bazza se di dieci notizie riferite
-nei circoli ve ne fosse una esatta.
-
-[332] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p. 77.
-
-La politica estera vi entrava sempre; ma negli ultimi anni, poco o
-punto. Se la Francia vi facea capolino, e non potea non farvelo, ciò era
-pei suoi Giacobini.
-
-Le donne, si comprende bene, non conversavano se non di cose loro, dei
-loro abiti, dell'ultima moda. Un nuovo costume le interessava quanto può
-interessare al sesso femminile il comparir belle, graziose, ben
-portanti. L'uso voleva ricevimenti e feste: e ricevimenti e feste erano
-argomenti dei loro discorsi. I piccoli e grandi intrighi d'amore si
-prestavano a confidenze attraenti, che tutte le donne si sussurravano
-all'orecchio e tutte si confidavano rinfronzolandole con particolarità
-di luoghi, persone, parole, date, sulle quali si poteva giurare. Era il
-solito crescendo di circostanze nella vecchia storiella del marito che,
-volendo mettere a prova la segretezza della moglie, le confidò d'essersi
-sgravato d'un uovo, il quale dalla mattina alla sera si era moltiplicato
-fino a cinquanta.
-
-Se talora una di esse usciva dalle frivolezze, per entrare in un campo
-d'idee generose, poteva avere, avea magari, uditrici affettuosamente,
-coscenziosamente benevoli, ma chi sa! forse non tali che si
-determinassero all'iniziativa d'una opera nobile e santa. Le nobili e
-sante opere della collettività dell'età moderna, non sono se non
-l'attuazione di idee largamente pensate, vivamente illuminate dalla fede
-nel bene e dall'abitudine all'esercizio della carità, di una o poche
-persone.
-
-«La maldicenza, diceva Hager, è di casa a Palermo come a Parigi. Gli
-scherzi spiritosi e gli aneddoti faceti vengono raccontati nel gergo
-siciliano, come in gergo si raccontano nella Senna»[333].
-
-[333] _Hager_, _Gemälde_, nella versione citata a p. 267, nota.
-
-Questa facile critica di persone e di cose veniva ordinariamente
-interrotta dal giuoco, al quale anch'esse le dame, si davano un cotal
-poco, o dalla conversazione coi cavalieri. Allora questa mutava aspetto:
-la galanteria saliva dai teneri sguardi alle espressioni della cortesia
-nell'antico significato della parola, ma scendeva alle dichiarazioni più
-audaci, senza peraltro smettere i misurati inchini, i saluti compassati,
-gli studiati complimenti, stereotipati sulla mimica dell'affettazione e
-sulle formole d'un ghiacciato galateo[334]. Ed è senz'altro comico che
-la etichetta imponesse, non solo da cavalieri a dame, ma anche da
-cavalieri a cavalieri, un certo gergo ed una inflessione di voce che
-oggi desterebbe la più grande ilarità. Di rito era il _Voscilenza_,
-contrazione di _Vostra Eccellenza_, che essi si davano a tutto pasto.
-
-[334] _Bartels_, _op. cit._, V. III, p. 600.
-
-La conversazione però non si faceva solo nei circoli, ma anche, e forse
-più, nei palazzi privati, per ricorrenze ed occasioni alle volte
-eccezionali. Occasione non infrequente e pur sempre lieta il parto di
-giovani donne. «Ogni notte si hanno molte conversazioni particolari
-(nota P. Brydone), e vi recherà non poca sorpresa questo: che si tengono
-sempre nelle camere delle puerpere». Questa circostanza era ignota al
-Brydone, il quale una bella mattina vedevasi comparire il Duca di
-Verdura (l'amico che a lui e ad un suo concittadino faceva gli onori del
-paese), che in tutta fretta veniva a dirgli esser conveniente, anzi
-indispensabile, una visita. «La Principessa di Paternò, ci disse, è
-stata presa stanotte dai dolori del parto, ed a voi corre il dovere di
-presentarle stasera i vostri omaggi. A bella prima credetti ad uno
-scherzo; ma l'amico mi assicurò che parlava sul serio, e che sarebbe
-stata grave mancanza la nostra di non farle quella visita. Così
-sull'imbrunire ci recammo dalla Principessa e la trovammo seduta in
-letto, in elegante _déshabillé_, circondata da varî amici. Parlava al
-solito e pareva stèsse benissimo.
-
-«Questa conversazione si ripete ogni notte, per tutta la convalescenza,
-la quale dura da undici a dodici giorni: costumanza generale, poichè le
-signore son molto prolifiche [sfido io, se sposavano dai 12 ai 15
-anni!]; le conversazioni nella città son tre o quattro
-contemporaneamente»[335].
-
-[335] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.
-
-Codesta piccante notizia venne confermata pienamente dal Cav. de Mayer.
-Nel 1791 egli trovò che «a Palermo non s'invita, non si riceve
-ordinariamente; ma le persone si vedono due, tre volte il giorno ed
-anche più se hanno relazioni. Le adunanze si tengono presso le donne in
-puerperio; e poichè esse sono feconde, frequentissime son le
-adunanze»[336]: nè più nè meno che vent'anni prima avea veduto e detto
-Brydone: salvo, s'intende, la parte di altri ricevimenti ordinarî e
-straordinarî da aggiungere, come vedremo, a questa, esclusivamente
-puerperale.
-
-[336] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.
-
-Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità onde le dame
-conversavano seco lui in inglese; facilità che crebbe a vera
-disinvoltura al tempo degl'Inglesi in Sicilia. Più familiare ancora il
-francese, che quasi ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini
-al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario Carolino o, in
-generale, sotto la guida d'una _bonne_ o d'un aio, che raramente mancava
-nelle case signorili. Bisognava anche tener presente che non poche
-signore erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e fogge.
-
-Di siffatta familiarità col francese, specialmente dame, usavano a tempo
-e a luogo. Alla presenza di forestieri, che non comprendevano l'italiano
-e meno ancora il siciliano, da persone finamente educate, con una
-gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano il francese,
-ovvero, occorrendo, l'inglese[337]; e nel francese aveano, secondo la
-mondana espressione d'un nobile ecclesiastico[338], «una chiave facile
-ad aprire i gabinetti del cuore».
-
-[337] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 596.
-
-[338] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 95.
-
-Parlare poi di cultura femminile nel significato moderno della parola,
-non si può, senza creare equivoci. Quella che vi era (e certo
-rappresentava qualche cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî
-del Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi di Maria
-per le civili. Ordinariamente, poco leggevan le donne, e questo poco era
-la minima parte di quel che si leggesse in Continente: in Venezia, p.
-e., in Firenze, in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in
-Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre tradotte.
-
-Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è giunto: e forse non ve
-n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni sporadiche, non riuscite a
-farsi strada oltre lo scorcio del secolo, come l'invisibile _Romanzino
-utile e piacevole_ di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta del
-Governo. Quando lo stampatore veneziano Rapetti, sotto gli auspicî della
-Duchessa Anna-Maria Gioeni, volle iniziare in Palermo una _Biblioteca
-galante_, dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima
-_Biblioteca_, per il gran numero di compratori, veniva su prospera a
-Firenze ed a Venezia.
-
-I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile, venivano per la via di
-Genova e di Livorno, e più comunemente di Napoli. Le novelle e i romanzi
-inglesi e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo conquistato
-dagli italiani.
-
-Entrando nel _boudoir_ d'una dama, o d'una signora del ceto civile,
-l'occhio si posava subito su qualche volume elegantemente rilegato della
-_Nuova Biblioteca da campagna_, o della _Biblioteca piacevole_, o della
-_Biblioteca di villeggiatura_: tre collezioni napoletane levate alle
-stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno. L'ab. Galanti,
-autore d'uno studio sopra la morale e i diversi generi di sentimenti,
-avea curato una di queste _Biblioteche_, ricca di ventinove tomi; ma
-anche qui tutto era forestiero, dall'_Orfanella inglese_ alle _Memorie
-di Fanny Spingler_, dalle _Novelle morali_ di Diderot agli _Amori di
-milord Bomston_ di Rousseau, dalle _Novelle_ e dalle _Favole_ di St.
-Lambert alla _Lucia_, alla _Giulia_, al _Varbeck_, agli _Aneddoti_ del
-ricercato d'Arnaud. E vi si appassionavano le nostre damine, e vi
-facevan cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con esse in
-francese, Hager credette di accorgersi che difettassero di letture
-francesi; e si maravigliò che ragazze e signore non sapessero di
-Marmontel, di Crebillon, di Mercier[339]; ma ebbe il torto di
-appoggiarsi a vaghe notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse,
-che ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire, le pagine dei
-quali si facevano spiegare in luoghi nei quali nessuno potesse
-sentirle[340]. Vero è che in pubblico mostravano molta simpatia per
-l'Alfieri, il Metastasio, il Parini; vero che amavano molto il
-Meli[341]; ma la loro predilezione era per la letteratura galante, da
-gabinetto, come vogliamo chiamarla: e questa era tutta francese. Che se
-gli scrittori nostri se ne scandalizzavano, è bene ricordare che essi
-non aveano nulla di proprio da contrapporvi, e non pensavano a
-soppiantarla. La _Scelta raccolta italiana di Romanzi_ di Milano (1787,
-tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure la larga produzione di
-quell'Antonio Piazza, che fu conosciutissimo nell'alta Italia. Solo
-qualche racconto dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non
-giungendo peraltro a scalzare nè il _Telemaco_ di Fénelon nè il
-_Belisario_ di Marmontel, nè il _Diavolo zoppo_ e molto meno il _Gil
-Blas di Santillana_ di Le Sage, che con i _Viaggi del Cap. Gulliver_
-dello Swift ed i _Viaggi di Enrico Wanton_ del veneziano Sceriman
-tenevano il posto d'onore. Siffatti libri piacevano a donne e ad uomini,
-a vecchi ed a fanciulli; ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia
-quante ne bagnarono gli _Amori di Adelaide e Comingio_, il
-fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per l'Isola.
-
-[339] _Hager_, _Gemälde_, loc. cit.
-
-[340] _Meli_, _Poesie: La Villeggiatura_.
-
-[341] _Hager_, _op._ e _loc. cit._
-
-Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere che il principale
-tra essi (poichè, come s'è visto, ve n'eran parecchi), era quello della
-_Grande conversazione_, lì nel Palazzo Cesarò.
-
-Di minute particolarità ce ne diede il Conte de Borch, da cui le
-riportiamo.
-
-Questo circolo è «una specie di club inglese, o di Caffè pubblico per la
-Nobiltà, al quale vanno tutte le Dame e quanto di più eletto abbia la
-città. In esso i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di
-garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare di affari, di
-contrarre conoscenze gradite senza soggezione e senza disuguaglianza. A
-qualunque ora vi si ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî
-debbono esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto e
-strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno, e con questa somma
-e con quella che si ricava dal giuoco si fa fronte alle spese di pigione
-della bellissima casa, di servizio (servi e massari) e di
-illuminazione.... Io ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777,
-molte istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che quella di
-Palermo supera le migliori che io abbia viste nel genere in
-Italia»[342].
-
-[342] _De Borch_, _op. cit._, t. II, lett. XV. Vedi anche _Torremuzza_,
- _Giornale Istorico_ ined., carta 176.
-
-La Conversazione sul finire del secolo non era più da Cesarò. Ai socî
-parve un po' fuori centro: e centro per ogni buon palermitano è la
-Piazza Vigliena. «Martedì 9 dicembre del 1800 il Re assiste alla
-processione della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro),
-destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame della città». Così
-dice il n. 97 della _Raccolta di Notizie_, di quell'anno.
-
-Ott'anni dopo, nel 1808, presso la casa di D. Giuseppe Valguarnera e
-Gentile Peveri, Marchese di S. Lucia, allato della piazza di S.
-Caterina, veniva demolito l'antico teatro dei _Travaglini_ e ricostruito
-nella forma dell'attuale _Bellini_, allora, dal nome della regina,
-_Carolino_. Una parte della casa del Marchese aggregavasi al nuovo
-teatro, con diritto al proprietario di entrata e di libero accesso dallo
-interno della propria abitazione; diritto passato più tardi a D. Teresa
-Fasone, detta _di S. Isidoro_, rimasta celebre fino ad oggi, anche per
-una certa avventura galante avuta con Ferdinando III[343].
-
-[343] Da una nota testè trovata dall'onorevole Principe Pietro Lanza di
- Trabia in un _Diario_ del suo bisnonno, D. Giuseppe Lanza e
- Branciforti, sappiamo che proprio in quell'anno l'antico Circolo di
- Cesarò passava accanto al teatro _Carolino_, cioè nella casa di S.
- Lucia, e che l'anno seguente vi teneva una splendida festa. Vi
- prendeva, o forse continuava a tenervi, il titolo di _Sego_:
- titolo, dicono i vecchi, preso dalle candele di sego che vi si
- accendevano, ma pure interpretato in altro senso.
-
- Nel 1816 il diligentissimo cav. Gaspare Palermo scriveva: «In
- questa stessa casa del Marchese di S. Lucia al presente si tiene la
- Conversazione della Nobiltà, la quale vi passa dallo stesso teatro
- senza uscire in istrada». (_Guida_, 2ª ediz., pp. 283-84).
-
- Nell'anno di grazia 1904 nulla si è mutato. Il Circolo Bellini è il
- ritrovo della Nobiltà autentica siciliana in Palermo; la quale pur
- si divide tra quello già di Piazza Bologni, detto della
- _Paglialora_, andato ora in via Ruggiero Settimo, presso la Badia
- del Monte, ed il Circolo Geraci, composto in buona parte di
- elementi civili o borghesi.
-
-In quella casa trapiantavasi da ultimo, e prospera ancora, l'antica
-_Grande Conversazione_.
-
-
-
-
- _Capitolo XVII._
-
-
- _OSPITALITÀ E GENTILEZZA. BALLI E DUELLI._
-
-Una frase del Conte De Borch dianzi riferita suona lode della ospitalità
-palermitana, virtù per la quale potè il Barone di Riedesel affermare che
-gli uomini «amano ricevere gli stranieri, e questi passan con quelli
-piacevolmente il tempo»[344]. Quella frase dobbiamo raccoglierla per
-avvalorarla con testimonianze autorevoli. Facciamo parlare gli
-stranieri, i quali ne fecero esperimento.
-
-[344] _Riedesel_, _op. cit._, p. 122.
-
-Il dovere di ospitalità era (e con lieto animo possiamo dire è)
-profondamente sentito da ogni siciliano, fosse anche il meno colto.
-Questo i viaggiatori decantavano a coro, e c'impongono di confessarlo
-anche noi. Dei tanti che visitarono l'Isola, pochi furono quelli che non
-ebbero occasione di accorgersi e di provare questa qualità, che agli
-stranieri riusciva provvidenziale. In Palermo si spingeva fino alla
-delicatezza. Il vecchio Genio della Città, cui la recente creazione
-dello scultore Marabitti faceva nella Villa Giulia pompeggiare con
-un'aquila ed un cane dappiè, simboleggia la naturale tendenza del
-palermitano a nudrire lo straniero pur divorando sè stesso. Questo Genio
-è ormai noto al lettore. I Palermitani, non benevoli verso i loro
-concittadini, apron le braccia al primo che venga da fuori. Nel
-commercio stesso, la bottega d'un _nazionale_ (come si diceva il
-siciliano) era meno simpatica di quella d'un forestiere; e le botteghe
-dei Lombardi aveano un concorso che altre non sognavano.
-
-Nel 1787 l'Ab. Delaporte diceva: «La Sicilia offre ai viaggiatori
-vantaggi veramente preziosi e quasi sconosciuti nei paesi nei quali si
-crede supplire col danaro a molte virtù: è l'ospitalità generosa di
-tutti gli abitanti, avanzo venerando di costumanze antiche, che formava
-un legame invidiabile e sacro tra uomini di nazioni diverse. Io ne feci
-più volte lieta esperienza. Provvisto di semplici lettere di
-raccomandazione ricevute a Messina, io trovai amici dappertutto,
-accolto, festeggiato con ogni maniera di servigi e sempre con una
-gentilezza, con una cordialità che mi ha colmato di riconoscenza, e
-addolcito le fatiche del viaggio»[345].
-
-[345] _Le Voyageur françois_. Nouvelle édition, t. XXVIII, pp. 50-51. À
- Paris, chez Moutard. MDCCLXXXVII.
-
-Così pure un altro Abate, R. de Saint-Non: «Poche sono in Europa le
-città nelle quali il tono generale sia più amabile, più onesto, e la
-Nobiltà abbia tanta _politesse_, tanta naturale affabilità, quanta in
-Palermo; al che concorre specialmente il _club_» dianzi citato[346].
-
-[346] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I par., p. 141.
-
-Così il Dr. Hager: «L'indole del siciliano non è meno orgogliosa che
-superba o sostenuta; ma i forestieri, come in una campagna che sia poco
-frequentata, vi son ricevuti con ispecial dimestichezza ed ospitalità.
-Si è lieti quando si vede arrivare qualcuno da lontane contrade: ogni
-forestiere è veramente il benvenuto»[347].
-
-[347] _Hager_, _Gemälde_, p. 187.
-
-«Un forestiere che si regoli bene, non ha bisogno di commendatizie: è
-subito accolto nelle migliori società. Nelle passeggiate pubbliche le
-signore più aristocratiche gli rivolgono la parola, come pur fanno a
-teatro se esse si accorgono che egli cerchi far la loro conoscenza; gli
-domandano del suo paese, non dell'esser suo. _Eccellenza_ è il titolo
-che gli danno. Soventi volte, tanto nelle passeggiate, quanto a teatro,
-io non ebbi a durar fatica per conoscere le primarie famiglie. Invitato
-ai loro circoli, ho avuto le prove d'una ospitalità amichevole, che si
-cercherebbe invano in altre grandi città anche per via di lettere di
-raccomandazione». Proseguendo, Bartels aggiunge: «Anche oggi, standomene
-a contemplare in un palco la leggiadra bellezza della Principessa X, ho
-avuto il piacere di veder cominciare da lei la conversazione, finita con
-un suo invito al ricevimento di domani. In quali luoghi si va tanto
-incontro al forestiere? Ma in quali altri luoghi si acquista tanta
-celebrità ricevendo dei forestieri nella propria casa quanto a
-Palermo?»[348].
-
-[348] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 601.
-
-Più tardi, nel secondo decennio dell'ottocento, Gino Capponi, percorsa
-la Sicilia e giunto a Palermo, serbava nel suo Diario finora inedito
-questo ricordo: «Non vi è forse altro paese dove questi (i forestieri)
-siano così accetti, nè in altro luogo può il viaggiatore adempiere
-meglio che qua l'oggetto che dovrebbe esser principalissimo, di vivere,
-cioè, coi connazionali»[349].
-
-[349] _M. Tabarrini_, _Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi, i suoi
- amici_, p. 36. Firenze, Barbèra, 1879.
-
-Egli poteva ben ripetere quello che un altro toscano, Filippo Pananti,
-reduce da Algeri, e ammaliato della franca affabilità e della gentilezza
-affettuosa dei Principi di Villafranca e di Valguarnera, avea detto con
-Catullo a proposito di certi uomini: «Coloro che li conosceranno un
-giorno, li ameranno; e coloro che li avranno amati una volta, li
-ameranno sempre»[350].
-
-[350] _Pananti_, _Relazione d'un soggiorno in Algeri_, cap. XX.
-
-Quali i padroni, tali i loro dipendenti; quali i nobili ed i civili,
-tali i popolani. Questo principio di ospitalità era ed è innato in
-tutti. La liberalità nel ricevere e trattare il forestiere senza un
-fine, che non fosse quello di compiere un atto di convenienza e di buona
-educazione, era pratica ordinaria.
-
-Particolareggiando sulla squisita cortesia, il prof. Bartels
-ragguagliava della ospitalità delle dame. Pareva a lui di trovarsi non
-in un'isola, ma in un paese in contatto immediato e continuo col mondo.
-
-Nessuno capitava mai in una casetta, in un abituro che non vi venisse
-cordialmente festeggiato. Quando Stolberg, prima di giungere a Bagheria,
-si fermò innanzi il palazzo del Marchese Celestre di S. Croce, il
-castaldo (che per la sua gentilezza già conosciamo) offrì subito a lui
-ed al suo compagno di viaggio, vino, letto e commodi d'ogni genere, che
-lo confortarono dell'insopportabile scirocco della giornata[351].
-
-[351] Vedi nel presente vol. p. 205, e _Zu Stolberg_, _Reise_, v. III, p.
- 316.
-
-Ma noi abbiamo parlato di ospitalità e gentilezze senza parlare delle
-forme con le quali l'una e le altre si svolgevano.
-
-Accompagniamo un forestiere in una visita che egli, giungendo tra noi,
-vada a fare. Ad immaginarla ci vorrebbe poco; pure non occorre giocare
-di fantasia quando ci son testimonî di vista.
-
-Il Bartels descrive una di codeste visite fatte da lui, e ricorda i
-sonori annunzî dei servitori: _Signori forestieri!_ al suo inoltrarsi
-nel salotto; ed il dignitoso ricevimento dell'ospite e la presentazione
-di esso Bartels alla signora ed alla compagnia: tutto condotto in guisa
-da mostrare la importanza del luogo e la solennità del momento[352].
-
-[352] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 603.
-
-L'inglese Vaughan scende a particolari, che hanno dello spiritoso e sono
-verissimi. Riassumiamoli.
-
-Facendo una visita a persone ragguardevoli, voi siete, secondo
-l'etichetta, condotti per una lunga fila di stanze, probabilmente fino
-ad un'ultima, in fondo, piccola ma bella, che è forse quella da letto,
-ove, se indisposta, la dama riceve. In inverno vi viene offerto caffè;
-in estate, acqua diaccia.
-
-Finita la visita, il padrone di casa attraversa con voi le stanze e vi
-accompagna, pronto a farvi un inchino. Importa che voi conosciate tutto
-il cerimoniale del momento per non venir meno a' doveri che v'incombono.
-Voi, p. e., cominciate ad inchinarvi pregando il Signore che non si dia
-pena (_by no means_); ed egli vi risponde che non fa se non lo stretto
-suo dovere. Voi vi provate di nuovo ad impedire tanto disagio, ma egli
-vi prega di non privare il più umile dei vostri servitori di tanto onore
-e piacere.... Se vi capita di lodare le sue belle sale, vi dichiara che
-esse sono a vostra disposizione, e che tutto è merito delle vostre lodi.
-Vi mostrate disposto ad esprimere la vostra obbligazione agli amici che
-vi presentarono a Sua Eccellenza? Ebbene: Sua Eccellenza vi assicura che
-la obbligazione è proprio sua, e che gli amici lo giudicavano
-discretamente prevedendo il piacer suo nel ricevere un forestiere di
-meriti così singolari, che -- voi rispondete -- «sono bontà sua».
-
-Il resto si passa come si può, con ripetute insistenze per impedire
-altro disturbo, e con le migliori espressioni di rincrescimento da parte
-di lui per la occasione che gli si toglie di mostrare altrimenti la
-propria stima: frase, questa, che, pronunziata a capo della scala,
-v'impone le maniere più cortesi e gentili e le parole più rispondenti
-alla vostra riconoscenza. Così inchinandovi e indietreggiando sempre,
-potete andar soddisfatto di avere alla meglio compiuta la visita. Un'ora
-dopo, riceverete una carta o una visita nell'albergo o nell'abitazione
-da voi scelta.
-
-Grande è lo stupore che un inglese prova nel sentirsi rispondere, quando
-loda alcun che, case, cavalli, carrozze, che tutto è a disposizione di
-lui. Un inglese vede in questo un complimento che basta esso solo a
-dimostrare la differenza tra Siciliani ed Inglesi[353]; ma un italiano,
-il Rezzonico, prima di lui, vi avea riconosciuto ben altro, e ne avea
-preso argomento delle seguenti parole, lusinghiere per ogni isolano, ma
-più ancora per la Nobiltà:
-
-[353] _Vaughan_, _op. cit._, lett. V.
-
-«L'urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame di Palermo,
-l'affabilissimo carattere de' cavalieri, ed i loro gentilissimi modi co'
-viaggiatori sono invisibili catene che gli ritengono dolcemente in una
-città tranquilla e piena d'ozio beato, che dopo il tumulto di Napoli
-riesce aggradevole e deliziosa, per quell'equabile tenor di vita e
-quella soave dimenticanza d'ogni cura e d'ogni fastidio che gli uomini
-talvolta cercano indarno nelle torbide ed inquiete capitali del
-continente»[354].
-
-[354] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 152.
-
-Poichè nei ritrovi c'incontriamo sempre con donne, qualche altra notizia
-di esse non dovrebbe tornare superflua. Ma dove cercarla se i nostri
-scrittori, meno il Villabianca, non ne hanno alcuna? Peraltro, o essi la
-danno buona, e allora son sospetti di piacenteria; o la danno cattiva, e
-allora fanno nascere il dubbio di malanimo personale: e poi, v'è sempre
-quell'ingrata figura del Palermo con quel brutto serpente!...
-
-Facciam capo dunque ai forestieri. Hager, che si trattenne a lungo e
-volentieri nei salotti eleganti e nei circoli di compagnia, ce ne dice
-più di tutti.
-
-«Il pianoforte, mobile di quasi tutta l'Europa, è anche qui abituale
-dappertutto. Per mezzo di questo magnifico strumento ho imparato in
-Palermo, accanto a dive siciliane, arie appassionate di Cimarosa e di
-Fioravanti, e duetti di Andreozzi e di Tritto. L'amore si unisce
-inosservato col canto; l'armonia del suono porta quella dei sentimenti,
-e non si può immaginar nulla di divino più che un momento così
-celestiale.
-
-«Col pianoforte, pel quale si hanno in Palermo eccellenti sonatori e
-compositori, va anche la chitarra, come nelle case della Spagna. Di
-questa le ragazze si servono per accompagnare, con la delicatezza che è
-propria di siffatto strumento, brevi canzonette popolari siciliane, il
-cui contenuto scherzevolmente amoroso non cede in acutezza ed in arguzia
-al tedesco. Pure la melodia è diversa, non solo dalla nostra, ma anche
-da quella italiana, perchè suona proprio secondo il gusto asiatico, nel
-modo che l'arte chiama _moll_ minore, nè più nè meno che io la udii
-sulle rive del Bosforo. Essa fu importata dagli Arabi o dagli Aragonesi,
-che ancora più lungamente tennero il dominio della Sicilia»[355].
-
-[355] È superfluo il dire che quest'affermazione, così recisa, è per lo
- meno discutibile.
-
-E parlando delle donne palermitane:
-
-«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento tramandano un non
-so che di dolce e di delicato; di esse tutto somiglia alle mimiche
-attitudini che Rehberg a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in
-Lady Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo
-espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi maliziosi, ora
-con parole scherzevoli; il suono della loro voce è dolce, e la loro
-presenza spira in tutti gli astanti serenità»[356].
-
-[356] _Hager_, _Gemälde_ e _Maria Pitrè_, _Donne, passeggiate e società
- in Palermo nello scorcio del sec. XVIII descritte da_ _J. Hager_,
- pp. 5 e 6. Palermo, 1901. Cfr. pure _Goethe_, _op. cit._, lett. 16
- marzo 1787.
-
-Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager, dimenticando per
-poco il suo brutto arabo, per cui fu chiamato dal Re a giudicare della
-_impostura saracena_ del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella
-ragazza, o bella dama?
-
-I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento! Peccato che nessuno
-d'allora abbia pensato a descriverli! Neanche questo stesso Hager, che
-ci si trovò così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese parte
-godendo i beati ozii palermitani del 1800.
-
-E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti più in conto, era il
-minuetto, espressione della società d'allora, ma pur sempre grazioso.
-Quando oggidì si vuole alludere a cosa che ci si somministri a
-spilluzzico, sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in
-Sicilia: _Mi fa lu manuettu cu lu suspiru_, frase che ricorda una
-particolare figura della cerimoniosa danza, con pose mimiche di
-prestabiliti sospiri. Avverso per indole a qualsiasi caricatura di vita,
-il popolino non poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi
-creava sopra il non benevolo motto.
-
-Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e di educazione, come
-quello che s'insegnava alle nobili donzelle del R. Educandato Carolino
-ed ai nobili giovinetti del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in
-vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo, che ballò la parte
-sua, perchè anche lui fu giovane, e della società del suo tempo studiò i
-difetti, scrisse qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio
-la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano, si toccano,
-s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano, siano, ed eternamente
-saranno, lacci potenti d'amore. Egli stesso, numerava un per uno questi
-lacci, raffigurati da altrettanti balli. La seguente lista è la più
-copiosa che da noi si conosca:
-
- Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi,
- Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri,
- Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi,
- Lu manuettu di lu stissu Amuri.
- L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi,
- Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuri
- Ministri, chi cci 'mbrogghianu li carti
- E fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.
-
-Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice comparsa della parola
-_amuri_; però ci vuol poco a capire che essa non è fortuita, ma fatta
-con arte. Se poi il lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi
-difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali parte dei
-quattordici nomi sicilianizzati di danze. Quei nomi, altronde, nei
-ritrovi correvano quali erano giunti dall'estero, e bisognava sentire
-con quale correttezza di pronunzia li dicesse, con quale franchezza di
-tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe d'allora,
-Domenico Dalmazzi.
-
-Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro, che, lasciando per
-Palermo la natia Genova, tante generazioni educasti all'arte che fu tua!
-Morendo (1797), tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani
-desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe regioni della
-fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato alle ineffabili dolcezze
-sognate dal poeta, che cantava:
-
- Mentri ca godi grata sinfunia
- Di trummi, contrabassi e vijulini,
- E senti lu cuncertu e l'armunia
- Di citarri francisi e minnulini,
- E ammira lu 'ntricciu e la mastria
- Di li balletti e di li ballerini,
- Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu
- Ogni armuzza si cogghi a lu strasattu[357].
-
-[357] Ogni cuore vien preso all'improvviso.
-
- _F. Sampolo_, _Parte quarta. Lu Cavaler serventi, Cicalata_, ottave
- 46 e 49. Ms. inedito, messo a nostra disposizione dal venerando
- prof. Luigi Sampolo, figlio del valoroso poeta.
-
-Con questi ardori è facile immaginare quel che dovesse avvenire tra le
-teste calde dei giovani. Ad ogni menoma occasione sorgevano contrasti;
-per lievi malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per
-impercettibili violazioni di etichette, passavasi a vie estreme; e
-cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei giorni di
-ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche bella, compromettente
-artista del S. Cecilia o del S. Caterina (oggi teatro Bellini).
-
-Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine adusati. Al S.
-Ferdinando, tra le varie discipline che s'impartivano, non mancavano le
-cavalleresche. La scherma, una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma
-della Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania[358],
-possedeva un abilissimo insegnante in un tal Torchiarotto. A lui faceva
-codazzo uno stuolo interminabile di ammiratori; a lui si rivolgevano per
-esser preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria farsi
-ragione.
-
-[358] _P. Catania_, _Theatro ove si rappresentano le miserie umane_ ecc.
- Palermo, 1665.
-
-Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di Palermo (1784), dà la
-misura dell'ammirazione che gli professavano i suoi devoti. È una stampa
-del tempo, che fedelmente ripubblichiamo:
-
-«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino Torchiarotto,
-inventore e direttore del battimento nella contradanza allusiva alla
-presa della fortezza di Algeri:
-
- SONETTO
-
- Marte, cui deve il primo onor la spada,
- Rese nel campo mille eroi guerrieri.
- Ma fra l'orride stragi agli alti imperi
- Schiude di gloria sanguinosa strada.
- Nuovo Marte tu sei, e fai che cada,
- L'audace Moro ai colpi tuoi non veri
- Formi col brando i nostri, i tuoi piaceri;
- Porti illustre vittoria u' più ti aggrada.
- I tuoi seguaci in eleganti pruove
- Con grati giri e con maestri passi
- Spingi fra loro a belle pugne e nuove.
- Così tu vinci il natural dell'arte,
- Mentre i limiti suoi dolce sorpassi.
- Or ceda a te l'onor lo stesso Marte»[359].
-
-[359] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, p. 210.
-
-E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto, giova avvertire che
-anche nei più grossi scontri le cose non si facevano troppo sul serio,
-perchè poche tracce cruente si scoprono di partite cavalleresche.
-
-
-
-
- _Capitolo XVIII._
-
-
- _DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE._
-
-Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste pagine, incontrate,
-non son le sole della società del tempo. Astri maggiori, splendenti di
-luce propria nel firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse
-gareggiavano in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione di
-eleganza.
-
-La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso neo sul seno
-d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta _Lu Neu_, che contiene non
-innocenti arditezze:
-
- Tu filici, tu beatu
- 'Nzoccu si', purrettu o neu!
- 'Ntra ssu pettu delicatu
- Oh putissi staricc'eu!
- 'Ntra ssi nivi ancora intatti
- Comu sedi, comu spicchi!
- Ali! lu cori già mi sbatti,
- Fa la gula nnicchi nnicchi![360].
-
-[360] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode XI, p. 38.
-
-Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi della Duchessa di
-Floridia, Lucia Migliaccio, facevano battere cento cuori e penetravano
-fino alle midolle del buon Poeta[361], che nella dolcissima tra le sue
-dolci odi _L'Occhi_ cantava:
-
-[361] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, c. XI.
-
- Ucchiuzzi niuri,
- Si taliati[362]
- Faciti càdiri
- Munti e citati.
- Ha tanta grazia
- Ssa vavaredda[363]
- Quannu si situa
- Menza a vanedda,
- Chi, veru martiri
- Di lu disiu,
- Cadi in deliquiu
- Lu cori miu....[364].
-
-[362] _Taliati_, guardate.
-
-[363] _Vavaredda_, pupilla.
-
-[364] _Meli_, _Poesie: Lirica_, ode V, p. 35.
-
- Varie famiglie attribuiscono per tradizione a una loro propria
- antenata la ispirazione di questa canzonetta. La verità è questa:
- che il Meli la scrisse proprio per la Duchessa di Floridia, la
- quale, rimasta vedova, alla morte di Maria Carolina, regina di
- Napoli e Sicilia, divenne moglie morganatica, non felice nè ricca,
- di Re Ferdinando III.
-
-Riandando con la memoria e celebrando nel suo _Gemälde_ le principali
-fattezze femminili da lui viste, il prof. Hager metteva in prima linea
-la Principessa di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le sue
-forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno tra quanti la
-conobbero ricordava: e tutti dicevano dei suoi occhi di gazzella, della
-sua testa scultoria, resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli[365].
-Chi stenta a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina
-Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza il ritratto che
-ne fece il siculo poeta delle venustà del tempo[366].
-
-[365] _Palmieri de Miccichè_, _op._ e _loc. cit._
-
-[366] _Meli_, _Poesie_, p. 103.
-
-Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata, di Castelforte e
-molte altre minori. Rimettendo il piede in Terraferma, sul Ponte della
-Maddalena, Hager incontrava (dicembre 1796), un'ultima volta ammirando,
-la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla, di casa,
-crediamo, Bologna, accompagnate dal Marchese di Roccaforte e dal
-Principino della Cattolica[367].
-
-[367] _Hager_, _Gemälde_, pp. 57 e segg. e 235.
-
-E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa, queste dame
-componevano la corona della altera Maria Carolina, confermando con la
-loro presenza l'antica reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme
-giunoniche e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi
-sentimentalmente pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi
-con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti allato a languidi
-cerulei, quali più, quali meno, imperiosi e carrezzevoli, dalle
-interrogazioni rapide e dalle meste vaghezze d'un sogno.
-
-Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina, Caterina Bonanno:
-Principesse di Cutò, di Palagonia, di Roccafiorita (1775) e Marianna
-Requesen Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e ritratte
-dalla società, ricomparivano nelle grazie delle loro incantevoli
-figliuole, o congiunte, o amiche, od anche emule: Marianna e Ferdinanda
-Branciforti, Principessa di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra,
-Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria Ventimiglia
-Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780). Belle, superbamente belle tutte,
-come la Principessa di Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una
-forte leggenda[368]: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone, la
-Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada, la Principessa di Scordia
-Stefania Valguarnera e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797),
-la quale non vuolsi confondere con la Lionora.
-
-[368] Vedi nel presente vol., p. 42.
-
-Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale di loro
-gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro signorilità nel ceto,
-col fasto di loro casato nelle due Capitali e fuori.
-
-Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo siciliano, alcuni
-scrittori del tempo non sapevano far differenza tra bellezza e bellezza.
-I tipi più eletti eran lì, sorriso gaio di natura, fascino potente di
-uomini, invidia mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli
-occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi, quelle
-dive passavano ammirate tra la folla, corteggiate tra le conversazioni.
-Bartels, astraendosi talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e
-storiche, vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide donne, in faccia
-alle quali anche Paride sarebbe restato incerto a chi assegnare il pomo
-d'oro»[369].
-
-[369] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 605.
-
-Le figure più snelle offrivano anche allora agli osservatori stranieri
-«un'idea di quelle bellezze che una volta servirono di modello a
-Prassitele ed a Policleto in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci
-per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo alle favole ed alla
-storia, li richiamavano a quella siciliana che fece girare il capo ad
-Eufemio, quando nel secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli
-Arabi[370].
-
-[370] _Hager_, _Gemälde_, nella cit. vers. di M. Pitrè, p. 4.
-
-Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate, qualcuna
-concedevasene a donne, per meriti e virtù preclare.
-
-Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa Regiovanni, Sigismonda
-Maria Ventimiglia, veniva insignita del sacro militare ordine
-gerosolimitano con la medesima croce ed i medesimi privilegi che avean
-goduto e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa
-Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa di
-Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la gran croce di
-devozione[371]: e quando ogni anno il Gran Maestro dell'Ordine mandava
-il solito tributo solenne del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai
-pochi cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava gli
-appassionati sguardi della folla.
-
-[371] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 223; v. XX, p. 12.
-
-Con queste, altre dame con altre insegne.
-
-Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande Inquisitore
-viaggiava per le campagne di Sciacca. A un tratto, nel feudo Verdura,
-una masnada di ladri sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per
-finirlo. Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi uomini;
-alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori, ella, con
-ardimento più che virile, accorre, investe e mette in fuga i ribaldi
-salvando il malcapitato uomo. Per quest'atto la Duchessa veniva decorata
-in perpetuo, per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco
-della SS. Inquisizione[372]. Quella crocetta verdescuro e bianca, pur
-dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale, fregiò più d'un petto
-femminile, coprì molti palpiti, oggetto di fiero, inestinguibile odio e
-di viva ammirazione.
-
-[372] _V. Mortillaro_, _Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX
- secolo_. 2ª edizione, p. 177. Pal., Pensante, 1866.
-
-E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose, nelle quali
-l'ardore del vero era così intenso come fecondo il culto del bello.
-
-La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva in musica con dolcezza
-degna dell'originale qualche canzonetta che l'amabile Cantore delle
-«Quattro Stagioni» scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno pronto
-e luminoso, con profondo intelletto studiava gli scelti volumi del suo
-ricco studio; sì che a lei faceva omaggio della sua _Biblioteca galante_
-il tipografo Rapetti[373]. Educando la prole alla pietà, non fu lieta
-dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio Agesilao si rendeva
-un giorno colpevole di contumelie ad un Giudice del Concistoro[374].
-
-[373] Firenze e Palermo, MDCCLXXVIII, p. III.
-
-[374] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 50.
-
-Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca in uno dei principali
-monasteri, scriveva sapientemente di morale[375]: e fresca era la
-memoria della povera Anna Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di
-Salaparuta, la quale, morendo a trentanove anni, lasciava nome di
-cultrice di filosofia[376].
-
-[375] _Houel_, _op. cit._, v. I, p. 67. Vedi pure nel vol. II di questa
- nostra opera il cap. _Monache_.
-
-[376] Gioverebbe accertarsi se fosse stata veramente indirizzata a lei la
- odicina testè pubblicata nelle _Opere poetiche_ del _Meli_, ediz.
- Alfano, p. 296:
-
- Vulennu farisi
- Virtù 'na cedda ecc.
-
-Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo di lode fu scritto
-(1794) esser ella tutta dedita a conversazioni istruttive e ad
-occupazioni ben diverse da quelle di altre donne. Il lettore prenda nota
-di questa lode[377], e si procuri le _Lezioni sulla educazione_ della
-culta dama.
-
-[377] _Cannella_, _Lettre sur la littérature de Palerme_ ecc. pp. 42-43.
- A Naples. 1794. Cfr. in questo nostro vol. il cap. _Libertà di
- costume_.
-
-Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini s'inchinano al
-sole che nasce e voltano le spalle a quello che tramonta. Chi è in auge
-od anche in ordinaria prosperità di fortuna è carezzato, corteggiato,
-adulato; la sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il _Dum
-eris felix_ di Ovidio si ripete assai più frequente di quel che si possa
-immaginare.
-
-Nei momenti più tristi del Marchese Fogliani, quando una turba
-incosciente urlava: _Viva il Re! Fuori il Vicerè!_ pochi serbarono al
-Principe contro cui s'imprecava i riguardi prodigati al Principe fino
-allora regnante. Tra questi e sopra questi pochi fu una donna, la
-Contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada. Costei, degna di sue
-copiose ricchezze, affrettavasi a far sapere all'afflitto Marchese che
-teneva a disposizione di lui i suoi beni, e pronte a qualunque di lui
-bisogno le migliaia di scudi della sua cassa[378]: offerta di anima
-nobilissima, la quale aveva anche il coraggio di affrontare non pur la
-impopolarità del momento, ma anche le ire della plebaglia d'allora.
-
-[378] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 279.
-
-Tra tante dame che non negavano un sorriso ai lodatori e forse
-s'inebbriavano ai profumi del loro eccelso casato e del sangue generoso
-dei loro avi, erano donne casalinghe ed economiche, tutte cura di
-famiglia: tipo non unico ma perfetto, Rosalia dei Principi di Resuttana,
-che meritò un bel ricordo in un libro di viaggi del tempo[379].
-
-[379] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
-
-Ad atti di religione attendeva la Consororita di S. Maria delle
-Raccomandate, presso Porta di Vicari (S. Antonino). Per lungo volger
-d'anni ne tennero le sorti ora Caterina Tommasi Principessa di Lampedusa
-(1794), ora la Principessa di Furnari Maria Teresa Marziano (1800),
-coadiuvate dalle _congiunte_. Alla Principessa Maddalena Gravina vedova
-Rammacca e a Bernardina Oneto di S. Lorenzo (1794) seguivano la vedova
-Duchessa di Castellana Antonia Bonanno (1795), la Baronessa Teresa
-Schittini e la Principessa d'Aragona Marianna Naselli-Agliata (1798-99);
-ed a queste Stefania Branciforti Principessa di Scordia (1800), sempre
-piene di fiducia nella perpetua tesoriera vedova Principessa di S.
-Giuseppe, Maria Barlotta.
-
-Il numero delle vedove nella pia congrega fa pensare ai disinganni della
-vita dopo le grandi sventure, per le quali il bisogno di conforto
-religioso si fa più che mai imperioso, e le pratiche divote si levano
-dal semplice misticismo al più profondo sentimento di Dio. Non abbiamo
-le fedi di battesimo e di stato civile delle altre nobili consuore, ma
-ci sentiamo quasi autorizzati a credere che tra esse non erano, poche
-eccezioni fatte, nè giovani, nè ragazze, nè donne, alle quali più
-sorridessero gioie di idealità avvenire.
-
-Presso che ignoto l'uso moderno dei comitati. Il bene, chi sentiva di
-doverlo fare, sapeva dove e come farlo. Tuttavia, eccezionalmente, un
-Comitato misto di signori e di signore s'incontra verso la fine del
-secolo. Nel luglio del 1796 l'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez y
-Royo, affine d'ingraziarsi la Corte, nominava una commissione di dame,
-di cavalieri e di mercanti che raccogliesse danaro tra i nobili ed i
-civili a favore del Re. Col Pretore Principe del Cassaro era la
-Pretoressa Felice Naselli, col Capitan Giustiziere Conte di San Marco la
-Capitanessa Vittoria Filingeri nata Agliata, e Rosalia Di Napoli
-Marchesa di Montescaglioso e la Principessa della Trabia Marianna
-Branciforti Lanza, alla quale la carità non era impedimento negli uffici
-di Dama della Regina, come non pareva distrazione alla passione, che in
-lei si disse potente, pel giuoco.
-
-La somma che questo Comitato potè mettere insieme fu cospicua, ma chi si
-fosse trovato a sentire coloro ai quali chiedevasi una contribuzione, si
-sarebbe senz'altro turate le orecchie.
-
-Non un libro d'oro ci ha tramandato coi nomi le opere di codeste donne;
-anzi i nomi stessi ci mancano, perchè molte di esse si restavano
-nell'ombra. Giornali che le mettessero in evidenza non c'erano: e la
-cronaca mondana correva orale piuttosto che stampata e divulgata come
-ora tra i curiosi e gli sfaccendati. Eppure a noi è consentito affermare
-che se non furono tutte Veneri le belle, la beltà di molte fu fine e
-soave; se non eroine le buone, la loro benemerenza, chi se l'acquistò,
-non fu fittizia nè bugiarda. Molte le creature deboli e leggiere, ma
-molte anche le forti: e di fronte ad amori avventurosi, quali comportava
-con la suggestione la triste morbosità dei tempi, vi ebbero affetti
-elevati, che alle ebbrezze chimeriche contrapposero serenità ragionevoli
-ed alle seduzioni materiali del corpo le sublimi idealità dello spirito.
-
-Veniamo ora alle dolenti note dell'ambiente nel quale donne belle ed
-avvenenti poterono non partecipare all'esercizio delle virtù ed esserne
-distratte dalla influenza d'allora.
-
-
-
-
- _Capitolo XIX._
-
-
- _LIBERTÀ DI COSTUME, CICISBEISMO._
-
-La storia non mai scritta della vita siciliana offre, per la seconda
-metà del settecento, lo strano e quasi incredibile fenomeno d'una certa
-rilassatezza di costume. Si tratta d'un lungo episodio -- chiamiamolo
-così -- del poema morale dell'Isola, e bisogna rassegnarsi a percorrerlo
-anche quando l'amor proprio di chi scrive e di chi legge ne resti
-mortificato per la tradizionale aureola di rigidezza onde ogni buon
-isolano si abbella. Per fortuna, gli attori dell'episodio sono,
-relativamente alla popolazione intera, di numero sparutissimo, e di
-quasi una sola classe.
-
-Siamo dunque nello scorcio del secolo XVIII. La moda straniera, come
-diremo, valicando monti e mari, veniva ad assidersi sovrana tra l'eterno
-femminino della Capitale. La galanteria francese con orpelli ed insidie
-tutto informava il costume dell'alta classe e, per imitazione, o per
-esempio, o per contagio, della media.
-
-La libertà di fogge e di maniere, come sprigionata dalle secolari
-pastoie, veniva arditamente fuori in non corrette manifestazioni. La
-Francia era la gran tentatrice, e le sue lusinghe giungevano apertamente
-o sottomano. Dalla Francia un galateo non prima sognato, dalla Francia
-libri ed oggetti licenziosi. Le autorità civili e le ecclesiastiche
-vigilavano zelantissime, confondendo sovente il male reale col male
-immaginario, il bene assoluto col bene relativo; ma i loro occhi d'Argo
-e le loro braccia di Briareo non riuscivan sempre ad impedire relazioni
-occulte di commercio malsano, o creduto tale[380]. E che cosa,
-d'altronde, non poteva penetrare in città, quando in una sola volta, non
-meno di venti forestieri residenti in Palermo, usciti col pretesto di
-andare a bere un thè sopra un legno straniero ancorato nel porto,
-ritornavano di pieno giorno, carichi di preziose merci di
-contrabbando?[381]. Nel 1782 si riusciva a metter le mani sopra non so
-quanti ventagli giunti intatti da Parigi. Due anni dopo, per ordine
-dell'Arcivescovo Sanseverino, non so quanti altri, con figure che
-facevano arrossire anche i libertini, ne ardeva il boja; e nel 1790 si
-diffondevano davanti alla polizia figure che erano il colmo della
-sconcezza. Pure il malcostume al quale si chiudeva la porta entrava per
-la finestra; e le frequenti arsioni di merci proibite non impedivano che
-si facessero strada costumanze licenziose; anzi esse diventavano
-patrimonio comune appunto quando le autorità si moltiplicavano nello
-sbarrar loro la strada.
-
-[380] Vedi il cap. VIII, {p. 133}.
-
-[381] _Bartels_, _op. cit._, v. III.
-
-Le prime conseguenze della inconsulta condotta del Governo le risentiva
-la educazione, non più madre, ma madrigna; la quale preparava un
-avvenire poco edificante per le donne anche delle buone famiglie.
-Mentre, secondo Brydone, prima della celebrazione delle nozze non era
-permessa domestichezza di sorta tra i giovani dei due sessi in Italia,
-le signorine palermitane, disinvolte, affabili senza affettazione,
-cominciavano a rallentare la severa consuetudine di stare ai fianchi
-delle mamme. Mentre queste in Continente conducevano le figliuole in
-società guardando non al diporto, ma al secondo fine di disporle al
-matrimonio, pur sempre paurose che esse non venissero loro ad ogni
-istante rapite, o che prendessero la fuga; in Sicilia mostravano una
-certa confidenza nelle loro figliuole, e permettevano che il loro
-carattere si svolgesse e maturasse[382].
-
-[382] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIX.
-
-Bartels volle indagare lo spirito di questa nuova educazione, e ne trovò
-le ragioni, alle quali facciamo larghe riserve. Ecco in proposito una
-sua pagina, che gioverà come informazione, ma non già come
-apprezzamento; perchè, alla maniera di altri del medesimo genere, questo
-apprezzamento non corrisponde tutto alle condizioni del paese di allora.
-
-«Il tenore di vita di società è libero e piacevole, e più leggiadro per
-le nubili, le quali in tutto il resto d'Italia non compariscono mai. Qui
-non si guarda più che tanto alla età acconcia a prender parte ai piaceri
-del mondo. Una filosofia ben intesa, non più offuscata da principî
-religiosi, ha preso piede fermo nella Capitale dell'Isola: e già si
-riconosce quanto sia pericoloso per una ragazza ignara della vita il
-passaggio improvviso dalla oscurità del chiostro alla luce abbagliante
-del mondo, tanto più pericoloso in quanto il temperamento, per ragione
-del clima, è ardente. Qui per le ragazze si stima necessaria la entrata
-prematura in società, acciò non manchi in esse la conoscenza dei
-pericoli stando ancora sotto la direzione dei genitori. Nè accade
-fermarsi sulle particolarità di quest'argomento, perchè basta solo il
-fatto che qui, come altrove in Italia, usa il cavalier servente, e che
-per passione irrefrenata il palermitano cerca di spendere quanto più
-può, e, in ogni occasione, di primeggiare. Così la madre non si occupa
-assolutamente della educazione dei figli, i quali, com'è ovvio supporre,
-non avranno alla loro volta imparato nulla. Però incontra in Palermo ciò
-che non incontra fuori, in Italia: una ragazza che possa facilmente dare
-un passo falso: e questa è conseguenza naturale della conoscenza precoce
-dei piaceri mondani; conoscenza che, trovando la ragazza un cotal poco
-emancipata dalla sorveglianza paterna e materna e completamente
-abbandonata a se stessa, dà ad essa agio di profittare dei molti
-godimenti.
-
-«Non è pertanto a dubitare della influenza che questa pratica debba
-esercitare sulla salute di lei, e del come essa sia ragione degli
-infelici matrimonî che si contraggono, della rovina dei mariti e della
-nervosità delle mogli»[383]. Al che concorrevano anche e in alto grado
-gli sposalizî anticipati dei quali abbiam fatto cenno[384], e pei quali,
-mogli a dodici, quattordici anni di età, erano nonne a trenta[385].
-
-[383] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 597-99.
-
-[384] Vedi a p. 275.
-
-[385] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII. -- _Hager_, _Gemälde_. --
- _Meli_, _Poesie_, p. 87.
-
-Durante ventun anno (1767-1787) tre tedeschi ed un francese scrissero in
-termini niente lusinghieri delle donne palermitane; ed è notevole che i
-loro giudizî indipendenti l'uno dall'altro, non presentano carattere
-d'imitazione. Cominciò primo Riedesel dicendo che esse erano in preda ad
-una grande libertà, e che i mariti s'avviavano a spogliarsi della
-vecchia gelosia[386]. Goethe, non già perchè portava al petto come un
-breviario il viaggio di Riedesel, ma perchè pensava con la sua testa e
-vedeva coi suoi occhi, notava che le persone all'occorrenza si
-corteggiavano a vicenda[387]. Terzo, un anonimo francese, facendo un
-passo avanti, affermava essere soprattutto le donne che fornivano
-aneddoti alla cronaca scandalosa[388]; e quarto, e malauguratamente non
-ultimo, Bartels, passando il segno, imprimeva delle vere stimmate
-all'alto femmineo sesso[389].
-
-[386] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121.
-
-[387] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 3 aprile 1787.
-
-[388] _Lettres_, p. 346. A La Haye, MDCCLXXVII.
-
-[389] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 581.
-
-Queste ed altre accuse generali ci preparano a qualche notizia, meno
-vaga per i luoghi e le date.
-
-Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli articoli onde si
-componeva il nuovo o recente galateo sorgeva fuori la città chiusa. La
-Marina era l'attrattiva più potente di chi amasse divertirsi senza
-troppi scrupoli di.... morale.
-
-Brydone, impressionato della sfrenata passione degli abitanti per le
-pubbliche passeggiate, scriveva:
-
-«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati a mutare la notte in
-giorno, il concerto musicale non principia prima della mezzanotte. Il
-tocco è il segnale perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per
-la sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni e dì
-carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti gl'intrighi amorosi, è
-vietato, qualunque sia il grado della persona, di portare lumi. Questi
-vengono spenti a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de'
-loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o due nelle tenebre,
-a meno che le caste corna della luna, insinuandosi ad intervalli, non
-vengano a dissiparle. Il concerto finisce verso le due del mattino, e
-tutti i mariti rincasano a trovare le loro mogli.
-
-«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che cosa vuol dire viaggiatore
-giovane, come era il nostro inglese!] e non cagiona scandali. Un marito
-non rifiuta mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina; e le
-signore per conto loro son tanto circospette che spessissimo coprono il
-viso con maschere»[390].
-
-[390] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXII.
-
-Questo passo, per la crudezza delle affermazioni, è d'una estrema
-gravità. Giammai nulla di simile era stato detto in proposito. Vietati i
-lumi, che perciò si spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al
-buio completo, come quello che meglio favorisse gli amori. Le signore
-potevano andarvi senza i mariti, ed alcune anche mascherate.
-
-Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi vero codesto? Il Conte
-de Borch, che scrisse per controllare il viaggio di Brydone, spiega così
-l'affare dei lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si reca
-alla Marina in veste da camera e le donne in semplice mussola bianca, si
-ha tutta cura di non far entrare fiaccole accese; altronde, non se ne ha
-bisogno, perchè la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto
-d'intorno.
-
-«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria delle donne, qui
-come altrove civette; ma sostenere che vi sia una legge positiva, un uso
-pubblico stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi
-mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto di più assurdo si possa
-immaginare»[391].
-
-[391] _De Borch_, _op. cit._, t. II, pp. 132-33.
-
-Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa il paesaggio che il
-viaggiatore inglese avea disegnato col carbone; ma la matita di rosa non
-illumina la scena; e resta di fatto: che se non c'era una proibizione
-ufficiale di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze, sedie
-volanti ed altri veicoli uscivano a lumi spenti nell'allegra piazza.
-Mutate le parole, le cose suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a
-farlo apposta, non siamo riusciti a trovare documento di un solo fanale
-in quella piazza. Altri forse lo troverà. La pubblica illuminazione,
-principiata in Palermo nel 1746, quando ancora molte metropoli d'Europa
-(lo dicono quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo noi) erano
-allo scuro, non si estese oltre alle due vie principali, e quando vi si
-estese non ebbe premure per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII,
-restava a discrezione della luna e degli _habitués_.
-
-I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono la notizia del
-Brydone, non per sentita dire, ma per vista personale. Tutti furono a
-Palermo, tutti assistettero alla scena; qualcuno solo ne trasse
-particolarità che si prestano a sfavorevoli discussioni.
-
-Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi la galante rassegna.
-
-Per un italiano del 1776, che non volle farsi conoscere, «la Marina è la
-passeggiata universale ed il convegno della sera. La Polizia ne vieta
-l'accesso alle fiaccole [non sarà stata la Polizia, sarà stato l'uso].
-Al coperto d'una oscurità fitta passeggiano i mariti gelosi ed i timidi
-amanti, nascondendo gli uni i loro possessi, attutendo gli altri le loro
-fiamme. Ho visitato più volte queste tenebre misteriose, e non son
-rimasto mai senza una certa penosa emozione alla vista del turbamento
-che suole sempre accompagnare la felicità dell'uomo»[392].
-
-[392] Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre 1776.
-
-Che cosa debba intendersi per «possessi dei mariti gelosi» cerchi di
-indovinare chi ci sa ben leggere! Noi procediamo oltre.
-
-Per un altro scrittore del medesimo tempo la faccenda non è diversa.
-L'abate de Saint-Non, persona colta e senza scrupoli, rilevava (1778):
-
-«_La promenade charmante_ è un convegno dove nessun palermitano rinuncia
-a fare un giro prima di andare a letto. Pare un sito privilegiato con
-indulgenza plenaria per tutto quel che vi avviene, e pare altresì che i
-Siciliani abbiano per esso dimenticato a tal segno la loro naturale
-gelosia da proibire le fiaccole e tutto ciò che possa recare incomodo
-alle piccole libertà clandestine. Molto difficile sarebbe darsi ragione
-di siffatta singolarità, se non si sapesse già che essa, facendo
-partecipare tutti ai medesimi vantaggi, soffoca e fa cessare le
-mormorazioni di quei gelosi che per essa soffrono tormenti. Qui regna la
-oscurità più misteriosa e la meglio rispettata: tutti vi si confondono e
-smarriscono, tutti vi si cercano e vi si trovano»[393].
-
-[393] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, p. I, p. 142.
-
-A brevi intervalli noi possiamo con altri viaggiatori visitare il
-piacevole ritrovo. Possiamo farlo col tedesco Bartels (1787), e
-troveremo inalterata l'usanza della spengitura delle fiaccole, che
-«senza etichetta, senza gelosia e con gentili scherzi» concorre a
-rendere più brevi le notti[394]. Possiamo farlo col Cav. de Mayer
-(1791): e se ci recherà fastidio la polvere sollevata dalle vetture,
-confessiamolo candidamente: non è per la polvere in se stessa, ma perchè
-la polvere «nuoce ai piaceri della sera»; e piaceri sono «il fresco, il
-_laissez aller_, la libertà, gl'incontri»[395]. Possiamo farlo con altri
-ancora; ma che più, a fronte di testimonianze così concordi?
-
-[394] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 554.
-
-[395] _De M[ayer]_, _op. cit._, lett. XV.
-
-E le donne mascherate? Queste si, lasciamole alla responsabilità di
-Brydone, che nessuno ne parlò mai e prima e dopo di lui. Solo la
-tradizione ne fa timido cenno, accusando certe illustri dame (e dice tre
-nomi), le quali a nascondere infedeltà colpevoli avrebbero ricorso al
-mal sicuro espediente.
-
-E del resto, perchè questo sotterfugio quando gli stessi italiani in
-Palermo giudicavano preoccupazione non necessaria quella delle donne
-borghesi di coprirsi del manto nero?[396]
-
-[396] Un Voyageur italien, _op. cit._, p. 19, nota. -- _Lettres sur la
- Sicile par un Voyageur italien à un de ses amis._ Amsterdam,
- MDCCLXXVIII.
-
-Ed ora, lasciamo il costume estivo della Marina, tanto esso non è se non
-una delle molteplici esteriorità della vita palermitana, e veniamo ad
-altro.
-
-Siamo nel 1800. La Famiglia reale di Napoli è in Palermo. Il Duca du
-Berry, con un seguito di brillanti ufficiali, arriva nel nostro porto e
-viene a chiedere la mano d'una figliuola di Ferdinando III. Maria
-Carolina è a Vienna e la si attende da una settimana all'altra. Il
-signor d'Espinchal, uno degli ufficiali, senza perdere un solo dei
-divertimenti della giornata, prende nota di quel che fa e di quel che
-vede. Ecco una delle sue note:
-
-«Maria Amelia ha diciott'anni: figura molto gradevole, ma nulla di
-particolare in un paese dove di beltà non è difetto. Le sue maniere
-dolci, gentili, timide anzichè no, ritraggono dalla etichetta troppo
-affettata della Corte, in contrasto delle costumanze molto rilassate
-della Sicilia».
-
-Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese passava la notte
-tra le numerose conversazioni della città, nelle quali splendevano donne
-eleganti e graziose, «dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi
-abituali in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo delle più
-belle donne della città, _des intrigues amoureuses_». Le dame,
-appassionate pel fasto e per gli ornamenti, amavano «le feste, i
-piaceri, e soprattutto _les intrigues de coeur, leur passetemps
-habituel_, così che gli stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado
-di Europa».
-
-Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno: non per il Duca
-che, a buoni conti, passava buona parte del giorno presso l'Amelia, non
-per la sua compagnia, che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente,
-il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle alle conversazioni; si
-fu costretti a partire.
-
-D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni avventurosi, evocava
-«le deliziosissime ore passate in questa città incantatrice, dove i
-capricci della graziosa e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini
-da render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove era la Marchesa
-Aceto, più costante in amicizia che in amore, e la bella, altera e
-superba Principessa di Hesse, ai cui desideri tutti servivano
-specialmente in amore, del quale ella era una delle più ardenti
-sacerdotesse»[397].
-
-[397] _D'Espinchal_, _op. cit._, pp. 48-50, 64.
-
-Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia poteva dar corpo
-alle ombre, ed attribuire a molti il facile godimento di pochi, tra i
-quali era pur lui. Tuttora giovane, benchè persona molto seria ed
-artista di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la casa del
-Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso di trovarvi più libertà che
-in Francia[398]. Giovane e maldicente quell'altro ufficiale francese
-Creuzé de Lesser che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono
-specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni genere»[399]: tutti
-e tre da noi chiamati a testimonî stranieri nella non bella causa di
-moralità.
-
-[398] _Houel_, _op. cit._, t. I, p. 67.
-
-[399] _Creuzé de Lesser_, _op. cit._, p. 109.
-
-Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco, Mohammed Ben
-Osman, assistendo nel gennaio del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo
-Vicereale, si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole
-comandar dappertutto gli uomini», dai quali esse «erano poco men che
-adorate»[400]. Volgiamoci pertanto ai non giovani ed a Siciliani, anzi a
-Palermitani, che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano aver
-tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva loro onore.
-
-[400] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 394.
-
-E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli. Nessuno più civilmente
-di lui studiò la società del tempo, nessuno la ritrasse con maggior
-fedeltà; l'opera sua quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo
-sdegno del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei; e
-l'apparente sua festività era collera, tanto più grave quanto viva era
-la interna lotta ch'egli dovea sostenere per non offendere il ceto nel
-quale egli, medico retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta, col
-Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria: dalla
-misteriosa trasparenza dei veli che volevan coprire il collo delle
-ragazze alla procace evidenza dei seno delle maritate, dalla furtiva
-occhiata della monachella al fremito inverecondo della donna mondana.
-
-Ecco qua la _Moda_. Tra le malattie in voga predomina quella dei
-deliquî, pretesto all'amore, e certe smorfie per accreditarli; si finge
-di
-
- Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri,
- Sfùjri li corna di li babbaluci,
- Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.
-
-Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore; nubili,
-mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente, in quanto
-
- A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu,
- Secunnu lu capricciu, e all'autru latu
- La sfera, lu quatranti e mappamunnu[401].
-
-[401] _Meli_, _Poesie: Lu Cafeaus_, p. 137.
-
-Ecco _Non cchiu Porta Filici_. L'estate è finita, cessata è la Marina, i
-nobili tornano assidui alla conversazione del palazzo Cesarò, dove tra i
-due sessi
-
- Si tratta a la francisa,
- Nun su' nenti gilusi,
- Su' tutti afittuusi,
- Nun c'è nè meu nè tò.
- Per iddi è impulizia
- Qualura la sua dama
- 'Un joca, 'un balla, 'un ama.
- Ma fa lu fattu sò.
- Anzi taluni stilanu
- Chi lu maritu va,
- Pri stari in libertà,
- Unni la mogghi 'un c'è.
- Hannu morali a parti;
- La liggi sua briusa
- 'N'è nenti scrupulusa,
- Ognunu fa per sè.
-
-E come la libera moda ha riconosciuto naturale l'uso di prendere a
-braccio la prima ballerina che s'incontri a passeggio, così per questa
-si spende e si spande[402].
-
-[402] _Meli_, _Poesie: Ma chi pittura_, p. 372; _Nun cchiù Porta Filici_,
- p. 89.
-
-Ecco _Ma chi pittura!_ Il buon Meli, disgustato delle scene alle quali
-gli tocca assistere, pennelleggia le condizioni dei tre ceti. A lavoro
-finito, egli non ha il coraggio di dare alle stampe la sua poesia, e la
-lascia manoscritta. È carità di patriota, o incontentabilità d'artista?
-Nol sappiamo; però è certo che in essa vuolsi vedere un documento di
-quella vita che non ha avuto ancora un illustratore con le vedute
-moderne.
-
-In Palermo tutto vede bizzarria e sfacciataggine il poeta; la vanità
-regna immoderata:
-
- Nun c'è vergogna,
- Nun c'è russuri,
- Pocu è l'onuri
- E l'onestà.
-
-La desiderata Marina è sempre il luogo favorito di certa gente. L'amore
-vi assume carattere di liberalità; la gelosia ne fugge; e se vi fa
-capolino, vi è, come avanzo di barbarie, derisa. Ogni donna -- continua
-piacevoleggiando, il poeta -- ha il suo amante e chi non ne ha, potrà
-occhieggiando procurarselo; e allora complimenti a tutt'andare, e subito
-confidenza.
-
- Chi tocchi amabili,
- Chi duci vezzi,
- Chi pezzi pezzi
- Lu cori sfa!
-
-Le vesti di queste donne sono scollacciate quali si addicono al tratto,
-che la moda impone libero dai vieti pregiudizî di dignitoso riserbo
-nelle donne, di sommo rispetto alle mogli altrui. Tutto questo al buio,
-
- A la francisa,
- Senza cannili:
- Chistu è lu stili
- Di la cità.
-
-
-E sempre nella fortunata piazza,
-
- E specialmenti
- La siritina
- 'Ntra la Marina
- C'è libertà.
-
-E così, sempre alla Marina, ove Palermo, la Sicilia, accentra quanto del
-suo peggio moderno abbia mandato Parigi:
-
- Chista è la Francia
- Di sta Marina[403].
-
-[403] _Meli_, _Poesie: In lodi di la Flora_, p. 77; _Ma chi pittura!_ pp.
- 372-74.
-
-Se così è al palazzo Cesarò, nelle case private, ai pubblici passeggi,
-che c'è mai da aspettarsi altrove? L'ambiente è sempre uno: tutti lo
-respirano, e vi prosperano.
-
-Queste le scene reali che tuttodì cadono sotto gli occhi del Meli.
-Cent'anni dopo, un dilettante di lettere, dovea venire a battezzare
-«arcade di buona fede» il poeta che così aveva scritto!
-
-Un prete contemporaneamente cantava:
-
- Oggi viju introdutta certa usanza,
- Chi pari chi cci sia qualchi indecenza;
- In ogni casa, cui canta, cui danza,
- Va pri li pedi pedi l'Eccellenza.
- Nun si vidi cchiù un quatru 'ntra 'na stanza,
- Cu cornacopi speddi (_finisce_) ed accumenza.
- Li credituri e la povira panza
- Sunnu custritti a fari pinitenza[404].
-
-[404] _Melchiore_, _Poesie_, p. 104.
-
-E non isfuggirà a nessuno il _calembour_ della cornucopia.
-
-Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del tempo in cui il
-Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre prima avea pensato ad un
-camposanto o carnaio (_carnala_), osservava che:
-
- La carnala fu in flora a commutari.
- Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri
- Putissiru li vivi agumintari;
-
-dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea alle labbra la
-casta invocazione:
-
- Musa, deh copri di benigno velo
- L'incauta scena....
-
-Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi, il medesimo
-Villabianca, acceso di sdegno contro coloro che ne erano gli attori,
-usciva in una invettiva che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia
-lanciata contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie che ne
-inalberavano la bandiera, contro la società che tollerava siffatte
-vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla[405]. Nè l'Arcivescovo
-Serafino Filangeri, Presidente del Regno, era stato meno severo[406].
-
-[405] _Diario_ ined., a. 1798, p. 412.
-
-[406] Vedi bando del 13 ottobre 1774.
-
-Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero sorgere da
-particolari indagini da farsi sull'argomento in archivi speciali. Nei
-diversi reclusorî d'allora molte nobili e civili signore venivano
-ospitate. Quante le une? quante le altre? quali di spontanea loro
-volontà? quali per volere di parenti o per ordine superiore? Giacchè,
-per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed il 1804 meglio che
-quattordici grandi titolate entrarono nel solo Conservatorio della
-Divina Provvidenza (Suor Vincenza) a Porta S. Giorgio[407], bisognerebbe
-cercare quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione, quali
-_obtorto collo_. In quel ritiro, come negli altri simili d'allora,
-nessuna dama andava a chiudersi senza gravi ragioni, e queste non
-potevano non essere d'indole estremamente delicata: o che i doveri
-coniugali avessero, per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo,
-o che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie, la quale,
-appunto perchè donna, rimaneva esposta alla solita maldicenza, che
-talora risparmia l'uomo notoriamente infedele ed accusa la donna forse
-lievemente indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.
-
-[407] Un minuto spoglio di registri delle commoranti in questo Reclusorio
- mi ha favorito, per graziosa raccomandazione del Presidente di
- esso, sig. Ing. Giovanni Biondolillo, l'archivista avv. S.
- Minutilla.
-
-E se le quattordici dame, che pur tenevano ai loro servizi ciascuna le
-sue cameriere, rappresentavano l'undecima parte delle ricoverate in quel
-Reclusorio, quante saranno state le civili, maritate o vedove, che per
-le medesime ragioni vi convivevano?
-
-Con questa vita e con queste abitudini è facile comprendere come potesse
-nella Capitale farsi strada il cicisbeismo, che tra le cattive fu la
-peggiore delle mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza della
-sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata da viaggiatori e
-da romanzieri, era ed è sempre intensa, mal ne avrebbe comportato le
-libere pratiche[408]. Il _cicisbeo_, o meglio, il _cavalier servente_
-(giacchè solo con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo)
-non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome; il vero servente
-nacque, potè prosperare nelle alte sfere sociali. Brydone, quelle sfere
-le conobbe in Palermo, e trovò «generale anzi che no» la istituzione.
-Bartels, senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come in
-altre parti d'Italia, l'usanza[409]; e tanto era comune che il non
-trovarne in qualche famiglia parve lodevole eccezione. L'ab. Cannella
-ascrisse a vanto della Principessa di Villafranca l'avere ella scelto un
-dotto sacerdote per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che le
-facesse la corte[410]; mentre, al contrario, un'altra giovane
-Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto d'un vagheggino
-(un principone d'alto lignaggio) alla notizia che il marito fosse stato
-catturato dai corsari barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo
-d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si tenne schiavo di
-pirateria in Algeri il non più giovane marito di lei[411].
-
-[408] Un nobile ed ardito siciliano lasciava scritto: «L'amore è tutto in
- Sicilia. Feroce nel popolo, esso perde sempre del suo colore scuro
- salendo i diversi gradini della società, fino alla nobiltà, dove
- prende nome di galanteria, od anche altro nome che suona men bene.
- Cagione d'assassinî in quello...» _Palmieri de Miccichè_, _op.
- cit._, t. I, ch. XL.
-
-[409] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 598.
-
-[410] _Cannella_, _Lettere_, pp. 42-43.
-
-[411] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1797, p. 191. Questo nobilissimo
- cicisbeo era il Principe di Roccaromana Capua.
-
-Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze, verremo alla
-dolorosa conclusione che vi son simpatie non approvate dalla legge
-civile, vietate dalla ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non
-intaccano certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo
-sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita perchè potesse
-arrestarsi a proibizioni, riconosciute grette da quella società.
-
-Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice la perdita del
-tesoro che era suo; e seguiva istintivamente, forse senza conoscerla la
-dantesca Semiramide,
-
- Che libito fe' licito in sua legge.
-
-Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita traeva ragione e
-forza a conquiste, tanto facili quanto meno consentite o permesse. Una
-fortezza che si perdeva, ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la
-fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente premuroso di essa,
-era alienato dagli stratagemmi di guerra necessarî ad espugnarne altra.
-Ed a questa, espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura, dal
-primo istante in cui questo giovin signore, compagno del «giovin
-signore» lombardo del Parini, riapriva gli occhi al sole già alto, al
-far del nuovo giorno, in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad
-essa e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche, le
-sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli la custodiva, la teneva di
-conto, ne visitava ad ore determinate gli angoli più recessi, e
-l'addobbava e adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui, era
-dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere, padrone e servo,
-signore e vassallo, cavaliere e valletto, capitano e soldato, là dove
-codici oramai fuori moda non consentiron mai di levare gli occhi, non
-che di mettere i piedi o di alzare le mani.
-
-Usciamo di metafora.
-
-Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in
-quelle specialmente dove la cascaggine dei zerbinotti e le smancerie dei
-ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e,
-tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le
-maraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano
-opportuno lasciar fare.
-
-Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere della
-galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o
-d'una brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei;
-nè l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per
-le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli.
-Ella non va senza di lui, e quando la s'incontra è impossibile che egli,
-vagheggino fedele, in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e
-soddisfatta di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario, legge
-alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau[412]. C'è da
-stupire, che sappia far questo; ma è così.
-
-[412] Vedi in questo volume, p. 278.
-
-In città, la condotta non è diversa. La femmina
-
- L'amicu sò sirventi
- Chi a latu fissu teni
- Càncaru! si manteni
- Cu tutta proprietà.
-
-Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente; perchè
-
- Teni ogni donna
- A lu sò latu
- Lu 'nnamuratu
- Cu gravità[413].
-
-[413] _Meli_, _Poesie_, pp. 138-39, 373.
-
-L'innamorato non era il cavalier servente. Quello era un infelice che
-trascinava la catena d'una passione ardente; questo, felice, perchè
-alieno da gelosie, sospetti, guai: distinzione fondamentale, fatta da un
-testimonio del cicisbeismo. Una cicalata di Fr. Sampolo è la più sottile
-psicologia del _Cavaler serventi_. Non conosciamo in proposito studio
-intimo più fine, come della voce cicisbeo non conosciamo etimologia più
-sicura di quella data da un vocabolarista siciliano d'allora[414]. Solo
-il cavalier servente, secondo il Sampolo, gustava i più deliziosi
-piaceri, veri o fittizî che fossero. Preferibile l'amore senza amaro,
-com'era il suo. La dama ed il cavaliere godevano d'una felicità senza
-limiti:
-
-[414] _M. Pasqualino_ _da Palermo, Vocabolario siciliano etimologico,
- italiano e latino_, t. I, p. 316 (Palermo, MDCCLXXXV): «_Cicisbeu_,
- cicisbeo, dal franc. _ciche_, parvulus, e _beau_, pulcher».
-
- Accussì stannu sempri in jochi e sciali
- Senz'essiri nè amanti nè mariti;
- Guadagnanu cu pocu capitali
- Tirannu frutti, ma frutti squisiti....
- Lu gran nimicu chi ognunu avirria
- Fora la maliditta gilusia.
-
-Ma egli questa gelosia non la conosce, e molto meno lei. La gelosia,
-osserva il poeta, è morta, o presso a morire; talchè di giorno o di
-notte, in pubblico o in privato, camminando o sedendo, in campagna o in
-città, per tutti e due è cuccagna continua:
-
- Cuccagna d'ogni gustu in generali:
- La vista vidi così (_cose_) di allucchiri;
- Lu gustu tasta così curdiali;
- La 'ntisa senti cosi di 'nfuddiri;
- Lu nasu ciàura (_odora_) così essenziali;
- Lu tattu tocca cosi d' 'un si diri;
- E l'armuzza 'mparissi assintumata
- Cci fa lu lardu, ed è tutta scassata[415].
-
-[415] Potenti questi due ultimi versi! i quali voglion dire: il cuore
- fingendo (in mezzo a tanti piaceri) di svenirsi, ci ingrassa, ed è
- al colmo della soddisfazione e della contentezza.
-
-Quello che fa difetto non son mica i piaceri; ma il tempo; chè dei
-piaceri se ne ha tanti che non si riesce tutti a goderseli; bisognerebbe
-allungare i giorni con le sere, le sere con le notti,
-
- E succedi a li voti (_volte_) e forsi spissu
- Chi pàrinu cchiù jorna un jornu stissu.
-
-Potrebbe osservarsi che non varrebbe la pena di perdere il sonno per
-passatempi di siffatto genere; ma chi la pensa così, aggiunge Sampolo,
-non capisce che l'uomo e la donna sono come la secchia e la fune, e che
-fuoco novello spegne vecchio fuoco. Un sorriso asciuga una lacrima, una
-giovane ringiovanisce un vecchio, e l'amore, a chi chiude, a chi apre un
-paradiso; i balli son fatti per legare le anime; e amore tesse i fili
-d'argento della tela della felicità.
-
-Con un'analisi così delicata del cuore del cicisbeo, noi possiamo
-lasciare lo spinoso tema; tanto il cicisbeismo in Sicilia fu assai più
-temperato che in altre regioni d'Italia[416], e se si protrasse anche
-fino ai primi del sec. XIX esso non fu se non l'ombra di se stesso.
-Heinrich Westphal, che si volle nascondere sotto il pseudonimo di
-Tommasini, parlando del nostro Cassaro, potè nel 1822 vedere soltanto
-questo: che «nelle botteghe di galanteria entrano donne elegantemente
-vestite, coi loro cicisbei o _cavalier serventi_, occupate a passare a
-rassegna le novità parigine, e comperare questo o quell'altro, ovvero
-anche a dare una specie di _Avis au lecteur_ al povero accompagnatore,
-notando come veramente bello e di buon gusto il tale o tal altro
-oggetto»[417].
-
-[416] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.
-
-[417] _Justus Tommasini_, _Briefe aus Sizilien_, p. 32. Berlin, Nicolai.
- 1825.
-
-Fortunatamente per noi lo stato morboso che in mezzo alla derisione del
-popolo ed all'aperto disprezzo delle persone sane, compiè il suo
-periodo, cessò del tutto. I cicisbei del settecento sono anche per la
-Sicilia semplici ricordi storici, anzi reminiscenze archeologiche.
-
-
-
-
- _Capitolo XX._
-
-
- _LA MODA DELLE DONNE, IL PARRUCCHIERE._
-
-La moda, che per lungo volger di tempo fu spiccatamente spagnuola, nella
-seconda metà del settecento era senz'altro francese, o infranciosata.
-
-Però, mentre le donne della campagna conservavano qualche cosa del
-vestire antico, le civili di Palermo, Messina, Catania ecc. indossavano
-lunghi manti neri, che scendendo dal capo coprivano interamente il
-volto. Del medesimo costume si servivano anche le grandi dame quando di
-mattina si recavano in chiesa: ma preferivano il bianco od il
-variopinto, che era di seta e formava un _negligé_ ricco e piacevole.
-
-Questo ci dicono i viaggiatori d'allora[418]; ma nessuno ci dice che
-l'acconciatura del capo era il massimo dell'eleganza, il centro a cui
-convergevano i raggi della grande ruota femminile: del qual silenzio
-dev'essere stata la ragione la generalità dell'uso e la notorietà della
-_toilette_ in Francia, in Germania, in Inghilterra. Quando uno dei
-viaggiatori disse che le donne siciliane avevano chiome bellissime, e
-sapevano in particolar guisa giovarsene per accrescere grazia alla loro
-bellezza, disse molto e non disse nulla, perchè l'acconciatura del capo
-meritava ben altra notizia.
-
-[418] _Riedesel_, _op. cit._, p. 121. -- _Bartels_, v. II, p 605, v. III,
- pp. 596-97. -- Un Voyageur italien, _Lettres_, lett. 16 ottobre
- 1876.
-
-Riguardato con sottilissima cura, questo requisito di venustà muliebre
-occupava il parrucchiere, la cameriera ed altre persone di casa.
-
-Fedele ministro della vanità femminile, il parrucchiere non poteva ogni
-giorno prestar l'opera sua; ma bastava che lo facesse una volta la
-settimana o più, per lasciar paga la sua eletta cliente. Giacchè,
-l'acconciatura del capo, così come per un certo tempo la ridusse il
-figurino francese che veniva da Napoli, era un edificio mirabile di
-mezza giornata di paziente, industre lavoro.
-
-La vigilia di questo lavoro Madama andava a letto in ciocche
-accartocciate: e fin dalle prime ore del domani stava ad attendere il
-desiderato carnefice. Una intera batteria di ferri, ferretti, pettini,
-bambagia, fettucce, nastri era a disposizione di lui, capitano e
-stratego. Polveri e cosmetici popolavano la stanza. Il sapone di spiga
-andava con le polveri dentifricie; l'acqua nanfa gareggiava con l'acqua
-di rosa, la fior di mirto con la _sans-pareille_, e tutte con la
-costosissima _acqua del paradiso_. Le pastiglie profumatorie si
-associavano sovente con il ricercato liquore per togliere le macchie del
-volto.
-
-Atteso con febbrile impazienza, ecco giungere il parrucchiere.
-Seguiamone le mosse con D. Pippo Romeo:
-
- Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti,
- Divide le incombenze a tutti i servi astanti.
- Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli,
- Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli;
- E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra,
- Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra.
- Principia con il pettine a dar la prima carica,
- Indi pomata e polvere senza contegno scarica;
- Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto,
- Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto,
- Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce,
- Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce;
- Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio,
- Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio;
- E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto,
- «Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto»[419].
-
-[419] _Cicalate_, pp. 39-40.
-
-È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti di piume, che si
-prestano ad equivoci di begli umori e di poeti[420]. La cipria è il
-cavallo di battaglia del parrucchiere: e di cipria facevasi tanto
-consumo che il Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter le
-mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo: gravezza che era
-costretto subito a sopprimere (1790)[421]. Altra cipria gialla, detta
-_pruvigghia atturrata_, usavasi per far bianche e rilucenti le
-chiome[422].
-
-[420] _Meli_, _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI e altrove scherza su queste
- penne, moda contro la quale penetrò in Palermo una stampa volante
- col titolo: _Alle Dame romane per l'uso del pennacchio. Canzonetta_
- (s. a.), che principiava così:
-
- Quelle penne bianche e nere,
- Che sul capo voi portate,
- Care donne innamorate,
- Vi fan crescere beltà.
-
-[421] _Provviste del Senato_, a. 1792-93, p. 298, a. 1793-94, primi
- fogli. -- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, p. 447; a. 1789,
- 12 marzo; a. 1790, p. 424.
-
-[422] _G. Alessi_, _Aneddoti della Sicilia_, n. 317. Ms. Qq. H, 43 della
- Biblioteca Comunale.
-
-Questa _frisatura_, una delle dieci diverse di moda, era chiamato
-_gabbia_: e vera gabbia era, sulla quale potè lepidamente dirsi che:
-
- Di lu concavu ancora di la luna
- Vinniru pri mudellu a li capiddi
- Nuvuli fatti a turri e bastiuna.
- Poi di l'autri mudelli picciriddi
- Cui fa trizzuddi mali assuttilati
- Cui d'intilaci fa gaggi di griddi,
- Vali a diri ddi scufii sbacantati
- Chi contennu li càmmari e li alcovi
- Cu medianti di ferrifilati[423].
-
-[423] _Meli_, _Poesie: La Moda_ (4 aprile 1778). -- _Pippo Romeo_,
- _Cicalate_, p. 38, nel 1772 aveva detto in Messina:
-
- Non stranizzarti, amico, è questa oggi la moda:
- Un promontorio in testa e palmi sei di coda.
- Costumasi un tuppè degno di andare in fiera
- Non so se sia castello, piramide o _montera_.
-
-Ma con questo arnese sul capo come prender sonno la notte?
-
-Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio di tela inamidata, specie
-di fodera, di cuffia, della capacità di due teste, dentro la quale la
-studiata ricciaia veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una
-parte del viso. Il _mimì_, nome dello strano supplizio, era anche altra
-maniera d'acconciatura, con la quale la volontaria martire della vanità
-usciva di casa[424].
-
-[424] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 38. -- _Meli_, _Poesie: Lirica_, n.
- IX.
-
-Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la importanza nelle case
-signorili. Quando un uomo si presenta per cameriere in una di queste, la
-cosa che gli si domandava era se sapesse pettinare da donna e da uomo:
-ed è curioso che la _réclame_ rudimentale nei primi giornali di Palermo
-s'iniziasse proprio con questi lisciatori di dame. Nel _Giornale di
-Sicilia_, che conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:
-
-7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età di 22 a. vorrebbe
-impiegarsi per cameriere, sapendo pettinare da uomo e da donna.
-
-«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi da cameriere. Sa
-leggere, scrivere, far di conti, parlar francese, pettinare da
-donna...».
-
-28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare da donna,
-vorrebbe impiegarsi da cameriere in qualche nobile casa».
-
-7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che abita nel palazzo del
-Principe di S. Lorenzo, si cerca impiego di cameriere, sapendo pettinare
-da donna»[425].
-
-[425] Una notizia inedita d'Archivio: Quando nel 1754 si ricompose in
- forma di _Unione_ il sodalizio dei parrucchieri palermitani, il
- numero dei soli maestri intervenuti fu di 98! Nel 1780 la
- maestranza dei barbieri contava non meno di 250 soci. Vedi le
- _Carte delle Maestranze di Palermo_ nell'Archivio Comunale.
-
-In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'_enfant gâté_ della Nobiltà.
-Una sera che egli, reduce da Napoli, ove andava a prendere le ultime
-novità della moda, si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco
-della Munizione, tutto il teatro si mise a rumore[426].
-
-[426] _Pippo Romeo_, _Cicalate_, p. 210.
-
-Per il fatto che egli penetrava fino nei _boudoirs_ delle signore, il
-parrucchiere era a parte di tutte le cronache d'alcova, e adibito in
-incombenze delicatissime. Il lettore potrà averne un'idea quando saprà
-di una certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese e
-Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva, eccessivamente
-attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima il Pretore Principe
-Giuseppe Valguarnera e del dietroscena delle dame cospiratrici ed
-occulte attrici per mezzo dei loro parrucchieri[427].
-
-[427] Vedi nel vol. II, il cap. _Teatri_.
-
-Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire toupets certi
-accreditati parrucchieri riuscissero a mettere insieme larghi guadagni,
-è naturale. Giuseppe Fraccomio potè per tal modo convertirsi in
-mercante, e come tale divenire principale impresario della grande
-Beneficiata di S. Cristina[428]. Carlo Biscottino, che nei giorni di
-maggiore splendore per lei servì la Duchessa di Floridia in Palermo, e
-la seguì poi alla Corte di Napoli, moglie di Ferdinando, potè con
-frequenti prestiti sopperire ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi
-dai nuovi doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria del
-vecchio Re: donde non guadagni[429] gli vennero, ma influenza che pochi
-poterono vantare eguale, ed il conforto di due eccellenti partiti per le
-sue vaghe figliuole, una delle quali divenne Marchesa.
-
-[428] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1790, p. 336.
-
-[429] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. X.
-
-Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda di tutta la persona.
-
-Con le _munteri_ e gli _scignò_, con i _chiuvetti_ ed i _tuppi_
-altissimi, andavano i _cantusci_ o _andriè_, ed i _tonti_, detti pure
-guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento in scarpine di
-drappo ornate di rose e di altri fiori artificiali. Il _cantusciu_
-(forse da _qu'on touche_ franc.) era una veste di lusso, composta di
-drappi a colori, lunga e ristretta alle maniche. Il _tonto_ un forte,
-inflessibile crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto D. Pippo
-sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini messinesi:
-
- Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura
- Un largu ossequiusu facïanu a la Signura,
- E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana
- Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana:
- Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza
- Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu;
- Ed era chiddu tontu un baluardu forti,
- 'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti.
- (Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu
- Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!)
- Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu
- Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu;
- L'invernu li guardava di friddu e di punturi,
- L'està li depurava a forza di suduri,
- Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu
- Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu,
- Insumma era curazza, furtizza, bastiuni
- Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni[430],
- 'Na vera citatedda ferma, sicura e soda.
- Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda![431].
-
-[430] Due fortezze di Messina.
-
-[431] _Cicalate_, pp. 392-93.
-
-Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle cose che forse meno
-lo meritano. Per esso la gara del vestire acuivasi nel medio ceto.
-Invano si rievocavano le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad
-armonia dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo come, i
-quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco voleva per la propria
-moglie, per le figliuole gli abiti più eletti e l'indispensabile
-parrucchiere coi relativi arnesi[432]. Cipria a profusione copriva
-_toupets_ e _chignons_, patrimonio festivo delle donne civili;
-_andriennes_ e scarpettine seriche ne completavano il costume.
-
-[432] _Meli_, _Poesie_, pp. 89-90.
-
-Quando nell'ottobre del 1772 una vera alluvione venne a guastare la
-festa data dal Vicerè Fogliani a tutte le classi della cittadinanza a
-Mezzo Monreale, i cantastorie fecero argomento delle loro colascionate
-la rovina delle vesti e delle superbe pettinature delle donne non
-nobili; ed un poetucolo ne traeva ragione di avvertimenti alla città,
-una volta rigida di morale; e si scandalizzava
-
- Di li fimmini attillati,
- Schittuliddi e maritati,
- Cu scufini e frisaturi[433]
- Pri cumpàriri signuri.
- Li fadeddi[434] a mezza gamma,
- La scarpetta cu la ciamma,
- E lu pettu tuttu nudu
- Chi a pinsàricci nni sudu.
-
-[433] _Scufini_, cuffie; _frisaturi_, acconciature.
-
-[434] _Fadedda_ o _fodedda_, gonnella, gonna.
-
-E rimproverava mariti e padri che permettevano siffatte sconcezze,
-incentivi frequenti di liti, zuffe, sangue[435].
-
-[435] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 103.
-
-Anche il Meli rimava sul medesimo tono, e con fine ironia ammoniva una
-ragazza troppo modesta:
-
- Nun ti vèstiri a l'antica,
- Cà di tutti si' guardata;
- Cumparisci pittinata
- Cu la scuffia e lu tuppè.
- Cu cianchetti[436], veli e pinni,
- Cu fadedda bianca e fina,
- Cu la scarpa 'ncarnatina
- Fai vutari a cu' c'è c'è[437].
-
-[436] _Cianchettu_, arnese imbottito per sotto le vesti delle donne,
- buono ad aggiustare i fianchi (_cianchi_) ed il contorno della
- vita.
-
-[437] Farai voltare indietro a guardarti chichessia. _Meli_, _Poesie:
- Lirica_, n. XI, p. 81.
-
-Non avendo ove riporre ciò che il bisogno od il capriccio imponeva o
-consigliava, le donne servivansi d'un elegante astuccio d'argento,
-specie di _nécessaire_ da passeggio. Quest'arnese con altri gingilli
-pendeva dal fianco delle signore, flagellato ad ogni istante e per ogni
-loro movimento. Uno che ne abbiamo veduto, quante rivelazioni ci ha
-fatte! Fremiti e svenevolezze, palpiti e speranze, mal simulate gelosie
-ed ostentate freddezze, visioni fantastiche e delusioni amare, e gioie
-evanescenti come guizzi di baleno che rompa la notte e la renda più
-cupa....
-
-Mentre non si conosceva ancora il sigaro, il tabacco da fiuto era lo
-_chic_ per le donne, la delizia degli uomini. I medici non eran tutti
-d'accordo sulla vera azione di esso; e, come a Napoli ed a Parigi, chi
-lo vantava salutare, chi lo sprezzava come dannoso alla testa. Federico
-di Prussia, artistica fusione di genialità e di stranezza, di poesia e
-di prosa, il quale alla vigilia d'una battaglia scriveva barzellettando
-a Monsieur de Voltaire, ne portava ripiene le tasche; Ferdinando di
-Napoli regalava tabacchiere, ma non pigliava tabacco.
-
-Un giorno uno dei più illustri professori dell'Accademia degli studî
-(Università) leggeva una palinodia contro gli effetti perniciosi di
-esso. Durante la firitera, in mezzo a continua ilarità del pubblico, non
-faceva altro che stabaccare; e quando, a lettura finita, uno degli
-uditori gli chiese a bruciapelo a chi dovesse credersi, se all'oratore
-che avea tanto gridato contro il tabacco, o al maestro che ne avea preso
-a manate, il dotto uomo, confuso, mendicando una risposta, tornava
-istintivamente a fiutare.
-
-Pertanto si spiega come, stanco dei continui reclami dei consumatori, il
-Governo s'indusse ad abolire (1781) il dazio proibitivo del tabacco,
-gravando invece la mano sulla farina, sull'orzo, sul vino!
-
-La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro. I damerini che se ne
-stavano a tessere e ritessere la Marina, al primo incontrarsi con una
-dama, facevano a gara nell'offrirgliela[438]: e non v'era dama che non
-avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione non sempre
-riusciva a moderare la vanità degli ornamenti, la volevano.
-L'aristocratico educandato Carolino proibiva alle alunne l'uso di
-«orologi, ricordini, odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e
-permetteva le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che non
-ammettesse altro medicamento che il tabacco».
-
-[438] _Meli_, _Poesie_, p. 373:
-
- Cu' ci offerisci
- La tabacchera,
- Cui la stuccera
- Ci prujrà.
-
-Come devono essere state carine quelle amabili convittrici a gingillarsi
-coi loro ciondoli e mandar su l'odorosa polvere di Nicot!...
-
-In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la moda femminile serbava
-sempre la massima cura delle chiome. Questa cura subì una certa
-decadenza dopo la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al
-crescente progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia.
-Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la parrucca coi proprî
-capelli tra gli uomini amanti di novità, cominciavasi invece a studiare
-tra le donne ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più
-belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano alla classe
-più alta.
-
-Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato e, non sapendo fare
-di meglio, proibì le parrucche femminili. Il divieto ritardò, non impedì
-la graduale introduzione del costume, deformatore delle muliebri
-fattezze. Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!) da una
-dama della Regina, che era pure una delle tre più belle ma più discusse
-dame d'allora. Il marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno dei
-dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro, con esercizio, ne
-rimase scosso; ma nulla fece per temperare il rigore del suo Re, il
-quale, contro la predilezione della capricciosa donna pel monastero
-della Concezione, la mandò all'Assunta, monastero di penitenza.
-
-Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi dì appresso (18 giugno)
-partiva dal R. Palazzo una severissima lettera ai signori Capitani,
-Giudici e Fiscali di Sicilia del seguente tenore:
-
-«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata dalle dame e da
-altre donne l'uso delle parrucche, e che talune per uniformarsi vieppiù
-ai sistemi repubblicani son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi
-intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente. S. M.
-ha risoluto perciò che si proibisca affatto l'uso delle parrucche alle
-donne sotto la pena della carcerazione, e per le dame in un monastero o
-reclusorio che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano o le
-vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della carcerazione parimenti
-per quel tempo a S. M. ben visto ed alla perdita dei mobili. Con tale
-espediente si renderà alla pubblica intelligenza la facilità di talune
-di adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro: «Il
-Principe di Cassaro»[439].
-
-[439] _Diario_ del Duchino di Camastra, nella Biblioteca Trabia, a. 1799.
-
-A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta politico, si
-faceva strada anche tra coloro che non ne capivano il valore; e D. Pippo
-Romeo col suo fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel
-Carnevale del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro il teatro la
-Munizione, declamava:
-
- Finiu la purcaria, è la pilucca in moda,
- E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda,
- Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu
- La trovu providuta d'un beddu pilucchinu,
- O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi;
- E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi;
- Li compranu salati. Tutti li frisaturi[440]
- Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri!
- Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù
- D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù?[441].
-
-[440] _Frisaturi_, voce qui usata nel significato di persone che
- trafficassero di capelli posticci, di ricciaie e di parrucche.
-
-[441] _Cicalate_, p. 354.
-
-Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto al pudore, si
-abbandonavano all'andazzo dei tempi; con l'antiestetica acconciatura del
-capo procedevano veli leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime
-e sottilissimi lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e rivelavano
-appunto ciò che morali velleità miravano ad occultare. Anche qui il Meli
-va chiamato come testimonio autorevole, il Meli che non sapeva chiudere
-gli occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che colmavano
-i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per le quali a tutte ed a
-ciascuna delle partigiane di tante risibili novità e _francisarii_,
-
- Li gammi si cci vidinu,
- Lu cintu cumparisci,
- Ed accussì cchiù accrisci
- La curiusità[442].
-
-[442] _Poesie: Lirica_, nn. IX e XI. Costante è nel Meli la
- preoccupazione delle novità della moda e della libertà francese.
-
-Altronde, non sappiamo dirne di più quando per le particolarità di
-questa toletta abbiamo la franca dichiarazione dello stesso D. Pippo, il
-quale, sfogandosi contro la indecenza _fin de siècle_, si domandava:
-
- Stu vèstiri mudernu senza cchù capu e cuda,
- Chi parti su' cuverti, e parti su' a la nuda,
- Senza cchiù spaddi e scianchi, senza principiu e fini,
- Lu centru nun cchiù centru, la vita 'ntra li rini,
- Fadetti di sei parmi, ch'appuntanu a li sciddi,
- Scarpi cu li ligneddi, testi senza capiddi,
- Pilucchi a battagghiuni, circhetti, castagnoli,
- Senza disparitati di vecchi e di figghioli,[443]
- Sta caristia di pila pri tantu gran cunsumu,
- Stu beddu chi consisti in apparenza e fumu,
- Sta razza di vintagghi, di menzu spangu a stentu,
- Chi Suli non riparanu e mancu fannu ventu,
- Sti scialli chi si portanu 'mparissi pri lu friddu
- E pisa cchiù 'na pagghia, o un filu di capiddu,
- Sti veli trasparenti, sta fina cammiciola,
- Sti musulini oscuri, stu sciusciami chi vola,
- Chi mettinu in prospettu chiddu chi duvirria
- Ristari a lu cuvertu, su' rami di pazzia?[444].
-
-[443] _Figghiolu_, nella parlata messinese, fanciullo, piccolo.
-
-[444] _Cicalate_, p. 392.
-
-Il ricordo dei ventagli è una brutta tentazione ad una rassegna delle
-varie fogge che ne corsero. Quelli richiamati da D. Pippo erano di forme
-nanerottole, ai quali, degradando sempre, si eran ridotti i mastodontici
-ventagli dei tempi anteriori. Ma noi non possiamo fermarvi la nostra
-attenzione; specialmente riflettendo che essi suscitaron la collera
-dell'Arcivescovo Sanseverino e, che è tutto dire, del Vicerè Caracciolo.
-Sotto la data del 7 luglio 1784 costui scriveva all'Avvocato Fiscale
-della Gran Corte, avere inteso di ventagli donneschi in vendita presso
-alcune botteghe di galanteria: ventagli con bizzarre figure, con la
-Confessione e la Comunione; e di esser rimasto scandalizzato del fatto
-che a maggior danno del veleno dell'empietà istillato negli spiriti
-deboli, si aggiungesse la stampa di certe canzonette francesi, per le
-quali mettevansi «pure in derisione i più sagrosanti misteri della
-nostra Religione». E però incaricava esso Avvocato Fiscale «di proibire
-immediatamente lo spaccio di tali ventagli, e formare al tempo stesso il
-legale processo contro coloro che li hanno introdotti, come rei di
-pubblicazione di stampa senza legali permessi»[445].
-
-[445] _Reali Dispacci_, a. 1784, n. 1514, ff. 202-203. R. Archivio di
- Stato di Palermo.
-
-Il Vicerè che scriveva in questo modo era un enciclopedista convinto;
-coloro che comperavano ed usavano i ventagli, erano delle donne che si
-picchiavano il petto.
-
-
-
-
- _Capitolo XXI._
-
-
- _LA MODA DEGLI UOMINI._
-
-Le fogge per gli uomini, tolte piccole modificazioni, rimanevano sempre
-le stesse, e per oltre mezzo secolo inalterate. Si guardino un poco i
-ritratti del tempo in un salone magnatizio d'oggi, e si troverà la
-eterna parrucca incipriata, il magnifico giambergone (divenuto traslato
-non sempre serio nella _giammèrica_) dalle candide e pieghevoli
-manichette con _dentelles_, mutabili ad ogni tre o quattro giorni, con
-il profuso panciotto che slarga in basso, e con calzoni di raso
-attaccati a mezza gamba, là dove li raggiungono eleganti calze di
-seta[446] uscenti da scarpine ornate di lucentissime fibbie d'oro o
-d'argento.
-
-[446] Nel 1775 prosperava ancora in Palermo una numerosa maestranza di
- _conza-calzette_ di seta.
-
- Diversa la etichetta pel lutto rigorosissimo: nel primo mese,
- rattina, senza manichette e senza cipria, e con fibbie di lutto;
- nel secondo e terzo, panno e poche assole come nel lutto rigoroso;
- nel quinto e sesto, lutto più leggiero.
-
-Chi poi avesse veduto questi signori per le strade, a passeggio
-specialmente, avrebbe rilevato sopra la parrucca un cappello a tre pizzi
-trinato e indorato, che la jattanza affidava talora ad un creato, ad uno
-dei creati usi a tener dietro al padrone[447].
-
-[447] Vedi nel cap. XIV, p. 233.
-
-Nobili e civili andavano armati di spadino.
-
-Quest'arme fino al 1782 era comune anche alla bassa gente. Dopo
-l'omicidio commesso nella processione della Madonna Assunta, del quale
-abbiam fatto cenno[448], essa venne severamente proibita, e si volle che
-per lo avvenire «niuno degli artisti e degl'individui delle maestranze
-che esercitano arti meccaniche, servitori di livrea, eziandio qualora
-non vestono livrea, e qualunque altra persona del volgo inferiore, possa
-da oggi (26 dic.) innanti portare al fianco o in altra guisa spada di
-qualunque misura e forma, sciabole, sciabolette, guardafreni, squarcine
-o altro genere di arme, ancora quando fossero vestiti di giamberga,
-sotto le pene contenute nel bando proibitivo delle arme»[449].
-
-[448] Vedi cap. VI, p. 116.
-
-[449] Bando del Vicerè Caracciolo in data del 26 dicembre 1783.
-
-Contro questa disposizione si levò un vero putiferio. Le stampe
-attaccate nei soliti luoghi per la affissione, vennero stracciate dai
-maestri, e riattaccate sotto i sospettosi occhi della Polizia; la quale,
-sorpreso nel momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo,
-lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E perchè il Console degli
-spadai si presentò al Vicerè per dirgli in un memoriale i danni della
-nuova disposizione per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così mala
-maniera che il console ne rimase sconcertato[450].
-
-[450] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 3-5.
-
-Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure, a compimento della
-moda, un bastone, il cui manico con fiocchi di seta e d'oro, avea
-sovente un valore cospicuo.
-
-Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto pendevano,
-percotendo a destra ed a sinistra del ventre, due meravigliose
-catene[451] con ciondoli preziosi e con orologi. L'uso nobiliare
-chiamava _mostra_ (franc. _montre_) l'orologio: e di orologi si faceva
-sfoggio singolare. Basta leggere il seguente avviso pubblicato
-nell'unico giornale palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è
-perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti, dei
-quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro
-sopra striscia blò, come lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra
-le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una
-catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in
-ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa
-pure la chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a
-riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà, anche per
-via di confessione, allo orologiaio sotto la casa del sig. Marchese di
-Geraci, saranno date once quattro di mancia». Probabilmente il
-proprietario sarà morto col desiderio di pagare quella mancia.
-
-[451] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 385.
-
-Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una nuova ma breve, per
-aberrazione della gioventù, ne sorgeva infra l'ultimo ventennio del
-secolo: effetto di una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica
-invase quanti dispettavano il vecchio costume.
-
-Costoro, professandosi devoti al _bon ton_, presero a seguire
-rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano abito scuro;
-calzavano pantaloni di pelle e stivali, e sui capelli rialzati
-piantavano un cappello tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto
-bastone, ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era delitto
-per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni della loro società. Un
-d'essi, che, dimentico un giorno della parte che rappresentava, si
-abbandonò alla natural sua vivacità in una conversazione con un
-forestiere, ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto
-in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio, il suo
-interlocutore.
-
-Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria doveva esser
-molto semplice. Uno che fu sorpreso con merletti in quella, ne fu subito
-severamente punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo, gli si
-avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono
-tranquillamente come se nulla fosse stato.
-
-Di sì strano episodio nella storia del viver nostro nessuno, altro che
-Bartels, ne diede mai notizia; il quale riflettendovi sopra maravigliato
-aggiungeva: Io spero che questa mania, così contraria all'indole del
-popolo, non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe un essere
-pesante ed incivile. Disgraziatamente, questo esempio ha prodotto i suoi
-effetti nel popolo: e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere:
-«_Così fanno pure gl'Inglesi_»[452].
-
-[452] _Bartels_, _op. cit._, v. III, pp. 539-40.
-
-I seguaci della pazza usanza si chiamavano _intonati_: e _'ntunatu_ nel
-dialetto siciliano resta anche oggi a denotare persona che stia sul
-grave, o che affetti di non conoscere e di non sapere.
-
-Ripigliamo il discorso del costume generale. Una reazione nacque anche
-tra gli uomini, come l'abbiam veduta tra le donne; e causa ne furono i
-rivolgimenti di Francia, echeggianti nelle principali città del
-Continente e per esse in Napoli.
-
-Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva al Principe di
-Castelcicala, Ministro in Napoli, un secreto rapporto sulle nuove
-maniere di vestire in Palermo, e chiedeva un apposito rescritto sovrano
-per essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è stato
-trovato, dice così:
-
-«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi da S. M. risoluta, ed
-ordinata in codesta Dominante la riforma del vestire, e di certi tratti
-esteriori, inconvenienti alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di
-fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente caro che
-la M. S. si degnasse di far qua arrivare, e pubblicare la stessa Legge;
-perchè lo stesso disordine si è qui da qualche tempo introdotto, ed è
-allignata, e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire e
-dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi, che non può
-tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo, (e quantunque si procuri
-coonestare come semplicità di animi, pure fanno sospettare fellonia di
-cuori fazionarj e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti
-esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre, che
-dichiarandosi e infami e irregolari, si permette talora un'ostentazione
-sì smodesta e lasciva, che non può rimirarsi senza orrore). Io diverse
-volte me ne sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di
-riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono giovati nè i miei
-risentimenti, nè le mie ammonizioni. Sarà perciò proprio delle paterne
-cure di S. M. di trovarsi riparo a questo disordine, e di prefiggervi
-pronto ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa apparenza
-di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno la idea del giacobinismo e
-dell'infame detestabile libertà.
-
-«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza, analoga a
-quella, che si dice essersi costà promulgata»[453].
-
-[453] _Real Segreteria, Incartamenti_, filza 5499, Archivio di Stato in
- Palermo.
-
- Dalle parole _e quantunque_ fino _senza orrore_ (qui segnate con
- parentesi) è tracciata al margine della minuta una linea, che fa
- supporre il tratto chiuso non essere stato partecipato nella
- lettera ufficiale al Principe di Castelcicala. -- Dobbiamo questa
- indicazione all'egr. avv. Francesco La Mantia, Archivista nel R.
- Archivio di Stato in Palermo.
-
-Questa allarmante relazione non dice in che consistessero le nuove
-compromettenti fogge; ma da documenti posteriori si capisce subito.
-
-Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo, non dei ricci a
-foglie di lattuga delle camicie, non dei ninnoli pendenti sulla
-sottoveste; ma di certi peli che i giovani si lasciavano crescere sul
-viso, abitualmente raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte, e
-di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi dalle ginocchia
-ai piedi: minacce, codeste, che facevano pensare ai pericoli che poteva
-correre il Regno.
-
-La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta, e l'Arcivescovo
-D. Filippo Lopez y Royo si vide autorizzato a pubblicare: come qualmente
-il Re avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto e assai
-attualmente aumentato che la Gioventù si _trasformasse_ con strane e
-singolarissime pettinature, con abiti strani e bizzarri e talvolta
-indecenti con iscandalo de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E
-lo proibiva severamente[454].
-
-[454] Bando del Presidente del Regno, Arcivescovo D. Filippo Lopez y
- Royo, in data del 16 Giugno 1798.
-
-Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi ai nobili che
-vestissero decentemente «per esser d'esempio agli altri», e
-moderatamente si pettinassero. «La moderazione -- dicevasi -- è nelle
-parrucche e nella cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal
-Presidente del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati «alla
-udienza in barbette» (_varbitti_)[455].
-
-[455] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 204.
-
-Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando volle romperla con le
-velleità novatrici, e per mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva
-sapere al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo 1799):
-
-«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi tuttora in questa
-Capitale l'abuso del modo di vestire e di certi tratti esteriori
-inconvenienti alla vita ed al buon costume; quando le precedenti sue
-sovrane risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar in sè
-stessi coloro che lo hanno finora costumato con poca decenza e scandalo
-e sommo disgusto delle persone serie d'ogni rispettivo ceto che ama la
-decenza. La continuazione quindi di questo disordine nel vestire e
-nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza di S. M. a
-darvi l'opportuno rimedio; non potendolo tollerare senza raccapriccio e
-ribrezzo; ed alla S. M. maggiormente rincresce il vedere nei luoghi
-pubblici e circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e di
-calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona.... nella città ove è
-precisa la decenza e la priorità. [E rincresce pure a S. M.] il vedere
-le barbette difformare le fisonomie e certe strane singolarissime
-maniere di coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro; li
-quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che in siffatto modo
-disdicevole, precisamente alla Nobiltà, si ardisce di andare fin anche
-nelle chiese». In coerenza a questo, «ha risoluto che si abolisca
-addirittura siffatto abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi
-a riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di quella decenza e
-circospezione, i doveri di buon cattolico e gli obblighi di fedele
-suddito». Finiva raccomandando la cieca rassegnazione ai sovrani voleri
-e minacciando ai contravventori le pene della Giustizia.
-
-Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la promulgazione di
-questo bando l'ab. Cannella, da poco tornato da Napoli, dove si era
-ridotto dopo la sua romanzesca fuga in Francia, se la spassava col suo
-inappuntabile vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando meno se lo
-attendeva, fermato, catturato e subito relegato nel Convento dei
-Cappuccini[456].
-
-[456] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 10 marzo 1799, pp. 328-29.
-
-I rigori crescevano man mano che la piena minacciava d'irrompere e
-rovinare l'edificio dell'ordine così gravemente compromesso nelle
-fantastiche visioni dei governanti. Il Vicario Generale della Diocesi
-faceva predicare da tutti i pulpiti, in tutte le chiese, contro il
-pericolo del nuovo costume, favorito da giovinastri refrattarî alla
-osservanza della legge.
-
-Non è tutto. Il Capitan Giustiziere, Principe di Fitalia, una brutta
-mattina fa venire al suo Palazzo presso S. Anna tutti i parrucchieri e
-tutti i sarti della città; e in termini severissimi ordina loro che non
-s'arrischino più a tagliar capelli in modo da coprir la fronte, e di
-cucire calzoni lunghi: pena il carcere e la frusta; e che denunziino
-senza indugio all'Autorità gli sconsigliati che cercassero l'opera loro
-per l'una e l'altra foggia condannata dai sovrani voleri[457].
-
-[457] Lo stesso, _op. cit._, p. 568.
-
-Rinunziamo alle malinconiche riflessioni che s'affacciano in chicchessia
-per provvedimenti così insensati; e passiamo ad un fatto col quale si
-chiudeva il secolo dell'Ottantanove.
-
-È la sera del 18 gennaio 1800. Ferdinando con la reale consorte è al
-teatro S. Cecilia, pieno zeppo di spettatori. Il fiore della Nobiltà
-occupa tutti i palchi; i civili, le gradette, la platea. Delle dame
-della Regina neppur una manca. Parrucche candidissime (solo di uomini!)
-si muovono in mezzo a _toupets_ tempestati di gioie, fulgide sotto la
-grande lumiera che pende dalla volta e per mille candele di cera di
-Venezia piantate intorno alla impalcatura. Ed ecco farsi innanzi
-pettoruto verso la platea un giovane sui trent'anni. Un improvviso
-scatto del Re rivela qualcosa che deve averlo inattesamente colpito.
-Egli ordina che si faccia venire alla sua presenza questo giovane.
-
--- «Chi sei?» gli chiede concitato e con la sua solita voce altisonante,
-appena se lo vede innanzi.
-
--- «Francesco Perollo da Cefalù, suddito fedele di V. M.».
-
--- «E tuo padre»?
-
--- «Emanuele Perollo, Cavaliere Costantiniano ed ex-Senatore di
-Palermo».
-
--- «Ed hai l'ardire, villanaccio impertinente, di comparire in pubblico
-con quei capelli sulla fronte e con quei pantaloni fino ai piedi»?
-
-Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere; e tosto, ad un
-brusco cenno del Re, vien preso da due birri e portato via in lettiga al
-carcere.
-
-Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere, ripetuti squilli di
-tromba chiamavano la folla dei curiosi. Il boia lega al cavalletto
-Francesco Perollo, reo di moda sediziosa, gli recide con forbici il
-posticcio codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente per
-terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già dei nobili e dei
-civili, come avrebbe dovuto essere, ma, per onta maggiore, dei plebei,
-alla Vicaria[458].
-
-[458] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 745. -- _Villabianca_, _Diario_
- ined., a. 1800, p. 57-59.
-
-La patria era salva!
-
-Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando nutriva la più
-fiera avversione ai pantaloni ed alle fedine, ed un vero culto al codino
-naturale ed alla cipria.
-
-Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo che se ne
-allontanò per sempre, egli vide un terrorista, un repubblicano esaltato
-in qualsiasi partigiano della nuova moda francese; e sovente ordinò la
-berlina dopo la violenta, completa rasura del viso e del capo.
-
-Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello del Principe di
-Scilla. Incitato a ballo dal Principe di Trabia a Mezzo Monreale,
-costui, bello com'era della persona, si presentava con grandi barbette e
-coi neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore fedele del suo
-Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando patria, beni,
-famiglia, dovevano esser ragioni più che forti per metterlo al di sopra
-di qualsivoglia sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re,
-presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro
-imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le fedine e, tira, tira con
-quanta avea di forza come per istrappargliele, gli grida, con voce
-stentorea: _Porco, briccone_! E se non fosse stato per la Regina, la
-quale corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto![459]
-
-[459] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. I, ch. XXXIV.
-
-
-
-
- _Capitolo XXII._
-
-
- _PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI._
-
-Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi, facile cosa è lo
-immaginare la vita alla quale esso dovesse corrispondere. Conversazioni,
-feste da ballo, teatri, villeggiature si alternavano con feste e
-spettacoli sacri e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la
-giornata era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo e
-dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era tutta divisa
-tra le molteplici cure volute dalla posizione sociale e dagli affari di
-famiglia. La siesta era l'ora che seguiva al desinare: e se per taluni
-il desinare era delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio
-penoso.
-
-Incredibile il lusso delle mense aristocratiche, quali lo videro alcune
-volte i forestieri invitati, e pieni di stupore. Mense imbandite di
-tutto punto, con servizî di singolar pregio; ricchi vasi d'oro e
-d'argento, spesso cesellati dai migliori artisti, miniature di squisita
-fattura, componevano e ornavano quelle mense: ricchezza sterile, non
-fecondata nè confortata da quella fruttuosa del capitale che circola e
-produce. Le posate splendevano al pari de' piatti d'argento, e in una
-festa datasi il 13 maggio 1799 alla nobiltà ed alla officialità militare
-nel palazzo Butera (Principe, allora, D. Ercole Michele Branciforti e
-Pignatelli) posate e piatti del prezioso metallo bastarono a più che 300
-persone[460].
-
-[460] La festa, principiata di sera, finì il dimani a 12 ore, con una
- colazione profusissima, degna della profusissima cena della notte e
- delle continue portate di sorbetti, liquori e vini forestieri. La
- immensa terrazza dal lato del mare era convertita in galleria
- coperta. Le due musiche di strumenti a fiato che allietaronla
- costarono 100 onze; e la neve consumata pei gelati fu 40 carichi,
- come a dire cinque migliaia di chilogrammi d'oggi. Vedi
- _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1799, pp. 354-56.
-
-Ad un inglese nel 1770 la cucina siciliana parve un misto di francese e
-di spagnuolo: e che l'_olla podrida_ serbasse «sempre il proprio posto e
-la propria dignità in mezzo alla tavola, circondata da un trono di
-fricassè, di fricandò, di ragù ecc., come un grave _Don_ spagnuolo in
-mezzo ad uno stuolo di piccoli marchesini attillati»[461].
-
-[461] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.
-
-Dopo quell'anno la cucina, al pari della moda, della quale faceva parte,
-era presso la Nobiltà o tutta francese o molto infranciosata. Per
-qualche lieve modificazione bisogna attendere il tempo degli Inglesi
-(1806-1815).
-
-Con ordine inappuntabile i servitori attendevano alle singole loro
-incombenze; nelle grandi occasioni le pietanze seguivano alle pietanze,
-con crescente soddisfazione dei trimalcioni e con pericolo degli
-stomachi più agguerriti. Il numero di queste pietanze era l'indice della
-grandezza della casa e del rispetto che essa imponeva a sè ed agli
-altri. Anche qui i forestieri guardavano stranizzati, non riuscendo a
-persuadersi che l'essere ricchi, o semplicemente agiati, imponesse, per
-onorare un ospite, di far passare sotto il naso di lui dieci, quindici
-piatti l'uno più costoso dell'altro.
-
-Le principali specialità dell'Isola eran messe a contribuzione, e nelle
-portate di secondo e terzo ordine si vedevano i cefali della Cala di
-Palermo e le anguille del Biviere di Lentini, i caci di Calatafimi e le
-_provole_ di Modica, il miele di Mascali ed il torrone di Piazza, il
-moscato di Siracusa e la malvasia di Lipari. I monasteri della città
-compievano l'opera culinaria, L'ab. Giovanni D'Angelo ci ragguaglia d'un
-pranzo tenuto nel Convento di S. Domenico (15 maggio 1796), nel quale,
-con l'intervento del Presidente del Regno, l'Arcivescovo Lopez y Royo,
-di trenta altri illustri commensali e di cinque frati dell'Ordine dei
-Predicatori, a compimento del Capitolo da questi tenuto e ad omaggio del
-nuovo Provinciale eletto P. Pannuzzo, furon serviti 24 piatti e 64
-intramessi e tornagusti oltre il pospasto ed sorbetti[462].
-
-[462] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 105.
-
-Prima ancora, Brydone aveva fornito curiose particolarità di un pranzo
-offerto nel giugno del 1770 dalla Nobiltà di Girgenti al suo Vescovo;
-pranzo al quale egli prese parte.
-
-«Eravamo, egli dice, trenta commensali; ma, parola d'onore, non credo
-che i piatti fossero stati meno di cento. Si servì in vasellame
-d'argento, e, cosa singolare, una gran parte delle frutta portate al
-secondo servizio, ed il primo piatto portato in giro fu di fragole».
-Brydone le mangiò con latte e zucchero, ed i convitati gustarono il
-nuovo condimento. Il _dessert_ si compose di frutta svariate e di
-sorbetti anche più svariati, in forma così perfetta di pesche, fichi,
-arance, nocciole, che uno dei commensali, inglese come Brydone, ne
-rimase ingannato. Perchè, finita la seconda portata, e presentatiglisi a
-guisa di retroguardia, altra maniera di gelati, un servitore gli pose
-davanti una bella e grossa pesca, che egli prese per frutta naturale: e
-tagliatala in mezzo, e portatane la metà alla bocca, a bella prima ne
-rimase scosso, e come per allargare lo spazio gonfiò le gote. Ma la
-intensità del freddo vincendola sul ripiego e sulla sofferenza, egli la
-palleggiò con la lingua, poi non potendo più oltre resistere, con gli
-occhi rossi di lacrime la rigettò disperato sul piatto, bestemmiando
-come un turco ed imprecando al servitore, dal quale si credette burlato
-quasi gli avesse profferto per quel frutto una palla di neve dipinta.
-
-Tanto abuso di sorbetti richiama a quello della acqua gelata nella
-stagione calda. Come senza di essa non si sarebbe saputo dare un passo
-in città, così con essa si alternava ogni pietanza ed ogni intingolo. Il
-nostro bravo forestiere, lodandosene altamente in Palermo, riconosceva
-strano che questo lusso (a parer suo, il più grande e forse il più
-salutare tra tutti i lussi) fosse ancora tanto trascurato in
-Inghilterra: e rilevava con piacere la pratica dei medici siciliani di
-dare al malato di malattie infiammatorie acqua gelata in quantità;
-pratica spinta tant'oltre che un celebre medico d'allora copriva con
-esito fortunato il petto e lo stomaco del paziente, di neve e
-ghiaccio[463].
-
-[463] _Brydone_, _op. cit._, lett. XX, e XXXIII.
-
-Se non l'abbiamo fatto prima, vogliamo ora che ci cade in acconcio,
-notare che l'etichetta del tempo non guardava al vestire da tavola; pare
-anzi che in questo non si andasse tanto pel sottile[464]. Alla eleganza
-delle vesti non si sacrificava punto la libertà del comodo: di che
-qualche viaggiatore si maravigliava come di costumanza incoerente alla
-vita di grandezza e di sussiego.
-
-[464] _Galt_, _op. cit._, pp. 40-41.
-
-Alle mense nobilesche raramente mancava qualche parassita, vecchia piaga
-di chi ha. Quest'essere avea bene una casa, ma solo per dormire; il
-resto della giornata divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali
-giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di essi fu detto:
-
- Lu viditi affacciari a menzujornu,
- 'Ntra l'ura giusta chi firria lu spitu[465].
-
-[465] _Melchiore_, _Poesie_, p. 62.
-
-Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se il sarto del suo
-giamberghino fosse stato pagato. Il suo appetito era pari alla sua
-sfrontatezza. Degl'intingoli, dei manicaretti che si passavano in giro,
-tutto assaggiava, tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e come per
-isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava il sacco di tutte le notizie
-che avea potuto udire o leggere gironzolando di qua e di là. E l'ospite
-non poteva non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di
-ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della compagnia di
-persone che alla fin fine erano le più innocue creature del mondo.
-
-Un signore savoiardo ha una pagina aspra per codesti parassiti, i quali
-egli incontrava in ogni casa magnatizia, e che il padrone di casa, pur
-disprezzandoli, tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad
-accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva lui, che
-obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo di miserabili che gli
-ronzano attorno, guidati dallo interesse di strisciare ai piedi del
-fortunato»[466].
-
-[466] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 82.
-
-Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato a questa gente
-a scapito di altra che lavora e non riceve nulla. Certi baroni
-
- .... paganu beni e profumati
- Li tanti parassiti muscagghiuni,
- Chi si fannu vidiri affacinnati
- E usurpanu lu lucru tuttu interu
- Di chiddi chi fatiganu davveru[467].
-
-[467] _Meli_, _Poesie: Lu boi e la muschitta_.
-
-In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria, Palermitani e
-Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più alto al più basso, le solite
-eccezioni fatte, erano frugalissimi nel mangiare, moderatissimi nel
-bere. Nelle grandi mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle
-dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute: usanza, a quanto
-pare, non mai udita nè seguita prima dell'esempio datone in Palermo da
-due signori inglesi[468].
-
-[468] _Brydone_, _op. cit._, lett. XXIII.
-
-Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio della medaglia: il
-mangiare, cioè, dell'infima classe, dalla quale in parte, e in parte
-dalla superiore, ritraeva il ceto civile.
-
-Non occorre uno studio per conoscere come si nutrisse la povera gente
-che viveva col lavoro delle braccia. I cibi meno costosi, presi dal
-regno vegetale, erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera di
-legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi quando il
-frutto del lavoro glielo concedesse, o solo in qualche giorno della
-settimana. Il suo alimento però era sempre a base di pane, quando
-_fino_, di buona qualità, quando _murino_, di qualità inferiore; pane
-scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni, con pomidoro non
-maturo, con fave verdi, o con frutta fresche o secche, o con olive, o
-con formaggio della peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o
-con un gotto di vino quando l'aveva[469]. Il caffè, la cioccolata le
-eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire, o che ne vedeva
-passando, o per qualche prova che poteva averne fatta in giorni di
-poesia. Questi conforti mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a
-gente civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione
-della società. Non caffè con latte quindi bevea, perchè il latte andava
-preso in giorni eccezionali, ed i medici preferivano per gli ammalati
-quello d'asina.
-
-[469] Una notizia in proposito ha _Galt_, _op. cit._, p. 40.
-
-Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi, andavano altri cibi:
-fave lesse non isbucciate, minestre ed erbaggi, che costavano solo la
-cottura e non sempre esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo
-sale di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe selvatico
-della città[470]. Secondo le stagioni e le circostanze, usava anche
-baccalà e tonno, che, copiosissima essendone la pesca e del tutto
-mancanti i mezzi di esportazione, andava svilito al prezzo d'un baiocco
-il rotolo (4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò _carni di
-puvireddu_; e _sciala, poviru!_ gridavasi dai venditori per le piazze.
-
-[470] Usava, difatti, ed usa ancora, lo _speziu sarvaggiu_, falso pepe,
- ed il sale di _menza macina_, cioè non tutto raffinato.
-
-Dall'agosto al dicembre i fichi d'India erano la provvidenza di quanti
-non avessero da sfamarsi; e ciò non solo nella Capitale, ma anche in
-tutta l'Isola. Galt sul principiare del secolo ne trovò quasi
-incredibile il consumo. «In ogni parte voi v'incontrate in piantagioni
-di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono le stalle. Ad ogni
-angolo di strada di Palermo sono articolazioni (_pali_) di fichi
-d'India. Se vi capita uno che mangi, il suo cibo non sarà che di fichi
-d'India. Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno che di
-fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii alla città, è carico di
-fichi d'India. Un contadino che in sul far della sera stia sopra una
-pietra a contar monete di rame, non fa se non il conto di quel che gli
-han prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo si dice che
-non vale un fico d'India, mentre non v'è cosa più squisita al mondo che
-un fico d'India. Ecco il solo lusso che gode il povero»[471].
-
-[471] _Galt_, _op. cit._, p. 27.
-
-Quale distacco tra chi avea e chi non avea!
-
-
-
-
- _Capitolo XXIII._
-
-
- _LUTTI DI CORTE, DI NOBILI, DI CIVILI, DI PLEBEI; SCENE MACABRE._
-
-Le feste ed i lutti della Corte eran feste e lutti della Nobiltà; e
-siccome di occasioni liete e tristi non era penuria nella Corte di
-Napoli, feste e lutti si alternavano con frequenza di forme stridenti.
-Carolina regalava ogni anno o due un figlio all'augusto marito, un
-padrone ai sudditi fedeli; e bisogna riflettere che questi regali
-andavano celebrati anche negli anniversarî, e che il Principe
-ereditario, in età da prender moglie, presala, avea anche lui i suoi
-figliolini, i quali non potevano passare inosservati. Or se si consideri
-che la Casa Borbone, emanazione di quella paterna di Spagna, era
-imparentata con la Casa d'Austria-Ungheria, con quelle di Toscana, di
-Portogallo e con altre regnanti in mezza Europa, può immaginarsi quante
-volte all'anno dovesse il Castello issare la bandiera, il Duomo
-sciogliere le sue campane, la Curia intonare i suoi _Te Deum_, le
-fortezze della città sparare i loro cannoni; e con tutto questo le
-truppe fare le loro mostre, i nobili accorrere al baciamano di giorno ed
-ai ricevimenti di sera. E non mettiamo in conto gli arrivi e le partenze
-dei Vicerè, gli onomastici ed i compleanni loro e delle Viceregine:
-salvo che non si fosse scapoli, come il placido Marchese Fogliani,
-l'arcigno Marchese Caracciolo, il dabben Principe di Caramanico.
-
-Diremo altrove delle feste d'altro genere; qui accenneremo soltanto ai
-lutti.
-
-Feste e lutti venivano, le une avvisate, gli altri intimati con
-ispeciali inviti che, come abbiam detto e diremo, si sdoppiavano: uno,
-p. e., del Capitan Giustiziere ai cavalieri, uno della Capitanessa alle
-dame. Basta leggere codesti inviti o partecipazioni per formarsi un'idea
-del lutto che si dovesse prendere:
-
- _La Marchesa di S. Croce Capitanessa_
- _nell'atto di riverirla, le fa sapere_
- _di essere arrivata a S. E. con Dispaccio Reale_
- _in data de' 24 dello scaduto Febrajo [1781]_
- _la morte_[472] _seguita della Reggina vedova di Portogallo_
- _ed avere la Reggina Nostra Signora_
- _preso il lutto per mesi quattro due stretti,_
- _e due più larghi,_
- _che corsero dalli 18 dello stesso Febbrajo;_
- _perciò S. E. Signor Presidente del Regno_
- _ha determinato_
- _che lo stesso si prattichi in questa Capitale_
- _da tutte le Signore Dame,_
- _e con pieno ossequio le si rassegna._
-
-[472] _Arrivata la morte_, invece della _notizia della morte_!
-
-Se la morte era di persona della Famiglia reale, il bruno doveva essere
-intero, completo, fino alla mancanza della inevitabile cipria alle
-parrucche e delle _dentelles_ alle maniche delle giamberghe. Così fu per
-la morte della Imperatrice Maria Teresa, madre della Regina, notizia per
-la quale fu mandata in giro (6 febbr. 1783) un'elegante circolare in
-questi termini:
-
- _Il Marchese di S. Croce Capitano Giustiziere_
- _nell'atto di riverirla distintamente le fa sapere,_
- _che dovendosi celebrare nel Duomo_
- _per nove giorni continui l'Essequie, e Funerale_
- _per la morte dell'Imperatrice Regina_
- _Madre della Regina N. S._
- _cominciando dal giorno 16 del corrente_
- _per tutti li 24 dello stesso;_
- _perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,_
- _ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno_
- _abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:_
- _ed in detti nove giorni_
- _vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti_[473]
- _e con pieno ossequio si resta._
-
-[473] I _manichetti_ erano le _dentelles_ che si cucivano all'orlo delle
- maniche.
-
-Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma la Nobiltà c'era
-abituata, e, se si toglie l'incomodo della levata mattutina, che po' poi
-non era grave, non essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad
-esequie finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto un
-dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.
-
-Alle dame, per la medesima ragione, era stata spedita per via di lacchè
-altra partecipazione consimile a nome della Capitanessa Marchesa di S.
-Croce.
-
-Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente alla Famiglia
-regnante; ma per decessi di personaggi che in Sicilia nessuno conosceva,
-e che solo l'aristocrazia avea sentiti nominare nell'annuo _Notiziario
-di Corte_ del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva; e quando
-una volta un signore credette di potervi derogare, e tenne una festa da
-ballo, il Vicerè lo mandò subito in prigione, scandalizzato che durante
-un lutto ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino in casa
-sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che era stato sempre una
-buona persona, dovette prendere un mesetto di Castello.
-
-Questa commedia del lutto veniva a stancare; perchè, o bisognava
-privarsi di qualunque divertimento pubblico e privato, o smettere il
-bruno: due cose che non istavano bene e che conveniva guardarsi
-dall'affrontare. Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli,
-che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto, e così abbrunate
-recavansi a teatro, che, a buoni conti, avea vita per esse. Alla
-medesima maniera andavano alle deliziose adunate della Marina ed alle
-funzioni di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la trovata dava
-troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto vedeva, e non poteva
-permetterlo, per mezzo della moglie del Capitan Giustiziere faceva un
-giorno sapere come qualmente queste contraddizioni non potevano passare
-inosservate, e che se si voleva prender parte ad una festa e si era in
-lutto, non bisognava profanare il dolore. La Capitanessa, col suo
-superbo stemma inquartato a capo d'un biglietto e con la corona
-marchionale, notificava l'ordine caraccioliano:
-
- _La Marchesa di S. Croce divotamente riverendola,_
- _le partecipa che intesa S. E. Sig. Vicerè,_
- _che alcune Dame nella occorrenza delle Feste Reali,_
- _come di parto della Regina, ed altre_
- _non lasciano di comparire vestite a lutto_
- _ne' luoghi pubblici,_
- _e nei Teatri s'è servita con biglietto delli 7 corrente_
- _incaricarla di far avvertire le Signore Dame,_
- _che sotto pena della Reale Indignazione,_
- _non si facciano vedere_
- _vestite a lutto ne' pubblici Luoghi, e Teatri_
- _in simili occasioni,_
- _e volendo in essi comparire, lasciar dovessero il Lutto;_
- _e perciò in adempimento di tal comando,_
- _glie ne passa il presente Avviso_
- _pella dovuta esecuzione e regolamento_
- _e con dovuto ossequio se le rassegna._
-
-Le dame non se la presero calda, come, per dovere d'ufficio, dovea dare
-a vedere di prenderla la moglie del Giustiziere, e come, per eccessiva
-servilità alla Corte, fingeva d'averla presa il Vicerè. E, discorrendone
-tra loro, tutte vi fecero sopra le loro argute osservazioni.
-
-Tolti codesti incidenti, il lutto signorile procedeva, non diremo sulla
-falsariga, ma in ragione della vecchia etichetta, e molto davvicino alle
-prammatiche del Regno. Da anni ed anni il Governo non avea fatto altro
-che dibattere il chiodo del 1737, cioè che bisognava vestire così e
-così, senza arbitrarie innovazioni; ed ultimamente (1775), infastidito
-della rilassatezza nella quale si era caduti, volle ribatterlo più
-fortemente ancora, ricordando come dovesse vestirsi non solo dai nobili,
-ma anche dagli altri ceti, in occasione di morti. In quel bando del
-Vicerè Colonna gli eruditi riconosceranno una delle solite leggi
-sontuarie: noi invece vediamo una delle tante manifestazioni della vita
-d'allora, così diversa dall'attuale. Molti faranno le grandi meraviglie
-che il Governo s'immischiasse anche nel vestire di lutto o penetrasse
-nelle case per dire alle famiglie: «Queste si può fare; quest'altro non
-si deve fare!». Ma dovranno pure persuadersi che la ragione di ciò è nei
-tempi, che consigliavano disposizioni di quel genere, estese anche alle
-fogge per nascite, per nozze, per morte e per altre circostanze e
-condizioni della vita ordinaria.
-
-Spigoliamo, adunque, nel largo campo aperto dal bando del 1775; ma nel
-far ciò, asteniamoci dal manifestare qualunque osservazione possa
-affacciarsi alla nostra mente. Le osservazioni sarebbero molte, e ci
-distrarrebbero dall'argomento.
-
-Il Vicerè ordinava:
-
-«Per le morti delle persone reali gli uomini possano portare le
-giamberghe nere di panno o bajetta, ed in tempo d'està di stamina
-(_stamigna_), e le donne vestir di laniglia o cattivello (_filaticcio_),
-dovendo durare il lutto per mesi sei. Con che però, alle famiglie de'
-vassalli, di qualsivoglia stato e condizione che siano i lor padroni,
-non si permetta portare lutti per morte di persone reali, poichè
-bastantemente si manifesta il dolore di tanta universal perdita colli
-lutti de' loro padroni».
-
-Il medesimo ordinava per la morte dei nobili, dei Consiglieri di Stato,
-dei Cavalieri di S. Gennaro e del Toson d'oro, dei Grandi di Spagna. Ai
-visitatori, anche non parenti, consentiva pel solo primo giorno della
-morte, non ancora sepolto il cadavere, il lutto, «permettendo anche alle
-vedove il portar per uso proprio le fittuccie (_nastri_) a loro
-arbitrio».
-
-Inoltre «che nelle case di lutto i parenti di qualunque grado, ed anche
-del marito e moglie, non possano tenere le finestre delle stanze chiuse,
-ma totalmente aperte. Che la sera non si possano tenere lampadi, ma
-candele, non meno di due, nella stanza ove si ricevono visite; e le
-donne per la morte dei mariti possano stare in casa soli tre mesi; e per
-padre e madre, figlio o figlia, nonno o nonna, suocero o suocera, genero
-o nuora, giorni nove; e per zii, zie e cugini carnali non possano aprir
-lutto in casa, ma solamente vestirlo per giorni nove.
-
-«Che nelle case di lutto, ancorchè il cadavere sia sopra terra,
-solamente si possa coprire il suolo della camera, ove le vedove o vedovi
-ricevono le visite di condoglianza, con mettere li portali (_tendine_)
-neri alle porte o finestre, e questo per giorni nove, proibendosi, in
-qualunque altro lutto, che non sia come sopra, di marito o moglie, li
-panni neri o morati, senza poterne giammai parare di nero le mura».
-
-E poichè chi più poteva spendere, più largheggiava nella erezione di
-altari e nella pompa dei ceri innanzi il morto, il bando consentiva un
-altare e solo dodici lumi; e circa i mortorî: che essi non dovessero
-sonarsi fuori la parrocchia del defunto o la chiesa della sepoltura,
-fosse essa d'una confraternita, fosse d'un convento; e che
-l'associazione ecclesiastica non uscisse dalla cerchia della medesima
-parrocchia e dei medesimi frati e consocî della confraternita.
-
-«Che le parti ed eredi del cadavere non possano dare a' sudetti regolari
-e confratelli, che interverranno all'associamento in forza del loro
-invito, nè costoro ricevere e portare alle mani se non se una candela,
-che al più non ecceda il peso di once tre: e per qualunque difonto o
-difonta di qualsivoglia stato, grado e condizione, che fusse, non possa
-eccedere il numero di cinquanta candele».
-
-C'è egli dubbio che, a ragion di lusso o di pompa, ai processionanti si
-dèsse più d'un cero, sì che il numero giungesse all'infinito?
-
-«Che li baulli o tabuti, (_bauli o casse_) ne' quali si portano ad
-interrare li difonti, non siano coverti di drappo d'oro, argento o seta,
-ma di bajetta o panno, o di altra sorte di lana, con color nero o
-morato, per essere sommamente improprii tutti gli altri colori, e solo
-si permette il terzanello di colore; senza oro ed argento, e non altro,
-per li baulli _seu_ tabuti di figlioli (_bambini_), che muoiono prima di
-uscire dall'infanzia, sentendosi del pari ne' sudetti interri, in vigor
-del presente bando, generalmente vietato checchessia altro mondano
-somiglievole fasto.
-
-«Che per qualsivoglia lutto, ancorchè sia della primaria nobiltà, non si
-possano portare carrozze nere o sedie di mano (_portantine_) di drappo
-nero o morato, o di qualunque altro colore, che dinotasse lutto, nè
-tampoco usarsi qualsivoglia altro lusso»[474].
-
-[474] Bando e Comandamento d'ordine dell'Ecc. D. Marcantonio Colonna
- Principe d'Aliano in data del 6 marzo 1775.
-
-A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori: e le pene erano
-minacciate con tanta severità che nessuno dubiterà della ferma
-intenzione del Vicerè di farla finita coi contravventori. Si trattava
-nientemeno di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno di carcere e
-di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia altra persona. Per le
-donne maritate, la pena sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove,
-si sarebbe esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli di famiglia,
-dai genitori.
-
-A ben comprendere le inibizioni di questo bando bisognerebbe riportarsi
-ai vecchi eccessi che turbavano la società, e soprattutto alle teatrali
-ostentazioni di dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli,
-mariti e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano in nero; di
-nero si coprivan le pareti; si capovolgevano seggiole e deschi;
-sparecchiate si lasciavan le mense; buio pesto regnava nelle stamberghe,
-nelle camere, nelle sale, rischiarate appena dal debole chiarore di
-qualche lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni se per
-poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale, di capi di
-famiglia. Aggiungi altre esteriorità create e mantenute dalla vanità e
-dalla jattanza, come il tramutamento in nero di qualunque colore di
-fornimenti di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze, e sedie
-portatili e perfino lettighe padronali se si fosse stati nella
-imprescindibile necessità di andare a udir messa (dovere che i Sinodi
-diocesani richiamavano sempre, condannandone l'inadempimento), o di
-recarsi da un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di essa,
-o nel vallo, o più oltre ancora[475].
-
-[475] Sul lutto specialmente nel popolo, può vedersi il cap. che ne parla
- nei nostri _Usi e Costumi_, v. II, pp. 230-40.
-
-Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto ancora il morto per cui
-il bruno andava preso.
-
-Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi alla possibilità
-d'una morte apparente. Questa possibilità turbava qualche persona
-d'allora; ed il prof. Hager, che un giorno vide dentro il coro dei
-Cappuccini, chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi strappata al
-desolato sposo, e che provò un grande raccapriccio scorgendo innanzi le
-fosse della chiesa dei giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i
-compagni di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente
-del Regno, il quale non se ne commosse nè molto nè poco[476].
-
-[476] _Hager_, _Gemälde_, p. 125-27.
-
-Le più strane costumanze s'incontravano nei due ceti estremi, la Nobiltà
-e la bassa gente.
-
-Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità che voleva attestare
-quanto grave fosse stata la perdita. Quale la vita, tale la morte. Lo
-splendore del palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove i
-funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si facevano
-partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime ore, ai suffragi, con
-centinaia di messe e con migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa
-del cadavere, immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei curiosi.
-Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito sfarzoso come per una festa
-mondana, la fredda salma non istava, come d'ordinario, a giacere, ma
-seduta quasi per mostrare l'esser suo[477].
-
-[477] _Bartels_, _op. cit._, p. 629. Cfr. il cap. XIV, p. 256: _Nobiltà_.
-
-Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese chi non abbia
-familiarità con le tante sopravvivenze etniche dei popoli, descritte dai
-moderni critici della civiltà.
-
-Nel popolino la più comune era quella delle _reputatrici_, donne
-prezzolate, che esercitavano il triste mestiere di piangere sui morti,
-urlando nenie, strappandosi i capelli. Un parroco della città ne fu
-testimonio pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava in mezzo
-alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene, dice il Santacolomba,
-mi è accaduto sentire qualora m'è toccato d'assistere a ben morire ai
-pescatori della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole
-terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche»[478].
-
-[478] _Santacolomba_, _op. cit._, p. 454.
-
-Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune che più non si sarebbe
-potuto trovare in inculti casali e in centri civili dell'Isola.
-
-Sotto la data del maggio 1775, nel solito _Diario_ del Villabianca si
-legge: «Sul cominciare di questo mese cessar vedesi la costumanza di
-esporsi i cadaveri dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade
-della città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime e per la
-spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati dell'Opera della
-Misericordia. Ciò venne ordinato dal Senato, non solo per dar favore
-alli confrati della chiesa di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non
-funestare i cittadini con quella luttuosa mostra[479]».
-
-[479] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 337-38.
-
- Varie confraternite aveano per pio istituto il seppellire coloro
- che per estrema povertà sarebbero rimasti insepolti; erano quelle
- di S. Giuseppe ab Arimathea, delle Sette Opere della Misericordia,
- de' Pellegrini, di S. Ivone, di S. Giuliano, di S. Francesco, ecc.
- Esse potevano limosinare in tutti quei giorni che dovesse
- seppellirsi qualche povero, «il che in una città così popolosa
- avviene quasi ogni giorno». _Fundatio publici Caemeterii_, p. 88.
- Anno 1785.
-
-La breve notizia è un guizzo di luce nel campo non del tutto esplorato
-del costume. Come dev'essere stato orribile, andando per la città,
-vedere nei posti più frequentati, fermi e circondati di curiosi,
-cataletti, con sopravi figure contraffatte di uomini e di donne in
-attesa di chi offerisse l'obolo per le spese del seppellimento!...
-
-La provvida abolizione, peraltro, non tolse l'uso dei trasporti funebri
-di poveri, di civili, di nobili. Il noto Segretario del Senato Teixejra
-nel 1793 parlava ancora di questue dell'opera Santa di S. Giuseppe ab
-Arimathea a beneficio dei defunti poveri[480].
-
-[480] _Teixejra_, _op. cit._, cap. XII.
-
-Nè mutò l'abolizione de' diritti parrocchiali per siffatte occasioni
-luttuose. Quantunque non si pagasse più l'associo, la benedizione del
-cadavere ed il trasporto di esso, pure questo, dove l'agiatezza lo
-consentisse, o la vanità del fastigio lo esigesse, avea l'onore d'un
-corteo di frati e di preti dalla casa alla chiesa o, quando qui non
-fosse la sepoltura, al camposanto. Non lo mutò neppure il divieto di
-quella tale associazione che per un _grano_ (cent. 2) la settimana
-forniva ai contribuenti gratuito, se tale poteva dirsi, ed associo e
-sepoltura e mortorio e messe ed altri postumi suffragi[481].
-
-[481] R. Decreto del 15 Gennaio 1783.
-
-Il morto volgare veniva acconciato in portantina, scoverta o no. La
-distinzione s'avea anche in questa, perchè esisteva una gradazione
-esteriore, dal cuoio nero semplice al legno lucido, ed ornato con un
-pennacchio in alto, un cranio su due stinchi incrociati davanti, ed il
-motto: _Memento mori_[482].
-
-[482] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.
-
-Non era raro che una portantina comune con un cadavere dal viso
-mostruoso e ributtante si scambiasse per altra, rallegrata da un bel
-viso sorridente, e viceversa. Hager si disse vittima di questo equivoco,
-e lo ricordava con terrore[483].
-
-[483] _Hager_, _Gemälde_, pp. 118-19.
-
-Eppure, la vista di cotali spettacoli non dovea essere così brutta come
-ne è adesso per noi il semplice ricordo. Ci si era nati, cresciuti, e
-perciò abituati: ed a forza di giornaliere ripetizioni doveva tenersi
-come una delle cose ordinarie della vita.
-
-Fin nelle feste dei bimbi e dei fanciulli, e nelle strenne, che loro si
-facevano e si fanno credere regalate dai congiunti trapassati, le triste
-immagini potevano ricomparire, frammischiarsi, senza turbare i miti
-sogni delle anime tenerelle. L'Arcivescovo Filangeri, fungendo da
-Presidente del Regno (1773 e 1774), volle per due volte consecutive,
-all'avvicinarsi della fiera per la commemorazione dei defunti, disporre
-«che non si lavorassero le antiche immagini o figure di qualunque si sia
-sorte di morti, di scheletri, di ossa, di teschi»[484] (anche di teschi
-manipolati dai dolcieri per le strenne fanciullesche!); ma non si hanno
-prove che con la venuta del novello Vicerè si fosse ottemperato al bando
-presidenziale.
-
-[484] _Galt_, _op. cit._, p. 50. Vedi nel presente vol., p. 219.
-
-Il provvedimento governativo per le seppellizioni nel nuovo cimitero di
-S. Orsola non abolì l'uso delle inumazioni nelle chiese, ma ne diminuì
-il numero. Le cosiddette sepolture _gentilizie_ continuarono a ricevere
-i cadaveri di quelle famiglie che ne avessero la proprietà. Conventi e
-monasteri erano per questo preferiti; ma preferiti erano, esclusivamente
-per le donne, i sotterranei delle Cappuccinelle e, indistintamente per
-gli uomini e per le donne, le catacombe dei Cappuccini. Lì
-s'accoglievano le dame e le gentildonne dei migliori casati, e, vestite
-da cappuccine, venivano allogate in nicchie; qui, invece, nobili,
-civili, ecclesiastici, maestri, i cui congiunti potevano fare la spesa
-del colatoio e del posto avvenire. In che forma, dopo essiccati,
-venissero ridotti e come acconciati, si vede ancora nella triste
-necropoli, che tutti i viaggiatori hanno con senso di ribrezzo visitata,
-e dove solo un poeta di alta forma trovò non invidiabile ragione
-d'ispirarsi.
-
-La descrizione che ne lasciò Ippolito Pindemonte è artistica:
-
- .... spaziose, oscure
- Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come
- Simulacri diritti, intorno vanno
- Corpi d'anima vôti, e con que' panni
- Tuttora, in cui l'aura spirar fur visti
- Sovra i muscoli morti e su la pelle
- Così l'arte sudò, così caccionne
- Fuori ogni rumor, che le sembianze antiche,
- Non che le carni lor serbano i volti
- Dopo cent'anni e più: morte li guarda
- E in tema par d'aver fallito i colpi[485].
-
-[485] _Pindemonte_, _I Sepolcri_.
-
-Bei versi, invero, che non fanno onore ai gusti del malinconico Cantore
-veronese, ma che bastarono a far dare il nome di _Via Pindemonte_ alla
-strada dei Cappuccini.
-
-Ora anche nel seppellimento una distinzione non poteva mancare. Tra le
-gallerie ve n'era una anche pei nobili, e dove, mummificati e vestiti
-d'un sacco nero i corpi di persone dozzinali venivano ordinariamente
-appesi alle pareti, quelli di distinto casato, dissecati a quel modo ed
-avvolti nei propri panni e veli, «con sacchetti d'erbe aromatiche sul
-petto» venivan chiusi in casse, o bacheche, le quali il vecchio custode
-del luogo apriva ai curiosi visitatori[486].
-
-[486] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 52-53. Non c'è forse viaggiatore
- che giungendo a Palermo non abbia cercato di visitare e poi
- descrivere queste catacombe, ora non più aperte alle seppellizioni.
- Se non andiamo errati, il primo straniero che ne abbia fatto
- menzione fu nel 1726 D'Orville (in _Sicula_, pars I, caput V, p.
- 45; Amstelodami, MDCCLXVI). Seguirono nel 1770 Brydone (lett. XXV);
- nel 1785 Münter (v. I, pp. 4-5); dopo il 1787 Bartels (v. III,
- lett. XXXIV); nel 1793 il citato Rezzonico e poco dopo Hager (pp.
- 168-85).
-
-
-
-
- _Capitolo XXIV._
-
-
- _PARTECIPAZIONI._
-
-Il lettore non tema di essere attristato con altre notizie funeree. Chi
-muore giace, e chi vive si dà pace, dicono per proverbio i Toscani; ma
-più efficacemente i Siciliani: _Tintu cu' mori, ca cu' arresta si
-marita_. E proprio pei maritaggi, come per i ricevimenti, le gale, i
-balli, i monacati, partivano gl'inviti da un palazzo e andavano ad un
-altro, espressione della _grandeur_ delle titolate famiglie. Non un
-invito che deviasse dal suo natural cammino, non una partecipazione che
-uscisse dalla cerchia entro la quale se ne stava la classe elevata. Se
-inviti per alcuno di essa dalla media classe partivano, raro è che,
-giunti, si tenessero, per quanto graziosamente accolti; e se si
-tenevano, circostanze e ragioni speciali dovevano averne determinata
-l'accettazione: o che tra l'uno e l'altro dei due ceti fosse un'amicizia
-tale da imporre a questo di spedire, a quello di accogliere l'invito
-gentile, o che nel gentile patrizio fosse una singolare degnazione.
-Senza di questo ciascuno rimaneva al posto che gli competeva.
-
-Per quanto piccola, questa faccenda delle partecipazioni è una curiosità
-anch'essa. Se ai dì nostri sono elementi di cronaca mondana la cravatta
-di uno scombiccheratore di versi, la sottoveste d'un accozzatore di note
-musicali, il tacco degli stivalini d'una _Nanà_ qualsiasi, e le più
-futili cose della vita giornaliera assurgono ad importanza che rivela
-soltanto la nostra miseria, perchè non devono queste dimenticate
-delicatezze dei nostri vecchi entrare nella storia della eleganza
-siciliana?
-
-In una delle splendide sale del Palazzo Butera in Palermo[487] è la
-ricca biblioteca della Casa. Tra i manoscritti del Duchino di Camastra,
-che, dopo il 1805, dovea essere D. Giuseppe Lanza e Branciforti,
-Principe di Trabia e di Batera, ed uno dei più colti ed affabili
-letterati del sec. XIX, v'è un volume che fa per noi[488]. Giovinetto
-ancora, l'intelligente patrizio piacevasi di prendere appunti nel
-_Diario palermitano_ che il venerando Villabianca metteva in propria
-casa a disposizione di lui[489]: e certo a siffatta amicizia è da
-attribuire la spiccata tendenza del futuro scrittore alla erudizione
-patria. I dotti lo chiamavano alle loro adunanze: ed una stampa del
-tempo, che fa parte di quel volume, dice così:
-
-[487] Vedi nel cap. II, p. 15.
-
-[488] _Opuscoli_, t. 5, a. 1795. Ms. di proprietà dell'On. Pietro Lanza
- Principe di Trabia, a cui siamo grati di aver egli messo a nostra
- disposizione questo ed altri pregiati mss.
-
-[489] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 583-85.
-
- L'ACCADEMIA PALERMITANA DEL BUON GUSTO. DOMENICA LI 2 8BRE 1796
- ALLE ORE 22 NEL PALAZZO DELL'ECC.MO SENATO IL SAC. D. GIOVANNI
- D'ANGELO RECITERÀ UN DISCORSO CHE HA P. TITOLO LA GALLERIA DI
- VERRE. SI PRIEGA IL SIG.RE DUCHINO CAMASTRA AD INTERVENIRE.
-
-È, come si vede, una formola ordinaria, la quale verrà subito compresa
-quando nel corso di quest'opera si leggerà che cosa fosse
-quell'Accademia, e perchè si adunasse nel Palazzo del Senato, ed alle
-ore 22.
-
-Sotto l'anno 1795, il volume Butera offre le più distinte forme
-tipografiche e letterarie di partecipazioni. Scorriamone qualcuna.
-
-Sono pezzetti di carta di filo, non più larghi di dieci, non più lunghi
-di sette centimetri. Lo stampato vi è incorniciato in fregi incisi e
-litografati con disegni di artisti d'allora: ben povera cosa, invero,
-che però non andava senza il nome latino degli autori: _Franciscus
-Gramignani_, ovvero _Michael Ognibene sculpsit_. Si capisce che le
-cornicette servivano ad inquadrare qualunque comunicazione. Ma in tanta
-modestia di dimensioni e di forma quale profumo di gentilezza!
-
-Eccone uno, il primo, che s'infiora del sorriso d'una nobil donna a
-tutti nota:
-
- LA MARCHESA DELLA CERDA
- MENTRE DIVOTAMENTE LA RIVERISCE
- SI DÀ L'ONORE DI SIGNIFICARLE IL GIÀ CONCHIUSO
- MATRIMONIO
- DI D. GIUSEPPE DI SANTO STEFANO
- MARCHESE DELLA CERDA
- SUO FIGLIO
- CON D. GERTRUDE RUFFO
- ZIA DEL PRINCIPE DI SCILLA
- E CON PIENO OSSEQUIO SE LE RASSEGNA.
-
-Non abbiam modo di vedere se la egregia Marchesa fosse, come pare,
-vedova e, come supponiamo, madre di quel giovane che in Roma incontrò la
-famosa avventura di strappare dalle unghie della gendarmeria pontificia
-l'amico suo Cannella; ma se era la madre, essa deve aver presa molta
-cura dell'ardito e sventurato abate, quando egli potè impunemente
-ritornare a Palermo.
-
-Eccone un altro, al quale mancano le forme tipografiche di epigrafia:
-
- ESSENDOSI DI GIÀ STABILITE LE NOZZE FRA D. FRANCESCO PAOLO DI
- MARIA AGLIATA PRIMOGENITO DEL BARONE DI ALLERI, E D. CASIMIRA
- DRAGO, E MIRA FIGLIA DELLA MARCHESA D. FLAVIA DRAGO, E MIRA, IN
- DISCARICO DI SUA ATTENZIONE IL BARONE DI ALLERI PADRE NE
- PARTECIPA L'ADEMPIMENTO.
-
-Non è bello, ma in una collezione non guasta.
-
-Ecco uno sposo che, forse per esser privo dei genitori, _nomine proprio_
-annunzia a parenti ed amici i suoi sponsali:
-
- IL PRINCIPE DELLA CATENA
- NELL'ATTO CHE DIVOTAMENTE
- RIVERISCE L'E. V.
- LE PARTECIPA LA CONCLUSIONE
- DEL SUO MATRIMONIO, COLLA SIG. D. CATERINA
- REQUESENZ, E BONANNO,
- FIGLIA DEL PRINCIPE DELLA PANTELLERIA
- E SPERANDO I GRAZIOSI EFFETTI
- DI GRADIMENTO
- SU DI QUESTI DOVEROSI UFFICI SE LE RASSEGNA.
-
-Il padre della sposa avea una paginetta aneddotica nel zibaldone ms.
-d'un aromatario d'allora; ma noi non saremo così indiscreti da
-richiamarla a proposito d'una festa gentile di gentilissima fanciulla. E
-seguitiamo a sfogliare il volume del Duchino di Camastra.
-
-La seguente è una partecipazione di due signoroni, l'uno forse
-congiunto, o tutore della sposa, l'altro sposo:
-
- IL PRINCIPE DI MONTELEONE
- ED IL PRINCIPE MARCHESE DI GIARRATANA
- NELL'ATTO DI RIVERIRLA DIVOTAMENTE
- LE PARTECIPANO IL CONCHIUSO MATRIMONIO
- TRA D.A FELICE DI NAPOLI, E NASELLI,
- FIGLIA DEL SIG. PRINCIPE DI RESUTTANO
- ED IL SUDETTO PRINCIPE MARCHESE
- DI GIARRATANA,
- E SI RESTANO ALLA DI LEI UBBIDIENZA.
-
-Questo pei residenti nella Capitale; ma quando gli amici eran lontani,
-forma e formola cangiavano: lo stampino minuscolo diventava un foglio
-grande di carta, e la dicitura epigrafica passava in epistolare. In
-proposito incontriamo una lettera stampata della Principessa di Cutò in
-Napoli alle sue nobili amiche in Palermo:
-
- _Eccellenza._
-
- _Piacente novella recherà a V. E. questo mio divotissimo foglio
- della conclusione del Matrimonio tra la mia nipote D. Nicoletta
- Filingeri figlia del fu Duca di Misidindino mio primogenito, ed
- il Principe della Motta unigenito del Duca di Baranello.
- Ascriverà l'E. V. questo mio ufficio come testimonianza di mio
- rispettoso ossequio alla sua degnissima persona, e famiglia,
- mentre io contrasegnandole l'onore de pregiatissimi suoi comandi
- costantemente mi ripeto_
-
- _Di V. E._
-
- _Napoli, 18 Agosto 1798._
- Div.ma Obl.ma serva e par[tecipan]te
- _La Principessa di Cutò_.
-
- A. S. E.
-
- (_Ms._) La Sig. Principessa della Trabia.
-
- Palermo.
-
-Lasciamo la Biblioteca Trabia-Butera e rechiamoci alla Biblioteca
-Comunale, ove il Mentore del futuro letterato ci conservava tesori di
-erudizione contemporanea. Il _Diario palermitano_ edito ed inedito tante
-tante volte sopra ricordato del Villabianca ha delle vere ghiottornie
-del genere.
-
-La forma dei piccoli avvisi cominciava a comparire verso il 1777; prima
-del quale anno essi correvano su carta grande ad una sola colonna, e con
-molta, fin troppa semplicità. Nella nuova forma tipografica, se nuova
-può dirsi, venne diramato l'invito ad una serata da ballo della
-Viceregina Principessa di Stigliano; uno della Duchessa di Sperlinga per
-il figlio di essa Viceregina; uno del Principe di Paternò, Capitano, per
-un lutto di due mesi, in seguito alla morte dell'Elettore di Baviera,
-ed, esempio unico e solo, uno in caratteri d'oro, della Principessa di
-Villafranca[490].
-
-[490] M. Qq. D. 105, pp. 101, 138, 144, retro.
-
-Nello stile vecchio il Villabianca ci dà a leggere le participazioni del
-Principe di Trabia e del Duca di Sperlinga per le nozze dei loro
-figli[491]. Certo, Aloisia Lanza voleva un gran bene al suo Saverio, e
-perchè gli voleva un gran bene era lontana dal prevedere il grave
-attentato che un giorno, proprio nella casa nuziale, avrebbe egli
-commesso alla vita di lei. Di quel torno (1780) sono, tra cento altri,
-gl'inviti del Marchese di Regalmici, Pretore prima, Capitan Giustiziere
-poi, per occasioni di gale[492]; e del Marchese di Villabianca a
-sacerdoti celebranti. Questo qui, per la sua singolarità, vuol esser
-conosciuto di preferenza:
-
-[491] _Diario_ dell'art. 1779, p. 86.
-
-[492] _Diario_ del 1780, pp. 255 e 261.
-
- IN OCCASIONE DI DOVER FARE LA LORO SOLENNE PROFESSIONE NEL VEN.
- MONASTERO DI S. MARIA DELLE VERGINI LUNEDÌ CHE SONO LI 26 DELLO
- SPIRANTE NOVEMBRE LA SIGNORA D. CONCETTA ELEONORA, E D. MARIA
- BEATRICE EMMANUELE DE' MARCHESI DI VILLABIANCA SORELLE, VIENE
- PREGATA LA DI LEI BONTÀ PER ACCRESCERE VIEPPIÙ LA POMPA COLLA
- PRESENZA DI SUA MESSA, E SICURO DELLA SUA GENTILEZZA SI
- OFFERISCE ALL'INCONTRO[493].
-
-[493] 26 nov. 1781. _Diario_ a. 1781-82, p. 183.
-
-Le due monachelle non ci resteranno sconosciute. Noi le vedremo il
-giorno della visita della Viceregina Colonna a quel monastero, e le
-sentiremo squisitamente sonare strumenti.... non monacali.
-
-Poco prima che la Corte di Napoli venisse a Palermo, la Capitanessa
-Principessa di Torremuzza invitava le dame ad illuminare le loro case
-pel felice parto della Granduchessa di Toscana Luisa Amalia, e, venuta
-la Corte, il Principe marito Capitan Giustiziere avvisava che S. M.
-«tiene appartamento in Corte, e permette alla persona alla quale è
-indirizzato l'invito d'intervenire»[494]. Si noti la concessione
-_permette_, non _invita_ ad intervenire.
-
-[494] _Diario_ ined., 19 sett 1798, p. 490; 3 febbr. 1799, p. 142.
-
-La Capitanessa aveva rappresentanza ufficiale e andava ufficialmente
-riguardata. Come il marito ai Signori, così lei alle dame partecipava i
-reali o vicereali comandi; e come lei, così anche la Pretoressa per le
-partecipazioni che il Pretore pel Senato faceva ai nobili in occasione
-di ricevimenti al Palazzo Pretorio. Una volta che la Pretoressa nol
-potè, la nuora ne tenne le veci, perchè la moglie del Pretore aveva il
-dovere ed il privilegio di far gli onori di casa.
-
-Un'altra citazione e non più. I nobili solevano recarsi ai periodici
-convegni del Palazzo Viceregio; con loro o senza di loro, le dame non
-mancavano mai. Un giorno però un ordine superiore, forse del
-neo-Presidente del Regno, o dispensava le dame dallo intervento, o
-rimandava a lutto finito le geniali adunanze; e allora la moglie del
-Capitan Giustiziere si affrettava a far giungere di casa in casa questa
-circolare:
-
- LA PRINCIPESSA DI GALATI
- CAPITANESSA
- RIVERENDOLA DIVOTAMENTE LE AVVISA
- CHE PER L'ACCADUTA MORTE,
- DEL FU PRINCIPE DI CARAMANICO VICERÈ
- SI È STABILITO DI NON INTERVENIRE DAME
- NELLA GALLERIA DEL GIORNO 12 CORRENTE.
-
-L'avviso era ampio, il doppio degli ordinarî: e non poteva non esser
-tale, data la grande sventura della improvvisa scomparsa del buon
-Principe, tanto festeggiato l'anno innanzi appena recuperata la effimera
-guarigione.
-
-
-
-
- _Capitolo XXV._
-
-
- _PASSEGGIATE DELLA MARINA E DELLA VILLA GIULIA._
-
-Fino al 1782 la piazza, già Colonna, poi Borbonica, comunemente Marina,
-era compresa tra la Garita, a sinistra di chi esce da Porta Felice, e a
-destra Porta dei Greci, trofeo glorioso dei giovani siciliani a Mahadia,
-nella spedizione africana del Vicerè de Vega (1556). Dopo quell'anno,
-raso il baluardo di questo nome e conservata la porta più religiosamente
-che non abbian fatto posteri incoscienti delle patrie glorie[495], la
-piazza, o passeggiata, si protrasse fino alla Flora o Villa Giulia.
-
-[495] La insipiente accidia o acquiescenza dei pubblici Amministratori
- dopo il 1860 tolse e fece portar via come ferro vecchio questa
- porta, nè si sa dove sia andata a finire.
-
-In questa Marina l'occhio spazia libero pel pittoresco golfo,
-circoscritto dal classico ferro di cavallo che ha un capo nel Zafferano
-ed un altro in quel Pellegrino che a W. Goethe parve «uno dei più bei
-promontorî del mondo», e della cui bellezza di forma egli si credette
-inabile a dar con le parole un'idea adeguata[496].
-
-[496] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 6 aprile 1787. -- G.,
- _Wanderungen_, conferma (p. 22) che «in Italia non v'è monte più
- bello».
-
-Il sole vi dardeggia di giorno il fulgore dei suoi raggi; la luna, di
-notte, ne inargenta le onde tremolanti; «solo il Bojardo e l'Ariosto,
-dice un tedesco, ricordano luoghi più incantevoli»[497].
-
-[497] G., _Wanderungen_, p. 21.
-
-Là dove ora frondeggiano perenni le eritrinee, sorgevano, non sappiamo
-se tutte ammirate, le statue di Carlo II, Carlo III, Ferdinando
-III[498], dal furore del popolo abbattute più tardi insieme con altre,
-forse per confuso dispetto di re fedifraghi e di regi patti non
-mantenuti; al qual furore potè solo sottrarsi nella piazza Bologni
-quella di Carlo V, che incarna pel popolo una dolorosa affermazione sul
-caro dei viveri in Palermo[499]. Quelle statue erano intramezzate da due
-fontane, decoro dell'artistico padiglione per la musica: e la cortina o
-bastione concorreva alla bellezza della scena con ornamenti di archi e
-di figure.
-
-[498] Anni 1780, 1787, 1790.
-
-[499] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic._, v. IV, n. CCLXVIII.
- Cfr. nel presente volume il cap. II, p. 27.
-
-Forte, incessante il desiderio dei cittadini di recarsi ogni giorno a
-questo luogo di svago, forte così da diventare una specie di bisogno. La
-stagione inclemente e le giornate rigide non valevano a moderarlo. De
-Saint-Non osservava che nella estate nessun palermitano avrebbe saputo
-andare a letto senza aver prima fatto un giro in questo sito[500]. Ma
-anche d'inverno e col freddo di tramontana Bartels vide signore, nobili
-e borghesi, delicatissime di complessione affrontarvi una tempesta che
-in continente avrebbe fatto paura[501]. Il recente prolungamento
-esercitava un fascino su tutti.
-
-[500] _De Saint-Non_, _op. cit._, t. IV, I. p., p. 141.
-
-[501] _Bartels_, _op. cit._, v. III, p. 353.
-
-Noi dobbiamo visitarla nella stagione in cui l'abitudine vi chiamava una
-volta il giorno la popolazione tutta; due volte il giorno, i ceti
-superiori[502].
-
-[502] _De Borch_, _op. cit._, t. II, p. 132.
-
-Il 24 giugno la passeggiata estiva inauguravasi in forma chiassosa.
-Delle vetture padronali, altre eran nuove, altre rifatte a nuovo.
-All'ultimo sole che andava a nascondersi dietro Monte Cuccio
-luccicavano, svariati e ricchi, gli stemmi d'argento. Cocchieri, lacchè,
-_volantini_ pavoneggiavansi in abiti che l'uso voleva o supponeva usciti
-dalle mani dei sarti.
-
-Uno sempre, ma variato fino a settembre, lo spettacolo. Godiamcelo sulle
-Mura delle Cattive. Qui (se la tradizione è plausibile) le vedove
-(_cattivi_) che non vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in
-evidenza, vengono a prendere un po' d'aria, e la frequente loro presenza
-dà il nome all'alto viale, ed il nome è etichetta della merce.
-
-Brulica nell'ampio corso la folla di cavalieri e di dame, di borghesi e
-di signore, di maestri e di donnicciuole. Preti e frati, impiegati e
-professionisti, soldati e studenti, monachelle e pinzochere animano la
-scena componendo e scomponendo, come in un caleidoscopio, gruppi
-multicolori e distinti[503].
-
-[503] Vedi il cap. XX, {p. 305}: _La moda delle donne_.
-
-Verso la Garita siede maestoso in alto un uomo che narra e gesticola e
-con un bastoncello in mano in forma di furberta trincia in aria dei
-segni, o combatte corpo a corpo nemici che non ha. Egli è un
-contastorie, che sa tutte le leggende di Rinaldo, di Carlo Magno,
-d'Orlando, di Calloandro, di Guerino. Gli appassionati, chi in piedi,
-chi su pancacce, con la spesa d'un _grano_, pendono religiosamente dalle
-sue labbra.
-
-A due passi da lui, in un teatrino di legno per farse e commedie in
-dialetto, popolani ed anche civili entrano premurosi a sentire i
-creatori della nuova arte nazionale[504]. Trombe e tamburi chiamano
-uomini attempati e giovani ad uno steccato vicino, ove i lazzi di
-pulcinella provocano ilarità e risa sgangherate; e dietro a tutti, con
-uno sforzo assolutamente fantastico d'isolamento, il luogo della
-contumacia (1788), non è guari scelto e costruito da chi trovò incomodo
-e pericoloso nelle procelle quello di fronte alla Garita, presso la
-chiesa di Piedigrotta (1787).
-
-[504] Vedi nel v. II di quest'opera il cap. _Casotti_.
-
-In mezzo a tanta confusione giungon distinte le voci dei venditori di
-seme di zucca tostata e di acqua del pozzo di Santa Ninfa che a piè del
-nostro bastione vengono ad attingere gli acquaiuoli della passeggiata.
-
-Circolano, frattanto, nel centro «_phaetons_» secondo l'ultima moda e
-fornimenti inglesi ornati d'argento e carrozze indorate, con le più
-eleganti livree e con arditi cavalli allietanti non meno per le loro
-magnifiche forme che pel loro bel colore, e che attirano con la loro
-finezza e col loro fuoco gli sguardi di tutti. Qui un amico che guida da
-sè i cavalli spumanti, o una coppia di attraenti bellezze, che dalla
-vettura aperta mandano ardenti saluti, o che passeggiando,
-amichevolmente conversano.... Qui, si fanno nuove conoscenze, si sentono
-notizie interessanti, si combinano accordi di divertimenti e di
-piaceri»[505].
-
-[505] _Hager_, _Gemälde_, nell'opuscolo cit. _Donne e Passeggiate_, p. 7.
-
-Dall'altro lato, sotto della banchina, a cavalcioni, accoccolati,
-carponi, in piedi, stanno lunghesso la spiaggia raisi della Kalsa, chi a
-risarcire reti smagliate, chi a fornir d'esca e ad adugliare per la
-prossima notte palangani, e chi sui gozzi tirati o da tirarsi a terra, a
-frettare, ad aggottare con la vecchia sàssola l'acqua penetrata per le
-falle: e quando or l'uno or l'altro di essi alza gli occhi verso tanti
-sfaccendati, senza neppure fissarli, non sanno comprendere come possano
-dirsi palermitani essi pure, i Kalsitani, se palermitani son tutti
-costoro, che ogni giorno vengono qui a divertirsi.
-
-E come possono essi, i poveri pescatori, veder di buon occhio, tutte
-fronzoli, trine e belletti, vecchie impiastricciate di cerussa nelle
-profonde rughe del viso e le quali vogliono gareggiare con le più
-fresche ragazze? E come non sentirsi rimescolare al passaggio di una
-che, tutta polvere e manteca, sfacciatamente invita un giovinotto a
-farle compagnia nel passeggio, mentre altri zerbinotti la colmano dei
-complimenti più leziosi?[506].
-
-[506] _Meli_, _Poesie_: odi IX, XXIV, e pp. 372-74.
-
-In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul Pellegrino la pietra
-dell'Imperatore[507]: e noi, che dal baluardo non sappiamo più
-discernere quel che la mancante luce non ci consente, rientriamo in
-città. Stasera, chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo
-bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno nel loro velo
-misterioso, che solo la luna potrà per un istante diradare. Il curioso
-cercatore di aneddoti potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i
-baluardi. Presso Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della
-Nobiltà: un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le dame del
-circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della giornata, sulla mancanza
-assoluta di notizie, sulle ultime disposizioni del Senato. Più in là,
-fuori le _casine_ incavate nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di
-servitori carichi di sorbetti pei seduti lungo la _cortina_, pei nuovi
-arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere. Più in là ancora,
-non lungi da Porta di Greci, potrà prender posto in una delle trattorie
-che lottano contro la recente concorrenza di quella dell'_Astracheddi_
-alla Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno a
-sbraciare in compagnia delle artiste da teatro che avran potuto
-conquistare, _cortigiane_ dei secoli passati, _demi-mondaines_ dei
-secoli avvenire.
-
-[507] Cfr. _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. III, p. 110.
-
-La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore Regalmici, era
-l'ideale dei giardini non meno pei Siciliani che pei forestieri.
-
-Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non era ancora finita; eppure
-parve a lui «maravigliosa», riflettente «un aspetto magico che vi
-trasporta nei tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio»[508]. Un
-suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora, «un vero
-paradiso»[509].
-
-[508] _Goethe_, _op. cit._, lett. del 7 aprile 1787.
-
-[509] G., _Wanderungen_, p. 21. -- _Justus Tommasini_, pp. 54-55.
-
-Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di giorno o di sera, nei
-dolci tepori primaverili o nello splendore delle centomila fiammelle a
-gas delle fresche notti di estate, non immagina, forse neanche sa che
-quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata; anzi, che
-fosse il tempio della spensieratezza. Quando si è varcata una mezza
-dozzina di decennî si è contati tra i _laudatores temporis acti_, tra i
-disgustati del presente, tanto diverso dal buon tempo antico; ma non
-dobbiamo disconoscere che il nostro umore oggidì è troppo nero perchè
-possa ravvicinarsi, per via di paragone, a quello di un tempo. La
-società moderna, risultato complessivo di condizioni psichiche, di
-problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite, con spostamenti
-d'interessi, persone, cose, manifesta un turbamento abituale,
-permanente, quale forse non si ebbe mai per lungo volger di secoli.
-
-Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel secolo fa!
-
-Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si direbbero preoccupati
-di perdere un istante dello svago che li attende; si direbbe che in
-mezzo a tanto rigoglio di alberi non sorga neppure il ricordo delle
-cataste di legna che quivi si alzarono in orrendi _auto-da-fè_; ed al
-profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non più pregna dei
-sinistri vapori delle carni bruciate.
-
-In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare a pieni polmoni
-quest'aria che la città chiusa non dava. Noi possiamo venirvi nelle
-prime ore del mattino, nelle ultime del giorno, nel principio della
-sera. Un gentile cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in
-questo giardino incantato le donne, in questa Flora che non ha la
-eguale. Esse passeggiano; la bellezza del loro corpo, la grazia del loro
-atteggiamento fanno di sè pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse!
-Una semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro del sole, il
-bianco delle vesti scherzano con la luce e l'ombra. L'auretta mattutina
-pare avvivi coi suoi carezzamenti la freschezza della bella tinta. No,
-non manca nulla all'armonia del quadro!»[510].
-
-[510] _De Mayer_, _op. cit._, lett. XV.
-
-Torniamo più tardi.
-
-Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano in quadro la Villa
-circolano signori in carrozza. Civili e popolani, palermitani e
-regnicoli, attraversando i frondosi oleandri che tutta la chiudono in
-giro, entrano a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica,
-liberalmente legata dal Principe Moncada, altri a numerare i cinquanta
-busti donati dal Presidente Paternò, o a contemplare la fontana del
-centro con l'orologio a sole e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri
-infine ad ammirare la solenne posa del _Palermo_ dello scultore
-Marabitti. Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte a
-_Palermo_, convulsamente si contorcono, tutti ignorano la ragione. Si
-chiamavano _Scisma_, _Eresia_, _Maomettanismo_ quand'erano a piè del
-brutto monumento di Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne
-comprende il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve ne ha aggiunta
-un'altra, la _Maldicenza_.
-
-Due ore son passate rapidamente: e se non fosse il suono dell'Avemmaria,
-che impone la cessazione della musica ufficiale, non se ne accorgerebbe
-neanche un annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi si può
-restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia la vigilano
-d'intorno, e respingono pezzenti, mendici e gente in livrea[511].
-Quattro lioncini voglion farla da vigili anch'essi, ma.... sono di marmo
-e i due versi latini che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca:
-
-[511] Appena la Villa Giulia fu aperta al pubblico, il Principe di
- Paternò G. L. Moncada, Capitan Giustiziere, legava al Senato (1778)
- l'annua rendita di onze 50 per la musica da farvisi ogni giorno,
- dal 1º luglio al 30 settembre, dalle ore 22 a mezz'ora di sera
- (_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 204). Gareggiando
- di patriottismo il Presidente G. B. Paternò legava altra somma per
- «la notturna illuminazione nel tempo estivo quando mancava la
- luna». Monsignor Gioeni fece di suo le porte, i chioschi, la
- fontana centrale, ecc. (_Teixejra_, _op. cit._, cap. XIV, §§
- 211-212).
-
- Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena
- Omnia, quae lustrato Tu temerarie, cave[512];
-
-[512] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 372-73; v.
- XXVIII, pp. 176, 357-58; _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 126.
-
-non son altro che belle parole.
-
-La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità, fitta nella recente
-Porta Carolina (Reale), o nella Porta di Greci. La Villa nelle sere buie
-ha pochi fanali liberalmente apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi
-serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna riesce talvolta
-molesta.
-
-L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote ancora, e già
-d'altre note risuonano luoghi più recessi: tambussio di cembali, mesto
-pizzicar di chitarre, malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar di
-mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto. Son le serenate
-delle comitive dei canterini; è il fruscio delle coppie che ballano;
-sono gli applausi della folla che ascolta e non sempre vede. Se la luna
-ci favorisce, noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la cui
-canzone:
-
- 'Ntra lu pettu nun ci ha cori
- Cui nun godi la Marina,
- Cu sta bedda siritina
- 'Ntra sta Villa chi si fa?
-
-che prima salutò la trasformazione della deserta funerea campagna[513],
-è uscita or ora dalla bocca d'un giovane innamorato alternandosi con le
-canzonette _Lu Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi_ da una donna del vicino
-viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando a sua volta
-le lodi della Flora, esclamerà commosso:
-
-[513] _Meli_, _Poesie: Canzuna scritta in tempu e nell'occasioni chi
- incominciava a costruirsi la Villa Pubblica_, ecc.
-
- La luna manna
- Li soi amurusi
- Rai luminusi
- Pri cui va ddà;
-
-e si rallegrerà di aver veduto
-
- Cui balla e sona,
- Cui canta e ridi,
-
-mentre altri sgrana cialde e biscotti ed altri sorbisce gelati[514].
-
-[514] Lo stesso, _Poesie_, pp. 35, 75, 77.
-
-Povero Meli! condannato un secolo dopo alla berlina quando la berlina è
-rimasta solo di nome, lì nella medesima Villa Giulia, in una amara
-caricatura di statua, che il Municipio avea avuto la infelice idea di
-far sorgere nella Piazza di S. Teresa, ed il Municipio stesso ha avuto
-il buon senso di togliere per regalarla o relegarla in un angolo del
-pubblico giardino. Oh no! il primo poeta della Sicilia non meritava il
-ludibrio di quel monumento!
-
-Se il chiaror della luna ci favorisce, noi potremo anche discernere lo
-Scimonelli, che però, men fortunato dell'amico suo, s'avviene in una
-«comitiva di cattivi dilettanti di canti, che più di una sera fu
-fischiata», e forte si maraviglia che essa non comprenda, gli applausi
-del pubblico essere una solenne canzonatura; onde è necessario smettere
-dallo straziare minerali, vegetali, animali: statue, cioè, piante ed
-uomini del luogo, dove pure
-
- Li sònura e li canti
- Piacinu a tutti....[515].
-
-[515] _Scimonelli_, _Poesie: Contro una comitiva_, ecc.
-
-Questo svago non fu smesso mai per lungo volger di estati: ed i
-Palermitani attendevano ansiosi la stagione buona per goderselo sempre.
-E quale svago più delizioso che concerti e canti notturni dei cittadini
-più abili nell'arte della musica e del canto! Anche fuori di patria essi
-vi tornavano col pensiero e lo celebravano con le parole. Il barone
-Forno in Napoli diceva: «Due donne che abbiano sonora voce, cantando
-l'una e l'altra in terza, ed un uomo che l'accompagni, in voce di basso,
-cantando, dico, tutti e tre sull'unisono canzonette di gusto, non recan
-eglino il maggior piacere del mondo, anche oggigiorno (1792), che siamo
-per così dire sazj di sentire composizioni eccellenti della più scelta
-ed armoniosa musica? Simili ariette, così cantate, si sentono con gran
-diletto, tutte le sere estive, nella pubblica Villa di Palermo, e
-moltissime persone di ogni ceto corrono ad esserne ascoltatrici»[516].
-
-[516] _A. Forno_, _Opuscoli_, p. CCXXX. In Napoli, 1792.
-
-Kephalides vi assistette nei primordî del sec. XIX, e «da ogni lato
-intese chitarre e tamburelli e gran folla di spensierati ballando come
-pazzi al suono d'un violino e con le mani facendo scoppiettar le
-castagnette, mentre un vecchio batteva il sistro con le dita coperte
-d'un grosso ditale di ferro».
-
-Il vecchio è morto e seppellito: il sistro (_azzarinu_) si batte con un
-ferro; ma la Flora non riecheggia più di cembali, nè di canti, nè di
-balli, nè di grida di venditori. Il chiasso di chi mangiava e bevea
-all'_Astracheddi_[517] è appena un ricordo del Meli. Fino i giocatori
-alle bocce, incomodi e pericolosi ai passanti, sono per sempre
-scomparsi. Nel 1822 un forestiere trovava già chiusa all'Avemmaria
-questa Villa Giulia: ed ora, quando il popolo vi accorre numeroso, vuoi
-di giorno, vuoi di sera, la musoneria ne è sempre la nota dominante.
-
-[517] _Meli_, _Poesie_, p. 374 ed anche a p. 92.
-
-
-
-
- _Capitolo XXVI._
-
-
-_DIVERTIMENTI A PORTA NUOVA E A ZE SCIAVERIA; VILLEGGIATURA AI COLLI E A
- BAGHERIA._
-
-Ma non la sola Marina, non la sola Villa Giulia, eran teatri di
-passatempi e di svaghi.
-
-Un giorno non si sa come e perchè, i Palermitani mettono gli occhi sopra
-la via fuori Porta Nuova e cominciano ad andarvi, dapprima in pochi, poi
-in molti. Quanti amano il piacere, nuovo come passeggiata giornaliera
-estiva, son tutti lì.
-
-E la Marina? La Marina resta quasi deserta, solo frequentata dai
-signori. Andate a leggere nel capriccio del Palermitano!
-
-La passeggiata fuori Porta Nuova finiva a mezzanotte. Beato chi poteva
-trovare un posticino nei sedili presso la fontana di S. Teresa! (Piazza
-Indipendenza). Qualche solitario sognatore di vecchie storie guardando
-la bella, anzi bellissima sirena della fontana versante dal seno copiosi
-zampilli d'acqua, avrà riflettuto sulla labilità delle umane cose, e
-sarà corso col pensiero al primo Marcantonio Colonna, alla più che dolce
-amica di lui Baronessa di Miserandino, ed alle turbinose vicende di quel
-marmo, di continuo, secondo i tempi e le esigenze estetiche, spostato da
-un luogo all'altro, e finalmente allogato qui, donde poi, al domani
-d'una rivoluzione (1860), doveva passare in un privato giardino[518].
-
-[518] Chi vuol sapere altro di questa simbolica statua, legga il _Diario_
- del Villabianca, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 358-62. Aggiungiamo per
- la dolorosa cronaca, che dopo il 1860 per la eterna inconscienza di
- amministratori incuranti d'ogni memoria storica, la sirena fu
- venduta, o ceduta, o regalata ad un privato, che la tiene, dicono,
- in un suo giardino di via Pietro Pisani.
-
-Ma il gran pubblico, il pubblico grosso, pensava ad altro, e forse
-neanche sapeva della passione gagliarda del Vicerè, forte così nella
-giustizia pei delinquenti come nell'amore della sventurata dama di
-Palermo. Per esso c'era più gusto a guardare le nuove baracche di
-frutta, dolci, ed i nuovi caffè, che a contemplare la muta sirena.
-
-Anche qui fu visto aggirarsi il Meli; anzi proprio da lui si è saputo
-della diversione dalla Marina alla nuova passeggiata (nuova, s'intende,
-per la forma che pigliava e per la passione dei frequentatori). Fu lui
-che, cresciuto l'entusiasmo per _Porta Nuova_, volle andarvi, riandarvi,
-e cantarla nella vita novella e nel movimento incessante, allegro di
-coloro che vi si recavano. Fu lui che raccolse l'eco d'un
-
- Coru di strumenti
- Sunari a tinghitè,
-
-e delle chitarre in mano ai più esperti figari della città; fu lui che
-assistette alla ressa dei buontemponi, ed allo spensierato gironzolare
-delle donne nel loro bianco costume di estate; e solo da lui sappiamo:
-
- Ca cui cci va la sira
- Ddà fora a Porta Nova,
- Siddu ni fa la prova,
- Mai si la scurdirà[519].
-
-[519] _Meli_, _Poesie: Porta Nuova_, pp. 90-91.
-
-D'altro lato, non dobbiamo giudicare priva d'un certo gusto la nuova
-simpatia per la vecchia strada fuori Porta Nuova. Se oggi il Corso
-Calatafimi è comodo e buono, allora che si chiamava, come ancora
-volgarmente si chiama, strada di Mezzo Monreale, era anche bello, uno
-dei più belli dei dintorni di Palermo. Da quella Porta fin sopra i
-Cappuccini, platani, alvani e pioppi giganteggiavano in doppia fila
-difendendo dal sole d'estate, dalle piogge d'inverno i passanti. Di
-tratto in tratto, gaie d'aspetto vi sorgevano ville eleganti, e a
-distanze regolari fontane di limpide e salutari acque, le quali
-cent'anni dopo -- non un giorno più, non un giorno meno -- doveano come
-impure e non potabili essere sostituite con altre, «dedotte dalle
-eccelse vette dei Nebrodi» (come dice una sciocca iscrizione testè
-murata nel prospetto del Palazzo municipale). Ed il popolo, eterno
-poeta, non impassibile a tanta bellezza di natura e d'arte, cantava
-lietamente:
-
- Quant'è bedda la via di Murriali!
- Cci su' li chiuppi (_pioppi_) fileri fileri,
- E 'ntra lu menzu, li quattru funtani
- Su' l'arricriu di li passaggeri[520].
-
-[520] Di queste quattro fontane la 1ª era nella Piazza S. Teresa o
- Indipendenza, ove ora sorge l'obelisco, la 2ª, sola che rimanga, al
- fianco occidentale del R. Educatorio Maria Adelaide; la 3ª, nel
- mezzo d'un piccolo anfiteatro, scomparsa dietro un muricciuolo
- rimpetto l'antica Chiesa, oggi quartiere della Vittoria; la 4ª, di
- fronte alla via dei Cappuccini, adesso Pindemonte.
-
-Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte di S. Erasmo, a
-Romagnolo era _Zè Sciaveria_, altra delizia palermitana. Zè Sciaveria
-(zia Saveria) era il nome della intraprendente donna, ch'ebbe il
-coraggio di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante
-ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città; e della città
-esso raccoglieva il meglio delle trattorie e dei caffè, senza essere nè
-trattoria nè caffè, o dell'una e dell'altro partecipando. La novità
-della impresa, l'amenità del sito, fronteggiato a sinistra dalla
-_silhouette_ del Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del
-golfo, guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla torre dei
-Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida l'occhio verso la montagna
-di Solunto, e dietro ed intorno coronato dai monti Grifone, Gerbino e
-Gibilrossa, ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona
-che avesse voglia di passare qualche ora divertita.
-
-Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte vi andavano d'ogni
-classe persone; giacchè Zè Sciaveria era un posto buono per tutti. Poeti
-superiori come il Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le
-maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per provare che il sito
-avesse avuto origine divina, giacchè Encelado, sopravvissuto ai giganti
-subissati da Giove, venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la
-Saveria, che durante tremila anni rimase incinta e diede poi in luce un
-nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo che avea mente e pensieri da
-re.
-
-Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari, fa supporre aver
-avuto la Saveria un figliolo forse gobbetto: e così sarebbe spiegata la
-fortuna insolita del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della
-elegante taverna od osteria, come si diceva allora,
-
- E chi ha nobilitatu sta cuntrata:
- 'Nfatti Dami, prelati e Vicerrè
- Vennu ogni jornu a fari passiata;
- E tanti e tanti senza li stestè[521]
- Vennu ccà apposta, lassannu la Flora,
- Sidennu a sti puliti canapè.
- L'occhiu guarda lu mari e si ristora,
- Godi vidennu culonni e perterra,
- Orti, muntagni e la citati ancora[522].
-
-[521] Senza i cavalli, cioè senza carrozze.
-
-[522] _Melchiore_, _Poesie_, pp. 247-49.
-
-Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto nei tanti
-
- Gran cornacopj,
- Specchi e lumeri,
- Ed autri mobili
- Di cavaleri;
-
-donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche d'ogni altro ceto.
-L'accorta padrona avea fatto le cose bene: larga _réclame_ per la città;
-tende pel riparo dei signori e civili che si recassero da lei; tavoli
-illuminati da due candele, ciascuno per le singole famiglie che
-volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai quali non era
-proibito di accedere «coi reciproci galanti», e per chi volesse andarvi
-da Villabate, S. Cataldo, Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna
-che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante di Palermo, e
-basta dire che, esempio unico nel genere di industria, faceva ordinarî
-trattenimenti di musica, al suono dei quali
-
- Si balla e canta,
- Si canta e vivi,
-
-o meglio vi si passa tra
-
- Balli e tripudj,
- Sàuti a muntuni,
- Favuli e brinnisi
- Soni e canzuni[523].
-
-[523] _Meli_, _Poesie_: ode n. XXIX: _Zè Sciaveria_.
-
-Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della divertente contrada, ed
-un documento di soggiogazione nell'Archivio del Comune[524]. Ma sul
-vicino scoglio echeggia la dolcissima canzonetta del Meli:
-
-[524] L'egr. avv. Guglielmo Savagnone, Direttore dell'Archivio Comunale
- di Palermo, il quale con ogni maniera di gentilezze ha aiutato le
- nostre ricerche per lo studio delle condizioni amministrative ed
- economiche della città, ci fa conoscere che nel 1781 in favore del
- Banco Comunale di Palermo veniva assegnata una «soggiogazione di
- ducati 45 annui sopra la _casina_ (villa) e le case alla zia
- Sciaveria, così detto _Romagnolo_». La contrada è denominata: _Zi
- Sciaveria_; _Romagnolo_ figura come soprannome; e non vuolsi
- dimenticare che quest'ultimo nome, ora tanto comune, nacque dalla
- villa del Senatore Corrado Romagnolo.
-
- Supra lu scogghiu
- Di Mustazzola
- L'àipa vola,
- L'alba si fa!
-
-La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi agiatezze e svaghi;
-ci voleva qualcos'altro fuori, nelle campagne dei dintorni. La povera
-gente ci andava (come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze
-festive di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata consumava
-il guadagno d'una intera settimana, quando il guadagno l'aveva, o quando
-i pochi tarì ottenuti al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto
-qualsiasi di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica
-non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi in un ceto meno
-modesto, quello di certi impiegati e di piccoli trafficanti, ai quali
-non sembrava vero di poter fare uno strappo all'abituale parsimonia
-della vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali quarant'ore
-del 14 settembre a Monte Pellegrino, il festino del 3 di maggio e le
-quinquennali dimostranze di settembre in Monreale o in altri siti, come
-una volta le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale Calata ha
-anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.
-
-Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò senza un pressante
-bisogno di rinfrancarsi, rompendo la monotonia della vita cittadina
-forse perduta, i nobili cercavano nella campagna semestrali ricreazioni.
-Con le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non era se non la
-continuazione della città. A Mezzo Monreale, ai Colli, a Bagheria essi
-andavano con la famiglia; e lungo stuolo di amici, di aderenti, di
-familiari li seguivano. Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano
-ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi di Calvello, di
-S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di Tommaso Natale, di Pantelleria
-ai Colli, e quelli innanzi ricordati[525], si rimane stupiti della
-sontuosità di essi. L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi
-capricci di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza vi
-tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle quali
-signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto la vita moderna possa
-immaginare di confortevole era apparecchiato con particolarità che
-rispondevano alle ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano
-solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero morir mai e
-mangiavano come se dovessero morire il domani!
-
-[525] Vedi cap. II: _Su e giù per Palermo_, pp. 35-36.
-
-Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le cose buone, una,
-conducente ai Colli, non mancava (1768); alla quale poteva accedersi
-anche per quella del Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta
-Maqueda dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).
-
-Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello che per l'alta
-aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi signori della Capitale
-siciliana vi aveano ville magnifiche, anche superiori ai palazzi loro in
-città. Giganteggiava su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente
-sobborgo. Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera; delirava
-sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose tutte, quelle dei
-Principi della Cattolica, di Cutò, di Rammacca, di Campofranco, del Duca
-di Villarosa, del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di altri
-signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie, verso gli
-sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente ritiravasi nel suo nuovo
-palazzo nella seconda metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti,
-Principe di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito:
-_O Corte, addio_, e dentro, i versi spagnuoli:
-
- Ya la speranza es perdida
- Y un sol bien me consuela,
- Que el tiempo, qui pasa y buela,
- Lleverà presto la my vida[526].
-
-[526] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 144.
-
-Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole Branciforti Pignatelli,
-sull'ingresso della Villa alzava «per novità di sua grandezza» un
-monastero di trappisti, nelle cui cellette, monaci in cera
-rappresentavano varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore
-raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento reciproco? Sono
-un giovane e una ragazza, i quali, ignari l'uno dell'altro, dopo una
-vita tempestosa, perdute le speranze di congiungersi, nel mondo han
-vestito il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora _Adelaide_ e
-_Comingio_, e ne raccontano le avventure secondo il commovente
-romanzetto onde tanto si deliziavano giovani e vecchi. In altra cella
-son le figure di Don Ercole e di Ferdinando III, entrambi camuffati da
-monaci che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi non
-offre nessun monumento della Sicilia. Nelle frequenti visite fattevi col
-Principe di Butera dal 1799 in poi, S. M. riconosceva siffatta
-somiglianza, e non poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in
-trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso nel parlare,
-sghignazzante nel ridere.
-
-Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera era la reggia
-tra le case principesche della verde vallata. I padroni vi tenevano
-corte bandita di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di
-servitori e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie
-stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti, un teatro
-artisticamente decorato ed orti e frutteti e boschetti e giardini
-pensili e logge e cortili e fonti e statue e quella Montagnola che è la
-più deliziosa delle colline, il più giocondo asilo della pace e della
-poesia. Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella vetta,
-l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella vista del mare turchino,
-nelle lontananze cerulee, nelle varietà di colori distribuiti su ruvidi
-macigni, e di fughe e degradazioni di luce per valloncelli e falde e
-costiere; e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra silenzio;
-un genietto ti sorride lietamente, una Diana ti invita alla caccia, una
-baccante ti danza e un Polifemo fistoleggia quasi per farti cantare
-l'arietta del Metastasio scolpita ai suoi piedi:
-
- Se scordato il primo amore....[527]
-
-[527] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, pp. 47-48.
-
-A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura il gusto dei patrizî
-spese tesori. Gli artisti più illustri vi tornarono sempre, chiamati a
-gareggiare di affreschi, di tele, di sculture, di ornati, che
-attestavano non solo il merito loro, ma anche il senso squisito dei
-signori che li chiamavano e largamente li retribuivano.
-
-«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera è la farnetica
-villa di Palagonia!» esclamava Rezzonico della Torre un giorno che
-recavasi a Bagheria insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro,
-col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca Calvello (19 agosto
-1793).
-
-La triste fama di essa gli era giunta a traverso le pagine quasi
-incredibili dei viaggiatori che l'avean preceduto. Egli conosceva
-Brydone e Riedesel, Houel, de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma
-il Cannizzaro ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito
-raccontare del gentile Vicerè Caramanico, -- che avealo tenuto a pranzo,
--- d'un valente poeta e naturalista tedesco, il quale pochi anni innanzi
-vi si era fermato pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi
-di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe, recatovisi
-nella primavera del 1787[528].
-
-[528] Le impressioni d'allora del Goethe si trovano conservate nella
- _Italienische Reise_ (lettera del 9 Aprile 1787), la quale, come è
- risaputo, non venne pubblicata prima del 1816-17.
-
-Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri della villa. Rezzonico
-trovava il viale spogliato di moltissimi gruppi e busti e vasi che
-preludevano a quelli fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne
-trovava appena metà, che riddavano all'occhio e alla fantasia di chi li
-guardasse.
-
-«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata, che di lemuri, di
-larve, di farfarelli popolando loggie e tetti ed archi e viali godesse
-atterrire, deludere, affascinare i pellegrini con istrani ludibrj
-infernali, ed apparenze grottesche di uomini, di animali e di mostri
-insieme accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate più
-teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma sestocoli, orecchie
-d'asino, di capra, di cinghiale e tempie d'uomini affisse, demoni che
-abbracciano streghe o suonano violoni, e vanno imbacuccate di larghe
-parrucche e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni e
-pagodi indiani...»[529]. E se hai forza di resistere, vedi un uomo che
-cammina su due teste e sopra un piede, con occhi sul collo; e una testa
-collocata a mezzo lo stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo
-appoggiantesi sulla coda d'un pesce[530].
-
-[529] _Rezzonico_, _op. cit._, v. I, p. 45.
-
-[530] _Palmieri de Miccichè_, _op. cit._, t. II, p. 216.
-
-Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore Gravina e del suo
-discendente Ferdinando juniore la palazzina, nella quale di sopra, di
-sotto, di fronte, ai lati, di dietro sei immensurabili specchi
-milliplicavano capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti
-indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di cento artigiani
-erano state esaurite nelle multiformi decorazioni interne arrampicantisi
-su per gli angoli delle pareti, per gli stipiti delle aperture, fino
-alle volte, tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie
-sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più piccolo spazio che
-rimanesse libero. V'eran sedie di inestimabile valore, di dorature
-eleganti e di marmi torno torno al soffice piumaccio: chi
-spensieratamente vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.
-
-Centomila scudi furon buttati in tanta follia: e quando l'opera parve
-compiuta, il Principe Ferdinando non cessava di ripetere soddisfatto «di
-avere avuto al mondo l'abilità di dar supplemento alla creazione degli
-animali lasciata imperfetta da Domeneddio»[531]; ciò che dava piena
-ragione al Meli di comporre l'arguto epigramma:
-
-[531] _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, pp. 165-66.
-
- Giovi guardau da la sua reggia immensa
- La bella villa di Palagunia,
- Unni l'arti impietrisci, eterna e addensa
- L'aborti di bizzarra fantasia.
- «Viju, dissi, la mia insufficienza;
- Mostri n'escogitai quantu putia;
- Ma duvi tirminau la mia putenza,
- Ddà stissu incuminciau Palagunia»[532].
-
-[532] Meli, _Poesie: Epigrammi_, I, p. 101.
-
-Eppure quelle statue, parto di menti inferme, chi sa non debbano, nel
-concetto creatore, raffigurare dei nobili contemporanei, tra' quali la
-misantropia o la stravaganza dei Palagonia non trovava comunione!
-
-Durante la villeggiatura, gli annoiati della vita cittadina ricevevano
-in queste loro reggie; e l'abituale splendore della città sfoggiavano
-pure nei lauti pranzi, nelle brillanti conversazioni, nei giuochi
-arrischiati, nei passatempi cavallereschi. Pei giardini, per le tenute
-pare ancor di sentire l'eco tarda ma sempre lieta del nitrir dei
-cavalli, del sonare dei corni, dell'abbaiar delle mute, del richiamo dei
-bracchieri e dei fischi e bussi delle battute di caccia, come delle
-sonagliere dei cocchi principeschi, al chiudersi del secolo, superbi
-della presenza di Re Ferdinando.
-
-
- FINE DEL VOLUME PRIMO
-
-
-
-
- Nota del Trascrittore
-
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (diari/diarî, giudizi/giudizî, seguito/seguìto e
-simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per
-comodità di lettura sono stati inseriti nelle note, dove non presenti, i
-numeri di pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella
-forma {p. nn}. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il
-testo originale):
-
- 9 -- la via Albuquerque [Alburquerque] son testimoni
- 56 -- che nessuno getti fuori di casa immondezze [immodezze]
- 112 -- giunti alle più insopportabili [isopportabili]
- prescrizioni
- 125 -- La segaligna [segalinga] statua di Carlo V
- 175 -- da piogge violente [violenti]
- 250 -- che le venivan presentati [presentanti]
- 293 -- Tra le malattie in voga predomina [perdomina]
- 300 -- nota 411 -- era il Principe di Roccaromana Capua [Capoa]
-
-
-
-
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 1 ***
-
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- Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg(tm)
-
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-Project Gutenberg(tm) is synonymous with the free distribution of
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-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
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-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain
-freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
-permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
-learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
-how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
-Foundation web page at http://www.pglaf.org .
-
-
- Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
- Foundation
-
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
-of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
-Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
-64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
-Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
-full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
-S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at 809
-North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official page
-at http://www.pglaf.org
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
- Archive Foundation
-
-
-Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations where
-we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
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-statements concerning tax treatment of donations received from outside
-the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
-including checks, online payments and credit card donations. To donate,
-please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-
- Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
- works.
-
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.
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