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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La carbonaria + +Author: Giambattista Della Porta + +Release Date: March 20, 2009 [EBook #28372] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CARBONARIA *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + GIAMBATTISTA DELLA PORTA + + + + LE COMMEDIE + + + A CURA + DI + VINCENZO SPAMPANATO + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1911 + + + + + +LA CARBONARIA + + + +PERSONE CHE RAPPRESENTANO LA FAVOLA + + PIRINO innamorato + FORCA suo servo + MANGONE ruffiano + FILACE suo servo + Dottore + FILIGENIO vecchio + PANFAGO parasito + ALESSANDRO giovane + MELITEA innamorata + *** muto + Capitano de' birri + Raguseo + ISOCO suo amico. + +La favola si rappresenta in Napoli. + + + + + +ATTO I. + + +SCENA I. + +PIRINO innamorato, FORCA suo servo. + + +PIRINO. Avea inteso dir mille volte che i seguaci d'amore erano il +riso, il diletto, il gioco e tutte insieme le compite dolcezze. Misero +me, che provo tutto il contrario; ché le malenconie, i noiosi +pensieri, le fatiche, i disagi, i sospetti e le gelosie sono i suoi +perpetui compagni: e veramente, chi le pruova conosce che queste sono +vere e l'altre imagini di dolori. + +FORCA. Buon dí, padrone. + +PIRINO. O Dio, che amara compagnia m'han tenuto questi tutta la notte! +ho desiato il giorno per ragionar con Forca, il mio servo, d'un mio +sospetto, né posso ritrovarlo; oh, sei tu qui? t'ho chiamato tutta +questa mattina. + +FORCA. Anzi v'ho risposto prima che voi mi chiamaste. Ma or con chi +ragionate? + +PIRINO. Con meco. + +FORCA. Chi è questo meco? guardatevi che non sia qualche mal uomo. + +PIRINO. Dico: «meco», con me medesimo. + +FORCA. Dunque voi e meco son due persone? + +PIRINO. Non t'ho detto tante volte che l'anima mia non è dove ella +abita, ma dove ama? avendo io l'animo fisso nell'amato oggetto, resto +col corpo abbandonato senza anima; or ch'era ritornata al suo luogo, +ragionava con lei. + +FORCA. Conosco che siate innamorato e malamente, perché sempre avete +in bocca l'amato oggetto, andate parlando solo e raccontando i vostri +difetti a chi non ve li dimanda. Ma, di grazia, voi di che ragionavate +con voi? + +PIRINO. Apunto di te che pur un tempo eri mio scorporato, non lasciavi +mai far cosa per compiacermi; non ho seguitato piacer in mia vita, di +cui tu non sia stato il mezano. In somma, io era tutto il tuo bene, or +non so come son divenuto tuo figliastro: o fingi o t'infingi non +accorgerti de' miei affanni, e sai che solo sei segretario de' miei +pensieri: non t'amo da servo ma da fratello, e ti dono sempre. + +FORCA. È vero che mi donate sempre, ma una intrata di cinquanta +bastonate il giorno: ché servendovi o disservendovi, senza mirar dove +date, alla luce, all'oscuro, con ogni cosa che vi trovate in mano, mi +fate piovere adosso una tempesta di bastonate traditore, che non è ora +che non abbia da stridere sotto le vostre mani. + +PIRINO. Tu ben t'accorgi, tristarello, quanto t'ami e quanto vaglio +senza te. + +FORCA. Non mi mirate negli occhi, che non vi paia che ci manchi un +pugno; non il mustaccio, che non vi stia bene uno sgrugnone; non nello +stomaco, che non vi disegniate un calcio; non le spalle, che non +desiate misurarle con un legno. In somma, non avete pelo sovra la +persona, che non mi volesse scacciare le mosche da dosso con un +querciuolo. E piacesse a Dio che vi contentaste de dieci o venti; ma +quando cominciate, non lasciate mai, se prima non fate prova qual sia +piú duro o la schena o il bastone: talché le mie carni son diventate +come carni d'asino. + +PIRINO. E se pur ogni mille anni ti dessi qualche colpicciuolo, lo fo +da scherzo: non sai, Forca mio caro, che chi ti vuol bene, ti fa +piangere? Accadono ben spesso fra gli innamorati delle questioni e +delle bòtte, e pur non lasciano d'amarsi: son segni d'amore. + +FORCA. Se i segni d'amor che devo aspettar da voi saranno di darme +bòtte e di farmi piangere, da or vi disgrazio di quanto amore sète per +portarmi giamai. I vostri scherzi a me non piacciono: gli asini soli, +quando scherzano, si dán morsi che si stracciano la pelle, e calci che +si rompono l'ossa. + +PIRINO. È cosí gran cosa soffrir due bòtte per un amico? + +FORCA. Cancaro! non è parte in me che non mi doglia, e mi fate portar +le carni sempre di piú colori de' panni d'arazzi. Se l'innamorata vi +fa alcun favore, le consolazioni son le vostre; se mala ciera, con una +finta occasione--ché son l'armi de' padroni contro i poveri +servi--sfogate la rabbia contra di me, che non ci ho né colpa né +peccato: talché ho da patir la penitenza per me e per voi. + +PIRINO. Te ne cerco perdono, dammi il castigo e non se ne parli piú. + +FORCA. Ve lo darei per certo volontieri; ma dubito che or togliendolo +da scherzo, quando poi vi saltasse la mosca non me lo rendessi da +senno e con l'usura ancora. + +PIRINO. Ti giuro su la mia fé di non toccarti piú mai. + +FORCA. Avete giurato cosí mille volte; ma montandovi quel maladetto +ghiribizzo, tornate come prima e peggio. Un giorno ne farò le mie +vendette. Ma perché usate meco sí piacevoli parole? devete aver +bisogno di me. Tutta la notte v'ho inteso suspirare, non so se da +amore o da umore. Ditemi, che avete? + +PIRINO. All'infermo dá piú noia l'aver a raccontare a ciascun la sua +infirmitá, che l'istessa febre. Se lo sai meglio di me, perché farmelo +dire? Sappi, fratellino mio caro, che non vive uomo piú scontento di +me sovra la terra; e se non lo credi, mirami in faccia, vera +ambasciatrice dell'angoscie dell'anima. Non passava mai ora che la mia +carissima Melitea non mi avesse mostrato segni di corrispondenza di +amore e datami commoditá di ragionarle o di vederla almeno, conoscendo +bene che viveva in lei e per lei. Or son otto giorni, anzi otto mesi, +anzi otto lunghissimi anni che non compar né per usci né per fenestre: +io dalla mia parte non l'ho dato occasione di sdegnarse meco, onde +dubito che altro fuoco la scaldi. Ella è di bellezza tale che né per +l'addietro s'è mai veduta né per l'innanzi fia per vedersi: però +sollecitata e presentata da molti. È la donna piena di varie voglie, +non si sazia mai, facile a piegarsi; e la loro costanza è l'essere +mobili e incostanti. + +FORCA. O poveri innamorati, che ferneticano senza febre! E perché non +v'imaginate che abbia rotto lo scudellino del belletto, o che abbia i +suoi mesi e che i cerchi degli occhi li stieno lividi, o che abbia il +ranno troppo forte che l'abbia scorticato la fronte, e però non si +lasci vedere? + +PIRINO. In somma, ella ará mutato voglia. + +FORCA. Mutatela ancor voi. + +PIRINO. Subito dái consiglio, perché non ti duole come duole a me. Io +non posso. + +FORCA. Forzatevi. + +PIRINO. Ogni cosa può essere, ma che muti pensiero non mai. Ami +qualunque li piace, facciami quante offese ella puote, non sará mai +che quei disgusti e quelle offese non mi sien piú dolci di quante +dolcezze potessi aver in questa vita. + +FORCA. O padrone, è caduta una lettera dalla sua fenestra: eccola, +mirate se viene a voi. + +PIRINO. Conosco la sua mano. La sottoscritta dice: «La vostra viva e +morta Melitea». O anima mia, so che non vuoi che viva vita cosí +disperata senza darmi novella di te. Ma che cosa mai potrai tu +avisarmi che non mi sia di affanno e di cordoglio? o mia dolce morte, +o mia amara vita! + +FORCA. Leggetela liberamente. + +PIRINO. «Caro mio bene, poiché non posso dirvelo a bocca, ve lo scrivo +in questa carta con speranza che vi venghi in mano. Mi dispiace darvi +cosí amara novella, ma soffritela con pacienza. Mangone mi ha venduta +al dottore per cinquecento ducati; e comandandomi che mi fusse +adobbata per andar a lui, un dolor cosí forte mi spinse il core, che +cadei tramortita. Egli a cui sono noti i nostri amori, per stizza m'ha +chiusa in una camera e serrati gli usci e fenestre con chiavistelli: e +son tre giorni che non mi dá cibo, e vuol o che vada al dottore o +muoia cosí di fame. Sapete bene come è dispettoso e vuol vincer ogni +cosa, e io son risoluta e ostinata. Onde pria che la fame m'uccida, +m'ucciderá il dolore in pensar solo che non abbia ad esser vostra. +Talché fra poco darò il corpo vile alla terra, e a voi resterá lo +spirito immacolato e bello per la fede...». Non posso intender piú, +sono intenerito di sorte che mi dissolvo tutto in lacrime. + +FORCA. Le donne sono di natura tanto dolci che, per duro stia un uomo, +l'inteneriscono e lo risolvono in lacrime. + +PIRINO. «... Quando sarò portata in chiesa morta, il che fia presto, +venite a vedermi; e quando son partite le genti, baciatemi e non +abbiate a schivo e in orrore quel corpo ch'è stato albergo d'un'anima +vostra divota. Ponetemi le mani al petto, ché troverete certe +coselline d'oro, parte donatemi da voi e parte mie, segnali infelici +per trovar il mio misero padre: vi priego a ripigliarvele e tenerle +appresso di voi, accioché vi rinfreschino la memoria de' nostri amori. +Vi chiedo combiato per questa, ché moro senza vedervi: se vi avessi +fatto qualche dispetto, perdonatemi, ché non lo feci mai per propria +volontá, ma per pietá che avea della vostra vita e per moderar le +vostre passioni, quando scorgeva ch'erano in voi nel maggior colmo; e +pregate Iddio per me, ché, avendo tanto patito nella vita, mi dia pace +in Cielo doppo la morte». O occhi miei, voi sète di pietra, poiché +parole cosí miserabili non ponno cavar da voi vivi fonti di lacrime. +Ahi, che moro per non poter morire! O morte, tu vinci tutte le cose e +non puoi vincer me! Senza ragione ti chiamano amara, poiché per te si +finisce ogni amaritudine. Io sto in vita assai piú amara della morte. +Ahi, ruffian rustico, incolto, nemico delle cose belle, hai fatto un +gran furto al mondo, celando le sue bellezze. E come resterá il mondo +senza lei? Dunque morrá di fame chi potrá dar pastura a mille occhi +affamati della sua vista? Sta dunque prigione la vindice della mia +libertá e che può carcerar mill'anime con la sua bellezza? tu serrata +in tenebre, di cui gli occhi luceno piú d'ogni sole? e dove tu non +sei, ivi son oscurissime tenebre? Morrá Melitea, e io resterò vivo? Tu +per non essere d'altri hai voluto piú tosto esser della morte; e io +che son cagion della tua morte voglio restar in vita? io restar in +vita, per la cui vita tu sei morta? orsú, convien morire, e morrò. Ma +dove sono? Forca, dove sei? cosí ti dogli delle miserie mie? + +FORCA. Taci, la casa di Mangone apre la gola e lo vomita fuori. + +PIRINO. Un cibo di cosí cattiva digestione non può digerirlo. + +FORCA. Nascondiamoci e ascoltiamo, ché da' suoi maneggi ne caveremo +principio di qualche garbuglio: ogni suo trattamento ne potrebbe +giovare. + + +SCENA II. + +MANGONE ruffiano, FILACE servo, PIRINO, FORCA. + + +MANGONE. Filace, olá, non odi? cala qua giú presto. + +FILACE. Eccomi. + +MANGONE. Ho inteso che da Ragugia sia venuta una nave carica di +schiavi: vo' andare infino al molo per veder se vi sia cosa da vendere +o barattare. Tu resta alla guardia de' schiavi; ché levandogli gli +occhi da sovra, chi nasconde, chi rubba, chi s'empie il ventre e chi +machina di fuggire. + +FILACE. Andate sicuro, ché non mi smenticherò del mio ufficio. + +MANGONE. Se venisse quel di Calabria per la Gobba, digli che non ne +chiedo meno di dugento ducati. + +FILACE. Voi dovreste pagar chi ve la togliesse di casa: ella è brutta +di volto e bruttissima della persona, col mento fitto nel petto, con +le reni inarcate, con le groppe uscite fuori, che par che d'ora in ora +aspetti la soma. + +MANGONE. Non mi mancherá il mio prezzo: conosco l'umore. Quando il +martello di amor lavora, batte e cava piú scudi d'ogni martello. + +FILACE. Che dirò a quel genovese della Macrina? + +MANGONE. Daglila per quel prezzo che vuole: mangia per diece e sta piú +magra d'una gatta che mangia lucertole. Ogniun che la vede cosí +asciutta stima che in casa mia non si mangi se non biscotto e vi si +digiunino tutte le vigilie. Mi ha fatto spendere piú che non vale, per +darle tartarughe boglite, suppe la mattina e vuova fresche la sera, +quando va a dormire, per ingrassarla; e se la poni nuda incontro al +lume, traspare come una lanterna, che se le ponno annoverar l'ossa +dentro. Son risoluto farle un buco sotto le reni fra cuoio e pelle e +farla gonfiar con un mantice, come si fa a' buoi vecchi per fargli +parer grassi, quando si portano a vendere. + +FILACE. Che faremo di Demonica? + +MANGONE. Perché è tanto leggiera che con quattro carezzine si lascia +volgere come l'uom vòle, lasciamola per quei di bassa mano, per dir +che abbiamo una bottega generale ove son mercanzie d'ogni sorte. Io +non arei pensato mai che il dottore, essendo vecchio, avesse pagato +cinquecento ducati per Melitea: conobbi che l'amava non come quei +ch'hanno cervello, ma come quei che ne son privi. + +FILACE. I legni vecchi ardono piú volentieri e senza fumo. + +PIRINO. (Ascolta, Forca). + +FORCA. (Ascolto). + +MANGONE. Sia benedetto Iddio, ché son uscito da quel fastidio: mi +facea spender un tesoro per comprar muschio, zibetto e profumi. Tutta +è ricci e belletti e abbigliamenti e attillature, e tutta cerimonie, +però cosí amata da quel napolitano che non è altro che fumo, schiuma, +neglia e vento: vivono di nebbia e si pascono di fumo, e chi se +impaccia con loro si trova con le mani piene d'aria. + +FILACE. Se venisse Forca o Pirino, che dirogli? + +PIRINO. (Forca, ascolta bene). + +FORCA. (Il vostro dir: «ascolta», non mi fa ascoltar bene: tacete voi +e ascoltate). + +MANGONE. Guardatevi da loro come dalle serpi! Quando entrano nella +strada, non gli levar gli occhi da dosso: se caminano e tu camina, se +si fermano e tu ti ferma. Volgi gli occhi dove si volgono, e mira dove +mirano: se s'accostano alla casa, sgombra, fuggi, chiudi le porte, +serra le fenestre, puntella dietro, tura i buchi, sbalestra gli occhi +per ogni cantone, poni tutti gli occhi della casa in agguato: ché di +niuno ho tanta paura quanto di loro. Conosco che ne sta innamorato e +non ha danari; e non potendola avere con legittimi modi, ordisce +furbarie, tenta ogni via, ardisce ogni impresa, non teme rischio o +periglio, sta esso in travagli e dá travaglio agli altri: però sta' in +cervello, ché per ogni scappata te la rapisce. Ha quel suo Forca che, +se ben spende l'autoritá sua per quel che vale, prosume saper piú di +tutti i tristi del mondo. + +FORCA. (Fa' quanto sai, ché ti ingannerò). + +MANGONE. In somma, guárdati, perché ho molti inimici. + +FORCA. (Perché sei solo amico di te stesso). + +FILACE. Morendo smorberá il mondo. + +MANGONE. Però vive, ché l'inferno l'abborrisce. Ma faccia quanto può, +differirla può ben, ma non fuggir la forca che gli sta apparecchiata. + +FORCA. (Ed a te il fuoco). + +MANGONE. O come campeggiarebbe bene una forca in mezo due forche! + +FORCA. (E tu appresso me, che sei un ladro). + +MANGONE. Se venisse alcuna vecchia con qualche scusa, mandala subito +via: ché fa piú una ruffiana in una ora, ch'un innamorato in cento +anni. + +FILACE. Riposatevi nella mia diligenza. + +MANGONE. Io vo al molo, al raguseo: entra e sèrrati dietro. + +FILACE. Entro e mi serro dietro. + +FORCA. (Andiamcene ancor noi). + + +SCENA III. + +DOTTORE, MANGONE. + + +DOTTORE. M'hai tolto la fatica di venire a casa tua. Io non so perché +non m'abbi mandata Melitea, se non lo fai ché cosí straziandomi, me la +facci ricever piú caramente. + +MANGONE. Certo non per mancamento di voluntá o di diligenza; se non +che, ordinandole che si ponesse in ordine per venir a trovarvi, +sovrapresa da un strano accidente, cascò morta; e se non che m'accorsi +che sotto le vesti cosí pian piano le palpitava il cuore, io la +mandavo a sepelire. + +DOTTORE. L'altro giorno la viddi bellissima. + +MANGONE. Se la vedeste adesso, non la riconoscereste, cosí son gli +occhi scoloriti e le labra smorte e sparito il fior delle guancie. Io +son furbo e conosco al naso le sue infirmitá. Ella sta martellata di +Pirino; e quando intese ch'era stata compra da voi, trafitta dalla +disperazione, le venne quello accidente. La sua infirmitá è piú finta +che vera: vorrebbe esser venduta a suo gusto, ma s'inganna, ché io uso +ostinazione con gli ostinati, e con ostinata perfidia vincerò la sua +perfidia. Son tre giorni che non le do da mangiare; e se non si +risolve di far a mio modo, io perderò i cinquecento ducati, voi +l'innamorata ed ella la vita. + +DOTTORE. Dio me ne guardi; vorrei piú tosto perder quante robbe ho al +mondo! Ma Pirino che t'offerisce? + +MANGONE. Pirino è un giovane attillato, pulito, che non ha che fare se +non l'amor con le fenestre, non ha altro in bocca che «occhi», «vita», +«speranza», «spirito» e «anima»; e pensa con le sue levate di +barretta, inchini e parole profumate tormela di mano; ma erra, ch'io +vo' danari, danari. + +DOTTORE. Perché Melitea ama piú tosto costui che me? + +MANGONE. Non altro ch'una maladetta usanza delle donne, che quando +sono pregate, ancorché se ne morissero di voglia, se ne stanno in +contegno e ci vogliono straziare. Ma le bastonate alfin le fanno far +quello per forza, che di sua volontá non vogliono fare. + +DOTTORE. Essendo in mio potere, non volendomi per amante, mi ará per +padrone. Ma toltone che sia un poco di tempo, del resto non sono io +meglio di lui in tutti i conti? + +MANGONE. Dite il vero. + +DOTTORE. Che ha un giovane piú di me? In quel fatto proprio, in cambio +di far carezze alle povere donne, tutte le dimenano e le strappazzano +senza rispetto; noi vecchi abbiam un natural piú rispettoso, sempre le +comparemo innanzi col capo chino e le trattiamo con piú creanza. A' +giovani quel fatto è fin de' loro amori, e spento in lor quel +disordinato appetito, è spento l'amor loro; a noi per contrario, non +potendo saziarcene, l'amore è sempre nuovo. Ma io vo' scoprirti il mio +pensiero, Mangone mio. So ben che in questa etá non devrei cader in +simil colpa, ma con fortezza e costanza resistere alle passioni, e +devria far un guadagno della mia vergogna, tacere e soffrire: ché se è +cattivo il fare, è peggio il palesarlo; ma lo fo non per fin di +diletto, ma per desiderio di successione. Quando morí, mia moglie +Brianna mi lasciò una fanciulla chiamata Alcesia; e volse la mia +disgrazia che, fuggendosene la balia per certi rispetti, se la menò +seco molti anni sono in Ragugia: mandai e non potei trarne nulla di +costrutto, restai sola e infelice reliquia del mio legnaggio, del che +son vissuto e vivo da disperato; e trovandomi da quarantamila ducati +di facoltá, non avendo a chi lasciarla, mi par assai duro... . + +MANGONE. Lasciatela a me, ché ve ne arò assai obligo. + +DOTTORE. ... Tanto piú che ho una dozzina di parenti larghi che mi +fanno il córso adosso degli anni che vivo, e pregano Iddio che muoia +presto, per aversegli a godere. La tua Melitea mi sta molto a cuore: a +lei sono drizzati tutti i miei pensieri, e sento tirarmi da una viva +forza ad amarla. Poi è tenerina, poco fa levata dalla balia, come un +capretto di latte; assai, per me che son vecchio, con lei mi pareria +ringiovenire; e se piacesse a Dio che ne avesse un figlio, me la +torrei per moglie e coprirei il fallo con nome di matrimonio; e +sarebbe la sua, la mia e la tua ventura insiememente: ch'io sarei +sodisfatto, ella ricca e tu padron della mia casa, ché nello avanzo +della mia vita sarebbe fra noi commune la stanza, le facoltá e le mie +cose piú care. Però non vorrei che fussi cosí austero con lei; vorrei +che il suo carcere fusse tanto che bastasse a farmi amare, non a +tormentarla. E come potresti tu batter quel corpo, che non battessi il +mio cuore? però vo' che le porti alcun presentuccio da mia parte, ché +i doni sono di valore inestimabile a farsi amare dalle donne. + +MANGONE. Ella è vivanda riserbata per la tua bocca. + +DOTTORE. Mangone, sai che vorrei dire? + +MANGONE. T'intendo: che Pirino non mi faccia qualche burla. Ti +rispondo che le burle sono bene ad inventarle e ordinarle, ma a far +che riescano, eh ci vuol altro che parole! + +DOTTORE. Intendo che ha un servo molto astuto e sottile... + +MANGONE. Come quello uccello che porta il grano al molino. + +DOTTORE. ... «e che non ha tanti peli in testa, quante lingue che +gridano:» forche e capestri; però prego Iddio, ché tosto gli succeda. + +MANGONE. Non bisogna pregarne Iddio, ché a questo fine ce lo +condurranno le sue buone opre: ha mal vissuto e mal morirá; e il +padron non è meglio di lui, servo degno di tal padrone. + +DOTTORE. Mi vo' partire; il presto ti raccommando. + +MANGONE. Ed io vo' al molo a trovare il raguseo. + + +SCENA IV. + +PIRINO, FORCA. + + +PIRINO. Comporterai, o Forca, che tu e io siamo scherniti e vilipesi +da un furfante ruffianello? Diménati, risvégliati, dimostra che sei +vivo e non dormi: ove è l'ingegno, ove sono le tue grandezze, ove i +tuoi gran fatti che fur tutti prigionieri delle tue astuzie? + +FORCA. Molte girandole mi vanno per la testa: mi stillo il cervello e +ordisco gran matasse, ma non mi sono ancor rissoluto ad alcun partito. + +PIRINO. Aiutami. + +FORCA. Mi uccidete. + +PIRINO. Il breve termine che Mangone ha dato a Melitea di gir al +dottore, è il termine della mia vita: intanto io sto nel mezzo delle +fiamme ardenti. Rispondemi. + +FORCA. Io sono cosí internato ne' pensieri, che sono fuora di me: il +desidero piú di voi per vendicarmi di quel manigoldo. Penso e ripenso, +e tuttavia non mi riesce nel cervello. Ma quel non aver danari mi fa +venir il sudor della morte. + +PIRINO. Se avessimo danari, non sarebbono necessari gli inganni. + +FORCA. Io non dico cinquecento scudi, ma alcuni dinari maneschi per +spendere e intricare. Ditemi, sète voi deliberato di averla? + +PIRINO. Sí. + +FORCA. Per ogni via? + +PIRINO. Sí. + +FORCA. E non lasciar l'impresa? + +PIRINO. Lascieranno piú tosto i cieli di muoversi, il sol di +splendere, mancherá l'aria, si risolverá il mondo, che possa lasciar +Melitea. L'amor nostro è invecchiato, non può scordarsi: ella è cosí +tenacemente scolpita nel mio core, che tanto sarebbe levarmela dal +core quanto svellerne l'istesso core. + +FORCA. Orsú, poiché il vostro cuore è fondato piú tosto in maturo +consiglio che in leggiera volontá, che come fusse indebolita si +risolverebbe in nulla, mano a' fatti, animo da imperadore: +risoluzione, animo e danari fanno tutte l'imprese e sono il nervo e +l'anima de' negozi. + +PIRINO. Se mai verrò al frutto dell'amor mio, beato te. + +FORCA. Almeno ne guadagnasse le scorze di quel frutto che sarebbe una +veste. + +PIRINO. Altro che veste arai. Una buona somma di danari. + +FORCA. Pur che non si risolva in qualche buona somma di bastonate. Ma +ditemi, come state in credito con li banchi? + +PIRINO. Benissimo: tutti credono che non ho un quatrino. + +FORCA. Bisogna dunque farvi una poliza falsa. + +PIRINO. Troppo pericolo: ci va la vita. + +FORCA. Non si può aver il mèle senza le mosche, né si ponno far le +grandi imprese senza pericoli; e quando si vuol far un gran fatto, non +bisogna nominar pericoli, perché l'animo si raffredda e si fa pauroso. +Bisogna por mano a cambi, interessi, scrocchi, usure e rubberie. + +PIRINO. Chi me li dará, se non è sensal ne' banchi che non m'abbia in +lista; e quando mi sentono nominare: «O che ditta, o che mercadante da +tor ad occhi chiusi!». Poi, non sai che è fatta una pragmatica, che +non si dia robba in credito a figli di famiglia? + +FORCA. Dunque questa pragmatica vieta ancora a me, che non t'abbi +credito di quella somma di danari che m'hai promessa. Cerchiamola in +presto da alcun amico. + +PIRINO. Cercali tu da parte mia. + +FORCA. Se non han credito a voi, come l'aranno a me? + +PIRINO. Come cerchi danari in presto ad un amico, subito ti risponde +che non gli ha e ti diventa inimico. + +FORCA. Pigliamoli ad usura. + +PIRINO. Non mi piace. + +FORCA. A chi vuol dormir con l'innamorata, bisogna trovar la pecunia, +padrone. + +PIRINO. Non è giorno che non discorra col cervello per tutti i banchi +del mondo. O che cosa infelice è il non aver danari! + +FORCA. Massime a voi, povero di danari e ricco d'appetito. + +PIRINO. Non so che fare. + +FORCA. Anzi bisogna disfare. + +PIRINO. Chi vogliamo disfare? + +FORCA. Tuo padre. Avemo il ben in casa e lo vogliamo cercare altrove. + +PIRINO. Lo caricheremo di troppo peso di dolore. + +FORCA. Lo scaricheremo di peso di argento. + +PIRINO. Non sará possibil mai, perché sta tanto sospetto di noi, che, +nol facendo stima che lo facciamo; poi se lo saprá, che fia di noi? + +FORCA. Ti fo la sicurtá con le mie spalle. + +PIRINO. Tu sai che in casa non mancano legne, e quando ce ne fusse +carestia, abbiamo la villa vicina. + +FORCA. Ho buone spalle per la villa e per la casa: tra le bastonate e +le mie spalle ci è una antica amicizia, un invecchiato parentado: ci +ho fatto il callo, non mi son cose nuove, mi son fatte naturali. + +PIRINO. Come faremo che non se ne accorga? + +FORCA. Aprimogli il scrittorio con il grimaldello; poi, quando gli +aremo gli li restituiremo. + +PIRINO. Buon'arte m'insegni. + +FORCA. Non è usanza di servi forse? + +PIRINO. E quando lo saprá, che faremo? + +FORCA. Che so io? qualche mala cosa. + +PIRINO. E questo è l'amor e la riverenza paterna? + +FORCA. E voi coricatevi la notte con questa riverenza, abbrac-* +*ciatevela e baciatela, e lasciate star Melitea. Questo modo è +precipitoso, questo non è buono; qua ci va la conscienza, qui la +riverenza: voi quello che potete, non volete, e quello che non potete, +volete. Ne avete poca voglia. A dio. + +PIRINO. Oh, come sei colerico! stammi allegro, che ad un ammalato è +gran refrigerio aver un medico allegro. + +FORCA. Voi sète un ammalato troppo pusillanimo e disobediente; non +volete sorbir le medicine. + +PIRINO. Queste tue medicine son troppo violenti per lo pericolo della +vita, troppo nauseabonde per l'infamia e troppo amare per l'anima: e +se ben la polvere del delitto mi accieca l'occhio della ragione, pur +non son tanto cieco che non conoschi l'errore. + +FORCA. Perdo il tempo, mi vo' partire. + +PIRINO. Aspetta, férmati un poco. Ahi, traditora fortuna, a che mi +conduci? Eccomi in una grandissima lite tra il padre e l'amore: il +padre mi cerca la riverenza, amor non ascolta ragioni, è giudice e +parte, mi spaventa con le saette e col fuoco e con la morte. Padre +mio, vorrei ubbidirvi, amor non lascia dispor di me: o anima mia, +bilanciata da tanti mali e agitata da tante onde di tempeste, come +determinerai questa lite? Padre mio caro, abbi pazienza per questa +volta: amor che vince ogni cosa, vince ancor me: perda il tutto e +acquisti Melitea. Forca, ti do in mano il freno d'ogni mia volontá. + +FORCA. Bisogna far un inganno a vostro padre. + +PIRINO. Se non basta a mio padre, fallo a mia madre, fallo a me +ancora. + +FORCA. Conosco che sète un di quei che bisogna fargli ben per forza: +bisogna aver animo per me e per voi. Vi vo' far conoscere che vaglio +tanto oro quanto peso: son rissoluto d'ingannarlo. + +PIRINO. Come? dove? dimmi. + +FORCA. Non so il come né il dove: levo di qua, pono di lá; sconcia di +qua, poni di lá, andrò tanto girando col cervello, che qualche cosa +sará. Ma ecco tuo padre, conosco negli occhi il fuoco della còlera: +scostati da me, che non ci veggia insieme. + +PIRINO. Starò a veder quel che fará costui: alcuna solenne astuzia gli +uscirá di mano. + + +SCENA V. + +FILIGENIO vecchio. FORCA. PIRINO. + + +FILIGENIO. Fu giudicata sempre la buona educazione il fonte e +l'origine degli abiti virtuosi e il fondamento delle umane felicitá, e +tanto necessaria al buon vivere quanto l'anima al vivere. Perché, +introducendosi a poco a poco ne' teneri intelletti il zelo della santa +religione, con quella si viene a dar l'imperio alla ragione, freno +agli affetti e termine alla volontá. + +FORCA. (Oh, gran pedagogo sarebbe stato il mio padrone!). + +FILIGENIO. Cosí, al contrario, la cattiva educazione è la fucina dove +si fabricano gli strumenti della ruina della misera gioventú; perché, +mancando per l'immatura etá la virtú moderatrice dei temerari desidèri +della strabocchevol concupiscenza, corre sfrenata ad ogni precipitoso +consiglio, e le buone qualitá della natura vengono atterrate e +tiranneggiate da' vizi e difetti del tempo. Ecco l'essempio in Pirino +mio figliuolo: ché bisognando per alcuni miei affari partirmi di +Napoli, le mie occupazioni fur cagione del suo ozio, restando in +tutela di un servo ribaldissimo, furfante della cappellina, capo de +tutti i furbi del mondo. + +FORCA. (Giá è entrato nelle mie lodi, racconta il catalogo delle mie +virtú). + +FILIGENIO. Ma a che mi affatico a dir tanto? basta che è servo. Cosí +tutte quelle virtú e buone qualitá che gli erano state largamente +dotate dalla natura, da cosí cattiva educazione sono state spente e +atterrate. Onde poco stima Dio, manco il padre, sprezza ogni buon +ricordo; e fattosi idol quel suo servo, corre precipitoso dietro a +quello che gli vien additato da costui. Onde appena sono in piazza, +che le genti mi sono adosso, dicendomi che Pirino sta innamorato di +una puttana; e che quelle ricchezze che con tanto risparmio e lunghe +fatiche sono state raunate in casa mia, vanno in essilio in casa di un +ruffiano e si consumano in un viver lussurioso; e che allettato dagli +artefici di costei, cerca rubbarmi cinquecento ducati per riscattarla. + +FORCA. (Fa' e di' quanto sai, ché con i tuoi dinari la riscattaremo). + +FILIGENIO. E se non fusse che veggio persone di maggior etá e +condizione, anzi di quei che governano al mondo, inviluppati in simili +materie, mi dispererei; ma con l'essempio di persone cosí degne +allevio gli affanni miei. Ma eccolo: Forca, Forca; mi son accorto di +te ben, sí! + +FORCA. Vengo, padrone. + +FILIGENIO. Come serpe all'incanto. Giá sleghi lo sacco delle bugie per +vomitarmele adosso. Fa' che a quanto ti dimando mi risponda subito, +accioché non abbi tempo a pensare e colorir menzogne. + +FORCA. Se stimate che quanto dico sia bugia, a voi soverchio il +dimandare, a me il rispondere. + +FILIGENIO. Ben, che si fa? + +FORCA. Si sta in piedi, con la beretta in mano, aspettando se mi +comandate alcuna cosa. + +FILIGENIO. Dove è Pirino? + +FORCA. Stando qua, non posso saper dove sia. + +FILIGENIO. Dove l'hai condotto? + +FORCA. Egli conduce me dietro a lui, perché li son servo. + +FILIGENIO. Dove l'hai lasciato? + +FORCA. Egli ha lasciato me. + +FILIGENIO. Parli cosí poco, come avessi a pagar la gabella delle +parole. Furfante, furfante, ben sai che ci conosciamo insieme: se non +mi dici il vero, farò che muti nome, e da Forca che sei diventerai un +appiccato. + +FORCA. Se dicessi la bugia, voi lo conosceresti in aprir la bocca. + +FILIGENIO. Quanto tempo è che mio figlio non ha visto la...? + +FORCA. La che? + +FILIGENIO. Quella. + +FORCA. Chi quella? + +FILIGENIO. Quella vostra... + +FORCA. Chi quella vostra? + +FILIGENIO. Quella cosa vostra che voi sapete. + +FORCA. Ah, ah, ah: sí, sí. + +FILIGENIO. Vedi pur che la conscienza accusatrice dell'animo tuo ti fa +accertar il vero, ancorché non vogli? + +FORCA. La vede ogni ora, ogni momento. + +FILIGENIO. Come ne sta innamorato? + +FORCA. Innamoratissimo. + +PIRINO. (Questo forfante par che discuopra i miei secreti). + +FILIGENIO. E segue tuttavia la prattica? + +FORCA. La segue con tutto il suo studio. + +FILIGENIO. Quando pensa lasciarla? + +FORCA. Quando lasciará la vita. + +FILIGENIO. Come lo sai? + +FORCA. Ce l'ho inteso dir mille volte. + +FILIGENIO. Tanto è ostinato? + +FORCA. Ostinatissimo. + +FILIGENIO. Perché tu non lo togli da questo proposito? + +FORCA. Se non ubbidisce a voi, perché vuol ubbidir me? + +FILIGENIO. Quando va a casa sua, che fa? + +FORCA. Gionto in casa sua, si butta sul letto supino, se la toglie in +braccio e se la squinterna sul ventre e se l'accomoda innanzi: volta +di qua, volta di lá, non la fa star mai ferma per tre o quattro ore, +finché stracco non va tutto in acqua. + +PIRINO. (Oh, che ti cadano i denti e quella lingua traditora!). + +FILIGENIO. E ti par questa buon'opra? + +FORCA. Buonissima, eccellentissima. + +FILIGENIO. E tu sei quello che lo guidi e aiuti? + +FORCA. Io, quando lo vedo tiepido e disamorato, l'aguzzo l'appetito. + +FILIGENIO. Talché tu sei il maestro. + +FORCA. Maestro io? signor no, è il maestro del Studio. + +FILIGENIO. Che Studio? che signor no? Di che parli tu? + +FORCA. E voi di che parlate? + +FILIGENIO. Io parlo della sua puttana. + +FORCA. Ah, io non pensava che voi parlaste di cose triste, ma della +sua Legge; e tutto il giorno si trastulla con la sua libraria, la +strapazza e se la tiene aperta innanzi. + +PIRINO. (O buon Forca, come l'hai ben salvata!). + +FILIGENIO. Cosí mi burli, eh? + +FORCA. Io non burlo altrimente; rispondo alle vostre dimande. + +FILIGENIO. O Dio, che avessi un bastone! ché avendo tu la pelle delle +spalle piú indurita di quella degli asini, se ti do con le mani, +offenderò piú me che te. O che unguento di cancheri! Traditorissimo, +se non ti disponi a dirmi la veritá, proverai lo sdegno di un padron +irato e schernito da te. Ti darò tante bòtte che amboduo restaremo +stracchi, io di dar, tu di ricevere. + +FORCA. Dico il vero, a voi sta il creder quel che volete. + +FILIGENIO. Non mi hai risposto a quello che ti dimandava. Vuoi tu +negarmi che Pirino non stia innamorato di una puttana, chiamata +Melitea, che l'ha in poter un ruffiano che ne chiede cinquecento +ducati? + +FORCA. Signor no, signor sí, eh, padrone. + +FILIGENIO. Che «signor sí», «signor no» cerchi in nasconder la veritá? +ed è tanta la sua forza che a tuo dispetto ti muove la lingua a dirla. + +FORCA. Eh, padron mio. + +PIRINO. (Sta' saldo, Forca, ché il padron non ti scalza). + +FILIGENIO. Che padrone? mi fai del balordo; che balbezzare è il tuo? + +FORCA. Io non so nulla; ma... . + +FILIGENIO. Che ma? + +FORCA. Direi alcuna cosa, se stessi sicuro che egli non l'avessi a +sapere. + +FILIGENIO. T'impegno la fede mia che non sará per saperlo giamai. + +FORCA. Dubito che voi lo scoprirete un giorno, ed egli mi salterá +adosso con un bastone; e non sapete che tremo in sentirlo nominare? + +FILIGENIO. Non dubitar, dico, ché quando io non bastassi a difenderti, +sarei uomo da farti franco e mandarti via. + +PIRINO. (Questa bestia mi fa entrare in suspetto). + +FORCA. So che lo risaprá, e le spalle ne patiranno la penitenza. Ma +alfin voi sète il padrone, vo' piú per voi che per lui. + +FILIGENIO. Cosí mi par di ragione. + +FORCA. Quanto avete detto, tutto è vero: che sta innamorato di una +cortegiana, detta Melitea, che sta in poter di un ruffiano che l'ha +venduta ad un dottore per cinquecento ducati; e però ne arrabbia di +dolore. + +FILIGENIO. Dove pensa avergli? + +FORCA. Rubbargli a voi come meglio potrá. + +PIRINO. (Ecco che fa l'affratellarsi con i servidori: pensava aver un +servo fidele e ho una spia secreta di mio padre). + +FILIGENIO. Come volete rubbarmi, se sto in cervello e mi guardo piú di +voi che di tutti i ladri del mondo? + +FORCA. È deliberato scassar lo scrittorio, se non lo può aprir col +grimaldello. + +PIRINO. (Merito questo e peggio. Or non sapevo io che i maggiori +inimici che abbiamo sono i servidori?). + +FILIGENIO. Ma come mi accorgeva del fatto, come andava il fatto per +voi? + +FORCA. V'attossicavamo. + +PIRINO. (O Dio, che ascolto? non posso contenermi, mi risolvo lasciar +il rispetto da parte, passargli questa spada per i fianchi, e accadane +quel che si voglia). + +FILIGENIO. Al suo padre questo? ahi, figli iniqui! or non dovea cosí +scelerato pensiero indurgli terrore? + +FORCA. Ma tutto ciò è nulla: ci è di peggio assai. + +FILIGENIO. Che ci può esser peggio? + +FORCA. Quel dottore è un cervello bizaro, straordinario, ha molti +bravi che lo seguono, per un pelo se la torrebbe col diavolo; ne sta +geloso e ha deliberato farlo ammazzare e li tiene le spie sovra. + +PIRINO. (Non gli basta quanto ha detto: ci vuol aggionger del suo +ancora). + +FILIGENIO. Se ben per i continui inganni che m'ave usato costui, non +gli devo prestar fede, pur la vita di un figlio importa molto. Forca, +tu che conosci costoro e sai questi maneggi, ricorro a te, mi pongo +nelle tue mani; vorrei che rimediassi, ché non si procedesse piú +oltre. + +FORCA. Non è cosa da ragionarsene in piazza: potrebbe egli +sovragiongere e stimarebbe che il tutto fusse uscito da me, e non si +potrebbe piú rimediare: vi mostrerò modo di salvarlo. + + + + +SCENA VI. + +PIRINO solo. + + +PIRINO. Ah, Forca traditore, che tradimento m'hai tu fatto? farmi +suspetto e reo appo mio padre! Ti arai voluto vendicare di quelle +bastonate de quali poco anzi ti dolevi di me. Come arò animo di +comparir piú mai dove il mio padre sia? manderò me stesso in essiglio. +Perderò in uno istesso tempo il padre, la patria e l'innamorata, che è +peggio assai che perder la propria vita. O come accetterei volentieri +alcuna sorte di morte per liberarmi da vita cosí nemica. Uh, uh! Possa +esser fatto in mille pezzi, se la scappi: vo' morire, ma prima che +muoia farò vendetta della cagion della mia morte. Mi tratterrò da qui +intorno finché venghi, per passargli la spada mille volte per i +fianchi. + + + + +ATTO II. + + +SCENA I. + +PANFAGO parasito, PIRINO. + + +PANFAGO. Par che questa mattina nell'uscir di casa abbia cantato la +civetta, cosí ogni cosa mi va a traverso. Vo al dottore per desinar +con lui, e mi dice che sta colerico, perché la sua innamorata ama +altri e sta inferma. Vo in casa di un altro, e trovo la casa piena di +pianto, ché vi si facea il mortorio. Fui forzato andare ad un certo +che avea abbandonato, perché non avea piú succo--perché noi siamo +come i pidocchi: quando non avemo piú sangue da succhiare, +l'abbandoniamo;--e disse che mangiava altrove. Alla taverna non mi +posso accostare, ché devo all'oste, e mi dice che ave cavato +l'essecutorio, talché sto fra duo capitali inimici, la fame e l'oste: +all'una non posso rimediare, all'altro non ho che dare. Pur, di +lontano, ho fatto l'amor con una porchetta grassa che si rostiva; si +burlava di me, perché mi mirava con certi occhi stralunati e con la +lingua pendente fuori tra' denti: ci ho lasciati gli occhi sopra, e +mi ha cavato il cuor di martello, la traditora. Vommene ora a trovar +Pirino; e se la speranza mi fallisce, arrabbiarò di fame. + +PIRINO. Misero me, qual si trova pena maggiore, che paragonandola alla +mia non sia una gioia! non è misero stato che non abbia qualche +speranza; sola la mia è priva d'ogni futura allegrezza. + +PANFAGO. (Ecco a tempo chi desiava). Buon augurio, Pirino caro, amato +e riverito da tutte le belle donne del mondo. + +PIRINO. Non merito esser burlato da te. + +PANFAGO. Ben sai che son piú tosto avaro delle tue lodi, che prodigo +in adularti. Che si fa? + +PIRINO. Se sta combattendo con la rabbia e con l'ira; e ne ho tanta +nel petto, che bastarebbe a riempirne tutte le fère del mondo. + +PANFAGO. Che colpa ci ho io? Volete voi con la vostra rabbia uccidere +voi e me in un colpo? Se col mostrarti rabbioso e iracondo pensi che +io non abbia a desinar teco, l'erri in grosso. Son gionto al porto: +scacciami quanto vuoi, che la tempesta della fame mi vi riconduce. + +PIRINO. Troppo pungente e pien di spine è il mio cibo per ora. + +PANFAGO. Verrò a mangiar con voi con denti calzati di buoni stivali. + +PIRINO. Mi pasco di veleno di vipre e di serpenti. + +PANFAGO. Verrò con la pietra di san Paolo, o mi farò incantare da un +ciurmatore. Mi negarai almeno due bicchieretti di quel tuo vino garbo? + +PIRINO. E che non è garbo quel che bevo, Iddio tel dica per me: la mia +bevanda è di amarissime lacrime. + +PANFAGO. Di lacrima dolcissima di Somma? Vorrei che sempre si +piangesse in casa tua, e non ne mancassero mai le bótte piene di +quella lacrima: ché quel color di sangue mi fa rallegrar tutto il +sangue; fresco e brillante, mi fa brillare il core; ponendolo in +bocca, quel suavissimo odore mi conforta il naso e il cervello e il +gusto. E quando lo sento calar nel petto, porta seco un mar di piacere +e un foco tacito che tutto mi riscalda. Non posso saper io la cagion +della tua rabbia? sbuffi, e mordi l'ugne: hai meco alcuna cosa? + +PIRINO. (Non posso levarmi da dosso questa mosca canina). Se tu +sapessi da quanta angoscia e tribulazione è afflitta l'anima mia, +n'avessi compassione; però di giá vattene, ch'io me la torrei con le +mosche. Ma ecco quel traditore! + + +SCENA II. + +FORCA, PIRINO, PANFAGO. + + +FORCA. Fermate, padrone: che volete fare? + +PIRINO. Romperti la testa. + +FORCA. Romper la testa a chi se la rompe ogni ora per pensar trappole +per vostro serviggio? fermatevi, vi dico. + +PIRINO. Non mi fermarò, se prima non ti arò cavato il core. + +FORCA. Volete cavar il cuore a chi ha cavato i danari dal cuor di +vostro padre? Cancaro, io l'ho scappata bene, aiutami tu, Panfago! + +PANFAGO. Or ora torno. + +PIRINO. Assassin cane, ti voglio aprire il petto! + +FORCA. Questo è il premio di chi ave aperto la cassa e la borsa di +vostro padre, e or ve le porto? + +PIRINO. Che borsa? che ci è ivi dentro? + +FORCA. Cento scudi che son il cuor di vostro padre. + +PIRINO. Come ce l'hai cavati dalle mani? + +FORCA. Basta l'avemo, a che bisogna saper il modo? + +PIRINO. Che ave a far cavargli i dinari dalle mani e scoprirgli i miei +secreti? non potevi dargli ad intendere alcuna altra cosa? + +FORCA. No, che fusse verisimile e credibile come quella, perché giá +mezza la credeva, e v'era l'amor suo; e che sia vero, la riuscita ave +approvato il mio consiglio. + +PIRINO. Che gli hai dato ad intendere? + +FORCA. Che per salvar voi dal pericolo del dottore bisognava pagargli +cento scudi che li mancavano per lo riscatto di Melitea; e la menava +seco fuor di Napoli e, come era lontana dagli occhi vostri, ve +s'allontanava dal core. Se l'ha bevuta, datomi i danari e restituito +voi nella sua grazia. + +PIRINO. Se è cosí, ho il torto. + +FORCA. Mille torti, non ch'uno. + +PIRINO. Perdonami. + +FORCA. Canchero! pormi a pericolo d'una perpetua galea e prepararmi un +seminario continuo di buone bastonate: per sodisfare a' vostri +capricci, cado in pericolo maggiore di essere ammazzato dalla vostra +furia. + +PIRINO. Perdonami, per amor di Dio. + +FORCA. Meglio sará per me che non m'impacci con i vostri amori. Poco +anzi mi promettesti con giuramenti non volermi piú maltrattare, e or +mi volevi uccidere: questo è altro che bastonate: sempre sète +l'istesso e ogni giorno siamo al medesimo. Sará meglio per me tornare +i danari al padrone. + +PIRINO. Perché farmi stentare a saperlo? non me lo potevi dir subito? +Perdonami, fratello, fratellino mio dolce. + +FORCA. No, no: non mi ci correte piú: tornerò i danari a vostro padre, +dirò che ho voluto scherzar seco. + +PIRINO. Forca mio, m'ingenocchiarò a' tuoi piedi. + +FORCA. No, no: non ci è ordine piú. + +PIRINO. Forca, non afforcar ancor me; conosco l'errore: s'un cuor +pentito merita la perdonanza, dammela. Si placa Iddio, pentendosi +l'uomo; non vuoi tu placarti? + +FORCA. Non è cosa che piú mitighi l'animo d'un offeso, che l'umiltá +del nemico; però non solo vo' perdonarvi, ma procurar la sodisfazion +di chi mi ha offeso. Vo' esser di animo piú generoso verso voi, che +voi non sète con me. + +PIRINO. Orsú, poiché avemo i danari, che faremo? + +FORCA. Dove è Panfago? ché abbiamo bisogno di lui. + +PIRINO. È scampato via. Ma non bisogna trattar con lui, perché è un +ciarlone; ed è peccato a non esser trombetta. + +FORCA. È a nostro proposito, perché è astutissimo. + +PIRINO. Non sa far altro che spirar i fatti nostri e riferirgli al +dottore. + +FORCA. Serve ancora a spirare i fatti del dottore e riferirgli a noi. + +PIRINO. Ha detto molti nostri secreti a lui. + +FORCA. Ha detto molti de' suoi secreti a noi. + +PIRINO. È piú tristo con noi che con lui. + +FORCA. Ce ne guarderemo. Ma io con quattro palmi di +salciccia--compráti il giovedí mattina prima ch'esca il sole, e +pagandole al bottegaro quanto ne chiede, e arrostite a fuoco di legne +di lauro senza parlare e con certe polveri di sopra,--ne fo un +capestro, ce lo pongo in gola, e non potrá piú parlare. + +PIRINO. Questo secreto l'ho provato molte volte e non mi è riuscito. + +FORCA. Perché non sai tutte le cerimonie che vi si convengono; overo +farò esperienza di una certa onzione. + +PIRINO. Che onzione? + +FORCA. Medolle di ossa di bue cotte in certi pasticci, grasso di +caponi in suppa, e la domenica mattina a digiuno li ongerò la gola. + +PIRINO. Questi grassi lo faranno vomitar piú tosto quanto saprá di +noi. + +FORCA. Anzi è contro il vomito, e l'ho esperimentata con voi piú +volte. + +PIRINO. Fa' come vuoi, non ti vo' contrariare in questo; dimmi, che +hai disegnato di fare? + +FORCA. Ascolta: io so far una polvere di carboni che, meschiata con +olio e ongendone la faccia, la fará nera come un schiavo, d'un nero +assai naturale. + +PIRINO. A che servono i carboni? + +FORCA. In simili carboni sta tutto l'inganno e la furberia: questi +trarranno i danari di man di vostro padre, inganneranno Mangone e vi +faranno posseder Melitea. Questa polvere la buona memoria di mio padre +usava spesso ne' suoi ladroneggi, con questa scappò mille volte da +prigionia, dalla galea e dalla forca--ché era la piú reverenda persona +del mondo;--io che camino per le paterne vestigia, imitator della sua +virtú, me ne sono servito in molti casi importantissimi. + +PIRINO. Che abbiamo a far con la polvere? + +FORCA. Con quella polvere ti ungerò le mani e la faccia, che parerai +un schiavo naturalissimo. + +PIRINO. Poi? + +FORCA. Poi pregaremo Alessandro vostro amicissimo, che preghi vostro +padre, che compri da Mangone un schiavo di buon garbo, giovane di +diciassette overo di diciotto anni, dell'etá tua e di Melitea che sète +poco differenti di etá e di persona; e che gli ne dia quanto ne vuole +per un suo disegno molto importante, e gli dia i cento scudi per +caparra. + +PIRINO. Appresso? + +FORCA. Appresso vestiremo Panfago, che non è conosciuto da Mangone, da +raguseo--perché avemo inteso da lui, questa mattina, che voleva andar +al molo a comprar schiavi,--ché dica esser fattor del raguseo e gli +venda voi per schiavo, per quello prezzo ch'egli vuole, perché vi meni +a casa. Esso, perché spera guadagnarvi con Filigenio vostro padre, da +cui n'è stato pregato, vi comprará sicuramente. Come sarete dentro, +arete agio da trattar con Melitea: e portando con voi un cartoccino +della medesima polvere, tingerete la faccia e le mani a Melitea e la +vestirete delle vostre vesti; e voi lavandovi mezanamente le mani e la +faccia, vi vestirete delle sue e vi chiuderete in camera. + +PIRINO. Che n'averrá per questo? + +FORCA. Verrá vostro padre per lo schiavo. Mangone, pensandosi vendere +lo schiavo che ha comprato, gli venderá Melitea; e cosí vostro padre +se la menará a casa. Ecco fin ora Melitea in casa vostra. + +PIRINO. Giá comincio ad intendere. O bello inganno! e il meglio che +abbia, è che ha del verisimile e del naturale; e chi non ci restarebbe +ingannato? Ma come caverai me di casa sua? + +FORCA. Se avete pazienza di ascoltare, lo saprete. Vo' che quando il +parasito vende lo schiavo a Mangone, gli prometta mandar un presente +di cose della nave per far amicizia seco e tener ragione insieme, +accioché, sempre che verrá in Napoli, gli riempia la casa di schiavi e +poi partire il guadagno. Trovaremo quattro fachini giovanetti del +vostro tempo, li vestiremo da bratti da navi, mezo nudi e mezo +impeciati, neri, con un cesto in spalla, carichi di provature e di +bariletti di vino o malvagía e cose simili; e quando verran dentro, e +voi starete su l'aviso e spogliarete uno di quelli e vi vestirete de' +suoi panni e vestirete colui de' panni di Melitea e scamparete fuora +con gli altri, e il parasito e i bratti vi aiuteranno a questo. Ecco +amboduo sbalzati fuora della casa del ruffiano e condotti in casa +vostra: cosí il giorno l'arete nera in casa, e la notte bianca in +letto, lavandole la faccia. + +PIRINO. Ogni cosa va bene, eccetto che come Mangone troverá quello in +casa vestito de' panni di Melitea, lo porrá in mano della giustizia, e +la corda li fará confessare il furto usato da noi. + +FORCA. A questo ci penseremo poi; e quello che non riesce per una via, +il faremo riuscir per un'altra. Ma eccola senza lambiccarmi molto il +cervello. Una bugia tra l'altre. Alessandro vostro amico ha quel servo +sbarbato che conduce le legna dalla villa a casa, che è sordo, muto e +un pezzo di pazzo, né molto dissimile dalle vostre persone, si lascia +spogliare, vestire e tingere a nostro modo; e se Mangone li domandará, +non saprá che rispondergli; e perché è molto gagliardo, se sará +stuzzicato, dará mazzate da cieco. + +PIRINO. L'inganno è pensato con tanta arte e ingegno, che come avanza +tutti gli altri che sono stati per addietro fatti, cosí per l'innanzi +non potrá ritrovarsene un altro simile. + +FORCA. Avertite che, quando la trappola è ben inventata e consertata, +se vi s'usa diligenza in esseguirsi, ha buona riuscita; ma esseguita +malamente, non può aver se non pessimo fine. + +PIRINO. Ella è tanto bene imaginata che, a dispetto di tutte le +negligenze e intoppi della fortuna, ará ottimo fine; ma ancorché fusse +per succederne qualche pericolo, animo grande, e succedane quel che si +vuole: vada la robba, la vita e l'onore, per non dir l'anima, pur +ch'abbia Melitea. Né meno sará l'allegrezza dell'acquisto di lei, che +della beffa fatta a Mangone. + +FORCA. Or poiché cosí rissoluto l'abbiamo, pensiamo a' mezi. + +PIRINO. Poiché hai mostrato tanto ingegno in questa fizione, di' +ancora i mezi de' quali abbiamo a servirci. + +FORCA. Dove troveremo noi Panfago? + + +SCENA III. + +PANFAGO, FORCA, PIRINO. + + +PANFAGO. Come stai, Forca mio? + +FORCA. Per appicarti. + +PANFAGO. Perché tanto male? + +FORCA. Perché non m'aiutavi. + +PANFAGO. Son ito per aiutarti. + +FORCA. Con quel veloce córso? + +PANFAGO. Con quel córso per darti soccorso. + +FORCA. Nel bisogno fuggi; dopo il pericolo vieni ad aiutarmi. + +PANFAGO. Correa per tor armi e aiuto. + +FORCA. Non potevi senz'armi menar le mani? + +PANFAGO. Non so menar le mani se non sovra i piatti. + +FORCA. Giurerei che hai bisogno di fregarti i polsi e le tempie di +teriaca per i vermi per la paura. + +PANFAGO. N'arei bisogno, ma non per la paura. + +FORCA. E di che cosa? + +PANFAGO. Crepo della traditora fame. + +FORCA. Dio ti ci mantegna. + +PIRINO. Panfago, abbiamo bisogno di te; e se ci aiuti, te ne aremo +obligo. + +PANFAGO. Per acquistarmi la vostra grazia andrei nel fuoco. + +PIRINO. Se, non avendomi mai fatto servigio, la casa mia t'è stata +sempre aperta, pensa che sará se ricevo da te cosí segnalato servigio. + +PANFAGO. Ditemi, in che volete adoprarmi? + +PIRINO. Ma avèrti che bisogna che tu sia secreto: ci va la vita! + +PANFAGO. Ce ne andassero mille! + +PIRINO. Però ti priego non farne motto ad alcuno. + +PANFAGO. Mi fate torto a pregarmi di quello che è mio debito di fare. + +FORCA. Lo ci dirá, padrone. + +PANFAGO. Perché cosí faresti tu. + +PIRINO. Mi vo' fidar della tua fede, ché non manchi di fede a chi si +fida nella tua fede. + +PANFAGO. Eccovi la mia fede di osservarvi fedelmente la mia fede. + +PIRINO. Fa' che non t'esca di bocca. + +PANFAGO. Prego Iddio che non ci entri né pane né vino, mi cadano i +denti, e il palato non gusti piú sapor de' cibi, ma diventi come +quello degli infermi--ché ogni cosa lor pare amara,--né la lingua +assaggi e rivolga boccon per la bocca, se di ciò rivelerò mai cosa +alcuna. + +FORCA. Per conoscer se sarai buono a quello che vogliamo servirci di +te, vo' prima essaminarti un poco. + +PANFAGO. Ché! sei tu mio giudice? + +FORCA. Dimmi: come sei destro? + +PANFAGO. Destrissimo. + +FORCA. Non dico ad arrobbare, io. + +PANFAGO. Né manco dico questo, io, ma al negoziare. + +FORCA. Di che razza sei? + +PANFAGO. Di giudei. + +FORCA. I tuoi quarti? + +PANFAGO. L'un di birro, l'altro di boia, il terzo di cerretano. + +FORCA. Come sei reale? + +PANFAGO. Come zingano. + +FORCA. Bene. Come sopportaresti le corna? + +PANFAGO. Cosí sopportassi la fame! + +FORCA. Come le bastonate? + +PANFAGO. Cosí cosí. + +FORCA. Batteresti tuo padre? + +PANFAGO. Mia madre ancora, e s'altro se può dir peggio. + +FORCA. Come sei amico della veritá? + +PANFAGO. Come il can delle sassate. + +FORCA. Orsú, hai dato al segno del mio vóto: sei mille volte peggio di +quel che vogliamo. + +PANFAGO. Adesso vo' essaminar io te: che cosa ho da fare? + +FORCA. Finger un raguseo e vender Pirino per schiavo. + +PANFAGO. Che pericolo ci è? + +FORCA. Nullo; perché non ci è cosa dove tu possa giocar di mano, e +come tu non puoi rubbare, non ci è pericolo. + +PANFAGO. Perché fingere un raguseo? + +FORCA. Se d'ogni cosa ti vogliamo dire il perché, non finiremo tutto +oggi. + +PANFAGO. Se volete che serva bene, bisogna che sia ben informato. + +FORCA. T'informaremo meglio di una scarpa. Su, finiamola. + +PANFAGO. Non ho ancor finito di essaminarti; che avete apparecchiato +da desinare? + +FORCA. È troppo buon'ora per desinare. + +PANFAGO. Chi non desina a buon'ora, desina a malora. + +FORCA. Dico: è troppo presto. + +PANFAGO. S'è presto a te, è tardo a me: che vuoi misurar il mio +appetito dal tuo ventre? + +FORCA. E tu vuoi che accomodiamo il nostro ventre al tuo appetito? Fa' +prima l'effetto, ché poi mangierai. + +PANFAGO. No no; fatta la festa non è chi spazza la sala: chi ave avuto +il suo intento, non si cura piú d'altro. + +FORCA. E tu, come hai mangiato e bevuto stai imbriaco, ti poni a +dormire, e qui bisogna star in cervello; ché una parola che non +dicessi a proposito, scompigliaresti in un punto quanto s'è consertato +in un anno. + +PANFAGO. Insegni a chi sa: attendi a quello che tocca a te e lascia il +pensiero a me di quello che mi tocca. + +FORCA. Non ti mancherá da mangiare. + +PANFAGO. Almeno una collazionetta leggiera. + +FORCA. Non abbiamo bombace né penne. + +PANFAGO. Non bevendo, non farò cosa allegramente: duo becchieretti, +non piú, starò allegro, fuor di paura, mi riporrá l'anima in corpo; +come ho buon vino su lo stomaco, non può contro me il malanno. Porti +l'oro su' diti, le gioie al collo, chi vuol rallegrare il core; la mia +teriace e il mio allegracore è il vino. + +FORCA. Mangierai e beverai assai bene. + +PANFAGO. Chi me n'assicura? + +FORCA. Stanne sopra di me. + +PANFAGO. Tu non sei buono a star sopra né sotto: dico che bisogna +bere. + +PIRINO. Panfago, per dirti il vero sto col pensiero cosí su l'effetto, +che se mangiassi prima, non mangiarai boccone che sapesse del suo +sapore; se hai fretta di mangiare, affréttati alla promessa. + +PANFAGO. Avertite che, se non mangio ben poi, scoprirò ogni cosa. + +PIRINO. Fa' quanto sai di peggio. + +PANFAGO. Orsú, che tardiamo? + +PIRINO. Forca, spediamola, ch'ogni picciolo indugio me par una gran +lunghezza di tempo. + +FORCA. Le cose grandi han bisogno di grande apparecchio. + +PIRINO. Restisi qui per parlar con Alessandro e vadisi per le vesti e +per lo presente. + +FORCA. S'io resto, chi va; se vo, chi resta? + +PIRINO. Io andrò ad Alessandro, l'informarò e lo disporrò che vadi a +mio padre, e gli darò i danari. + +FORCA. Ed io e Panfago andremo per le vesti, per gli bratti e per lo +presente; e l'informerò per la strada dell'effetto che ará da fare, e +ci troveremo in casa di Alessandro. + +PANFAGO. Ma mentre ci avviamo colá, fate voi che la tavola sia +apprestata. + +PIRINO. Cosí si faccia. Ecco Alessandro. Voi proprio desiava +incontrare, caro Alessandro. + + +SCENA IV. + +ALESSANDRO, PIRINO. + + +ALESSANDRO. Che comandate, carissimo Pirino? + +PIRINO. Vengo a ricever grazia e favor da voi. + +ALESSANDRO. Grazia e favor sará mio grandissimo, se mi darete +occasione onde io possa servirvi: non mi son smenticato, padron degno, +di tante grazie e favori ricevuti da voi; onde se non v'ho servito +come dovea, tuttavolta la prontezza dell'animo ha sopplito dove han +mancato l'occasioni. + +PIRINO. Di picciol fonte non può nascer gran fiume: non l'ho servito +come desiderava, atteso il mio poco valore. + +ALESSANDRO. Tra buoni amici si disconvengono le cerimonie: quel poco +ch'io vaglio, spendetelo a vostri commodi. + +PIRINO. Però vengo alla libera con voi, e perdonatemi del fastidio. + +ALESSANDRO. Allor ricevo fastidio e noia, quando non mi vien comandato +da voi cosa alcuna, ch'è mio debito servirvi; venghiamo al tronco. + +PIRINO. Non so se sapete la mia disgrazia, che Mangone ruffiano ha +venduto al dottore la mia Melitea. + +ALESSANDRO. Non n'ho inteso cosa alcuna, ché se n'avessi saputo un +cenno non averei aspettato che me l'avessi domandato. + +PIRINO. Mi complisce--per cagion de' miei amori che mi premono piú +assai della robba e della vita,--che andiate a mio padre e lo +preghiate che compri in vostro nome da Mangone un schiavo nero di +diciassette over diciotto anni, ben fatto, che abbia del nobile, e non +avendolo, che lo cerchi; e li diate per lo prezzo cento scudi che sono +in questo fazzoletto, e se non bastano, almeno per arra; e comprato +che l'averá, menilo a casa sua ben custodito, insin che andate o +mandate per lui. + +ALESSANDRO. Non altro di questo? + +PIRINO. Non altro. + +ALESSANDRO. Perché tanti scongiuri? + +PIRINO. Con questo verrò a rubar la mia Melitea dalle mani del +ruffiano, come poi vi dirò piú a lungo in casa vostra. Aiutatemi, +amico caro, a cosí onesto e onorato furto; e se mi potrete scambiar +questi danari in altri, me ne farete piacere, perché son di mio padre, +ché non venisse a riconoscergli. + +ALESSANDRO. Andrò or ora a servirvi; ho da scambiar questi e altri a +vostro servigio; a dio. + +PIRINO. A dio. + + +SCENA V. + +FILIGENIO, ALESSANDRO. + + +FILIGENIO. (Son uscito fuori, se posso veder Forca per saper che cosa +ha fatto col dottore: m'ha lasciato certi bisbigli in testa i quali, +se non me li ritoglie, non mi lascieranno mai riposare. Il Forca è +cattivissimo, conosce gli umori delle persone, e non è altro che sappi +meglio di lui i negozi di mio figlio, ed è buon mezo a questo effetto: +il suo consiglio mi piace: volendo servirmi, come dice, non è dubbio +ch'io non sia ben servito). + +ALESSANDRO. (Chi è costui che ragiona?). + +FILIGENIO. (Chi è costui che vien verso me?). + +ALESSANDRO. (È Filigenio, quel che cerco). + +FILIGENIO. (È Alessandro mio vicino). + +ALESSANDRO. (L'andrò ad incontrare). O Filigenio, Iddio vi conceda +ogni vostro desiderio. + +FILIGENIO. Non è altro il mio desiderio che servir voi, caro +ALESSANDRO. + +ALESSANDRO. Or veniva insino a casa vostra, per pregarvi d'un +segnalato favore. + +FILIGENIO. Eccomi ad ogni vostro comando: ché colui che non servisse +voi volentieri, non meritarebbe esser servito da niuna persona del +mondo, perché voi potete e sapete servir gli amici vostri. + +ALESSANDRO. Se avessi saputo imaginarmi persona sufficiente piú di voi +nel maneggio di questo mio negozio, arei fuggito darvi fastidio; non +potendo altrimente, m'è forza a valermi del suo favore. + +FILIGENIO. V'offerisco la prontezza dell'animo. + +ALESSANDRO. Vi ringrazio di tanta cortesia. Iersera mi venne un +corriero a posta da alcuni miei amici; e mi mandano un fascio di +lettere, avisandomi con replicati ricordi l'importanza del negozio. Le +lettere potrete vedere ad ogni vostro agio. + +FILIGENIO. Non mi curo altrimente; venghiamo al tronco. + +ALESSANDRO. Pregandomi come di cosa dove ci va l'onore e la vita; e mi +vennero, insieme con l'altre, molte lettere di cambio, se mi +bisognassero come di danari. + +FILIGENIO. Danari non sarebbono mancati a me in vostro servigio. + +ALESSANDRO. Replicandomi: non essendo servati da me come si richiede, +rimarrebbono ruinati. Son uomini veramente di sommo valore e degni +d'esser serviti. + +FILIGENIO. Dite pure in che posso servirvi. + +ALESSANDRO. Vorrebbono un schiavo di diciassette over diciotto anni, +negro, di bel garbo e di acconcie maniere, che avesse del nobile; e +che nel comprarlo non si avesse a risparmiar danari. Intendo che +Mangone, qui appresso, n'abbia o ne soglia aver de buoni e belli; però +vorrei che in mio nome ne compraste uno, e non avendolo, gli deste +cura di ritrovarlo fra poco. + +FILIGENIO. Tanto importa un schiavo? + +ALESSANDRO. Come saprete il negocio, conoscerete l'importanza: eglino +confidano in me molto; non vorrei che restassero ingannati di tanta +speranza. Io per certi rispetti non posso mostrarmi con lui, per esser +accadute alcune parole sconcie fra noi; e chiedendolo io, mi vorrebbe +appicar per la gola. Eccovi nella borsa cento scudi, dateli per lo +prezzo o almeno per caparra: dateli sin tanto che basti a saziar la +ingordigia. + +FILIGENIO. Vi servirò molto volentieri. Scudi non bisognano, ché ne ho +le migliaia per vostro commodo. + +ALESSANDRO. Se non togliete i danari per arra, non vo' che mi +favoriate nel negozio. + +FILIGENIO. Per non trattenermi vanamente in cerimonie, ché ho fretta +di servirvi, li torrò, e or m'invio verso la sua casa. + +ALESSANDRO. Ed io per non dargli occasione che mi veggia con voi, mi +partirò e verrò da qui ad un poco per saper quello che abbiate +trattato. + +FILIGENIO. In buon'ora, non vo' perder tempo in servirlo! ché chi +serve tardi, mostra che sia pentito della promessa, e chi serve +presto, raddoppia la promessa. Eccolo che torna a casa. + + +SCENA VI. + +MANGONE, FILIGENIO. + + +MANGONE. Ho speso i passi indarno: son ito al Molo, e mi dicono che il +padron della nave ragusea con un suo amico passaggiero non era ancora +tornato a desinare. Ho lasciato detto che desiava parlargli, e +insegnatali la casa mia. Ma io vi tornerò, come arò fatta stima che +abbia desinato. + +FILIGENIO. O Mangone, o Mangone! + +MANGONE. Chi mi chiama? + +FILIGENIO. Chi t'apporta guadagno: vòlgeti. + +MANGONE. Non è cosa al mondo a cui mi volga piú volentieri. Ditemi, +che guadagno mi apportate? + +FILIGENIO. Vorrei un schiavo nero di diciassette in diciotto anni, di +garbo e di fattezze signorili, per farne un presente ad un signor +principale. + +MANGONE. Per ora non potrei servirvi, ché ho venduti quasi tutti i +miei schiavi; ma spero accommodarvene fra poche ore, ché lo torrò da +certi amici. + +FILIGENIO. Giá l'hai trovata. Dici che vuoi tòrlo da certi amici per +venderlo piú caro. + +MANGONE. Dico il vero, a fé di uomo da bene. + +FILIGENIO. Giuri la fé di un altro, non la tua, ché tu non sei uomo da +bene. + +MANGONE. Quanti giurano a fé di gentiluomo, che non ci sono? Ma se non +lo credete, potrete venir infin a casa e vederlo: dopo pranso ne arò +la casa piena e potrete eleggerlovi come vi piace. + +FILIGENIO. Che ho a far io, ché ti ricordassi di me? + +MANGONE. Sapete bene che la caparra porta seco tal obligo, che obliga +il venditore a ricordarsi piú di lui che di ogni altro; e se non +facessi torto alla vicinanza e alla vostra autoritá, ve la chiederei. + +FILIGENIO. T'intendo, eccolati. + +MANGONE. Avrete manco fatica a darmi il resto. + +FILIGENIO. Prendi, potrai annoverargli con piú agio in casa tua: son +cinquanta scudi. + +MANGONE. Or sí che avete voglia di schiavi: farete che non desini +questa mattina per star sollecito al vostro fatto. Vedrò che si fa in +casa, e poi tornerò al Molo. + + +SCENA VII. + +FORCA, PANFAGO. + + +FORCA. Noi avemo il bisogno: ecco le vesti per vestirsi da raguseo; +ecco quelle per lo schiavo, son ricche e pompose: almeno, se non per +la persona, lo torrá per le vesti. Ecco i barilotti, i formaggi e i +confetti. + +PANFAGO. Sai tu che a proposito ho comprato le vesiche e i budelli? + +FORCA. Non so. + +PANFAGO. Ho fatto il tutto a vostro modo; in questo solo vo' che voi +secondiate il mio: ho tolto il barilotto e gli altri intrighi per +empirli di varie furfanterie, e ti farò veder salciciotti, provature e +mille altre galanterie; ché avendogli a far una burla, non ci vogliamo +perdere il presente, e noi restassimo i burlati. Ma avèrti, accioché +non abbiamo a far questione poi, che, ingannandolo con i falsi, mi arò +guadagnato i buoni. + +FORCA. Hai ragione, lo credo, che accompagnando la tua presenza con +vesti riccamente addobbate, che farai miracoli. + +PANFAGO. Quando vedrai l'architettura ch'usarò in contrafar i +salciciotti e le provature e i confetti, resterai stupito; e sará non +men gloria averlo beffeggiato nello schiavo che nel presente. + +FORCA. Entriamo, perché non abbiamo a far altro; ché Pirino deve +struggersi di desiderio di far presto. + +PANFAGO. Avèrti che, subito che ritorno, ritrovi la tavola +apparecchiata, ché io crepo dalla fame, e sovra tutto buona lacrima, +ch'io ne diluviarò un fiasco ad un tratto, per capace e grande che +sia, per lacrimar poi fino a notte. + +FORCA. Ricòrdati di usar buone parole--ché non è il miglior +instrumento per ingannare--e a far l'ufficio tuo di buon animo; ché +dalla nostra parte non mancheremo noi di quanto ti abbiamo promesso. + +PANFAGO. Entriamo, ché mi par mille anni di esseguir l'opera e far poi +un guasto mirabile di vivande. + + + + +ATTO III. + + +SCENA I. + +PANFAGO, PIRINO. + + +PANFAGO. Or vadansi ad appicar tutti coloro che non credono che amore +non basti a trasformar gli uomini in strane foggie; poiché tu da +libero e bianco sei divenuto nero e ti lasci vender come vil schiavo. + +PIRINO. Dimmi, Panfago, potrei esser riconosciuto da alcuno? + +PANFAGO. Certo, se non avesse visto io imbrattarvi il viso con quella +polvere, non crederei mai che foste Pirino: cosí rassembrate un +schiavo al naturale; ci è questo di buono ancora, che incontrandovi +con Melitea non sarete scoperto, se diventerete pallido o rosso con +Mangone, ché il color nero nasconde il color del volto sotto la tinta: +andate come in maschera. + +PIRINO. Io non vorrei parer tanto quel che non sono, che, volendo, +parer quel che sono non potessi. + +PANFAGO. Ma io come vi paio? + +PIRINO. Veramente mi par che tu non sia, né devresti mai far altro che +ingannare: cosí dimostri essere un gran ladro, e se non ti conoscessi, +ti giudicherei un ladro naturale. + +PANFAGO. Con questo giubbone non dimostro magnificenza? e con questa +ciera un mercadante ben ricco? + +PIRINO. Non potrai dir che tu sei povero, perché sei mercadante e hai +schiavi da vendere. + +PANFAGO. Se non m'hai rispetto e parli con creanza, ti darò bastonate. +Tu sei mio schiavo e ti posso vendere a mio piacere: e te ne farò +veder l'esperienza, ché ti venderò or ora. + +PIRINO. Hai ragione, vendimi tosto. + +PANFAGO. Che hai, che tremi? + +PIRINO. Sempre quello che piú si desidera piú si teme. Tremo non so se +di paura o di allegrezza: il pericolo dove mi trovo mi spaventa, +l'allegrezza dell'acquisto mi rallegra, il timor turba l'allegrezza; +talché provo in uno istesso tempo una timida allegrezza e un allegro +timore. Ma ricòrdati, partito di qua, sollecitar Alessandro, ché +solleciti mio padre a tor Melitea; e ricòrdati tornar presto con il +presente. + +PANFAGO. E tu come sarai a casa, ricòrdati di far apparecchiar presto +da desinare. + +PIRINO. Ma camina presto, ché non veggio l'ora di veder Melitea. + +PANFAGO. Anzi bisogna caminar con gravitá, col passo della picca: non +sai che son ricco e mercadante? + +PIRINO. Te ne prego e straprego. + +PANFAGO. Or sí che dici bene, perché lo schiavo deve pregar il +padrone. + +PIRINO. Ecco la casa. + + +SCENA II. + +MANGONE, PANFAGO, PIRINO, FILACE. + + +MANGONE. (Veggio un mercadante da nave, che mi dimanda: certo costui +sará quel raguseo che ha portato schiavi a vendere e ne porta un seco +per mostra). Chi dimandate? + +PANFAGO. Sète voi Mangone? + +MANGONE. Io son mentre Iddio vòle. + +PANFAGO. Voi siate il ben trovato per mille volte, padron caro; +perdonatemi se, non conoscendovi, primo non vi ho salutato. + +MANGONE. Non accadono simili cerimonie tra mercatanti: eccomi se son +buono a servirvi. + +PANFAGO. Io son il fattor del raguseo, padron della nave che ora è +gionta in Napoli, carica di schiavi; vi prega che vegnate domani o +questa sera a vedergli: e ve ne porto uno per mostra. + +MANGONE. (Questo mi par a proposito per Filigenio: me lo chiese di +fattezze simili; mi par bello e proporzionato e ave assai del nobile). +Lo schiavo mi piace, secondo il mercato che me ne fate. + +PANFAGO. Il mio padron desia far amicizia con voi, e però non mira al +prezzo di cotesto: volendolo in dono per amor suo, ve lo potrete tor +liberamente, perché ogni volta che verrá in Napoli, vi riempirá la +casa di schiavi, e voi vendendoli poi col vostro commodo, partirete il +guadagno. + +MANGONE. Io non ho desiato altro nella mia vita che un simile +incontro: io accetto carissimamente la sua amicizia. Di costui vo' dar +cinquanta scudi, se ben conosco che val piú, e quel piú lo ricevo in +dono, accioché egli prenda medesimamente fiducia di servirsi di me, +delle mie robbe e della mia vita. + +PANFAGO. Mi contento di quello che voi vi contentate di darmi, cosí il +mio padrone desia la vostra amicizia. + +MANGONE. Eccovi quindici scudi; in casa vi darò gli altri: potrete +annoverargli. + +PANFAGO. Credo alla vostra parola. + +MANGONE. Come si chiama lo schiavo? + +PANFAGO. Amore, padron caro. + +MANGONE. Di che paese? + +PANFAGO. Di Donnazapi, della provincia di Rabasco. + +MANGONE. Che nome voi mi dite? + +PANFAGO. Nomi che si usano in Schiavonia. + +MANGONE. Amor, vien qua, non mi vòi tu servir con amore? + +PIRINO. Ben sarei discortese e villano, se, voi avendomi comprato con +grande amore, non mi disponessi a servirvi con grandissimo amore. + +MANGONE. Servendomi lealmente, ti terrò da figlio, non da schiavo. + +PIRINO. Anzi, servendo voi, mi parrá di servire non un padrone, ma mio +padre. + +MANGONE. Sai alcun ballo all'usanza tua? + +PIRINO. È gran tempo che non l'ho usati; ma però comandandomelo cosí +voi, vo' piú tosto servirvi cosí goffamente come so, che disubedirvi. + +MANGONE. Orsú via. + +PIRINO. «Siam, siam per via, guallá! siam, siam per via, guallá!». + +MANGONE. O ben, per vita mia! lo schiavo è cosí allegro e festevole, +che mi fará viver dieci anni di piú: dispiacemi averlo promesso a +Filigenio, ché vorrei tenermelo per mio spasso. Ma poiché Melitea sta +cosí disperata, Filace, va' tu su, chiamala, ché venga giú e veggia +ballar e cantar questo schiavo che le rallegrará un poco li spiriti. +Noi, galante uomo, entriamo in casa, ché vi darò i restanti danari, e +faremo un poco di collazionetta, e berete una volta. + +PANFAGO. Per non parer discortese alla prima con voi, se ben ho +desinato poco anzi in nave, verrò volentieri, berrò una volta e due e +quattro, se me lo comandarete. + +MANGONE. Filace, non levar gli occhi da Melitea, lascia che veggia +ballar e cantare lo schiavo. Fra tanto tu da' una scorsa con la vista +intorno, ché non passi Pirino o Forca; e passando, falla entrar +dentro, nascondila da loro quanto sia possibile. Noi entriamo. + +FILACE. Entrate sicuro e vegghiate con gli occhi miei. + + +SCENA III. + +MELITEA giovane, FILACE, PIRINO. + + +MELITEA. (O Cieli, sonovi elle bastevoli le passate miserie? e mentre +sarò viva, sarò sottoposta a' crudeli arbitri della fortuna? Appena +fui nata che fui privata del padre, della patria e della propria casa, +e in strani paesi non è stato scontento o sciagura che non fusse da me +provata assai disconvenevole al mio sesso e alla mia giovanezza; e +sperando che il tempo partorisse a' miei mali qualche rimedio, ecco +fui fatta rapina di corsari e, sofferti pericoli del mare, son stata +venduta per ischiava ad un furfantissimo ruffiano. E pur ciò sarebbe +nulla, se amor non avesse voluto mostrar in me l'ultimo essempio della +sua possanza, accendendomi d'alti e generosi pensieri in cosí misero e +abietto stato, e alfin costretta a morirmi di fame in prigione. Qual +será il fine di tanti affanni, se i mali che s'aspettano e mi +minacciano, son piú gravi di quelli che si soffriscono? quando osarò +sperar dalla fortuna cosa che per me buona sia?). + +FILACE. Melitea, Mangone ti dá licenza che ti pigli un poco di spasso +con veder cantare e ballar questo schiavo. + +MELITEA. Altro che balli e canzoni mi stanno nel capo! + +PIRINO. Dio ti salvi, reina di tutte le belle. + +MELITEA. Io regina? io bella? O con quanta piú ragione mi aresti +chiamata la piú miserabile di quante vivono. + +PIRINO. Mi comandate che balli un ballo e vi canti una canzona? +Rispondetemi. + +MELITEA. Il dolore è cosí impadronito di me, che sto con l'animo tanto +lontano da me quanto ti son vicina col corpo. + +PIRINO. + + Deh! mirami, signora mia, + ascolta la mia canzona. + Perch'è d'altri mia persona, + che pensiate voi che sia? + Siam, siam per via, guallá! + +Ditemi, signora, vi piace il mio ballo e la mia canzona? + +MELITEA. Mirami in fronte, leggi nel soprascritto: come può capir +alcuna consolazione nell'anima mia? + +PIRINO. Conosco, signora, da certi segni del volto che sète molto +tribulata d'amore. + +MELITEA. Poco è conoscer questo, ché l'ardentissimo foco, quasi un +lampo, lo porto impresso nel volto. + +PIRINO. Noi schiavi di Egitto siamo negromanti; e da spiriti folletti +che tenemo nelle caraffine indoviniamo quello che volemo. + +MELITEA. Sí, eh? orsú, indovina chi amo io? + +PIRINO. Un giovane che si chiama Pi... Piri... Pirino. + +FILACE. Che ragionate voi di spiriti? + +MELITEA. Dice che ha uno spirito folletto nella caraffina, che +indovina quel che vuole. + +FILACE. Par che costui negromantizzi; non vorrei che ti facesse entrar +qualche spirito in corpo per forza. + +MELITEA. Quel spirito che ha nominato, ce lo farei entrar per mia +volontá. Ma indevina mò se m'ama. + +PIRINO. Egli non ha per altro cari gli occhi suoi, che per mirar voi; +né per altro il suo core, che per serbare inviolabilmente nella sua +piú interna parte la bellezza e i vostri costumi: e si gloria piú del +titolo di esser vostro schiavo, che di tutti i reami del mondo. Sète +sua, foste sua, né per l'avvenir basterá accidente alcuno a far che +non siate sua. Ma ditemi se voi amate lui, e dite il vero, perché +subito lo conosco. + +MELITEA. Io son tanto sua che, per non esser d'altri, voglio piú tosto +esser della morte. Dispiacemi solo che, in sí misera fortuna e con +tanto mio poco merito, mi sia posta ad amar tanto alto. Ma la costanza +del mio amore, l'ostinazione dell'anima e la puritá della mia fede, +con la quale sommamente l'osservo e riverisco, parmi che suppliscano +all'oltraggio della fortuna, e me ne rendono degna. Ma io dubito che +m'ami da scherzo e mi burli da dovero, poiché in tanto tempo che ci +amiamo, non ha trovato modo di liberarmi da un vil ruffiano, da un +abisso di oscuritá dove sepelita mi trovo. + +PIRINO. Egli vi ama tanto che, per far libera voi, s'è fatto servo e, +per ricomprar voi, s'ha fatto vender per ischiavo e, per rischiarar +gli oscuri nuvoli de' vostri affanni, s'è fatto piú oscuro +dell'istessa oscuritá. + +MELITEA. Io non t'intendo. + +PIRINO. L'intenderete poi. Ma or vo' scoprirvi tutte le cose che son +passate ne' vostri amori. + +MELITEA. Orsú, di' via. + +PIRINO. Andando voi a diporto un giorno al Molo, quando il vedeste e +foste veduta da lui, gli riempiste gli occhi di tanta meraviglia che +non potean saziarsi di mirarvi; perché, mentre si fermavano a +contemplar una parte e, come inveschiati da quella, non sapevano +dipartirsi, un'altra lo sollecitava e violentava e strascinava a sé, e +prima che si fermasse in quest'altra, un'altra se ne offriva, che con +altra tanta forza a sé lo tirava; talché vedendosi egli stracco e non +potendo mirar tutte, confessò esser vinto e desiava esser tutto occhi +per potervi mirar a pieno. Né pensava altrimente che ogni vostro atto +pungessi e che ogni vostra parola attossicasse, né che voi portaste la +morte nascosta negli occhi; onde senza accorgersene ponto trovò che le +spine velocissime erano discese al petto e il veleno nel core, e che +non era piú vivo: cosí vi parlò con gli occhi chiedendo pietá, e voi +accorgendovi di ciò con un picciol riso gradiste la sua affezione. Vi +seguí fin a casa, e nel dispartirsi, nel vostro bel viso restò lo +spirito e l'anima sua impressa, e se ne portò la vostra imagine +scolpita nel core. Cosí seguendo ad amarvi, come voi v'accorgeste che +dagli occhi vostri come da due stelle era girata la vita sua e dalla +vostra anima dependeva la sua, non prendendo solazzo delle sue pene e +afflizioni, come sogliono alcune vilissime feminelle, ma come vera +gentildonna--or rallegrandolo con speranze, or rammorbidendolo con le +promesse, or fingendo non accorgervi delle sue pene, or dilatando le +promesse,--l'avete trattenuto vivo sin adesso. Onde egli conoscendo +che in voi come in proprio albergo albergavano bellezza, onestá, bontá +e ogni lodevole costume, vi fe' libero dono dell'anima e della sua +vita. ... + +MELITEA. Veramente che tutto è vero quanto hai detto. + +PIRINO. ... Dopo molti giorni, voi dandogli commoditá di parlarvi, vi +baciò e baciandovi sentí tanta dolcezza che l'istessa bocca che vi +baciò or non lo sapria ridire, e restariano molto a dietro le parole +al vero. Gli parve che con quel bacio vi baciasse l'anima stessa; e +steste tanto stretti insieme che parea che di duo corpi ne fusse fatto +un solo; finalmente, vinto da tanta dolcezza, vi restò tramortito fra +le braccia, e voi ne piangeste per dolcezza. ... + +MELITEA. Confesso tutto esser vero; né altri che egli proprio saprebbe +ridirlo. + +PIRINO. ...Vo' dir piú innanzi... . + +MELITEA. Non piú, basta. Ben vi giuro che se abbiam avuto libertá, non +passò cosa fra noi che onestissima non sia stata; anzi non mi condussi +con lui mai a solo a solo, se prima con giuramento non m'assicurava di +poter star con lui come sorella. + +PIRINO. ... È vero; né si turbò egli giamai verso voi, se non quando +lo richiedevate di simil giuramento, quasi volendolo notare +d'infedeltá, avendo egli piú timore d'offendervi che del giuramento, e +che non richiedendovi di propria volontá, voi stimavate che lo facesse +per il giuramento. + +MELITEA. Ahi, ahi! + +PIRINO. Di che suspirate? + +MELITEA. Della rimembranza de' passati piaceri. Ma ditemi, poiché +tanto sapete, dove si ritrova egli ora? + +PIRINO. In questa strada. + +MELITEA. Come in questa strada, che se mi volgo intorno intorno, non +veggio altri che te? + +PIRINO. Ha ragionato ed è stato con voi, come state e ragionate meco; +e v'è piú dappresso che non pensate. + +MELITEA. In qual luogo m'ha ragionato? + +PIRINO. Dove voi sète e io sono. Ma ditemi, s'egli vi volesse rubare a +Mangone, fuggireste con lui da sua casa? + +MELITEA. Da questa vita ancora. + +PIRINO. Andareste a casa sua con lui? + +MELITEA. Per acqua, per fuoco e per dove non è via, con lui; ché egli +solo è la patria, la casa, lo sposo e mio signore. + +PIRINO. Or ora? + +MELITEA. Or ora. + +PIRINO. Senza temer alcuno accidente? + +MELITEA. Né la morte istessa--che si può dir piú della morte?--e se +ben la morte per altra cagione mi parrebbe amara, per ciò mi sarebbe +piú cara della vita. + +PIRINO. Se ve lo facessi vedere, che pagareste? + +MELITEA. Vi giuro--non da povera schiava ridotta in sí misero stato +dove mi trovo, ma da quella gentildonna che fui,--che riporrei questo +beneficio nel fondo del mio core, per pagarlo poi quando potessi con +quanto vaglio; ché avendo a morir tra poco, morrei contenta. + +PIRINO. E se lo vedeste, che fareste? + +MELITEA. Che farei, dici? Me gli attaccherei con le mie braccia al +collo con nodi e groppi cosí tenaci, che non timor di Mangone o +suspetto di vita o di qual si voglia strano accidente me lo farebbono +lasciar mai; accioché, bisognando morire, morissi nelle sue braccia, e +gli consegnerei il suo deposito. + +PIRINO. Farò che or ora voi lo vedrete. + +MELITEA. O Dio, che intendo! Ma tu hai fatto un motivo con la bocca, +che cosí soleva far egli; e hai parlato con tanta dolcezza e +affettuose parole, che par che hai di quel genio che a lui solo fu +donato dal Cielo per tiranneggiare e tirare a sé con dolce +amorevolezza tutte le persone. + +FILACE. Su su, finiamola, ché Mangone viene: ché tanti ragionamenti? + +PIRINO. Se mi promettete non alterarvi di modo che possiate dar +sospetto al guardiano, ve lo mostrerò sano e vivo. + +MELITEA. Non so se potrò far tanta forza a me stessa. + +FILACE. Parmi che colui che passa colá, sia Pirino. Entrate, entrate; +presto, presto, ché non vi vegga. Ma non è desso, restate. + +PIRINO. Bisogna farla, ché scoprendovi sareste rovinata voi e il +vostro Pirino. + +MELITEA. Cosí prometto. + +PIRINO. Io sono il vostro Pirino! + +MELITEA. O somma di tutte le mie speranze, io son tutta divenuta di +foco, il sangue mi bolle per tutte le vene, e mi riconosco incapace di +tanta gioia. O Dio, dammi tanta fortezza che possa nasconder cosí +smisurato contento! + +PIRINO. Ecco ch'è pur vero che m'ho fatto vender per ischiavo per far +libera voi. + +MELITEA. Ma che son io che merito esser riscattata con sí gran prezzo? +Ma questo non per mio merito, ma per vostra gentilezza, ché avete +riguardo alla vostra propria natura non al mio poco valore. Ma come io +potrò riservirvi tanta cortesia, essendo ella infinita e io cosa +finita? + +PIRINO. Io non posso dirvi qui la trappola che abbiamo consertata, ché +darei sospetto di voi al guardiano. In camera vi dirò il tutto. + +FILACE. Melitea, tu entra dentro. + +MELITEA. Or ora. + +FILACE. Ca..., canchero, che m'avesti a far dire una mala parola! Voi +donne non vi contentate del giusto mai, sempre inchinate al troppo: se +vi si concede un dito, ve ne togliete un palmo. Poco anzi, con gli +occhi bassi come se volesse nasconder il volto sotto le ciglia; ma ora +lo schiavo l'ha fatta alzar la testa e star di buona voglia. + + +SCENA IV. + +MANGONE, PANFAGO. + + +MANGONE. Potrete far ben libero conto, d'oggi innanzi, che la casa sia +piú vostra che mia o almanco commune. + +PANFAGO. Veramente farò cosí, poiché voi altresí mi avete liberamente +promesso servirvi della nostra in Raguggia; faremo ragione insieme: +noi vi condurremo delli schiavi e voi li venderete, e saranno fra noi +le perdite e i guadagni communi. + +MANGONE. Mi contento d'ogni vostro contento. + +PANFAGO. Ma vo' che non mi neghiate una grazia. + +MANGONE. Eccomi all'obbedire. + +PANFAGO. Avemo alcune cosette in nave, come frutti della nostra +patria, cioè alcuni barilotti di malvagie, bottarghe, provature, +formaggi, confetti e simili frascherie; ve ne farò parte: vorrei che +le riceveste con quello amore che ve le porgiamo, non avendo riguardo +al lor poco valore. + +MANGONE. Come non le riceverò con buon animo? ne terrò continua +memoria della vostra amorevolezza; vo' darvi alcuni miei schiavi che +vi aiutino a portarle. + +PANFAGO. Non accade incomodarvi per ciò: in nave non mancheranno +bratti che or ora le porteranno qui. + +MANGONE. Andate in buona ora; e se non avete quella amorevolezza, in +casa mia, che meritate, perdonatemi. + +PANFAGO. Se bene è stata ogni cosa eccellentissima, il miglior è stata +la buona volontá. A dio. + +MANGONE. Non è poco l'aver trovato in costui tanta cortesia; perché +tutti gli uomini del di d'oggi son piú tosto di levante che di +ponente, overo zappe che tirano a sé che badili che buttino ad altri. +Mi ha venduto un schiavo per cinquanta scudi, che val piú di cento, +come a punto mi è stato chiesto da Filigenio. Mi ho guadagnato ducento +scudi senza rischio e senza tormi dinari da mano in un batter +d'occhio. Poi, mi torna molto a proposito l'amicizia di costui--egli +va rubbando per le costiere di Schiavonia, e rubbane liberi e +cristiani e li vende per schiavi:--senza spendere farò gran guadagno, +oltre che mi manderá un buon presente, ché i forastieri sono +osservatori della parola. Oggi è una giornata molto felice per me. Ma +ecco Filigenio; certo vien per lo schiavo. Non me lo caverá di casa se +non me lo paga benissimo: conosco che ne ha voglia. + + +SCENA V. + +FILIGENIO, MANGONE. + + +FILIGENIO. Mangone, son venuto a trovarti secondo l'appuntamento doppo +tre ore; e se non m'hai servito, vengo almeno, ché ti ricordi di me. + +MANGONE. Sète venuto a tempo: v'ho comprato un schiavo piú meglio +assai di quello che m'avete chiesto o che sapete desiderare. È giovane +di diciassette o diciotto anni, bello di corpo e piú bello d'animo: ha +un bel procedere, di belli ragionamenti, di apparenza assai nobile e +allegrissimo, balla e canta graziosamente, e m'ho preso gran spasso +con lui. + +FILIGENIO. Poiché tanto lodi la tua mercanzia, è segno che vuoi +stravendere. Mi bastava solo che fusse stato giovane e di belle +fattezze. + +MANGONE. Vi dolete dunque che ve l'abbi compro miglior di quello che +me l'abbiate chiesto? + +FILIGENIO. Io non mi doglio di quel meglio, ma che tu con questo +meglio mi vogli impiccar per la gola e vendermelo soverchio. + +MANGONE. Non l'ho detto per tale effetto, ma perché mi ricordo e so +servir gli amici a' quali porto affezione. + +FILIGENIO. Te ne ringrazio: fallo calar qui giú, ché lo veggia. + +MANGONE. Filace, fa' calar quello schiavo. Vedrete che non v'ho detto +bugia: avanzará con la presenza quello che vi ho depinto con le +parole. Ma avertite che non vi lascerò un quattrino di trecento scudi, +perché val cinquecento, e vo' che voi ne siate giudice. + +FILIGENIO. Io non ne ho a comprar la bellezza di lui, il bel +ragionare, il cantare e il ballare; ma vo' che sia ben creato, +gagliardo e che sappia servire. + +MANGONE. Eccolo, vedetelo bene, consideratelo; non vi ho chiesto +soverchio. + +FILIGENIO. Non è di cattiva apparenza. + + +SCENA VI. + +MELITEA travestita, MANGONE, FILIGENIO. + + +MELITEA. Caro signore, che mi comandate? + +MANGONE. L'aspetto solo non vale un tesoro? vedeste mai schiavo piú +bello, di miglior garbo e di piú nobile apparenza? Non si vede in +costui quel naso schiacciato, quelle labra grosse rivolte in fuori; +sempre col riso su le labra, e per lo volto e per gli occhi fiorisce +la sua allegrezza; anzi, quanto piú lo miri piú ti piace mirarlo: or +se fusse bianco, che si potrebbe mirar cosa piú bella? e ti giuro che +mi par ora piú bello che quando lo comprai poco anzi. + +FILIGENIO. Hai ragione, è vero quanto dici. + +MANGONE. Avea fatto disegno, Amor mio, servirmi di te; ma poiché +questo grand'uomo ti vuol comprare e so che ti fará carezze, ho +stimato che sia meglio per te venderti a lui. Dimmi, lo servirai tu +volentieri? + +MELITEA. Perché mi diceste prima che aveva a servir voi, mi era +disposto servirvi con tutto l'animo. Ma poiché vi par meglio vendermi +a questo gentiluomo, a me par ancor meglio, poiché quello che piace a +voi, piace ancor a me. Le volontá de' padroni son legge de' servi: mi +contento cosí ubbidirvi in ciò, come era disposto servirvi in ogni +altra cosa. + +MANGONE. Non lo servirai molto tempo, perché ti fará libero presto. + +MELITEA. L'aspetto suo venerando mi mostra che i suoi costumi sieno +pieni di dignitá e di cortesia; poi, vedendo quanto i miei servigi +saranno amorevoli e pieni di affezione, non dubito di non esser ben +trattato da lui e della mia libertá. + +MANGONE. Mirate che risposte argute. Di grazia, dimandateli alcuna +cosa. + +FILIGENIO. Quale è il vostro nome? + +MELITEA. Amore: ché se ben la natura mi fe' nascer libero, amor mi fa +viver schiavo, godendo di questa servitú cara e dolce piú d'ogni +libertá: avendo il corpo schiavo, arò sempre l'animo libero. Servirò +voi e il vostro figlio con grande amore; e se voi mi compraste con +prezzo d'oro, a lui m'ho reso schiavo con prezzo di amore: e certo che +riconosciuto che sará il mio amore, sarò degno di libertá. + +MANGONE. Il nome val ogni dinaro: sará certo nato nobile nel suo +paese, perché ancora nelle miserie spira la sua nobiltá. + +FILIGENIO. Di che paese sei? + +MELITEA. Di Pirinaica. + +FILIGENIO. Di che cittá? + +MELITEA. Amorina. + +FILIGENIO. Dove sono questi paesi? + +MELITEA. Nella Morea. + +FILIGENIO. Come stai? + +MELITEA. Come posso, poiché non posso star come vorrei. + +FILIGENIO. Come sopporti la servitú? + +MELITEA. Con animo assai libero e franco, per sentir manco travaglio; +perché colui che serve con animo servile, patisce due servitú, e del +corpo e dell'animo. + +FILIGENIO. Mi pensava aver comprato un schiavo e ho comprato un +filosofo. + +MANGONE. Il ragionar di costui non vale un regno? + +FILIGENIO. Quanto piú lo miro e ascolto ragionare, piú mi piace. Su, +quanto ne domandi? + +MANGONE. Quanto volete voi darmi? + +FILIGENIO. A te sta il dimandar, a me il rispondere. + +MANGONE. Trecento scudi. + +FILIGENIO. È troppo. + +MANGONE. Ducento. + +FILIGENIO. È molto. + +MANGONE. Centocinquanta. + +FILIGENIO. È caro. + +MANGONE. Di questo che vi dico ora, non ne torrò un quattrino--ché +farei torto a me stesso in dimandarne meno, e voi a darmegli:--cento +scudi. + +FILIGENIO. Ed io non vo' far torto a te che ne dimandi il giusto, né a +me che lo conosco, né al merito del schiavo. Eccoti cinquanta scudi: +con l'arra che avesti prima, giongono al prezzo che m'hai chiesto. + +MANGONE. O che allegro cuore! or vadasi ad appiccare chi dice che si +trova cosa che allegri il cuore piú dell'oro. + +FILIGENIO. Amor, andiamo a casa. + +MELITEA. Vi seguo con gran desiderio, né veggio l'ora di giungere. + +FILIGENIO. Mangone, a dio. + +MANGONE. In buon'ora. + + +SCENA VII. + +PANFAGO, MANGONE, FILACE. + + +PANFAGO. Padron mio caro, vi rechiamo alcune coselline; se ben poche, +l'animo è grande e l'affezione. + +MANGONE. Queste son di soverchio assai; m'avete qui condotto meza +Raguggia: mi bastavano due salcicciotti, un prosciutto per segno di +amorevolezza. Filace, conduci cotesti giovani dentro, discaricagli e +dágli alcuna ricreazione: ponigli assai robbe e vino innanzi e +lasciagli mangiare a lor piacere. + +PANFAGO. Tutto è soverchio, amico caro: basta che bevano una volta per +uno. Speditevi tosto. + +MANGONE. Mentre costoro si ricreano, noi fra tanto ragionaremo delle +cose del mondo. + +PANFAGO. A vostro piacere. + +MANGONE. Ditemi, di grazia, il nome del padron vostro. + +PANFAGO. Il suo nome è Rastello Fallatutti di Monteladrone. + +MANGONE. Il vostro nome, accioché possa servirvi. + +PANFAGO. Rampicone di Maltivegna. + +MANGONE. Per quanto tempo il vostro misser Rastello Fallatutti si +fermará in Napoli? + +PANFAGO. Mentre dará spaccio alla sua mercanzia. Verrá a voi al tardi +o al piú domani, tratterá su questo negozio e, liberato dal peso, +tornará quanto prima a Raguggia. + +MANGONE. Da dove vengono questi schiavi in Raguggia? + +PANFAGO. Da Segna in Raguggia, e d'indi li portano in diversi paesi. + +MANGONE. Quanti ne ha portati per vendergli? + +PANFAGO. Da quaranta in cinquanta, e giá li voleva portare in Ispagna; +ma per aver incontrato per il camino certe fuste le quali facevano +l'amore con la nostra nave, l'è paruto piú sicuro fermarsi qui in +Napoli, se forse li potesse qui smaltire. + +MANGONE. Filace, vien qui fuori. + +FILACE. Eccomi. + +MANGONE. Hai dato da far collazione a quei giovani? + +FILACE. Sí, signore; e omai se l'han divorata e menano le mani assai +valorosamente. + +PANFAGO. Son usati a menarle su le funi a' servigi della nave. + +FILACE. Eccoli che vengono fuori. + +PANFAGO. Avviatevi innanzi alla nave, sgombrate tosto: che fate? non +vo' che vegnate meco, ch'io verrò appresso. + +MANGONE. Vi prego a ricordarvi che vi son servo, e raccommandatemi a +misser Rastello Fallatutti di Monteladrone. + +PANFAGO. Egli vi si raccommanda di tutto cuore. A dio, MANGONE. + +MANGONE. A dio, Rampicone di Maltivegna. + +PANFAGO. A te è giá venuto il male, e ti ricorderai spesso del mio +nome! Andrò a spogliarmi, e a casa di Alessandro a diluviare. + + + + +ATTO IV. + + +SCENA I. + +PANFAGO, ALESSANDRO. + + +PANFAGO. Ho fatto una gran sciocchezza a farmi scappar Pirino dalle +mani; ché per poterlo poi trovare non ho lasciato strada né casa +d'amico che non abbi cerco, per gir a desinar con lui come restammo +d'accordo: perché ho complito quello che ho promesso a lui, giusto è +ch'egli complisca quello che ha promesso a me. Sí che per la soverchia +fatica ho una sete ch'arrabio: penso che sia in casa di Alessandro e +che apparecchi il banchetto, e tutti mi stieno aspettando. Ecco la +casa. O che aura odorata che ne spira, annunciatrice di un eccellente +apparecchio! Se non giungo a tempo della battaglia, almeno raccorrò le +spoglie de' nemici: _tic, toc._ + +ALESSANDRO. Chi è lá? + +PANFAGO. Amici! + +ALESSANDRO. Come ponno essere amici chi ne spezzano le porte? + +PANFAGO. Aprite tosto! + +ALESSANDRO. Chi sei? + +PANFAGO. Il soverchio bere ti ará tolto il vedere. + +ALESSANDRO. Chi dimandi tu? + +PANFAGO. Pirino, dico. + +ALESSANDRO. Non è in casa, è uscito poco fa. + +PANFAGO. Ha egli forse alzato il fianco? + +ALESSANDRO. Sí bene. + +PANFAGO. Non ha lasciato alcun bocconcello, alcun miserabil rilevo per +me? + +ALESSANDRO. Nulla. + +PANFAGO. O mal d'affogaggine! Oimè, che la fame m'asciuga lo stomaco e +la sete mi disecca le vene; ma possa io morir di mala morte, se non me +ne farò vendetta e bona! Traditori assassini, che dispetto vi feci +mai, che meritasse tanto scherno? farmi star tutto il giorno su le +speranze, digiuno? Mi avete promesso per non attendere e m'avete +onorato per beffarmi; ma farò che la beffe torni sopra voi, il cibo +che avete divorato senza me farò che mal pro vi facci: ché non mi +terranno tutte le catene del mondo, che non vada ora al dottore e non +gli riveli tutte le furbarie che gli avete fatte. Avete rotto la fede +a me, la romperò io a voi: li riempirò l'animo di gelosia, +l'aspreggiarò tanto che da questa beffe ne germoglino danni, rumori e +morti e quanto piú se può peggio. Un par mio digiuno a quest'ora, eh? + + +SCENA II. + +DOTTORE, PANFAGO. + + +DOTTORE. Panfago, dove vai? + +PANFAGO. Se non vi rovino tutti, ... + +DOTTORE. Che cosa hai? + +PANFAGO. ... cadano i cieli, se abissi la terra ... + +DOTTORE. Di chi ti rammarichi? + +PANFAGO. ... e si sconquassi il mondo! + +DOTTORE. Panfago, tu smanii; certo tu devi arrabbiar della fame. + +PANFAGO. Oh sète qui, dottore! la rabbia m'avea offuscata la vista +d'un torto che vi è stato fatto: e se l'avessi potuto vendicar io +senza la vostra saputa, l'arrei fatto assai volentieri; ma non +potendo, vengo sforzato a dirvelo: è cosa che proprio non la posso +digerire. + +DOTTORE. Io dubito che tu abbi digesto d'avanzo, e che essendoti stato +promesso da desinare e venutoti meno, tu ti muoia della fame. + +PANFAGO. Ma vorrei che stimassi che le parole mie nascano da vero +amore e da zelo del vostro onore, non da qualche mio interesse. + +DOTTORE. Che cosa dunque? + +PANFAGO. Sapete che Melitea vi è stata tolta e or sta in poter di +Pirino? + +DOTTORE. Non può essere. + +PANFAGO. Quante cose paiono che non ponno esser, e pur sono? Ma +accioché non pensiate che io parli in aria, m'offerisco a farvi veder +ogni cosa con gli occhi propri. + +DOTTORE. Mangone si guarda da Pirino e da Forca, come il diavolo dalla +croce; e Melitea sta inferma e carcerata, e son tre giorni che non ha +cibo. + +PANFAGO. Pirino s'è tinto da schiavo e s'ha fatto vendere a Mangone da +un gran furfante, come io, vestito da raguseo; e intrato in casa sua, +ha vestito Melitea de' suoi panni e fattala comprar dal padre: e la +burla è stata accetta e ricevuta, ... + +DOTTORE. Per farmi credere una bugia, ce ne aggiungi un'altra +peggiore. Come voleva entrare e uscir dalla casa di Mangone, se vi sta +un perpetuo guardiano? + +PANFAGO. ... ed il Forca è stato presente a tutto ... + +DOTTORE. O che testimonio m'adduci! + +PANFAGO. ... ed io a tutto son testimonio d'occhi. Né si ha vergognato +di far una simile beffa ad un par vostro, ricco, dotto e di qualitá +tanto stimate nella terra nostra. Chi è Pirino altro che un +pidocchioso? chi è Forca se non un che meritarebbe essere stato +afforcato prima che nascesse? ... + +DOTTORE. Orsú, basta, basta. + +PANFAGO. ... Or stanno abbracciati cosí stretti che l'aria non vi può +star in mezo ... + +Dottore: Taci, non piú: ché me l'hai espressi cosí vivi che essermi +gli contemplo presenti, e non veggendogli par di vedergli. + +PANFAGO. ... L'han fatto piú per svillaneggiarvi che per altro: or si +ridono di voi, dicendo che abbracciar voi è abbracciar un morto, e che +li movete vomito con la vista, sète pelle senza nervo, una vescica +sgonfiata, che puzzate di cimitero e che piatite con la sepoltura, e +che la notte la terreste sempre svegliata con l'orologio delle +correggie, se dormisse con voi. ... + +DOTTORE. Ogni tua parola m'è un serpe velenoso che mi morde, una tigre +che mi straccia. + +PANFAGO. ...Né gli bastava avervi beffeggiato, se alle beffe non +s'aggiongevano l'ingiurie. + +DOTTORE. Io mi sento l'anima in uno istesso tempo assalita da contrari +affetti, combattuta da una turba de nemici, da sdegno, da malinconia, +da vergogna e da gelosia. La malinconia mi rode, la vergogna mi +confonde, l'ira m'arde nel core, la gelosia mi boglie nell'anima. Ho +melancolia che ho perduta l'innamorata, ho gelosia che altri la goda, +ho sdegno che non m'ami, ho vergogna d'esser beffato; e se son vecchio +ho il cervello giovane, e se ho la debolezza del corpo ho la prontezza +dello spirito. + +PANFAGO. Se volete vendicarvi, bisogna prestezza e piú fare che dire, +anzi il dire e il fare sia in un medesimo tempo: io vi aiuterò col +consiglio e con l'esser a parte d'ogni fatica. + +DOTTORE. Assaltiamgli all'improvviso; ché essendo Pirino temerario ed +audace ne' piaceri, sará timido nelle avversitá, ché sempre sogliono +essere temeritá e paura in un medesimo soggetto. Andiamo a Mangone +prima, veggiamo se Melitea sia in casa e poi rimediaremo al tutto. + +PANFAGO. Andiamo. + +DOTTORE. E se troverò che sia vero quanto hai detto, prenderò tal +vendetta di loro che li farò pentir mille volte d'avermi ingiuriato. + +PANFAGO. Or do a desinare alla mia rabbia e da bere alla mia sete: la +vendetta compenserá la noia dell'una e dell'altra. + +DOTTORE. Ecco la casa, io batto. + +PANFAGO. Io mi starò cosí chiuso nella cappa che costui non mi +riconosca. + + +SCENA III. + +MANGONE, DOTTORE, FILACE, PANFAGO. + + +MANGONE. Padron caro, che furia è questa? Melitea sta a vostra posta; +e se la volete cosí inferma come ella è, ve la darò or ora. + +DOTTORE. Dove è ella? + +MANGONE. Chiavata in camera strettamente. + +DOTTORE. Dici il vero; ma non in camera tua e da altri. + +MANGONE. Dubitate forse che Pirino e Forca non me l'abbino tolta? + +DOTTORE. Non lo dubito, ma lo tengo per certo: perché intendo che da +Pirino e da Forca ti sia stata sbalzata di casa. + +MANGONE. Saranno eglino prima sbalzati da una forca. + +DOTTORE. Di grazia, toglimi da tale ambascia, ché mi bolle nel cor un +strano desiderio di vederla. + +MANGONE. Volentieri. O Filace, o Filace! + +FILACE. Che volete? + +MANGONE. Che cali giú Melitea, ché la vuole veder il dottore. + +FILACE. Vado. + +MANGONE. Filace è un gran custode, molto astuto e sospettoso, e teme +insin delle mosche. Poi, gabbar me? son un tristo e son +ruffiano--bastavi questo,--e son il maggior ruffiano di tutto il +ruffianesmo. + +FILACE. Mangone, la camera è aperta e dentro non v'è alcuno. + +MANGONE. Oimè, che m'hai ucciso! + +FILACE. Come ucciso? + +MANGONE. Parli pietre, me n'hai dato una in testa che m'ave ucciso. E +per dove potria esser scampata? + +FILACE. Io non mi son mosso oggi di casa né fuor dell'uscio; e se non +ha poste l'ali e scampata per le fenestre, non ha potuto scampar +altronde. + +DOTTORE. Che dici ora? non parli? + +MANGONE. No, né può uscir fiato dalla gola: Forca m'ha strangolato. + +DOTTORE. Che ti dissi io? + +MANGONE. E mi fa peggio ch'egli m'abbi ingannato, ch'ogni altro +forastiero. O Forca, ti veggia alzato in mezzo due forche che arrivino +insin al cielo! o che Dio ti dia la mala ventura! + +DOTTORE. Tu l'hai avuta giá. Ma perché non cominci il lamento sopra i +cinquecento ducati? Il lamento fallo sopra di te: che tu l'hai +perduti, che colpa n'ho io? + +MANGONE. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono. +O tristo me! + +DOTTORE. Anzi, me! + +MANGONE. Son rovinato. + +DOTTORE. Son rovinato ben io. + +MANGONE. Ho perduto cinquecento ducati. + +DOTTORE. Ho perduto l'innamorata. + +MANGONE. Son punito delle beffe che m'ho fatto di lui. + +DOTTORE. Come t'hai lasciato ingannare? + +MANGONE. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un +raguseo il qual m'ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi +penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la +cagione della mia ruina. + +DOTTORE. Come ti colse quel raguseo? + +MANGONE. Con un presente di molto prezzo; e non m'accorsi che sotto la +maschera di quel presente stava nascosta la trappola. + +PANFAGO. Ditegli che vi mostri quel presente. + +DOTTORE. Di grazia, fammi veder quel presente per isgannarmi. + +PANFAGO. Filace, conduci qui quel presente che mi portò il raguseo. + +DOTTORE. Sai tu come si chiamava quel raguseo? + +MANGONE. Sí bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone. + +DOTTORE. Se ti disse che si chiamava Rastello, ché ti rastellava, e +Fallatutti, ché fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che +non fallasse ancor te? + +MANGONE. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna. + +DOTTORE. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t'è venuto. + +MANGONE. E gli feci una buonissima collazione. + +DOTTORE. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te +ingannava. + +MANGONE. Prego Iddio che gli facci mal pro. + +PANFAGO. A te porta il presente, Filace. + +MANGONE. Ponnosi veder le piú belle provature, formaggi, bottarghe e +barilotti di malvagía? + +PANFAGO. Diteli che le provi un poco. + +DOTTORE. Di grazia, provatene alcune. + +MANGONE. Odorerò il vino. O gaglioffo traditore! il barilotto è pieno +di piscio, le bottarghe sono di mattoni, il formaggio di pietra e le +provature vessiche piene di sporchezza! O Dio, non gli bastava +l'ingiuria, se non giongeva ingiurie ad ingiurie! + +DOTTORE. Con tutt'i mei guai pur mi vengon le risa. Fa' cercar meglio +per la casa se forse Melitea si fusse nascosta. + +MANGONE. Camina su, bestiaccia; non lasciar luogo da cercare. Ma che +dispiacer feci mai a quel raguseo, ché mi avessi a trattar cosí male? + +DOTTORE. Deve essere amico di Pirino e di Forca, e per far piacere a +loro è stato ministro del tuo danno. + +MANGONE. Or che mi ricordo, avea una ciera di furfantaccio, d'un +malandrino, d'un ladrone, e rassomigliava tutto a costui. + +PANFAGO. Menti per la gola, ch'io non ho ciera di malandrino. + +MANGONE. Possa morir di mala morte, se tutto non rassomigliava a te! + +PANFAGO. Mio padre fu raguseo, e in Raguggia ho un fratello che tutto +rassomiglia a me. Io non ce ho colpa né in fatti né in parole. + +MANGONE. O Dio, che mi giova di essere uomo da bene, se la disgrazia +mi persegue e altri invidiano il mio guadagno? Se vi dovesse spendere +tutta la mia robba, io il porrò in mano del boia. + + +SCENA IV. + +FILACE, DOTTORE, MANGONE, PANFAGO, MUTO. + + +FILACE. Padrone, ho ritrovato costui nascosto con le vesti di Melitea. + +MANGONE. Ecco qui il ladro, ecco qui l'assassino, che ancor tiene +adosso le vesti di Melitea. + +DOTTORE. Mangone, da costui si potrá sapere il fondamento del fatto. + +MANGONE. Vien qui, traditore; onde hai tolte le vesti, ove è colei a +cui le togliesti? + +DOTTORE. Mira come sta saldo, come se non dicesse a lui! non si degna +respondere. Dimmi, dove è quella donna padrona delle vesti che tieni +adosso? + +MANGONE. Il manigoldo finge non intender; che parliamo noi arabo o +greco? Dimmi, come sei qui? + +DOTTORE. Finge il sordo: noi parliamo ed ei mira altrove. + +MANGONE. Mira che ride. Fa del fastoso e alieno; or si fa beffe di noi +e cava fuori la lingua. + +DOTTORE. Balla, salta e fa atto da pazzo. + +MANGONE. Filace, tienlo che non ti scappi, ché ne scapperebbe la +speranza di non averne a sapere mai piú il fatto come è passato. + +DOTTORE. Finge il muto e il sordo. + +MANGONE. Dubito che da dovero non sia sordo e muto. + +DOTTORE. Parlagli con i cenni e con le mani, se forse t'intende. + +MANGONE. Appunto. Bisogna parlargli con le mani da dovero. + +DOTTORE. Zappiamo nell'acqua. + +MANGONE. Non v'accorgete della industria di Forca? S'ha servito per +stromento di questa trappola d'un sordo, muto e pazzo, accioché, +essendo qui ritrovato e dimandato dalla giustizia, ei non possa dar +indicio di alcuna cosa. + +DOTTORE. Chi ha fatto la pentola, ha saputo ancor far la manica. Non +v'accorgete che è matto e pazzo? + +MANGONE. Filace, recami qui un bastone, ché quel solo ha virtú di far +intendere a sordi e parlare a muti. + +DOTTORE. Mentre egli viene, io vo' far prova se nelle pugna e ne' +calci fusse la medesima virtú. Vòlgeti qua, se non mi racconti il +fatto come sia gito, arai per ora un saggio di pugna. Non vuoi +rispondere? toccherai delle busse. + +MANGONE. Giá ti è stato detto due volte; alla terza viene il buono. +Dimmi, in tua malora, chi t'ha posto in dosso queste vesti? Ragiona, +se vuoi. Io ... oimè, oimè, mi uccide; aiutami, aiutami, dottore! + +DOTTORE. Oimè, che mi stringe; aiutami, Panfago! + +PANFAGO. Oimè, dottor, aiutami, che m'ha posto le mani alla gola e mi +stringe cosí forte che mi strangola, che non potrò inghiottir mai piú +intieri i ravioli! + +DOTTORE. Di nuovo è tornato a me. Panfago, dove fuggi? + +PANFAGO. Per trovar armi e amici. + +DOTTORE. Férmati, pazzo indemoniato, dove mi strascini? + +MANGONE. Tieni, para, Panfago, ché non ne scappi. + +PANFAGO. Non vo' impacciarmi con pazzi, io. + +MANGONE. Tieni, tieni! + +PANFAGO. Lasciatelo andar in malora, che si rompa il collo! + +FILACE. Ecco il bastone. + +MANGONE. Vieni con l'armi dopo la rotta! Io vo' andare a trovare il +raguseo, chiarirmi del tutto e ricuperar il mio; tu resta guardiano +della casa. + +DOTTORE. La dovevi far guardar prima: ti porrai la celata dopo rotta +la testa! + +FILACE. Cosí farò. + + +SCENA V. + +DOTTORE, PANFAGO, FORCA, PIRINO. + + +DOTTORE. Panfago, non star piú nascosto: il pazzo è gito via. + +PANFAGO. O a che periglio mi son oggi trovato d'esser strangolato e +non poter piú mangiare! Or non poteva attaccarmisi piú tosto con i +denti al naso, strapparmi l'orecchie o ficcarmi i diti negli occhi? +Parve che il diavolo proprio gli drizzasse le mani alla gola per farmi +dar in preda della disperazione, e che mi appicassi con le mie mani o +fusse precipizio di me stesso. + +DOTTORE. Una tempesta di pensieri non mi lascia riposare: ardo d'un +doppio fuoco d'amore e d'ira: l'uno mi spinge a tor vendetta di +costoro, l'altro m'incende d'amore; vorrei sfogar l'ira, ma l'amor mi +tien ligato; l'ira m'inferma e il desiderio m'accende; e sí grande è +l'una e l'altro, che la bilancia sta dubbia dove debba calare. +Panfago, se non mi aiuti non posso riposare. + +PANFAGO. Se prima non fo un poco di collazione e mi beva duo +bicchieretti di vino, non arai ben di me tutt'oggi. + +DOTTORE. Se mi darai modo che ricuperi Melitea e mi vendichi di +costoro, ti darò tal mancia che non arai piú a morirti di fame mentre +sarai vivo. + +PANFAGO. Mi dá l'animo che la trappola che han tesa contro te +scoccherá contro loro: gli faremo un tratto doppio, che avendola +comperata per cinquecento ducati, l'abbi per cento, anzi per nulla. + +DOTTORE. Tu mi curerai di due malatie, di amor, di gelosia: e dell'una +risanandome, dell'altra riempiendomi di speranza. Fa' questo, ch'io +non ti mancherò di quanto ti ho promesso. + +PANFAGO. Ascolta quanto dico. + +FORCA. (Giá espugnata la fortezza e soggiogati i nemici, potrai entrar +in una casa e goder delle spoglie de tuoi nemici). + +PIRINO. (Taci, che gli inimici ancor sono in campagna. Veggio Panfago +e il dottore a stretti ragionamenti). + +FORCA. (Chi sa se gli scuopre i nostri secreti?). + +PIRINO. (La fortuna comincia i suoi cattivi effetti: siam rovinati). + +FORCA. (Lo so: vorrei che dicesse cosa che non sapessi. Scostiamoci e +ascoltiamo che dicono). + +PANFAGO. Poiché costoro han tinto di carbone la faccia a Melitea e +l'han fatta comprar da quel buon vecchio--e or è in casa sua,--andiamo +a Filigenio, scopriamogli la veritá; essageraremo il negozio, che +arderá di sdegno contro il figlio, porrá Forca in una galea, cacciará +Melitea di casa sua per i capegli a bastonate. + +PIRINO. (Intendi?). + +FORCA. (Intendo, sto attento; taci). + +DOTTORE. Egli nol crederá. + +PANFAGO. Anzi lo crederá prima che s'apra la bocca, che i vecchi son +di natura sospetti, e giá del fatto v'è in sospetto; e quando fusse +restio a crederlo, della veritá ne potremo far veder subito +l'isperienza: ché lavatole la faccia restará bianca e, se vuol toccar +con mano se sia femina o maschio, le scalzi le brache e lo vederá. + +PIRINO. (O Dio, che odo, che veggio! o che fusse nato sordo e cieco! +ecco disperate le mie speranze). + +FORCA. (Ecco rovinata l'occasione di condur ad effetto cosí +bell'opera). + +DOTTORE. Io non vo' che la cacci altrimente; ma diamela di buona +voglia, ch'io gli rimborserò i suoi cento scudi. + +PANFAGO. Se volete far questo, vo' che allegramente ... + +Pirino (O diavolo ...) + +PANFAGO. ... vi porti a casa sua ... + +PIRINO. (... porti te, e quanti sono de' tuoi pari). + +PANFAGO. ... e te la consegni per la mano. Cosí gli faremo conoscere +che, se la volpe è maliziosa, piú malizioso è chi la prende: ché uno +pensa la volpe e altro chi ordina la tagliola. + +DOTTORE. M'hai tirato nel tuo parere e m'hai posto in nuova speranza +di riaverla. Orsú, andiamo a casa di Filigenio. + +PANFAGO. Io l'ho visto or ora a' Banchi: andiam per costá, ché +l'incontraremo per fermo. E sará bene che né Pirino né Forca ci veggia +insieme; ma, mentre che stanno addormentati in tanta allegrezza né +curan piú d'altro, non s'accorgano che vogliamo rovinargli e possano +preveder l'apparecchio. + +PIRINO. O fortuna, sei piena d'aggiramenti! sperava da te mia madregna +qualche effetto di madre, ma m'accorgo ch'ancor sono ammogliato con la +disgrazia, perché non fo un disegno, che la fortuna non ne faccia un +altro in contrario. + +FORCA. Ma io, sciocco ignorante, come non avessi mai fatto altra +truffa, ho avuto fede ad uno che ha mancato sempre di fede. + +PIRINO. O Forca, Dio tel perdoni! io te ne avisai prima, che costui ci +avrebbe tradito, ché era uomo che parlava con tutti e d'ogni cosa che +li vien in bocca; non essendosi saputo da lui, non si sarebbe saputo +altronde. + +FORCA. Voi foste piú presto a esseguire ch'io a dirlo, e non mi deste +tempo a mutar proposito. + +PIRINO. E quel che piú mi molesta è che l'impresa cominciata e +proseguita con tanta gloria, or ci partorisca contrario effetto; e ci +assassinano con l'astuzie imparate da noi. + +FORCA. Ho fatto quanto ho saputo e potuto, e v'è successo ogni cosa +contra la vostra opinione: questo è vizio della imperfetta nostra +umana natura, ché discorgendo un ingegno, per savio che sia, sempre +suol restare ingannato. + +PIRINO. Ma cosa si ha piú astuta della disgrazia? Oimè, oimè! + +FORCA. Rincora te stesso e sta' in buon animo. + +PIRINO. Come starò di buon animo, se ho perduto l'animo? e +togliendomesi Melitea, mi si toglie l'anima mia; con la perdita di +costei io perdo tutte le mie speranze: o dolore insopportabile, ecco +finita ogni cosa! + +FORCA. Io ti dico che non è finita ogni cosa: fa' buon cuore. + +PIRINO. Io son tanto atterrito dalle fortune passate e dalla +disperazione delle presenti, che non oso sperar nelle cose avvenire. +La nostra rappresentazione ha mutato faccia: rappresentiamo una favola +contraria a quella di prima! Mio padre, in sentir questo, cacciará +subito Melitea di casa, e io non arò piú animo di comparirgli dinanzi. + +FORCA. Ed a me bisogna far voto a san Mazzeo per la schena. + +PIRINO. Son in un mar di travagli; né per tanti travagli l'amor scema, +anzi piú cresce: o disgrazia senza rimedio! + +FORCA. Dico che non è senza rimedio, né questo è tempo di consumarlo +in lamenti. + +PIRINO. Il piangere è fatto mio famigliare. + +FORCA. Vo volgendo per l'animo molte cose. O bel tiro mi sovviene! +facciamo cosí, ché racconciaremo l'errore e daremo miglior perfezione +all'opra, anzi--o bel pensiero!--castigheremo l'ardir loro, e vostro +padre ancora, per avergli dato credenza, e ci vendicheremo di Panfago, +e io provederò alla mia schena: faremo tre servigi ad un tempo. + +PIRINO. Deh, conservator della mia vita, ritornami vivo con qualche +speranza! + +FORCA. Andiamo a trovare il pazzo, che stará in casa di Alessandro, +conduciamolo in casa tua, tingiamoli la faccia con carboni e vestimolo +delle vesti che tien or adosso Melitea; e sbalziamo Melitea fuor di +casa tua e conduciamola in quella di ALESSANDRO. Qua verrá il dottore +a lamentarsi con Filigenio, gli consegnerá il pazzo, pensandosi +consegnargli Melitea; e se li laveranno la faccia, troveranno altro +che pensano: restará l'uno e l'altro schernito, anzi verranno insieme +a cattive parole. Poi troveremo un capitano di birri e faremo tor +Panfago, con dir che ha rubato le vesti del schiavo e del raguseo ad +Alessandro; e andaremo in casa sua, dove si troveranno, perché ivi se +l'ha spogliate; e noi serviremo per testimoni: ché se non sará +appicato, almeno lo faremo andar in galea in vita e ci vendicheremo di +lui. Poi informaremo Alessandro del tutto e lo mandaremo a Filigenio +per lo schiavo: ei gridará e gli dirá ingiurie. Alessandro gli dirá +che è figlio di un gran signore; e che non s'accordi, se non gli cava +di mano almen trecento scudi. E li faremo costar tanto l'aver creduto +al dottore; voi ve lo restituirete in vostra grazia, ed io schivarò un +maligno influsso di bastonate che mi sarebbon piovute dal Cielo. + +PIRINO. O Forca mio dolce, o Forca mio di zucchero, Forca che dái la +vita a' morti e non la togli a' vivi, ho preso animo e giá con la +speranza abbraccio Melitea; ma non perdiam tempo, ché potria venir mio +padre. + +FORCA. Andate in casa, lavate la faccia a Melitea, fatele spogliar le +vesti, e scampate per la porta di dietro; ch'io fra tanto vi condurrò +il pazzo. + +PIRINO. Cosí farò: _toc, toc._ + + +SCENA VI. + +MELITEA, PIRINO, FORCA, MUTO. + + +MELITEA. Che dimandate, padron mio caro? + +PIRINO. Il tesoro della bellezza, la monarchia delle grazie, la +dolcissima mia padrona, accioché mi rallegri cosí il cuor con la sua +presenza, come gli occhi con la sua bellezza. + +MELITEA. In questa casa per ora non ci abita persona di tanto momento; +ma se cercate una schiava nera, venduta per vilissimo prezzo, vile, +brutta e disgraziata, che non ha altro in sé di buono che amore e +fede, l'avete dinanzi agli occhi. + +PIRINO. Non cosí splende il sole, quando ha alquanto ricoperti i suoi +raggi di nuvoli, come le due chiare stelle de' vostri begli occhi +lampeggiano sotto la nera tinta, ché a pena posso soffrire i suoi +ardentissimi lampi; né cosí i carboni rilucono sotto il cenere, come +porporeggiano i vostri labrucci di rubini: anzi la tinta istessa par +troppo festosa e superba nella vostra faccia, né scorgono gli occhi +miei cosa piú bella di lei. Deh, lascia questo non tuo, ma suo falso +colore! sparisci via, invidioso carbone, e non celar piú al mondo +quella faccia di rose, quelle carni impastate di perle, quel raro +paragon di bellezza, dinanzi al quale ogni cosa, per bella che sia, +par brutta; e come fin ora son stato uditore della suavissima sua +voce, cosí sia spettatore della sua leggiadria: e se la voce mi +rallegra, quanto mi fará beato la sua bellezza? + +MELITEA. Queste lodi non convengono alla schiava che ben conosce il +suo proprio merito, ma alla generositá dell'animo del suo padrone. + +PIRINO. Dove è vero amore, non ci sono lusinghe e inganni. + +FORCA. Padrone, questo non è tempo da scherzi: abbiam bisogno di +prestezza e che i fatti prevengano le parole, se non, siam rovinati. + +MELITEA. Oimè, non sono ancor finiti i nostri affanni? infelici noi, +quando saremo felici? abbiam scampato da ladri, dalla casa e dalle +mani del ruffiano, e in casa vostra ancor temo? chi piú infelici di +noi, se anco nelle felicitá siamo infelici? + +PIRINO. Fate conto, signora, che la fortuna per questa volta ha fatto +come il buon cuoco che, per tor la soverchia dolcezza delle vivande, +ci mescola un poco di agresto; cosí per aver acquistata Melitea, per +moderar tanta gioia, mi fa assaggiar questo poco di molestia: però, +vita mia, entriamo e spogliatevi le vesti. + +MELITEA. Non si potrebbe ciò far senza spogliar le vesti? + +PIRINO. Perché, cor mio? + +MELITEA. Perché avendole vestite voi prima e or vestendole io, par che +da tutte le parti sia abbracciata da voi. + +FORCA. Entrate, signora, e senza lasciar ponto di sollecitudine +avanziamogli di prestezza. Eccovi la tinta di carboni, tingete la +faccia del pazzo e vestitelo de' panni di costei; ma presto entriamo, +ché veggio il dottore e Panfago e di lá spunta FILIGENIO. Fate presto +e fuggite per la porta di dietro. + + +SCENA VII. + +DOTTORE, PANFAGO, FILIGENIO. + + +DOTTORE. Sappiate, Filigenio caro, che non è sí brutto il fatto +istesso, come il modo con che l'han fatto; perché si son serviti della +vostra persona per intermedio della propria furfantaria, e farvi +ruffiano di vostro figlio; e se nol credete, potrete or ora vederne +l'esperienza, perché lavando la faccia a quello schiavo che avete in +casa, diverrá bella, bianca e pulita, e se volete veder piú innanzi, +la troverete femina in carne e ossa. + +PANFAGO. E se ben, innamorato di quella puttana, la poteva aver con +alcuni dinari, Pirino e Forca, per maggior vostra beffe e per +ridersene fra loro alla sgangherata, se hanno voluto servir de' vostri +dinari: eccoli scelerati contro voi, ingiuriosi contro me e profani +contro Iddio. + +FILIGENIO. So che tutto è vero quanto dite, e conosco che tanto eglino +sono stati astuti quanto io sciocco. Ah Forca ribaldo, ah figlio +iniquo, ah traditore Alessandro! cosí sono da tutti voi egualmente +beffato! Quando io diverrò savio, se a capo di sessanta anni mi lascio +beffar da giovani? Or m'accorgo che quello schiavo ch'io comprai avea +piú fattezze donnesche che virili, e con un parlar delicato e toscano, +anzi--o sciocco me!--con un scherzevol riso, con certe cerimoniose e +oscure parole significava esser innamorata di mio figlio; e io +sempliciaccio non me n'accorgeva. Ma che sciocchezza fu la mia a +credergli cosí subito! Veramente, quando le stelle s'accordano alla +ruina di alcuno, alla prima gli togliono la prudenza. Ma io ne farò +ben vendetta! Contro la puttana mi saziarò ben di schiaffi, pugna e +calci e tirare de' capelli; Forca porrò in una galea; al figlio darò +perpetuo bando di casa mia. O che rabbioso sdegno! lo sdegno avanzará +l'amore, la rabbia la pietade. + +DOTTORE. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l'error è giá +fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore. + +FILIGENIO. Dite, di grazia, ch'io son cosí riscaldato dall'ira che +dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche +sproposito. + +DOTTORE. Io vo' che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio +e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti +dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento +ducati. + +FILIGENIO. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un +castigo barbaro vendicarmi d'ingiurie sí vituperose. + +DOTTORE. Questo non vorrei io, ch'ella non patirebbe alcun male che +non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi. + +FILIGENIO. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man di +Forca? + +DOTTORE. Che Forca? che scudi? chi v'ha dato ad intendere una simil +favola? + +FILIGENIO. Me l'ha chiesti Forca da vostra parte. + +DOTTORE. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che +pèrdono tempo al banco. + +FILIGENIO. Misero me, che da ogni banda sono aggirato. + +DOTTORE. Entriamo in casa e ve li contarò. + +FILIGENIO. Entriamo. + +DOTTORE. Panfago, va' a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, ché +vogliamo tutti rallegrarci: to' gli danari. + +PANFAGO. Sia benedetto Dio che pur m'è toccato di apparecchiare un +desinare a mio modo e di far un pignato grasso. + + +SCENA VIII. + +PIRINO, MELITEA, FORCA. + + +PIRINO. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d'amore nel +principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in +tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo +augurio che i Cieli v'abbino servato per me, e che saremo nostri. + +MELITEA. Io non mi affligo per me ma per voi, stando io sicura che mi +aiutarete, se non quanto io, almeno quanto merita l'amor mio; e +travaglimi la fortuna quanto gli piace. + +PIRINO. Vita mia, con tanta cortesia piú m'obbligate e mi sforzate ad +esser piú vostro che mio, e se il destino facesse che non avesse ad +esser vostro, almeno non sarò d'altri. Questo allontanarci da casa +nostra non è per altro che per schivar una burasca che n'è +sovragionta, ché portavamo pericolo di affogarci nel porto. + +FORCA. Or che nôtate nel golfo delle dolcezze, non si fa piú memoria +del povero Forca, cagion del vostro giubilo. + +PIRINO. Forca, sta' sicuro che mentre arò core arò memoria di tanto +beneficio, accioché venendo l'occasione possa premiar l'amor e la fede +verso me. + +MELITEA. Ed io riserbo la ricompensa, quando sarò in miglior stato; +ché adesso non posso mostrar segno del mio buon animo. + +FORCA. Ed io pregherò Iddio che mai scompagni cosí bella coppia di +sposi i quali, per etá, per nobiltá e costumi e bellezza, son +degnissimi l'un dell'altro. Intanto, entrate in casa di Alessandro, e +il passato pericolo vi renda assai piú cauti e diligenti: ché qui, di +fuori, vi potrebbe vedere il dottore o Mangone o il padre istesso, e +ad una tempesta se ne aggiongerebbe un'altra. Informate Alessandro di +quello che abbia a dire a vostro padre e inviatelo fuori; fra tanto io +m'armerò d'una corazzina di falsitadi e di bugie, che possa star saldo +ad ogni gran bòtta di veritá: e gli farò credere che voi siate il piú +onesto figlio che si trovi, io un santo e i nostri emuli traditori. Ma +la sua porta s'apre: sgombriamo tosto. + + +SCENA IX. + +DOTTORE, MUTO. + + +DOTTORE. Ecco che tocco il ciel col dito. Chi è al mondo piú felice di +me, che della acquistata vittoria porto meco il trionfo e le spoglie +de' nemici, e avendola acquistata, ancor non credo di averla? Era il +mio amor stato vinto da altrui astuzia, or il mio valore ha vinto +l'altrui malizia. O voi che fastosamente altieri schernivate la mia +semplicitá, o voi che solo pensavate sapere al mondo, ecco ch'io +sovrasto a voi quanto pensavate di calcar me. O Dio, quanto è grande +la forza della sua bellezza, perché non basta la nera tinta a +nasconderla, anzi la rende piú chiara e piú risplendente! Lo splendor +che scintilla da' tuoi chiari soli, non bastava un uomo a sostenerlo; +or fatto un poco piú opaco, ricevé tal temperamento che confortano non +abbagliano, rischiarano non acciecano, avvivano non uccidono l'altrui +viste. Or quanto sarai bella, quando sarai bianca divenuta? Ecco, +carissima Melitea, sarai padrona della casa o mia regina; e se mi +facci un figlio, mia carissima moglie, per te obliarò la perdita della +mia amata consorte e la rapina dell'unica mia figliuola Alcesia. Anzi +reputa, da oggi innanzi, che io sia tuo servo, e in dono ti do tutta +la mia robba e me medesimo. Che dici, cor mio? rispondi, dolce anima +mia; fa' che senta il suono di quelle parole che solo portano +consolazione all'anima mia. Ma tu ridi, scherzi e balli: o che +allegrezza, o che giubilo ha d'esser scampata dalle mani di quello +importuno e fastidioso di Pirino, ed esser in mio potere! Sempre mi +son accorto, ben mio, che tu mi amavi: è del tuo sommo giudicio +sprezzar i giovani e amar uomini di consiglio e di riputazione. Ma +perché non entro, non volo in casa mia, in camera, in letto? Entra, +vita mia: questa è tua casa. + + +SCENA X. + +FILIGENIO, FORCA. + + +FILIGENIO. La ragion n'insegna, l'esperienza ne dimostra, l'autoritá +ne conferma che camina piú tardi un bugiardo che un zoppo. Quel +scelerato di Forca mi avea dato ad intendere molte girandole; ma non +sono state molto tempo a scoprirsi. Ma ecco il liberator delle +puttane, il venditor de' liberi per schiavi, l'ingannator de' +ruffiani, l'assassino de' vecchi, la ruina de' giovani, la fucina e +l'architetto d'inganni, e la forca che conduce gli uomini alla forca; +e che rispondi? + +FORCA. Io non posso trovar cosí belle parole per ringraziarvi di cosí +illustri titoli che mi date. + +FILIGENIO. Io non so che dir piú, né posso dir tanto che non sia mille +volte piú di quel che dico. + +FORCA. A chi fo male io? + +FILIGENIO. Agli amici, agli inimici, a quanti puoi. + +FORCA. Nessuno stima questo di me. + +FILIGENIO. Perché tutti lo tengono per fermo. + +FORCA. Quei che sono cattivi, stimano che tutti gli altri sieno +cattivi. + +FILIGENIO. Dunque, io son un tristo che stimo te il piú tristo uomo +del mondo? + +FORCA. Non dico questo io, né è convenevole a un servo dirlo: ma +guardatevi che non lo dica altri a cui piú conviene. (A tuo dispetto +ti sommergerò in un mar di bugie, e se scamperai da un scoglio, +romperai in un altro). Padrone, voi mi avete per un tristo, perché son +troppo buono: ché a tempi d'oggi per esser stimato buono dal tuo +padrone, bisogna rubbarlo, assassinarlo a tutto suo potere. Ma perché +mi stimate cosí tristo, che effetto cattivo avete di me veduto? + +FILIGENIO. Puoi negar tu che non sia il maggior ribaldo del mondo? + +FORCA. A me non convien negarlo né affermarlo: ché negandolo farei voi +bugiardo, e affermandolo direi bugia. Ma io nacqui al mondo sotto +cattivo pianeta, assai disgraziato. Ma se voi deposta la còlera e +l'ira, volete intendere il vero, il dico liberamente: e vo' che siate +il mio giudice, poi ch'io purgherò le mie calunnie, e m'averete per un +uomo da bene. + +FILIGENIO. Vien qua, rispondimi a quanto ti domando. + +FORCA. Eccomi. + +FILIGENIO. Non hai tu tinto la faccia di carboni a mio figlio e +vendutolo al ruffiano? poi tinta la faccia di carboni alla puttana, e +l'hai fatta comprar da me, facendomi pregar da Alessandro? + +FORCA. Giesú! vostro figlio va libero per la cittá con la faccia +bianca per testimonio della veritá e di colui che vi ha detto il +contrario. Ma ditemi, di grazia, la puttana, che avete comprata con la +faccia tinta, l'avete lavata la faccia per scoprir la veritá? + +FILIGENIO. Non io. + +FORCA. Perché dunque, per far la prova delle altrui astuzie e della +mia furfantaria, non faceste tal esperienza? Dio vel perdoni! ché, +chiarito della veritá, or con giusta cagione avresti cagione di +uccidermi di bastonate, disgraziar vostro figlio e dolervi di +Alessandro senza scusa. + +FILIGENIO. Non m'hai tu chiesto cento scudi per dargli al dottore, con +darmi ad intendere che voleva rifiutar la puttana? + +FORCA. Voi li avete dati a me, io al dottore. + +FILIGENIO. Egli m'ha detto che ciò non fu mai, e che ha duomila scudi +al banco per suo servigio. + +FORCA. Chiamo in testimonio Iddio! + +FILIGENIO. Chiami in testimonio chi è tuo nemico capitale. + +FORCA. Dubito che v'abbia negato questo per farsi qualche altra somma +di maggior importanza: però state in cervello, perché è un gran baro, +vostro nimico, del figlio e mio; e dubito che non ve l'abbi attaccata +giá; e faccia Dio che il mio dubitar sia vano! + +FILIGENIO. Ma a vostro dispetto io ho ricoverati i miei cento ducati e +scacciata la puttana di casa. + +FORCA. Che cento scudi? che puttana? + +FILIGENIO. Quella che m'avea pregato Alessandro ch'avesse comprata per +lui. + +FORCA. O padrone, avete avuto gran torto creder piú ad un bugiardo che +ad Alessandro, gentiluomo amico e mio vicino. Com'egli sappia questo, +s'adirerá con voi. + +FILIGENIO. Tu sei un gran ladro. + +FORCA. Sarò piú tosto un grande indovino. + +FILIGENIO. Tu pensi aggirarmi di nuovo, ma non m'aggirerai. + +FORCA. È vero, perché sète stato aggirato giá. + +FILIGENIO. Sempre tu meschi un poco di veritá per darmi ad intendere +una gran bugia. + +FORCA. Ed or avete creduta una gran bugia senza punto di veritá. Vi +dico il vero, non vi sono adulatore, se non l'avete per male; ma Iddio +m'aiutará. + +FILIGENIO. Iddio non aiuta forfanti pari tuoi. + +FORCA. Ma ecco Alessandro. Oh, siate il ben venuto: da lui potrete +intendere il vero. + + +SCENA XI. + +ALESSANDRO, FILIGENIO, FORCA. + + +ALESSANDRO. Vengo desioso a trovar Filigenio mio amicissimo. + +FILIGENIO. Anzi capitalissimo inimico; e vo' piú tosto l'odio di +molti, che la tua amicizia, ... + +ALESSANDRO. Questo è un principio d'una grande ingiuria. + +FILIGENIO. ... poiché cosí trattate gli amici vostri. + +ALESSANDRO. Oimè, che dite? + +FILIGENIO. Il vero. Con iscusa che fate piacere ad un mio figliuolo, +fate a lui e a me un grandissimo dispiacere. + +ALESSANDRO. Questa è una maniera di notarmi d'infideltá, e queste +parole pungenti fanno disconvenevole ogni convenevolezza, e io da ogni +persona aspetterei di udir simili parole fuorché da voi, il qual non +offesi mai in cosa alcuna, se pur non ho offeso in averlo +soverchiamente riverito e onorato. + +FILIGENIO. Cose indegne di buon vicino. + +ALESSANDRO. La sinceritá della mia fede credo l'avete veduta agli +effetti. + +FILIGENIO. Non merita questo l'amore. + +ALESSANDRO. Lassatemi dire. + +FILIGENIO. Non voglio. + +ALESSANDRO. Ascoltate. + +FILIGENIO. Non piú parole. + +ALESSANDRO. Io, io ... + +FILIGENIO. Anzi io ... + +ALESSANDRO. Tacete, ché non sapete quello che voglia dire. + +FILIGENIO. Né voi sapete quello che voglio rispondere. Non meritava +questo l'amor che vi ho portato; e v'ho stimato gen-* *tiluomo, né vi +diedi cagion mai di dolervi di me, ma servirvi di quanto ho potuto. + +ALESSANDRO. Confesso aver ricevuto da voi molti favori, e confesso +parimente non averli riservíti non per mancamento d'animo, ma +d'occasione. + +FILIGENIO. Voi me l'avete resi con iniquo cambio che non sarebbe stato +fatto ad un turco; ma dice bene il proverbio: che molti benefíci fanno +un uomo ingrato. + +ALESSANDRO. Orsú, perché avete sfogata l'ira con ingiuriarmi, sarebbe +di ragione, se non prima, mi dicesti la cagione di che vi dolete di +me; perché le vostre parole mi sono ferite mortali che mi trapassano +il core. Non mi fate piú penare. + +FILIGENIO. Guarda simulazione. + +ALESSANDRO. In che v'ho offeso, accusandomi tanto d'ingratitudine? + +FILIGENIO. Anzi di sfacciataggine e di furfantaria. + +ALESSANDRO. Ah, dir cosí sfacciatamente mal degli uomini è ufficio di +tirannica lingua! però, di grazia, ponete freno alla lingua +nell'ingiuriarmi, accioché non la scioglia allo sdegno per difendermi. + +FILIGENIO. Perché, con iscusa di farmi comprar un schiavo per un +vostro amico, me avete fatto comprar l'amica del mio figliuolo e +fattalami condurre a casa? + +ALESSANDRO. Mi fo la croce; overo ciò dite per schernirmi, o forse vi +movete da alcuna falsa informazione. + +FORCA. Vedrete, padrone, che tutto sará falsitá quanto vi è stato +detto. + +FILIGENIO. Ed in cose di niente farmi ruffiano di mio figlio? + +ALESSANDRO. Ditemi se di giá avete comprato lo schiavo e dove sia. + +FILIGENIO. L'avea comprato giá e ridotto a casa; poi, venuto il +dottore, mi disse ch'era la bagascia di mio figlio, tinta la faccia di +carboni, vestita da maschio; l'ho cacciata di casa e lasciatala a lui. + +ALESSANDRO. O Dio, che cosa mi dite? O fortuna traditora, a che son +condotto! io son il piú disperato uomo del mondo! Sappiate che il +dottore è mio capital nemico, e per cagion di costui non l'ho voluto +comprar io, ma pregatone voi, accioché mi aveste a ciò favorito. + +FORCA. Che vi dissi, padrone? + +ALESSANDRO. Vo' scoprirvi l'importanza. Gli mesi a dietro, in una +battaglia navale si fe' giornata tra il re di Marocco e il re di +Borno: fu sconfitto il re di Borno, e il figlio, il quale è costui, +fuggendo in una nave sbattuta dalla furia della tempesta, venne in +Italia; non essendo conosciuto, fu venduto per ischiavo. I suoi +parenti han perciò inviato trentamila scudi per lo suo riscatto e +restituirlo al suo reame. Il dottor ha lettere del re de' mori per +inviarlo a lui: avendolo in mano, o lo fará morire in una prigione o +li taglierá la testa. Onde il dottore, per guadagnarsi questi danari, +m'ha fatto il tradimento. + +FILIGENIO. Egli m'ha dato i cento scudi. Eccoli qui. + +ALESSANDRO. Io non vo' ricevere altramente i cento scudi; ma vo' lo +schiavo overo oprare in modo me si restituisca. + +FILIGENIO. Come può esser che il fatto non sia fatto? Io non stimava +tal cosa: essendo come voi dite, io mi pento di averlo venduto. + +ALESSANDRO. A che mi giova ora il vostro pentimento? Convien ad un +uomo della qualitá ed esperienza che voi sète, dar cosí subita +credenza ad un uomo senza onore e senza anima, che con un velo +d'ipocresia cuopre ogni sua sceleraggine, e stima, non dico me, ma +vostro figlio che è un de' piú gentili giovani della cittá nostra, per +un tristo uomo? + +FORCA. Non vi dissi ch'era vostro inimico? + +FILIGENIO. Ecco i cento scudi. + +ALESSANDRO. Or questa sarebbe bella: per cento scudi pagarne +trentamila! Egli se li guadagnará, e mandará quel povero giovane al +macello overo ad una perpetua prigionia; ed io volea restituirlo al +suo regno. + +FILIGENIO. Ho peccato semplicemente; confesso l'errore, e se vi piace, +confermarò con giuramento la mia ignoranza. Poiché siam qui, facciasi +quel che si può per rimediarci. + +ALESSANDRO. Se avevate comprato lo schiavo in nome mio e con i miei +danari, quello era mio, e voi non avevate piú potestá sovra quello; e +avendolo venduto, sará in vostro pregiudizio, perché avete venduto +quello che non era vostro. L'error vi costerá caro. Andrò a' superiori +e mi farò far giustizia: forse sarete condannato agli interessi. + +FILIGENIO. Dio me ne guardi! ecco i vostri danari. + +ALESSANDRO. Io non gli torrò per non far pregiudicio alle mie ragioni. +Andrò a Sua Eccellenza, raccontarò il fatto: ella dará ordine di +quello che ará a farsi. M'incresce nell'anima ch'abbia a venir con +voi, che v'ho stimato mio padre e padrone, a termini cosí fatti. + +FILIGENIO. O Iddio, che intrighi son questi ove mi trovo? Va', Forca, +e vedi se puoi far nulla. + +FORCA. Padron, perdonatemi, sète stato frettoloso a credere ed estimar +vostro figlio e un amico come Alessandro, un assassino--ché l'uno vi +fu sempre ubidientissimo e l'altro venti anni un buon vicino,--e me +per un ladro, che v'ho servito venti anni fedelmente. + +FILIGENIO. Eccoti i cento scudi: almeno non arò rimordimento di +conscienza di aver fatto cosa con malizia. Togli anco questa catena +d'oro che val quattrocento, e vedi si puoi rimediare. + +FORCA. Non lascierò tentar per ogni via, per amor vostro. Io vo. + +FILIGENIO. Camina. + + +SCENA XII. + +DOTTORE, FILIGENIO, PANFAGO, MUTO. + + +DOTTORE. Férmati, Filigenio, non entrare ancora: avemo a trattare +alcune cose insieme. + +FILIGENIO. Pur hai animo comparirmi dinanzi, giuntatore: non vedo io +che porti scolpita nella fronte la sfacciataggine? + +DOTTORE. Che hai tu meco? vuoi esser forse il primo a gridare, per +mostrar in un certo modo che abbi ragione o dar qualche color di +giustizia alla tua ingiustizia? + +FILIGENIO. Mi dái ad intendere che lo schiavo era la bagascia di mio +figlio, ed era il figlio del re di Borno, qual con inganno m'hai tolto +di mano per farlo essere decapitato? + +DOTTORE. Che re di Borno, che decapitare? io non so se tu stai ne' +tuoi sensi. Io pensava riscattar la mia innamorata Melitea; poi, +avendola condotta a casa e lavatagli la faccia, ho ritrovato un +maschio e altro di quel che pensava: eccolo qui. + +FILIGENIO. Chi è dunque? + +DOTTORE. Tanto ne so io quanto tu. + +FILIGENIO. O Dio, che girandole son queste? che vuoi tu dunque da me? + +DOTTORE. Che ti togli il tuo schiavo e mi torni i miei cento scudi. + +FILIGENIO. Che so io se lo schiavo che m'hai tolto di casa sia quel +che mi rimeni? + +DOTTORE. Che so io che Melitea che fu portata in casa vostra non sia +stata scambiata e posto costui in suo luogo? + +FILIGENIO. Eccomi diversamente incappato in una lunga rete di +artifici: e quanto piú cerco svilupparmene, piú mi ci trovo dentro, +senza trametter tempo di mutar consiglio. Se tu non stavi sicuro che +fusse quella che desiavi, a che venire a chiederlami con tanta voglia? + +DOTTORE. E se non stavi securo che fusse l'innamorata di tuo figlio, +perché subito non consignarlami? + +FILIGENIO. Io dubito che con l'arte non vogliate schernir l'arte. Ma +vien qua: chi sei tu che ti hai lasciato vendere? perché non rispondi? +di', parla. Sta saldo, come se a lui non dicessi. + +PANFAGO. Non vedi che con le mani fa ufficio della lingua, e con +tacito parlar dice che non sa nulla? + +DOTTORE. Non so che voglia dir, io. Panfago, dove vai? + +PANFAGO. Questo è quel pazzo di poco anzi, nol conoscete? + +DOTTORE. Certo che mi par quello: ride, salta e cava fuor la lingua. + +PANFAGO. Scampa, dottore, ché non ti còglia un'altra volta. + +FILIGENIO. Vien qui. Dimmi: chi sei tu? parlavi poco anzi come un +filosofo; come hai or cosí perduta la lingua? Se non rispondi, ti +rompo la testa. Oimè, oimè; aiuto, aiuto, ché costui non m'ammazzi! +Chi mi ha portato costui dinanzi? a me con beffe? sarò uomo da +vendicarmene. + + + + +ATTO V. + + +SCENA I. + +CAPITANO de birri, FORCA, ALESSANDRO, PIRINO, PANFAGO. + + +CAPITANO. Eccoci qui apparecchiati a servirvi. + +FORCA. Or ponetevi qui in agguato; e passando quel furfante, lo +pigliarete e strascinatelo in prigione. + +PIRINO. Ecco Alessandro. La cosa va bene. + +FORCA. Tolto che voi l'arete, andremo in casa sua, che quivi troveremo +le vesti e le robbe che ha rubate, e le porteremo in Vicaria. + +CAPITANO. Cosí faremo. + +FORCA. Eccolo che giá viene. + +PANFAGO. Quel maledetto pazzo ha mancato poco a strangolarmi: ho +passato un gran pericolo. + +FORCA. (In un maggior incorrerai). + +PANFAGO. Son stato tutto oggi in travaglio, e non ho potuto tòrre un +maledetto boccone. + +FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per +questa notte, ché dormirai in un criminale). + +PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua +innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me. + +FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore. + +PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il +ladro! Che volete da me? + +FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai +a tuo marcio dispetto. + +PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate? + +ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima +volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che +non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio +amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature, +salcicciotti e barili di malvaggia? + +PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi +prestaste? + +ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi +sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e +portarle via. + +PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati con +Forca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta. + +ALESSANDRO. Che offesa? Capitano, ecco la sua casa: voi lo serrate qui +ligato; e voi altri entrate e cercate la casa, ché le trovarete, se +non l'ará sbalzate in altra parte. + +PANFAGO. O Dio, che cosa avete inventato contro di me! Troppo acre +vendetta per sí picciola offesa. + +ALESSANDRO. Che vendetta, ladronaccio? pensi con le tue paroline +scappare ch'oggi il boia non ti abbia a far una pavana senza suoni +sovra le spalle? + +FORCA. Ecco le vesti, ecco le robbe toltemi! cosí, furfantaccio, +s'entra nelle case di gentiluomini e si vuotano le casse? Su, +strascinatelo in Vicaria. + +PANFAGO. O Dio, lasciatemi tor prima un bicchiero di vino, ché la gola +mi sta tanto asciutta che non ne può uscir parola. + +FORCA. Te la stringerá il capestro, la gola. + +PANFAGO. O gola, mi farai morir appiccato per la gola. + +ALESSANDRO. Su, caminate, andate via. + +PANFAGO. Vorrei sapere il vostro disegno, io. + +ALESSANDRO. Il nostro disegno? non lasciarti mai finché tu non muoia +appiccato. + +PANFAGO. Merito questo io per avervi cosí ben servito? + +ALESSANDRO. Non si trova gastigo che basti a meritar la tua ladreria. +Capitano, di grazia, fatelo strascinare, ch'io mi muoio di voglia di +vederlo appicato presto. + +PANFAGO. Oimè, oimè, perché con tanta fretta? + +ALESSANDRO. Perché cosí meritano i pari tuoi. + + +SCENA II. + +RAGUSEO, MANGONE, ISOCO. + + +CAPITANO. Io non so che hai tu meco né che cerchi da me: che sai tu +chi sia io, se questa è la prima volta che pongo il piede in questa +terra? e tu come una infernal furia mi persegui! + +MANGONE. Vo' che mi restituisca la mia robba, poiché per tuo conto io +son stato miseramente assassinato. + +CAPITANO. O che tu sei infernetichito o devi star ubbriaco, poiché +cerchi da un uomo che mai vedesti, che ti restituisca la tua robba. + +MANGONE. Io non ho visto te, ma sí ben il tuo fattore che, vendutomi +un schiavo in tuo nome, m'ha rubbata la schiava mia. + +CAPITANO. Io non ho fattori, ma disfattori sí bene; e il fattore servo +e mastro di casa e padron della nave son io stesso. + +MANGONE. Tanto è: egli mandatomi da te venne a cercarmi a casa, con +dir che volevate tener conto meco di vendere e comprar schiavi. + +CAPITANO. Come si chiamava quell'uomo? + +MANGONE. Maltivenga. + +CAPITANO. Mal ti venga e mille cancheri e mille ruine! + +MANGONE. E non contento di avermi rubbata la mia schiava, per +svillaneggiarmi mi mandasti un presente pieno di furfanterie, con +dirmi ch'eran le miglior robbe di Raguggia. + +CAPITANO. Le robbe di Raguggia son buone: e stimo che le robbe di +Napoli, come tu sai, sieno piene di furfantarie e di sporchezze; e se +tutti i napolitani sono come tu sei, dal cattivo saggio che me ne dái, +son uomo da tornarmene in nave or ora, far vela e girmene all'Indie +nuove, per non aver a far con simili uomini. + +MANGONE. Qui in Napoli avemo buona ragione. + +CAPITANO. A me par che ve ne sia molto poca; perché tu mi richiedi di +cose senza ragione, mi molesti con poca ragione e mi provochi a ira +con molta ragione. + +MANGONE. Oh, seria bella certo, ch'essendo tu solo e forastiero, senza +aver alcuno per te, volessi vincer me che ho parenti e amici nella mia +terra. + +CAPITANO. Dimmi, ch'è l'arte tua? + +MANGONE. Comprare schiavi e schiave belle e venderle poi a' giovani +che se n'innamorano. + +CAPITANO. Come se dicessi ruffiano. + +MANGONE. Come se tu lo dicessi e io ci fussi. Non mi vergogno +dell'arte mia; ma qual arte è la tua? + +CAPITANO. Di corseggiar mari e lidi de' nemici e andar facendo prede. + +MANGONE. Come si dicessi un spogliamari, saccheggialidi, cacciator +d'uomini; come si dicessi un ladro publico. + +CAPITANO. Piacesse a Dio che il mar ben spesso non spogliasse e +rubasse me! + +MANGONE. Or tu che osi rubar i lidi e i mari e gli stessi ladri, hai +osato rubar ancor a me. + +CAPITANO. O ruffiano, lassemi stare. + +MANGONE. O ladro de' ladri publichi, tornami quel che m'hai rubato. + +CAPITANO. Un corsaro si chiama soldato e non ladro. + +MANGONE. Tu sei un di quei soldati che non dái batterie se non alle +case private e alle porte delle botteghe. + +CAPITANO. O fussi incontrato piú tosto con la nave in un scoglio che +in costui! + +MANGONE. O fussi venuto piú tosto in Napoli un diavolo che tu! Ma qui +arai condegno castigo delle tue opere, ché vendi i cristiani per +turchi e per mori. + +CAPITANO. E tu fai peggio. + +MANGONE. Qui ti saranno scontati i tuoi ladronecci. + +CAPITANO. E a te le tue poltronerie. + +MANGONE. E come un publico ladro morirai nell'aria publica. + +CAPITANO. E tu per il tuo mestiero nel foco. + +MANGONE. E tu che vai pescando gli uomini per lo mare, sarai pescato +dal mare. + +CAPITANO. E tu lapidato da' giovani che rovini. + +MANGONE. E se pur il mar ti rifiuta per un cattivo guadagno, un giorno +i turchi ne faranno vendetta per me, ché sarai impalato. + +CAPITANO. Ed il boia la fará per me, ché sarai arrostito. + +MANGONE. Mi pensava aver fatto un gran guadagno, che cotal mercatante +fusse venuto ad alloggiare in casa mia: bella mercanzia che hai +portata in Napoli! + +CAPITANO. Ci ho portata una gran mercanzia di legne; e se le cerchi, +te ne darò a buon mercato quante ne cerchi. + +MANGONE. Orsú, vieni innanzi al Reggente. + +CAPITANO. Tu cerchi briga e n'arai. + +MANGONE. Se non vieni di bona voglia, ti strascinarò a forza. + +CAPITANO. Dubito che lo strascinato sarai tu. + +ISOCO. Io son stato tacito insino adesso, stimando che la tua +importunitá avesse pur a far qualche fine; ma veggio che sei +soverchiamente temerario, e dubito che non facci temerario ancor me. +Ma forse non v'intendete l'un l'altro. + +MANGONE. La ragione che ho, e l'importanza del fatto che importa +cinquecento ducati, faranno o che io uccida costui o che sia ucciso da +lui, perché non è cosa che ne possa passare. + +ISOCO. Che costui non sia stato mai piú in Napoli e questa la prima +volta che sia sbarcato di nave, ne son buon testimone. + +MANGONE. O che testimone! Mi venne un uomo da parte di costui e mi +chiamò per nome--Mangone!--e dissemi:--Poiché sei mercadante di +schiavi, il mio padron Rastello Fallatutti di Monteladrone ... + +CAPITANO. Menti per la gola, ché rastello di Monteladrone sei tu! + +ISOCO. Lascia dire. + +MANGONE. ... ne ha portato una nave, e si vuol accomodar teco. + +ISOCO. Férmati, di grazia. Tu sei colui che vendi schiavi e schiave, +che ti chiami Mangone? + +MANGONE. Io son: mal per me! + +ISOCO. Lasciamo il primo e cominciamo un altro ragionamento piú +importante. Son d'intorno a tre anni che certi uscocchi depredando i +lidi della Schiavonia, da una villa dove io abitava mi tolsero una +giovane bellissima; e mi fu riferito che la vendero in Napoli per +ducento ducati ad un mercadante di femine, detto Mangone. + +MANGONE. È vero; e si chiama Melitea. + +ISOCO. Non, no: quella si chiamava Alcesia. + +MANGONE. Ho inteso ben dir da lei che si chiamava Alcesia; ma allora +che la comprai, si chiamava Melitea. + +ISOCO. Che n'è di questa giovane? + +MANGONE. Di questa giovane ragioniamo ora, che sotto nome di costui +m'è stata sbalzata da casa. + +ISOCO. Sappi che quella Melitea, che tu dici, è donna libera e +gentildonna cristiana e non schiava; è figlia di un napolitano molto +ricco e importante. + +MANGONE. Fusse alcuna altra trappola ordita tra voi, per rubbarmi +alcuna altra cosa? + +ISOCO. Sappi che a questo effetto son venuto qui in Napoli, per saper +nuova di suo padre, se sia vivo o morto; e qui non son per tòrti +alcuna cosa, anzi per giovarti: ché ritrovandosi lei e suo padre, +sarai per averne una buona mancia. Ma, di grazia, sapete voi s'ella si +ricorda del nome di suo padre? + +MANGONE. Di suo padre no, ma ben d'un suo balio detto Isoco, e d'una +sua balia detta Galasia. + +ISOCO. Io son Isoco, e mia moglie, giá morta, era detta Galasia. Ma +oh, piaccia a Dio ch'essendo venuto qui per un fatto che non pensava +espedirlo in un anno, lo spedissi in un giorno e liberassi l'anima di +mia moglie e la mia da cosí fatta angoscia! Io vo' venir teco per +saper nuova di costei, e ritrovata, so che ti sará di non poco utile. + +MANGONE. Pur che mi sia utile, eccomi pronto a far quanto comandi. + +ISOCO. Di grazia, lasciamo il padron della nave che vada per i suoi +affari, ché quando saprai ch'egli abbia errato in alcuna cosa di quel +che ti duoli di lui, io voglio rifar il danno. + +CAPITANO. Isoco, a dio. + + +SCENA III. + +DOTTORE, MANGONE, ISOCO. + + +DOTTORE. Mangone, hai saputa alcuna novella di Melitea? + +MANGONE. Sí bene, anzi di cose che voi non sapete. + +DOTTORE. È dunque in poter di Pirino? + +MANGONE. Dico altro che voi pensate. + +DOTTORE. Che cosa dunque? + +MANGONE. Melitea è libera e gentildonna. + +DOTTORE. Che non sia qualche nuovo inganno ordito da Forca, per +schernir me dello amore e del desiderio di aver figliuoli? + +MANGONE. L'uomo che qui vedete, dice ch'è napolitana, figlia di uomo +nobile e di gran qualitade. + +DOTTORE. Certo che m'è carissimo, ch'essendo di buon legnaggio e +avendola per moglie, arò meno reprensori; e se per rispetto del mondo +faceva prima resistenza alle mie voglie, or le farò correre a tutto +freno. Gentiluomo, vi prego a narrarmi quanto sapete di lei. + +ISOCO. Dico che questa giovane fu rapita dalla sua balia e portata in +Raguggia sua patria. La cagion della rapina fu che, nascendo la +bambina, morí sua madre nel parto; e restando la balia col padre in +casa, o che si fusse innamorato di lei o che fusse intemperante di sua +propria natura, la ricercò piú volte dell'onor suo. Ed avendogli ella +piú volte detto che nel fatto dell'onor non volea esser molestata in +conto veruno, che altrimente si partirebbe, ed egli non restando di +noiarla, non s'arrestò di quanto l'avea minacciato: onde, per fuggir +gli disonesti assalti del padrone, se ne fuggí di casa sua e se ne +venne con la bambina in Raguggia, dove dimorò tre anni. Abitando in un +suo podere alla costiera della marina, un vassello de scocchi la rubbò +e la vendé qui in Napoli ad uno mercatante di schiave, che si chiama +Mangone. + +DOTTORE. Come si chiamava la balia? + +ISOCO. Galasia. + +DOTTORE. Galasia? oimè, che dici? e può esser questo? si ricorda la +fanciulla del nome di suo padre e di sua madre? + +ISOCO. La fanciulla non se lo poteva ricordare, che non giongeva a duo +anni. Ma io l'ho inteso dir mille volte da Galasia che la madre si +chiamava Brianna e il padre il dottor Carisio. + +DOTTORE. O Dio, che intendo? son desto o sogno? Ma tu come sai questo? +a che effetto sei venuto qui in Napoli? + +ISOCO. Io lo so, che quando Galasia gionse in Raguggia, si maritò +meco; e siam vissuti insieme dodici anni, pensandomi sempre che questa +fanciulla fusse sua figlia, d'un suo primo marito. I mesi a dietro +venne a morte; e chiamatomi, mi pregò caldamente--e ne volse la fede +per iscarico della sua conscienza--che fusse venuto in Napoli e +cercato se fusse vivo quel dottore, e raccontargli il suo furto, +accioché n'andasse scarica e contenta all'altra vita; la qual cosa le +ho promesso e osservato. + +DOTTORE. O Dio, non potrei esser oggi il piú felice uomo del mondo! +Dimmi, di grazia, che effigie avea quella fanciulla? + +ISOCO. Era di viso un poco lunghetto, di guardo austero ma dolce, di +carnagione mescolata di rosso e latte, di capelli com'io, di maniere +assai signorili; e mostrava in tutte le cose esser di sangue +nobilissimo, di animo generoso e d'ingegno vivace. + +DOTTORE. Questa è dessa, certissimo; ché i segni che mostrava in +quelle piccole membra, davan presagio che nella compita etá non +dovesse riuscir altrimente che le sue fattezze. Avea ella alcun +segnale nella persona? + +ISOCO. Una macchia rossa nella mammella sinistra come di un vovo; e +diceva la balia che fu una gola che venne a sua madre di quei frutti, +e venne a caso a toccarsi alla mammella. + +DOTTORE. Questa è dessa: non bisogna piú dubitare; e io son quel +dottor Carisio che tu dici. Ma dimmi, come è stata allevata la +fanciulla? + +ISOCO. Questo posso ben giurarvi che, se ben in povera casa come la +nostra, non avria potuto esser meglio allevata nella vostra istessa: +appena ave avuto nella mia casa quella libertá che si conveniva +all'etá fanciullesca; ed ella si mostrò sempre gelosissima e rigida +defenditrice dell'onor suo. + +DOTTORE. La rapina, la povertá, la lontananza da' suoi parenti, la +violenza de' corsari liberano la sua volontá d'ogni colpa di +disonestá, e massime in lei che per la sua soverchia bellezza chiama a +sé la violenza. + +ISOCO. Non dite cosí; ché la generositá dello aspetto, la maestá della +bellezza sforza ancor le genti barbare a non cercarle cosa contra il +suo volere: e io vi giuro--poiché mi fu referito--che i corsari che me +la ruborno, la vendero come la tolsero da mia casa, con speranza di +cavarne piú guadagno. + +MANGONE. Ed io vi assicuro di questo: ch'eglino, volendomela vendere +per vergine cinquanta ducati di piú, la feci veder dalle commari, ed +essendomi cosí affermato, li sborsai ducento ducati; e in mia casa è +stata cosí conservata come uscí dal corpo di sua madre. + +DOTTORE. Che costumi mostrava in quella sua etá? + +ISOCO. Di grande animo ne' pericoli, ardita con modestia, di nobiltá +umile e onoratissima nella bellezza: in un picciol corpo un gran +spirito. E sappiate che di queste arti niuno le fu maestro; ché dalle +fascie si portò seco simili parti da far invidia a qual si voglia +principalissima gentildonna. + +DOTTORE. Io del suo acquisto e del non macchiato fior della sua +verginitá per molto stupore son fuor di me stesso. O infinita +Providenza, con quanti vari accidenti hai sospesi i nostri amori! per +non farci accoppiare insieme, e la sua onestá avesse pericolato con il +suo padre, hai fatto che Forca e Pirino con una gentil trappola abbian +schernito i miei desidèri e involatamela dal seno. + +ISOCO. Di grazia, fatemela vedere, ché da' segni del suo conoscermi +conoscerete esser vero quanto vi ho detto. + +DOTTORE. Su, Mangone, diasi ordine di ritrovarla: non si perda piú +tempo. Ma ecco Filigenio: viene a tempo per saper nuova di suo figlio. + +ISOCO. Voi cercate di costei e datemi aviso di quel che sará. + + +SCENA IV. + +FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO. + + +FILIGENIO. Veggio venir il dottor verso me: qualche altra burla aranno +scoverta di Forca: non sará per finir tutto oggi. + +DOTTORE. Filigenio, io vengo a ragionar di cose assai differenti dalle +passate, alle quali mai non pensaste: ora non è tempo di amori, ma di +compimenti di onore: e ben sapete che dove va l'onore, poco si prezza +la robba e la vita insieme. + +FILIGENIO. Evi alcuna altra terza di cambio di farmi pagare? + +DOTTORE. Ritenetevi ne' termini della prudenza e della creanza, e +ascoltate prima, ché non sapendo che abbiamo a narrare, potreste +prender error per parlar troppo. + +FILIGENIO. Evi alcuna altra cosa scoverta di mio figlio? + +DOTTORE. Io vengo or per coprir gli errori di vostro figlio e non +scoprirgli al mondo piú che sono. Sappiate che Melitea rapita da +vostro figliuolo, or non è corteggiana, come stimavate, ma gentildonna +libera e onorata. + +FILIGENIO. Come può esser questo, essendo stata tanto tempo in casa di +un ruffiano? + +DOTTORE. Di cosí picciola cosa vi meravigliate? vi sono ancora delle +cose maggiori. Vi dico in somma che è mia figliuola; che mi fu rapita +dalla balia, sendo piccina; e or l'abbiamo riconosciuto, come poi piú +minutamente restarete sodisfatto. + +FILIGENIO. Mi rallegro della vostra ventura. Ma che cercate da me? + +DOTTORE. Se ben non ho riconosciuta mia figlia, né so fin ora dove +sia, so ben che Forca e vostro figlio l'hanno sbalzata dalla casa di +Mangone. Voi sapete che ho tanta robba che posso giovar agli amici e +castigar gli inimici; e chi mi toglie lei, mi toglie l'onor mio: e +l'onor pone l'uomo in disperazione, e il disperato di se stesso non +può aver pietá di alcuno. Son uomo da far che i suoi amori gli costino +molto cari, e a voi, a Forca e a tutti i complici; e sará piú duro il +vero male che l'apparenza del falso bene. Nelle cose importanti si +conoscono i nobili da' plebei: se faremo alla scoverta, parlerò a Sua +Eccellenza, e con il braccio della giustizia, col favore degli amici e +de' parenti e de' danari ci offenderemo tra noi, e la cosa si +pubblicará; e il meglio sarebbe la secretezza possibile. Bastivi alfin +questo, che son padre e son uomo onorato. + +FILIGENIO. Per dirvi la veritá, io non so cosa alcuna de' fatti suoi: +e tanto ne so ora, quanto da voi me n'è stato referito; che ben sapete +che i figli si nascondono da' padri nei loro amori, e noi siamo gli +ultimi a sapergli. Ma che si rimedino gli errori, io lo desidero piú +che voi. + +DOTTORE. Come dunque faremo per rimediargli? + +FILIGENIO. Ecco, ecco il secretario de' suoi pensieri: ecco qua il +domestico, il maiordomo maggiore, l'inventore e l'essecutore de' suoi +garbugli. + + +SCENA V. + +FORCA, FILIGENIO, DOTTORE, ISOCO. + + +FORCA. (Or sí che potrò ben andar a sotterrarmi vivo per non incappar +nelle mani di costoro). + +FILIGENIO. Forca, vieni a tempo: ascolta questo gentiluomo che dice. + +DOTTORE. Forca mio, se per l'addietro t'ho odiato piú che la morte, +come ostacolo de' miei desidèri; or, come quello che mi hai tolto da +illeciti amori o disoneste nozze, te ne arò obligo eterno. Sappi che +Alcesia--non piú Melitea--non è schiava di Mangone, ma mia legittima +figliuola, che molti anni sono mi fu rapita dalla balia, come potrai +piú a lungo intenderlo da costui... . + +ISOCO. Quanto dice questo gentiluomo tutto è vero. + +DOTTORE. ... Onde io sapendo certissimo che tu e Pirino me l'avete +rubbata dalla casa di Mangone, e conoscendo voi l'importanza della +cosa, e conoscendo parimente che non posso tormi questa macchia +dell'onore se non mi sia restituita, vorrei che facesti pensiero di +effettuarlo. + +FORCA. Io, in quanto Forca, son persuaso a bastanza; bisogna persuader +Pirino che ve la restituisca. + +DOTTORE. Dove è Pirino, accioché possa ragionargli? + +FORCA. Con Pirino non potrete ragionar altrimente; ma ragionate con me +quello che desiate ragionar con lui, e fate conto ch'io sia sua mente, +suo desiderio e ch'io ascolti con le sue orecchie e ch'io vi risponda +con la sua lingua. + +DOTTORE. La somma è che mi restituisca la figlia. + +FORCA. Ed in somma io dico ch'egli è innamorato di Melitea non di +amore ordinario o sopportabile, ma di un desiderio irrefrenabile; e si +privarebbe con assai piú agevolezza della vita che di lei. In somma +pensate ad ogni altra cosa che a riaverla; e potete pur ferneticare e +consumar il cervello a vostra posta. + +DOTTORE. Io con la giustizia gli levarò Melitea con la vita. + +FORCA. L'uno e l'altra si strangolerá, e preverrá con una morte +volontaria la violenta. + +DOTTORE. Ti do podestá che s'elegga un marito, come saprá desiderarlo. + +FORCA. Non bisogna piú elezione, ché se l'ha eletto giá; anzi una cosa +vi fo saper certissima: che né voi vedrete piú lei, né Filigenio il +suo Pirino. + +DOTTORE. Come? + +FORCA. Amboduo poco anzi, provisti delle cose necessarie, si sono +imbarcati per fuggirsene in luogo ove di loro non si sappia mai piú +novella. + +FILIGENIO. Che cosa è quello che mi dici, Forca? + +DOTTORE. Dunque a tempo che ho ritrovato la figlia, la perdo: e +avendola non l'avrò piú mai, ed era salva quando l'avea perduta! + +FORCA. Egli non ha animo di comparirvi piú innanzi per vergogna, ed +ella per dubbio di non tornar di nuovo nelle mani di Mangone. Da lor +stessi s'han preso un volontario essiglio e vita pellegrina e vaga, e +sopportar ogni incommoditá e ogni miseria, purché vivano insieme e si +soddisfaccino l'un l'altro, e mostrino al mondo che i loro amori non +erano fondati in vani desidèri giovanili, ma su salde leggi di +santissimo matrimonio. + +DOTTORE. Filigenio, io conosco che i matrimoni prima si dispongono in +Cielo e poi s'esseguiscono in terra, e che invano tenta umana forza +impedir quello che è ordinato lá su. A me par che sieno cosí ben +accoppiati fra loro, che né io né lui né tutto il mondo l'aría potuto +imaginare; e mi par ch'egli sia degno di lei, ella di lui. Io non ho +altro figlio, e la mia robba è di valor di quarantamila scudi; sono +nell'ultimo della mia etá e inabile alla sperata successione. Fate voi +la dote al vostro figlio. Né voi potrete restarvi di apparentar meco; +perché non so come meglio si possa rimediare all'acerbitá +dell'ingiuria che m'ha fatto vostro figlio. + +FILIGENIO. A cosí buon partito che mi proponete, ogni cosa ch'io +rispondessi in contrario, mostrerei che fussi scemo di cervello; ed è +ben ragione che avendo io comprato la moglie al mio figlio, che voi +con buona dote ricompriate il mio figlio per vostra figlia: e come per +l'acquisto di lei è intricato con augurio di scherno, cosí vo' che, +mentre sia vivo, l'abbia ad esser non sposo ma schiavo di vostra +figlia. + +DOTTORE. E mia figlia, perché sotto auspicio di schiava fu introdotta +in vostra casa, non che nuora, ma sia perpetua vostra schiava e di +vostro figliuolo: e dove si ha pensato uccellar me, ará posto +l'uccello in la sua gabbia. + +FILIGENIO. Orsú, trovinsi costoro, e questa sera medesima facciamo le +nozze con reciproca sodisfazione. Forca, perché son chiari che l'uno è +dell'altro e non han piú dubio che sieno separati fra loro, falli +tornar da viaggio e menali a casa nostra. + +FORCA. Vi do la mia parola giongerli nel viaggio e far ch'or ora li +veggiate qui presenti. + +DOTTORE. Per l'amor di Dio, presto: ché non so se potrò viver tanto +che li veggia. + +FILIGENIO. Io me ne vo a casa, a porla in ordine per questa sera. + + +SCENA VI. + +DOTTORE, ISOCO. + + +DOTTORE. Or dimmi, di quelle cose che mi tolse Galasia, non ne ha +serbata alcuna Alcesia per ricordo di suo padre? + +ISOCO. Sí bene: un anello con una fede scolpita, con certi piccioli +diamantini intorno; e certi bracciali d'oro che mia moglie tolse con +lei: e se l'ha ella sempre portati su' diti, e se i corsari non gli +han tolti, penso che debba avergli. + +DOTTORE. Dimmi, avea ella mai desiderio di riveder suo padre? + +ISOCO. Anzi, nel mezo sempre delle sue allegrezze si risentiva e si +rattristava, e con certi occulti e nascosti sospiri manifestava il +dolor della perdita di suo padre e il desiderio che avea di rivederlo, +e per lo piú sempre stava sommersa in una tacita malinconia. + +DOTTORE. Dio cel perdoni! ché m'ha fatto buttar piú lacrime e piú +sospiri che non ho peli adosso, non solo ogni volta che mi ricordavo +le persone, ma quando io son venuto col pensiero da me stesso. Ma +eccola che viene. + +ISOCO. Questa è Alcesia mia. + + +SCENA VII. + +MELITEA, ISOCO, DOTTORE, PIRINO, FORCA. + + +MELITEA. O padre, non a me di minor riverenza di colui che m'ha +generato, perché m'hai nodrita e allevata con tante fatiche e +diligenze, oh quanto mi rallegro in vederti, vedendovi a tempo quando +meno sperava di rivedervi. + +ISOCO. O figlia cara--ché all'amore e riverenza che vi porto non so +che altro nome chiamarvi,--che mi date tanta allegrezza in vedervi +quanto mi deste dispiacere essendomi rapita: o che nobile aspetto, o +come anco nelle miserie risplende la maestá della vostra bellezza! + +MELITEA. Siami lecito abbracciarvi con quella riverenza come mio +padre: o mio caro e amato balio! + +ISOCO. O amata e desiata figliuola! + +MELITEA. O Dio, quanto presto sète fatto vecchio. + +ISOCO. Il tempo camina, figlia: tenetelo voi, ché stia fermo, e io +terrò una medesima forma. Figlia, poiché hai conosciuto il tuo balio, +riconosci ora il tuo vero padre. + +DOTTORE. Carissima figliuola, non ti ricorderesti del tuo vero nome? + +MELITEA. Nascendo fui rapita dalla balia; poi, con piú malvaggia +fortuna, fui rapita da' corsari, i quali mi fecero questo oltraggio +che, rubbando me, mi rubbaro il mio vero nome, il quale è Alcesia. + +DOTTORE. Dimmi, figliuola cara, non hai alcuna di quelle coselline +d'oro serbate teco, che ti diè Galasia mia moglie? + +MELITEA. Signor mio, non ho altro che questo anello con una fede +scolpita, che l'ho sempre custodito con grandissima diligenza--se pur +Iddio mi avesse fatto grazia di riconoscere mio padre,--e questi +bracciali. + +PIRINO. Moglie mia cara, perché mai prima mostrati non me l'avete? + +MELITEA. Sposo mio, i segni sono segni a coloro che li conoscono. Ma +appresso quelli che non sanno che cosa sia, mi potrebbono piú tosto +esser cagione di cattiva fama, dubitando che l'abbi per alcun +ladroneccio o che alcuno innamorato me l'abbi donati. + +DOTTORE. Pazzia sarebbe dubbitar piú che non sia mia figlia, e giá +m'accorgo che allo splendor degli occhi e dalla eccellenza della +bellezza, che rassomiglia a quella, quando era bambina: tu sei dessa, +e il tuo aspetto è bastevole a farti conoscere che tu sei nobile. + +MELITEA. Gentiluomo, ecco alcuno altro segnale per lo quale possiate +rendervi piú certo che sia vostra figlia. + +DOTTORE. Figlia, giá son certificato da tutti e son vinto da tutti i +segni, e finalmente mi chiamo vinto dalla di tutte cose vincitrice +natura, per tirarmi nel core una insopportabile alle-* *grezza. Figlia +dolcissima, lascia che ti abbracci e baci, e non trattenermi un cosí +dolce contento. + +MELITEA. Gentiluomo mio, se ben voi sète certificato che io sia vostra +figlia, voglio anche io certificarmi se sète mio padre, né cerco altri +segni da voi se non un solo; se sète del medesimo voler che son io, +ché non conviene tra padri e figli diversa volontá. Io mi trovo esser +sposa, e amata da questo cavalliero senza inganni e senza simulazione, +piú svisceratamente che sia stata amata donna giamai; e per rendergli +guiderdone di tanto amore, l'ho amato e amo con tutto il core e tutta +l'anima mia: e sapendo certissimo che ogni debito può ricever cambio e +ricompenso, e solamente l'amore non può pagarsi se non con amore, me +l'ho eletto per isposo. Ed essere amata da lui è la mia gloria e mia +terrena beatitudine: me li sono data in tutto e per tutto, o che mi +schivi o che mi batta o mi venda in man di turchi. Mi contento del suo +contento; onde se voi avete la medesima volontá mia, sète mio padre, +altrimente io non ho padre né madre né altra persona al mondo se non +lui. + +PIRINO. Caro signore, con che parole poss'io corrispondere a tanta +affezione, conoscendo che mi ama sovra il mio merito? qual uomo +sarebbe al mondo piú ingrato di me, se non l'amassi con tutto il +cuore? Da quel ponto che ci vedemmo insieme--o fusse caso o destino o +che cosí fusse piaciuto a Dio, per un gran pezzo sospesi insieme, +imaginandoci dove prima ci avessimo potuto vedere e riconoscerci +insieme, e quando avessimo avuto insieme domestichezza; e conoscendoci +fra noi l'un l'altro di merito proporzionato e l'un degno de +l'altro,--ci arrossimmo insieme e insieme ci impallidimmo; e insieme +chiedendo l'un a l'altro misericordia, con gli occhi pieni di lacrime +e riverenti, giurammo ne' nostri cuori di amarci fin alla morte. + +DOTTORE. Carissimi figliuoli, se conosco l'uno e l'altro di giudicio +pieno e vivace, vi conosco in questo principalmente che cosí bene ambo +insieme accoppiati vi siete: onde io non son d'altra volontá che voi +medesimi, ed io ho impetrato da vostro padre licenza d'ammogliarvi +amboduo insieme: però abbraccio e bacio amboduo come miei carissimi +figliuoli. Ma io non so chi abbracciar prima, cosí egualmente vi amo e +desio. Solo ti priego, caro mio Pirino, ch'ami la mia figliuola come +l'hai amata per lo passato. + +PIRINO. Se l'ho amata schiava, povera e in casa d'un ruffiano, che si +può dir piú? benché dalle sue maniere e sue creanze l'ho stimata +sempre nobile e onorata, or dico che se non conoscendola l'ho tanto +amata, quanto debbo or amarla sapendo che è vostra figlia? E quanto +m'ho imaginato di lei, tutto m'è riuscito. + +DOTTORE. Figlia, entriamo in casa, ché ivi ragionaremo piú a lungo. +Forca, trova Mangone e digli che gli dono i cinquecento ducati e che +la mia facoltá è tutta sua; e chiama Panfago e liberalo dalla +prigionia. + +PIRINO. Chiama ancora Alessandro, ché venghi a riconciliarsi con mio +padre e goder insieme con noi una commune allegrezza. + +FORCA. Farò quanto comandate. + +MELITEA. Forca mio, giá è tempo di riconoscerti de' piaceri ricevuti +da te. + +PIRINO. Farò che questa sera sia tu libero e a parte d'ogni mio bene. + +FORCA. Io non merito tanti favori. Spettatori, Alessandro, Panfago e +Mangone verranno a noi per la porta di dietro. Voi potrete andarvene a +vostro piacere; e se la comedia v'ha piaciuta come l'altre, fatele il +solito segno di allegrezza. + + + + + +End of Project Gutenberg's La carbonaria, by Giambattista Della Porta + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CARBONARIA *** + +***** This file should be named 28372-8.txt or 28372-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + https://www.gutenberg.org/2/8/3/7/28372/ + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at https://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +https://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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