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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 04:51:38 -0700 |
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diff --git a/17671-8.txt b/17671-8.txt new file mode 100644 index 0000000..7ba47cc --- /dev/null +++ b/17671-8.txt @@ -0,0 +1,8470 @@ +The Project Gutenberg EBook of Poesie scelte, by Silvio Pellico + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: Poesie scelte + +Author: Silvio Pellico + +Release Date: February 3, 2006 [EBook #17671] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE *** + + + + +Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This +file was produced from images generously made available +by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at +http://gallica.bnf.fr) + + + + + + + + + +POESIE SCELTE + +DI + +SILVIO PELLICO + +DA SALUZZO. + + +VOLUME UNICO. + + +PARIGI, +BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA, +3, QUAI MALAQUAIS. + +1840. + + + + +BIBLIOTECA +POETICA ITALIANA + +CONTINUATA DA QUELLA +DEL BUTTURA. + +TOMO XXXVI. + + +CONTINUAZIONE + +TOMO VI. + + + + +DALLA STAMPERIA DI CRAPELET, +RUE DE VAUGIRARD, Nº 9. + + +SI VENDE PURE +DA STASSIN E XAVIER, +9, RUE DU COQ-SAINT-HONORÉ. + + + + +AL LETTORE. + + +Amore sotto le più nobili forme ne' gaudi, amore e rassegnazione ne' +mali sono anima al vivere di Pellico, sono l'espressione de' suoi +versi; chè in essi l'anima di lui tutta è diffusa. In questo giudizio +speriamo verran coloro che leggeranno le seguenti poesie, le quali +abbiam scelte, toltone la _Francesca_, dalle molte pubblicate +dall'autore dopo la sua liberazione dallo Spielberg. + +Inclinando alquanto col secolo fummo parchi nel dare di quelle rime +del nostro autore in cui egli trascorre alla contemplazione delle cose +divine. Un libro ascetico o quasi ascetico sarebbe letto da pochi, +forse da nessuno di coloro che ne abbisognano, e resterebbe quindi +senza frutto. L'armi spirituali lampeggino sole nelle sacre bigonce, +ma ne' libri di amena letteratura portino miste agli umani diletti le +salutari punture. + + A. RONNA. + + + + +FRANCESCA DA RIMINI + +TRAGEDIA. + + + Noi leggevamo un giorno per diletto, + Di Lancillotto come amor lo strinse, + Soli eravamo e senza alcun sospetto. + Per più fiate gli occhi ci sospinse + Quella lettura e scolorocci il viso. + Ma solo un punto fu quel che ci vinse. + Quando leggemmo il disïato riso, + Esser baciato da cotanto amante, + Questi, che mai da me non fia diviso, + La bocca mi baciò tutto tremante. + + + + +PERSONAGGI. + + +LANCIOTTO, signor di Rimini. +PAOLO, suo fratello. +GUIDO, signore di Ravenna. +FRANCESCA, sua figlia e moglie di Lanciotto. +UN PAGGIO. +GUARDIE. + +_La scena è in Rimini nel palazzo signorile._ + + + + +FRANCESCA DA RIMINI. + + + + +ATTO PRIMO. + + +SCENA PRIMA. + +_Esce_ LANCIOTTO _dalle sue stanze per andare all'incontro di_ GUIDO, +_il quale giunge. Si abbracciano affettuosamente._ + + GUIDO. + + Vedermi dunque ella chiedea? Ravenna + Tosto lasciai; men della figlia caro + Sariami il trono della terra. + + LANCIOTTO. + + Oh Guido! + Come diverso tu rivedi questo + Palagio mio dal dì che sposo io fui! + Di Rimini le vie più non son liete + Di canti e danze; più non odi alcuno + Che di me dica: Non v'ha rege al mondo + Felice al pari di Lanciotto. Invidia + Avean di me tutti d'Italia i prenci: + Or degno son di lor pietà. Francesca + Soavemente commoveva a un tempo + Colla bellezza i cuori, e con quel tenue + Vel di malinconia che più celeste + Fea il suo sembiante. L'apponeva ognuno + All'abbandono delle patrie case + E al pudor di santissima fanciulla, + Che ad imene ed al trono ed agli applausi + Ritrosa ha l'alma.--Il tempo ir diradando + Parve alfin quel dolor. Meno dimessi + Gli occhi Francesca al suo sposo volgea; + Più non cercava ognor d'esser solinga; + Pietosa cura in lei nascea d'udire + Degl'infelici le querele, e spesso + Me le recava; e mi diceva.... Io t'amo. + Perchè sei giusto e con clemenza regni. + + GUIDO. + + Mi sforzi al pianto.--Pargoletta, ell'era + Tutta sorriso, tutta gioja, ai fiori + Parea in mezzo volar nel più felice + Sentiero della vita; il suo vivace + Sguardo in chi la mirava, infondea tutto + Il gajo spirto de' suoi giovani anni. + Chi presagir potealo? Ecco ad un tratto + Di tanta gioja estinto il raggio, estinto + Al primo assalto del dolor! La guerra, + Ahimè, un fratel teneramente amato + Rapiale!... Oh infausta rimembranza!.. Il cielo + Con preghiere continue ella stancava + Pel guerreggiante suo caro fratello... + + LANCIOTTO. + + Inconsolabil del fratel perduto + Vive, e n'abborre l'uccisor; quell'alma + Sì pia, sì dolce, mortalmente abborre! + Invan le dico: I nostri padri guerra + Moveansi; Paolo, il fratel mio, t'uccise + Un fratello, ma in guerra; assai dorragli + L'averlo ucciso; egli ha leggiadri, umani, + Di generoso cavaliero i sensi. + Di Paolo il nome la conturba. Io gemo + Però che sento del fratel lontano + Tenero amore. Avviso ebbi ch'ei riede + In patria, il core men balzò di gioja; + Alla mia sposa supplicando il dissi, + Onde benigna l'accogliesse. Un grido + A tal annunzio mise. Egli ritorna! + Sclamò tremando, e semiviva cadde. + Dirtelo deggio? Ahi l'ho creduta estinta, + E furente giurai che la sua morte + Io vendicato avrei... nel fratel mio. + + GUIDO. + + Lasso! e potevi?... + + LANCIOTTO. + + Il ciel disperda l'empio + Giuramento! L'udì ripeter ella, + Ed orror n'ebbe, e a me le man stendendo: + Giura, sclamò, giura d'amarlo: ei solo, + Quand'io più non sarò, pietoso amico + Ti rimarrà... Ch'io l'ami impone, e l'odia, + La disumana! E andar chiede a Ravenna + Nel suo natio palagio, onde gli sguardi + Non sostener dell'uccisor del suo + Germano. + + GUIDO. + + Appena ebbi il tuo scritto, inferma + Temei foss'ella. Ah, quanto io l'ami, il sai! + Che troppo io viva... tu mi intendi... io sempre + Tremo. + + LANCIOTTO. + + Oh, non dirlo!.. Io pur, quando sopita + La guardo... e chiuse le palpebre e il bianco + Volto segno non dan quasi di vita, + Con orrenda ansietà pongo il mio labbro + Sovra il suo labbro per sentir se spiri: + E del tremor tuo tremo.--In feste e giochi + Tenerla volli, e sen tediò: di gemme + Dovizïosa e d'oro e di possanza + Farla, e fu grata ma non lieta. Al cielo + Devota è assai: novelle are costrussi. + Cento vergini e cento alzano ognora + Preci per lei, che le protegge ed ama. + Ella s'avvede ch'ogni studio adopro + Onde piacerle, e me lo dice, e piange. + Talor mi sorge un reo pensier... Avessi + Qualche rivale? O ciel! ma se da tutta + La sua persona le traluce il core + Candidissimo e puro!... Eccola. + + +SCENA II. + +FRANCESCA E DETTI. + + GUIDO. + + Figlia, + Abbracciami. Son io... + + FRANCESCA. + + Padre... ah, la destra + ch'io ti copra di baci! + + GUIDO. + + Al seno mio, + Qui... qui confondi i tuoi palpiti a' miei + Vieni, prence. Ambidue siete miei figli: + Ambidue qui... Vi benedica il cielo! + Così vi strinsi ambi quel dì che sposi + Vi nomaste. + + FRANCESCA. + + Ah, quel dì!... fosti felice, + O padre. + + LANCIOTTO. + + E che? forse dir vuoi che il padre + Felice, e te misera festi? + + FRANCESCA. + + Io vero + Presagio avea, che male avrei lo sposo + Mio rimertato con perenne pianto, + E te lo dissi, o genitor: chiamata + Alle nozze io non era. Il vel ti chiesi; + Tu mi dicesti che felice il mio + Imen sol ti farebbe... io t'obbedii. + + GUIDO. + + Ingrata, il vel chieder potevi a un padre + A cui viva restavi unica prole? + Negar potevi a un genitor canuto + D'avere un dì sulle ginocchia un figlio + Della sua figlia? + + FRANCESCA. + + Non per me mi pento. + Iddio m'ha posto un incredibil peso + D'angoscia sovra il core, e a sopportarlo + Rassegnata son io. Gli anni miei tutti + Di lagrime incessanti abbeverato + Avrei del pari in solitaria cella + Come nel mondo. Ma di me dolente + Niuno avrei fatto!... liberi dal seno + Sariano usciti i miei gemiti a Dio, + Onde guardasse con pietà la sua + Creatura infelice, e la togliesse + Da questa valle di dolor!... Non posso + Nè bramar pure di morir: te affliggo, + O generoso sposo mio, vivendo: + T'affliggerei più, s'io morissi. + + LANCIOTTO. + + O pia + E in un crudele! Affliggimi, cospargi + Di velen tutte l'ore mie, ma vivi. + + FRANCESCA. + + Troppo tu m'ami. E temo ognor che in odio + Cangiar tu debba l'amor tuo... punirmi... + Di colpa ch'io non ho... d'involontaria + Colpa almeno.... + + LANCIOTTO. + + Qual colpa? + + FRANCESCA. + + Io... debolmente + Amor t'esprimo... + + LANCIOTTO. + + E il senti? Ah, dirti cosa + Mai non volea ch'ora dal cor mi fugge! + Vorresti, e amarmi, oh ciel! nol puoi... + + FRANCESCA. + + Che pensi? + + LANCIOTTO. + + Rea non ti tengo... involontarii sono + Spesso gli affetti... + + FRANCESCA. + + Che? + + LANCIOTTO. + + Perdona. Rea + Io non ti tengo, tel ridico, o donna: + Ma il tuo dolor... sarebbe mai... di forte + Alma in conflitto con biasmato... amore? + + FRANCESCA. + + (_Gettandosi nelle braccia di Guido._) + + Ah, padre, salva la mia fama. Digli, + E giuramento abbine tu, che giorni + Incolpabili io trassi al fianco tuo, + E che al suo fianco io non credea che un'ombra + Pur di sospetto mai data gli avessi. + + LANCIOTTO. + + Perdona: amore è di sospetti fabbro.-- + Io fra me spesso ben dicea: Se pure, + Fanciulla ancor, d'immacolato amore + Si fosse accesa, e or tacita serbasse + Il sovvenir d'un mio rival, cui certo + Ella antepone il suo dover, qual dritto + Di esacerbar la cruda piaga avrei, + Indagando l'arcano? Eterno giaccia + Nel suo innocente cor, s'ella ha un arcano! + Ma dirlo deggio? Il dubbio mio s'accrebbe + Un dì che al fratel tuo lodi tessendo, + Io m'accingeva a consolarti. Invasa + Da trasporto invincibile, sclamasti: + Dove, o segreto amico mio del cuore, + Dove n'andasti? Perchè mai non torni, + Sì che pria di morire io ti riveggia? + + FRANCESCA. + + Io dissi? + + LANCIOTTO. + + Nè a fratel volti que' detti + Parean. + + FRANCESCA. + + Fin nel delirio, agl'infelici + Scrutar vuolsi il pensier? Sono infelici, + Nè basta: infami anch'esser denno. Ognuno + Contro l'afflitto spirto lor congiura; + Ognun... pietà di lor fingendo... gli odia; + Non pietà no, la tomba chieggon... Quando + Più sopportarmi non potrai, la tomba + Aprimi sì; discenderovvi io lieta: + Lieta pur ch'io... da ogn'uom fugga! + + GUIDO. + + Vaneggi? + Figlia... + + LANCIOTTO. + + Quai su di me vibri tremendi + Sguardi! Che li fec'io? + + FRANCESCA. + + Di mie sciagure + La cagion non sei tu?... Perchè strapparmi + Dal suol che le materne ossa racchiude? + Là calmato avria il tempo il dolor mio; + Qui tutto il desta, e lo rinnova ognora... + Passo non fo ch'io non rimembri...--Oh insana! + Fuor di me son. Non creder, no... + + LANCIOTTO. + + ... A Ravenna, + Francesca, sì, col genitor n'andrai. + + GUIDO. + + Prence, t'arresta. + + LANCIOTTO. + + Oh, a' dritti miei rinunzio. + Dalla tua patria non verrò a ritorti: + Chi orror t'ispira, ed è tuo sposo, e t'ama + Pur tanto, più non rivedrai... se forse + Pentita un giorno e a pietà mossa, al tuo + Misero sposo non ritorni... E forse, + Dall'angosce cangiato, ah, ravvisarmi + Più non saprai! Ben io, ben io nel core + La tua presenza sentirò: al tuo seno + Volerò perdonandoti. + + FRANCESCA. + + Lanciotto, + Tu piangi? + + GUIDO. + + Ah figlia! + + FRANCESCA. + + Padre mio! Vedesti + Figlia più rea, più ingrata moglie? iniqui + Detti mi sfuggon nel dolor, ma il labbro + Sol li pronuncia. + + GUIDO. + + Ah, di tuo padre i giorni + Non accorciar, nè del marito vane + Far le virtù per cui degna e adorata + Consorte il ciel gli concedea! Più lieve + Sarà la terra sovra il mio sepolcro, + Se un dì, toccando, giurerai che lieto + Di prole festi e del tuo amor lo sposo. + + FRANCESCA. + + Io accorcerei del padre mio la vita? + No. Figlia e moglie esser vogl'io: men doni + Lo forza il ciel. Meco il pregate! + + GUIDO. + + Rendi + A mia figlia la pace! + + LANCIOTTO. + + ... Alla mia sposa! + + +SCENA III. + +UN PAGGIO E DETTI. + + PAGGIO. + + L'ingresso chiede un cavalier. + + FRANCESCA. + + (_A Guido._) + + Tu d'uopo + Hai di riposo: alle tue stanze, o padre, + Vieni. (_Parte con Guido._) + + +SCENA IV. + +LANCIOTTO E IL PAGGIO. + + LANCIOTTO. + + Il suo nome? + + PAGGIO. + + Il nome suo tacea: + Supporlo io posso. Entrò negli atrii, e forte + Commozïone l'agitò: con gioja + Guardava l'armi de' tuoi avi appese + Alle pareti: di tuo padre l'asta + E lo scudo conobbe. + + LANCIOTTO. + + Oh Paolo! Oh mio + Fratello! + + PAGGIO. + + Ecco a te viene. + + +SCENA V. + +PAOLO E LANCIOTTO _si corrono incontro e restano lungamente +abbracciati._ + + LANCIOTTO. + + Ah, tu sei desso, + Fratel! + + PAOLO. + + Lanciotto! mio fratello!--Oh sfogo + Di dolcissime lacrime! + + LANCIOTTO. + + L'amico, + L'unico amico de' miei teneri anni + Da te diviso, oh, come a lungo io stetti. + + PAOLO. + + Qui t'abbracciai l'ultima volta... Teco + Un altr'uomo io abbracciava: ei pur piangea... + Più rivederlo io non doveva? + + LANCIOTTO. + + Oh padre! + + PAOLO. + + Tu gli chiudesti i moribondi lumi. + Nulla ti disse del suo Paolo? + + LANCIOTTO. + + Il suo + Figliuol lontano egli moria chiamando. + + PAOLO. + + Me benedisse?--Egli dal ciel ci guarda, + Ci vede uniti e ne gioisce. Uniti + Sempre saremo d'ora innanzi. Stanco + Son d'ogni vana ombra di gloria. Ho sparso + Di Bizanzio pel trono il sangue mio, + Debellando città ch'io non odiava, + E fama ebbi di grande, e d'onor colmo + Fui dal clemente imperador: dispetto + In me facean gli universali applausi. + Per chi di stragi si macchiò il mio brando? + Per lo straniero. E non ho patria forse + Cui sacro sia de' cittadini il sangue? + Per te, per te, che cittadini hai prodi, + Italia mia, combatterò; se oltraggio + Ti moverà la invidia. E il più gentile + Terren non sei di quanti scalda il sole? + D'ogni bell'arte non sei madre, o Italia? + Polve d'eroi non è la polve tua? + Agli avi miei tu valor desti e seggio, + E tutto quanto ho di più caro alberghi! + + LANCIOTTO. + + Vederti, udirti, e non amarti... umana + Cosa non è.--Sien grazie al cielo, odiarti + Ella, no, non potrà. + + PAOLO. + + Chi? + + LANCIOTTO. + + Tu non sai: + Manca alla mia felicità qui un altro + Tenero pegno. + + PAOLO. + + Ami tu forse? + + LANCIOTTO. + + Oh se amo! + La più angelica donna amo... e la donna + Più sventurata. + + PAOLO. + + Io pur amo; a vicenda + Le nostre pene confidiamci. + + LANCIOTTO. + + Il padre + Pria di morire un imeneo m'impose, + Onde stabile a noi pace venisse. + Il comando eseguii. + + PAOLO. + + Sposa t'è dunque + La donna tua? nè lieto sei? Chi è dessa? + Non t'ama? + + LANCIOTTO. + + Ingiusto accusator, non posso + Dir che non m'ami. Ella così te amasse! + Ma tu un fratello le uccidesti in guerra, + Orror le fai, vederti niega. + + PAOLO. + + Parla, + Chi è dessa? chi? + + LANCIOTTO. + + Tu la vedesti allora + Che alla corte di Guido... + + PAOLO. + + Essa... + + (_Reprimendo la sua orribile agitazione._) + + LANCIOTTO. + + La figlia + Di Guido. + + PAOLO. + + E t'ama! Ed è tua sposa?--È vero; + Un fratello... le uccisi... + + LANCIOTTO. + + Ed incessante + Duolo ne serba. Poichè udì che in patria + Tu ritornavi, desolata abborre + Questo tetto. + + PAOLO. + + (_Reprimendosi sempre._) + + Vedermi, anco vedermi + Niega?--Felice io mi credeva accanto + Al mio fratel.--Ripartirò... in eterno + Vivrò lontano dal mio patrio tetto. + + LANCIOTTO. + + Fausto ad ambi ugualmente il patrio tetto + Sarà. Non fia che tu mi lasci. + + PAOLO. + + In pace + Vivi; a una sposa l'uom tutto pospone. + Amala...--Ah, prendi questo brando, il tuo + Mi dona! rimembranza abbilo eterna + Del tuo Paolo. + + (_Eseguisce con dolce violenza questo cambio._) + + LANCIOTTO. + + Fratel... + + PAOLO. + + Se un giorno mai + Ci rivedrem, s'io pur vivrò... più freddo + Batterà allora il nostro cuor... il tempo + Che tutto estingue, estinto avrà... in Francesca + L'odio... e fratel mi chiamerà. + + LANCIOTTO. + + Tu piangi. + + PAOLO. + + Io pure amai! Fanciulla unica al mondo + Era quella al mio sguardo.... ah, non m'odiava, + No; non m'odiava. + + LANCIOTTO. + + E la perdesti? + + PAOLO. + + Il cielo + Me l'ha rapita! + + LANCIOTTO. + + D'un fratel l'amore + Ti sia conforto. Alla tua vista, a' modi + Tuoi generosi placherassi il core + Di Francesca medesma... Or vieni... + + PAOLO. + + Dove?... + A lei dinanzi... non fia mai ch'io venga! + + +FINE DELL'ATTO PRIMO. + + + + +ATTO SECONDO. + + +SCENA PRIMA. + +GUIDO E FRANCESCA. + + FRANCESCA. + + Qui... più libera è l'aura. + + GUIDO. + + Ove t'aggiri + Dubitando così? + + FRANCESCA. + + Non ti parea + La voce udir... di... Paolo? + + GUIDO. + + Timore + Or di vederlo non ti prenda. Innanzi + Non ti verrà, se tu nol brami. + + FRANCESCA. + + Alcuno + Gli disse ch'io... l'abborro? glien duol forse? + + GUIDO. + + Assai glien duol. Volea partir; Lanciotto + Ne lo trattenne. + + FRANCESCA. + + Egli partir volea? + + GUIDO. + + Or più quieto hai lo spirto. Oggi Lanciotto + Spera che del fratel suo la presenza + Tu sosterrai. + + FRANCESCA. + + Padre, mio padre! Ah, senti... + Questo arrivo... deh, senti, come forti + Palpiti desta nel mio sen!--Deserta + Rimini mi parea; muta, funebre + Mi parea questa casa; ora... Deh, padre, + Mai non lasciarmi, deh, mai più! Sol teco + Giubilar oso e piangere; nemico + Tu non mi sei... Pietà di me tu avresti, + Se... + + GUIDO. + + Che? + + FRANCESCA. + + Se tu sapessi...--Oh, quanto amaro + M'è il vivere solinga! Ah, tu pietoso + Consolator mi sei!... Fuorchè te, o padre, + Non evvi alcun dinanzi a cui non tremi, + Dinanzi a cui tutti del core i moti + Io non debba reprimere... Nascosto + Non tengo il cor; facil s'allegra e piange: + E mostrar mai nè l'allegria nè il pianto + Lecito m'è. Tradirmi posso; guai, + Guai se con altri un detto mi sfuggisse!... + Tu... più benigno guarderesti i mali + Della tua figlia... E se in periglio fosse... + Ne la trarresti con benigna mano. + + GUIDO. + + No, il cor nascosto tu non tieni... I tuoi + Pensier segreti... più non son segreti, + Quando col tuo tenero padre stai. + + FRANCESCA. + + Tutto... svelarti bramerei... Che dico? + Ove mi celo? Oh terra, apriti, cela + La mia vergogna! + + GUIDO. + + Parla; il ciel t'ispira. + Abbi fiducia. Il fingere è supplizio + Per te... + + FRANCESCA. + + Dovere è il fingere, dovere + Il tacer, colpa il dimandar conforto; + Colpa il narrar sì reo delitto a un padre, + Che il miglior degli sposi alla sua figlia + Diede... e felice non la fe'! + + GUIDO. + + Me lasso! + Il carnefice tuo dunque son io? + + FRANCESCA. + + Oh buon padre! nol sei...--Vacillar sento + La mia debol virtù.--Tremendo sforzo, + Ma necessario! Salvami, sostienmi! + Lunga battaglia fin ad ora io vinsi; + Ma questi di mia vita ultimi giorni + Tremarmi fanno... Aita, o padre, ond'io + Santamente li chiuda.--Ah, sì! Lanciotto + Ben sospettò, ma rea non son! fedele + Moglie a lui son, fedel moglie esser chieggo!..-- + Padre... sudar la tua fronte vegg'io... + Da me torci gli sguardi... inorridisci... + + GUIDO. + + Nulla, figlia, raccontami... + + FRANCESCA. + + Ti manca + Lo spirto. Oh ciel! + + GUIDO. + + Nulla, mia figlia.--Un breve + Disordin qui... qui nella mente...--Ah, dolce + A vecchio padre è l'appoggiar le inferme + Membra su figli non ingrati! + + FRANCESCA. + + Oh, è vero! + Giusta è la tua rampogna; ingrata figlia, + Ingrata io son: puniscimi. + + GUIDO. + + --Qual empio + Di sacrilega fiamma il cor t'accese? + + FRANCESCA. + + Empio ei non è, non sa, non sa ch'io l'amo; + Egli non m'ama. + + GUIDO. + + Ov'è? Per rivederlo + Forse a Ravenna ritornar volevi? + + FRANCESCA. + + Per fuggirlo, mio padre! + + GUIDO. + + Ov'è colui? + Rispondi; ov'è? + + FRANCESCA. + + Pietà mi promettesti; + Non adirarti. È in Rimini... + + GUIDO. + + --Chi giunge! + + +SCENA II. + +LANCIOTTO E DETTI. + + LANCIOTTO. + + Turbati siete?... Eri placata or dianzi. + + GUIDO. + + Diman, Francesca, partirem. + + LANCIOTTO. + + Che dici? + + GUIDO. + + Francesca il vuol. + + FRANCESCA. + + Padre! + + GUIDO. + + Oseresti?... + + (_Parte guardandola minacciosamente._) + + +SCENA III. + +LANCIOTTO E FRANCESCA. + + FRANCESCA. + + Ahi, crudo + Più di tutti è mio padre! + + LANCIOTTO. + + Abbandonarmi + Più non volevi; io ti credea commossa + Dal dolor mio. Per fuggir Paolo, d'uopo + Che tu parta non è; partir vuol egli. + + FRANCESCA. + + Partir? + + LANCIOTTO. + + Funesta gli parria la vita + Ne' suoi penati, ove abborrito ei fosse. + + FRANCESCA. + + Tanto gl'incresce? + + LANCIOTTO. + + Invan distornel volli; + Di ripartir fe' giuramento. + + FRANCESCA. + + Ei molto + Te ama... + + LANCIOTTO. + + Soave e generoso ha il core. + Debole amor (pari m'è in ciò) non sente... + E pari a me, d'amor vittima ei vive! + + FRANCESCA. + + D'amor vittima? + + LANCIOTTO. + + Sì. Non reggerebbe + Il tuo medesmo cuor, se tu l'udissi... + + FRANCESCA. + + Or perchè viene a queste piagge adunque? + Cred'ei che m'abbia alcun altro fratello + Onde rapirmel?... Per mio solo danno, + Certo, ei qui venne. + + LANCIOTTO. + + Ingiusta donna! Ei prega, + Pria di partir, che un sol istante l'oda, + Che un solo istante tu lo veggia.--Ah, pensa + Ch'ei t'è cognato; che novelli imprende + Lunghi viaggi; che più forse mai + Nol rivedrem! Religion ti parli. + Se un nemico avess'io, che l'oceàno + In procinto a varcar, la destra in pria + A porgermi venisse... io quella destra + Con tenerezza stringerei, sì dolce + È il perdonar. + + FRANCESCA. + + Deh, cessa!.. Oh mia vergogna! + + LANCIOTTO. + + Chi sa, direi, se quel vasto oceàno, + Fin che viviam, frapposto ognor non fia + Tra quel mortale e me? Sol dopo morte, + In cielo... E tutti noi là ci vedremo... + Là non potremo esser divisi. Oh donna, + Il fratello abborrir là non potrai! + + FRANCESCA. + + Sposo, deh, sappi... Ah, mi perdona! + + LANCIOTTO. + + Vieni, + Fratello! + + FRANCESCA. + + Oh Dio! + + (_Si getta nelle braccia di Lanciotto._) + + +SCENA IV. + +PAOLO E DETTI. + + PAOLO. + + --Francesca!... eccola... dessa! + + LANCIOTTO. + + Paolo, t'avanza. + + PAOLO. + + E che dirò?--Tu dessa?-- + Ma s'ella niega di vedermi, udirmi + Consentirà? Meglio è ch'io parta, in odio + Le sarò men.--Fratel, dille che al suo + Odio perdono, e che nol merto. Un caro + German le uccisi; io nol volea. Feroce + Ei che perdenti avea le schiere, ei stesso + S'avventò sul mio brando; io di mia vita + Salvo a costo l'avria.-- + + FRANCESCA. + + (_Sempre abbracciata al marito, senza + osar di levar la faccia._) + + --Sposo, è partito? + Partito è Paolo?.. Alcuno odo che piange; + Chi è? + + PAOLO. + + Francesca io piango; io de' mortali + Sono il più sventurato! Anche la pace + De' lari miei non m'è concessa. Il core + Assai non era lacerato? assai + Non era il perder... l'adorata donna? + Anche il fratello, anche la patria io perdo! + + FRANCESCA. + + Cagion mai non sarò ch'un fratel l'altro + Debba fuggir. Partir vogl'io; tu resta, + Uopo ha Lanciotto d'un amico. + + PAOLO. + + Oh! l'ami?... + A ragion l'ami. Io pur l'amo... E pugnando + In remote contrade... e quando i vinti + E le spose e le vergini io salvava + Dal furor delle mie turbe vincenti, + E d'ogni parte m'acclamavan tutti + Fortissimo guerrier, ma guerrier pio... + Dolce memoria del fratello amato + Mi ricorreva, e mi parea che un giorno + Mi rivedrebbe con gentile orgoglio... + E tutta Italia e sue leggiadre donne + Avrian proferto amabilmente il nome + Dell'incolpabil cavaliero.--Ah, infausti + M'erano que' trionfi! il valor mio + Infausto m'era! + + FRANCESCA. + + Dunque tu in remote + Contrade combattendo... ai vinti usavi + Spesso pietà? Le vergini e le spose + Salvavi? Là colei forse vedesti + Che nell'anima tua regna.--Che parlo? + Oh insana.--Vanne. Io t'odio, sì! + + PAOLO. + + (_Risolutamente._) + + Lanciotto, + Addio.--Francesca!... + + FRANCESCA. + + (_Udendo ch'egli parte, gli getta involontariamente + uno sguardo._) + + PAOLO. + + (_Vorrebbe parlare; è in una convulsione + terribile, e temendo di tradirsi fugge._) + + LANCIOTTO. + + Paolo: deh, ti ferma! + + +SCENA V. + +LANCIOTTO E FRANCESCA. + + FRANCESCA. + + Paolo... Misera me! + + LANCIOTTO. + + Pietà di lui + Senti, barbara, o fingi? A che ti stempri + In lagrime or, se noi tutti infelici + Render vuoi tu? Favella; io ragion chieggo + De' tuoi strani pensieri; alfin son stanco + Di sofferirli. + + FRANCESCA. + + E sono pure io stanca + Di tue ingiuste rampogne; ed avrò pace + Sol quando fia ch'io più non veggia... il mondo! + + +FINE DELL'ATTO SECONDO. + + + + +ATTO TERZO. + + +SCENA PRIMA. + + PAOLO. + + Vederla... sì, l'ultima volta. Amore + Mi fa sordo al dover. Sacro dovere + Saria il partir, più non vederla mai!... + Nol posso. Oh! come mi guardò! Più bella + La fa il dolor: più bella, sì, mi parve; + Più sovrumana! E la perdei? Lanciotto + Me l'ha rapita? oh rabbia! oh!.. il fratel mio + Non amo? Egli è felice... ei lungamente + Lo sia... Ma che? per farsi egli felice + Squarciar doveva ei d'un fratello il core? + + +SCENA II. + +FRANCESCA _s'avanza senza veder_ PAOLO. + + FRANCESCA. + + Ov'è mio padre? almen da lui sapessi + Se ancor qui alberga... il mio... cognato!--Io queste + Mura avrò care sempre... Ah, sì, lo spirto + Esalerò su questo sacro suolo + Ch'egli asperse di pianto!... Empia, discaccia + Sì rei pensieri: io son moglie!... + + PAOLO. + + --Favella + Seco medesma, e geme. + + FRANCESCA. + + Ah, questo loco + Lasciar io deggio: di lui pieno è troppo! + Al domestico altar ritrarmi io deggio... + E giorno e notte innanzi a Dio prostrata + Chieder mercè de' falli miei; che tutta + Non m'abbandoni, degli afflitti cuori + Refugio unico, Iddio. (_Per partire._) + + PAOLO. + + (_Avanzandosi._) + + Francesca... + + FRANCESCA. + + Oh vista!-- + Signor... che vuoi? + + PAOLO. + + Parlarti ancor. + + FRANCESCA. + + Parlarmi?-- + Ahi, sola io son!... Sola mi lasci, o padre? + Padre, ove sei? la tua figlia soccorri!-- + Di fuggir forza avrò. + + PAOLO. + + Dove? + + FRANCESCA. + + Signore... + Deh, non seguirmi! il voler mio rispetta; + Al domestico altar qui mi ritraggo: + Del cielo han d'uopo gl'infelici. + + PAOLO. + + A' piedi + De' miei paterni altar teco verronne. + Chi di me più infelice? Ivi frammisti + I sospir nostri s'alzeranno. Oh donna! + Tu invocherai la morte mia, la morte + Dell'uom che abborri... io pregherò che il cielo + Tuoi voti ascolti e all'odio tuo perdoni, + E letizia t'infonda, e lunga serbi + Giovinezza e beltà sul tuo sembiante, + E a te dia tutto che desiri!... tutto!... + Anche... l'amor del tuo consorte... e figli + Da lui beati! + + FRANCESCA. + + Paolo, deh!--Che dico?-- + Deh, non pianger. La tua morte non chieggo. + + PAOLO. + + Pur tu m'abborri... + + FRANCESCA. + + E che ten cal, s'io deggio + Abborrirti?... La tua vita non turbo. + Diman io qui più non sarò. Pietosa + Al tuo germano compagnia farai. + Della perdita mia tu lo consola: + Piangerà ei certo... Ah, in Rimini, egli solo + Piangerà, quando gli fia noto!...--Ascolta. + Per or, non digliel. Ma tu, sappi... ch'io + Non tornerò più in Rimini: il cordoglio + M'ucciderà. Quando al mio sposo noto + Ciò fia, tu lo consola: e tu... per lui... + Tu pur versa una lagrima. + + PAOLO. + + Francesca, + Se tu m'abborri che mi cale? e il chiedi? + E l'odio tuo la mia vita non turba? + E questi tuoi detti funesti?...--Bella + Come un angiol, che Dio crea nel più ardente + Suo trasporto d'amor... cara ad ognuno... + Sposa felice... e osi parlar di morte? + A me s'aspetta, che per vani onori + Fui strascinato da mia patria lunge, + E perdei...--Lasso! un genitor perdei. + Rïabbracciarlo ognor sperava. Ei fatto + Non m'avrebbe infelice, ove il mio cuore + Discoperto gli avessi... e colei data + M'avria... colei, che per sempre ho perduta. + + FRANCESCA. + + Che vuoi tu dir? Della tua donna parli... + E senza lei sì misero tu vivi? + Sì prepotente è nel tuo petto amore? + Unica fiamma esser non dee nel petto + Di valoroso cavaliere, amore. + Caro gli è il brando e la sua fama; egregi + Affetti son. Tu seguili; non fia + Che t'avvilisca amor. + + PAOLO. + + Quai detti? Avresti + Di me pietà? Cessar d'odiarmi alquanto + Potresti, se col brando io m'acquistassi + Fama maggior? Un tuo comando basta. + Prescrivi il luogo e gli anni. A' più remoti + Lidi mi recherò; quanto più gravi + E perigliose troverò le imprese, + Vie più dolci mi fien, poichè Francesca + Imposte me l'avrà. L'onore assai + E l'ardimento mi fan prode il braccio; + Più il farà prode il tuo adorato nome. + Contaminate non saran mie glorie + Da tirannico intento. Altra corona, + Fuorchè d'alloro, ma da te intrecciata, + Non bramerò, solo un tuo applauso, un detto, + Un sorriso, uno sguardo... + + FRANCESCA. + + Eterno Iddio! + Che è questo mai? + + PAOLO. + + T'amo, Francesca, t'amo, + E disperato è l'amor mio! + + FRANCESCA. + + Che intendo? + Deliro io forse? che dicesti? + + PAOLO. + + Io t'amo! + + FRANCESCA. + + Che ardisci? Ah taci! Udir potrian... Tu m'ami! + Sì repentina è la tua fiamma? Ignori + Che tua cognata io son? Porre in obblìo + Sì tosto puoi la tua perduta amante?... + Misera me! questa mia man, deh, lascia! + Delitto sono i baci tuoi! + + PAOLO. + + Repente + Non è, non è la fiamma mia. Perduta + Ho una donna, e sei tu; di te parlava + Di te piangea; te amava; te sempre amo; + Te amerò sino all'ultim'ora! e s'anco + Dell'empio amor soffrir dovessi eterno + Il castigo sotterra, eternamente + Più e più sempre t'amerò! + + FRANCESCA. + + Fia vero? + M'amavi? + + PAOLO. + + Il giorno che a Ravenna io giunsi + Ambasciator del padre mio, ti vidi + Varcare un atrio col feral corteggio + Di meste donne, ed arrestarti a' piedi + D'un recente sepolcro, e ossequïosa + Ivi prostrarti, e le man giunte al cielo + Alzar con muto ma dirotto pianto. + Chi è colei? dissi a talun.--La figlia + Di Guido, mi rispose.--E quel sepolcro?-- + Di sua madre il sepolcro.--Oh, quanta al core + Pietà sentii di quell'afflitta figlia! + Oh qual confuso palpitar!... Velata + Eri, o Francesca: gli occhi tuoi non vidi + Quel giorno, ma t'amai fin da quel giorno. + + FRANCESCA. + + Tu... deh, cessa!... m'amavi? + + PAOLO. + + Io questa fiamma + Alcun tempo celai, ma un dì mi parve + Che tu nel cor letto m'avessi. Il piede + Dalle virginee tue stanze volgevi + Al secreto giardino. E presso al lago + In mezzo ai fior prosteso, io sospirando + Le tue stanze guardava: e al venir tuo + Tremando sorsi.--Sopra un libro attenti + Non mi vedeano gli occhi tuoi; sul libro + Ti cadeva una lagrima... Commosso + Mi t'accostai. Perplessi eran miei detti, + Perplessi pure erano i tuoi. Quel libro + Mi porgesti e leggemmo. Insiem leggemmo + «Di Lancillotto come amor lo strinse. + «Soli eravamo e senza alcun sospetto... + Gli sguardi nostri s'incontraro... il viso + Mio scolorossi... tu tremavi... e ratta + Ti dileguasti. + + FRANCESCA. + + Oh giorno! A te quel libro + Restava. + + PAOLO. + + Ei posa sul mio cuor. Felice + Nella mia lontananza egli mi fea. + Ecco: vedi le carte che leggemmo. + Ecco: vedi, la lagrima qui cadde + Dagli occhi tuoi quel dì. + + FRANCESCA. + + Va' ti scongiuro, + Altra memoria conservar non debbo + Che del trafitto mio fratel. + + PAOLO. + + Quel sangue + Ancor versato io non aveva. Oh patrie + Guerre funeste! Quel versato sangue + Ardir mi tolse. La tua man non chiesi: + E in Asia trassi a militar. Sperava + Rieder tosto, e placata indi trovarti, + Ed ottenerti. Ah, d'ottenerti speme + Nutria, il confesso. + + FRANCESCA. + + Ohimè! ten prego, vanne: + Il doler mio, la mia virtù rispetta.-- + Chi mi da forza, ond'io resista? + + PAOLO. + + Ah, stretta + Hai la mia destra? Oh gioja! dimmi: stretta + Perchè hai la destra mia? + + FRANCESCA. + + Paolo! + + PAOLO. + + Non m'odii? + Non m'odii tu? + + FRANCESCA. + + Convien ch'io t'odii. + + PAOLO. + + E il puoi? + + FRANCESCA. + + Nol posso. + + PAOLO. + + Oh detto! ah, mel ripeti! Donna, + Non m'odii tu? + + FRANCESCA. + + Troppo ti dissi. Ah crudo! + Non ti basta? Va', lasciami. + + PAOLO. + + Finisci. + Non ti lascio, se in pria tutto non dici. + + FRANCESCA. + + E non tel dissi... ch'io t'amo.--Ah, dal labbro + M'uscì l'empia parola!.. io t'amo, io muojo + D'amor per te... Morir bramo innocente: + Abbi pietà! + + PAOLO. + + Tu m'ami? tu?... L'orrendo + Mio affanno vedi. Disperato io sono: + Ma la gioja che in me scorre fra questo + Disperato furor, tale e sì grande + Gioja è, che dirla non poss'io. Fia vero + Che tu m'amassi?... E ti perdei! + + FRANCESCA. + + Tu stesso + M'abbandonasti, o Paolo. Io da te amata + Creder non mi potea.--Vanne: sia questa + L'ultima volta... + + PAOLO. + + Ch'io mai t'abbandoni + Possibile non è. Vederci almeno + Ogni giorno!... + + FRANCESCA. + + E tradirci? e nel mio sposo + Destar sospetti ingiuriosi? e macchia + Al nome mio recar? Paolo, se m'ami, + Fuggimi. + + PAOLO. + + Oh sorte irreparabil! Macchia + Al tuo nome io recar? No!--Sposa d'altri + Tu sei. Morir degg'io. La rimembranza + Di me scancella dal tuo seno: in pace + Vivi. Io turbai la pace tua: perdona.-- + Deh, no, non pianger! non amarmi!--Ah, lasso! + Che dico? Amami, si: piangi sul mio + Precoce fato...--Odo Lanciotto. Oh cielo, + Dammi tu forza!--(_Chiamando._) A me, fratel! + + +SCENA III. + +LANCIOTTO, GUIDO E DETTI. + + PAOLO. + + L'estremo + Amplesso or dammi. + + LANCIOTTO. + + E invan... + + PAOLO. + + Nè un detto solo + A' miei voleri oppor. Funesti augurii + Qui meco trassi: guai s'io!... + + LANCIOTTO. + + Che favelli? + Sdegno ti sta sul ciglio! + + PAOLO. + + --Ah! non di noi... + Del destino è la colpa.--Addio, Francesca. + + FRANCESCA. + + (_Quasi fuor di se con grido convulsivo._) + + Paolo... Ferma! + + LANCIOTTO. + + Qual voce! + + GUIDO. + + (_Reggendo la figlia._) + + Oimè le manca + Il respiro. + + PAOLO. + + (_In atto di partire._) + + Francesca... + + FRANCESCA. + + Ei parte... io muojo. + + (_Sviene nelle braccia di Guido._) + + PAOLO. + + Francesca... oh vista... si soccorra. + + GUIDO. + + Figlia... + + (_Francesca è recata nelle sue stanze._) + + +SCENA IV. + +LANCIOTTO E PAOLO. + + LANCIOTTO. + + Paolo... Che intendo?... Orrendo lampo scorre + Sugli occhi miei. + + PAOLO. + + Barbaro! godi: è spenta... + Morir mi lascia: fuggimi. (_Parte._) + + +SCENA V. + + LANCIOTTO. + + Fia vero? + Essa amarlo? E fingea!...No: dall'inferno + Questo pensier mi vien... pur...--Dalla reggia + L'uscire a Paolo s'interdica: a forza + Gli s'interdica.--Oh truce vel! si squarci. + + +FINE DELL'ATTO TERZO. + + + + +ATTO QUARTO. + + +SCENA PRIMA. + +LANCIOTTO E PAGGIO. + + LANCIOTTO. + + Che? Guido affretta il suo partir? Vederla + Voglio, veder voglio Francesca. Innanzi + Anche colui mi venga... Paolo. + + PAGGIO. + + Il tuo + Fratello? + + LANCIOTTO. + + Il mio... fratello. + + +SCENA II. + + LANCIOTTO. + + Il mio fratello! + Fratello m'è: più orribile è il delitto.-- + Essa l'odiava! ah menzognera! Io pure + A quell'odio credei. La lontananza + Di lui, cagione di sue lagrime era. + A rieder forse in Rimini Francesca + Secretamente l'invitò.--Ti frena, + O pensier mio; feroce mi consigli + La mandi porre ahi! su quest'elsa...io tremo! + + +SCENA III. + +GUIDO E LANCIOTTO. + + LANCIOTTO. + + Fuggirmi forse è di tua figlia intento? + Senza ch'io'l sappia spera ella fuggirmi! + E tu a sue brame... + + GUIDO. + + È necessario! + + LANCIOTTO. + + Ah, rea + Dunque è tua figlia! + + GUIDO. + + No: tremendo fato + Noi tutti danna a interminabil pianto! + + LANCIOTTO. + + Rea non la chiami, e d'esecrando foco + Arde? + + GUIDO. + + Ma forte duol ne sente, e implora + Di fuggir da colui.--Ripigliò appena + I sensi, e pieno io di vergogna e d'ira + Dagli occhi tuoi la trassi: ed obbliando + Quasi d'esserle padre, a' piè d'un santo + Simulacro prostratala, snudai + Sul suo capo l'acciaro, ahi, minacciando + Di trucidarla e in un di maledirla, + Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendi + Favellò l'infelice. + + LANCIOTTO. + + E che ti disse? + + GUIDO. + + M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...--Porse + La sua gola all'acciaro, e lagrimosi + Figgeva gli occhi negli asciutti miei.-- + Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi, + Sei tu colpevol?... pronunciar parola + Non poteva ella dall'angoscia... A forza + Mi si commosse il cor. Per non vederla + Torsi gli sguardi, e mi sentii le piante + Abbracciare, e lei, prono a terra il volto, + Sclamar con voce moribonda: Padre, + Sono innocente.--Giuralo.--Tel giuro!... + Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.-- + Sono innocente, replicò tre volte... + Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno... + Padre infelice e offeso son, ma padre. + + LANCIOTTO. + + Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta? + Lunge dagli occhi miei, più allegro amore + Con Paolo spera; ah, sen lusinga in vano! + Di seguirla a Ravenna ei le promette... + Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora. + + GUIDO. + + Queste canute mie chiome rispetta. + Salvarla io deggio... tu, più non vederla. + + (_Parte._) + + +SCENA IV. + +LANCIOTTO E PAOLO. + + LANCIOTTO. + + Sciagurato, t'avanza. + + PAOLO. + + Uso non sono + Ad ascoltar sì acerbi modi: in altri + Rintuzzarli saprei. Ma in te del padre + L'autorità con sofferenza onoro.-- + Parli a fratello o a suddito? + + LANCIOTTO. + + ...A fratello.-- + Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosse + Colei; se alcuno a te il suo cor rapisse, + E se quei fosse il tuo più dolce amico... + Un uom che, mentre ti tradia, stringevi + Come più che fratello al seno tuo... + Che faresti di lui?--Pensavi. + + PAOLO. + + Io sento + Quanto ti costa l'esser mite. + + LANCIOTTO. + + Il senti? + Fratello, il senti quanto costa?--Il nostro + Padre nomasti. Ei mite era co' figli, + Anche se rei credevali. + + PAOLO. + + Tu solo + Succedergli mertavi. E che mai dirti? + Oh, come atterri la baldanza mia! + Anch'io talor magnanimo mi credo: + Al par di te nol son. + + LANCIOTTO. + + Di': se tua sposa + Fosse? + + PAOLO. + + Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra + Non soffrirei. + + LANCIOTTO. + + Se un tuo fratello amarla + Osasse? + + PAOLO. + + Più non mi sarìa fratello. + Guai a colui! Lo sbranerei col mio + Pugnal, chiunque il traditor si fosse. + + LANCIOTTO. + + Me pure assal questo desio feroce, + E trattengo la man che al brando corre: + Credilo, a stento la trattengo. Ed osi + Del tuo delitto convenir? Sedurre + La sposa altrui, del tuo fratel la sposa! + + PAOLO. + + Meno crudel saresti, or se col brando + Tu mi svenassi. Un vil non son. Sedurre + Io quel purissimo angiolo del cielo? + Non fora mai. Chi di Francesca è amante + Un vil non è: lo foss'ei stato pria, + Più nol sarebbe amandola: sublime + Fassi ogni cor, dacchè v'è impressa quella + Sublime donna. Io perchè l'amo, ambisco + D'esser uman, religïoso e prode: + E perch'io l'amo, assai più forse il sono + Ch'esser non usan nè guerrier nè prenci. + + LANCIOTTO. + + E inverecondo più d'ogn'uom tu sei. + Vantarmi ardisci l'amor tuo? + + PAOLO. + + Se iniquo + Fosse il mio amor, tacer saprei, ma puro + È quanto immenso l'amor mio. Morire + Mille volte saprei pria che macchiarlo.-- + Nondimen... veggio di partir la forte + Necessità.--Per la tua donna al tuo + Fratel rinuncia... ed in eterno! + + LANCIOTTO. + + Iniquo + Non è il tuo amore? E misero in eterno + Tu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbi + Un fratel caro: ma potrò dal core + Di Francesca strapparlo? E il cor di lei + Non porterai teco dovunque? Odiato + Vivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa, + Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia, + E tu, fellone, la cagion ne sei. + + PAOLO. + + L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cielo + Di lei non sospettar. + + LANCIOTTO. + + Anco ingannarmi + Vorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temi + Che un giorno in lei mi vendichi, in Francesca, + Nella tua amante: e or più desio men prendi + Che? d'immolarvi non ho dritto? io regno: + Tradito sposo ed oltraggiato prence + Son io. Di me narri che vuoi la fama: + Di voi dirà: perfidi fur. + + PAOLO. + + La fama + Dirà: Qual colpa avea, se giovinetto + Paolo a Ravenna fu mandato, ed arse + Pel più leggiadro de' terrestri spirti?-- + E tu quai dritti hai su di lei? Veduto + Mai non t'avea: sol per ragion di stato + La bramasti in isposa. Umani affetti + Non diè natura anco de' prenci ai figli? + Perchè il suo cor non indagasti pria + Di farla tua? + + LANCIOTTO. + + Che ardisci? aggiungi insulto + A insulto ancor? No, più non reggo. + + (_Mette mano alla spada._) + + +SCENA V. + +GUIDO, FRANCESCA E DETTI. + + FRANCESCA. + + (_Prima di uscire._) + + Padre! + Stringer l'arme li veggio. + + GUIDO. + + (_Vuol prima trattener Francesca; quindi + si frappone tra Paolo e Lanciotto._) + + Ferma.--Ah, pace, + O esacerbati spiriti fraterni! + + PAOLO. + + Più della vita mi togliesti: poco + Del mio sangue mi cal, versalo. + + FRANCESCA. + + Il mio + Sangue versate: io sol v'offesi. + + GUIDO. + + Oh figlia! + + LANCIOTTO. + + Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua, + Per tua ventura ti difende. Statti + Fra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona! + Obblierò che regia fu tua culla: + Peggio di schiava tratterotti. Infame + È l'amor tuo: più d'una schiava è infame + Una moglie infedel... Questa parola + Forsennato mi rende. Io tanto amarti, + Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... Altero + Ho il cor, nol sai? tremendamente altero: + E oltraggi v'han, che perdonar non posso. + Onor mel vieta... Onor? che dissi? noto + Questo nome t'è forse? + + GUIDO. + + Arresta. + + LANCIOTTO. + + Io intendo, + Io dell'onor l'onnipossente voce: + Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo, + E vibro il ferro ovunque accenni. + + FRANCESCA. + + Ah padre! + Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre! + + LANCIOTTO. + + Vaneggio?... Voi raccapricciate?...--Oh Guido! + Quando canute avrò le chiome anch'io, + E vivrò nel passato, e freddamente + Guarderò i vizi e le virtù mie antiche... + Anche allor rimembrando un'adorata + Sposa che mi tradia, tutta l'antica + Disperata ira sentirò nel petto, + Ed imprecando fuggirò col guardo + Verso il sepolcro, onde mie angosce asconda. + Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcro + Mi precipita l'empia oggi: del mio + Vicin sepolcro già il pensier l'allegra: + Di calpestarlo essa godrà... Seco altri, + A calpestarlo verrà forse! + + FRANCESCA. + + Oh cielo! + Dammi tu forza, ond'io risponda.--Io sorda + Alle voci d'onor... Se Paolo amai, + Vil non era il mio foco: Italo prence, + Cavalier prode, altro ei per me non era. + Popoli e regi lo lodavan. Tua + Sposa io non era... Ah, che favello? Giusto + È il tuo furor; dal petto mio non seppi + Scancellar mai quel primo amor! E il volli + Scancellar pur... Con quell'arcano io morta + Sarei, se Paolo or non riedea, tel giuro. + + PAOLO. + + Misera donna! + + FRANCESCA. + + A lui solo perdona; + Non al mio amante, al fratel tuo perdona. + + LANCIOTTO. + + Per Paolo preghi? Oh scellerata!...Uscirne + Di queste mura ambi credete? Insieme + Di riunirvi concertaste. Al padre + Di rapirti fors'anco ei ti promise. + + PAOLO. + + Oh vil pensier! + + LANCIOTTO + + Io vil?--Partirà l'empia + Sì; ma più te mai non vedrà.--Di guardie + Si circondi costui. Passo ei non muova + Fuor della reggia. + + PAOLO. + + Tanta ingiuria mai + Non soffrirò nel tetto mio paterno. + + (_Vuol difendersi._) + + LANCIOTTO. + + Tuo signor sono. Quel ribelle brando + Cedi. + + PAOLO. + + (_Oppresso dalle guardie._) + + Fratel... tu disarmarmi... Oh come + Cangiato sei! + + FRANCESCA. + + Pietà!... Paolo! + + PAOLO. + + Francesca! + + LANCIOTTO. + + Donna... + + GUIDO. + + Vieni; sottrati al furor suo. + + +FINE DELL'ATTO QUARTO. + + + + +ATTO QUINTO. + + +SCENA PRIMA. + +(La sala è illuminata da una lampada) + +FRANCESCA E GUIDO. + + FRANCESCA. + + Deh, lo placasti? + + GUIDO. + + (_Venendo dalle stanze di Lanciotto._) + + Egli mi vide, e sorse + Spaventato dal letto.--Oh cielo! è giunta, + Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debbo + Perder Francesca?... Ogni consiglio or cangio: + Senza lei viver non poss'io.--Frattanto + Lagrime amare gli piovean sul volto: + E or te nomando infuriava, or pieno + D'amor ti compiangea. Fra le mie braccia + Lungamente lo tenni, e con lui piansi, + Libero freno al suo dolor lasciando. + L'acquetai poscia con soavi detti, + E il convinsi che meglio è che tu parta + Senza vederlo. Andiam. + + FRANCESCA. + + Padre, non fia: + S'or nol riveggio, nol vedrò più mai. + Rancore ei serba contro di me: secura + Del suo perdono esser vogl'io. + + GUIDO. + + Ti calma. + Perdonato egli t'ha; perdonar Paolo + Pur mi promise. + + FRANCESCA. + + Oh gioja! Ma, deh, in questo + Sacro momento, non nomar, ten prego, + Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo! + Già meno forte egli nel cor mi parla: + Già mi riparla la virtù perduta, + E il pentimento e la memoria sola + Dello sposo fedel che tu mi desti, + E ch'io non seppi amar.--Parlargli chieggo + Anco una volta. Deh, non adirarti! + Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsi + Per la passata ingratitudin tutti + Mostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi: + Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne: + Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmi + Del perdono del ciel chiusa ogni speme. + + GUIDO. + + A forza il vuoi? Qui il condurrò. + + +SCENA II. + + FRANCESCA. + + --Per sempre + Dunque ti lascio, o Rimini diletta. + Addio, città fatale! addio, voi mura + Infelici, ma care! amata culla + Di... quei prenci... Che dico!--Eterno Iddio, + Per questa casa ultima prece io t'offro, + Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio. + Nulla chieggo per me: per que' fratelli + Prego: tua destra onnipossente posi + Sul capo lor... Chi veggio? + + +SCENA III. + +FRANCESCA E PAOLO. + + PAOLO. + + (_Prorompendo forsennato con una + spada alla mano._) + + Oh sovrumana + Gioja! Vederla ancor m'è dato.--Ah, ferma! + Se tu fuggì, io t'inseguo. + + FRANCESCA. + + Audace! ahi lassa! + E come in armi? + + PAOLO. + + Sgombre ho le mie guardie + Coll'oro. + + FRANCESCA. + + Oh ciel! nuovi delitti... + + PAOLO. + + Io vengo + I delitti a impedir. Paga non fora + Contro me, credi, la gelosa rabbia + Del fratel mio; te immolar pensa. Orrendo + Spavento è quel ch'or qui mi tragge.--Al sonno + Chiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truce + Visïone m'assalse! Immersa io vidi + Te nel tuo sangue moribonda: a terra + Mi gettai per soccorrerti... il mio nome + Proferivi, e spiravi!--Ahi disperato + Delirio! Invano mi svegliava, il fero + Sogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira: + Sudor di morte da mie chiome gronda + Al rammentarlo. + + FRANCESCA. + + Calmati... + + PAOLO. + + Furente + M'alzai, corruppi i vili sgherri: un brando + Strinsi... Ahi, temea di più non rivederti! + Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi: + Come del cor, del Braccio mio reina + Tu sei: morir per te desìo. + + FRANCESCA. + + Rientra, + Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noi + Già perdonava. Fuggirai. Che speri? + + PAOLO. + + Se te col padre tuo salva non veggio + Fuor di queste pareti, abbandonarti + Non posso. Infausto, orribile presagio + Pe' giorni tuoi m'affanna.--Ah, tu non m'ami! + Tu rassegnata... + + FRANCESCA. + + Esserlo è d'uopo. + PAOLO. + + Or dimmi: + Quando, ove mai ci rivedrem? + + FRANCESCA. + + Se in terra + Fine avrà... l'empio nostro amor... + + PAOLO. + + Non mai!... + Dunque non mai ci rivedrem!--Francesca, + Su questo cor poni la man. Talora + Tu questa mano ti porrai sul core + E de' palpiti miei ricorderatti: + Feroci sono: pochi fien! + + FRANCESCA. + + Oh amore! + + PAOLO. + + Adorata t'avrei: non fora un giorno + Passato mai ch'io non cercato avessi + Di farti ognora più e più felice... + M'avresti reso (oh incantatrice idea!) + Padre di prole a te simile: avrei + A' miei figli insegnato ad onorarti. + Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti! + + FRANCESCA. + + Il solo udir questi tuoi detti è colpa. + + PAOLO. + + Nè mia giammai!... + + FRANCESCA. + + Che parli? Eternamente + Quant'io deggia al mio sposo e a' generosi + Suoi sacrifici sentirò. Solenne + Protesta or odi:--Se l'ingiusto fato + Lui seppellisse pria di me, perpetue + Conserverò le vedovili bende: + Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio, + Offenderò la sua santa memoria. + + PAOLO. + + Mal m'intendesti: augurii empii non formo: + Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungi + Dall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi: + Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mesti + Tuoi sogni spesso mi vedrai. Beata + Ombra dì e notte al fianco tuo starommi + Adorandoti ognor. + + FRANCESCA. + + Paolo... + + PAOLO. + + Tiranni + Gli uomini e il cielo fur con noi. + + FRANCESCA. + + T'acqueta. + Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre! + + (_Chiamando._) + + PAOLO. + + Più non ha dritti alla sua prole un padre + Che a sue voglie tiranniche l'immola. + Chi de' tuoi giovanili anni sepolto + Ha il fior nel pianto? Chi questa tremenda + Febbre in te mosse onde tutta ardi? All'orlo + Chi della tomba li spingeva?... Il padre! + + FRANCESCA. + + Empio, che dici?...--Odo fragor. + + PAOLO. + + Null'uomo + Potrà strapparti da mie braccia. + + +SCENA IV. + +GUIDO, LANCIOTTO E DETTI. + + LANCIOTTO. + + Oh vista! + Paolo?... Tradito da mie guardie sono... + Oh rabbia! e ad esser testimon di tanta + Infamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arte + Ella a me ti mandò. Fuggire o farsi. + Ribelli a me volean: muojano entrambi. + + (_Snuda il ferro e combatte contro Paolo._) + + FRANCESCA. + + Oh rio sospetto! + + GUIDO. + + Scellerata figlia, + A maledirti mi costringi. + + PAOLO. + + Tutti, + O Francesca, t'abborrono: me solo + Difensor hai. + + FRANCESCA. + + Placatevi, o fratelli: + Fra i vostri ferri io mi porrò. La rea + Son io... + + LANCIOTTO. + + Muori! (_La trafigge._) + + GUIDO. + + Me misero! + + LANCIOTTO. + + E tu, vile, + Difenditi. + + PAOLO. + + (_Getta a terra la spada e si lascia ferire._) + + Trafiggimi. + + GUIDO. + + Che festi? + + LANCIOTTO. + + Oh ciel! qual sangue! + + PAOLO. + + Deh... Francesca... + + FRANCESCA. + + Ah, Padre!... + Padre... da te fui maledetta... + + GUIDO. + + Figlia, + Ti perdono! + + PAOLO. + + Francesca... ah!... mi perdona... + Io la cagion son di tua morte. + + FRANCESCA. + + Eterno... + Martir... sotterra... oimè... ci aspetta! + + PAOLO. + + Eterno + Fia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo... + + LANCIOTTO. + + Ella è spirata.--Oh Paolo!--Ahi, questo ferro + Tu mi donasti! in me si torca. + + GUIDO. + + Ferma, + Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra poco + Inorridisca al suo ritorno il sole. + + +FINE DELL'ATTO QUINTO ED ULTIMO. + + + + +ROSILDE + +CANTICA. + + + Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto + vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in + cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde--presso le + quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte--è + probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di + Federigo. + + + + +ROSILDE. + + + Canzoni de' miei padri, antiche istorie + Che a' felici d'infanzia anni imparai + Nel mio alpestre idioma (inculta lingua + Ma d'affetti guerrieri e di mestizia + Gentilmente temprata e dolce al core!) + Riedete nel mio spirto: e col soave + Risovvenir delle pietose note + Illudetemi sì che a' miei dolori + E al carcere ov'espio vani ardimenti + Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore + Di mie gioje infantili--o di Saluzzo + Nell'amato che prima aere spirai-- + O sui fragranti colli onde di fiori + E limpid'acque Pinerolo è lieta-- + O per gli Eridanini ameni poggi, + Ove la sera il Torinese ascolta + Della lontana villanella il metro + Che avventure d'eroi dice e d'amore. + Oh poetica terra! oh popolata + D'alte cavalieresche rimembranze + Or gaje or triste, commoventi sempre! + Tu la prima onda porgi e le tue valli + Il primo letto al giovin re de' fiumi, + Ed ei ne' campi tuoi cresce educato + Come in orto di fiori! E di quell'orto + Mentre il voluttuoso aere m'inebbria + Veggio intorno--ove ch'io l'occhio sollevi-- + Con fiero atto seder sovra le alture + Negre castella, e scemasi a tal vista, + Ma no, non cessa e sol natura cangia + La voluttà che mi ridea nel core + E più seria diventa e non men dolce; + E allora il pastoral flauto lasciando + Toccar desio la trobadoric'arpa. + Musa, o patria, a me sien le tue memorie: + Rosilde io canto.-- + Bella era ed amata + E al suo sposo e signor tenera amante: + E--come a fiore un fiorellin s'appoggia-- + Nelle braccia materne un pargoletto + Della madre al sorriso sorridea. + Se torna dalla caccia il cavaliere + Teodomiro, oh quanto gli par lunga + La salita al castel! non perchè il domi + Grave stanchezza, ma perchè alla sposa + Adorata il pensier vola ed al figlio: + Erge ei gli occhi alla torre--e v'apparìa + Lui desiando la venusta dama + Col leggiadro bambin, quasi dal cielo + Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre + A consolar d'un suo sguardo i mortali. + Ma improvviso precipita il dolore + Sui dì felici! Era un mattino, e in riva + Stava al Lemna natio Teodomiro + Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia, + E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo + Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue! + Denigi il fratel d'arme, il fido amico + Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni + Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo, + La beltà di Denigi e il suo coraggio.) + Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto + Del sangue dell'amico è il cavaliero, + Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello, + Così beato in pria, siede e vi spande + I negri vanni suoi l'angiol del male; + E dello spirto scellerato il riso + Fama è che molti udir di notte tempo, + Quando consunto da languor si spense + Di Rosilde il figliuolo, e del materno + Pianto ulular le desolate sale. + Nè qui del mal le orribili minacce + Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa + Le giovanili guance scolorarsi + Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco + Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio + Onde dianzi splendean con tanta vita: + E in segreto ei sospira, e mentre asconde + Con ridenti parole il suo timore, + Gli s'arriccian le chiome immaginando + Un'altra tomba--e in questa tomba chiusi, + Chiusi quegli adorati occhi per sempre! + Presso a morte ella venne. E allor proruppe + Nel già incredulo cor del cavaliero + Religïon con tutta sua possanza: + E sceso a Pinerolo, al maggior tempio + Ricchi doni profonde, e con solenni + Riti espiar l'involontario cerca + Omicidio commesso, e (se mai peni) + Suffragar di Denigi il caro spirto, + Onde placato il ciel renda a Rosilde + Vita e gioja e di madre il dolce nome. + Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro, + E non irato è il volto suo, ma mesto + Come d'un che pietoso asconder brami + Le proprie, e più d'altrui senta le pene, + Nè gli si doni il sollevarle; e porti + Una coppa amarissima, e non sia + Quella coppa un rimedio, e ber si debba! + --Deh, spiegati! dicea Teodomiro, + Spiegati!--Ed il fantasma una lontana + Strada additava, e in fondo a quella strada + Con eccelse basiliche sorgea + Una grande città: dir sembra--«Vanne, + Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta + Con una man si copre il volto e piange. + Atterrito si desta il cavaliere: + L'oscuro sogno medita; ispirato + Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma + Quella grande città: col pio vïaggio + Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte + La cara donna liberar degg'io»-- + Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto. + Esultate, o colline! ad abbellirvi + Torna col redivivo occhio Rosilde. + Di festive ghirlande olezzan tutte + Del castello le sale: echeggian l'arpe; + Stagion tornò di danze e di conviti: + L'angiol della sventura è dileguato. + Ma fido al voto suo prende il bordone + Teodomiro e seco uno scudiero, + Nè che la sposa il segua egli consente; + Perocchè a lei vicino ardua non fora + Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo + Gravemente punirnelo.--«Addio, sempre + Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba + E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.» + Piangea Rosilde, e dalle care braccia + Strapparsi non potea: nè di Rosilde + Tutte eran quelle lagrime che il volto + Inondavano al sire.--Oh dolorose + Partenze, sì, ma di dolcezza miste, + Quando due cuori che batteano insieme + Breve tempo si staccano, ma l'ora, + La lieta ora si dicon del ritorno! + Ahimè che di partenze altre son conscio + Più dolorose! allorchè a forza svelti + Da geloso tiranno eran due cori, + Nè dirsi addio potean, nè lor rimase + Speme che di ritorno ora risplenda! + Compie una luna dacchè orando e cinta + D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto, + Quasi pia vedovella, entro il solingo + Castel vivea la innamorata donna, + Di niun pensier curando altro che un solo, + Quando dal suo veron gli occhi volgendo + Giù sul pendio, salir vede un canuto + Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire + Accompagnato ha in romeaggio.--«Ahi lassa! + Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti + Presentimenti!»--E indietro si ritrae: + Si riaffaccia indi al veron: prestigio + Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo + Segno si fa della salute, e sclama, + «No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!» + Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora + Singhiozzando si getta. + «O mio buon servo! + Tu mi rechi la morte, io già t'intendo: + Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra + Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!» + «O Donna, il fido Uggero a te dinanzi + Non tornerìa, se del suo sir la tomba + Veduto avesse.» + «Che dicesti? Ei vive? + Ah! sciagurata più non sono.» + «Ascolta, + Signora mia: non lusingarti, grave, + È grave assai questa sciagura: è incerto + Del mio sire il destino. Appena giunti + A quel varco eravam dove la terra + Al Piacentin del Po bagnano l'onde, + Allorchè un passegger, forte spronando + Il cavallo ver noi: fuggite, grida, + Fuggite, e pelegrini! un'orrenda oste + Invaso ha la contrada: il fero Otlusco + Co' suoi prodi vaganti Ungari il fianco + Occupò di Piacenza, e impossessato + S'è d'un vicin castello, e in quel castello + Quanti più può, chiude prigioni, e immensi + Indi al riscatto vuol tesori o il sangue + Versa degli infelici.--Il cavaliere + Che così ne parlava era un prigione + Al cui riscatto i teneri parenti + Tutto venduto avean, servi e poderi + E rocche avite. E il giovin cavaliere + S'era con altri prodi a fratellanza + Religïosa consacrato, e il voto + Di que' frati guerrieri è i pellegrini + Difendere e gli oppressi e la innocenza; + Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandi + Dell'afflitta città respinger ponno + Il fero Otlusco: sue terribili armi + Son gli stessi prigioni onde la strage + Minaccia se assalirlo osin le genti.-- + Mercè rendiamo al generoso, e in fretta + Ricalchiamo la via. Ma quando soli + Teodomiro ed io per una selva + Ci scostiam dal periglio, «aita! aita!» + Sentiam gridar da lunge: onor ci vieta + Negare aita a chi la implora: il ferro + Snuda Teodomiro: il seguo: a zuffa + Con gli Ungari veniamo. Avean rapita + Al suo sposo una dama. Ahi, che potero + Contro a sì forte stuol soli due brandi? + Mira sul petto mio le non ben salde + Ancor ferite, onde i nemici a terra + Mi lasciar, mentre vinto e prigioniero + Strascinavano il sire. Allorchè appena + Riavermi e sorreggermi sull'egro + Fianco potei, mossi ad Otlusco e chiesi + Del mio signor divider la sciagura: + Ma il barbaro esultò, mi risospinse, + E appeso ad una croce un uman tronco + Mostrandomi:--«Al tuo sir, disse, egual sorte + Fra pochi dì sovrasta, ove quant'oro + Val sì nobile vita io non riceva.» + «E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tutto + Si sagrifichi tosto: assai di gemme + Erede io fui...» + «Deh, ciò bastasse, o donna! + Ma tal chiede riscatto il masnadiero, + Cui ben pavento non s'adegui alcuna + Di tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorni + Numerati ha il crudel.» + --Quando la donna + L'enorme udì richiesta somma, il lume + D'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse: + E come il Giusto[1] in Idumea, percosso + Dall'eccesso de' mali, osò il suo grido + Elevar verso Dio, ragion chiedendo + Del non mertato aspro flagel--Rosilde + Così, nel colmo del suo affanno, obblia + Che col suo Creator, dritto la polve + Di contender non ha: ma il Creatore + Come allor per quel Giusto, or si commove + Per la infelice delirante, e a detti + Che nell'angoscia le sfuggian, perdona. + E che sai tu, cieco mortal, se Iddio + Non conduce le sorti e non ti scaglia + Incontro alla sciagura, onde il tuo spirto + In più che umane lotte trionfando + Vieppiù a Lui s'assomigli? Al Sempiterno + Mancheran forse i modi e le delizie + Onde il lor guiderdone abbiano i forti? + Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sono + Mai di Teodomiro e di te stessa + La pace e i giorni, ove allo scampo Iddio + D'una intera città voglia immolarli? + Scuotesi: amor le ridà forza, e nulla + D'intentato consente.--E drappi d'oro + E splendidi monili e vasi e perle + Tutto che mobil sia d'alto valore + Sui giumenti si carca. In fretta e campi + Vendere e torri non poteansi: in pegno + Alla Badia li affida, e ne ritrae + Non picciolo tesoro. + «O mia signora, + Deh! non avventurarti,» invan ripete + Il prudente scudiero; «a me abbandona + Questo messaggio.» + «A tutto, il barbaro Unno + Resister può, non d'una moglie al pianto,» + Sclama la dolorosa. + «Eppur, deh! pensa + Che non è fede ne' malvagi. E s'egli + I tesori rapisse, e te prigione, + Donna, tenesse?» + «Ah! del mio sposo al fianco + Andar carca di ferri, anzi che lunge + Aver tesori e libertà, ben chieggio.» + Dice, e comanda, e vuole. E sulla via + Col fido Ugger, co' pochi servi, assisa + Eccola sulla mula.--Ahi! così un tempo + Da' Francesi inseguito io colla madre + Pargoletto fuggìa: si soffermava + Il viandante attonito e chiedea + Da qual parte calato era il nemico. + Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelli + Arti educate le fanciulle! Or d'uopo + Qui sarìa di valore! In mezzo all'armi + E all'arroganza od all'insidie forse + Troverassi Rosilde, e le vien meno + Segretamente al sol pensarvi il core. + Dal palagio paterno uscita mai + Pria non era del giorno in che da Susa + Mosse al castel dello sposato amante: + E qualche volta appena ivi la faccia + D'alcun ospite vide, e tutto serba + Il pudor dell'infanzia e la paura. + E quel debole petto or notte e giorno + Per le selve cavalca! e ad ogni fischio + Trema di fronda, e gli urli della lupa + Ode, e vede la sera da lontano + I fochi, ove, chi sa? forse cenando + Novi omicidii medita un ladrone!-- + «Per me non tremerei: ma se rapiti + Mi fossero que' carchi, onde salvezza + A te verria, Teodomiro, allora?»-- + Ed ei, Teodomir--dall'alte mura + Ove geme prigion, stassi alle doppie + Sbarre aggrappato della sua fenestra: + Ad ore ad ore immobilmente figge + Sovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso: + Bramoso? e che mai spera?--Ah! nulla spera! + Estinto credo il fido Ugger: Rosilde + Saper di lui non può.--«Questo vil cibo, + Che invan mi si largisce, alfin dispendio + Parrà soverchio, e m'alzeran la croce; + Venga, venga quel dì!»--Tal è il febbrile + Suo frequente desio. Fero contrasto, + Bramar come riposo unico morte, + E inorridir pensando al disperato + Lamento di chi t'ama, allorchè il grido + Udrà del tuo martirio! e nuovamente, + Quasi l'orribil vita che tu vivi + Bramar di proseguire, onde non giunga + Alle tue sale mai quel desolante + Indubitabil grido _Ei più non vive!_-- + Da quelle sbarre guarda, e nulla spera + Teodomir: ma i dì passan talvolta, + Ed umana figura egli non vede, + Perocchè a tergo della torre il campo + Giace degli Unni, e a questa parte è un vasto + Tratto deserto di palude e arena + Che ad un bosco confina, e solo a manca + Veggonsi dietro agli olmi i campanili + Della città, e se il vento agita i rami + Si scoprono gli spaldi... Agita, o vento, + Agita quelle fronde! e il prigioniero + Veggia talor sovra gli spaldi il passo + Di vivente persona! È un indistinto + Tormentoso bisogno al solitario + Il veder l'uomo--Almen da lunge! un santo + Misterioso amor lega i mortali, + Se distanza li scevra: ah! come a noja + Puon da presso venirsi e farsi guerra? + Anco i nemici quasi ama, se ascolta + Lor selvaggia canzon Teodomiro, + Che pur l'Ungaro canto è umana voce. + E se nel bosco alcuna volta udìa + La percossa lontana della scure, + Pur frenava il respiro, e da que' colpi + Alcun piacer traea, perocchè all'occhio + Della mente pingeasi il buon villano + Che coll'ardua fatica alla diletta + Moglie porgeva e a' dolci figli il pane. + Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremo + D'ogni miseria onde gli sien ricchezza + Così povere gioje!--E se nel bosco + Tace la scure--e taccion gli Unni--e tace + Negli olmi il vento--e dalle torri il caro + A' meditanti suon della campana-- + Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje? + Oh allor--quel ciglio ch'uom giammai non vide + Nel lutto inumidirsi, in mesta guisa + Abbassandosi a terra, a larghe stille + Versa il dolore! + «Oh mia Rosilde! io sono + L'autor di tua sciagura! Io da celeste + Credea ispirazione essere al pio + Viaggio mosso, e m'illudea il consiglio + Dello spirto a cui gioco è l'uman pianto!» + «A cavallo! a cavallo! ecco una preda!» + Così sclama, e già sprona, e già seguito + Da cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'alma + Della timida donna al furibondo + Proromper d'una squadra! oh spaventose + Urla che assordan l'aere, e men saccheggio + Sembran nunciar che rapido macello! + Discende dalla mula. Il cor le manca, + Ma invoca il suo buon angiolo e confida + Nel suo soccorso, e pallida e smarrita-- + Pur risoluta--avanzasi all'incontro + De' masnadieri, e con la mano accenna + Che raffrenino il corso ed ascoltarla + Vogliano per pietà.--V'è nell'aspetto + Dell'inerme e del debole un arcano + Che ispira reverenza anco ai feroci: + E se il debole opprimono, è un comando + Che natura non fece, è un altro moto + Che senza sforzo non si compie, e il compie + Pensata voglia di trionfo o lucro. + Commovente spettacolo! Un istante, + E dalle scalpitanti ugne pestata + Esser potea la misera--un istante, + E l'avventata squadra immobil sta: + Così Otlusco imperò. + Smonta, s'appressa + All'atterrita dama: e sopra il viso + Dell'assassin colla insultante gioja + Della propria potenza e colle dure + Tracce di crudeltà, v'è come un fosco + Lume che quelle tracce e quella gioja + Addolcisce un momento, e sembra quasi + Raggio di cortesìa. L'opra era forse + Di tua beltà, o Rosilde? o forse innanzi + Ch'atti inumani il trasformasser, grande + Fu dell'eroe lo spirito, e quel raggio + Di cortesìa reliquia è di quel tempo? + Ma in alme dal delitto degradato + A' moti generosi un pentimento + Di sentirli succede, e--unica a loro + Nota virtù--della virtù il dispregio. + «Signor, la sposa io son d'un prigioniero + Di cui t'offro il riscatto. Ove regina + Nata foss'io, per quel riscatto un regno + Dato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongo + Tutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuro + Che il mio Teodomir tu mi ridoni.» + «Donna, ravviso il tuo scudier. Recato + T'avrà il pregio in che tengo il signor tuo: + Nè mai per men del valor suo di tanto + Peregrino giojel fia che mi spogli.» + «Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire, + Schernendo gl'infelici: ecco non vile + Tesoro, e tu il gradisci: e fa' che priva + Di quanto io possedea, tranne il consorte, + Di mia miseria non curante, io possa + Ogni dì benedirti.» + «Olà mi segua + Quel convoglio al castel.» + Trema e rimonta + Rosilde la sua mula, e a fianco a Otlusco + Dinanzi agli altri avviasi, e da lontano + Guarda con desiderio e con affanno + Quelle mura ove chiuso è il suo diletto. + Ma l'avaro ladron vede l'amore + E la bellezza della dama, e volge + Nell'astuto pensier nova perfidia. + Arrivano al castel: spiegansi i doni, + E Otlusco a sè venir fa il prigioniero. + Oh emozion de' due teneri sposi + Nel rivedersi! Udì Teodomiro + Ciò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja, + Stupore e gratitudine è in lui tanta + Che parole non trova.--Il sospettoso + Unno quel muto giubilar mirando, + «No» sclama «non è ver, queste non sono + Vostre sole dovizie; in voi non fora + Sì poco duol nel perderle: al riscatto + Ben puon di te, o guerriero, esser bastanti, + Ma pari a questi quattro volte un dono + Vo' per la donna che prigion ritengo.» + Piansero, supplicàr. Barbaramente + Sono divisi, e dal castello a forza + Dagli Ungari cacciato è il cavaliero. + Che diverrà la misera? E ove mai + Teodomir ritroverà tant'oro + Qual dal perfido vuolsi? Il pio scudiere + Gli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiunti + Possenti son, ma antiche guerre e invidia + A me feali inimici, e non che ajuto, + Scherno n'attendo nella rea fortuna! + Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra; + Nè molto indi trarrei, poichè sì pingue + Già ne diè somma chi toglieali in pegno.» + Mentre varii nel cor volge pensieri, + E un furibondo più dell'altro, e tutti + Fausti a vendetta sì, inefficaci + A liberar la cara sposa--e mentre + Tenta indarno in agguato al masnadiero + Toglier la vita--e mentre indarno ai prodi + Frati guerrieri e all'armi piacentine + Recasi e prega e stimola e, a gran rischio + Di cagionar d'ogni prigion la strage, + Pur li spinge a battaglia, e dieci volte + (Con finti attacchi) in lontananza spera + Trarre l'oste malvagia e della rocca + Rapidamente impadronirsi, e sempre + La vigile degli Unni arte il delude-- + A investir la città pensa in segreto + Con audacia incredibile il ladrone. + Oh scellerata notte! Un tradimento + Forse ad Otlusco aprì le porte: il ferro + E il foco cinque giorni orribilmente + Scorre per ogni via, per ogni chiesa, + Per ogni ostello, e disperato sembra + Del popol vinto il più risorger mai. + Nè per l'amor sol della preda esulta + Di sue vittorie il barbaro: egli esulta + Perocchè quanto più temuto e forte, + Tanto più grande apparir crede al guardo + Dell'altera Rosilde. Il ferreo core, + Non si sa come, al pianto di Rosilde + S'era commosso, e in guisa ch'ei sul punto + Fu alcune volte d'asciugar quel ciglio, + Libera rimandandola al marito: + E se eseguia il magnanimo pensiero + Non avrebbe sol lei, ma seco tutti + I suoi tesori rimandati. Un giorno + Alla stanza ei movea della dolente + Col nobile proposto, ahi! ma rivide + Quelle angeliche forme, intese il suono + Di quella voce, e gli morì sul labbro + La pensata parola, e generoso + Esser più non potè. Parlò d'amore, + E, ciò che mai sofferto ei non avea, + I dispregi sofferse, e quei dispregi + Eran pugnali all'alma del superbo, + Eppur chi li avventava era a lui caro. + Nè degli altri prigion pari alla sorte + Di Rosilde è la sorte. A lei l'uscita + Sol tolta è del castel, ma le si dona + E visitar gli altri infelici e alquanto + Alleviar lor pene e dalla croce + Redimer chi dannato era e taluni + Render senza riscatto a lor famiglie. + Con benefico intento e varia speme + Va serbando la vita, e all'esecrato + Ladron si finge meno irata, e volta + Tutta è a cercarsi occasïon di fuga. + Ma maggior di lor possa è il breve sforzo + Di gentilezza e di pudor nei vili; + Parer grandi vorriano e oprar da grandi + Incominciato appena avean--nel basso + Sentiero ecco ricalcali natura, + O abitudin d'infamia, o delirante + De' sensi ebbrezza, o il giubilo del male. + Prudenza e preghi e dignità e disdegno + Più a Rosilde non val. Fra le volgari + Delle coppe esultanze, il masnadiero + Motti d'amor--ma temerarii--vibra, + Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore, + Non merta il foco de' profani!) + «O stolta, + A che ostinarti contra il fato? E credi + Che, dacchè l'ha perduta, in vedovanza + Perenne stiasi il tuo primier compagno? + Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccio + D'amante altra consolasi! A cercarti + Forse riedea? Ti vendica: le nozze + D'Otlusco accetta. Splendida ben altra + Che non Teodomir t'offro ventura: + Invitte squadre io guido, un regno innalzo + Cui le più ardite signorie curvarsi + Dovran d'Italia: te possanza e pompa + E adoramenti faran lieta, e madre + Sarai di regi.» (E in così dir con guardo + inverecondo alla pudica un braccio + Osa afferrar.) + «Deh, signor mio! Te irrito + Se il passato rammento e i dì felici + Che da te lunge io trassi: a sgombrar l'ire + Dal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongo + Il prisco ond'arsi immenso amor: ti basti + Questo silenzio. E se ostinata speme + Nutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda, + Fa' che d'atti tirannici e scortesi + Io mai capace non ti scorga, e al tempo + Lascia il mutarsi del cor mio.» + Tra umile + E maestosa così parla: e tenta + Allontanar pur quel terribil punto + Cui già da lungo con preghiere e pianto + S'è apparecchiata.--Mesi e mesi invano + Sperò in Teodomir: più non ritorna. + Nelle pugne sperò, ma invan: la palma + Sempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsi + Qualche strada alla fuga: omai non resta + Scampo ad infamia, altro che un sol--la morte. + A timid'alma arduo dover, la morte.-- + Ma non feroci tutte fur le donne + Di cui l'alto morir narran le istorie. + A talune, o pittor, forse tra quelle + E maschi tratti e gigantesca possa + E spirito guerrier dar non dovevi: + E mite cor portavano, e formate + Eran solo ad amore, e d'una spada + Inorridiano al lampo, eppure (oh grande, + Oh ben più grande era virtù!) a dispetto + Della dolce indol femminile, il seno, + Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro, + Colla tremante man si laceravano!-- + Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varco + Era all'audacia del fellon, quel varco + Or più non è. Nè avvidesi ei che l'armi + Appese alla parete ella adocchiasse: + La parete adocchiava e già scagliata + Col volo d'un baleno erasi a un ferro + La generosa... allor che risonanti + Di spaventose grida ode le sale. + Due i momenti non furo: assaliti ode + Rosilde gli Unni, e un rapido pensiero + Non mai previsto or le risplende, e il ferro + Che in sè volger dovea, vibra al tiranno. + Cade--e su lei rovesciasi--e quel ferro + Dal seno Otlusco a sè strappando il pianta + Ed il ripianta dieci volte e in viso + E nel fianco alla misera, e fra gli urli + E i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira. + Tal nel castel la spaventevol scena + Presentavasi agli Ungari, allorquando + Prorompea l'oste. Impugnano le lance, + A far fronte s'accingon, ma l'orrenda + Morte del condottiero e la sorpresa + Sì gli atterrìa che immemori son fatti + Dell'antica lor possa e a vergognosa + Fuga si dan per la campagna.--I prodi + Esuli Piacentini al forte, fatto + Duce Teodomiro, eransi spinti + Perir giurando o vincere: e mai fermo + Da moltitudin ciò non fu che tutti, + Per quanto lunghi sien feri gli inciampi, + Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia. + Ma come or sì poco ardua è la vittoria? + Donde il terror de' barbari? Nè Otlusco + Fu veduto pugnar. + Parla un morente + Ungaro e accenna del suo sir la sorte: + «Femminea man lo trucidò!» Ai vincenti + Raddoppiasi la gioja.--Ov'è la santa, + La salvatrice della patria?--Schiuse + Son le carceri: mischiasi col grido + De' redentori il grido di cinquanta + Liberati prigioni. + «E tu, Rosilde, + Che non accorri? Dove sei? Rosilde! + Diletta sposa!» + Ardea fosca una lampa + Nella gran sala. Spaventato n'esce + Il vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra; + Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro, + Tra rovesciate mense e armi, scoverto + Ha l'immane cadavere d'Otlusco: + Con gioja gli s'appressa--oh vista! un altro + Cadavere ei copria! Rosilde-- + E intanto + Che il più infelice de' mortali esclama + Miserandi lamenti (oh mescolanza + Che drizzar fa le chiome!) urla di gaudio + Metteano, ignari i suoi compagni ancora, + E con festa il chiamavano: «A te dessi + Questa lieta vittoria! A' fuggitivi + Riposo non si dia! Guidane, o prode! + La città si riacquisti!»-- + A poco a poco + Cessa il giulivo dissonante strepito: + Il luttuoso caso odono: muti + Reverenti s'affollano alla sala: + Tutti lor gioja oblian: l'egregia donna + Mirano--e oh che pietà! quel cavaliere + Dianzi sì dignitoso, or nella polve + E nel sangue si rotola ululando, + Nè più gli cal che forse altri il dispregi. + «Ite, o felici: agevol cosa è omai + Il ripigliar la città vostra. Otlusco + Da costei fu atterrato... oh, ma vedete + La generosa!» + E il sen tutto squarciato + Di Rosilde accennava e quelle care, + Or deformi sembianze: ed oltraggiando + Il fido Ugger che il contenea, una spada + Afferrava, ma indarno, onde svenarsi. + Riacquistò le sue mura il fortunato + Popolo piacentino. Ebber perenne + Del vedovo stranier cura i pietosi + Ospiti, ed a Rosilde a eterna gloria + In mezzo al foro alzaro un monumento; + E allorquando, tra pochi anni recisa + Fu dal dolor la vita di quel prode, + Chiuse le sue infelici ossa nell'arca + Venner dov'eran di Rosilde l'ossa. + Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancora + Della mia fanciullezza, e il padre mio + La visitò: ma quando pellegrino + Adulto mossi tra i Lombardi, e volli + A mia debol virtù porger conforto + Quelle sacre onorando ossa d'eroi, + Più non rinvenni che un'infranta pietra, + E su quella sedea, laide canzoni + Vil giullare cantando, e gli fea cerchio + Con ghigni infami la plaudente plebe! + + +[Nota 1: Giobbe.] + + + + +NOTE. + + + Tu la prima onda porgi.... + +Il Po scaturisce dal Monviso nel marchesato di Saluzzo. In questa +apostrofe sembra comprendersi tutto ciò che or forma il Piemonte, o +gran parte. + + Stava a Lemna natio.... + +Lemina, o Lemna, è un torrente presso Pinerolo. + + S'era con altri prodi a fratellanza + Religïosa.... + +Nel medio evo il bisogno di difendersi contro gli abusi d'ogni specie +fece sorgere molte confraternite benemerite della società. Gli +aggregati rimanevano laici, e il loro ufficio non era che +l'adempimento di qualche penoso dovere: proteggere i viaggiatori, +assistere i feriti, gl'infermi, ec. Così i vincoli della grande +fratellanza umana stati spezzati dalla barbarie si andavano con +vincoli parziali riannodando. Ma il fervore si cangiò ne' secoli +seguenti in manìa: da tutte parti s'elevarono confraternite che invece +di beneficare l'umanità l'infettavano di superstizioni; tali furono i +_beguini, i fratelli e sorelle dello Spirito Santo, i flagellanti, +ecc._ + + .... Il fero Otlusco + Co' suoi prodi vaganti Ungari.... + +Molte orde di Ungari scesero in Italia nel principio del secolo X; ciò +fa congetturare che la storia di Rosilde appartenga a quel tempo. Esse +furono prima respinte dall'imperatore Berengario, ma poi egli stesso +le chiamò per far fronte a Rodolfo, re della Borgogna transjurana, e +se ne pentì. Invece di obbedirgli, si sbandarono per tutta la +Lombardia, devastando campagne e città; da queste orde allora Pavia fu +saccheggiata e incendiata. + + .... Ma i dì passan talvolta + Ed umana figura egli non vede.... + +Vedi l'Ecclesiaste che forse commisera particolarmente la prostrazione +dello spirito: _Væ soli! quia cum ceciderit non habet sublevantem se!_ + + A talune, o pittor. + +Questo cenno d'un pittore potrebbe sorprendere chi si ricorda d'aver +letto che il Cimabue fu il primo, dopo la barbarie de' mezzi tempi, a +ristabilire la pittura in Italia. Ma vedasi il Tiraboschi il quale +prova con molti esempii che anche ne' secoli anteriori l'Italia non +mancò mai di pittori: essi erano in gran parte Greci, ma molti pure +nazionali.--Siccome il poeta non nomina il suo pittore, forse si +trattava di uno o più quadri allora famosi, alla cognizione de' quali +bastasse l'indicarli; o forse null'altro volle il trovatore che +esprimere quel suo sentimento, non doversi dall'artista mai togliere +alla donna--nè anche quando è tratta da dolore o virtù a qualche +grande atto di coraggio--il bello ideale della donna che è la +dolcezza. Pare che per quanto il comportava il soggetto ei non si sia +dipartito da questo sentimento anche nel dipingere una amazone, una +selvaggia, la _Tancreda_: in più d'un passo di quel poema cerca +d'attenuare ciò che ha di forte il carattere della guerriera. Chi +conosce il teatro sarà dell'opinione del trovatore: avrà veduto che +un'attrice per quanto sia valente, s'ella crede di dover dare alle +eroine i tratti degli eroi, essa può far raccapricciare, ma non mai +commuovere; se invece l'attrice non è che eroina, cioè _donna_ nel suo +più nobile significato, allora le sue lagrime ne strappano molte. + + A eterna gloria + In mezzo al foro. + +Ciò non regge colla chiusa. Ma il trovatore parlava dell'intenzione di +chi eresse il monumento. Non è egli così di lutto ciò che si fa per la +ricordanza de' posteri? Si suppone sempre l'infinità dei secoli: e un +furore popolare, un terremoto, cento cause possono distruggere oggi +ciò che jeri si credeva eterno. + + Più non rinvenni che un'infranta pietra.... + +Piacenza fu, tra le altre città lombarde, spesse volte desolata dalle +accanite guerre tra nobili e popolo, e il partito vincente distruggeva +non di rado ciò che era stato onorato dal vinto. + + Vil giullare cantando.... + +I trovatori di genere elevato chiamavano _giullari_ i poeti vili e +buffoni: e questi non erano già gli adulatori soltanto del volgo. +Trattandosi qui d'una storia molto anteriore alla poesia a noi nota +de' trovatori, parrebbe che la voce _giullare_, fosse un anacronismo. +Ma è certo che in tutti i tempi vi furono poeti, e particolarmente +poeti vili e buffoni: nè a qualunque età questi appartengano, +sconviene loro la voce _giullare_, che significa _giocoliere_, +_ciarlatano_. + + E gli fea cerchio + Con ghigni infami la plaudente plebe! + +Questa pittura d'anime abbiette profananti un monumento eroico induce +a credere, che ciò fosse in un tempo d'anarchia. + + + + +ADELLO + +CANTICA. + + + Questa cantica è divisa in tre parti. La prima si riferisce ai tempi + di Berengario I, negli ultimi anni del suo regno, e ai tempi del + breve regno di Rudolfo in Italia: la seconda verte sulla prima + impresa d'Adello, regnante in Italia Ugo di Provenza succeduto a + Rudolfo: la terza scorre sovra alcuni tratti della vita di Adello, + che possono riferirsi ai tempi di Ugo, e d'alcuni fra i successori + di questo, cioè Lotario suo figlio, Berengario II marchese d'Ivrea, + Ottone I, ecc.; giacchè è detto che Adello morì vecchio. + + + + +ADELLO. + + +I. + + Quando oltre l'Alpi il giovinetto Adello + Dal povero movea tetto paterno, + Pria di varcarle, un guardo all'orizzonte + Natìo rivolse e pianse: e rammentando + De' genitori la virtù e l'affetto + Ripetè il pronunciato innanzi a loro + Fervido giuramento.-- + «Ah, no, al tuo nome, + Patria degli avi miei, nè al vostro, o santi + Parenti alcun disdor l'opre d'Adello + Non recheranno mai! Verrà in Italia + Il cortese straniero, e dirà--Pace, + O terra, di gentili alme nutrice! + Poi la via proseguì.--Scudiero al vecchio + Suo consanguineo ei già che, di possanza + Ricco e di fama, appo Lïon, sui colli + Della Sonna fioriti e sulla Rocca + Incisa dominava. Al giovinetto + Accoglienza amorevole il canuto + Giorgio far si degnò. Molto gli parla + De' cari genitori, e si compiace, + Perocchè del garzon commossa uscìa + Dal cor la voce, e gli soggiunge--«Il cielo + Non prosperò del padre tuo i destini, + Ma un ospite leal diegli, un amico + Che a lui la destra, e a chi da lui ne venga + A stender pronto è ognor.» + Quell'onorata + Destra baciava Adello, e umile e fida + Servitù prometteva al suo signore. + Degli antichi scudieri e famigliari + Già l'ossequio acquistossi il verecondo + Italo garzoncello: e i cavalieri + Col sir congratulavansi e le dame + Per l'onestà del nuovo alunno: e lieto + Questi fra sè dicea: «Giungervi possa + Autori de' miei dì, quanto il lontano + Vostro figliuol dagli stranieri è amato!» + Ma di Giorgio crescea la bionda figlia + E di beltà un miracolo e d'amore + E di grazia era, e di virtù, Eloisa: + Ambìan la mano sua molti di Francia + Illustri cavalieri, e al prode Arnaldo + Il padre la destina. Era negli occhi + Della fanciulla e sulle labbra un pronto + Di cortesìa e candor nobil sorriso, + Ch'ove volgeasi consolava: e quando + Ella uscìa del castel, gl'infimi servi + E il passeggiar mendico avidamente + A mirarla si feano, e ognun tornava + Più sereno al suo ufficio e a' suoi dolori. + Ma quel tenue sorriso era qual pio + Raggio di luna che ricrea il ramingo, + Eppur misterioso un sentimento + Move che non è gioja--e più soave-- + Della gioja fors'è, ma dolce ispira + Di meditar vaghezza e di silenzio: + Tal la sera in un tempio è melodia + Di giocondo ma augusto organo--ascolta + Delizïando l'anima pensosa. + Quella tinta lievissima, quell'aura + Che alla beltà del timido sembiante + Beltà diresti aggiunga, e par sia nube-- + Non nube di dolor, ma di gentile + Malinconia, e pietosa indole un cenno-- + Quell'è l'incanto irresistibil donde + Sì affettuosi a lei volgonsi i guardi. + Nel tetto suo, dalle verginee stanze + Fuori di rado appar: ma dagli aerei + Passi se il fievol suon per le echeggianti + Sale s'annunzia--o al genitor si rechi, + O a visitar famiglio infermo--e Adello + Sulla sua via si trovi, oppur da lungi + Trasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaro + Palpita, e quasi un angiolo trascorso + Ivi fosse e beato abbia quell'aere, + Ei le sale ricalca ove Eloisa + Passò e santificar sentesi il core. + Ai conviti paterni, infra le antiche + Sue dame e il padre assisa--o accanto ad essi + Passeggiando tra i fiori--o nella barca + Che a' giorni estivi a tarda ora per l'onde + Va qua e là gli zefiri cercando, + Della donzella i saggi detti ammira + Il giovine scudier: ma pochi sempre + S'udian, nè quel silenzio era quel velo + O infecondo o superbo; era quel velo + Onde beltà pudica asconder crede + I suoi tesori, e più pregiati e certi + L'altrui commossa fantasia li adora. + No, all'intelletto uman, o esterno mondo, + Non sei bastante; esprimer tutto, indarno + Agogneresti, i sensi percotendo + Co' tuoi colori e suoni: egli in su porta + Più grande un mondo--l'ineffabil regno + Di quel principio che in noi pensa e scerne + L'alta armonia delle create cose. + In quel regno mental l'uomo adorando + Contempla il bello, e più e più il vagheggia + Qui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende! + Perciò di caste immagini è silenzio + Quell'arcana vaghezza, onde men cara + È talor la parola.--Oh, che mai sono + Le scritte bende, onde il pennel presunse + Della madre di Dio dirti l'amore? + Non le ingegnose bende, il sacro volto + Dica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizio + L'immaginante spettatore, e tutta + Troverà in sè di quell'amor la istoria. + Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le menti + Di penetrarsi una nell'altra, ad onta + Che di mister si cingano, scoverto + A Eloisa e Adello ha la vicenda + Del lor misero affetto. Ambi più volte + Guardandosi arrossiro: e--inosservato-- + Talora Adel della fanciulla il volto + Atteggiarsi a mestizia ed a profonda + Estasi vide, e impallidir se udìa + Reduce dalla caccia il giovin prence + Ch'esser le dee consorte, e più se udìa + Di costui rammentarsi i genitori + Che dal Reno s'aspettano, e allorquando + Giunti essi fien, si compieran le nozze. + Nè lieto ad Eloisa è più il festivo + Giorno del padre suo? l'inclito giorno + Sacro al santo de' prodi, al generoso + Di Cappadocia cavaliere?[2] Ah! tutto + L'affettuoso adopra onde il sereno + Ritrovar de' passati anni, e compiuta + Far l'allegrezza del buon sir.--Gioiva + Questi alle danze e al canto de' vassalli, + Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggio + Della tenera figlia e dell'amato + Italo suo scudiero. + Essa dell'armi + Le glorie ignora, e sol del padre canta + I pacifici giorni, e la clemenza + Verso i nemici, e il benedir concorde + De' felici suoi servi, e il dolce ospizio + Che appo il suo focolar trova l'illustre + Pellegrino e l'oscuro, ed il credente + E l'infedel--ed ogni strofa chiude + Intercalando un giubilo d'amore: + «Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!» + Ond'è che men degli altri anni gioconda + Comparia la donzella, e più diletto + Pur la sua voce trasfondea ne' cuori? + Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende, + Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incanto + Che tutte le gentili arti sublima! + Universal lode era, e d'Adello + Non pur motto s'udìa: ma il guardo a caso + Sovra lui pon la giovin dama, e il guardo + Innamorato incontra--e, oh, d'ogni lode + Ben più le parve! + Il mutuo turbamento + Perocchè romoroso era l'applauso, + Null'uom vide o capì.--Si ricompone + Adel: sulla infiorata arpa coll'agili + Dita preludo, e l'armonia celeste + Gli versa in cor de' mali suoi l'obblio. + Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san Giorgio + Dice l'eroico spirto--E della figlia + Di quel re dice il pianto e le sciagure + Che divorata esser dovea dal drago, + Quando il cappadocèo redentor venne + Della beltà e dell'innocenza. Ignuda + La vergine regale al drago esposta + Pinger non osa Adel: cinta d'un velo, + Il sembiante ei le dona d'Eloisa, + E il biondo crine ed il ceruleo sguardo + E sì amabil ne trae quadro pietoso + Che a tutti molce gli ascoltanti il petto. + L'arrivo ei dice del campione e l'ira + Contro a' codardi cavalier che il brando + Non consacrano a' deboli, e a quel sesso + In che onorar dobbiam Maria: e descrive + La terribil battaglia; e la sconfitta + Del mostro immane; e il giubbilo e il trionfo + Che la turba apparecchia; e la modestia + Del vincitor che involasi, e a novelle + Per la terra trascorre inclite imprese. + Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco, + Tutto il cavalleresco animo splende! + I bei fatti lo esaltano; una viva + Sete di gloria lo divora: in vago + Disordin, nella mente i grandi esempi + Gli si confondon del guerrier ch'è in cielo + E quelli del suo sir, e a entrambi aita + Chiede e virtù perchè lor orme ei prema. + Quell'affanno, quel nobile desìo, + Più che le lodi avutene commove + Il magnanimo vecchio: + «Eccoti, o figlio, + L'onorato mio ferro; i dì verranno + Ch'io giacerò cogli avi, e questo ferro + Mieterà ancor per mano tua gli allori!» + Al valente cantor doni gentili + Porgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola, + Figlia, sconosci la virtù e le nieghi + L'amabil guiderdone?»--Alla paterna + Dolce rampogna ella sorride, e tosto, + Vergognando, discignesi dal petto + Candida sottil zona, e sovra l'arpa + Leggiadramente del cantor la posa. + Oh che son gli altri fregi? Il tempo forse + Potrà la rimembranza o scancellarne + O almen scemar; ma questa zona!-- + «Il seno + D'Eloisa cingevi! e tu sentito + Hai di quel seno i palpiti! e sentito + Forse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppo + Ell'è certezza!) allor che o la mia voce + Udia da lunge o i guardi miei trovava + E mie pene leggeavi!» Ah, da quell'ora + Così delira Adel! + Spesso un tintinno + D'arpa s'ode la notte entro il castello: + Egli è il misero amante che riposo + Sul letto non rinvenne, e con dimesso + Suon quelle melodie va ricordando + Che più son care ad Eloisa--e il bianco + Lin che dal musical legno discende. + Sopra il volto li ondeggia e sopra il core, + E reverenti baci egli v'imprime, + E gli parla e il ribacia, e talor forse + D'una lagrima il bagna. + Il destin move + Un dì la giovin dama a errar solinga + Tra le rose dell'orto, ed ivi il caro + De' suoi pensier segreti idolo incontra. + Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano: + Ma, perch'egli era mesto, una soave + Parola essa gli volse--«Adello, udiste + Favellar d'uno spirto che ogni notte + Già da alcun tempo bea il castel di queti + Armonici sospir?» + «A quello spirto, + O cortese mia donna, era speranza + Che i suoi sommessi asconditi sospiri + Ignorati sarien: s'alcun li udiva, + Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno--E + a quello spirto assai dorria se il sonno + Mancasse ad altri come a lui.» + Nullo era + In se quel dir; d'eluderlo v'avea + Pur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'arti + Ad Eloisa non sovvengon! Pochi + Confusi detti replicò, e que' detti + Molta pietà spiravano. Ah, d'ossequio + Sol parlò Adel, ma questa voce uscìa + Sì tenera e tremante, che simile + Era alla voce «amore!» Ed ei soggiunse + Sì meste cose di quei dì in che privi + Saranno questi fiori e quel castello + Di chi li fea sinor giocondi--e, spesso + Interrotto, pur dice anco di fiori + A cui del sol manca la luce, e a terra + Allor chinan la testa... e più non sorge! + «Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo: + Tu vagheggi la morte!» + «Oh donna! Il giorno + Che tanto audace io fui d'innalzar gli occhi + Sovra cosa divina, era decreta + La morte mia dal ciel quel giorno.» + Il pianto + Sgorga a forza dagli occhi d'Eloisa; + Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e gravi + I modi e le parole. Un lampo d'ira + Le balenò piangendo e dir parca: + Così m'astringi ad avvilirmi?--Ei muto + Angosciato abbassava le pupille + Più che mai reverenti onde la donna, + Lagrimando non vista, il duro peso + Della vergogna non sentisse. E il pio + Riguardo ella scerneva, e in petto quindi + Pietà maggior la inteneria.-- + --Tal'era + Di que' semplici eventi la catena + Che (impreveduta) avea le due inesperte + Alme condotto alla fidente e vana + Compassïon del vicendevol duolo. + Ma oh come quelle bell'alme, incapaci + Pur d'un pensier che da virtù non tragga, + Accusansi ciascuna in sè medesma + Del biasmevol colloquio! + È questa adunque, + Pensava Adel, la mercè ingrata è questa + Ch'io rendo al mio signore? a lui che tanti + Su me profuse beneficii e pegni + D'amistà nobilissima ed esempi + Alti d'onor? Così rammento i cenni + De' genitori miei, la veneranda + Storia de' lor martirii e come in venti + Ben più gravi sciagure immolàr tutto + Fuor che lor fede a' cari prenci e al dritto? + In chi di giusti nacque, è onnipossente + La rimembranza de' dettami austeri + Nell'infanzia bevuti e il sacro accento + Con che amando addolcianli e padre e madre. + Disonorar con vili atti egli teme + L'immacolata lor canizie, e questo + Gentil timor, ne' gran cimenti--allora + Che virtù langue--di virtù lien loco. + «Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorse + L'incauto labbro! Oh, un infelice obblia + Che ardì il tuo sdegno provocar! L'insania + Onde vittima gemo, ancor la voce + Del dover mio non soffocava appieno. + Che insano fui--non vil--tel dirà il pronto + Mio abbandonar questo adorato albergo + Onde più mai non rivederti. Un alto + Delitto le contrade itale afflisse + E vendetta domanda: io la grand'ombra + Di Berengario a vendicar mi reco. + Cadrò nel campo dell'onore: udrai + Forse in breve il mio nome e dirai «Basso + Fu il viver suo, ma egli moria da forte.» + Ma non men che in Adel s'avviva in petto + Ad Eloisa di virtù il bel raggio: + E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio, + Qual sorella gli parla e con decoro + Quasi di madre e di regina--eppure + Sol favellar così potea un'amante. + Un celeste idïoma era, onde i pochi + Predestinati cuori han conoscenza + Che amaron come Adello, e un'Eloisa + Sulla terra trovarono, e una volta + Piansero insieme, e da quel dì migliori + Si sentir--benchè forse, ahi, più infelici! + Ella accenna infrangibil l'imeneo + Che del suo padre la saggezza ha fermo, + E dice sacro quel dover che legge + A entrambi lor fa il separarsi e pace + Ricercar nell'assenza: e poi soggiunge + Con enfasi gentil quanto l'uom possa + Sublime farsi nel dolor, se invitto + Ai colpi di fortuna animo opponga, + E più, se nel dolore ei sempre aneli + A far sì, che ad un lito (ond'esul mosse) + Spesso la fama sua giunga e tai fatti + Narri di lui, che ognun qui dire ambisca: + Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro! + Con più tenera voce indi Eloisa + Il rampogna che morte ei nelle prime + Pugne minacci d'incontrar; gl'intima + Di viver-- + «Donna, ah da te lunge?-- + «Vivi + Alla patria, a' parenti... ed al conforto + Pur d'Eloisa!» + + Questo detto ha fisso + Del futur campion l'alto destino! + + +[Nota 2: San Giorgio, principe di Cappadocia.] + + +II. + + «Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegni + Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso + Mio desir non t'offenda: avresti il suolo + Di Verona toccato? o nulla almeno + Dell'infelice mia patria t'è noto?» + «Verona tua, gran Valafrido, ancora + Non visitai, ma qui di Francia io movo + Per quella volta.» + Adel così dicendo, + Una scritta porgeva: e con ossequio + (Mentre quei legge) osserva le sembianze + Dell'eroe cui per molte cicatrici + Beltà non scema: è in Valafrido un misto + Tal di guerriera cortesìa e fierezza + Che affetto ispira e in un tema e stupore. + «Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno, + Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?-- + E dal felice tetto del vegliardo + L'ardente febbre involati de' prodi, + Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla, + Con paterna amarezza lamentando + Giorgio il tuo dipartir! _Ne' generosi + V'è un impulso di Dio che li sospinge: + Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga._» + Adel s'inteneria rammemorando + Del suo signor l'affettuoso sdegno, + Quando i suoi preghi a forza il combattuto + Congedo ottenner. Poi dalle ospitali + Accoglienze animato--«O Valafrido, + Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso + Dall'alta istoria di tua eroica fede + Pel trucidato nostro italo Augusto, + Al sitibondo mio ferro ho la morte + Del traditor giurata.» + «O giovinetto, + il cor mi brilla udendoti. Perduta + Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe + Non è in Italia? I giusti--oh, ma son rare + Stille che pure cadono dal cielo + In torbido ocean, che inosservate + Nelle giganti sue schiume le ingoja! + T'arrida un giorno la fortuna: or tempo + È di sostar: te perderesti indarno + E del trafitto Cesare quel sacro + Unico avanzo su cui pende il brando + Dell'assassin.» + «Ciò che a salvar la figlia + Di Berengario lungamente opravi + Noto m'è o Valafrido...» + «E non t'è noto + Che al novo italo sire Ugo negando + Chinar l'insegna mia, se dalle mani + Dell'assassin Rasperto ei non togliea + La donzella regal, meco possente + Esercito ebbi che d'onore al sacro + Nome parea tutto avvampar? L'infido + Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo + A me di pace il parlamento: i dritti + Son vïolati delle genti: in ferri + Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse + Dell'esercito mio? dove la sete + Di giustizia e vendetta? Oh vitupero! + I creduti leoni eran conigli + Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo, + A mie castella mi ricovro, ai servi + Do franchigia e virtù: la fede e il grato + Animo in prodi trasmutò gli abbietti: + Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano + Sperai che gara in petti altri e gentile + Pudor si ridestasse. Il soverchiante + Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto + Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento-- + Ramingo, insidiato, egro--l'afflitta + Testa posar m'è in questi monti dato.» + «Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana + Però non è la sua caduta: è crollo + Che desta le sopite alme e del retto + A compir le sublimi opre le incalza.» + «Adel, m'ascolta: speme una accarezzo, + Sol una.» + «Qual?» + «La grande alma d'Ottone. + Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira + Del generoso: il vindice d'Italia + E del tradito imperador fia Ottone.» + Al quarto dì si separar gli eroi: + Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse + Alla città infelice ove vassallo + Del re malvagio domina nel sangue + Il feroce Rasperto. Avea costui + Folto stuol di satelliti, raccolti + Tutti d'infra le truci orde venute + Di stranie terre alla rapina.--Adello, + Onde vie meglio ascondere che in petto + Lombarde cure ci prema, avventuriere + Natìo di Francia fingesi, cui sorte, + O errori giovanili, o irrequïeta + Brama d'eventi fuor di patria spinse. + Tacitamente a lungo ogni suo passo + Esplorato venìa. Seco si stringe + Un burgundo guerrier: cieca fidanza + Mostragli Adel, sognati casi narra, + Forte invaghito del mestier dell'armi + Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti + Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente. + L'avvenenza d'Adel, la signorile + Sua destrezza nell'armi attirò in breve + Del tiranno gli sguardi, e di sua corte + Agli ufficii l'assunse. + Adel fremea + Nell'incurvar l'altera alma alle bieche + Non imparate ancor del debole arti: + Ma incurvarla era forza, o prorompendo + Mal augurata far l'impresa. È lieve, + Di Berengario sulla tomba il mostro + Strascinar per le chiome e trucidarlo; + Ma di Rasperto riman poscia il crudo + Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa + Tien nella torre Sigismonda e il sangue + Versar della infelice orfana puote. + Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi + Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo. + Cauto osservar gli spiriti, una tela, + Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno + Di Valafrido attendere--tal era + Lo spettante ad Adello inteso incarco. + Ma più lune trascorsero, e l'eroe + Di Lamagna non torna, e orrende nozze + (Onde gli ambiziosi emuli tronche + Sien le speranze) intimansi alla figlia + Di Berengario coll'infame Eugero. + Repente sulle piazze alla sommossa + Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri + Tentaron questa via? Tosto immolati. + Dalla viltà del volgo,--od a ritrarsi + Costretti si vedeano, onde il tiranno + Non estinguesse del lor re la figlia. + Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi? + Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti + Della vendetta, la virtù--in nessuno! + O almeno Adel non la scoverse.--Un fido + Servo, che collattaneo era del vecchio + Padre d'Adello, e indivisibil sempre, + Fin dal natal del giovin sir gli stette, + De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni + La destra aggravan d'Almadeo; compagno + Fora mal certo nel ferir! + «Buon padre, + Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio + Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.» + «Che dici o mio signor?» + «Sotto l'ammanto + D'altra grave cagion, rapido cocchio + E destrieri apparecchiansi: al tramonto + Portator de' messaggi io di Rasperlo + Al re m'invio--ciò crederassi--il cocchio + Tu guiderai; più prezïoso un pegno + In mio loco ivi fia. Non della corte + D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi: + Sino al mar non ristarti: un agil legno + Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre + Proscritto zio la vergine conduci.» + «Deh, l'arcano mi spiega! + «Odi: tu sai + Che alla prigion della regal donzella, + Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie, + Ad uom recarsi non è dato. Appena + Due antiche ancelle--e l'una a Sigismonda + Nutrice fu--ponno ogni dì all'afflitta + Di compianto e amistà porger ristoro. + Ad esse favellai. Della nutrice + Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno, + In carcer resto, e assuntesi le spoglie + Della nutrice, Sigismonda fugge. + Ir non può in fallo il colpo: occhio severo + Su queste donne non s'estende. Inferma + Da lungo è quella onde la voce io tolgo: + Muta sol ivi penetrar, ravvolta + In ampio velo: al scender della torre + Al lor umile tetto uom non le segue. + Buje or sono le notti: al destro lato + Del vicin tempio le fuggiasche trovi. + Salgano il carro immantinente: sferza + Senza posa i cavalli.» + «O signor mio, + Che fai? tua vita perdi: a' genitori + Pensa.» + «Agli esempii lor penso: la vita + Posposer sempre al maggior ben--l'onore!» + «Del tinto personaggio a me la cura + Dona, all'illustre zio tu stesso adduci + La salvata donzella.» + «Oh, ben da tanto + M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria + Di morir per sì giusto atto, minore + Certo sarìa! Ma di soverchia mole + È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna + Dal travestir s'illuderian gli sgherri: + Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro + Del padre d'Eloisa io sotto ai lini + Donneschi porto, e allor che s'avvedranno + (Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie + Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle + E scampar non dispero; e piena l'opra + Forse eseguir che il morto re domanda.» + Resistenza e preghiere e ammonimenti + Ripetè invan l'antico.--I fatti egregi + Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo + Li pensa e compie--e tra il pensiero e il fatto + È una ferrea catena, e niuna scossa + Quella catena fa ondeggiar. + Le donne + Alla torre presentansi. Il guardiano-- + «Dio ti ridoni la salute o inferma!» + E la sana risponde: «Oggi l'affanno + Più dell'usato la meschina opprime, + Nè a veglia quindi appo la dama a lungo + Starci forse potremo.» E ciò dicendo, + Al saluto venal porgea cortese + Qualche mercede. + Inesplorate i neri + Avvolgimenti della torre ascendono, + E lor la trista cella si disserra + Di Sigismonda; indi il guardian sen parte. + Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa + Da sorpresa e rossor, confusi, incerti + Detti favella. Il giovin cavaliero + E la vecchia fedel con premurose + Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi + Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi + Stolti, funesta ogni esitanza fora! + Della nutrice a Sigismonda i veli + S'appongono.--L'inferma appo la dama + Lunga dimora far non può: al suo letto + Già si ritira. In fondo era alla cella + Adel quando il guardian chiuse, e le donne + Fuor della torre addusse; ed osservato + Perciò non venne. + Poich'è sol, del manto + Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero + Aspetto ripigliando, avido tende + E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura + Trema--non già per sè: sull'elsa ha il pugno: + I perigli ricorda in cui quel brando + Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta + Si tien sul cor la zona d'Eloisa-- + E sovrumana forza alla sua destra + Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni + Venderia e cari a folta schiera innanzi, + Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema. + «Che direbbero Italia e Valafrido, + E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io + Con improvvida audacia a morte spinta + Avessi Sigismonda? Eppur la scelta + Di più partiti io non avea, e il peggiore + Era l'indugio. Strepito non odo: + Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri + Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi! + Propizii sovra il mar spira i tuoi venti! + In porto adduci l'innocente afflitta, + E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso + Non sia il mio fato!» + Secoli son l'ore, + Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante + Reca in Adel nova speranza e gioja. + Verso il mattin--prostratto era ei davanti + A un crocefisso, e per la patria orava, + E per tutti i mortali, e più pei cuori + Che sono al suo più strettamente avvinti-- + Quando un suono di passi e di parole + Pei rimbombanti angusti anditi giunge + Al prigioniero. Stridono le chiavi + E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza: + Ascolta--e i ghigni scellerati scerne + Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio + Ad annunciar, che irrevocabil cenno + Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze. + Ma la porta dischiudesi--oh sorpresa + Spaventevole al reo, d'imbelle donna + In loco all'affacciarglisi improvviso + Incalzante guerrier! Pongon la mano + Alle spade i satelliti e il lor duce, + Urla mettono orrende, orrendi colpi + Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero, + Già spiccia il sangue da più petti: in cerca + D'aita e in fuga altri si volge: umana + Opra questa non credon, ma prodigio + Invincibil del cielo. Adel si slancia + Con volo irrefrenabile atterrando + Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito. + Al popol corre, con possente voce + Incita a compier l'alta impresa: ei narra + Dell'involata all'esecrande nozze + Figlia di Berengario. + «Avventuriero, + Qual credeste, io non son, d'estrania terra! + De' Saluzzesi monti, italo io sono, + Figlio del sire Adel, che antico servo + Fu dell'ucciso imperador! Vendetta + L'adirata onoranda ombra a me chiese, + A voi tutti la chiede. Oggi la taccia + Si lavi che (già omai volge il terz'anno) + Vi disonora e dican la fraterne + Ed emule città--_Giacea nel fango + Per rio destin, non per viltà, Verona!_» + Il suo apparir maraviglioso, i caldi + Accenti del guerrier, la reverenza + E la pietà che spiran le ferite + Onde il volto gronda--e par ch'ei solo + Conscio non siane--un inatteso effetto + Producon nella turba. Al denso stuolo + Delle feroci mercenarie lance, + Che con Rasperto irrompono, non cede + Come altre volte il volgo: aspra battaglia + Le vie e le piazze insanguina: le opposte + Ire in eroi trasmuta anco i più vili. + Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era, + Ivi a mirarsi spaventevol cosa + Il furor de' gagliardi, il mortal odio, + E di disperazion l'ultima prova! + Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria: + Si soffermano il popolo e i guerrieri, + E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine + Precipita il tiranno: a quella vista + Sgomentati si sperdono gli sgherri: + Grida di gioja il popolo manda--e Adello + Trionfator, ma semivivo, cade + De' suoi compagni d'arme infra le braccia. + Dio quella vita ad altre angosce ed altre + Glorie serbava: ma all'esauste vene + Del campion di Verona a grave stento + Riedè salute. + Un dì, al suo letto ei vede + Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa: + È Valafrido. Di Lamagna i prenci + Questi trovato avea sì nelle interne + Discordie avvolti, che niun d'essi cura + Prender potea dell'itale fortune. + Oh come Valafrido i dolci amplessi + Rende al ferito eroe! come gentile + Dal labbro suo suona la lode al forte + Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto + Favellando applaudìa l'altro guerriero. + Il magnanimo zio di Sigismonda + Quegli è che ad onorar venne l'ignoto + Della nipote redentor:--Più giorni + Con delicata indagine il vegliardo + Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore, + Eccitatrice d'alte gesta, ardesse + Per l'augusta donzella, e dagli accorti + E amici detti un raggio tralucea, + Qual di desio che Adello osi a tai nozze + Elevar sue speranze. + Il perspicace + Garzon di quel linguaggio i sensi intende: + Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto + Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo + D'amichevol conforto e di fidanza + A sollevar del mesto animo il pondo, + Con fil e candor narra al buon vecchio + L'umile istoria de' suoi giovani anni, + E il foco inestinguibile che inceso + Le virtù d'Eloisa e la bellezza + Han nel suo petto, e tutto dice--tranne + Che riamato ei sia.--Ben gli era nota + La sfolgorante venustà e la dolce + Alma di Sigismonda, e come i prenci + Si contendan sua destra e quella destra + Porti forse venture alte di regno; + Ma più che ogni tesoro e più che i troni + È a lui la sua Eloisa--oh doloroso + Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto! + Inutil no, giacchè sublima il core! + + +III. + + Nell'arduo calle della gloria i primi + Cantai passi d'Adello: or trasvolando + Sull'ali rapidissime del tempo, + Additerò sol come lampi i lunghi + Patimenti e le gesta onde l'eroe + Gli anni suoi segnalava. + Ugo, insultando + Delle città, de' vescovi e de' forti + Itali castellani a' privilegi + E schernendo i trattati ed impunita + La libidin lasciando e la rapacia + De' suoi baroni, acceso avea nel regno + Di civil guerra la esecranda face. + Dal furor della plebe i regii messi + Lacerati venian: le inesorate + Lance del sire offeso alla vendetta + Trucemente scagliavansi. Ammucchiati + I cadaveri ingombrano le strade, + Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino + Riede al natio villaggio, e indizio appena + Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi + Rottami delle pietre e pochi teschi--Forse + del padre e dei fratelli i teschi! + Tal de' Lombardi era lo stato. Adello + De' depredati borghi e monasteri + In difesa accorrea: di lui, nemico + Più formidabil non avea il tiranno. + Ma in breve queste guerre han tratto all'imo + D'ogni miseria la contrada: il mese + Della messe venia, ma il sol versata + La sua virtù feconda avea ne' semi + Dell'ortica e del cardo; e da lontano + Il fuggiasco villan piangea sul brando + Che a' dì più lieti gli falciava i campi. + Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre + I nostri ferri agl'Itali divisi!» + E già possente esercito calava + A sicura vittoria. Allora Adello + Vede la gran rovina: ad impedirla + Non v'è che la concordia, e alla concordia + Città rivali stringer sol può un scettro. + Del nome suo l'autorità sopisce + Gli odii: ei radduce le cosparse insegne + Appo la regia insegna. Or la salute + Dell'itala corona oprisi, e il guardo + Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi. + L'impulso dell'eroe quasi un novello + Spirto ne' pria diversi animi ha infuso. + Ugo, con maraviglia, in sua difesa + Color vede morir cui dianzi ha raso + Le castella o i tugurii: il crudo petto + A forza inteneriasi: ambir la gloria + Parve di scancellar co' benefizii + E con la giusta signoria le cieche + Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri + D'onesta fama, sedi ebbero somme + Nel consiglio del re--ma quando piena + Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo + Novellamente il trono, ecco, al tiranno + Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto + Favellar suo magnanimo la taccia + Dassi ben tosto di ribelle orgoglio. + Dicon vetuste cantiche il giudizio + Scellerato ch'espulso ha dalla patria + Chi la patria avea salva. + Andò il ramingo + Del veneto leone agli stendardi + E lor sacrò la spada sua.--I superbi + Isolani, già tempo, avean le spiagge + Di Dalmazia predate e con la frode + Tolto di là tal venerando oggetto + Che da secoli e secoli a fraterno + Pellegrinaggio i Dalmati adunava + E fea d'un ricco monister la gloria: + Era la lancia d'un antico eroe + Che dal giogo pagano in molte pugne + Sottratto avea le natie valli. Il grido + Degli eccelsi miracoli, operati + Dalla reliquia di quel santo, al furto + I mal devoti veneti sospinse. + Ma intanto rotte più fiate, e sempre + Rinascenti nell'ira e più tremende, + Di padre in figlio le tribù selvagge + Con giuramento avvinconsi al racquisto + Dell'onorata lancia o a eterna guerra. + Un feroce lor capo, Adeoniro, + Col manto di pio zelo, infesta il mare + D'incessanti, audacissime, inaudite + Piraterie. Sui piccioli sui legni, + Di ladroni invincibili una turba + Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto + Null'altro serban; fama appo i lontani + Sparse ch'uomin non erano, ma mostri + Prodotti dai nefandi abbracciamenti + Delle dalmate streghe e de' demoni. + Niuna legge li stringe altra che un voto-- + Pronunciato col rito abbominando + Di libare in un calice una stilla + Di caldo ancor veneto sangue--e il voto + È d'assalir qualsiasi veleggiante + Pin di San Marco, o scompagnato corra + O a torme, o debol sembri o poderoso, + E dalla pugna non ristar ch'o estinti + O vincitori. A queste anime atroci + Ogni pietà verso i nemici è ignota, + Ma tra loro mirabile è una gara + D'assistenza e giustizia e comunanza + Di beni e mali. Adeonir divide + Il bottin, nè maggior parte a sè dona + Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie + E in limosine sprecan, non curanti + Tutti del pari, ogni tesor soverchio, + Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli + E alle donne e a' feriti han provveduto. + Tal delle imprese loro è la ventura, + E con tali atti di barbarie han tinto + Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito + Nell'adriaca laguna inoperose + Tien le sue sarte, e unanime la voce + Dell'atterrito popolo s'innalza + Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto + Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari + Con doni la fatale asta si renda. + Il senato assentì: ma col ritorno + Della reliquia, pur mutar natura + Non potè l'indomato avido spirto + De' bugiardi pirati: e con più angoscia + Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse + Con alte navi e prodi capitani + Ad estirpar di que' malnati il seme. + Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte + Non giovò alla repubblica! In tai giorni + Di lutto universale, uno straniero + Sorge e il linguaggio degli eroi parlando, + Radduce nelle curve alme il coraggio. + Quello stranier pugnato avea sui pini + Della sconfitta armata, e al valor suo + De' pochi avanzi si dovea lo scampo. + Era Adello! Il magnanimo senato + Plaude all'ardir del cavaliero; un novo + Armamento decreta: Adel le prore + Capitanando, alla vittoria corre, + E sepolcro i pirati ebber nell'onde. + Favorita canzon del marinaro + Divenne questa istoria, e tutti i liti + D'Italia l'impararono, e ne' gioghi + Più segregati d'Apennino--allora + Che un sir bandisce all'ospite il festino-- + Dice al suo vate: cantaci il bel nome + Del vincitor de' dalmati pirati. + Memoria non restò delle sciagure + O degli affronti perchè Adel partissi + Dalle bandiere del leone. Amalfi + Diede ospizio e onoranza al capitano, + E per lui prosperò; la terra e l'acque, + Più d'una volta, del suo sangue intrise, + Ma invitto il vider sempre e più tremendo. + Tacerò quelle pugne e dirò il giorno + Che--tempo era di pace e vincolato + D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea-- + Adel coll'oro suo recossi ai Mori + Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi + Potè redense. Il sacrificio ei compie + D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi + Son gli adorati genitori, e il pio + Figlio all'anime lor schiudere il cielo + Spera con opre che al Signor sien grate. + Un dì, secondi egli aspettava i venti + Per la reddìta, ed ecco entra nel porto + Con festive urla un predator; parecchie + Sbarca gementi vittime, e fra quelle--Oh + sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa + Un cavalier troppo a lui noto, è desso, + D'Eloisa lo sposo! + Ai primi amplessi + (Ed oh quanti dolori in quegli amplessi + Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto + D'antica gelosia, di riverenza + Per le virtù del sir, di generosa + Compassïon, d'affanno immaginando + Le pene d'Eloisa in udir preda + Ai scellerati masnadier lo sposo!) + Ai primi sfoghi di pietà, succede + L'interrogar sollecito dell'uno + E il racconto dell'altro. + «Oh Adel compiuta + È la sventura mia! Tu vedi il figlio + Del felice Usignan, già di castella + Sì ricco e d'armi, cui possenti trame + Di perfidi congiunti han da sei lune + Rapito ogni dominio. I figli miei + E lor misera madre (ah, poich'al duolo + Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!) + In salvo a Nizza appo mia suora addussi. + Ivi una notte una masnada irrompe + Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti + Dolci pegni m'avanzano, la fuga + Combattendo proteggo: oh, almen per loro + M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato, + Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino + Salpan le collegate arabe navi: + Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali + Di quest'africo lito; a me la somma + Lontananza toccò!» + Frenava Arnaldo + Con viril forza il pianto: Adel, compreso + Da tanta folla d'infelici e cari + Pensieri, il volto si copria e lasciava + Alle lagrime sue libero sfogo. + «E anche il mio antico sire è nel sepolcro! + Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto + Morir miseramente! ecco, empia terra, + Il guiderdon che alla virtù largisci!-- + Ma no, delle onorate opre la meta + Non è il sorrider di mortal fortuna: + Amaro a' giusti è il vivere, e beato + Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!» + Così esclamava Adel, sazio de' giorni + Glorïosi, ma sterili di gioja + Ch'ei tratto avea, da quando allontanato + Erasi da Eloisa. E or par che tutta + Da mal estinte ceneri risorga + La giovenil sua fiamma: i detti, il volto + D'Arnaldo lo riportano ai remoti + Tempi del suo delirio. Ei vede i colli + Della Sonna fioriti--il santuario + Ove la pia fanciulla iva sovente + A lagrimar sulla materna tomba-- + L'inghirlandata barca ove ella, assisa + Sulle ginocchia di suo padre, al canto + Talor sciogliea la voce; e talor l'inno + Era d'Adello; e allor della donzella + Più timido era il canto e più pietoso! + Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi + E le rocche d'Arnaldo andrai col brando + A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi + Ei qui rimansi: squallido, languente + È il suo sembiante: il duol forse e la dura + Servitù in breve troncheranno il filo + Di quella vita... Libera Eloisa? + Oh pensiero infernal! Ma nella mente + Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi + Lampi l'inferno--e più son giusti appunto + Perchè talvolta eguali a' rei son quasi, + Ed allor non soccombono, e con arduo + Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano. + D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro + Già avea consunto Adello: al predatore + D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato + Venne il partito, perocch'egro il primo + Schiavo parea, e salute e forza spira + Del novel la persona. Il sir francese + Queste mosse ignorava, e i suoi voraci + Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo + Degli affetti d'Adello. Alta è la stima + Che la virtù dell'Italo gli desta; + Ma pur già scorge nel futuro, accanto + Alla donna (e ancor bella era Eloisa) + Il rival cavaliere, e quella stessa + Virtù che in esso ammira è il suo spavento. + Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna + Di sì bassi concetti, allor che tolte + Vede a sè le catene, ed alle braccia + Poste d'Adel! + «Che fia? Non mai! Sublime + Insania, Adel, ma insania è questa! infermi + Giorni redimer di chi tutte ha tronche + Le vie di rimertarti e così all'imo + Cadde che d'ogni grande atto la speme + Da fortuna gli è tolta--e invece i giorni + Preziosi immolar di chi seconde + Tutte ha le sorti e per la gloria vive!» + «Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo + Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento + Quanta importanza i giorni han di chi i sacri + Titoli vesta di marito e padre: + Appo tal, nulla è la deserta vita + Di chi solingo passeggia la terra + (E tal son io), di chi, s'allegri o gema, + Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.» + Volea soggiunger l'altro. Adel temendo + D'aver con triste voci intenerito + Il suo rivale e forse appalesato + Della stanca dolente alma il segreto, + Apre un gentil sorriso--Va', gli dice, + A consolar la tua dolce famiglia; + Cura nostra primiera esser de' questa: + Indi per me non t'affannar: lontane + Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi + Cuori mi fean di loro amistà dono, + Che in me certezza è la lor gara al pronto + Riscatto mio. + «So, generoso Adello, + Che in sue nuove tempeste Ugo invocava + Il braccio tuo; so che anelò Vinegia + Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna + Itala signoria ferve la brama + Di possederti a suo campion: ma esporti + Di fortuna a' capricci, ah no, non posso! + Sol crederei, se in mia balìa fosse indi + Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi + La mia piena miseria!» + Uopo ad Arnaldo + Il ceder fu. Partì sulla primiera + Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio + Esso, con altri dall'eroe redenti, + Portar di questo fatto. Onor parea + Stringer più d'una terra alla salvezza + Del guerriero in catene: il sir francese + Non osò dubitarne; Adello stesso, + Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato + Animo altrui credea qualche dritto-- + Tutti obbliaro il misero! quattr'anni + Le afriche solitudini l'han visto, + Con abbietti compagni ad opre abbiette + Sotto varii tiranni i suoi sudori + Spargere oscuramente--ed eroe ancora + Esser per gl'infelici, o alleviando, + Con gravarne sè stesso, i lor dolori, + O al rassegnato suo religïoso + Senso le svigorite alme estollendo. + Chi ai Saracini il tardo inaspettato + Prezzo portò del cavaliero? Un messo + Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire + Fedeli colleganze e alto valore + Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta + La paterna sua gloria. + Adello è asceso + Sull'ospital naviglio: al marsigliese + Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja, + La gratitudin che il bel cuore inonda? + Come i diversi palpiti, approdando? + Poi, sul corsier veloce alle castella + Del suo benefattore e d'Eloisa + Senza posa traendo? + «Ei giunge: incontro + Moveangli il sire ed Eloisa e i figli + (Figli di quell'imen; pur cari all'alma + Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi + Detti suonano e i teneri singhiozzi + E la sincera nobil lode. Un riso + Del ciel parea per que' mortali eletti + Aver portato sulla terra il gaudio + Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati! + Ma quel foco di vita che nel ciglio + Brillava ad Eloisa, insolito era. + Da lungo tempo in essa è illanguidito + Il fior della salute. Adel s'accorse + Ch'ella reggeasi con fatica; e intende + Che nella notte in che da Nizza a fuga + Ella errava co' figli, un dardo colse + Leggermente un di questi: ahi, velenato + Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda + Crescente piaga si struggea: la madre + Quella piaga lambendo al figliuol suo + Crede render la vita e, ohimè, s'illuse! + Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo + A stento l'arte di Salerno e i voti + Appesi sugli altari e i benedetti + Maravigliosi farmachi al dolente + Sen dell'eroica madre addur novello + Sembran vigor. + Ben tosto Adel conobbe + Che sol gli affetti subitanei un breve + Ponean rossor su quelle guance. Il dolce + Soggiorno alcuni mesi ei protraèa + Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo + Il timore alternava e la speranza + Per l'egra donna--Ahi lasso! inferocisce + Rapidamente il morbo!--Adel sul letto + Di morte la mirò. Tutta obblïava + Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo + Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda + Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti + Indistinto sobbissa e il buono e il reo. + «Oh Adel (rispose la morente--e furo + Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi + La insensata parola! È il duol cimento + Ove Dio prova degli umani il core. + Te a egregi fatti i lunghi sacrifici + Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi; + Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra + Ch'uom vita appella e salda cosa estima! + Nè infelice è chi muor, ma chi morendo + Guarda gli anni volati ed alcun'orma + Da lui lasciata di virtù non trova!» + Voce a Eloisa allor mancò: sorrise, + Strinse al seno i figliuoli, all'onorato + Sposo si volse--e dir parea «Co' figli, + Adel ti raccomando»--e più non era. + Così passò la santa. + Incerte storie + Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani, + Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse: + Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta + Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate + Che del sepolcro suo cantò, non dice + Se non che vecchio Adel morì e mendico, + Perdonando agl'ingrati, e ripetendo + Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento + Ove Dio prova degli umani il core; + Nè infelice è chi muor, ma chi morendo + Guarda gli anni volati ed alcun'orma + Da lui lasciata di virtù non trova!» + + + + +NOTE. + + + .... Sui colli + Della Sonna fioriti e sulla Rocca + Invisa dominava. + +V'è presso Lione, sulle rive della _Saône_, una rupe che ritiene il +nome di _Pierre-Encise_. + + In chi di giusti nacque è onnipossente.... + +Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:--che +uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti +irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la +loro vecchiaja--che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il +sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo +sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi +nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni--che +finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso +l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante +compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e +le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba. + + .... Io la grand'ombra + Di Berengario a vendicar mi reco. + +Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo, +fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era +Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice +imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli +al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi +congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito +il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città. + + Che al novo italo sire, Ugo.... + +Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo, +duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la +perfidia. + + .... La grande alma d'Otone.... + +Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo +quest'epoca conquistò l'Italia. + + Tolto di là tal venerando oggetto. + +Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti +i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperità +dell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del +santo protettore del luogo. + + .... Che il nocchier più ardito + Nell'adriatica laguna inoperose + Tien le sue sarte. + +Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe +un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i +filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il +terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta +la comunicazione della Spagna colle colonie americane. + + A stento l'arte di Salerno..., + +Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V. +il Tiraboschi.) + + + + +EBELINO + +CANTICA. + + + L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da + un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro + l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il + personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase + vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza + ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, + ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con + atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno + de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato + in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in + seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo + Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine + di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i + suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero + chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta + fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore + collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da + visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza + dell'immolato Ebelino. + + + + +EBELINO. + + _Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!_ + + JOB. 2, 10. + + + Inno d'amore e di compianto al giusto, + Al giusto denigrato! Ebelin, fido + Campion del magno Ottone e consigliero, + Colui che al generoso Imperadore + Verità generose favellava, + E i biasimati torti indi con mente + Pronta e amorevol correggea e sagace; + Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio, + Spesso invece del sir ponea la destra + Al timon dell'impero, e lo volgea + Del sir con tanta gloria e securanza, + Che questi, anco in cimento arduo serrando + Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea: + «Vigila or tu, che il signor tuo riposa;» + Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro + Cener del magno Otton, d'Otton novello + Fu parimente lunghi anni sostegno + Di giustizia nel calle, e guida e sprone; + Sì che a nessun parea che dilettoso + Ne' poveri tuguri e nelle sale + Fervesse crocchio, ove lodato il nome + Non fosse d'Ebelin,--quell'Ebelino + Morì esecrato, ed era giusto! Amore + E compianto agli oppressi! + Un dì l'Eterno, + Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto + Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse: + --Onde vieni? + E il maligno:--Ho circuita + Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo. + Ed il Signore:--O di calunnie padre, + Non vedestù l'amico mio Ebelino, + Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo + Tanta in prosperi dì serba innocenza? + E l'angiol di menzogna ambe le labbra + Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso + Disse:--Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama + Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza, + Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi. + Ed il Signor:--Giorni di prova a' retti + Forse non io so stabilir? Va; pongo + Entro a tue mani dispietate or quanto + Agli occhi della terra Ebelin porta, + Fuorchè la vita. + L'avversario allora + Avventossi precipite dal grembo + Della nembosa nube, onde i mortali + Atterria lampeggiando; ed in un punto + Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante + Si soffermò, e da questo lato i campi + Della lieta penisola mirando, + E dall'altro le selve popolose + De' boreali, l'una all'altra palma + Battè plaudendo al sovrastante lutto + D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria! + La più squisita voluttà del male + Pensò un momento qual si fosse, e al giusto + Fermò ignominia cagionar per mano... + Di chi?--D'amico traditore! Il colpo + Più doloroso e a dementar più adatto + Chi molto amando irreprensibil visse! + --Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia + Giù dall'alpe scagliandosi e correndo + Pe' teutonici boschi, e visitando + Con infernal, veloce accorgimento + Città e castella. + Iva ei cercando l'uomo, + In cui scernesse il dolce volto, e i dolci + Atti, e l'irrequïeto occhio geloso + Del venditor di Cristo; e non volgare + Mente si fosse, ma gentil, ma calda + Di lodevoli brame, ed inscia quasi + Di sè si pervertisse, e vaneggiasse + D'amor per tutte le virtù, e seguirle + Tutte paresse, e infedel fosse a tutte. + Tale, od un vero giusto esser dovea + Chi affascinasse d'Ebelino il core; + E Sàtan nol trovava, e con dispregio + Maledicea la lealtà nativa + De' figli del Trïon, popol rapace + Nelle battaglie, e in sue pareti onesto. + Ma quando già il crudel quasi dispera, + Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante + Tosto il colpisce; e fra sè dice:--«È desso!» + Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta. + Quel benedetto dall'orribil genio + Era un prode straniero, e fama tace + Di qual progenie, e nome avea Guelardo. + Sul suo destrier peregrinava, e ladri + Or assaliva, degli oppressi a scampo, + Or dispogliava ei stesso i passeggeri, + Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio + Pur quelli avrìa, se a povertà costretto + Non l'avesse un fratel, che del paterno + Retaggio spossessollo. + A che di bosco + In bosco errasse, ei non sapea. Sperava + Dal caso alte venture, e perchè tarde + Erano al suo desìo, volgea frequente + Il pensier di distruggersi; e più volte + Dall'altissime balze misurava + Coll'occhio i precipizi, e mestamente + Rideagli il core, e si sarìa slanciato + Nelle cupe voragini, se voce, + O aspetto di mortali, o speranze altre + Non l'avesser ritratto. + --O cavaliere, + Salve. + --Scòstati, scòstati, o romito; + Oro non tengo. + --Ed oro a te non chieggo; + Ben d'acquistarne santa via t'accenno. + Vile è il mestier cui t'adducea sciagura, + Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti + Occulta sapïenza ha rivelate: + Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra: + Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai + A' clementi occhi del regnante istesso. + Così Satan, e sparve. + Incerto è quegli + Se fu delirio o visïone. Al cielo + Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe + De' suoi misfatti alta vergogna; aspira + A cancellarli, e quindi in poi di tutte + Virtù di cavaliere andare ornato. + In quel fervor del pentimento, incontra + Un mendico, e su lui getta il mantello, + E sen compiace, e dice:--Uom non m'avanza + In carità e giustizia. + E Sàtan rise, + E non veduto gli baciò la fronte. + Alla real Bamberga andò Guelardo, + Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino + Supplice presentossi, e pïamente + Da quella bella e grande alma si vide + Ascoltato, compianto, e di non tarda + Aïta lieto. Un fascino infernale + Sovra la fronte di Guelardo imposto + Ha del demone il bacio. Allo straniero + Conglutinossi d'Ebelino il core + In breve tempo; e nella reggia e in campo + Quei Gionata parea, questi Davidde. + Mirabile brillava ad ogni ciglio + Quella forte amistà: Saran fremeva + Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni + Affrettar non potea. Nè ratto varco + Sperabil era tra i pensieri onesti + Che Guelardo nodriva e la sua infamia, + Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce + Nella virtù emularlo, e il desiderio + Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo + Angiol si confortava misurando + L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi + Secoli, breve istante eran poch'anni. + Ed intanto ci godeva, a quell'imago + Che tigre, sebben avida di sangue, + Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo + Tragge di quella contemplando i moti + E l'amabil fidanza, ed assapora + Più lentamente la decreta strage. + Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno + Sospirato dall'invido. Al novello + Otton contrarie qua e là in Italia + Eran le menti di non pochi, e speme + Vivea secreta ch'italo Ebelino + Secretamente lor plaudesse. Il core + Di molti era per esso, e nelle ardite + Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo + Susurravan, più splendido rinomo + Non avervi del suo; null'uom più voti + A suo pro riunir; doversi acciaro + Dittatorio offerirgli, o regio scettro. + L'augusto sir dalla germana sede + Contezza ebbe di fremiti e lamenti + Nell'alme de' Lombardi esasperate, + Ed a sedarle con prudenza invìa + Ebelino e Guelardo. + Alla venuta + Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido + Che fama addoppia de' lor alti pregi, + E più de' pregi di colui, che sembra + D'onnipotenza quasi insignorito, + Ferve ognor più l'insana speme, e tutta + In congressi pacifici prorompe, + Ove i duo messi imperïali invano + Senno indiceano e obbedïenza. + --O prodi! + Così Ebelin risponde al temerario + De' corrucciosi invito; io condottiero + Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto + Gli son da conoscente animo e onore, + E il portai fra mie braccia. E quando insieme + Del moribondo padre suo le coltri + Inondavam di pianto, il sacro vecchio + Nostre mani congiunse, e disse:--Un figlio, + O Ebelino, ti lascio;--ed a te lascio, + O figlio, un padre in Ebelino!--Ed era + In tai detti spirato. Allora il figlio + Gettommi al collo ambe le braccia, e molto + Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi, + E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti + Violati con voi fosse il mio sire, + Biasmo sincer da mie labbra paterne + Avriane, sì; retti n'avrìa consigli, + Ma non odio, non guerra, non perfidia! + --Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti, + Ov'è causa di popoli. Ed ignota + Mal tu presumi essere a noi l'ingrata + Alma d'Ottone anco ver te, che dritti + Tanti acquistasti a guiderdone e lode. + Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti + Finge, ma stolta è finzione omai + Ond'ogni cor magnanimo s'adira. + Possente sei, ma più non sei quel desso + Che ne' duo regni un dì tutto volvea. + Tëofanìa il governa, e da Bisanzio + Sul germanico seggio ov'ei l'assunse + Recò le greche astuzie, e lo circonda + Di greci consiglieri. Essi con lei + Van macchinando contro te ogni giorno; + Che se finor cadute anco non sono + Le podestà che a te largì il monarca, + Della tua rinomanza egli è prodigio, + E nel tiranno è di pudor reliquia. + Bada a' perigli, a tua salvezza bada: + D'Otton l'iniquità rotto ha i legami + D'ogni giusto con esso. + Un de' maggiori + Così parlò fra gli adunati audaci. + Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa + La parola di sdegno e di sospetto + Circa l'imperadrice e i cortegiani + Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia. + Ma la candida e ferma alma del pio + Ebelin s'adirò. L'imperadrice + E Otton con nobil gagliardìa difese, + E de' Greci sorrise. Ei sì facondo + Favellava, e amichevole e verace, + Che i più irati l'udìan con reverenza: + Con tenerezza quasi, ancor che invitti + Nel feroce astio e nell'ardente brama. + Di Guelardo lo spirto a quel congresso + Funestamente s'esaltò. Il diletto + Ebelino ei vedea, nella commossa + Fantasia, re, suscitator di gloria + Ad un popol redento. Il vedea bello + Giganteggiare in immortali istorie, + Com'un di que' supremi, onde la terra + Lunghi secoli è priva; e sè medesmo + Socio vedea di quel supremo, e a lui + Successor forse, e... Che non sogna audace + Ambizïon, se raggio ha di speranza? + Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse + Le voci insieme intese, e commentolle + Coll'insistenza del favore; e aggiunse + Maligno esame de' pensier, degli atti + D'Ottone, e della Greca in trono assisa, + E degli astuti amici ond'ella è cinta. + Quasi certezza accolse i più irritanti + Dubbi e i minimi indizi di periglio, + E gridò ingratitudine, e diritto + Alla rivolta. E a grado a grado questa + Ei necessaria osò chiamare, e il pio + Ebelin concitarvi. Lo interruppe + Finalmente Ebelin; duplice tela + Come già svolto aveva agli adunati, + Svolse di novo al tentatore amico: + Qua la turpezza del tradir, là i vani + Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata + È nazïon da lunghi odii fraterni. + Negli aneliti suoi s'ostinò il core + Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia + A ridir con sofistica, inesausta + Facondia per più dì l'empie sue brame; + Sì che non poche volte il generoso + Ebelino in resistergli, dal mite + Considerare e dai soavi detti + Passò a dogliosa maraviglia e sdegno. + Turbossene colui, ma il turbamento + Ascose e il disamore, e da quel tempo + Crescente invidia in sen covò tremenda. + Novi succedon fortunati eventi, + Ch'ognuno attesta glorïosi al senno + Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo, + Come negli anni primi, or della gloria + Del suo benefattor non va giocondo. + Ei con geloso sospettante ciglio + Mira la sua grandezza, e superarla + Vorria e non puote; e detestando, sogna + Dall'amico esser detestate; e pargli, + Laddove pria si belle in Ebelino + Virtù vedea, più non veder che scaltra + Ipocrisia. De' pervertiti è proprio + Non credere a virtù; d'ogni più certo + Generoso atto dubitar motivi + Turpi, ed asseverarli: in ogni etade + Così abborriti fur dal mondo i santi. + Da quello stato di rancor, di mente + Ognor proclive a gettar fango ascoso + Sovra l'opre del giusto, è breve il passo + Ad assoluto di giustizia scherno. + In Lamagna Guelardo ad altri uffizi + Di grande onor da Ottone è richiamato, + Mentre Ebelin nell'itale contrade + Resta moderator. L'ingrato amico + Sospetta ch'Ebelino abbia con arte + Tal partenza promosso, a fin di trarsi + Uom dal cospetto che in secreto esècri. + Del congedo gli amplessi ei rende a quello, + Ma senza avvicendar come altre volte + Palpiti dolci di desìo e di pena. + Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento + Del più sincero degli umani, e parte + Coi fremiti dell'odio, e maturando + Di non avute offese alta vendetta. + --Cieco tanto io sarò che vero estimi + Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste + Son le congiure? Or che da lunghe e infauste + Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre + Nome a capitanarla, e di null'altro, + La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata + Dalla superba, greca, invida nuora + È quell'antica d'Ebelin fautrice, + La vantata Adelaide, che alle umìli + Ombre de' chiostri dalla reggia mosse? + Or che Tëofania palesemente + Lacci a lui tende e sua rovina agogna? + Il menzogner di me diffida: i vili + Diffidan sempre! Allontanarmi volle + Non senza mira ostil: me di qui toglie + Per regnar sol, per non aver chi forse + Sua sapïenza e sue prodezze oscuri. + All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere + Del suo tradito Imperador mi brama, + Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta + Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui, + Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia + Non teme, nè il valor! Perfido! io mai + Stato non fora a tua amicizia ingrato; + Alla mia ingrato ardisci farti: trema! + Valor non manca al vilipeso e senno + Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio + Ne fur bastantemente il sire, i grandi, + Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso! + Così nel suo vaneggiamento infame + S'agita l'infelice, e non s'accorge + Che il re d'abisso più e più il possede; + Così travolve le apparenze ogn'uomo + Che a livor s'abbandoni: + Ecco Guelardo + Giunto ai reali di Bamberga ostelli; + Eccolo assaporante i nuovi onori, + Ma com'egro che, misto ad ogni cibo, + Sente l'amaro della propria bile. + Più sovra il labbro di Guelardo il nome, + Come già tempo, d'Ebelin non suona, + O su quel labbro se talvolta suona, + Laude non l'accompagna, e il favellante + Impallidisce, e torvamente abbassa + La pensosa pupilla irrequïeta, + E la rïalza sfavillando; e ognuno + Scerne che di compressa ira sfavilla. + Del mutamento avvedasi esultando + Tëofania, s'avvedono i suoi fidi, + E al convito di lei con gran decoro + Visto sovente è quel Guelardo assiso, + Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria. + Ordiscono essi alcuna trama insieme + Contro al lontano giusto? o la perfidia + Tutta covossi di Guelardo in petto? + Un dì da quel convito esce il fellone, + E quasi esterrefatto si presenta + Agli occhi del monarca, e a lui si prostra, + Ed esclama:--Ebelino è traditore! + Le rivolte fomenta; alla corona + D'Italia aspira: sciolta è l'amistade + Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta! + E false carte adduce in prova, e adduce + Di vili già ribelli, or prigionieri, + Menzogne tai, che faccia avean di vero. + Ed il monarca trabalzò, fu vinto + Dalle inique apparenze. Esitò ancora, + Dubitar volle novamente; a novo + Esame ripiegò la scrupolosa + Afflitta anima sua; ma le apparenze + Trionfaron più orrende e più secure. + Indi egli irato invìa turba di sgherri + All'italo paese, onde sia tratto + Carico di catene il formidato + Duce a Bamberga. + L'innocente duce + Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava + Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia + Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti, + Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre + «Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri + Con affanno e singhiozzi ad una voce + Ripetean: «Fuggi, fuggi!» + Ei si risveglia, + E per quell'alme prega, e s'addormenta + Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli + Il magno Otton primiero ed Adelaide, + Non cinta ancor di monacali bende, + Ma il serto imperial sopra la fronte. + Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi + Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira! + Ira per te sarìa mortal!» + Si desta + Il nobil duce, e per quell'alme prega, + E s'addormenta un'altra volta. E vede + Il tempo antico e la città solenne + Ove sorge il Calvario, e là pur vede + Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi + Una frotta d'armati, e Iscarïote + Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista! + Iscarïote era Guelardo! + Balza + Spaventato destandosi Ebelino, + E que' tre sogni avvertimento estima + Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove? + Ma perchè? Fugge l'innocente mai? + Pochi istanti anelò fra que' pensieri + Di stupor, di tristezza, e piena d'armi + Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino + Che dal suo Imperador venìan que' ferri, + E il cenno di seguirli: ai manigoldi + Cesse con muto fremito la spada, + E porse ai ceppi gli onorati pugni. + Quasi ladro il trascinano, e Milano + E tutta Lombardia mira quel crollo + Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri + Soffre inauditi; e non sarìagli pena + Dagli sgherri soffrirli: itale voci + Lo irridon per la via, maledicenti + Al passato suo lustro. E quale esclama: + --Va, di rivolte eccitator maligno! + Va, scellerata causa, onde su noi + Cesare versa il suo tremendo sdegno!-- + Qual:--Va, codardo degli Otton mancipio, + Che d'Italia campion far ti negasti! + Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!-- + Qual più schietto prorompe:--Erami noia + Udir chiamarti _il giusto_; alfin delitti + Potrem di te sapere ed abborrirti! + Quant'è lunga la via sino a' confini + Delle italiche valli, Ebelin tacque + Degli spregi sofferti. Allor che in cima + Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando + Le incatenate braccia,--Oh maledetta + Troppo da' vizi tuoi, misera patria, + Sclamò, non io ti maledico! Il cielo + Figli ti dia che s'amino fra loro, + Ed amin te com'io t'amava e t'amo, + E più di me felici acquistin gloria + Senza espïarla con dolori e insulti! + --Maledicila! gridagli all'orecchio + Una voce infernal. + --Ti benedico + L'ultima volta! ripres'egli. + E pianse + Siccome pio figliuol sulla ignominia + D'una madre infelice; e gli sovvenne + Quanto già quella madre avea prefulso + In virtù fra le genti, e a depravarla + Quante cagioni eran concorse! E grande + Su lei di Dio misericordia chiese; + E dal dolce aer suo, dalle ridenti + Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti + Ciglia diveller, nè il pensier poteva! + Satan che indarno occultamente spinto + Avealo ad imprecar la patria terra, + Urlò di rabbia le sue preci udendo; + E di Lamagna per alture e piani + Corse con questo grido: + --È alfin caduto + L'italo malïardo, il seduttore + De' nostri augusti, il protettor di quanti + Di Lombardia traeano ad impinguarsi + Sul germanico suol, genìa predace + Onde la tanta povertà cresciuta + In quest'anni da noi! Tutti Ebelino + Nostri tesori al lido suo recava, + E colà un trono alzar voleasi, allora + Che ad atterrar le ribellanti spade + Inetto fosse per miseria Ottone? + --Ebelin mora! Universal risposta + Fu del tedesco volgo. Ed obblïato + Da migliaia di cuori in un dì venne + Quanto a lodarlo aveali invece astretti + La sua mansüetudine, il modesto + Non curar le ricchezze, il riversarle + Sulle infelici plebi, il non mostrarsi, + Benchè pio verso gl'Itali, men pio + Ver gli stranieri. Quella dianzi nota + Serie di virtù splendide cotanto, + Un incantesimo vil parve ad un tratto, + Una menzogna. Convenìa disdirla: + Riconoscenza è grave pondo ai bassi. + Esultan se pretesto a lor si porga + Di rigettarla, e attaccaticci morbi + Son odio, ingratitudine e calunnia. + Conscio de' benefizi innumerati + Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora + L'irreprensibil cavalier che stretti, + A lui fosser d'amor cuori infiniti. + Le ripetute indegne contumelie + Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta + Pravità de' mortali meditando, + Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio + Umilïossi. E vanamente ancora + Stette Satan mirandolo e aspettando + Il desìo di vendetta e le bestemmie. + Chiama l'Onnipossente al suo cospetto + Tutti i ministri spirti, e a Satan dice: + --Onde vieni? + E il maligno:--Ho circüita + Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo. + Ed il Signore:--O di calunnie padre, + Non vedestù l'amico mio Ebelino, + Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo, + Tanta nel suo dolor serba innocenza? + E l'angiol di menzogna ambe le labbra + Si morse, e disse:--Ov'è il suo pregio? Ei t'ama, + Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata + In breve spera sua innocenza. Il braccio + Estendi, e più percuotilo, e vedrai + Se non t'impreca. + Ed il Signor:--Non forse + Giorni di prova assegno a' retti? Vanne: + Ebelino è in tua mano; anco sua vita, + Anco la fama sua, perchè maggiore + Torni suo vanto e tua immortal vergogna. + L'avversario precipite avventossi + Dal grembo della nube, onde i mortali + Atterrìa lampeggiando, ed in un punto + Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante + Si soffermò, e da questo lato i campi + Della lieta penisola mirando, + E dall'altro le selve popolose + De' boreali, l'una e l'altra palma + Battè plaudendo al sovrastante lutto + D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria! + Di là scagliossi alla città del trono + E de' cento felici incliti alberghi, + E delle orrende mura ove trascina + Sua catena Ebelin. Desta il demonio + Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama + Dell'alta causa, aneliti vigliacchi. + Temon, se reo non trovan l'accusato, + L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira + Di quel Guelardo che per essi or regna; + E dove il trovin reo, speran più pingui + Gli onorati salarii, e maggior lustro. + Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza + Guelardo stesso! + Oh come il core all'empio + Nondimen trema, udendo che s'appressa + L'irreprensibil catenato! E questi + Entra con umil, sì, ma non prostrato + Animo, e reca sulla smorta fronte + Quell'alterezza ch'a innocenza spetta. + Cela Guelardo il suo tremore, e prende + Così ad interrogar: + --Qual è il tuo nome, + O sciagurato reo? + --Sono Ebelino + Da Villanova, amico tuo. + --Rigetto + L'amistà d'un fello: giudice seggo. + Che macchinasti co' Lombardi? + In viso + L'accusato guardollo, e non rispose. + E Guelardo:--A lor trame eri secreto + Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta + Stava tua destra ad accettarlo in giorno + Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno + Che, la mercè di Dio, non è spuntato. + V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia + Al tribunale attesta. + E poichè muto + Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno + Que' testimoni nella sala addotti. + Eran duo di que' truci esclamatori + Di libertà, di civiche vendette, + Di patrio amor, che ne' consessi audaci + Della rivolta più fervean, più scherno + Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti, + E più capaci d'affrontar qualunque + Parean supplizio, anzi che mai parola + Di codardia pel proprio scampo sciorre. + Questi eroi da macelli, questi atroci + Ostentatori d'invicibil rabbia, + Come fur tolti a lor gioconde cene, + E gravato di ferri ebbero il pugno, + E il patibolo vider,--tremebondi + Quasi cinèdi, le arroganti grida + Volsero in turpi lagrime e in più turpi + Esibimenti di riscatto infame, + Altre teste al carnefice segnando. + Ad Ebelino in riveder coloro + Isfuggì un atto di stupor:--Voi dunque? + Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto + Io sempre le feroci alme ho spregiato, + E ben diceami il cor quali voi foste! + Ed appunto perchè troppe vid'io + Alme siffatte là nelle congrèghe + Ove il mio plauso si cercava indarno, + E pochi vidi eccelsi petti, avversi + Ad insolenza e a stragi, io mestamente + Presentii di mia patria obbrobri e pianto, + S'ella sorda restava a' preghi miei, + E alle minacce mie, quando insensata + Io vostr'impresa nominava e iniqua. + I testimoni balbettaro, e fisi + Gli occhi loro in Guelardo, il concertato + Calunnïar sostennero. Ebelino + Più non degnolli di risposta, e chiese + D'esser condotto anzi ad Ottone a cui + Parlar volea. + Respinge inutilmente + Guelardo quest'inchiesta, e così forte + La ripete Ebelin, ch'un de' seduti + A giudicarlo generoso alzossi, + Sclamando:--La tua brama, o il più infelice + Fra gli accusati, porteranno al trono + Le labbra mie. + Null'uom potè di quella + Anima schietta rattenere i passi: + Move all'Imperador, franco gli parla, + E il pio monarca inducesi al colloquio. + Mentre dunque l'afflitto incoronato + Nelle regali, splendide pareti + Aspettava che a lui tratto venisse + Il già caro Ebelin, nella memoria + Gli ritornavan gli alti e numerosi + Servigi di quel prode, e l'amicizia + Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto; + E commoveasi ripensando quante + Volte quell'Ebelin con tenerezza + Lui prence fanciulletto infra le braccia + Portato avea, quante paterne cure + Prese per lui, quanti affrontati in guerra + Per sua difesa ardui perigli,--e il core + Gli si volgea a clemenza. + Ode sonanti + Nelle vicine sale i trascinati + Ferri del prigioniero, e gli si gela + Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede + Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio, + E magnanimo pianto a stento cela. + Ebelin pur commosso era, calcando + Con vincolato piede oggi i tappeti, + Che tante volte avea con dominante + Passo calcati, e intorno a sè veggendo + Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi + S'inchinavan temendo, ovver felici + Andavan s'egli a lor stringea la destra, + E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali + A sterile pietà, quali ad insulto. + Giunto Ebelino alla presenza augusta, + Piegasi reverente, e aspetta il cenno: + --Favella, sciagurato: uom con più caldo + Fervor non brama tue discolpe. + --Sire, + La mia innocenza esser dovriati scritta + Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi + Di tua casa al servizio e dell'onore. + In inganno te volto han miei nemici, + E me calunnia opprime. + --A tue parole + Aggiungi prova, e riputato il sommo + De' tuoi servigi questo fia da Ottone. + --Se a te prova non son gli atti che oprai + Alla luce del sol, l'abborrimento + Sperimentato mio contra ogni fraude, + Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla + A te non dicon queste mie sembianze + Imperturbate in così ria sventura, + Preclusa è a me di scampo ogni fiducia; + Anzi alle leggi mia supposta colpa + È attestata abbastanza. Altro non posso + Se non gli estremi del mio zelo sforzi + In quest'istante consecrarti, o sire, + Tai verità parlandoti, che forse + Più non udresti, se da me non le odi. + --T'ascolto, disse il rege. + Ed Ebelino + La propria causa obblïar parve, e diessi + A svolgere di stato alti consigli, + I bisogni quai fossero additando + Delle schiere, del popol, dell'altare, + De' tribunali, e della reggia stessa: + Quali i provvedimenti unici, rotti + Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza + Delle rivolte, a raffermar lo impero: + Quali de' prischi imperadori, e quali + Del magno Otton le più laudabili opre, + E quai le insane; e come arduo ognor sia + Seguir le prime e non errare; e come + Gli egregi prenci a errar tragge talvolta + Adulante caterva. Accennò alcuni + Del sir lusingatori, accennò il vile + Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo + Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi + D'anime basse proferir neppure. + Ma que' rapidi detti eran gagliardi, + Siccome piglio di paterno braccio, + Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra + Perigliante figliuolo. + Otton si scuote. + Da verità sì energiche, da senno + Sì giusto e luminoso ed esaltante + Non era stato mai colpito. In altri + Colloqui a' dì felici il buon ministro + Parlava il ver, ma forse in più gradita + Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio. + Ora è il parlar solenne, il grido urgente + D'uom, che vicino a morte anco un tributo + Di fedeltà solve al monarca e al dritto, + Tutto dicendo che giovar del pari + Sembrigli al trono e alle regnate genti. + Alla beltà del vero e del coraggio, + E di quel dignitoso intenerirsi + Che da alterezza vien compresso, e pure + Nella voce si sente e ne' benigni + Sguardi si vede, unìasi in Ebelino + Da natura sortita un'armonìa + Di nobili sembianze e di contegno, + Talchè valor più prepotente dava + A sua favella, ed escludea il supposto + D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia, + E facea forza a Otton. Perocchè Ottone + Stranier non era a simpatia per cuori + Di grandissima tempra. E fu vicino + A cedere, a gettare ambe le braccia + Del prigioniero al collo, al gridar:--Falsa + Tengo ogni accusa contro al mio fedele! + Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse + Tëofania d'Augusto in cerca. + Bella + Era la greca donna e di vivaci + Grazie adorna, e scaltrissima e pungente + Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta + La bonaria alemanna indol con motti + Quasi di spregio; e di quei motti spesso + Arrossia Ottone. E perocch'egli amava, + L'affascinante sposa, ambìa piacerle + E far pompa d'accorta alma inconcussa, + E a tal cagion solea de' generosi + Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco. + Salutata dall'armi, il passo inoltra + Fra le colonne di que' regii lochi + La incoronata, e stabilisce e freme + In vedere Ebelino; e sovra Ottone + Lancia quel guardo che dir sembra:--Stolto! + Sedur ti lasci? + Tanto, oimè, bastava + A confondere il sire! Eccol a un tratto + Con più severa maestà atteggiarsi + Verso il captivo, e dir:--Riedi: a me il vero + Tutto paleserassi; e tu, innocente, + Gloria n'avrai; prevaricato, morte. + Torna Ebelino al carcere, e già scerne + Che inevitata è per lui morte. Oh come + Lenti di nuovo i dì, lente le notti + Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi + D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia, + Ed il perpetuo tenebrore--e i cibi + Immondi e scarsi--e l'aspreggiante voce + Di questo o quello sgherro--e il frequent'urlo + D'altri prigioni disperati, in cupe + Vicine volte seppelliti--e il suono + De' ceppi loro, e quel de' propri--e il canto + Osceno del ladron che, bestemmiando, + La forca aspetta--e i gemiti dell'egro + Forse non reo che sulla paglia spira-- + E il sollecito passo delle guardie + Che dicono: «È spirato!»--e questo detto + Che l'echeggiante corridoio in guisa + Ripete orrenda--e il pianto d'un amico + Che, udendo il nome dell'estinto, grida + Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»-- + E per dispregio di quel pianto il ghigno + Od il sibilo infame di coloro + Che trascinano il morto--e, con siffatta + Serie d'inenarrabili vicende + Di castel, che i perenni affigurava + Dell'abisso tormenti, il ricordarsi + De' dì sereni che svanìr, de' plausi, + Delle liete speranze, e, più di tutto, + De' dolci affetti--ah! quella è tale immensa + Congerie di dolori e di spaventi, + Che dissennar minaccia ogni più forte + E sdegnoso intelletto! E se si ponno + Da intelletto simil serbar talvolta + Contro all'empia fortuna altero scherno, + O pensieri di pace e di perdono, + E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora + Amarissima vien che ineluttata + Mestizia il cor miseramente serra, + E non v'è chi consoli! Ed altre pari + A quell'ora succedono, e d'angoscia + In angoscia si cade! Ed un'ardente + Smania investe il cervello, ed impazzato + Esser si teme o brama! E il generoso + Petto chiuder non puossi all'irrüente + Piena dell'odio che in lui versan mille + Della viltà degli uomini memorie! + E feroce si resta, e di sè stesso + S'inorridisce e sclamasi:--«Son io, + Benchè non conscio di mie colpe, un empio?» + E chiedesi all'Eterno, e lungamente + Chiedesi invan, d'amore una scintilla! + Quelle angosce conobbe anco Ebelino, + Ed allora invisibile al suo fianco + Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte, + Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira + E a disperazïon trarlo potesse. + Ed Ebelin pur resistea, e pensava, + In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio, + Che sublimò i dolori, e fu ludibrio + D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero, + Che insensatezza all'occhio è de' felici, + Insensatezza non pareagli, ed alta + Storia pareagli che gli oppressi in tutti + Lor martirii nobilita; e volgendo + Quella storia ammiranda, a poco a poco + Ammansava gli sdegni e perdonava. + Ma la parte del cor, che più dolente + Sanguinava, era quella ove scolpite + Stavan due care fronti. Una è la fronte + Della madre decrepita che in pace, + All'ombra degli altar, da parecchi anni + Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella + Della madre d'Augusto. Ambe le antiche + Serrava il chiostro istesso, e raramente + Alla reggia venìan; che ad Adelaide + Odïosa la reggia erasi fatta + Per l'imperar della superba nuora. + --Qual sarà stato di mia madre, e quale + Dell'onoranda Imperadrice il core, + Allorchè udir la mia sventura? Iniquo + Esse, no, non mi tengono! Esse almeno, + Mentre a tutti i mortali il nome mio + In abbominio fia; caro l'avranno! + Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto + La madre alfine ha di vederlo, e scende + Alla prigion del figlio. Oh inenarrati + Di quel colloquio i sacri detti e i sacri + Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre + Che riscattar col sangue suo non puote + Di sue viscere il frutto! ed il più amante + Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto + Deplorar dee la lunga vita! + Il giorno + Che dalla inconsolabil genitrice + Fu Ebelin visitato, oh da qual notte + Seguito fu! L'espandersi de' cuori + Nella sventura, è de' sollievi il sommo; + Ma dopo tal sollievo, allor che mesto + Il prigionier dalle pietose braccia + Di persona carissima è staccato, + E solingo riman, quanto più dura + Gli è solitudin! Quanto più affannoso + Il desiderio de' bei tempi in cui + Fra gli amati vivea! Quanto più viva, + Più lacerante la pietà ch'ei sente + Di sè stesso e d'altrui! + Me a tal dolore + Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti, + O decennio del carcere, infiniti + Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse + Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi + Da me il vedea; quand'io, calde le labbra, + Del bacio suo, dicea:--Questo è l'estremo! + Non un decennio, ma più lune ancora + Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse + Nel _giudizio di Dio_ gli accusatori + Sperava iniqui col possente acciaro + Düellando atterrar. Chi d'Ebelino + Avea la forza e la destrezza? E quanta + Forza o destrezza in düellar non dona + Senso d'intemerata anima offesa! + Ma tai _giudizi_ Iddio forse abborrendo, + Non volle che sancito il reo costume + Per Ebelin venisse; o del demonio + Opra fu l'impedirlo. Il pestilente + Aere del carcer nell'oppresso infonde + Maligni influssi, ed eccolo abbattuto + Da insanabili febbri. Il derelitto + Pur talvolta illudeasi, immaginando + Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea + Suoi benefizi, or con repente mossa + D'onore e gratitudin s'offerisse + A combatter per esso:--attese indarno. + Spunta il dì della morte, ed Ebelino + Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo + La sentenza gli legge! Il condannato + Udì, chinò la fronte, e rese grazie + Tacitamente a Dio che al sacrificio + Termine alfin ponesse; e bramò ancora + Una volta veder la genitrice. + Venne l'antica, e insiem si consolaro + Con nobil forza alterna, e con alterne + Religïose cure. Ella ed un pio + Ministro del Signor soli eran consci + Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce + Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti + Sovrastan del patibolo. Umilmente + Prostrasi ancora innanzi al sacerdote + Il giusto cavalier; quindi si prostra + Anzi alla madre, ed ella il benedice, + E si dividon sorridendo, e in cielo + Riabbracciarsi in breve speran. + Move + Per le vie tra i carnefici, agguagliato + Al più vil masnadiero, e contro a lui + Insane urla di scherno alzan le turbe. + Di quegl'inverecondi ultimi segni + Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe + Egli pregava. Ed arrivato al palco, + Con fermo passo ascese, e parlar volle; + Ma sue parole non s'udir, sì orrendi + Vituperi sonavano. Ed allora + Accennò egli medesimo al percussore, + E siede sullo scanno, e tosto il collo + Mise sul ceppo--e la mannaia cadde! + L'angiol della calunnia, abbenchè indurre + Non avesse potuto alla bestemmia + Il retto cavaliere, e or si rodesse + Invido i pugni, l'alta anima a Dio + Salir veggendo--audacemente «Ho vinto!» + Volea sclamar. Ma pria che la menzogna + Intera uscisse dell'infame petto, + Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo + Spirto ravvolser negli eterni abissi. + Ov'è il Giuda novel?--Perchè perduto + Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza + Della voce e del guardo?--E perchè al riso + Che da Tëofania volto gli è spesso + Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato + Mira a destra e sinistra?--E perchè a sera, + Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede + A illuminata parte, e ansante giunge + Quasi inseguito fosse?--E perchè cerca + Talor per via i mendici, e su lor versa + A piene mani l'oro, e di lor preci + L'aiuto invoca, e inefficaci poscia + Di quei le preci ei furibondo chiama?-- + E perchè ne' festini alcune volte + Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta + Contro a tutte paure, e quando a letto + Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido + Servo chiede il cilicio e se lo cinge? + Pentimento ei bramava, e scellerata + L'alma era fredda, e a pentimento chiusa. + Un dì, colui con altri sommi duci + Passò a fianco d'Otton sovra la piazza, + Ove ancor d'Ebelino ad alto palo + Vedeasi infisso il teschio. Il traditore + Volea finger letizia, e le pupille + Miseramente stralunava, e insieme + Forte i denti batteangli. Ottone il guarda, + E vacillar sovra l'arcione il vede, + E a sostenerlo accorre. + --Oh! che ti turba? + Oh! che ti turba? Gli ripete. + --È desso! + Sclama Guelardo, il mio tradito amico! + Chi dal giusto immolato mi sottragge? + E prepotenza di rimorso invitta, + Ma non pia, lo costringe. Ei maledice + E terra e ciel, ma l'alto arcano svela. + Folto drappello d'ottimati, e folta + Moltitudin di volgo al confessante + Fa cerchio, e inorridisce a sue parole, + Tutta imparando la esecrata istoria. + Da tanti petti universal s'innalza + Un lamento:--Oh sventura! oh atroce colpa! + Il caduto Ebelino era innocente! + Ed Otton più che gli altri inconsolato + Raccapricciando grida:--Oh me infelice! + Era innocente, e trarre a morte il feci! + Il traditor nel suo sangue stramazza. + Qual mano il colpo diè primier? Mal puote + Fama saperlo. I più disser che ratto + Un ferro in cor si configgesse il tristo, + Altri che Otton percosselo. Il tumulto + Ferve con rabbia orrenda. In cento brani + Ecco lacero, pesto, annichilato + Il cadavere infame. E s'inchinaro + D'Ebelino anzi il teschio e imperadore + Ed ottimati e popolo, e nel tempio + Dato fu loco alla reliquia santa. + Alto clamor di giubilo e di rabbia + Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi + Il traditor, ma sol menonne festa + L'abbietta e sciocca de' demonii plebe: + Il lor superbo re, poste con ira + Su Guelardo le luci e le calcagna, + Urlò:--Che gloria alma sì vil mi reca! + + + + +ILDEGARDE + +CANTICA. + + + Anche l'_Ildegarde_ è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani + anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata + degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti + quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho + tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, + quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano + le felici ispirazioni della gioventù. + + + + +ILDEGARDE. + + _Pars bona mulier bona._ + + (ECCLE. c. 26, 3.) + + + --Perchè alle torri del superbo Irnando + Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo? + --Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni + Di nevose bufère, ognor la dolce + Nostra infanzia mi torna alla memoria, + Quando, arridenti il padre suo ed il mio, + O di soppiatto noi dalle castella + Usciti, incontravamci appo la riva + Congelata del Pellice, e lung'ora + Qua e là sdrucciolon ci vibravamo + Ridendo e punzecchiandoci e luttando, + E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta + Indi spesso la fronte o insanguinata) + Tornando a casa lieti e tracotanti. + Allora il padre suo, se all'un di noi + Vedea della caduta in fronte il segno, + Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito + Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio + Lo prendea fra le braccia e lo baciava, + L'amor lodando de' perigli e il gaio + Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga, + E nulla può sull'anima del forte. + Un dì, com'or, fioccava a larghe falde + Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi + De' parenti sottrattici e de' servi + Discendemmo ciascun nostra pendice, + E ai cari ghiacci convenimmo. Assai + Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense + Pallottole durissime a diversa + Meta lontana, in alto o pe' dirupi, + Scagliammo a gara, acute urla di gioia + Ripercosse da acuti echi levando. + Men da stanchezza mossi che da fame + Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi + Anelante alla cena. A quando a quando + Ci volgevam guardandoci, ed allora + Che, già molto remoti, un veder l'altro + Più non potea, salutavamci ancora + Con prolungati affettüosi strilli; + E questi udìansi dalle due castella, + E mia madre s'alzava, e tremebonda + Al balcon della torre s'affacciava, + Incerta se di gioco o di dolore + Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore + Odo mutarsi quella sera infatti + Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!» + Ripeteva egli disperato. Io sudo + Di spavento, ciò udito, e immaginando + Di quel caro il periglio. I clivi scendo + Novamente precipite: il ghiacciato + Pellice varco, e per gli opposti greppi + Affannato m'arrampico ed appello: + «Irnando mio! Irnando mio!» Salito + Egli era sovra un olmo. Eccol veloce + Scendere a me. Ma il lupo allontanato + Ritorce il passo, e verso noi s'avventa. + Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï + Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno + Incessante giravasi la fiera. + Oh come su quell'olmo il dolce amico + Teneramente mi stringea al suo seno, + Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea + Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!» + Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi, + E tristo incontro pari al suo scansassi. + «E tu invece, oh insensato! ei ripetea + Vanamente arrischiasti i cari giorni + Per aïtar l'amico, o coll'amico + Preda morir di quelle orrende zanne!» + Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva + Suoi cari lacrimosi occhi baciando, + E tal commozïone era profonda, + Delizïosa per entrambe! oh come + Sentivamo d'amarci! oh quanto vere + Sonavan le proteste, asseverando + Che l'un per l'altro volontier la vita + Donata avrìa!--Dall'olmo alfin veggiamo + Scender di qua e di là dalle pendici + Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre + Ed il mio che venìan, co' loro servi, + Degli smarriti figliuoletti in cerca. + Sgombrava il lupo a quella vista; e noi + Dall'arbore ospital lieti calammo, + E saltellanti sulla neve, incontro + Movemmo ai genitor, con infinito + Cinguettìo raccontando, io la paura + Ch'ebbi di perder l'adorato amico, + Egli la mia temerità e la prova + Che in questa aveavi di gagliardo amore. + Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode + Al fratellevol nostro affetto i duo + Parenti davan! Come altero Irnando + Mostravasi di me! Com'io di lui!-- + Di nostra püerizia i dolci giorni + Da mille vicenduole ivan cosparsi, + Che all'uno e all'altro certa fean la mutua + E generosa fede! E così stretto + Vincol di due schiettissim'alme... il tempo + Dovea spezzarlo! + In questa guisa geme + Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde + Dalle corvine chiome e dalla svelta, + Maestosa statura:--O sposo amato, + Perdona, prego, al mio pensier; non colpa + Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo + Nobilmente tentato al benedetto + Dagli Angioli e da Dio pacificarvi? + --Di nostre nozze intera anco non volge + La luna, o mia diletta, e mal conosci + Del tuo Camillo il cor. Non di rossore + Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna: + Garrir, no, non ti voglio: imparerai + Col tempo qual possanza in questo core + Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci + Volte l'orgoglio mio non s'immolava + Per racquistarmi quell'amico? Indarno + Ei più non è quello di pria: uno spirto + Di maligna superbia il signoreggia: + Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!) + Ei mi dispregia!-- + L'arrossita dianzi + Ildegarde a tai detti impallidiva, + Mostrüoso sembrandole il destarsi + Dispregio in chi che sia verso un mortale + Sì per cavallereschi atti famoso, + Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava + Vibrando sguardi or con gentil disdegno + Alla torre d'Irnando, or con desìo + Passïonato al caro sposo. E sguardi + Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce, + La stima ten compensi in ch'io ti tengo.» + Qual della inimistà la cagion fosse + De' duo generosissimi, in diversi + Inni diversamente i trovadori + Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando, + Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno + De' contendenti re sacrò il suo ferro; + Altri a Camillo applaudon, che s'accese + Pel secondo aspirante al real trono, + Ma aspirante illegittimo. Speraro + Camillo e Irnando un l'altro süadersi + All'abbracciata parte. E l'un de' duo, + Non si sa qual, trascorse a villanìa. + Furor di fazïon trasse dapprima + Questo e quello davvero a stimar vile + Il già sì caro amico. Assai palese + Delle avversarie crude ire sembrava + L'iniquità ad Irnando: ei non potea + Creder che onesto intento in alcun fosse, + Il qual per esse parteggiasse. Al pari + A Camillo parea dell'altra causa + Evidente l'infamia essere al mondo. + In qualunque dei duo fallisse primo + La carità di confratello, e germe + Altro o no di rancor vi si aggiungesse, + Furon veduti inferocir nel campo + Come leoni. Ma l'atroce guerra + E l'alterna fortuna delle insegne + Loco porgean a esercitar da entrambe + Parti eccelse virtù. Cento fïate + Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti, + Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio, + Sebben malvagio, egli è un eroe pur + sempre!» + Già quegli anni di sangue or son passati; + Già molte spente sono illusïoni + Nelle agitate lor menti guerriere, + Benchè in età ancor verde. Eppur concordia + Lor generose palme, ahi! non rinserra. + Beato d'una sposa era anche Irnando, + E questa il dolce avea nome d'Elina, + E di più figli era già madre. Il cielo + Dato le ha cor fervente, ed intelletto + Gentil, ma entusïastico. Natìe + Le pedemontanine aure in che vive + A lei non son; romano è sangue; e il padre + D'Elina, de' ribelli ognor nemico, + Morì con gloria in campo. Ella supporre + Non potria mai che Irnando ingiustamente + Odio porti a Camillo. A lei Camillo + Noto non è, ma sel figura indegno, + Irreconcilïabile, covante + Sempre perfidie. E motto mai non dice + Per calmare il marito allor che l'ode + Fremer contra il vicin. + Folli stranezze + Del core umano! Irnando, ancorchè fiero + Più di Camillo, e a malignar proclive, + Più bei momenti non avea di quelli, + In che, pensando alla sua dolce infanzia, + Questo o quel nobil detto o nobil atto + Del caro, oggi abborrito, ei ricordava. + In quei momenti (e rivenian di spesso) + L'alma gli sorrideva, immaginando + Quando ad entrambo tornerìa dolcezza + Esser amici ancor: ma appena accorto + Di questo desiderio, ei ripigliava + A esacerbarsi, a biasimar sè stesso + Di soverchia indulgenza, ed intimarsi + Perseveranza d'astio e di disprezzo. + Vedute in tanti cavalieri avea + Mutazïoni di principii abbiette! + Gli uni servi al buon prence, indi congiunti + Perfidamente all'avversario suo; + Gli altri farsi un Iddio del tracotante + Contenditore al trono, e poi, caduta + La sua potenza, irriderlo. E di tali + Apostasie si repetea sovente + La turpe inverecondia. E le più altere + Alme se ne sdegnavano, e temendo + Apostate parer, persistean truci + Ne' giurati decreti, ove decreti + Sconsigliati pur fossero. Ogni volta + Che Irnando dalle sue balze rimira + Il castel di Camillo, e rivolgendo + Va quanto spesso col diletto amico + In quelle sale, a quel verron, su quelle + Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto + Ciglione, in quella valle, avea di santi + Affanni e santi gaudii conversato, + Di repente corrucciasi, e la fronte + Colla palma fregando, a sè ridice: + «Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio + L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi, + Che amabil tanto mi pingean quel tristo!» + Men concitato da alterigia, avea + Camillo a dame ed a baroni ufficio + Pacifero richiesto. E quelle e questi + Sordo trovaro a lor parole Irnando. + Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce + Questa fera discordia; ognor paventa + Che i fremebondi prorompano a guerra. + --Freddi interceditori, o sposo mio, + Forse fur quelle dame e que' baroni + Di cui mi narri. Di te degno oh come + Stato sarebbe il presentar te stesso + Con amabil fidanza e quell'iroso! + --Che parli, o donna? Io, non colpevol, io + Codardamente supplice a' suoi piedi! + --Codardìa consigliarti, o mio diletto, + Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi + A lui, supplice no, ma con onesta + Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto + Pinger mi suoli di quel prode offeso, + Incapace ci sarìa di fare ingiuria + A chi chiedesse entro sue torri ospizio.-- + Se il pio consiglio accolga, esita alcuni + Giorni Camillo; indi alla sposa:--O amica, + A tanto, no, non posso umilïarmi; + Ma non perciò mi ristarò da speme + Di pacificamento. Un messaggero + Mai non mandai direttamente ancora + Con parole d'onore all'orgoglioso. + Forse gli estranei intercessori sdegna, + Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero, + E amici detti per mia parte udendo, + Commoverassi, e non vorrà esser meno + Generoso di me.-- + Compie Camillo + La divisata prova. Indi attendea + Il ritorno del messo, e d'una sala + Passava in altra irrequïeto, e indugio + Soverchio gli sembrava. + --Il furibondo + Sdegnasse dare all'invïato ascolto? + O frodoloso intento, o vil lusinga + D'animo impaurito ei sospettasse, + E rispondesse coll'atroce insulto + Di vïolar con carcere o con morte + La sacra testa dell'araldo mio? + Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese + Mansuëtudin questo cor; ma un cenno, + E rïascender lo vedresti ad odio + Maggior del tuo, più spaventoso, eterno! + Che dico? Bassa villania in quell'alma + Inebbrïata da gigante orgoglio + Non può capir. Abbietto spirto io sono + Che immaginar sì turpe fatto ardisco. + Intenerito si sarà; lung'ora + Colmerà di dolcissime domande + E d'onoranza il mio scudier; seguirlo + Qui vorrà forse, o rattenuto or fia + Da momentanee cure. A mezzo solo + Esser seppi magnanimo. Io medesmo, + Come la donna mia mi consigliava + Io, non un messo, a lui mover dovea. + Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo + Stato non foran più parole; in braccio + Gettato a me sariasi, e senza vane + Spiegazïoni, e dolorose, entrambo + Rïappellati ci saremmo amici. + Così tra sè il bramoso. Ed evitava, + Per nasconderle il suo perturbamento, + Della diletta sposa il dolce incontro. + Ei cammina a gran passi; o nella sedia + Breve momento s'agita, e risorge + Tosto con ansia ad amor mista e ad ira, + Or all'una effacciandosi, or all'altra + Delle fenestre, or fuor della ferrata + Negra sua porta uscendo, e non badando + Al can che gli si appressa, e rispettoso + Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera + Dalla man signorile esser palpato. + Dai merli del terrazzo alfin gli sembra + Lo scudier ravvisare. È desso, è desso. + Al cavalier rimescolasi il sangue, + E contener non puossi. Il ponte varca, + Discende in fretta la pendice; incontro + Al vegnente lo stimola sfrenata + Smania d'udir. + --Perchè sì tardo movi? + Gridagli.-- + I passi addoppia il fido, e parla: + --Signor del tuo nemico entro la soglia + Appena addotto io fui... + Camillo udendo + Suo nemico nomarlo, impallidisce: + E l'altro segue: + --Appena addotto io fui, + I sensi tuoi gli esposi. + --In quali accenti? + --Quali a me li dettasti. _Oh cavaliero!_ + Dissigli, _il signor mio, dopo ondeggiante + Con sè stesso luttar, cede al bisogno + Di ricordarti sua amistà, di sciorre, + Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende + Frapposto aveano fra il suo core e il tuo_. + Io proseguir volea. Rise il superbo + Amaramente, ed esclamò: _Non gelo, + Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!_-- + Proseguii nondimen, tuoi decorosi + Sensi esponendo. A' primi istanti vinto + Da prepotente anelito parea, + Sebbene al riso s'atteggiasse ognora, + Ed ostentasse di vibrarmi i guardi + Della minaccia e del dispregio. Ei detti + Di maggiore umiltà dal labbro mio + Certo aspettava. Non trascesi: umìle, + Ma dignitosa serbai fronte e voce; + Ed ei sognò ch'io lo schernissi. _Audaci + Son tue pupille, o giovine!_ proruppe; + _Abbassale!--Non già! Timor non sente_, + Risposi, _di Camillo un messaggero. + --Mandotti il temerario ad insultarmi_? + Riprese urlando, _a far vigliacca prova + Della mia pazïenza? A tentar s'io + Contaminar vo' mia illibata fama, + Tua vil pelle col mio ferro toccando, + O alle fruste segnandola? Va, stolto + Incettator di vituperi e busse; + Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente + De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa + L'amistà racquistar d'un generoso, + Con ambagi non parla, e schiettamente + Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza._ + A sì indegne parole arsi di sdegno + Per l'onor tuo. _Via di turpezza mai + Non calcherà, mai non calcò il mio sire!_ + Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume + Di fulminea infrenabile eloquenza, + Tutta rammemorò la sciagurata + Storia del trono combattuto. E questa + Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui + Striscianti a piè del volgo, e lordamente + Convenuti d'illuderlo e spogliarlo. + E tu.... fremo in ridirlo. + --Io? Segui. + --Un vile + Patteggiator di condivisa infamia, + E condivisi lucri. + --Ei ciò non disse! + Ei ciò non disse! + --Il giuro. + --E non troncasti + La scellerata voce entro sua gola? + --La troncai svergognandolo. E costretto + Fu ad arrossire e replicar: _Non dico + Ch'ei fosse, ma parea di condivisi + Lucri patteggiatore, e per lavarsi + Di macchia tal non bastano le ambagi. + Solennemente si ricreda, e provi + Che insensato, ma mondo era il suo core; + Provi ch'egli esecrato ha le perfidie + De' nemici del re; ch'egli esecrato + Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!_ + Viltà sembrato mi sarìa modesti + Accenti opporre ad arroganza tanta. + Tel confesso, signor: ciò che gli dissi + Appena il so. Non l'insultai, ma cose + Di foco, certo, mi piovean dal labbro + Contro a' denigratori; e di te laude + Tal gli tessei, che fu colpito e plause. + _Va, buon servo_, mi disse; _amo il tuo ardire, + ma non del tuo signor la ipocrisia_. + --Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato + Non t'han le orecchie tue? + --Disselo, il giuro.-- + A queste voci il cavalier si torse + Rabbïoso le mani, e con un misto + Di voluttà e di fremito, in più pezzi + Franse un anel, che dono era d'Irnando, + Ed a' caduti pezzi impallidendo + Il piede impose, e li calcò nel fango. + --È finito! proruppe.--Ed iracondo + Lagrimava, nè udia del messaggero + Parola più, nè rispondeagli. + A guerra + Precipitato contra Irnando ei fora; + Ma nol permise il ciel. D'una sorella + Alla difesa mover dee Camillo, + La qual di Monferrato all'erme balze + Co' pargoletti suoi vedova geme, + Da illustri masnadieri assedïata. + Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti + Per la salute dello sposo alzando, + E per la sua vittoria, e pel ritorno, + Pur trema che allorquando ei dalle pugne + Rieda di Monferrato, incontro al sire + Del vicino castel rompa la guerra. + Un dì mirando quel castel, le cade + Nell'animo un pensiero;--E s'io medesma + Colà traessi, e mia nobil fidanza + Vincesse il cor della romana altera + E del truce baron?-- + V'ha certi miti + Senni, e tal era d'Ildegarde il senno, + Che pur sono arditissimi, e formato + Gentil proposto, se pur arduo ei paia, + Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla + Il seguente mattin, poichè alla messa + Nel delubro domestico ha innalzato + Il femminil suo spirto appo lo Spirto + Che regge i mondi e agli atomi dà forza, + Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco + Palafreno seduta. A lei corteggio + Sono una damigella e due famigli. + Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura + Del castello d'Irnando, un momentaneo + Palpitamento presela, e memoria + Di perfidie tornolle, ahi troppo allora + Frequenti fra baroni! e pensò quale + Disperato dolor fora a Camillo, + Se il visitato sire oggi smentisse, + Brïaco d'odio, il vanto invïolato + Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo + Volse alla damigella; e impallidita + Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo + Famigli, e impalliditi erano, e osaro + Interroganti dir:--Retrocediamo? + --Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi. + Intanto del castello in ampia sala + La romana bellissima traea + Dalla ricca di gemme ed indorata + Conocchia il molle lino, e fra le punte + Di due candide dita lo umidiva; + Indi con grazia angelica all'eburneo + Fuso il pizzico dava, e con accento, + Che a labbra subalpine il ciel ricusa, + Cavalleresche melodie cantava. + Belli come la madre accanto a Elina + Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei + Innamoratamente le pupille, + Da negre e lunghe palpebre ombreggiate, + Alzando vispe, e ogni ultima parola + Della strofa materna ripetendo + Con cantilena armonïosa d'eco. + Ed a quest'eco s'aggiungea la grave + Voce del padre lor, che per la caccia + Un arco preparava, e spesso l'arco + Ponea in obblìo, l'affascinante donna + Mirando e i figli, ed i lor canti udendo. + Portavan l'aure il suon del fervid'inno + D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea + Dell'arcione, ed a' paggi sorridente, + Ma con trepido cor, dicea il suo nome. + Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto + E onore a dama diniegò egli mai? + Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro + Con reverente cortesìa, e l'adduce + Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa + L'aurea conocchia, e di seder le accenna. + --Vicina mia gentil (prende Ildegarde + Così a parlar), da lungo tempo agogno + Veder tuo dolce volto, e palesarti + Un mio desìo. + --Qual? le dimanda Elina. + --D'ottener tua amistà, di consolarmi + Teco de' miei dolori. + --E che? Infelice + Sei tu? Come?... + E nel troppo accelerato + Immaginar, già Elina e il cavaliero + Presumon ch'ella fugga il ritornante + Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro + Verso tant'altri, un mostro esser dee pure + Verso la sciagurata a lui consorte. + Ad Ildegarde appressansi amendue, + Ed Irnando le dice:--Il ferro mio + Non fallirà, s'hai di mestier difesa. + Ma oh stupor! La soave, in altro modo + Che non credean, prosegue: + --Il sol non vede + Donna di me più dal suo sposo amata, + O buona Elina, e anch'io, quando al castello + È il mio signore, ed io filo cantando, + Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna + La mia colla sua voce; e molte volte + Abbaian nel cortile i guinzagliati + Cani pronti alla caccia, ed alla caccia + Propizio è l'aer di levi nubi sparso, + Ed ei pur meco stassi, ed al cignale + Fino al seguente dì tregua consente. + Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse + Alcuna volta, mai non fu quand'uno + All'altro amato cor battea vicino. + Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra + Solinga vila crescerà l'incanto, + Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida + Alla dolce speranza!) uno o più figli, + Siccome questi, fioriranno a lato! + S'interrompe Ildegarde, e per gentile + Impeto d'amorosa alma commossa, + O per arte gentile, o per un misto + D'impeto ed arte, i due bambin si prende, + Uno a destra uno a manca, e li accarezza + Con baci alterni e voluttà di madre, + Sì che la madre vera e il genitore + Inteneriti esultano, e amicati + Tanto per lei vieppiù si senton, quanto + A' pargoletti lor vieppiù è cortese. + --Oh come a te in bellezza, o mia vicina, + Questa bimba somiglia! + E ciò Ildegarde + Dicendo, preme lungamente il labbro + Sovra la rosea guancia paffutella + Della cara angioletta, e la baciucchia. + Poscia gitta la mano amabilmente + Sulle ricciute chiome del fanciullo, + E qua e là le palpa, indi pel ciuffo + A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice: + --Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto + Da fedel dipintore, il padre tuo + Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato + Il fulvo crin, larga la fronte, arditi + E amorevoli gli occhi... + E questi detti + Pronunciando Ildegarde, involontaria + O accorta, alzava paventoso un guardo + Sul cavaliero. Ed ei si perturbava + Ricordando Camillo. Allor la pia + Ambagi più non volve; e con candore + Dice quanta cagion siale di tristo + Rincrescimento il dissentir d'Irnando + E di Camillo. + --O degna Elina! ov'anco + D'uno dei duo per indomato orgoglio + Quella discordia non cessasse, amiche + Esser non possiam noi? Commiserarci + Non possiam noi di questa ria fortuna, + Ed amar nostri sposi, e niun furore + Lor condivider che sia oltraggio al dritto? + Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe, + E si stringono al seno. + Irnando balza + Rapito a quella vista, a quegli accenti, + E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde + Vorrìa provar nessuna esso aver colpa + Nell'odio sorto fra Camillo e lui. + Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati + Spregi e d'ingratitudine a Camillo + Accusa vibra, il corruccioso lagno + Con cui ne parla, non par quel dell'odio, + Ma d'un amor geloso. Ei non perdona + All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto + Un idol d'altra gente! aver potuto + Per nemici obblïar sì sviscerato + Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando. + Ciò non isfugge all'ospite avveduta, + E con lenta eloquenza insinüante, + Che più e più le udenti anime scuote, + Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi + Un fautor generoso (errante forse, + Ma generoso) d'abbagliante insegna, + E che a virtù immolar tutto credea, + Fin le dolcezze d'amistà più care. + E come pur tal amistà in Camillo + Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni + Sospirass'egli della pace, in cui, + Placato Irnando, il rïamasse ancora. + Dice inoltre com'ei, reduce all'onde + Del Pellice natìo, concilïarsi + Con Irnando agognava, e si valea + D'intercessori invan; come ad Irnando + Mandò il proprio scudiero, e fu respinto. + Dice gli sguardi mesti e affascinati + Di Camillo al castel del primo amico, + E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone + Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti + Ove insieme natavano, ed ai ghiacci + Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi, + Ridendo e punzecchiandosi e luttando, + E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta + Indi spesso la fronte o insanguinata) + Tornando a casa lieti e tracotanti. + --Oh che facesti, sposo mio? prorompe + La fervida Romana; un altro, un altro + T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure, + Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro + Che innanzi agli alterati occhi ci stava, + No, non era quel pio, cui sì dilette + Son dell'infanzia le memorie tutte, + Cui tu sempre sei caro, e che sì caro + Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo. + --Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio + Gli si rïempie di söave pianto. + Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe + A me mandò que' freddi intercessori + Che sì mal peroravano, e quel troppo + Zelante messagger che m'inaspriva + Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai + Ch'esser amato da colui ch'io amava? + D'odiarlo io giurava, e non potea! + Ma e se la tua benignità, Ildegarde, + Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna + Rammemoranza di me pia conserva, + E quasi m'ama nel passato ancora, + Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi + Collegato di vili anco s'ardisse? + Se sconsigliati egli dicesse i passi + Che al mio castello hai mossi, e dall'irato + Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando! + Amarlo più non posso!» + I dolorosi + Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri, + Col ricordar sull'amicizia antica + Questo o quel detto di Camillo. + --Io dunque + Era il superbo! esclama il cavaliero: + Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra + Lunge da me l'amico mio periglia; + Ad aïtarlo di mie lance io volo. + E i suoi fidi raguna, ed abbracciate + La palpitante Elina ed Ildegarde + E i pargoletti, in sella monta e parte. + Per molti dì le due vicine a gara + Si consolavan, si pascean di speme, + E alterne visitavansi, aspettando + De' baroni il ritorno, o messaggero + Che di lor favellasse. Ascondon ambe + Il lor perturbamento, e sol ciascuna, + Quando al proprio castel siede romita, + Numera i giorni ed angosciata piange. + Quella dicendo: «Oh non avess'io mai + Conosciuto Ildegarde! Ella funesta + Forse è cagion che il mio signore è spento!» + L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo + Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto, + Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa + Vedova Elina ed orfani i suoi figli + Ah no, non restin!» + Cede alla possanza + Del suo rammarco alfin l'inconsolata + Moglie d'Irnando, ed una sera asceso + Il solito cíglion con Ildegarde, + Donde vedeasi per più lunga tratta + La polverosa via, nè comparendo + I cavalieri, o messo alcun, prorompe + Abbracciando i figliuoli in disperato + Pianto, e respinge dell'amica il bacio. + --Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli + Rapisti il genitore! A me rapisti + Colui che tutto era al cor mio! Colui, + Pel qual degli avi miei la dolce terra + Senza cordoglio abbandonata avea! + Viver senz'esso non poss'io: qual sorte + A queste derelitte creature + Verrà serbata, dacchè al padre i ferri + Tolgon la vita, ed alla madre il lutto? + Voler, voler del cielo era d'Irnando + L'inimistà pel tuo fatal consorte! + Maledetto l'istante in che, ispirata + Da infernal consiglier, lieta movevi + A mia ruina! Maledetto il nome + Di suora che ti diedi!-- + Al furibondo + Grido geme Ildegarde, e invan desìa + Trovar parole per placar l'afflitta; + Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora + Più duramente rigettata e carca + Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio + Rispetta dell'amica, e ridiscende + Dietro a lei mestamente la collina, + D'ancella a guisa che garrita piange, + E risponder non osa. A quando a quando + Si sofferma Ildegarde, e confidata + Tende l'orecchio e nella valle mira, + Che voci udir le sembra; e quelle voci, + Ahi! manda il villanel, che dagli arati + Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara + Son compagnia l'antica madre, curva + Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta + Moglie, peso maggior di rudi sterpi + Con elegante alacrità portando. + Ne' dì seguenti, al consüeto poggio + Le due donne riedean, ma fremebonda + Sempre era Elina, e, tramontato il sole, + Moveva a casa delirante d'ira + E di dolore; ognor vituperata + Ma affettüosa la seguìa Ildegarde. + Odon lontane grida, e nella valle, + Come all'usato i guardi avidamente + Con palpiti d'amor gettano entrambe + E di speranza e di paura. Il cane + Drizza i villosi orecchi, ed un acuto + Insolito latrato alza, e si scaglia + Giù per la praterìa precipitoso, + Folte siepi saltando ed ardui fossi + E scoscesi macigni. E ad intervalli + Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia, + Nè mai s'arresta. + --E sarà ver? Son dessi, + Son dessi certo! Esclamano a vicenda + Con ebbrezza febbril le desïose. + Ma se alle lance reduci or mancasse + Uno de' capitani, od ambo forse? + Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate! + Chi ne assecura? + Sì dicendo, il passo + Raddoppiano affannate. Al piano giunte, + Odon le scalpitanti ugne veloci + D'uno o duo corridori: ah fosser duo! + Fosser de' duo baroni i corridori! + Scerner gli oggetti mal lasciava un denso + Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto + Camillo e Irnando precedean, con ansia + Di riveder le dolci spose. Oh gioia! + Oh certezza felice! Il lor saluto + Suona per l'aer, ben son lor voci queste. + Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi! + Oh istante indescrittibile! E il consorte, + Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai + L'ha coperto di lagrime e di baci, + Ciascuna dell'amica infra le braccia + Gittasi giubilando. + --Il dolor mio + Aspra mi fea: perdonami Ildegarde. + E Ildegarde alla suora il detto tronca, + Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe + Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli + Preso frattanto ha fra le braccia Irnando, + E accarezzato li accarezza, e gode + Porgendoli a Camillo, e di Camillo + La nova tenerezza rimirando. + Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio, + Un esclamar, un alternarsi accenti + Di cortesìa e d'amore, un romper folle + In pianto e in riso, un mescolar dimande + E risposte e racconti, e i cominciati + Detti obblïar per detti altri frapporre, + Che niun di lor cosa veruna intende. + Nel castello d'Irnando entrano. E assisi + Nella gran sala--e da donzelle e fanti + Portate l'ampie coppe--e zampillato + Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente + Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo-- + E del giocondo brindisi i sonanti + Tocchi osservati--e roborato il core-- + Allor le maschie voci alzano a gara + I baroni, e ripigliano il racconto + In più seguìta, intelligibil foggia: + --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde, + Te in così tempestiva ora spingendo + A rannodar fra Irnando e me l'amato + Vincol che stoltamente io franto avea!-- + Così Camillo, e l'interrompe l'altro: + Io lo stolto! Io il feroce!-- + E quei la mano + Sovra il labbro gli pon rïassumendo: + --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde! + Perduto er'io, se redentrice possa + D'amistà non venìa. L'assedïante + Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo + Novella frotta ragunò. Me chiuso + Nel castel della suora, egli ogni giorno + Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno + Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi + Del valor mio nulla potean su tanto + Nover crescente di nemici. A noi + Già le biade fallìan, già fallìan l'armi, + E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio + Rabido della fame a' guerrier nostri + Consigliavan rivolta ed abbandono. + Universal divenne voce alfine: + «Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero + Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora + E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso + E supplicante, io i perfidi arringava, + Che della rocca aprir volean le porte: + --«Sino a dimane il tradimento, o iniqui, + Sino a dimane sospendete!» Un resto + Di pietà e di rispetto, al grido mio, + Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane! + Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora + Portenti oprato non avrà a tuo scampo, + Lo scampo nostro procacciar n'è forza.» + Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore! + Oh come orrenda cosa eraci il suono + Del bronzo che segnavale! Oh angosciato + Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti + Muti sembianti della mia sorella + E de' suoi pargoletti! Oh contrastante + Dignità di parole in prepararci + A' vicini supplizi! Ed oh com'io + Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico + Tutta la vita conservarmi Irnando?-- + Improvviso frastuono udiam levarsi + Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio! + Una pugna! E con chi?--«La man di Dio! + La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra + Mi si prostran pentite, il giuramento + Di fedeltà rinnovano; a gagliarda + Sortita le süado, ed infinito + Macel lung'ora de' nemici è fatto. + Qui il narrar di Camillo Irnando tronca: + --Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta + Prodezza ad ammirar non m'astringevi, + Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga + Eran molti de' miei, già in fuga io stesso + Omai volgeami disperato: i colpi + Tuoi scomposer l'esercito inimico, + E di salvezza io debitor t'andai!-- + S'avvicendan la lode i cavalieri, + L'uno dell'altro memorando i fatti. + Alfine Elina sclama:--Ad Ildegarde + Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei + Prostratevi, e la sua destra baciate.-- + E i cavalieri prostratisi, e la destra + Baciano d'Ildegarde, e penitenza + Le chieggon del furente odio passato; + Ed ella in penitenza un'annua festa + Intima in questo e in quel castel, che _festa + Dell'amistà_ si chiami, e dove uficio + De' vati sia cantar quanti sospetti + Calunnïosi partorisce l'ira, + E quanto l'ira accrescano le ambagi + De' falsi intercessori, e quanto egregia + Sappia interceditrice esser la donna. + --E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi + Penitenza? soggiugne in umil atto + Palma a palma accostando, ed il ginocchio + Piegando Elina.-- + Ed Ildegarde:--Il primo + Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome + Porti del mio Camillo; e mi sia dato, + Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina. + + + + +AROLDO E CLARA + +CANTICA. + + + Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, + sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di + vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della + mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro + Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi + dallo scrivere satire:--«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; + e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in + versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora + cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di + carità e d'indulgenza.» + + + + +AROLDO E CLARA. + + _Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da + illi._ + + (Ep. ad Rom. 12.) + + +I. + + Piangi, o la più gentil fra le convalli + Dello spumante Pellice, ove un giorno + Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi + Cavalieri affluìano ad alte feste. + Più non vedrai delle sue torri a sera + Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo, + Caramente appoggiando un braccio e l'altro + Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto + Ciglio volgendo con amor, ma indarno, + Ai dolci rai del tramontante sole. + Que' figli suoi nascean gemelli, e santa + Tenerezza li univa. Or sola e mesta + Clara accompagna il cieco padre a sera + Fuor della torre, perocchè il gagliardo + Fratel devote ha l'armi alla difesa + Del pio Tommaso suo ramingo prence + Contro i nemici della patria terra. + Rosseggiava bellissimo un tramonto + Sulle nevi lontane, e stupefatto + Pareva il sol che dal romito albergo + A salutarlo non venisse il vecchio. + Ahimè, quell'era di sventura un novo + Spaventevole dì! Schiudesi alfine + La porta del castello, e con veloci + Passi agitatamente escono Aroldo, + Clara e più servi; nè il canuto ciglio + Ai soavi del sole ultimi rai + Volger si cura. Che avvenia?--Dal campo + Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido + Contro l'usurpator del saluzzese + Seggio osando tropp'oltre avventurarsi + Nel calor della pugna, il circondaro + L'empie straniere spade, e prigion cadde. + Speme di riscattar sì cara vita + Nutre il barone antico; e vuole ei stesso + Trar supplichevol senza indugio al truce + Fortunato invasor, che se talora + Immolar gode i miseri captivi, + Talor si placa a ricca d'oro offerta, + Molto dovendo da sua iniqua sede + Oro il tiranno effonder sulle bande + Dell'alleato provenzal monarca. + Giunto al margin vicino ove al tragitto + Nel rigonfiato Pellice è apprestata + La navicella, Aroldo porge il bacio + Del congedo alla figlia. Allora al collo + Gli s'avvinghia la pia.--Sola a mie stanze + Non riederò, buon genitor; pupilla + Esser della tua fronte a chi s'aspetta + Se non a me? Forse pietà maggiore + Assalirà dello sdegnato sire + Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi + La veneranda tua canizie e gli anni + Giovenili di vergine scorgendo, + Che colla vita del fratel la vita + Chiede del padre. + Vuole opporsi Aroldo, + Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo + Già vel precede, e al consentir paterno + Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde + Perigliose attraversano. Ma ov'era + L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo, + Generosa innocente? A voi non velo + Fecer colle tutrici ale a celarvi + Alla vista de' prossimi ladroni + Che irrompono co' brandi alla rapina. + Voler divino ai nembi di sfortuna + Lascia possanza sovra i giusti un tempo; + Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana + Nei patimenti una virtù Dio pose + Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza. + Sbandato di predoni era un drappello, + Che della guerra col favor raccolto + S'era d'Itale spiagge e di straniere + A rubamenti ed omicidii, altero + Linguaggio alzando di zelanti eroi, + Campioni della patria e di Manfredo. + S'azzuffan del baron coi fidi servi, + E nell'orrenda mischia ad uno ad uno + Dal soverchiante numero feriti + Vengon que' servi, e de' vincenti in mano + Son le ricchezze che a comprar la vita + Destinava del figlio il cieco sire. + Intero un dì per boschi e per dirupi + Ei trascinato colla figlia venne, + Ma il manto della notte ai duo infelici + Prestò propizie tenebre, e dal mezzo + Del brïaco drappel de' masnadieri + Quetamente si trassero alla valle. + Come lontani fur dall'empia frotta, + E ardiron favellare, il cieco strinse + La figlia al seno, e grazie alte le rese + D'averlo addotto a salvamento, e lei + Per l'accorto suo senno e per la dolce + Filial carità ribenedisse. + --Or dove, o padre, senza aïta alcuna + Ci avvïeremo? + --O Clara mia, remoti + Siam dal nostro castello, e a ritornarvi + Il tempo mancheria; son prezïosi + Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo + Verso il campo nemico, appo le triste + Di Saluzzo rovine. O senza doni + Compariremo anzi al tremendo sire, + Ma sincere promesse il piegherranno + A moti di clemenza. Inoltre ho fede + In mia canizie e in queste spente occhiaie + E nel pianto che versano, e ben anco, + Figlia, nel tuo. + Pensava Aroldo ospizio + Prender non lunge, ove la figlia al raggio + Della luna scorgea l'amica torre + D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo, + Odon che il giorno pria furibonda oste + Era quivi passata e avea deserta + La rocca e trucidato il castellano, + E devastato a' villici i tugurii. + Il negro pan de' villici dispersi + Piangendo rompe colla figlia Aroldo, + E beono alle lor tazze. Indi sen vanno + Per tutti i casolari, invan cercando + Palafreno o giumento: avean le schiere + De' nemici avidissime votata + In que' lochi ogni stalla. + --Ahi, dilungati + Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre! + Or dove andrem? + --Pedon la via si segua + Sino al mattin: buio non è, dicesti. + Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo + D'altri ladron te, mia dovizia or sola, + Te il ciel pietoso asconderà. + Sì disse, + E di padre l'affetto e di sorella + Lena lor porge insino all'alba. Il campo + Mostrossi allora al pauroso orecchio + Della fanciulla pria che agli occhi. + --O padre, + Odi tu, disse, odi tu roco un suono + Simile al suon della bufèra o a quello + Di molte acque correnti? + Il vecchio capo + Ei soffermò, ed immemore un istante + Delle sue angosce, alzò la barba e rise. + --Oh di qual gioia quel fragor m'empiea + Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia! + Noto è ad orecchio di guerrier quel suono, + Come voce di sposa al suo diletto. + Un dì così fremente io il bellicoso + Aere appena sentia, sovra il mio scudo + Battea forte l'acciaro, e dai precordii + Metteva un grido che atterrìa da lunge + Del nemico le scolte. E i miei congiunti + Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni, + Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca + È questa voce, e più la destra, e al breve + Giubilo del guerrier tosto succede + In me a quel suono il trepidar del padre. + Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara, + Che sino allor söavemente a' detti + Del genitore avea frammisti i suoi, + Incominciò a interrompersi, e risposte + Dar che, non conscio l'intelletto, un moto + Parean sol delle labbra. A poco spazio + Vedea della distante oste per l'aure + Quasi di nave altissimi duo pini + Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi + Come al suolo confitti. E secondata + Venìa quell'opra da un clamor che il primo + Clamor non era, ma or fischiante or rotto + Da infami ghigni o da cupo silenzio. + A' sensi suoi creder dovea? Le cime + Parean gravate de' duo legni, e il pondo + Che le gravava non scerneasi. Udito + Spesso Clara ha di barbari supplizi, + Ove ad appesa vittima lo strale + Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma. + Quei che divide dalle ciglia il teschio. + Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio + Peggior di morte! E chi alla sbigottita + Dice s'uno colà de' morïenti + L'amato suo fratello ora non sia? + Chi le dice se il passo al genitore + Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa! + E se il padre trattien, non di Ioffrido, + Che forse ancor sull'albero non pende, + Cagionerà la morte?... Ad ogni costo + Vadasi al fatal loco! + Il piè, tremando + In ciò pensare, affretta. In man la mano + Della meschina Aroldo tien.--Di gelo, + Fra sè diceva, è questa man, siccome + Quella ch'io strinsi di sua madre al letto + Ove s'estinse. + Indi il vegliardo scuote + Il capo, quasi scuotere volesse + Un malaugurio, e non potea.--Di morte, + Figlia, i negri m'inseguon pensamenti. + Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari + Detti mi porgi che tue labbra sciorre + Uniche san, quando scorato è il padre. + Nata ne' giorni di sventura, e in erma + Torre cresciuta, ove sorelle e madre + Vide spirar, sollecita a sinistri + Presentimenti schiuder l'alma, è fatto + In lei religïon. Si raccapriccia + In udir che s'affaccin alla mente + Del genitore e in quest'istante i negri + Pensamenti di morte. A lui si volge, + Apre le labbra--e i consolanti detti + Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova: + Non trova, ed ahi! la prima volta è questa + Che inobbedito di suo padre è il cenno. + --Più de' pensier miei tristi or malaugurio + M'è il tuo silenzio, ei dice. + E lo spavento + In lei crescendo, e a' rai primi del sole + Splender veggendo le volanti frecce, + Improvviso s'arresta.--Oh genitore! + Non c'inoltriam: non odi tu le strida + Degli assassini? + --Il figlio, il figlio mio + Forse a morte strascinano: affrettiamci. + --Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego. + Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido + In vita è ancor, di novo al fianco tuo + Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre + Te vivo a casa allor io posso almeno! + --Sciagurata, che parli? Orrende cose + Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero + Fra quelle voci che il mio antico orecchio + Non distinte percuotono, tu scerni + Voci di morte e del fratello il nome. + Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio + Porta il tumultüoso aere d'atroce? + --Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa + Che se tu, giunto appo i nemici, udissi + L'orribil caso... tu m'intendi... allora + Orfana forse rimarrei nel campo. + --Me perder temi, e non t'avvedi, insana, + Che scellerata è tua pietà? Egli muore, + E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra, + Tel comando, obbedisci. + All'inusata + Ira paterna impaurissi Clara; + S'alzò. Con passi rapidi il cammino + Misura il cieco, e strascinata quasi + La giovinetta il segue. Erasi spersa + La turba intanto che cingea i duo pini, + E presso a questi il padre e la sorella + Arrivan di Ioffrido. Ella più volte + Erse il ciglio tremando, e insanguinate + Scorse due salme, e incontanente a terra + Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse + Fiso tenerlo ad indagar; chè franta + Han la coppa del cranio, e dal mozzato + Lor sembiante piovea cèrebro e sangue. + Ma quell'orrida vista e lo spavento + Forza a' ginocchi tolgonle ed al core: + --Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza + A' piè d'Aroldo. + E mentre brancolando + Col caro pegno tra le braccia fugge + D'in mezzo della via, però che udito + Brigata di cavalli ha scalpitante + Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro + Ad un de' lati fermasi, ove un tronco + D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo + Giunge de' cavalieri. Era Manfredo, + Che di baroni provenzali cinto + Per intenti di guerra iva il terreno + Intorno visitando. Una fanciulla + Scorge egli tramortita ed un vegliardo; + E voltosi ad Aroldo, acerbamente + Così gli grida:--O discortese e stolto, + Perchè nel sangue d'un fellone e sotto + Il patibolo tratta hai quell'afflitta, + Cui toglie i sensi il raccapriccio? + --Oh sire, + Oh novo sire di Saluzzo! esclama + L'antico cavalier, cui non intera + L'aspra parola del crudel pungea, + Nota è ad Aroldo ancor la voce tua: + Aroldo io son dalle romite torri + Che si specchian nel Pellice. E l'illustre + Tuo genitor te adolescente spesso + Adduceva a mie sale, e co' miei figli + In un calice sol beevi a mensa. + Ah per memoria del tuo estinto padre + Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio + Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia, + E cadde tuo prigion, deh non rapirmi! + Io non leggeri doni a te in riscatto + Dal mio castel portato avea, ma iniqui + Predatori per via m'hanno assalito. + Alle mie braccia il caro figlio rendi, + E qual tributo m'imporrai ti solvo, + Pareggiasse anco de' miei campi aviti + L'intero pregio. + --O sciagurato Aroldo, + Di qual osi tributo or favellarmi, + Se finor tutto mi negasti? È tardi. + --Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero, + Fu da bollente figlio mio l'insegna + De' prischi Saluzzesi e di Tommaso, + E la vittoria a tua prodezza arride. + Ma tu il fervido oprar del giovinetto + Dona pietosamente al supplicante + Suo genitor che in venti pugne il sangue + Versò pel nobil padre tuo, quand'esso + Con tanta gloria signorìa qui tenne. + --È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli + Tutta la forza ond'è capace il core + D'un cavalier. Sovra quel legno pende + Un trafitto cui grazia altra non posso + Conceder più che di ritorlo ai corvi, + E consentirgli de' suoi cari il pianto. + Disse, e accennando che una guardia il morto + Dalla croce calasse e all'infelice + Lo rimettesse, cogli sproni un tocco + Dïede al cavallo e col suo stuol disparve. + Clara i sensi racquista, e oh di dolore + Qual novo orrendo palpito! Era dunque + Il fratel suo quel miserando ucciso! + Eccolo tolto dal funesto legno; + Ed ella il raffigura a cicatrici + Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio + E l'angosciata giovin su quel corpo + S'abbandonan piangendo! Ella in lino + L'infranta testa pïamente avvolge, + E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce + Carità si commove una famiglia + Di Saluzzesi agricoltori, e dato + Viene un carro con bovi, onde al lontano + Castello il morto cavalier si tragga. + + +II. + + Or da quel giorno d'ineffabil lutto + Rivolgiamo la mente oltre a sei lune, + E la mesta mia cantica, i solinghi + Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia + Commiserando, svolga altra vicenda. + Era una sera: alle vetuste mura + Del baron s'appresenta un fuggitivo, + A cui ferite e febbril sete esausta + Miseramente avean la voce. Aroldo + Piena di vino gli mandò una coppa + Con questi detti: Al focolar t'accosta + Sin che apprestata sia la cena, e al sire + Perdona del castel s'ei di sue stanze + Non uscirà, dove cordoglio il tiene. + Clara portò que' detti, e il fuggitivo + Che al maestoso inceder cavaliero + Parea e mendìco a' finti panni, il volto + Pria si coverse, indi con pronti passi + Balzar tentò fuor della soglia, a guisa + Di mortal che, caduto in impensato + Orribile periglio, aneli scampo. + Ma nella mossa impetuosa a lui + Manca il fievole spirto, e piomba a terra. + Clara il soccorre, il mira, ed alla negra + Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa. + Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente + Desolator della sua patria! il ladro + Che alla corona del nepote osava + Stender la man sacrilega, e sul capo + Inverecondo imporsela, e i diritti + Calpestar più sanciti, e di Saluzzo + Dirsi benefattor, serva a stranieri + Brandi facendo la natìa contrada! + Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco + Da compiuta sconfitta è l'empio sire, + E per sottrarsi agl'inseguenti ferri + Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote + Calcò deserte rupi. Indi pel sangue + Nella pugna perduto e per la rabbia + Gli s'era da brev'ora intorbidato + Sì fattamente il lume del pensiero, + Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto + Era ai campi d'Aroldo altra credendo + Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo + D'adolescenza riportate mai + Non avea l'orme, ed alberi e tugurii + Mutato avean l'aspetto della terra. + Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie + Raffigurò d'Aroldo, e se bastata + A lui fosse la possa, ei rifuggìa. + Manfredo! e senza guardie! e semivivo, + Sotto il tetto dell'uom cui trucidato + Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio! + Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti + I famigli richiamano, ella corre + Alle stanze del padre, e già già quasi + A lui così sclamava:--Esci, un prodigio + Ad ammirar del Dio delle vendette: + Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene + Il suo assassin! + Ma in quell'istante gli occhi + Della donzella alzaronsi a parete, + Onde pendea dell'Uomo-Dio morente + Effigie veneranda, e a quella vista + L'irrompente parola in cor rattenne. + Religïoso fremito la invase + Dinanzi a quell'effigie. + --Oh mio Signore! + Quai voci arcane alla tua ancella parli? + Tu irreprensibil fosti e sì infelice! + E a quei che l'uccidean pur perdonavi! + Or chi sa? Forse il dolce mio fratello + Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia, + In carcer sotterraneo, o d'inquieti + Elementi per l'alte aure ludibrio + Sta ancor penando, e a liberarlo vane + Fervon le preci, e in loco d'esse un atto + Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio! + Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma + È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando + Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo + Come a noi perdonato ha il Redentore! + Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa + Delle forze d'un padre il dare aïta + D'un caro figlio all'uccisor. La lancia + Ei no giammai non bagnerìa nel sangue + D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure + Chi può segnar dove talor trascorra + Nella foga dell'ira un core offeso? + Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo! + Disse, e prona curvossi, e lungamente + Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio + Esser tentata; innanzi a Dio temea + Calunnïar la santa alma del padre. + Ma nella mente repentino un raggio + Di fidanza pienissima le splende, + E ratta sorge e dice:--Ah sì, fratello! + Questo è il momento in che del ciel la porta + A tue brame si schiude: io di tua gioia + Sento il reflesso, e quella gioia è Dio! + Un servo entrava:--Damigella, o carco + D'inaudite peccata, o fuor di senno + È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio + Parla tra sè com'uom cui prema occulto + Di vendette terribili spavento, + E di qui vuol fuggir. + --Tosto bardata + Per lui sia mia cavalla. + Il servo parte + Maravigliato, ed obbedisce. Intanto + Antico armadio la fanciulla schiude, + Ed indi tratto un de' paterni manti, + Al leve suo tesor poscia s'affretta + D'auree monete, e in una borsa il pone. + Così ver l'agitato ospite mosse, + E que' doni offerendogli--D'Aroldo + Questa, gli disse, è la vendetta, o sire. + Fremea la generosa in lui mirando + L'uccisor di Ioffrido e il formidato + Di Saluzzo oppressor, ma pïamente + Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte + Del castello accennando, a lui soggiunse: + --Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena + Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo! + Clara sparve, ciò detto. E l'infelice + Tiranno--Angiol! gridò.--Poi diè dal core + Uno scroscio di pianto. Ed allor forse + Pentimento verace a lui fu strazio, + Le proprie atroci colpe rammentando, + E rammentando il giovine Ioffrido, + E quel misero cieco che appoggiato + Ad un alber credeasi, e gli grondava + Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue! + Frettoloso Manfredo i doni tolse; + L'inaudita pietà benedicendo, + D'Aroldo cinse su le spalle il manto, + E quindi a pochi tratti il vide Clara + Dalla fenestra, che, al cortil venuto, + Con sembiante commosso intorno intorno + Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo + In atto di preghiera ergea le mani, + Poi le briglie toccava ed era in sella. + Fermato ivi un istante, ad alta voce + Mise queste parole:--Aroldo! Aroldo! + Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto + Seggio e de' vituperi onde vo sazio, + Consolarmi potrò; non potrò mai + Consolarmi d'aver tua nobil alma + Col più truce rigore insanguinata. + Udì il vecchio baron quel forte grido, + E balzò dalla seggiola esclamando: + --Figlia! il nemico nostro! il maledetto + Uccisor di Ioffrido! + E sul rugoso + Pallido volto del canuto il foco + S'accese del furore. A' piedi suoi + Clara gettasi allora, e gli palesa + Ciò che d'oprar le ispirò Iddio. + --No, Iddio + Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo; + Manfredo è un empio! ei di dominio sete + Portò infernal su queste invase terre, + Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse! + Infame della patria e del suo prence + Manfredo è traditor. Per sollevarsi + Sulla sede non sua, trasse alleati + E Provenzali e Càlabri e venduti + Guelfi di tutta Italia allo sterminio + De' nostri feudi e delle nostre plebi, + E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio, + Il figlio mio su scellerata croce + A' carnefici suoi diede bersaglio! + Lunga e tremenda di rammarco e d'ira + Fu l'eloquenza dell'antico. A lui + Clara abbracciava le ginocchia, e santi + Detti porgea con supplice dolcezza: + --Le iniquità punir sol puote Iddio; + Noi non possiam sul misero fuggiasco + Punirle coll'acciar: solo a punirle + Una guisa n'è data, ed è il perdono. + Càlmati, o genitor; pensa che o degno + Per penitenza diverrà Manfredo, + O, rimanendo iniquo, a lui carboni + Saranno inestinguibili sul core, + Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi + E fra l'alme perverse il danno eterno. + A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore, + E il benefico palpito e l'eccesso + Della pietà non sol sugl'innocenti, + Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo + Del perdono di Dio morendo avremo! + --Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo, + Ti benedico; santamente oprasti! + L'alza, al petto la stringe, e lagrimando + Mercè le rende che alla prova il senno + D'esacerbato padre ella non mise. + Un dì alle torri del baron fu visto + Giungere di Manfredo un messaggero + Da lontana contrada, e apportatore + Venìa di ricchi doni. Eran tre lune + Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto + Era il castello, ed in vicino chiostro + Cinta di sacre lane, i dolci salmi + L'orfana, per la cara alma del padre + E del fratel, tutte le notti ergea. + + + + +POESIE LIRICHE. + + + + +LA MIA GIOVENTÙ. + + _Cor mundum crea in me, Deus._ + + (PS. 50. ) + + + Lamento sui fuggiti anni primieri, + Che fecondi di speme Iddio mi dava, + E di ricchi d'amore alti pensieri! + + Tra giubili ed affanni io m'agitava, + Ed incessanti studi, e bramosia + Di sollevarmi dalla turba ignava; + + E spesso dentro al cor parola udìa + Che diceami dell'uom sublimi cose, + Tali che d'esser uomo insuperbìa. + + Pupille aver credea sì generose + Il mio intelletto, che dovesser tutte + Schiudersi a lui le verità nascose; + + E di ragion nelle più forti lutte + Io mi scagliava indomito; sognante + Che sempre indagin lumi eccelsi frutte. + + Quella vita arditissima ed amante + Di scienza e di gloria e di giustizia + Alzarmi imprometteva a gioie sante. + + Nè sol fremeva dell'altrui nequizia, + Ma quando reo me stesso io discopriva, + L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia. + + Poi dal perturbamento io risaliva + A proposti elevati ed a preghiere, + Me concitando a carità più viva. + + Perocchè m'avvedea ch'uom possedere + Stima non può di se medesmo e pace, + S'ei non calca del Bel le vie sincere. + + Ma allor che fulger più parea la face + Di mia virtù, vi si mescea repente + D'innato orgoglio il luccicar fallace. + + E allor Dio si scostava da mia mente, + E a gravi rischi mi traea baldanza, + Ed infelice er'io novellamente. + + Se così vissi in lunga titubanza, + Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio, + Che tremenda cingeami ostil possanza! + + Sfavillante d'ingegno il secol mio, + Ma da irreligiose ire insanito, + Parlava audace, ed ascoltaval'io. + + E perocchè tra' suoi sofismi ordito + Pur tralucea qualche pregevol lampo, + Spesso da quelli io mi sentìa irretito. + + Egli imprecando ogni maligno inciampo + Sciogliea della ragion laudi stupende, + Ma insiem menava di bestemmie vampo. + + Ed io, come colui che intento pende + Da labbra eloquentissime e divine, + E ogni lor detto all'alma gli s'apprende; + + Meditando del secol le dottrine, + Inclinava i miei sensi alcuna volta + Di servil riverenza entro il confine. + + Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta + Era sua sapïenza, e vidi tardi + Ch'ei debaccava per superbia stolta. + + Trasvolaron frattanto i dì gagliardi + Della mia giovinezza, e sovra mille + Splendide larve io posto avea gli sguardi; + + E nulla oprai che d'alta luce brille! + E si sprecar fra inani desideri + Dell'alma mia bollente le faville! + + Lamento sui fuggiti anni primieri + Che d'eccelse speranze ebbi fecondi, + E di ricchi d'amore alti pensieri! + + Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi + Delirii miei, pur non sorrisi io mai + Agl'inimici suoi più furibondi: + + Sempre attraverso tutte nebbie, i rai + Del Vangel mi venian racconsolando; + Sempre la Croce occultamente amai. + + Ed il maggior mio gaudio era allorquando + In una chiesa io stava, i dì beati + Di mia credente infanzia rammentando: + + Que' dì pieni di fede, in che insegnati + Dal caro mi venian labbro materno + I portenti onde al ciel siamo appellati! + + Di nuovo fean di me poscia governo + La incostanza, gli esempi, ed il timore + Dell'altrui vile e tracotante scherno; + + E l'ira tua mertai per tanto errore: + Ma gl'indelebili anni che passaro + Ritesser non m'è dato, o mio Signore! + + Presentarti non posso altro riparo + Che duolo e preci e fè nel divo sangue, + Di cui non fosti sulla terra avaro + + Per chiunque a' tuoi piè pentito langue. + + + + +I PARENTI. + + _Deus enim honoravit patrem in filiis._ + + (ECCLI. c. 3, v. 3.) + + + Inno di gratitudine e d'amore + Al Creator de' nostri cuori amanti, + Di tutte meraviglie al Creatore! + + Dacchè pel fallo prisco doloranti + Alla luce veniam, qual dolce aïta + Nè' genitori è data a' nostri pianti! + + In ogni coppia umana, onde la vita + D'altri umani si svolge, ecco una diva + Pe' figliuoletti carità infinita. + + Vedi la vergin titubante e priva + D'ogni ardimento, simile a cervetta + Che intorno guata, e de' perigli è schiva. + + Chi nella fievol, timida animetta + Opra mutazïone inaspettata, + Quand'è fra il coro delle madri eletta? + + Di progenie d'Adamo al ciel chiamata, + Grave è il sen della dianzi paventosa, + E il pondo regge da dolor cruciata. + + Ed il porta con forza generosa! + E dopo un figlio compro a tanto prezzo + D'orrende angosce, altri portar pur osa! + + Oh di strazii mirabile disprezzo + In creatura sì gentil, che solo + Parea nata de' fiori al molle olezzo, + + Onde bëasse a lei d'intorno il suolo + E le dolci aure col suo bel sorriso, + E morisse alla prima ombra di duolo + + Per destarsi felice in Paradiso! + + * * * * * + + Vedi la donna col suo piccol nato, + Che suggendole il seno a lei sorride + Sebben abbiale tanto egli costato, + La madre da lui mai non si divide. + Insazïata il guarda, insazïato + È il provveder ch'ei non s'affanni e gride: + Animo lieto o da timore oppresso + Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso. + + Lo sposo benchè a lei caro cotanto, + È più caro perch'ei pur ride al figlio; + Sovente, favellando a lei d'accanto, + S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio + Tien sovra il pargol con sì forte incanto, + Che non ha udito il marital consiglio: + Allora ei tace e mira, e con dolcezza + Il lattante e la madre egli accarezza. + + Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando + Giace nella sua cuna egro il bambino, + E la giovine madre sospirando + Ad ogn'istante riede a lui vicino, + E invan teneri detti prodigando + Tien sulle amate labbra il petto chino, + Ma l'offerta mammella ei bacia appena, + E non la sugge, ed a vagir si sfrena! + + Oh con qual lutto miserando allora + La spaventata si rivolge a Dio! + Oh come al dubbio che il figliuol le mora + Trema se in lei fu reo qualche desìo, + E perdono dimanda, e s'infervora, + Promettendo al Signor viver più pio! + I soli Angioli ponno anzi all'Eterno + Sì ardente prego alzar, qual è il materno. + + Giorno di liete voci, ora felice, + Quando seman del pargolo i vagiti! + Quand'ei cerca la dolce genitrice + Con isguardi dal riso ingentiliti! + Quand'ei di novo il caro latte elice, + E scherzoso riprende i suoi garriti! + Tai porge allor la madre inni d'amore, + Quai mandar può de' Serafini il core! + + * * * * * + + Ov'alti rischi fervono, + Vieppiù la madre ardita + Pel frutto di sue viscere + Pronta è a donar la vita. + + Ella, se fera scoppïa + Divoratrice vampa, + Verso la cuna avventasi, + E il pargoletto scampa. + + Se il picciol piede illusero + Di cupo rio le sponde, + La madre piomba rapida, + E il tragge, o muor nell'onde. + + Ella, se il figlio palpita + Tra infetto aere tremendo, + Tenta i suoi dì redimere, + Le piaghe a lui lambendo. + + Se patria e tetto invadono + Empie, omicide squadre, + Stringe i suoi figli, e impavida + Pugna per lor la madre. + + * * * * * + + Tal è la nobil donna ingigantita + Dalla materna celestial possanza, + Che a tutte generose opre la invita. + + Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza, + Ed è in lei quell'assidua ed operosa + Sulla cara progenie vigilanza. + + Alma di buona madre più non posa + Finchè non ha ne' figli suoi destata + Di virtù la favilla glorïosa. + + Nè puote alma di figlio esser pacata + Fra inique gioie, se ha una madre anco + Che i vestigi di lui tremando guata, + + E occultamente prega, e s'addolora. + + * * * * * + + Negli anni primieri + Del forte maschietto, + V'è mente selvaggia, + V'è indocile affetto; + Par ch'indi s'annunci + Futur masnadier. + La picciola belva + Se alcun la minaccia, + Vieppiù baldanzosa + Innalza la faccia; + Di colpi, di rischi + Non prende pensier. + + Qual è quello sguardo, + Qual è quella voce + Che frena l'audacia + Del picciol feroce, + Incanto sì dolce + La donna sol ha. + Ed ella ripete, + Ripete l'incanto, + Frammesce sorriso, + Disdegno, compianto, + E amore gl'infonde, + Gl'infonde pietà. + + Non bada la saggia + Se petti inumani + Diran che a domarlo + Suoi studi son vani; + In cor d'una madre + Speranza non muor. + E quei che parea + Futur masnadiero, + S'infiamma del bello, + S'infiamma del vero, + Divien della patria + Gentile decor. + . . . . . . . . + + + + +LE PASSIONI. + + _Gustate et videte quoniam suavis est Dominus._ + + (PS. 39, 9.) + + + Dov'è mia gioventù? Dove i bëati + Anni d'amor, del Rodano appo l'onde? + Dove il ritorno a' miei dolci penati, + E mia stanza alle Insùbri aure gioconde? + Dove in Milano i glorïosi vati + Che mi cingean dell'apollinea fronde? + Dove mia gloria alle applaudite scene? + E poi dove il decennio infra catene? + + Io di carcere usciva egro, e piangendo + Il mio buon Federico e gli altri cari, + Cui dato ancor da quel recinto orrendo + Rieder non era ai desïati lari: + Poscia esultava, Italia rivedendo, + Ed alfin temperando i giorni amari + Fra gli amplessi de' mei sacri canuti, + Per me sì lungamente in duol vissuti. + + E omai da un lustro tutto ciò trascorse! + E nuovi plausi a me la patria diede, + E di nuovi Aristarchi ira mi morse, + E di nuovi propizi ebbe la fede, + E nuova infanzia a me d'intorno sorse, + E di morte vid'io novelle prede, + E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo, + E separarmen voglio--ed ancor l'amo! + + L'amo perch'alme vi trovai fraterne, + Che all'alma mia s'avvinser dolcemente, + E diviser mie gioie, e nell'alterne + Pene collacrimàr sinceramente: + E v'ha tali amistà che fièno eterne, + Benchè tessute in questa ombra fuggente, + Benchè tessute ov'ogni nobil core + S'apre appena a virtù, lampeggia e muore. + + Degg'io, poss'io da tutte cose amate + Divellere una volta il mio pensiero? + Io, le cui sorti furono esaltate + Da tanto lutto e tanto gaudio vero! + Io, le cui rimembranze innamorate + Han su mia fantasia cotanto impero! + Io, cui balzar fa sin talora il petto + Vista di leve, inanimato oggetto! + + Reduce a lidi miei, dopo che giacqui + Sepolto vivo per sì cupe notti, + Agli affetti più teneri compiacqui + Che la sventura non avea interrotti; + Nè agli estinti carissimi pur tacqui + Culto di preci e di sospir dirotti; + Indi a rivisitar presi le antiche + Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche. + + E sovente su libri polverosi + La man vo riponendo tremebonda, + Ed apro, e parmi a' giorni studïosi + Tornar di giovinezza, e il pianto gronda! + E trovo i segni che ne' libri io posi, + Ove con mente mi fermai profonda, + Ove ad alti pensier d'amato autore + Commento fei di verità o d'errore. + + Pur con sensi diversi or vi rimiro; + O libri tanto amati a' dì primieri: + Vate son io, ma spento è in me il desiro + Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri. + Se volgendo lor carte ancor sospiro, + Magia non è de' grandi lor pensieri: + Più d'un libro m'è caro, e pure in esso + Di rado cerco lui; cerco me stesso. + + E non sol me vi cerco: alla memoria + Del me passato aggiugnesi indivisa + Di palpiti d'amor söave istoria, + Quando un'egregia m'infiammava in guisa, + Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria, + Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa, + Che d'un sorriso suo per farmi degno, + Sempre agognava ingentilir lo ingegno! + + E se pio talor fui, pregio egli è stato + Di quella generosa animatrice: + Era ad essa straniero il forsennato + Foco d'amor che mi rendea infelice; + Ma compatìa mie pene, ed elevato + Volea il mio spirto, e lo volea felice, + Ed allor che più insano io le parea, + S'affannava, e garrivami, e piangea. + + Quella donna, onde il bel, nobile viso + Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio, + Non disamai, benchè da lei diviso, + E onorerolla tutto il viver mio: + Ma nuovi poscia affetti han me conquiso, + E quel primiero ardor s'intiepidìo: + Quel ch'era in me un incendio, è una favilla + Che come lampa ad un sepolcro brilla. + + Senza obblïar la già cotanto amata, + Altra ammirai ch'or dispartita è anch'essa; + E in me virtù credendo io sublimata + Per averla a sì bello angiol commessa, + L'anima mia da orgoglio inebbrïata + Vana si fea di lungo ben promessa: + Giorni d'alto dolor mi mosser guerra, + E a lei pur venni tolto, ed è sotterra! + + Sete d'amor, sete di studi, e sete + D'innalzar sopra il volgo il nome mio, + Gran tempo mi rapìan sonno e quiete, + Nè scerno se ammendato oggi son io: + Tu che del cor le latebre secrete + Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio, + Pietà di me che tanto sempre amai, + E sino a te l'amor non sollevai! + + Tante cose sfumarono al mio sguardo, + E tutto giorno sfumar altre io miro! + Valga d'esperïenza il raggio tardo, + In che sforzatamente oggi m'aggiro, + Ad oprar alfin sì che più gagliardo + A tua bellezza s'erga il mio desiro, + E nulla tanto da' mortali io brami, + Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami! + + La legge tua non è d'irto rigore, + Sol le idolatre passïoni abborri: + Lunge che a te dispaccia amante cuore, + Ad un cuor fatto gel più non accorri. + Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore + Così soccorra, come a me soccorri: + Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta, + Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta. + + Tu doni a' figli tuoi mente e parola, + Non perchè il dono tuo venga sepolto; + Tu non imprechi investigante scuola + Su non vietato ver fra l'ombre avvolto: + In odio a te l'indagin empia è sola + Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto: + Tu gl'ignari del mal chiami felici, + Ma il veggente non reo pur benedici. + + Tu che sei tutto amor, la sacra stampa + Della natura tua nell'uomo imprimi: + Gagliardo sprone e inestinguibil lampa + Tu sei di tutti aneliti sublimi. + Tu godi quindi se il mio spirto avvampa + Per que' tuoi fidi che in virtù son primi: + Tu godi se fra lor taluni eleggo, + E nel lor santo oprar meglio ti veggo. + + A me tu dato hai queste fiamme ardenti, + Con cui desìo de' petti amici il bene, + E con cui studïando i tuoi portenti + Traggo esultanza, e di capirti ho spene: + Così caldo sentir più non diventi + Esca giammai di vanità terrene: + Mie passïoni in guisa tal governa, + Che lode sièno a tua saggezza eterna. + + Sempre le temo, e sempre sento ancora + Che in amar altre cose io troppo m'amo: + Cieca errò mia bollente alma sinora, + E presa fu di sua superbia all'amo. + Distruggi il suo sentire, o lei migliora; + O vil torpore, od amor santo io bramo; + Ah no, non vil torpor, dammi amor santo, + Tu che le tue fatture ami cotanto! + + + + +SALUZZO. + + _Et sit splendor Domini Dei nostri super nos._ + + (PS. 89, 17.) + + + Oh di Saluzzo antiche, amate mura! + Oh città, dove a riso apersi io prima + Il coro e a lutto e a speme ed a paura! + + Oh dolci colli! Oh maëstosa cima + Del monte Viso, cui da lunge ammira + La subalpina, immensa valle opima! + + Oh come nuovamente or su te gira + Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio, + E sacri affetti l'aër tuo m'ispira! + + Nelle sembianze del terren natìo + V'è un potere indicibil che raccende + Ogni ricordo, ogni desir più pio. + + So che spiagge, quai siansi, inclite rende + Più d'un merto soave a chi vi nacque, + E bella è patria pur fra balze orrende; + + Ma nessuna di grazia armonìa tacque, + O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline, + E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque. + + Ogni spirto gentil che peregrine + A piè di queste nostre Alpi si sente + Letizïar da fantasie divine. + + Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[3], + Che pii vergaron le memorie avite, + Spanda grazia immortal l'Onnipossente! + + Dolce è saper che di non pigre vite + Progenie siamo, e qui tenzone e regno + Fu d'alme da amor patrio ingentilite. + + Più d'un estero suol di canti degno + Porse a mie luci attonite dolcezza, + E alti pensieri mi parlò all'ingegno: + + Ma tu mi parli al cor con tenerezza, + Qual madre che portommi in fra sue braccia + E sul cui sen dormito ho in fanciullezza. + + Ben è ver che stampata ho breve traccia + Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai + A noi già lontanissimo s'affaccia. + + Pargoletto ancor m'era, e mi strappai + Non senza ambascia da tue dolci sponde, + E, diviso da te, più t'apprezzai. + + Perocchè più la lontananza asconde + D'amata cosa i men leggiadri aspetti, + E più forte magìa sul bello infonde. + + Felice terra a me parea d'eletti + La terra di mio Padre, e mi parea + Altrove meno amanti essere i petti. + + E mi sovvien ch'io mai non m'assidea + Sui ginocchi paterni così pago, + Come quando tuoi vanti ei mi dicea. + + In me ingrandiasi ogni tua bella imago; + Del nome saluzzese io insuperbiva; + Di portarlo con laude io crescea vago. + + E degl'illustri ingegni tuoi gioiva, + E numerarli mi piacea, pensando + Che in me d'onor tu non andresti priva. + + Vennemi quel pensiero accompagnando + Oltre i giorni infantili, allor che trassi + Al di là delle care Alpi angosciando. + + Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi + All'Itale contrade io riportava, + Benchè in tue mura il capo io non posassi. + + Chè il bacio de' parenti m'aspettava + Nella città ch'è in Lombardia regina, + E colà con anelito io volava. + + E colà vissi, e colsi la divina + Fronde al suon di quel plauso generoso, + Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina. + + Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso + Pe' coronati miei tragici versi, + Tua memoria aggiungea gaudio nascoso. + + Oh quante volte allor che in me conversi + Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo, + E spirti egregi ad onorarmi fersi, + + Ridissi a me con palpito gagliardo + La saluzzese cuna, e mi ridissi + Che grata a me rivolto avresti il guardo! + + E poi che in ogni Itala riva udissi + Mentovar la mia scena innamorata, + Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi, + + L'aura vana, che fama era nomata, + Pareami gran tesor, ma vieppiù bello + Perchè a te gioia ne sarìa tornata. + + Mie mille ardenti vanità un flagello + Orribile di Dio ratto deluse, + E negra carcer mi divenne ostello. + + Non più sorriso d'immortali Muse! + Non più suono di plausi! e tutte vie + A crescente rinomo indi precluse! + + Ma conforti reconditi alle mie + Tristezze pur il Ciel mescolar volle, + E il cor balzommi a rimembranze pie. + + Del captivo l'afflitta alma s'estolle + A vita di pensier, che in qualche guisa + Il compensa di quanto uomo gli tolle. + + E quella vita di pensier, divisa + Fra le non molte più dilette cose, + Ora è tormento ed ora imparadisa. + + Io fra tai mura tetre e dolorose + Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio + Del poëtar, che il cielo entro me pose. + + Miei carmi erano amor, prece e coraggio; + E fra le brame ch'esprimeano, v'era + Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio. + + Io alla rozza, ma buona alma straniera + Del carcerier pingea miei patrii monti, + E allor sua faccia apparìa men severa. + + E m'esultava il sen, quando con pronti + Impeti d'amistà quel torvo sgherro + Commosso si mostrava a' miei racconti. + + Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro + Umanità serbava! A lui di certo + Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro. + + Morto o insanito io fora in quel deserto, + Se confortato non m'avesse un core + Nato di donna, e a caritade aperto. + + Scevra quasi or mia vita è di dolore, + Ad Italia renduto e a' natii poggi, + Ov'alte m'attendean prove d'amore. + + Benedetti color, che dolci appoggi + Mi fur nell'infortunio, e benedetti + Color, che mia letizia addoppian oggi! + + E benedetta l'ora in che sedetti, + Saluzzo mia, di novo entro tue sale, + E strinsi a me concittadini petti! + + Non vana mai su te protenda l'ale + Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise, + Sì che nobil sia cosa in te il mortale! + + L'alme de' figli tuoi non sien divise + Da fraterna discordia, e mai le pene + Dell'infelice qui non sien derise! + + Le città circondanti ergan serene + Lor pupille su te, siccome a suora + Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene. + + E le lontane madri amin che nuora + Vergin ne venga di Saluzzo, e questa + Abbia figliuola reverente ognora; + + E la straniera vergin, che fu chiesta + Da garzon saluzzese, in cor sorrida + Come a lampo di grazia manifesta! + + Pera ogni spirto vil, se in te s'annida! + Vi regni indol pietosa ed elegante, + E magnanimo ardire, e amistà fida! + + Mai non cessino in te fantasìe sante, + Che in dottrina gareggino, e sien luce + A chi del bello, a chi del vero è amante; + + E del saver tra' figli tuoi sia duce + Non maligna arroganza, invereconda; + Ma quella fè che ad ogni bene induce; + + Quella fede che agli uomini feconda + Le mentali potenze, a lor dicendo, + Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda, + + Ma può farsi divin, virtù seguendo! + Ma dee farsi divino, o di viltate + L'involve eterno sentimento orrendo! + + Tai son le preci che per te innalzate + Da me son oggi, e sempre, o suol nativo: + Breve soggiorno or fo in tue mura amate, + + Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo! + + +[Nota 3: Carlo Muletti e Delfino suo padre, storici di Saluzzo.--Io +m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del maggiore +Felice, suo fratello.] + + + + +LA BENEFICENZA. + + _Esurivi enim, et dedistis mihi manducare._ + + (MATTH. 26, 35. ) + + + Mentre tanti di nome e d'or potenti + Volgono a vanitate e nome ed oro, + Nè a taluni più bastano i contenti + Che sulla terra Iddio concede loro, + Mentre a meglio goder cercan furenti + La propria gioia nell'altrui disdoro, + Simili a falsi Dei d'età lontane + Che a' lor piedi volean vittime umane; + + E mentre mirando + Que' ricchi malvagi + Il volgo fremente + Che invidia lor agi, + Esagera, infuria, + Invoca dal Ciel + Su tutti i felici + Sanguigno flagel; + + Que' flagelli rattiene il ricco pio + Che riparar gli altrui misfatti agogna, + E oprando assai per gli uomini e per Dio, + Anco d'essere inutil si rampogna: + Degl'innocenti aiuta il buon desìo, + Gli erranti tragge a salutar vergogna; + Onora l'arti ed anima l'artiero, + E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero. + + Il volgo commosso + Ripensa, si calma, + Capisce che il ricco + Può aver nobil alma; + Insegna a' suoi figli, + Che pace e lavor + Del povero sono + Salute e decor. + + Salve, o di carità sacra fiammella + Che accendi il cor del pio dovizioso! + Se a noi mortali fulgi or così bella, + Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo? + A lui che, tutte mentre a sè le appella, + Le appella a mutuo affetto generoso! + A lui che quando cinse umano velo, + Ci palesò che tutto amore è il Cielo! + + Amore santifica + Tesori e palagi, + Amore santifica + Tuguri e disagi; + Amor sulla terra + Può tutto abbellir, + L'impero, il servire, + La vita, il morir. + + Amato molto, amato sia il Signore + Ch'è modello de' ricchi impietositi! + Amato molto, amato sia il Signore, + Modello ai cuori da sventura attriti! + Amato molto, amato sia il Signore + Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti! + Amato molto, amato sia il Signore + Che per l'anime umane arde d'amore! + + Oscuro o potente, + Di Dio tu sei figlio, + Fratello degli Angioli, + Ancor che in esiglio! + Gran fallo ci avvolse + Nel fango e nel duol: + Amiam! ci fia reso + Degli Angioli il vol! + + + + +LE SALE DI RICOVERO. + + _Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit._ + + (MATTH. 18, 5.) + + + «Son pargoletto e povero e ammalato; + Abbi pietà di me, Gesù bambino, + Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato! + + Me qui lascia la mamma ogni mattino + Nel solingo tugurio, ed esce mesta + Il nostro a procacciar vitto meschino. + + Ancella move a quella casa e questa, + Ed acqua attinge e lava e assai si stanca, + E vive appena, ed indigente resta. + + Qui soletto io mi volgo a destra, a manca, + Senza dolcezza di parole amate, + E fame ho spesse volte, e il pan mi manca. + + Le melanconich'ore prolungate + M'empion l'alma di pianto e di paure, + E mi sfogo in ismanie sconsolate. + + Amor la madre assai mi porta, e pure + Quando al tugurio torna e pianger m'ode, + Spesso le voci sue prorompon dure; + + Talor mi batte, e duolo indi mi rode, + Sì che allor quasi affetto io più non sento, + E in maligni pensieri il cor mi gode. + + Povera madre! il viver nello stento + Estingue nel suo spirto ogni sorriso, + Ed anch'io più cruccioso ognor divento. + + Gesù, prendimi teco in Paradiso, + O tempra la tristezza che m'irrita, + E rasserena di mia madre il viso: + + Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta, + Fa che deserto io non mi strugga tanto + Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita. + + Se ad altri bimbi io respirassi accanto, + E non sempre gemessi, e qualche mano + Söavemente m'asciugasse il pianto, + + Crescerei più benevolo e più sano + E più caro a la madre io mi vedrìa: + Lassa! altrimenti ella fu madre invano! + + Ella al mio fianco in pace invecchierìa, + E per essa con gioia adoprerei + A laudevol sudor mia vigorìa. + + Le poche forze ai patimenti rei + Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena, + Nulla i miei giorni avran fruttato a lei. + + Ovver, se presto a morte non mi mena + Tanta miseria, crescerò doglioso, + Me coll'afflitta madre amando appena. + + Ed ella pur mi dice che odïoso + Il povero alla terra e al ciel rimane, + Quando alle brame sue non dà riposo, + + Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.» + + Ed ecco del bimbo + La mamma ritorna: + È stanca, ma un raggio + Di gioia l'adorna; + S'asside a lui presso, + Lo stringe al suo sen, + «Oh quanto sinora + Mi dolse, o figliuolo, + Lasciarti ogni giorno + Sì tristo, sì solo! + T'allegra: celeste + Soccorso a noi vien. + + «Nell'ore ch'ai figli + Non ponno dar cura + Le madri, cui preme + Fatica e sventura, + Da provvide menti + Ricovro s'aprì. + Alquanto risana, + E là tu verrai: + Son piene due sale + Di pargoli omai: + Giocando, imparando, + Vi passano il dì. + + «Al santo pensiero + Che aprì quel ricetto, + Ministre si fanno + Con tenero affetto + Più vergini umìli, + Sacrate al Signor: + Null'altro che amarti, + Il sai, potev'io, + Ma quelle söavi + Ancelle di Dio + Più dolce, più giusto + Faranno il tuo cor. + + «Io, conscia che al figlio + Non manca un'aïta, + Trarrò senza pianto + Mia povera vita, + L'usato lavoro + Stimando leggèr. + Al tetto materno + Verrai verso sera, + E sempre alzeremo + Concorde preghiera + Per l'alme pietose + Che asilo ti dier.» + + Quel fanciulletto già infermiccio e tristo, + Indi a non molto, in sì benigna scuola, + Rosee le guance e lieti i rai fu visto. + + Oh d'amorose labbra la parola + Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini, + Addolcisce le doglie e li consola! + + D'entrambo i sessi i pargoli tapini + Ivi sottratti vanno a rio squallore, + Ed a costumi stolidi e ferini. + + Che invan vorria la madre o il genitore + Occhio assiduo tener sui cari pegni, + Qua e là faticando per lungh'ore. + + Abbandonati a sè, crescere indegni + Veggionsi quindi d'assai plebe i figli, + Egre le membra ed egri più gl'ingegni. + + Per cadute e per cento altri perigli + Vedi qual di storpiati e di languenti + Esce turba da' poveri covigli! + + Quanti avrian le persone alte e ridenti + Ch'essi strascinan luride e contorte, + Perchè guaste d'infanzia agli elementi! + + Oh benedetti voi che sulla sorte + Della schiatta plebea v'intenerite, + E pensate a scemarle e vizi e morte! + + In voi sì belle le grandezze avite + Non son, quant'è il magnanimo disìo, + Onde a tanti innocenti asilo aprite. + + Memori siete di quell'Uomo-Iddio + Che, cinto da drappel di bambinelli, + Li confortava col suo sguardo pio, + + Ed imponea d'assomigliare a quelli. + + E voi benedette, + Donzelle pietose, + Che al Dio de' bambini + Facendovi spose, + Di madri assumete + Le pene e l'amor. + Per voi dalla terra + Piacer non alligna: + Fors'anco taluno + Vi guarda e sogghigna, + Vi chiama delire + Da stolto fervor. + + Ma voi non curanti + Di plauso o di scherno, + I poveri amando + Amate l'Eterno, + Ai bimbi servendo + Servite a Gesù. + Il mondo che ignora + Del core i misteri, + Non sa che più dolce + Di tutti i piaceri + È l'umil conflitto + D'arcana virtù. + + La vergine sacra + Al Dio degl'infanti + Sublima sue pene + Con palpiti santi; + È abbietta ai mortali, + Ma l'anima ha in ciel. + Con Dio nella mente + Le cure più gravi, + Le cure più vili + Diventan söavi: + Bassezza non tange + Un'alma fedel. + + La vergine sacra + Al Dio de' bambini + Vagheggia in Maria + Affetti divini, + Le impronte cercando + Di lei seguitar. + Non volgono ai bimbi + Tirannico ciglio + Color, che mirando + Maria col suo Figlio, + Li veggon dal cielo + Sui bimbi vegliar. + + Ah! sì, benedette + Voi tutte, o bell'alme, + Che ai miseri infanti + Porgete le palme, + Di padri e di madri + Vestendo l'amor! + Pensier non vi preme + Di plauso o di scherno: + I poveri amando + Amate l'Eterno: + Ai bimbi servendo + Servite al Signor. + + +FINE. + + + + +INDICE. + + +AL LETTORE 1 +FRANCESCA DA RIMINI Pag. 1 +ROSILDE 79 +ADELLO 115 +EBELINO 169 +ILDEGARDE 213 +AROLDO E CLARA 251 +POESIE LIRICHE 277 + + +FINE DELL'INDICE. + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of Poesie scelte, by Silvio Pellico + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE *** + +***** This file should be named 17671-8.txt or 17671-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/7/6/7/17671/ + +Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This +file was produced from images generously made available +by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at +http://gallica.bnf.fr) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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