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+The Project Gutenberg EBook of La carbonaria, by Giambattista Della Porta
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+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
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+Title: La carbonaria
+
+Author: Giambattista Della Porta
+
+Release Date: March 20, 2009 [EBook #28372]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
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+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CARBONARIA ***
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+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
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+ GIAMBATTISTA DELLA PORTA
+
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+
+ LE COMMEDIE
+
+
+ A CURA
+ DI
+ VINCENZO SPAMPANATO
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1911
+
+
+
+
+
+LA CARBONARIA
+
+
+
+PERSONE CHE RAPPRESENTANO LA FAVOLA
+
+ PIRINO innamorato
+ FORCA suo servo
+ MANGONE ruffiano
+ FILACE suo servo
+ Dottore
+ FILIGENIO vecchio
+ PANFAGO parasito
+ ALESSANDRO giovane
+ MELITEA innamorata
+ *** muto
+ Capitano de' birri
+ Raguseo
+ ISOCO suo amico.
+
+La favola si rappresenta in Napoli.
+
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+
+
+ATTO I.
+
+
+SCENA I.
+
+PIRINO innamorato, FORCA suo servo.
+
+
+PIRINO. Avea inteso dir mille volte che i seguaci d'amore erano il
+riso, il diletto, il gioco e tutte insieme le compite dolcezze. Misero
+me, che provo tutto il contrario; ché le malenconie, i noiosi
+pensieri, le fatiche, i disagi, i sospetti e le gelosie sono i suoi
+perpetui compagni: e veramente, chi le pruova conosce che queste sono
+vere e l'altre imagini di dolori.
+
+FORCA. Buon dí, padrone.
+
+PIRINO. O Dio, che amara compagnia m'han tenuto questi tutta la notte!
+ho desiato il giorno per ragionar con Forca, il mio servo, d'un mio
+sospetto, né posso ritrovarlo; oh, sei tu qui? t'ho chiamato tutta
+questa mattina.
+
+FORCA. Anzi v'ho risposto prima che voi mi chiamaste. Ma or con chi
+ragionate?
+
+PIRINO. Con meco.
+
+FORCA. Chi è questo meco? guardatevi che non sia qualche mal uomo.
+
+PIRINO. Dico: «meco», con me medesimo.
+
+FORCA. Dunque voi e meco son due persone?
+
+PIRINO. Non t'ho detto tante volte che l'anima mia non è dove ella
+abita, ma dove ama? avendo io l'animo fisso nell'amato oggetto, resto
+col corpo abbandonato senza anima; or ch'era ritornata al suo luogo,
+ragionava con lei.
+
+FORCA. Conosco che siate innamorato e malamente, perché sempre avete
+in bocca l'amato oggetto, andate parlando solo e raccontando i vostri
+difetti a chi non ve li dimanda. Ma, di grazia, voi di che ragionavate
+con voi?
+
+PIRINO. Apunto di te che pur un tempo eri mio scorporato, non lasciavi
+mai far cosa per compiacermi; non ho seguitato piacer in mia vita, di
+cui tu non sia stato il mezano. In somma, io era tutto il tuo bene, or
+non so come son divenuto tuo figliastro: o fingi o t'infingi non
+accorgerti de' miei affanni, e sai che solo sei segretario de' miei
+pensieri: non t'amo da servo ma da fratello, e ti dono sempre.
+
+FORCA. È vero che mi donate sempre, ma una intrata di cinquanta
+bastonate il giorno: ché servendovi o disservendovi, senza mirar dove
+date, alla luce, all'oscuro, con ogni cosa che vi trovate in mano, mi
+fate piovere adosso una tempesta di bastonate traditore, che non è ora
+che non abbia da stridere sotto le vostre mani.
+
+PIRINO. Tu ben t'accorgi, tristarello, quanto t'ami e quanto vaglio
+senza te.
+
+FORCA. Non mi mirate negli occhi, che non vi paia che ci manchi un
+pugno; non il mustaccio, che non vi stia bene uno sgrugnone; non nello
+stomaco, che non vi disegniate un calcio; non le spalle, che non
+desiate misurarle con un legno. In somma, non avete pelo sovra la
+persona, che non mi volesse scacciare le mosche da dosso con un
+querciuolo. E piacesse a Dio che vi contentaste de dieci o venti; ma
+quando cominciate, non lasciate mai, se prima non fate prova qual sia
+piú duro o la schena o il bastone: talché le mie carni son diventate
+come carni d'asino.
+
+PIRINO. E se pur ogni mille anni ti dessi qualche colpicciuolo, lo fo
+da scherzo: non sai, Forca mio caro, che chi ti vuol bene, ti fa
+piangere? Accadono ben spesso fra gli innamorati delle questioni e
+delle bòtte, e pur non lasciano d'amarsi: son segni d'amore.
+
+FORCA. Se i segni d'amor che devo aspettar da voi saranno di darme
+bòtte e di farmi piangere, da or vi disgrazio di quanto amore sète per
+portarmi giamai. I vostri scherzi a me non piacciono: gli asini soli,
+quando scherzano, si dán morsi che si stracciano la pelle, e calci che
+si rompono l'ossa.
+
+PIRINO. È cosí gran cosa soffrir due bòtte per un amico?
+
+FORCA. Cancaro! non è parte in me che non mi doglia, e mi fate portar
+le carni sempre di piú colori de' panni d'arazzi. Se l'innamorata vi
+fa alcun favore, le consolazioni son le vostre; se mala ciera, con una
+finta occasione--ché son l'armi de' padroni contro i poveri
+servi--sfogate la rabbia contra di me, che non ci ho né colpa né
+peccato: talché ho da patir la penitenza per me e per voi.
+
+PIRINO. Te ne cerco perdono, dammi il castigo e non se ne parli piú.
+
+FORCA. Ve lo darei per certo volontieri; ma dubito che or togliendolo
+da scherzo, quando poi vi saltasse la mosca non me lo rendessi da
+senno e con l'usura ancora.
+
+PIRINO. Ti giuro su la mia fé di non toccarti piú mai.
+
+FORCA. Avete giurato cosí mille volte; ma montandovi quel maladetto
+ghiribizzo, tornate come prima e peggio. Un giorno ne farò le mie
+vendette. Ma perché usate meco sí piacevoli parole? devete aver
+bisogno di me. Tutta la notte v'ho inteso suspirare, non so se da
+amore o da umore. Ditemi, che avete?
+
+PIRINO. All'infermo dá piú noia l'aver a raccontare a ciascun la sua
+infirmitá, che l'istessa febre. Se lo sai meglio di me, perché farmelo
+dire? Sappi, fratellino mio caro, che non vive uomo piú scontento di
+me sovra la terra; e se non lo credi, mirami in faccia, vera
+ambasciatrice dell'angoscie dell'anima. Non passava mai ora che la mia
+carissima Melitea non mi avesse mostrato segni di corrispondenza di
+amore e datami commoditá di ragionarle o di vederla almeno, conoscendo
+bene che viveva in lei e per lei. Or son otto giorni, anzi otto mesi,
+anzi otto lunghissimi anni che non compar né per usci né per fenestre:
+io dalla mia parte non l'ho dato occasione di sdegnarse meco, onde
+dubito che altro fuoco la scaldi. Ella è di bellezza tale che né per
+l'addietro s'è mai veduta né per l'innanzi fia per vedersi: però
+sollecitata e presentata da molti. È la donna piena di varie voglie,
+non si sazia mai, facile a piegarsi; e la loro costanza è l'essere
+mobili e incostanti.
+
+FORCA. O poveri innamorati, che ferneticano senza febre! E perché non
+v'imaginate che abbia rotto lo scudellino del belletto, o che abbia i
+suoi mesi e che i cerchi degli occhi li stieno lividi, o che abbia il
+ranno troppo forte che l'abbia scorticato la fronte, e però non si
+lasci vedere?
+
+PIRINO. In somma, ella ará mutato voglia.
+
+FORCA. Mutatela ancor voi.
+
+PIRINO. Subito dái consiglio, perché non ti duole come duole a me. Io
+non posso.
+
+FORCA. Forzatevi.
+
+PIRINO. Ogni cosa può essere, ma che muti pensiero non mai. Ami
+qualunque li piace, facciami quante offese ella puote, non sará mai
+che quei disgusti e quelle offese non mi sien piú dolci di quante
+dolcezze potessi aver in questa vita.
+
+FORCA. O padrone, è caduta una lettera dalla sua fenestra: eccola,
+mirate se viene a voi.
+
+PIRINO. Conosco la sua mano. La sottoscritta dice: «La vostra viva e
+morta Melitea». O anima mia, so che non vuoi che viva vita cosí
+disperata senza darmi novella di te. Ma che cosa mai potrai tu
+avisarmi che non mi sia di affanno e di cordoglio? o mia dolce morte,
+o mia amara vita!
+
+FORCA. Leggetela liberamente.
+
+PIRINO. «Caro mio bene, poiché non posso dirvelo a bocca, ve lo scrivo
+in questa carta con speranza che vi venghi in mano. Mi dispiace darvi
+cosí amara novella, ma soffritela con pacienza. Mangone mi ha venduta
+al dottore per cinquecento ducati; e comandandomi che mi fusse
+adobbata per andar a lui, un dolor cosí forte mi spinse il core, che
+cadei tramortita. Egli a cui sono noti i nostri amori, per stizza m'ha
+chiusa in una camera e serrati gli usci e fenestre con chiavistelli: e
+son tre giorni che non mi dá cibo, e vuol o che vada al dottore o
+muoia cosí di fame. Sapete bene come è dispettoso e vuol vincer ogni
+cosa, e io son risoluta e ostinata. Onde pria che la fame m'uccida,
+m'ucciderá il dolore in pensar solo che non abbia ad esser vostra.
+Talché fra poco darò il corpo vile alla terra, e a voi resterá lo
+spirito immacolato e bello per la fede...». Non posso intender piú,
+sono intenerito di sorte che mi dissolvo tutto in lacrime.
+
+FORCA. Le donne sono di natura tanto dolci che, per duro stia un uomo,
+l'inteneriscono e lo risolvono in lacrime.
+
+PIRINO. «... Quando sarò portata in chiesa morta, il che fia presto,
+venite a vedermi; e quando son partite le genti, baciatemi e non
+abbiate a schivo e in orrore quel corpo ch'è stato albergo d'un'anima
+vostra divota. Ponetemi le mani al petto, ché troverete certe
+coselline d'oro, parte donatemi da voi e parte mie, segnali infelici
+per trovar il mio misero padre: vi priego a ripigliarvele e tenerle
+appresso di voi, accioché vi rinfreschino la memoria de' nostri amori.
+Vi chiedo combiato per questa, ché moro senza vedervi: se vi avessi
+fatto qualche dispetto, perdonatemi, ché non lo feci mai per propria
+volontá, ma per pietá che avea della vostra vita e per moderar le
+vostre passioni, quando scorgeva ch'erano in voi nel maggior colmo; e
+pregate Iddio per me, ché, avendo tanto patito nella vita, mi dia pace
+in Cielo doppo la morte». O occhi miei, voi sète di pietra, poiché
+parole cosí miserabili non ponno cavar da voi vivi fonti di lacrime.
+Ahi, che moro per non poter morire! O morte, tu vinci tutte le cose e
+non puoi vincer me! Senza ragione ti chiamano amara, poiché per te si
+finisce ogni amaritudine. Io sto in vita assai piú amara della morte.
+Ahi, ruffian rustico, incolto, nemico delle cose belle, hai fatto un
+gran furto al mondo, celando le sue bellezze. E come resterá il mondo
+senza lei? Dunque morrá di fame chi potrá dar pastura a mille occhi
+affamati della sua vista? Sta dunque prigione la vindice della mia
+libertá e che può carcerar mill'anime con la sua bellezza? tu serrata
+in tenebre, di cui gli occhi luceno piú d'ogni sole? e dove tu non
+sei, ivi son oscurissime tenebre? Morrá Melitea, e io resterò vivo? Tu
+per non essere d'altri hai voluto piú tosto esser della morte; e io
+che son cagion della tua morte voglio restar in vita? io restar in
+vita, per la cui vita tu sei morta? orsú, convien morire, e morrò. Ma
+dove sono? Forca, dove sei? cosí ti dogli delle miserie mie?
+
+FORCA. Taci, la casa di Mangone apre la gola e lo vomita fuori.
+
+PIRINO. Un cibo di cosí cattiva digestione non può digerirlo.
+
+FORCA. Nascondiamoci e ascoltiamo, ché da' suoi maneggi ne caveremo
+principio di qualche garbuglio: ogni suo trattamento ne potrebbe
+giovare.
+
+
+SCENA II.
+
+MANGONE ruffiano, FILACE servo, PIRINO, FORCA.
+
+
+MANGONE. Filace, olá, non odi? cala qua giú presto.
+
+FILACE. Eccomi.
+
+MANGONE. Ho inteso che da Ragugia sia venuta una nave carica di
+schiavi: vo' andare infino al molo per veder se vi sia cosa da vendere
+o barattare. Tu resta alla guardia de' schiavi; ché levandogli gli
+occhi da sovra, chi nasconde, chi rubba, chi s'empie il ventre e chi
+machina di fuggire.
+
+FILACE. Andate sicuro, ché non mi smenticherò del mio ufficio.
+
+MANGONE. Se venisse quel di Calabria per la Gobba, digli che non ne
+chiedo meno di dugento ducati.
+
+FILACE. Voi dovreste pagar chi ve la togliesse di casa: ella è brutta
+di volto e bruttissima della persona, col mento fitto nel petto, con
+le reni inarcate, con le groppe uscite fuori, che par che d'ora in ora
+aspetti la soma.
+
+MANGONE. Non mi mancherá il mio prezzo: conosco l'umore. Quando il
+martello di amor lavora, batte e cava piú scudi d'ogni martello.
+
+FILACE. Che dirò a quel genovese della Macrina?
+
+MANGONE. Daglila per quel prezzo che vuole: mangia per diece e sta piú
+magra d'una gatta che mangia lucertole. Ogniun che la vede cosí
+asciutta stima che in casa mia non si mangi se non biscotto e vi si
+digiunino tutte le vigilie. Mi ha fatto spendere piú che non vale, per
+darle tartarughe boglite, suppe la mattina e vuova fresche la sera,
+quando va a dormire, per ingrassarla; e se la poni nuda incontro al
+lume, traspare come una lanterna, che se le ponno annoverar l'ossa
+dentro. Son risoluto farle un buco sotto le reni fra cuoio e pelle e
+farla gonfiar con un mantice, come si fa a' buoi vecchi per fargli
+parer grassi, quando si portano a vendere.
+
+FILACE. Che faremo di Demonica?
+
+MANGONE. Perché è tanto leggiera che con quattro carezzine si lascia
+volgere come l'uom vòle, lasciamola per quei di bassa mano, per dir
+che abbiamo una bottega generale ove son mercanzie d'ogni sorte. Io
+non arei pensato mai che il dottore, essendo vecchio, avesse pagato
+cinquecento ducati per Melitea: conobbi che l'amava non come quei
+ch'hanno cervello, ma come quei che ne son privi.
+
+FILACE. I legni vecchi ardono piú volentieri e senza fumo.
+
+PIRINO. (Ascolta, Forca).
+
+FORCA. (Ascolto).
+
+MANGONE. Sia benedetto Iddio, ché son uscito da quel fastidio: mi
+facea spender un tesoro per comprar muschio, zibetto e profumi. Tutta
+è ricci e belletti e abbigliamenti e attillature, e tutta cerimonie,
+però cosí amata da quel napolitano che non è altro che fumo, schiuma,
+neglia e vento: vivono di nebbia e si pascono di fumo, e chi se
+impaccia con loro si trova con le mani piene d'aria.
+
+FILACE. Se venisse Forca o Pirino, che dirogli?
+
+PIRINO. (Forca, ascolta bene).
+
+FORCA. (Il vostro dir: «ascolta», non mi fa ascoltar bene: tacete voi
+e ascoltate).
+
+MANGONE. Guardatevi da loro come dalle serpi! Quando entrano nella
+strada, non gli levar gli occhi da dosso: se caminano e tu camina, se
+si fermano e tu ti ferma. Volgi gli occhi dove si volgono, e mira dove
+mirano: se s'accostano alla casa, sgombra, fuggi, chiudi le porte,
+serra le fenestre, puntella dietro, tura i buchi, sbalestra gli occhi
+per ogni cantone, poni tutti gli occhi della casa in agguato: ché di
+niuno ho tanta paura quanto di loro. Conosco che ne sta innamorato e
+non ha danari; e non potendola avere con legittimi modi, ordisce
+furbarie, tenta ogni via, ardisce ogni impresa, non teme rischio o
+periglio, sta esso in travagli e dá travaglio agli altri: però sta' in
+cervello, ché per ogni scappata te la rapisce. Ha quel suo Forca che,
+se ben spende l'autoritá sua per quel che vale, prosume saper piú di
+tutti i tristi del mondo.
+
+FORCA. (Fa' quanto sai, ché ti ingannerò).
+
+MANGONE. In somma, guárdati, perché ho molti inimici.
+
+FORCA. (Perché sei solo amico di te stesso).
+
+FILACE. Morendo smorberá il mondo.
+
+MANGONE. Però vive, ché l'inferno l'abborrisce. Ma faccia quanto può,
+differirla può ben, ma non fuggir la forca che gli sta apparecchiata.
+
+FORCA. (Ed a te il fuoco).
+
+MANGONE. O come campeggiarebbe bene una forca in mezo due forche!
+
+FORCA. (E tu appresso me, che sei un ladro).
+
+MANGONE. Se venisse alcuna vecchia con qualche scusa, mandala subito
+via: ché fa piú una ruffiana in una ora, ch'un innamorato in cento
+anni.
+
+FILACE. Riposatevi nella mia diligenza.
+
+MANGONE. Io vo al molo, al raguseo: entra e sèrrati dietro.
+
+FILACE. Entro e mi serro dietro.
+
+FORCA. (Andiamcene ancor noi).
+
+
+SCENA III.
+
+DOTTORE, MANGONE.
+
+
+DOTTORE. M'hai tolto la fatica di venire a casa tua. Io non so perché
+non m'abbi mandata Melitea, se non lo fai ché cosí straziandomi, me la
+facci ricever piú caramente.
+
+MANGONE. Certo non per mancamento di voluntá o di diligenza; se non
+che, ordinandole che si ponesse in ordine per venir a trovarvi,
+sovrapresa da un strano accidente, cascò morta; e se non che m'accorsi
+che sotto le vesti cosí pian piano le palpitava il cuore, io la
+mandavo a sepelire.
+
+DOTTORE. L'altro giorno la viddi bellissima.
+
+MANGONE. Se la vedeste adesso, non la riconoscereste, cosí son gli
+occhi scoloriti e le labra smorte e sparito il fior delle guancie. Io
+son furbo e conosco al naso le sue infirmitá. Ella sta martellata di
+Pirino; e quando intese ch'era stata compra da voi, trafitta dalla
+disperazione, le venne quello accidente. La sua infirmitá è piú finta
+che vera: vorrebbe esser venduta a suo gusto, ma s'inganna, ché io uso
+ostinazione con gli ostinati, e con ostinata perfidia vincerò la sua
+perfidia. Son tre giorni che non le do da mangiare; e se non si
+risolve di far a mio modo, io perderò i cinquecento ducati, voi
+l'innamorata ed ella la vita.
+
+DOTTORE. Dio me ne guardi; vorrei piú tosto perder quante robbe ho al
+mondo! Ma Pirino che t'offerisce?
+
+MANGONE. Pirino è un giovane attillato, pulito, che non ha che fare se
+non l'amor con le fenestre, non ha altro in bocca che «occhi», «vita»,
+«speranza», «spirito» e «anima»; e pensa con le sue levate di
+barretta, inchini e parole profumate tormela di mano; ma erra, ch'io
+vo' danari, danari.
+
+DOTTORE. Perché Melitea ama piú tosto costui che me?
+
+MANGONE. Non altro ch'una maladetta usanza delle donne, che quando
+sono pregate, ancorché se ne morissero di voglia, se ne stanno in
+contegno e ci vogliono straziare. Ma le bastonate alfin le fanno far
+quello per forza, che di sua volontá non vogliono fare.
+
+DOTTORE. Essendo in mio potere, non volendomi per amante, mi ará per
+padrone. Ma toltone che sia un poco di tempo, del resto non sono io
+meglio di lui in tutti i conti?
+
+MANGONE. Dite il vero.
+
+DOTTORE. Che ha un giovane piú di me? In quel fatto proprio, in cambio
+di far carezze alle povere donne, tutte le dimenano e le strappazzano
+senza rispetto; noi vecchi abbiam un natural piú rispettoso, sempre le
+comparemo innanzi col capo chino e le trattiamo con piú creanza. A'
+giovani quel fatto è fin de' loro amori, e spento in lor quel
+disordinato appetito, è spento l'amor loro; a noi per contrario, non
+potendo saziarcene, l'amore è sempre nuovo. Ma io vo' scoprirti il mio
+pensiero, Mangone mio. So ben che in questa etá non devrei cader in
+simil colpa, ma con fortezza e costanza resistere alle passioni, e
+devria far un guadagno della mia vergogna, tacere e soffrire: ché se è
+cattivo il fare, è peggio il palesarlo; ma lo fo non per fin di
+diletto, ma per desiderio di successione. Quando morí, mia moglie
+Brianna mi lasciò una fanciulla chiamata Alcesia; e volse la mia
+disgrazia che, fuggendosene la balia per certi rispetti, se la menò
+seco molti anni sono in Ragugia: mandai e non potei trarne nulla di
+costrutto, restai sola e infelice reliquia del mio legnaggio, del che
+son vissuto e vivo da disperato; e trovandomi da quarantamila ducati
+di facoltá, non avendo a chi lasciarla, mi par assai duro... .
+
+MANGONE. Lasciatela a me, ché ve ne arò assai obligo.
+
+DOTTORE. ... Tanto piú che ho una dozzina di parenti larghi che mi
+fanno il córso adosso degli anni che vivo, e pregano Iddio che muoia
+presto, per aversegli a godere. La tua Melitea mi sta molto a cuore: a
+lei sono drizzati tutti i miei pensieri, e sento tirarmi da una viva
+forza ad amarla. Poi è tenerina, poco fa levata dalla balia, come un
+capretto di latte; assai, per me che son vecchio, con lei mi pareria
+ringiovenire; e se piacesse a Dio che ne avesse un figlio, me la
+torrei per moglie e coprirei il fallo con nome di matrimonio; e
+sarebbe la sua, la mia e la tua ventura insiememente: ch'io sarei
+sodisfatto, ella ricca e tu padron della mia casa, ché nello avanzo
+della mia vita sarebbe fra noi commune la stanza, le facoltá e le mie
+cose piú care. Però non vorrei che fussi cosí austero con lei; vorrei
+che il suo carcere fusse tanto che bastasse a farmi amare, non a
+tormentarla. E come potresti tu batter quel corpo, che non battessi il
+mio cuore? però vo' che le porti alcun presentuccio da mia parte, ché
+i doni sono di valore inestimabile a farsi amare dalle donne.
+
+MANGONE. Ella è vivanda riserbata per la tua bocca.
+
+DOTTORE. Mangone, sai che vorrei dire?
+
+MANGONE. T'intendo: che Pirino non mi faccia qualche burla. Ti
+rispondo che le burle sono bene ad inventarle e ordinarle, ma a far
+che riescano, eh ci vuol altro che parole!
+
+DOTTORE. Intendo che ha un servo molto astuto e sottile...
+
+MANGONE. Come quello uccello che porta il grano al molino.
+
+DOTTORE. ... «e che non ha tanti peli in testa, quante lingue che
+gridano:» forche e capestri; però prego Iddio, ché tosto gli succeda.
+
+MANGONE. Non bisogna pregarne Iddio, ché a questo fine ce lo
+condurranno le sue buone opre: ha mal vissuto e mal morirá; e il
+padron non è meglio di lui, servo degno di tal padrone.
+
+DOTTORE. Mi vo' partire; il presto ti raccommando.
+
+MANGONE. Ed io vo' al molo a trovare il raguseo.
+
+
+SCENA IV.
+
+PIRINO, FORCA.
+
+
+PIRINO. Comporterai, o Forca, che tu e io siamo scherniti e vilipesi
+da un furfante ruffianello? Diménati, risvégliati, dimostra che sei
+vivo e non dormi: ove è l'ingegno, ove sono le tue grandezze, ove i
+tuoi gran fatti che fur tutti prigionieri delle tue astuzie?
+
+FORCA. Molte girandole mi vanno per la testa: mi stillo il cervello e
+ordisco gran matasse, ma non mi sono ancor rissoluto ad alcun partito.
+
+PIRINO. Aiutami.
+
+FORCA. Mi uccidete.
+
+PIRINO. Il breve termine che Mangone ha dato a Melitea di gir al
+dottore, è il termine della mia vita: intanto io sto nel mezzo delle
+fiamme ardenti. Rispondemi.
+
+FORCA. Io sono cosí internato ne' pensieri, che sono fuora di me: il
+desidero piú di voi per vendicarmi di quel manigoldo. Penso e ripenso,
+e tuttavia non mi riesce nel cervello. Ma quel non aver danari mi fa
+venir il sudor della morte.
+
+PIRINO. Se avessimo danari, non sarebbono necessari gli inganni.
+
+FORCA. Io non dico cinquecento scudi, ma alcuni dinari maneschi per
+spendere e intricare. Ditemi, sète voi deliberato di averla?
+
+PIRINO. Sí.
+
+FORCA. Per ogni via?
+
+PIRINO. Sí.
+
+FORCA. E non lasciar l'impresa?
+
+PIRINO. Lascieranno piú tosto i cieli di muoversi, il sol di
+splendere, mancherá l'aria, si risolverá il mondo, che possa lasciar
+Melitea. L'amor nostro è invecchiato, non può scordarsi: ella è cosí
+tenacemente scolpita nel mio core, che tanto sarebbe levarmela dal
+core quanto svellerne l'istesso core.
+
+FORCA. Orsú, poiché il vostro cuore è fondato piú tosto in maturo
+consiglio che in leggiera volontá, che come fusse indebolita si
+risolverebbe in nulla, mano a' fatti, animo da imperadore:
+risoluzione, animo e danari fanno tutte l'imprese e sono il nervo e
+l'anima de' negozi.
+
+PIRINO. Se mai verrò al frutto dell'amor mio, beato te.
+
+FORCA. Almeno ne guadagnasse le scorze di quel frutto che sarebbe una
+veste.
+
+PIRINO. Altro che veste arai. Una buona somma di danari.
+
+FORCA. Pur che non si risolva in qualche buona somma di bastonate. Ma
+ditemi, come state in credito con li banchi?
+
+PIRINO. Benissimo: tutti credono che non ho un quatrino.
+
+FORCA. Bisogna dunque farvi una poliza falsa.
+
+PIRINO. Troppo pericolo: ci va la vita.
+
+FORCA. Non si può aver il mèle senza le mosche, né si ponno far le
+grandi imprese senza pericoli; e quando si vuol far un gran fatto, non
+bisogna nominar pericoli, perché l'animo si raffredda e si fa pauroso.
+Bisogna por mano a cambi, interessi, scrocchi, usure e rubberie.
+
+PIRINO. Chi me li dará, se non è sensal ne' banchi che non m'abbia in
+lista; e quando mi sentono nominare: «O che ditta, o che mercadante da
+tor ad occhi chiusi!». Poi, non sai che è fatta una pragmatica, che
+non si dia robba in credito a figli di famiglia?
+
+FORCA. Dunque questa pragmatica vieta ancora a me, che non t'abbi
+credito di quella somma di danari che m'hai promessa. Cerchiamola in
+presto da alcun amico.
+
+PIRINO. Cercali tu da parte mia.
+
+FORCA. Se non han credito a voi, come l'aranno a me?
+
+PIRINO. Come cerchi danari in presto ad un amico, subito ti risponde
+che non gli ha e ti diventa inimico.
+
+FORCA. Pigliamoli ad usura.
+
+PIRINO. Non mi piace.
+
+FORCA. A chi vuol dormir con l'innamorata, bisogna trovar la pecunia,
+padrone.
+
+PIRINO. Non è giorno che non discorra col cervello per tutti i banchi
+del mondo. O che cosa infelice è il non aver danari!
+
+FORCA. Massime a voi, povero di danari e ricco d'appetito.
+
+PIRINO. Non so che fare.
+
+FORCA. Anzi bisogna disfare.
+
+PIRINO. Chi vogliamo disfare?
+
+FORCA. Tuo padre. Avemo il ben in casa e lo vogliamo cercare altrove.
+
+PIRINO. Lo caricheremo di troppo peso di dolore.
+
+FORCA. Lo scaricheremo di peso di argento.
+
+PIRINO. Non sará possibil mai, perché sta tanto sospetto di noi, che,
+nol facendo stima che lo facciamo; poi se lo saprá, che fia di noi?
+
+FORCA. Ti fo la sicurtá con le mie spalle.
+
+PIRINO. Tu sai che in casa non mancano legne, e quando ce ne fusse
+carestia, abbiamo la villa vicina.
+
+FORCA. Ho buone spalle per la villa e per la casa: tra le bastonate e
+le mie spalle ci è una antica amicizia, un invecchiato parentado: ci
+ho fatto il callo, non mi son cose nuove, mi son fatte naturali.
+
+PIRINO. Come faremo che non se ne accorga?
+
+FORCA. Aprimogli il scrittorio con il grimaldello; poi, quando gli
+aremo gli li restituiremo.
+
+PIRINO. Buon'arte m'insegni.
+
+FORCA. Non è usanza di servi forse?
+
+PIRINO. E quando lo saprá, che faremo?
+
+FORCA. Che so io? qualche mala cosa.
+
+PIRINO. E questo è l'amor e la riverenza paterna?
+
+FORCA. E voi coricatevi la notte con questa riverenza, abbrac-*
+*ciatevela e baciatela, e lasciate star Melitea. Questo modo è
+precipitoso, questo non è buono; qua ci va la conscienza, qui la
+riverenza: voi quello che potete, non volete, e quello che non potete,
+volete. Ne avete poca voglia. A dio.
+
+PIRINO. Oh, come sei colerico! stammi allegro, che ad un ammalato è
+gran refrigerio aver un medico allegro.
+
+FORCA. Voi sète un ammalato troppo pusillanimo e disobediente; non
+volete sorbir le medicine.
+
+PIRINO. Queste tue medicine son troppo violenti per lo pericolo della
+vita, troppo nauseabonde per l'infamia e troppo amare per l'anima: e
+se ben la polvere del delitto mi accieca l'occhio della ragione, pur
+non son tanto cieco che non conoschi l'errore.
+
+FORCA. Perdo il tempo, mi vo' partire.
+
+PIRINO. Aspetta, férmati un poco. Ahi, traditora fortuna, a che mi
+conduci? Eccomi in una grandissima lite tra il padre e l'amore: il
+padre mi cerca la riverenza, amor non ascolta ragioni, è giudice e
+parte, mi spaventa con le saette e col fuoco e con la morte. Padre
+mio, vorrei ubbidirvi, amor non lascia dispor di me: o anima mia,
+bilanciata da tanti mali e agitata da tante onde di tempeste, come
+determinerai questa lite? Padre mio caro, abbi pazienza per questa
+volta: amor che vince ogni cosa, vince ancor me: perda il tutto e
+acquisti Melitea. Forca, ti do in mano il freno d'ogni mia volontá.
+
+FORCA. Bisogna far un inganno a vostro padre.
+
+PIRINO. Se non basta a mio padre, fallo a mia madre, fallo a me
+ancora.
+
+FORCA. Conosco che sète un di quei che bisogna fargli ben per forza:
+bisogna aver animo per me e per voi. Vi vo' far conoscere che vaglio
+tanto oro quanto peso: son rissoluto d'ingannarlo.
+
+PIRINO. Come? dove? dimmi.
+
+FORCA. Non so il come né il dove: levo di qua, pono di lá; sconcia di
+qua, poni di lá, andrò tanto girando col cervello, che qualche cosa
+sará. Ma ecco tuo padre, conosco negli occhi il fuoco della còlera:
+scostati da me, che non ci veggia insieme.
+
+PIRINO. Starò a veder quel che fará costui: alcuna solenne astuzia gli
+uscirá di mano.
+
+
+SCENA V.
+
+FILIGENIO vecchio. FORCA. PIRINO.
+
+
+FILIGENIO. Fu giudicata sempre la buona educazione il fonte e
+l'origine degli abiti virtuosi e il fondamento delle umane felicitá, e
+tanto necessaria al buon vivere quanto l'anima al vivere. Perché,
+introducendosi a poco a poco ne' teneri intelletti il zelo della santa
+religione, con quella si viene a dar l'imperio alla ragione, freno
+agli affetti e termine alla volontá.
+
+FORCA. (Oh, gran pedagogo sarebbe stato il mio padrone!).
+
+FILIGENIO. Cosí, al contrario, la cattiva educazione è la fucina dove
+si fabricano gli strumenti della ruina della misera gioventú; perché,
+mancando per l'immatura etá la virtú moderatrice dei temerari desidèri
+della strabocchevol concupiscenza, corre sfrenata ad ogni precipitoso
+consiglio, e le buone qualitá della natura vengono atterrate e
+tiranneggiate da' vizi e difetti del tempo. Ecco l'essempio in Pirino
+mio figliuolo: ché bisognando per alcuni miei affari partirmi di
+Napoli, le mie occupazioni fur cagione del suo ozio, restando in
+tutela di un servo ribaldissimo, furfante della cappellina, capo de
+tutti i furbi del mondo.
+
+FORCA. (Giá è entrato nelle mie lodi, racconta il catalogo delle mie
+virtú).
+
+FILIGENIO. Ma a che mi affatico a dir tanto? basta che è servo. Cosí
+tutte quelle virtú e buone qualitá che gli erano state largamente
+dotate dalla natura, da cosí cattiva educazione sono state spente e
+atterrate. Onde poco stima Dio, manco il padre, sprezza ogni buon
+ricordo; e fattosi idol quel suo servo, corre precipitoso dietro a
+quello che gli vien additato da costui. Onde appena sono in piazza,
+che le genti mi sono adosso, dicendomi che Pirino sta innamorato di
+una puttana; e che quelle ricchezze che con tanto risparmio e lunghe
+fatiche sono state raunate in casa mia, vanno in essilio in casa di un
+ruffiano e si consumano in un viver lussurioso; e che allettato dagli
+artefici di costei, cerca rubbarmi cinquecento ducati per riscattarla.
+
+FORCA. (Fa' e di' quanto sai, ché con i tuoi dinari la riscattaremo).
+
+FILIGENIO. E se non fusse che veggio persone di maggior etá e
+condizione, anzi di quei che governano al mondo, inviluppati in simili
+materie, mi dispererei; ma con l'essempio di persone cosí degne
+allevio gli affanni miei. Ma eccolo: Forca, Forca; mi son accorto di
+te ben, sí!
+
+FORCA. Vengo, padrone.
+
+FILIGENIO. Come serpe all'incanto. Giá sleghi lo sacco delle bugie per
+vomitarmele adosso. Fa' che a quanto ti dimando mi risponda subito,
+accioché non abbi tempo a pensare e colorir menzogne.
+
+FORCA. Se stimate che quanto dico sia bugia, a voi soverchio il
+dimandare, a me il rispondere.
+
+FILIGENIO. Ben, che si fa?
+
+FORCA. Si sta in piedi, con la beretta in mano, aspettando se mi
+comandate alcuna cosa.
+
+FILIGENIO. Dove è Pirino?
+
+FORCA. Stando qua, non posso saper dove sia.
+
+FILIGENIO. Dove l'hai condotto?
+
+FORCA. Egli conduce me dietro a lui, perché li son servo.
+
+FILIGENIO. Dove l'hai lasciato?
+
+FORCA. Egli ha lasciato me.
+
+FILIGENIO. Parli cosí poco, come avessi a pagar la gabella delle
+parole. Furfante, furfante, ben sai che ci conosciamo insieme: se non
+mi dici il vero, farò che muti nome, e da Forca che sei diventerai un
+appiccato.
+
+FORCA. Se dicessi la bugia, voi lo conosceresti in aprir la bocca.
+
+FILIGENIO. Quanto tempo è che mio figlio non ha visto la...?
+
+FORCA. La che?
+
+FILIGENIO. Quella.
+
+FORCA. Chi quella?
+
+FILIGENIO. Quella vostra...
+
+FORCA. Chi quella vostra?
+
+FILIGENIO. Quella cosa vostra che voi sapete.
+
+FORCA. Ah, ah, ah: sí, sí.
+
+FILIGENIO. Vedi pur che la conscienza accusatrice dell'animo tuo ti fa
+accertar il vero, ancorché non vogli?
+
+FORCA. La vede ogni ora, ogni momento.
+
+FILIGENIO. Come ne sta innamorato?
+
+FORCA. Innamoratissimo.
+
+PIRINO. (Questo forfante par che discuopra i miei secreti).
+
+FILIGENIO. E segue tuttavia la prattica?
+
+FORCA. La segue con tutto il suo studio.
+
+FILIGENIO. Quando pensa lasciarla?
+
+FORCA. Quando lasciará la vita.
+
+FILIGENIO. Come lo sai?
+
+FORCA. Ce l'ho inteso dir mille volte.
+
+FILIGENIO. Tanto è ostinato?
+
+FORCA. Ostinatissimo.
+
+FILIGENIO. Perché tu non lo togli da questo proposito?
+
+FORCA. Se non ubbidisce a voi, perché vuol ubbidir me?
+
+FILIGENIO. Quando va a casa sua, che fa?
+
+FORCA. Gionto in casa sua, si butta sul letto supino, se la toglie in
+braccio e se la squinterna sul ventre e se l'accomoda innanzi: volta
+di qua, volta di lá, non la fa star mai ferma per tre o quattro ore,
+finché stracco non va tutto in acqua.
+
+PIRINO. (Oh, che ti cadano i denti e quella lingua traditora!).
+
+FILIGENIO. E ti par questa buon'opra?
+
+FORCA. Buonissima, eccellentissima.
+
+FILIGENIO. E tu sei quello che lo guidi e aiuti?
+
+FORCA. Io, quando lo vedo tiepido e disamorato, l'aguzzo l'appetito.
+
+FILIGENIO. Talché tu sei il maestro.
+
+FORCA. Maestro io? signor no, è il maestro del Studio.
+
+FILIGENIO. Che Studio? che signor no? Di che parli tu?
+
+FORCA. E voi di che parlate?
+
+FILIGENIO. Io parlo della sua puttana.
+
+FORCA. Ah, io non pensava che voi parlaste di cose triste, ma della
+sua Legge; e tutto il giorno si trastulla con la sua libraria, la
+strapazza e se la tiene aperta innanzi.
+
+PIRINO. (O buon Forca, come l'hai ben salvata!).
+
+FILIGENIO. Cosí mi burli, eh?
+
+FORCA. Io non burlo altrimente; rispondo alle vostre dimande.
+
+FILIGENIO. O Dio, che avessi un bastone! ché avendo tu la pelle delle
+spalle piú indurita di quella degli asini, se ti do con le mani,
+offenderò piú me che te. O che unguento di cancheri! Traditorissimo,
+se non ti disponi a dirmi la veritá, proverai lo sdegno di un padron
+irato e schernito da te. Ti darò tante bòtte che amboduo restaremo
+stracchi, io di dar, tu di ricevere.
+
+FORCA. Dico il vero, a voi sta il creder quel che volete.
+
+FILIGENIO. Non mi hai risposto a quello che ti dimandava. Vuoi tu
+negarmi che Pirino non stia innamorato di una puttana, chiamata
+Melitea, che l'ha in poter un ruffiano che ne chiede cinquecento
+ducati?
+
+FORCA. Signor no, signor sí, eh, padrone.
+
+FILIGENIO. Che «signor sí», «signor no» cerchi in nasconder la veritá?
+ed è tanta la sua forza che a tuo dispetto ti muove la lingua a dirla.
+
+FORCA. Eh, padron mio.
+
+PIRINO. (Sta' saldo, Forca, ché il padron non ti scalza).
+
+FILIGENIO. Che padrone? mi fai del balordo; che balbezzare è il tuo?
+
+FORCA. Io non so nulla; ma... .
+
+FILIGENIO. Che ma?
+
+FORCA. Direi alcuna cosa, se stessi sicuro che egli non l'avessi a
+sapere.
+
+FILIGENIO. T'impegno la fede mia che non sará per saperlo giamai.
+
+FORCA. Dubito che voi lo scoprirete un giorno, ed egli mi salterá
+adosso con un bastone; e non sapete che tremo in sentirlo nominare?
+
+FILIGENIO. Non dubitar, dico, ché quando io non bastassi a difenderti,
+sarei uomo da farti franco e mandarti via.
+
+PIRINO. (Questa bestia mi fa entrare in suspetto).
+
+FORCA. So che lo risaprá, e le spalle ne patiranno la penitenza. Ma
+alfin voi sète il padrone, vo' piú per voi che per lui.
+
+FILIGENIO. Cosí mi par di ragione.
+
+FORCA. Quanto avete detto, tutto è vero: che sta innamorato di una
+cortegiana, detta Melitea, che sta in poter di un ruffiano che l'ha
+venduta ad un dottore per cinquecento ducati; e però ne arrabbia di
+dolore.
+
+FILIGENIO. Dove pensa avergli?
+
+FORCA. Rubbargli a voi come meglio potrá.
+
+PIRINO. (Ecco che fa l'affratellarsi con i servidori: pensava aver un
+servo fidele e ho una spia secreta di mio padre).
+
+FILIGENIO. Come volete rubbarmi, se sto in cervello e mi guardo piú di
+voi che di tutti i ladri del mondo?
+
+FORCA. È deliberato scassar lo scrittorio, se non lo può aprir col
+grimaldello.
+
+PIRINO. (Merito questo e peggio. Or non sapevo io che i maggiori
+inimici che abbiamo sono i servidori?).
+
+FILIGENIO. Ma come mi accorgeva del fatto, come andava il fatto per
+voi?
+
+FORCA. V'attossicavamo.
+
+PIRINO. (O Dio, che ascolto? non posso contenermi, mi risolvo lasciar
+il rispetto da parte, passargli questa spada per i fianchi, e accadane
+quel che si voglia).
+
+FILIGENIO. Al suo padre questo? ahi, figli iniqui! or non dovea cosí
+scelerato pensiero indurgli terrore?
+
+FORCA. Ma tutto ciò è nulla: ci è di peggio assai.
+
+FILIGENIO. Che ci può esser peggio?
+
+FORCA. Quel dottore è un cervello bizaro, straordinario, ha molti
+bravi che lo seguono, per un pelo se la torrebbe col diavolo; ne sta
+geloso e ha deliberato farlo ammazzare e li tiene le spie sovra.
+
+PIRINO. (Non gli basta quanto ha detto: ci vuol aggionger del suo
+ancora).
+
+FILIGENIO. Se ben per i continui inganni che m'ave usato costui, non
+gli devo prestar fede, pur la vita di un figlio importa molto. Forca,
+tu che conosci costoro e sai questi maneggi, ricorro a te, mi pongo
+nelle tue mani; vorrei che rimediassi, ché non si procedesse piú
+oltre.
+
+FORCA. Non è cosa da ragionarsene in piazza: potrebbe egli
+sovragiongere e stimarebbe che il tutto fusse uscito da me, e non si
+potrebbe piú rimediare: vi mostrerò modo di salvarlo.
+
+
+
+
+SCENA VI.
+
+PIRINO solo.
+
+
+PIRINO. Ah, Forca traditore, che tradimento m'hai tu fatto? farmi
+suspetto e reo appo mio padre! Ti arai voluto vendicare di quelle
+bastonate de quali poco anzi ti dolevi di me. Come arò animo di
+comparir piú mai dove il mio padre sia? manderò me stesso in essiglio.
+Perderò in uno istesso tempo il padre, la patria e l'innamorata, che è
+peggio assai che perder la propria vita. O come accetterei volentieri
+alcuna sorte di morte per liberarmi da vita cosí nemica. Uh, uh! Possa
+esser fatto in mille pezzi, se la scappi: vo' morire, ma prima che
+muoia farò vendetta della cagion della mia morte. Mi tratterrò da qui
+intorno finché venghi, per passargli la spada mille volte per i
+fianchi.
+
+
+
+
+ATTO II.
+
+
+SCENA I.
+
+PANFAGO parasito, PIRINO.
+
+
+PANFAGO. Par che questa mattina nell'uscir di casa abbia cantato la
+civetta, cosí ogni cosa mi va a traverso. Vo al dottore per desinar
+con lui, e mi dice che sta colerico, perché la sua innamorata ama
+altri e sta inferma. Vo in casa di un altro, e trovo la casa piena di
+pianto, ché vi si facea il mortorio. Fui forzato andare ad un certo
+che avea abbandonato, perché non avea piú succo--perché noi siamo
+come i pidocchi: quando non avemo piú sangue da succhiare,
+l'abbandoniamo;--e disse che mangiava altrove. Alla taverna non mi
+posso accostare, ché devo all'oste, e mi dice che ave cavato
+l'essecutorio, talché sto fra duo capitali inimici, la fame e l'oste:
+all'una non posso rimediare, all'altro non ho che dare. Pur, di
+lontano, ho fatto l'amor con una porchetta grassa che si rostiva; si
+burlava di me, perché mi mirava con certi occhi stralunati e con la
+lingua pendente fuori tra' denti: ci ho lasciati gli occhi sopra, e
+mi ha cavato il cuor di martello, la traditora. Vommene ora a trovar
+Pirino; e se la speranza mi fallisce, arrabbiarò di fame.
+
+PIRINO. Misero me, qual si trova pena maggiore, che paragonandola alla
+mia non sia una gioia! non è misero stato che non abbia qualche
+speranza; sola la mia è priva d'ogni futura allegrezza.
+
+PANFAGO. (Ecco a tempo chi desiava). Buon augurio, Pirino caro, amato
+e riverito da tutte le belle donne del mondo.
+
+PIRINO. Non merito esser burlato da te.
+
+PANFAGO. Ben sai che son piú tosto avaro delle tue lodi, che prodigo
+in adularti. Che si fa?
+
+PIRINO. Se sta combattendo con la rabbia e con l'ira; e ne ho tanta
+nel petto, che bastarebbe a riempirne tutte le fère del mondo.
+
+PANFAGO. Che colpa ci ho io? Volete voi con la vostra rabbia uccidere
+voi e me in un colpo? Se col mostrarti rabbioso e iracondo pensi che
+io non abbia a desinar teco, l'erri in grosso. Son gionto al porto:
+scacciami quanto vuoi, che la tempesta della fame mi vi riconduce.
+
+PIRINO. Troppo pungente e pien di spine è il mio cibo per ora.
+
+PANFAGO. Verrò a mangiar con voi con denti calzati di buoni stivali.
+
+PIRINO. Mi pasco di veleno di vipre e di serpenti.
+
+PANFAGO. Verrò con la pietra di san Paolo, o mi farò incantare da un
+ciurmatore. Mi negarai almeno due bicchieretti di quel tuo vino garbo?
+
+PIRINO. E che non è garbo quel che bevo, Iddio tel dica per me: la mia
+bevanda è di amarissime lacrime.
+
+PANFAGO. Di lacrima dolcissima di Somma? Vorrei che sempre si
+piangesse in casa tua, e non ne mancassero mai le bótte piene di
+quella lacrima: ché quel color di sangue mi fa rallegrar tutto il
+sangue; fresco e brillante, mi fa brillare il core; ponendolo in
+bocca, quel suavissimo odore mi conforta il naso e il cervello e il
+gusto. E quando lo sento calar nel petto, porta seco un mar di piacere
+e un foco tacito che tutto mi riscalda. Non posso saper io la cagion
+della tua rabbia? sbuffi, e mordi l'ugne: hai meco alcuna cosa?
+
+PIRINO. (Non posso levarmi da dosso questa mosca canina). Se tu
+sapessi da quanta angoscia e tribulazione è afflitta l'anima mia,
+n'avessi compassione; però di giá vattene, ch'io me la torrei con le
+mosche. Ma ecco quel traditore!
+
+
+SCENA II.
+
+FORCA, PIRINO, PANFAGO.
+
+
+FORCA. Fermate, padrone: che volete fare?
+
+PIRINO. Romperti la testa.
+
+FORCA. Romper la testa a chi se la rompe ogni ora per pensar trappole
+per vostro serviggio? fermatevi, vi dico.
+
+PIRINO. Non mi fermarò, se prima non ti arò cavato il core.
+
+FORCA. Volete cavar il cuore a chi ha cavato i danari dal cuor di
+vostro padre? Cancaro, io l'ho scappata bene, aiutami tu, Panfago!
+
+PANFAGO. Or ora torno.
+
+PIRINO. Assassin cane, ti voglio aprire il petto!
+
+FORCA. Questo è il premio di chi ave aperto la cassa e la borsa di
+vostro padre, e or ve le porto?
+
+PIRINO. Che borsa? che ci è ivi dentro?
+
+FORCA. Cento scudi che son il cuor di vostro padre.
+
+PIRINO. Come ce l'hai cavati dalle mani?
+
+FORCA. Basta l'avemo, a che bisogna saper il modo?
+
+PIRINO. Che ave a far cavargli i dinari dalle mani e scoprirgli i miei
+secreti? non potevi dargli ad intendere alcuna altra cosa?
+
+FORCA. No, che fusse verisimile e credibile come quella, perché giá
+mezza la credeva, e v'era l'amor suo; e che sia vero, la riuscita ave
+approvato il mio consiglio.
+
+PIRINO. Che gli hai dato ad intendere?
+
+FORCA. Che per salvar voi dal pericolo del dottore bisognava pagargli
+cento scudi che li mancavano per lo riscatto di Melitea; e la menava
+seco fuor di Napoli e, come era lontana dagli occhi vostri, ve
+s'allontanava dal core. Se l'ha bevuta, datomi i danari e restituito
+voi nella sua grazia.
+
+PIRINO. Se è cosí, ho il torto.
+
+FORCA. Mille torti, non ch'uno.
+
+PIRINO. Perdonami.
+
+FORCA. Canchero! pormi a pericolo d'una perpetua galea e prepararmi un
+seminario continuo di buone bastonate: per sodisfare a' vostri
+capricci, cado in pericolo maggiore di essere ammazzato dalla vostra
+furia.
+
+PIRINO. Perdonami, per amor di Dio.
+
+FORCA. Meglio sará per me che non m'impacci con i vostri amori. Poco
+anzi mi promettesti con giuramenti non volermi piú maltrattare, e or
+mi volevi uccidere: questo è altro che bastonate: sempre sète
+l'istesso e ogni giorno siamo al medesimo. Sará meglio per me tornare
+i danari al padrone.
+
+PIRINO. Perché farmi stentare a saperlo? non me lo potevi dir subito?
+Perdonami, fratello, fratellino mio dolce.
+
+FORCA. No, no: non mi ci correte piú: tornerò i danari a vostro padre,
+dirò che ho voluto scherzar seco.
+
+PIRINO. Forca mio, m'ingenocchiarò a' tuoi piedi.
+
+FORCA. No, no: non ci è ordine piú.
+
+PIRINO. Forca, non afforcar ancor me; conosco l'errore: s'un cuor
+pentito merita la perdonanza, dammela. Si placa Iddio, pentendosi
+l'uomo; non vuoi tu placarti?
+
+FORCA. Non è cosa che piú mitighi l'animo d'un offeso, che l'umiltá
+del nemico; però non solo vo' perdonarvi, ma procurar la sodisfazion
+di chi mi ha offeso. Vo' esser di animo piú generoso verso voi, che
+voi non sète con me.
+
+PIRINO. Orsú, poiché avemo i danari, che faremo?
+
+FORCA. Dove è Panfago? ché abbiamo bisogno di lui.
+
+PIRINO. È scampato via. Ma non bisogna trattar con lui, perché è un
+ciarlone; ed è peccato a non esser trombetta.
+
+FORCA. È a nostro proposito, perché è astutissimo.
+
+PIRINO. Non sa far altro che spirar i fatti nostri e riferirgli al
+dottore.
+
+FORCA. Serve ancora a spirare i fatti del dottore e riferirgli a noi.
+
+PIRINO. Ha detto molti nostri secreti a lui.
+
+FORCA. Ha detto molti de' suoi secreti a noi.
+
+PIRINO. È piú tristo con noi che con lui.
+
+FORCA. Ce ne guarderemo. Ma io con quattro palmi di
+salciccia--compráti il giovedí mattina prima ch'esca il sole, e
+pagandole al bottegaro quanto ne chiede, e arrostite a fuoco di legne
+di lauro senza parlare e con certe polveri di sopra,--ne fo un
+capestro, ce lo pongo in gola, e non potrá piú parlare.
+
+PIRINO. Questo secreto l'ho provato molte volte e non mi è riuscito.
+
+FORCA. Perché non sai tutte le cerimonie che vi si convengono; overo
+farò esperienza di una certa onzione.
+
+PIRINO. Che onzione?
+
+FORCA. Medolle di ossa di bue cotte in certi pasticci, grasso di
+caponi in suppa, e la domenica mattina a digiuno li ongerò la gola.
+
+PIRINO. Questi grassi lo faranno vomitar piú tosto quanto saprá di
+noi.
+
+FORCA. Anzi è contro il vomito, e l'ho esperimentata con voi piú
+volte.
+
+PIRINO. Fa' come vuoi, non ti vo' contrariare in questo; dimmi, che
+hai disegnato di fare?
+
+FORCA. Ascolta: io so far una polvere di carboni che, meschiata con
+olio e ongendone la faccia, la fará nera come un schiavo, d'un nero
+assai naturale.
+
+PIRINO. A che servono i carboni?
+
+FORCA. In simili carboni sta tutto l'inganno e la furberia: questi
+trarranno i danari di man di vostro padre, inganneranno Mangone e vi
+faranno posseder Melitea. Questa polvere la buona memoria di mio padre
+usava spesso ne' suoi ladroneggi, con questa scappò mille volte da
+prigionia, dalla galea e dalla forca--ché era la piú reverenda persona
+del mondo;--io che camino per le paterne vestigia, imitator della sua
+virtú, me ne sono servito in molti casi importantissimi.
+
+PIRINO. Che abbiamo a far con la polvere?
+
+FORCA. Con quella polvere ti ungerò le mani e la faccia, che parerai
+un schiavo naturalissimo.
+
+PIRINO. Poi?
+
+FORCA. Poi pregaremo Alessandro vostro amicissimo, che preghi vostro
+padre, che compri da Mangone un schiavo di buon garbo, giovane di
+diciassette overo di diciotto anni, dell'etá tua e di Melitea che sète
+poco differenti di etá e di persona; e che gli ne dia quanto ne vuole
+per un suo disegno molto importante, e gli dia i cento scudi per
+caparra.
+
+PIRINO. Appresso?
+
+FORCA. Appresso vestiremo Panfago, che non è conosciuto da Mangone, da
+raguseo--perché avemo inteso da lui, questa mattina, che voleva andar
+al molo a comprar schiavi,--ché dica esser fattor del raguseo e gli
+venda voi per schiavo, per quello prezzo ch'egli vuole, perché vi meni
+a casa. Esso, perché spera guadagnarvi con Filigenio vostro padre, da
+cui n'è stato pregato, vi comprará sicuramente. Come sarete dentro,
+arete agio da trattar con Melitea: e portando con voi un cartoccino
+della medesima polvere, tingerete la faccia e le mani a Melitea e la
+vestirete delle vostre vesti; e voi lavandovi mezanamente le mani e la
+faccia, vi vestirete delle sue e vi chiuderete in camera.
+
+PIRINO. Che n'averrá per questo?
+
+FORCA. Verrá vostro padre per lo schiavo. Mangone, pensandosi vendere
+lo schiavo che ha comprato, gli venderá Melitea; e cosí vostro padre
+se la menará a casa. Ecco fin ora Melitea in casa vostra.
+
+PIRINO. Giá comincio ad intendere. O bello inganno! e il meglio che
+abbia, è che ha del verisimile e del naturale; e chi non ci restarebbe
+ingannato? Ma come caverai me di casa sua?
+
+FORCA. Se avete pazienza di ascoltare, lo saprete. Vo' che quando il
+parasito vende lo schiavo a Mangone, gli prometta mandar un presente
+di cose della nave per far amicizia seco e tener ragione insieme,
+accioché, sempre che verrá in Napoli, gli riempia la casa di schiavi e
+poi partire il guadagno. Trovaremo quattro fachini giovanetti del
+vostro tempo, li vestiremo da bratti da navi, mezo nudi e mezo
+impeciati, neri, con un cesto in spalla, carichi di provature e di
+bariletti di vino o malvagía e cose simili; e quando verran dentro, e
+voi starete su l'aviso e spogliarete uno di quelli e vi vestirete de'
+suoi panni e vestirete colui de' panni di Melitea e scamparete fuora
+con gli altri, e il parasito e i bratti vi aiuteranno a questo. Ecco
+amboduo sbalzati fuora della casa del ruffiano e condotti in casa
+vostra: cosí il giorno l'arete nera in casa, e la notte bianca in
+letto, lavandole la faccia.
+
+PIRINO. Ogni cosa va bene, eccetto che come Mangone troverá quello in
+casa vestito de' panni di Melitea, lo porrá in mano della giustizia, e
+la corda li fará confessare il furto usato da noi.
+
+FORCA. A questo ci penseremo poi; e quello che non riesce per una via,
+il faremo riuscir per un'altra. Ma eccola senza lambiccarmi molto il
+cervello. Una bugia tra l'altre. Alessandro vostro amico ha quel servo
+sbarbato che conduce le legna dalla villa a casa, che è sordo, muto e
+un pezzo di pazzo, né molto dissimile dalle vostre persone, si lascia
+spogliare, vestire e tingere a nostro modo; e se Mangone li domandará,
+non saprá che rispondergli; e perché è molto gagliardo, se sará
+stuzzicato, dará mazzate da cieco.
+
+PIRINO. L'inganno è pensato con tanta arte e ingegno, che come avanza
+tutti gli altri che sono stati per addietro fatti, cosí per l'innanzi
+non potrá ritrovarsene un altro simile.
+
+FORCA. Avertite che, quando la trappola è ben inventata e consertata,
+se vi s'usa diligenza in esseguirsi, ha buona riuscita; ma esseguita
+malamente, non può aver se non pessimo fine.
+
+PIRINO. Ella è tanto bene imaginata che, a dispetto di tutte le
+negligenze e intoppi della fortuna, ará ottimo fine; ma ancorché fusse
+per succederne qualche pericolo, animo grande, e succedane quel che si
+vuole: vada la robba, la vita e l'onore, per non dir l'anima, pur
+ch'abbia Melitea. Né meno sará l'allegrezza dell'acquisto di lei, che
+della beffa fatta a Mangone.
+
+FORCA. Or poiché cosí rissoluto l'abbiamo, pensiamo a' mezi.
+
+PIRINO. Poiché hai mostrato tanto ingegno in questa fizione, di'
+ancora i mezi de' quali abbiamo a servirci.
+
+FORCA. Dove troveremo noi Panfago?
+
+
+SCENA III.
+
+PANFAGO, FORCA, PIRINO.
+
+
+PANFAGO. Come stai, Forca mio?
+
+FORCA. Per appicarti.
+
+PANFAGO. Perché tanto male?
+
+FORCA. Perché non m'aiutavi.
+
+PANFAGO. Son ito per aiutarti.
+
+FORCA. Con quel veloce córso?
+
+PANFAGO. Con quel córso per darti soccorso.
+
+FORCA. Nel bisogno fuggi; dopo il pericolo vieni ad aiutarmi.
+
+PANFAGO. Correa per tor armi e aiuto.
+
+FORCA. Non potevi senz'armi menar le mani?
+
+PANFAGO. Non so menar le mani se non sovra i piatti.
+
+FORCA. Giurerei che hai bisogno di fregarti i polsi e le tempie di
+teriaca per i vermi per la paura.
+
+PANFAGO. N'arei bisogno, ma non per la paura.
+
+FORCA. E di che cosa?
+
+PANFAGO. Crepo della traditora fame.
+
+FORCA. Dio ti ci mantegna.
+
+PIRINO. Panfago, abbiamo bisogno di te; e se ci aiuti, te ne aremo
+obligo.
+
+PANFAGO. Per acquistarmi la vostra grazia andrei nel fuoco.
+
+PIRINO. Se, non avendomi mai fatto servigio, la casa mia t'è stata
+sempre aperta, pensa che sará se ricevo da te cosí segnalato servigio.
+
+PANFAGO. Ditemi, in che volete adoprarmi?
+
+PIRINO. Ma avèrti che bisogna che tu sia secreto: ci va la vita!
+
+PANFAGO. Ce ne andassero mille!
+
+PIRINO. Però ti priego non farne motto ad alcuno.
+
+PANFAGO. Mi fate torto a pregarmi di quello che è mio debito di fare.
+
+FORCA. Lo ci dirá, padrone.
+
+PANFAGO. Perché cosí faresti tu.
+
+PIRINO. Mi vo' fidar della tua fede, ché non manchi di fede a chi si
+fida nella tua fede.
+
+PANFAGO. Eccovi la mia fede di osservarvi fedelmente la mia fede.
+
+PIRINO. Fa' che non t'esca di bocca.
+
+PANFAGO. Prego Iddio che non ci entri né pane né vino, mi cadano i
+denti, e il palato non gusti piú sapor de' cibi, ma diventi come
+quello degli infermi--ché ogni cosa lor pare amara,--né la lingua
+assaggi e rivolga boccon per la bocca, se di ciò rivelerò mai cosa
+alcuna.
+
+FORCA. Per conoscer se sarai buono a quello che vogliamo servirci di
+te, vo' prima essaminarti un poco.
+
+PANFAGO. Ché! sei tu mio giudice?
+
+FORCA. Dimmi: come sei destro?
+
+PANFAGO. Destrissimo.
+
+FORCA. Non dico ad arrobbare, io.
+
+PANFAGO. Né manco dico questo, io, ma al negoziare.
+
+FORCA. Di che razza sei?
+
+PANFAGO. Di giudei.
+
+FORCA. I tuoi quarti?
+
+PANFAGO. L'un di birro, l'altro di boia, il terzo di cerretano.
+
+FORCA. Come sei reale?
+
+PANFAGO. Come zingano.
+
+FORCA. Bene. Come sopportaresti le corna?
+
+PANFAGO. Cosí sopportassi la fame!
+
+FORCA. Come le bastonate?
+
+PANFAGO. Cosí cosí.
+
+FORCA. Batteresti tuo padre?
+
+PANFAGO. Mia madre ancora, e s'altro se può dir peggio.
+
+FORCA. Come sei amico della veritá?
+
+PANFAGO. Come il can delle sassate.
+
+FORCA. Orsú, hai dato al segno del mio vóto: sei mille volte peggio di
+quel che vogliamo.
+
+PANFAGO. Adesso vo' essaminar io te: che cosa ho da fare?
+
+FORCA. Finger un raguseo e vender Pirino per schiavo.
+
+PANFAGO. Che pericolo ci è?
+
+FORCA. Nullo; perché non ci è cosa dove tu possa giocar di mano, e
+come tu non puoi rubbare, non ci è pericolo.
+
+PANFAGO. Perché fingere un raguseo?
+
+FORCA. Se d'ogni cosa ti vogliamo dire il perché, non finiremo tutto
+oggi.
+
+PANFAGO. Se volete che serva bene, bisogna che sia ben informato.
+
+FORCA. T'informaremo meglio di una scarpa. Su, finiamola.
+
+PANFAGO. Non ho ancor finito di essaminarti; che avete apparecchiato
+da desinare?
+
+FORCA. È troppo buon'ora per desinare.
+
+PANFAGO. Chi non desina a buon'ora, desina a malora.
+
+FORCA. Dico: è troppo presto.
+
+PANFAGO. S'è presto a te, è tardo a me: che vuoi misurar il mio
+appetito dal tuo ventre?
+
+FORCA. E tu vuoi che accomodiamo il nostro ventre al tuo appetito? Fa'
+prima l'effetto, ché poi mangierai.
+
+PANFAGO. No no; fatta la festa non è chi spazza la sala: chi ave avuto
+il suo intento, non si cura piú d'altro.
+
+FORCA. E tu, come hai mangiato e bevuto stai imbriaco, ti poni a
+dormire, e qui bisogna star in cervello; ché una parola che non
+dicessi a proposito, scompigliaresti in un punto quanto s'è consertato
+in un anno.
+
+PANFAGO. Insegni a chi sa: attendi a quello che tocca a te e lascia il
+pensiero a me di quello che mi tocca.
+
+FORCA. Non ti mancherá da mangiare.
+
+PANFAGO. Almeno una collazionetta leggiera.
+
+FORCA. Non abbiamo bombace né penne.
+
+PANFAGO. Non bevendo, non farò cosa allegramente: duo becchieretti,
+non piú, starò allegro, fuor di paura, mi riporrá l'anima in corpo;
+come ho buon vino su lo stomaco, non può contro me il malanno. Porti
+l'oro su' diti, le gioie al collo, chi vuol rallegrare il core; la mia
+teriace e il mio allegracore è il vino.
+
+FORCA. Mangierai e beverai assai bene.
+
+PANFAGO. Chi me n'assicura?
+
+FORCA. Stanne sopra di me.
+
+PANFAGO. Tu non sei buono a star sopra né sotto: dico che bisogna
+bere.
+
+PIRINO. Panfago, per dirti il vero sto col pensiero cosí su l'effetto,
+che se mangiassi prima, non mangiarai boccone che sapesse del suo
+sapore; se hai fretta di mangiare, affréttati alla promessa.
+
+PANFAGO. Avertite che, se non mangio ben poi, scoprirò ogni cosa.
+
+PIRINO. Fa' quanto sai di peggio.
+
+PANFAGO. Orsú, che tardiamo?
+
+PIRINO. Forca, spediamola, ch'ogni picciolo indugio me par una gran
+lunghezza di tempo.
+
+FORCA. Le cose grandi han bisogno di grande apparecchio.
+
+PIRINO. Restisi qui per parlar con Alessandro e vadisi per le vesti e
+per lo presente.
+
+FORCA. S'io resto, chi va; se vo, chi resta?
+
+PIRINO. Io andrò ad Alessandro, l'informarò e lo disporrò che vadi a
+mio padre, e gli darò i danari.
+
+FORCA. Ed io e Panfago andremo per le vesti, per gli bratti e per lo
+presente; e l'informerò per la strada dell'effetto che ará da fare, e
+ci troveremo in casa di Alessandro.
+
+PANFAGO. Ma mentre ci avviamo colá, fate voi che la tavola sia
+apprestata.
+
+PIRINO. Cosí si faccia. Ecco Alessandro. Voi proprio desiava
+incontrare, caro Alessandro.
+
+
+SCENA IV.
+
+ALESSANDRO, PIRINO.
+
+
+ALESSANDRO. Che comandate, carissimo Pirino?
+
+PIRINO. Vengo a ricever grazia e favor da voi.
+
+ALESSANDRO. Grazia e favor sará mio grandissimo, se mi darete
+occasione onde io possa servirvi: non mi son smenticato, padron degno,
+di tante grazie e favori ricevuti da voi; onde se non v'ho servito
+come dovea, tuttavolta la prontezza dell'animo ha sopplito dove han
+mancato l'occasioni.
+
+PIRINO. Di picciol fonte non può nascer gran fiume: non l'ho servito
+come desiderava, atteso il mio poco valore.
+
+ALESSANDRO. Tra buoni amici si disconvengono le cerimonie: quel poco
+ch'io vaglio, spendetelo a vostri commodi.
+
+PIRINO. Però vengo alla libera con voi, e perdonatemi del fastidio.
+
+ALESSANDRO. Allor ricevo fastidio e noia, quando non mi vien comandato
+da voi cosa alcuna, ch'è mio debito servirvi; venghiamo al tronco.
+
+PIRINO. Non so se sapete la mia disgrazia, che Mangone ruffiano ha
+venduto al dottore la mia Melitea.
+
+ALESSANDRO. Non n'ho inteso cosa alcuna, ché se n'avessi saputo un
+cenno non averei aspettato che me l'avessi domandato.
+
+PIRINO. Mi complisce--per cagion de' miei amori che mi premono piú
+assai della robba e della vita,--che andiate a mio padre e lo
+preghiate che compri in vostro nome da Mangone un schiavo nero di
+diciassette over diciotto anni, ben fatto, che abbia del nobile, e non
+avendolo, che lo cerchi; e li diate per lo prezzo cento scudi che sono
+in questo fazzoletto, e se non bastano, almeno per arra; e comprato
+che l'averá, menilo a casa sua ben custodito, insin che andate o
+mandate per lui.
+
+ALESSANDRO. Non altro di questo?
+
+PIRINO. Non altro.
+
+ALESSANDRO. Perché tanti scongiuri?
+
+PIRINO. Con questo verrò a rubar la mia Melitea dalle mani del
+ruffiano, come poi vi dirò piú a lungo in casa vostra. Aiutatemi,
+amico caro, a cosí onesto e onorato furto; e se mi potrete scambiar
+questi danari in altri, me ne farete piacere, perché son di mio padre,
+ché non venisse a riconoscergli.
+
+ALESSANDRO. Andrò or ora a servirvi; ho da scambiar questi e altri a
+vostro servigio; a dio.
+
+PIRINO. A dio.
+
+
+SCENA V.
+
+FILIGENIO, ALESSANDRO.
+
+
+FILIGENIO. (Son uscito fuori, se posso veder Forca per saper che cosa
+ha fatto col dottore: m'ha lasciato certi bisbigli in testa i quali,
+se non me li ritoglie, non mi lascieranno mai riposare. Il Forca è
+cattivissimo, conosce gli umori delle persone, e non è altro che sappi
+meglio di lui i negozi di mio figlio, ed è buon mezo a questo effetto:
+il suo consiglio mi piace: volendo servirmi, come dice, non è dubbio
+ch'io non sia ben servito).
+
+ALESSANDRO. (Chi è costui che ragiona?).
+
+FILIGENIO. (Chi è costui che vien verso me?).
+
+ALESSANDRO. (È Filigenio, quel che cerco).
+
+FILIGENIO. (È Alessandro mio vicino).
+
+ALESSANDRO. (L'andrò ad incontrare). O Filigenio, Iddio vi conceda
+ogni vostro desiderio.
+
+FILIGENIO. Non è altro il mio desiderio che servir voi, caro
+ALESSANDRO.
+
+ALESSANDRO. Or veniva insino a casa vostra, per pregarvi d'un
+segnalato favore.
+
+FILIGENIO. Eccomi ad ogni vostro comando: ché colui che non servisse
+voi volentieri, non meritarebbe esser servito da niuna persona del
+mondo, perché voi potete e sapete servir gli amici vostri.
+
+ALESSANDRO. Se avessi saputo imaginarmi persona sufficiente piú di voi
+nel maneggio di questo mio negozio, arei fuggito darvi fastidio; non
+potendo altrimente, m'è forza a valermi del suo favore.
+
+FILIGENIO. V'offerisco la prontezza dell'animo.
+
+ALESSANDRO. Vi ringrazio di tanta cortesia. Iersera mi venne un
+corriero a posta da alcuni miei amici; e mi mandano un fascio di
+lettere, avisandomi con replicati ricordi l'importanza del negozio. Le
+lettere potrete vedere ad ogni vostro agio.
+
+FILIGENIO. Non mi curo altrimente; venghiamo al tronco.
+
+ALESSANDRO. Pregandomi come di cosa dove ci va l'onore e la vita; e mi
+vennero, insieme con l'altre, molte lettere di cambio, se mi
+bisognassero come di danari.
+
+FILIGENIO. Danari non sarebbono mancati a me in vostro servigio.
+
+ALESSANDRO. Replicandomi: non essendo servati da me come si richiede,
+rimarrebbono ruinati. Son uomini veramente di sommo valore e degni
+d'esser serviti.
+
+FILIGENIO. Dite pure in che posso servirvi.
+
+ALESSANDRO. Vorrebbono un schiavo di diciassette over diciotto anni,
+negro, di bel garbo e di acconcie maniere, che avesse del nobile; e
+che nel comprarlo non si avesse a risparmiar danari. Intendo che
+Mangone, qui appresso, n'abbia o ne soglia aver de buoni e belli; però
+vorrei che in mio nome ne compraste uno, e non avendolo, gli deste
+cura di ritrovarlo fra poco.
+
+FILIGENIO. Tanto importa un schiavo?
+
+ALESSANDRO. Come saprete il negocio, conoscerete l'importanza: eglino
+confidano in me molto; non vorrei che restassero ingannati di tanta
+speranza. Io per certi rispetti non posso mostrarmi con lui, per esser
+accadute alcune parole sconcie fra noi; e chiedendolo io, mi vorrebbe
+appicar per la gola. Eccovi nella borsa cento scudi, dateli per lo
+prezzo o almeno per caparra: dateli sin tanto che basti a saziar la
+ingordigia.
+
+FILIGENIO. Vi servirò molto volentieri. Scudi non bisognano, ché ne ho
+le migliaia per vostro commodo.
+
+ALESSANDRO. Se non togliete i danari per arra, non vo' che mi
+favoriate nel negozio.
+
+FILIGENIO. Per non trattenermi vanamente in cerimonie, ché ho fretta
+di servirvi, li torrò, e or m'invio verso la sua casa.
+
+ALESSANDRO. Ed io per non dargli occasione che mi veggia con voi, mi
+partirò e verrò da qui ad un poco per saper quello che abbiate
+trattato.
+
+FILIGENIO. In buon'ora, non vo' perder tempo in servirlo! ché chi
+serve tardi, mostra che sia pentito della promessa, e chi serve
+presto, raddoppia la promessa. Eccolo che torna a casa.
+
+
+SCENA VI.
+
+MANGONE, FILIGENIO.
+
+
+MANGONE. Ho speso i passi indarno: son ito al Molo, e mi dicono che il
+padron della nave ragusea con un suo amico passaggiero non era ancora
+tornato a desinare. Ho lasciato detto che desiava parlargli, e
+insegnatali la casa mia. Ma io vi tornerò, come arò fatta stima che
+abbia desinato.
+
+FILIGENIO. O Mangone, o Mangone!
+
+MANGONE. Chi mi chiama?
+
+FILIGENIO. Chi t'apporta guadagno: vòlgeti.
+
+MANGONE. Non è cosa al mondo a cui mi volga piú volentieri. Ditemi,
+che guadagno mi apportate?
+
+FILIGENIO. Vorrei un schiavo nero di diciassette in diciotto anni, di
+garbo e di fattezze signorili, per farne un presente ad un signor
+principale.
+
+MANGONE. Per ora non potrei servirvi, ché ho venduti quasi tutti i
+miei schiavi; ma spero accommodarvene fra poche ore, ché lo torrò da
+certi amici.
+
+FILIGENIO. Giá l'hai trovata. Dici che vuoi tòrlo da certi amici per
+venderlo piú caro.
+
+MANGONE. Dico il vero, a fé di uomo da bene.
+
+FILIGENIO. Giuri la fé di un altro, non la tua, ché tu non sei uomo da
+bene.
+
+MANGONE. Quanti giurano a fé di gentiluomo, che non ci sono? Ma se non
+lo credete, potrete venir infin a casa e vederlo: dopo pranso ne arò
+la casa piena e potrete eleggerlovi come vi piace.
+
+FILIGENIO. Che ho a far io, ché ti ricordassi di me?
+
+MANGONE. Sapete bene che la caparra porta seco tal obligo, che obliga
+il venditore a ricordarsi piú di lui che di ogni altro; e se non
+facessi torto alla vicinanza e alla vostra autoritá, ve la chiederei.
+
+FILIGENIO. T'intendo, eccolati.
+
+MANGONE. Avrete manco fatica a darmi il resto.
+
+FILIGENIO. Prendi, potrai annoverargli con piú agio in casa tua: son
+cinquanta scudi.
+
+MANGONE. Or sí che avete voglia di schiavi: farete che non desini
+questa mattina per star sollecito al vostro fatto. Vedrò che si fa in
+casa, e poi tornerò al Molo.
+
+
+SCENA VII.
+
+FORCA, PANFAGO.
+
+
+FORCA. Noi avemo il bisogno: ecco le vesti per vestirsi da raguseo;
+ecco quelle per lo schiavo, son ricche e pompose: almeno, se non per
+la persona, lo torrá per le vesti. Ecco i barilotti, i formaggi e i
+confetti.
+
+PANFAGO. Sai tu che a proposito ho comprato le vesiche e i budelli?
+
+FORCA. Non so.
+
+PANFAGO. Ho fatto il tutto a vostro modo; in questo solo vo' che voi
+secondiate il mio: ho tolto il barilotto e gli altri intrighi per
+empirli di varie furfanterie, e ti farò veder salciciotti, provature e
+mille altre galanterie; ché avendogli a far una burla, non ci vogliamo
+perdere il presente, e noi restassimo i burlati. Ma avèrti, accioché
+non abbiamo a far questione poi, che, ingannandolo con i falsi, mi arò
+guadagnato i buoni.
+
+FORCA. Hai ragione, lo credo, che accompagnando la tua presenza con
+vesti riccamente addobbate, che farai miracoli.
+
+PANFAGO. Quando vedrai l'architettura ch'usarò in contrafar i
+salciciotti e le provature e i confetti, resterai stupito; e sará non
+men gloria averlo beffeggiato nello schiavo che nel presente.
+
+FORCA. Entriamo, perché non abbiamo a far altro; ché Pirino deve
+struggersi di desiderio di far presto.
+
+PANFAGO. Avèrti che, subito che ritorno, ritrovi la tavola
+apparecchiata, ché io crepo dalla fame, e sovra tutto buona lacrima,
+ch'io ne diluviarò un fiasco ad un tratto, per capace e grande che
+sia, per lacrimar poi fino a notte.
+
+FORCA. Ricòrdati di usar buone parole--ché non è il miglior
+instrumento per ingannare--e a far l'ufficio tuo di buon animo; ché
+dalla nostra parte non mancheremo noi di quanto ti abbiamo promesso.
+
+PANFAGO. Entriamo, ché mi par mille anni di esseguir l'opera e far poi
+un guasto mirabile di vivande.
+
+
+
+
+ATTO III.
+
+
+SCENA I.
+
+PANFAGO, PIRINO.
+
+
+PANFAGO. Or vadansi ad appicar tutti coloro che non credono che amore
+non basti a trasformar gli uomini in strane foggie; poiché tu da
+libero e bianco sei divenuto nero e ti lasci vender come vil schiavo.
+
+PIRINO. Dimmi, Panfago, potrei esser riconosciuto da alcuno?
+
+PANFAGO. Certo, se non avesse visto io imbrattarvi il viso con quella
+polvere, non crederei mai che foste Pirino: cosí rassembrate un
+schiavo al naturale; ci è questo di buono ancora, che incontrandovi
+con Melitea non sarete scoperto, se diventerete pallido o rosso con
+Mangone, ché il color nero nasconde il color del volto sotto la tinta:
+andate come in maschera.
+
+PIRINO. Io non vorrei parer tanto quel che non sono, che, volendo,
+parer quel che sono non potessi.
+
+PANFAGO. Ma io come vi paio?
+
+PIRINO. Veramente mi par che tu non sia, né devresti mai far altro che
+ingannare: cosí dimostri essere un gran ladro, e se non ti conoscessi,
+ti giudicherei un ladro naturale.
+
+PANFAGO. Con questo giubbone non dimostro magnificenza? e con questa
+ciera un mercadante ben ricco?
+
+PIRINO. Non potrai dir che tu sei povero, perché sei mercadante e hai
+schiavi da vendere.
+
+PANFAGO. Se non m'hai rispetto e parli con creanza, ti darò bastonate.
+Tu sei mio schiavo e ti posso vendere a mio piacere: e te ne farò
+veder l'esperienza, ché ti venderò or ora.
+
+PIRINO. Hai ragione, vendimi tosto.
+
+PANFAGO. Che hai, che tremi?
+
+PIRINO. Sempre quello che piú si desidera piú si teme. Tremo non so se
+di paura o di allegrezza: il pericolo dove mi trovo mi spaventa,
+l'allegrezza dell'acquisto mi rallegra, il timor turba l'allegrezza;
+talché provo in uno istesso tempo una timida allegrezza e un allegro
+timore. Ma ricòrdati, partito di qua, sollecitar Alessandro, ché
+solleciti mio padre a tor Melitea; e ricòrdati tornar presto con il
+presente.
+
+PANFAGO. E tu come sarai a casa, ricòrdati di far apparecchiar presto
+da desinare.
+
+PIRINO. Ma camina presto, ché non veggio l'ora di veder Melitea.
+
+PANFAGO. Anzi bisogna caminar con gravitá, col passo della picca: non
+sai che son ricco e mercadante?
+
+PIRINO. Te ne prego e straprego.
+
+PANFAGO. Or sí che dici bene, perché lo schiavo deve pregar il
+padrone.
+
+PIRINO. Ecco la casa.
+
+
+SCENA II.
+
+MANGONE, PANFAGO, PIRINO, FILACE.
+
+
+MANGONE. (Veggio un mercadante da nave, che mi dimanda: certo costui
+sará quel raguseo che ha portato schiavi a vendere e ne porta un seco
+per mostra). Chi dimandate?
+
+PANFAGO. Sète voi Mangone?
+
+MANGONE. Io son mentre Iddio vòle.
+
+PANFAGO. Voi siate il ben trovato per mille volte, padron caro;
+perdonatemi se, non conoscendovi, primo non vi ho salutato.
+
+MANGONE. Non accadono simili cerimonie tra mercatanti: eccomi se son
+buono a servirvi.
+
+PANFAGO. Io son il fattor del raguseo, padron della nave che ora è
+gionta in Napoli, carica di schiavi; vi prega che vegnate domani o
+questa sera a vedergli: e ve ne porto uno per mostra.
+
+MANGONE. (Questo mi par a proposito per Filigenio: me lo chiese di
+fattezze simili; mi par bello e proporzionato e ave assai del nobile).
+Lo schiavo mi piace, secondo il mercato che me ne fate.
+
+PANFAGO. Il mio padron desia far amicizia con voi, e però non mira al
+prezzo di cotesto: volendolo in dono per amor suo, ve lo potrete tor
+liberamente, perché ogni volta che verrá in Napoli, vi riempirá la
+casa di schiavi, e voi vendendoli poi col vostro commodo, partirete il
+guadagno.
+
+MANGONE. Io non ho desiato altro nella mia vita che un simile
+incontro: io accetto carissimamente la sua amicizia. Di costui vo' dar
+cinquanta scudi, se ben conosco che val piú, e quel piú lo ricevo in
+dono, accioché egli prenda medesimamente fiducia di servirsi di me,
+delle mie robbe e della mia vita.
+
+PANFAGO. Mi contento di quello che voi vi contentate di darmi, cosí il
+mio padrone desia la vostra amicizia.
+
+MANGONE. Eccovi quindici scudi; in casa vi darò gli altri: potrete
+annoverargli.
+
+PANFAGO. Credo alla vostra parola.
+
+MANGONE. Come si chiama lo schiavo?
+
+PANFAGO. Amore, padron caro.
+
+MANGONE. Di che paese?
+
+PANFAGO. Di Donnazapi, della provincia di Rabasco.
+
+MANGONE. Che nome voi mi dite?
+
+PANFAGO. Nomi che si usano in Schiavonia.
+
+MANGONE. Amor, vien qua, non mi vòi tu servir con amore?
+
+PIRINO. Ben sarei discortese e villano, se, voi avendomi comprato con
+grande amore, non mi disponessi a servirvi con grandissimo amore.
+
+MANGONE. Servendomi lealmente, ti terrò da figlio, non da schiavo.
+
+PIRINO. Anzi, servendo voi, mi parrá di servire non un padrone, ma mio
+padre.
+
+MANGONE. Sai alcun ballo all'usanza tua?
+
+PIRINO. È gran tempo che non l'ho usati; ma però comandandomelo cosí
+voi, vo' piú tosto servirvi cosí goffamente come so, che disubedirvi.
+
+MANGONE. Orsú via.
+
+PIRINO. «Siam, siam per via, guallá! siam, siam per via, guallá!».
+
+MANGONE. O ben, per vita mia! lo schiavo è cosí allegro e festevole,
+che mi fará viver dieci anni di piú: dispiacemi averlo promesso a
+Filigenio, ché vorrei tenermelo per mio spasso. Ma poiché Melitea sta
+cosí disperata, Filace, va' tu su, chiamala, ché venga giú e veggia
+ballar e cantar questo schiavo che le rallegrará un poco li spiriti.
+Noi, galante uomo, entriamo in casa, ché vi darò i restanti danari, e
+faremo un poco di collazionetta, e berete una volta.
+
+PANFAGO. Per non parer discortese alla prima con voi, se ben ho
+desinato poco anzi in nave, verrò volentieri, berrò una volta e due e
+quattro, se me lo comandarete.
+
+MANGONE. Filace, non levar gli occhi da Melitea, lascia che veggia
+ballar e cantare lo schiavo. Fra tanto tu da' una scorsa con la vista
+intorno, ché non passi Pirino o Forca; e passando, falla entrar
+dentro, nascondila da loro quanto sia possibile. Noi entriamo.
+
+FILACE. Entrate sicuro e vegghiate con gli occhi miei.
+
+
+SCENA III.
+
+MELITEA giovane, FILACE, PIRINO.
+
+
+MELITEA. (O Cieli, sonovi elle bastevoli le passate miserie? e mentre
+sarò viva, sarò sottoposta a' crudeli arbitri della fortuna? Appena
+fui nata che fui privata del padre, della patria e della propria casa,
+e in strani paesi non è stato scontento o sciagura che non fusse da me
+provata assai disconvenevole al mio sesso e alla mia giovanezza; e
+sperando che il tempo partorisse a' miei mali qualche rimedio, ecco
+fui fatta rapina di corsari e, sofferti pericoli del mare, son stata
+venduta per ischiava ad un furfantissimo ruffiano. E pur ciò sarebbe
+nulla, se amor non avesse voluto mostrar in me l'ultimo essempio della
+sua possanza, accendendomi d'alti e generosi pensieri in cosí misero e
+abietto stato, e alfin costretta a morirmi di fame in prigione. Qual
+será il fine di tanti affanni, se i mali che s'aspettano e mi
+minacciano, son piú gravi di quelli che si soffriscono? quando osarò
+sperar dalla fortuna cosa che per me buona sia?).
+
+FILACE. Melitea, Mangone ti dá licenza che ti pigli un poco di spasso
+con veder cantare e ballar questo schiavo.
+
+MELITEA. Altro che balli e canzoni mi stanno nel capo!
+
+PIRINO. Dio ti salvi, reina di tutte le belle.
+
+MELITEA. Io regina? io bella? O con quanta piú ragione mi aresti
+chiamata la piú miserabile di quante vivono.
+
+PIRINO. Mi comandate che balli un ballo e vi canti una canzona?
+Rispondetemi.
+
+MELITEA. Il dolore è cosí impadronito di me, che sto con l'animo tanto
+lontano da me quanto ti son vicina col corpo.
+
+PIRINO.
+
+ Deh! mirami, signora mia,
+ ascolta la mia canzona.
+ Perch'è d'altri mia persona,
+ che pensiate voi che sia?
+ Siam, siam per via, guallá!
+
+Ditemi, signora, vi piace il mio ballo e la mia canzona?
+
+MELITEA. Mirami in fronte, leggi nel soprascritto: come può capir
+alcuna consolazione nell'anima mia?
+
+PIRINO. Conosco, signora, da certi segni del volto che sète molto
+tribulata d'amore.
+
+MELITEA. Poco è conoscer questo, ché l'ardentissimo foco, quasi un
+lampo, lo porto impresso nel volto.
+
+PIRINO. Noi schiavi di Egitto siamo negromanti; e da spiriti folletti
+che tenemo nelle caraffine indoviniamo quello che volemo.
+
+MELITEA. Sí, eh? orsú, indovina chi amo io?
+
+PIRINO. Un giovane che si chiama Pi... Piri... Pirino.
+
+FILACE. Che ragionate voi di spiriti?
+
+MELITEA. Dice che ha uno spirito folletto nella caraffina, che
+indovina quel che vuole.
+
+FILACE. Par che costui negromantizzi; non vorrei che ti facesse entrar
+qualche spirito in corpo per forza.
+
+MELITEA. Quel spirito che ha nominato, ce lo farei entrar per mia
+volontá. Ma indevina mò se m'ama.
+
+PIRINO. Egli non ha per altro cari gli occhi suoi, che per mirar voi;
+né per altro il suo core, che per serbare inviolabilmente nella sua
+piú interna parte la bellezza e i vostri costumi: e si gloria piú del
+titolo di esser vostro schiavo, che di tutti i reami del mondo. Sète
+sua, foste sua, né per l'avvenir basterá accidente alcuno a far che
+non siate sua. Ma ditemi se voi amate lui, e dite il vero, perché
+subito lo conosco.
+
+MELITEA. Io son tanto sua che, per non esser d'altri, voglio piú tosto
+esser della morte. Dispiacemi solo che, in sí misera fortuna e con
+tanto mio poco merito, mi sia posta ad amar tanto alto. Ma la costanza
+del mio amore, l'ostinazione dell'anima e la puritá della mia fede,
+con la quale sommamente l'osservo e riverisco, parmi che suppliscano
+all'oltraggio della fortuna, e me ne rendono degna. Ma io dubito che
+m'ami da scherzo e mi burli da dovero, poiché in tanto tempo che ci
+amiamo, non ha trovato modo di liberarmi da un vil ruffiano, da un
+abisso di oscuritá dove sepelita mi trovo.
+
+PIRINO. Egli vi ama tanto che, per far libera voi, s'è fatto servo e,
+per ricomprar voi, s'ha fatto vender per ischiavo e, per rischiarar
+gli oscuri nuvoli de' vostri affanni, s'è fatto piú oscuro
+dell'istessa oscuritá.
+
+MELITEA. Io non t'intendo.
+
+PIRINO. L'intenderete poi. Ma or vo' scoprirvi tutte le cose che son
+passate ne' vostri amori.
+
+MELITEA. Orsú, di' via.
+
+PIRINO. Andando voi a diporto un giorno al Molo, quando il vedeste e
+foste veduta da lui, gli riempiste gli occhi di tanta meraviglia che
+non potean saziarsi di mirarvi; perché, mentre si fermavano a
+contemplar una parte e, come inveschiati da quella, non sapevano
+dipartirsi, un'altra lo sollecitava e violentava e strascinava a sé, e
+prima che si fermasse in quest'altra, un'altra se ne offriva, che con
+altra tanta forza a sé lo tirava; talché vedendosi egli stracco e non
+potendo mirar tutte, confessò esser vinto e desiava esser tutto occhi
+per potervi mirar a pieno. Né pensava altrimente che ogni vostro atto
+pungessi e che ogni vostra parola attossicasse, né che voi portaste la
+morte nascosta negli occhi; onde senza accorgersene ponto trovò che le
+spine velocissime erano discese al petto e il veleno nel core, e che
+non era piú vivo: cosí vi parlò con gli occhi chiedendo pietá, e voi
+accorgendovi di ciò con un picciol riso gradiste la sua affezione. Vi
+seguí fin a casa, e nel dispartirsi, nel vostro bel viso restò lo
+spirito e l'anima sua impressa, e se ne portò la vostra imagine
+scolpita nel core. Cosí seguendo ad amarvi, come voi v'accorgeste che
+dagli occhi vostri come da due stelle era girata la vita sua e dalla
+vostra anima dependeva la sua, non prendendo solazzo delle sue pene e
+afflizioni, come sogliono alcune vilissime feminelle, ma come vera
+gentildonna--or rallegrandolo con speranze, or rammorbidendolo con le
+promesse, or fingendo non accorgervi delle sue pene, or dilatando le
+promesse,--l'avete trattenuto vivo sin adesso. Onde egli conoscendo
+che in voi come in proprio albergo albergavano bellezza, onestá, bontá
+e ogni lodevole costume, vi fe' libero dono dell'anima e della sua
+vita. ...
+
+MELITEA. Veramente che tutto è vero quanto hai detto.
+
+PIRINO. ... Dopo molti giorni, voi dandogli commoditá di parlarvi, vi
+baciò e baciandovi sentí tanta dolcezza che l'istessa bocca che vi
+baciò or non lo sapria ridire, e restariano molto a dietro le parole
+al vero. Gli parve che con quel bacio vi baciasse l'anima stessa; e
+steste tanto stretti insieme che parea che di duo corpi ne fusse fatto
+un solo; finalmente, vinto da tanta dolcezza, vi restò tramortito fra
+le braccia, e voi ne piangeste per dolcezza. ...
+
+MELITEA. Confesso tutto esser vero; né altri che egli proprio saprebbe
+ridirlo.
+
+PIRINO. ...Vo' dir piú innanzi... .
+
+MELITEA. Non piú, basta. Ben vi giuro che se abbiam avuto libertá, non
+passò cosa fra noi che onestissima non sia stata; anzi non mi condussi
+con lui mai a solo a solo, se prima con giuramento non m'assicurava di
+poter star con lui come sorella.
+
+PIRINO. ... È vero; né si turbò egli giamai verso voi, se non quando
+lo richiedevate di simil giuramento, quasi volendolo notare
+d'infedeltá, avendo egli piú timore d'offendervi che del giuramento, e
+che non richiedendovi di propria volontá, voi stimavate che lo facesse
+per il giuramento.
+
+MELITEA. Ahi, ahi!
+
+PIRINO. Di che suspirate?
+
+MELITEA. Della rimembranza de' passati piaceri. Ma ditemi, poiché
+tanto sapete, dove si ritrova egli ora?
+
+PIRINO. In questa strada.
+
+MELITEA. Come in questa strada, che se mi volgo intorno intorno, non
+veggio altri che te?
+
+PIRINO. Ha ragionato ed è stato con voi, come state e ragionate meco;
+e v'è piú dappresso che non pensate.
+
+MELITEA. In qual luogo m'ha ragionato?
+
+PIRINO. Dove voi sète e io sono. Ma ditemi, s'egli vi volesse rubare a
+Mangone, fuggireste con lui da sua casa?
+
+MELITEA. Da questa vita ancora.
+
+PIRINO. Andareste a casa sua con lui?
+
+MELITEA. Per acqua, per fuoco e per dove non è via, con lui; ché egli
+solo è la patria, la casa, lo sposo e mio signore.
+
+PIRINO. Or ora?
+
+MELITEA. Or ora.
+
+PIRINO. Senza temer alcuno accidente?
+
+MELITEA. Né la morte istessa--che si può dir piú della morte?--e se
+ben la morte per altra cagione mi parrebbe amara, per ciò mi sarebbe
+piú cara della vita.
+
+PIRINO. Se ve lo facessi vedere, che pagareste?
+
+MELITEA. Vi giuro--non da povera schiava ridotta in sí misero stato
+dove mi trovo, ma da quella gentildonna che fui,--che riporrei questo
+beneficio nel fondo del mio core, per pagarlo poi quando potessi con
+quanto vaglio; ché avendo a morir tra poco, morrei contenta.
+
+PIRINO. E se lo vedeste, che fareste?
+
+MELITEA. Che farei, dici? Me gli attaccherei con le mie braccia al
+collo con nodi e groppi cosí tenaci, che non timor di Mangone o
+suspetto di vita o di qual si voglia strano accidente me lo farebbono
+lasciar mai; accioché, bisognando morire, morissi nelle sue braccia, e
+gli consegnerei il suo deposito.
+
+PIRINO. Farò che or ora voi lo vedrete.
+
+MELITEA. O Dio, che intendo! Ma tu hai fatto un motivo con la bocca,
+che cosí soleva far egli; e hai parlato con tanta dolcezza e
+affettuose parole, che par che hai di quel genio che a lui solo fu
+donato dal Cielo per tiranneggiare e tirare a sé con dolce
+amorevolezza tutte le persone.
+
+FILACE. Su su, finiamola, ché Mangone viene: ché tanti ragionamenti?
+
+PIRINO. Se mi promettete non alterarvi di modo che possiate dar
+sospetto al guardiano, ve lo mostrerò sano e vivo.
+
+MELITEA. Non so se potrò far tanta forza a me stessa.
+
+FILACE. Parmi che colui che passa colá, sia Pirino. Entrate, entrate;
+presto, presto, ché non vi vegga. Ma non è desso, restate.
+
+PIRINO. Bisogna farla, ché scoprendovi sareste rovinata voi e il
+vostro Pirino.
+
+MELITEA. Cosí prometto.
+
+PIRINO. Io sono il vostro Pirino!
+
+MELITEA. O somma di tutte le mie speranze, io son tutta divenuta di
+foco, il sangue mi bolle per tutte le vene, e mi riconosco incapace di
+tanta gioia. O Dio, dammi tanta fortezza che possa nasconder cosí
+smisurato contento!
+
+PIRINO. Ecco ch'è pur vero che m'ho fatto vender per ischiavo per far
+libera voi.
+
+MELITEA. Ma che son io che merito esser riscattata con sí gran prezzo?
+Ma questo non per mio merito, ma per vostra gentilezza, ché avete
+riguardo alla vostra propria natura non al mio poco valore. Ma come io
+potrò riservirvi tanta cortesia, essendo ella infinita e io cosa
+finita?
+
+PIRINO. Io non posso dirvi qui la trappola che abbiamo consertata, ché
+darei sospetto di voi al guardiano. In camera vi dirò il tutto.
+
+FILACE. Melitea, tu entra dentro.
+
+MELITEA. Or ora.
+
+FILACE. Ca..., canchero, che m'avesti a far dire una mala parola! Voi
+donne non vi contentate del giusto mai, sempre inchinate al troppo: se
+vi si concede un dito, ve ne togliete un palmo. Poco anzi, con gli
+occhi bassi come se volesse nasconder il volto sotto le ciglia; ma ora
+lo schiavo l'ha fatta alzar la testa e star di buona voglia.
+
+
+SCENA IV.
+
+MANGONE, PANFAGO.
+
+
+MANGONE. Potrete far ben libero conto, d'oggi innanzi, che la casa sia
+piú vostra che mia o almanco commune.
+
+PANFAGO. Veramente farò cosí, poiché voi altresí mi avete liberamente
+promesso servirvi della nostra in Raguggia; faremo ragione insieme:
+noi vi condurremo delli schiavi e voi li venderete, e saranno fra noi
+le perdite e i guadagni communi.
+
+MANGONE. Mi contento d'ogni vostro contento.
+
+PANFAGO. Ma vo' che non mi neghiate una grazia.
+
+MANGONE. Eccomi all'obbedire.
+
+PANFAGO. Avemo alcune cosette in nave, come frutti della nostra
+patria, cioè alcuni barilotti di malvagie, bottarghe, provature,
+formaggi, confetti e simili frascherie; ve ne farò parte: vorrei che
+le riceveste con quello amore che ve le porgiamo, non avendo riguardo
+al lor poco valore.
+
+MANGONE. Come non le riceverò con buon animo? ne terrò continua
+memoria della vostra amorevolezza; vo' darvi alcuni miei schiavi che
+vi aiutino a portarle.
+
+PANFAGO. Non accade incomodarvi per ciò: in nave non mancheranno
+bratti che or ora le porteranno qui.
+
+MANGONE. Andate in buona ora; e se non avete quella amorevolezza, in
+casa mia, che meritate, perdonatemi.
+
+PANFAGO. Se bene è stata ogni cosa eccellentissima, il miglior è stata
+la buona volontá. A dio.
+
+MANGONE. Non è poco l'aver trovato in costui tanta cortesia; perché
+tutti gli uomini del di d'oggi son piú tosto di levante che di
+ponente, overo zappe che tirano a sé che badili che buttino ad altri.
+Mi ha venduto un schiavo per cinquanta scudi, che val piú di cento,
+come a punto mi è stato chiesto da Filigenio. Mi ho guadagnato ducento
+scudi senza rischio e senza tormi dinari da mano in un batter
+d'occhio. Poi, mi torna molto a proposito l'amicizia di costui--egli
+va rubbando per le costiere di Schiavonia, e rubbane liberi e
+cristiani e li vende per schiavi:--senza spendere farò gran guadagno,
+oltre che mi manderá un buon presente, ché i forastieri sono
+osservatori della parola. Oggi è una giornata molto felice per me. Ma
+ecco Filigenio; certo vien per lo schiavo. Non me lo caverá di casa se
+non me lo paga benissimo: conosco che ne ha voglia.
+
+
+SCENA V.
+
+FILIGENIO, MANGONE.
+
+
+FILIGENIO. Mangone, son venuto a trovarti secondo l'appuntamento doppo
+tre ore; e se non m'hai servito, vengo almeno, ché ti ricordi di me.
+
+MANGONE. Sète venuto a tempo: v'ho comprato un schiavo piú meglio
+assai di quello che m'avete chiesto o che sapete desiderare. È giovane
+di diciassette o diciotto anni, bello di corpo e piú bello d'animo: ha
+un bel procedere, di belli ragionamenti, di apparenza assai nobile e
+allegrissimo, balla e canta graziosamente, e m'ho preso gran spasso
+con lui.
+
+FILIGENIO. Poiché tanto lodi la tua mercanzia, è segno che vuoi
+stravendere. Mi bastava solo che fusse stato giovane e di belle
+fattezze.
+
+MANGONE. Vi dolete dunque che ve l'abbi compro miglior di quello che
+me l'abbiate chiesto?
+
+FILIGENIO. Io non mi doglio di quel meglio, ma che tu con questo
+meglio mi vogli impiccar per la gola e vendermelo soverchio.
+
+MANGONE. Non l'ho detto per tale effetto, ma perché mi ricordo e so
+servir gli amici a' quali porto affezione.
+
+FILIGENIO. Te ne ringrazio: fallo calar qui giú, ché lo veggia.
+
+MANGONE. Filace, fa' calar quello schiavo. Vedrete che non v'ho detto
+bugia: avanzará con la presenza quello che vi ho depinto con le
+parole. Ma avertite che non vi lascerò un quattrino di trecento scudi,
+perché val cinquecento, e vo' che voi ne siate giudice.
+
+FILIGENIO. Io non ne ho a comprar la bellezza di lui, il bel
+ragionare, il cantare e il ballare; ma vo' che sia ben creato,
+gagliardo e che sappia servire.
+
+MANGONE. Eccolo, vedetelo bene, consideratelo; non vi ho chiesto
+soverchio.
+
+FILIGENIO. Non è di cattiva apparenza.
+
+
+SCENA VI.
+
+MELITEA travestita, MANGONE, FILIGENIO.
+
+
+MELITEA. Caro signore, che mi comandate?
+
+MANGONE. L'aspetto solo non vale un tesoro? vedeste mai schiavo piú
+bello, di miglior garbo e di piú nobile apparenza? Non si vede in
+costui quel naso schiacciato, quelle labra grosse rivolte in fuori;
+sempre col riso su le labra, e per lo volto e per gli occhi fiorisce
+la sua allegrezza; anzi, quanto piú lo miri piú ti piace mirarlo: or
+se fusse bianco, che si potrebbe mirar cosa piú bella? e ti giuro che
+mi par ora piú bello che quando lo comprai poco anzi.
+
+FILIGENIO. Hai ragione, è vero quanto dici.
+
+MANGONE. Avea fatto disegno, Amor mio, servirmi di te; ma poiché
+questo grand'uomo ti vuol comprare e so che ti fará carezze, ho
+stimato che sia meglio per te venderti a lui. Dimmi, lo servirai tu
+volentieri?
+
+MELITEA. Perché mi diceste prima che aveva a servir voi, mi era
+disposto servirvi con tutto l'animo. Ma poiché vi par meglio vendermi
+a questo gentiluomo, a me par ancor meglio, poiché quello che piace a
+voi, piace ancor a me. Le volontá de' padroni son legge de' servi: mi
+contento cosí ubbidirvi in ciò, come era disposto servirvi in ogni
+altra cosa.
+
+MANGONE. Non lo servirai molto tempo, perché ti fará libero presto.
+
+MELITEA. L'aspetto suo venerando mi mostra che i suoi costumi sieno
+pieni di dignitá e di cortesia; poi, vedendo quanto i miei servigi
+saranno amorevoli e pieni di affezione, non dubito di non esser ben
+trattato da lui e della mia libertá.
+
+MANGONE. Mirate che risposte argute. Di grazia, dimandateli alcuna
+cosa.
+
+FILIGENIO. Quale è il vostro nome?
+
+MELITEA. Amore: ché se ben la natura mi fe' nascer libero, amor mi fa
+viver schiavo, godendo di questa servitú cara e dolce piú d'ogni
+libertá: avendo il corpo schiavo, arò sempre l'animo libero. Servirò
+voi e il vostro figlio con grande amore; e se voi mi compraste con
+prezzo d'oro, a lui m'ho reso schiavo con prezzo di amore: e certo che
+riconosciuto che sará il mio amore, sarò degno di libertá.
+
+MANGONE. Il nome val ogni dinaro: sará certo nato nobile nel suo
+paese, perché ancora nelle miserie spira la sua nobiltá.
+
+FILIGENIO. Di che paese sei?
+
+MELITEA. Di Pirinaica.
+
+FILIGENIO. Di che cittá?
+
+MELITEA. Amorina.
+
+FILIGENIO. Dove sono questi paesi?
+
+MELITEA. Nella Morea.
+
+FILIGENIO. Come stai?
+
+MELITEA. Come posso, poiché non posso star come vorrei.
+
+FILIGENIO. Come sopporti la servitú?
+
+MELITEA. Con animo assai libero e franco, per sentir manco travaglio;
+perché colui che serve con animo servile, patisce due servitú, e del
+corpo e dell'animo.
+
+FILIGENIO. Mi pensava aver comprato un schiavo e ho comprato un
+filosofo.
+
+MANGONE. Il ragionar di costui non vale un regno?
+
+FILIGENIO. Quanto piú lo miro e ascolto ragionare, piú mi piace. Su,
+quanto ne domandi?
+
+MANGONE. Quanto volete voi darmi?
+
+FILIGENIO. A te sta il dimandar, a me il rispondere.
+
+MANGONE. Trecento scudi.
+
+FILIGENIO. È troppo.
+
+MANGONE. Ducento.
+
+FILIGENIO. È molto.
+
+MANGONE. Centocinquanta.
+
+FILIGENIO. È caro.
+
+MANGONE. Di questo che vi dico ora, non ne torrò un quattrino--ché
+farei torto a me stesso in dimandarne meno, e voi a darmegli:--cento
+scudi.
+
+FILIGENIO. Ed io non vo' far torto a te che ne dimandi il giusto, né a
+me che lo conosco, né al merito del schiavo. Eccoti cinquanta scudi:
+con l'arra che avesti prima, giongono al prezzo che m'hai chiesto.
+
+MANGONE. O che allegro cuore! or vadasi ad appiccare chi dice che si
+trova cosa che allegri il cuore piú dell'oro.
+
+FILIGENIO. Amor, andiamo a casa.
+
+MELITEA. Vi seguo con gran desiderio, né veggio l'ora di giungere.
+
+FILIGENIO. Mangone, a dio.
+
+MANGONE. In buon'ora.
+
+
+SCENA VII.
+
+PANFAGO, MANGONE, FILACE.
+
+
+PANFAGO. Padron mio caro, vi rechiamo alcune coselline; se ben poche,
+l'animo è grande e l'affezione.
+
+MANGONE. Queste son di soverchio assai; m'avete qui condotto meza
+Raguggia: mi bastavano due salcicciotti, un prosciutto per segno di
+amorevolezza. Filace, conduci cotesti giovani dentro, discaricagli e
+dágli alcuna ricreazione: ponigli assai robbe e vino innanzi e
+lasciagli mangiare a lor piacere.
+
+PANFAGO. Tutto è soverchio, amico caro: basta che bevano una volta per
+uno. Speditevi tosto.
+
+MANGONE. Mentre costoro si ricreano, noi fra tanto ragionaremo delle
+cose del mondo.
+
+PANFAGO. A vostro piacere.
+
+MANGONE. Ditemi, di grazia, il nome del padron vostro.
+
+PANFAGO. Il suo nome è Rastello Fallatutti di Monteladrone.
+
+MANGONE. Il vostro nome, accioché possa servirvi.
+
+PANFAGO. Rampicone di Maltivegna.
+
+MANGONE. Per quanto tempo il vostro misser Rastello Fallatutti si
+fermará in Napoli?
+
+PANFAGO. Mentre dará spaccio alla sua mercanzia. Verrá a voi al tardi
+o al piú domani, tratterá su questo negozio e, liberato dal peso,
+tornará quanto prima a Raguggia.
+
+MANGONE. Da dove vengono questi schiavi in Raguggia?
+
+PANFAGO. Da Segna in Raguggia, e d'indi li portano in diversi paesi.
+
+MANGONE. Quanti ne ha portati per vendergli?
+
+PANFAGO. Da quaranta in cinquanta, e giá li voleva portare in Ispagna;
+ma per aver incontrato per il camino certe fuste le quali facevano
+l'amore con la nostra nave, l'è paruto piú sicuro fermarsi qui in
+Napoli, se forse li potesse qui smaltire.
+
+MANGONE. Filace, vien qui fuori.
+
+FILACE. Eccomi.
+
+MANGONE. Hai dato da far collazione a quei giovani?
+
+FILACE. Sí, signore; e omai se l'han divorata e menano le mani assai
+valorosamente.
+
+PANFAGO. Son usati a menarle su le funi a' servigi della nave.
+
+FILACE. Eccoli che vengono fuori.
+
+PANFAGO. Avviatevi innanzi alla nave, sgombrate tosto: che fate? non
+vo' che vegnate meco, ch'io verrò appresso.
+
+MANGONE. Vi prego a ricordarvi che vi son servo, e raccommandatemi a
+misser Rastello Fallatutti di Monteladrone.
+
+PANFAGO. Egli vi si raccommanda di tutto cuore. A dio, MANGONE.
+
+MANGONE. A dio, Rampicone di Maltivegna.
+
+PANFAGO. A te è giá venuto il male, e ti ricorderai spesso del mio
+nome! Andrò a spogliarmi, e a casa di Alessandro a diluviare.
+
+
+
+
+ATTO IV.
+
+
+SCENA I.
+
+PANFAGO, ALESSANDRO.
+
+
+PANFAGO. Ho fatto una gran sciocchezza a farmi scappar Pirino dalle
+mani; ché per poterlo poi trovare non ho lasciato strada né casa
+d'amico che non abbi cerco, per gir a desinar con lui come restammo
+d'accordo: perché ho complito quello che ho promesso a lui, giusto è
+ch'egli complisca quello che ha promesso a me. Sí che per la soverchia
+fatica ho una sete ch'arrabio: penso che sia in casa di Alessandro e
+che apparecchi il banchetto, e tutti mi stieno aspettando. Ecco la
+casa. O che aura odorata che ne spira, annunciatrice di un eccellente
+apparecchio! Se non giungo a tempo della battaglia, almeno raccorrò le
+spoglie de' nemici: _tic, toc._
+
+ALESSANDRO. Chi è lá?
+
+PANFAGO. Amici!
+
+ALESSANDRO. Come ponno essere amici chi ne spezzano le porte?
+
+PANFAGO. Aprite tosto!
+
+ALESSANDRO. Chi sei?
+
+PANFAGO. Il soverchio bere ti ará tolto il vedere.
+
+ALESSANDRO. Chi dimandi tu?
+
+PANFAGO. Pirino, dico.
+
+ALESSANDRO. Non è in casa, è uscito poco fa.
+
+PANFAGO. Ha egli forse alzato il fianco?
+
+ALESSANDRO. Sí bene.
+
+PANFAGO. Non ha lasciato alcun bocconcello, alcun miserabil rilevo per
+me?
+
+ALESSANDRO. Nulla.
+
+PANFAGO. O mal d'affogaggine! Oimè, che la fame m'asciuga lo stomaco e
+la sete mi disecca le vene; ma possa io morir di mala morte, se non me
+ne farò vendetta e bona! Traditori assassini, che dispetto vi feci
+mai, che meritasse tanto scherno? farmi star tutto il giorno su le
+speranze, digiuno? Mi avete promesso per non attendere e m'avete
+onorato per beffarmi; ma farò che la beffe torni sopra voi, il cibo
+che avete divorato senza me farò che mal pro vi facci: ché non mi
+terranno tutte le catene del mondo, che non vada ora al dottore e non
+gli riveli tutte le furbarie che gli avete fatte. Avete rotto la fede
+a me, la romperò io a voi: li riempirò l'animo di gelosia,
+l'aspreggiarò tanto che da questa beffe ne germoglino danni, rumori e
+morti e quanto piú se può peggio. Un par mio digiuno a quest'ora, eh?
+
+
+SCENA II.
+
+DOTTORE, PANFAGO.
+
+
+DOTTORE. Panfago, dove vai?
+
+PANFAGO. Se non vi rovino tutti, ...
+
+DOTTORE. Che cosa hai?
+
+PANFAGO. ... cadano i cieli, se abissi la terra ...
+
+DOTTORE. Di chi ti rammarichi?
+
+PANFAGO. ... e si sconquassi il mondo!
+
+DOTTORE. Panfago, tu smanii; certo tu devi arrabbiar della fame.
+
+PANFAGO. Oh sète qui, dottore! la rabbia m'avea offuscata la vista
+d'un torto che vi è stato fatto: e se l'avessi potuto vendicar io
+senza la vostra saputa, l'arrei fatto assai volentieri; ma non
+potendo, vengo sforzato a dirvelo: è cosa che proprio non la posso
+digerire.
+
+DOTTORE. Io dubito che tu abbi digesto d'avanzo, e che essendoti stato
+promesso da desinare e venutoti meno, tu ti muoia della fame.
+
+PANFAGO. Ma vorrei che stimassi che le parole mie nascano da vero
+amore e da zelo del vostro onore, non da qualche mio interesse.
+
+DOTTORE. Che cosa dunque?
+
+PANFAGO. Sapete che Melitea vi è stata tolta e or sta in poter di
+Pirino?
+
+DOTTORE. Non può essere.
+
+PANFAGO. Quante cose paiono che non ponno esser, e pur sono? Ma
+accioché non pensiate che io parli in aria, m'offerisco a farvi veder
+ogni cosa con gli occhi propri.
+
+DOTTORE. Mangone si guarda da Pirino e da Forca, come il diavolo dalla
+croce; e Melitea sta inferma e carcerata, e son tre giorni che non ha
+cibo.
+
+PANFAGO. Pirino s'è tinto da schiavo e s'ha fatto vendere a Mangone da
+un gran furfante, come io, vestito da raguseo; e intrato in casa sua,
+ha vestito Melitea de' suoi panni e fattala comprar dal padre: e la
+burla è stata accetta e ricevuta, ...
+
+DOTTORE. Per farmi credere una bugia, ce ne aggiungi un'altra
+peggiore. Come voleva entrare e uscir dalla casa di Mangone, se vi sta
+un perpetuo guardiano?
+
+PANFAGO. ... ed il Forca è stato presente a tutto ...
+
+DOTTORE. O che testimonio m'adduci!
+
+PANFAGO. ... ed io a tutto son testimonio d'occhi. Né si ha vergognato
+di far una simile beffa ad un par vostro, ricco, dotto e di qualitá
+tanto stimate nella terra nostra. Chi è Pirino altro che un
+pidocchioso? chi è Forca se non un che meritarebbe essere stato
+afforcato prima che nascesse? ...
+
+DOTTORE. Orsú, basta, basta.
+
+PANFAGO. ... Or stanno abbracciati cosí stretti che l'aria non vi può
+star in mezo ...
+
+Dottore: Taci, non piú: ché me l'hai espressi cosí vivi che essermi
+gli contemplo presenti, e non veggendogli par di vedergli.
+
+PANFAGO. ... L'han fatto piú per svillaneggiarvi che per altro: or si
+ridono di voi, dicendo che abbracciar voi è abbracciar un morto, e che
+li movete vomito con la vista, sète pelle senza nervo, una vescica
+sgonfiata, che puzzate di cimitero e che piatite con la sepoltura, e
+che la notte la terreste sempre svegliata con l'orologio delle
+correggie, se dormisse con voi. ...
+
+DOTTORE. Ogni tua parola m'è un serpe velenoso che mi morde, una tigre
+che mi straccia.
+
+PANFAGO. ...Né gli bastava avervi beffeggiato, se alle beffe non
+s'aggiongevano l'ingiurie.
+
+DOTTORE. Io mi sento l'anima in uno istesso tempo assalita da contrari
+affetti, combattuta da una turba de nemici, da sdegno, da malinconia,
+da vergogna e da gelosia. La malinconia mi rode, la vergogna mi
+confonde, l'ira m'arde nel core, la gelosia mi boglie nell'anima. Ho
+melancolia che ho perduta l'innamorata, ho gelosia che altri la goda,
+ho sdegno che non m'ami, ho vergogna d'esser beffato; e se son vecchio
+ho il cervello giovane, e se ho la debolezza del corpo ho la prontezza
+dello spirito.
+
+PANFAGO. Se volete vendicarvi, bisogna prestezza e piú fare che dire,
+anzi il dire e il fare sia in un medesimo tempo: io vi aiuterò col
+consiglio e con l'esser a parte d'ogni fatica.
+
+DOTTORE. Assaltiamgli all'improvviso; ché essendo Pirino temerario ed
+audace ne' piaceri, sará timido nelle avversitá, ché sempre sogliono
+essere temeritá e paura in un medesimo soggetto. Andiamo a Mangone
+prima, veggiamo se Melitea sia in casa e poi rimediaremo al tutto.
+
+PANFAGO. Andiamo.
+
+DOTTORE. E se troverò che sia vero quanto hai detto, prenderò tal
+vendetta di loro che li farò pentir mille volte d'avermi ingiuriato.
+
+PANFAGO. Or do a desinare alla mia rabbia e da bere alla mia sete: la
+vendetta compenserá la noia dell'una e dell'altra.
+
+DOTTORE. Ecco la casa, io batto.
+
+PANFAGO. Io mi starò cosí chiuso nella cappa che costui non mi
+riconosca.
+
+
+SCENA III.
+
+MANGONE, DOTTORE, FILACE, PANFAGO.
+
+
+MANGONE. Padron caro, che furia è questa? Melitea sta a vostra posta;
+e se la volete cosí inferma come ella è, ve la darò or ora.
+
+DOTTORE. Dove è ella?
+
+MANGONE. Chiavata in camera strettamente.
+
+DOTTORE. Dici il vero; ma non in camera tua e da altri.
+
+MANGONE. Dubitate forse che Pirino e Forca non me l'abbino tolta?
+
+DOTTORE. Non lo dubito, ma lo tengo per certo: perché intendo che da
+Pirino e da Forca ti sia stata sbalzata di casa.
+
+MANGONE. Saranno eglino prima sbalzati da una forca.
+
+DOTTORE. Di grazia, toglimi da tale ambascia, ché mi bolle nel cor un
+strano desiderio di vederla.
+
+MANGONE. Volentieri. O Filace, o Filace!
+
+FILACE. Che volete?
+
+MANGONE. Che cali giú Melitea, ché la vuole veder il dottore.
+
+FILACE. Vado.
+
+MANGONE. Filace è un gran custode, molto astuto e sospettoso, e teme
+insin delle mosche. Poi, gabbar me? son un tristo e son
+ruffiano--bastavi questo,--e son il maggior ruffiano di tutto il
+ruffianesmo.
+
+FILACE. Mangone, la camera è aperta e dentro non v'è alcuno.
+
+MANGONE. Oimè, che m'hai ucciso!
+
+FILACE. Come ucciso?
+
+MANGONE. Parli pietre, me n'hai dato una in testa che m'ave ucciso. E
+per dove potria esser scampata?
+
+FILACE. Io non mi son mosso oggi di casa né fuor dell'uscio; e se non
+ha poste l'ali e scampata per le fenestre, non ha potuto scampar
+altronde.
+
+DOTTORE. Che dici ora? non parli?
+
+MANGONE. No, né può uscir fiato dalla gola: Forca m'ha strangolato.
+
+DOTTORE. Che ti dissi io?
+
+MANGONE. E mi fa peggio ch'egli m'abbi ingannato, ch'ogni altro
+forastiero. O Forca, ti veggia alzato in mezzo due forche che arrivino
+insin al cielo! o che Dio ti dia la mala ventura!
+
+DOTTORE. Tu l'hai avuta giá. Ma perché non cominci il lamento sopra i
+cinquecento ducati? Il lamento fallo sopra di te: che tu l'hai
+perduti, che colpa n'ho io?
+
+MANGONE. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono.
+O tristo me!
+
+DOTTORE. Anzi, me!
+
+MANGONE. Son rovinato.
+
+DOTTORE. Son rovinato ben io.
+
+MANGONE. Ho perduto cinquecento ducati.
+
+DOTTORE. Ho perduto l'innamorata.
+
+MANGONE. Son punito delle beffe che m'ho fatto di lui.
+
+DOTTORE. Come t'hai lasciato ingannare?
+
+MANGONE. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un
+raguseo il qual m'ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi
+penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la
+cagione della mia ruina.
+
+DOTTORE. Come ti colse quel raguseo?
+
+MANGONE. Con un presente di molto prezzo; e non m'accorsi che sotto la
+maschera di quel presente stava nascosta la trappola.
+
+PANFAGO. Ditegli che vi mostri quel presente.
+
+DOTTORE. Di grazia, fammi veder quel presente per isgannarmi.
+
+PANFAGO. Filace, conduci qui quel presente che mi portò il raguseo.
+
+DOTTORE. Sai tu come si chiamava quel raguseo?
+
+MANGONE. Sí bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone.
+
+DOTTORE. Se ti disse che si chiamava Rastello, ché ti rastellava, e
+Fallatutti, ché fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che
+non fallasse ancor te?
+
+MANGONE. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna.
+
+DOTTORE. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t'è venuto.
+
+MANGONE. E gli feci una buonissima collazione.
+
+DOTTORE. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te
+ingannava.
+
+MANGONE. Prego Iddio che gli facci mal pro.
+
+PANFAGO. A te porta il presente, Filace.
+
+MANGONE. Ponnosi veder le piú belle provature, formaggi, bottarghe e
+barilotti di malvagía?
+
+PANFAGO. Diteli che le provi un poco.
+
+DOTTORE. Di grazia, provatene alcune.
+
+MANGONE. Odorerò il vino. O gaglioffo traditore! il barilotto è pieno
+di piscio, le bottarghe sono di mattoni, il formaggio di pietra e le
+provature vessiche piene di sporchezza! O Dio, non gli bastava
+l'ingiuria, se non giongeva ingiurie ad ingiurie!
+
+DOTTORE. Con tutt'i mei guai pur mi vengon le risa. Fa' cercar meglio
+per la casa se forse Melitea si fusse nascosta.
+
+MANGONE. Camina su, bestiaccia; non lasciar luogo da cercare. Ma che
+dispiacer feci mai a quel raguseo, ché mi avessi a trattar cosí male?
+
+DOTTORE. Deve essere amico di Pirino e di Forca, e per far piacere a
+loro è stato ministro del tuo danno.
+
+MANGONE. Or che mi ricordo, avea una ciera di furfantaccio, d'un
+malandrino, d'un ladrone, e rassomigliava tutto a costui.
+
+PANFAGO. Menti per la gola, ch'io non ho ciera di malandrino.
+
+MANGONE. Possa morir di mala morte, se tutto non rassomigliava a te!
+
+PANFAGO. Mio padre fu raguseo, e in Raguggia ho un fratello che tutto
+rassomiglia a me. Io non ce ho colpa né in fatti né in parole.
+
+MANGONE. O Dio, che mi giova di essere uomo da bene, se la disgrazia
+mi persegue e altri invidiano il mio guadagno? Se vi dovesse spendere
+tutta la mia robba, io il porrò in mano del boia.
+
+
+SCENA IV.
+
+FILACE, DOTTORE, MANGONE, PANFAGO, MUTO.
+
+
+FILACE. Padrone, ho ritrovato costui nascosto con le vesti di Melitea.
+
+MANGONE. Ecco qui il ladro, ecco qui l'assassino, che ancor tiene
+adosso le vesti di Melitea.
+
+DOTTORE. Mangone, da costui si potrá sapere il fondamento del fatto.
+
+MANGONE. Vien qui, traditore; onde hai tolte le vesti, ove è colei a
+cui le togliesti?
+
+DOTTORE. Mira come sta saldo, come se non dicesse a lui! non si degna
+respondere. Dimmi, dove è quella donna padrona delle vesti che tieni
+adosso?
+
+MANGONE. Il manigoldo finge non intender; che parliamo noi arabo o
+greco? Dimmi, come sei qui?
+
+DOTTORE. Finge il sordo: noi parliamo ed ei mira altrove.
+
+MANGONE. Mira che ride. Fa del fastoso e alieno; or si fa beffe di noi
+e cava fuori la lingua.
+
+DOTTORE. Balla, salta e fa atto da pazzo.
+
+MANGONE. Filace, tienlo che non ti scappi, ché ne scapperebbe la
+speranza di non averne a sapere mai piú il fatto come è passato.
+
+DOTTORE. Finge il muto e il sordo.
+
+MANGONE. Dubito che da dovero non sia sordo e muto.
+
+DOTTORE. Parlagli con i cenni e con le mani, se forse t'intende.
+
+MANGONE. Appunto. Bisogna parlargli con le mani da dovero.
+
+DOTTORE. Zappiamo nell'acqua.
+
+MANGONE. Non v'accorgete della industria di Forca? S'ha servito per
+stromento di questa trappola d'un sordo, muto e pazzo, accioché,
+essendo qui ritrovato e dimandato dalla giustizia, ei non possa dar
+indicio di alcuna cosa.
+
+DOTTORE. Chi ha fatto la pentola, ha saputo ancor far la manica. Non
+v'accorgete che è matto e pazzo?
+
+MANGONE. Filace, recami qui un bastone, ché quel solo ha virtú di far
+intendere a sordi e parlare a muti.
+
+DOTTORE. Mentre egli viene, io vo' far prova se nelle pugna e ne'
+calci fusse la medesima virtú. Vòlgeti qua, se non mi racconti il
+fatto come sia gito, arai per ora un saggio di pugna. Non vuoi
+rispondere? toccherai delle busse.
+
+MANGONE. Giá ti è stato detto due volte; alla terza viene il buono.
+Dimmi, in tua malora, chi t'ha posto in dosso queste vesti? Ragiona,
+se vuoi. Io ... oimè, oimè, mi uccide; aiutami, aiutami, dottore!
+
+DOTTORE. Oimè, che mi stringe; aiutami, Panfago!
+
+PANFAGO. Oimè, dottor, aiutami, che m'ha posto le mani alla gola e mi
+stringe cosí forte che mi strangola, che non potrò inghiottir mai piú
+intieri i ravioli!
+
+DOTTORE. Di nuovo è tornato a me. Panfago, dove fuggi?
+
+PANFAGO. Per trovar armi e amici.
+
+DOTTORE. Férmati, pazzo indemoniato, dove mi strascini?
+
+MANGONE. Tieni, para, Panfago, ché non ne scappi.
+
+PANFAGO. Non vo' impacciarmi con pazzi, io.
+
+MANGONE. Tieni, tieni!
+
+PANFAGO. Lasciatelo andar in malora, che si rompa il collo!
+
+FILACE. Ecco il bastone.
+
+MANGONE. Vieni con l'armi dopo la rotta! Io vo' andare a trovare il
+raguseo, chiarirmi del tutto e ricuperar il mio; tu resta guardiano
+della casa.
+
+DOTTORE. La dovevi far guardar prima: ti porrai la celata dopo rotta
+la testa!
+
+FILACE. Cosí farò.
+
+
+SCENA V.
+
+DOTTORE, PANFAGO, FORCA, PIRINO.
+
+
+DOTTORE. Panfago, non star piú nascosto: il pazzo è gito via.
+
+PANFAGO. O a che periglio mi son oggi trovato d'esser strangolato e
+non poter piú mangiare! Or non poteva attaccarmisi piú tosto con i
+denti al naso, strapparmi l'orecchie o ficcarmi i diti negli occhi?
+Parve che il diavolo proprio gli drizzasse le mani alla gola per farmi
+dar in preda della disperazione, e che mi appicassi con le mie mani o
+fusse precipizio di me stesso.
+
+DOTTORE. Una tempesta di pensieri non mi lascia riposare: ardo d'un
+doppio fuoco d'amore e d'ira: l'uno mi spinge a tor vendetta di
+costoro, l'altro m'incende d'amore; vorrei sfogar l'ira, ma l'amor mi
+tien ligato; l'ira m'inferma e il desiderio m'accende; e sí grande è
+l'una e l'altro, che la bilancia sta dubbia dove debba calare.
+Panfago, se non mi aiuti non posso riposare.
+
+PANFAGO. Se prima non fo un poco di collazione e mi beva duo
+bicchieretti di vino, non arai ben di me tutt'oggi.
+
+DOTTORE. Se mi darai modo che ricuperi Melitea e mi vendichi di
+costoro, ti darò tal mancia che non arai piú a morirti di fame mentre
+sarai vivo.
+
+PANFAGO. Mi dá l'animo che la trappola che han tesa contro te
+scoccherá contro loro: gli faremo un tratto doppio, che avendola
+comperata per cinquecento ducati, l'abbi per cento, anzi per nulla.
+
+DOTTORE. Tu mi curerai di due malatie, di amor, di gelosia: e dell'una
+risanandome, dell'altra riempiendomi di speranza. Fa' questo, ch'io
+non ti mancherò di quanto ti ho promesso.
+
+PANFAGO. Ascolta quanto dico.
+
+FORCA. (Giá espugnata la fortezza e soggiogati i nemici, potrai entrar
+in una casa e goder delle spoglie de tuoi nemici).
+
+PIRINO. (Taci, che gli inimici ancor sono in campagna. Veggio Panfago
+e il dottore a stretti ragionamenti).
+
+FORCA. (Chi sa se gli scuopre i nostri secreti?).
+
+PIRINO. (La fortuna comincia i suoi cattivi effetti: siam rovinati).
+
+FORCA. (Lo so: vorrei che dicesse cosa che non sapessi. Scostiamoci e
+ascoltiamo che dicono).
+
+PANFAGO. Poiché costoro han tinto di carbone la faccia a Melitea e
+l'han fatta comprar da quel buon vecchio--e or è in casa sua,--andiamo
+a Filigenio, scopriamogli la veritá; essageraremo il negozio, che
+arderá di sdegno contro il figlio, porrá Forca in una galea, cacciará
+Melitea di casa sua per i capegli a bastonate.
+
+PIRINO. (Intendi?).
+
+FORCA. (Intendo, sto attento; taci).
+
+DOTTORE. Egli nol crederá.
+
+PANFAGO. Anzi lo crederá prima che s'apra la bocca, che i vecchi son
+di natura sospetti, e giá del fatto v'è in sospetto; e quando fusse
+restio a crederlo, della veritá ne potremo far veder subito
+l'isperienza: ché lavatole la faccia restará bianca e, se vuol toccar
+con mano se sia femina o maschio, le scalzi le brache e lo vederá.
+
+PIRINO. (O Dio, che odo, che veggio! o che fusse nato sordo e cieco!
+ecco disperate le mie speranze).
+
+FORCA. (Ecco rovinata l'occasione di condur ad effetto cosí
+bell'opera).
+
+DOTTORE. Io non vo' che la cacci altrimente; ma diamela di buona
+voglia, ch'io gli rimborserò i suoi cento scudi.
+
+PANFAGO. Se volete far questo, vo' che allegramente ...
+
+Pirino (O diavolo ...)
+
+PANFAGO. ... vi porti a casa sua ...
+
+PIRINO. (... porti te, e quanti sono de' tuoi pari).
+
+PANFAGO. ... e te la consegni per la mano. Cosí gli faremo conoscere
+che, se la volpe è maliziosa, piú malizioso è chi la prende: ché uno
+pensa la volpe e altro chi ordina la tagliola.
+
+DOTTORE. M'hai tirato nel tuo parere e m'hai posto in nuova speranza
+di riaverla. Orsú, andiamo a casa di Filigenio.
+
+PANFAGO. Io l'ho visto or ora a' Banchi: andiam per costá, ché
+l'incontraremo per fermo. E sará bene che né Pirino né Forca ci veggia
+insieme; ma, mentre che stanno addormentati in tanta allegrezza né
+curan piú d'altro, non s'accorgano che vogliamo rovinargli e possano
+preveder l'apparecchio.
+
+PIRINO. O fortuna, sei piena d'aggiramenti! sperava da te mia madregna
+qualche effetto di madre, ma m'accorgo ch'ancor sono ammogliato con la
+disgrazia, perché non fo un disegno, che la fortuna non ne faccia un
+altro in contrario.
+
+FORCA. Ma io, sciocco ignorante, come non avessi mai fatto altra
+truffa, ho avuto fede ad uno che ha mancato sempre di fede.
+
+PIRINO. O Forca, Dio tel perdoni! io te ne avisai prima, che costui ci
+avrebbe tradito, ché era uomo che parlava con tutti e d'ogni cosa che
+li vien in bocca; non essendosi saputo da lui, non si sarebbe saputo
+altronde.
+
+FORCA. Voi foste piú presto a esseguire ch'io a dirlo, e non mi deste
+tempo a mutar proposito.
+
+PIRINO. E quel che piú mi molesta è che l'impresa cominciata e
+proseguita con tanta gloria, or ci partorisca contrario effetto; e ci
+assassinano con l'astuzie imparate da noi.
+
+FORCA. Ho fatto quanto ho saputo e potuto, e v'è successo ogni cosa
+contra la vostra opinione: questo è vizio della imperfetta nostra
+umana natura, ché discorgendo un ingegno, per savio che sia, sempre
+suol restare ingannato.
+
+PIRINO. Ma cosa si ha piú astuta della disgrazia? Oimè, oimè!
+
+FORCA. Rincora te stesso e sta' in buon animo.
+
+PIRINO. Come starò di buon animo, se ho perduto l'animo? e
+togliendomesi Melitea, mi si toglie l'anima mia; con la perdita di
+costei io perdo tutte le mie speranze: o dolore insopportabile, ecco
+finita ogni cosa!
+
+FORCA. Io ti dico che non è finita ogni cosa: fa' buon cuore.
+
+PIRINO. Io son tanto atterrito dalle fortune passate e dalla
+disperazione delle presenti, che non oso sperar nelle cose avvenire.
+La nostra rappresentazione ha mutato faccia: rappresentiamo una favola
+contraria a quella di prima! Mio padre, in sentir questo, cacciará
+subito Melitea di casa, e io non arò piú animo di comparirgli dinanzi.
+
+FORCA. Ed a me bisogna far voto a san Mazzeo per la schena.
+
+PIRINO. Son in un mar di travagli; né per tanti travagli l'amor scema,
+anzi piú cresce: o disgrazia senza rimedio!
+
+FORCA. Dico che non è senza rimedio, né questo è tempo di consumarlo
+in lamenti.
+
+PIRINO. Il piangere è fatto mio famigliare.
+
+FORCA. Vo volgendo per l'animo molte cose. O bel tiro mi sovviene!
+facciamo cosí, ché racconciaremo l'errore e daremo miglior perfezione
+all'opra, anzi--o bel pensiero!--castigheremo l'ardir loro, e vostro
+padre ancora, per avergli dato credenza, e ci vendicheremo di Panfago,
+e io provederò alla mia schena: faremo tre servigi ad un tempo.
+
+PIRINO. Deh, conservator della mia vita, ritornami vivo con qualche
+speranza!
+
+FORCA. Andiamo a trovare il pazzo, che stará in casa di Alessandro,
+conduciamolo in casa tua, tingiamoli la faccia con carboni e vestimolo
+delle vesti che tien or adosso Melitea; e sbalziamo Melitea fuor di
+casa tua e conduciamola in quella di ALESSANDRO. Qua verrá il dottore
+a lamentarsi con Filigenio, gli consegnerá il pazzo, pensandosi
+consegnargli Melitea; e se li laveranno la faccia, troveranno altro
+che pensano: restará l'uno e l'altro schernito, anzi verranno insieme
+a cattive parole. Poi troveremo un capitano di birri e faremo tor
+Panfago, con dir che ha rubato le vesti del schiavo e del raguseo ad
+Alessandro; e andaremo in casa sua, dove si troveranno, perché ivi se
+l'ha spogliate; e noi serviremo per testimoni: ché se non sará
+appicato, almeno lo faremo andar in galea in vita e ci vendicheremo di
+lui. Poi informaremo Alessandro del tutto e lo mandaremo a Filigenio
+per lo schiavo: ei gridará e gli dirá ingiurie. Alessandro gli dirá
+che è figlio di un gran signore; e che non s'accordi, se non gli cava
+di mano almen trecento scudi. E li faremo costar tanto l'aver creduto
+al dottore; voi ve lo restituirete in vostra grazia, ed io schivarò un
+maligno influsso di bastonate che mi sarebbon piovute dal Cielo.
+
+PIRINO. O Forca mio dolce, o Forca mio di zucchero, Forca che dái la
+vita a' morti e non la togli a' vivi, ho preso animo e giá con la
+speranza abbraccio Melitea; ma non perdiam tempo, ché potria venir mio
+padre.
+
+FORCA. Andate in casa, lavate la faccia a Melitea, fatele spogliar le
+vesti, e scampate per la porta di dietro; ch'io fra tanto vi condurrò
+il pazzo.
+
+PIRINO. Cosí farò: _toc, toc._
+
+
+SCENA VI.
+
+MELITEA, PIRINO, FORCA, MUTO.
+
+
+MELITEA. Che dimandate, padron mio caro?
+
+PIRINO. Il tesoro della bellezza, la monarchia delle grazie, la
+dolcissima mia padrona, accioché mi rallegri cosí il cuor con la sua
+presenza, come gli occhi con la sua bellezza.
+
+MELITEA. In questa casa per ora non ci abita persona di tanto momento;
+ma se cercate una schiava nera, venduta per vilissimo prezzo, vile,
+brutta e disgraziata, che non ha altro in sé di buono che amore e
+fede, l'avete dinanzi agli occhi.
+
+PIRINO. Non cosí splende il sole, quando ha alquanto ricoperti i suoi
+raggi di nuvoli, come le due chiare stelle de' vostri begli occhi
+lampeggiano sotto la nera tinta, ché a pena posso soffrire i suoi
+ardentissimi lampi; né cosí i carboni rilucono sotto il cenere, come
+porporeggiano i vostri labrucci di rubini: anzi la tinta istessa par
+troppo festosa e superba nella vostra faccia, né scorgono gli occhi
+miei cosa piú bella di lei. Deh, lascia questo non tuo, ma suo falso
+colore! sparisci via, invidioso carbone, e non celar piú al mondo
+quella faccia di rose, quelle carni impastate di perle, quel raro
+paragon di bellezza, dinanzi al quale ogni cosa, per bella che sia,
+par brutta; e come fin ora son stato uditore della suavissima sua
+voce, cosí sia spettatore della sua leggiadria: e se la voce mi
+rallegra, quanto mi fará beato la sua bellezza?
+
+MELITEA. Queste lodi non convengono alla schiava che ben conosce il
+suo proprio merito, ma alla generositá dell'animo del suo padrone.
+
+PIRINO. Dove è vero amore, non ci sono lusinghe e inganni.
+
+FORCA. Padrone, questo non è tempo da scherzi: abbiam bisogno di
+prestezza e che i fatti prevengano le parole, se non, siam rovinati.
+
+MELITEA. Oimè, non sono ancor finiti i nostri affanni? infelici noi,
+quando saremo felici? abbiam scampato da ladri, dalla casa e dalle
+mani del ruffiano, e in casa vostra ancor temo? chi piú infelici di
+noi, se anco nelle felicitá siamo infelici?
+
+PIRINO. Fate conto, signora, che la fortuna per questa volta ha fatto
+come il buon cuoco che, per tor la soverchia dolcezza delle vivande,
+ci mescola un poco di agresto; cosí per aver acquistata Melitea, per
+moderar tanta gioia, mi fa assaggiar questo poco di molestia: però,
+vita mia, entriamo e spogliatevi le vesti.
+
+MELITEA. Non si potrebbe ciò far senza spogliar le vesti?
+
+PIRINO. Perché, cor mio?
+
+MELITEA. Perché avendole vestite voi prima e or vestendole io, par che
+da tutte le parti sia abbracciata da voi.
+
+FORCA. Entrate, signora, e senza lasciar ponto di sollecitudine
+avanziamogli di prestezza. Eccovi la tinta di carboni, tingete la
+faccia del pazzo e vestitelo de' panni di costei; ma presto entriamo,
+ché veggio il dottore e Panfago e di lá spunta FILIGENIO. Fate presto
+e fuggite per la porta di dietro.
+
+
+SCENA VII.
+
+DOTTORE, PANFAGO, FILIGENIO.
+
+
+DOTTORE. Sappiate, Filigenio caro, che non è sí brutto il fatto
+istesso, come il modo con che l'han fatto; perché si son serviti della
+vostra persona per intermedio della propria furfantaria, e farvi
+ruffiano di vostro figlio; e se nol credete, potrete or ora vederne
+l'esperienza, perché lavando la faccia a quello schiavo che avete in
+casa, diverrá bella, bianca e pulita, e se volete veder piú innanzi,
+la troverete femina in carne e ossa.
+
+PANFAGO. E se ben, innamorato di quella puttana, la poteva aver con
+alcuni dinari, Pirino e Forca, per maggior vostra beffe e per
+ridersene fra loro alla sgangherata, se hanno voluto servir de' vostri
+dinari: eccoli scelerati contro voi, ingiuriosi contro me e profani
+contro Iddio.
+
+FILIGENIO. So che tutto è vero quanto dite, e conosco che tanto eglino
+sono stati astuti quanto io sciocco. Ah Forca ribaldo, ah figlio
+iniquo, ah traditore Alessandro! cosí sono da tutti voi egualmente
+beffato! Quando io diverrò savio, se a capo di sessanta anni mi lascio
+beffar da giovani? Or m'accorgo che quello schiavo ch'io comprai avea
+piú fattezze donnesche che virili, e con un parlar delicato e toscano,
+anzi--o sciocco me!--con un scherzevol riso, con certe cerimoniose e
+oscure parole significava esser innamorata di mio figlio; e io
+sempliciaccio non me n'accorgeva. Ma che sciocchezza fu la mia a
+credergli cosí subito! Veramente, quando le stelle s'accordano alla
+ruina di alcuno, alla prima gli togliono la prudenza. Ma io ne farò
+ben vendetta! Contro la puttana mi saziarò ben di schiaffi, pugna e
+calci e tirare de' capelli; Forca porrò in una galea; al figlio darò
+perpetuo bando di casa mia. O che rabbioso sdegno! lo sdegno avanzará
+l'amore, la rabbia la pietade.
+
+DOTTORE. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l'error è giá
+fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore.
+
+FILIGENIO. Dite, di grazia, ch'io son cosí riscaldato dall'ira che
+dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche
+sproposito.
+
+DOTTORE. Io vo' che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio
+e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti
+dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento
+ducati.
+
+FILIGENIO. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un
+castigo barbaro vendicarmi d'ingiurie sí vituperose.
+
+DOTTORE. Questo non vorrei io, ch'ella non patirebbe alcun male che
+non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi.
+
+FILIGENIO. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man di
+Forca?
+
+DOTTORE. Che Forca? che scudi? chi v'ha dato ad intendere una simil
+favola?
+
+FILIGENIO. Me l'ha chiesti Forca da vostra parte.
+
+DOTTORE. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che
+pèrdono tempo al banco.
+
+FILIGENIO. Misero me, che da ogni banda sono aggirato.
+
+DOTTORE. Entriamo in casa e ve li contarò.
+
+FILIGENIO. Entriamo.
+
+DOTTORE. Panfago, va' a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, ché
+vogliamo tutti rallegrarci: to' gli danari.
+
+PANFAGO. Sia benedetto Dio che pur m'è toccato di apparecchiare un
+desinare a mio modo e di far un pignato grasso.
+
+
+SCENA VIII.
+
+PIRINO, MELITEA, FORCA.
+
+
+PIRINO. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d'amore nel
+principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in
+tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo
+augurio che i Cieli v'abbino servato per me, e che saremo nostri.
+
+MELITEA. Io non mi affligo per me ma per voi, stando io sicura che mi
+aiutarete, se non quanto io, almeno quanto merita l'amor mio; e
+travaglimi la fortuna quanto gli piace.
+
+PIRINO. Vita mia, con tanta cortesia piú m'obbligate e mi sforzate ad
+esser piú vostro che mio, e se il destino facesse che non avesse ad
+esser vostro, almeno non sarò d'altri. Questo allontanarci da casa
+nostra non è per altro che per schivar una burasca che n'è
+sovragionta, ché portavamo pericolo di affogarci nel porto.
+
+FORCA. Or che nôtate nel golfo delle dolcezze, non si fa piú memoria
+del povero Forca, cagion del vostro giubilo.
+
+PIRINO. Forca, sta' sicuro che mentre arò core arò memoria di tanto
+beneficio, accioché venendo l'occasione possa premiar l'amor e la fede
+verso me.
+
+MELITEA. Ed io riserbo la ricompensa, quando sarò in miglior stato;
+ché adesso non posso mostrar segno del mio buon animo.
+
+FORCA. Ed io pregherò Iddio che mai scompagni cosí bella coppia di
+sposi i quali, per etá, per nobiltá e costumi e bellezza, son
+degnissimi l'un dell'altro. Intanto, entrate in casa di Alessandro, e
+il passato pericolo vi renda assai piú cauti e diligenti: ché qui, di
+fuori, vi potrebbe vedere il dottore o Mangone o il padre istesso, e
+ad una tempesta se ne aggiongerebbe un'altra. Informate Alessandro di
+quello che abbia a dire a vostro padre e inviatelo fuori; fra tanto io
+m'armerò d'una corazzina di falsitadi e di bugie, che possa star saldo
+ad ogni gran bòtta di veritá: e gli farò credere che voi siate il piú
+onesto figlio che si trovi, io un santo e i nostri emuli traditori. Ma
+la sua porta s'apre: sgombriamo tosto.
+
+
+SCENA IX.
+
+DOTTORE, MUTO.
+
+
+DOTTORE. Ecco che tocco il ciel col dito. Chi è al mondo piú felice di
+me, che della acquistata vittoria porto meco il trionfo e le spoglie
+de' nemici, e avendola acquistata, ancor non credo di averla? Era il
+mio amor stato vinto da altrui astuzia, or il mio valore ha vinto
+l'altrui malizia. O voi che fastosamente altieri schernivate la mia
+semplicitá, o voi che solo pensavate sapere al mondo, ecco ch'io
+sovrasto a voi quanto pensavate di calcar me. O Dio, quanto è grande
+la forza della sua bellezza, perché non basta la nera tinta a
+nasconderla, anzi la rende piú chiara e piú risplendente! Lo splendor
+che scintilla da' tuoi chiari soli, non bastava un uomo a sostenerlo;
+or fatto un poco piú opaco, ricevé tal temperamento che confortano non
+abbagliano, rischiarano non acciecano, avvivano non uccidono l'altrui
+viste. Or quanto sarai bella, quando sarai bianca divenuta? Ecco,
+carissima Melitea, sarai padrona della casa o mia regina; e se mi
+facci un figlio, mia carissima moglie, per te obliarò la perdita della
+mia amata consorte e la rapina dell'unica mia figliuola Alcesia. Anzi
+reputa, da oggi innanzi, che io sia tuo servo, e in dono ti do tutta
+la mia robba e me medesimo. Che dici, cor mio? rispondi, dolce anima
+mia; fa' che senta il suono di quelle parole che solo portano
+consolazione all'anima mia. Ma tu ridi, scherzi e balli: o che
+allegrezza, o che giubilo ha d'esser scampata dalle mani di quello
+importuno e fastidioso di Pirino, ed esser in mio potere! Sempre mi
+son accorto, ben mio, che tu mi amavi: è del tuo sommo giudicio
+sprezzar i giovani e amar uomini di consiglio e di riputazione. Ma
+perché non entro, non volo in casa mia, in camera, in letto? Entra,
+vita mia: questa è tua casa.
+
+
+SCENA X.
+
+FILIGENIO, FORCA.
+
+
+FILIGENIO. La ragion n'insegna, l'esperienza ne dimostra, l'autoritá
+ne conferma che camina piú tardi un bugiardo che un zoppo. Quel
+scelerato di Forca mi avea dato ad intendere molte girandole; ma non
+sono state molto tempo a scoprirsi. Ma ecco il liberator delle
+puttane, il venditor de' liberi per schiavi, l'ingannator de'
+ruffiani, l'assassino de' vecchi, la ruina de' giovani, la fucina e
+l'architetto d'inganni, e la forca che conduce gli uomini alla forca;
+e che rispondi?
+
+FORCA. Io non posso trovar cosí belle parole per ringraziarvi di cosí
+illustri titoli che mi date.
+
+FILIGENIO. Io non so che dir piú, né posso dir tanto che non sia mille
+volte piú di quel che dico.
+
+FORCA. A chi fo male io?
+
+FILIGENIO. Agli amici, agli inimici, a quanti puoi.
+
+FORCA. Nessuno stima questo di me.
+
+FILIGENIO. Perché tutti lo tengono per fermo.
+
+FORCA. Quei che sono cattivi, stimano che tutti gli altri sieno
+cattivi.
+
+FILIGENIO. Dunque, io son un tristo che stimo te il piú tristo uomo
+del mondo?
+
+FORCA. Non dico questo io, né è convenevole a un servo dirlo: ma
+guardatevi che non lo dica altri a cui piú conviene. (A tuo dispetto
+ti sommergerò in un mar di bugie, e se scamperai da un scoglio,
+romperai in un altro). Padrone, voi mi avete per un tristo, perché son
+troppo buono: ché a tempi d'oggi per esser stimato buono dal tuo
+padrone, bisogna rubbarlo, assassinarlo a tutto suo potere. Ma perché
+mi stimate cosí tristo, che effetto cattivo avete di me veduto?
+
+FILIGENIO. Puoi negar tu che non sia il maggior ribaldo del mondo?
+
+FORCA. A me non convien negarlo né affermarlo: ché negandolo farei voi
+bugiardo, e affermandolo direi bugia. Ma io nacqui al mondo sotto
+cattivo pianeta, assai disgraziato. Ma se voi deposta la còlera e
+l'ira, volete intendere il vero, il dico liberamente: e vo' che siate
+il mio giudice, poi ch'io purgherò le mie calunnie, e m'averete per un
+uomo da bene.
+
+FILIGENIO. Vien qua, rispondimi a quanto ti domando.
+
+FORCA. Eccomi.
+
+FILIGENIO. Non hai tu tinto la faccia di carboni a mio figlio e
+vendutolo al ruffiano? poi tinta la faccia di carboni alla puttana, e
+l'hai fatta comprar da me, facendomi pregar da Alessandro?
+
+FORCA. Giesú! vostro figlio va libero per la cittá con la faccia
+bianca per testimonio della veritá e di colui che vi ha detto il
+contrario. Ma ditemi, di grazia, la puttana, che avete comprata con la
+faccia tinta, l'avete lavata la faccia per scoprir la veritá?
+
+FILIGENIO. Non io.
+
+FORCA. Perché dunque, per far la prova delle altrui astuzie e della
+mia furfantaria, non faceste tal esperienza? Dio vel perdoni! ché,
+chiarito della veritá, or con giusta cagione avresti cagione di
+uccidermi di bastonate, disgraziar vostro figlio e dolervi di
+Alessandro senza scusa.
+
+FILIGENIO. Non m'hai tu chiesto cento scudi per dargli al dottore, con
+darmi ad intendere che voleva rifiutar la puttana?
+
+FORCA. Voi li avete dati a me, io al dottore.
+
+FILIGENIO. Egli m'ha detto che ciò non fu mai, e che ha duomila scudi
+al banco per suo servigio.
+
+FORCA. Chiamo in testimonio Iddio!
+
+FILIGENIO. Chiami in testimonio chi è tuo nemico capitale.
+
+FORCA. Dubito che v'abbia negato questo per farsi qualche altra somma
+di maggior importanza: però state in cervello, perché è un gran baro,
+vostro nimico, del figlio e mio; e dubito che non ve l'abbi attaccata
+giá; e faccia Dio che il mio dubitar sia vano!
+
+FILIGENIO. Ma a vostro dispetto io ho ricoverati i miei cento ducati e
+scacciata la puttana di casa.
+
+FORCA. Che cento scudi? che puttana?
+
+FILIGENIO. Quella che m'avea pregato Alessandro ch'avesse comprata per
+lui.
+
+FORCA. O padrone, avete avuto gran torto creder piú ad un bugiardo che
+ad Alessandro, gentiluomo amico e mio vicino. Com'egli sappia questo,
+s'adirerá con voi.
+
+FILIGENIO. Tu sei un gran ladro.
+
+FORCA. Sarò piú tosto un grande indovino.
+
+FILIGENIO. Tu pensi aggirarmi di nuovo, ma non m'aggirerai.
+
+FORCA. È vero, perché sète stato aggirato giá.
+
+FILIGENIO. Sempre tu meschi un poco di veritá per darmi ad intendere
+una gran bugia.
+
+FORCA. Ed or avete creduta una gran bugia senza punto di veritá. Vi
+dico il vero, non vi sono adulatore, se non l'avete per male; ma Iddio
+m'aiutará.
+
+FILIGENIO. Iddio non aiuta forfanti pari tuoi.
+
+FORCA. Ma ecco Alessandro. Oh, siate il ben venuto: da lui potrete
+intendere il vero.
+
+
+SCENA XI.
+
+ALESSANDRO, FILIGENIO, FORCA.
+
+
+ALESSANDRO. Vengo desioso a trovar Filigenio mio amicissimo.
+
+FILIGENIO. Anzi capitalissimo inimico; e vo' piú tosto l'odio di
+molti, che la tua amicizia, ...
+
+ALESSANDRO. Questo è un principio d'una grande ingiuria.
+
+FILIGENIO. ... poiché cosí trattate gli amici vostri.
+
+ALESSANDRO. Oimè, che dite?
+
+FILIGENIO. Il vero. Con iscusa che fate piacere ad un mio figliuolo,
+fate a lui e a me un grandissimo dispiacere.
+
+ALESSANDRO. Questa è una maniera di notarmi d'infideltá, e queste
+parole pungenti fanno disconvenevole ogni convenevolezza, e io da ogni
+persona aspetterei di udir simili parole fuorché da voi, il qual non
+offesi mai in cosa alcuna, se pur non ho offeso in averlo
+soverchiamente riverito e onorato.
+
+FILIGENIO. Cose indegne di buon vicino.
+
+ALESSANDRO. La sinceritá della mia fede credo l'avete veduta agli
+effetti.
+
+FILIGENIO. Non merita questo l'amore.
+
+ALESSANDRO. Lassatemi dire.
+
+FILIGENIO. Non voglio.
+
+ALESSANDRO. Ascoltate.
+
+FILIGENIO. Non piú parole.
+
+ALESSANDRO. Io, io ...
+
+FILIGENIO. Anzi io ...
+
+ALESSANDRO. Tacete, ché non sapete quello che voglia dire.
+
+FILIGENIO. Né voi sapete quello che voglio rispondere. Non meritava
+questo l'amor che vi ho portato; e v'ho stimato gen-* *tiluomo, né vi
+diedi cagion mai di dolervi di me, ma servirvi di quanto ho potuto.
+
+ALESSANDRO. Confesso aver ricevuto da voi molti favori, e confesso
+parimente non averli riservíti non per mancamento d'animo, ma
+d'occasione.
+
+FILIGENIO. Voi me l'avete resi con iniquo cambio che non sarebbe stato
+fatto ad un turco; ma dice bene il proverbio: che molti benefíci fanno
+un uomo ingrato.
+
+ALESSANDRO. Orsú, perché avete sfogata l'ira con ingiuriarmi, sarebbe
+di ragione, se non prima, mi dicesti la cagione di che vi dolete di
+me; perché le vostre parole mi sono ferite mortali che mi trapassano
+il core. Non mi fate piú penare.
+
+FILIGENIO. Guarda simulazione.
+
+ALESSANDRO. In che v'ho offeso, accusandomi tanto d'ingratitudine?
+
+FILIGENIO. Anzi di sfacciataggine e di furfantaria.
+
+ALESSANDRO. Ah, dir cosí sfacciatamente mal degli uomini è ufficio di
+tirannica lingua! però, di grazia, ponete freno alla lingua
+nell'ingiuriarmi, accioché non la scioglia allo sdegno per difendermi.
+
+FILIGENIO. Perché, con iscusa di farmi comprar un schiavo per un
+vostro amico, me avete fatto comprar l'amica del mio figliuolo e
+fattalami condurre a casa?
+
+ALESSANDRO. Mi fo la croce; overo ciò dite per schernirmi, o forse vi
+movete da alcuna falsa informazione.
+
+FORCA. Vedrete, padrone, che tutto sará falsitá quanto vi è stato
+detto.
+
+FILIGENIO. Ed in cose di niente farmi ruffiano di mio figlio?
+
+ALESSANDRO. Ditemi se di giá avete comprato lo schiavo e dove sia.
+
+FILIGENIO. L'avea comprato giá e ridotto a casa; poi, venuto il
+dottore, mi disse ch'era la bagascia di mio figlio, tinta la faccia di
+carboni, vestita da maschio; l'ho cacciata di casa e lasciatala a lui.
+
+ALESSANDRO. O Dio, che cosa mi dite? O fortuna traditora, a che son
+condotto! io son il piú disperato uomo del mondo! Sappiate che il
+dottore è mio capital nemico, e per cagion di costui non l'ho voluto
+comprar io, ma pregatone voi, accioché mi aveste a ciò favorito.
+
+FORCA. Che vi dissi, padrone?
+
+ALESSANDRO. Vo' scoprirvi l'importanza. Gli mesi a dietro, in una
+battaglia navale si fe' giornata tra il re di Marocco e il re di
+Borno: fu sconfitto il re di Borno, e il figlio, il quale è costui,
+fuggendo in una nave sbattuta dalla furia della tempesta, venne in
+Italia; non essendo conosciuto, fu venduto per ischiavo. I suoi
+parenti han perciò inviato trentamila scudi per lo suo riscatto e
+restituirlo al suo reame. Il dottor ha lettere del re de' mori per
+inviarlo a lui: avendolo in mano, o lo fará morire in una prigione o
+li taglierá la testa. Onde il dottore, per guadagnarsi questi danari,
+m'ha fatto il tradimento.
+
+FILIGENIO. Egli m'ha dato i cento scudi. Eccoli qui.
+
+ALESSANDRO. Io non vo' ricevere altramente i cento scudi; ma vo' lo
+schiavo overo oprare in modo me si restituisca.
+
+FILIGENIO. Come può esser che il fatto non sia fatto? Io non stimava
+tal cosa: essendo come voi dite, io mi pento di averlo venduto.
+
+ALESSANDRO. A che mi giova ora il vostro pentimento? Convien ad un
+uomo della qualitá ed esperienza che voi sète, dar cosí subita
+credenza ad un uomo senza onore e senza anima, che con un velo
+d'ipocresia cuopre ogni sua sceleraggine, e stima, non dico me, ma
+vostro figlio che è un de' piú gentili giovani della cittá nostra, per
+un tristo uomo?
+
+FORCA. Non vi dissi ch'era vostro inimico?
+
+FILIGENIO. Ecco i cento scudi.
+
+ALESSANDRO. Or questa sarebbe bella: per cento scudi pagarne
+trentamila! Egli se li guadagnará, e mandará quel povero giovane al
+macello overo ad una perpetua prigionia; ed io volea restituirlo al
+suo regno.
+
+FILIGENIO. Ho peccato semplicemente; confesso l'errore, e se vi piace,
+confermarò con giuramento la mia ignoranza. Poiché siam qui, facciasi
+quel che si può per rimediarci.
+
+ALESSANDRO. Se avevate comprato lo schiavo in nome mio e con i miei
+danari, quello era mio, e voi non avevate piú potestá sovra quello; e
+avendolo venduto, sará in vostro pregiudizio, perché avete venduto
+quello che non era vostro. L'error vi costerá caro. Andrò a' superiori
+e mi farò far giustizia: forse sarete condannato agli interessi.
+
+FILIGENIO. Dio me ne guardi! ecco i vostri danari.
+
+ALESSANDRO. Io non gli torrò per non far pregiudicio alle mie ragioni.
+Andrò a Sua Eccellenza, raccontarò il fatto: ella dará ordine di
+quello che ará a farsi. M'incresce nell'anima ch'abbia a venir con
+voi, che v'ho stimato mio padre e padrone, a termini cosí fatti.
+
+FILIGENIO. O Iddio, che intrighi son questi ove mi trovo? Va', Forca,
+e vedi se puoi far nulla.
+
+FORCA. Padron, perdonatemi, sète stato frettoloso a credere ed estimar
+vostro figlio e un amico come Alessandro, un assassino--ché l'uno vi
+fu sempre ubidientissimo e l'altro venti anni un buon vicino,--e me
+per un ladro, che v'ho servito venti anni fedelmente.
+
+FILIGENIO. Eccoti i cento scudi: almeno non arò rimordimento di
+conscienza di aver fatto cosa con malizia. Togli anco questa catena
+d'oro che val quattrocento, e vedi si puoi rimediare.
+
+FORCA. Non lascierò tentar per ogni via, per amor vostro. Io vo.
+
+FILIGENIO. Camina.
+
+
+SCENA XII.
+
+DOTTORE, FILIGENIO, PANFAGO, MUTO.
+
+
+DOTTORE. Férmati, Filigenio, non entrare ancora: avemo a trattare
+alcune cose insieme.
+
+FILIGENIO. Pur hai animo comparirmi dinanzi, giuntatore: non vedo io
+che porti scolpita nella fronte la sfacciataggine?
+
+DOTTORE. Che hai tu meco? vuoi esser forse il primo a gridare, per
+mostrar in un certo modo che abbi ragione o dar qualche color di
+giustizia alla tua ingiustizia?
+
+FILIGENIO. Mi dái ad intendere che lo schiavo era la bagascia di mio
+figlio, ed era il figlio del re di Borno, qual con inganno m'hai tolto
+di mano per farlo essere decapitato?
+
+DOTTORE. Che re di Borno, che decapitare? io non so se tu stai ne'
+tuoi sensi. Io pensava riscattar la mia innamorata Melitea; poi,
+avendola condotta a casa e lavatagli la faccia, ho ritrovato un
+maschio e altro di quel che pensava: eccolo qui.
+
+FILIGENIO. Chi è dunque?
+
+DOTTORE. Tanto ne so io quanto tu.
+
+FILIGENIO. O Dio, che girandole son queste? che vuoi tu dunque da me?
+
+DOTTORE. Che ti togli il tuo schiavo e mi torni i miei cento scudi.
+
+FILIGENIO. Che so io se lo schiavo che m'hai tolto di casa sia quel
+che mi rimeni?
+
+DOTTORE. Che so io che Melitea che fu portata in casa vostra non sia
+stata scambiata e posto costui in suo luogo?
+
+FILIGENIO. Eccomi diversamente incappato in una lunga rete di
+artifici: e quanto piú cerco svilupparmene, piú mi ci trovo dentro,
+senza trametter tempo di mutar consiglio. Se tu non stavi sicuro che
+fusse quella che desiavi, a che venire a chiederlami con tanta voglia?
+
+DOTTORE. E se non stavi securo che fusse l'innamorata di tuo figlio,
+perché subito non consignarlami?
+
+FILIGENIO. Io dubito che con l'arte non vogliate schernir l'arte. Ma
+vien qua: chi sei tu che ti hai lasciato vendere? perché non rispondi?
+di', parla. Sta saldo, come se a lui non dicessi.
+
+PANFAGO. Non vedi che con le mani fa ufficio della lingua, e con
+tacito parlar dice che non sa nulla?
+
+DOTTORE. Non so che voglia dir, io. Panfago, dove vai?
+
+PANFAGO. Questo è quel pazzo di poco anzi, nol conoscete?
+
+DOTTORE. Certo che mi par quello: ride, salta e cava fuor la lingua.
+
+PANFAGO. Scampa, dottore, ché non ti còglia un'altra volta.
+
+FILIGENIO. Vien qui. Dimmi: chi sei tu? parlavi poco anzi come un
+filosofo; come hai or cosí perduta la lingua? Se non rispondi, ti
+rompo la testa. Oimè, oimè; aiuto, aiuto, ché costui non m'ammazzi!
+Chi mi ha portato costui dinanzi? a me con beffe? sarò uomo da
+vendicarmene.
+
+
+
+
+ATTO V.
+
+
+SCENA I.
+
+CAPITANO de birri, FORCA, ALESSANDRO, PIRINO, PANFAGO.
+
+
+CAPITANO. Eccoci qui apparecchiati a servirvi.
+
+FORCA. Or ponetevi qui in agguato; e passando quel furfante, lo
+pigliarete e strascinatelo in prigione.
+
+PIRINO. Ecco Alessandro. La cosa va bene.
+
+FORCA. Tolto che voi l'arete, andremo in casa sua, che quivi troveremo
+le vesti e le robbe che ha rubate, e le porteremo in Vicaria.
+
+CAPITANO. Cosí faremo.
+
+FORCA. Eccolo che giá viene.
+
+PANFAGO. Quel maledetto pazzo ha mancato poco a strangolarmi: ho
+passato un gran pericolo.
+
+FORCA. (In un maggior incorrerai).
+
+PANFAGO. Son stato tutto oggi in travaglio, e non ho potuto tòrre un
+maledetto boccone.
+
+FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per
+questa notte, ché dormirai in un criminale).
+
+PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua
+innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me.
+
+FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore.
+
+PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il
+ladro! Che volete da me?
+
+FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai
+a tuo marcio dispetto.
+
+PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate?
+
+ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima
+volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che
+non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio
+amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature,
+salcicciotti e barili di malvaggia?
+
+PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi
+prestaste?
+
+ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi
+sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e
+portarle via.
+
+PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati con
+Forca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta.
+
+ALESSANDRO. Che offesa? Capitano, ecco la sua casa: voi lo serrate qui
+ligato; e voi altri entrate e cercate la casa, ché le trovarete, se
+non l'ará sbalzate in altra parte.
+
+PANFAGO. O Dio, che cosa avete inventato contro di me! Troppo acre
+vendetta per sí picciola offesa.
+
+ALESSANDRO. Che vendetta, ladronaccio? pensi con le tue paroline
+scappare ch'oggi il boia non ti abbia a far una pavana senza suoni
+sovra le spalle?
+
+FORCA. Ecco le vesti, ecco le robbe toltemi! cosí, furfantaccio,
+s'entra nelle case di gentiluomini e si vuotano le casse? Su,
+strascinatelo in Vicaria.
+
+PANFAGO. O Dio, lasciatemi tor prima un bicchiero di vino, ché la gola
+mi sta tanto asciutta che non ne può uscir parola.
+
+FORCA. Te la stringerá il capestro, la gola.
+
+PANFAGO. O gola, mi farai morir appiccato per la gola.
+
+ALESSANDRO. Su, caminate, andate via.
+
+PANFAGO. Vorrei sapere il vostro disegno, io.
+
+ALESSANDRO. Il nostro disegno? non lasciarti mai finché tu non muoia
+appiccato.
+
+PANFAGO. Merito questo io per avervi cosí ben servito?
+
+ALESSANDRO. Non si trova gastigo che basti a meritar la tua ladreria.
+Capitano, di grazia, fatelo strascinare, ch'io mi muoio di voglia di
+vederlo appicato presto.
+
+PANFAGO. Oimè, oimè, perché con tanta fretta?
+
+ALESSANDRO. Perché cosí meritano i pari tuoi.
+
+
+SCENA II.
+
+RAGUSEO, MANGONE, ISOCO.
+
+
+CAPITANO. Io non so che hai tu meco né che cerchi da me: che sai tu
+chi sia io, se questa è la prima volta che pongo il piede in questa
+terra? e tu come una infernal furia mi persegui!
+
+MANGONE. Vo' che mi restituisca la mia robba, poiché per tuo conto io
+son stato miseramente assassinato.
+
+CAPITANO. O che tu sei infernetichito o devi star ubbriaco, poiché
+cerchi da un uomo che mai vedesti, che ti restituisca la tua robba.
+
+MANGONE. Io non ho visto te, ma sí ben il tuo fattore che, vendutomi
+un schiavo in tuo nome, m'ha rubbata la schiava mia.
+
+CAPITANO. Io non ho fattori, ma disfattori sí bene; e il fattore servo
+e mastro di casa e padron della nave son io stesso.
+
+MANGONE. Tanto è: egli mandatomi da te venne a cercarmi a casa, con
+dir che volevate tener conto meco di vendere e comprar schiavi.
+
+CAPITANO. Come si chiamava quell'uomo?
+
+MANGONE. Maltivenga.
+
+CAPITANO. Mal ti venga e mille cancheri e mille ruine!
+
+MANGONE. E non contento di avermi rubbata la mia schiava, per
+svillaneggiarmi mi mandasti un presente pieno di furfanterie, con
+dirmi ch'eran le miglior robbe di Raguggia.
+
+CAPITANO. Le robbe di Raguggia son buone: e stimo che le robbe di
+Napoli, come tu sai, sieno piene di furfantarie e di sporchezze; e se
+tutti i napolitani sono come tu sei, dal cattivo saggio che me ne dái,
+son uomo da tornarmene in nave or ora, far vela e girmene all'Indie
+nuove, per non aver a far con simili uomini.
+
+MANGONE. Qui in Napoli avemo buona ragione.
+
+CAPITANO. A me par che ve ne sia molto poca; perché tu mi richiedi di
+cose senza ragione, mi molesti con poca ragione e mi provochi a ira
+con molta ragione.
+
+MANGONE. Oh, seria bella certo, ch'essendo tu solo e forastiero, senza
+aver alcuno per te, volessi vincer me che ho parenti e amici nella mia
+terra.
+
+CAPITANO. Dimmi, ch'è l'arte tua?
+
+MANGONE. Comprare schiavi e schiave belle e venderle poi a' giovani
+che se n'innamorano.
+
+CAPITANO. Come se dicessi ruffiano.
+
+MANGONE. Come se tu lo dicessi e io ci fussi. Non mi vergogno
+dell'arte mia; ma qual arte è la tua?
+
+CAPITANO. Di corseggiar mari e lidi de' nemici e andar facendo prede.
+
+MANGONE. Come si dicessi un spogliamari, saccheggialidi, cacciator
+d'uomini; come si dicessi un ladro publico.
+
+CAPITANO. Piacesse a Dio che il mar ben spesso non spogliasse e
+rubasse me!
+
+MANGONE. Or tu che osi rubar i lidi e i mari e gli stessi ladri, hai
+osato rubar ancor a me.
+
+CAPITANO. O ruffiano, lassemi stare.
+
+MANGONE. O ladro de' ladri publichi, tornami quel che m'hai rubato.
+
+CAPITANO. Un corsaro si chiama soldato e non ladro.
+
+MANGONE. Tu sei un di quei soldati che non dái batterie se non alle
+case private e alle porte delle botteghe.
+
+CAPITANO. O fussi incontrato piú tosto con la nave in un scoglio che
+in costui!
+
+MANGONE. O fussi venuto piú tosto in Napoli un diavolo che tu! Ma qui
+arai condegno castigo delle tue opere, ché vendi i cristiani per
+turchi e per mori.
+
+CAPITANO. E tu fai peggio.
+
+MANGONE. Qui ti saranno scontati i tuoi ladronecci.
+
+CAPITANO. E a te le tue poltronerie.
+
+MANGONE. E come un publico ladro morirai nell'aria publica.
+
+CAPITANO. E tu per il tuo mestiero nel foco.
+
+MANGONE. E tu che vai pescando gli uomini per lo mare, sarai pescato
+dal mare.
+
+CAPITANO. E tu lapidato da' giovani che rovini.
+
+MANGONE. E se pur il mar ti rifiuta per un cattivo guadagno, un giorno
+i turchi ne faranno vendetta per me, ché sarai impalato.
+
+CAPITANO. Ed il boia la fará per me, ché sarai arrostito.
+
+MANGONE. Mi pensava aver fatto un gran guadagno, che cotal mercatante
+fusse venuto ad alloggiare in casa mia: bella mercanzia che hai
+portata in Napoli!
+
+CAPITANO. Ci ho portata una gran mercanzia di legne; e se le cerchi,
+te ne darò a buon mercato quante ne cerchi.
+
+MANGONE. Orsú, vieni innanzi al Reggente.
+
+CAPITANO. Tu cerchi briga e n'arai.
+
+MANGONE. Se non vieni di bona voglia, ti strascinarò a forza.
+
+CAPITANO. Dubito che lo strascinato sarai tu.
+
+ISOCO. Io son stato tacito insino adesso, stimando che la tua
+importunitá avesse pur a far qualche fine; ma veggio che sei
+soverchiamente temerario, e dubito che non facci temerario ancor me.
+Ma forse non v'intendete l'un l'altro.
+
+MANGONE. La ragione che ho, e l'importanza del fatto che importa
+cinquecento ducati, faranno o che io uccida costui o che sia ucciso da
+lui, perché non è cosa che ne possa passare.
+
+ISOCO. Che costui non sia stato mai piú in Napoli e questa la prima
+volta che sia sbarcato di nave, ne son buon testimone.
+
+MANGONE. O che testimone! Mi venne un uomo da parte di costui e mi
+chiamò per nome--Mangone!--e dissemi:--Poiché sei mercadante di
+schiavi, il mio padron Rastello Fallatutti di Monteladrone ...
+
+CAPITANO. Menti per la gola, ché rastello di Monteladrone sei tu!
+
+ISOCO. Lascia dire.
+
+MANGONE. ... ne ha portato una nave, e si vuol accomodar teco.
+
+ISOCO. Férmati, di grazia. Tu sei colui che vendi schiavi e schiave,
+che ti chiami Mangone?
+
+MANGONE. Io son: mal per me!
+
+ISOCO. Lasciamo il primo e cominciamo un altro ragionamento piú
+importante. Son d'intorno a tre anni che certi uscocchi depredando i
+lidi della Schiavonia, da una villa dove io abitava mi tolsero una
+giovane bellissima; e mi fu riferito che la vendero in Napoli per
+ducento ducati ad un mercadante di femine, detto Mangone.
+
+MANGONE. È vero; e si chiama Melitea.
+
+ISOCO. Non, no: quella si chiamava Alcesia.
+
+MANGONE. Ho inteso ben dir da lei che si chiamava Alcesia; ma allora
+che la comprai, si chiamava Melitea.
+
+ISOCO. Che n'è di questa giovane?
+
+MANGONE. Di questa giovane ragioniamo ora, che sotto nome di costui
+m'è stata sbalzata da casa.
+
+ISOCO. Sappi che quella Melitea, che tu dici, è donna libera e
+gentildonna cristiana e non schiava; è figlia di un napolitano molto
+ricco e importante.
+
+MANGONE. Fusse alcuna altra trappola ordita tra voi, per rubbarmi
+alcuna altra cosa?
+
+ISOCO. Sappi che a questo effetto son venuto qui in Napoli, per saper
+nuova di suo padre, se sia vivo o morto; e qui non son per tòrti
+alcuna cosa, anzi per giovarti: ché ritrovandosi lei e suo padre,
+sarai per averne una buona mancia. Ma, di grazia, sapete voi s'ella si
+ricorda del nome di suo padre?
+
+MANGONE. Di suo padre no, ma ben d'un suo balio detto Isoco, e d'una
+sua balia detta Galasia.
+
+ISOCO. Io son Isoco, e mia moglie, giá morta, era detta Galasia. Ma
+oh, piaccia a Dio ch'essendo venuto qui per un fatto che non pensava
+espedirlo in un anno, lo spedissi in un giorno e liberassi l'anima di
+mia moglie e la mia da cosí fatta angoscia! Io vo' venir teco per
+saper nuova di costei, e ritrovata, so che ti sará di non poco utile.
+
+MANGONE. Pur che mi sia utile, eccomi pronto a far quanto comandi.
+
+ISOCO. Di grazia, lasciamo il padron della nave che vada per i suoi
+affari, ché quando saprai ch'egli abbia errato in alcuna cosa di quel
+che ti duoli di lui, io voglio rifar il danno.
+
+CAPITANO. Isoco, a dio.
+
+
+SCENA III.
+
+DOTTORE, MANGONE, ISOCO.
+
+
+DOTTORE. Mangone, hai saputa alcuna novella di Melitea?
+
+MANGONE. Sí bene, anzi di cose che voi non sapete.
+
+DOTTORE. È dunque in poter di Pirino?
+
+MANGONE. Dico altro che voi pensate.
+
+DOTTORE. Che cosa dunque?
+
+MANGONE. Melitea è libera e gentildonna.
+
+DOTTORE. Che non sia qualche nuovo inganno ordito da Forca, per
+schernir me dello amore e del desiderio di aver figliuoli?
+
+MANGONE. L'uomo che qui vedete, dice ch'è napolitana, figlia di uomo
+nobile e di gran qualitade.
+
+DOTTORE. Certo che m'è carissimo, ch'essendo di buon legnaggio e
+avendola per moglie, arò meno reprensori; e se per rispetto del mondo
+faceva prima resistenza alle mie voglie, or le farò correre a tutto
+freno. Gentiluomo, vi prego a narrarmi quanto sapete di lei.
+
+ISOCO. Dico che questa giovane fu rapita dalla sua balia e portata in
+Raguggia sua patria. La cagion della rapina fu che, nascendo la
+bambina, morí sua madre nel parto; e restando la balia col padre in
+casa, o che si fusse innamorato di lei o che fusse intemperante di sua
+propria natura, la ricercò piú volte dell'onor suo. Ed avendogli ella
+piú volte detto che nel fatto dell'onor non volea esser molestata in
+conto veruno, che altrimente si partirebbe, ed egli non restando di
+noiarla, non s'arrestò di quanto l'avea minacciato: onde, per fuggir
+gli disonesti assalti del padrone, se ne fuggí di casa sua e se ne
+venne con la bambina in Raguggia, dove dimorò tre anni. Abitando in un
+suo podere alla costiera della marina, un vassello de scocchi la rubbò
+e la vendé qui in Napoli ad uno mercatante di schiave, che si chiama
+Mangone.
+
+DOTTORE. Come si chiamava la balia?
+
+ISOCO. Galasia.
+
+DOTTORE. Galasia? oimè, che dici? e può esser questo? si ricorda la
+fanciulla del nome di suo padre e di sua madre?
+
+ISOCO. La fanciulla non se lo poteva ricordare, che non giongeva a duo
+anni. Ma io l'ho inteso dir mille volte da Galasia che la madre si
+chiamava Brianna e il padre il dottor Carisio.
+
+DOTTORE. O Dio, che intendo? son desto o sogno? Ma tu come sai questo?
+a che effetto sei venuto qui in Napoli?
+
+ISOCO. Io lo so, che quando Galasia gionse in Raguggia, si maritò
+meco; e siam vissuti insieme dodici anni, pensandomi sempre che questa
+fanciulla fusse sua figlia, d'un suo primo marito. I mesi a dietro
+venne a morte; e chiamatomi, mi pregò caldamente--e ne volse la fede
+per iscarico della sua conscienza--che fusse venuto in Napoli e
+cercato se fusse vivo quel dottore, e raccontargli il suo furto,
+accioché n'andasse scarica e contenta all'altra vita; la qual cosa le
+ho promesso e osservato.
+
+DOTTORE. O Dio, non potrei esser oggi il piú felice uomo del mondo!
+Dimmi, di grazia, che effigie avea quella fanciulla?
+
+ISOCO. Era di viso un poco lunghetto, di guardo austero ma dolce, di
+carnagione mescolata di rosso e latte, di capelli com'io, di maniere
+assai signorili; e mostrava in tutte le cose esser di sangue
+nobilissimo, di animo generoso e d'ingegno vivace.
+
+DOTTORE. Questa è dessa, certissimo; ché i segni che mostrava in
+quelle piccole membra, davan presagio che nella compita etá non
+dovesse riuscir altrimente che le sue fattezze. Avea ella alcun
+segnale nella persona?
+
+ISOCO. Una macchia rossa nella mammella sinistra come di un vovo; e
+diceva la balia che fu una gola che venne a sua madre di quei frutti,
+e venne a caso a toccarsi alla mammella.
+
+DOTTORE. Questa è dessa: non bisogna piú dubitare; e io son quel
+dottor Carisio che tu dici. Ma dimmi, come è stata allevata la
+fanciulla?
+
+ISOCO. Questo posso ben giurarvi che, se ben in povera casa come la
+nostra, non avria potuto esser meglio allevata nella vostra istessa:
+appena ave avuto nella mia casa quella libertá che si conveniva
+all'etá fanciullesca; ed ella si mostrò sempre gelosissima e rigida
+defenditrice dell'onor suo.
+
+DOTTORE. La rapina, la povertá, la lontananza da' suoi parenti, la
+violenza de' corsari liberano la sua volontá d'ogni colpa di
+disonestá, e massime in lei che per la sua soverchia bellezza chiama a
+sé la violenza.
+
+ISOCO. Non dite cosí; ché la generositá dello aspetto, la maestá della
+bellezza sforza ancor le genti barbare a non cercarle cosa contra il
+suo volere: e io vi giuro--poiché mi fu referito--che i corsari che me
+la ruborno, la vendero come la tolsero da mia casa, con speranza di
+cavarne piú guadagno.
+
+MANGONE. Ed io vi assicuro di questo: ch'eglino, volendomela vendere
+per vergine cinquanta ducati di piú, la feci veder dalle commari, ed
+essendomi cosí affermato, li sborsai ducento ducati; e in mia casa è
+stata cosí conservata come uscí dal corpo di sua madre.
+
+DOTTORE. Che costumi mostrava in quella sua etá?
+
+ISOCO. Di grande animo ne' pericoli, ardita con modestia, di nobiltá
+umile e onoratissima nella bellezza: in un picciol corpo un gran
+spirito. E sappiate che di queste arti niuno le fu maestro; ché dalle
+fascie si portò seco simili parti da far invidia a qual si voglia
+principalissima gentildonna.
+
+DOTTORE. Io del suo acquisto e del non macchiato fior della sua
+verginitá per molto stupore son fuor di me stesso. O infinita
+Providenza, con quanti vari accidenti hai sospesi i nostri amori! per
+non farci accoppiare insieme, e la sua onestá avesse pericolato con il
+suo padre, hai fatto che Forca e Pirino con una gentil trappola abbian
+schernito i miei desidèri e involatamela dal seno.
+
+ISOCO. Di grazia, fatemela vedere, ché da' segni del suo conoscermi
+conoscerete esser vero quanto vi ho detto.
+
+DOTTORE. Su, Mangone, diasi ordine di ritrovarla: non si perda piú
+tempo. Ma ecco Filigenio: viene a tempo per saper nuova di suo figlio.
+
+ISOCO. Voi cercate di costei e datemi aviso di quel che sará.
+
+
+SCENA IV.
+
+FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO.
+
+
+FILIGENIO. Veggio venir il dottor verso me: qualche altra burla aranno
+scoverta di Forca: non sará per finir tutto oggi.
+
+DOTTORE. Filigenio, io vengo a ragionar di cose assai differenti dalle
+passate, alle quali mai non pensaste: ora non è tempo di amori, ma di
+compimenti di onore: e ben sapete che dove va l'onore, poco si prezza
+la robba e la vita insieme.
+
+FILIGENIO. Evi alcuna altra terza di cambio di farmi pagare?
+
+DOTTORE. Ritenetevi ne' termini della prudenza e della creanza, e
+ascoltate prima, ché non sapendo che abbiamo a narrare, potreste
+prender error per parlar troppo.
+
+FILIGENIO. Evi alcuna altra cosa scoverta di mio figlio?
+
+DOTTORE. Io vengo or per coprir gli errori di vostro figlio e non
+scoprirgli al mondo piú che sono. Sappiate che Melitea rapita da
+vostro figliuolo, or non è corteggiana, come stimavate, ma gentildonna
+libera e onorata.
+
+FILIGENIO. Come può esser questo, essendo stata tanto tempo in casa di
+un ruffiano?
+
+DOTTORE. Di cosí picciola cosa vi meravigliate? vi sono ancora delle
+cose maggiori. Vi dico in somma che è mia figliuola; che mi fu rapita
+dalla balia, sendo piccina; e or l'abbiamo riconosciuto, come poi piú
+minutamente restarete sodisfatto.
+
+FILIGENIO. Mi rallegro della vostra ventura. Ma che cercate da me?
+
+DOTTORE. Se ben non ho riconosciuta mia figlia, né so fin ora dove
+sia, so ben che Forca e vostro figlio l'hanno sbalzata dalla casa di
+Mangone. Voi sapete che ho tanta robba che posso giovar agli amici e
+castigar gli inimici; e chi mi toglie lei, mi toglie l'onor mio: e
+l'onor pone l'uomo in disperazione, e il disperato di se stesso non
+può aver pietá di alcuno. Son uomo da far che i suoi amori gli costino
+molto cari, e a voi, a Forca e a tutti i complici; e sará piú duro il
+vero male che l'apparenza del falso bene. Nelle cose importanti si
+conoscono i nobili da' plebei: se faremo alla scoverta, parlerò a Sua
+Eccellenza, e con il braccio della giustizia, col favore degli amici e
+de' parenti e de' danari ci offenderemo tra noi, e la cosa si
+pubblicará; e il meglio sarebbe la secretezza possibile. Bastivi alfin
+questo, che son padre e son uomo onorato.
+
+FILIGENIO. Per dirvi la veritá, io non so cosa alcuna de' fatti suoi:
+e tanto ne so ora, quanto da voi me n'è stato referito; che ben sapete
+che i figli si nascondono da' padri nei loro amori, e noi siamo gli
+ultimi a sapergli. Ma che si rimedino gli errori, io lo desidero piú
+che voi.
+
+DOTTORE. Come dunque faremo per rimediargli?
+
+FILIGENIO. Ecco, ecco il secretario de' suoi pensieri: ecco qua il
+domestico, il maiordomo maggiore, l'inventore e l'essecutore de' suoi
+garbugli.
+
+
+SCENA V.
+
+FORCA, FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO.
+
+
+FORCA. (Or sí che potrò ben andar a sotterrarmi vivo per non incappar
+nelle mani di costoro).
+
+FILIGENIO. Forca, vieni a tempo: ascolta questo gentiluomo che dice.
+
+DOTTORE. Forca mio, se per l'addietro t'ho odiato piú che la morte,
+come ostacolo de' miei desidèri; or, come quello che mi hai tolto da
+illeciti amori o disoneste nozze, te ne arò obligo eterno. Sappi che
+Alcesia--non piú Melitea--non è schiava di Mangone, ma mia legittima
+figliuola, che molti anni sono mi fu rapita dalla balia, come potrai
+piú a lungo intenderlo da costui... .
+
+ISOCO. Quanto dice questo gentiluomo tutto è vero.
+
+DOTTORE. ... Onde io sapendo certissimo che tu e Pirino me l'avete
+rubbata dalla casa di Mangone, e conoscendo voi l'importanza della
+cosa, e conoscendo parimente che non posso tormi questa macchia
+dell'onore se non mi sia restituita, vorrei che facesti pensiero di
+effettuarlo.
+
+FORCA. Io, in quanto Forca, son persuaso a bastanza; bisogna persuader
+Pirino che ve la restituisca.
+
+DOTTORE. Dove è Pirino, accioché possa ragionargli?
+
+FORCA. Con Pirino non potrete ragionar altrimente; ma ragionate con me
+quello che desiate ragionar con lui, e fate conto ch'io sia sua mente,
+suo desiderio e ch'io ascolti con le sue orecchie e ch'io vi risponda
+con la sua lingua.
+
+DOTTORE. La somma è che mi restituisca la figlia.
+
+FORCA. Ed in somma io dico ch'egli è innamorato di Melitea non di
+amore ordinario o sopportabile, ma di un desiderio irrefrenabile; e si
+privarebbe con assai piú agevolezza della vita che di lei. In somma
+pensate ad ogni altra cosa che a riaverla; e potete pur ferneticare e
+consumar il cervello a vostra posta.
+
+DOTTORE. Io con la giustizia gli levarò Melitea con la vita.
+
+FORCA. L'uno e l'altra si strangolerá, e preverrá con una morte
+volontaria la violenta.
+
+DOTTORE. Ti do podestá che s'elegga un marito, come saprá desiderarlo.
+
+FORCA. Non bisogna piú elezione, ché se l'ha eletto giá; anzi una cosa
+vi fo saper certissima: che né voi vedrete piú lei, né Filigenio il
+suo Pirino.
+
+DOTTORE. Come?
+
+FORCA. Amboduo poco anzi, provisti delle cose necessarie, si sono
+imbarcati per fuggirsene in luogo ove di loro non si sappia mai piú
+novella.
+
+FILIGENIO. Che cosa è quello che mi dici, Forca?
+
+DOTTORE. Dunque a tempo che ho ritrovato la figlia, la perdo: e
+avendola non l'avrò piú mai, ed era salva quando l'avea perduta!
+
+FORCA. Egli non ha animo di comparirvi piú innanzi per vergogna, ed
+ella per dubbio di non tornar di nuovo nelle mani di Mangone. Da lor
+stessi s'han preso un volontario essiglio e vita pellegrina e vaga, e
+sopportar ogni incommoditá e ogni miseria, purché vivano insieme e si
+soddisfaccino l'un l'altro, e mostrino al mondo che i loro amori non
+erano fondati in vani desidèri giovanili, ma su salde leggi di
+santissimo matrimonio.
+
+DOTTORE. Filigenio, io conosco che i matrimoni prima si dispongono in
+Cielo e poi s'esseguiscono in terra, e che invano tenta umana forza
+impedir quello che è ordinato lá su. A me par che sieno cosí ben
+accoppiati fra loro, che né io né lui né tutto il mondo l'aría potuto
+imaginare; e mi par ch'egli sia degno di lei, ella di lui. Io non ho
+altro figlio, e la mia robba è di valor di quarantamila scudi; sono
+nell'ultimo della mia etá e inabile alla sperata successione. Fate voi
+la dote al vostro figlio. Né voi potrete restarvi di apparentar meco;
+perché non so come meglio si possa rimediare all'acerbitá
+dell'ingiuria che m'ha fatto vostro figlio.
+
+FILIGENIO. A cosí buon partito che mi proponete, ogni cosa ch'io
+rispondessi in contrario, mostrerei che fussi scemo di cervello; ed è
+ben ragione che avendo io comprato la moglie al mio figlio, che voi
+con buona dote ricompriate il mio figlio per vostra figlia: e come per
+l'acquisto di lei è intricato con augurio di scherno, cosí vo' che,
+mentre sia vivo, l'abbia ad esser non sposo ma schiavo di vostra
+figlia.
+
+DOTTORE. E mia figlia, perché sotto auspicio di schiava fu introdotta
+in vostra casa, non che nuora, ma sia perpetua vostra schiava e di
+vostro figliuolo: e dove si ha pensato uccellar me, ará posto
+l'uccello in la sua gabbia.
+
+FILIGENIO. Orsú, trovinsi costoro, e questa sera medesima facciamo le
+nozze con reciproca sodisfazione. Forca, perché son chiari che l'uno è
+dell'altro e non han piú dubio che sieno separati fra loro, falli
+tornar da viaggio e menali a casa nostra.
+
+FORCA. Vi do la mia parola giongerli nel viaggio e far ch'or ora li
+veggiate qui presenti.
+
+DOTTORE. Per l'amor di Dio, presto: ché non so se potrò viver tanto
+che li veggia.
+
+FILIGENIO. Io me ne vo a casa, a porla in ordine per questa sera.
+
+
+SCENA VI.
+
+DOTTORE, ISOCO.
+
+
+DOTTORE. Or dimmi, di quelle cose che mi tolse Galasia, non ne ha
+serbata alcuna Alcesia per ricordo di suo padre?
+
+ISOCO. Sí bene: un anello con una fede scolpita, con certi piccioli
+diamantini intorno; e certi bracciali d'oro che mia moglie tolse con
+lei: e se l'ha ella sempre portati su' diti, e se i corsari non gli
+han tolti, penso che debba avergli.
+
+DOTTORE. Dimmi, avea ella mai desiderio di riveder suo padre?
+
+ISOCO. Anzi, nel mezo sempre delle sue allegrezze si risentiva e si
+rattristava, e con certi occulti e nascosti sospiri manifestava il
+dolor della perdita di suo padre e il desiderio che avea di rivederlo,
+e per lo piú sempre stava sommersa in una tacita malinconia.
+
+DOTTORE. Dio cel perdoni! ché m'ha fatto buttar piú lacrime e piú
+sospiri che non ho peli adosso, non solo ogni volta che mi ricordavo
+le persone, ma quando io son venuto col pensiero da me stesso. Ma
+eccola che viene.
+
+ISOCO. Questa è Alcesia mia.
+
+
+SCENA VII.
+
+MELITEA, ISOCO, DOTTORE, PIRINO, FORCA.
+
+
+MELITEA. O padre, non a me di minor riverenza di colui che m'ha
+generato, perché m'hai nodrita e allevata con tante fatiche e
+diligenze, oh quanto mi rallegro in vederti, vedendovi a tempo quando
+meno sperava di rivedervi.
+
+ISOCO. O figlia cara--ché all'amore e riverenza che vi porto non so
+che altro nome chiamarvi,--che mi date tanta allegrezza in vedervi
+quanto mi deste dispiacere essendomi rapita: o che nobile aspetto, o
+come anco nelle miserie risplende la maestá della vostra bellezza!
+
+MELITEA. Siami lecito abbracciarvi con quella riverenza come mio
+padre: o mio caro e amato balio!
+
+ISOCO. O amata e desiata figliuola!
+
+MELITEA. O Dio, quanto presto sète fatto vecchio.
+
+ISOCO. Il tempo camina, figlia: tenetelo voi, ché stia fermo, e io
+terrò una medesima forma. Figlia, poiché hai conosciuto il tuo balio,
+riconosci ora il tuo vero padre.
+
+DOTTORE. Carissima figliuola, non ti ricorderesti del tuo vero nome?
+
+MELITEA. Nascendo fui rapita dalla balia; poi, con piú malvaggia
+fortuna, fui rapita da' corsari, i quali mi fecero questo oltraggio
+che, rubbando me, mi rubbaro il mio vero nome, il quale è Alcesia.
+
+DOTTORE. Dimmi, figliuola cara, non hai alcuna di quelle coselline
+d'oro serbate teco, che ti diè Galasia mia moglie?
+
+MELITEA. Signor mio, non ho altro che questo anello con una fede
+scolpita, che l'ho sempre custodito con grandissima diligenza--se pur
+Iddio mi avesse fatto grazia di riconoscere mio padre,--e questi
+bracciali.
+
+PIRINO. Moglie mia cara, perché mai prima mostrati non me l'avete?
+
+MELITEA. Sposo mio, i segni sono segni a coloro che li conoscono. Ma
+appresso quelli che non sanno che cosa sia, mi potrebbono piú tosto
+esser cagione di cattiva fama, dubitando che l'abbi per alcun
+ladroneccio o che alcuno innamorato me l'abbi donati.
+
+DOTTORE. Pazzia sarebbe dubbitar piú che non sia mia figlia, e giá
+m'accorgo che allo splendor degli occhi e dalla eccellenza della
+bellezza, che rassomiglia a quella, quando era bambina: tu sei dessa,
+e il tuo aspetto è bastevole a farti conoscere che tu sei nobile.
+
+MELITEA. Gentiluomo, ecco alcuno altro segnale per lo quale possiate
+rendervi piú certo che sia vostra figlia.
+
+DOTTORE. Figlia, giá son certificato da tutti e son vinto da tutti i
+segni, e finalmente mi chiamo vinto dalla di tutte cose vincitrice
+natura, per tirarmi nel core una insopportabile alle-* *grezza. Figlia
+dolcissima, lascia che ti abbracci e baci, e non trattenermi un cosí
+dolce contento.
+
+MELITEA. Gentiluomo mio, se ben voi sète certificato che io sia vostra
+figlia, voglio anche io certificarmi se sète mio padre, né cerco altri
+segni da voi se non un solo; se sète del medesimo voler che son io,
+ché non conviene tra padri e figli diversa volontá. Io mi trovo esser
+sposa, e amata da questo cavalliero senza inganni e senza simulazione,
+piú svisceratamente che sia stata amata donna giamai; e per rendergli
+guiderdone di tanto amore, l'ho amato e amo con tutto il core e tutta
+l'anima mia: e sapendo certissimo che ogni debito può ricever cambio e
+ricompenso, e solamente l'amore non può pagarsi se non con amore, me
+l'ho eletto per isposo. Ed essere amata da lui è la mia gloria e mia
+terrena beatitudine: me li sono data in tutto e per tutto, o che mi
+schivi o che mi batta o mi venda in man di turchi. Mi contento del suo
+contento; onde se voi avete la medesima volontá mia, sète mio padre,
+altrimente io non ho padre né madre né altra persona al mondo se non
+lui.
+
+PIRINO. Caro signore, con che parole poss'io corrispondere a tanta
+affezione, conoscendo che mi ama sovra il mio merito? qual uomo
+sarebbe al mondo piú ingrato di me, se non l'amassi con tutto il
+cuore? Da quel ponto che ci vedemmo insieme--o fusse caso o destino o
+che cosí fusse piaciuto a Dio, per un gran pezzo sospesi insieme,
+imaginandoci dove prima ci avessimo potuto vedere e riconoscerci
+insieme, e quando avessimo avuto insieme domestichezza; e conoscendoci
+fra noi l'un l'altro di merito proporzionato e l'un degno de
+l'altro,--ci arrossimmo insieme e insieme ci impallidimmo; e insieme
+chiedendo l'un a l'altro misericordia, con gli occhi pieni di lacrime
+e riverenti, giurammo ne' nostri cuori di amarci fin alla morte.
+
+DOTTORE. Carissimi figliuoli, se conosco l'uno e l'altro di giudicio
+pieno e vivace, vi conosco in questo principalmente che cosí bene ambo
+insieme accoppiati vi siete: onde io non son d'altra volontá che voi
+medesimi, ed io ho impetrato da vostro padre licenza d'ammogliarvi
+amboduo insieme: però abbraccio e bacio amboduo come miei carissimi
+figliuoli. Ma io non so chi abbracciar prima, cosí egualmente vi amo e
+desio. Solo ti priego, caro mio Pirino, ch'ami la mia figliuola come
+l'hai amata per lo passato.
+
+PIRINO. Se l'ho amata schiava, povera e in casa d'un ruffiano, che si
+può dir piú? benché dalle sue maniere e sue creanze l'ho stimata
+sempre nobile e onorata, or dico che se non conoscendola l'ho tanto
+amata, quanto debbo or amarla sapendo che è vostra figlia? E quanto
+m'ho imaginato di lei, tutto m'è riuscito.
+
+DOTTORE. Figlia, entriamo in casa, ché ivi ragionaremo piú a lungo.
+Forca, trova Mangone e digli che gli dono i cinquecento ducati e che
+la mia facoltá è tutta sua; e chiama Panfago e liberalo dalla
+prigionia.
+
+PIRINO. Chiama ancora Alessandro, ché venghi a riconciliarsi con mio
+padre e goder insieme con noi una commune allegrezza.
+
+FORCA. Farò quanto comandate.
+
+MELITEA. Forca mio, giá è tempo di riconoscerti de' piaceri ricevuti
+da te.
+
+PIRINO. Farò che questa sera sia tu libero e a parte d'ogni mio bene.
+
+FORCA. Io non merito tanti favori. Spettatori, Alessandro, Panfago e
+Mangone verranno a noi per la porta di dietro. Voi potrete andarvene a
+vostro piacere; e se la comedia v'ha piaciuta come l'altre, fatele il
+solito segno di allegrezza.
+
+
+
+
+
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+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
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+
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+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
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+
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+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
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+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at https://pglaf.org
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+increasing the number of public domain and licensed works that can be
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+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
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+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
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+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
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