summaryrefslogtreecommitdiff
diff options
context:
space:
mode:
authorRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-14 20:02:02 -0700
committerRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-14 20:02:02 -0700
commit28d50f07ab181caa3224e7504421e2e44ec78e3b (patch)
tree5f4f9b142ff7b62a9d2dd8306f6d6dca5d8c2cf9
initial commit of ebook 34641HEADmain
-rw-r--r--.gitattributes3
-rw-r--r--34641-8.txt4589
-rw-r--r--34641-8.zipbin0 -> 66108 bytes
-rw-r--r--LICENSE.txt11
-rw-r--r--README.md2
5 files changed, 4605 insertions, 0 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes
new file mode 100644
index 0000000..6833f05
--- /dev/null
+++ b/.gitattributes
@@ -0,0 +1,3 @@
+* text=auto
+*.txt text
+*.md text
diff --git a/34641-8.txt b/34641-8.txt
new file mode 100644
index 0000000..e3b79df
--- /dev/null
+++ b/34641-8.txt
@@ -0,0 +1,4589 @@
+The Project Gutenberg EBook of Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: Gl'ingannati
+ Commedie del Cinquecento
+
+Author: Accademici Intronati di Siena
+
+Editor: Ireneo Sanesi
+
+Release Date: December 13, 2010 [EBook #34641]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK GL'INGANNATI ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
+generously made available by Editore Laterza and the
+Biblioteca Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+ COMMEDIE
+ DEL CINQUECENTO
+
+
+ A CURA
+ DI
+ IRENEO SANESI
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1912
+
+ PROPRIETÁ LETTERARIA
+
+ GENNAIO MCMXII--30148
+
+
+
+
+GL'INGANNATI
+
+DEGLI ACCADEMICI INTRONATI DI SIENA
+
+
+RECITATORI DELLA COMEDIA
+
+ GHERARDO vecchio
+ VIRGINIO vecchio
+ CLEMENZIA balia
+ LELIA fanciulla
+ SPELA servo di Gherardo
+ SCATIZZA servo di Virginio
+ FLAMMINIO innamorato
+ PASQUELLA fante di Gherardo
+ ISABELLA fanciulla
+ GIGLIO spagnuolo
+ CRIVELLO servo di Flamminio
+ Messer PIERO pedante
+ FABRIZIO giovinetto figliuolo di Virginio
+ STRAGUALCIA servo del pedante
+ AGIATO oste
+ FRULLA oste
+ FANCIULLINA figliola della balia.
+
+
+
+
+PROLOGO
+
+
+Io vi veggio fin di qua, nobilissime donne, meravigliare di vedermivi
+cosí dinanzi in questo abito e, insieme, di questo apparecchio come se
+noi avessimo a farvi qualche comedia. Comedia non vi dovete pensare:
+ché, infin l'anno passato, voi poteste conoscere che l'Intronati avevano
+il capo ad altro che alle comedie; e poi vedeste, l'altro giorno, qual
+fusse intorno alle cose vostre l'animo loro e che non volevano piú
+vostra pratica né venirvi piú dietro, come quelli che non gli piaceva
+piú essere morsi, rimenati per bocca e tocchi fino al vivo da voi. E
+però abbruciarono, come voi vedeste, quelle cose che gli potevano far
+drizzare la fantasia e crescer l'appetito di voi e delle cose vostre.
+Ora vi voglio cacciar questa meraviglia del capo. Questi Intronati, a
+dirvi 'l vero (e crediatemi, ch'io gli ho sentiti), si dolgono
+strettamente d'essere entrati in questo farnetico ed hanno una gran
+paura che voi, come quelle che avete di che, non pigliate quella lor
+facenda per la punta di modo che, per l'avvenire, voi glie ne teniate la
+lingua e gli voltiate le spalle ogni volta che gli vedrete. E, per
+questo, m'hanno spinto qui per imbasciadore, oratore, legato,
+procuratore o poeta, pigliatel come v'entra meglio nella memoria. Io mi
+truovo il mandato ampio, in buona forma. Prestatemi la fede vostra;
+altrimenti gli è forza ch'io vel mostri, ché l'ho portato meco. Dico
+ch'io so' qui a posta per far questa pace e rappiccarvi insieme con
+loro, se ne sète contente; ché, a dirvi il vero, le lor facende, senza
+voi, son fredde e presso che perdute e, se non ci si ripara, se ne vanno
+in un zero. Fatelo, eh! fatelo, donne; ché ve ne metterá bene. Voi
+conoscete pur la natura loro: che, se voi gli volgete una volta gli
+occhi un poco pietosi, e' si lasceranno maneggiare, portar per bocca (da
+voi, però, non da altri, ché non starebbon forti) e straziare, toccar
+nel vivo con le parole, coi fatti, star di sopra a ogni cosa e esser
+sempre le prime voi. O che volete? sète contente? faretelo o no?... Voi
+non rispondete? Non lo negando, questo è buon segno. Mirate s'elli hanno
+voglia di farlo, questo accordo! che, quasi in tre dí, hanno fatto una
+comedia; e oggi ve la voglion far vedere e udire, se voi vorrete. Ecco
+che voi sapete ora quel che vuol dire questo apparecchio, chi io sono e
+quello ch'io vi faccio d'intorno. Questa comedia, per quanto io ne abbia
+inteso, la chiamano _L'ingannati_: non perché fusseno mai ingannati da
+voi, no, ché mai non l'ingannaste e vi conoscan pur troppo bene (ma ben
+gli avete sforzati sempre né se ne son possuti guardar tanto che basti);
+ma la chiamano cosí perché poche persone intervengono nella favola che,
+nel compimento, non si trovino ingannate. Ma e' ci son degli inganni,
+tra gli altri, d'una certa sorte che volesse Iddio, per il mal ch'io vi
+voglio, che voi fusse ingannate spesso cosí, voi, ed io fussi
+l'ingannatore! ché io non mi curarei di rimaner sotto all'ingannato. La
+favola è nuova e non altronde cavata che della loro industriosa zucca
+onde si cavorno anco, la notte di beffana, le sorti vostre; per le quali
+vi parve che l'Intronati vi mordesser tanto in su quel fatto del
+dichiarare e diceste che gli avevan cosí mala lingua. Ma e' si par ben
+che voi non l'avete assaggiate; ché forse non direste cosí, ma gli
+difendereste e terreste la parte loro da buone compagne in tutti quei
+luochi che bisognasse. So ben che non ci mancherá chi dica che questa è
+una insalata di mescolanza. A questi tali io non voglio, io, rispondere,
+perché, come ella si sia, gli basta ch'ella piaccia a voi sole: alle
+quali essi, con ogni loro studio, si sono ingegnati sempre di piacere
+principalmente; e questo pensano che gli verrá fatto di leggero e
+maggiormente se ce n'è tra voi delle pregne a cui soglion spesso
+piacere, non pur di questi cotali spettacoli, ma i carboni pesti, la
+cocitura dell'accia, la polver dei mattoni, i calcinacci e cosí fatte
+cose. Agli uomini non importa ch'ella piaccia o no, perché l'Intronati
+hanno ordinato un modo che nissun di loro la potrá né vedere né udire,
+se giá non son ciechi. E però, se qualche sacciuto maligno, tirato dal
+desiderio che gli ha d'apontarci, avesse una gran voglia di vederla o
+udirla, cavisi gli occhi perché altrimenti non la corrá. Io so che vi
+parrá strano che i ciechi la vegghino. E pur sarà vero; e intendarete
+come, se voi arete tanta pazienzia ch'io vel mostri.
+
+Quanto ha di bello il mondo, senza dubbio, è oggi in Siena; e quanto ha
+di bel Siena si truova al presente in questa sala. Questo non si può
+negare; perché quelle che non ci sono non poss'io credere che sieno né
+belle né appresso, poi ch'elle fuggono il parragon di voi altre. Come
+volete voi, adunque, che costoro stieno a mirar scene o comedie o
+sentino o vegghino cosa che noi faciamo o diciamo, essendoli voi
+dinanzi? Che piú bel giuoco, che piú bello spettaculo, che cosa piú
+piacevole o piú vaga si può veder di voi? Certo, nissuna. Ora eccovi
+mostro come gli uomini non vedranno né udiranno questa comedia, se non
+son ciechi; che giá vi pareva ch'io avesse detta cosí gran pappolata. Ma
+voi, donne, la vedrete e odirete benissimo perché, in vero, non vi
+conosciamo tanto cortesi che vi siate per perdere o uscir di voi stesse
+nel mirarci. Né si pensin questi che fanno tanto il bello, questi
+acconci, questi spelatelli che, per aver una bella barba, per calzar
+bene uno stivale o per fare una riverenzia di beretta accompagnata con
+un sospiro che si senta fin da Fonte Becci, voi abbiate a lasciar questa
+cosa per attendere a loro: ché ne restarebbeno ingannati e cosí
+torrebbeno il nome alla nostra comedia. E' potrebbe bene essere che uno
+spagnuolo, che voi vedrete venire, vi rompesse un poco la fantasia e che
+non pigliasse cosí bene la nostra materia. Ma io v'insegnarò un bel
+colpo. Non vi curate di lui, ché, non avendo voi la lingua sua, non vi
+potete intendere insieme; e attendete a questi, che son tutti taliani:
+e, prestandoli voi la vostra attenzione, non perderete cosa che ci si
+dica e sará bello e fatto. Ma, poi ch'io veggio questi uomini cosí
+intenti a mirarvi che non sentan ciò ch'io mi dica, mi giova di ragionar
+con voi un poco in sul sodo e domesticamente. È possibil però, ingrate
+che voi sète, che questi Intronati s'abbin sempre a lamentar di voi e
+che, sempre, in ogni luoco, vi s'abbi a ritoccare il medesimo e che le
+tante fatiche che duran per voi e 'l tanto studio che vi mettano intorno
+per lodarvi non vi possa piegare a fargli, un tratto, un piacere? Oh!
+Ponetevi una volta giú, col nome di Dio; e chiamateli tutti ad uno ad
+uno; e vogliate intendere quel che dicono e quel che cercano da voi: ché
+so certo che quel che vogliono è una frascaria e voi ne sète tanto
+copiose e ricche che, senza perdern'oncia, ne potreste dare, non solo a
+loro, ma a tutta questa cittá. Ditemi, per vostra fé: che credete però
+che voglino? E' non cercano altro da voi che la grazia vostra; e che
+vogliate conoscere gli ingegni loro, chi l'ha grosso e chi l'ha sottile;
+e diciate:--Questo mi piace--e--Questo non mi piace,--acciò che quelli
+che non v'aggradaranno possin volgere il pensiero altrove e attender
+dietro ad altro studio. Ma gli è una gran cosa che voi gli vogliate
+tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a
+questo benedetto «sí»! Sapete quel ch'io vi vo' dire? Guardatevi di non
+li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie
+parole, ch'io so quel ch'io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a
+fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a
+porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete piú a tempo. E tenete
+questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh!
+Or ch'io mi ricordo: non v'aspettate altro argomento perché quello che
+ve lo aveva a fare non è in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi
+sapere solamente che questa cittá è Modana, per questo anno, e le
+persone che intervengono nella favola sono, i piú, modanesi. Però, se
+facessino qualche errore nel muover della lingua, non sará gran fatto
+perché non l'hanno ancora cosí ben presa. L'altre cose, io penso che voi
+siate cosí capaci che la materia v'entrará per se stessa senza troppa
+fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso
+e la buona fortuna nelle cose d'amore; e quanto, in quelle, vaglia una
+longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle,
+con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi
+giovará, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno
+piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, ché, per
+quattr'ore al manco, gli daremo commoditá di poter contemplare le vostre
+divine bellezze. Ma, perch'io veggo duo vecchi ch'escon fuore, mi
+partirò, benché mal volentieri, da mirar sí belle cose; ancor ch'io
+penso che vi tornarò a vedere. Addio tutti.
+
+
+
+
+ATTO I
+
+
+SCENA I
+
+GHERARDO e VIRGINIO vecchi.
+
+
+GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi
+piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino
+queste benedette nozze; e cavami una volta di cosí intrigato laberinto
+nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa
+ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ché ben so che 'l
+tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o
+per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo
+senza rispetto: ché a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che
+questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un
+dieci scudi piú, ché, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu
+che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma sí ben di maggio e
+forse... E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar,
+Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che,
+perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della
+notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e
+sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la
+prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che
+con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che giá sono
+agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto
+provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto,
+di fastidio, ché ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri.
+
+VIRGINIO. Né questo né altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in
+arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo
+facesse; e, avenga che quasi ogni mia facultá perdesse nel sacco (ed
+insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi è
+rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le
+nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. Né pensar
+ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla
+se ne contenti; ché ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di
+quello ch'una volta promettono.
+
+GHERARDO. Cotesta è una cosa, Virginio, che piú si sente in parole che
+non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che
+non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di
+domane nell'altro mi fa sospettar non so che; né ti cognosco io per cosí
+da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo.
+
+VIRGINIO. Ti dirò. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la
+ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri,
+il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in
+villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai
+nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove è ancora,
+ché sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che
+la torni.
+
+GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia
+altrove?
+
+VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda è
+questa?
+
+GHERARDO. Dirotti. Son stato certe volte lá per mie facende ed honne
+domandato; e mai non l'ho potuta vedere; e alcune mi hanno detto ch'ella
+non v'è.
+
+VIRGINIO. Gli è perché quelle buone madri la vorrebon far monaca per
+redare, dopo la morte mia, questo poco di resto. Ma non per questo gli
+riuscirebbe il pensiero, ch'io non son però sí vecchio ch'io non sia
+atto ad avere un par di figliuoli, quando io tolga moglie.
+
+GHERARDO. Vecchio? Oh! Ti prometto ch'io mi sento cosí bene in gambe ora
+come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima
+ch'io pisci. E, s'io ho questa barba bianca, nella coda son cosí verde
+come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che
+van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la
+spada alla coscia, col pugnal di dietro, con la nappa di seta, mi
+vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre.
+
+VIRGINIO. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno.
+
+GHERARDO. Vorrò che tu ne domandi Lelia, come sará, la prima notte,
+dormita con me.
+
+VIRGINIO. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perché
+l'è pure ancor fanciulla e non è buono, in principio, d'esser cosí
+furioso.
+
+GHERARDO. Che tempo ha?
+
+VIRGINIO. Quando fu il sacco di Roma, ch'ella ed io fumo prigioni di
+que' cani, finiva tredici anni.
+
+GHERARDO. Gli è appunto il mio bisogno. Io non la vorrei né piú giovane
+né piú vecchia. Io ho le piú belle veste e' piú bei vezzi e le piú belle
+collane e' piú bei finimenti da donne che uom di Modena.
+
+VIRGINIO. Sia con Dio. Son contento d'ogni suo bene e tuo.
+
+GHERARDO. Sollecita.
+
+VIRGINIO. Della dote, quel ch'è detto è detto.
+
+GHERARDO. Credi ch'io mi mutassi? Addio.
+
+VIRGINIO. Va' in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torrá
+fatica di mandarla a chiamare perché accompagni in qua Lelia.
+
+
+SCENA II
+
+CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio.
+
+
+CLEMENZIA. Io non so quel che si vorrá indovinare che tutte le mie
+galline hanno fatto, questa mattina, sí fatto il cicalare che pareva che
+mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova
+cosa m'interverrá oggi; ché non mi fanno mai questa cantèppola che, quel
+dí, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata.
+
+VIRGINIO. Costei debbe testé parlar con gli angeli o col beato padre
+guardiano di Santo Francesco.
+
+CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m'è avvenuta, che anco di questo non so che
+me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por
+mente a queste cose e dar fede alli augúri.
+
+VIRGINIO. Che fai, che tu parli cosí drento a te? Egli ha pur passata la
+befania.
+
+CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a
+stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate
+il ben venuto.
+
+VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano
+qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di
+lardo, come è tua usanza?
+
+CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse
+che fa massarizia pei suoi figliuoli?
+
+VIRGINIO. Che dicevi adunque?
+
+CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che
+una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa
+mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin
+buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo
+aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.
+
+VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un
+altro, è vero?
+
+CLEMENZIA. Cotesto è vero.
+
+VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?
+
+CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai
+nata!
+
+VIRGINIO. Perché?
+
+CLEMENZIA. Perché, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto
+che gli è sua moglie e che gli è fatto ogni cosa?
+
+VIRGINIO. Dice il vero. Perché? Non ti par forse ch'ella sia bene
+allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i
+beni, senza avere niuno in casa, che non avrá a combattere né con
+suociara né con nuora né con cognate che sempre stanno come cani e
+gatte? E trattaralla da figliuola.
+
+CLEMENZIA. È cotesto il male: ché le giovani vogliono essere trattate da
+mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi
+l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da
+figliuole.
+
+VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ché sai che ci
+conosciamo. Ma e' non è cosí; benché Gherardo ha un buono animo di
+trattarla da moglie.
+
+CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?
+
+VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur
+s'io son buon giostrante o no.
+
+CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che
+voi glie la desse, prima l'affogarei.
+
+VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ciò ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il
+meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un dí, si trovasse ed io avesse dato
+ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la
+marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra
+quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver
+solamente dugento; e, del resto, la dota egli.
+
+CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la fará a mio modo...
+
+VIRGINIO. Che n'è? Quant'ha che tu non l'hai veduta?
+
+CLEMENZIA. Son piú di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere.
+
+VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che
+non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come è lor costume. Va' fin
+lá, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa.
+
+CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una
+soma di legna, ché non n'ho stecco.
+
+VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Orsú! Va', ché te le comprarò io.
+
+CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa.
+
+
+SCENA III
+
+LELIA da ragazzo chiamata per finto nome FABIO e CLEMENZIA balia.
+
+
+LELIA. Gli è pure un grande ardire il mio, quando io 'l considero, che,
+conoscendo i disonesti costumi di questa scorretta gioventú modanese, mi
+metta sola in questa ora a uscir di casa! Oh come mi starebbe bene che
+qualcun di questi gioveni scapestrati mi pigliasse per forza e,
+tirandomi in qualche casa, volesse chiarirsi s'io son maschio o femina!
+E cosí m'insegnasseno a uscir di casa, cosí di buona ora. Ma di tutto
+questo è cagione l'amore ch'io porto a questo ingrato e a questo crudel
+di Flamminio. Oh che sorte è la mia! Amo chi m'ha in odio, chi sempre mi
+biasma; servo chi non mi conosce; ed aiutolo, per piú dispetto, ad amare
+un'altra (che, quando si dirá, nissun sará che lo creda) senza altra
+speranza che di poter saziare questi occhi di vederlo, un dí, a mio
+modo. Ed infino a qui mi è andato assai ben fatto ogni cosa. Ma, da ora
+innanzi, come farò? che partito ha da essere il mio? Mio padre è
+tornato. Flamminio è venuto ad abitar nella cittá. E qui non poss'io
+stare senza esser conosciuta: il che se avviene, io resto vituperata per
+sempre e divento una favola di tutta questa cittá. E, per questo, sono
+uscita fuora a questa ora; per consigliarmi con la mia balia, che da la
+finestra ho veduta venire in qua, ed insieme con lei pigliarci quel
+partito che giudicaremo il migliore. Ma prima vo' vedere s'ella in
+questo abito mi conosce.
+
+CLEMENZIA. In buona fé, che Flamminio debbe essere tornato a stare in
+Modena, ch'io veggio l'uscio suo aperto. Oh! Se Lelia lo sapesse, gli
+parrebbe mill'anni di tornare a casa di suo padre. Ma chi è questo
+fraschetta che tante volte m'attraversa la strada, questa mattina? Ché
+pur mi ti metti fra' piei? ché non mi ti levi dinanzi? ché pur ti vai
+attorniando? che vuoi da me? Se tu sapesse come i tuoi pari mi
+piacciono...
+
+LELIA. Dio vi dia il buon dí, mona Scrocca-il-fuso.
+
+CLEMENZIA. Va'. Dállo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte.
+
+LELIA. Se ad altri ho data la buona notte, a voi darò il buon dí, se lo
+vorrete.
+
+CLEMENZIA. Non mi rompare il capo, ché tu mi faresti, questa mattina...
+ti so dir io.
+
+LELIA. Sète forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate
+a trovar fra Cipollone?
+
+CLEMENZIA. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i
+fatti miei né dov'io vo né dov'io stia? che guardiano? che fra
+Cipollone?
+
+LELIA. Oh! Non v'adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila.
+
+CLEMENZIA. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo
+veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper
+tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto.
+
+LELIA. Orsú! Fai vista di non mi conoscere, eh?
+
+CLEMENZIA. Se stai nascosto, né io né altri ti conoscerá.
+
+LELIA. Tirati un poco piú in qua.
+
+CLEMENZIA. Ove?
+
+LELIA. Piú in qua. Ora cognoscimi?
+
+CLEMENZIA. Se' tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me!
+Sí, che gli è essa. Oimè! Che vuol dir questo, figliuola mia?
+
+LELIA. Di' piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m'andarò con Dio, se tu
+gridi.
+
+CLEMENZIA. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del
+mondo?
+
+LELIA. Sí, che io son del mondo. Quante femine hai tu vedute fuor del
+mondo? Io, per me, non ci fu' mai, ch'io mi ricordi.
+
+CLEMENZIA. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine?
+
+LELIA. Il nome no, ch'io sappi, e massimamente in questa terra. Del
+resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi tenner prigiona a Roma.
+
+CLEMENZIA. Questo è l'onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te
+stessa ed a me che t'ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie
+mani. Entrami innanzi, veh! ch'io non voglio che tu sia piú veduta in
+questo abito.
+
+LELIA. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi.
+
+CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cosí?
+
+LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in
+questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito
+ai fatti loro!
+
+CLEMENZIA. Coteste son ribalde.
+
+LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona?
+
+CLEMENZIA. Io vo' saper perché tu vi vai e perché sei uscita del
+monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te?
+
+LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un
+gran che?
+
+CLEMENZIA. Perché vai cosí? Dimmelo.
+
+LELIA. Se m'ascolti, io tel dirò; e, a questo modo, intenderai quanta
+sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del
+monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati
+piú in qua: ché, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi
+ragionar con teco.
+
+CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morrò disperata. Oimè!
+
+LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni
+cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo
+in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale
+prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a
+Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco
+che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido
+Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.
+
+CLEMENZIA. Perché mi dici tu quel ch'io so meglio di te? E so che, per
+questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile;
+ed io ti feci compagnia.
+
+LELIA. Ben dici. Sai anco quanto, in que' tempi, fu aspra e dura la mia
+vita e, non pur lontana dai pensieri amorosi, ma quasi da ogni pensiero
+umano: pensando che, per essere io stata in mano di soldati, che ognuno
+m'aditasse; né credevo poter vivere sí onestamente che bastasse a far
+che la gente non avesse che dire. E tu 'l sai, ché tante volte me ne
+gridasti e mi confortasti a tener vita piú allegra.
+
+CLEMENZIA. Se io lo so, perché mel dici? Segui.
+
+LELIA. Perché, se questo non t'avesse ridetto, non potresti saper quel
+che segue. Avvenne che, in que' tempi, Flamminio Carandini, per esser de
+la parte che noi, prese stretta amicizia con mio padre; e, ogni giorno,
+ogni giorno, veniva in casa; e, alcuna volta, molto segretamente mi
+mirava, poi, sospirando, ancora abbassava gli occhi. E fusti cagion tu
+di farmene accorgere. A me cominciorono a piacere i suoi costumi, i suoi
+ragionamenti e i suoi modi molto piú che da principio non facevano; ma
+non però pensavo ad amore. Ma, durando la pratica del suo venire in
+casa, ed ora uno atto ed ora un segno amoroso facendomi, sospirando,
+sollecitando, mirandomi, m'accorsi che costui era preso di me non poco:
+tal che io, che non avevo mai piú provato amore, parendomi egli degno
+dov'io potesse porre i mie' pensieri, m'invaghii sí fieramente che altro
+ben non aveva che di vederlo.
+
+CLEMENZIA. Tutto questo ancor sapevo.
+
+LELIA. Sai ancor che, essendo partiti li soldati di Roma, volse mio
+padre tornar lá per veder se niente del nostro fusse salvato ma, molto
+piú, per veder se nuova alcuna sentiva del mio fratello; e, per non
+lassarmi sola, mi mandò a stare alla Mirandola, fin che tornava, con la
+zia Giovanna. Quanto mal volentieri mi separasse dal mio Flamminio tu lo
+puoi dire, che tante volte me ne asciugasti le lagrime! Alla Mirandola
+stei uno anno. Poi, essendo tornato mio padre, sai ch'io tornai a Modena
+e piú che prima innamorata di colui che, essendo il mio primo amore,
+tanto mi era piaciuto, pensandomi che ancor egli m'amasse come prima
+aveva mostrato.
+
+CLEMENZIA. Pazzarella! E quanti modanesi hai tu trovati che durin
+d'amare una donna sola un anno e che un mese non dien la berta a questa
+e un mese a quell'altra?
+
+LELIA. Trovailo che tanto apponto si ricordava di me quanto se mai
+veduta non m'avesse; e, ch'è peggio, ch'ogni suo animo, ogni sua cura ha
+posta in acquistar l'amor d'Isabella di Gherardo Foiani come quella che,
+oltre ch'è assai bella, è unica a suo padre, se quel vecchio pazzo non
+piglia moglie e faccia altri figliuoli.
+
+CLEMENZIA. Egli si crede certo d'aver te; e dice che tuo padre te gli ha
+promesso. Ma questo che tu m'hai detto non fa a proposito del tuo andar
+vestita da maschio e del tuo essere uscita del monistero.
+
+LELIA. Se mi lassi dire, vedrai che gli è a proposito. Ma, rispondendo a
+quel di prima, dico che me non averá egli. Tornato che fu mio padre da
+Roma, gli accadde il cavalcare a Bologna per certi intrighi di conti; e,
+non volendo io piú tornare alla Mirandola, mi messe nel monistero di San
+Crescenzio in compagnia di suor Amabile, nostra parente, fin che
+tornasse, che si pensò di tornar presto.
+
+CLEMENZIA. Tutto questo sapevo.
+
+LELIA. Ivi stando, né d'altro che d'amor ragionare sentendo a quelle
+reverende madri del monistero, m'assicurai ancor io di scoprire il mio
+amore a suor Amabile de' Cortesi. Ella, che ebbe pietá di me, non finò
+mai ch'ella fece venire piú volte Flamminio a parlar seco e con altre
+acciò che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende mi stava,
+pascesse gli occhi di vederlo e l'orecchie d'udirlo; che era il maggior
+desiderio ch'io avesse. Venendovi un dí, fra gli altri, sentii che molto
+si rammaricò d'un suo allievo che morto gli era e molto diceva delle
+lode e ben servire suo; soggiungendo che, se un simile ne trovasse, si
+terrebbe piú contento del mondo e che gli porrebbe in mano quanto
+teneva.
+
+CLEMENZIA. Meschina a me! Io dubito che questo ragazzo non mi facci
+vivere scontenta.
+
+LELIA. Subbito mi corse nell'animo di voler provare se a me potesse
+venir fatto d'esser questo aventuroso ragazzo (e, partito ch'ei si fu,
+conferii questo pensiero con suor Amabile) e, poi che Flamminio non
+stava per stanza a Modena, veder se seco per servidore acconciar mi
+potesse.
+
+CLEMENZIA. Nol diss'io che questo ragazzo... Disfatta a me!
+
+LELIA. Ella me ne confortò; e amaestrommi del modo ch'io avevo a tenere;
+e accommodommi di certi panni che nuovamente s'aveva fatti per potere
+ella ancora, alcuna volta, come l'altre fanno, uscir fuor di casa
+travestita a fare i fatti suoi. E cosí, una mattina per tempo, me ne
+uscii in questo abito fuor del monistero che, per esser fuor della terra
+come gli è, mi die' molto animo e fu molto a proposito. E anda'mene al
+palazzo ove Flamminio abitava, che sai che non è molto discosto dal
+monistero; ed ivi mi fermai tanto che gli uscí fuora. E, in questo, non
+posso se non lodarmi della fortuna perché subito Flamminio mi voltò gli
+occhi adosso e molto cortesemente mi domandò se alcuna cosa domandavo e
+d'onde io era.
+
+CLEMENZIA. È possibil che tu non cadesse morta della vergogna?
+
+LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano
+che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi piú
+volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse;
+poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe
+volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi
+un poco, gli risposi di sí.
+
+CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti,
+per te, di far questa pazzia?
+
+LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder
+di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi
+segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura,
+almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode?
+
+CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non è altro ch'agiugner
+legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante.
+E di che 'l servi tu?
+
+LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi
+quindici dí ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli
+fusse nel mio vero abito, beata a me!
+
+CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?
+
+LELIA. In una sua anticamara, sola.
+
+CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti
+chiamasse ché tu dormisse con lui, come andarebbe?
+
+LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto
+fusse, ci pensarei e risolvereimi.
+
+CLEMENZIA. Che dirá la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella
+che tu sei?
+
+LELIA. Chi lo dirá, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu
+facesse è questo (perch'io ho veduto che mio padre tornò iersera e
+dubito che non mandi per me): che tu facesse sí che, fra quattro o
+cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono
+andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornarò.
+
+CLEMENZIA. E questo perché?
+
+LELIA. Ti dirò. Flamminio, com'io ti dissi poco fa, è innamorato
+d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con
+imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si è sí pazzamente
+innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di
+non volerla amare, se non fa sí che Flamminio si levi dal suo amore; e
+ho giá condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che
+sará fatto e che egli la lasciará.
+
+CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io
+voglio che tu te ne venga a casa mia, ché mandarò pe' tuo' panni; e non
+voglio che sia veduta cosí, se non che dirò ogni cosa a tuo padre.
+
+LELIA. Tu farai ch'io andarò in luogo che mai piú mi vedrete né tu né
+egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni
+cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in
+casa, ché ti verrò a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi,
+mi chiami Fabio degli Alberini, ché cosí mi fo chiamare; sí che non
+errare. Vengo, signore! Addio.
+
+CLEMENZIA. In buona fé, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua;
+e però s'è fuggita. Or che farò io? Di costei non è cosa da dire al
+padre e non è da lasciarla star qui. Tacerò fin che di nuovo gli parli.
+
+
+SCENA IV
+
+GHERARDO vecchio, SPELA suo servo e CLEMENZIA balia.
+
+
+GHERARDO. Se Virginio fa quanto m'ha promesso, io mi vo' dare il piú bel
+tempo ch'uom di Modena. Che ne dici, Spela? Non farò bene?
+
+SPELA. Credo che molto meglio fareste a far qualche bene ai vostri
+nepoti, che stentano, e a me, che v'ho servito tanto tempo e non mi so'
+pure avanzato un par di scarpe; ch'io ho paura che questa moglie non vi
+mandi qui o che la vi faccia... So ben io.
+
+GHERARDO. Vorrò che tu vegga s'ella si terrá ben pagata da me.
+
+SPELA. Credolo: ché, dove un altro la pagarebbe di grossi e di cinquine,
+e voi la pagarete di doppioni e di piccioli.
+
+GHERARDO. Ecco la sua balia. Taci, ch'io voglio astutamente domandare
+che è di Lelia.
+
+CLEMENZIA. Oh che bel giglio d'orto da voler moglie sí tenera! Credi che
+fusse ben condotta, quella povera figliuola, nelle man di questo vecchio
+rantacoso? Alla croce di Dio, che io la strozzerei prima che voler
+ch'ella fusse data a questo vieto, muffato, baboso, rancido, moccioso.
+Io ne voglio un poco di pastura. Lassamigli accostare. Dio vi dia il
+buon dí e la buona mattina, Gherardo. Voi mi parete, questa mattina, un
+cherubino.
+
+GHERARDO. E a te ne dia centomila e altri tanti ducati.
+
+SPELA. Cotesti starebbon meglio a me.
+
+GHERARDO. O Spela, quanto sarei stato contento s'io fusse costei!
+
+SPELA. Perché avreste, forse, provati molti mariti, ove non avete
+provato se non una moglie? O pur il dite per altro?
+
+CLEMENZIA. E quanti mariti ho io provati, Spela? che Dio te faci spelar
+da le mosche! Hai tu forse invidia di non esser stato un di quelli?
+
+SPELA. Sí, per Dio! ché la gioia è bella, almanco.
+
+GHERARDO. Tace, bestia, ché non lo dico per cotesto, io, no.
+
+SPELA. Perché lo diceste adunque?
+
+GHERARDO. Perché arei tante volte abbraciata, baciata e tenuta in collo
+la mia Lelia dolce, di zuccaro, d'oro, di latte, di rose, di non so che
+mi dire.
+
+SPELA. Oh! ohu! Padrone, andiamo a casa. Sú! presto!
+
+GHERARDO. Perché?
+
+SPELA. Voi avete la febbre e vi farebbe male lo star qui a questa aria.
+
+GHERARDO. Io ho il malan che Dio ti dia. Che febbre! Io mi sento pur
+bene.
+
+SPELA. Dico che voi avete la febbre: lo conosco ben io, certo; e grande.
+
+GHERARDO. So ch'io mi sento bene.
+
+SPELA. Duolvi il capo?
+
+GHERARDO. No.
+
+SPELA. Lasciatemivi toccare un poco il polso. Duolvi lo stomaco o pur
+sentite qualche fumo andare al cervello?
+
+GHERARDO. Tu mi pari una bestia. Vuo' mi far Calandrino, forse? Io dico
+ch'io non ho altro male che di Lelia mia, delicata, inzuccarata.
+
+SPELA. Io so che voi avete la febbre e state molto male.
+
+GHERARDO. A che te ne accorgi tu?
+
+SPELA. A che? Non vi accorgete che voi sète fuor di gangari,
+farneticate, affannate e non sapete che vi dire?
+
+GHERARDO. Gli è Amor che vuol cosí, non è vero, Clemenzia? _Omnia vincit
+Amor_.
+
+SPELA. Ohu! Che bel detto da napoletani! _Facetis manum_, brigata. Mai
+piú fu detto.
+
+GHERARDO. Quella crudelina, traditorina di tua figliana...
+
+SPELA. Questa non sará febbre, ma scemamento di cervello. Ohu! Povero a
+me! come farò?
+
+GHERARDO. O Clemenzia, mi vien voglia d'abracciarti e di baciarti mille
+volte.
+
+SPELA. Qui bisognaranno le funi, dissi ben io.
+
+CLEMENZIA. Di cotesto guardatevi molto bene, ch'io non voglio esser
+baciata da vecchi.
+
+GHERARDO. Paioti cosí vecchio?
+
+SPELA. Che credi? Al mio padrone non sono ancor caduti gli occhi fuor di
+bocca; volsi dire, i denti.
+
+CLEMENZIA. In ogni modo, non avete il tempo che si crede, veggo ben io.
+
+GHERARDO. Dillo a Lelia. E sai? Se mi metti in sua grazia, ti vo' donare
+un mongile.
+
+SPELA. Ehi, liberalaccio! E a me che darete?
+
+CLEMENZIA. Tanto fusse voi in grazia del duca di Ferrara quanto voi sète
+in grazia di Lelia, che buon per voi! Ma sí! Voi la dileggiate: ché, se
+voi gli volesse bene, non la terreste in queste trame né cercaresti di
+tuorgli la sua ventura.
+
+GHERARDO. Come torgli la sua ventura? Io cerco di darglila, non di
+torgliela.
+
+CLEMENZIA. Perché la tenete, tutto questo anno, in su le pratiche di
+volerla o di non volerla?
+
+GHERARDO. Che! Pensasi Lelia che rimanga da me, adunque? S'io non
+sollecito ogni dí suo padre, se non è la maggior voglia ch'io abbi al
+mondo, s'io non volesse che si facesse piú presto oggi che domane, che
+tu mi vegga, fra pochi dí, sovr'una bara.
+
+CLEMENZIA. E questo non mancará, se a Dio piace. Io gli dirò ogni cosa.
+Ma sapete? La vi vorrebbe vedere andare altramenti; ché cosí gli parete
+un pecorone.
+
+GHERARDO. Come «un pecorone»? che gli ho io fatto?
+
+CLEMENZIA. No. Ma perché voi andate sempre avviluppato ne le pelli.
+
+SPELA. Sará buon, dunque, che per amor suo si faccia scorticare o che,
+almanco, corra ignudo per questa terra. Ha' veduto?
+
+GHERARDO. Io ho piú be' panni ch'uom di Modena. Ho caro che me l'abbi
+detto. Vorrò che, di qua a un poco, mi vegga altrimenti. Ma dove la
+potrei vedere? quando tornerá dal monistero?
+
+CLEMENZIA. Alla porta Bazzovara. Or ora voglio andare a trovarla.
+
+GHERARDO. Ché non mi lassi venir con te, che andarem ragionando?
+
+CLEMENZIA. No, no. Che direbben le genti?
+
+GHERARDO. Io muoio. Oh amore!
+
+SPELA. Io scoppio. Oh bastone!
+
+GHERARDO. Oh beata a te!
+
+SPELA. Oh pazzo che tu se'!
+
+GHERARDO. Oh Clemenzia avventurata!
+
+SPELA. Oh bestia mal cignata!
+
+GHERARDO. Oh latte ben contento!
+
+SPELA. Oh capo pien di vento!
+
+GHERARDO. Oh Clemenzia felice!
+
+SPELA. Oh! in culo avestú una radice!
+
+GHERARDO. Orsú, Clemenzia! Addio. Viene, Spela, ch'io mi voglio ire a
+raffazzonare. Ho deliberato di vestirmi altrimenti per piacere alla mia
+moglie.
+
+SPELA. L'andará male.
+
+GHERARDO. Perché?
+
+SPELA. Perché giá cominciate a fare a suo modo. Le brache saran pur le
+sue.
+
+GHERARDO. Vanne alla buttiga di Marco profumiere e comprami un bossol di
+zibetto, ch'io voglio andare in su l'amorosa vita.
+
+SPELA. I denari ove sono?
+
+GHERARDO. Eccoti un bolognino. Va' presto. Io m'avvio a casa.
+
+
+SCENA V
+
+SPELA servo e SCATIZZA servo di Virginio.
+
+
+SPELA. Se ad alcuno venisse voglia di racchiuder tutte le sciocchezze in
+un sacco, mettivi il mio padrone, ché sará fatto a punto quanto e'
+vuole. E magiormente, or che gli è entrato in questa frenesia d'amore,
+egli si spela, si pettina, passeggia intorno alla dama, va fuor la notte
+a' veglini con la squarcina, canticchia tutto 'l dí con una voce
+rantacosa, ribalda e con un leutaccio piú scordato di lui. E èssi dato
+infino a far le fistole (che gli venghino!) e i sognetti e i capogirli,
+gli strenfiotti, i materiali e mill'altre comedie: cosa da far creppar
+di ridere gli asini, non che i cani. Or vuol portare il zibetto. Al
+corpo di Dio, che c'impazzerebben le palle. Ma ecco Scatizza che debbe
+tornar da le monache.
+
+SCATIZZA. Ti so dir che questi padri che fan le lor figliuole monache
+debbono esser di que' buoni uomini del tempo antico di Bartolommeo
+Coglioni. E forse che non si credono ch'elle stien sempre dinanzi al
+Crocefisso a pregare Iddio che facci del bene a chi ve l'ha messe? È ben
+vero che pregano Dio e 'l diavolo; ma che gli faccia rompare il collo a
+chi è cagion ch'elle ci sieno.
+
+SPELA. Voglio intender questa novella.
+
+SCATIZZA. Com'io bussai alla ruota, subito tutta la stanza s'empí di
+suore; e tutte giovane e tutte belle come angeli. Comincio a domandar di
+Lelia. Chi ride di qua, chi sghignazza di lá; tutte si facevan beffe del
+fatto mio, come se io fusse stato un zugo melato.
+
+SPELA. Addio, Scatizza. E donde si viene? Oh! Tu hai delli zuccarini.
+Dammene.
+
+SCATIZZA. Il cancar che ti venga, a te e quel pazzo di tuo padrone!
+
+SPELA. Lasciame andare e tira a te. Donde vieni?
+
+SCATIZZA. Dalle monache di Santo Crescenzio.
+
+SPELA. Or be', che è di Lelia? È tornata a casa?
+
+SCATIZZA. La forca tornará per te! Pò fare Iddio che quel mentecatto di
+tuo padrone se la crede avere?
+
+SPELA. Perché? Non lo vuole?
+
+SCATIZZA. Credo di no, io. Parti ch'ella sia carne da' suo' denti?
+
+SPELA. Ella ha ragione, in fine; ma che dice?
+
+SCATIZZA. Niente non dice. Che vuoi ch'ella dica, quando io non l'ho
+potuta vedere? ché, come io gionsi lá, e domanda' la, quelle sgherracce
+di quelle monache volevan la pastura di me.
+
+SPELA. Altro volevan che la pastura! Piú presto il pastorale. Tu non le
+conosci bene.
+
+SCATIZZA. Le conosco meglio di te, cosí gli venisse il cancaro! Vo' che
+tu vegga. Chi mi domandava s'io ne sto male; chi s'i' la torrei per
+moglie; chi diceva ch'ell'era in molle in dormentorio, che s'asciugava;
+chi ch'ell'era in soppresso nel chiostro. Un'altra mi disse:--Tuo
+padre ebbe figliuoli maschi?--Oh! Io fui per dire:--Ebbe un
+ca...cameto.--Tanto che pur m'accorsi che m'uccellavano, ché non
+volevano ch'io le parlasse.
+
+SPELA. Tu fosti un da poco. Dovevi entrar dentro e dir che la volevi
+cercar tu.
+
+SCATIZZA. Cancaro! Entra dentro solo! Va' lá, va' lá: tu mi conciaresti!
+Oh! Non c'è stallone in Maremma che ci regesse col fatto loro, solo.
+Monache? Cancaro! Ma io non posso star piú con te; ché ho da rispondere
+al mio padrone.
+
+SPELA. Ed io ho a comprare il zibetto a quel pazzo del mio.
+
+
+
+
+ATTO II
+
+
+SCENA I
+
+LELIA da ragazzo sotto nome di FABIO e FLAMMINIO giovene innamorato.
+
+
+FLAMMINIO. Gli è pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi
+potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata
+d'Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e
+l'accoglierti sí volentieri ch'ella non m'abbi in odio; però ch'io non
+gli feci mai cosa, ch'io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti
+accorgere, ne' suoi ragionamenti, di ch'ella si dolga di me? Ridimmi, di
+grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v'andasti con quella
+lettera?
+
+LELIA. Io ve l'ho giá replicato vinti volte.
+
+FLAMMINIO. Oh! Ridimelo un'altra volta. Questo che importa a te?
+
+LELIA. Oh! Che m'importa? Importami: ch'io veggo che voi ne pigliate
+dispiacere; il che cosí duole a me come a voi. Essendovi, com'io vi
+sono, servidore, non doverei cercare altro che di piacervi; ché, forse,
+di queste risposte ne volete poi male a me.
+
+FLAMMINIO. Non dubitar di questo, il mio Fabio, ch'io t'amo come
+fratello. Conosco che tu mi vuoi bene e però sia certo ch'io non so' per
+mancarti mai; e vedra' lo col tempo. Prega Iddio e basti. Ma che
+diss'ella?
+
+LELIA. Non ve l'ho detto? che il maggior piacere che voi le possiate
+fare al mondo è di lasciarla stare e non pensar piú a lei, perché l'ha
+vòlto l'animo altrui; e che, insomma, la non ha occhi con che la vi
+possi pur guardare; e che voi perdete il tempo e quanto fate in
+seguirla, perché, alla fine, vi trovarete con le mani piene di vento.
+
+FLAMMINIO. E pare a te, Fabio, che queste cose le dica di cuore o pur
+ch'ella abbia qualche sdegno con esso me? Ché pur soleva, qualche volta,
+farmi favore, da un tempo in lá; né posso creder ch'ella mi voglia male,
+accettando le mie lettere e le mie imbasciate. Io so' disposto di
+seguirla fino alla morte. Ben vo' vedere quel che n'ha da essere. Che ne
+dici, Fabio? non ti pare?
+
+LELIA. A me no, signore.
+
+FLAMMINIO. Perché?
+
+LELIA. Perché, s'io fusse in voi, vorrei ch'ella l'avesse di grazia
+ch'io la mirasse. Forse ch'a un par vostro, nobile, virtuoso, gentile,
+delle bellezze che sète, mancaranno dame? Fate a mio modo, padrone.
+Lasciatela e attacatevi a qualcun'altra che v'ami; ché ben ne trovarete,
+sí, e forse di cosí belle come ella. Ditemi: non avete voi nissuna che
+avesse caro che voi l'amasse, in questa terra?
+
+FLAMMINIO. Come s'io n'ho? Ve n'è una, fra l'altre, chiamata Lelia, che
+mille volte ho voluto dire che ha tutta l'effigie tua, tenuta la piú
+bella, la piú accorta e la piú cortese giovane di questa terra (che te
+la voglio, un dí, mostrare), che si terrebbe per beata pur ch'io le
+facesse una volta un poco di favore; ricca e stata in corte; ed è stata
+mia innamorata presso a uno anno, che mi fece mille favori, di poi
+s'andò con Dio alla Mirandola. E la mia sorte mi fece innamorar di
+costei: che tanto m'è stata cruda quanto quella mi fu cortese.
+
+LELIA. Padrone, e' vi sta bene ogni male perché, se avete chi v'ama e
+non l'apprezzate, è ragionevol cosa che altri non apprezzi voi.
+
+FLAMMINIO. Che vuo' tu dire?
+
+LELIA. Se quella povera giovane fu prima vostra innamorata, e anco piú
+che mai v'ama, perché l'avete abbandonata per seguire altri? Il qual
+peccato non so se Iddio ve lo possa mai perdonare. Ahi, signor
+Flamminio! Voi fate, per certo, un gran male.
+
+FLAMMINIO. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza
+d'amore. Dico ch'io son forzato ad amar quest'altra ed adorarla; e non
+posso né so né voglio pensare ad altri che a lei. E però tornagli a
+parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch'ella ha
+con me, ch'ella non mi vòl vedere.
+
+LELIA. Voi perdete il tempo.
+
+FLAMMINIO. E perder questo tempo mi piace.
+
+LELIA. Voi non farete nulla.
+
+FLAMMINIO. Pazienzia!
+
+LELIA. Lasciatela andar, vi dico.
+
+FLAMMINIO. Io non posso. Va' lá, ch'io te ne prego.
+
+LELIA. Io andarò; ma...
+
+FLAMMINIO. Torna con la risposta, subito. Io andarò fino in duomo.
+
+LELIA. Com'io veggo el tempo, non mancarò.
+
+FLAMMINIO. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te!
+
+LELIA. A tempo si parte, ché ecco Pasquella che mi viene a trovare.
+
+
+SCENA II
+
+PASQUELLA fante di Gherardo e LELIA da ragazzo detto FABIO.
+
+
+PASQUELLA. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno né il
+maggior fastidio che servire, una mia pari, una giovane innamorata; e
+massimamente a quella che non ha d'aver timore di madre, di sorelle o
+d'altre persone, quale è questa padrona mia: che, da certi dí in qua, è
+intrata in tanta frega e in tanta smania d'amore che né dí né notte ha
+posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppiccia le cosce,
+or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di
+sopra; né si ferma altrimenti che s'ella avesse l'ariento vivo in su'
+piedi. Gesú! Gesú! Gesú! Oh! I' so' pure stata giovana ed innamorata la
+mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta.
+Almanco si fusse messa a voler bene a qualche uomo di conto, maturo, che
+sapesse fare i suo' fatti e gli cavasse la pruzza! Ma la s'è
+imbarbugliata d'un fraschetta che a pena credo che, quando gli è
+sdilacciato, si sappia allacciare, s'altri non gli aita. E, tutto 'l dí,
+mi manda a cercar questo drudo come s'io non avesse che fare in casa. E
+forse che 'l suo padrone non si crede che facci l'ambasciate per lui? Ma
+gli è, per certo, questo che viene in qua. Ventura! Fabio, Dio ti dia il
+buon dí. Vezzo mio, ti venivo a trovare.
+
+LELIA. Ed a te mille scudi, la mia Pasquella. Che fa la tua bella
+padrona? e che voleva da me?
+
+PASQUELLA. E che ti credi che la facci? Piagne, si consuma, si strugge,
+ché stamattina non sei ancor passato da casa sua.
+
+LELIA. Oh! Che vuol ch'io ci passi innanzi giorno?
+
+PASQUELLA. Credo ch'ella vorrebbe che tu stesse con lei tutta la notte
+ancora, io.
+
+LELIA. Oh! Io ho da fare altro. A me bisogna servire il padrone;
+intendi, Pasquella?
+
+PASQUELLA. Oh! Io so ben che a tuo padron non faresti dispiacere a
+venirci, non. Dormi forse con lui?
+
+LELIA. Dio il volesse ch'io fusse tanto in grazia sua! ch'io non sarei
+ne' dispiaceri ch'io sono.
+
+PASQUELLA. Oh! Non dormiresti piú volentieri con Isabella?
+
+LELIA. Non io.
+
+PASQUELLA. Eh! Tu non dici da vero.
+
+LELIA. Cosí non fusse!
+
+PASQUELLA. Or lasciamo andare. Dice la mia padrona che ti prega che tu
+venga tosto fin a lei, ché suo padre non è in casa e ha bisogno di
+parlarti d'una cosa ch'importa.
+
+LELIA. Digli che, se non si leva dinanzi Flamminio, che perde il tempo:
+ché la sa ben ch'io mi rovinarei.
+
+PASQUELLA. Viene a dirgliel tu.
+
+LELIA. Io dico che ho altro da fare. Non odi?
+
+PASQUELLA. E che hai da fare? Dacci una corsa; e tornarai subito.
+
+LELIA. Oh! Tu mi rompi il capo, ora. Vatti con Dio.
+
+PASQUELLA. Non vuoi venire?
+
+LELIA. Non, dico: non m'intendi?
+
+PASQUELLA. In buona fede, in buona veritá, Fabio, Fabio, che tu sei
+troppo superbo. E sai che ti ricordo? che tu sei giovinetto e non
+conosci il ben tuo. Questo favore non ti durerá sempre, no. Ne verrá la
+barba; non arai sempre sí colorite le gotuzze né cosí rossette le
+labbra; non sarai cosí sempre richiesto da tutti, non. Allora conoscerai
+quanto sia stata la tua pazzia; e te ne pentirai, quando non sarai piú a
+tempo. Dimmi un poco: quanti ne sono, in questa cittá, che arebben di
+grazia ch'Isabella gli mirasse? E tu par che ti facci beffe del pane
+onto.
+
+LELIA. Perché non gli mira, donque? E lasci star me che non me ne curo.
+
+PASQUELLA. Oh Dio! Gli è ben vero che i giovani non han tutto quel senno
+che gli bisognarebbe.
+
+LELIA. Orsú, Pasquella! Non mi predicar piú, ché tu fai peggio.
+
+PASQUELLA. Superbuzzo, superbuzzo, ti mancará questo fumo! Orsú, il mio
+Fabio caro, anima mia! Vien, di grazia, presto; se non, mi rimanderebbe
+un'altra volta a cercarte né crederebbe ch'io t'avesse fatto
+l'ambasciata.
+
+LELIA. Orsú! Va', Pasquella, ch'io verrò. Burlavo teco.
+
+PASQUELLA. Quando, gioia mia?
+
+LELIA. Presto.
+
+PASQUELLA. Quanto presto?
+
+LELIA. Tosto. Va'.
+
+PASQUELLA. T'aspettarò all'uscio di casa, veh!
+
+LELIA. Sí, sí.
+
+PASQUELLA. Uh! Sai? Se tu non vieni, m'adirarò.
+
+
+SCENA III
+
+GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante.
+
+
+GIGLIO. Por mia vida, que esta es la vieia biene avventurada que tiene
+la mas hermosa moza d'esta tierra per sua ama. Oh se le puodiesse io
+ablar dos parablas sin testigos! Voto a la virginidad de todos los
+prelatos de Roma que le hará io dar gritos como la gatta de heniero. Mas
+quiero veer se puedo, con alguna lisonia, pararme tal con esta vieia
+vellacca alcahueta que me aga alcanzar algo con ella. Buenos dies,
+madonna Pasquella galana, gentil. Donde venís vos tan temprana?
+
+PASQUELLA. Oh! Buon dí, Giglio. Io vengo dalla messa. E tu dove vai?
+
+GIGLIO. Buscando mi ventura, se puedo toppar alguna muger che me haga
+alguna carizia.
+
+PASQUELLA. Oh sí! In buona fé, che vi mancano a voi spagnuoli! ché non
+ce n'è niun di voi che non n'abbi sempre una decina a sua posta.
+
+GIGLIO. Io verdade es che ne tiengo dos; mas non puedo andar á ellas
+senza periglo.
+
+PASQUELLA. Che! Son gentildonne, forse, di casa porcina, eh?
+
+GIGLIO. Sí, á fé. Mas io queria trovar una madre que me blancasses
+alguna vez las camisas e me rattopasses calzas y el giuppon y que me
+tenesse por fiolo; e io la serviria di buona gana.
+
+PASQUELLA. Cerca, cerca, ché non te ne mancará, no; ché chi ha le
+gentildonne, come tu, non gli mancan le fantesche.
+
+GIGLIO. Ya trobada sta, se voi volite.
+
+PASQUELLA. Chi è?
+
+GIGLIO. Voi misma.
+
+PASQUELLA. Eh! Io son troppo vecchia per te.
+
+GIGLIO. Vieia? Voto alla Virge Maria di Monsurat que me parecceis una
+moza di chinze o veinte annos. Vees, non le digais mas, per vostra vida,
+que non le puedo soffrir. Vedite piú presto se volite farmi qualche
+piazer, que vederite se vos trattaré da giovane o da vieia.
+
+PASQUELLA. No, no. Galli, via. Non mi voglio impacciar con spagnuoli.
+Sète tafani di sorte che o mordete o infastidite altrui; e fate come il
+carbone: o cuoce o tegne. V'aviam tanto pratichi oramai che guai a noi!
+E vi conosciamo bene, Dio grazia; e non c'è guadagno coi fatti vostri.
+
+GIGLIO. Guadagno? Giuro a Dios que piú guadagnarite con á mi que con el
+primo gentil ombre de esta tierra; y, aunque vos paresque cosí male
+aventurade, io son de los buenos y bien nascidos ydalgos de toda Spagna.
+
+PASQUELLA. Un miracolo non ha detto signore o cavaliere! poi che tutti
+gli spagnuoli che vengon qua si fan signori. E poi mirate che gente!
+
+GIGLIO. Pasquella, tomma mia amistade, que buon por á ti!
+
+PASQUELLA. Che mi farai? signora, eh?
+
+GIGLIO. Non quiero se non que seays mia matre. E io quiero ser vostro
+figliolo y, allas vezes, aun marido, se vos verrá bien.
+
+PASQUELLA. Eh lasciami stare!
+
+GIGLIO. Reióse: eccha es la fiesta.
+
+PASQUELLA. Che dici?
+
+GIGLIO. Que vi voglio donare un rosario para dezir quando es la fiesta.
+
+PASQUELLA. E dove è?
+
+GIGLIO. Veiolo aqui.
+
+PASQUELLA. Oh! Questa è una corona. Ché non me la dái?
+
+GIGLIO. Se volite ser mia madre, io vos la daré.
+
+PASQUELLA. Sarò ciò che tu vuoi, pur che tu me la dia.
+
+GIGLIO. Quando podremos ablar giuntos una hora?
+
+PASQUELLA. Quando tu vuoi.
+
+GIGLIO. Dove?
+
+PASQUELLA. Oh! Io non so dove.
+
+GIGLIO. Non teni in casa algun logar donde me possa poner io á questa
+sera?
+
+PASQUELLA. Sí, è; ma se 'l padron lo sapesse?
+
+GIGLIO. E que! Non saprá nada, no.
+
+PASQUELLA. Sai? Vedrò stasera se ci sará ordine. Tu passa dinanzi a casa
+e io ti dirò se potrai venire o no. Or dammi la corona. Oh! Gli è bella!
+
+GIGLIO. Orsú! Io starò avertido allas vintiquattr'oras.
+
+PASQUELLA. Or sí, eh! ma dammi i paternostri.
+
+GIGLIO. Io los portarò con me quando verrò agliá, que les quiero
+primiero far un poghetto profumar.
+
+PASQUELLA. Non mi curo di tante cose. Dammegli pur cosí; io non gli
+voglio piú profumati.
+
+GIGLIO. Vedi á qui: esto stocco sta gasto. Io ci harò metter un poco de
+oro; e questa sera ve los darò. Vòi tu altro se non que sará la tuya?
+
+PASQUELLA. Mia sará quand'io l'arò. È da far gran fondamento nelle
+parole degli spagnuoli, alla fede! Non diss'io che voi sète formiche di
+sorbo, che non uscite per bussare?
+
+GIGLIO. Que dezis, matre?
+
+PASQUELLA. Io voglio andare in casa, ché la padrona me aspetta.
+
+GIGLIO. E spera un pochitto! Vos teneis una gran priessa. Que teneis de
+azer con vostra padrona?
+
+PASQUELLA. Oh! che ti credi? Che 'l diavol mi porti, se le fanciulle
+d'oggi non son prima innamorate che gli abbino asciutti gli occhi e se
+prima non volesseno il punteruolo che l'aco.
+
+GIGLIO. Que quereis dezir?
+
+PASQUELLA. Chiachiare? E' non son miga chiachiare! La vorrebbe far da
+vero.
+
+GIGLIO. Pos dimmi, de grazia. De quien es innamorada? que non es
+possibile, que es aun troppa gioven.
+
+PASQUELLA. Cosí non fusse o almen si fusse messa con un par suo!
+
+GIGLIO. Dimme, por tu vida: quien es?
+
+PASQUELLA. E' non si vuol dire. Vedi: fa' che tu non ne parli. Non
+cognosci quel ragazzo di Flamminio de' Carandini?
+
+GIGLIO. Quien? aquel mucciaccio qu'es todo vestido de blanco?
+
+PASQUELLA. Sí, cotesto.
+
+GIGLIO. Valeme Dios! Es possibile? Que quiere azer d'aquel, ch'es megior
+per ser sanado que per sanar?
+
+PASQUELLA. E tu odi.
+
+GIGLIO. Y el mucciaccio quiere ben á la gioven?
+
+PASQUELLA. Eh! Cosí, cosí.
+
+GIGLIO. Mas el patre d'ella non s'accorge d'esta trama?
+
+PASQUELLA. Non pare, a me. Anzi, l'ha trovato due volte in casa; ed
+hagli fatto mille carezze, presolo per la mano, toccato sotto 'l mento,
+come se fusse suo figliuolo. E dice che gli par che s'assomigli a una
+figliuola di Virginio Bellenzini.
+
+GIGLIO. Ah reniego del putto, vieio puerco, vellacco! Ya, ya. Sé io lo
+que quiere.
+
+PASQUELLA. Uh! Tu m'hai tenuta troppo; me ne voglio ire.
+
+GIGLIO. Mira que verrò, á esta nocce. Non te scordar della promessa.
+
+PASQUELLA. Né tu di portar la corona.
+
+
+SCENA IV
+
+FLAMMINIO, CRIVELLO suo servo e SCATIZZA servo di Virginio.
+
+
+FLAMMINIO. Tu non sei ito a veder se tu vedi Fabio; ed egli non viene.
+Non so che mi dire di questa sua tardanza.
+
+CRIVELLO. Io andavo; e voi mi richiamaste indietro. Che colpa è la mia?
+
+FLAMMINIO. Va' adesso: e, caso che ancor fusse in casa d'Isabella,
+aspettalo fin che gli esca e fallo poi venir subito.
+
+CRIVELLO. Oh! Che saprò io se v'è o se non v'è? volete forse ch'io ne
+domandi alla casa di lei?
+
+FLAMMINIO. Mira che asino! Parti che cotesto stesse bene? Credelo a me
+ch'io non ho servidore in casa che vaglia un pane altro che Fabio. Iddio
+mi dia grazia ch'io gli possa far del bene. Che borbotti? che dici,
+poltrone? non è vero?
+
+CRIVELLO. Che volete ch'io dica? Dico di sí, io. Fabio è buono, Fabio è
+bello, Fabio serve bene, Fabio con voi, Fabio con madonna... Ogni cosa è
+Fabio; ogni cosa fa Fabio. Ma...
+
+FLAMMINIO. Che vuol dir «ma...»?
+
+CRIVELLO. ...non sará sempre buona robba.
+
+FLAMMINIO. Che dici tu di robba?
+
+CRIVELLO. Che non è da fidargli cosí sempre la robba. Sí, ché gli è
+forestiero e potrebbe, un dí, caricarvela.
+
+FLAMMINIO. Cosí fidati fusse voi altri! Domanda un poco lo Scatizza, che
+è lá, se l'avesse veduto. E io sarò al banco de' Porrini.
+
+CRIVELLO. Scatizza, addio. Ha' tu veduto Fabio?
+
+SCATIZZA. Chi? quella vostra buona robba? Oh cagnaccio! Tu ti dái il bel
+tempo.
+
+CRIVELLO. Ove andavi?
+
+SCATIZZA. A trovare il mio grimo.
+
+CRIVELLO. Gli è passato di qui or ora.
+
+SCATIZZA. Dove è andato?
+
+CRIVELLO. In qua sú. Viene, ché 'l trovaremo. Eh viene! ché t'ho da
+contare una facezia, che m'è intervenuta con la mia Caterina, la piú
+bella del mondo.
+
+
+SCENA V
+
+SPELA servo di Gherardo, solo.
+
+
+Può esser peggio al mondo che servire a un padron pazzo? Gherardo mi
+manda a comprare il zibetto. Quando lo domandai al profumiere e dissi
+ch'io non avevo piú d'un bolognino, cominciò a dire ch'io non avevo
+tenuto a mente e che Gherardo doveva aver detto un bossol d'onguento da
+rogna: ché n'aveva bisogno; ché sapeva che non usava zibetto. Comincia'
+gli a dire, acciò che egli mel credesse, di questo suo amorazzo: e fu
+per crepar di ridere con certi gioveni che eran lí; e voleva pur ch'io
+gli portasse un bossol d'assafetida; tal che, cosí dileggiato, me ne
+partii. Or, se 'l padrone il vuole, diemi piú quattrini.
+
+
+SCENA VI
+
+CRIVELLO, SCATIZZA, LELIA da ragazzo e ISABELLA.
+
+
+CRIVELLO. Or hai inteso; e, se tu vuoi venire, mi basta l'animo di
+trovarne una per te ancora.
+
+SCATIZZA. Fa' un poco di pratica, ch'io ti prometto che, se tu trovi
+qualche fantesca che mi piaccia, che noi ci daremo il piú bel tempo del
+mondo. Io ho la chiave del granaio, della cantina, della dispensa, delle
+legna; e, s'io avesse dove poter scaricar le some a piano, mi bastarebbe
+l'animo che noi faremmo una vita da signori. In ogni modo, da questi
+padroni non se ne cava altro.
+
+CRIVELLO. Io t'ho detto: io 'l vo' dire a Bita, che ti provegga di
+qualche cittona acciò che tutti a quattro insieme possiam darci buon
+tempo in questo carnovale.
+
+SCATIZZA. Oh! Noi siamo all'ultimo.
+
+CRIVELLO. Daremcelo questa quaresima, mentre ch'i padroni saranno alla
+predica a vagheggiare. Ma sta', ché l'uscio di Gherardo s'apre. Tirate
+un poco piú qua.
+
+SCATIZZA. Perché?
+
+CRIVELLO. Oh! Per buon rispetto.
+
+LELIA. Orsú, Isabella! Non vi dimenticate di quanto m'avete promesso.
+
+ISABELLA. E voi non vi dimenticate di venirmi a vedere. Ascoltate una
+parola.
+
+CRIVELLO. S'io fusse in questa fregágnuola, so che 'l padrone mi
+perdonarebbe!
+
+SCATIZZA. Mangiaresti i polli per te, eh?
+
+CRIVELLO. Che ne credi?
+
+LELIA. Or volete altro?
+
+ISABELLA. Udite un poco.
+
+LELIA. Eccomi.
+
+ISABELLA. Ècci nissun costí fuora?
+
+LELIA. Non si vede anima nata.
+
+CRIVELLO. Che diavol vòl colei?
+
+SCATIZZA. Questa dimestichezza è troppa.
+
+CRIVELLO. Sta' a vedere.
+
+ISABELLA. Udite una parola.
+
+CRIVELLO. Costor s'accostan molto.
+
+SCATIZZA. Che sí! che sí!
+
+ISABELLA. Sapete? Vorrei...
+
+LELIA. Che vorreste?
+
+ISABELLA. Vorrei... Accostatevi.
+
+SCATIZZA. Accostati, salvaticaccio!
+
+ISABELLA. Mirate se v'è niuno.
+
+LELIA. Non ve l'ho detto? Non si vede persona.
+
+ISABELLA. Oh! Io vorrei che voi tornasse dopo disinare quando mio padre
+sará fuora.
+
+LELIA. Lo farò; ma, come passa il mio padron di qui, di grazia, fuggite
+e serrategli la finestra in fronte.
+
+ISABELLA. S'io non lo fo, non mi vogliate piú bene.
+
+SCATIZZA. Dove diavol gli tien la man, colei?
+
+CRIVELLO. Oh povero padrone! Che sí, che sí, ch'io sarò indivino!
+
+LELIA. Addio.
+
+ISABELLA. Udite: vi volete partire?
+
+SCATIZZA. Basciala, che ti venga il cancaro!
+
+CRIVELLO. L'ha paura di non esser veduta.
+
+LELIA. Orsú! Tornatevi in casa.
+
+ISABELLA. Voglio una grazia da voi.
+
+LELIA. Quale?
+
+ISABELLA. Entrate un poco dentro a l'uscio.
+
+SCATIZZA. La cosa è fatta.
+
+ISABELLA. Oh! Voi sète salvatico!
+
+LELIA. Noi sarem veduti.
+
+CRIVELLO. Oimè! oimè! O seccareccio, altrettanto a me.
+
+SCATIZZA. Non ti diss'io che la baciarebbe?
+
+CRIVELLO. Or ben ti dico ch'io non vorrei aver guadagnato cento scudi e
+non aver veduto questo bacio.
+
+SCATIZZA. Il veggio. Cosí fusse tócco a me!
+
+CRIVELLO. Oh! Che fará il padrone, come egli 'l sappia?
+
+SCATIZZA. Oh diavol! Non si vòl dirglielo.
+
+ISABELLA. Perdonatemi. La vostra troppa bellezza e 'l troppo amar ch'io
+vi porto è cagion ch'io fo quello che forse voi giudicarete esser di
+poca onesta fanciulla. Ma Dio lo sa ch'io non me ne son potuta tenere.
+
+LELIA. Non fate queste scuse con me, signora; ché so ancor io come io
+sto e quel che, per troppo amore, mi son messo a fare.
+
+ISABELLA. E che cosa?
+
+LELIA. Oh! Che? A ingannare il mio signore, che non sta però bene.
+
+ISABELLA. Il malan che Dio gli dia!
+
+CRIVELLO. Vatti po' fida di bagasce! Ben gli sta. Non è maraveglia che
+'l fegatello confortava il padrone a lasciar questo amore.
+
+SCATIZZA. Ogni gallina ruspa a sé. In fine, tutte le donne son fatte a
+un modo.
+
+LELIA. L'ora è giá tarda ed io ho da trovare il padrone. Rimanete in
+pace.
+
+ISABELLA. Udite.
+
+CRIVELLO. Ohi! e due! Che ti si secchi, che ti faccia il mal pro!
+
+SCATIZZA. Al corpo di Dio, che m'è infiata una gamba che par che la
+voglia recere.
+
+LELIA. Serrate. Addio.
+
+ISABELLA. Mi vi dono.
+
+LELIA. Son vostro. Io ho, da un canto, la piú bella pastura del mondo di
+costei che si crede pur ch'io sia maschio; dall'altro, vorrei uscir di
+questa briga e non so come mi fare. Veggio che costei è giá venuta al
+bacio; e verrá, la prima volta, piú avanti; e trovarommi aver perduta
+ogni cosa: tal che forza è ch'e' si scuopra la ragia. Voglio andare a
+trovar Clemenzia di quanto gli par ch'io faccia. Ma ecco Flamminio.
+
+CRIVELLO. Scatizza, il padrone mi disse aspettarmi al banco de' Porrini.
+Vo' dargli questa buona nuova. Caso non mi creda, fa' che non mi facci
+parer bugiardo.
+
+SCATIZZA. Io non ti posso mancare. Ma, facendo a mio modo, te ne starai
+queto e arai sempre questo calcio in gola a Fabio per poterlo far fare a
+tuo modo.
+
+CRIVELLO. Dico ch'io gli vo' male, ché m'ha rovinato.
+
+SCATIZZA. Governatene come ti piace.
+
+
+SCENA VII
+
+FLAMMINIO e LELIA da ragazzo.
+
+
+FLAMMINIO. È possibil, però, ch'io sia tanto fuor di me e mi stimi sí
+poco ch'io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia,
+chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d'uno sguardo?
+Sarò io sí da poco e sí vile ch'io non mi sappi levar questa vergogna e
+questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto?
+
+LELIA. Nulla.
+
+FLAMMINIO. Perché sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un
+forca, sí?
+
+LELIA. Io ho indugiato perch'io volevo pur parlare a Isabella.
+
+FLAMMINIO. E perché non gli hai parlato?
+
+LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo,
+pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ché, per
+quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il
+tempo; ché la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi
+piaccia.
+
+FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or
+ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra
+con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa
+orribile o spaventosa?
+
+LELIA. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá,
+non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta
+mai altra donna che lei?
+
+FLAMMINIO. Cosí non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion
+di tutto 'l mio male: perché io amai giá molto caldamente quella Lelia
+di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non
+dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere.
+Ma io gli farò intendere ch'io non l'amo piú; anzi, l'ho in odio e non
+la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch'ella vorrá di non
+arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo.
+
+LELIA. Oimè!
+
+FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?
+
+LELIA. Oimè!
+
+FLAMMINIO. Che ti duole?
+
+LELIA. Oimè! Il cuore.
+
+FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?
+
+LELIA. Signor no.
+
+FLAMMINIO. E forse lo stomaco ch'è indebilito?
+
+LELIA. Dico ch'è il cuore che mi duole.
+
+FLAMMINIO. Ed a me, forse, molto piú. Tu hai perduto il colore. Vattene
+a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega
+dietro alle spalle; ché non sará altro. Io sarò or ora lá e, bisognando,
+farò venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male è il tuo.
+Dá' qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Orsú! Vattene pian piano. A
+che strani casi è sottoposto l'uomo! Non vorrei che costui mi mancasse
+per quanto vale tutto 'l mio: ch'io non so se fusse mai al mondo
+servidor piú accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre
+a questo, mostra d'amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la
+stesse mal di me. Fabio, va' a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io
+sarò or ora lá. Di' che apparecchino.
+
+LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa
+bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera,
+scontenta Lelia! Perché piú perdi tempo in servir questo crudele? Non ti
+è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or
+non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita,
+odiata! Perché serv'io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia?
+perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio!
+Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella.
+Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú
+servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m'ha
+in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con
+essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia.
+
+
+SCENA VIII
+
+CRIVELLO e FLAMMINIO.
+
+
+CRIVELLO. E, se non è cosí, fatemi impicar per la gola; non tanto
+tagliar la lingua. Vi dico che gli è cosí.
+
+FLAMMINIO. Da quanto in qua?
+
+CRIVELLO. Quando voi mi mandasti a cercar di lui.
+
+FLAMMINIO. Come andò? Dimmelo un'altra volta, perché egli mi niega
+d'averle oggi potuto parlare.
+
+CRIVELLO. Sará buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere
+s'egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E,
+volendosi giá partire, Isabella lo richiamò dentro: e, guardando se
+fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno
+insieme.
+
+FLAMMINIO. Come non vider te?
+
+CRIVELLO. Perch'io m'era ritratto in quel portico rincontro, e non me
+potevan vedere.
+
+FLAMMINIO. Come gli vedesti tu?
+
+CRIVELLO. Con gli occhi. Credete forse ch'io gli abbi veduti con le
+gombita?
+
+FLAMMINIO. E basciolla?
+
+CRIVELLO. Io non so s'ella baciò lui o egli lei; ma io credo che l'un
+basciassi l'altro.
+
+FLAMMINIO. Accostorono il viso l'uno a l'altro tanto che si potessen
+baciare?
+
+CRIVELLO. Il viso no, ma le labbra sí.
+
+FLAMMINIO. Oh! Possonsi accostar le labbra senza il viso?
+
+CRIVELLO. Se l'uomo avesse la bocca nelle orecchie o nella cicottola,
+forse; ma, stando dove le stanno, credo che no.
+
+FLAMMINIO. Guarda che tu vedesse bene, che tu non dica poi:--E' mi
+parve--; ché questa è una gran cosa che tu mi dici.
+
+CRIVELLO. Maggiore è il Mangia che sta in cima alla torre di Siena.
+
+FLAMMINIO. Come vedesti?
+
+CRIVELLO. Vegliando, con gli occhi aperti, stando a vedere né avendo a
+far altra cosa che mirare.
+
+FLAMMINIO. Se questo è vero, tu m'hai morto.
+
+CRIVELLO. Questo è vero. Lo chiamò, se gli accostò, l'abbracciò, lo
+basciò. Or, se tu vuoi morir, muore.
+
+FLAMMINIO. Non è maraviglia che 'l traditor negava di non esservi stato!
+Or so perché il ribaldo mi confortava a lasciarla: per goderla lui. Se
+io non fo tal vendetta che, fin che questa terra dura, sará essempio ai
+servidori che non sieno traditori a' padroni, non voglio esser tenuto
+uomo. Ma, in fine, se altra certezza non n'ho, io non tel vo' credere.
+So che tu sei un tristo e gli debbi voler male; e fai perch'io me lo
+levi dinanzi. Ma, per quel Dio che s'adora, ch'io ti farò dire il vero o
+t'ammazzarò. Di' sú! Hailo veduto?
+
+CRIVELLO. Signor sí.
+
+FLAMMINIO. Baciolla?
+
+CRIVELLO. Baciârsi.
+
+FLAMMINIO. Quante volte?
+
+CRIVELLO. Due volte.
+
+FLAMMINIO. Ove?
+
+CRIVELLO. Nel suo ridotto.
+
+FLAMMINIO. Tu menti per la gola. Poco fa, dicesti in su l'uscio.
+
+CRIVELLO. Volsi dir vicino all'uscio.
+
+FLAMMINIO. Di' il vero!
+
+CRIVELLO. Ohi! ohi! M'incresce d'avervel detto.
+
+FLAMMINIO. Fu vero?
+
+CRIVELLO. Signor sí. Ma io mi so' scordato ch'io avevo un testimonio.
+
+FLAMMINIO. Chi era?
+
+CRIVELLO. Lo Scatizza di Virginio.
+
+FLAMMINIO. Vidde egli ancora?
+
+CRIVELLO. Come me.
+
+FLAMMINIO. E se egli nol confessa?
+
+CRIVELLO. Ammazzatemi.
+
+FLAMMINIO. Farollo.
+
+CRIVELLO. E s'egli il confessa?
+
+FLAMMINIO. Amazzarò tutt'e due.
+
+CRIVELLO. Oimè! Perché?
+
+FLAMMINIO. Non dico te; ma Isabella e Fabio.
+
+CRIVELLO. E che voi abbruciate quella casa, con Pasquella e con chi v'è
+dentro.
+
+FLAMMINIO. Andiamo a trovar lo Scatizza. S'io non nel pago, s'io non fo
+dir di me, se tutta questa terra non lo vede... Ne farò tal vendetta!...
+Oh traditore! Vatti poi fida.
+
+
+
+
+ATTO III
+
+
+SCENA I
+
+PEDANTE, FABRIZIO giovine figliuol di Virginio e STRAGUALCIA servo.
+
+
+PEDANTE. Questa terra mi par tutta mutata poi ch'io non vi fui. Vero è
+ch'io non vi fui se non per transito con li oratori d'Ancona; e
+alloggiammo al «Guicciardino». Pur vi stemmo da sei giorni. Tu
+ricognoscine cosa alcuna?
+
+FABRIZIO. Come mai piú non l'avessi veduta.
+
+PEDANTE. Credotelo, perché te ne partisti sí piccolo che non è
+maraviglia. Or pur conosco la strada dove siamo. Quello è il palazzo de'
+Rangoni; qui sotto passa il canal grande; quel che vedi lá in capo è il
+duomo. Hai tu sentito dire «Sarestú mai la potta da Modana?» o vero «Gli
+pare esser la potta da Modana»?
+
+FABRIZIO. Mille volte. Mostratemela, di grazia.
+
+PEDANTE. Vedila sopra il duomo.
+
+FABRIZIO. È quella?
+
+PEDANTE. Quella.
+
+FABRIZIO. Oh! Questa è una baia!
+
+PEDANTE. Tu vedi.
+
+FABRIZIO. Ho sentito ancor dire «Tu hai tolto a menar l'orso a Modana».
+Che vuol dire? dov'è questo orso?
+
+PEDANTE. E' son dettati antiqui de quibus nescitur origo.
+
+FABRIZIO. Certo, maestro, che questa terra par che mi venga di buono.
+
+STRAGUALCIA. Ed a me vien di migliore, ch'io sento qua presso uno odor
+d'arosto che mi fa morir di fame.
+
+PEDANTE. Oh! Non sai quel che dice Cantalicio? «Dulcis amor patriae». E
+Catone: «Pugna pro patria». Hoc. Insumma, e' non c'è la piú dolce cosa
+che la patria.
+
+STRAGUALCIA. Io credo che sia molto piú dolce il tribiano, maestro. Cosí
+n'avess'io un boccale! ch'io sono spallato, a portar questa valigia.
+
+PEDANTE. Queste strade paion fatte di nuovo. Quand'io ci fui, eran tutte
+sordide e fangose.
+
+STRAGUALCIA. Aviamo a contare i mattoni? Ci sará facenda! Vorrei che noi
+andassemo piú presto in qualche luogo che facessemo colazione, io.
+
+PEDANTE. Iandudum animus est in patinis.
+
+FABRIZIO. Che arma è quella di quei succhielli?
+
+PEDANTE. Quella è l'arma di questa communitá e chiamasi la Trivella. E,
+come a Fiorenza si grida: «Marzocco! Marzocco!» e a Vinegia: «San Marco!
+San Marco!» e a Siena: «Lupa! Lupa!», cosí qui esclamano: «Trivella!
+Trivella!».
+
+STRAGUALCIA. Io vorrei piú tosto che noi gridassemo: «Padella!
+Padella!».
+
+FABRIZIO. Quella la conosco. È l'arme del duca.
+
+STRAGUALCIA. Maestro, vorrei che voi portasse un poco questa valigia,
+voi. Io ho sí secche le labbra ch'io non posso parlare.
+
+PEDANTE. Orsú, che ti cavarai la sete poi!
+
+STRAGUALCIA. Quand'io son morto, fatemi un brodetto agli archi.
+
+FABRIZIO. Basta che, ne la prima gionta, questa terra mi piace assai. E
+a te, Stragualcia?
+
+STRAGUALCIA. A me pare un paradiso, ché non vi si mangia e non vi si
+beve. Orsú! Non perdiam piú tempo a veder la terra, ché la vedremo a
+bello agio.
+
+PEDANTE. Tu vedrai qui il piú solenne campanile che sia in tutta la
+machina mondiale.
+
+STRAGUALCIA. È quello al qual i modanesi volevon far la guaina? e che
+dicono che la sua ombra fa impazzar gli uomini?
+
+PEDANTE. Sí, cotesto.
+
+STRAGUALCIA. Io so ch'io non uscirò di cucina, per me. Chi ci vuole
+andar ci vada. Or sollecitiam d'alloggiare.
+
+PEDANTE. Tu hai una gran fretta.
+
+STRAGUALCIA. Cancaro! Io mi muoio di fame e non ho mangiato altro,
+stamattina, ch'una mezza gallina che v'avanzò in barca.
+
+FABRIZIO. Chi trovarem noi che ci meni a casa di mio padre?
+
+PEDANTE. Non. A me pare che noi ci andiamo a metter prima in una
+ostaria, e quivi assettarci un poco e con commoditá poi investigarne.
+
+FABRIZIO. Mi piace. Queste debbono esser l'ostarie.
+
+
+SCENA II
+
+L'AGIATO oste, FRULLA oste, PEDANTE, FABRIZIO, STRAGUALCIA.
+
+
+AGIATO. Oh gentili uomini! Questa è l'ostaria, se volete alloggiare.
+Allo «Specchio»! allo «Specchio»!
+
+FRULLA. Oh! Voi siate i ben venuti. Io v'ho pure alloggiati altre volte.
+Non vi ricorda del vostro Frulla? Entrate qua dentro, ove alloggiano
+tutti e' par vostri.
+
+AGIATO. Venite a star con me. Voi arete buone camere, buon fuoco,
+buonissime letta, lenzuola di bocata; e non vi mancará cosa che voi
+aviate.
+
+STRAGUALCIA. Di cotesto mel sapevo.
+
+AGIATO. Volsi dir che voi vogliate.
+
+FRULLA. Io vi darò il miglior vin di Lombardia, starne tanto larghe,
+salciccioni di questa fatta, piccioni, polastri e ciò che voi saprete
+domandare; e goderete.
+
+STRAGUALCIA. Questo voglio sopra tutto.
+
+PEDANTE. Tu che dici?
+
+AGIATO. Io vi darò animelle di vitella, mortatelle, vin di montagna; e,
+sopra tutto, starete dilicati.
+
+FRULLA. Io vi darò piú robba e manco dilicatura. Se venite con me,
+trattarovvi da signori e 'l pagamento sará a vostro modo; ove, allo
+«Specchio», vi mettará a conto fino le candele. Fate voi.
+
+STRAGUALCIA. Padrone, stiam qui, ché gli è meglio.
+
+AGIATO. E fate a mio modo, se volete star bene. Volete che si dica che
+voi siate alloggiati al «Matto»?
+
+FRULLA. È cento mila volte meglio il mio «Matto» che non è il tuo
+«Specchio».
+
+PEDANTE. Speculum prudentia significat iusta illud nostri Catonis «Nosce
+teipsum». Intendi, Fabrizio?
+
+FABRIZIO. Intendo.
+
+FRULLA. Veggasi chi ha piú osti: o tu o io.
+
+AGIATO. Veggasi dove van piú uomini da bene.
+
+FRULLA. Veggasi ove son meglio trattati.
+
+AGIATO. Veggasi chi tien piú dilicato.
+
+STRAGUALCIA. Che tanto «dilicato, dilicato, dilicato»? Io vorrei, una
+volta, empire il corpo meglio e star manco dilicato, per me, io; ché
+tanta delicatezza è cosa da fiorentini.
+
+AGIATO. Tutti cotesti alloggian con me.
+
+FRULLA. Alloggiavano; ma, da tre anni in qua, tutti vengono a questa
+insegna.
+
+AGIATO. Garzon, pon giú quella valigia; ché m'avveggo che la ti spalla.
+
+STRAGUALCIA. Non ti curar di questo, tu; ch'io non voglio alleggerir la
+spalla, s'io non veggo di caricar prima il ventre.
+
+FRULLA. Bastarannoti un paio di capponi? Porta qua. Questi son per te
+solo.
+
+STRAGUALCIA. Non, eh! Ma gli è per uno antipasto.
+
+AGIATO. Guardate che prosciutto, se non pare un cremisi!
+
+PEDANTE. Questo non è cattivo.
+
+FRULLA. Chi s'intende di vino?
+
+STRAGUALCIA. Io, io, meglio che i franzesi.
+
+FRULLA. Assaggia se ti piace: se non, te ne darò di dieci sorti.
+
+STRAGUALCIA. Frulla, al mio parer tu sei piú prattico di questo altro
+che prima ci mostra il modo da far bere che sappia se 'l vin ci piace. O
+padrone, gli è buono. Tolle, tolle questa valigia.
+
+PEDANTE. Aspetta un poco. Tu che dici?
+
+AGIATO. Dico che i gentili uomini non si curan d'empire il corpo di
+tanta robba; ma di poca, buona e dilicata.
+
+STRAGUALCIA. Costui debbe essere spedaliere o oste d'amalati.
+
+PEDANTE. Non parli male. Che ci darai?
+
+AGIATO. Domandate.
+
+FRULLA. Ed io mi maraveglio di voi, gentiluomini. Quando c'è de la robba
+assai, l'uom può mangiar quel poco o quel molto che gli piace; il che
+del poco non accade. Poi, come l'uomo comincia, l'appetito cresce e
+bisogna empirsi il corpo di pane.
+
+STRAGUALCIA. Tu sei piú savio delli statuti. Io non viddi mai uomo che
+intendesse meglio il mio bisogno di te. Va', ch'io ti vo' bene.
+
+FRULLA. Va' un poco in cucina, fratello, e vede.
+
+PEDANTE. Omnis repletio mala, panis autem pessima.
+
+STRAGUALCIA. Pedante poltrone! Ti rompo, un dí, la bocca, s'io vivo.
+
+AGIATO. Venite, gentiluomini, ché lo star fuore al freddo non è cosa da
+savi.
+
+FABRIZIO. Eh! Noi non siam cosí gelosi, no.
+
+FRULLA. Sapiate, signori, che questa ostaria dello «Specchio» soleva
+esser la megliore ostaria di Lombardia. Ma, come io apersi questa del
+«Matto», non alloggia, in tutto uno anno, dieci persone; e ha piú nome
+questa mia insegna, per tutto il mondo, che ostaria che sia. Qui vengon
+francesi a schiera, todeschi quanti ne passano.
+
+AGIATO. Non dici il vero, ché i todeschi vanno al «Porco».
+
+FRULLA. Qui vengono i milanesi, i parmigiani, i piagentini.
+
+AGIATO. Alla mia vengono i veneziani, i genovesi e i fiorentini.
+
+PEDANTE. Ove alloggiano i napoletani?
+
+FRULLA. Con me.
+
+AGIATO. Lasciatevi dire. Alloggian, la piú parte, all'«Amore».
+
+FRULLA. E quanti ne alloggian con me?
+
+FABRIZIO. Il duca di Malfi dove alloggia?
+
+AGIATO. Quando alla mia, quando alla sua, quando alla «Spada», quando
+all'«Amore», secondo che ben gli mette.
+
+PEDANTE. Dove alloggiano i romani? perché noi siam da Roma.
+
+AGIATO. Con me.
+
+FRULLA. Non è vero: non trovarete un che v'alloggi in tutto l'anno. Vero
+è che certi cardenali antichi, per usanza, vi sono alloggiati; ma tutti
+questi novi dan del capo nel «Matto».
+
+STRAGUALCIA. Io non mi partirei di qui, s'io ne fusse strascinato. Vadin
+costoro dove vogliono. Padrone, son tante pignatte intorno al fuoco,
+tanti pottaggi, tanti savoretti, tanti intengoli, spedonate di starne,
+di tordi, di piccioni, capretti, capponi lessi, arrosto e miramessi,
+guazzini, pasticci, torte che, s'egli aspettasse il carnovale o la corte
+di Roma tutta, gli bastarebbe.
+
+FRULLA. Hai tu bevuto?
+
+STRAGUALCIA. E che vini!
+
+PEDANTE. Variorum ciborum commistio pessima generat digestionem.
+
+STRAGUALCIA. _Bus asinorum, buorum, castronorum, tatte, batatte
+pecoronibus!_ Che diavolo andate intrigando l'accia? Che vi venga il
+cancaro a voi e quanti pedanti si truova! Mi parete un manigoldo, a me.
+Padrone, entriam drento.
+
+FABRIZIO. Dove alloggian gli spagnuoli?
+
+FRULLA. Io non m'impaccio con loro. Cotesti vanno al «Rampino». Ma che
+bisogna piú cose? Non c'è persona che vada a torno che non alloggi a
+questa insegna. Dai sanesi in fuora, che, per esser quasi una cosa
+medesma coi modanesi, non giongan prima in questa terra che truovan
+cento amici che se gli menano a casa loro, signori e gran maestri,
+poveri e ricchi, soldati e buon compagni, tutti corrono al «Matto».
+
+AGIATO. Io dico che i dottori, i giudici, i frati virtuosi, tutti
+vengono alla mia insegna.
+
+FRULLA. Ed io vi dico che passan pochi giorni che qualcun di quelli che
+sono alloggiati allo «Specchio» non eschino fuore e non venghino a star
+con me.
+
+FABRIZIO. Maestro, che faremo?
+
+PEDANTE. Etiam atque etiam cogitandum.
+
+STRAGUALCIA. O corpo mio, fatti capanna; ch'io so che, per una volta,
+alzarò il fianco.
+
+PEDANTE. Io penso, Fabrizio, che noi aviam pochi denari.
+
+STRAGUALCIA. Maestro, io ci ho veduto un figliuol dell'oste bello come
+uno angiolo.
+
+PEDANTE. Orsú! Stiam qui. In ogni modo, tuo padre, se lo troviamo,
+pagará l'oste.
+
+STRAGUALCIA. Parti che 'l cimbel fusse a tempo per far calare il tordo?
+Io ho giá bevuto tre volte e ho detto una. Io non mi partirò di cucina,
+ch'io assaggiarò ciò che v'è; e poi dormirò intorno a quel buon fuoco. E
+cancar venga a chi vuol far robba!
+
+AGIATO. Ricordati, Frulla, che tu me n'hai fatte troppo e, un dí, ci
+spezzarem la testa; e bene.
+
+FRULLA. A tua posta. Non posso piú presto che ora.
+
+
+SCENA III
+
+VIRGINIO vecchio e CLEMENZIA balia.
+
+
+VIRGINIO. Questi sono i costumi che tu gli hai insegnati? Questo è
+l'onore ch'ella mi fa? Oh sfortunato a me! Per questo ho io campato
+tante fortune? per veder la mia robba senza erede? per veder la mia casa
+disfatta, la mia figliuola una puttana? per diventare una fabula del
+vulgo? per non piú potere alzar la fronte fra gli uomini? per esser
+mostrato a dito da' fanciulli, deleggiato dai vecchi, messo in comedia
+dagli Intronati, posto per essempio nelle novelle e portato per bocca
+dalle donne di questa terra? E forse che non son novelliere! forse che
+non gli piace di dir male! Giá credo che si sappia per tutto; anzi, ne
+son certo, ché basta ch'una sola il sappia che, fra tre ore, va per
+tutta la terra. Disgraziato padre! misero e doloroso vecchio troppo
+vissuto! Virginio, che farò io? che pensiero ha da essere il mio?
+
+CLEMENZIA. Farai bene di farne manco romore che puoi e veder di
+proveder, meglio che si potrá, che la torni a casa senza che tutta
+questa cittá se ne accorga. Ma tanto avesse ella fiato, suor Novellante
+Ciancini, quanto io credo che sia vero che Lelia vada vestita da uomo!
+Guarda che elle non dichin cosí perché la vorrebbeno far monaca e che tu
+gli lassi tutta la robba tua.
+
+VIRGINIO. Come non dice il vero? Ella m'ha per infin detto ch'ella sta
+per ragazzo con un gentiluomo di questa terra e che egli non s'è ancora
+accorto ch'ella sia donna.
+
+CLEMENZIA. Potrebbe essere ogni cosa; ma, per me, non lo posso credere.
+
+VIRGINIO. Né io non lo posso credere che non la conosca per donna.
+
+CLEMENZIA. Non dico cotesto, io.
+
+VIRGINIO. Il dico io, ché mi tocca: bench'io stesso mi feci il male,
+dandola a nutrire a te che sapevo chi tu eri.
+
+CLEMENZIA. Virginio, non piú parole. S'io son stata una trista, m'hai
+fatta tu. Sai bene che, prima che tu, non mi ebbe altri che il mio
+marito. Io dico che le fanciulle si voglion trattare altrimenti. Non ti
+vergognavi di volerla maritare a un vecchio rantacoso che le potrebbe
+esser nonno?
+
+VIRGINIO. E che hanno i vecchi, manigolda? Son mille volte meglio che i
+giovani.
+
+CLEMENZIA. Tu sei uscito del sentimento: e però fa bene ognuno a
+scorgerti e darti ad intender le ciaramelle.
+
+VIRGINIO. S'io la truovo, la strascinarò a casa pe' capegli.
+
+CLEMENZIA. Farai pur come colui che si toglie le corna di seno e se le
+mette in capo.
+
+VIRGINIO. Non me ne curo. Tanto se ne saria. Basti ch'io me le tagliarò.
+
+CLEMENZIA. Govèrnate a tuo modo, ché non ti dorrá la testa.
+
+VIRGINIO. Io ho avuti i segnali come la va vestita. Tanto la cercarò
+ch'io la trovarò. Poi bastisi.
+
+CLEMENZIA. Fa' come tu vuoi, ch'io mi vo' partire; ch'io perderei il
+tempo a lavar carboni. Ma...
+
+
+SCENA IV
+
+FABRIZIO giovinetto e FRULLA oste.
+
+
+FABRIZIO. Mentre che questi due miei servidori si riposano, io andarò a
+vedere la terra. Come si levan, digli che venghino verso piazza.
+
+FRULLA. Per certo, padron mio, che, se io non vi avesse veduto vestir
+questi panni, io giurarei che voi fusse un giovinetto, servidor d'un
+gentiluomo di questa terra, che veste come voi di bianco e tanto vi
+s'assomiglia che quasi parete lui.
+
+FABRIZIO. Saria forse qualche mio fratello?
+
+FRULLA. Potrebbe essere.
+
+FABRIZIO. Direte poi al maestro che cerchi di colui che sa.
+
+FRULLA. Lasciate l'impaccio a me.
+
+
+SCENA V
+
+PASQUELLA fante e FABRIZIO giovinetto.
+
+
+PASQUELLA. In buona fé, che eccolo. Avevo paura di non aver a cercar
+tutta questa terra prima ch'io 'l trovassi. Fabio, che tu sia il ben
+trovato. Ti venivo a cercare; tu m'hai tolto fatica. Amor mio, dice la
+padrona che, per una cosa ch'importa a te e a lei, che tu venga or ora a
+trovarla. Non so giá quel che si sia.
+
+FABRIZIO. Chi è la tu' padrona?
+
+PASQUELLA. Tu lo sai ben, tu, chi ella è. In buona fé, che l'uno e
+l'altro s'è attaccato bene!
+
+FABRIZIO. Io non son però attaccato; ma, s'ella vuole, ci attaccaremo, e
+presto.
+
+PASQUELLA. Perché sète due da pochi. Vorrei esser giovine per potere
+ancor io tôrmene una corpacciata; e so che, s'io fusse in voi, avrei giá
+posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, sí.
+
+FABRIZIO. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, ché voi m'avete
+còlto in iscambio.
+
+PASQUELLA. Oh! Non l'aver per male, Fabio mio, ch'io 'l dico per farti
+bene.
+
+FABRIZIO. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so'
+chi voi credete.
+
+PASQUELLA. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo?
+Delle sue pari, cosí ricche e cosí belle, in questa terra ne son poche.
+E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s'ha da fare; ché andar
+dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tôr parole e dar parole dá che dire
+alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei.
+
+FABRIZIO. Che cosa nova è questa? Io non l'intendo. O che costei è pazza
+o che m'ha còlto in iscambio. Vo' pur veder dove la mi vuol menare.
+Andiamo.
+
+PASQUELLA. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno,
+ché vederò se Isabella è sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sará
+alcuno.
+
+FABRIZIO. Voglio stare a vedere che fine ha d'avere questa favola. Forse
+costei è serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche
+scudo; ma gli è male informata, ch'io son quasi allievo di spagnuoli e,
+alla fine, vorrò piú presto uno scudo del suo che dargli un carlin del
+mio. Qualcun di noi ci sará incòlto. Lasciami scostare un poco da questa
+casa e por mente che gente v'entra ed esce per saper che razza di donna
+sia.
+
+
+SCENA VI
+
+GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA.
+
+
+GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli è cotesto, te la renuncio. E lasciamo
+stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l'abbi fatto
+perché la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri.
+
+VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che
+non vogli guastar quel che è fatto.
+
+GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli.
+
+VIRGINIO. Oh! Vòi mancar della tua parola?
+
+GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, sí: oltra che tu non sai se la
+potrai riavere o no. Tu mi vòi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben
+sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto.
+
+VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la
+riaverò, non sei contento che le nozze si faccin subito?
+
+GHERARDO. Virginio, io ho avuta la piú onorata moglie che fusse in
+questa cittá e ho una figliuola che è una colombina. Come vòi ch'io mi
+metta in casa una che s'è fuggita dal padre e va per questa casa e per
+quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io
+non trovarei da maritar mia figliuola?
+
+VIRGINIO. Passato qualche dí, non se ne ragionará piú. Che credi che
+sia? E' non vi è altri che tu e io che lo sappi.
+
+GHERARDO. E poi ne sará piena tutta questa terra.
+
+VIRGINIO. E' non è vero.
+
+GHERARDO. Quant'è ch'ella è fuggita?
+
+VIRGINIO. O ieri o questa mattina.
+
+GHERARDO. Dio 'l voglia. Ma che sai ch'ella sia in Modena?
+
+VIRGINIO. Sollo.
+
+GHERARDO. Or truovala e poi ci riparleremo.
+
+VIRGINIO. Promettimi di pigliarla?
+
+GHERARDO. Vedrò.
+
+VIRGINIO. Or dimmi di sí.
+
+GHERARDO. Nol dico, ma...
+
+VIRGINIO. Or dillo liberamente.
+
+GHERARDO. Adagio! Che fai costí, Pasquella? Che fa Isabella?
+
+PASQUELLA. E che! Sta in ginocchioni dinanzi al suo altaruccio.
+
+GHERARDO. Benedetta sia ella! Io ho una figliuola che sempre sta in
+orazione. È la maggior cosa del mondo.
+
+PASQUELLA. Oh quanto ben dite! La digiuna tal vigilia che Dio vel dica;
+dice l'officio, come una santarella.
+
+GHERARDO. Somiglia quella benedetta anima di sua madre.
+
+PASQUELLA. Dice il vero. Oh quanto ben faceva quella meschina! Eran piú
+le discipline ch'ella si dava e i cilici ch'ella portava che non è
+quanto bene l'altre fanno oggi: limosiniera per la vita; e, se non fusse
+stato per amor di voi, non capitava né frate né prete né povarello a
+quello uscio che non ricettasse e non gli desse ciò ch'ella aveva.
+
+VIRGINIO. Coteste eran buone parti.
+
+PASQUELLA. Vi dico piú oltre che la si levò dugento volte, una e due ore
+innanzi dí, per andar alla prima messa de' frati di San Francesco, ché
+non voleva esser veduta né tenuta una pòrchita come fanno certe
+graffiasanti ch'io conosco.
+
+GHERARDO. Come «pòrchita»? Che vuo' tu dire?
+
+PASQUELLA. Pòrchita, sí; come si dice?
+
+VIRGINIO. Cotesta è una mala parola.
+
+PASQUELLA. So ch'io sentivo dir cosí a lei.
+
+GHERARDO. Tu vuoi dire ipocrita, tu.
+
+PASQUELLA. Forse. Ma vi dico che sua figliuola sará ancor piú di lei.
+
+GHERARDO. Dio il voglia.
+
+VIRGINIO. Oh Gherardo, Gherardo! Questa è colei di che aviam ragionato.
+Oh scontento padre! Forse che si nasconde o che si fugge per avermi
+veduto? Accostiamoglici.
+
+GHERARDO. Vedi di non far errore, ché forse non è essa.
+
+VIRGINIO. Chi non la conosceria? Non vegg'io tutti i segnali che m'ha
+dati suor Novellante?
+
+PASQUELLA. La cosa va male. Che sí ch'io n'arò le mie!
+
+
+SCENA VII
+
+VIRGINIO, GHERARDO e FABRIZIO giovinetto.
+
+
+VIRGINIO. Addio, buona fanciulla. Parti che questo sia abito conveniente
+a una tua pari? Questo è l'onor che tu fai alla casa tua? Questo è il
+contento che tu dái a questo povero vecchio? Almen fuss'io morto quando
+io t'ingenerai! ché non sei nata se non per disonorarmi, per sotterarmi
+vivo. Oh Gherardo! Che ti par della tua sposa? parti ch'ella ci facci
+onore?
+
+GHERARDO. Cotesto non dich'io. Sposa, eh?
+
+VIRGINIO. Ribalda, scelerata! Come ti starebbe bene che costui non ti
+volesse piú per moglie e non trovasse piú partito! Ma ei non guardará
+alle tue pazzie; e ti vuol pigliare.
+
+GHERARDO. Adagio!
+
+VIRGINIO. Entra costí in casa, sciaurata! che fu ben maladetto il latte
+che tua madre ti porse il dí ch'io t'ingenerai.
+
+FABRIZIO. O buon vecchio, avete voi figliuoli, parenti o amici in questa
+terra a' quali appartenga aver cura di voi?
+
+VIRGINIO. Guarda che risposta! Perché dici cotesto?
+
+FABRIZIO. Perché mi maraviglio che, avendo voi tanto bisogno di medico,
+vi lascino uscir di casa; ché, in ogni altro luogo che voi fusse, vi
+terreben legato.
+
+VIRGINIO. Legata dovevo io tener te, che mi vien voglia di scannarti!
+Portami un coltello.
+
+FABRIZIO. Vecchio, voi non mi conoscete bene; e ditemi villania, forse
+pensando ch'io sia forestiero. Ed io son cosí ben da Modana come voi e
+figliuol di sí buon padre e di sí buona casa come voi.
+
+GHERARDO. Gli è bella, in fine. Se non c'è altro errore che quanto si
+vede, io la vo' pigliare.
+
+VIRGINIO. E perché ti sei partita da tuo padre e dal luogo dove io
+t'avevo raccomandata?
+
+FABRIZIO. Me non raccommandaste voi mai, ch'io sappia; ma il partir mi
+fu forza.
+
+VIRGINIO. Forza, eh? e chi ti sforzò?
+
+FABRIZIO. Gli spagnuoli.
+
+VIRGINIO. E adesso donde vieni?
+
+FABRIZIO. Di campo.
+
+VIRGINIO. Di campo?
+
+FABRIZIO. Di campo, sí.
+
+GHERARDO. Non ne sia fatto nulla.
+
+VIRGINIO. Oh sventurata a te!
+
+FABRIZIO. Questo sia sopra di voi.
+
+VIRGINIO. Gherardo, di grazia, mettiamola in casa tua, ch'ella non sia
+veduta cosí.
+
+GHERARDO. Non farò. Menala pure alla tua.
+
+VIRGINIO. Per mio amore, fa' un poco aprire l'uscio.
+
+GHERARDO. Non, dico.
+
+VIRGINIO. Ascolta un poco. E voi aviate cura che costei non vada
+altrove.
+
+FABRIZIO. Io ho conosciuti molti modanesi pazzi li quali non contarei
+per nome; ma pazzi come questo vecchio, che non stesse o legato o
+rinchiuso, non viddi alcuno mai. Guarda che bello umore! È impazzato in
+questo, per quanto mi sono accorto: che i gioveni gli paion donne. Oh!
+Questa è molto piú bella pazzia che quella che il Molza disse della
+donna sanese che gli pareva essere una vettina: essendo piú propio delle
+donne aver poco cervello che de' vecchi che, per mille ragioni, deveno
+essere savissimi. E non vorrei per cento scudi non poter contar questa
+pazzia alle veglie, al tempo dei carnovali. Or vengono in qua. Vediamo
+quel che dicono.
+
+GHERARDO. Io ti dirò il vero. Da un canto, mi pare; dall'altro, no.
+Pure, se gli può domandare un poco meglio.
+
+VIRGINIO. Vien qua.
+
+FABRIZIO. Che volete, buon vecchio?
+
+VIRGINIO. Tu sei ben trista, tu.
+
+FABRIZIO. Non mi dite villania, ch'io non comportarò.
+
+VIRGINIO. Sfacciata!
+
+FABRIZIO. Oh! oh! oh! oh! oh! oh! oh!
+
+GHERARDO. Lascial dire: non vedi che gli è scorrucciato? Fa' a suo modo.
+
+FABRIZIO. Che vuol da me? che ho da far né con voi né con lui?
+
+VIRGINIO. Ancor hai ardir di parlare? Di chi sei figliuola, tu?
+
+FABRIZIO. Di Virginio Bellenzini.
+
+VIRGINIO. Volesse Dio che tu non fusse! ché tu mi farai morir innanzi
+tempo.
+
+FABRIZIO. Innanzi tempo muore un vecchio di sessant'anni? Tanto vivesse
+ognuno! Morite a vostra posta, ché sète vissuto troppo.
+
+VIRGINIO. Tua colpa, ribalda!
+
+GHERARDO. Eh! Lasciate queste parole. Figliuola mia e sorella mia, non
+si risponde cosí al padre.
+
+FABRIZIO. Lascia andare i colombi, e' s'appaiano. Tutt'a due questi
+peccano d'un medesimo umore. E che bel caso! Ah! ah! ah! ah! ah!
+
+VIRGINIO. Ancor ridi?
+
+GHERARDO. Questo è un mal segno, a farsi beffe del padre.
+
+FABRIZIO. Che padre? che madre? Io non ebbi mai altro padre che Virginio
+né altra madre che Giovanna. Voi mi parete una bestia. Che vi credete,
+forse, ch'io non abbi alcun per me?
+
+GHERARDO. Virginio, sai che dubito? che, per maninconia, non abbi a
+questa povera giovane dato volta il cervello.
+
+VIRGINIO. Trist'a me! ch'io me n'accorsi fino al principio, quando vidi
+che con sí poca pazienzia mi venne innanzi.
+
+GHERARDO. No: questo poteva proceder da altro.
+
+VIRGINIO. E da che?
+
+GHERARDO. Com'una donna ha perduto l'onore, tutto 'l mondo è suo.
+
+VIRGINIO. Io dico che l'ha qualche pazzia nel capo.
+
+GHERARDO. Pur, si ricorda del padre e della madre; mentre par che non ti
+conosca.
+
+VIRGINIO. Faciamola entrare in casa tua, poi che gli è qui vicina, ché
+alla mia non la potrei far condurre senza farmi scorgere a tutta la
+terra.
+
+FABRIZIO. Che se consegliano quei rimbambiti, fratelli di Melchisedec?
+
+VIRGINIO. Facciamo in prima con le buone tanto che noi la conduciamo
+dentro; poi, per forza, la serraremo in camara con tua figliuola.
+
+GHERARDO. Che si faccia.
+
+VIRGINIO. Orsú, figliuola mia! Io non voglio star teco piú in còlora. Ti
+perdono ogni cosa, pur che attendi a viver bene.
+
+FABRIZIO. Vi ringrazio.
+
+GHERARDO. Cosí fanno le buone figliuole.
+
+FABRIZIO. Ecco l'altro rosto fresco.
+
+GHERARDO. Orsú! Non v'è onore esser visti ragionar fuore in questo
+abito. Entratevene in casa. Pasquella, apre l'uscio.
+
+VIRGINIO. Entra, figliuola mia.
+
+FABRIZIO. Cotesto non farò io.
+
+GHERARDO. Perché?
+
+FABRIZIO. Perché non voglio entrar per le case d'altri.
+
+GHERARDO. Costei sará una Penelope, beato a me!
+
+VIRGINIO. Non diss'io che la mia figliuola era bella e buona?
+
+GHERARDO. L'abito 'l mostra.
+
+VIRGINIO. Ti vo' dir solamente una parola.
+
+FABRIZIO. Ditela di fuore.
+
+GHERARDO. Eh che non sta bene! Questa casa è la tua; tu hai da esser la
+mia moglie.
+
+FABRIZIO. Che moglie? Vecchio bugia... bugiardo!
+
+GHERARDO. Tuo padre mi t'ha pur promessa.
+
+FABRIZIO. Che pensate ch'io sia forse qualche bagascia che si faccia,
+eh?...
+
+VIRGINIO. Orsú! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo'
+far se non quel tanto che tu vorrai.
+
+FABRIZIO. Eh, vecchio! Mi conoscete male.
+
+VIRGINIO. Ode una parola qui dentro.
+
+FABRIZIO. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi?
+
+VIRGINIO. Gherardo, ora che voi l'avete qui drento, ordiniamo di
+serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei
+suoi panni.
+
+GHERARDO. Ciò che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della
+camera da basso e chiama Isabella che venga giú.
+
+
+
+
+ATTO IV
+
+
+SCENA I
+
+PEDANTE e STRAGUALCIA.
+
+
+PEDANTE. Egli ti starebbe molto bene ch'egli ti desse cinquanta
+bastonate per insegnarti, quando e' va fuore, a fargli compagnia e non
+t'imbriacasse e poi dormire, come hai fatto, e lasciarlo andar solo.
+
+STRAGUALCIA. E voi doveria far caricar di scope, di solfo, di pece, di
+polvere e darvi fuoco per insegnarvi a non esser quel che voi sète.
+
+PEDANTE. Imbriaco! imbriaco!
+
+STRAGUALCIA. Pedante! pedante!
+
+PEDANTE. Lassa ch'io trovi il padrone!...
+
+STRAGUALCIA. Lasciate ch'io truovi suo padre!...
+
+PEDANTE. Oh! A suo padre che puoi dir di me?
+
+STRAGUALCIA. E voi che potete dir di me?
+
+PEDANTE. Che tu sei un gaglioffo, un manigoldo, un infingardo, un
+poltrone, un pazzo, uno imbriaco, posso dire.
+
+STRAGUALCIA. E io che voi sète un ladro, un giocatore, una mala lingua,
+un barro, un mariuolo, un frappatore, un vantatore, un capo grosso, uno
+sfacciato, uno ignorante, un traditore, un sodomito, un tristo, posso
+dire.
+
+PEDANTE. Noi siamo conosciuti.
+
+STRAGUALCIA. Voi dite 'l vero.
+
+PEDANTE. Basta: non piú parole. Non mi vo' metter con un par tuo, ché
+non m'è onore.
+
+STRAGUALCIA. Sí, per Dio! Tutta la nobilitá della Maremma è in voi!
+Sareste mai altro che figliuol d'un mulattiere? Non son io nato meglio
+di voi? Pare onesto a questo furfante, poi che sa dir «_cuius
+masculini_», di tener ognun sotto i piei.
+
+PEDANTE. «Povera e nuda vai, filosofia». In bocca di chi son venute le
+povere lettere? D'uno asino.
+
+STRAGUALCIA. L'asino sarete voi, se non parlate altrimenti; ché vi
+caricarò di legname.
+
+PEDANTE. Sai che ti ricordo? Furor fit laesa saepius sapientia. Tu mi
+farai, un tratto, uscir del manico, Stragualcia. Lasciami stare,
+famegliaccio di stalla, poltrone, arcipoltrone!
+
+STRAGUALCIA. Doh pedante, arcipedante, pedante, pedantissimo! Puossi dir
+peggio che pedante? trovasi la peggior genia? ècci la maggior canaglia?
+trovasi esercizio peggiore? Forse che non vanno gonfiati perché altri
+gli chiama «messer tale» e «maestro quale»? e che non rispondono con
+riputazione a una sbirettata discosto un miglio? Comanda, messer caca,
+messer stronzo, maestro squaquara, messer merda?
+
+PEDANTE. Tractant fabrilia fabri. Tu parli propio da quel che sei.
+
+STRAGUALCIA. Parlo di quel che vi piace.
+
+PEDANTE. Vòimiti levar dinanzi?
+
+STRAGUALCIA. Io non vi ci fui mai dinanzi: benché non è restato da voi.
+
+PEDANTE. Al corpo di...
+
+STRAGUALCIA. Al corpo ci... Guarda chi mi vuol dir villania! Sa che non
+fece mai tristizia ch'io non sappia e che, s'io volesse, il potrei fare
+ardere, e pur mi sta a rompere il culo.
+
+PEDANTE. Ti menti per la gola, ch'io non son uomo da ciò.
+
+STRAGUALCIA. Sarebbe forse il primo.
+
+PEDANTE. Ho deliberato, Stragualcia, o che tu non starai in casa o ch'io
+non ci starò io.
+
+STRAGUALCIA. È forse la prima volta che l'avete detto? Voi non ve ne
+partiresti, se altri ve ne cacciasse con le granate. Ditemi un poco: chi
+trovareste voi che vi tenesse a tavola seco, nello studio seco, a
+dormire seco, se non questo giovinetto che è meglio del pane?
+
+PEDANTE. Per Dio, sí, mi mancarebbeno i partiti, quando io gli volesse!
+Ho tal che mi prega.
+
+STRAGUALCIA. Oh la buona robba! Passate, passate.
+
+PEDANTE. Vogliam far poche parole; e farai bene. Tórnatene a l'ostaria
+ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme.
+
+STRAGUALCIA. All'ostaria tornarò io volentieri e conto farò io a vostra
+posta; ma pensate d'avere a pagar voi. S'io non facesse qualche volta il
+viso dell'arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli è piú
+vil ch'un coniglio. Com'io lo bravo, non fa parola; ma, s'io me gli
+mettesse sotto, mi squartarebbe, sí gross'ha la discrezione! Buon per me
+che lo conosco!
+
+PEDANTE. Il Frulla m'ha detto che Fabrizio sará in verso piazza. E però
+sará buono ch'io pigli di qua.
+
+
+SCENA II
+
+GHERARDO, VIRGINIO e PEDANTE.
+
+
+GHERARDO. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai;
+e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.
+
+VIRGINIO. Cosí sia.
+
+PEDANTE. S'io non m'inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte;
+né mi ricordo dove.
+
+VIRGINIO. Che mirate, uomo da bene?
+
+PEDANTE. Certo, questo è il padrone.
+
+GHERARDO. Lascia mirar quel che gli piace. Debb'esser poco pratico in
+questa terra: ché, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come
+qui; ma si lascia mirar ognuno.
+
+PEDANTE. S'io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in
+questa terra messer Virginio Bellenzini?
+
+VIRGINIO. Sí, conosco; e non potrebb'esser piú mio amico di quel che gli
+è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d'alloggiar seco, vi dico che
+gli ha altre facende e che non vi pò attendere: sí che cercate pur altro
+oste.
+
+PEDANTE. Voi sète per certo esso. Salvete, patronorum optime.
+
+VIRGINIO. Sareste mai messer Pietro de' Pagliaricci maestro di mio
+figliuolo?
+
+PEDANTE. Sí, sono.
+
+VIRGINIO. Oh figliuol mio! Trist'a me! Che nuove mi portate di lui? ove
+il lasciaste? ove morí? perché sète stato tanto ad avvisarmi?
+ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era
+quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve
+ne prego.
+
+PEDANTE. Non piangete, messer, di grazia.
+
+VIRGINIO. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m'allevò quel povero
+figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se' tu
+sotterato? Sapetene nulla? ché non mel dite? ch'io muoio di voglia di
+saperlo e di paura di non intender quello ch'io intenderò.
+
+PEDANTE. O padron mio, non piangete. Perché piangete?
+
+VIRGINIO. Non piangerò io un cosí dolce figliuolo? cosí savio? cosí
+dotto? cosí bene allevato? che quei traditori me l'ammazzorono.
+
+PEDANTE. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo è vivo e sano.
+
+GHERARDO. Mal per me, se questo è. Perdut'ho io mille fiorini.
+
+VIRGINIO. Vivo e sano? Che? Se cosí fusse, saria ora con voi.
+
+GHERARDO. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro?
+
+PEDANTE. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento.
+
+VIRGINIO. Ditemi qualche cosa, maestro.
+
+PEDANTE. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d'un capitano
+Orteca.
+
+GHERARDO. State a udire, ché ora comincia la favola.
+
+PEDANTE. E perché gli era a compagnia con due altri, pensando
+d'ingannarsi, secretamente ci mandò a Siena. Di lí a pochi giorni
+venn'egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici
+del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e
+sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo
+cavò di Siena e mandò a un castel del signor di Piombino; e per usque
+millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto.
+
+VIRGINIO. Figliuol mio! Straziavanlo, almanco?
+
+PEDANTE. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo.
+
+GHERARDO. Io sto con la morte alla bocca.
+
+PEDANTE. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo.
+
+GHERARDO. Tu intendi. Che sí che ti cavará di man qualche scudo?
+
+VIRGINIO. Segue.
+
+PEDANTE. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu
+questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha
+liberati.
+
+VIRGINIO. E dov'è il mio figliuolo?
+
+PEDANTE. Piú presso che non credete.
+
+VIRGINIO. È forse in Modana?
+
+PEDANTE. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat
+praemium, io vel dirò.
+
+GHERARDO. Or questa è la cosa, truffatore!
+
+PEDANTE. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit.
+
+VIRGINIO. Prometto ciò che voi volete. Dove è?
+
+PEDANTE. Nell'ostaria del «Matto».
+
+GHERARDO. La cosa è fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a
+me? Pur ch'i' abbi lei, mi basta. Io son ricco d'avanzo.
+
+VIRGINIO. Andiamo, maestro, ch'io non credo veder quell'ora ch'io 'l
+vegghi, ch'io l'abbracci, ch'io 'l baci e lo pigli in collo.
+
+PEDANTE. Padrone, oh quanto mutatur ab illo! E' non è piú fanciullo da
+pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli è fatto grande. E so
+certo che non riconoscerá voi, cosí sète mutato! Praeterea avete questa
+barba, che prima non la portavate; e, s'io non vi sentivo parlare, non
+vi arei mai conosciuto. Che è di Lelia?
+
+VIRGINIO. Bene. Gli è fatta grande e grossa.
+
+GHERARDO. Come «grossa»? Se gli è cotesto, tientela; ch'io, per me, non
+la voglio.
+
+VIRGINIO. Oh! oh! Io dico che gli è fatta giá una donna. O maestro, io
+non v'ho ancor baciato.
+
+PEDANTE. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro
+figliuolo... so ben io. E n'ho avuta cagione, ch'io non lo richiesi mai
+di cosa che subito egli non s'inchinasse a farla.
+
+VIRGINIO. Come ha imparato?
+
+PEDANTE. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus,
+per tot discrimina rerum.
+
+VIRGINIO. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo' veder se
+mi conosce.
+
+PEDANTE. Egli era uscito dell'ostaria poco fa. Veggiamo se gli è
+tornato.
+
+
+SCENA III
+
+PEDANTE, STRAGUALCIA, VIRGINIO e GHERARDO.
+
+
+PEDANTE. Stragualcia! o Stragualcia! È tornato Fabrizio?
+
+STRAGUALCIA. Non anco.
+
+PEDANTE. Vien qua. Fa' motto al padron vecchio. Questo è messer
+Virginio.
+
+STRAGUALCIA. Èvvi passata la còllora?
+
+PEDANTE. Non sai ch'io non tengo mai còllora con te?
+
+STRAGUALCIA. Fate bene.
+
+PEDANTE. Or da' qua la mano al padre di Fabrizio.
+
+STRAGUALCIA. Porgetemela voi.
+
+PEDANTE. Non dico a me; dico a questo gentiluomo.
+
+STRAGUALCIA. È questo il padre del nostro padrone?
+
+PEDANTE. Sí, è.
+
+STRAGUALCIA. O padron magnifico, a tempo veniste per pagar l'oste. Ben
+gionto.
+
+PEDANTE. Costui è stato un buon servitore a vostro figliuolo.
+
+STRAGUALCIA. Volete forse dir ch'io non gli son piú?
+
+PEDANTE. No.
+
+VIRGINIO. Che tu sia benedetto, figliuol mio! Pensa ch'io ho da ristorar
+tutti quelli che gli han fatto buona compagnia.
+
+STRAGUALCIA. Voi mi potete ristorar con poca cosa.
+
+VIRGINIO. Dimanda.
+
+STRAGUALCIA. Acconciatemi per garzon con questo oste che è il miglior
+compagno del mondo e 'l meglio fornito e 'l piú savio e quel che meglio
+intende il bisogno del forestiero che oste che mai io vedesse. Io, per
+me, non credo che sia altro paradiso al mondo.
+
+GHERARDO. Gli ha nome di tener molto bene.
+
+VIRGINIO. Hai tu fatto colazione?
+
+STRAGUALCIA. Un poco.
+
+VIRGINIO. Che hai mangiato?
+
+STRAGUALCIA. Un par di starne, sei tordi, un cappone, un poca di
+vitella; e bevuto due boccali solamente.
+
+VIRGINIO. Frulla, dágli ciò che vuole; e lascia pagare a me.
+
+PEDANTE. Or che vuoi?
+
+STRAGUALCIA. Vi _bacios las manos_. A questo modo son fatti i padroni,
+maestro! Messer Pietro, voi sète troppo misero e volete ogni cosa per
+voi. Sapete da quanti v'è stato detto. Frulla, porta un poco da bere a
+questi gentiluomini.
+
+PEDANTE. Non bisogna, no.
+
+STRAGUALCIA. So che voi berete. Pagarò io. Che credete che sia? Due
+animelle, una fetta di salsiccione... Volete? Maestro, bevete voi
+ancora.
+
+PEDANTE. Per far teco la pace, son contento.
+
+STRAGUALCIA. Oh! gli è buono! Padrone, voi avete da voler bene al
+maestro che vuol meglio al vostro figliuolo che agli occhi suoi.
+
+VIRGINIO. Dio gli facci di bene.
+
+STRAGUALCIA. Tocca prima a voi e poi a Dio. Bevete, gentiluomo.
+
+GHERARDO. Non accade.
+
+STRAGUALCIA. Per gentilezza, entrate drento, tanto che Fabrizio torni;
+e, poi che la cena è in ordine, cenaremo qui, questa sera.
+
+PEDANTE. Questo non è forse male.
+
+GHERARDO. Io vi lasciarò, ché ho un poco di facenda a casa.
+
+VIRGINIO. Abbi cura che colei non si parta.
+
+GHERARDO. Non ci vo per altro.
+
+VIRGINIO. Gli è tua; fanne a tuo modo; per me, te ne do licenzia.
+
+GHERARDO. In fine, e' non si possono aver tutti i contenti. Pazienzia!
+Ma, s'i' veggo bene, questa è Lelia che sará uscita fuora. Quella da
+poco della fantesca l'ará lasciata fuggire.
+
+
+SCENA IV
+
+LELIA da ragazzo, CLEMENZIA balia e GHERARDO.
+
+
+LELIA. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio?
+
+CLEMENZIA. Dátene pace e lascia fare a me, ché trovarò qualche modo da
+contentarti. Va' cavati questi panni, ché tu non sia veduta cosí.
+
+GHERARDO. Io la vo' pur salutare e intender com'egli è fuggita. Dio ti
+contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t'ha aperto l'uscio? La
+fantesca, eh? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia;
+ma l'esser veduta in questo abito è poco onore e a te e a me.
+
+LELIA. Oh sventurata! Costui m'ha conosciuta. Con chi parlate voi? Che
+Lelia! Io non son Lelia.
+
+GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola,
+tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io
+non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni.
+
+LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito!
+
+CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle
+citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse
+niuna ve n'è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle
+segrete.
+
+GHERARDO. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa
+mia, che l'avevo serrata con Isabella?
+
+CLEMENZIA. Chi? costei?
+
+GHERARDO. Costei.
+
+CLEMENZIA. Tu t'inganni, ché non s'è mai oggi partita da me: e, per
+giambo, s'era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e
+dicevami ch'io mirasse se stava bene.
+
+GHERARDO. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa
+con Isabella.
+
+CLEMENZIA. Donde venite voi adesso?
+
+GHERARDO. Dall'ostaria del «Matto», che v'andai con Virginio.
+
+CLEMENZIA. Beveste?
+
+GHERARDO. Un trattarello.
+
+CLEMENZIA. Or andate a dormire, ché voi n'avete bisogno.
+
+GHERARDO. Fammi veder un poco Lelia prima ch'io mi parti; ch'io gli vo'
+dare una buona nuova.
+
+CLEMENZIA. Che nuova?
+
+GHERARDO. Gli è tornato suo fratello sano e salvo e che 'l padre
+l'aspetta all'ostaria.
+
+CLEMENZIA. Chi? Fabrizio?
+
+GHERARDO. Fabrizio.
+
+CLEMENZIA. S'io 'l credessi, ti darei un bacio.
+
+GHERARDO. Sí che la gioia è bella! Famel piú presto dare a Lelia.
+
+CLEMENZIA. Io vo' correre a dirglielo.
+
+GHERARDO. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l'ha lasciata
+partire.
+
+
+SCENA V
+
+PASQUELLA fante, sola.
+
+
+Uh trista a me! Io ho avuta sí fatta la paura ch'io son uscita fuor di
+casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste.
+A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle
+risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era
+donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder
+la chiave. Io vòlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai
+che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi
+se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e
+chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si
+lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii
+percuotere non so che cosa in su le mani; né cognobbi se gli era un
+pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si
+vuole, e' non è cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi
+cosí fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve
+tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene,
+io gli prestarò la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far
+tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perché si tengon
+tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al
+mondo che loro che tanto ne sappi.
+
+
+SCENA VI
+
+GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante.
+
+
+GIGLIO. Agliá sta Pasquella. Ya penso que le paresca que muccio
+tardasse, per arta gana que tiene de ser con migo. Ya sape, la malditta,
+quanto valen los spagnuolos en las cosas dellas mugeres. Oh come se
+holgan de nos otros estas puttas italianas!
+
+PASQUELLA. Io ho giá pensato in che modo ho a fare a farlo star forte.
+Lascia pur fare a me.
+
+GIGLIO. Esta male aventurada lavandera sí se piensa ch'io gli desse el
+rosario. Renniego dell'imperador se io non quiero qu'ella hurti tanto á
+suo amo que me compri calzas y giuppon y camisas, de dos in dos.
+Holgaromme yo con ella á mio plazer y despues tommaré á mio rosario sin
+dezir nada; que ya me pienso que ya non s'accorda d'ello.
+
+PASQUELLA. Se mi lascia una volta in mano quella corona, se la vede mai
+piú, cavami gli occhi. E, se mi dirá niente, gli farò fare un sí fatto
+spauracchio dal mio Spela che mai non n'ebbe un sí fatto.
+
+GIGLIO. Oh que benditta sia quella bien aventurada madre que vi fezio e
+criò tan hermosa, tan bien criada, tan verdadera! Ya penso que me
+speravate.
+
+PASQUELLA. Mira che dolci paroline che gli hanno! T'ho aspettato in su
+questo uscio piú d'una mezza ora, per veder se tu ci passavi; ché 'l mio
+padrone non era in casa e aremmo avuto tempo di stare insieme un pezzo.
+
+GIGLIO. Rencrescime, per Dios, che ho tenuto que fazer. Mas entriamo.
+
+PASQUELLA. Ho paura che 'l padron non torni, ché ha un pezzo che andò
+fuora. Ma tu ti debbi esser scordata la corona, eh?
+
+GIGLIO. Non, madonna; que á qui sta.
+
+PASQUELLA. Mostra. Oh! Tu volevi fare acconciare il fiocco. Perché non
+l'hai fatto?
+
+GIGLIO. Io le farò acconciar otra volta: y, per dezir la verdade, io non
+me ne so accordado.
+
+PASQUELLA. Oh! È segno che tu facevi un gran conto di me, feminaccio che
+tu sei! Mi vien voglia...
+
+GIGLIO. Non vi corruzate, madonna, con vostro figliuolo; que ben sapite
+que non tengo otra amiga que vos.
+
+PASQUELLA. Son stata molto a cògliarti in bugia! Poco fa tu dicesti che
+n'avevi due, delle gentildonne, per amiche.
+
+GIGLIO. Io las ho lasciatas per á voi, que non voglio io otra que voi.
+Non m'intendite?
+
+PASQUELLA. Or bene sta. Mostrami un poco se questa corona è rosario. La
+mi par molto lunga.
+
+GIGLIO. Non so, io, quanti siano.
+
+PASQUELLA. È segno che la dici spesso: nol debbi tu forse sapere il
+paternostro. Eh! Dágli un po' qua, ch'io gli conti.
+
+GIGLIO. Tommala; mas vamo dentro en casa.
+
+PASQUELLA. Sai? Guarda che tu non sia veduto entrare.
+
+GIGLIO. Á qui non sta ninguno.
+
+PASQUELLA. Entriamo. Uh trista a me! Le mie galline son tutte qui.
+Fermati, Giglio, un poco costí; ché, se fuggissero, non le giugnerei
+oggi.
+
+GIGLIO. Facite presto.
+
+PASQUELLA. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve
+rompiate il collo! Che sí che se ne fuggirá qualcuna? Para, para ben,
+Giglio.
+
+GIGLIO. Donde stan estos pollos? Aquí non veo ni gallos ni gallinas.
+
+PASQUELLA. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare
+l'uscio, tanto ch'io ce gli rimetta.
+
+GIGLIO. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqué?
+
+PASQUELLA. Perch'io non vorrei che questi polli l'aprisseno.
+
+GIGLIO. Fazite presto, ché algun non vienga y desturbe nostra fazienda.
+
+PASQUELLA. Venga pur chi vuole, ché qua dentro non è per intrare.
+
+GIGLIO. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite?
+
+PASQUELLA. Giglio, sai, ben mio? Io vo' prima dir tutta questa corona.
+Tu pòi andartene, per istasera. E' non mi ricordavo ch'io ho anco a dire
+una orazione che non la soglio mai lasciare.
+
+GIGLIO. Que trepparie son este? que corona? que orazion es esta?
+
+PASQUELLA. Che orazione? vuoi ch'io te la insegni? Sai? È buona a dire.
+«Fantasima, fantasima, che dí e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a
+coda ritta te n'andrai. Tristi con tristi, in mal'ora ci venisti e me
+coglier ci credesti e 'ngannato ci remanesti. Amen».
+
+GIGLIO. Io no intendo á esta vostra orazione. Se non volite aprire,
+renditemi mio rosario, que io me irò con Dios. Voto allos santos
+martilogios que esta vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi.
+Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida.
+
+PASQUELLA. «Che fa lo mio amor ch'egli non viene? L'amor d'un'altra
+donna me lo tiene». Meschina a me!
+
+GIGLIO. E que! Non faze, donna Pasquella, que á qui sta sperando que gli
+apriate.
+
+PASQUELLA. «Non ti posso servir, signor mio caro». Oimè!
+
+GIGLIO. Aze musiga esta male avventurada. Ya non se accuerda que á qui
+sto. Daré colpo in esta puerta, voto á Dios. Tic, tac, tic, toc.
+
+PASQUELLA. Chi è lá?
+
+GIGLIO. Vostro figliuolo.
+
+PASQUELLA. Che volete? Il padron non è in casa. Bisogna che si gli dica
+niente?
+
+GIGLIO. Una parabla.
+
+PASQUELLA. Aspetate, ché non può stare a venire.
+
+GIGLIO. Aprite, que aspettarò drento. Partióse. Do renniego de todo el
+mondo, se non bruso toda esta posada, se non mi rende mio rosario. Tic,
+tic, toc.
+
+PASQUELLA. Olá! Ch'è da esser? Voi avete una poca discrezione,
+perdonatemi. Chi voi sète? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa
+porta.
+
+GIGLIO. Voto á Dios e a santa Letania che anco la brusciarò, se non mi
+rendide mio rosario.
+
+PASQUELLA. Cercatevene pure altrove; ché in su l'orto non ce ne abbiam,
+de' rosai.
+
+GIGLIO. Non dico se non mis paternostros.
+
+PASQUELLA. Che n'ho io a fare, se voi non dite se non i vostri
+paternostri? Vorreste forse ch'io diventasse una marrana come voi e
+imparasse a dirgli ancor io?
+
+GIGLIO. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano?
+
+PASQUELLA. Sai? Se tu non ti levi d'intorno a l'uscio, ti bagnarò.
+
+GIGLIO. Ecciade l'agua; el fuogo porrò io a esta puerta. Malditta sea!
+Todo me ha mollado, esta putta, vellacca, viegia alcahueta, male
+aventurada! Oh reniego de todos los frailes!
+
+PASQUELLA. Bagna'vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete
+niente, domandatelo a lui e non mi rompete piú il capo.
+
+GIGLIO. Se á qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es
+de fuir.
+
+
+SCENA VII
+
+GHERARDO e PASQUELLA.
+
+
+GHERARDO. Che facevi tu, intorno a l'uscio, di quello spagnuolo? Che hai
+tu da far con lui?
+
+PASQUELLA. Domandava non so che rosaio. Io, per me, non l'ho mai inteso.
+
+GHERARDO. Oh! Tu hai fatto ben quel ch'io ti dissi! Ho cosí voglia di
+romperti l'ossa.
+
+PASQUELLA. Perché?
+
+GHERARDO. Perché hai lasciato partir Lelia? Non ti diss'io che tu non
+gli aprisse?
+
+PASQUELLA. Quando partí? non è ella in camera?
+
+GHERARDO. È il malan che Dio ti dia.
+
+PASQUELLA. So che la v'è, io.
+
+GHERARDO. So che la non v'è; ché l'ho lasciata in casa di Clemenzia sua
+balia.
+
+PASQUELLA. Non l'ho io testé lasciata in camara, in ginocchioni, che
+infilzavano i paternostri?
+
+GHERARDO. Forse è tornata prima di me.
+
+PASQUELLA. Dico che non s'è partita, ch'io sappi. La camara è pur stata
+serrata.
+
+GHERARDO. Dov'è la chiave?
+
+PASQUELLA. Eccola.
+
+GHERARDO. Dammela: ché, se non v'è, ti vo' rompere l'ossa.
+
+PASQUELLA. E, se la v'è, daretemene una camiscia?
+
+GHERARDO. Son contento.
+
+PASQUELLA. Lasciate aprire a me.
+
+GHERARDO. No; voglio aprir io: tu trovaresti qualche scusa.
+
+PASQUELLA. Oh! Io ho la gran paura che non gli truovi a' ferri. Pure, ha
+un pezzo ch'io gli lasciai.
+
+
+SCENA VIII
+
+FLAMMINIO, PASQUELLA e GHERARDO.
+
+
+FLAMMINIO. Pasquella, quant'è che 'l mio Fabio non fu da voi?
+
+PASQUELLA. Perché?
+
+FLAMMINIO. Perché gli è un traditore; e io lo gastigarò. E, poi
+ch'Isabella ha lasciato me per lui, se l'ará come merita. Oh che bella
+lode d'una gentildonna par sua, innamorarsi d'un ragazzo!
+
+PASQUELLA. Uh! Non dite cotesto, ché le carezze ch'ella gli fa gli le fa
+per amor vostro.
+
+FLAMMINIO. Digli che ancora, un dí, se ne pentirá. A lui, com'io lo
+truovo (i' porto questo coltello in mano a posta), gli vo' tagliar le
+labbra, l'orecchie e cavargli un occhio; e metter ogni cosa in un
+piatto; e poi mandarglielo a donar. Vo' che la si sfami di baciarlo.
+
+PASQUELLA. Eh sí! Mentre che 'l cane abbaia, il lupo si pasce.
+
+FLAMMINIO. Tu il vedrai.
+
+GHERARDO. Oimè! A questo modo son giontato io? a questo modo, eh? Misero
+a me! Quel traditor di Virginio, traditoraccio! m'ha pure scorto per un
+montone. Oh Dio! Che farò io?
+
+PASQUELLA. Che avete, padrone?
+
+GHERARDO. Che ho, ah? Chi è colui che è con mia figliuola?
+
+PASQUELLA. Oh! Nol sapete voi? non è la cítola di Virginio?
+
+GHERARDO. Cítola, eh? Cítola, che fará fare a mia figliuola de' cítoli,
+dolente a me!
+
+PASQUELLA. Eh! non dite coteste parolacce! Che cos'è? non è Lelia?
+
+GHERARDO. Dico che gli è un maschio.
+
+PASQUELLA. Eh, non è vero! Che ne sapete voi?
+
+GHERARDO. L'ho veduto con questi occhi.
+
+PASQUELLA. Come?
+
+GHERARDO. Adosso alla mia figliuola, trist'a me!
+
+PASQUELLA. Eh! che dovevano scherzare!
+
+GHERARDO. È ben che scherzavano.
+
+PASQUELLA. Avete veduto che sia maschio?
+
+GHERARDO. Sí, dico: ché, aprendo l'uscio a un tratto, egli s'era
+spogliato in giubbone e non ebbe tempo a coprirsi.
+
+PASQUELLA. Vedeste voi ogni cosa? Eh! Mirate che gli è femina.
+
+GHERARDO. Io dico che gli è maschio e bastarebbe a far due maschi.
+
+PASQUELLA. Che dice Isabella?
+
+GHERARDO. Che vuo' tu ch'ella dica? Svergognato a me!
+
+PASQUELLA. Ché non lasciate andar or quel giovine? Che ne volete fare?
+
+GHERARDO. Che ne vo' fare? Accusarlo al governatore; e farollo
+gastigare.
+
+PASQUELLA. O forse fuggirá.
+
+GHERARDO. E io l'ho rinserrato drento. Ma ecco Virginio. Apponto non
+volevo altro.
+
+
+SCENA IX
+
+PEDANTE, VIRGINIO e GHERARDO.
+
+
+PEDANTE. Io mi maraviglio, per certo, che giá non sia tornato a
+l'ostaria; e non so che me ne dire.
+
+VIRGINIO. Aveva arme?
+
+PEDANTE. Credo de sí.
+
+VIRGINIO. Costui sará stato preso: ché abbiamo un podestá che
+scorticarebbe li cimici.
+
+PEDANTE. Io non credo però che a' forestieri si faccia queste scortesie.
+
+GHERARDO. Addio, Virginio. Questo è atto da uomo da bene? questa è cosa
+convenevole a uno amico? questo è il parentado che volevi far con esso
+me? chi t'hai pensato di gabbare? credi ch'io sia per comportarla? Mi
+vien voglia...
+
+VIRGINIO. Di che cosa ti lamenti di me, Gherardo? che t'ho io fatto? Io
+non cercai mai di far parentado teco. Tu me n'hai rotto il capo uno
+anno. Ora, se non ti piace, non vada avanti.
+
+GHERARDO. Anco hai ardimento di rispondere, come s'io fusse un beccone?
+Traditoraccio, giontatore, barro, mariuolo! Ma il governatore saprá ogni
+cosa.
+
+VIRGINIO. Gherardo, coteste parole non pertengono a un par tuo e
+massimamente con me.
+
+GHERARDO. Anco non vuol ch'io mi lamenti, questo tristo! Sei diventato
+superbo perché hai ritrovato tuo figliuolo, eh?
+
+VIRGINIO. Tristo se' tu.
+
+GHERARDO. Oh Dio! Perché non son giovine com'io era? ch'io ne farei
+pezzi, del fatto tuo.
+
+VIRGINIO. Puossi intender quel che tu vuoi dire o no?
+
+GHERARDO. Sfacciato!
+
+VIRGINIO. Io ho troppo pazienzia.
+
+GHERARDO. Ladro!
+
+VIRGINIO. Falsario!
+
+GHERARDO. Menti per la gola. Aspetta!
+
+VIRGINIO. Aspetto.
+
+PEDANTE. Ah gentiluomo! Che pazzia è questa?
+
+GHERARDO. Non mi tenete.
+
+PEDANTE. E voi, messer, mettetevi la veste.
+
+VIRGINIO. Con chi si pensa avere a fare? Rendemi la mia figliuola.
+
+GHERARDO. Scannarò te e lei.
+
+PEDANTE. Che cosa ha da far questo gentiluomo con esso voi?
+
+VIRGINIO. Non so, io; se non che, poco fa, gli messi Lelia mia figliuola
+in casa, ché la voleva per moglie. Ora voi vedete. E temo non gli facci
+dispiacere.
+
+PEDANTE. Ah, ah, gentiluomo! Non si vuole con l'arme! Con l'arme?
+
+GHERARDO. Lasciatemi!
+
+PEDANTE. Che differenzia è la vostra?
+
+GHERARDO. Questo traditore m'ha disfatto.
+
+PEDANTE. Come?
+
+GHERARDO. S'io non lo taglio a pezzi, s'io non lo squarto con questa
+ronca...
+
+PEDANTE. Ditemi, di grazia, come la cosa sta.
+
+GHERARDO. Entriamo in casa, poi che il traditore s'è fuggito, ch'io vi
+contarò ogni cosa. Non sète voi il maestro di suo figliuolo, che veniste
+a l'ostaria con noi?
+
+PEDANTE. Sí, sono.
+
+GHERARDO. Entrate.
+
+PEDANTE. Sopra la fede vostra?
+
+GHERARDO. Oh sí!
+
+
+
+
+ATTO V
+
+
+SCENA I
+
+VIRGINIO, STRAGUALCIA, SCATIZZA, GHERARDO e PEDANTE.
+
+
+VIRGINIO. Venite con me quanti voi sète. Stragualcia, vien tu ancora.
+
+STRAGUALCIA. Con l'arme o senza? Io non ho arme.
+
+VIRGINIO. Tolle costí, in casa dell'oste, qualche arme.
+
+SCATIZZA. Padrone, con targone bisognarebbe una lancia.
+
+VIRGINIO. Non mi curo piú di lancia. Mi basta questo.
+
+SCATIZZA. Questa rotella sarebbe piú galante per voi, essendo in
+giubbone.
+
+VIRGINIO. No; questa copre meglio. Oh! Par che questo montone m'abbia
+trovato a furare. Ho paura che 'l non abbia amazzata quella povera
+figliuola.
+
+STRAGUALCIA. Questa è buona arme, padrone. Io lo voglio infilzare con
+questo spedone come un beccafico.
+
+SCATIZZA. Oh! Che vuoi tu far dell'arrosto?
+
+STRAGUALCIA. Son pratico in campo; e so che, la prima cosa, bisogna far
+provision di vettovaglia.
+
+SCATIZZA. Oh! Cotesto fiasco perché?
+
+STRAGUALCIA. Per rinfrescare i soldati, se alla prima battaglia fusser
+ributtati indrieto.
+
+SCATIZZA. Questo mi piace; ché ei avverrá.
+
+STRAGUALCIA. Volete che, insieme insieme, infilzi il vecchio e la
+figliuola, i famegli, la casa e tutti come fegatelli? Al vecchio
+cacciarò lo spedone in culo e faroglielo uscir per gli occhi; gli altri
+tutti a traverso come tordi.
+
+VIRGINIO. La casa è aperta. Costoro aran fatto qualche imboscata.
+
+STRAGUALCIA. Imboscata? Mal va. Io ho piú paura del legname che delle
+spade. Ma ecco il maestro che esce fuora.
+
+PEDANTE. Lasciate fare a me, ch'io vi do la cosa per acconcia, messer
+Gherardo.
+
+STRAGUALCIA. Guardatevi, padrone: ché questo maestro si potrebbe essere
+ribellato e accordato coi nimici; ché pochi si trovan de' suo' pari che
+tenghino il fermo. Volete ch'io cominci a infilzarlo e ch'io dica «e
+uno»?
+
+PEDANTE. Messer Virginio, padrone, perché queste arme?
+
+STRAGUALCIA. Ah! ah! Non tel dissi io?
+
+VIRGINIO. Che è della mia figliuola? Díemela, ch'io la vo' menare a casa
+mia. E voi avete trovato Fabrizio?
+
+PEDANTE. Sí, ho.
+
+VIRGINIO. Dov'è?
+
+PEDANTE. Qui dentro, che ha tolto una bellissima moglie, se ne sète
+contento.
+
+VIRGINIO. Moglie, eh? e chi?
+
+STRAGUALCIA. Molto presto! Ricco, ricco!
+
+PEDANTE. Questa bella e gentil figliuola di Gherardo.
+
+VIRGINIO. Oh! Gherardo, testé, mi voleva amazzare.
+
+PEDANTE. Rem omnem a principio audies. Entriamo in casa, ché saprete il
+tutto. Messer Gherardo, venite fuora.
+
+GHERARDO. O Virginio, il piú strano caso che fusse mai al mondo! Entra.
+
+STRAGUALCIA. Infilzolo? Ma gli è carne da tinello.
+
+GHERARDO. Fa' metter giú queste arme, ché gli è cosa da ridere.
+
+VIRGINIO. Follo sicuramente?
+
+PEDANTE. Sicuramente, sopra di me.
+
+VIRGINIO. Orsú! Andate a casa, voi altri, e ponete giú l'armi e
+portatemi la mia veste.
+
+PEDANTE. Fabrizio, viene a conoscer tuo padre.
+
+VIRGINIO. Oh! Questa non è Lelia?
+
+PEDANTE. No; questo è Fabrizio.
+
+VIRGINIO. O figliuol mio!
+
+FABRIZIO. O padre, tanto da me desiderato!
+
+VIRGINIO. Figliuol mio, quanto t'ho pianto!
+
+GHERARDO. In casa, in casa, ché tu sappia il tutto. E piú ti dico, che
+tua figliuola è in casa di Clemenzia sua balia.
+
+VIRGINIO. O Dio, quante grazie ti rendo!
+
+
+SCENA II
+
+CRIVELLO, FLAMMINIO e CLEMENZIA balia.
+
+
+CRIVELLO. Io l'ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e
+udito con questi orecchi.
+
+FLAMMINIO. Guarda che fusse Fabio.
+
+CRIVELLO. Credete ch'io nol conoscesse?
+
+FLAMMINIO. Andiam lá. S'io 'l truovo...
+
+CRIVELLO. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch'egli esca
+fuore.
+
+FLAMMINIO. E' nol farebbe Iddio ch'io avessi piú pazienzia.
+
+CRIVELLO. Voi guastarete la torta.
+
+FLAMMINIO. Io mi guasti. Tic, toc, toc.
+
+CLEMENZIA. Chi è?
+
+FLAMMINIO. Un tuo amico. Viene un poco giú.
+
+CLEMENZIA. Oh! Che volete, messer Flamminio?
+
+FLAMMINIO. Apre, ché tel dirò.
+
+CLEMENZIA. Aspettate, ch'io scendo.
+
+FLAMMINIO. Com'ell'ha aperto l'uscio, entra dentro; e mira se vi è; e
+chiamami.
+
+CRIVELLO. Lasciate fare a me.
+
+CLEMENZIA. Che dite, signor Flamminio?
+
+FLAMMINIO. Che fai, in casa, del mio ragazzo?
+
+CLEMENZIA. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso? vuoi intrare in
+casa mia per forza?
+
+FLAMMINIO. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu
+non mel rendi...
+
+CLEMENZIA. Che volete ch'io vi renda?
+
+FLAMMINIO. Il mio ragazzo che s'è fuggito in casa tua.
+
+CLEMENZIA. In casa mia non vi è servidor nissun vostro; ma sí bene una
+serva.
+
+FLAMMINIO. Clemenzia, e' non è tempo da muine. Tu mi sei stata sempre
+amica, ed io a te; tu m'hai fatti de' piaceri, ed io a te. Or questa è
+cosa che troppo importa.
+
+CLEMENZIA. Qualche furia d'amor sará questa. Orsú, Flamminio! Lasciatevi
+un poco passar la collera.
+
+FLAMMINIO. Io dico, rendemi Fabio.
+
+CLEMENZIA. Vel renderò.
+
+FLAMMINIO. Basta. Fallo venir giú.
+
+CLEMENZIA. Oh! Non tanta furia, per mia fé! ché, s'io fussi giovane e
+ch'io vi piacessi, non m'impacciarei mai con voi. E che è di Isabella?
+
+FLAMMINIO. Io vorrei che la fosse squartata.
+
+CLEMENZIA. Eh! Voi non dite da vero.
+
+FLAMMINIO. S'io non dico da vero? Ti so dir che la m'ha chiarito!
+
+CLEMENZIA. E sí! A voi giovinacci sta bene ogni male, ché sète piú
+ingrati del mondo.
+
+FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe
+forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ché piú mi dispiace
+che ad uom che viva.
+
+CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma è stata in questa terra una
+giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro
+modanese, s'invaghí tanto di lui che la non vedeva piú qua né piú lá che
+quanto era longo.
+
+FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potrò giá dir io.
+
+CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mandò questa povera giovane innamorata
+fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo
+ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra,
+come se la prima mai non avesse veduta.
+
+FLAMMINIO. Io dico che costui non può esser cavaliere; anzi, è un
+traditore.
+
+CLEMENZIA. Ascolta: c'è peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e
+trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco
+amato, per fargli servizio, abbandonò la casa, suo padre e pose in
+pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconciò con quel suo amante
+per servitore.
+
+FLAMMINIO. È accaduto in Modena questo caso?
+
+CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro.
+
+FLAMMINIO. Io vorrei piú presto esser questo aventurato amante che esser
+signor di Milano.
+
+CLEMENZIA. E che piú? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoperò
+per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per
+fargli piacere, s'arrecò a fare ogni cosa.
+
+FLAMMINIO. Oh virtuosa donna! oh fermo amore! cosa veramente da porre in
+esempio a' secoli che verranno! Perché non è avvenuto a me un tal caso?
+
+CLEMENZIA. Eh! In ogni modo, voi non lasciareste Isabella.
+
+FLAMMINIO. Io lasciarei, quasi che non t'ho detto Cristo, per una tale.
+E pregoti, Clemenzia, che tu mi facci conoscer chi è costei.
+
+CLEMENZIA. Son contenta. Ma io voglio che voi mi diciate prima, sopra
+alla fede vostra e da gentiluomo, se tal caso fusse avvenuto a voi,
+quello che voi fareste a quella povera giovane e se voi la cacciareste,
+quando voi sapesse quello che la v'ha fatto, se l'uccidereste o se la
+giudicareste degna di qualche premio.
+
+FLAMMINIO. Io ti giuro, per la virtú di quel sole che tu vedi in cielo,
+e ch'io non possa mai comparire dove sien gentiluomini e cavalieri par
+miei, s'io non togliesse prima per moglie questa tale, ancor che fusse
+brutta, ancor che la fusse povera, ancor che la non fusse nobile, che la
+figliuola del duca di Ferrara.
+
+CLEMENZIA. Questa è una gran cosa. E cosí mi giurate?
+
+FLAMMINIO. Cosí ti giuro; e cosí farei.
+
+CLEMENZIA. Tu sia testimonio.
+
+CRIVELLO. Io ho inteso; e so ch'egli il farebbe.
+
+CLEMENZIA. Ora io ti vo' far conoscer chi è questa donna e chi è quel
+cavaliere. Fabio! o Fabio! Vien giú al signor tuo che ti domanda.
+
+FLAMMINIO. Che ti par, Crivello? Parti ch'io amazzi questo traditore o
+no? Egli è pure un buon servitore.
+
+CRIVELLO. Oh! Io mi maravigliavo ben, io! Sará pur vero quello ch'io mi
+pensavo. Orsú! Perdonategli: che volete fare? In ogni modo, questa
+chiappola d'Isabella non vi volse mai bene.
+
+FLAMMINIO. Tu dici il vero.
+
+
+SCENA III
+
+PASQUELLA, CLEMENZIA, FLAMMINIO, LELIA da femina e CRIVELLO.
+
+
+PASQUELLA. Lasciate fare a me: ché gli dirò quanto me avete detto, ché
+ho inteso.
+
+CLEMENZIA. Questo è, messer Flamminio, il vostro Fabio. Miratel bene:
+conoscetelo? Voi vi maravigliate? E questa medesima è quella sí fedele e
+sí costante innamorata giovane di chi v'ho detto. Guardatela bene, se la
+riconoscete o no. Voi sète ammutito, Flamminio? Oh! Che vuol dire? E voi
+sète quel che sí poco apprezza l'amor della donna sua. E questo è la
+veritá. Non pensate d'essere ingannato. Conoscete se io vi dico il vero.
+Ora attenetemi la promessa o ch'io vi chiamarò in steccato per
+mancatore.
+
+FLAMMINIO. Io non credo che fusse mai al mondo il piú bello inganno di
+questo. È possibile ch'io sia stato sí cieco ch'io non l'abbi mai
+conosciuta?
+
+CRIVELLO. Chi è stato piú cieco di me che ho voluto mille volte
+chiarirmene? Che maladetto sia! Oh! ch'io son stato il bel da poco!
+
+PASQUELLA. Clemenzia, dice Virginio che tu venga adesso adesso a casa
+nostra perché gli ha dato moglie a Fabrizio suo figliuolo che è tornato
+oggi; e bisogna che tu vada a casa per metterla in ordine, ché tu sai
+che non vi sono altre donne.
+
+CLEMENZIA. Come moglie? E chi gli ha data?
+
+PASQUELLA. Isabella, figliuola di Gherardo mio padrone.
+
+FLAMMINIO. Chi? Isabella di Gherardo Foiani tuo padrone o pure un'altra?
+
+PASQUELLA. Un'altra? Dico lei. Flamminio, sapete bene che porco pigro
+non mangia mai pera marce.
+
+FLAMMINIO. È certo?
+
+PASQUELLA. Certissimo. Io son stata presente a ogni cosa; io gli ho
+veduto dare l'anello, abbracciarsi, baciarsi insieme e farsi una gran
+festa. E, prima che gli desse l'anello, la padrona gli aveva dato... so
+ben io.
+
+FLAMMINIO. Quanto ha che questo fu?
+
+PASQUELLA. Adesso, adesso, adesso. Poi mi mandorno, correndo, a dirlo a
+Clemenzia e a chiamarla.
+
+CLEMENZIA. Digli, Pasquella, ch'io starò poco poco a venire. Va'.
+
+LELIA. O Dio, quanto bene insieme mi dái! Io muoio d'allegrezza.
+
+PASQUELLA. Sta' poco, ché io ancora ho tanto da fare che guai a me!
+Voglio ire adesso a comprare certi lisci. Oh! Io m'ero scordata di
+domandarti se Lelia è qui in casa tua; ché Gherardo gli ha detto di sí.
+
+CLEMENZIA. Ben sai che la v'è. Vuol forse maritarla a quel vecchio
+messer Fantasima di tuo padrone? che si doverebbe vergognare.
+
+PASQUELLA. Tu non conosci bene il mio padrone: ché, se tu sapesse come
+gli è fiero, non diresti cosí, eh!
+
+CLEMENZIA. Sí, sí; credotelo: tu 'l debbi aver provato.
+
+PASQUELLA. Come tu hai fatto il tuo. Orsú! Io vo.
+
+FLAMMINIO. A Gherardo la vuol maritare?
+
+CLEMENZIA. Sí, trista a me! Vedi se questa povera giovane è sventurata.
+
+FLAMMINIO. Tanto avesse egli vita quanto l'averá mai. In fine,
+Clemenzia, io credo che questa sia certamente volontá di Dio che abbia
+avuto pietá di questa virtuosa giovane e dell'anima mia; ch'ella non
+vada in perdizione. E però, madonna Lelia, quando voi ve ne contentiate,
+io non voglio altra moglie che voi; e promettovi, a fé di cavaliere,
+che, non avendo voi, non son mai per pigliar altra.
+
+LELIA. Flamminio, voi mi sète signore e ben sapete, quel ch'io ho fatto,
+per quel ch'io l'ho fatto; ch'io non ho avuto mai altro desiderio che
+questo.
+
+FLAMMINIO. Ben l'avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere
+v'ho io fatto, non conoscendovi, perch'io ne son pentitissimo e
+accorgomi dell'error mio.
+
+LELIA. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me
+non fusse contento.
+
+FLAMMINIO. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, ché qualche
+disgrazia non m'intorbidasse questa ventura. Io la vo' sposare adesso,
+se gli è contenta.
+
+LELIA. Contentissima.
+
+CRIVELLO. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, sète
+contento? E avertite ch'io son notaio; e, se nol credete, eccovi il
+privilegio.
+
+FLAMMINIO. Tanto contento quanto di cosa ch'io facesse giá mai.
+
+CRIVELLO. Sposatevi e poi colcatevi a vostra posta. Oh! Io non v'ho
+detto che voi la baciate, io.
+
+CLEMENZIA. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate
+in casa mia, in tanto ch'io andarò a fare intendere il tutto a Virginio
+e darò la mala notte a Gherardo.
+
+FLAMMINIO. Va', di grazia; e contalo ancora a Isabella.
+
+
+SCENA IV
+
+PASQUELLA e GIGLIO spagnuolo.
+
+
+GIGLIO. Por vida del rey, que esta es la vellacca di Pasquella que se
+burlò de mí y urtommi mis quentas per enganno. Oh como me huelgo de
+topalla!
+
+PASQUELLA. Maladetto sia questo appoioso! Ben mi s'è dato testé tra'
+piei, che possi egli rompere il collo con quanti ne venne mai di Spagna!
+Che scusa trovarò ora?
+
+GIGLIO. Signora Pasquella!
+
+PASQUELLA. La cosa va bene. Io son giá fatta signora.
+
+GIGLIO. Vos me haveis burlado y mi tolleste mio rosario e non fazieste
+lo que me teniades promettido.
+
+PASQUELLA. Zi! zi! zi! Sta' queto, sta' queto.
+
+GIGLIO. Por que? es ninguno á qui que nos oda?
+
+PASQUELLA. Zi! zi! zi!
+
+GIGLIO. Io non veo á qui ninguno. Non m'engagnarete otra volta. Que
+dezite voi?
+
+PASQUELLA. Tu mi vòi rovinare.
+
+GIGLIO. Tu mi vòi ingagnare.
+
+PASQUELLA. Va' via, lasciami stare adesso; ché ti parlarò otra volta.
+
+GIGLIO. Renditeme mio rosario y despues parlate lo que volite, que non
+quiero que podiate dezir que m'engagnaste.
+
+PASQUELLA. Tel darò. Credi ch'io l'abbi qui? Tu credi forse ch'io ne
+facci una grande stima? Mi mancará delle corone, s'io ne vorrò!
+
+GIGLIO. Por que m'enseraste de fuore y despues aziades musigas y
+dizieste non so que «Fantasmas, fantasmas» y non so que orazion y non so
+que traplas?
+
+PASQUELLA. Di' piano. Tu mi vuoi rovinare. Ti dirò ogni cosa.
+
+GIGLIO. Que cosa? Que nol dezite?
+
+PASQUELLA. Tírate piú in qua in questo canto, ché la padrona non vegga.
+
+GIGLIO. Burlatime otra volta o no?
+
+PASQUELLA. Ben sai ch'io ti burlo. Son forse avvezza a burlare, eh?
+Vero, eh?
+
+GIGLIO. Hor dezite presto: que es esto?
+
+PASQUELLA. Sai? Quando noi parlavamo insieme, Isabella, la mia padrona,
+era venuta giú pian piano e stava nascosta accanto a me e sentiva ogni
+cosa. Quando io volsi cacciare i polli, ella se n'andò in camera e da un
+buco stava a vedere quel che noi facevamo. Io, che me ne accorsi, feci
+vista di non l'aver veduta e d'averti voluto ingannare; tanto ch'io gli
+mostrai que' paternostri. Ella me gli tolse e, credendo che io t'avessi
+giontato, se ne rise e se gli messe al braccio. Ma io glie li torrò
+stasera e renderottegli, se tu non me gli vuoi aver dati.
+
+GIGLIO. Y es verdade todo esto? Cata che non m'enganni.
+
+PASQUELLA. Giglio mio, se non è vero, ch'io non ti possa piú mai vedere.
+Credi ch'io non abbi cara la tua amicizia? Ma voi spagnuoli non credete
+in Cristo, non che in altro.
+
+GIGLIO. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos?
+
+PASQUELLA. La mia padrona è maritata; e questa sera faciam le nozze; e
+ho da far tanto ch'io non posso attendere. Aspetta a un'altra volta. Uh
+come son rincrescevoli!
+
+GIGLIO. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es á si?
+
+PASQUELLA. Lascia fare a me; ché mi ricordarò di te, quando sará tempo;
+non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene!
+
+GIGLIO. Voto á Dios que te daré escuccilladas per la cara, se otra veze
+m'engannes.
+
+
+SCENA V
+
+CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola.
+
+
+Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la
+lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la
+dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e
+dice piano:--Aimè! non cosí forte.--Oh! Io sento un che dice:--Vita mia,
+ben mio, speranza mia, moglie mia cara.--Oh! Non posso intendere il
+resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:--Aspettami.--Si debbono
+voler partire. Odi l'altro che dice:--Fa' presto tu ancora.--Che sí che
+rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In
+buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma.
+
+
+SCENA VI
+
+ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia.
+
+
+ISABELLA. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier
+di questa terra che tanto vi s'assomiglia che non può esser che non sia
+vostro fratello.
+
+FABRIZIO. Altri sono stati oggi che m'hanno còlto in iscambio: tanto
+ch'io dubitavo quasi che l'oste non m'avesse scambiato.
+
+ISABELLA. Ecco Clemenzia, la vostra balia, che vi debbe venire a far
+motto.
+
+CLEMENZIA. Non può esser che non sia questo, ché par tutto Lelia. O
+Fabrizio, figliuol mio, che tu sia il ben tornato: che è di te?
+
+FABRIZIO. Bene, balia mia cara. Che è di Lelia?
+
+CLEMENZIA. Bene, bene. Ma entriamo in casa, ché ho da parlare a longo
+con tutti voi.
+
+
+SCENA VII
+
+VIRGINIO e CLEMENZIA.
+
+
+VIRGINIO. Io ho tanta allegrezza d'aver trovato mio figliuolo ch'io son
+contento d'ogni cosa.
+
+CLEMENZIA. Tutta è stata volontá di Dio. È stato pur meglio cosí che
+averla maritata a quel canna-vana di Gherardo. Ma lasciatemi intrar
+drento, ch'io vegga come la cosa sta: ch'io lasciai gli sposi molto
+stretti; e son soli. Venite, venite. Ogni cosa va bene.
+
+
+SCENA VIII
+
+STRAGUALCIA a li spettatori.
+
+
+Spettatori, non aspettate che costoro eschin piú fuore perché, di longa,
+faremmo la favola longhissima. Se volete venire a cena con esso noi,
+v'aspetto al «Matto». E portate denari, perché non v'è chi espedisca
+gratis. Ma, se non volete venire (che mi par di no), restativi e godete.
+E voi, Intronati, fate segno d'allegrezza.
+
+
+FINE DEL VOLUME PRIMO.
+
+
+
+
+NOTA
+
+
+AVVERTENZE GENERALI
+
+Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in
+questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata
+della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui
+occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti
+quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno
+ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi
+e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa
+da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si
+restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da
+Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero
+potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi
+diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale
+scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed
+estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie,
+ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti
+rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle
+tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si
+manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli
+inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce
+al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di
+forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa,
+invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto
+posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche
+modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho
+disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente
+cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra
+esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.
+
+La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del
+Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho
+da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli
+_Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son
+comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano
+assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a
+discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso
+valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici),
+le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata
+anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e
+«_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»;
+«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»;
+«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e
+«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e
+«_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e
+«_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí
+via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche
+che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e
+corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_»,
+«_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure
+dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve,
+in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi,
+dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al
+secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze
+ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello
+stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú
+o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di
+questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione,
+le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di
+usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole
+spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando
+si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di
+allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini,
+infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di
+avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche
+scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse
+straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che
+giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente
+suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa
+testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole
+e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando
+vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni
+ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di
+scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il
+voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere
+essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico,
+dell'anarchia.
+
+Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur
+necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II
+degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob
+alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa
+moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del
+«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste
+a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente
+«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato
+ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare
+confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano
+preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho
+creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un
+«_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non
+sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati
+(«_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_»
+che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima
+persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_»
+(«_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso
+opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione
+al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi,
+rigorosamente attenuto.
+
+ 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della
+ Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro,
+ in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso
+ Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV],
+ p. 29.
+
+ 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910),
+ 242 (nov. I, .16)
+
+
+GL'INGANNATI
+
+Questa commedia ebbe nel Cinquecento, precisamente come la _Calandria_,
+una ventina di edizioni; due altre ne ebbe sul principio del Seicento;
+poi non fu piú mai ristampata[1]. Eppure, anche nel rispetto artistico,
+essa può sicuramente annoverarsi fra le migliori del sec. XVI; e godé,
+ad ogni modo, di una cosí grande fortuna da esser conosciuta e imitata,
+non pure in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. Io
+pongo a fondamento della presente edizione la prima stampa veneziana del
+1537: _Comedia del Sacrifi- | cio de gli Intronati | da Siena MDXXXVII.
+| In Vinegia per Curtio Navo | et fratelli_ [e al termine dell'ultimo
+atto: _Il fine della Comedia de gli Inganna- | ti In Vinegia Per Curtio
+| Navo, & Fratelli. | MDXXXVIII_]. Precede un'avvertenza di «Curzio alli
+lettori» che incomincia cosí: «Eccovi finalmente, o lettori, la tanto
+aspettata e desiderata comedia de gli Intronati, che io vi porgo: degna,
+per la invenzione, per la puritá della lingua e per l'arte con che è
+tessuta, d'esser da voi apprezzata e avuta cara forte tanto quanto altra
+che fino a questo di ne abbiate veduta». Segue all'avvertenza il testo
+poetico della festa cosí detta del «Sacrificio» (donde l'erroneo titolo
+stampato sul frontespizio e perpetuatosi, fino ad alcuni anni addietro,
+nei libri di bibliografia e di storia) che gli accademici Intronati di
+Siena celebrarono nel carnevale del 1531; viene poi la commedia, che fu
+rappresentata, come apparisce dal prologo, qualche giorno dopo la festa
+suddetta e che sola qui si ristampa; e, in ultimo, chiude il volumetto
+la _Canzon nella morte d'una civetta_ «Gentil augello che dal mondo
+errante»[2]. Oltre a questa edizione, mi valgo, specialmente per le
+parti spagnuole, di quella compresa nella giá citata raccolta
+ruscelliana delle _Comedie elette_ ove essa reca il seguente titolo: _Il
+Sacrificio | de gl'Intronati, | celebrato ne i giuochi | d'un carnevale
+| in Siena. | Et | Gl'Ingannati, comedia | de i medesimi. | In Venetia
+per Plinio | Pietrasanta, | MDLIIII_.--La stampa del 1537 ha quasi
+sempre «dinanci», «innanci» ecc.; ma anche, talvolta: «da hora innanzi»
+(a. I, sc. 3); «entrami innanzi» (ivi); «anzi l'ho in odio» (a. II, sc.
+7); «vòimiti levar dinanzi?» (a. IV, sc. 1); «non vi ci fui mai dinanzi»
+(ivi). Io adotto, in tutti i casi, questa seconda forma.--A. I, sc. 5:
+«È ben vero che pregano Dio e 'l diavolo» (ediz.: «È ben che
+pregano...»)--Nell'a. IV, sc. 6, verso la fine, Pasquella minaccia lo
+spagnuolo di bagnarlo se non si decide ad andarsene; e Giglio, secondo
+l'edizione del 1537, risponde: «_Testate l'agua, el fuogo porrò io a
+esta puerta_» [precisamente cosí anche l'ediz. di Venezia, Giolito, 1560
+e quella del 1538 che, all'in fuori dell'anno, è priva di ogni altra
+nota tipografica]. L'edizione, invece, del 1554 curata dal Ruscelli
+legge: «_Heccia de l'agua, el fuego ponerò yo a esta puerta_». Ma né il
+«_testate l'agua_» né il «_heccia de l'agua_» dánno senso alcuno. Si
+avrá qui, come io penso, una forma del verbo «_echar_». Per ciò,
+sopprimo il «_h_» di «_heccia_»; e, riunendo il «_de_» all'«_eccia_»,
+scrivo: «_ecciade (italianizzamento di «_echad_») l'agua_» = «gettate
+l'acqua». Per il rimanente, seguo, com'è naturale, l'edizione del
+1537.--Al termine della commedia aggiungo l'indicazione «Scena VIII»
+sopra le parole «Stragualcia a li spettatori».
+
+ 1. Vedi ALLACCI, _Drammaturgia_, col. 448; BRUNET, Manuel, III,
+ 454; GRAESSE, _Trésor_, II, 236 e III, 427. Dico «una
+ ventina di edizioni» senza determinarne il numero preciso
+ perché non sempre le indicazioni dei bibliografi sono
+ esatte; e l'inesattezza deriva, non di rado, da una doppia
+ data che le antiche stampe recano: com'è appunto il caso di
+ quella da me riprodotta che ha, in principio, il 1537 e, in
+ fine, il 1538.
+
+ 2. Dell'esistenza della stampa veneziana del Navo dubitò a torto
+ C. LOZZI, _Edizione del 1538 sconosciuta o non bene descritta
+ d'una festa e comedia «degl'Intronati» sanesi_ in _La
+ bibliofilia_, a. VII, disp. 1-2, pp. 33 sgg.; e a torto, per
+ conseguenza, suppose che possa considerarsi come prima
+ edizione quella, da lui descritta, del 1538 senza luogo di
+ stampa né nome di stampatore.
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK GL'INGANNATI ***
+
+***** This file should be named 34641-8.txt or 34641-8.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/3/4/6/4/34641/
+
+Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
+generously made available by Editore Laterza and the
+Biblioteca Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions
+will be renamed.
+
+Creating the works from public domain print editions means that no
+one owns a United States copyright in these works, so the Foundation
+(and you!) can copy and distribute it in the United States without
+permission and without paying copyright royalties. Special rules,
+set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
+copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to
+protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project
+Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you
+charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you
+do not charge anything for copies of this eBook, complying with the
+rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose
+such as creation of derivative works, reports, performances and
+research. They may be modified and printed and given away--you may do
+practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is
+subject to the trademark license, especially commercial
+redistribution.
+
+
+
+*** START: FULL LICENSE ***
+
+THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
+PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
+
+To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
+distribution of electronic works, by using or distributing this work
+(or any other work associated in any way with the phrase "Project
+Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
+Gutenberg-tm License (available with this file or online at
+http://gutenberg.org/license).
+
+
+Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm
+electronic works
+
+1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
+electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
+and accept all the terms of this license and intellectual property
+(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
+the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy
+all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession.
+If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
+Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the
+terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
+entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.
+
+1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
+used on or associated in any way with an electronic work by people who
+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
+individual work is in the public domain in the United States and you are
+located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
+copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
+works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
+are removed. Of course, we hope that you will support the Project
+Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
+freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
+this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
+the work. You can easily comply with the terms of this agreement by
+keeping this work in the same format with its attached full Project
+Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
+a constant state of change. If you are outside the United States, check
+the laws of your country in addition to the terms of this agreement
+before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
+creating derivative works based on this work or any other Project
+Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning
+the copyright status of any work in any country outside the United
+States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate
+access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
+whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
+phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
+Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
+copied or distributed:
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
+from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
+posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
+and distributed to anyone in the United States without paying any fees
+or charges. If you are redistributing or providing access to a work
+with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
+work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
+through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
+Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
+1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
+terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked
+to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
+permission of the copyright holder found at the beginning of this work.
+
+1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
+
+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
+word processing or hypertext form. However, if you provide access to or
+distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
+"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
+posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
+you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
+copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
+request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
+form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
+License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
+that
+
+- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is
+ owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
+ has agreed to donate royalties under this paragraph to the
+ Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments
+ must be paid within 60 days following each date on which you
+ prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
+ returns. Royalty payments should be clearly marked as such and
+ sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
+ address specified in Section 4, "Information about donations to
+ the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."
+
+- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or
+ destroy all copies of the works possessed in a physical medium
+ and discontinue all use of and all access to other copies of
+ Project Gutenberg-tm works.
+
+- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
+ money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days
+ of receipt of the work.
+
+- You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
+electronic work or group of works on different terms than are set
+forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
+both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
+Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the
+Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
+collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
+works, and the medium on which they may be stored, may contain
+"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
+property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
+computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
+your equipment.
+
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium with
+your written explanation. The person or entity that provided you with
+the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
+refund. If you received the work electronically, the person or entity
+providing it to you may choose to give you a second opportunity to
+receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy
+is also defective, you may demand a refund in writing without further
+opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
+WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
+If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
+law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
+interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
+the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
+provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
+with this agreement, and any volunteers associated with the production,
+promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
+harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
+that arise directly or indirectly from any of the following which you do
+or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
+work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
+Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
+
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of computers
+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
+people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
+ http://www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
diff --git a/34641-8.zip b/34641-8.zip
new file mode 100644
index 0000000..2bed962
--- /dev/null
+++ b/34641-8.zip
Binary files differ
diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt
new file mode 100644
index 0000000..6312041
--- /dev/null
+++ b/LICENSE.txt
@@ -0,0 +1,11 @@
+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
+
+Procedures for determining public domain status are described in
+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
+
+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
diff --git a/README.md b/README.md
new file mode 100644
index 0000000..a932c4c
--- /dev/null
+++ b/README.md
@@ -0,0 +1,2 @@
+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for
+eBook #34641 (https://www.gutenberg.org/ebooks/34641)