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diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..6833f05 --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,3 @@ +* text=auto +*.txt text +*.md text diff --git a/34641-8.txt b/34641-8.txt new file mode 100644 index 0000000..e3b79df --- /dev/null +++ b/34641-8.txt @@ -0,0 +1,4589 @@ +The Project Gutenberg EBook of Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: Gl'ingannati + Commedie del Cinquecento + +Author: Accademici Intronati di Siena + +Editor: Ireneo Sanesi + +Release Date: December 13, 2010 [EBook #34641] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK GL'INGANNATI *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + COMMEDIE + DEL CINQUECENTO + + + A CURA + DI + IRENEO SANESI + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1912 + + PROPRIETÁ LETTERARIA + + GENNAIO MCMXII--30148 + + + + +GL'INGANNATI + +DEGLI ACCADEMICI INTRONATI DI SIENA + + +RECITATORI DELLA COMEDIA + + GHERARDO vecchio + VIRGINIO vecchio + CLEMENZIA balia + LELIA fanciulla + SPELA servo di Gherardo + SCATIZZA servo di Virginio + FLAMMINIO innamorato + PASQUELLA fante di Gherardo + ISABELLA fanciulla + GIGLIO spagnuolo + CRIVELLO servo di Flamminio + Messer PIERO pedante + FABRIZIO giovinetto figliuolo di Virginio + STRAGUALCIA servo del pedante + AGIATO oste + FRULLA oste + FANCIULLINA figliola della balia. + + + + +PROLOGO + + +Io vi veggio fin di qua, nobilissime donne, meravigliare di vedermivi +cosí dinanzi in questo abito e, insieme, di questo apparecchio come se +noi avessimo a farvi qualche comedia. Comedia non vi dovete pensare: +ché, infin l'anno passato, voi poteste conoscere che l'Intronati avevano +il capo ad altro che alle comedie; e poi vedeste, l'altro giorno, qual +fusse intorno alle cose vostre l'animo loro e che non volevano piú +vostra pratica né venirvi piú dietro, come quelli che non gli piaceva +piú essere morsi, rimenati per bocca e tocchi fino al vivo da voi. E +però abbruciarono, come voi vedeste, quelle cose che gli potevano far +drizzare la fantasia e crescer l'appetito di voi e delle cose vostre. +Ora vi voglio cacciar questa meraviglia del capo. Questi Intronati, a +dirvi 'l vero (e crediatemi, ch'io gli ho sentiti), si dolgono +strettamente d'essere entrati in questo farnetico ed hanno una gran +paura che voi, come quelle che avete di che, non pigliate quella lor +facenda per la punta di modo che, per l'avvenire, voi glie ne teniate la +lingua e gli voltiate le spalle ogni volta che gli vedrete. E, per +questo, m'hanno spinto qui per imbasciadore, oratore, legato, +procuratore o poeta, pigliatel come v'entra meglio nella memoria. Io mi +truovo il mandato ampio, in buona forma. Prestatemi la fede vostra; +altrimenti gli è forza ch'io vel mostri, ché l'ho portato meco. Dico +ch'io so' qui a posta per far questa pace e rappiccarvi insieme con +loro, se ne sète contente; ché, a dirvi il vero, le lor facende, senza +voi, son fredde e presso che perdute e, se non ci si ripara, se ne vanno +in un zero. Fatelo, eh! fatelo, donne; ché ve ne metterá bene. Voi +conoscete pur la natura loro: che, se voi gli volgete una volta gli +occhi un poco pietosi, e' si lasceranno maneggiare, portar per bocca (da +voi, però, non da altri, ché non starebbon forti) e straziare, toccar +nel vivo con le parole, coi fatti, star di sopra a ogni cosa e esser +sempre le prime voi. O che volete? sète contente? faretelo o no?... Voi +non rispondete? Non lo negando, questo è buon segno. Mirate s'elli hanno +voglia di farlo, questo accordo! che, quasi in tre dí, hanno fatto una +comedia; e oggi ve la voglion far vedere e udire, se voi vorrete. Ecco +che voi sapete ora quel che vuol dire questo apparecchio, chi io sono e +quello ch'io vi faccio d'intorno. Questa comedia, per quanto io ne abbia +inteso, la chiamano _L'ingannati_: non perché fusseno mai ingannati da +voi, no, ché mai non l'ingannaste e vi conoscan pur troppo bene (ma ben +gli avete sforzati sempre né se ne son possuti guardar tanto che basti); +ma la chiamano cosí perché poche persone intervengono nella favola che, +nel compimento, non si trovino ingannate. Ma e' ci son degli inganni, +tra gli altri, d'una certa sorte che volesse Iddio, per il mal ch'io vi +voglio, che voi fusse ingannate spesso cosí, voi, ed io fussi +l'ingannatore! ché io non mi curarei di rimaner sotto all'ingannato. La +favola è nuova e non altronde cavata che della loro industriosa zucca +onde si cavorno anco, la notte di beffana, le sorti vostre; per le quali +vi parve che l'Intronati vi mordesser tanto in su quel fatto del +dichiarare e diceste che gli avevan cosí mala lingua. Ma e' si par ben +che voi non l'avete assaggiate; ché forse non direste cosí, ma gli +difendereste e terreste la parte loro da buone compagne in tutti quei +luochi che bisognasse. So ben che non ci mancherá chi dica che questa è +una insalata di mescolanza. A questi tali io non voglio, io, rispondere, +perché, come ella si sia, gli basta ch'ella piaccia a voi sole: alle +quali essi, con ogni loro studio, si sono ingegnati sempre di piacere +principalmente; e questo pensano che gli verrá fatto di leggero e +maggiormente se ce n'è tra voi delle pregne a cui soglion spesso +piacere, non pur di questi cotali spettacoli, ma i carboni pesti, la +cocitura dell'accia, la polver dei mattoni, i calcinacci e cosí fatte +cose. Agli uomini non importa ch'ella piaccia o no, perché l'Intronati +hanno ordinato un modo che nissun di loro la potrá né vedere né udire, +se giá non son ciechi. E però, se qualche sacciuto maligno, tirato dal +desiderio che gli ha d'apontarci, avesse una gran voglia di vederla o +udirla, cavisi gli occhi perché altrimenti non la corrá. Io so che vi +parrá strano che i ciechi la vegghino. E pur sarà vero; e intendarete +come, se voi arete tanta pazienzia ch'io vel mostri. + +Quanto ha di bello il mondo, senza dubbio, è oggi in Siena; e quanto ha +di bel Siena si truova al presente in questa sala. Questo non si può +negare; perché quelle che non ci sono non poss'io credere che sieno né +belle né appresso, poi ch'elle fuggono il parragon di voi altre. Come +volete voi, adunque, che costoro stieno a mirar scene o comedie o +sentino o vegghino cosa che noi faciamo o diciamo, essendoli voi +dinanzi? Che piú bel giuoco, che piú bello spettaculo, che cosa piú +piacevole o piú vaga si può veder di voi? Certo, nissuna. Ora eccovi +mostro come gli uomini non vedranno né udiranno questa comedia, se non +son ciechi; che giá vi pareva ch'io avesse detta cosí gran pappolata. Ma +voi, donne, la vedrete e odirete benissimo perché, in vero, non vi +conosciamo tanto cortesi che vi siate per perdere o uscir di voi stesse +nel mirarci. Né si pensin questi che fanno tanto il bello, questi +acconci, questi spelatelli che, per aver una bella barba, per calzar +bene uno stivale o per fare una riverenzia di beretta accompagnata con +un sospiro che si senta fin da Fonte Becci, voi abbiate a lasciar questa +cosa per attendere a loro: ché ne restarebbeno ingannati e cosí +torrebbeno il nome alla nostra comedia. E' potrebbe bene essere che uno +spagnuolo, che voi vedrete venire, vi rompesse un poco la fantasia e che +non pigliasse cosí bene la nostra materia. Ma io v'insegnarò un bel +colpo. Non vi curate di lui, ché, non avendo voi la lingua sua, non vi +potete intendere insieme; e attendete a questi, che son tutti taliani: +e, prestandoli voi la vostra attenzione, non perderete cosa che ci si +dica e sará bello e fatto. Ma, poi ch'io veggio questi uomini cosí +intenti a mirarvi che non sentan ciò ch'io mi dica, mi giova di ragionar +con voi un poco in sul sodo e domesticamente. È possibil però, ingrate +che voi sète, che questi Intronati s'abbin sempre a lamentar di voi e +che, sempre, in ogni luoco, vi s'abbi a ritoccare il medesimo e che le +tante fatiche che duran per voi e 'l tanto studio che vi mettano intorno +per lodarvi non vi possa piegare a fargli, un tratto, un piacere? Oh! +Ponetevi una volta giú, col nome di Dio; e chiamateli tutti ad uno ad +uno; e vogliate intendere quel che dicono e quel che cercano da voi: ché +so certo che quel che vogliono è una frascaria e voi ne sète tanto +copiose e ricche che, senza perdern'oncia, ne potreste dare, non solo a +loro, ma a tutta questa cittá. Ditemi, per vostra fé: che credete però +che voglino? E' non cercano altro da voi che la grazia vostra; e che +vogliate conoscere gli ingegni loro, chi l'ha grosso e chi l'ha sottile; +e diciate:--Questo mi piace--e--Questo non mi piace,--acciò che quelli +che non v'aggradaranno possin volgere il pensiero altrove e attender +dietro ad altro studio. Ma gli è una gran cosa che voi gli vogliate +tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a +questo benedetto «sí»! Sapete quel ch'io vi vo' dire? Guardatevi di non +li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie +parole, ch'io so quel ch'io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a +fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a +porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete piú a tempo. E tenete +questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh! +Or ch'io mi ricordo: non v'aspettate altro argomento perché quello che +ve lo aveva a fare non è in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi +sapere solamente che questa cittá è Modana, per questo anno, e le +persone che intervengono nella favola sono, i piú, modanesi. Però, se +facessino qualche errore nel muover della lingua, non sará gran fatto +perché non l'hanno ancora cosí ben presa. L'altre cose, io penso che voi +siate cosí capaci che la materia v'entrará per se stessa senza troppa +fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso +e la buona fortuna nelle cose d'amore; e quanto, in quelle, vaglia una +longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle, +con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi +giovará, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno +piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, ché, per +quattr'ore al manco, gli daremo commoditá di poter contemplare le vostre +divine bellezze. Ma, perch'io veggo duo vecchi ch'escon fuore, mi +partirò, benché mal volentieri, da mirar sí belle cose; ancor ch'io +penso che vi tornarò a vedere. Addio tutti. + + + + +ATTO I + + +SCENA I + +GHERARDO e VIRGINIO vecchi. + + +GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi +piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino +queste benedette nozze; e cavami una volta di cosí intrigato laberinto +nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa +ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ché ben so che 'l +tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o +per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo +senza rispetto: ché a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che +questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un +dieci scudi piú, ché, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu +che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma sí ben di maggio e +forse... E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar, +Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che, +perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della +notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e +sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la +prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che +con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che giá sono +agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto +provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto, +di fastidio, ché ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri. + +VIRGINIO. Né questo né altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in +arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo +facesse; e, avenga che quasi ogni mia facultá perdesse nel sacco (ed +insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi è +rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le +nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. Né pensar +ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla +se ne contenti; ché ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di +quello ch'una volta promettono. + +GHERARDO. Cotesta è una cosa, Virginio, che piú si sente in parole che +non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che +non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di +domane nell'altro mi fa sospettar non so che; né ti cognosco io per cosí +da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo. + +VIRGINIO. Ti dirò. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la +ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri, +il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in +villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai +nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove è ancora, +ché sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che +la torni. + +GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia +altrove? + +VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda è +questa? + +GHERARDO. Dirotti. Son stato certe volte lá per mie facende ed honne +domandato; e mai non l'ho potuta vedere; e alcune mi hanno detto ch'ella +non v'è. + +VIRGINIO. Gli è perché quelle buone madri la vorrebon far monaca per +redare, dopo la morte mia, questo poco di resto. Ma non per questo gli +riuscirebbe il pensiero, ch'io non son però sí vecchio ch'io non sia +atto ad avere un par di figliuoli, quando io tolga moglie. + +GHERARDO. Vecchio? Oh! Ti prometto ch'io mi sento cosí bene in gambe ora +come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima +ch'io pisci. E, s'io ho questa barba bianca, nella coda son cosí verde +come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che +van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la +spada alla coscia, col pugnal di dietro, con la nappa di seta, mi +vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre. + +VIRGINIO. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno. + +GHERARDO. Vorrò che tu ne domandi Lelia, come sará, la prima notte, +dormita con me. + +VIRGINIO. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perché +l'è pure ancor fanciulla e non è buono, in principio, d'esser cosí +furioso. + +GHERARDO. Che tempo ha? + +VIRGINIO. Quando fu il sacco di Roma, ch'ella ed io fumo prigioni di +que' cani, finiva tredici anni. + +GHERARDO. Gli è appunto il mio bisogno. Io non la vorrei né piú giovane +né piú vecchia. Io ho le piú belle veste e' piú bei vezzi e le piú belle +collane e' piú bei finimenti da donne che uom di Modena. + +VIRGINIO. Sia con Dio. Son contento d'ogni suo bene e tuo. + +GHERARDO. Sollecita. + +VIRGINIO. Della dote, quel ch'è detto è detto. + +GHERARDO. Credi ch'io mi mutassi? Addio. + +VIRGINIO. Va' in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torrá +fatica di mandarla a chiamare perché accompagni in qua Lelia. + + +SCENA II + +CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio. + + +CLEMENZIA. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie +galline hanno fatto, questa mattina, sí fatto il cicalare che pareva che +mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova +cosa m'interverrá oggi; ché non mi fanno mai questa cantèppola che, quel +dí, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata. + +VIRGINIO. Costei debbe testé parlar con gli angeli o col beato padre +guardiano di Santo Francesco. + +CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m'è avvenuta, che anco di questo non so che +me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por +mente a queste cose e dar fede alli augúri. + +VIRGINIO. Che fai, che tu parli cosí drento a te? Egli ha pur passata la +befania. + +CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a +stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate +il ben venuto. + +VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano +qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di +lardo, come è tua usanza? + +CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse +che fa massarizia pei suoi figliuoli? + +VIRGINIO. Che dicevi adunque? + +CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che +una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa +mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin +buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo +aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate. + +VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un +altro, è vero? + +CLEMENZIA. Cotesto è vero. + +VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva? + +CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai +nata! + +VIRGINIO. Perché? + +CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto +che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa? + +VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene +allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i +beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con +suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e +gatte? E trattaralla da figliuola. + +CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da +mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi +l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da +figliuole. + +VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci +conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di +trattarla da moglie. + +CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta? + +VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur +s'io son buon giostrante o no. + +CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che +voi glie la desse, prima l'affogarei. + +VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ciò ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il +meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un dí, si trovasse ed io avesse dato +ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la +marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra +quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver +solamente dugento; e, del resto, la dota egli. + +CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la fará a mio modo... + +VIRGINIO. Che n'è? Quant'ha che tu non l'hai veduta? + +CLEMENZIA. Son piú di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere. + +VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che +non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come è lor costume. Va' fin +lá, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa. + +CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una +soma di legna, ché non n'ho stecco. + +VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Orsú! Va', ché te le comprarò io. + +CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa. + + +SCENA III + +LELIA da ragazzo chiamata per finto nome FABIO e CLEMENZIA balia. + + +LELIA. Gli è pure un grande ardire il mio, quando io 'l considero, che, +conoscendo i disonesti costumi di questa scorretta gioventú modanese, mi +metta sola in questa ora a uscir di casa! Oh come mi starebbe bene che +qualcun di questi gioveni scapestrati mi pigliasse per forza e, +tirandomi in qualche casa, volesse chiarirsi s'io son maschio o femina! +E cosí m'insegnasseno a uscir di casa, cosí di buona ora. Ma di tutto +questo è cagione l'amore ch'io porto a questo ingrato e a questo crudel +di Flamminio. Oh che sorte è la mia! Amo chi m'ha in odio, chi sempre mi +biasma; servo chi non mi conosce; ed aiutolo, per piú dispetto, ad amare +un'altra (che, quando si dirá, nissun sará che lo creda) senza altra +speranza che di poter saziare questi occhi di vederlo, un dí, a mio +modo. Ed infino a qui mi è andato assai ben fatto ogni cosa. Ma, da ora +innanzi, come farò? che partito ha da essere il mio? Mio padre è +tornato. Flamminio è venuto ad abitar nella cittá. E qui non poss'io +stare senza esser conosciuta: il che se avviene, io resto vituperata per +sempre e divento una favola di tutta questa cittá. E, per questo, sono +uscita fuora a questa ora; per consigliarmi con la mia balia, che da la +finestra ho veduta venire in qua, ed insieme con lei pigliarci quel +partito che giudicaremo il migliore. Ma prima vo' vedere s'ella in +questo abito mi conosce. + +CLEMENZIA. In buona fé, che Flamminio debbe essere tornato a stare in +Modena, ch'io veggio l'uscio suo aperto. Oh! Se Lelia lo sapesse, gli +parrebbe mill'anni di tornare a casa di suo padre. Ma chi è questo +fraschetta che tante volte m'attraversa la strada, questa mattina? Ché +pur mi ti metti fra' piei? ché non mi ti levi dinanzi? ché pur ti vai +attorniando? che vuoi da me? Se tu sapesse come i tuoi pari mi +piacciono... + +LELIA. Dio vi dia il buon dí, mona Scrocca-il-fuso. + +CLEMENZIA. Va'. Dállo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte. + +LELIA. Se ad altri ho data la buona notte, a voi darò il buon dí, se lo +vorrete. + +CLEMENZIA. Non mi rompare il capo, ché tu mi faresti, questa mattina... +ti so dir io. + +LELIA. Sète forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate +a trovar fra Cipollone? + +CLEMENZIA. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i +fatti miei né dov'io vo né dov'io stia? che guardiano? che fra +Cipollone? + +LELIA. Oh! Non v'adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila. + +CLEMENZIA. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo +veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper +tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto. + +LELIA. Orsú! Fai vista di non mi conoscere, eh? + +CLEMENZIA. Se stai nascosto, né io né altri ti conoscerá. + +LELIA. Tirati un poco piú in qua. + +CLEMENZIA. Ove? + +LELIA. Piú in qua. Ora cognoscimi? + +CLEMENZIA. Se' tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me! +Sí, che gli è essa. Oimè! Che vuol dir questo, figliuola mia? + +LELIA. Di' piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m'andarò con Dio, se tu +gridi. + +CLEMENZIA. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del +mondo? + +LELIA. Sí, che io son del mondo. Quante femine hai tu vedute fuor del +mondo? Io, per me, non ci fu' mai, ch'io mi ricordi. + +CLEMENZIA. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine? + +LELIA. Il nome no, ch'io sappi, e massimamente in questa terra. Del +resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi tenner prigiona a Roma. + +CLEMENZIA. Questo è l'onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te +stessa ed a me che t'ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie +mani. Entrami innanzi, veh! ch'io non voglio che tu sia piú veduta in +questo abito. + +LELIA. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi. + +CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cosí? + +LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in +questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito +ai fatti loro! + +CLEMENZIA. Coteste son ribalde. + +LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona? + +CLEMENZIA. Io vo' saper perché tu vi vai e perché sei uscita del +monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te? + +LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un +gran che? + +CLEMENZIA. Perché vai cosí? Dimmelo. + +LELIA. Se m'ascolti, io tel dirò; e, a questo modo, intenderai quanta +sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del +monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati +piú in qua: ché, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi +ragionar con teco. + +CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morrò disperata. Oimè! + +LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni +cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo +in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale +prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a +Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco +che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido +Rangone, non era molto ben veduto da alcuni. + +CLEMENZIA. Perché mi dici tu quel ch'io so meglio di te? E so che, per +questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile; +ed io ti feci compagnia. + +LELIA. Ben dici. Sai anco quanto, in que' tempi, fu aspra e dura la mia +vita e, non pur lontana dai pensieri amorosi, ma quasi da ogni pensiero +umano: pensando che, per essere io stata in mano di soldati, che ognuno +m'aditasse; né credevo poter vivere sí onestamente che bastasse a far +che la gente non avesse che dire. E tu 'l sai, ché tante volte me ne +gridasti e mi confortasti a tener vita piú allegra. + +CLEMENZIA. Se io lo so, perché mel dici? Segui. + +LELIA. Perché, se questo non t'avesse ridetto, non potresti saper quel +che segue. Avvenne che, in que' tempi, Flamminio Carandini, per esser de +la parte che noi, prese stretta amicizia con mio padre; e, ogni giorno, +ogni giorno, veniva in casa; e, alcuna volta, molto segretamente mi +mirava, poi, sospirando, ancora abbassava gli occhi. E fusti cagion tu +di farmene accorgere. A me cominciorono a piacere i suoi costumi, i suoi +ragionamenti e i suoi modi molto piú che da principio non facevano; ma +non però pensavo ad amore. Ma, durando la pratica del suo venire in +casa, ed ora uno atto ed ora un segno amoroso facendomi, sospirando, +sollecitando, mirandomi, m'accorsi che costui era preso di me non poco: +tal che io, che non avevo mai piú provato amore, parendomi egli degno +dov'io potesse porre i mie' pensieri, m'invaghii sí fieramente che altro +ben non aveva che di vederlo. + +CLEMENZIA. Tutto questo ancor sapevo. + +LELIA. Sai ancor che, essendo partiti li soldati di Roma, volse mio +padre tornar lá per veder se niente del nostro fusse salvato ma, molto +piú, per veder se nuova alcuna sentiva del mio fratello; e, per non +lassarmi sola, mi mandò a stare alla Mirandola, fin che tornava, con la +zia Giovanna. Quanto mal volentieri mi separasse dal mio Flamminio tu lo +puoi dire, che tante volte me ne asciugasti le lagrime! Alla Mirandola +stei uno anno. Poi, essendo tornato mio padre, sai ch'io tornai a Modena +e piú che prima innamorata di colui che, essendo il mio primo amore, +tanto mi era piaciuto, pensandomi che ancor egli m'amasse come prima +aveva mostrato. + +CLEMENZIA. Pazzarella! E quanti modanesi hai tu trovati che durin +d'amare una donna sola un anno e che un mese non dien la berta a questa +e un mese a quell'altra? + +LELIA. Trovailo che tanto apponto si ricordava di me quanto se mai +veduta non m'avesse; e, ch'è peggio, ch'ogni suo animo, ogni sua cura ha +posta in acquistar l'amor d'Isabella di Gherardo Foiani come quella che, +oltre ch'è assai bella, è unica a suo padre, se quel vecchio pazzo non +piglia moglie e faccia altri figliuoli. + +CLEMENZIA. Egli si crede certo d'aver te; e dice che tuo padre te gli ha +promesso. Ma questo che tu m'hai detto non fa a proposito del tuo andar +vestita da maschio e del tuo essere uscita del monistero. + +LELIA. Se mi lassi dire, vedrai che gli è a proposito. Ma, rispondendo a +quel di prima, dico che me non averá egli. Tornato che fu mio padre da +Roma, gli accadde il cavalcare a Bologna per certi intrighi di conti; e, +non volendo io piú tornare alla Mirandola, mi messe nel monistero di San +Crescenzio in compagnia di suor Amabile, nostra parente, fin che +tornasse, che si pensò di tornar presto. + +CLEMENZIA. Tutto questo sapevo. + +LELIA. Ivi stando, né d'altro che d'amor ragionare sentendo a quelle +reverende madri del monistero, m'assicurai ancor io di scoprire il mio +amore a suor Amabile de' Cortesi. Ella, che ebbe pietá di me, non finò +mai ch'ella fece venire piú volte Flamminio a parlar seco e con altre +acciò che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende mi stava, +pascesse gli occhi di vederlo e l'orecchie d'udirlo; che era il maggior +desiderio ch'io avesse. Venendovi un dí, fra gli altri, sentii che molto +si rammaricò d'un suo allievo che morto gli era e molto diceva delle +lode e ben servire suo; soggiungendo che, se un simile ne trovasse, si +terrebbe piú contento del mondo e che gli porrebbe in mano quanto +teneva. + +CLEMENZIA. Meschina a me! Io dubito che questo ragazzo non mi facci +vivere scontenta. + +LELIA. Subbito mi corse nell'animo di voler provare se a me potesse +venir fatto d'esser questo aventuroso ragazzo (e, partito ch'ei si fu, +conferii questo pensiero con suor Amabile) e, poi che Flamminio non +stava per stanza a Modena, veder se seco per servidore acconciar mi +potesse. + +CLEMENZIA. Nol diss'io che questo ragazzo... Disfatta a me! + +LELIA. Ella me ne confortò; e amaestrommi del modo ch'io avevo a tenere; +e accommodommi di certi panni che nuovamente s'aveva fatti per potere +ella ancora, alcuna volta, come l'altre fanno, uscir fuor di casa +travestita a fare i fatti suoi. E cosí, una mattina per tempo, me ne +uscii in questo abito fuor del monistero che, per esser fuor della terra +come gli è, mi die' molto animo e fu molto a proposito. E anda'mene al +palazzo ove Flamminio abitava, che sai che non è molto discosto dal +monistero; ed ivi mi fermai tanto che gli uscí fuora. E, in questo, non +posso se non lodarmi della fortuna perché subito Flamminio mi voltò gli +occhi adosso e molto cortesemente mi domandò se alcuna cosa domandavo e +d'onde io era. + +CLEMENZIA. È possibil che tu non cadesse morta della vergogna? + +LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano +che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi piú +volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse; +poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe +volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi +un poco, gli risposi di sí. + +CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti, +per te, di far questa pazzia? + +LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder +di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi +segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura, +almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode? + +CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner +legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante. +E di che 'l servi tu? + +LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi +quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli +fusse nel mio vero abito, beata a me! + +CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu? + +LELIA. In una sua anticamara, sola. + +CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti +chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe? + +LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto +fusse, ci pensarei e risolvereimi. + +CLEMENZIA. Che dirá la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella +che tu sei? + +LELIA. Chi lo dirá, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu +facesse è questo (perch'io ho veduto che mio padre tornò iersera e +dubito che non mandi per me): che tu facesse sí che, fra quattro o +cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono +andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornarò. + +CLEMENZIA. E questo perché? + +LELIA. Ti dirò. Flamminio, com'io ti dissi poco fa, è innamorato +d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con +imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si è sí pazzamente +innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di +non volerla amare, se non fa sí che Flamminio si levi dal suo amore; e +ho giá condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che +sará fatto e che egli la lasciará. + +CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io +voglio che tu te ne venga a casa mia, ché mandarò pe' tuo' panni; e non +voglio che sia veduta cosí, se non che dirò ogni cosa a tuo padre. + +LELIA. Tu farai ch'io andarò in luogo che mai piú mi vedrete né tu né +egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni +cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in +casa, ché ti verrò a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi, +mi chiami Fabio degli Alberini, ché cosí mi fo chiamare; sí che non +errare. Vengo, signore! Addio. + +CLEMENZIA. In buona fé, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua; +e però s'è fuggita. Or che farò io? Di costei non è cosa da dire al +padre e non è da lasciarla star qui. Tacerò fin che di nuovo gli parli. + + +SCENA IV + +GHERARDO vecchio, SPELA suo servo e CLEMENZIA balia. + + +GHERARDO. Se Virginio fa quanto m'ha promesso, io mi vo' dare il piú bel +tempo ch'uom di Modena. Che ne dici, Spela? Non farò bene? + +SPELA. Credo che molto meglio fareste a far qualche bene ai vostri +nepoti, che stentano, e a me, che v'ho servito tanto tempo e non mi so' +pure avanzato un par di scarpe; ch'io ho paura che questa moglie non vi +mandi qui o che la vi faccia... So ben io. + +GHERARDO. Vorrò che tu vegga s'ella si terrá ben pagata da me. + +SPELA. Credolo: ché, dove un altro la pagarebbe di grossi e di cinquine, +e voi la pagarete di doppioni e di piccioli. + +GHERARDO. Ecco la sua balia. Taci, ch'io voglio astutamente domandare +che è di Lelia. + +CLEMENZIA. Oh che bel giglio d'orto da voler moglie sí tenera! Credi che +fusse ben condotta, quella povera figliuola, nelle man di questo vecchio +rantacoso? Alla croce di Dio, che io la strozzerei prima che voler +ch'ella fusse data a questo vieto, muffato, baboso, rancido, moccioso. +Io ne voglio un poco di pastura. Lassamigli accostare. Dio vi dia il +buon dí e la buona mattina, Gherardo. Voi mi parete, questa mattina, un +cherubino. + +GHERARDO. E a te ne dia centomila e altri tanti ducati. + +SPELA. Cotesti starebbon meglio a me. + +GHERARDO. O Spela, quanto sarei stato contento s'io fusse costei! + +SPELA. Perché avreste, forse, provati molti mariti, ove non avete +provato se non una moglie? O pur il dite per altro? + +CLEMENZIA. E quanti mariti ho io provati, Spela? che Dio te faci spelar +da le mosche! Hai tu forse invidia di non esser stato un di quelli? + +SPELA. Sí, per Dio! ché la gioia è bella, almanco. + +GHERARDO. Tace, bestia, ché non lo dico per cotesto, io, no. + +SPELA. Perché lo diceste adunque? + +GHERARDO. Perché arei tante volte abbraciata, baciata e tenuta in collo +la mia Lelia dolce, di zuccaro, d'oro, di latte, di rose, di non so che +mi dire. + +SPELA. Oh! ohu! Padrone, andiamo a casa. Sú! presto! + +GHERARDO. Perché? + +SPELA. Voi avete la febbre e vi farebbe male lo star qui a questa aria. + +GHERARDO. Io ho il malan che Dio ti dia. Che febbre! Io mi sento pur +bene. + +SPELA. Dico che voi avete la febbre: lo conosco ben io, certo; e grande. + +GHERARDO. So ch'io mi sento bene. + +SPELA. Duolvi il capo? + +GHERARDO. No. + +SPELA. Lasciatemivi toccare un poco il polso. Duolvi lo stomaco o pur +sentite qualche fumo andare al cervello? + +GHERARDO. Tu mi pari una bestia. Vuo' mi far Calandrino, forse? Io dico +ch'io non ho altro male che di Lelia mia, delicata, inzuccarata. + +SPELA. Io so che voi avete la febbre e state molto male. + +GHERARDO. A che te ne accorgi tu? + +SPELA. A che? Non vi accorgete che voi sète fuor di gangari, +farneticate, affannate e non sapete che vi dire? + +GHERARDO. Gli è Amor che vuol cosí, non è vero, Clemenzia? _Omnia vincit +Amor_. + +SPELA. Ohu! Che bel detto da napoletani! _Facetis manum_, brigata. Mai +piú fu detto. + +GHERARDO. Quella crudelina, traditorina di tua figliana... + +SPELA. Questa non sará febbre, ma scemamento di cervello. Ohu! Povero a +me! come farò? + +GHERARDO. O Clemenzia, mi vien voglia d'abracciarti e di baciarti mille +volte. + +SPELA. Qui bisognaranno le funi, dissi ben io. + +CLEMENZIA. Di cotesto guardatevi molto bene, ch'io non voglio esser +baciata da vecchi. + +GHERARDO. Paioti cosí vecchio? + +SPELA. Che credi? Al mio padrone non sono ancor caduti gli occhi fuor di +bocca; volsi dire, i denti. + +CLEMENZIA. In ogni modo, non avete il tempo che si crede, veggo ben io. + +GHERARDO. Dillo a Lelia. E sai? Se mi metti in sua grazia, ti vo' donare +un mongile. + +SPELA. Ehi, liberalaccio! E a me che darete? + +CLEMENZIA. Tanto fusse voi in grazia del duca di Ferrara quanto voi sète +in grazia di Lelia, che buon per voi! Ma sí! Voi la dileggiate: ché, se +voi gli volesse bene, non la terreste in queste trame né cercaresti di +tuorgli la sua ventura. + +GHERARDO. Come torgli la sua ventura? Io cerco di darglila, non di +torgliela. + +CLEMENZIA. Perché la tenete, tutto questo anno, in su le pratiche di +volerla o di non volerla? + +GHERARDO. Che! Pensasi Lelia che rimanga da me, adunque? S'io non +sollecito ogni dí suo padre, se non è la maggior voglia ch'io abbi al +mondo, s'io non volesse che si facesse piú presto oggi che domane, che +tu mi vegga, fra pochi dí, sovr'una bara. + +CLEMENZIA. E questo non mancará, se a Dio piace. Io gli dirò ogni cosa. +Ma sapete? La vi vorrebbe vedere andare altramenti; ché cosí gli parete +un pecorone. + +GHERARDO. Come «un pecorone»? che gli ho io fatto? + +CLEMENZIA. No. Ma perché voi andate sempre avviluppato ne le pelli. + +SPELA. Sará buon, dunque, che per amor suo si faccia scorticare o che, +almanco, corra ignudo per questa terra. Ha' veduto? + +GHERARDO. Io ho piú be' panni ch'uom di Modena. Ho caro che me l'abbi +detto. Vorrò che, di qua a un poco, mi vegga altrimenti. Ma dove la +potrei vedere? quando tornerá dal monistero? + +CLEMENZIA. Alla porta Bazzovara. Or ora voglio andare a trovarla. + +GHERARDO. Ché non mi lassi venir con te, che andarem ragionando? + +CLEMENZIA. No, no. Che direbben le genti? + +GHERARDO. Io muoio. Oh amore! + +SPELA. Io scoppio. Oh bastone! + +GHERARDO. Oh beata a te! + +SPELA. Oh pazzo che tu se'! + +GHERARDO. Oh Clemenzia avventurata! + +SPELA. Oh bestia mal cignata! + +GHERARDO. Oh latte ben contento! + +SPELA. Oh capo pien di vento! + +GHERARDO. Oh Clemenzia felice! + +SPELA. Oh! in culo avestú una radice! + +GHERARDO. Orsú, Clemenzia! Addio. Viene, Spela, ch'io mi voglio ire a +raffazzonare. Ho deliberato di vestirmi altrimenti per piacere alla mia +moglie. + +SPELA. L'andará male. + +GHERARDO. Perché? + +SPELA. Perché giá cominciate a fare a suo modo. Le brache saran pur le +sue. + +GHERARDO. Vanne alla buttiga di Marco profumiere e comprami un bossol di +zibetto, ch'io voglio andare in su l'amorosa vita. + +SPELA. I denari ove sono? + +GHERARDO. Eccoti un bolognino. Va' presto. Io m'avvio a casa. + + +SCENA V + +SPELA servo e SCATIZZA servo di Virginio. + + +SPELA. Se ad alcuno venisse voglia di racchiuder tutte le sciocchezze in +un sacco, mettivi il mio padrone, ché sará fatto a punto quanto e' +vuole. E magiormente, or che gli è entrato in questa frenesia d'amore, +egli si spela, si pettina, passeggia intorno alla dama, va fuor la notte +a' veglini con la squarcina, canticchia tutto 'l dí con una voce +rantacosa, ribalda e con un leutaccio piú scordato di lui. E èssi dato +infino a far le fistole (che gli venghino!) e i sognetti e i capogirli, +gli strenfiotti, i materiali e mill'altre comedie: cosa da far creppar +di ridere gli asini, non che i cani. Or vuol portare il zibetto. Al +corpo di Dio, che c'impazzerebben le palle. Ma ecco Scatizza che debbe +tornar da le monache. + +SCATIZZA. Ti so dir che questi padri che fan le lor figliuole monache +debbono esser di que' buoni uomini del tempo antico di Bartolommeo +Coglioni. E forse che non si credono ch'elle stien sempre dinanzi al +Crocefisso a pregare Iddio che facci del bene a chi ve l'ha messe? È ben +vero che pregano Dio e 'l diavolo; ma che gli faccia rompare il collo a +chi è cagion ch'elle ci sieno. + +SPELA. Voglio intender questa novella. + +SCATIZZA. Com'io bussai alla ruota, subito tutta la stanza s'empí di +suore; e tutte giovane e tutte belle come angeli. Comincio a domandar di +Lelia. Chi ride di qua, chi sghignazza di lá; tutte si facevan beffe del +fatto mio, come se io fusse stato un zugo melato. + +SPELA. Addio, Scatizza. E donde si viene? Oh! Tu hai delli zuccarini. +Dammene. + +SCATIZZA. Il cancar che ti venga, a te e quel pazzo di tuo padrone! + +SPELA. Lasciame andare e tira a te. Donde vieni? + +SCATIZZA. Dalle monache di Santo Crescenzio. + +SPELA. Or be', che è di Lelia? È tornata a casa? + +SCATIZZA. La forca tornará per te! Pò fare Iddio che quel mentecatto di +tuo padrone se la crede avere? + +SPELA. Perché? Non lo vuole? + +SCATIZZA. Credo di no, io. Parti ch'ella sia carne da' suo' denti? + +SPELA. Ella ha ragione, in fine; ma che dice? + +SCATIZZA. Niente non dice. Che vuoi ch'ella dica, quando io non l'ho +potuta vedere? ché, come io gionsi lá, e domanda' la, quelle sgherracce +di quelle monache volevan la pastura di me. + +SPELA. Altro volevan che la pastura! Piú presto il pastorale. Tu non le +conosci bene. + +SCATIZZA. Le conosco meglio di te, cosí gli venisse il cancaro! Vo' che +tu vegga. Chi mi domandava s'io ne sto male; chi s'i' la torrei per +moglie; chi diceva ch'ell'era in molle in dormentorio, che s'asciugava; +chi ch'ell'era in soppresso nel chiostro. Un'altra mi disse:--Tuo +padre ebbe figliuoli maschi?--Oh! Io fui per dire:--Ebbe un +ca...cameto.--Tanto che pur m'accorsi che m'uccellavano, ché non +volevano ch'io le parlasse. + +SPELA. Tu fosti un da poco. Dovevi entrar dentro e dir che la volevi +cercar tu. + +SCATIZZA. Cancaro! Entra dentro solo! Va' lá, va' lá: tu mi conciaresti! +Oh! Non c'è stallone in Maremma che ci regesse col fatto loro, solo. +Monache? Cancaro! Ma io non posso star piú con te; ché ho da rispondere +al mio padrone. + +SPELA. Ed io ho a comprare il zibetto a quel pazzo del mio. + + + + +ATTO II + + +SCENA I + +LELIA da ragazzo sotto nome di FABIO e FLAMMINIO giovene innamorato. + + +FLAMMINIO. Gli è pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi +potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata +d'Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e +l'accoglierti sí volentieri ch'ella non m'abbi in odio; però ch'io non +gli feci mai cosa, ch'io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti +accorgere, ne' suoi ragionamenti, di ch'ella si dolga di me? Ridimmi, di +grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v'andasti con quella +lettera? + +LELIA. Io ve l'ho giá replicato vinti volte. + +FLAMMINIO. Oh! Ridimelo un'altra volta. Questo che importa a te? + +LELIA. Oh! Che m'importa? Importami: ch'io veggo che voi ne pigliate +dispiacere; il che cosí duole a me come a voi. Essendovi, com'io vi +sono, servidore, non doverei cercare altro che di piacervi; ché, forse, +di queste risposte ne volete poi male a me. + +FLAMMINIO. Non dubitar di questo, il mio Fabio, ch'io t'amo come +fratello. Conosco che tu mi vuoi bene e però sia certo ch'io non so' per +mancarti mai; e vedra' lo col tempo. Prega Iddio e basti. Ma che +diss'ella? + +LELIA. Non ve l'ho detto? che il maggior piacere che voi le possiate +fare al mondo è di lasciarla stare e non pensar piú a lei, perché l'ha +vòlto l'animo altrui; e che, insomma, la non ha occhi con che la vi +possi pur guardare; e che voi perdete il tempo e quanto fate in +seguirla, perché, alla fine, vi trovarete con le mani piene di vento. + +FLAMMINIO. E pare a te, Fabio, che queste cose le dica di cuore o pur +ch'ella abbia qualche sdegno con esso me? Ché pur soleva, qualche volta, +farmi favore, da un tempo in lá; né posso creder ch'ella mi voglia male, +accettando le mie lettere e le mie imbasciate. Io so' disposto di +seguirla fino alla morte. Ben vo' vedere quel che n'ha da essere. Che ne +dici, Fabio? non ti pare? + +LELIA. A me no, signore. + +FLAMMINIO. Perché? + +LELIA. Perché, s'io fusse in voi, vorrei ch'ella l'avesse di grazia +ch'io la mirasse. Forse ch'a un par vostro, nobile, virtuoso, gentile, +delle bellezze che sète, mancaranno dame? Fate a mio modo, padrone. +Lasciatela e attacatevi a qualcun'altra che v'ami; ché ben ne trovarete, +sí, e forse di cosí belle come ella. Ditemi: non avete voi nissuna che +avesse caro che voi l'amasse, in questa terra? + +FLAMMINIO. Come s'io n'ho? Ve n'è una, fra l'altre, chiamata Lelia, che +mille volte ho voluto dire che ha tutta l'effigie tua, tenuta la piú +bella, la piú accorta e la piú cortese giovane di questa terra (che te +la voglio, un dí, mostrare), che si terrebbe per beata pur ch'io le +facesse una volta un poco di favore; ricca e stata in corte; ed è stata +mia innamorata presso a uno anno, che mi fece mille favori, di poi +s'andò con Dio alla Mirandola. E la mia sorte mi fece innamorar di +costei: che tanto m'è stata cruda quanto quella mi fu cortese. + +LELIA. Padrone, e' vi sta bene ogni male perché, se avete chi v'ama e +non l'apprezzate, è ragionevol cosa che altri non apprezzi voi. + +FLAMMINIO. Che vuo' tu dire? + +LELIA. Se quella povera giovane fu prima vostra innamorata, e anco piú +che mai v'ama, perché l'avete abbandonata per seguire altri? Il qual +peccato non so se Iddio ve lo possa mai perdonare. Ahi, signor +Flamminio! Voi fate, per certo, un gran male. + +FLAMMINIO. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza +d'amore. Dico ch'io son forzato ad amar quest'altra ed adorarla; e non +posso né so né voglio pensare ad altri che a lei. E però tornagli a +parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch'ella ha +con me, ch'ella non mi vòl vedere. + +LELIA. Voi perdete il tempo. + +FLAMMINIO. E perder questo tempo mi piace. + +LELIA. Voi non farete nulla. + +FLAMMINIO. Pazienzia! + +LELIA. Lasciatela andar, vi dico. + +FLAMMINIO. Io non posso. Va' lá, ch'io te ne prego. + +LELIA. Io andarò; ma... + +FLAMMINIO. Torna con la risposta, subito. Io andarò fino in duomo. + +LELIA. Com'io veggo el tempo, non mancarò. + +FLAMMINIO. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te! + +LELIA. A tempo si parte, ché ecco Pasquella che mi viene a trovare. + + +SCENA II + +PASQUELLA fante di Gherardo e LELIA da ragazzo detto FABIO. + + +PASQUELLA. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno né il +maggior fastidio che servire, una mia pari, una giovane innamorata; e +massimamente a quella che non ha d'aver timore di madre, di sorelle o +d'altre persone, quale è questa padrona mia: che, da certi dí in qua, è +intrata in tanta frega e in tanta smania d'amore che né dí né notte ha +posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppiccia le cosce, +or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di +sopra; né si ferma altrimenti che s'ella avesse l'ariento vivo in su' +piedi. Gesú! Gesú! Gesú! Oh! I' so' pure stata giovana ed innamorata la +mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta. +Almanco si fusse messa a voler bene a qualche uomo di conto, maturo, che +sapesse fare i suo' fatti e gli cavasse la pruzza! Ma la s'è +imbarbugliata d'un fraschetta che a pena credo che, quando gli è +sdilacciato, si sappia allacciare, s'altri non gli aita. E, tutto 'l dí, +mi manda a cercar questo drudo come s'io non avesse che fare in casa. E +forse che 'l suo padrone non si crede che facci l'ambasciate per lui? Ma +gli è, per certo, questo che viene in qua. Ventura! Fabio, Dio ti dia il +buon dí. Vezzo mio, ti venivo a trovare. + +LELIA. Ed a te mille scudi, la mia Pasquella. Che fa la tua bella +padrona? e che voleva da me? + +PASQUELLA. E che ti credi che la facci? Piagne, si consuma, si strugge, +ché stamattina non sei ancor passato da casa sua. + +LELIA. Oh! Che vuol ch'io ci passi innanzi giorno? + +PASQUELLA. Credo ch'ella vorrebbe che tu stesse con lei tutta la notte +ancora, io. + +LELIA. Oh! Io ho da fare altro. A me bisogna servire il padrone; +intendi, Pasquella? + +PASQUELLA. Oh! Io so ben che a tuo padron non faresti dispiacere a +venirci, non. Dormi forse con lui? + +LELIA. Dio il volesse ch'io fusse tanto in grazia sua! ch'io non sarei +ne' dispiaceri ch'io sono. + +PASQUELLA. Oh! Non dormiresti piú volentieri con Isabella? + +LELIA. Non io. + +PASQUELLA. Eh! Tu non dici da vero. + +LELIA. Cosí non fusse! + +PASQUELLA. Or lasciamo andare. Dice la mia padrona che ti prega che tu +venga tosto fin a lei, ché suo padre non è in casa e ha bisogno di +parlarti d'una cosa ch'importa. + +LELIA. Digli che, se non si leva dinanzi Flamminio, che perde il tempo: +ché la sa ben ch'io mi rovinarei. + +PASQUELLA. Viene a dirgliel tu. + +LELIA. Io dico che ho altro da fare. Non odi? + +PASQUELLA. E che hai da fare? Dacci una corsa; e tornarai subito. + +LELIA. Oh! Tu mi rompi il capo, ora. Vatti con Dio. + +PASQUELLA. Non vuoi venire? + +LELIA. Non, dico: non m'intendi? + +PASQUELLA. In buona fede, in buona veritá, Fabio, Fabio, che tu sei +troppo superbo. E sai che ti ricordo? che tu sei giovinetto e non +conosci il ben tuo. Questo favore non ti durerá sempre, no. Ne verrá la +barba; non arai sempre sí colorite le gotuzze né cosí rossette le +labbra; non sarai cosí sempre richiesto da tutti, non. Allora conoscerai +quanto sia stata la tua pazzia; e te ne pentirai, quando non sarai piú a +tempo. Dimmi un poco: quanti ne sono, in questa cittá, che arebben di +grazia ch'Isabella gli mirasse? E tu par che ti facci beffe del pane +onto. + +LELIA. Perché non gli mira, donque? E lasci star me che non me ne curo. + +PASQUELLA. Oh Dio! Gli è ben vero che i giovani non han tutto quel senno +che gli bisognarebbe. + +LELIA. Orsú, Pasquella! Non mi predicar piú, ché tu fai peggio. + +PASQUELLA. Superbuzzo, superbuzzo, ti mancará questo fumo! Orsú, il mio +Fabio caro, anima mia! Vien, di grazia, presto; se non, mi rimanderebbe +un'altra volta a cercarte né crederebbe ch'io t'avesse fatto +l'ambasciata. + +LELIA. Orsú! Va', Pasquella, ch'io verrò. Burlavo teco. + +PASQUELLA. Quando, gioia mia? + +LELIA. Presto. + +PASQUELLA. Quanto presto? + +LELIA. Tosto. Va'. + +PASQUELLA. T'aspettarò all'uscio di casa, veh! + +LELIA. Sí, sí. + +PASQUELLA. Uh! Sai? Se tu non vieni, m'adirarò. + + +SCENA III + +GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante. + + +GIGLIO. Por mia vida, que esta es la vieia biene avventurada que tiene +la mas hermosa moza d'esta tierra per sua ama. Oh se le puodiesse io +ablar dos parablas sin testigos! Voto a la virginidad de todos los +prelatos de Roma que le hará io dar gritos como la gatta de heniero. Mas +quiero veer se puedo, con alguna lisonia, pararme tal con esta vieia +vellacca alcahueta que me aga alcanzar algo con ella. Buenos dies, +madonna Pasquella galana, gentil. Donde venís vos tan temprana? + +PASQUELLA. Oh! Buon dí, Giglio. Io vengo dalla messa. E tu dove vai? + +GIGLIO. Buscando mi ventura, se puedo toppar alguna muger che me haga +alguna carizia. + +PASQUELLA. Oh sí! In buona fé, che vi mancano a voi spagnuoli! ché non +ce n'è niun di voi che non n'abbi sempre una decina a sua posta. + +GIGLIO. Io verdade es che ne tiengo dos; mas non puedo andar á ellas +senza periglo. + +PASQUELLA. Che! Son gentildonne, forse, di casa porcina, eh? + +GIGLIO. Sí, á fé. Mas io queria trovar una madre que me blancasses +alguna vez las camisas e me rattopasses calzas y el giuppon y que me +tenesse por fiolo; e io la serviria di buona gana. + +PASQUELLA. Cerca, cerca, ché non te ne mancará, no; ché chi ha le +gentildonne, come tu, non gli mancan le fantesche. + +GIGLIO. Ya trobada sta, se voi volite. + +PASQUELLA. Chi è? + +GIGLIO. Voi misma. + +PASQUELLA. Eh! Io son troppo vecchia per te. + +GIGLIO. Vieia? Voto alla Virge Maria di Monsurat que me parecceis una +moza di chinze o veinte annos. Vees, non le digais mas, per vostra vida, +que non le puedo soffrir. Vedite piú presto se volite farmi qualche +piazer, que vederite se vos trattaré da giovane o da vieia. + +PASQUELLA. No, no. Galli, via. Non mi voglio impacciar con spagnuoli. +Sète tafani di sorte che o mordete o infastidite altrui; e fate come il +carbone: o cuoce o tegne. V'aviam tanto pratichi oramai che guai a noi! +E vi conosciamo bene, Dio grazia; e non c'è guadagno coi fatti vostri. + +GIGLIO. Guadagno? Giuro a Dios que piú guadagnarite con á mi que con el +primo gentil ombre de esta tierra; y, aunque vos paresque cosí male +aventurade, io son de los buenos y bien nascidos ydalgos de toda Spagna. + +PASQUELLA. Un miracolo non ha detto signore o cavaliere! poi che tutti +gli spagnuoli che vengon qua si fan signori. E poi mirate che gente! + +GIGLIO. Pasquella, tomma mia amistade, que buon por á ti! + +PASQUELLA. Che mi farai? signora, eh? + +GIGLIO. Non quiero se non que seays mia matre. E io quiero ser vostro +figliolo y, allas vezes, aun marido, se vos verrá bien. + +PASQUELLA. Eh lasciami stare! + +GIGLIO. Reióse: eccha es la fiesta. + +PASQUELLA. Che dici? + +GIGLIO. Que vi voglio donare un rosario para dezir quando es la fiesta. + +PASQUELLA. E dove è? + +GIGLIO. Veiolo aqui. + +PASQUELLA. Oh! Questa è una corona. Ché non me la dái? + +GIGLIO. Se volite ser mia madre, io vos la daré. + +PASQUELLA. Sarò ciò che tu vuoi, pur che tu me la dia. + +GIGLIO. Quando podremos ablar giuntos una hora? + +PASQUELLA. Quando tu vuoi. + +GIGLIO. Dove? + +PASQUELLA. Oh! Io non so dove. + +GIGLIO. Non teni in casa algun logar donde me possa poner io á questa +sera? + +PASQUELLA. Sí, è; ma se 'l padron lo sapesse? + +GIGLIO. E que! Non saprá nada, no. + +PASQUELLA. Sai? Vedrò stasera se ci sará ordine. Tu passa dinanzi a casa +e io ti dirò se potrai venire o no. Or dammi la corona. Oh! Gli è bella! + +GIGLIO. Orsú! Io starò avertido allas vintiquattr'oras. + +PASQUELLA. Or sí, eh! ma dammi i paternostri. + +GIGLIO. Io los portarò con me quando verrò agliá, que les quiero +primiero far un poghetto profumar. + +PASQUELLA. Non mi curo di tante cose. Dammegli pur cosí; io non gli +voglio piú profumati. + +GIGLIO. Vedi á qui: esto stocco sta gasto. Io ci harò metter un poco de +oro; e questa sera ve los darò. Vòi tu altro se non que sará la tuya? + +PASQUELLA. Mia sará quand'io l'arò. È da far gran fondamento nelle +parole degli spagnuoli, alla fede! Non diss'io che voi sète formiche di +sorbo, che non uscite per bussare? + +GIGLIO. Que dezis, matre? + +PASQUELLA. Io voglio andare in casa, ché la padrona me aspetta. + +GIGLIO. E spera un pochitto! Vos teneis una gran priessa. Que teneis de +azer con vostra padrona? + +PASQUELLA. Oh! che ti credi? Che 'l diavol mi porti, se le fanciulle +d'oggi non son prima innamorate che gli abbino asciutti gli occhi e se +prima non volesseno il punteruolo che l'aco. + +GIGLIO. Que quereis dezir? + +PASQUELLA. Chiachiare? E' non son miga chiachiare! La vorrebbe far da +vero. + +GIGLIO. Pos dimmi, de grazia. De quien es innamorada? que non es +possibile, que es aun troppa gioven. + +PASQUELLA. Cosí non fusse o almen si fusse messa con un par suo! + +GIGLIO. Dimme, por tu vida: quien es? + +PASQUELLA. E' non si vuol dire. Vedi: fa' che tu non ne parli. Non +cognosci quel ragazzo di Flamminio de' Carandini? + +GIGLIO. Quien? aquel mucciaccio qu'es todo vestido de blanco? + +PASQUELLA. Sí, cotesto. + +GIGLIO. Valeme Dios! Es possibile? Que quiere azer d'aquel, ch'es megior +per ser sanado que per sanar? + +PASQUELLA. E tu odi. + +GIGLIO. Y el mucciaccio quiere ben á la gioven? + +PASQUELLA. Eh! Cosí, cosí. + +GIGLIO. Mas el patre d'ella non s'accorge d'esta trama? + +PASQUELLA. Non pare, a me. Anzi, l'ha trovato due volte in casa; ed +hagli fatto mille carezze, presolo per la mano, toccato sotto 'l mento, +come se fusse suo figliuolo. E dice che gli par che s'assomigli a una +figliuola di Virginio Bellenzini. + +GIGLIO. Ah reniego del putto, vieio puerco, vellacco! Ya, ya. Sé io lo +que quiere. + +PASQUELLA. Uh! Tu m'hai tenuta troppo; me ne voglio ire. + +GIGLIO. Mira que verrò, á esta nocce. Non te scordar della promessa. + +PASQUELLA. Né tu di portar la corona. + + +SCENA IV + +FLAMMINIO, CRIVELLO suo servo e SCATIZZA servo di Virginio. + + +FLAMMINIO. Tu non sei ito a veder se tu vedi Fabio; ed egli non viene. +Non so che mi dire di questa sua tardanza. + +CRIVELLO. Io andavo; e voi mi richiamaste indietro. Che colpa è la mia? + +FLAMMINIO. Va' adesso: e, caso che ancor fusse in casa d'Isabella, +aspettalo fin che gli esca e fallo poi venir subito. + +CRIVELLO. Oh! Che saprò io se v'è o se non v'è? volete forse ch'io ne +domandi alla casa di lei? + +FLAMMINIO. Mira che asino! Parti che cotesto stesse bene? Credelo a me +ch'io non ho servidore in casa che vaglia un pane altro che Fabio. Iddio +mi dia grazia ch'io gli possa far del bene. Che borbotti? che dici, +poltrone? non è vero? + +CRIVELLO. Che volete ch'io dica? Dico di sí, io. Fabio è buono, Fabio è +bello, Fabio serve bene, Fabio con voi, Fabio con madonna... Ogni cosa è +Fabio; ogni cosa fa Fabio. Ma... + +FLAMMINIO. Che vuol dir «ma...»? + +CRIVELLO. ...non sará sempre buona robba. + +FLAMMINIO. Che dici tu di robba? + +CRIVELLO. Che non è da fidargli cosí sempre la robba. Sí, ché gli è +forestiero e potrebbe, un dí, caricarvela. + +FLAMMINIO. Cosí fidati fusse voi altri! Domanda un poco lo Scatizza, che +è lá, se l'avesse veduto. E io sarò al banco de' Porrini. + +CRIVELLO. Scatizza, addio. Ha' tu veduto Fabio? + +SCATIZZA. Chi? quella vostra buona robba? Oh cagnaccio! Tu ti dái il bel +tempo. + +CRIVELLO. Ove andavi? + +SCATIZZA. A trovare il mio grimo. + +CRIVELLO. Gli è passato di qui or ora. + +SCATIZZA. Dove è andato? + +CRIVELLO. In qua sú. Viene, ché 'l trovaremo. Eh viene! ché t'ho da +contare una facezia, che m'è intervenuta con la mia Caterina, la piú +bella del mondo. + + +SCENA V + +SPELA servo di Gherardo, solo. + + +Può esser peggio al mondo che servire a un padron pazzo? Gherardo mi +manda a comprare il zibetto. Quando lo domandai al profumiere e dissi +ch'io non avevo piú d'un bolognino, cominciò a dire ch'io non avevo +tenuto a mente e che Gherardo doveva aver detto un bossol d'onguento da +rogna: ché n'aveva bisogno; ché sapeva che non usava zibetto. Comincia' +gli a dire, acciò che egli mel credesse, di questo suo amorazzo: e fu +per crepar di ridere con certi gioveni che eran lí; e voleva pur ch'io +gli portasse un bossol d'assafetida; tal che, cosí dileggiato, me ne +partii. Or, se 'l padrone il vuole, diemi piú quattrini. + + +SCENA VI + +CRIVELLO, SCATIZZA, LELIA da ragazzo e ISABELLA. + + +CRIVELLO. Or hai inteso; e, se tu vuoi venire, mi basta l'animo di +trovarne una per te ancora. + +SCATIZZA. Fa' un poco di pratica, ch'io ti prometto che, se tu trovi +qualche fantesca che mi piaccia, che noi ci daremo il piú bel tempo del +mondo. Io ho la chiave del granaio, della cantina, della dispensa, delle +legna; e, s'io avesse dove poter scaricar le some a piano, mi bastarebbe +l'animo che noi faremmo una vita da signori. In ogni modo, da questi +padroni non se ne cava altro. + +CRIVELLO. Io t'ho detto: io 'l vo' dire a Bita, che ti provegga di +qualche cittona acciò che tutti a quattro insieme possiam darci buon +tempo in questo carnovale. + +SCATIZZA. Oh! Noi siamo all'ultimo. + +CRIVELLO. Daremcelo questa quaresima, mentre ch'i padroni saranno alla +predica a vagheggiare. Ma sta', ché l'uscio di Gherardo s'apre. Tirate +un poco piú qua. + +SCATIZZA. Perché? + +CRIVELLO. Oh! Per buon rispetto. + +LELIA. Orsú, Isabella! Non vi dimenticate di quanto m'avete promesso. + +ISABELLA. E voi non vi dimenticate di venirmi a vedere. Ascoltate una +parola. + +CRIVELLO. S'io fusse in questa fregágnuola, so che 'l padrone mi +perdonarebbe! + +SCATIZZA. Mangiaresti i polli per te, eh? + +CRIVELLO. Che ne credi? + +LELIA. Or volete altro? + +ISABELLA. Udite un poco. + +LELIA. Eccomi. + +ISABELLA. Ècci nissun costí fuora? + +LELIA. Non si vede anima nata. + +CRIVELLO. Che diavol vòl colei? + +SCATIZZA. Questa dimestichezza è troppa. + +CRIVELLO. Sta' a vedere. + +ISABELLA. Udite una parola. + +CRIVELLO. Costor s'accostan molto. + +SCATIZZA. Che sí! che sí! + +ISABELLA. Sapete? Vorrei... + +LELIA. Che vorreste? + +ISABELLA. Vorrei... Accostatevi. + +SCATIZZA. Accostati, salvaticaccio! + +ISABELLA. Mirate se v'è niuno. + +LELIA. Non ve l'ho detto? Non si vede persona. + +ISABELLA. Oh! Io vorrei che voi tornasse dopo disinare quando mio padre +sará fuora. + +LELIA. Lo farò; ma, come passa il mio padron di qui, di grazia, fuggite +e serrategli la finestra in fronte. + +ISABELLA. S'io non lo fo, non mi vogliate piú bene. + +SCATIZZA. Dove diavol gli tien la man, colei? + +CRIVELLO. Oh povero padrone! Che sí, che sí, ch'io sarò indivino! + +LELIA. Addio. + +ISABELLA. Udite: vi volete partire? + +SCATIZZA. Basciala, che ti venga il cancaro! + +CRIVELLO. L'ha paura di non esser veduta. + +LELIA. Orsú! Tornatevi in casa. + +ISABELLA. Voglio una grazia da voi. + +LELIA. Quale? + +ISABELLA. Entrate un poco dentro a l'uscio. + +SCATIZZA. La cosa è fatta. + +ISABELLA. Oh! Voi sète salvatico! + +LELIA. Noi sarem veduti. + +CRIVELLO. Oimè! oimè! O seccareccio, altrettanto a me. + +SCATIZZA. Non ti diss'io che la baciarebbe? + +CRIVELLO. Or ben ti dico ch'io non vorrei aver guadagnato cento scudi e +non aver veduto questo bacio. + +SCATIZZA. Il veggio. Cosí fusse tócco a me! + +CRIVELLO. Oh! Che fará il padrone, come egli 'l sappia? + +SCATIZZA. Oh diavol! Non si vòl dirglielo. + +ISABELLA. Perdonatemi. La vostra troppa bellezza e 'l troppo amar ch'io +vi porto è cagion ch'io fo quello che forse voi giudicarete esser di +poca onesta fanciulla. Ma Dio lo sa ch'io non me ne son potuta tenere. + +LELIA. Non fate queste scuse con me, signora; ché so ancor io come io +sto e quel che, per troppo amore, mi son messo a fare. + +ISABELLA. E che cosa? + +LELIA. Oh! Che? A ingannare il mio signore, che non sta però bene. + +ISABELLA. Il malan che Dio gli dia! + +CRIVELLO. Vatti po' fida di bagasce! Ben gli sta. Non è maraveglia che +'l fegatello confortava il padrone a lasciar questo amore. + +SCATIZZA. Ogni gallina ruspa a sé. In fine, tutte le donne son fatte a +un modo. + +LELIA. L'ora è giá tarda ed io ho da trovare il padrone. Rimanete in +pace. + +ISABELLA. Udite. + +CRIVELLO. Ohi! e due! Che ti si secchi, che ti faccia il mal pro! + +SCATIZZA. Al corpo di Dio, che m'è infiata una gamba che par che la +voglia recere. + +LELIA. Serrate. Addio. + +ISABELLA. Mi vi dono. + +LELIA. Son vostro. Io ho, da un canto, la piú bella pastura del mondo di +costei che si crede pur ch'io sia maschio; dall'altro, vorrei uscir di +questa briga e non so come mi fare. Veggio che costei è giá venuta al +bacio; e verrá, la prima volta, piú avanti; e trovarommi aver perduta +ogni cosa: tal che forza è ch'e' si scuopra la ragia. Voglio andare a +trovar Clemenzia di quanto gli par ch'io faccia. Ma ecco Flamminio. + +CRIVELLO. Scatizza, il padrone mi disse aspettarmi al banco de' Porrini. +Vo' dargli questa buona nuova. Caso non mi creda, fa' che non mi facci +parer bugiardo. + +SCATIZZA. Io non ti posso mancare. Ma, facendo a mio modo, te ne starai +queto e arai sempre questo calcio in gola a Fabio per poterlo far fare a +tuo modo. + +CRIVELLO. Dico ch'io gli vo' male, ché m'ha rovinato. + +SCATIZZA. Governatene come ti piace. + + +SCENA VII + +FLAMMINIO e LELIA da ragazzo. + + +FLAMMINIO. È possibil, però, ch'io sia tanto fuor di me e mi stimi sí +poco ch'io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia, +chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d'uno sguardo? +Sarò io sí da poco e sí vile ch'io non mi sappi levar questa vergogna e +questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto? + +LELIA. Nulla. + +FLAMMINIO. Perché sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un +forca, sí? + +LELIA. Io ho indugiato perch'io volevo pur parlare a Isabella. + +FLAMMINIO. E perché non gli hai parlato? + +LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo, +pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ché, per +quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il +tempo; ché la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi +piaccia. + +FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or +ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra +con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa +orribile o spaventosa? + +LELIA. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá, +non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta +mai altra donna che lei? + +FLAMMINIO. Cosí non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion +di tutto 'l mio male: perché io amai giá molto caldamente quella Lelia +di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non +dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere. +Ma io gli farò intendere ch'io non l'amo piú; anzi, l'ho in odio e non +la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch'ella vorrá di non +arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo. + +LELIA. Oimè! + +FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti? + +LELIA. Oimè! + +FLAMMINIO. Che ti duole? + +LELIA. Oimè! Il cuore. + +FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo? + +LELIA. Signor no. + +FLAMMINIO. E forse lo stomaco ch'è indebilito? + +LELIA. Dico ch'è il cuore che mi duole. + +FLAMMINIO. Ed a me, forse, molto piú. Tu hai perduto il colore. Vattene +a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega +dietro alle spalle; ché non sará altro. Io sarò or ora lá e, bisognando, +farò venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male è il tuo. +Dá' qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Orsú! Vattene pian piano. A +che strani casi è sottoposto l'uomo! Non vorrei che costui mi mancasse +per quanto vale tutto 'l mio: ch'io non so se fusse mai al mondo +servidor piú accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre +a questo, mostra d'amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la +stesse mal di me. Fabio, va' a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io +sarò or ora lá. Di' che apparecchino. + +LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa +bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera, +scontenta Lelia! Perché piú perdi tempo in servir questo crudele? Non ti +è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or +non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita, +odiata! Perché serv'io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia? +perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio! +Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella. +Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú +servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m'ha +in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con +essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia. + + +SCENA VIII + +CRIVELLO e FLAMMINIO. + + +CRIVELLO. E, se non è cosí, fatemi impicar per la gola; non tanto +tagliar la lingua. Vi dico che gli è cosí. + +FLAMMINIO. Da quanto in qua? + +CRIVELLO. Quando voi mi mandasti a cercar di lui. + +FLAMMINIO. Come andò? Dimmelo un'altra volta, perché egli mi niega +d'averle oggi potuto parlare. + +CRIVELLO. Sará buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere +s'egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E, +volendosi giá partire, Isabella lo richiamò dentro: e, guardando se +fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno +insieme. + +FLAMMINIO. Come non vider te? + +CRIVELLO. Perch'io m'era ritratto in quel portico rincontro, e non me +potevan vedere. + +FLAMMINIO. Come gli vedesti tu? + +CRIVELLO. Con gli occhi. Credete forse ch'io gli abbi veduti con le +gombita? + +FLAMMINIO. E basciolla? + +CRIVELLO. Io non so s'ella baciò lui o egli lei; ma io credo che l'un +basciassi l'altro. + +FLAMMINIO. Accostorono il viso l'uno a l'altro tanto che si potessen +baciare? + +CRIVELLO. Il viso no, ma le labbra sí. + +FLAMMINIO. Oh! Possonsi accostar le labbra senza il viso? + +CRIVELLO. Se l'uomo avesse la bocca nelle orecchie o nella cicottola, +forse; ma, stando dove le stanno, credo che no. + +FLAMMINIO. Guarda che tu vedesse bene, che tu non dica poi:--E' mi +parve--; ché questa è una gran cosa che tu mi dici. + +CRIVELLO. Maggiore è il Mangia che sta in cima alla torre di Siena. + +FLAMMINIO. Come vedesti? + +CRIVELLO. Vegliando, con gli occhi aperti, stando a vedere né avendo a +far altra cosa che mirare. + +FLAMMINIO. Se questo è vero, tu m'hai morto. + +CRIVELLO. Questo è vero. Lo chiamò, se gli accostò, l'abbracciò, lo +basciò. Or, se tu vuoi morir, muore. + +FLAMMINIO. Non è maraviglia che 'l traditor negava di non esservi stato! +Or so perché il ribaldo mi confortava a lasciarla: per goderla lui. Se +io non fo tal vendetta che, fin che questa terra dura, sará essempio ai +servidori che non sieno traditori a' padroni, non voglio esser tenuto +uomo. Ma, in fine, se altra certezza non n'ho, io non tel vo' credere. +So che tu sei un tristo e gli debbi voler male; e fai perch'io me lo +levi dinanzi. Ma, per quel Dio che s'adora, ch'io ti farò dire il vero o +t'ammazzarò. Di' sú! Hailo veduto? + +CRIVELLO. Signor sí. + +FLAMMINIO. Baciolla? + +CRIVELLO. Baciârsi. + +FLAMMINIO. Quante volte? + +CRIVELLO. Due volte. + +FLAMMINIO. Ove? + +CRIVELLO. Nel suo ridotto. + +FLAMMINIO. Tu menti per la gola. Poco fa, dicesti in su l'uscio. + +CRIVELLO. Volsi dir vicino all'uscio. + +FLAMMINIO. Di' il vero! + +CRIVELLO. Ohi! ohi! M'incresce d'avervel detto. + +FLAMMINIO. Fu vero? + +CRIVELLO. Signor sí. Ma io mi so' scordato ch'io avevo un testimonio. + +FLAMMINIO. Chi era? + +CRIVELLO. Lo Scatizza di Virginio. + +FLAMMINIO. Vidde egli ancora? + +CRIVELLO. Come me. + +FLAMMINIO. E se egli nol confessa? + +CRIVELLO. Ammazzatemi. + +FLAMMINIO. Farollo. + +CRIVELLO. E s'egli il confessa? + +FLAMMINIO. Amazzarò tutt'e due. + +CRIVELLO. Oimè! Perché? + +FLAMMINIO. Non dico te; ma Isabella e Fabio. + +CRIVELLO. E che voi abbruciate quella casa, con Pasquella e con chi v'è +dentro. + +FLAMMINIO. Andiamo a trovar lo Scatizza. S'io non nel pago, s'io non fo +dir di me, se tutta questa terra non lo vede... Ne farò tal vendetta!... +Oh traditore! Vatti poi fida. + + + + +ATTO III + + +SCENA I + +PEDANTE, FABRIZIO giovine figliuol di Virginio e STRAGUALCIA servo. + + +PEDANTE. Questa terra mi par tutta mutata poi ch'io non vi fui. Vero è +ch'io non vi fui se non per transito con li oratori d'Ancona; e +alloggiammo al «Guicciardino». Pur vi stemmo da sei giorni. Tu +ricognoscine cosa alcuna? + +FABRIZIO. Come mai piú non l'avessi veduta. + +PEDANTE. Credotelo, perché te ne partisti sí piccolo che non è +maraviglia. Or pur conosco la strada dove siamo. Quello è il palazzo de' +Rangoni; qui sotto passa il canal grande; quel che vedi lá in capo è il +duomo. Hai tu sentito dire «Sarestú mai la potta da Modana?» o vero «Gli +pare esser la potta da Modana»? + +FABRIZIO. Mille volte. Mostratemela, di grazia. + +PEDANTE. Vedila sopra il duomo. + +FABRIZIO. È quella? + +PEDANTE. Quella. + +FABRIZIO. Oh! Questa è una baia! + +PEDANTE. Tu vedi. + +FABRIZIO. Ho sentito ancor dire «Tu hai tolto a menar l'orso a Modana». +Che vuol dire? dov'è questo orso? + +PEDANTE. E' son dettati antiqui de quibus nescitur origo. + +FABRIZIO. Certo, maestro, che questa terra par che mi venga di buono. + +STRAGUALCIA. Ed a me vien di migliore, ch'io sento qua presso uno odor +d'arosto che mi fa morir di fame. + +PEDANTE. Oh! Non sai quel che dice Cantalicio? «Dulcis amor patriae». E +Catone: «Pugna pro patria». Hoc. Insumma, e' non c'è la piú dolce cosa +che la patria. + +STRAGUALCIA. Io credo che sia molto piú dolce il tribiano, maestro. Cosí +n'avess'io un boccale! ch'io sono spallato, a portar questa valigia. + +PEDANTE. Queste strade paion fatte di nuovo. Quand'io ci fui, eran tutte +sordide e fangose. + +STRAGUALCIA. Aviamo a contare i mattoni? Ci sará facenda! Vorrei che noi +andassemo piú presto in qualche luogo che facessemo colazione, io. + +PEDANTE. Iandudum animus est in patinis. + +FABRIZIO. Che arma è quella di quei succhielli? + +PEDANTE. Quella è l'arma di questa communitá e chiamasi la Trivella. E, +come a Fiorenza si grida: «Marzocco! Marzocco!» e a Vinegia: «San Marco! +San Marco!» e a Siena: «Lupa! Lupa!», cosí qui esclamano: «Trivella! +Trivella!». + +STRAGUALCIA. Io vorrei piú tosto che noi gridassemo: «Padella! +Padella!». + +FABRIZIO. Quella la conosco. È l'arme del duca. + +STRAGUALCIA. Maestro, vorrei che voi portasse un poco questa valigia, +voi. Io ho sí secche le labbra ch'io non posso parlare. + +PEDANTE. Orsú, che ti cavarai la sete poi! + +STRAGUALCIA. Quand'io son morto, fatemi un brodetto agli archi. + +FABRIZIO. Basta che, ne la prima gionta, questa terra mi piace assai. E +a te, Stragualcia? + +STRAGUALCIA. A me pare un paradiso, ché non vi si mangia e non vi si +beve. Orsú! Non perdiam piú tempo a veder la terra, ché la vedremo a +bello agio. + +PEDANTE. Tu vedrai qui il piú solenne campanile che sia in tutta la +machina mondiale. + +STRAGUALCIA. È quello al qual i modanesi volevon far la guaina? e che +dicono che la sua ombra fa impazzar gli uomini? + +PEDANTE. Sí, cotesto. + +STRAGUALCIA. Io so ch'io non uscirò di cucina, per me. Chi ci vuole +andar ci vada. Or sollecitiam d'alloggiare. + +PEDANTE. Tu hai una gran fretta. + +STRAGUALCIA. Cancaro! Io mi muoio di fame e non ho mangiato altro, +stamattina, ch'una mezza gallina che v'avanzò in barca. + +FABRIZIO. Chi trovarem noi che ci meni a casa di mio padre? + +PEDANTE. Non. A me pare che noi ci andiamo a metter prima in una +ostaria, e quivi assettarci un poco e con commoditá poi investigarne. + +FABRIZIO. Mi piace. Queste debbono esser l'ostarie. + + +SCENA II + +L'AGIATO oste, FRULLA oste, PEDANTE, FABRIZIO, STRAGUALCIA. + + +AGIATO. Oh gentili uomini! Questa è l'ostaria, se volete alloggiare. +Allo «Specchio»! allo «Specchio»! + +FRULLA. Oh! Voi siate i ben venuti. Io v'ho pure alloggiati altre volte. +Non vi ricorda del vostro Frulla? Entrate qua dentro, ove alloggiano +tutti e' par vostri. + +AGIATO. Venite a star con me. Voi arete buone camere, buon fuoco, +buonissime letta, lenzuola di bocata; e non vi mancará cosa che voi +aviate. + +STRAGUALCIA. Di cotesto mel sapevo. + +AGIATO. Volsi dir che voi vogliate. + +FRULLA. Io vi darò il miglior vin di Lombardia, starne tanto larghe, +salciccioni di questa fatta, piccioni, polastri e ciò che voi saprete +domandare; e goderete. + +STRAGUALCIA. Questo voglio sopra tutto. + +PEDANTE. Tu che dici? + +AGIATO. Io vi darò animelle di vitella, mortatelle, vin di montagna; e, +sopra tutto, starete dilicati. + +FRULLA. Io vi darò piú robba e manco dilicatura. Se venite con me, +trattarovvi da signori e 'l pagamento sará a vostro modo; ove, allo +«Specchio», vi mettará a conto fino le candele. Fate voi. + +STRAGUALCIA. Padrone, stiam qui, ché gli è meglio. + +AGIATO. E fate a mio modo, se volete star bene. Volete che si dica che +voi siate alloggiati al «Matto»? + +FRULLA. È cento mila volte meglio il mio «Matto» che non è il tuo +«Specchio». + +PEDANTE. Speculum prudentia significat iusta illud nostri Catonis «Nosce +teipsum». Intendi, Fabrizio? + +FABRIZIO. Intendo. + +FRULLA. Veggasi chi ha piú osti: o tu o io. + +AGIATO. Veggasi dove van piú uomini da bene. + +FRULLA. Veggasi ove son meglio trattati. + +AGIATO. Veggasi chi tien piú dilicato. + +STRAGUALCIA. Che tanto «dilicato, dilicato, dilicato»? Io vorrei, una +volta, empire il corpo meglio e star manco dilicato, per me, io; ché +tanta delicatezza è cosa da fiorentini. + +AGIATO. Tutti cotesti alloggian con me. + +FRULLA. Alloggiavano; ma, da tre anni in qua, tutti vengono a questa +insegna. + +AGIATO. Garzon, pon giú quella valigia; ché m'avveggo che la ti spalla. + +STRAGUALCIA. Non ti curar di questo, tu; ch'io non voglio alleggerir la +spalla, s'io non veggo di caricar prima il ventre. + +FRULLA. Bastarannoti un paio di capponi? Porta qua. Questi son per te +solo. + +STRAGUALCIA. Non, eh! Ma gli è per uno antipasto. + +AGIATO. Guardate che prosciutto, se non pare un cremisi! + +PEDANTE. Questo non è cattivo. + +FRULLA. Chi s'intende di vino? + +STRAGUALCIA. Io, io, meglio che i franzesi. + +FRULLA. Assaggia se ti piace: se non, te ne darò di dieci sorti. + +STRAGUALCIA. Frulla, al mio parer tu sei piú prattico di questo altro +che prima ci mostra il modo da far bere che sappia se 'l vin ci piace. O +padrone, gli è buono. Tolle, tolle questa valigia. + +PEDANTE. Aspetta un poco. Tu che dici? + +AGIATO. Dico che i gentili uomini non si curan d'empire il corpo di +tanta robba; ma di poca, buona e dilicata. + +STRAGUALCIA. Costui debbe essere spedaliere o oste d'amalati. + +PEDANTE. Non parli male. Che ci darai? + +AGIATO. Domandate. + +FRULLA. Ed io mi maraveglio di voi, gentiluomini. Quando c'è de la robba +assai, l'uom può mangiar quel poco o quel molto che gli piace; il che +del poco non accade. Poi, come l'uomo comincia, l'appetito cresce e +bisogna empirsi il corpo di pane. + +STRAGUALCIA. Tu sei piú savio delli statuti. Io non viddi mai uomo che +intendesse meglio il mio bisogno di te. Va', ch'io ti vo' bene. + +FRULLA. Va' un poco in cucina, fratello, e vede. + +PEDANTE. Omnis repletio mala, panis autem pessima. + +STRAGUALCIA. Pedante poltrone! Ti rompo, un dí, la bocca, s'io vivo. + +AGIATO. Venite, gentiluomini, ché lo star fuore al freddo non è cosa da +savi. + +FABRIZIO. Eh! Noi non siam cosí gelosi, no. + +FRULLA. Sapiate, signori, che questa ostaria dello «Specchio» soleva +esser la megliore ostaria di Lombardia. Ma, come io apersi questa del +«Matto», non alloggia, in tutto uno anno, dieci persone; e ha piú nome +questa mia insegna, per tutto il mondo, che ostaria che sia. Qui vengon +francesi a schiera, todeschi quanti ne passano. + +AGIATO. Non dici il vero, ché i todeschi vanno al «Porco». + +FRULLA. Qui vengono i milanesi, i parmigiani, i piagentini. + +AGIATO. Alla mia vengono i veneziani, i genovesi e i fiorentini. + +PEDANTE. Ove alloggiano i napoletani? + +FRULLA. Con me. + +AGIATO. Lasciatevi dire. Alloggian, la piú parte, all'«Amore». + +FRULLA. E quanti ne alloggian con me? + +FABRIZIO. Il duca di Malfi dove alloggia? + +AGIATO. Quando alla mia, quando alla sua, quando alla «Spada», quando +all'«Amore», secondo che ben gli mette. + +PEDANTE. Dove alloggiano i romani? perché noi siam da Roma. + +AGIATO. Con me. + +FRULLA. Non è vero: non trovarete un che v'alloggi in tutto l'anno. Vero +è che certi cardenali antichi, per usanza, vi sono alloggiati; ma tutti +questi novi dan del capo nel «Matto». + +STRAGUALCIA. Io non mi partirei di qui, s'io ne fusse strascinato. Vadin +costoro dove vogliono. Padrone, son tante pignatte intorno al fuoco, +tanti pottaggi, tanti savoretti, tanti intengoli, spedonate di starne, +di tordi, di piccioni, capretti, capponi lessi, arrosto e miramessi, +guazzini, pasticci, torte che, s'egli aspettasse il carnovale o la corte +di Roma tutta, gli bastarebbe. + +FRULLA. Hai tu bevuto? + +STRAGUALCIA. E che vini! + +PEDANTE. Variorum ciborum commistio pessima generat digestionem. + +STRAGUALCIA. _Bus asinorum, buorum, castronorum, tatte, batatte +pecoronibus!_ Che diavolo andate intrigando l'accia? Che vi venga il +cancaro a voi e quanti pedanti si truova! Mi parete un manigoldo, a me. +Padrone, entriam drento. + +FABRIZIO. Dove alloggian gli spagnuoli? + +FRULLA. Io non m'impaccio con loro. Cotesti vanno al «Rampino». Ma che +bisogna piú cose? Non c'è persona che vada a torno che non alloggi a +questa insegna. Dai sanesi in fuora, che, per esser quasi una cosa +medesma coi modanesi, non giongan prima in questa terra che truovan +cento amici che se gli menano a casa loro, signori e gran maestri, +poveri e ricchi, soldati e buon compagni, tutti corrono al «Matto». + +AGIATO. Io dico che i dottori, i giudici, i frati virtuosi, tutti +vengono alla mia insegna. + +FRULLA. Ed io vi dico che passan pochi giorni che qualcun di quelli che +sono alloggiati allo «Specchio» non eschino fuore e non venghino a star +con me. + +FABRIZIO. Maestro, che faremo? + +PEDANTE. Etiam atque etiam cogitandum. + +STRAGUALCIA. O corpo mio, fatti capanna; ch'io so che, per una volta, +alzarò il fianco. + +PEDANTE. Io penso, Fabrizio, che noi aviam pochi denari. + +STRAGUALCIA. Maestro, io ci ho veduto un figliuol dell'oste bello come +uno angiolo. + +PEDANTE. Orsú! Stiam qui. In ogni modo, tuo padre, se lo troviamo, +pagará l'oste. + +STRAGUALCIA. Parti che 'l cimbel fusse a tempo per far calare il tordo? +Io ho giá bevuto tre volte e ho detto una. Io non mi partirò di cucina, +ch'io assaggiarò ciò che v'è; e poi dormirò intorno a quel buon fuoco. E +cancar venga a chi vuol far robba! + +AGIATO. Ricordati, Frulla, che tu me n'hai fatte troppo e, un dí, ci +spezzarem la testa; e bene. + +FRULLA. A tua posta. Non posso piú presto che ora. + + +SCENA III + +VIRGINIO vecchio e CLEMENZIA balia. + + +VIRGINIO. Questi sono i costumi che tu gli hai insegnati? Questo è +l'onore ch'ella mi fa? Oh sfortunato a me! Per questo ho io campato +tante fortune? per veder la mia robba senza erede? per veder la mia casa +disfatta, la mia figliuola una puttana? per diventare una fabula del +vulgo? per non piú potere alzar la fronte fra gli uomini? per esser +mostrato a dito da' fanciulli, deleggiato dai vecchi, messo in comedia +dagli Intronati, posto per essempio nelle novelle e portato per bocca +dalle donne di questa terra? E forse che non son novelliere! forse che +non gli piace di dir male! Giá credo che si sappia per tutto; anzi, ne +son certo, ché basta ch'una sola il sappia che, fra tre ore, va per +tutta la terra. Disgraziato padre! misero e doloroso vecchio troppo +vissuto! Virginio, che farò io? che pensiero ha da essere il mio? + +CLEMENZIA. Farai bene di farne manco romore che puoi e veder di +proveder, meglio che si potrá, che la torni a casa senza che tutta +questa cittá se ne accorga. Ma tanto avesse ella fiato, suor Novellante +Ciancini, quanto io credo che sia vero che Lelia vada vestita da uomo! +Guarda che elle non dichin cosí perché la vorrebbeno far monaca e che tu +gli lassi tutta la robba tua. + +VIRGINIO. Come non dice il vero? Ella m'ha per infin detto ch'ella sta +per ragazzo con un gentiluomo di questa terra e che egli non s'è ancora +accorto ch'ella sia donna. + +CLEMENZIA. Potrebbe essere ogni cosa; ma, per me, non lo posso credere. + +VIRGINIO. Né io non lo posso credere che non la conosca per donna. + +CLEMENZIA. Non dico cotesto, io. + +VIRGINIO. Il dico io, ché mi tocca: bench'io stesso mi feci il male, +dandola a nutrire a te che sapevo chi tu eri. + +CLEMENZIA. Virginio, non piú parole. S'io son stata una trista, m'hai +fatta tu. Sai bene che, prima che tu, non mi ebbe altri che il mio +marito. Io dico che le fanciulle si voglion trattare altrimenti. Non ti +vergognavi di volerla maritare a un vecchio rantacoso che le potrebbe +esser nonno? + +VIRGINIO. E che hanno i vecchi, manigolda? Son mille volte meglio che i +giovani. + +CLEMENZIA. Tu sei uscito del sentimento: e però fa bene ognuno a +scorgerti e darti ad intender le ciaramelle. + +VIRGINIO. S'io la truovo, la strascinarò a casa pe' capegli. + +CLEMENZIA. Farai pur come colui che si toglie le corna di seno e se le +mette in capo. + +VIRGINIO. Non me ne curo. Tanto se ne saria. Basti ch'io me le tagliarò. + +CLEMENZIA. Govèrnate a tuo modo, ché non ti dorrá la testa. + +VIRGINIO. Io ho avuti i segnali come la va vestita. Tanto la cercarò +ch'io la trovarò. Poi bastisi. + +CLEMENZIA. Fa' come tu vuoi, ch'io mi vo' partire; ch'io perderei il +tempo a lavar carboni. Ma... + + +SCENA IV + +FABRIZIO giovinetto e FRULLA oste. + + +FABRIZIO. Mentre che questi due miei servidori si riposano, io andarò a +vedere la terra. Come si levan, digli che venghino verso piazza. + +FRULLA. Per certo, padron mio, che, se io non vi avesse veduto vestir +questi panni, io giurarei che voi fusse un giovinetto, servidor d'un +gentiluomo di questa terra, che veste come voi di bianco e tanto vi +s'assomiglia che quasi parete lui. + +FABRIZIO. Saria forse qualche mio fratello? + +FRULLA. Potrebbe essere. + +FABRIZIO. Direte poi al maestro che cerchi di colui che sa. + +FRULLA. Lasciate l'impaccio a me. + + +SCENA V + +PASQUELLA fante e FABRIZIO giovinetto. + + +PASQUELLA. In buona fé, che eccolo. Avevo paura di non aver a cercar +tutta questa terra prima ch'io 'l trovassi. Fabio, che tu sia il ben +trovato. Ti venivo a cercare; tu m'hai tolto fatica. Amor mio, dice la +padrona che, per una cosa ch'importa a te e a lei, che tu venga or ora a +trovarla. Non so giá quel che si sia. + +FABRIZIO. Chi è la tu' padrona? + +PASQUELLA. Tu lo sai ben, tu, chi ella è. In buona fé, che l'uno e +l'altro s'è attaccato bene! + +FABRIZIO. Io non son però attaccato; ma, s'ella vuole, ci attaccaremo, e +presto. + +PASQUELLA. Perché sète due da pochi. Vorrei esser giovine per potere +ancor io tôrmene una corpacciata; e so che, s'io fusse in voi, avrei giá +posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, sí. + +FABRIZIO. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, ché voi m'avete +còlto in iscambio. + +PASQUELLA. Oh! Non l'aver per male, Fabio mio, ch'io 'l dico per farti +bene. + +FABRIZIO. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so' +chi voi credete. + +PASQUELLA. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo? +Delle sue pari, cosí ricche e cosí belle, in questa terra ne son poche. +E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s'ha da fare; ché andar +dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tôr parole e dar parole dá che dire +alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei. + +FABRIZIO. Che cosa nova è questa? Io non l'intendo. O che costei è pazza +o che m'ha còlto in iscambio. Vo' pur veder dove la mi vuol menare. +Andiamo. + +PASQUELLA. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno, +ché vederò se Isabella è sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sará +alcuno. + +FABRIZIO. Voglio stare a vedere che fine ha d'avere questa favola. Forse +costei è serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche +scudo; ma gli è male informata, ch'io son quasi allievo di spagnuoli e, +alla fine, vorrò piú presto uno scudo del suo che dargli un carlin del +mio. Qualcun di noi ci sará incòlto. Lasciami scostare un poco da questa +casa e por mente che gente v'entra ed esce per saper che razza di donna +sia. + + +SCENA VI + +GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA. + + +GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli è cotesto, te la renuncio. E lasciamo +stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l'abbi fatto +perché la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri. + +VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che +non vogli guastar quel che è fatto. + +GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli. + +VIRGINIO. Oh! Vòi mancar della tua parola? + +GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, sí: oltra che tu non sai se la +potrai riavere o no. Tu mi vòi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben +sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto. + +VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la +riaverò, non sei contento che le nozze si faccin subito? + +GHERARDO. Virginio, io ho avuta la piú onorata moglie che fusse in +questa cittá e ho una figliuola che è una colombina. Come vòi ch'io mi +metta in casa una che s'è fuggita dal padre e va per questa casa e per +quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io +non trovarei da maritar mia figliuola? + +VIRGINIO. Passato qualche dí, non se ne ragionará piú. Che credi che +sia? E' non vi è altri che tu e io che lo sappi. + +GHERARDO. E poi ne sará piena tutta questa terra. + +VIRGINIO. E' non è vero. + +GHERARDO. Quant'è ch'ella è fuggita? + +VIRGINIO. O ieri o questa mattina. + +GHERARDO. Dio 'l voglia. Ma che sai ch'ella sia in Modena? + +VIRGINIO. Sollo. + +GHERARDO. Or truovala e poi ci riparleremo. + +VIRGINIO. Promettimi di pigliarla? + +GHERARDO. Vedrò. + +VIRGINIO. Or dimmi di sí. + +GHERARDO. Nol dico, ma... + +VIRGINIO. Or dillo liberamente. + +GHERARDO. Adagio! Che fai costí, Pasquella? Che fa Isabella? + +PASQUELLA. E che! Sta in ginocchioni dinanzi al suo altaruccio. + +GHERARDO. Benedetta sia ella! Io ho una figliuola che sempre sta in +orazione. È la maggior cosa del mondo. + +PASQUELLA. Oh quanto ben dite! La digiuna tal vigilia che Dio vel dica; +dice l'officio, come una santarella. + +GHERARDO. Somiglia quella benedetta anima di sua madre. + +PASQUELLA. Dice il vero. Oh quanto ben faceva quella meschina! Eran piú +le discipline ch'ella si dava e i cilici ch'ella portava che non è +quanto bene l'altre fanno oggi: limosiniera per la vita; e, se non fusse +stato per amor di voi, non capitava né frate né prete né povarello a +quello uscio che non ricettasse e non gli desse ciò ch'ella aveva. + +VIRGINIO. Coteste eran buone parti. + +PASQUELLA. Vi dico piú oltre che la si levò dugento volte, una e due ore +innanzi dí, per andar alla prima messa de' frati di San Francesco, ché +non voleva esser veduta né tenuta una pòrchita come fanno certe +graffiasanti ch'io conosco. + +GHERARDO. Come «pòrchita»? Che vuo' tu dire? + +PASQUELLA. Pòrchita, sí; come si dice? + +VIRGINIO. Cotesta è una mala parola. + +PASQUELLA. So ch'io sentivo dir cosí a lei. + +GHERARDO. Tu vuoi dire ipocrita, tu. + +PASQUELLA. Forse. Ma vi dico che sua figliuola sará ancor piú di lei. + +GHERARDO. Dio il voglia. + +VIRGINIO. Oh Gherardo, Gherardo! Questa è colei di che aviam ragionato. +Oh scontento padre! Forse che si nasconde o che si fugge per avermi +veduto? Accostiamoglici. + +GHERARDO. Vedi di non far errore, ché forse non è essa. + +VIRGINIO. Chi non la conosceria? Non vegg'io tutti i segnali che m'ha +dati suor Novellante? + +PASQUELLA. La cosa va male. Che sí ch'io n'arò le mie! + + +SCENA VII + +VIRGINIO, GHERARDO e FABRIZIO giovinetto. + + +VIRGINIO. Addio, buona fanciulla. Parti che questo sia abito conveniente +a una tua pari? Questo è l'onor che tu fai alla casa tua? Questo è il +contento che tu dái a questo povero vecchio? Almen fuss'io morto quando +io t'ingenerai! ché non sei nata se non per disonorarmi, per sotterarmi +vivo. Oh Gherardo! Che ti par della tua sposa? parti ch'ella ci facci +onore? + +GHERARDO. Cotesto non dich'io. Sposa, eh? + +VIRGINIO. Ribalda, scelerata! Come ti starebbe bene che costui non ti +volesse piú per moglie e non trovasse piú partito! Ma ei non guardará +alle tue pazzie; e ti vuol pigliare. + +GHERARDO. Adagio! + +VIRGINIO. Entra costí in casa, sciaurata! che fu ben maladetto il latte +che tua madre ti porse il dí ch'io t'ingenerai. + +FABRIZIO. O buon vecchio, avete voi figliuoli, parenti o amici in questa +terra a' quali appartenga aver cura di voi? + +VIRGINIO. Guarda che risposta! Perché dici cotesto? + +FABRIZIO. Perché mi maraviglio che, avendo voi tanto bisogno di medico, +vi lascino uscir di casa; ché, in ogni altro luogo che voi fusse, vi +terreben legato. + +VIRGINIO. Legata dovevo io tener te, che mi vien voglia di scannarti! +Portami un coltello. + +FABRIZIO. Vecchio, voi non mi conoscete bene; e ditemi villania, forse +pensando ch'io sia forestiero. Ed io son cosí ben da Modana come voi e +figliuol di sí buon padre e di sí buona casa come voi. + +GHERARDO. Gli è bella, in fine. Se non c'è altro errore che quanto si +vede, io la vo' pigliare. + +VIRGINIO. E perché ti sei partita da tuo padre e dal luogo dove io +t'avevo raccomandata? + +FABRIZIO. Me non raccommandaste voi mai, ch'io sappia; ma il partir mi +fu forza. + +VIRGINIO. Forza, eh? e chi ti sforzò? + +FABRIZIO. Gli spagnuoli. + +VIRGINIO. E adesso donde vieni? + +FABRIZIO. Di campo. + +VIRGINIO. Di campo? + +FABRIZIO. Di campo, sí. + +GHERARDO. Non ne sia fatto nulla. + +VIRGINIO. Oh sventurata a te! + +FABRIZIO. Questo sia sopra di voi. + +VIRGINIO. Gherardo, di grazia, mettiamola in casa tua, ch'ella non sia +veduta cosí. + +GHERARDO. Non farò. Menala pure alla tua. + +VIRGINIO. Per mio amore, fa' un poco aprire l'uscio. + +GHERARDO. Non, dico. + +VIRGINIO. Ascolta un poco. E voi aviate cura che costei non vada +altrove. + +FABRIZIO. Io ho conosciuti molti modanesi pazzi li quali non contarei +per nome; ma pazzi come questo vecchio, che non stesse o legato o +rinchiuso, non viddi alcuno mai. Guarda che bello umore! È impazzato in +questo, per quanto mi sono accorto: che i gioveni gli paion donne. Oh! +Questa è molto piú bella pazzia che quella che il Molza disse della +donna sanese che gli pareva essere una vettina: essendo piú propio delle +donne aver poco cervello che de' vecchi che, per mille ragioni, deveno +essere savissimi. E non vorrei per cento scudi non poter contar questa +pazzia alle veglie, al tempo dei carnovali. Or vengono in qua. Vediamo +quel che dicono. + +GHERARDO. Io ti dirò il vero. Da un canto, mi pare; dall'altro, no. +Pure, se gli può domandare un poco meglio. + +VIRGINIO. Vien qua. + +FABRIZIO. Che volete, buon vecchio? + +VIRGINIO. Tu sei ben trista, tu. + +FABRIZIO. Non mi dite villania, ch'io non comportarò. + +VIRGINIO. Sfacciata! + +FABRIZIO. Oh! oh! oh! oh! oh! oh! oh! + +GHERARDO. Lascial dire: non vedi che gli è scorrucciato? Fa' a suo modo. + +FABRIZIO. Che vuol da me? che ho da far né con voi né con lui? + +VIRGINIO. Ancor hai ardir di parlare? Di chi sei figliuola, tu? + +FABRIZIO. Di Virginio Bellenzini. + +VIRGINIO. Volesse Dio che tu non fusse! ché tu mi farai morir innanzi +tempo. + +FABRIZIO. Innanzi tempo muore un vecchio di sessant'anni? Tanto vivesse +ognuno! Morite a vostra posta, ché sète vissuto troppo. + +VIRGINIO. Tua colpa, ribalda! + +GHERARDO. Eh! Lasciate queste parole. Figliuola mia e sorella mia, non +si risponde cosí al padre. + +FABRIZIO. Lascia andare i colombi, e' s'appaiano. Tutt'a due questi +peccano d'un medesimo umore. E che bel caso! Ah! ah! ah! ah! ah! + +VIRGINIO. Ancor ridi? + +GHERARDO. Questo è un mal segno, a farsi beffe del padre. + +FABRIZIO. Che padre? che madre? Io non ebbi mai altro padre che Virginio +né altra madre che Giovanna. Voi mi parete una bestia. Che vi credete, +forse, ch'io non abbi alcun per me? + +GHERARDO. Virginio, sai che dubito? che, per maninconia, non abbi a +questa povera giovane dato volta il cervello. + +VIRGINIO. Trist'a me! ch'io me n'accorsi fino al principio, quando vidi +che con sí poca pazienzia mi venne innanzi. + +GHERARDO. No: questo poteva proceder da altro. + +VIRGINIO. E da che? + +GHERARDO. Com'una donna ha perduto l'onore, tutto 'l mondo è suo. + +VIRGINIO. Io dico che l'ha qualche pazzia nel capo. + +GHERARDO. Pur, si ricorda del padre e della madre; mentre par che non ti +conosca. + +VIRGINIO. Faciamola entrare in casa tua, poi che gli è qui vicina, ché +alla mia non la potrei far condurre senza farmi scorgere a tutta la +terra. + +FABRIZIO. Che se consegliano quei rimbambiti, fratelli di Melchisedec? + +VIRGINIO. Facciamo in prima con le buone tanto che noi la conduciamo +dentro; poi, per forza, la serraremo in camara con tua figliuola. + +GHERARDO. Che si faccia. + +VIRGINIO. Orsú, figliuola mia! Io non voglio star teco piú in còlora. Ti +perdono ogni cosa, pur che attendi a viver bene. + +FABRIZIO. Vi ringrazio. + +GHERARDO. Cosí fanno le buone figliuole. + +FABRIZIO. Ecco l'altro rosto fresco. + +GHERARDO. Orsú! Non v'è onore esser visti ragionar fuore in questo +abito. Entratevene in casa. Pasquella, apre l'uscio. + +VIRGINIO. Entra, figliuola mia. + +FABRIZIO. Cotesto non farò io. + +GHERARDO. Perché? + +FABRIZIO. Perché non voglio entrar per le case d'altri. + +GHERARDO. Costei sará una Penelope, beato a me! + +VIRGINIO. Non diss'io che la mia figliuola era bella e buona? + +GHERARDO. L'abito 'l mostra. + +VIRGINIO. Ti vo' dir solamente una parola. + +FABRIZIO. Ditela di fuore. + +GHERARDO. Eh che non sta bene! Questa casa è la tua; tu hai da esser la +mia moglie. + +FABRIZIO. Che moglie? Vecchio bugia... bugiardo! + +GHERARDO. Tuo padre mi t'ha pur promessa. + +FABRIZIO. Che pensate ch'io sia forse qualche bagascia che si faccia, +eh?... + +VIRGINIO. Orsú! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo' +far se non quel tanto che tu vorrai. + +FABRIZIO. Eh, vecchio! Mi conoscete male. + +VIRGINIO. Ode una parola qui dentro. + +FABRIZIO. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi? + +VIRGINIO. Gherardo, ora che voi l'avete qui drento, ordiniamo di +serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei +suoi panni. + +GHERARDO. Ciò che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della +camera da basso e chiama Isabella che venga giú. + + + + +ATTO IV + + +SCENA I + +PEDANTE e STRAGUALCIA. + + +PEDANTE. Egli ti starebbe molto bene ch'egli ti desse cinquanta +bastonate per insegnarti, quando e' va fuore, a fargli compagnia e non +t'imbriacasse e poi dormire, come hai fatto, e lasciarlo andar solo. + +STRAGUALCIA. E voi doveria far caricar di scope, di solfo, di pece, di +polvere e darvi fuoco per insegnarvi a non esser quel che voi sète. + +PEDANTE. Imbriaco! imbriaco! + +STRAGUALCIA. Pedante! pedante! + +PEDANTE. Lassa ch'io trovi il padrone!... + +STRAGUALCIA. Lasciate ch'io truovi suo padre!... + +PEDANTE. Oh! A suo padre che puoi dir di me? + +STRAGUALCIA. E voi che potete dir di me? + +PEDANTE. Che tu sei un gaglioffo, un manigoldo, un infingardo, un +poltrone, un pazzo, uno imbriaco, posso dire. + +STRAGUALCIA. E io che voi sète un ladro, un giocatore, una mala lingua, +un barro, un mariuolo, un frappatore, un vantatore, un capo grosso, uno +sfacciato, uno ignorante, un traditore, un sodomito, un tristo, posso +dire. + +PEDANTE. Noi siamo conosciuti. + +STRAGUALCIA. Voi dite 'l vero. + +PEDANTE. Basta: non piú parole. Non mi vo' metter con un par tuo, ché +non m'è onore. + +STRAGUALCIA. Sí, per Dio! Tutta la nobilitá della Maremma è in voi! +Sareste mai altro che figliuol d'un mulattiere? Non son io nato meglio +di voi? Pare onesto a questo furfante, poi che sa dir «_cuius +masculini_», di tener ognun sotto i piei. + +PEDANTE. «Povera e nuda vai, filosofia». In bocca di chi son venute le +povere lettere? D'uno asino. + +STRAGUALCIA. L'asino sarete voi, se non parlate altrimenti; ché vi +caricarò di legname. + +PEDANTE. Sai che ti ricordo? Furor fit laesa saepius sapientia. Tu mi +farai, un tratto, uscir del manico, Stragualcia. Lasciami stare, +famegliaccio di stalla, poltrone, arcipoltrone! + +STRAGUALCIA. Doh pedante, arcipedante, pedante, pedantissimo! Puossi dir +peggio che pedante? trovasi la peggior genia? ècci la maggior canaglia? +trovasi esercizio peggiore? Forse che non vanno gonfiati perché altri +gli chiama «messer tale» e «maestro quale»? e che non rispondono con +riputazione a una sbirettata discosto un miglio? Comanda, messer caca, +messer stronzo, maestro squaquara, messer merda? + +PEDANTE. Tractant fabrilia fabri. Tu parli propio da quel che sei. + +STRAGUALCIA. Parlo di quel che vi piace. + +PEDANTE. Vòimiti levar dinanzi? + +STRAGUALCIA. Io non vi ci fui mai dinanzi: benché non è restato da voi. + +PEDANTE. Al corpo di... + +STRAGUALCIA. Al corpo ci... Guarda chi mi vuol dir villania! Sa che non +fece mai tristizia ch'io non sappia e che, s'io volesse, il potrei fare +ardere, e pur mi sta a rompere il culo. + +PEDANTE. Ti menti per la gola, ch'io non son uomo da ciò. + +STRAGUALCIA. Sarebbe forse il primo. + +PEDANTE. Ho deliberato, Stragualcia, o che tu non starai in casa o ch'io +non ci starò io. + +STRAGUALCIA. È forse la prima volta che l'avete detto? Voi non ve ne +partiresti, se altri ve ne cacciasse con le granate. Ditemi un poco: chi +trovareste voi che vi tenesse a tavola seco, nello studio seco, a +dormire seco, se non questo giovinetto che è meglio del pane? + +PEDANTE. Per Dio, sí, mi mancarebbeno i partiti, quando io gli volesse! +Ho tal che mi prega. + +STRAGUALCIA. Oh la buona robba! Passate, passate. + +PEDANTE. Vogliam far poche parole; e farai bene. Tórnatene a l'ostaria +ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme. + +STRAGUALCIA. All'ostaria tornarò io volentieri e conto farò io a vostra +posta; ma pensate d'avere a pagar voi. S'io non facesse qualche volta il +viso dell'arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli è piú +vil ch'un coniglio. Com'io lo bravo, non fa parola; ma, s'io me gli +mettesse sotto, mi squartarebbe, sí gross'ha la discrezione! Buon per me +che lo conosco! + +PEDANTE. Il Frulla m'ha detto che Fabrizio sará in verso piazza. E però +sará buono ch'io pigli di qua. + + +SCENA II + +GHERARDO, VIRGINIO e PEDANTE. + + +GHERARDO. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai; +e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi. + +VIRGINIO. Cosí sia. + +PEDANTE. S'io non m'inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte; +né mi ricordo dove. + +VIRGINIO. Che mirate, uomo da bene? + +PEDANTE. Certo, questo è il padrone. + +GHERARDO. Lascia mirar quel che gli piace. Debb'esser poco pratico in +questa terra: ché, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come +qui; ma si lascia mirar ognuno. + +PEDANTE. S'io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in +questa terra messer Virginio Bellenzini? + +VIRGINIO. Sí, conosco; e non potrebb'esser piú mio amico di quel che gli +è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d'alloggiar seco, vi dico che +gli ha altre facende e che non vi pò attendere: sí che cercate pur altro +oste. + +PEDANTE. Voi sète per certo esso. Salvete, patronorum optime. + +VIRGINIO. Sareste mai messer Pietro de' Pagliaricci maestro di mio +figliuolo? + +PEDANTE. Sí, sono. + +VIRGINIO. Oh figliuol mio! Trist'a me! Che nuove mi portate di lui? ove +il lasciaste? ove morí? perché sète stato tanto ad avvisarmi? +ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era +quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve +ne prego. + +PEDANTE. Non piangete, messer, di grazia. + +VIRGINIO. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m'allevò quel povero +figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se' tu +sotterato? Sapetene nulla? ché non mel dite? ch'io muoio di voglia di +saperlo e di paura di non intender quello ch'io intenderò. + +PEDANTE. O padron mio, non piangete. Perché piangete? + +VIRGINIO. Non piangerò io un cosí dolce figliuolo? cosí savio? cosí +dotto? cosí bene allevato? che quei traditori me l'ammazzorono. + +PEDANTE. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo è vivo e sano. + +GHERARDO. Mal per me, se questo è. Perdut'ho io mille fiorini. + +VIRGINIO. Vivo e sano? Che? Se cosí fusse, saria ora con voi. + +GHERARDO. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro? + +PEDANTE. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento. + +VIRGINIO. Ditemi qualche cosa, maestro. + +PEDANTE. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d'un capitano +Orteca. + +GHERARDO. State a udire, ché ora comincia la favola. + +PEDANTE. E perché gli era a compagnia con due altri, pensando +d'ingannarsi, secretamente ci mandò a Siena. Di lí a pochi giorni +venn'egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici +del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e +sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo +cavò di Siena e mandò a un castel del signor di Piombino; e per usque +millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto. + +VIRGINIO. Figliuol mio! Straziavanlo, almanco? + +PEDANTE. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo. + +GHERARDO. Io sto con la morte alla bocca. + +PEDANTE. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo. + +GHERARDO. Tu intendi. Che sí che ti cavará di man qualche scudo? + +VIRGINIO. Segue. + +PEDANTE. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu +questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha +liberati. + +VIRGINIO. E dov'è il mio figliuolo? + +PEDANTE. Piú presso che non credete. + +VIRGINIO. È forse in Modana? + +PEDANTE. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat +praemium, io vel dirò. + +GHERARDO. Or questa è la cosa, truffatore! + +PEDANTE. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit. + +VIRGINIO. Prometto ciò che voi volete. Dove è? + +PEDANTE. Nell'ostaria del «Matto». + +GHERARDO. La cosa è fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a +me? Pur ch'i' abbi lei, mi basta. Io son ricco d'avanzo. + +VIRGINIO. Andiamo, maestro, ch'io non credo veder quell'ora ch'io 'l +vegghi, ch'io l'abbracci, ch'io 'l baci e lo pigli in collo. + +PEDANTE. Padrone, oh quanto mutatur ab illo! E' non è piú fanciullo da +pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli è fatto grande. E so +certo che non riconoscerá voi, cosí sète mutato! Praeterea avete questa +barba, che prima non la portavate; e, s'io non vi sentivo parlare, non +vi arei mai conosciuto. Che è di Lelia? + +VIRGINIO. Bene. Gli è fatta grande e grossa. + +GHERARDO. Come «grossa»? Se gli è cotesto, tientela; ch'io, per me, non +la voglio. + +VIRGINIO. Oh! oh! Io dico che gli è fatta giá una donna. O maestro, io +non v'ho ancor baciato. + +PEDANTE. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro +figliuolo... so ben io. E n'ho avuta cagione, ch'io non lo richiesi mai +di cosa che subito egli non s'inchinasse a farla. + +VIRGINIO. Come ha imparato? + +PEDANTE. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus, +per tot discrimina rerum. + +VIRGINIO. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo' veder se +mi conosce. + +PEDANTE. Egli era uscito dell'ostaria poco fa. Veggiamo se gli è +tornato. + + +SCENA III + +PEDANTE, STRAGUALCIA, VIRGINIO e GHERARDO. + + +PEDANTE. Stragualcia! o Stragualcia! È tornato Fabrizio? + +STRAGUALCIA. Non anco. + +PEDANTE. Vien qua. Fa' motto al padron vecchio. Questo è messer +Virginio. + +STRAGUALCIA. Èvvi passata la còllora? + +PEDANTE. Non sai ch'io non tengo mai còllora con te? + +STRAGUALCIA. Fate bene. + +PEDANTE. Or da' qua la mano al padre di Fabrizio. + +STRAGUALCIA. Porgetemela voi. + +PEDANTE. Non dico a me; dico a questo gentiluomo. + +STRAGUALCIA. È questo il padre del nostro padrone? + +PEDANTE. Sí, è. + +STRAGUALCIA. O padron magnifico, a tempo veniste per pagar l'oste. Ben +gionto. + +PEDANTE. Costui è stato un buon servitore a vostro figliuolo. + +STRAGUALCIA. Volete forse dir ch'io non gli son piú? + +PEDANTE. No. + +VIRGINIO. Che tu sia benedetto, figliuol mio! Pensa ch'io ho da ristorar +tutti quelli che gli han fatto buona compagnia. + +STRAGUALCIA. Voi mi potete ristorar con poca cosa. + +VIRGINIO. Dimanda. + +STRAGUALCIA. Acconciatemi per garzon con questo oste che è il miglior +compagno del mondo e 'l meglio fornito e 'l piú savio e quel che meglio +intende il bisogno del forestiero che oste che mai io vedesse. Io, per +me, non credo che sia altro paradiso al mondo. + +GHERARDO. Gli ha nome di tener molto bene. + +VIRGINIO. Hai tu fatto colazione? + +STRAGUALCIA. Un poco. + +VIRGINIO. Che hai mangiato? + +STRAGUALCIA. Un par di starne, sei tordi, un cappone, un poca di +vitella; e bevuto due boccali solamente. + +VIRGINIO. Frulla, dágli ciò che vuole; e lascia pagare a me. + +PEDANTE. Or che vuoi? + +STRAGUALCIA. Vi _bacios las manos_. A questo modo son fatti i padroni, +maestro! Messer Pietro, voi sète troppo misero e volete ogni cosa per +voi. Sapete da quanti v'è stato detto. Frulla, porta un poco da bere a +questi gentiluomini. + +PEDANTE. Non bisogna, no. + +STRAGUALCIA. So che voi berete. Pagarò io. Che credete che sia? Due +animelle, una fetta di salsiccione... Volete? Maestro, bevete voi +ancora. + +PEDANTE. Per far teco la pace, son contento. + +STRAGUALCIA. Oh! gli è buono! Padrone, voi avete da voler bene al +maestro che vuol meglio al vostro figliuolo che agli occhi suoi. + +VIRGINIO. Dio gli facci di bene. + +STRAGUALCIA. Tocca prima a voi e poi a Dio. Bevete, gentiluomo. + +GHERARDO. Non accade. + +STRAGUALCIA. Per gentilezza, entrate drento, tanto che Fabrizio torni; +e, poi che la cena è in ordine, cenaremo qui, questa sera. + +PEDANTE. Questo non è forse male. + +GHERARDO. Io vi lasciarò, ché ho un poco di facenda a casa. + +VIRGINIO. Abbi cura che colei non si parta. + +GHERARDO. Non ci vo per altro. + +VIRGINIO. Gli è tua; fanne a tuo modo; per me, te ne do licenzia. + +GHERARDO. In fine, e' non si possono aver tutti i contenti. Pazienzia! +Ma, s'i' veggo bene, questa è Lelia che sará uscita fuora. Quella da +poco della fantesca l'ará lasciata fuggire. + + +SCENA IV + +LELIA da ragazzo, CLEMENZIA balia e GHERARDO. + + +LELIA. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio? + +CLEMENZIA. Dátene pace e lascia fare a me, ché trovarò qualche modo da +contentarti. Va' cavati questi panni, ché tu non sia veduta cosí. + +GHERARDO. Io la vo' pur salutare e intender com'egli è fuggita. Dio ti +contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t'ha aperto l'uscio? La +fantesca, eh? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia; +ma l'esser veduta in questo abito è poco onore e a te e a me. + +LELIA. Oh sventurata! Costui m'ha conosciuta. Con chi parlate voi? Che +Lelia! Io non son Lelia. + +GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola, +tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io +non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni. + +LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito! + +CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle +citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse +niuna ve n'è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle +segrete. + +GHERARDO. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa +mia, che l'avevo serrata con Isabella? + +CLEMENZIA. Chi? costei? + +GHERARDO. Costei. + +CLEMENZIA. Tu t'inganni, ché non s'è mai oggi partita da me: e, per +giambo, s'era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e +dicevami ch'io mirasse se stava bene. + +GHERARDO. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa +con Isabella. + +CLEMENZIA. Donde venite voi adesso? + +GHERARDO. Dall'ostaria del «Matto», che v'andai con Virginio. + +CLEMENZIA. Beveste? + +GHERARDO. Un trattarello. + +CLEMENZIA. Or andate a dormire, ché voi n'avete bisogno. + +GHERARDO. Fammi veder un poco Lelia prima ch'io mi parti; ch'io gli vo' +dare una buona nuova. + +CLEMENZIA. Che nuova? + +GHERARDO. Gli è tornato suo fratello sano e salvo e che 'l padre +l'aspetta all'ostaria. + +CLEMENZIA. Chi? Fabrizio? + +GHERARDO. Fabrizio. + +CLEMENZIA. S'io 'l credessi, ti darei un bacio. + +GHERARDO. Sí che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia. + +CLEMENZIA. Io vo' correre a dirglielo. + +GHERARDO. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l'ha lasciata +partire. + + +SCENA V + +PASQUELLA fante, sola. + + +Uh trista a me! Io ho avuta sí fatta la paura ch'io son uscita fuor di +casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste. +A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle +risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era +donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder +la chiave. Io vòlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai +che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi +se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e +chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si +lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii +percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un +pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si +vuole, e' non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi +cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve +tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene, +io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far +tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon +tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al +mondo che loro che tanto ne sappi. + + +SCENA VI + +GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante. + + +GIGLIO. Agliá sta Pasquella. Ya penso que le paresca que muccio +tardasse, per arta gana que tiene de ser con migo. Ya sape, la malditta, +quanto valen los spagnuolos en las cosas dellas mugeres. Oh come se +holgan de nos otros estas puttas italianas! + +PASQUELLA. Io ho giá pensato in che modo ho a fare a farlo star forte. +Lascia pur fare a me. + +GIGLIO. Esta male aventurada lavandera sí se piensa ch'io gli desse el +rosario. Renniego dell'imperador se io non quiero qu'ella hurti tanto á +suo amo que me compri calzas y giuppon y camisas, de dos in dos. +Holgaromme yo con ella á mio plazer y despues tommaré á mio rosario sin +dezir nada; que ya me pienso que ya non s'accorda d'ello. + +PASQUELLA. Se mi lascia una volta in mano quella corona, se la vede mai +piú, cavami gli occhi. E, se mi dirá niente, gli farò fare un sí fatto +spauracchio dal mio Spela che mai non n'ebbe un sí fatto. + +GIGLIO. Oh que benditta sia quella bien aventurada madre que vi fezio e +criò tan hermosa, tan bien criada, tan verdadera! Ya penso que me +speravate. + +PASQUELLA. Mira che dolci paroline che gli hanno! T'ho aspettato in su +questo uscio piú d'una mezza ora, per veder se tu ci passavi; ché 'l mio +padrone non era in casa e aremmo avuto tempo di stare insieme un pezzo. + +GIGLIO. Rencrescime, per Dios, che ho tenuto que fazer. Mas entriamo. + +PASQUELLA. Ho paura che 'l padron non torni, ché ha un pezzo che andò +fuora. Ma tu ti debbi esser scordata la corona, eh? + +GIGLIO. Non, madonna; que á qui sta. + +PASQUELLA. Mostra. Oh! Tu volevi fare acconciare il fiocco. Perché non +l'hai fatto? + +GIGLIO. Io le farò acconciar otra volta: y, per dezir la verdade, io non +me ne so accordado. + +PASQUELLA. Oh! È segno che tu facevi un gran conto di me, feminaccio che +tu sei! Mi vien voglia... + +GIGLIO. Non vi corruzate, madonna, con vostro figliuolo; que ben sapite +que non tengo otra amiga que vos. + +PASQUELLA. Son stata molto a cògliarti in bugia! Poco fa tu dicesti che +n'avevi due, delle gentildonne, per amiche. + +GIGLIO. Io las ho lasciatas per á voi, que non voglio io otra que voi. +Non m'intendite? + +PASQUELLA. Or bene sta. Mostrami un poco se questa corona è rosario. La +mi par molto lunga. + +GIGLIO. Non so, io, quanti siano. + +PASQUELLA. È segno che la dici spesso: nol debbi tu forse sapere il +paternostro. Eh! Dágli un po' qua, ch'io gli conti. + +GIGLIO. Tommala; mas vamo dentro en casa. + +PASQUELLA. Sai? Guarda che tu non sia veduto entrare. + +GIGLIO. Á qui non sta ninguno. + +PASQUELLA. Entriamo. Uh trista a me! Le mie galline son tutte qui. +Fermati, Giglio, un poco costí; ché, se fuggissero, non le giugnerei +oggi. + +GIGLIO. Facite presto. + +PASQUELLA. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve +rompiate il collo! Che sí che se ne fuggirá qualcuna? Para, para ben, +Giglio. + +GIGLIO. Donde stan estos pollos? Aquí non veo ni gallos ni gallinas. + +PASQUELLA. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare +l'uscio, tanto ch'io ce gli rimetta. + +GIGLIO. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqué? + +PASQUELLA. Perch'io non vorrei che questi polli l'aprisseno. + +GIGLIO. Fazite presto, ché algun non vienga y desturbe nostra fazienda. + +PASQUELLA. Venga pur chi vuole, ché qua dentro non è per intrare. + +GIGLIO. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite? + +PASQUELLA. Giglio, sai, ben mio? Io vo' prima dir tutta questa corona. +Tu pòi andartene, per istasera. E' non mi ricordavo ch'io ho anco a dire +una orazione che non la soglio mai lasciare. + +GIGLIO. Que trepparie son este? que corona? que orazion es esta? + +PASQUELLA. Che orazione? vuoi ch'io te la insegni? Sai? È buona a dire. +«Fantasima, fantasima, che dí e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a +coda ritta te n'andrai. Tristi con tristi, in mal'ora ci venisti e me +coglier ci credesti e 'ngannato ci remanesti. Amen». + +GIGLIO. Io no intendo á esta vostra orazione. Se non volite aprire, +renditemi mio rosario, que io me irò con Dios. Voto allos santos +martilogios que esta vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi. +Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida. + +PASQUELLA. «Che fa lo mio amor ch'egli non viene? L'amor d'un'altra +donna me lo tiene». Meschina a me! + +GIGLIO. E que! Non faze, donna Pasquella, que á qui sta sperando que gli +apriate. + +PASQUELLA. «Non ti posso servir, signor mio caro». Oimè! + +GIGLIO. Aze musiga esta male avventurada. Ya non se accuerda que á qui +sto. Daré colpo in esta puerta, voto á Dios. Tic, tac, tic, toc. + +PASQUELLA. Chi è lá? + +GIGLIO. Vostro figliuolo. + +PASQUELLA. Che volete? Il padron non è in casa. Bisogna che si gli dica +niente? + +GIGLIO. Una parabla. + +PASQUELLA. Aspetate, ché non può stare a venire. + +GIGLIO. Aprite, que aspettarò drento. Partióse. Do renniego de todo el +mondo, se non bruso toda esta posada, se non mi rende mio rosario. Tic, +tic, toc. + +PASQUELLA. Olá! Ch'è da esser? Voi avete una poca discrezione, +perdonatemi. Chi voi sète? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa +porta. + +GIGLIO. Voto á Dios e a santa Letania che anco la brusciarò, se non mi +rendide mio rosario. + +PASQUELLA. Cercatevene pure altrove; ché in su l'orto non ce ne abbiam, +de' rosai. + +GIGLIO. Non dico se non mis paternostros. + +PASQUELLA. Che n'ho io a fare, se voi non dite se non i vostri +paternostri? Vorreste forse ch'io diventasse una marrana come voi e +imparasse a dirgli ancor io? + +GIGLIO. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano? + +PASQUELLA. Sai? Se tu non ti levi d'intorno a l'uscio, ti bagnarò. + +GIGLIO. Ecciade l'agua; el fuogo porrò io a esta puerta. Malditta sea! +Todo me ha mollado, esta putta, vellacca, viegia alcahueta, male +aventurada! Oh reniego de todos los frailes! + +PASQUELLA. Bagna'vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete +niente, domandatelo a lui e non mi rompete piú il capo. + +GIGLIO. Se á qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es +de fuir. + + +SCENA VII + +GHERARDO e PASQUELLA. + + +GHERARDO. Che facevi tu, intorno a l'uscio, di quello spagnuolo? Che hai +tu da far con lui? + +PASQUELLA. Domandava non so che rosaio. Io, per me, non l'ho mai inteso. + +GHERARDO. Oh! Tu hai fatto ben quel ch'io ti dissi! Ho cosí voglia di +romperti l'ossa. + +PASQUELLA. Perché? + +GHERARDO. Perché hai lasciato partir Lelia? Non ti diss'io che tu non +gli aprisse? + +PASQUELLA. Quando partí? non è ella in camera? + +GHERARDO. È il malan che Dio ti dia. + +PASQUELLA. So che la v'è, io. + +GHERARDO. So che la non v'è; ché l'ho lasciata in casa di Clemenzia sua +balia. + +PASQUELLA. Non l'ho io testé lasciata in camara, in ginocchioni, che +infilzavano i paternostri? + +GHERARDO. Forse è tornata prima di me. + +PASQUELLA. Dico che non s'è partita, ch'io sappi. La camara è pur stata +serrata. + +GHERARDO. Dov'è la chiave? + +PASQUELLA. Eccola. + +GHERARDO. Dammela: ché, se non v'è, ti vo' rompere l'ossa. + +PASQUELLA. E, se la v'è, daretemene una camiscia? + +GHERARDO. Son contento. + +PASQUELLA. Lasciate aprire a me. + +GHERARDO. No; voglio aprir io: tu trovaresti qualche scusa. + +PASQUELLA. Oh! Io ho la gran paura che non gli truovi a' ferri. Pure, ha +un pezzo ch'io gli lasciai. + + +SCENA VIII + +FLAMMINIO, PASQUELLA e GHERARDO. + + +FLAMMINIO. Pasquella, quant'è che 'l mio Fabio non fu da voi? + +PASQUELLA. Perché? + +FLAMMINIO. Perché gli è un traditore; e io lo gastigarò. E, poi +ch'Isabella ha lasciato me per lui, se l'ará come merita. Oh che bella +lode d'una gentildonna par sua, innamorarsi d'un ragazzo! + +PASQUELLA. Uh! Non dite cotesto, ché le carezze ch'ella gli fa gli le fa +per amor vostro. + +FLAMMINIO. Digli che ancora, un dí, se ne pentirá. A lui, com'io lo +truovo (i' porto questo coltello in mano a posta), gli vo' tagliar le +labbra, l'orecchie e cavargli un occhio; e metter ogni cosa in un +piatto; e poi mandarglielo a donar. Vo' che la si sfami di baciarlo. + +PASQUELLA. Eh sí! Mentre che 'l cane abbaia, il lupo si pasce. + +FLAMMINIO. Tu il vedrai. + +GHERARDO. Oimè! A questo modo son giontato io? a questo modo, eh? Misero +a me! Quel traditor di Virginio, traditoraccio! m'ha pure scorto per un +montone. Oh Dio! Che farò io? + +PASQUELLA. Che avete, padrone? + +GHERARDO. Che ho, ah? Chi è colui che è con mia figliuola? + +PASQUELLA. Oh! Nol sapete voi? non è la cítola di Virginio? + +GHERARDO. Cítola, eh? Cítola, che fará fare a mia figliuola de' cítoli, +dolente a me! + +PASQUELLA. Eh! non dite coteste parolacce! Che cos'è? non è Lelia? + +GHERARDO. Dico che gli è un maschio. + +PASQUELLA. Eh, non è vero! Che ne sapete voi? + +GHERARDO. L'ho veduto con questi occhi. + +PASQUELLA. Come? + +GHERARDO. Adosso alla mia figliuola, trist'a me! + +PASQUELLA. Eh! che dovevano scherzare! + +GHERARDO. È ben che scherzavano. + +PASQUELLA. Avete veduto che sia maschio? + +GHERARDO. Sí, dico: ché, aprendo l'uscio a un tratto, egli s'era +spogliato in giubbone e non ebbe tempo a coprirsi. + +PASQUELLA. Vedeste voi ogni cosa? Eh! Mirate che gli è femina. + +GHERARDO. Io dico che gli è maschio e bastarebbe a far due maschi. + +PASQUELLA. Che dice Isabella? + +GHERARDO. Che vuo' tu ch'ella dica? Svergognato a me! + +PASQUELLA. Ché non lasciate andar or quel giovine? Che ne volete fare? + +GHERARDO. Che ne vo' fare? Accusarlo al governatore; e farollo +gastigare. + +PASQUELLA. O forse fuggirá. + +GHERARDO. E io l'ho rinserrato drento. Ma ecco Virginio. Apponto non +volevo altro. + + +SCENA IX + +PEDANTE, VIRGINIO e GHERARDO. + + +PEDANTE. Io mi maraviglio, per certo, che giá non sia tornato a +l'ostaria; e non so che me ne dire. + +VIRGINIO. Aveva arme? + +PEDANTE. Credo de sí. + +VIRGINIO. Costui sará stato preso: ché abbiamo un podestá che +scorticarebbe li cimici. + +PEDANTE. Io non credo però che a' forestieri si faccia queste scortesie. + +GHERARDO. Addio, Virginio. Questo è atto da uomo da bene? questa è cosa +convenevole a uno amico? questo è il parentado che volevi far con esso +me? chi t'hai pensato di gabbare? credi ch'io sia per comportarla? Mi +vien voglia... + +VIRGINIO. Di che cosa ti lamenti di me, Gherardo? che t'ho io fatto? Io +non cercai mai di far parentado teco. Tu me n'hai rotto il capo uno +anno. Ora, se non ti piace, non vada avanti. + +GHERARDO. Anco hai ardimento di rispondere, come s'io fusse un beccone? +Traditoraccio, giontatore, barro, mariuolo! Ma il governatore saprá ogni +cosa. + +VIRGINIO. Gherardo, coteste parole non pertengono a un par tuo e +massimamente con me. + +GHERARDO. Anco non vuol ch'io mi lamenti, questo tristo! Sei diventato +superbo perché hai ritrovato tuo figliuolo, eh? + +VIRGINIO. Tristo se' tu. + +GHERARDO. Oh Dio! Perché non son giovine com'io era? ch'io ne farei +pezzi, del fatto tuo. + +VIRGINIO. Puossi intender quel che tu vuoi dire o no? + +GHERARDO. Sfacciato! + +VIRGINIO. Io ho troppo pazienzia. + +GHERARDO. Ladro! + +VIRGINIO. Falsario! + +GHERARDO. Menti per la gola. Aspetta! + +VIRGINIO. Aspetto. + +PEDANTE. Ah gentiluomo! Che pazzia è questa? + +GHERARDO. Non mi tenete. + +PEDANTE. E voi, messer, mettetevi la veste. + +VIRGINIO. Con chi si pensa avere a fare? Rendemi la mia figliuola. + +GHERARDO. Scannarò te e lei. + +PEDANTE. Che cosa ha da far questo gentiluomo con esso voi? + +VIRGINIO. Non so, io; se non che, poco fa, gli messi Lelia mia figliuola +in casa, ché la voleva per moglie. Ora voi vedete. E temo non gli facci +dispiacere. + +PEDANTE. Ah, ah, gentiluomo! Non si vuole con l'arme! Con l'arme? + +GHERARDO. Lasciatemi! + +PEDANTE. Che differenzia è la vostra? + +GHERARDO. Questo traditore m'ha disfatto. + +PEDANTE. Come? + +GHERARDO. S'io non lo taglio a pezzi, s'io non lo squarto con questa +ronca... + +PEDANTE. Ditemi, di grazia, come la cosa sta. + +GHERARDO. Entriamo in casa, poi che il traditore s'è fuggito, ch'io vi +contarò ogni cosa. Non sète voi il maestro di suo figliuolo, che veniste +a l'ostaria con noi? + +PEDANTE. Sí, sono. + +GHERARDO. Entrate. + +PEDANTE. Sopra la fede vostra? + +GHERARDO. Oh sí! + + + + +ATTO V + + +SCENA I + +VIRGINIO, STRAGUALCIA, SCATIZZA, GHERARDO e PEDANTE. + + +VIRGINIO. Venite con me quanti voi sète. Stragualcia, vien tu ancora. + +STRAGUALCIA. Con l'arme o senza? Io non ho arme. + +VIRGINIO. Tolle costí, in casa dell'oste, qualche arme. + +SCATIZZA. Padrone, con targone bisognarebbe una lancia. + +VIRGINIO. Non mi curo piú di lancia. Mi basta questo. + +SCATIZZA. Questa rotella sarebbe piú galante per voi, essendo in +giubbone. + +VIRGINIO. No; questa copre meglio. Oh! Par che questo montone m'abbia +trovato a furare. Ho paura che 'l non abbia amazzata quella povera +figliuola. + +STRAGUALCIA. Questa è buona arme, padrone. Io lo voglio infilzare con +questo spedone come un beccafico. + +SCATIZZA. Oh! Che vuoi tu far dell'arrosto? + +STRAGUALCIA. Son pratico in campo; e so che, la prima cosa, bisogna far +provision di vettovaglia. + +SCATIZZA. Oh! Cotesto fiasco perché? + +STRAGUALCIA. Per rinfrescare i soldati, se alla prima battaglia fusser +ributtati indrieto. + +SCATIZZA. Questo mi piace; ché ei avverrá. + +STRAGUALCIA. Volete che, insieme insieme, infilzi il vecchio e la +figliuola, i famegli, la casa e tutti come fegatelli? Al vecchio +cacciarò lo spedone in culo e faroglielo uscir per gli occhi; gli altri +tutti a traverso come tordi. + +VIRGINIO. La casa è aperta. Costoro aran fatto qualche imboscata. + +STRAGUALCIA. Imboscata? Mal va. Io ho piú paura del legname che delle +spade. Ma ecco il maestro che esce fuora. + +PEDANTE. Lasciate fare a me, ch'io vi do la cosa per acconcia, messer +Gherardo. + +STRAGUALCIA. Guardatevi, padrone: ché questo maestro si potrebbe essere +ribellato e accordato coi nimici; ché pochi si trovan de' suo' pari che +tenghino il fermo. Volete ch'io cominci a infilzarlo e ch'io dica «e +uno»? + +PEDANTE. Messer Virginio, padrone, perché queste arme? + +STRAGUALCIA. Ah! ah! Non tel dissi io? + +VIRGINIO. Che è della mia figliuola? Díemela, ch'io la vo' menare a casa +mia. E voi avete trovato Fabrizio? + +PEDANTE. Sí, ho. + +VIRGINIO. Dov'è? + +PEDANTE. Qui dentro, che ha tolto una bellissima moglie, se ne sète +contento. + +VIRGINIO. Moglie, eh? e chi? + +STRAGUALCIA. Molto presto! Ricco, ricco! + +PEDANTE. Questa bella e gentil figliuola di Gherardo. + +VIRGINIO. Oh! Gherardo, testé, mi voleva amazzare. + +PEDANTE. Rem omnem a principio audies. Entriamo in casa, ché saprete il +tutto. Messer Gherardo, venite fuora. + +GHERARDO. O Virginio, il piú strano caso che fusse mai al mondo! Entra. + +STRAGUALCIA. Infilzolo? Ma gli è carne da tinello. + +GHERARDO. Fa' metter giú queste arme, ché gli è cosa da ridere. + +VIRGINIO. Follo sicuramente? + +PEDANTE. Sicuramente, sopra di me. + +VIRGINIO. Orsú! Andate a casa, voi altri, e ponete giú l'armi e +portatemi la mia veste. + +PEDANTE. Fabrizio, viene a conoscer tuo padre. + +VIRGINIO. Oh! Questa non è Lelia? + +PEDANTE. No; questo è Fabrizio. + +VIRGINIO. O figliuol mio! + +FABRIZIO. O padre, tanto da me desiderato! + +VIRGINIO. Figliuol mio, quanto t'ho pianto! + +GHERARDO. In casa, in casa, ché tu sappia il tutto. E piú ti dico, che +tua figliuola è in casa di Clemenzia sua balia. + +VIRGINIO. O Dio, quante grazie ti rendo! + + +SCENA II + +CRIVELLO, FLAMMINIO e CLEMENZIA balia. + + +CRIVELLO. Io l'ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e +udito con questi orecchi. + +FLAMMINIO. Guarda che fusse Fabio. + +CRIVELLO. Credete ch'io nol conoscesse? + +FLAMMINIO. Andiam lá. S'io 'l truovo... + +CRIVELLO. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch'egli esca +fuore. + +FLAMMINIO. E' nol farebbe Iddio ch'io avessi piú pazienzia. + +CRIVELLO. Voi guastarete la torta. + +FLAMMINIO. Io mi guasti. Tic, toc, toc. + +CLEMENZIA. Chi è? + +FLAMMINIO. Un tuo amico. Viene un poco giú. + +CLEMENZIA. Oh! Che volete, messer Flamminio? + +FLAMMINIO. Apre, ché tel dirò. + +CLEMENZIA. Aspettate, ch'io scendo. + +FLAMMINIO. Com'ell'ha aperto l'uscio, entra dentro; e mira se vi è; e +chiamami. + +CRIVELLO. Lasciate fare a me. + +CLEMENZIA. Che dite, signor Flamminio? + +FLAMMINIO. Che fai, in casa, del mio ragazzo? + +CLEMENZIA. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso? vuoi intrare in +casa mia per forza? + +FLAMMINIO. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu +non mel rendi... + +CLEMENZIA. Che volete ch'io vi renda? + +FLAMMINIO. Il mio ragazzo che s'è fuggito in casa tua. + +CLEMENZIA. In casa mia non vi è servidor nissun vostro; ma sí bene una +serva. + +FLAMMINIO. Clemenzia, e' non è tempo da muine. Tu mi sei stata sempre +amica, ed io a te; tu m'hai fatti de' piaceri, ed io a te. Or questa è +cosa che troppo importa. + +CLEMENZIA. Qualche furia d'amor sará questa. Orsú, Flamminio! Lasciatevi +un poco passar la collera. + +FLAMMINIO. Io dico, rendemi Fabio. + +CLEMENZIA. Vel renderò. + +FLAMMINIO. Basta. Fallo venir giú. + +CLEMENZIA. Oh! Non tanta furia, per mia fé! ché, s'io fussi giovane e +ch'io vi piacessi, non m'impacciarei mai con voi. E che è di Isabella? + +FLAMMINIO. Io vorrei che la fosse squartata. + +CLEMENZIA. Eh! Voi non dite da vero. + +FLAMMINIO. S'io non dico da vero? Ti so dir che la m'ha chiarito! + +CLEMENZIA. E sí! A voi giovinacci sta bene ogni male, ché sète piú +ingrati del mondo. + +FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe +forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ché piú mi dispiace +che ad uom che viva. + +CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma è stata in questa terra una +giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro +modanese, s'invaghí tanto di lui che la non vedeva piú qua né piú lá che +quanto era longo. + +FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potrò giá dir io. + +CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mandò questa povera giovane innamorata +fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo +ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra, +come se la prima mai non avesse veduta. + +FLAMMINIO. Io dico che costui non può esser cavaliere; anzi, è un +traditore. + +CLEMENZIA. Ascolta: c'è peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e +trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco +amato, per fargli servizio, abbandonò la casa, suo padre e pose in +pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconciò con quel suo amante +per servitore. + +FLAMMINIO. È accaduto in Modena questo caso? + +CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro. + +FLAMMINIO. Io vorrei piú presto esser questo aventurato amante che esser +signor di Milano. + +CLEMENZIA. E che piú? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoperò +per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per +fargli piacere, s'arrecò a fare ogni cosa. + +FLAMMINIO. Oh virtuosa donna! oh fermo amore! cosa veramente da porre in +esempio a' secoli che verranno! Perché non è avvenuto a me un tal caso? + +CLEMENZIA. Eh! In ogni modo, voi non lasciareste Isabella. + +FLAMMINIO. Io lasciarei, quasi che non t'ho detto Cristo, per una tale. +E pregoti, Clemenzia, che tu mi facci conoscer chi è costei. + +CLEMENZIA. Son contenta. Ma io voglio che voi mi diciate prima, sopra +alla fede vostra e da gentiluomo, se tal caso fusse avvenuto a voi, +quello che voi fareste a quella povera giovane e se voi la cacciareste, +quando voi sapesse quello che la v'ha fatto, se l'uccidereste o se la +giudicareste degna di qualche premio. + +FLAMMINIO. Io ti giuro, per la virtú di quel sole che tu vedi in cielo, +e ch'io non possa mai comparire dove sien gentiluomini e cavalieri par +miei, s'io non togliesse prima per moglie questa tale, ancor che fusse +brutta, ancor che la fusse povera, ancor che la non fusse nobile, che la +figliuola del duca di Ferrara. + +CLEMENZIA. Questa è una gran cosa. E cosí mi giurate? + +FLAMMINIO. Cosí ti giuro; e cosí farei. + +CLEMENZIA. Tu sia testimonio. + +CRIVELLO. Io ho inteso; e so ch'egli il farebbe. + +CLEMENZIA. Ora io ti vo' far conoscer chi è questa donna e chi è quel +cavaliere. Fabio! o Fabio! Vien giú al signor tuo che ti domanda. + +FLAMMINIO. Che ti par, Crivello? Parti ch'io amazzi questo traditore o +no? Egli è pure un buon servitore. + +CRIVELLO. Oh! Io mi maravigliavo ben, io! Sará pur vero quello ch'io mi +pensavo. Orsú! Perdonategli: che volete fare? In ogni modo, questa +chiappola d'Isabella non vi volse mai bene. + +FLAMMINIO. Tu dici il vero. + + +SCENA III + +PASQUELLA, CLEMENZIA, FLAMMINIO, LELIA da femina e CRIVELLO. + + +PASQUELLA. Lasciate fare a me: ché gli dirò quanto me avete detto, ché +ho inteso. + +CLEMENZIA. Questo è, messer Flamminio, il vostro Fabio. Miratel bene: +conoscetelo? Voi vi maravigliate? E questa medesima è quella sí fedele e +sí costante innamorata giovane di chi v'ho detto. Guardatela bene, se la +riconoscete o no. Voi sète ammutito, Flamminio? Oh! Che vuol dire? E voi +sète quel che sí poco apprezza l'amor della donna sua. E questo è la +veritá. Non pensate d'essere ingannato. Conoscete se io vi dico il vero. +Ora attenetemi la promessa o ch'io vi chiamarò in steccato per +mancatore. + +FLAMMINIO. Io non credo che fusse mai al mondo il piú bello inganno di +questo. È possibile ch'io sia stato sí cieco ch'io non l'abbi mai +conosciuta? + +CRIVELLO. Chi è stato piú cieco di me che ho voluto mille volte +chiarirmene? Che maladetto sia! Oh! ch'io son stato il bel da poco! + +PASQUELLA. Clemenzia, dice Virginio che tu venga adesso adesso a casa +nostra perché gli ha dato moglie a Fabrizio suo figliuolo che è tornato +oggi; e bisogna che tu vada a casa per metterla in ordine, ché tu sai +che non vi sono altre donne. + +CLEMENZIA. Come moglie? E chi gli ha data? + +PASQUELLA. Isabella, figliuola di Gherardo mio padrone. + +FLAMMINIO. Chi? Isabella di Gherardo Foiani tuo padrone o pure un'altra? + +PASQUELLA. Un'altra? Dico lei. Flamminio, sapete bene che porco pigro +non mangia mai pera marce. + +FLAMMINIO. È certo? + +PASQUELLA. Certissimo. Io son stata presente a ogni cosa; io gli ho +veduto dare l'anello, abbracciarsi, baciarsi insieme e farsi una gran +festa. E, prima che gli desse l'anello, la padrona gli aveva dato... so +ben io. + +FLAMMINIO. Quanto ha che questo fu? + +PASQUELLA. Adesso, adesso, adesso. Poi mi mandorno, correndo, a dirlo a +Clemenzia e a chiamarla. + +CLEMENZIA. Digli, Pasquella, ch'io starò poco poco a venire. Va'. + +LELIA. O Dio, quanto bene insieme mi dái! Io muoio d'allegrezza. + +PASQUELLA. Sta' poco, ché io ancora ho tanto da fare che guai a me! +Voglio ire adesso a comprare certi lisci. Oh! Io m'ero scordata di +domandarti se Lelia è qui in casa tua; ché Gherardo gli ha detto di sí. + +CLEMENZIA. Ben sai che la v'è. Vuol forse maritarla a quel vecchio +messer Fantasima di tuo padrone? che si doverebbe vergognare. + +PASQUELLA. Tu non conosci bene il mio padrone: ché, se tu sapesse come +gli è fiero, non diresti cosí, eh! + +CLEMENZIA. Sí, sí; credotelo: tu 'l debbi aver provato. + +PASQUELLA. Come tu hai fatto il tuo. Orsú! Io vo. + +FLAMMINIO. A Gherardo la vuol maritare? + +CLEMENZIA. Sí, trista a me! Vedi se questa povera giovane è sventurata. + +FLAMMINIO. Tanto avesse egli vita quanto l'averá mai. In fine, +Clemenzia, io credo che questa sia certamente volontá di Dio che abbia +avuto pietá di questa virtuosa giovane e dell'anima mia; ch'ella non +vada in perdizione. E però, madonna Lelia, quando voi ve ne contentiate, +io non voglio altra moglie che voi; e promettovi, a fé di cavaliere, +che, non avendo voi, non son mai per pigliar altra. + +LELIA. Flamminio, voi mi sète signore e ben sapete, quel ch'io ho fatto, +per quel ch'io l'ho fatto; ch'io non ho avuto mai altro desiderio che +questo. + +FLAMMINIO. Ben l'avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere +v'ho io fatto, non conoscendovi, perch'io ne son pentitissimo e +accorgomi dell'error mio. + +LELIA. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me +non fusse contento. + +FLAMMINIO. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, ché qualche +disgrazia non m'intorbidasse questa ventura. Io la vo' sposare adesso, +se gli è contenta. + +LELIA. Contentissima. + +CRIVELLO. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, sète +contento? E avertite ch'io son notaio; e, se nol credete, eccovi il +privilegio. + +FLAMMINIO. Tanto contento quanto di cosa ch'io facesse giá mai. + +CRIVELLO. Sposatevi e poi colcatevi a vostra posta. Oh! Io non v'ho +detto che voi la baciate, io. + +CLEMENZIA. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate +in casa mia, in tanto ch'io andarò a fare intendere il tutto a Virginio +e darò la mala notte a Gherardo. + +FLAMMINIO. Va', di grazia; e contalo ancora a Isabella. + + +SCENA IV + +PASQUELLA e GIGLIO spagnuolo. + + +GIGLIO. Por vida del rey, que esta es la vellacca di Pasquella que se +burlò de mí y urtommi mis quentas per enganno. Oh como me huelgo de +topalla! + +PASQUELLA. Maladetto sia questo appoioso! Ben mi s'è dato testé tra' +piei, che possi egli rompere il collo con quanti ne venne mai di Spagna! +Che scusa trovarò ora? + +GIGLIO. Signora Pasquella! + +PASQUELLA. La cosa va bene. Io son giá fatta signora. + +GIGLIO. Vos me haveis burlado y mi tolleste mio rosario e non fazieste +lo que me teniades promettido. + +PASQUELLA. Zi! zi! zi! Sta' queto, sta' queto. + +GIGLIO. Por que? es ninguno á qui que nos oda? + +PASQUELLA. Zi! zi! zi! + +GIGLIO. Io non veo á qui ninguno. Non m'engagnarete otra volta. Que +dezite voi? + +PASQUELLA. Tu mi vòi rovinare. + +GIGLIO. Tu mi vòi ingagnare. + +PASQUELLA. Va' via, lasciami stare adesso; ché ti parlarò otra volta. + +GIGLIO. Renditeme mio rosario y despues parlate lo que volite, que non +quiero que podiate dezir que m'engagnaste. + +PASQUELLA. Tel darò. Credi ch'io l'abbi qui? Tu credi forse ch'io ne +facci una grande stima? Mi mancará delle corone, s'io ne vorrò! + +GIGLIO. Por que m'enseraste de fuore y despues aziades musigas y +dizieste non so que «Fantasmas, fantasmas» y non so que orazion y non so +que traplas? + +PASQUELLA. Di' piano. Tu mi vuoi rovinare. Ti dirò ogni cosa. + +GIGLIO. Que cosa? Que nol dezite? + +PASQUELLA. Tírate piú in qua in questo canto, ché la padrona non vegga. + +GIGLIO. Burlatime otra volta o no? + +PASQUELLA. Ben sai ch'io ti burlo. Son forse avvezza a burlare, eh? +Vero, eh? + +GIGLIO. Hor dezite presto: que es esto? + +PASQUELLA. Sai? Quando noi parlavamo insieme, Isabella, la mia padrona, +era venuta giú pian piano e stava nascosta accanto a me e sentiva ogni +cosa. Quando io volsi cacciare i polli, ella se n'andò in camera e da un +buco stava a vedere quel che noi facevamo. Io, che me ne accorsi, feci +vista di non l'aver veduta e d'averti voluto ingannare; tanto ch'io gli +mostrai que' paternostri. Ella me gli tolse e, credendo che io t'avessi +giontato, se ne rise e se gli messe al braccio. Ma io glie li torrò +stasera e renderottegli, se tu non me gli vuoi aver dati. + +GIGLIO. Y es verdade todo esto? Cata che non m'enganni. + +PASQUELLA. Giglio mio, se non è vero, ch'io non ti possa piú mai vedere. +Credi ch'io non abbi cara la tua amicizia? Ma voi spagnuoli non credete +in Cristo, non che in altro. + +GIGLIO. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos? + +PASQUELLA. La mia padrona è maritata; e questa sera faciam le nozze; e +ho da far tanto ch'io non posso attendere. Aspetta a un'altra volta. Uh +come son rincrescevoli! + +GIGLIO. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es á si? + +PASQUELLA. Lascia fare a me; ché mi ricordarò di te, quando sará tempo; +non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene! + +GIGLIO. Voto á Dios que te daré escuccilladas per la cara, se otra veze +m'engannes. + + +SCENA V + +CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola. + + +Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la +lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la +dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e +dice piano:--Aimè! non cosí forte.--Oh! Io sento un che dice:--Vita mia, +ben mio, speranza mia, moglie mia cara.--Oh! Non posso intendere il +resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:--Aspettami.--Si debbono +voler partire. Odi l'altro che dice:--Fa' presto tu ancora.--Che sí che +rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In +buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma. + + +SCENA VI + +ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia. + + +ISABELLA. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier +di questa terra che tanto vi s'assomiglia che non può esser che non sia +vostro fratello. + +FABRIZIO. Altri sono stati oggi che m'hanno còlto in iscambio: tanto +ch'io dubitavo quasi che l'oste non m'avesse scambiato. + +ISABELLA. Ecco Clemenzia, la vostra balia, che vi debbe venire a far +motto. + +CLEMENZIA. Non può esser che non sia questo, ché par tutto Lelia. O +Fabrizio, figliuol mio, che tu sia il ben tornato: che è di te? + +FABRIZIO. Bene, balia mia cara. Che è di Lelia? + +CLEMENZIA. Bene, bene. Ma entriamo in casa, ché ho da parlare a longo +con tutti voi. + + +SCENA VII + +VIRGINIO e CLEMENZIA. + + +VIRGINIO. Io ho tanta allegrezza d'aver trovato mio figliuolo ch'io son +contento d'ogni cosa. + +CLEMENZIA. Tutta è stata volontá di Dio. È stato pur meglio cosí che +averla maritata a quel canna-vana di Gherardo. Ma lasciatemi intrar +drento, ch'io vegga come la cosa sta: ch'io lasciai gli sposi molto +stretti; e son soli. Venite, venite. Ogni cosa va bene. + + +SCENA VIII + +STRAGUALCIA a li spettatori. + + +Spettatori, non aspettate che costoro eschin piú fuore perché, di longa, +faremmo la favola longhissima. Se volete venire a cena con esso noi, +v'aspetto al «Matto». E portate denari, perché non v'è chi espedisca +gratis. Ma, se non volete venire (che mi par di no), restativi e godete. +E voi, Intronati, fate segno d'allegrezza. + + +FINE DEL VOLUME PRIMO. + + + + +NOTA + + +AVVERTENZE GENERALI + +Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in +questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata +della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui +occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti +quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno +ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi +e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa +da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si +restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da +Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero +potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi +diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale +scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed +estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie, +ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti +rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle +tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si +manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli +inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce +al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di +forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, +invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto +posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche +modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho +disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente +cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra +esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione. + +La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del +Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho +da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli +_Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son +comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano +assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a +discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso +valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici), +le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata +anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e +«_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»; +«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»; +«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e +«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e +«_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e +«_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí +via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche +che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e +corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_», +«_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure +dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve, +in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, +dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al +secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze +ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello +stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú +o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di +questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione, +le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di +usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole +spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando +si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di +allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini, +infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di +avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche +scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse +straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che +giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente +suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa +testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole +e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando +vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni +ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di +scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il +voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere +essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico, +dell'anarchia. + +Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur +necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II +degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob +alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa +moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del +«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste +a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente +«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato +ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare +confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano +preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho +creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un +«_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non +sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati +(«_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_» +che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima +persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_» +(«_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso +opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione +al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, +rigorosamente attenuto. + + 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della + Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro, + in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso + Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV], + p. 29. + + 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910), + 242 (nov. I, .16) + + +GL'INGANNATI + +Questa commedia ebbe nel Cinquecento, precisamente come la _Calandria_, +una ventina di edizioni; due altre ne ebbe sul principio del Seicento; +poi non fu piú mai ristampata[1]. Eppure, anche nel rispetto artistico, +essa può sicuramente annoverarsi fra le migliori del sec. XVI; e godé, +ad ogni modo, di una cosí grande fortuna da esser conosciuta e imitata, +non pure in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. Io +pongo a fondamento della presente edizione la prima stampa veneziana del +1537: _Comedia del Sacrifi- | cio de gli Intronati | da Siena MDXXXVII. +| In Vinegia per Curtio Navo | et fratelli_ [e al termine dell'ultimo +atto: _Il fine della Comedia de gli Inganna- | ti In Vinegia Per Curtio +| Navo, & Fratelli. | MDXXXVIII_]. Precede un'avvertenza di «Curzio alli +lettori» che incomincia cosí: «Eccovi finalmente, o lettori, la tanto +aspettata e desiderata comedia de gli Intronati, che io vi porgo: degna, +per la invenzione, per la puritá della lingua e per l'arte con che è +tessuta, d'esser da voi apprezzata e avuta cara forte tanto quanto altra +che fino a questo di ne abbiate veduta». Segue all'avvertenza il testo +poetico della festa cosí detta del «Sacrificio» (donde l'erroneo titolo +stampato sul frontespizio e perpetuatosi, fino ad alcuni anni addietro, +nei libri di bibliografia e di storia) che gli accademici Intronati di +Siena celebrarono nel carnevale del 1531; viene poi la commedia, che fu +rappresentata, come apparisce dal prologo, qualche giorno dopo la festa +suddetta e che sola qui si ristampa; e, in ultimo, chiude il volumetto +la _Canzon nella morte d'una civetta_ «Gentil augello che dal mondo +errante»[2]. Oltre a questa edizione, mi valgo, specialmente per le +parti spagnuole, di quella compresa nella giá citata raccolta +ruscelliana delle _Comedie elette_ ove essa reca il seguente titolo: _Il +Sacrificio | de gl'Intronati, | celebrato ne i giuochi | d'un carnevale +| in Siena. | Et | Gl'Ingannati, comedia | de i medesimi. | In Venetia +per Plinio | Pietrasanta, | MDLIIII_.--La stampa del 1537 ha quasi +sempre «dinanci», «innanci» ecc.; ma anche, talvolta: «da hora innanzi» +(a. I, sc. 3); «entrami innanzi» (ivi); «anzi l'ho in odio» (a. II, sc. +7); «vòimiti levar dinanzi?» (a. IV, sc. 1); «non vi ci fui mai dinanzi» +(ivi). Io adotto, in tutti i casi, questa seconda forma.--A. I, sc. 5: +«È ben vero che pregano Dio e 'l diavolo» (ediz.: «È ben che +pregano...»)--Nell'a. IV, sc. 6, verso la fine, Pasquella minaccia lo +spagnuolo di bagnarlo se non si decide ad andarsene; e Giglio, secondo +l'edizione del 1537, risponde: «_Testate l'agua, el fuogo porrò io a +esta puerta_» [precisamente cosí anche l'ediz. di Venezia, Giolito, 1560 +e quella del 1538 che, all'in fuori dell'anno, è priva di ogni altra +nota tipografica]. L'edizione, invece, del 1554 curata dal Ruscelli +legge: «_Heccia de l'agua, el fuego ponerò yo a esta puerta_». Ma né il +«_testate l'agua_» né il «_heccia de l'agua_» dánno senso alcuno. Si +avrá qui, come io penso, una forma del verbo «_echar_». Per ciò, +sopprimo il «_h_» di «_heccia_»; e, riunendo il «_de_» all'«_eccia_», +scrivo: «_ecciade (italianizzamento di «_echad_») l'agua_» = «gettate +l'acqua». Per il rimanente, seguo, com'è naturale, l'edizione del +1537.--Al termine della commedia aggiungo l'indicazione «Scena VIII» +sopra le parole «Stragualcia a li spettatori». + + 1. Vedi ALLACCI, _Drammaturgia_, col. 448; BRUNET, Manuel, III, + 454; GRAESSE, _Trésor_, II, 236 e III, 427. Dico «una + ventina di edizioni» senza determinarne il numero preciso + perché non sempre le indicazioni dei bibliografi sono + esatte; e l'inesattezza deriva, non di rado, da una doppia + data che le antiche stampe recano: com'è appunto il caso di + quella da me riprodotta che ha, in principio, il 1537 e, in + fine, il 1538. + + 2. Dell'esistenza della stampa veneziana del Navo dubitò a torto + C. LOZZI, _Edizione del 1538 sconosciuta o non bene descritta + d'una festa e comedia «degl'Intronati» sanesi_ in _La + bibliofilia_, a. VII, disp. 1-2, pp. 33 sgg.; e a torto, per + conseguenza, suppose che possa considerarsi come prima + edizione quella, da lui descritta, del 1538 senza luogo di + stampa né nome di stampatore. + + + + + +End of Project Gutenberg's Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK GL'INGANNATI *** + +***** This file should be named 34641-8.txt or 34641-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/3/4/6/4/34641/ + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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