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+The Project Gutenberg EBook of Poesie scelte, by Silvio Pellico
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
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+
+Title: Poesie scelte
+
+Author: Silvio Pellico
+
+Release Date: February 3, 2006 [EBook #17671]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE ***
+
+
+
+
+Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
+file was produced from images generously made available
+by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at
+http://gallica.bnf.fr)
+
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+POESIE SCELTE
+
+DI
+
+SILVIO PELLICO
+
+DA SALUZZO.
+
+
+VOLUME UNICO.
+
+
+PARIGI,
+BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA,
+3, QUAI MALAQUAIS.
+
+1840.
+
+
+
+
+BIBLIOTECA
+POETICA ITALIANA
+
+CONTINUATA DA QUELLA
+DEL BUTTURA.
+
+TOMO XXXVI.
+
+
+CONTINUAZIONE
+
+TOMO VI.
+
+
+
+
+DALLA STAMPERIA DI CRAPELET,
+RUE DE VAUGIRARD, Nº 9.
+
+
+SI VENDE PURE
+DA STASSIN E XAVIER,
+9, RUE DU COQ-SAINT-HONORÉ.
+
+
+
+
+AL LETTORE.
+
+
+Amore sotto le più nobili forme ne' gaudi, amore e rassegnazione ne'
+mali sono anima al vivere di Pellico, sono l'espressione de' suoi
+versi; chè in essi l'anima di lui tutta è diffusa. In questo giudizio
+speriamo verran coloro che leggeranno le seguenti poesie, le quali
+abbiam scelte, toltone la _Francesca_, dalle molte pubblicate
+dall'autore dopo la sua liberazione dallo Spielberg.
+
+Inclinando alquanto col secolo fummo parchi nel dare di quelle rime
+del nostro autore in cui egli trascorre alla contemplazione delle cose
+divine. Un libro ascetico o quasi ascetico sarebbe letto da pochi,
+forse da nessuno di coloro che ne abbisognano, e resterebbe quindi
+senza frutto. L'armi spirituali lampeggino sole nelle sacre bigonce,
+ma ne' libri di amena letteratura portino miste agli umani diletti le
+salutari punture.
+
+ A. RONNA.
+
+
+
+
+FRANCESCA DA RIMINI
+
+TRAGEDIA.
+
+
+ Noi leggevamo un giorno per diletto,
+ Di Lancillotto come amor lo strinse,
+ Soli eravamo e senza alcun sospetto.
+ Per più fiate gli occhi ci sospinse
+ Quella lettura e scolorocci il viso.
+ Ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+ Quando leggemmo il disïato riso,
+ Esser baciato da cotanto amante,
+ Questi, che mai da me non fia diviso,
+ La bocca mi baciò tutto tremante.
+
+
+
+
+PERSONAGGI.
+
+
+LANCIOTTO, signor di Rimini.
+PAOLO, suo fratello.
+GUIDO, signore di Ravenna.
+FRANCESCA, sua figlia e moglie di Lanciotto.
+UN PAGGIO.
+GUARDIE.
+
+_La scena è in Rimini nel palazzo signorile._
+
+
+
+
+FRANCESCA DA RIMINI.
+
+
+
+
+ATTO PRIMO.
+
+
+SCENA PRIMA.
+
+_Esce_ LANCIOTTO _dalle sue stanze per andare all'incontro di_ GUIDO,
+_il quale giunge. Si abbracciano affettuosamente._
+
+ GUIDO.
+
+ Vedermi dunque ella chiedea? Ravenna
+ Tosto lasciai; men della figlia caro
+ Sariami il trono della terra.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh Guido!
+ Come diverso tu rivedi questo
+ Palagio mio dal dì che sposo io fui!
+ Di Rimini le vie più non son liete
+ Di canti e danze; più non odi alcuno
+ Che di me dica: Non v'ha rege al mondo
+ Felice al pari di Lanciotto. Invidia
+ Avean di me tutti d'Italia i prenci:
+ Or degno son di lor pietà. Francesca
+ Soavemente commoveva a un tempo
+ Colla bellezza i cuori, e con quel tenue
+ Vel di malinconia che più celeste
+ Fea il suo sembiante. L'apponeva ognuno
+ All'abbandono delle patrie case
+ E al pudor di santissima fanciulla,
+ Che ad imene ed al trono ed agli applausi
+ Ritrosa ha l'alma.--Il tempo ir diradando
+ Parve alfin quel dolor. Meno dimessi
+ Gli occhi Francesca al suo sposo volgea;
+ Più non cercava ognor d'esser solinga;
+ Pietosa cura in lei nascea d'udire
+ Degl'infelici le querele, e spesso
+ Me le recava; e mi diceva.... Io t'amo.
+ Perchè sei giusto e con clemenza regni.
+
+ GUIDO.
+
+ Mi sforzi al pianto.--Pargoletta, ell'era
+ Tutta sorriso, tutta gioja, ai fiori
+ Parea in mezzo volar nel più felice
+ Sentiero della vita; il suo vivace
+ Sguardo in chi la mirava, infondea tutto
+ Il gajo spirto de' suoi giovani anni.
+ Chi presagir potealo? Ecco ad un tratto
+ Di tanta gioja estinto il raggio, estinto
+ Al primo assalto del dolor! La guerra,
+ Ahimè, un fratel teneramente amato
+ Rapiale!... Oh infausta rimembranza!.. Il cielo
+ Con preghiere continue ella stancava
+ Pel guerreggiante suo caro fratello...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Inconsolabil del fratel perduto
+ Vive, e n'abborre l'uccisor; quell'alma
+ Sì pia, sì dolce, mortalmente abborre!
+ Invan le dico: I nostri padri guerra
+ Moveansi; Paolo, il fratel mio, t'uccise
+ Un fratello, ma in guerra; assai dorragli
+ L'averlo ucciso; egli ha leggiadri, umani,
+ Di generoso cavaliero i sensi.
+ Di Paolo il nome la conturba. Io gemo
+ Però che sento del fratel lontano
+ Tenero amore. Avviso ebbi ch'ei riede
+ In patria, il core men balzò di gioja;
+ Alla mia sposa supplicando il dissi,
+ Onde benigna l'accogliesse. Un grido
+ A tal annunzio mise. Egli ritorna!
+ Sclamò tremando, e semiviva cadde.
+ Dirtelo deggio? Ahi l'ho creduta estinta,
+ E furente giurai che la sua morte
+ Io vendicato avrei... nel fratel mio.
+
+ GUIDO.
+
+ Lasso! e potevi?...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il ciel disperda l'empio
+ Giuramento! L'udì ripeter ella,
+ Ed orror n'ebbe, e a me le man stendendo:
+ Giura, sclamò, giura d'amarlo: ei solo,
+ Quand'io più non sarò, pietoso amico
+ Ti rimarrà... Ch'io l'ami impone, e l'odia,
+ La disumana! E andar chiede a Ravenna
+ Nel suo natio palagio, onde gli sguardi
+ Non sostener dell'uccisor del suo
+ Germano.
+
+ GUIDO.
+
+ Appena ebbi il tuo scritto, inferma
+ Temei foss'ella. Ah, quanto io l'ami, il sai!
+ Che troppo io viva... tu mi intendi... io sempre
+ Tremo.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh, non dirlo!.. Io pur, quando sopita
+ La guardo... e chiuse le palpebre e il bianco
+ Volto segno non dan quasi di vita,
+ Con orrenda ansietà pongo il mio labbro
+ Sovra il suo labbro per sentir se spiri:
+ E del tremor tuo tremo.--In feste e giochi
+ Tenerla volli, e sen tediò: di gemme
+ Dovizïosa e d'oro e di possanza
+ Farla, e fu grata ma non lieta. Al cielo
+ Devota è assai: novelle are costrussi.
+ Cento vergini e cento alzano ognora
+ Preci per lei, che le protegge ed ama.
+ Ella s'avvede ch'ogni studio adopro
+ Onde piacerle, e me lo dice, e piange.
+ Talor mi sorge un reo pensier... Avessi
+ Qualche rivale? O ciel! ma se da tutta
+ La sua persona le traluce il core
+ Candidissimo e puro!... Eccola.
+
+
+SCENA II.
+
+FRANCESCA E DETTI.
+
+ GUIDO.
+
+ Figlia,
+ Abbracciami. Son io...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Padre... ah, la destra
+ ch'io ti copra di baci!
+
+ GUIDO.
+
+ Al seno mio,
+ Qui... qui confondi i tuoi palpiti a' miei
+ Vieni, prence. Ambidue siete miei figli:
+ Ambidue qui... Vi benedica il cielo!
+ Così vi strinsi ambi quel dì che sposi
+ Vi nomaste.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ah, quel dì!... fosti felice,
+ O padre.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E che? forse dir vuoi che il padre
+ Felice, e te misera festi?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Io vero
+ Presagio avea, che male avrei lo sposo
+ Mio rimertato con perenne pianto,
+ E te lo dissi, o genitor: chiamata
+ Alle nozze io non era. Il vel ti chiesi;
+ Tu mi dicesti che felice il mio
+ Imen sol ti farebbe... io t'obbedii.
+
+ GUIDO.
+
+ Ingrata, il vel chieder potevi a un padre
+ A cui viva restavi unica prole?
+ Negar potevi a un genitor canuto
+ D'avere un dì sulle ginocchia un figlio
+ Della sua figlia?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Non per me mi pento.
+ Iddio m'ha posto un incredibil peso
+ D'angoscia sovra il core, e a sopportarlo
+ Rassegnata son io. Gli anni miei tutti
+ Di lagrime incessanti abbeverato
+ Avrei del pari in solitaria cella
+ Come nel mondo. Ma di me dolente
+ Niuno avrei fatto!... liberi dal seno
+ Sariano usciti i miei gemiti a Dio,
+ Onde guardasse con pietà la sua
+ Creatura infelice, e la togliesse
+ Da questa valle di dolor!... Non posso
+ Nè bramar pure di morir: te affliggo,
+ O generoso sposo mio, vivendo:
+ T'affliggerei più, s'io morissi.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ O pia
+ E in un crudele! Affliggimi, cospargi
+ Di velen tutte l'ore mie, ma vivi.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Troppo tu m'ami. E temo ognor che in odio
+ Cangiar tu debba l'amor tuo... punirmi...
+ Di colpa ch'io non ho... d'involontaria
+ Colpa almeno....
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Qual colpa?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Io... debolmente
+ Amor t'esprimo...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E il senti? Ah, dirti cosa
+ Mai non volea ch'ora dal cor mi fugge!
+ Vorresti, e amarmi, oh ciel! nol puoi...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che pensi?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Rea non ti tengo... involontarii sono
+ Spesso gli affetti...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Perdona. Rea
+ Io non ti tengo, tel ridico, o donna:
+ Ma il tuo dolor... sarebbe mai... di forte
+ Alma in conflitto con biasmato... amore?
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_Gettandosi nelle braccia di Guido._)
+
+ Ah, padre, salva la mia fama. Digli,
+ E giuramento abbine tu, che giorni
+ Incolpabili io trassi al fianco tuo,
+ E che al suo fianco io non credea che un'ombra
+ Pur di sospetto mai data gli avessi.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Perdona: amore è di sospetti fabbro.--
+ Io fra me spesso ben dicea: Se pure,
+ Fanciulla ancor, d'immacolato amore
+ Si fosse accesa, e or tacita serbasse
+ Il sovvenir d'un mio rival, cui certo
+ Ella antepone il suo dover, qual dritto
+ Di esacerbar la cruda piaga avrei,
+ Indagando l'arcano? Eterno giaccia
+ Nel suo innocente cor, s'ella ha un arcano!
+ Ma dirlo deggio? Il dubbio mio s'accrebbe
+ Un dì che al fratel tuo lodi tessendo,
+ Io m'accingeva a consolarti. Invasa
+ Da trasporto invincibile, sclamasti:
+ Dove, o segreto amico mio del cuore,
+ Dove n'andasti? Perchè mai non torni,
+ Sì che pria di morire io ti riveggia?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Io dissi?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Nè a fratel volti que' detti
+ Parean.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Fin nel delirio, agl'infelici
+ Scrutar vuolsi il pensier? Sono infelici,
+ Nè basta: infami anch'esser denno. Ognuno
+ Contro l'afflitto spirto lor congiura;
+ Ognun... pietà di lor fingendo... gli odia;
+ Non pietà no, la tomba chieggon... Quando
+ Più sopportarmi non potrai, la tomba
+ Aprimi sì; discenderovvi io lieta:
+ Lieta pur ch'io... da ogn'uom fugga!
+
+ GUIDO.
+
+ Vaneggi?
+ Figlia...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Quai su di me vibri tremendi
+ Sguardi! Che li fec'io?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Di mie sciagure
+ La cagion non sei tu?... Perchè strapparmi
+ Dal suol che le materne ossa racchiude?
+ Là calmato avria il tempo il dolor mio;
+ Qui tutto il desta, e lo rinnova ognora...
+ Passo non fo ch'io non rimembri...--Oh insana!
+ Fuor di me son. Non creder, no...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ ... A Ravenna,
+ Francesca, sì, col genitor n'andrai.
+
+ GUIDO.
+
+ Prence, t'arresta.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh, a' dritti miei rinunzio.
+ Dalla tua patria non verrò a ritorti:
+ Chi orror t'ispira, ed è tuo sposo, e t'ama
+ Pur tanto, più non rivedrai... se forse
+ Pentita un giorno e a pietà mossa, al tuo
+ Misero sposo non ritorni... E forse,
+ Dall'angosce cangiato, ah, ravvisarmi
+ Più non saprai! Ben io, ben io nel core
+ La tua presenza sentirò: al tuo seno
+ Volerò perdonandoti.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Lanciotto,
+ Tu piangi?
+
+ GUIDO.
+
+ Ah figlia!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Padre mio! Vedesti
+ Figlia più rea, più ingrata moglie? iniqui
+ Detti mi sfuggon nel dolor, ma il labbro
+ Sol li pronuncia.
+
+ GUIDO.
+
+ Ah, di tuo padre i giorni
+ Non accorciar, nè del marito vane
+ Far le virtù per cui degna e adorata
+ Consorte il ciel gli concedea! Più lieve
+ Sarà la terra sovra il mio sepolcro,
+ Se un dì, toccando, giurerai che lieto
+ Di prole festi e del tuo amor lo sposo.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Io accorcerei del padre mio la vita?
+ No. Figlia e moglie esser vogl'io: men doni
+ Lo forza il ciel. Meco il pregate!
+
+ GUIDO.
+
+ Rendi
+ A mia figlia la pace!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ ... Alla mia sposa!
+
+
+SCENA III.
+
+UN PAGGIO E DETTI.
+
+ PAGGIO.
+
+ L'ingresso chiede un cavalier.
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_A Guido._)
+
+ Tu d'uopo
+ Hai di riposo: alle tue stanze, o padre,
+ Vieni. (_Parte con Guido._)
+
+
+SCENA IV.
+
+LANCIOTTO E IL PAGGIO.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il suo nome?
+
+ PAGGIO.
+
+ Il nome suo tacea:
+ Supporlo io posso. Entrò negli atrii, e forte
+ Commozïone l'agitò: con gioja
+ Guardava l'armi de' tuoi avi appese
+ Alle pareti: di tuo padre l'asta
+ E lo scudo conobbe.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh Paolo! Oh mio
+ Fratello!
+
+ PAGGIO.
+
+ Ecco a te viene.
+
+
+SCENA V.
+
+PAOLO E LANCIOTTO _si corrono incontro e restano lungamente
+abbracciati._
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ah, tu sei desso,
+ Fratel!
+
+ PAOLO.
+
+ Lanciotto! mio fratello!--Oh sfogo
+ Di dolcissime lacrime!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ L'amico,
+ L'unico amico de' miei teneri anni
+ Da te diviso, oh, come a lungo io stetti.
+
+ PAOLO.
+
+ Qui t'abbracciai l'ultima volta... Teco
+ Un altr'uomo io abbracciava: ei pur piangea...
+ Più rivederlo io non doveva?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh padre!
+
+ PAOLO.
+
+ Tu gli chiudesti i moribondi lumi.
+ Nulla ti disse del suo Paolo?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il suo
+ Figliuol lontano egli moria chiamando.
+
+ PAOLO.
+
+ Me benedisse?--Egli dal ciel ci guarda,
+ Ci vede uniti e ne gioisce. Uniti
+ Sempre saremo d'ora innanzi. Stanco
+ Son d'ogni vana ombra di gloria. Ho sparso
+ Di Bizanzio pel trono il sangue mio,
+ Debellando città ch'io non odiava,
+ E fama ebbi di grande, e d'onor colmo
+ Fui dal clemente imperador: dispetto
+ In me facean gli universali applausi.
+ Per chi di stragi si macchiò il mio brando?
+ Per lo straniero. E non ho patria forse
+ Cui sacro sia de' cittadini il sangue?
+ Per te, per te, che cittadini hai prodi,
+ Italia mia, combatterò; se oltraggio
+ Ti moverà la invidia. E il più gentile
+ Terren non sei di quanti scalda il sole?
+ D'ogni bell'arte non sei madre, o Italia?
+ Polve d'eroi non è la polve tua?
+ Agli avi miei tu valor desti e seggio,
+ E tutto quanto ho di più caro alberghi!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Vederti, udirti, e non amarti... umana
+ Cosa non è.--Sien grazie al cielo, odiarti
+ Ella, no, non potrà.
+
+ PAOLO.
+
+ Chi?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Tu non sai:
+ Manca alla mia felicità qui un altro
+ Tenero pegno.
+
+ PAOLO.
+
+ Ami tu forse?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh se amo!
+ La più angelica donna amo... e la donna
+ Più sventurata.
+
+ PAOLO.
+
+ Io pur amo; a vicenda
+ Le nostre pene confidiamci.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il padre
+ Pria di morire un imeneo m'impose,
+ Onde stabile a noi pace venisse.
+ Il comando eseguii.
+
+ PAOLO.
+
+ Sposa t'è dunque
+ La donna tua? nè lieto sei? Chi è dessa?
+ Non t'ama?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ingiusto accusator, non posso
+ Dir che non m'ami. Ella così te amasse!
+ Ma tu un fratello le uccidesti in guerra,
+ Orror le fai, vederti niega.
+
+ PAOLO.
+
+ Parla,
+ Chi è dessa? chi?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Tu la vedesti allora
+ Che alla corte di Guido...
+
+ PAOLO.
+
+ Essa...
+
+ (_Reprimendo la sua orribile agitazione._)
+
+ LANCIOTTO.
+
+ La figlia
+ Di Guido.
+
+ PAOLO.
+
+ E t'ama! Ed è tua sposa?--È vero;
+ Un fratello... le uccisi...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ed incessante
+ Duolo ne serba. Poichè udì che in patria
+ Tu ritornavi, desolata abborre
+ Questo tetto.
+
+ PAOLO.
+
+ (_Reprimendosi sempre._)
+
+ Vedermi, anco vedermi
+ Niega?--Felice io mi credeva accanto
+ Al mio fratel.--Ripartirò... in eterno
+ Vivrò lontano dal mio patrio tetto.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Fausto ad ambi ugualmente il patrio tetto
+ Sarà. Non fia che tu mi lasci.
+
+ PAOLO.
+
+ In pace
+ Vivi; a una sposa l'uom tutto pospone.
+ Amala...--Ah, prendi questo brando, il tuo
+ Mi dona! rimembranza abbilo eterna
+ Del tuo Paolo.
+
+ (_Eseguisce con dolce violenza questo cambio._)
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Fratel...
+
+ PAOLO.
+
+ Se un giorno mai
+ Ci rivedrem, s'io pur vivrò... più freddo
+ Batterà allora il nostro cuor... il tempo
+ Che tutto estingue, estinto avrà... in Francesca
+ L'odio... e fratel mi chiamerà.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Tu piangi.
+
+ PAOLO.
+
+ Io pure amai! Fanciulla unica al mondo
+ Era quella al mio sguardo.... ah, non m'odiava,
+ No; non m'odiava.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E la perdesti?
+
+ PAOLO.
+
+ Il cielo
+ Me l'ha rapita!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ D'un fratel l'amore
+ Ti sia conforto. Alla tua vista, a' modi
+ Tuoi generosi placherassi il core
+ Di Francesca medesma... Or vieni...
+
+ PAOLO.
+
+ Dove?...
+ A lei dinanzi... non fia mai ch'io venga!
+
+
+FINE DELL'ATTO PRIMO.
+
+
+
+
+ATTO SECONDO.
+
+
+SCENA PRIMA.
+
+GUIDO E FRANCESCA.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Qui... più libera è l'aura.
+
+ GUIDO.
+
+ Ove t'aggiri
+ Dubitando così?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Non ti parea
+ La voce udir... di... Paolo?
+
+ GUIDO.
+
+ Timore
+ Or di vederlo non ti prenda. Innanzi
+ Non ti verrà, se tu nol brami.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Alcuno
+ Gli disse ch'io... l'abborro? glien duol forse?
+
+ GUIDO.
+
+ Assai glien duol. Volea partir; Lanciotto
+ Ne lo trattenne.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Egli partir volea?
+
+ GUIDO.
+
+ Or più quieto hai lo spirto. Oggi Lanciotto
+ Spera che del fratel suo la presenza
+ Tu sosterrai.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Padre, mio padre! Ah, senti...
+ Questo arrivo... deh, senti, come forti
+ Palpiti desta nel mio sen!--Deserta
+ Rimini mi parea; muta, funebre
+ Mi parea questa casa; ora... Deh, padre,
+ Mai non lasciarmi, deh, mai più! Sol teco
+ Giubilar oso e piangere; nemico
+ Tu non mi sei... Pietà di me tu avresti,
+ Se...
+
+ GUIDO.
+
+ Che?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Se tu sapessi...--Oh, quanto amaro
+ M'è il vivere solinga! Ah, tu pietoso
+ Consolator mi sei!... Fuorchè te, o padre,
+ Non evvi alcun dinanzi a cui non tremi,
+ Dinanzi a cui tutti del core i moti
+ Io non debba reprimere... Nascosto
+ Non tengo il cor; facil s'allegra e piange:
+ E mostrar mai nè l'allegria nè il pianto
+ Lecito m'è. Tradirmi posso; guai,
+ Guai se con altri un detto mi sfuggisse!...
+ Tu... più benigno guarderesti i mali
+ Della tua figlia... E se in periglio fosse...
+ Ne la trarresti con benigna mano.
+
+ GUIDO.
+
+ No, il cor nascosto tu non tieni... I tuoi
+ Pensier segreti... più non son segreti,
+ Quando col tuo tenero padre stai.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Tutto... svelarti bramerei... Che dico?
+ Ove mi celo? Oh terra, apriti, cela
+ La mia vergogna!
+
+ GUIDO.
+
+ Parla; il ciel t'ispira.
+ Abbi fiducia. Il fingere è supplizio
+ Per te...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Dovere è il fingere, dovere
+ Il tacer, colpa il dimandar conforto;
+ Colpa il narrar sì reo delitto a un padre,
+ Che il miglior degli sposi alla sua figlia
+ Diede... e felice non la fe'!
+
+ GUIDO.
+
+ Me lasso!
+ Il carnefice tuo dunque son io?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh buon padre! nol sei...--Vacillar sento
+ La mia debol virtù.--Tremendo sforzo,
+ Ma necessario! Salvami, sostienmi!
+ Lunga battaglia fin ad ora io vinsi;
+ Ma questi di mia vita ultimi giorni
+ Tremarmi fanno... Aita, o padre, ond'io
+ Santamente li chiuda.--Ah, sì! Lanciotto
+ Ben sospettò, ma rea non son! fedele
+ Moglie a lui son, fedel moglie esser chieggo!..--
+ Padre... sudar la tua fronte vegg'io...
+ Da me torci gli sguardi... inorridisci...
+
+ GUIDO.
+
+ Nulla, figlia, raccontami...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ti manca
+ Lo spirto. Oh ciel!
+
+ GUIDO.
+
+ Nulla, mia figlia.--Un breve
+ Disordin qui... qui nella mente...--Ah, dolce
+ A vecchio padre è l'appoggiar le inferme
+ Membra su figli non ingrati!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh, è vero!
+ Giusta è la tua rampogna; ingrata figlia,
+ Ingrata io son: puniscimi.
+
+ GUIDO.
+
+ --Qual empio
+ Di sacrilega fiamma il cor t'accese?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Empio ei non è, non sa, non sa ch'io l'amo;
+ Egli non m'ama.
+
+ GUIDO.
+
+ Ov'è? Per rivederlo
+ Forse a Ravenna ritornar volevi?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Per fuggirlo, mio padre!
+
+ GUIDO.
+
+ Ov'è colui?
+ Rispondi; ov'è?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Pietà mi promettesti;
+ Non adirarti. È in Rimini...
+
+ GUIDO.
+
+ --Chi giunge!
+
+
+SCENA II.
+
+LANCIOTTO E DETTI.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Turbati siete?... Eri placata or dianzi.
+
+ GUIDO.
+
+ Diman, Francesca, partirem.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Che dici?
+
+ GUIDO.
+
+ Francesca il vuol.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Padre!
+
+ GUIDO.
+
+ Oseresti?...
+
+ (_Parte guardandola minacciosamente._)
+
+
+SCENA III.
+
+LANCIOTTO E FRANCESCA.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ahi, crudo
+ Più di tutti è mio padre!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Abbandonarmi
+ Più non volevi; io ti credea commossa
+ Dal dolor mio. Per fuggir Paolo, d'uopo
+ Che tu parta non è; partir vuol egli.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Partir?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Funesta gli parria la vita
+ Ne' suoi penati, ove abborrito ei fosse.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Tanto gl'incresce?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Invan distornel volli;
+ Di ripartir fe' giuramento.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ei molto
+ Te ama...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Soave e generoso ha il core.
+ Debole amor (pari m'è in ciò) non sente...
+ E pari a me, d'amor vittima ei vive!
+
+ FRANCESCA.
+
+ D'amor vittima?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Sì. Non reggerebbe
+ Il tuo medesmo cuor, se tu l'udissi...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Or perchè viene a queste piagge adunque?
+ Cred'ei che m'abbia alcun altro fratello
+ Onde rapirmel?... Per mio solo danno,
+ Certo, ei qui venne.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ingiusta donna! Ei prega,
+ Pria di partir, che un sol istante l'oda,
+ Che un solo istante tu lo veggia.--Ah, pensa
+ Ch'ei t'è cognato; che novelli imprende
+ Lunghi viaggi; che più forse mai
+ Nol rivedrem! Religion ti parli.
+ Se un nemico avess'io, che l'oceàno
+ In procinto a varcar, la destra in pria
+ A porgermi venisse... io quella destra
+ Con tenerezza stringerei, sì dolce
+ È il perdonar.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Deh, cessa!.. Oh mia vergogna!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Chi sa, direi, se quel vasto oceàno,
+ Fin che viviam, frapposto ognor non fia
+ Tra quel mortale e me? Sol dopo morte,
+ In cielo... E tutti noi là ci vedremo...
+ Là non potremo esser divisi. Oh donna,
+ Il fratello abborrir là non potrai!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Sposo, deh, sappi... Ah, mi perdona!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Vieni,
+ Fratello!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh Dio!
+
+ (_Si getta nelle braccia di Lanciotto._)
+
+
+SCENA IV.
+
+PAOLO E DETTI.
+
+ PAOLO.
+
+ --Francesca!... eccola... dessa!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Paolo, t'avanza.
+
+ PAOLO.
+
+ E che dirò?--Tu dessa?--
+ Ma s'ella niega di vedermi, udirmi
+ Consentirà? Meglio è ch'io parta, in odio
+ Le sarò men.--Fratel, dille che al suo
+ Odio perdono, e che nol merto. Un caro
+ German le uccisi; io nol volea. Feroce
+ Ei che perdenti avea le schiere, ei stesso
+ S'avventò sul mio brando; io di mia vita
+ Salvo a costo l'avria.--
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_Sempre abbracciata al marito, senza
+ osar di levar la faccia._)
+
+ --Sposo, è partito?
+ Partito è Paolo?.. Alcuno odo che piange;
+ Chi è?
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca io piango; io de' mortali
+ Sono il più sventurato! Anche la pace
+ De' lari miei non m'è concessa. Il core
+ Assai non era lacerato? assai
+ Non era il perder... l'adorata donna?
+ Anche il fratello, anche la patria io perdo!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Cagion mai non sarò ch'un fratel l'altro
+ Debba fuggir. Partir vogl'io; tu resta,
+ Uopo ha Lanciotto d'un amico.
+
+ PAOLO.
+
+ Oh! l'ami?...
+ A ragion l'ami. Io pur l'amo... E pugnando
+ In remote contrade... e quando i vinti
+ E le spose e le vergini io salvava
+ Dal furor delle mie turbe vincenti,
+ E d'ogni parte m'acclamavan tutti
+ Fortissimo guerrier, ma guerrier pio...
+ Dolce memoria del fratello amato
+ Mi ricorreva, e mi parea che un giorno
+ Mi rivedrebbe con gentile orgoglio...
+ E tutta Italia e sue leggiadre donne
+ Avrian proferto amabilmente il nome
+ Dell'incolpabil cavaliero.--Ah, infausti
+ M'erano que' trionfi! il valor mio
+ Infausto m'era!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Dunque tu in remote
+ Contrade combattendo... ai vinti usavi
+ Spesso pietà? Le vergini e le spose
+ Salvavi? Là colei forse vedesti
+ Che nell'anima tua regna.--Che parlo?
+ Oh insana.--Vanne. Io t'odio, sì!
+
+ PAOLO.
+
+ (_Risolutamente._)
+
+ Lanciotto,
+ Addio.--Francesca!...
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_Udendo ch'egli parte, gli getta involontariamente
+ uno sguardo._)
+
+ PAOLO.
+
+ (_Vorrebbe parlare; è in una convulsione
+ terribile, e temendo di tradirsi fugge._)
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Paolo: deh, ti ferma!
+
+
+SCENA V.
+
+LANCIOTTO E FRANCESCA.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Paolo... Misera me!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Pietà di lui
+ Senti, barbara, o fingi? A che ti stempri
+ In lagrime or, se noi tutti infelici
+ Render vuoi tu? Favella; io ragion chieggo
+ De' tuoi strani pensieri; alfin son stanco
+ Di sofferirli.
+
+ FRANCESCA.
+
+ E sono pure io stanca
+ Di tue ingiuste rampogne; ed avrò pace
+ Sol quando fia ch'io più non veggia... il mondo!
+
+
+FINE DELL'ATTO SECONDO.
+
+
+
+
+ATTO TERZO.
+
+
+SCENA PRIMA.
+
+ PAOLO.
+
+ Vederla... sì, l'ultima volta. Amore
+ Mi fa sordo al dover. Sacro dovere
+ Saria il partir, più non vederla mai!...
+ Nol posso. Oh! come mi guardò! Più bella
+ La fa il dolor: più bella, sì, mi parve;
+ Più sovrumana! E la perdei? Lanciotto
+ Me l'ha rapita? oh rabbia! oh!.. il fratel mio
+ Non amo? Egli è felice... ei lungamente
+ Lo sia... Ma che? per farsi egli felice
+ Squarciar doveva ei d'un fratello il core?
+
+
+SCENA II.
+
+FRANCESCA _s'avanza senza veder_ PAOLO.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ov'è mio padre? almen da lui sapessi
+ Se ancor qui alberga... il mio... cognato!--Io queste
+ Mura avrò care sempre... Ah, sì, lo spirto
+ Esalerò su questo sacro suolo
+ Ch'egli asperse di pianto!... Empia, discaccia
+ Sì rei pensieri: io son moglie!...
+
+ PAOLO.
+
+ --Favella
+ Seco medesma, e geme.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ah, questo loco
+ Lasciar io deggio: di lui pieno è troppo!
+ Al domestico altar ritrarmi io deggio...
+ E giorno e notte innanzi a Dio prostrata
+ Chieder mercè de' falli miei; che tutta
+ Non m'abbandoni, degli afflitti cuori
+ Refugio unico, Iddio. (_Per partire._)
+
+ PAOLO.
+
+ (_Avanzandosi._)
+
+ Francesca...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh vista!--
+ Signor... che vuoi?
+
+ PAOLO.
+
+ Parlarti ancor.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Parlarmi?--
+ Ahi, sola io son!... Sola mi lasci, o padre?
+ Padre, ove sei? la tua figlia soccorri!--
+ Di fuggir forza avrò.
+
+ PAOLO.
+
+ Dove?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Signore...
+ Deh, non seguirmi! il voler mio rispetta;
+ Al domestico altar qui mi ritraggo:
+ Del cielo han d'uopo gl'infelici.
+
+ PAOLO.
+
+ A' piedi
+ De' miei paterni altar teco verronne.
+ Chi di me più infelice? Ivi frammisti
+ I sospir nostri s'alzeranno. Oh donna!
+ Tu invocherai la morte mia, la morte
+ Dell'uom che abborri... io pregherò che il cielo
+ Tuoi voti ascolti e all'odio tuo perdoni,
+ E letizia t'infonda, e lunga serbi
+ Giovinezza e beltà sul tuo sembiante,
+ E a te dia tutto che desiri!... tutto!...
+ Anche... l'amor del tuo consorte... e figli
+ Da lui beati!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Paolo, deh!--Che dico?--
+ Deh, non pianger. La tua morte non chieggo.
+
+ PAOLO.
+
+ Pur tu m'abborri...
+
+ FRANCESCA.
+
+ E che ten cal, s'io deggio
+ Abborrirti?... La tua vita non turbo.
+ Diman io qui più non sarò. Pietosa
+ Al tuo germano compagnia farai.
+ Della perdita mia tu lo consola:
+ Piangerà ei certo... Ah, in Rimini, egli solo
+ Piangerà, quando gli fia noto!...--Ascolta.
+ Per or, non digliel. Ma tu, sappi... ch'io
+ Non tornerò più in Rimini: il cordoglio
+ M'ucciderà. Quando al mio sposo noto
+ Ciò fia, tu lo consola: e tu... per lui...
+ Tu pur versa una lagrima.
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca,
+ Se tu m'abborri che mi cale? e il chiedi?
+ E l'odio tuo la mia vita non turba?
+ E questi tuoi detti funesti?...--Bella
+ Come un angiol, che Dio crea nel più ardente
+ Suo trasporto d'amor... cara ad ognuno...
+ Sposa felice... e osi parlar di morte?
+ A me s'aspetta, che per vani onori
+ Fui strascinato da mia patria lunge,
+ E perdei...--Lasso! un genitor perdei.
+ Rïabbracciarlo ognor sperava. Ei fatto
+ Non m'avrebbe infelice, ove il mio cuore
+ Discoperto gli avessi... e colei data
+ M'avria... colei, che per sempre ho perduta.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che vuoi tu dir? Della tua donna parli...
+ E senza lei sì misero tu vivi?
+ Sì prepotente è nel tuo petto amore?
+ Unica fiamma esser non dee nel petto
+ Di valoroso cavaliere, amore.
+ Caro gli è il brando e la sua fama; egregi
+ Affetti son. Tu seguili; non fia
+ Che t'avvilisca amor.
+
+ PAOLO.
+
+ Quai detti? Avresti
+ Di me pietà? Cessar d'odiarmi alquanto
+ Potresti, se col brando io m'acquistassi
+ Fama maggior? Un tuo comando basta.
+ Prescrivi il luogo e gli anni. A' più remoti
+ Lidi mi recherò; quanto più gravi
+ E perigliose troverò le imprese,
+ Vie più dolci mi fien, poichè Francesca
+ Imposte me l'avrà. L'onore assai
+ E l'ardimento mi fan prode il braccio;
+ Più il farà prode il tuo adorato nome.
+ Contaminate non saran mie glorie
+ Da tirannico intento. Altra corona,
+ Fuorchè d'alloro, ma da te intrecciata,
+ Non bramerò, solo un tuo applauso, un detto,
+ Un sorriso, uno sguardo...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Eterno Iddio!
+ Che è questo mai?
+
+ PAOLO.
+
+ T'amo, Francesca, t'amo,
+ E disperato è l'amor mio!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che intendo?
+ Deliro io forse? che dicesti?
+
+ PAOLO.
+
+ Io t'amo!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che ardisci? Ah taci! Udir potrian... Tu m'ami!
+ Sì repentina è la tua fiamma? Ignori
+ Che tua cognata io son? Porre in obblìo
+ Sì tosto puoi la tua perduta amante?...
+ Misera me! questa mia man, deh, lascia!
+ Delitto sono i baci tuoi!
+
+ PAOLO.
+
+ Repente
+ Non è, non è la fiamma mia. Perduta
+ Ho una donna, e sei tu; di te parlava
+ Di te piangea; te amava; te sempre amo;
+ Te amerò sino all'ultim'ora! e s'anco
+ Dell'empio amor soffrir dovessi eterno
+ Il castigo sotterra, eternamente
+ Più e più sempre t'amerò!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Fia vero?
+ M'amavi?
+
+ PAOLO.
+
+ Il giorno che a Ravenna io giunsi
+ Ambasciator del padre mio, ti vidi
+ Varcare un atrio col feral corteggio
+ Di meste donne, ed arrestarti a' piedi
+ D'un recente sepolcro, e ossequïosa
+ Ivi prostrarti, e le man giunte al cielo
+ Alzar con muto ma dirotto pianto.
+ Chi è colei? dissi a talun.--La figlia
+ Di Guido, mi rispose.--E quel sepolcro?--
+ Di sua madre il sepolcro.--Oh, quanta al core
+ Pietà sentii di quell'afflitta figlia!
+ Oh qual confuso palpitar!... Velata
+ Eri, o Francesca: gli occhi tuoi non vidi
+ Quel giorno, ma t'amai fin da quel giorno.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Tu... deh, cessa!... m'amavi?
+
+ PAOLO.
+
+ Io questa fiamma
+ Alcun tempo celai, ma un dì mi parve
+ Che tu nel cor letto m'avessi. Il piede
+ Dalle virginee tue stanze volgevi
+ Al secreto giardino. E presso al lago
+ In mezzo ai fior prosteso, io sospirando
+ Le tue stanze guardava: e al venir tuo
+ Tremando sorsi.--Sopra un libro attenti
+ Non mi vedeano gli occhi tuoi; sul libro
+ Ti cadeva una lagrima... Commosso
+ Mi t'accostai. Perplessi eran miei detti,
+ Perplessi pure erano i tuoi. Quel libro
+ Mi porgesti e leggemmo. Insiem leggemmo
+ «Di Lancillotto come amor lo strinse.
+ «Soli eravamo e senza alcun sospetto...
+ Gli sguardi nostri s'incontraro... il viso
+ Mio scolorossi... tu tremavi... e ratta
+ Ti dileguasti.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh giorno! A te quel libro
+ Restava.
+
+ PAOLO.
+
+ Ei posa sul mio cuor. Felice
+ Nella mia lontananza egli mi fea.
+ Ecco: vedi le carte che leggemmo.
+ Ecco: vedi, la lagrima qui cadde
+ Dagli occhi tuoi quel dì.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Va' ti scongiuro,
+ Altra memoria conservar non debbo
+ Che del trafitto mio fratel.
+
+ PAOLO.
+
+ Quel sangue
+ Ancor versato io non aveva. Oh patrie
+ Guerre funeste! Quel versato sangue
+ Ardir mi tolse. La tua man non chiesi:
+ E in Asia trassi a militar. Sperava
+ Rieder tosto, e placata indi trovarti,
+ Ed ottenerti. Ah, d'ottenerti speme
+ Nutria, il confesso.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ohimè! ten prego, vanne:
+ Il doler mio, la mia virtù rispetta.--
+ Chi mi da forza, ond'io resista?
+
+ PAOLO.
+
+ Ah, stretta
+ Hai la mia destra? Oh gioja! dimmi: stretta
+ Perchè hai la destra mia?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Paolo!
+
+ PAOLO.
+
+ Non m'odii?
+ Non m'odii tu?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Convien ch'io t'odii.
+
+ PAOLO.
+
+ E il puoi?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Nol posso.
+
+ PAOLO.
+
+ Oh detto! ah, mel ripeti! Donna,
+ Non m'odii tu?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Troppo ti dissi. Ah crudo!
+ Non ti basta? Va', lasciami.
+
+ PAOLO.
+
+ Finisci.
+ Non ti lascio, se in pria tutto non dici.
+
+ FRANCESCA.
+
+ E non tel dissi... ch'io t'amo.--Ah, dal labbro
+ M'uscì l'empia parola!.. io t'amo, io muojo
+ D'amor per te... Morir bramo innocente:
+ Abbi pietà!
+
+ PAOLO.
+
+ Tu m'ami? tu?... L'orrendo
+ Mio affanno vedi. Disperato io sono:
+ Ma la gioja che in me scorre fra questo
+ Disperato furor, tale e sì grande
+ Gioja è, che dirla non poss'io. Fia vero
+ Che tu m'amassi?... E ti perdei!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Tu stesso
+ M'abbandonasti, o Paolo. Io da te amata
+ Creder non mi potea.--Vanne: sia questa
+ L'ultima volta...
+
+ PAOLO.
+
+ Ch'io mai t'abbandoni
+ Possibile non è. Vederci almeno
+ Ogni giorno!...
+
+ FRANCESCA.
+
+ E tradirci? e nel mio sposo
+ Destar sospetti ingiuriosi? e macchia
+ Al nome mio recar? Paolo, se m'ami,
+ Fuggimi.
+
+ PAOLO.
+
+ Oh sorte irreparabil! Macchia
+ Al tuo nome io recar? No!--Sposa d'altri
+ Tu sei. Morir degg'io. La rimembranza
+ Di me scancella dal tuo seno: in pace
+ Vivi. Io turbai la pace tua: perdona.--
+ Deh, no, non pianger! non amarmi!--Ah, lasso!
+ Che dico? Amami, si: piangi sul mio
+ Precoce fato...--Odo Lanciotto. Oh cielo,
+ Dammi tu forza!--(_Chiamando._) A me, fratel!
+
+
+SCENA III.
+
+LANCIOTTO, GUIDO E DETTI.
+
+ PAOLO.
+
+ L'estremo
+ Amplesso or dammi.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E invan...
+
+ PAOLO.
+
+ Nè un detto solo
+ A' miei voleri oppor. Funesti augurii
+ Qui meco trassi: guai s'io!...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Che favelli?
+ Sdegno ti sta sul ciglio!
+
+ PAOLO.
+
+ --Ah! non di noi...
+ Del destino è la colpa.--Addio, Francesca.
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_Quasi fuor di se con grido convulsivo._)
+
+ Paolo... Ferma!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Qual voce!
+
+ GUIDO.
+
+ (_Reggendo la figlia._)
+
+ Oimè le manca
+ Il respiro.
+
+ PAOLO.
+
+ (_In atto di partire._)
+
+ Francesca...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ei parte... io muojo.
+
+ (_Sviene nelle braccia di Guido._)
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca... oh vista... si soccorra.
+
+ GUIDO.
+
+ Figlia...
+
+ (_Francesca è recata nelle sue stanze._)
+
+
+SCENA IV.
+
+LANCIOTTO E PAOLO.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Paolo... Che intendo?... Orrendo lampo scorre
+ Sugli occhi miei.
+
+ PAOLO.
+
+ Barbaro! godi: è spenta...
+ Morir mi lascia: fuggimi. (_Parte._)
+
+
+SCENA V.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Fia vero?
+ Essa amarlo? E fingea!...No: dall'inferno
+ Questo pensier mi vien... pur...--Dalla reggia
+ L'uscire a Paolo s'interdica: a forza
+ Gli s'interdica.--Oh truce vel! si squarci.
+
+
+FINE DELL'ATTO TERZO.
+
+
+
+
+ATTO QUARTO.
+
+
+SCENA PRIMA.
+
+LANCIOTTO E PAGGIO.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Che? Guido affretta il suo partir? Vederla
+ Voglio, veder voglio Francesca. Innanzi
+ Anche colui mi venga... Paolo.
+
+ PAGGIO.
+
+ Il tuo
+ Fratello?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il mio... fratello.
+
+
+SCENA II.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il mio fratello!
+ Fratello m'è: più orribile è il delitto.--
+ Essa l'odiava! ah menzognera! Io pure
+ A quell'odio credei. La lontananza
+ Di lui, cagione di sue lagrime era.
+ A rieder forse in Rimini Francesca
+ Secretamente l'invitò.--Ti frena,
+ O pensier mio; feroce mi consigli
+ La mandi porre ahi! su quest'elsa...io tremo!
+
+
+SCENA III.
+
+GUIDO E LANCIOTTO.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Fuggirmi forse è di tua figlia intento?
+ Senza ch'io'l sappia spera ella fuggirmi!
+ E tu a sue brame...
+
+ GUIDO.
+
+ È necessario!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ah, rea
+ Dunque è tua figlia!
+
+ GUIDO.
+
+ No: tremendo fato
+ Noi tutti danna a interminabil pianto!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Rea non la chiami, e d'esecrando foco
+ Arde?
+
+ GUIDO.
+
+ Ma forte duol ne sente, e implora
+ Di fuggir da colui.--Ripigliò appena
+ I sensi, e pieno io di vergogna e d'ira
+ Dagli occhi tuoi la trassi: ed obbliando
+ Quasi d'esserle padre, a' piè d'un santo
+ Simulacro prostratala, snudai
+ Sul suo capo l'acciaro, ahi, minacciando
+ Di trucidarla e in un di maledirla,
+ Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendi
+ Favellò l'infelice.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E che ti disse?
+
+ GUIDO.
+
+ M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...--Porse
+ La sua gola all'acciaro, e lagrimosi
+ Figgeva gli occhi negli asciutti miei.--
+ Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi,
+ Sei tu colpevol?... pronunciar parola
+ Non poteva ella dall'angoscia... A forza
+ Mi si commosse il cor. Per non vederla
+ Torsi gli sguardi, e mi sentii le piante
+ Abbracciare, e lei, prono a terra il volto,
+ Sclamar con voce moribonda: Padre,
+ Sono innocente.--Giuralo.--Tel giuro!...
+ Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.--
+ Sono innocente, replicò tre volte...
+ Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno...
+ Padre infelice e offeso son, ma padre.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta?
+ Lunge dagli occhi miei, più allegro amore
+ Con Paolo spera; ah, sen lusinga in vano!
+ Di seguirla a Ravenna ei le promette...
+ Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora.
+
+ GUIDO.
+
+ Queste canute mie chiome rispetta.
+ Salvarla io deggio... tu, più non vederla.
+
+ (_Parte._)
+
+
+SCENA IV.
+
+LANCIOTTO E PAOLO.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Sciagurato, t'avanza.
+
+ PAOLO.
+
+ Uso non sono
+ Ad ascoltar sì acerbi modi: in altri
+ Rintuzzarli saprei. Ma in te del padre
+ L'autorità con sofferenza onoro.--
+ Parli a fratello o a suddito?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ ...A fratello.--
+ Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosse
+ Colei; se alcuno a te il suo cor rapisse,
+ E se quei fosse il tuo più dolce amico...
+ Un uom che, mentre ti tradia, stringevi
+ Come più che fratello al seno tuo...
+ Che faresti di lui?--Pensavi.
+
+ PAOLO.
+
+ Io sento
+ Quanto ti costa l'esser mite.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il senti?
+ Fratello, il senti quanto costa?--Il nostro
+ Padre nomasti. Ei mite era co' figli,
+ Anche se rei credevali.
+
+ PAOLO.
+
+ Tu solo
+ Succedergli mertavi. E che mai dirti?
+ Oh, come atterri la baldanza mia!
+ Anch'io talor magnanimo mi credo:
+ Al par di te nol son.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Di': se tua sposa
+ Fosse?
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra
+ Non soffrirei.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Se un tuo fratello amarla
+ Osasse?
+
+ PAOLO.
+
+ Più non mi sarìa fratello.
+ Guai a colui! Lo sbranerei col mio
+ Pugnal, chiunque il traditor si fosse.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Me pure assal questo desio feroce,
+ E trattengo la man che al brando corre:
+ Credilo, a stento la trattengo. Ed osi
+ Del tuo delitto convenir? Sedurre
+ La sposa altrui, del tuo fratel la sposa!
+
+ PAOLO.
+
+ Meno crudel saresti, or se col brando
+ Tu mi svenassi. Un vil non son. Sedurre
+ Io quel purissimo angiolo del cielo?
+ Non fora mai. Chi di Francesca è amante
+ Un vil non è: lo foss'ei stato pria,
+ Più nol sarebbe amandola: sublime
+ Fassi ogni cor, dacchè v'è impressa quella
+ Sublime donna. Io perchè l'amo, ambisco
+ D'esser uman, religïoso e prode:
+ E perch'io l'amo, assai più forse il sono
+ Ch'esser non usan nè guerrier nè prenci.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E inverecondo più d'ogn'uom tu sei.
+ Vantarmi ardisci l'amor tuo?
+
+ PAOLO.
+
+ Se iniquo
+ Fosse il mio amor, tacer saprei, ma puro
+ È quanto immenso l'amor mio. Morire
+ Mille volte saprei pria che macchiarlo.--
+ Nondimen... veggio di partir la forte
+ Necessità.--Per la tua donna al tuo
+ Fratel rinuncia... ed in eterno!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Iniquo
+ Non è il tuo amore? E misero in eterno
+ Tu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbi
+ Un fratel caro: ma potrò dal core
+ Di Francesca strapparlo? E il cor di lei
+ Non porterai teco dovunque? Odiato
+ Vivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa,
+ Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia,
+ E tu, fellone, la cagion ne sei.
+
+ PAOLO.
+
+ L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cielo
+ Di lei non sospettar.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Anco ingannarmi
+ Vorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temi
+ Che un giorno in lei mi vendichi, in Francesca,
+ Nella tua amante: e or più desio men prendi
+ Che? d'immolarvi non ho dritto? io regno:
+ Tradito sposo ed oltraggiato prence
+ Son io. Di me narri che vuoi la fama:
+ Di voi dirà: perfidi fur.
+
+ PAOLO.
+
+ La fama
+ Dirà: Qual colpa avea, se giovinetto
+ Paolo a Ravenna fu mandato, ed arse
+ Pel più leggiadro de' terrestri spirti?--
+ E tu quai dritti hai su di lei? Veduto
+ Mai non t'avea: sol per ragion di stato
+ La bramasti in isposa. Umani affetti
+ Non diè natura anco de' prenci ai figli?
+ Perchè il suo cor non indagasti pria
+ Di farla tua?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Che ardisci? aggiungi insulto
+ A insulto ancor? No, più non reggo.
+
+ (_Mette mano alla spada._)
+
+
+SCENA V.
+
+GUIDO, FRANCESCA E DETTI.
+
+ FRANCESCA.
+
+ (_Prima di uscire._)
+
+ Padre!
+ Stringer l'arme li veggio.
+
+ GUIDO.
+
+ (_Vuol prima trattener Francesca; quindi
+ si frappone tra Paolo e Lanciotto._)
+
+ Ferma.--Ah, pace,
+ O esacerbati spiriti fraterni!
+
+ PAOLO.
+
+ Più della vita mi togliesti: poco
+ Del mio sangue mi cal, versalo.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Il mio
+ Sangue versate: io sol v'offesi.
+
+ GUIDO.
+
+ Oh figlia!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua,
+ Per tua ventura ti difende. Statti
+ Fra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona!
+ Obblierò che regia fu tua culla:
+ Peggio di schiava tratterotti. Infame
+ È l'amor tuo: più d'una schiava è infame
+ Una moglie infedel... Questa parola
+ Forsennato mi rende. Io tanto amarti,
+ Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... Altero
+ Ho il cor, nol sai? tremendamente altero:
+ E oltraggi v'han, che perdonar non posso.
+ Onor mel vieta... Onor? che dissi? noto
+ Questo nome t'è forse?
+
+ GUIDO.
+
+ Arresta.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Io intendo,
+ Io dell'onor l'onnipossente voce:
+ Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo,
+ E vibro il ferro ovunque accenni.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ah padre!
+ Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Vaneggio?... Voi raccapricciate?...--Oh Guido!
+ Quando canute avrò le chiome anch'io,
+ E vivrò nel passato, e freddamente
+ Guarderò i vizi e le virtù mie antiche...
+ Anche allor rimembrando un'adorata
+ Sposa che mi tradia, tutta l'antica
+ Disperata ira sentirò nel petto,
+ Ed imprecando fuggirò col guardo
+ Verso il sepolcro, onde mie angosce asconda.
+ Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcro
+ Mi precipita l'empia oggi: del mio
+ Vicin sepolcro già il pensier l'allegra:
+ Di calpestarlo essa godrà... Seco altri,
+ A calpestarlo verrà forse!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh cielo!
+ Dammi tu forza, ond'io risponda.--Io sorda
+ Alle voci d'onor... Se Paolo amai,
+ Vil non era il mio foco: Italo prence,
+ Cavalier prode, altro ei per me non era.
+ Popoli e regi lo lodavan. Tua
+ Sposa io non era... Ah, che favello? Giusto
+ È il tuo furor; dal petto mio non seppi
+ Scancellar mai quel primo amor! E il volli
+ Scancellar pur... Con quell'arcano io morta
+ Sarei, se Paolo or non riedea, tel giuro.
+
+ PAOLO.
+
+ Misera donna!
+
+ FRANCESCA.
+
+ A lui solo perdona;
+ Non al mio amante, al fratel tuo perdona.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Per Paolo preghi? Oh scellerata!...Uscirne
+ Di queste mura ambi credete? Insieme
+ Di riunirvi concertaste. Al padre
+ Di rapirti fors'anco ei ti promise.
+
+ PAOLO.
+
+ Oh vil pensier!
+
+ LANCIOTTO
+
+ Io vil?--Partirà l'empia
+ Sì; ma più te mai non vedrà.--Di guardie
+ Si circondi costui. Passo ei non muova
+ Fuor della reggia.
+
+ PAOLO.
+
+ Tanta ingiuria mai
+ Non soffrirò nel tetto mio paterno.
+
+ (_Vuol difendersi._)
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Tuo signor sono. Quel ribelle brando
+ Cedi.
+
+ PAOLO.
+
+ (_Oppresso dalle guardie._)
+
+ Fratel... tu disarmarmi... Oh come
+ Cangiato sei!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Pietà!... Paolo!
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Donna...
+
+ GUIDO.
+
+ Vieni; sottrati al furor suo.
+
+
+FINE DELL'ATTO QUARTO.
+
+
+
+
+ATTO QUINTO.
+
+
+SCENA PRIMA.
+
+(La sala è illuminata da una lampada)
+
+FRANCESCA E GUIDO.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Deh, lo placasti?
+
+ GUIDO.
+
+ (_Venendo dalle stanze di Lanciotto._)
+
+ Egli mi vide, e sorse
+ Spaventato dal letto.--Oh cielo! è giunta,
+ Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debbo
+ Perder Francesca?... Ogni consiglio or cangio:
+ Senza lei viver non poss'io.--Frattanto
+ Lagrime amare gli piovean sul volto:
+ E or te nomando infuriava, or pieno
+ D'amor ti compiangea. Fra le mie braccia
+ Lungamente lo tenni, e con lui piansi,
+ Libero freno al suo dolor lasciando.
+ L'acquetai poscia con soavi detti,
+ E il convinsi che meglio è che tu parta
+ Senza vederlo. Andiam.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Padre, non fia:
+ S'or nol riveggio, nol vedrò più mai.
+ Rancore ei serba contro di me: secura
+ Del suo perdono esser vogl'io.
+
+ GUIDO.
+
+ Ti calma.
+ Perdonato egli t'ha; perdonar Paolo
+ Pur mi promise.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh gioja! Ma, deh, in questo
+ Sacro momento, non nomar, ten prego,
+ Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo!
+ Già meno forte egli nel cor mi parla:
+ Già mi riparla la virtù perduta,
+ E il pentimento e la memoria sola
+ Dello sposo fedel che tu mi desti,
+ E ch'io non seppi amar.--Parlargli chieggo
+ Anco una volta. Deh, non adirarti!
+ Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsi
+ Per la passata ingratitudin tutti
+ Mostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi:
+ Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne:
+ Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmi
+ Del perdono del ciel chiusa ogni speme.
+
+ GUIDO.
+
+ A forza il vuoi? Qui il condurrò.
+
+
+SCENA II.
+
+ FRANCESCA.
+
+ --Per sempre
+ Dunque ti lascio, o Rimini diletta.
+ Addio, città fatale! addio, voi mura
+ Infelici, ma care! amata culla
+ Di... quei prenci... Che dico!--Eterno Iddio,
+ Per questa casa ultima prece io t'offro,
+ Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio.
+ Nulla chieggo per me: per que' fratelli
+ Prego: tua destra onnipossente posi
+ Sul capo lor... Chi veggio?
+
+
+SCENA III.
+
+FRANCESCA E PAOLO.
+
+ PAOLO.
+
+ (_Prorompendo forsennato con una
+ spada alla mano._)
+
+ Oh sovrumana
+ Gioja! Vederla ancor m'è dato.--Ah, ferma!
+ Se tu fuggì, io t'inseguo.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Audace! ahi lassa!
+ E come in armi?
+
+ PAOLO.
+
+ Sgombre ho le mie guardie
+ Coll'oro.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh ciel! nuovi delitti...
+
+ PAOLO.
+
+ Io vengo
+ I delitti a impedir. Paga non fora
+ Contro me, credi, la gelosa rabbia
+ Del fratel mio; te immolar pensa. Orrendo
+ Spavento è quel ch'or qui mi tragge.--Al sonno
+ Chiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truce
+ Visïone m'assalse! Immersa io vidi
+ Te nel tuo sangue moribonda: a terra
+ Mi gettai per soccorrerti... il mio nome
+ Proferivi, e spiravi!--Ahi disperato
+ Delirio! Invano mi svegliava, il fero
+ Sogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira:
+ Sudor di morte da mie chiome gronda
+ Al rammentarlo.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Calmati...
+
+ PAOLO.
+
+ Furente
+ M'alzai, corruppi i vili sgherri: un brando
+ Strinsi... Ahi, temea di più non rivederti!
+ Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi:
+ Come del cor, del Braccio mio reina
+ Tu sei: morir per te desìo.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Rientra,
+ Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noi
+ Già perdonava. Fuggirai. Che speri?
+
+ PAOLO.
+
+ Se te col padre tuo salva non veggio
+ Fuor di queste pareti, abbandonarti
+ Non posso. Infausto, orribile presagio
+ Pe' giorni tuoi m'affanna.--Ah, tu non m'ami!
+ Tu rassegnata...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Esserlo è d'uopo.
+ PAOLO.
+
+ Or dimmi:
+ Quando, ove mai ci rivedrem?
+
+ FRANCESCA.
+
+ Se in terra
+ Fine avrà... l'empio nostro amor...
+
+ PAOLO.
+
+ Non mai!...
+ Dunque non mai ci rivedrem!--Francesca,
+ Su questo cor poni la man. Talora
+ Tu questa mano ti porrai sul core
+ E de' palpiti miei ricorderatti:
+ Feroci sono: pochi fien!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh amore!
+
+ PAOLO.
+
+ Adorata t'avrei: non fora un giorno
+ Passato mai ch'io non cercato avessi
+ Di farti ognora più e più felice...
+ M'avresti reso (oh incantatrice idea!)
+ Padre di prole a te simile: avrei
+ A' miei figli insegnato ad onorarti.
+ Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Il solo udir questi tuoi detti è colpa.
+
+ PAOLO.
+
+ Nè mia giammai!...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Che parli? Eternamente
+ Quant'io deggia al mio sposo e a' generosi
+ Suoi sacrifici sentirò. Solenne
+ Protesta or odi:--Se l'ingiusto fato
+ Lui seppellisse pria di me, perpetue
+ Conserverò le vedovili bende:
+ Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio,
+ Offenderò la sua santa memoria.
+
+ PAOLO.
+
+ Mal m'intendesti: augurii empii non formo:
+ Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungi
+ Dall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi:
+ Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mesti
+ Tuoi sogni spesso mi vedrai. Beata
+ Ombra dì e notte al fianco tuo starommi
+ Adorandoti ognor.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Paolo...
+
+ PAOLO.
+
+ Tiranni
+ Gli uomini e il cielo fur con noi.
+
+ FRANCESCA.
+
+ T'acqueta.
+ Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre!
+
+ (_Chiamando._)
+
+ PAOLO.
+
+ Più non ha dritti alla sua prole un padre
+ Che a sue voglie tiranniche l'immola.
+ Chi de' tuoi giovanili anni sepolto
+ Ha il fior nel pianto? Chi questa tremenda
+ Febbre in te mosse onde tutta ardi? All'orlo
+ Chi della tomba li spingeva?... Il padre!
+
+ FRANCESCA.
+
+ Empio, che dici?...--Odo fragor.
+
+ PAOLO.
+
+ Null'uomo
+ Potrà strapparti da mie braccia.
+
+
+SCENA IV.
+
+GUIDO, LANCIOTTO E DETTI.
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh vista!
+ Paolo?... Tradito da mie guardie sono...
+ Oh rabbia! e ad esser testimon di tanta
+ Infamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arte
+ Ella a me ti mandò. Fuggire o farsi.
+ Ribelli a me volean: muojano entrambi.
+
+ (_Snuda il ferro e combatte contro Paolo._)
+
+ FRANCESCA.
+
+ Oh rio sospetto!
+
+ GUIDO.
+
+ Scellerata figlia,
+ A maledirti mi costringi.
+
+ PAOLO.
+
+ Tutti,
+ O Francesca, t'abborrono: me solo
+ Difensor hai.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Placatevi, o fratelli:
+ Fra i vostri ferri io mi porrò. La rea
+ Son io...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Muori! (_La trafigge._)
+
+ GUIDO.
+
+ Me misero!
+
+ LANCIOTTO.
+
+ E tu, vile,
+ Difenditi.
+
+ PAOLO.
+
+ (_Getta a terra la spada e si lascia ferire._)
+
+ Trafiggimi.
+
+ GUIDO.
+
+ Che festi?
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Oh ciel! qual sangue!
+
+ PAOLO.
+
+ Deh... Francesca...
+
+ FRANCESCA.
+
+ Ah, Padre!...
+ Padre... da te fui maledetta...
+
+ GUIDO.
+
+ Figlia,
+ Ti perdono!
+
+ PAOLO.
+
+ Francesca... ah!... mi perdona...
+ Io la cagion son di tua morte.
+
+ FRANCESCA.
+
+ Eterno...
+ Martir... sotterra... oimè... ci aspetta!
+
+ PAOLO.
+
+ Eterno
+ Fia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo...
+
+ LANCIOTTO.
+
+ Ella è spirata.--Oh Paolo!--Ahi, questo ferro
+ Tu mi donasti! in me si torca.
+
+ GUIDO.
+
+ Ferma,
+ Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra poco
+ Inorridisca al suo ritorno il sole.
+
+
+FINE DELL'ATTO QUINTO ED ULTIMO.
+
+
+
+
+ROSILDE
+
+CANTICA.
+
+
+ Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto
+ vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in
+ cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde--presso le
+ quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte--è
+ probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di
+ Federigo.
+
+
+
+
+ROSILDE.
+
+
+ Canzoni de' miei padri, antiche istorie
+ Che a' felici d'infanzia anni imparai
+ Nel mio alpestre idioma (inculta lingua
+ Ma d'affetti guerrieri e di mestizia
+ Gentilmente temprata e dolce al core!)
+ Riedete nel mio spirto: e col soave
+ Risovvenir delle pietose note
+ Illudetemi sì che a' miei dolori
+ E al carcere ov'espio vani ardimenti
+ Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore
+ Di mie gioje infantili--o di Saluzzo
+ Nell'amato che prima aere spirai--
+ O sui fragranti colli onde di fiori
+ E limpid'acque Pinerolo è lieta--
+ O per gli Eridanini ameni poggi,
+ Ove la sera il Torinese ascolta
+ Della lontana villanella il metro
+ Che avventure d'eroi dice e d'amore.
+ Oh poetica terra! oh popolata
+ D'alte cavalieresche rimembranze
+ Or gaje or triste, commoventi sempre!
+ Tu la prima onda porgi e le tue valli
+ Il primo letto al giovin re de' fiumi,
+ Ed ei ne' campi tuoi cresce educato
+ Come in orto di fiori! E di quell'orto
+ Mentre il voluttuoso aere m'inebbria
+ Veggio intorno--ove ch'io l'occhio sollevi--
+ Con fiero atto seder sovra le alture
+ Negre castella, e scemasi a tal vista,
+ Ma no, non cessa e sol natura cangia
+ La voluttà che mi ridea nel core
+ E più seria diventa e non men dolce;
+ E allora il pastoral flauto lasciando
+ Toccar desio la trobadoric'arpa.
+ Musa, o patria, a me sien le tue memorie:
+ Rosilde io canto.--
+ Bella era ed amata
+ E al suo sposo e signor tenera amante:
+ E--come a fiore un fiorellin s'appoggia--
+ Nelle braccia materne un pargoletto
+ Della madre al sorriso sorridea.
+ Se torna dalla caccia il cavaliere
+ Teodomiro, oh quanto gli par lunga
+ La salita al castel! non perchè il domi
+ Grave stanchezza, ma perchè alla sposa
+ Adorata il pensier vola ed al figlio:
+ Erge ei gli occhi alla torre--e v'apparìa
+ Lui desiando la venusta dama
+ Col leggiadro bambin, quasi dal cielo
+ Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre
+ A consolar d'un suo sguardo i mortali.
+ Ma improvviso precipita il dolore
+ Sui dì felici! Era un mattino, e in riva
+ Stava al Lemna natio Teodomiro
+ Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia,
+ E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo
+ Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue!
+ Denigi il fratel d'arme, il fido amico
+ Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni
+ Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,
+ La beltà di Denigi e il suo coraggio.)
+ Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto
+ Del sangue dell'amico è il cavaliero,
+ Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,
+ Così beato in pria, siede e vi spande
+ I negri vanni suoi l'angiol del male;
+ E dello spirto scellerato il riso
+ Fama è che molti udir di notte tempo,
+ Quando consunto da languor si spense
+ Di Rosilde il figliuolo, e del materno
+ Pianto ulular le desolate sale.
+ Nè qui del mal le orribili minacce
+ Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa
+ Le giovanili guance scolorarsi
+ Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco
+ Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio
+ Onde dianzi splendean con tanta vita:
+ E in segreto ei sospira, e mentre asconde
+ Con ridenti parole il suo timore,
+ Gli s'arriccian le chiome immaginando
+ Un'altra tomba--e in questa tomba chiusi,
+ Chiusi quegli adorati occhi per sempre!
+ Presso a morte ella venne. E allor proruppe
+ Nel già incredulo cor del cavaliero
+ Religïon con tutta sua possanza:
+ E sceso a Pinerolo, al maggior tempio
+ Ricchi doni profonde, e con solenni
+ Riti espiar l'involontario cerca
+ Omicidio commesso, e (se mai peni)
+ Suffragar di Denigi il caro spirto,
+ Onde placato il ciel renda a Rosilde
+ Vita e gioja e di madre il dolce nome.
+ Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,
+ E non irato è il volto suo, ma mesto
+ Come d'un che pietoso asconder brami
+ Le proprie, e più d'altrui senta le pene,
+ Nè gli si doni il sollevarle; e porti
+ Una coppa amarissima, e non sia
+ Quella coppa un rimedio, e ber si debba!
+ --Deh, spiegati! dicea Teodomiro,
+ Spiegati!--Ed il fantasma una lontana
+ Strada additava, e in fondo a quella strada
+ Con eccelse basiliche sorgea
+ Una grande città: dir sembra--«Vanne,
+ Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta
+ Con una man si copre il volto e piange.
+ Atterrito si desta il cavaliere:
+ L'oscuro sogno medita; ispirato
+ Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma
+ Quella grande città: col pio vïaggio
+ Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte
+ La cara donna liberar degg'io»--
+ Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.
+ Esultate, o colline! ad abbellirvi
+ Torna col redivivo occhio Rosilde.
+ Di festive ghirlande olezzan tutte
+ Del castello le sale: echeggian l'arpe;
+ Stagion tornò di danze e di conviti:
+ L'angiol della sventura è dileguato.
+ Ma fido al voto suo prende il bordone
+ Teodomiro e seco uno scudiero,
+ Nè che la sposa il segua egli consente;
+ Perocchè a lei vicino ardua non fora
+ Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo
+ Gravemente punirnelo.--«Addio, sempre
+ Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba
+ E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»
+ Piangea Rosilde, e dalle care braccia
+ Strapparsi non potea: nè di Rosilde
+ Tutte eran quelle lagrime che il volto
+ Inondavano al sire.--Oh dolorose
+ Partenze, sì, ma di dolcezza miste,
+ Quando due cuori che batteano insieme
+ Breve tempo si staccano, ma l'ora,
+ La lieta ora si dicon del ritorno!
+ Ahimè che di partenze altre son conscio
+ Più dolorose! allorchè a forza svelti
+ Da geloso tiranno eran due cori,
+ Nè dirsi addio potean, nè lor rimase
+ Speme che di ritorno ora risplenda!
+ Compie una luna dacchè orando e cinta
+ D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,
+ Quasi pia vedovella, entro il solingo
+ Castel vivea la innamorata donna,
+ Di niun pensier curando altro che un solo,
+ Quando dal suo veron gli occhi volgendo
+ Giù sul pendio, salir vede un canuto
+ Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire
+ Accompagnato ha in romeaggio.--«Ahi lassa!
+ Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti
+ Presentimenti!»--E indietro si ritrae:
+ Si riaffaccia indi al veron: prestigio
+ Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo
+ Segno si fa della salute, e sclama,
+ «No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»
+ Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora
+ Singhiozzando si getta.
+ «O mio buon servo!
+ Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:
+ Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra
+ Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!»
+ «O Donna, il fido Uggero a te dinanzi
+ Non tornerìa, se del suo sir la tomba
+ Veduto avesse.»
+ «Che dicesti? Ei vive?
+ Ah! sciagurata più non sono.»
+ «Ascolta,
+ Signora mia: non lusingarti, grave,
+ È grave assai questa sciagura: è incerto
+ Del mio sire il destino. Appena giunti
+ A quel varco eravam dove la terra
+ Al Piacentin del Po bagnano l'onde,
+ Allorchè un passegger, forte spronando
+ Il cavallo ver noi: fuggite, grida,
+ Fuggite, e pelegrini! un'orrenda oste
+ Invaso ha la contrada: il fero Otlusco
+ Co' suoi prodi vaganti Ungari il fianco
+ Occupò di Piacenza, e impossessato
+ S'è d'un vicin castello, e in quel castello
+ Quanti più può, chiude prigioni, e immensi
+ Indi al riscatto vuol tesori o il sangue
+ Versa degli infelici.--Il cavaliere
+ Che così ne parlava era un prigione
+ Al cui riscatto i teneri parenti
+ Tutto venduto avean, servi e poderi
+ E rocche avite. E il giovin cavaliere
+ S'era con altri prodi a fratellanza
+ Religïosa consacrato, e il voto
+ Di que' frati guerrieri è i pellegrini
+ Difendere e gli oppressi e la innocenza;
+ Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandi
+ Dell'afflitta città respinger ponno
+ Il fero Otlusco: sue terribili armi
+ Son gli stessi prigioni onde la strage
+ Minaccia se assalirlo osin le genti.--
+ Mercè rendiamo al generoso, e in fretta
+ Ricalchiamo la via. Ma quando soli
+ Teodomiro ed io per una selva
+ Ci scostiam dal periglio, «aita! aita!»
+ Sentiam gridar da lunge: onor ci vieta
+ Negare aita a chi la implora: il ferro
+ Snuda Teodomiro: il seguo: a zuffa
+ Con gli Ungari veniamo. Avean rapita
+ Al suo sposo una dama. Ahi, che potero
+ Contro a sì forte stuol soli due brandi?
+ Mira sul petto mio le non ben salde
+ Ancor ferite, onde i nemici a terra
+ Mi lasciar, mentre vinto e prigioniero
+ Strascinavano il sire. Allorchè appena
+ Riavermi e sorreggermi sull'egro
+ Fianco potei, mossi ad Otlusco e chiesi
+ Del mio signor divider la sciagura:
+ Ma il barbaro esultò, mi risospinse,
+ E appeso ad una croce un uman tronco
+ Mostrandomi:--«Al tuo sir, disse, egual sorte
+ Fra pochi dì sovrasta, ove quant'oro
+ Val sì nobile vita io non riceva.»
+ «E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tutto
+ Si sagrifichi tosto: assai di gemme
+ Erede io fui...»
+ «Deh, ciò bastasse, o donna!
+ Ma tal chiede riscatto il masnadiero,
+ Cui ben pavento non s'adegui alcuna
+ Di tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorni
+ Numerati ha il crudel.»
+ --Quando la donna
+ L'enorme udì richiesta somma, il lume
+ D'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse:
+ E come il Giusto[1] in Idumea, percosso
+ Dall'eccesso de' mali, osò il suo grido
+ Elevar verso Dio, ragion chiedendo
+ Del non mertato aspro flagel--Rosilde
+ Così, nel colmo del suo affanno, obblia
+ Che col suo Creator, dritto la polve
+ Di contender non ha: ma il Creatore
+ Come allor per quel Giusto, or si commove
+ Per la infelice delirante, e a detti
+ Che nell'angoscia le sfuggian, perdona.
+ E che sai tu, cieco mortal, se Iddio
+ Non conduce le sorti e non ti scaglia
+ Incontro alla sciagura, onde il tuo spirto
+ In più che umane lotte trionfando
+ Vieppiù a Lui s'assomigli? Al Sempiterno
+ Mancheran forse i modi e le delizie
+ Onde il lor guiderdone abbiano i forti?
+ Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sono
+ Mai di Teodomiro e di te stessa
+ La pace e i giorni, ove allo scampo Iddio
+ D'una intera città voglia immolarli?
+ Scuotesi: amor le ridà forza, e nulla
+ D'intentato consente.--E drappi d'oro
+ E splendidi monili e vasi e perle
+ Tutto che mobil sia d'alto valore
+ Sui giumenti si carca. In fretta e campi
+ Vendere e torri non poteansi: in pegno
+ Alla Badia li affida, e ne ritrae
+ Non picciolo tesoro.
+ «O mia signora,
+ Deh! non avventurarti,» invan ripete
+ Il prudente scudiero; «a me abbandona
+ Questo messaggio.»
+ «A tutto, il barbaro Unno
+ Resister può, non d'una moglie al pianto,»
+ Sclama la dolorosa.
+ «Eppur, deh! pensa
+ Che non è fede ne' malvagi. E s'egli
+ I tesori rapisse, e te prigione,
+ Donna, tenesse?»
+ «Ah! del mio sposo al fianco
+ Andar carca di ferri, anzi che lunge
+ Aver tesori e libertà, ben chieggio.»
+ Dice, e comanda, e vuole. E sulla via
+ Col fido Ugger, co' pochi servi, assisa
+ Eccola sulla mula.--Ahi! così un tempo
+ Da' Francesi inseguito io colla madre
+ Pargoletto fuggìa: si soffermava
+ Il viandante attonito e chiedea
+ Da qual parte calato era il nemico.
+ Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelli
+ Arti educate le fanciulle! Or d'uopo
+ Qui sarìa di valore! In mezzo all'armi
+ E all'arroganza od all'insidie forse
+ Troverassi Rosilde, e le vien meno
+ Segretamente al sol pensarvi il core.
+ Dal palagio paterno uscita mai
+ Pria non era del giorno in che da Susa
+ Mosse al castel dello sposato amante:
+ E qualche volta appena ivi la faccia
+ D'alcun ospite vide, e tutto serba
+ Il pudor dell'infanzia e la paura.
+ E quel debole petto or notte e giorno
+ Per le selve cavalca! e ad ogni fischio
+ Trema di fronda, e gli urli della lupa
+ Ode, e vede la sera da lontano
+ I fochi, ove, chi sa? forse cenando
+ Novi omicidii medita un ladrone!--
+ «Per me non tremerei: ma se rapiti
+ Mi fossero que' carchi, onde salvezza
+ A te verria, Teodomiro, allora?»--
+ Ed ei, Teodomir--dall'alte mura
+ Ove geme prigion, stassi alle doppie
+ Sbarre aggrappato della sua fenestra:
+ Ad ore ad ore immobilmente figge
+ Sovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso:
+ Bramoso? e che mai spera?--Ah! nulla spera!
+ Estinto credo il fido Ugger: Rosilde
+ Saper di lui non può.--«Questo vil cibo,
+ Che invan mi si largisce, alfin dispendio
+ Parrà soverchio, e m'alzeran la croce;
+ Venga, venga quel dì!»--Tal è il febbrile
+ Suo frequente desio. Fero contrasto,
+ Bramar come riposo unico morte,
+ E inorridir pensando al disperato
+ Lamento di chi t'ama, allorchè il grido
+ Udrà del tuo martirio! e nuovamente,
+ Quasi l'orribil vita che tu vivi
+ Bramar di proseguire, onde non giunga
+ Alle tue sale mai quel desolante
+ Indubitabil grido _Ei più non vive!_--
+ Da quelle sbarre guarda, e nulla spera
+ Teodomir: ma i dì passan talvolta,
+ Ed umana figura egli non vede,
+ Perocchè a tergo della torre il campo
+ Giace degli Unni, e a questa parte è un vasto
+ Tratto deserto di palude e arena
+ Che ad un bosco confina, e solo a manca
+ Veggonsi dietro agli olmi i campanili
+ Della città, e se il vento agita i rami
+ Si scoprono gli spaldi... Agita, o vento,
+ Agita quelle fronde! e il prigioniero
+ Veggia talor sovra gli spaldi il passo
+ Di vivente persona! È un indistinto
+ Tormentoso bisogno al solitario
+ Il veder l'uomo--Almen da lunge! un santo
+ Misterioso amor lega i mortali,
+ Se distanza li scevra: ah! come a noja
+ Puon da presso venirsi e farsi guerra?
+ Anco i nemici quasi ama, se ascolta
+ Lor selvaggia canzon Teodomiro,
+ Che pur l'Ungaro canto è umana voce.
+ E se nel bosco alcuna volta udìa
+ La percossa lontana della scure,
+ Pur frenava il respiro, e da que' colpi
+ Alcun piacer traea, perocchè all'occhio
+ Della mente pingeasi il buon villano
+ Che coll'ardua fatica alla diletta
+ Moglie porgeva e a' dolci figli il pane.
+ Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremo
+ D'ogni miseria onde gli sien ricchezza
+ Così povere gioje!--E se nel bosco
+ Tace la scure--e taccion gli Unni--e tace
+ Negli olmi il vento--e dalle torri il caro
+ A' meditanti suon della campana--
+ Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje?
+ Oh allor--quel ciglio ch'uom giammai non vide
+ Nel lutto inumidirsi, in mesta guisa
+ Abbassandosi a terra, a larghe stille
+ Versa il dolore!
+ «Oh mia Rosilde! io sono
+ L'autor di tua sciagura! Io da celeste
+ Credea ispirazione essere al pio
+ Viaggio mosso, e m'illudea il consiglio
+ Dello spirto a cui gioco è l'uman pianto!»
+ «A cavallo! a cavallo! ecco una preda!»
+ Così sclama, e già sprona, e già seguito
+ Da cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'alma
+ Della timida donna al furibondo
+ Proromper d'una squadra! oh spaventose
+ Urla che assordan l'aere, e men saccheggio
+ Sembran nunciar che rapido macello!
+ Discende dalla mula. Il cor le manca,
+ Ma invoca il suo buon angiolo e confida
+ Nel suo soccorso, e pallida e smarrita--
+ Pur risoluta--avanzasi all'incontro
+ De' masnadieri, e con la mano accenna
+ Che raffrenino il corso ed ascoltarla
+ Vogliano per pietà.--V'è nell'aspetto
+ Dell'inerme e del debole un arcano
+ Che ispira reverenza anco ai feroci:
+ E se il debole opprimono, è un comando
+ Che natura non fece, è un altro moto
+ Che senza sforzo non si compie, e il compie
+ Pensata voglia di trionfo o lucro.
+ Commovente spettacolo! Un istante,
+ E dalle scalpitanti ugne pestata
+ Esser potea la misera--un istante,
+ E l'avventata squadra immobil sta:
+ Così Otlusco imperò.
+ Smonta, s'appressa
+ All'atterrita dama: e sopra il viso
+ Dell'assassin colla insultante gioja
+ Della propria potenza e colle dure
+ Tracce di crudeltà, v'è come un fosco
+ Lume che quelle tracce e quella gioja
+ Addolcisce un momento, e sembra quasi
+ Raggio di cortesìa. L'opra era forse
+ Di tua beltà, o Rosilde? o forse innanzi
+ Ch'atti inumani il trasformasser, grande
+ Fu dell'eroe lo spirito, e quel raggio
+ Di cortesìa reliquia è di quel tempo?
+ Ma in alme dal delitto degradato
+ A' moti generosi un pentimento
+ Di sentirli succede, e--unica a loro
+ Nota virtù--della virtù il dispregio.
+ «Signor, la sposa io son d'un prigioniero
+ Di cui t'offro il riscatto. Ove regina
+ Nata foss'io, per quel riscatto un regno
+ Dato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongo
+ Tutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuro
+ Che il mio Teodomir tu mi ridoni.»
+ «Donna, ravviso il tuo scudier. Recato
+ T'avrà il pregio in che tengo il signor tuo:
+ Nè mai per men del valor suo di tanto
+ Peregrino giojel fia che mi spogli.»
+ «Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire,
+ Schernendo gl'infelici: ecco non vile
+ Tesoro, e tu il gradisci: e fa' che priva
+ Di quanto io possedea, tranne il consorte,
+ Di mia miseria non curante, io possa
+ Ogni dì benedirti.»
+ «Olà mi segua
+ Quel convoglio al castel.»
+ Trema e rimonta
+ Rosilde la sua mula, e a fianco a Otlusco
+ Dinanzi agli altri avviasi, e da lontano
+ Guarda con desiderio e con affanno
+ Quelle mura ove chiuso è il suo diletto.
+ Ma l'avaro ladron vede l'amore
+ E la bellezza della dama, e volge
+ Nell'astuto pensier nova perfidia.
+ Arrivano al castel: spiegansi i doni,
+ E Otlusco a sè venir fa il prigioniero.
+ Oh emozion de' due teneri sposi
+ Nel rivedersi! Udì Teodomiro
+ Ciò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja,
+ Stupore e gratitudine è in lui tanta
+ Che parole non trova.--Il sospettoso
+ Unno quel muto giubilar mirando,
+ «No» sclama «non è ver, queste non sono
+ Vostre sole dovizie; in voi non fora
+ Sì poco duol nel perderle: al riscatto
+ Ben puon di te, o guerriero, esser bastanti,
+ Ma pari a questi quattro volte un dono
+ Vo' per la donna che prigion ritengo.»
+ Piansero, supplicàr. Barbaramente
+ Sono divisi, e dal castello a forza
+ Dagli Ungari cacciato è il cavaliero.
+ Che diverrà la misera? E ove mai
+ Teodomir ritroverà tant'oro
+ Qual dal perfido vuolsi? Il pio scudiere
+ Gli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiunti
+ Possenti son, ma antiche guerre e invidia
+ A me feali inimici, e non che ajuto,
+ Scherno n'attendo nella rea fortuna!
+ Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra;
+ Nè molto indi trarrei, poichè sì pingue
+ Già ne diè somma chi toglieali in pegno.»
+ Mentre varii nel cor volge pensieri,
+ E un furibondo più dell'altro, e tutti
+ Fausti a vendetta sì, inefficaci
+ A liberar la cara sposa--e mentre
+ Tenta indarno in agguato al masnadiero
+ Toglier la vita--e mentre indarno ai prodi
+ Frati guerrieri e all'armi piacentine
+ Recasi e prega e stimola e, a gran rischio
+ Di cagionar d'ogni prigion la strage,
+ Pur li spinge a battaglia, e dieci volte
+ (Con finti attacchi) in lontananza spera
+ Trarre l'oste malvagia e della rocca
+ Rapidamente impadronirsi, e sempre
+ La vigile degli Unni arte il delude--
+ A investir la città pensa in segreto
+ Con audacia incredibile il ladrone.
+ Oh scellerata notte! Un tradimento
+ Forse ad Otlusco aprì le porte: il ferro
+ E il foco cinque giorni orribilmente
+ Scorre per ogni via, per ogni chiesa,
+ Per ogni ostello, e disperato sembra
+ Del popol vinto il più risorger mai.
+ Nè per l'amor sol della preda esulta
+ Di sue vittorie il barbaro: egli esulta
+ Perocchè quanto più temuto e forte,
+ Tanto più grande apparir crede al guardo
+ Dell'altera Rosilde. Il ferreo core,
+ Non si sa come, al pianto di Rosilde
+ S'era commosso, e in guisa ch'ei sul punto
+ Fu alcune volte d'asciugar quel ciglio,
+ Libera rimandandola al marito:
+ E se eseguia il magnanimo pensiero
+ Non avrebbe sol lei, ma seco tutti
+ I suoi tesori rimandati. Un giorno
+ Alla stanza ei movea della dolente
+ Col nobile proposto, ahi! ma rivide
+ Quelle angeliche forme, intese il suono
+ Di quella voce, e gli morì sul labbro
+ La pensata parola, e generoso
+ Esser più non potè. Parlò d'amore,
+ E, ciò che mai sofferto ei non avea,
+ I dispregi sofferse, e quei dispregi
+ Eran pugnali all'alma del superbo,
+ Eppur chi li avventava era a lui caro.
+ Nè degli altri prigion pari alla sorte
+ Di Rosilde è la sorte. A lei l'uscita
+ Sol tolta è del castel, ma le si dona
+ E visitar gli altri infelici e alquanto
+ Alleviar lor pene e dalla croce
+ Redimer chi dannato era e taluni
+ Render senza riscatto a lor famiglie.
+ Con benefico intento e varia speme
+ Va serbando la vita, e all'esecrato
+ Ladron si finge meno irata, e volta
+ Tutta è a cercarsi occasïon di fuga.
+ Ma maggior di lor possa è il breve sforzo
+ Di gentilezza e di pudor nei vili;
+ Parer grandi vorriano e oprar da grandi
+ Incominciato appena avean--nel basso
+ Sentiero ecco ricalcali natura,
+ O abitudin d'infamia, o delirante
+ De' sensi ebbrezza, o il giubilo del male.
+ Prudenza e preghi e dignità e disdegno
+ Più a Rosilde non val. Fra le volgari
+ Delle coppe esultanze, il masnadiero
+ Motti d'amor--ma temerarii--vibra,
+ Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore,
+ Non merta il foco de' profani!)
+ «O stolta,
+ A che ostinarti contra il fato? E credi
+ Che, dacchè l'ha perduta, in vedovanza
+ Perenne stiasi il tuo primier compagno?
+ Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccio
+ D'amante altra consolasi! A cercarti
+ Forse riedea? Ti vendica: le nozze
+ D'Otlusco accetta. Splendida ben altra
+ Che non Teodomir t'offro ventura:
+ Invitte squadre io guido, un regno innalzo
+ Cui le più ardite signorie curvarsi
+ Dovran d'Italia: te possanza e pompa
+ E adoramenti faran lieta, e madre
+ Sarai di regi.» (E in così dir con guardo
+ inverecondo alla pudica un braccio
+ Osa afferrar.)
+ «Deh, signor mio! Te irrito
+ Se il passato rammento e i dì felici
+ Che da te lunge io trassi: a sgombrar l'ire
+ Dal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongo
+ Il prisco ond'arsi immenso amor: ti basti
+ Questo silenzio. E se ostinata speme
+ Nutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda,
+ Fa' che d'atti tirannici e scortesi
+ Io mai capace non ti scorga, e al tempo
+ Lascia il mutarsi del cor mio.»
+ Tra umile
+ E maestosa così parla: e tenta
+ Allontanar pur quel terribil punto
+ Cui già da lungo con preghiere e pianto
+ S'è apparecchiata.--Mesi e mesi invano
+ Sperò in Teodomir: più non ritorna.
+ Nelle pugne sperò, ma invan: la palma
+ Sempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsi
+ Qualche strada alla fuga: omai non resta
+ Scampo ad infamia, altro che un sol--la morte.
+ A timid'alma arduo dover, la morte.--
+ Ma non feroci tutte fur le donne
+ Di cui l'alto morir narran le istorie.
+ A talune, o pittor, forse tra quelle
+ E maschi tratti e gigantesca possa
+ E spirito guerrier dar non dovevi:
+ E mite cor portavano, e formate
+ Eran solo ad amore, e d'una spada
+ Inorridiano al lampo, eppure (oh grande,
+ Oh ben più grande era virtù!) a dispetto
+ Della dolce indol femminile, il seno,
+ Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro,
+ Colla tremante man si laceravano!--
+ Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varco
+ Era all'audacia del fellon, quel varco
+ Or più non è. Nè avvidesi ei che l'armi
+ Appese alla parete ella adocchiasse:
+ La parete adocchiava e già scagliata
+ Col volo d'un baleno erasi a un ferro
+ La generosa... allor che risonanti
+ Di spaventose grida ode le sale.
+ Due i momenti non furo: assaliti ode
+ Rosilde gli Unni, e un rapido pensiero
+ Non mai previsto or le risplende, e il ferro
+ Che in sè volger dovea, vibra al tiranno.
+ Cade--e su lei rovesciasi--e quel ferro
+ Dal seno Otlusco a sè strappando il pianta
+ Ed il ripianta dieci volte e in viso
+ E nel fianco alla misera, e fra gli urli
+ E i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira.
+ Tal nel castel la spaventevol scena
+ Presentavasi agli Ungari, allorquando
+ Prorompea l'oste. Impugnano le lance,
+ A far fronte s'accingon, ma l'orrenda
+ Morte del condottiero e la sorpresa
+ Sì gli atterrìa che immemori son fatti
+ Dell'antica lor possa e a vergognosa
+ Fuga si dan per la campagna.--I prodi
+ Esuli Piacentini al forte, fatto
+ Duce Teodomiro, eransi spinti
+ Perir giurando o vincere: e mai fermo
+ Da moltitudin ciò non fu che tutti,
+ Per quanto lunghi sien feri gli inciampi,
+ Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia.
+ Ma come or sì poco ardua è la vittoria?
+ Donde il terror de' barbari? Nè Otlusco
+ Fu veduto pugnar.
+ Parla un morente
+ Ungaro e accenna del suo sir la sorte:
+ «Femminea man lo trucidò!» Ai vincenti
+ Raddoppiasi la gioja.--Ov'è la santa,
+ La salvatrice della patria?--Schiuse
+ Son le carceri: mischiasi col grido
+ De' redentori il grido di cinquanta
+ Liberati prigioni.
+ «E tu, Rosilde,
+ Che non accorri? Dove sei? Rosilde!
+ Diletta sposa!»
+ Ardea fosca una lampa
+ Nella gran sala. Spaventato n'esce
+ Il vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra;
+ Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro,
+ Tra rovesciate mense e armi, scoverto
+ Ha l'immane cadavere d'Otlusco:
+ Con gioja gli s'appressa--oh vista! un altro
+ Cadavere ei copria! Rosilde--
+ E intanto
+ Che il più infelice de' mortali esclama
+ Miserandi lamenti (oh mescolanza
+ Che drizzar fa le chiome!) urla di gaudio
+ Metteano, ignari i suoi compagni ancora,
+ E con festa il chiamavano: «A te dessi
+ Questa lieta vittoria! A' fuggitivi
+ Riposo non si dia! Guidane, o prode!
+ La città si riacquisti!»--
+ A poco a poco
+ Cessa il giulivo dissonante strepito:
+ Il luttuoso caso odono: muti
+ Reverenti s'affollano alla sala:
+ Tutti lor gioja oblian: l'egregia donna
+ Mirano--e oh che pietà! quel cavaliere
+ Dianzi sì dignitoso, or nella polve
+ E nel sangue si rotola ululando,
+ Nè più gli cal che forse altri il dispregi.
+ «Ite, o felici: agevol cosa è omai
+ Il ripigliar la città vostra. Otlusco
+ Da costei fu atterrato... oh, ma vedete
+ La generosa!»
+ E il sen tutto squarciato
+ Di Rosilde accennava e quelle care,
+ Or deformi sembianze: ed oltraggiando
+ Il fido Ugger che il contenea, una spada
+ Afferrava, ma indarno, onde svenarsi.
+ Riacquistò le sue mura il fortunato
+ Popolo piacentino. Ebber perenne
+ Del vedovo stranier cura i pietosi
+ Ospiti, ed a Rosilde a eterna gloria
+ In mezzo al foro alzaro un monumento;
+ E allorquando, tra pochi anni recisa
+ Fu dal dolor la vita di quel prode,
+ Chiuse le sue infelici ossa nell'arca
+ Venner dov'eran di Rosilde l'ossa.
+ Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancora
+ Della mia fanciullezza, e il padre mio
+ La visitò: ma quando pellegrino
+ Adulto mossi tra i Lombardi, e volli
+ A mia debol virtù porger conforto
+ Quelle sacre onorando ossa d'eroi,
+ Più non rinvenni che un'infranta pietra,
+ E su quella sedea, laide canzoni
+ Vil giullare cantando, e gli fea cerchio
+ Con ghigni infami la plaudente plebe!
+
+
+[Nota 1: Giobbe.]
+
+
+
+
+NOTE.
+
+
+ Tu la prima onda porgi....
+
+Il Po scaturisce dal Monviso nel marchesato di Saluzzo. In questa
+apostrofe sembra comprendersi tutto ciò che or forma il Piemonte, o
+gran parte.
+
+ Stava a Lemna natio....
+
+Lemina, o Lemna, è un torrente presso Pinerolo.
+
+ S'era con altri prodi a fratellanza
+ Religïosa....
+
+Nel medio evo il bisogno di difendersi contro gli abusi d'ogni specie
+fece sorgere molte confraternite benemerite della società. Gli
+aggregati rimanevano laici, e il loro ufficio non era che
+l'adempimento di qualche penoso dovere: proteggere i viaggiatori,
+assistere i feriti, gl'infermi, ec. Così i vincoli della grande
+fratellanza umana stati spezzati dalla barbarie si andavano con
+vincoli parziali riannodando. Ma il fervore si cangiò ne' secoli
+seguenti in manìa: da tutte parti s'elevarono confraternite che invece
+di beneficare l'umanità l'infettavano di superstizioni; tali furono i
+_beguini, i fratelli e sorelle dello Spirito Santo, i flagellanti,
+ecc._
+
+ .... Il fero Otlusco
+ Co' suoi prodi vaganti Ungari....
+
+Molte orde di Ungari scesero in Italia nel principio del secolo X; ciò
+fa congetturare che la storia di Rosilde appartenga a quel tempo. Esse
+furono prima respinte dall'imperatore Berengario, ma poi egli stesso
+le chiamò per far fronte a Rodolfo, re della Borgogna transjurana, e
+se ne pentì. Invece di obbedirgli, si sbandarono per tutta la
+Lombardia, devastando campagne e città; da queste orde allora Pavia fu
+saccheggiata e incendiata.
+
+ .... Ma i dì passan talvolta
+ Ed umana figura egli non vede....
+
+Vedi l'Ecclesiaste che forse commisera particolarmente la prostrazione
+dello spirito: _Væ soli! quia cum ceciderit non habet sublevantem se!_
+
+ A talune, o pittor.
+
+Questo cenno d'un pittore potrebbe sorprendere chi si ricorda d'aver
+letto che il Cimabue fu il primo, dopo la barbarie de' mezzi tempi, a
+ristabilire la pittura in Italia. Ma vedasi il Tiraboschi il quale
+prova con molti esempii che anche ne' secoli anteriori l'Italia non
+mancò mai di pittori: essi erano in gran parte Greci, ma molti pure
+nazionali.--Siccome il poeta non nomina il suo pittore, forse si
+trattava di uno o più quadri allora famosi, alla cognizione de' quali
+bastasse l'indicarli; o forse null'altro volle il trovatore che
+esprimere quel suo sentimento, non doversi dall'artista mai togliere
+alla donna--nè anche quando è tratta da dolore o virtù a qualche
+grande atto di coraggio--il bello ideale della donna che è la
+dolcezza. Pare che per quanto il comportava il soggetto ei non si sia
+dipartito da questo sentimento anche nel dipingere una amazone, una
+selvaggia, la _Tancreda_: in più d'un passo di quel poema cerca
+d'attenuare ciò che ha di forte il carattere della guerriera. Chi
+conosce il teatro sarà dell'opinione del trovatore: avrà veduto che
+un'attrice per quanto sia valente, s'ella crede di dover dare alle
+eroine i tratti degli eroi, essa può far raccapricciare, ma non mai
+commuovere; se invece l'attrice non è che eroina, cioè _donna_ nel suo
+più nobile significato, allora le sue lagrime ne strappano molte.
+
+ A eterna gloria
+ In mezzo al foro.
+
+Ciò non regge colla chiusa. Ma il trovatore parlava dell'intenzione di
+chi eresse il monumento. Non è egli così di lutto ciò che si fa per la
+ricordanza de' posteri? Si suppone sempre l'infinità dei secoli: e un
+furore popolare, un terremoto, cento cause possono distruggere oggi
+ciò che jeri si credeva eterno.
+
+ Più non rinvenni che un'infranta pietra....
+
+Piacenza fu, tra le altre città lombarde, spesse volte desolata dalle
+accanite guerre tra nobili e popolo, e il partito vincente distruggeva
+non di rado ciò che era stato onorato dal vinto.
+
+ Vil giullare cantando....
+
+I trovatori di genere elevato chiamavano _giullari_ i poeti vili e
+buffoni: e questi non erano già gli adulatori soltanto del volgo.
+Trattandosi qui d'una storia molto anteriore alla poesia a noi nota
+de' trovatori, parrebbe che la voce _giullare_, fosse un anacronismo.
+Ma è certo che in tutti i tempi vi furono poeti, e particolarmente
+poeti vili e buffoni: nè a qualunque età questi appartengano,
+sconviene loro la voce _giullare_, che significa _giocoliere_,
+_ciarlatano_.
+
+ E gli fea cerchio
+ Con ghigni infami la plaudente plebe!
+
+Questa pittura d'anime abbiette profananti un monumento eroico induce
+a credere, che ciò fosse in un tempo d'anarchia.
+
+
+
+
+ADELLO
+
+CANTICA.
+
+
+ Questa cantica è divisa in tre parti. La prima si riferisce ai tempi
+ di Berengario I, negli ultimi anni del suo regno, e ai tempi del
+ breve regno di Rudolfo in Italia: la seconda verte sulla prima
+ impresa d'Adello, regnante in Italia Ugo di Provenza succeduto a
+ Rudolfo: la terza scorre sovra alcuni tratti della vita di Adello,
+ che possono riferirsi ai tempi di Ugo, e d'alcuni fra i successori
+ di questo, cioè Lotario suo figlio, Berengario II marchese d'Ivrea,
+ Ottone I, ecc.; giacchè è detto che Adello morì vecchio.
+
+
+
+
+ADELLO.
+
+
+I.
+
+ Quando oltre l'Alpi il giovinetto Adello
+ Dal povero movea tetto paterno,
+ Pria di varcarle, un guardo all'orizzonte
+ Natìo rivolse e pianse: e rammentando
+ De' genitori la virtù e l'affetto
+ Ripetè il pronunciato innanzi a loro
+ Fervido giuramento.--
+ «Ah, no, al tuo nome,
+ Patria degli avi miei, nè al vostro, o santi
+ Parenti alcun disdor l'opre d'Adello
+ Non recheranno mai! Verrà in Italia
+ Il cortese straniero, e dirà--Pace,
+ O terra, di gentili alme nutrice!
+ Poi la via proseguì.--Scudiero al vecchio
+ Suo consanguineo ei già che, di possanza
+ Ricco e di fama, appo Lïon, sui colli
+ Della Sonna fioriti e sulla Rocca
+ Incisa dominava. Al giovinetto
+ Accoglienza amorevole il canuto
+ Giorgio far si degnò. Molto gli parla
+ De' cari genitori, e si compiace,
+ Perocchè del garzon commossa uscìa
+ Dal cor la voce, e gli soggiunge--«Il cielo
+ Non prosperò del padre tuo i destini,
+ Ma un ospite leal diegli, un amico
+ Che a lui la destra, e a chi da lui ne venga
+ A stender pronto è ognor.»
+ Quell'onorata
+ Destra baciava Adello, e umile e fida
+ Servitù prometteva al suo signore.
+ Degli antichi scudieri e famigliari
+ Già l'ossequio acquistossi il verecondo
+ Italo garzoncello: e i cavalieri
+ Col sir congratulavansi e le dame
+ Per l'onestà del nuovo alunno: e lieto
+ Questi fra sè dicea: «Giungervi possa
+ Autori de' miei dì, quanto il lontano
+ Vostro figliuol dagli stranieri è amato!»
+ Ma di Giorgio crescea la bionda figlia
+ E di beltà un miracolo e d'amore
+ E di grazia era, e di virtù, Eloisa:
+ Ambìan la mano sua molti di Francia
+ Illustri cavalieri, e al prode Arnaldo
+ Il padre la destina. Era negli occhi
+ Della fanciulla e sulle labbra un pronto
+ Di cortesìa e candor nobil sorriso,
+ Ch'ove volgeasi consolava: e quando
+ Ella uscìa del castel, gl'infimi servi
+ E il passeggiar mendico avidamente
+ A mirarla si feano, e ognun tornava
+ Più sereno al suo ufficio e a' suoi dolori.
+ Ma quel tenue sorriso era qual pio
+ Raggio di luna che ricrea il ramingo,
+ Eppur misterioso un sentimento
+ Move che non è gioja--e più soave--
+ Della gioja fors'è, ma dolce ispira
+ Di meditar vaghezza e di silenzio:
+ Tal la sera in un tempio è melodia
+ Di giocondo ma augusto organo--ascolta
+ Delizïando l'anima pensosa.
+ Quella tinta lievissima, quell'aura
+ Che alla beltà del timido sembiante
+ Beltà diresti aggiunga, e par sia nube--
+ Non nube di dolor, ma di gentile
+ Malinconia, e pietosa indole un cenno--
+ Quell'è l'incanto irresistibil donde
+ Sì affettuosi a lei volgonsi i guardi.
+ Nel tetto suo, dalle verginee stanze
+ Fuori di rado appar: ma dagli aerei
+ Passi se il fievol suon per le echeggianti
+ Sale s'annunzia--o al genitor si rechi,
+ O a visitar famiglio infermo--e Adello
+ Sulla sua via si trovi, oppur da lungi
+ Trasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaro
+ Palpita, e quasi un angiolo trascorso
+ Ivi fosse e beato abbia quell'aere,
+ Ei le sale ricalca ove Eloisa
+ Passò e santificar sentesi il core.
+ Ai conviti paterni, infra le antiche
+ Sue dame e il padre assisa--o accanto ad essi
+ Passeggiando tra i fiori--o nella barca
+ Che a' giorni estivi a tarda ora per l'onde
+ Va qua e là gli zefiri cercando,
+ Della donzella i saggi detti ammira
+ Il giovine scudier: ma pochi sempre
+ S'udian, nè quel silenzio era quel velo
+ O infecondo o superbo; era quel velo
+ Onde beltà pudica asconder crede
+ I suoi tesori, e più pregiati e certi
+ L'altrui commossa fantasia li adora.
+ No, all'intelletto uman, o esterno mondo,
+ Non sei bastante; esprimer tutto, indarno
+ Agogneresti, i sensi percotendo
+ Co' tuoi colori e suoni: egli in su porta
+ Più grande un mondo--l'ineffabil regno
+ Di quel principio che in noi pensa e scerne
+ L'alta armonia delle create cose.
+ In quel regno mental l'uomo adorando
+ Contempla il bello, e più e più il vagheggia
+ Qui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende!
+ Perciò di caste immagini è silenzio
+ Quell'arcana vaghezza, onde men cara
+ È talor la parola.--Oh, che mai sono
+ Le scritte bende, onde il pennel presunse
+ Della madre di Dio dirti l'amore?
+ Non le ingegnose bende, il sacro volto
+ Dica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizio
+ L'immaginante spettatore, e tutta
+ Troverà in sè di quell'amor la istoria.
+ Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le menti
+ Di penetrarsi una nell'altra, ad onta
+ Che di mister si cingano, scoverto
+ A Eloisa e Adello ha la vicenda
+ Del lor misero affetto. Ambi più volte
+ Guardandosi arrossiro: e--inosservato--
+ Talora Adel della fanciulla il volto
+ Atteggiarsi a mestizia ed a profonda
+ Estasi vide, e impallidir se udìa
+ Reduce dalla caccia il giovin prence
+ Ch'esser le dee consorte, e più se udìa
+ Di costui rammentarsi i genitori
+ Che dal Reno s'aspettano, e allorquando
+ Giunti essi fien, si compieran le nozze.
+ Nè lieto ad Eloisa è più il festivo
+ Giorno del padre suo? l'inclito giorno
+ Sacro al santo de' prodi, al generoso
+ Di Cappadocia cavaliere?[2] Ah! tutto
+ L'affettuoso adopra onde il sereno
+ Ritrovar de' passati anni, e compiuta
+ Far l'allegrezza del buon sir.--Gioiva
+ Questi alle danze e al canto de' vassalli,
+ Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggio
+ Della tenera figlia e dell'amato
+ Italo suo scudiero.
+ Essa dell'armi
+ Le glorie ignora, e sol del padre canta
+ I pacifici giorni, e la clemenza
+ Verso i nemici, e il benedir concorde
+ De' felici suoi servi, e il dolce ospizio
+ Che appo il suo focolar trova l'illustre
+ Pellegrino e l'oscuro, ed il credente
+ E l'infedel--ed ogni strofa chiude
+ Intercalando un giubilo d'amore:
+ «Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!»
+ Ond'è che men degli altri anni gioconda
+ Comparia la donzella, e più diletto
+ Pur la sua voce trasfondea ne' cuori?
+ Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende,
+ Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incanto
+ Che tutte le gentili arti sublima!
+ Universal lode era, e d'Adello
+ Non pur motto s'udìa: ma il guardo a caso
+ Sovra lui pon la giovin dama, e il guardo
+ Innamorato incontra--e, oh, d'ogni lode
+ Ben più le parve!
+ Il mutuo turbamento
+ Perocchè romoroso era l'applauso,
+ Null'uom vide o capì.--Si ricompone
+ Adel: sulla infiorata arpa coll'agili
+ Dita preludo, e l'armonia celeste
+ Gli versa in cor de' mali suoi l'obblio.
+ Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san Giorgio
+ Dice l'eroico spirto--E della figlia
+ Di quel re dice il pianto e le sciagure
+ Che divorata esser dovea dal drago,
+ Quando il cappadocèo redentor venne
+ Della beltà e dell'innocenza. Ignuda
+ La vergine regale al drago esposta
+ Pinger non osa Adel: cinta d'un velo,
+ Il sembiante ei le dona d'Eloisa,
+ E il biondo crine ed il ceruleo sguardo
+ E sì amabil ne trae quadro pietoso
+ Che a tutti molce gli ascoltanti il petto.
+ L'arrivo ei dice del campione e l'ira
+ Contro a' codardi cavalier che il brando
+ Non consacrano a' deboli, e a quel sesso
+ In che onorar dobbiam Maria: e descrive
+ La terribil battaglia; e la sconfitta
+ Del mostro immane; e il giubbilo e il trionfo
+ Che la turba apparecchia; e la modestia
+ Del vincitor che involasi, e a novelle
+ Per la terra trascorre inclite imprese.
+ Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco,
+ Tutto il cavalleresco animo splende!
+ I bei fatti lo esaltano; una viva
+ Sete di gloria lo divora: in vago
+ Disordin, nella mente i grandi esempi
+ Gli si confondon del guerrier ch'è in cielo
+ E quelli del suo sir, e a entrambi aita
+ Chiede e virtù perchè lor orme ei prema.
+ Quell'affanno, quel nobile desìo,
+ Più che le lodi avutene commove
+ Il magnanimo vecchio:
+ «Eccoti, o figlio,
+ L'onorato mio ferro; i dì verranno
+ Ch'io giacerò cogli avi, e questo ferro
+ Mieterà ancor per mano tua gli allori!»
+ Al valente cantor doni gentili
+ Porgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola,
+ Figlia, sconosci la virtù e le nieghi
+ L'amabil guiderdone?»--Alla paterna
+ Dolce rampogna ella sorride, e tosto,
+ Vergognando, discignesi dal petto
+ Candida sottil zona, e sovra l'arpa
+ Leggiadramente del cantor la posa.
+ Oh che son gli altri fregi? Il tempo forse
+ Potrà la rimembranza o scancellarne
+ O almen scemar; ma questa zona!--
+ «Il seno
+ D'Eloisa cingevi! e tu sentito
+ Hai di quel seno i palpiti! e sentito
+ Forse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppo
+ Ell'è certezza!) allor che o la mia voce
+ Udia da lunge o i guardi miei trovava
+ E mie pene leggeavi!» Ah, da quell'ora
+ Così delira Adel!
+ Spesso un tintinno
+ D'arpa s'ode la notte entro il castello:
+ Egli è il misero amante che riposo
+ Sul letto non rinvenne, e con dimesso
+ Suon quelle melodie va ricordando
+ Che più son care ad Eloisa--e il bianco
+ Lin che dal musical legno discende.
+ Sopra il volto li ondeggia e sopra il core,
+ E reverenti baci egli v'imprime,
+ E gli parla e il ribacia, e talor forse
+ D'una lagrima il bagna.
+ Il destin move
+ Un dì la giovin dama a errar solinga
+ Tra le rose dell'orto, ed ivi il caro
+ De' suoi pensier segreti idolo incontra.
+ Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano:
+ Ma, perch'egli era mesto, una soave
+ Parola essa gli volse--«Adello, udiste
+ Favellar d'uno spirto che ogni notte
+ Già da alcun tempo bea il castel di queti
+ Armonici sospir?»
+ «A quello spirto,
+ O cortese mia donna, era speranza
+ Che i suoi sommessi asconditi sospiri
+ Ignorati sarien: s'alcun li udiva,
+ Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno--E
+ a quello spirto assai dorria se il sonno
+ Mancasse ad altri come a lui.»
+ Nullo era
+ In se quel dir; d'eluderlo v'avea
+ Pur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'arti
+ Ad Eloisa non sovvengon! Pochi
+ Confusi detti replicò, e que' detti
+ Molta pietà spiravano. Ah, d'ossequio
+ Sol parlò Adel, ma questa voce uscìa
+ Sì tenera e tremante, che simile
+ Era alla voce «amore!» Ed ei soggiunse
+ Sì meste cose di quei dì in che privi
+ Saranno questi fiori e quel castello
+ Di chi li fea sinor giocondi--e, spesso
+ Interrotto, pur dice anco di fiori
+ A cui del sol manca la luce, e a terra
+ Allor chinan la testa... e più non sorge!
+ «Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo:
+ Tu vagheggi la morte!»
+ «Oh donna! Il giorno
+ Che tanto audace io fui d'innalzar gli occhi
+ Sovra cosa divina, era decreta
+ La morte mia dal ciel quel giorno.»
+ Il pianto
+ Sgorga a forza dagli occhi d'Eloisa;
+ Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e gravi
+ I modi e le parole. Un lampo d'ira
+ Le balenò piangendo e dir parca:
+ Così m'astringi ad avvilirmi?--Ei muto
+ Angosciato abbassava le pupille
+ Più che mai reverenti onde la donna,
+ Lagrimando non vista, il duro peso
+ Della vergogna non sentisse. E il pio
+ Riguardo ella scerneva, e in petto quindi
+ Pietà maggior la inteneria.--
+ --Tal'era
+ Di que' semplici eventi la catena
+ Che (impreveduta) avea le due inesperte
+ Alme condotto alla fidente e vana
+ Compassïon del vicendevol duolo.
+ Ma oh come quelle bell'alme, incapaci
+ Pur d'un pensier che da virtù non tragga,
+ Accusansi ciascuna in sè medesma
+ Del biasmevol colloquio!
+ È questa adunque,
+ Pensava Adel, la mercè ingrata è questa
+ Ch'io rendo al mio signore? a lui che tanti
+ Su me profuse beneficii e pegni
+ D'amistà nobilissima ed esempi
+ Alti d'onor? Così rammento i cenni
+ De' genitori miei, la veneranda
+ Storia de' lor martirii e come in venti
+ Ben più gravi sciagure immolàr tutto
+ Fuor che lor fede a' cari prenci e al dritto?
+ In chi di giusti nacque, è onnipossente
+ La rimembranza de' dettami austeri
+ Nell'infanzia bevuti e il sacro accento
+ Con che amando addolcianli e padre e madre.
+ Disonorar con vili atti egli teme
+ L'immacolata lor canizie, e questo
+ Gentil timor, ne' gran cimenti--allora
+ Che virtù langue--di virtù lien loco.
+ «Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorse
+ L'incauto labbro! Oh, un infelice obblia
+ Che ardì il tuo sdegno provocar! L'insania
+ Onde vittima gemo, ancor la voce
+ Del dover mio non soffocava appieno.
+ Che insano fui--non vil--tel dirà il pronto
+ Mio abbandonar questo adorato albergo
+ Onde più mai non rivederti. Un alto
+ Delitto le contrade itale afflisse
+ E vendetta domanda: io la grand'ombra
+ Di Berengario a vendicar mi reco.
+ Cadrò nel campo dell'onore: udrai
+ Forse in breve il mio nome e dirai «Basso
+ Fu il viver suo, ma egli moria da forte.»
+ Ma non men che in Adel s'avviva in petto
+ Ad Eloisa di virtù il bel raggio:
+ E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio,
+ Qual sorella gli parla e con decoro
+ Quasi di madre e di regina--eppure
+ Sol favellar così potea un'amante.
+ Un celeste idïoma era, onde i pochi
+ Predestinati cuori han conoscenza
+ Che amaron come Adello, e un'Eloisa
+ Sulla terra trovarono, e una volta
+ Piansero insieme, e da quel dì migliori
+ Si sentir--benchè forse, ahi, più infelici!
+ Ella accenna infrangibil l'imeneo
+ Che del suo padre la saggezza ha fermo,
+ E dice sacro quel dover che legge
+ A entrambi lor fa il separarsi e pace
+ Ricercar nell'assenza: e poi soggiunge
+ Con enfasi gentil quanto l'uom possa
+ Sublime farsi nel dolor, se invitto
+ Ai colpi di fortuna animo opponga,
+ E più, se nel dolore ei sempre aneli
+ A far sì, che ad un lito (ond'esul mosse)
+ Spesso la fama sua giunga e tai fatti
+ Narri di lui, che ognun qui dire ambisca:
+ Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro!
+ Con più tenera voce indi Eloisa
+ Il rampogna che morte ei nelle prime
+ Pugne minacci d'incontrar; gl'intima
+ Di viver--
+ «Donna, ah da te lunge?--
+ «Vivi
+ Alla patria, a' parenti... ed al conforto
+ Pur d'Eloisa!»
+
+ Questo detto ha fisso
+ Del futur campion l'alto destino!
+
+
+[Nota 2: San Giorgio, principe di Cappadocia.]
+
+
+II.
+
+ «Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegni
+ Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso
+ Mio desir non t'offenda: avresti il suolo
+ Di Verona toccato? o nulla almeno
+ Dell'infelice mia patria t'è noto?»
+ «Verona tua, gran Valafrido, ancora
+ Non visitai, ma qui di Francia io movo
+ Per quella volta.»
+ Adel così dicendo,
+ Una scritta porgeva: e con ossequio
+ (Mentre quei legge) osserva le sembianze
+ Dell'eroe cui per molte cicatrici
+ Beltà non scema: è in Valafrido un misto
+ Tal di guerriera cortesìa e fierezza
+ Che affetto ispira e in un tema e stupore.
+ «Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno,
+ Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?--
+ E dal felice tetto del vegliardo
+ L'ardente febbre involati de' prodi,
+ Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla,
+ Con paterna amarezza lamentando
+ Giorgio il tuo dipartir! _Ne' generosi
+ V'è un impulso di Dio che li sospinge:
+ Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga._»
+ Adel s'inteneria rammemorando
+ Del suo signor l'affettuoso sdegno,
+ Quando i suoi preghi a forza il combattuto
+ Congedo ottenner. Poi dalle ospitali
+ Accoglienze animato--«O Valafrido,
+ Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso
+ Dall'alta istoria di tua eroica fede
+ Pel trucidato nostro italo Augusto,
+ Al sitibondo mio ferro ho la morte
+ Del traditor giurata.»
+ «O giovinetto,
+ il cor mi brilla udendoti. Perduta
+ Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe
+ Non è in Italia? I giusti--oh, ma son rare
+ Stille che pure cadono dal cielo
+ In torbido ocean, che inosservate
+ Nelle giganti sue schiume le ingoja!
+ T'arrida un giorno la fortuna: or tempo
+ È di sostar: te perderesti indarno
+ E del trafitto Cesare quel sacro
+ Unico avanzo su cui pende il brando
+ Dell'assassin.»
+ «Ciò che a salvar la figlia
+ Di Berengario lungamente opravi
+ Noto m'è o Valafrido...»
+ «E non t'è noto
+ Che al novo italo sire Ugo negando
+ Chinar l'insegna mia, se dalle mani
+ Dell'assassin Rasperto ei non togliea
+ La donzella regal, meco possente
+ Esercito ebbi che d'onore al sacro
+ Nome parea tutto avvampar? L'infido
+ Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo
+ A me di pace il parlamento: i dritti
+ Son vïolati delle genti: in ferri
+ Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse
+ Dell'esercito mio? dove la sete
+ Di giustizia e vendetta? Oh vitupero!
+ I creduti leoni eran conigli
+ Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo,
+ A mie castella mi ricovro, ai servi
+ Do franchigia e virtù: la fede e il grato
+ Animo in prodi trasmutò gli abbietti:
+ Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano
+ Sperai che gara in petti altri e gentile
+ Pudor si ridestasse. Il soverchiante
+ Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto
+ Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento--
+ Ramingo, insidiato, egro--l'afflitta
+ Testa posar m'è in questi monti dato.»
+ «Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana
+ Però non è la sua caduta: è crollo
+ Che desta le sopite alme e del retto
+ A compir le sublimi opre le incalza.»
+ «Adel, m'ascolta: speme una accarezzo,
+ Sol una.»
+ «Qual?»
+ «La grande alma d'Ottone.
+ Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira
+ Del generoso: il vindice d'Italia
+ E del tradito imperador fia Ottone.»
+ Al quarto dì si separar gli eroi:
+ Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse
+ Alla città infelice ove vassallo
+ Del re malvagio domina nel sangue
+ Il feroce Rasperto. Avea costui
+ Folto stuol di satelliti, raccolti
+ Tutti d'infra le truci orde venute
+ Di stranie terre alla rapina.--Adello,
+ Onde vie meglio ascondere che in petto
+ Lombarde cure ci prema, avventuriere
+ Natìo di Francia fingesi, cui sorte,
+ O errori giovanili, o irrequïeta
+ Brama d'eventi fuor di patria spinse.
+ Tacitamente a lungo ogni suo passo
+ Esplorato venìa. Seco si stringe
+ Un burgundo guerrier: cieca fidanza
+ Mostragli Adel, sognati casi narra,
+ Forte invaghito del mestier dell'armi
+ Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti
+ Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente.
+ L'avvenenza d'Adel, la signorile
+ Sua destrezza nell'armi attirò in breve
+ Del tiranno gli sguardi, e di sua corte
+ Agli ufficii l'assunse.
+ Adel fremea
+ Nell'incurvar l'altera alma alle bieche
+ Non imparate ancor del debole arti:
+ Ma incurvarla era forza, o prorompendo
+ Mal augurata far l'impresa. È lieve,
+ Di Berengario sulla tomba il mostro
+ Strascinar per le chiome e trucidarlo;
+ Ma di Rasperto riman poscia il crudo
+ Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa
+ Tien nella torre Sigismonda e il sangue
+ Versar della infelice orfana puote.
+ Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi
+ Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo.
+ Cauto osservar gli spiriti, una tela,
+ Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno
+ Di Valafrido attendere--tal era
+ Lo spettante ad Adello inteso incarco.
+ Ma più lune trascorsero, e l'eroe
+ Di Lamagna non torna, e orrende nozze
+ (Onde gli ambiziosi emuli tronche
+ Sien le speranze) intimansi alla figlia
+ Di Berengario coll'infame Eugero.
+ Repente sulle piazze alla sommossa
+ Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri
+ Tentaron questa via? Tosto immolati.
+ Dalla viltà del volgo,--od a ritrarsi
+ Costretti si vedeano, onde il tiranno
+ Non estinguesse del lor re la figlia.
+ Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi?
+ Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti
+ Della vendetta, la virtù--in nessuno!
+ O almeno Adel non la scoverse.--Un fido
+ Servo, che collattaneo era del vecchio
+ Padre d'Adello, e indivisibil sempre,
+ Fin dal natal del giovin sir gli stette,
+ De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni
+ La destra aggravan d'Almadeo; compagno
+ Fora mal certo nel ferir!
+ «Buon padre,
+ Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio
+ Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.»
+ «Che dici o mio signor?»
+ «Sotto l'ammanto
+ D'altra grave cagion, rapido cocchio
+ E destrieri apparecchiansi: al tramonto
+ Portator de' messaggi io di Rasperlo
+ Al re m'invio--ciò crederassi--il cocchio
+ Tu guiderai; più prezïoso un pegno
+ In mio loco ivi fia. Non della corte
+ D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi:
+ Sino al mar non ristarti: un agil legno
+ Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre
+ Proscritto zio la vergine conduci.»
+ «Deh, l'arcano mi spiega!
+ «Odi: tu sai
+ Che alla prigion della regal donzella,
+ Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie,
+ Ad uom recarsi non è dato. Appena
+ Due antiche ancelle--e l'una a Sigismonda
+ Nutrice fu--ponno ogni dì all'afflitta
+ Di compianto e amistà porger ristoro.
+ Ad esse favellai. Della nutrice
+ Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno,
+ In carcer resto, e assuntesi le spoglie
+ Della nutrice, Sigismonda fugge.
+ Ir non può in fallo il colpo: occhio severo
+ Su queste donne non s'estende. Inferma
+ Da lungo è quella onde la voce io tolgo:
+ Muta sol ivi penetrar, ravvolta
+ In ampio velo: al scender della torre
+ Al lor umile tetto uom non le segue.
+ Buje or sono le notti: al destro lato
+ Del vicin tempio le fuggiasche trovi.
+ Salgano il carro immantinente: sferza
+ Senza posa i cavalli.»
+ «O signor mio,
+ Che fai? tua vita perdi: a' genitori
+ Pensa.»
+ «Agli esempii lor penso: la vita
+ Posposer sempre al maggior ben--l'onore!»
+ «Del tinto personaggio a me la cura
+ Dona, all'illustre zio tu stesso adduci
+ La salvata donzella.»
+ «Oh, ben da tanto
+ M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria
+ Di morir per sì giusto atto, minore
+ Certo sarìa! Ma di soverchia mole
+ È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna
+ Dal travestir s'illuderian gli sgherri:
+ Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro
+ Del padre d'Eloisa io sotto ai lini
+ Donneschi porto, e allor che s'avvedranno
+ (Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie
+ Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle
+ E scampar non dispero; e piena l'opra
+ Forse eseguir che il morto re domanda.»
+ Resistenza e preghiere e ammonimenti
+ Ripetè invan l'antico.--I fatti egregi
+ Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo
+ Li pensa e compie--e tra il pensiero e il fatto
+ È una ferrea catena, e niuna scossa
+ Quella catena fa ondeggiar.
+ Le donne
+ Alla torre presentansi. Il guardiano--
+ «Dio ti ridoni la salute o inferma!»
+ E la sana risponde: «Oggi l'affanno
+ Più dell'usato la meschina opprime,
+ Nè a veglia quindi appo la dama a lungo
+ Starci forse potremo.» E ciò dicendo,
+ Al saluto venal porgea cortese
+ Qualche mercede.
+ Inesplorate i neri
+ Avvolgimenti della torre ascendono,
+ E lor la trista cella si disserra
+ Di Sigismonda; indi il guardian sen parte.
+ Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa
+ Da sorpresa e rossor, confusi, incerti
+ Detti favella. Il giovin cavaliero
+ E la vecchia fedel con premurose
+ Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi
+ Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi
+ Stolti, funesta ogni esitanza fora!
+ Della nutrice a Sigismonda i veli
+ S'appongono.--L'inferma appo la dama
+ Lunga dimora far non può: al suo letto
+ Già si ritira. In fondo era alla cella
+ Adel quando il guardian chiuse, e le donne
+ Fuor della torre addusse; ed osservato
+ Perciò non venne.
+ Poich'è sol, del manto
+ Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero
+ Aspetto ripigliando, avido tende
+ E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura
+ Trema--non già per sè: sull'elsa ha il pugno:
+ I perigli ricorda in cui quel brando
+ Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta
+ Si tien sul cor la zona d'Eloisa--
+ E sovrumana forza alla sua destra
+ Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni
+ Venderia e cari a folta schiera innanzi,
+ Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema.
+ «Che direbbero Italia e Valafrido,
+ E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io
+ Con improvvida audacia a morte spinta
+ Avessi Sigismonda? Eppur la scelta
+ Di più partiti io non avea, e il peggiore
+ Era l'indugio. Strepito non odo:
+ Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri
+ Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi!
+ Propizii sovra il mar spira i tuoi venti!
+ In porto adduci l'innocente afflitta,
+ E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso
+ Non sia il mio fato!»
+ Secoli son l'ore,
+ Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante
+ Reca in Adel nova speranza e gioja.
+ Verso il mattin--prostratto era ei davanti
+ A un crocefisso, e per la patria orava,
+ E per tutti i mortali, e più pei cuori
+ Che sono al suo più strettamente avvinti--
+ Quando un suono di passi e di parole
+ Pei rimbombanti angusti anditi giunge
+ Al prigioniero. Stridono le chiavi
+ E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza:
+ Ascolta--e i ghigni scellerati scerne
+ Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio
+ Ad annunciar, che irrevocabil cenno
+ Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze.
+ Ma la porta dischiudesi--oh sorpresa
+ Spaventevole al reo, d'imbelle donna
+ In loco all'affacciarglisi improvviso
+ Incalzante guerrier! Pongon la mano
+ Alle spade i satelliti e il lor duce,
+ Urla mettono orrende, orrendi colpi
+ Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero,
+ Già spiccia il sangue da più petti: in cerca
+ D'aita e in fuga altri si volge: umana
+ Opra questa non credon, ma prodigio
+ Invincibil del cielo. Adel si slancia
+ Con volo irrefrenabile atterrando
+ Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito.
+ Al popol corre, con possente voce
+ Incita a compier l'alta impresa: ei narra
+ Dell'involata all'esecrande nozze
+ Figlia di Berengario.
+ «Avventuriero,
+ Qual credeste, io non son, d'estrania terra!
+ De' Saluzzesi monti, italo io sono,
+ Figlio del sire Adel, che antico servo
+ Fu dell'ucciso imperador! Vendetta
+ L'adirata onoranda ombra a me chiese,
+ A voi tutti la chiede. Oggi la taccia
+ Si lavi che (già omai volge il terz'anno)
+ Vi disonora e dican la fraterne
+ Ed emule città--_Giacea nel fango
+ Per rio destin, non per viltà, Verona!_»
+ Il suo apparir maraviglioso, i caldi
+ Accenti del guerrier, la reverenza
+ E la pietà che spiran le ferite
+ Onde il volto gronda--e par ch'ei solo
+ Conscio non siane--un inatteso effetto
+ Producon nella turba. Al denso stuolo
+ Delle feroci mercenarie lance,
+ Che con Rasperto irrompono, non cede
+ Come altre volte il volgo: aspra battaglia
+ Le vie e le piazze insanguina: le opposte
+ Ire in eroi trasmuta anco i più vili.
+ Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era,
+ Ivi a mirarsi spaventevol cosa
+ Il furor de' gagliardi, il mortal odio,
+ E di disperazion l'ultima prova!
+ Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria:
+ Si soffermano il popolo e i guerrieri,
+ E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine
+ Precipita il tiranno: a quella vista
+ Sgomentati si sperdono gli sgherri:
+ Grida di gioja il popolo manda--e Adello
+ Trionfator, ma semivivo, cade
+ De' suoi compagni d'arme infra le braccia.
+ Dio quella vita ad altre angosce ed altre
+ Glorie serbava: ma all'esauste vene
+ Del campion di Verona a grave stento
+ Riedè salute.
+ Un dì, al suo letto ei vede
+ Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa:
+ È Valafrido. Di Lamagna i prenci
+ Questi trovato avea sì nelle interne
+ Discordie avvolti, che niun d'essi cura
+ Prender potea dell'itale fortune.
+ Oh come Valafrido i dolci amplessi
+ Rende al ferito eroe! come gentile
+ Dal labbro suo suona la lode al forte
+ Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto
+ Favellando applaudìa l'altro guerriero.
+ Il magnanimo zio di Sigismonda
+ Quegli è che ad onorar venne l'ignoto
+ Della nipote redentor:--Più giorni
+ Con delicata indagine il vegliardo
+ Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore,
+ Eccitatrice d'alte gesta, ardesse
+ Per l'augusta donzella, e dagli accorti
+ E amici detti un raggio tralucea,
+ Qual di desio che Adello osi a tai nozze
+ Elevar sue speranze.
+ Il perspicace
+ Garzon di quel linguaggio i sensi intende:
+ Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto
+ Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo
+ D'amichevol conforto e di fidanza
+ A sollevar del mesto animo il pondo,
+ Con fil e candor narra al buon vecchio
+ L'umile istoria de' suoi giovani anni,
+ E il foco inestinguibile che inceso
+ Le virtù d'Eloisa e la bellezza
+ Han nel suo petto, e tutto dice--tranne
+ Che riamato ei sia.--Ben gli era nota
+ La sfolgorante venustà e la dolce
+ Alma di Sigismonda, e come i prenci
+ Si contendan sua destra e quella destra
+ Porti forse venture alte di regno;
+ Ma più che ogni tesoro e più che i troni
+ È a lui la sua Eloisa--oh doloroso
+ Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto!
+ Inutil no, giacchè sublima il core!
+
+
+III.
+
+ Nell'arduo calle della gloria i primi
+ Cantai passi d'Adello: or trasvolando
+ Sull'ali rapidissime del tempo,
+ Additerò sol come lampi i lunghi
+ Patimenti e le gesta onde l'eroe
+ Gli anni suoi segnalava.
+ Ugo, insultando
+ Delle città, de' vescovi e de' forti
+ Itali castellani a' privilegi
+ E schernendo i trattati ed impunita
+ La libidin lasciando e la rapacia
+ De' suoi baroni, acceso avea nel regno
+ Di civil guerra la esecranda face.
+ Dal furor della plebe i regii messi
+ Lacerati venian: le inesorate
+ Lance del sire offeso alla vendetta
+ Trucemente scagliavansi. Ammucchiati
+ I cadaveri ingombrano le strade,
+ Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino
+ Riede al natio villaggio, e indizio appena
+ Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi
+ Rottami delle pietre e pochi teschi--Forse
+ del padre e dei fratelli i teschi!
+ Tal de' Lombardi era lo stato. Adello
+ De' depredati borghi e monasteri
+ In difesa accorrea: di lui, nemico
+ Più formidabil non avea il tiranno.
+ Ma in breve queste guerre han tratto all'imo
+ D'ogni miseria la contrada: il mese
+ Della messe venia, ma il sol versata
+ La sua virtù feconda avea ne' semi
+ Dell'ortica e del cardo; e da lontano
+ Il fuggiasco villan piangea sul brando
+ Che a' dì più lieti gli falciava i campi.
+ Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre
+ I nostri ferri agl'Itali divisi!»
+ E già possente esercito calava
+ A sicura vittoria. Allora Adello
+ Vede la gran rovina: ad impedirla
+ Non v'è che la concordia, e alla concordia
+ Città rivali stringer sol può un scettro.
+ Del nome suo l'autorità sopisce
+ Gli odii: ei radduce le cosparse insegne
+ Appo la regia insegna. Or la salute
+ Dell'itala corona oprisi, e il guardo
+ Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.
+ L'impulso dell'eroe quasi un novello
+ Spirto ne' pria diversi animi ha infuso.
+ Ugo, con maraviglia, in sua difesa
+ Color vede morir cui dianzi ha raso
+ Le castella o i tugurii: il crudo petto
+ A forza inteneriasi: ambir la gloria
+ Parve di scancellar co' benefizii
+ E con la giusta signoria le cieche
+ Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri
+ D'onesta fama, sedi ebbero somme
+ Nel consiglio del re--ma quando piena
+ Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo
+ Novellamente il trono, ecco, al tiranno
+ Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto
+ Favellar suo magnanimo la taccia
+ Dassi ben tosto di ribelle orgoglio.
+ Dicon vetuste cantiche il giudizio
+ Scellerato ch'espulso ha dalla patria
+ Chi la patria avea salva.
+ Andò il ramingo
+ Del veneto leone agli stendardi
+ E lor sacrò la spada sua.--I superbi
+ Isolani, già tempo, avean le spiagge
+ Di Dalmazia predate e con la frode
+ Tolto di là tal venerando oggetto
+ Che da secoli e secoli a fraterno
+ Pellegrinaggio i Dalmati adunava
+ E fea d'un ricco monister la gloria:
+ Era la lancia d'un antico eroe
+ Che dal giogo pagano in molte pugne
+ Sottratto avea le natie valli. Il grido
+ Degli eccelsi miracoli, operati
+ Dalla reliquia di quel santo, al furto
+ I mal devoti veneti sospinse.
+ Ma intanto rotte più fiate, e sempre
+ Rinascenti nell'ira e più tremende,
+ Di padre in figlio le tribù selvagge
+ Con giuramento avvinconsi al racquisto
+ Dell'onorata lancia o a eterna guerra.
+ Un feroce lor capo, Adeoniro,
+ Col manto di pio zelo, infesta il mare
+ D'incessanti, audacissime, inaudite
+ Piraterie. Sui piccioli sui legni,
+ Di ladroni invincibili una turba
+ Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto
+ Null'altro serban; fama appo i lontani
+ Sparse ch'uomin non erano, ma mostri
+ Prodotti dai nefandi abbracciamenti
+ Delle dalmate streghe e de' demoni.
+ Niuna legge li stringe altra che un voto--
+ Pronunciato col rito abbominando
+ Di libare in un calice una stilla
+ Di caldo ancor veneto sangue--e il voto
+ È d'assalir qualsiasi veleggiante
+ Pin di San Marco, o scompagnato corra
+ O a torme, o debol sembri o poderoso,
+ E dalla pugna non ristar ch'o estinti
+ O vincitori. A queste anime atroci
+ Ogni pietà verso i nemici è ignota,
+ Ma tra loro mirabile è una gara
+ D'assistenza e giustizia e comunanza
+ Di beni e mali. Adeonir divide
+ Il bottin, nè maggior parte a sè dona
+ Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie
+ E in limosine sprecan, non curanti
+ Tutti del pari, ogni tesor soverchio,
+ Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli
+ E alle donne e a' feriti han provveduto.
+ Tal delle imprese loro è la ventura,
+ E con tali atti di barbarie han tinto
+ Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito
+ Nell'adriaca laguna inoperose
+ Tien le sue sarte, e unanime la voce
+ Dell'atterrito popolo s'innalza
+ Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto
+ Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari
+ Con doni la fatale asta si renda.
+ Il senato assentì: ma col ritorno
+ Della reliquia, pur mutar natura
+ Non potè l'indomato avido spirto
+ De' bugiardi pirati: e con più angoscia
+ Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse
+ Con alte navi e prodi capitani
+ Ad estirpar di que' malnati il seme.
+ Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte
+ Non giovò alla repubblica! In tai giorni
+ Di lutto universale, uno straniero
+ Sorge e il linguaggio degli eroi parlando,
+ Radduce nelle curve alme il coraggio.
+ Quello stranier pugnato avea sui pini
+ Della sconfitta armata, e al valor suo
+ De' pochi avanzi si dovea lo scampo.
+ Era Adello! Il magnanimo senato
+ Plaude all'ardir del cavaliero; un novo
+ Armamento decreta: Adel le prore
+ Capitanando, alla vittoria corre,
+ E sepolcro i pirati ebber nell'onde.
+ Favorita canzon del marinaro
+ Divenne questa istoria, e tutti i liti
+ D'Italia l'impararono, e ne' gioghi
+ Più segregati d'Apennino--allora
+ Che un sir bandisce all'ospite il festino--
+ Dice al suo vate: cantaci il bel nome
+ Del vincitor de' dalmati pirati.
+ Memoria non restò delle sciagure
+ O degli affronti perchè Adel partissi
+ Dalle bandiere del leone. Amalfi
+ Diede ospizio e onoranza al capitano,
+ E per lui prosperò; la terra e l'acque,
+ Più d'una volta, del suo sangue intrise,
+ Ma invitto il vider sempre e più tremendo.
+ Tacerò quelle pugne e dirò il giorno
+ Che--tempo era di pace e vincolato
+ D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea--
+ Adel coll'oro suo recossi ai Mori
+ Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi
+ Potè redense. Il sacrificio ei compie
+ D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi
+ Son gli adorati genitori, e il pio
+ Figlio all'anime lor schiudere il cielo
+ Spera con opre che al Signor sien grate.
+ Un dì, secondi egli aspettava i venti
+ Per la reddìta, ed ecco entra nel porto
+ Con festive urla un predator; parecchie
+ Sbarca gementi vittime, e fra quelle--Oh
+ sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa
+ Un cavalier troppo a lui noto, è desso,
+ D'Eloisa lo sposo!
+ Ai primi amplessi
+ (Ed oh quanti dolori in quegli amplessi
+ Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto
+ D'antica gelosia, di riverenza
+ Per le virtù del sir, di generosa
+ Compassïon, d'affanno immaginando
+ Le pene d'Eloisa in udir preda
+ Ai scellerati masnadier lo sposo!)
+ Ai primi sfoghi di pietà, succede
+ L'interrogar sollecito dell'uno
+ E il racconto dell'altro.
+ «Oh Adel compiuta
+ È la sventura mia! Tu vedi il figlio
+ Del felice Usignan, già di castella
+ Sì ricco e d'armi, cui possenti trame
+ Di perfidi congiunti han da sei lune
+ Rapito ogni dominio. I figli miei
+ E lor misera madre (ah, poich'al duolo
+ Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)
+ In salvo a Nizza appo mia suora addussi.
+ Ivi una notte una masnada irrompe
+ Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti
+ Dolci pegni m'avanzano, la fuga
+ Combattendo proteggo: oh, almen per loro
+ M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,
+ Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino
+ Salpan le collegate arabe navi:
+ Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali
+ Di quest'africo lito; a me la somma
+ Lontananza toccò!»
+ Frenava Arnaldo
+ Con viril forza il pianto: Adel, compreso
+ Da tanta folla d'infelici e cari
+ Pensieri, il volto si copria e lasciava
+ Alle lagrime sue libero sfogo.
+ «E anche il mio antico sire è nel sepolcro!
+ Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto
+ Morir miseramente! ecco, empia terra,
+ Il guiderdon che alla virtù largisci!--
+ Ma no, delle onorate opre la meta
+ Non è il sorrider di mortal fortuna:
+ Amaro a' giusti è il vivere, e beato
+ Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!»
+ Così esclamava Adel, sazio de' giorni
+ Glorïosi, ma sterili di gioja
+ Ch'ei tratto avea, da quando allontanato
+ Erasi da Eloisa. E or par che tutta
+ Da mal estinte ceneri risorga
+ La giovenil sua fiamma: i detti, il volto
+ D'Arnaldo lo riportano ai remoti
+ Tempi del suo delirio. Ei vede i colli
+ Della Sonna fioriti--il santuario
+ Ove la pia fanciulla iva sovente
+ A lagrimar sulla materna tomba--
+ L'inghirlandata barca ove ella, assisa
+ Sulle ginocchia di suo padre, al canto
+ Talor sciogliea la voce; e talor l'inno
+ Era d'Adello; e allor della donzella
+ Più timido era il canto e più pietoso!
+ Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi
+ E le rocche d'Arnaldo andrai col brando
+ A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi
+ Ei qui rimansi: squallido, languente
+ È il suo sembiante: il duol forse e la dura
+ Servitù in breve troncheranno il filo
+ Di quella vita... Libera Eloisa?
+ Oh pensiero infernal! Ma nella mente
+ Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi
+ Lampi l'inferno--e più son giusti appunto
+ Perchè talvolta eguali a' rei son quasi,
+ Ed allor non soccombono, e con arduo
+ Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano.
+ D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro
+ Già avea consunto Adello: al predatore
+ D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato
+ Venne il partito, perocch'egro il primo
+ Schiavo parea, e salute e forza spira
+ Del novel la persona. Il sir francese
+ Queste mosse ignorava, e i suoi voraci
+ Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo
+ Degli affetti d'Adello. Alta è la stima
+ Che la virtù dell'Italo gli desta;
+ Ma pur già scorge nel futuro, accanto
+ Alla donna (e ancor bella era Eloisa)
+ Il rival cavaliere, e quella stessa
+ Virtù che in esso ammira è il suo spavento.
+ Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna
+ Di sì bassi concetti, allor che tolte
+ Vede a sè le catene, ed alle braccia
+ Poste d'Adel!
+ «Che fia? Non mai! Sublime
+ Insania, Adel, ma insania è questa! infermi
+ Giorni redimer di chi tutte ha tronche
+ Le vie di rimertarti e così all'imo
+ Cadde che d'ogni grande atto la speme
+ Da fortuna gli è tolta--e invece i giorni
+ Preziosi immolar di chi seconde
+ Tutte ha le sorti e per la gloria vive!»
+ «Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo
+ Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento
+ Quanta importanza i giorni han di chi i sacri
+ Titoli vesta di marito e padre:
+ Appo tal, nulla è la deserta vita
+ Di chi solingo passeggia la terra
+ (E tal son io), di chi, s'allegri o gema,
+ Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»
+ Volea soggiunger l'altro. Adel temendo
+ D'aver con triste voci intenerito
+ Il suo rivale e forse appalesato
+ Della stanca dolente alma il segreto,
+ Apre un gentil sorriso--Va', gli dice,
+ A consolar la tua dolce famiglia;
+ Cura nostra primiera esser de' questa:
+ Indi per me non t'affannar: lontane
+ Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi
+ Cuori mi fean di loro amistà dono,
+ Che in me certezza è la lor gara al pronto
+ Riscatto mio.
+ «So, generoso Adello,
+ Che in sue nuove tempeste Ugo invocava
+ Il braccio tuo; so che anelò Vinegia
+ Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna
+ Itala signoria ferve la brama
+ Di possederti a suo campion: ma esporti
+ Di fortuna a' capricci, ah no, non posso!
+ Sol crederei, se in mia balìa fosse indi
+ Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi
+ La mia piena miseria!»
+ Uopo ad Arnaldo
+ Il ceder fu. Partì sulla primiera
+ Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio
+ Esso, con altri dall'eroe redenti,
+ Portar di questo fatto. Onor parea
+ Stringer più d'una terra alla salvezza
+ Del guerriero in catene: il sir francese
+ Non osò dubitarne; Adello stesso,
+ Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato
+ Animo altrui credea qualche dritto--
+ Tutti obbliaro il misero! quattr'anni
+ Le afriche solitudini l'han visto,
+ Con abbietti compagni ad opre abbiette
+ Sotto varii tiranni i suoi sudori
+ Spargere oscuramente--ed eroe ancora
+ Esser per gl'infelici, o alleviando,
+ Con gravarne sè stesso, i lor dolori,
+ O al rassegnato suo religïoso
+ Senso le svigorite alme estollendo.
+ Chi ai Saracini il tardo inaspettato
+ Prezzo portò del cavaliero? Un messo
+ Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire
+ Fedeli colleganze e alto valore
+ Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta
+ La paterna sua gloria.
+ Adello è asceso
+ Sull'ospital naviglio: al marsigliese
+ Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja,
+ La gratitudin che il bel cuore inonda?
+ Come i diversi palpiti, approdando?
+ Poi, sul corsier veloce alle castella
+ Del suo benefattore e d'Eloisa
+ Senza posa traendo?
+ «Ei giunge: incontro
+ Moveangli il sire ed Eloisa e i figli
+ (Figli di quell'imen; pur cari all'alma
+ Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi
+ Detti suonano e i teneri singhiozzi
+ E la sincera nobil lode. Un riso
+ Del ciel parea per que' mortali eletti
+ Aver portato sulla terra il gaudio
+ Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati!
+ Ma quel foco di vita che nel ciglio
+ Brillava ad Eloisa, insolito era.
+ Da lungo tempo in essa è illanguidito
+ Il fior della salute. Adel s'accorse
+ Ch'ella reggeasi con fatica; e intende
+ Che nella notte in che da Nizza a fuga
+ Ella errava co' figli, un dardo colse
+ Leggermente un di questi: ahi, velenato
+ Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda
+ Crescente piaga si struggea: la madre
+ Quella piaga lambendo al figliuol suo
+ Crede render la vita e, ohimè, s'illuse!
+ Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo
+ A stento l'arte di Salerno e i voti
+ Appesi sugli altari e i benedetti
+ Maravigliosi farmachi al dolente
+ Sen dell'eroica madre addur novello
+ Sembran vigor.
+ Ben tosto Adel conobbe
+ Che sol gli affetti subitanei un breve
+ Ponean rossor su quelle guance. Il dolce
+ Soggiorno alcuni mesi ei protraèa
+ Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo
+ Il timore alternava e la speranza
+ Per l'egra donna--Ahi lasso! inferocisce
+ Rapidamente il morbo!--Adel sul letto
+ Di morte la mirò. Tutta obblïava
+ Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo
+ Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda
+ Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti
+ Indistinto sobbissa e il buono e il reo.
+ «Oh Adel (rispose la morente--e furo
+ Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi
+ La insensata parola! È il duol cimento
+ Ove Dio prova degli umani il core.
+ Te a egregi fatti i lunghi sacrifici
+ Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi;
+ Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra
+ Ch'uom vita appella e salda cosa estima!
+ Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
+ Guarda gli anni volati ed alcun'orma
+ Da lui lasciata di virtù non trova!»
+ Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,
+ Strinse al seno i figliuoli, all'onorato
+ Sposo si volse--e dir parea «Co' figli,
+ Adel ti raccomando»--e più non era.
+ Così passò la santa.
+ Incerte storie
+ Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani,
+ Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:
+ Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta
+ Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate
+ Che del sepolcro suo cantò, non dice
+ Se non che vecchio Adel morì e mendico,
+ Perdonando agl'ingrati, e ripetendo
+ Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento
+ Ove Dio prova degli umani il core;
+ Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
+ Guarda gli anni volati ed alcun'orma
+ Da lui lasciata di virtù non trova!»
+
+
+
+
+NOTE.
+
+
+ .... Sui colli
+ Della Sonna fioriti e sulla Rocca
+ Invisa dominava.
+
+V'è presso Lione, sulle rive della _Saône_, una rupe che ritiene il
+nome di _Pierre-Encise_.
+
+ In chi di giusti nacque è onnipossente....
+
+Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:--che
+uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti
+irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la
+loro vecchiaja--che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il
+sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo
+sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi
+nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni--che
+finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso
+l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante
+compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e
+le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba.
+
+ .... Io la grand'ombra
+ Di Berengario a vendicar mi reco.
+
+Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo,
+fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era
+Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice
+imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli
+al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi
+congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito
+il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città.
+
+ Che al novo italo sire, Ugo....
+
+Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo,
+duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la
+perfidia.
+
+ .... La grande alma d'Otone....
+
+Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo
+quest'epoca conquistò l'Italia.
+
+ Tolto di là tal venerando oggetto.
+
+Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti
+i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperità
+dell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del
+santo protettore del luogo.
+
+ .... Che il nocchier più ardito
+ Nell'adriatica laguna inoperose
+ Tien le sue sarte.
+
+Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe
+un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i
+filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il
+terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta
+la comunicazione della Spagna colle colonie americane.
+
+ A stento l'arte di Salerno...,
+
+Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V.
+il Tiraboschi.)
+
+
+
+
+EBELINO
+
+CANTICA.
+
+
+ L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da
+ un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro
+ l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il
+ personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase
+ vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza
+ ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento,
+ ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con
+ atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno
+ de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato
+ in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in
+ seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo
+ Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine
+ di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i
+ suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero
+ chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta
+ fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore
+ collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da
+ visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza
+ dell'immolato Ebelino.
+
+
+
+
+EBELINO.
+
+ _Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!_
+
+ JOB. 2, 10.
+
+
+ Inno d'amore e di compianto al giusto,
+ Al giusto denigrato! Ebelin, fido
+ Campion del magno Ottone e consigliero,
+ Colui che al generoso Imperadore
+ Verità generose favellava,
+ E i biasimati torti indi con mente
+ Pronta e amorevol correggea e sagace;
+ Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,
+ Spesso invece del sir ponea la destra
+ Al timon dell'impero, e lo volgea
+ Del sir con tanta gloria e securanza,
+ Che questi, anco in cimento arduo serrando
+ Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea:
+ «Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»
+ Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro
+ Cener del magno Otton, d'Otton novello
+ Fu parimente lunghi anni sostegno
+ Di giustizia nel calle, e guida e sprone;
+ Sì che a nessun parea che dilettoso
+ Ne' poveri tuguri e nelle sale
+ Fervesse crocchio, ove lodato il nome
+ Non fosse d'Ebelin,--quell'Ebelino
+ Morì esecrato, ed era giusto! Amore
+ E compianto agli oppressi!
+ Un dì l'Eterno,
+ Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto
+ Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:
+ --Onde vieni?
+ E il maligno:--Ho circuita
+ Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
+ Ed il Signore:--O di calunnie padre,
+ Non vedestù l'amico mio Ebelino,
+ Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo
+ Tanta in prosperi dì serba innocenza?
+ E l'angiol di menzogna ambe le labbra
+ Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso
+ Disse:--Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama
+ Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza,
+ Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.
+ Ed il Signor:--Giorni di prova a' retti
+ Forse non io so stabilir? Va; pongo
+ Entro a tue mani dispietate or quanto
+ Agli occhi della terra Ebelin porta,
+ Fuorchè la vita.
+ L'avversario allora
+ Avventossi precipite dal grembo
+ Della nembosa nube, onde i mortali
+ Atterria lampeggiando; ed in un punto
+ Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
+ Si soffermò, e da questo lato i campi
+ Della lieta penisola mirando,
+ E dall'altro le selve popolose
+ De' boreali, l'una all'altra palma
+ Battè plaudendo al sovrastante lutto
+ D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria!
+ La più squisita voluttà del male
+ Pensò un momento qual si fosse, e al giusto
+ Fermò ignominia cagionar per mano...
+ Di chi?--D'amico traditore! Il colpo
+ Più doloroso e a dementar più adatto
+ Chi molto amando irreprensibil visse!
+ --Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia
+ Giù dall'alpe scagliandosi e correndo
+ Pe' teutonici boschi, e visitando
+ Con infernal, veloce accorgimento
+ Città e castella.
+ Iva ei cercando l'uomo,
+ In cui scernesse il dolce volto, e i dolci
+ Atti, e l'irrequïeto occhio geloso
+ Del venditor di Cristo; e non volgare
+ Mente si fosse, ma gentil, ma calda
+ Di lodevoli brame, ed inscia quasi
+ Di sè si pervertisse, e vaneggiasse
+ D'amor per tutte le virtù, e seguirle
+ Tutte paresse, e infedel fosse a tutte.
+ Tale, od un vero giusto esser dovea
+ Chi affascinasse d'Ebelino il core;
+ E Sàtan nol trovava, e con dispregio
+ Maledicea la lealtà nativa
+ De' figli del Trïon, popol rapace
+ Nelle battaglie, e in sue pareti onesto.
+ Ma quando già il crudel quasi dispera,
+ Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante
+ Tosto il colpisce; e fra sè dice:--«È desso!»
+ Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.
+ Quel benedetto dall'orribil genio
+ Era un prode straniero, e fama tace
+ Di qual progenie, e nome avea Guelardo.
+ Sul suo destrier peregrinava, e ladri
+ Or assaliva, degli oppressi a scampo,
+ Or dispogliava ei stesso i passeggeri,
+ Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio
+ Pur quelli avrìa, se a povertà costretto
+ Non l'avesse un fratel, che del paterno
+ Retaggio spossessollo.
+ A che di bosco
+ In bosco errasse, ei non sapea. Sperava
+ Dal caso alte venture, e perchè tarde
+ Erano al suo desìo, volgea frequente
+ Il pensier di distruggersi; e più volte
+ Dall'altissime balze misurava
+ Coll'occhio i precipizi, e mestamente
+ Rideagli il core, e si sarìa slanciato
+ Nelle cupe voragini, se voce,
+ O aspetto di mortali, o speranze altre
+ Non l'avesser ritratto.
+ --O cavaliere,
+ Salve.
+ --Scòstati, scòstati, o romito;
+ Oro non tengo.
+ --Ed oro a te non chieggo;
+ Ben d'acquistarne santa via t'accenno.
+ Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,
+ Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti
+ Occulta sapïenza ha rivelate:
+ Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:
+ Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai
+ A' clementi occhi del regnante istesso.
+ Così Satan, e sparve.
+ Incerto è quegli
+ Se fu delirio o visïone. Al cielo
+ Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe
+ De' suoi misfatti alta vergogna; aspira
+ A cancellarli, e quindi in poi di tutte
+ Virtù di cavaliere andare ornato.
+ In quel fervor del pentimento, incontra
+ Un mendico, e su lui getta il mantello,
+ E sen compiace, e dice:--Uom non m'avanza
+ In carità e giustizia.
+ E Sàtan rise,
+ E non veduto gli baciò la fronte.
+ Alla real Bamberga andò Guelardo,
+ Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino
+ Supplice presentossi, e pïamente
+ Da quella bella e grande alma si vide
+ Ascoltato, compianto, e di non tarda
+ Aïta lieto. Un fascino infernale
+ Sovra la fronte di Guelardo imposto
+ Ha del demone il bacio. Allo straniero
+ Conglutinossi d'Ebelino il core
+ In breve tempo; e nella reggia e in campo
+ Quei Gionata parea, questi Davidde.
+ Mirabile brillava ad ogni ciglio
+ Quella forte amistà: Saran fremeva
+ Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni
+ Affrettar non potea. Nè ratto varco
+ Sperabil era tra i pensieri onesti
+ Che Guelardo nodriva e la sua infamia,
+ Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce
+ Nella virtù emularlo, e il desiderio
+ Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo
+ Angiol si confortava misurando
+ L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi
+ Secoli, breve istante eran poch'anni.
+ Ed intanto ci godeva, a quell'imago
+ Che tigre, sebben avida di sangue,
+ Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo
+ Tragge di quella contemplando i moti
+ E l'amabil fidanza, ed assapora
+ Più lentamente la decreta strage.
+ Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno
+ Sospirato dall'invido. Al novello
+ Otton contrarie qua e là in Italia
+ Eran le menti di non pochi, e speme
+ Vivea secreta ch'italo Ebelino
+ Secretamente lor plaudesse. Il core
+ Di molti era per esso, e nelle ardite
+ Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo
+ Susurravan, più splendido rinomo
+ Non avervi del suo; null'uom più voti
+ A suo pro riunir; doversi acciaro
+ Dittatorio offerirgli, o regio scettro.
+ L'augusto sir dalla germana sede
+ Contezza ebbe di fremiti e lamenti
+ Nell'alme de' Lombardi esasperate,
+ Ed a sedarle con prudenza invìa
+ Ebelino e Guelardo.
+ Alla venuta
+ Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido
+ Che fama addoppia de' lor alti pregi,
+ E più de' pregi di colui, che sembra
+ D'onnipotenza quasi insignorito,
+ Ferve ognor più l'insana speme, e tutta
+ In congressi pacifici prorompe,
+ Ove i duo messi imperïali invano
+ Senno indiceano e obbedïenza.
+ --O prodi!
+ Così Ebelin risponde al temerario
+ De' corrucciosi invito; io condottiero
+ Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto
+ Gli son da conoscente animo e onore,
+ E il portai fra mie braccia. E quando insieme
+ Del moribondo padre suo le coltri
+ Inondavam di pianto, il sacro vecchio
+ Nostre mani congiunse, e disse:--Un figlio,
+ O Ebelino, ti lascio;--ed a te lascio,
+ O figlio, un padre in Ebelino!--Ed era
+ In tai detti spirato. Allora il figlio
+ Gettommi al collo ambe le braccia, e molto
+ Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,
+ E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti
+ Violati con voi fosse il mio sire,
+ Biasmo sincer da mie labbra paterne
+ Avriane, sì; retti n'avrìa consigli,
+ Ma non odio, non guerra, non perfidia!
+ --Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,
+ Ov'è causa di popoli. Ed ignota
+ Mal tu presumi essere a noi l'ingrata
+ Alma d'Ottone anco ver te, che dritti
+ Tanti acquistasti a guiderdone e lode.
+ Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti
+ Finge, ma stolta è finzione omai
+ Ond'ogni cor magnanimo s'adira.
+ Possente sei, ma più non sei quel desso
+ Che ne' duo regni un dì tutto volvea.
+ Tëofanìa il governa, e da Bisanzio
+ Sul germanico seggio ov'ei l'assunse
+ Recò le greche astuzie, e lo circonda
+ Di greci consiglieri. Essi con lei
+ Van macchinando contro te ogni giorno;
+ Che se finor cadute anco non sono
+ Le podestà che a te largì il monarca,
+ Della tua rinomanza egli è prodigio,
+ E nel tiranno è di pudor reliquia.
+ Bada a' perigli, a tua salvezza bada:
+ D'Otton l'iniquità rotto ha i legami
+ D'ogni giusto con esso.
+ Un de' maggiori
+ Così parlò fra gli adunati audaci.
+ Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa
+ La parola di sdegno e di sospetto
+ Circa l'imperadrice e i cortegiani
+ Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.
+ Ma la candida e ferma alma del pio
+ Ebelin s'adirò. L'imperadrice
+ E Otton con nobil gagliardìa difese,
+ E de' Greci sorrise. Ei sì facondo
+ Favellava, e amichevole e verace,
+ Che i più irati l'udìan con reverenza:
+ Con tenerezza quasi, ancor che invitti
+ Nel feroce astio e nell'ardente brama.
+ Di Guelardo lo spirto a quel congresso
+ Funestamente s'esaltò. Il diletto
+ Ebelino ei vedea, nella commossa
+ Fantasia, re, suscitator di gloria
+ Ad un popol redento. Il vedea bello
+ Giganteggiare in immortali istorie,
+ Com'un di que' supremi, onde la terra
+ Lunghi secoli è priva; e sè medesmo
+ Socio vedea di quel supremo, e a lui
+ Successor forse, e... Che non sogna audace
+ Ambizïon, se raggio ha di speranza?
+ Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse
+ Le voci insieme intese, e commentolle
+ Coll'insistenza del favore; e aggiunse
+ Maligno esame de' pensier, degli atti
+ D'Ottone, e della Greca in trono assisa,
+ E degli astuti amici ond'ella è cinta.
+ Quasi certezza accolse i più irritanti
+ Dubbi e i minimi indizi di periglio,
+ E gridò ingratitudine, e diritto
+ Alla rivolta. E a grado a grado questa
+ Ei necessaria osò chiamare, e il pio
+ Ebelin concitarvi. Lo interruppe
+ Finalmente Ebelin; duplice tela
+ Come già svolto aveva agli adunati,
+ Svolse di novo al tentatore amico:
+ Qua la turpezza del tradir, là i vani
+ Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata
+ È nazïon da lunghi odii fraterni.
+ Negli aneliti suoi s'ostinò il core
+ Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia
+ A ridir con sofistica, inesausta
+ Facondia per più dì l'empie sue brame;
+ Sì che non poche volte il generoso
+ Ebelino in resistergli, dal mite
+ Considerare e dai soavi detti
+ Passò a dogliosa maraviglia e sdegno.
+ Turbossene colui, ma il turbamento
+ Ascose e il disamore, e da quel tempo
+ Crescente invidia in sen covò tremenda.
+ Novi succedon fortunati eventi,
+ Ch'ognuno attesta glorïosi al senno
+ Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,
+ Come negli anni primi, or della gloria
+ Del suo benefattor non va giocondo.
+ Ei con geloso sospettante ciglio
+ Mira la sua grandezza, e superarla
+ Vorria e non puote; e detestando, sogna
+ Dall'amico esser detestate; e pargli,
+ Laddove pria si belle in Ebelino
+ Virtù vedea, più non veder che scaltra
+ Ipocrisia. De' pervertiti è proprio
+ Non credere a virtù; d'ogni più certo
+ Generoso atto dubitar motivi
+ Turpi, ed asseverarli: in ogni etade
+ Così abborriti fur dal mondo i santi.
+ Da quello stato di rancor, di mente
+ Ognor proclive a gettar fango ascoso
+ Sovra l'opre del giusto, è breve il passo
+ Ad assoluto di giustizia scherno.
+ In Lamagna Guelardo ad altri uffizi
+ Di grande onor da Ottone è richiamato,
+ Mentre Ebelin nell'itale contrade
+ Resta moderator. L'ingrato amico
+ Sospetta ch'Ebelino abbia con arte
+ Tal partenza promosso, a fin di trarsi
+ Uom dal cospetto che in secreto esècri.
+ Del congedo gli amplessi ei rende a quello,
+ Ma senza avvicendar come altre volte
+ Palpiti dolci di desìo e di pena.
+ Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento
+ Del più sincero degli umani, e parte
+ Coi fremiti dell'odio, e maturando
+ Di non avute offese alta vendetta.
+ --Cieco tanto io sarò che vero estimi
+ Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste
+ Son le congiure? Or che da lunghe e infauste
+ Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre
+ Nome a capitanarla, e di null'altro,
+ La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata
+ Dalla superba, greca, invida nuora
+ È quell'antica d'Ebelin fautrice,
+ La vantata Adelaide, che alle umìli
+ Ombre de' chiostri dalla reggia mosse?
+ Or che Tëofania palesemente
+ Lacci a lui tende e sua rovina agogna?
+ Il menzogner di me diffida: i vili
+ Diffidan sempre! Allontanarmi volle
+ Non senza mira ostil: me di qui toglie
+ Per regnar sol, per non aver chi forse
+ Sua sapïenza e sue prodezze oscuri.
+ All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere
+ Del suo tradito Imperador mi brama,
+ Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta
+ Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,
+ Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia
+ Non teme, nè il valor! Perfido! io mai
+ Stato non fora a tua amicizia ingrato;
+ Alla mia ingrato ardisci farti: trema!
+ Valor non manca al vilipeso e senno
+ Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio
+ Ne fur bastantemente il sire, i grandi,
+ Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!
+ Così nel suo vaneggiamento infame
+ S'agita l'infelice, e non s'accorge
+ Che il re d'abisso più e più il possede;
+ Così travolve le apparenze ogn'uomo
+ Che a livor s'abbandoni:
+ Ecco Guelardo
+ Giunto ai reali di Bamberga ostelli;
+ Eccolo assaporante i nuovi onori,
+ Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,
+ Sente l'amaro della propria bile.
+ Più sovra il labbro di Guelardo il nome,
+ Come già tempo, d'Ebelin non suona,
+ O su quel labbro se talvolta suona,
+ Laude non l'accompagna, e il favellante
+ Impallidisce, e torvamente abbassa
+ La pensosa pupilla irrequïeta,
+ E la rïalza sfavillando; e ognuno
+ Scerne che di compressa ira sfavilla.
+ Del mutamento avvedasi esultando
+ Tëofania, s'avvedono i suoi fidi,
+ E al convito di lei con gran decoro
+ Visto sovente è quel Guelardo assiso,
+ Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.
+ Ordiscono essi alcuna trama insieme
+ Contro al lontano giusto? o la perfidia
+ Tutta covossi di Guelardo in petto?
+ Un dì da quel convito esce il fellone,
+ E quasi esterrefatto si presenta
+ Agli occhi del monarca, e a lui si prostra,
+ Ed esclama:--Ebelino è traditore!
+ Le rivolte fomenta; alla corona
+ D'Italia aspira: sciolta è l'amistade
+ Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!
+ E false carte adduce in prova, e adduce
+ Di vili già ribelli, or prigionieri,
+ Menzogne tai, che faccia avean di vero.
+ Ed il monarca trabalzò, fu vinto
+ Dalle inique apparenze. Esitò ancora,
+ Dubitar volle novamente; a novo
+ Esame ripiegò la scrupolosa
+ Afflitta anima sua; ma le apparenze
+ Trionfaron più orrende e più secure.
+ Indi egli irato invìa turba di sgherri
+ All'italo paese, onde sia tratto
+ Carico di catene il formidato
+ Duce a Bamberga.
+ L'innocente duce
+ Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava
+ Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia
+ Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti,
+ Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre
+ «Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri
+ Con affanno e singhiozzi ad una voce
+ Ripetean: «Fuggi, fuggi!»
+ Ei si risveglia,
+ E per quell'alme prega, e s'addormenta
+ Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli
+ Il magno Otton primiero ed Adelaide,
+ Non cinta ancor di monacali bende,
+ Ma il serto imperial sopra la fronte.
+ Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi
+ Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!
+ Ira per te sarìa mortal!»
+ Si desta
+ Il nobil duce, e per quell'alme prega,
+ E s'addormenta un'altra volta. E vede
+ Il tempo antico e la città solenne
+ Ove sorge il Calvario, e là pur vede
+ Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi
+ Una frotta d'armati, e Iscarïote
+ Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!
+ Iscarïote era Guelardo!
+ Balza
+ Spaventato destandosi Ebelino,
+ E que' tre sogni avvertimento estima
+ Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?
+ Ma perchè? Fugge l'innocente mai?
+ Pochi istanti anelò fra que' pensieri
+ Di stupor, di tristezza, e piena d'armi
+ Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino
+ Che dal suo Imperador venìan que' ferri,
+ E il cenno di seguirli: ai manigoldi
+ Cesse con muto fremito la spada,
+ E porse ai ceppi gli onorati pugni.
+ Quasi ladro il trascinano, e Milano
+ E tutta Lombardia mira quel crollo
+ Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri
+ Soffre inauditi; e non sarìagli pena
+ Dagli sgherri soffrirli: itale voci
+ Lo irridon per la via, maledicenti
+ Al passato suo lustro. E quale esclama:
+ --Va, di rivolte eccitator maligno!
+ Va, scellerata causa, onde su noi
+ Cesare versa il suo tremendo sdegno!--
+ Qual:--Va, codardo degli Otton mancipio,
+ Che d'Italia campion far ti negasti!
+ Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!--
+ Qual più schietto prorompe:--Erami noia
+ Udir chiamarti _il giusto_; alfin delitti
+ Potrem di te sapere ed abborrirti!
+ Quant'è lunga la via sino a' confini
+ Delle italiche valli, Ebelin tacque
+ Degli spregi sofferti. Allor che in cima
+ Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando
+ Le incatenate braccia,--Oh maledetta
+ Troppo da' vizi tuoi, misera patria,
+ Sclamò, non io ti maledico! Il cielo
+ Figli ti dia che s'amino fra loro,
+ Ed amin te com'io t'amava e t'amo,
+ E più di me felici acquistin gloria
+ Senza espïarla con dolori e insulti!
+ --Maledicila! gridagli all'orecchio
+ Una voce infernal.
+ --Ti benedico
+ L'ultima volta! ripres'egli.
+ E pianse
+ Siccome pio figliuol sulla ignominia
+ D'una madre infelice; e gli sovvenne
+ Quanto già quella madre avea prefulso
+ In virtù fra le genti, e a depravarla
+ Quante cagioni eran concorse! E grande
+ Su lei di Dio misericordia chiese;
+ E dal dolce aer suo, dalle ridenti
+ Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti
+ Ciglia diveller, nè il pensier poteva!
+ Satan che indarno occultamente spinto
+ Avealo ad imprecar la patria terra,
+ Urlò di rabbia le sue preci udendo;
+ E di Lamagna per alture e piani
+ Corse con questo grido:
+ --È alfin caduto
+ L'italo malïardo, il seduttore
+ De' nostri augusti, il protettor di quanti
+ Di Lombardia traeano ad impinguarsi
+ Sul germanico suol, genìa predace
+ Onde la tanta povertà cresciuta
+ In quest'anni da noi! Tutti Ebelino
+ Nostri tesori al lido suo recava,
+ E colà un trono alzar voleasi, allora
+ Che ad atterrar le ribellanti spade
+ Inetto fosse per miseria Ottone?
+ --Ebelin mora! Universal risposta
+ Fu del tedesco volgo. Ed obblïato
+ Da migliaia di cuori in un dì venne
+ Quanto a lodarlo aveali invece astretti
+ La sua mansüetudine, il modesto
+ Non curar le ricchezze, il riversarle
+ Sulle infelici plebi, il non mostrarsi,
+ Benchè pio verso gl'Itali, men pio
+ Ver gli stranieri. Quella dianzi nota
+ Serie di virtù splendide cotanto,
+ Un incantesimo vil parve ad un tratto,
+ Una menzogna. Convenìa disdirla:
+ Riconoscenza è grave pondo ai bassi.
+ Esultan se pretesto a lor si porga
+ Di rigettarla, e attaccaticci morbi
+ Son odio, ingratitudine e calunnia.
+ Conscio de' benefizi innumerati
+ Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora
+ L'irreprensibil cavalier che stretti,
+ A lui fosser d'amor cuori infiniti.
+ Le ripetute indegne contumelie
+ Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta
+ Pravità de' mortali meditando,
+ Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio
+ Umilïossi. E vanamente ancora
+ Stette Satan mirandolo e aspettando
+ Il desìo di vendetta e le bestemmie.
+ Chiama l'Onnipossente al suo cospetto
+ Tutti i ministri spirti, e a Satan dice:
+ --Onde vieni?
+ E il maligno:--Ho circüita
+ Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
+ Ed il Signore:--O di calunnie padre,
+ Non vedestù l'amico mio Ebelino,
+ Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,
+ Tanta nel suo dolor serba innocenza?
+ E l'angiol di menzogna ambe le labbra
+ Si morse, e disse:--Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,
+ Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata
+ In breve spera sua innocenza. Il braccio
+ Estendi, e più percuotilo, e vedrai
+ Se non t'impreca.
+ Ed il Signor:--Non forse
+ Giorni di prova assegno a' retti? Vanne:
+ Ebelino è in tua mano; anco sua vita,
+ Anco la fama sua, perchè maggiore
+ Torni suo vanto e tua immortal vergogna.
+ L'avversario precipite avventossi
+ Dal grembo della nube, onde i mortali
+ Atterrìa lampeggiando, ed in un punto
+ Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
+ Si soffermò, e da questo lato i campi
+ Della lieta penisola mirando,
+ E dall'altro le selve popolose
+ De' boreali, l'una e l'altra palma
+ Battè plaudendo al sovrastante lutto
+ D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria!
+ Di là scagliossi alla città del trono
+ E de' cento felici incliti alberghi,
+ E delle orrende mura ove trascina
+ Sua catena Ebelin. Desta il demonio
+ Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama
+ Dell'alta causa, aneliti vigliacchi.
+ Temon, se reo non trovan l'accusato,
+ L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira
+ Di quel Guelardo che per essi or regna;
+ E dove il trovin reo, speran più pingui
+ Gli onorati salarii, e maggior lustro.
+ Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza
+ Guelardo stesso!
+ Oh come il core all'empio
+ Nondimen trema, udendo che s'appressa
+ L'irreprensibil catenato! E questi
+ Entra con umil, sì, ma non prostrato
+ Animo, e reca sulla smorta fronte
+ Quell'alterezza ch'a innocenza spetta.
+ Cela Guelardo il suo tremore, e prende
+ Così ad interrogar:
+ --Qual è il tuo nome,
+ O sciagurato reo?
+ --Sono Ebelino
+ Da Villanova, amico tuo.
+ --Rigetto
+ L'amistà d'un fello: giudice seggo.
+ Che macchinasti co' Lombardi?
+ In viso
+ L'accusato guardollo, e non rispose.
+ E Guelardo:--A lor trame eri secreto
+ Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta
+ Stava tua destra ad accettarlo in giorno
+ Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno
+ Che, la mercè di Dio, non è spuntato.
+ V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia
+ Al tribunale attesta.
+ E poichè muto
+ Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno
+ Que' testimoni nella sala addotti.
+ Eran duo di que' truci esclamatori
+ Di libertà, di civiche vendette,
+ Di patrio amor, che ne' consessi audaci
+ Della rivolta più fervean, più scherno
+ Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti,
+ E più capaci d'affrontar qualunque
+ Parean supplizio, anzi che mai parola
+ Di codardia pel proprio scampo sciorre.
+ Questi eroi da macelli, questi atroci
+ Ostentatori d'invicibil rabbia,
+ Come fur tolti a lor gioconde cene,
+ E gravato di ferri ebbero il pugno,
+ E il patibolo vider,--tremebondi
+ Quasi cinèdi, le arroganti grida
+ Volsero in turpi lagrime e in più turpi
+ Esibimenti di riscatto infame,
+ Altre teste al carnefice segnando.
+ Ad Ebelino in riveder coloro
+ Isfuggì un atto di stupor:--Voi dunque?
+ Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto
+ Io sempre le feroci alme ho spregiato,
+ E ben diceami il cor quali voi foste!
+ Ed appunto perchè troppe vid'io
+ Alme siffatte là nelle congrèghe
+ Ove il mio plauso si cercava indarno,
+ E pochi vidi eccelsi petti, avversi
+ Ad insolenza e a stragi, io mestamente
+ Presentii di mia patria obbrobri e pianto,
+ S'ella sorda restava a' preghi miei,
+ E alle minacce mie, quando insensata
+ Io vostr'impresa nominava e iniqua.
+ I testimoni balbettaro, e fisi
+ Gli occhi loro in Guelardo, il concertato
+ Calunnïar sostennero. Ebelino
+ Più non degnolli di risposta, e chiese
+ D'esser condotto anzi ad Ottone a cui
+ Parlar volea.
+ Respinge inutilmente
+ Guelardo quest'inchiesta, e così forte
+ La ripete Ebelin, ch'un de' seduti
+ A giudicarlo generoso alzossi,
+ Sclamando:--La tua brama, o il più infelice
+ Fra gli accusati, porteranno al trono
+ Le labbra mie.
+ Null'uom potè di quella
+ Anima schietta rattenere i passi:
+ Move all'Imperador, franco gli parla,
+ E il pio monarca inducesi al colloquio.
+ Mentre dunque l'afflitto incoronato
+ Nelle regali, splendide pareti
+ Aspettava che a lui tratto venisse
+ Il già caro Ebelin, nella memoria
+ Gli ritornavan gli alti e numerosi
+ Servigi di quel prode, e l'amicizia
+ Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto;
+ E commoveasi ripensando quante
+ Volte quell'Ebelin con tenerezza
+ Lui prence fanciulletto infra le braccia
+ Portato avea, quante paterne cure
+ Prese per lui, quanti affrontati in guerra
+ Per sua difesa ardui perigli,--e il core
+ Gli si volgea a clemenza.
+ Ode sonanti
+ Nelle vicine sale i trascinati
+ Ferri del prigioniero, e gli si gela
+ Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede
+ Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,
+ E magnanimo pianto a stento cela.
+ Ebelin pur commosso era, calcando
+ Con vincolato piede oggi i tappeti,
+ Che tante volte avea con dominante
+ Passo calcati, e intorno a sè veggendo
+ Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi
+ S'inchinavan temendo, ovver felici
+ Andavan s'egli a lor stringea la destra,
+ E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali
+ A sterile pietà, quali ad insulto.
+ Giunto Ebelino alla presenza augusta,
+ Piegasi reverente, e aspetta il cenno:
+ --Favella, sciagurato: uom con più caldo
+ Fervor non brama tue discolpe.
+ --Sire,
+ La mia innocenza esser dovriati scritta
+ Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi
+ Di tua casa al servizio e dell'onore.
+ In inganno te volto han miei nemici,
+ E me calunnia opprime.
+ --A tue parole
+ Aggiungi prova, e riputato il sommo
+ De' tuoi servigi questo fia da Ottone.
+ --Se a te prova non son gli atti che oprai
+ Alla luce del sol, l'abborrimento
+ Sperimentato mio contra ogni fraude,
+ Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla
+ A te non dicon queste mie sembianze
+ Imperturbate in così ria sventura,
+ Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;
+ Anzi alle leggi mia supposta colpa
+ È attestata abbastanza. Altro non posso
+ Se non gli estremi del mio zelo sforzi
+ In quest'istante consecrarti, o sire,
+ Tai verità parlandoti, che forse
+ Più non udresti, se da me non le odi.
+ --T'ascolto, disse il rege.
+ Ed Ebelino
+ La propria causa obblïar parve, e diessi
+ A svolgere di stato alti consigli,
+ I bisogni quai fossero additando
+ Delle schiere, del popol, dell'altare,
+ De' tribunali, e della reggia stessa:
+ Quali i provvedimenti unici, rotti
+ Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza
+ Delle rivolte, a raffermar lo impero:
+ Quali de' prischi imperadori, e quali
+ Del magno Otton le più laudabili opre,
+ E quai le insane; e come arduo ognor sia
+ Seguir le prime e non errare; e come
+ Gli egregi prenci a errar tragge talvolta
+ Adulante caterva. Accennò alcuni
+ Del sir lusingatori, accennò il vile
+ Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo
+ Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi
+ D'anime basse proferir neppure.
+ Ma que' rapidi detti eran gagliardi,
+ Siccome piglio di paterno braccio,
+ Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra
+ Perigliante figliuolo.
+ Otton si scuote.
+ Da verità sì energiche, da senno
+ Sì giusto e luminoso ed esaltante
+ Non era stato mai colpito. In altri
+ Colloqui a' dì felici il buon ministro
+ Parlava il ver, ma forse in più gradita
+ Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.
+ Ora è il parlar solenne, il grido urgente
+ D'uom, che vicino a morte anco un tributo
+ Di fedeltà solve al monarca e al dritto,
+ Tutto dicendo che giovar del pari
+ Sembrigli al trono e alle regnate genti.
+ Alla beltà del vero e del coraggio,
+ E di quel dignitoso intenerirsi
+ Che da alterezza vien compresso, e pure
+ Nella voce si sente e ne' benigni
+ Sguardi si vede, unìasi in Ebelino
+ Da natura sortita un'armonìa
+ Di nobili sembianze e di contegno,
+ Talchè valor più prepotente dava
+ A sua favella, ed escludea il supposto
+ D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,
+ E facea forza a Otton. Perocchè Ottone
+ Stranier non era a simpatia per cuori
+ Di grandissima tempra. E fu vicino
+ A cedere, a gettare ambe le braccia
+ Del prigioniero al collo, al gridar:--Falsa
+ Tengo ogni accusa contro al mio fedele!
+ Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse
+ Tëofania d'Augusto in cerca.
+ Bella
+ Era la greca donna e di vivaci
+ Grazie adorna, e scaltrissima e pungente
+ Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta
+ La bonaria alemanna indol con motti
+ Quasi di spregio; e di quei motti spesso
+ Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,
+ L'affascinante sposa, ambìa piacerle
+ E far pompa d'accorta alma inconcussa,
+ E a tal cagion solea de' generosi
+ Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.
+ Salutata dall'armi, il passo inoltra
+ Fra le colonne di que' regii lochi
+ La incoronata, e stabilisce e freme
+ In vedere Ebelino; e sovra Ottone
+ Lancia quel guardo che dir sembra:--Stolto!
+ Sedur ti lasci?
+ Tanto, oimè, bastava
+ A confondere il sire! Eccol a un tratto
+ Con più severa maestà atteggiarsi
+ Verso il captivo, e dir:--Riedi: a me il vero
+ Tutto paleserassi; e tu, innocente,
+ Gloria n'avrai; prevaricato, morte.
+ Torna Ebelino al carcere, e già scerne
+ Che inevitata è per lui morte. Oh come
+ Lenti di nuovo i dì, lente le notti
+ Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi
+ D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,
+ Ed il perpetuo tenebrore--e i cibi
+ Immondi e scarsi--e l'aspreggiante voce
+ Di questo o quello sgherro--e il frequent'urlo
+ D'altri prigioni disperati, in cupe
+ Vicine volte seppelliti--e il suono
+ De' ceppi loro, e quel de' propri--e il canto
+ Osceno del ladron che, bestemmiando,
+ La forca aspetta--e i gemiti dell'egro
+ Forse non reo che sulla paglia spira--
+ E il sollecito passo delle guardie
+ Che dicono: «È spirato!»--e questo detto
+ Che l'echeggiante corridoio in guisa
+ Ripete orrenda--e il pianto d'un amico
+ Che, udendo il nome dell'estinto, grida
+ Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»--
+ E per dispregio di quel pianto il ghigno
+ Od il sibilo infame di coloro
+ Che trascinano il morto--e, con siffatta
+ Serie d'inenarrabili vicende
+ Di castel, che i perenni affigurava
+ Dell'abisso tormenti, il ricordarsi
+ De' dì sereni che svanìr, de' plausi,
+ Delle liete speranze, e, più di tutto,
+ De' dolci affetti--ah! quella è tale immensa
+ Congerie di dolori e di spaventi,
+ Che dissennar minaccia ogni più forte
+ E sdegnoso intelletto! E se si ponno
+ Da intelletto simil serbar talvolta
+ Contro all'empia fortuna altero scherno,
+ O pensieri di pace e di perdono,
+ E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora
+ Amarissima vien che ineluttata
+ Mestizia il cor miseramente serra,
+ E non v'è chi consoli! Ed altre pari
+ A quell'ora succedono, e d'angoscia
+ In angoscia si cade! Ed un'ardente
+ Smania investe il cervello, ed impazzato
+ Esser si teme o brama! E il generoso
+ Petto chiuder non puossi all'irrüente
+ Piena dell'odio che in lui versan mille
+ Della viltà degli uomini memorie!
+ E feroce si resta, e di sè stesso
+ S'inorridisce e sclamasi:--«Son io,
+ Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»
+ E chiedesi all'Eterno, e lungamente
+ Chiedesi invan, d'amore una scintilla!
+ Quelle angosce conobbe anco Ebelino,
+ Ed allora invisibile al suo fianco
+ Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,
+ Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira
+ E a disperazïon trarlo potesse.
+ Ed Ebelin pur resistea, e pensava,
+ In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,
+ Che sublimò i dolori, e fu ludibrio
+ D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,
+ Che insensatezza all'occhio è de' felici,
+ Insensatezza non pareagli, ed alta
+ Storia pareagli che gli oppressi in tutti
+ Lor martirii nobilita; e volgendo
+ Quella storia ammiranda, a poco a poco
+ Ammansava gli sdegni e perdonava.
+ Ma la parte del cor, che più dolente
+ Sanguinava, era quella ove scolpite
+ Stavan due care fronti. Una è la fronte
+ Della madre decrepita che in pace,
+ All'ombra degli altar, da parecchi anni
+ Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella
+ Della madre d'Augusto. Ambe le antiche
+ Serrava il chiostro istesso, e raramente
+ Alla reggia venìan; che ad Adelaide
+ Odïosa la reggia erasi fatta
+ Per l'imperar della superba nuora.
+ --Qual sarà stato di mia madre, e quale
+ Dell'onoranda Imperadrice il core,
+ Allorchè udir la mia sventura? Iniquo
+ Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,
+ Mentre a tutti i mortali il nome mio
+ In abbominio fia; caro l'avranno!
+ Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto
+ La madre alfine ha di vederlo, e scende
+ Alla prigion del figlio. Oh inenarrati
+ Di quel colloquio i sacri detti e i sacri
+ Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre
+ Che riscattar col sangue suo non puote
+ Di sue viscere il frutto! ed il più amante
+ Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto
+ Deplorar dee la lunga vita!
+ Il giorno
+ Che dalla inconsolabil genitrice
+ Fu Ebelin visitato, oh da qual notte
+ Seguito fu! L'espandersi de' cuori
+ Nella sventura, è de' sollievi il sommo;
+ Ma dopo tal sollievo, allor che mesto
+ Il prigionier dalle pietose braccia
+ Di persona carissima è staccato,
+ E solingo riman, quanto più dura
+ Gli è solitudin! Quanto più affannoso
+ Il desiderio de' bei tempi in cui
+ Fra gli amati vivea! Quanto più viva,
+ Più lacerante la pietà ch'ei sente
+ Di sè stesso e d'altrui!
+ Me a tal dolore
+ Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,
+ O decennio del carcere, infiniti
+ Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse
+ Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi
+ Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,
+ Del bacio suo, dicea:--Questo è l'estremo!
+ Non un decennio, ma più lune ancora
+ Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse
+ Nel _giudizio di Dio_ gli accusatori
+ Sperava iniqui col possente acciaro
+ Düellando atterrar. Chi d'Ebelino
+ Avea la forza e la destrezza? E quanta
+ Forza o destrezza in düellar non dona
+ Senso d'intemerata anima offesa!
+ Ma tai _giudizi_ Iddio forse abborrendo,
+ Non volle che sancito il reo costume
+ Per Ebelin venisse; o del demonio
+ Opra fu l'impedirlo. Il pestilente
+ Aere del carcer nell'oppresso infonde
+ Maligni influssi, ed eccolo abbattuto
+ Da insanabili febbri. Il derelitto
+ Pur talvolta illudeasi, immaginando
+ Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea
+ Suoi benefizi, or con repente mossa
+ D'onore e gratitudin s'offerisse
+ A combatter per esso:--attese indarno.
+ Spunta il dì della morte, ed Ebelino
+ Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo
+ La sentenza gli legge! Il condannato
+ Udì, chinò la fronte, e rese grazie
+ Tacitamente a Dio che al sacrificio
+ Termine alfin ponesse; e bramò ancora
+ Una volta veder la genitrice.
+ Venne l'antica, e insiem si consolaro
+ Con nobil forza alterna, e con alterne
+ Religïose cure. Ella ed un pio
+ Ministro del Signor soli eran consci
+ Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce
+ Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti
+ Sovrastan del patibolo. Umilmente
+ Prostrasi ancora innanzi al sacerdote
+ Il giusto cavalier; quindi si prostra
+ Anzi alla madre, ed ella il benedice,
+ E si dividon sorridendo, e in cielo
+ Riabbracciarsi in breve speran.
+ Move
+ Per le vie tra i carnefici, agguagliato
+ Al più vil masnadiero, e contro a lui
+ Insane urla di scherno alzan le turbe.
+ Di quegl'inverecondi ultimi segni
+ Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe
+ Egli pregava. Ed arrivato al palco,
+ Con fermo passo ascese, e parlar volle;
+ Ma sue parole non s'udir, sì orrendi
+ Vituperi sonavano. Ed allora
+ Accennò egli medesimo al percussore,
+ E siede sullo scanno, e tosto il collo
+ Mise sul ceppo--e la mannaia cadde!
+ L'angiol della calunnia, abbenchè indurre
+ Non avesse potuto alla bestemmia
+ Il retto cavaliere, e or si rodesse
+ Invido i pugni, l'alta anima a Dio
+ Salir veggendo--audacemente «Ho vinto!»
+ Volea sclamar. Ma pria che la menzogna
+ Intera uscisse dell'infame petto,
+ Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo
+ Spirto ravvolser negli eterni abissi.
+ Ov'è il Giuda novel?--Perchè perduto
+ Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza
+ Della voce e del guardo?--E perchè al riso
+ Che da Tëofania volto gli è spesso
+ Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato
+ Mira a destra e sinistra?--E perchè a sera,
+ Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede
+ A illuminata parte, e ansante giunge
+ Quasi inseguito fosse?--E perchè cerca
+ Talor per via i mendici, e su lor versa
+ A piene mani l'oro, e di lor preci
+ L'aiuto invoca, e inefficaci poscia
+ Di quei le preci ei furibondo chiama?--
+ E perchè ne' festini alcune volte
+ Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta
+ Contro a tutte paure, e quando a letto
+ Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido
+ Servo chiede il cilicio e se lo cinge?
+ Pentimento ei bramava, e scellerata
+ L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.
+ Un dì, colui con altri sommi duci
+ Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,
+ Ove ancor d'Ebelino ad alto palo
+ Vedeasi infisso il teschio. Il traditore
+ Volea finger letizia, e le pupille
+ Miseramente stralunava, e insieme
+ Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,
+ E vacillar sovra l'arcione il vede,
+ E a sostenerlo accorre.
+ --Oh! che ti turba?
+ Oh! che ti turba? Gli ripete.
+ --È desso!
+ Sclama Guelardo, il mio tradito amico!
+ Chi dal giusto immolato mi sottragge?
+ E prepotenza di rimorso invitta,
+ Ma non pia, lo costringe. Ei maledice
+ E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.
+ Folto drappello d'ottimati, e folta
+ Moltitudin di volgo al confessante
+ Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,
+ Tutta imparando la esecrata istoria.
+ Da tanti petti universal s'innalza
+ Un lamento:--Oh sventura! oh atroce colpa!
+ Il caduto Ebelino era innocente!
+ Ed Otton più che gli altri inconsolato
+ Raccapricciando grida:--Oh me infelice!
+ Era innocente, e trarre a morte il feci!
+ Il traditor nel suo sangue stramazza.
+ Qual mano il colpo diè primier? Mal puote
+ Fama saperlo. I più disser che ratto
+ Un ferro in cor si configgesse il tristo,
+ Altri che Otton percosselo. Il tumulto
+ Ferve con rabbia orrenda. In cento brani
+ Ecco lacero, pesto, annichilato
+ Il cadavere infame. E s'inchinaro
+ D'Ebelino anzi il teschio e imperadore
+ Ed ottimati e popolo, e nel tempio
+ Dato fu loco alla reliquia santa.
+ Alto clamor di giubilo e di rabbia
+ Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi
+ Il traditor, ma sol menonne festa
+ L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:
+ Il lor superbo re, poste con ira
+ Su Guelardo le luci e le calcagna,
+ Urlò:--Che gloria alma sì vil mi reca!
+
+
+
+
+ILDEGARDE
+
+CANTICA.
+
+
+ Anche l'_Ildegarde_ è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani
+ anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata
+ degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti
+ quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho
+ tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione,
+ quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano
+ le felici ispirazioni della gioventù.
+
+
+
+
+ILDEGARDE.
+
+ _Pars bona mulier bona._
+
+ (ECCLE. c. 26, 3.)
+
+
+ --Perchè alle torri del superbo Irnando
+ Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?
+ --Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni
+ Di nevose bufère, ognor la dolce
+ Nostra infanzia mi torna alla memoria,
+ Quando, arridenti il padre suo ed il mio,
+ O di soppiatto noi dalle castella
+ Usciti, incontravamci appo la riva
+ Congelata del Pellice, e lung'ora
+ Qua e là sdrucciolon ci vibravamo
+ Ridendo e punzecchiandoci e luttando,
+ E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta
+ Indi spesso la fronte o insanguinata)
+ Tornando a casa lieti e tracotanti.
+ Allora il padre suo, se all'un di noi
+ Vedea della caduta in fronte il segno,
+ Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito
+ Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio
+ Lo prendea fra le braccia e lo baciava,
+ L'amor lodando de' perigli e il gaio
+ Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga,
+ E nulla può sull'anima del forte.
+ Un dì, com'or, fioccava a larghe falde
+ Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi
+ De' parenti sottrattici e de' servi
+ Discendemmo ciascun nostra pendice,
+ E ai cari ghiacci convenimmo. Assai
+ Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense
+ Pallottole durissime a diversa
+ Meta lontana, in alto o pe' dirupi,
+ Scagliammo a gara, acute urla di gioia
+ Ripercosse da acuti echi levando.
+ Men da stanchezza mossi che da fame
+ Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi
+ Anelante alla cena. A quando a quando
+ Ci volgevam guardandoci, ed allora
+ Che, già molto remoti, un veder l'altro
+ Più non potea, salutavamci ancora
+ Con prolungati affettüosi strilli;
+ E questi udìansi dalle due castella,
+ E mia madre s'alzava, e tremebonda
+ Al balcon della torre s'affacciava,
+ Incerta se di gioco o di dolore
+ Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore
+ Odo mutarsi quella sera infatti
+ Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»
+ Ripeteva egli disperato. Io sudo
+ Di spavento, ciò udito, e immaginando
+ Di quel caro il periglio. I clivi scendo
+ Novamente precipite: il ghiacciato
+ Pellice varco, e per gli opposti greppi
+ Affannato m'arrampico ed appello:
+ «Irnando mio! Irnando mio!» Salito
+ Egli era sovra un olmo. Eccol veloce
+ Scendere a me. Ma il lupo allontanato
+ Ritorce il passo, e verso noi s'avventa.
+ Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï
+ Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno
+ Incessante giravasi la fiera.
+ Oh come su quell'olmo il dolce amico
+ Teneramente mi stringea al suo seno,
+ Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea
+ Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!»
+ Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,
+ E tristo incontro pari al suo scansassi.
+ «E tu invece, oh insensato! ei ripetea
+ Vanamente arrischiasti i cari giorni
+ Per aïtar l'amico, o coll'amico
+ Preda morir di quelle orrende zanne!»
+ Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva
+ Suoi cari lacrimosi occhi baciando,
+ E tal commozïone era profonda,
+ Delizïosa per entrambe! oh come
+ Sentivamo d'amarci! oh quanto vere
+ Sonavan le proteste, asseverando
+ Che l'un per l'altro volontier la vita
+ Donata avrìa!--Dall'olmo alfin veggiamo
+ Scender di qua e di là dalle pendici
+ Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre
+ Ed il mio che venìan, co' loro servi,
+ Degli smarriti figliuoletti in cerca.
+ Sgombrava il lupo a quella vista; e noi
+ Dall'arbore ospital lieti calammo,
+ E saltellanti sulla neve, incontro
+ Movemmo ai genitor, con infinito
+ Cinguettìo raccontando, io la paura
+ Ch'ebbi di perder l'adorato amico,
+ Egli la mia temerità e la prova
+ Che in questa aveavi di gagliardo amore.
+ Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode
+ Al fratellevol nostro affetto i duo
+ Parenti davan! Come altero Irnando
+ Mostravasi di me! Com'io di lui!--
+ Di nostra püerizia i dolci giorni
+ Da mille vicenduole ivan cosparsi,
+ Che all'uno e all'altro certa fean la mutua
+ E generosa fede! E così stretto
+ Vincol di due schiettissim'alme... il tempo
+ Dovea spezzarlo!
+ In questa guisa geme
+ Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde
+ Dalle corvine chiome e dalla svelta,
+ Maestosa statura:--O sposo amato,
+ Perdona, prego, al mio pensier; non colpa
+ Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo
+ Nobilmente tentato al benedetto
+ Dagli Angioli e da Dio pacificarvi?
+ --Di nostre nozze intera anco non volge
+ La luna, o mia diletta, e mal conosci
+ Del tuo Camillo il cor. Non di rossore
+ Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna:
+ Garrir, no, non ti voglio: imparerai
+ Col tempo qual possanza in questo core
+ Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci
+ Volte l'orgoglio mio non s'immolava
+ Per racquistarmi quell'amico? Indarno
+ Ei più non è quello di pria: uno spirto
+ Di maligna superbia il signoreggia:
+ Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)
+ Ei mi dispregia!--
+ L'arrossita dianzi
+ Ildegarde a tai detti impallidiva,
+ Mostrüoso sembrandole il destarsi
+ Dispregio in chi che sia verso un mortale
+ Sì per cavallereschi atti famoso,
+ Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava
+ Vibrando sguardi or con gentil disdegno
+ Alla torre d'Irnando, or con desìo
+ Passïonato al caro sposo. E sguardi
+ Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,
+ La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»
+ Qual della inimistà la cagion fosse
+ De' duo generosissimi, in diversi
+ Inni diversamente i trovadori
+ Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,
+ Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno
+ De' contendenti re sacrò il suo ferro;
+ Altri a Camillo applaudon, che s'accese
+ Pel secondo aspirante al real trono,
+ Ma aspirante illegittimo. Speraro
+ Camillo e Irnando un l'altro süadersi
+ All'abbracciata parte. E l'un de' duo,
+ Non si sa qual, trascorse a villanìa.
+ Furor di fazïon trasse dapprima
+ Questo e quello davvero a stimar vile
+ Il già sì caro amico. Assai palese
+ Delle avversarie crude ire sembrava
+ L'iniquità ad Irnando: ei non potea
+ Creder che onesto intento in alcun fosse,
+ Il qual per esse parteggiasse. Al pari
+ A Camillo parea dell'altra causa
+ Evidente l'infamia essere al mondo.
+ In qualunque dei duo fallisse primo
+ La carità di confratello, e germe
+ Altro o no di rancor vi si aggiungesse,
+ Furon veduti inferocir nel campo
+ Come leoni. Ma l'atroce guerra
+ E l'alterna fortuna delle insegne
+ Loco porgean a esercitar da entrambe
+ Parti eccelse virtù. Cento fïate
+ Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,
+ Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,
+ Sebben malvagio, egli è un eroe pur
+ sempre!»
+ Già quegli anni di sangue or son passati;
+ Già molte spente sono illusïoni
+ Nelle agitate lor menti guerriere,
+ Benchè in età ancor verde. Eppur concordia
+ Lor generose palme, ahi! non rinserra.
+ Beato d'una sposa era anche Irnando,
+ E questa il dolce avea nome d'Elina,
+ E di più figli era già madre. Il cielo
+ Dato le ha cor fervente, ed intelletto
+ Gentil, ma entusïastico. Natìe
+ Le pedemontanine aure in che vive
+ A lei non son; romano è sangue; e il padre
+ D'Elina, de' ribelli ognor nemico,
+ Morì con gloria in campo. Ella supporre
+ Non potria mai che Irnando ingiustamente
+ Odio porti a Camillo. A lei Camillo
+ Noto non è, ma sel figura indegno,
+ Irreconcilïabile, covante
+ Sempre perfidie. E motto mai non dice
+ Per calmare il marito allor che l'ode
+ Fremer contra il vicin.
+ Folli stranezze
+ Del core umano! Irnando, ancorchè fiero
+ Più di Camillo, e a malignar proclive,
+ Più bei momenti non avea di quelli,
+ In che, pensando alla sua dolce infanzia,
+ Questo o quel nobil detto o nobil atto
+ Del caro, oggi abborrito, ei ricordava.
+ In quei momenti (e rivenian di spesso)
+ L'alma gli sorrideva, immaginando
+ Quando ad entrambo tornerìa dolcezza
+ Esser amici ancor: ma appena accorto
+ Di questo desiderio, ei ripigliava
+ A esacerbarsi, a biasimar sè stesso
+ Di soverchia indulgenza, ed intimarsi
+ Perseveranza d'astio e di disprezzo.
+ Vedute in tanti cavalieri avea
+ Mutazïoni di principii abbiette!
+ Gli uni servi al buon prence, indi congiunti
+ Perfidamente all'avversario suo;
+ Gli altri farsi un Iddio del tracotante
+ Contenditore al trono, e poi, caduta
+ La sua potenza, irriderlo. E di tali
+ Apostasie si repetea sovente
+ La turpe inverecondia. E le più altere
+ Alme se ne sdegnavano, e temendo
+ Apostate parer, persistean truci
+ Ne' giurati decreti, ove decreti
+ Sconsigliati pur fossero. Ogni volta
+ Che Irnando dalle sue balze rimira
+ Il castel di Camillo, e rivolgendo
+ Va quanto spesso col diletto amico
+ In quelle sale, a quel verron, su quelle
+ Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto
+ Ciglione, in quella valle, avea di santi
+ Affanni e santi gaudii conversato,
+ Di repente corrucciasi, e la fronte
+ Colla palma fregando, a sè ridice:
+ «Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio
+ L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,
+ Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»
+ Men concitato da alterigia, avea
+ Camillo a dame ed a baroni ufficio
+ Pacifero richiesto. E quelle e questi
+ Sordo trovaro a lor parole Irnando.
+ Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce
+ Questa fera discordia; ognor paventa
+ Che i fremebondi prorompano a guerra.
+ --Freddi interceditori, o sposo mio,
+ Forse fur quelle dame e que' baroni
+ Di cui mi narri. Di te degno oh come
+ Stato sarebbe il presentar te stesso
+ Con amabil fidanza e quell'iroso!
+ --Che parli, o donna? Io, non colpevol, io
+ Codardamente supplice a' suoi piedi!
+ --Codardìa consigliarti, o mio diletto,
+ Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi
+ A lui, supplice no, ma con onesta
+ Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto
+ Pinger mi suoli di quel prode offeso,
+ Incapace ci sarìa di fare ingiuria
+ A chi chiedesse entro sue torri ospizio.--
+ Se il pio consiglio accolga, esita alcuni
+ Giorni Camillo; indi alla sposa:--O amica,
+ A tanto, no, non posso umilïarmi;
+ Ma non perciò mi ristarò da speme
+ Di pacificamento. Un messaggero
+ Mai non mandai direttamente ancora
+ Con parole d'onore all'orgoglioso.
+ Forse gli estranei intercessori sdegna,
+ Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,
+ E amici detti per mia parte udendo,
+ Commoverassi, e non vorrà esser meno
+ Generoso di me.--
+ Compie Camillo
+ La divisata prova. Indi attendea
+ Il ritorno del messo, e d'una sala
+ Passava in altra irrequïeto, e indugio
+ Soverchio gli sembrava.
+ --Il furibondo
+ Sdegnasse dare all'invïato ascolto?
+ O frodoloso intento, o vil lusinga
+ D'animo impaurito ei sospettasse,
+ E rispondesse coll'atroce insulto
+ Di vïolar con carcere o con morte
+ La sacra testa dell'araldo mio?
+ Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese
+ Mansuëtudin questo cor; ma un cenno,
+ E rïascender lo vedresti ad odio
+ Maggior del tuo, più spaventoso, eterno!
+ Che dico? Bassa villania in quell'alma
+ Inebbrïata da gigante orgoglio
+ Non può capir. Abbietto spirto io sono
+ Che immaginar sì turpe fatto ardisco.
+ Intenerito si sarà; lung'ora
+ Colmerà di dolcissime domande
+ E d'onoranza il mio scudier; seguirlo
+ Qui vorrà forse, o rattenuto or fia
+ Da momentanee cure. A mezzo solo
+ Esser seppi magnanimo. Io medesmo,
+ Come la donna mia mi consigliava
+ Io, non un messo, a lui mover dovea.
+ Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo
+ Stato non foran più parole; in braccio
+ Gettato a me sariasi, e senza vane
+ Spiegazïoni, e dolorose, entrambo
+ Rïappellati ci saremmo amici.
+ Così tra sè il bramoso. Ed evitava,
+ Per nasconderle il suo perturbamento,
+ Della diletta sposa il dolce incontro.
+ Ei cammina a gran passi; o nella sedia
+ Breve momento s'agita, e risorge
+ Tosto con ansia ad amor mista e ad ira,
+ Or all'una effacciandosi, or all'altra
+ Delle fenestre, or fuor della ferrata
+ Negra sua porta uscendo, e non badando
+ Al can che gli si appressa, e rispettoso
+ Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera
+ Dalla man signorile esser palpato.
+ Dai merli del terrazzo alfin gli sembra
+ Lo scudier ravvisare. È desso, è desso.
+ Al cavalier rimescolasi il sangue,
+ E contener non puossi. Il ponte varca,
+ Discende in fretta la pendice; incontro
+ Al vegnente lo stimola sfrenata
+ Smania d'udir.
+ --Perchè sì tardo movi?
+ Gridagli.--
+ I passi addoppia il fido, e parla:
+ --Signor del tuo nemico entro la soglia
+ Appena addotto io fui...
+ Camillo udendo
+ Suo nemico nomarlo, impallidisce:
+ E l'altro segue:
+ --Appena addotto io fui,
+ I sensi tuoi gli esposi.
+ --In quali accenti?
+ --Quali a me li dettasti. _Oh cavaliero!_
+ Dissigli, _il signor mio, dopo ondeggiante
+ Con sè stesso luttar, cede al bisogno
+ Di ricordarti sua amistà, di sciorre,
+ Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende
+ Frapposto aveano fra il suo core e il tuo_.
+ Io proseguir volea. Rise il superbo
+ Amaramente, ed esclamò: _Non gelo,
+ Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!_--
+ Proseguii nondimen, tuoi decorosi
+ Sensi esponendo. A' primi istanti vinto
+ Da prepotente anelito parea,
+ Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,
+ Ed ostentasse di vibrarmi i guardi
+ Della minaccia e del dispregio. Ei detti
+ Di maggiore umiltà dal labbro mio
+ Certo aspettava. Non trascesi: umìle,
+ Ma dignitosa serbai fronte e voce;
+ Ed ei sognò ch'io lo schernissi. _Audaci
+ Son tue pupille, o giovine!_ proruppe;
+ _Abbassale!--Non già! Timor non sente_,
+ Risposi, _di Camillo un messaggero.
+ --Mandotti il temerario ad insultarmi_?
+ Riprese urlando, _a far vigliacca prova
+ Della mia pazïenza? A tentar s'io
+ Contaminar vo' mia illibata fama,
+ Tua vil pelle col mio ferro toccando,
+ O alle fruste segnandola? Va, stolto
+ Incettator di vituperi e busse;
+ Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente
+ De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa
+ L'amistà racquistar d'un generoso,
+ Con ambagi non parla, e schiettamente
+ Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza._
+ A sì indegne parole arsi di sdegno
+ Per l'onor tuo. _Via di turpezza mai
+ Non calcherà, mai non calcò il mio sire!_
+ Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume
+ Di fulminea infrenabile eloquenza,
+ Tutta rammemorò la sciagurata
+ Storia del trono combattuto. E questa
+ Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui
+ Striscianti a piè del volgo, e lordamente
+ Convenuti d'illuderlo e spogliarlo.
+ E tu.... fremo in ridirlo.
+ --Io? Segui.
+ --Un vile
+ Patteggiator di condivisa infamia,
+ E condivisi lucri.
+ --Ei ciò non disse!
+ Ei ciò non disse!
+ --Il giuro.
+ --E non troncasti
+ La scellerata voce entro sua gola?
+ --La troncai svergognandolo. E costretto
+ Fu ad arrossire e replicar: _Non dico
+ Ch'ei fosse, ma parea di condivisi
+ Lucri patteggiatore, e per lavarsi
+ Di macchia tal non bastano le ambagi.
+ Solennemente si ricreda, e provi
+ Che insensato, ma mondo era il suo core;
+ Provi ch'egli esecrato ha le perfidie
+ De' nemici del re; ch'egli esecrato
+ Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!_
+ Viltà sembrato mi sarìa modesti
+ Accenti opporre ad arroganza tanta.
+ Tel confesso, signor: ciò che gli dissi
+ Appena il so. Non l'insultai, ma cose
+ Di foco, certo, mi piovean dal labbro
+ Contro a' denigratori; e di te laude
+ Tal gli tessei, che fu colpito e plause.
+ _Va, buon servo_, mi disse; _amo il tuo ardire,
+ ma non del tuo signor la ipocrisia_.
+ --Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato
+ Non t'han le orecchie tue?
+ --Disselo, il giuro.--
+ A queste voci il cavalier si torse
+ Rabbïoso le mani, e con un misto
+ Di voluttà e di fremito, in più pezzi
+ Franse un anel, che dono era d'Irnando,
+ Ed a' caduti pezzi impallidendo
+ Il piede impose, e li calcò nel fango.
+ --È finito! proruppe.--Ed iracondo
+ Lagrimava, nè udia del messaggero
+ Parola più, nè rispondeagli.
+ A guerra
+ Precipitato contra Irnando ei fora;
+ Ma nol permise il ciel. D'una sorella
+ Alla difesa mover dee Camillo,
+ La qual di Monferrato all'erme balze
+ Co' pargoletti suoi vedova geme,
+ Da illustri masnadieri assedïata.
+ Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti
+ Per la salute dello sposo alzando,
+ E per la sua vittoria, e pel ritorno,
+ Pur trema che allorquando ei dalle pugne
+ Rieda di Monferrato, incontro al sire
+ Del vicino castel rompa la guerra.
+ Un dì mirando quel castel, le cade
+ Nell'animo un pensiero;--E s'io medesma
+ Colà traessi, e mia nobil fidanza
+ Vincesse il cor della romana altera
+ E del truce baron?--
+ V'ha certi miti
+ Senni, e tal era d'Ildegarde il senno,
+ Che pur sono arditissimi, e formato
+ Gentil proposto, se pur arduo ei paia,
+ Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla
+ Il seguente mattin, poichè alla messa
+ Nel delubro domestico ha innalzato
+ Il femminil suo spirto appo lo Spirto
+ Che regge i mondi e agli atomi dà forza,
+ Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco
+ Palafreno seduta. A lei corteggio
+ Sono una damigella e due famigli.
+ Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura
+ Del castello d'Irnando, un momentaneo
+ Palpitamento presela, e memoria
+ Di perfidie tornolle, ahi troppo allora
+ Frequenti fra baroni! e pensò quale
+ Disperato dolor fora a Camillo,
+ Se il visitato sire oggi smentisse,
+ Brïaco d'odio, il vanto invïolato
+ Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo
+ Volse alla damigella; e impallidita
+ Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo
+ Famigli, e impalliditi erano, e osaro
+ Interroganti dir:--Retrocediamo?
+ --Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.
+ Intanto del castello in ampia sala
+ La romana bellissima traea
+ Dalla ricca di gemme ed indorata
+ Conocchia il molle lino, e fra le punte
+ Di due candide dita lo umidiva;
+ Indi con grazia angelica all'eburneo
+ Fuso il pizzico dava, e con accento,
+ Che a labbra subalpine il ciel ricusa,
+ Cavalleresche melodie cantava.
+ Belli come la madre accanto a Elina
+ Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei
+ Innamoratamente le pupille,
+ Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,
+ Alzando vispe, e ogni ultima parola
+ Della strofa materna ripetendo
+ Con cantilena armonïosa d'eco.
+ Ed a quest'eco s'aggiungea la grave
+ Voce del padre lor, che per la caccia
+ Un arco preparava, e spesso l'arco
+ Ponea in obblìo, l'affascinante donna
+ Mirando e i figli, ed i lor canti udendo.
+ Portavan l'aure il suon del fervid'inno
+ D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea
+ Dell'arcione, ed a' paggi sorridente,
+ Ma con trepido cor, dicea il suo nome.
+ Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto
+ E onore a dama diniegò egli mai?
+ Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro
+ Con reverente cortesìa, e l'adduce
+ Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa
+ L'aurea conocchia, e di seder le accenna.
+ --Vicina mia gentil (prende Ildegarde
+ Così a parlar), da lungo tempo agogno
+ Veder tuo dolce volto, e palesarti
+ Un mio desìo.
+ --Qual? le dimanda Elina.
+ --D'ottener tua amistà, di consolarmi
+ Teco de' miei dolori.
+ --E che? Infelice
+ Sei tu? Come?...
+ E nel troppo accelerato
+ Immaginar, già Elina e il cavaliero
+ Presumon ch'ella fugga il ritornante
+ Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro
+ Verso tant'altri, un mostro esser dee pure
+ Verso la sciagurata a lui consorte.
+ Ad Ildegarde appressansi amendue,
+ Ed Irnando le dice:--Il ferro mio
+ Non fallirà, s'hai di mestier difesa.
+ Ma oh stupor! La soave, in altro modo
+ Che non credean, prosegue:
+ --Il sol non vede
+ Donna di me più dal suo sposo amata,
+ O buona Elina, e anch'io, quando al castello
+ È il mio signore, ed io filo cantando,
+ Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna
+ La mia colla sua voce; e molte volte
+ Abbaian nel cortile i guinzagliati
+ Cani pronti alla caccia, ed alla caccia
+ Propizio è l'aer di levi nubi sparso,
+ Ed ei pur meco stassi, ed al cignale
+ Fino al seguente dì tregua consente.
+ Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse
+ Alcuna volta, mai non fu quand'uno
+ All'altro amato cor battea vicino.
+ Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra
+ Solinga vila crescerà l'incanto,
+ Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida
+ Alla dolce speranza!) uno o più figli,
+ Siccome questi, fioriranno a lato!
+ S'interrompe Ildegarde, e per gentile
+ Impeto d'amorosa alma commossa,
+ O per arte gentile, o per un misto
+ D'impeto ed arte, i due bambin si prende,
+ Uno a destra uno a manca, e li accarezza
+ Con baci alterni e voluttà di madre,
+ Sì che la madre vera e il genitore
+ Inteneriti esultano, e amicati
+ Tanto per lei vieppiù si senton, quanto
+ A' pargoletti lor vieppiù è cortese.
+ --Oh come a te in bellezza, o mia vicina,
+ Questa bimba somiglia!
+ E ciò Ildegarde
+ Dicendo, preme lungamente il labbro
+ Sovra la rosea guancia paffutella
+ Della cara angioletta, e la baciucchia.
+ Poscia gitta la mano amabilmente
+ Sulle ricciute chiome del fanciullo,
+ E qua e là le palpa, indi pel ciuffo
+ A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:
+ --Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto
+ Da fedel dipintore, il padre tuo
+ Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato
+ Il fulvo crin, larga la fronte, arditi
+ E amorevoli gli occhi...
+ E questi detti
+ Pronunciando Ildegarde, involontaria
+ O accorta, alzava paventoso un guardo
+ Sul cavaliero. Ed ei si perturbava
+ Ricordando Camillo. Allor la pia
+ Ambagi più non volve; e con candore
+ Dice quanta cagion siale di tristo
+ Rincrescimento il dissentir d'Irnando
+ E di Camillo.
+ --O degna Elina! ov'anco
+ D'uno dei duo per indomato orgoglio
+ Quella discordia non cessasse, amiche
+ Esser non possiam noi? Commiserarci
+ Non possiam noi di questa ria fortuna,
+ Ed amar nostri sposi, e niun furore
+ Lor condivider che sia oltraggio al dritto?
+ Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,
+ E si stringono al seno.
+ Irnando balza
+ Rapito a quella vista, a quegli accenti,
+ E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde
+ Vorrìa provar nessuna esso aver colpa
+ Nell'odio sorto fra Camillo e lui.
+ Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati
+ Spregi e d'ingratitudine a Camillo
+ Accusa vibra, il corruccioso lagno
+ Con cui ne parla, non par quel dell'odio,
+ Ma d'un amor geloso. Ei non perdona
+ All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto
+ Un idol d'altra gente! aver potuto
+ Per nemici obblïar sì sviscerato
+ Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.
+ Ciò non isfugge all'ospite avveduta,
+ E con lenta eloquenza insinüante,
+ Che più e più le udenti anime scuote,
+ Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi
+ Un fautor generoso (errante forse,
+ Ma generoso) d'abbagliante insegna,
+ E che a virtù immolar tutto credea,
+ Fin le dolcezze d'amistà più care.
+ E come pur tal amistà in Camillo
+ Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni
+ Sospirass'egli della pace, in cui,
+ Placato Irnando, il rïamasse ancora.
+ Dice inoltre com'ei, reduce all'onde
+ Del Pellice natìo, concilïarsi
+ Con Irnando agognava, e si valea
+ D'intercessori invan; come ad Irnando
+ Mandò il proprio scudiero, e fu respinto.
+ Dice gli sguardi mesti e affascinati
+ Di Camillo al castel del primo amico,
+ E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone
+ Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti
+ Ove insieme natavano, ed ai ghiacci
+ Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi,
+ Ridendo e punzecchiandosi e luttando,
+ E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta
+ Indi spesso la fronte o insanguinata)
+ Tornando a casa lieti e tracotanti.
+ --Oh che facesti, sposo mio? prorompe
+ La fervida Romana; un altro, un altro
+ T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,
+ Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro
+ Che innanzi agli alterati occhi ci stava,
+ No, non era quel pio, cui sì dilette
+ Son dell'infanzia le memorie tutte,
+ Cui tu sempre sei caro, e che sì caro
+ Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo.
+ --Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio
+ Gli si rïempie di söave pianto.
+ Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe
+ A me mandò que' freddi intercessori
+ Che sì mal peroravano, e quel troppo
+ Zelante messagger che m'inaspriva
+ Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai
+ Ch'esser amato da colui ch'io amava?
+ D'odiarlo io giurava, e non potea!
+ Ma e se la tua benignità, Ildegarde,
+ Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna
+ Rammemoranza di me pia conserva,
+ E quasi m'ama nel passato ancora,
+ Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi
+ Collegato di vili anco s'ardisse?
+ Se sconsigliati egli dicesse i passi
+ Che al mio castello hai mossi, e dall'irato
+ Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!
+ Amarlo più non posso!»
+ I dolorosi
+ Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,
+ Col ricordar sull'amicizia antica
+ Questo o quel detto di Camillo.
+ --Io dunque
+ Era il superbo! esclama il cavaliero:
+ Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra
+ Lunge da me l'amico mio periglia;
+ Ad aïtarlo di mie lance io volo.
+ E i suoi fidi raguna, ed abbracciate
+ La palpitante Elina ed Ildegarde
+ E i pargoletti, in sella monta e parte.
+ Per molti dì le due vicine a gara
+ Si consolavan, si pascean di speme,
+ E alterne visitavansi, aspettando
+ De' baroni il ritorno, o messaggero
+ Che di lor favellasse. Ascondon ambe
+ Il lor perturbamento, e sol ciascuna,
+ Quando al proprio castel siede romita,
+ Numera i giorni ed angosciata piange.
+ Quella dicendo: «Oh non avess'io mai
+ Conosciuto Ildegarde! Ella funesta
+ Forse è cagion che il mio signore è spento!»
+ L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo
+ Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,
+ Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa
+ Vedova Elina ed orfani i suoi figli
+ Ah no, non restin!»
+ Cede alla possanza
+ Del suo rammarco alfin l'inconsolata
+ Moglie d'Irnando, ed una sera asceso
+ Il solito cíglion con Ildegarde,
+ Donde vedeasi per più lunga tratta
+ La polverosa via, nè comparendo
+ I cavalieri, o messo alcun, prorompe
+ Abbracciando i figliuoli in disperato
+ Pianto, e respinge dell'amica il bacio.
+ --Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli
+ Rapisti il genitore! A me rapisti
+ Colui che tutto era al cor mio! Colui,
+ Pel qual degli avi miei la dolce terra
+ Senza cordoglio abbandonata avea!
+ Viver senz'esso non poss'io: qual sorte
+ A queste derelitte creature
+ Verrà serbata, dacchè al padre i ferri
+ Tolgon la vita, ed alla madre il lutto?
+ Voler, voler del cielo era d'Irnando
+ L'inimistà pel tuo fatal consorte!
+ Maledetto l'istante in che, ispirata
+ Da infernal consiglier, lieta movevi
+ A mia ruina! Maledetto il nome
+ Di suora che ti diedi!--
+ Al furibondo
+ Grido geme Ildegarde, e invan desìa
+ Trovar parole per placar l'afflitta;
+ Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora
+ Più duramente rigettata e carca
+ Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio
+ Rispetta dell'amica, e ridiscende
+ Dietro a lei mestamente la collina,
+ D'ancella a guisa che garrita piange,
+ E risponder non osa. A quando a quando
+ Si sofferma Ildegarde, e confidata
+ Tende l'orecchio e nella valle mira,
+ Che voci udir le sembra; e quelle voci,
+ Ahi! manda il villanel, che dagli arati
+ Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara
+ Son compagnia l'antica madre, curva
+ Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta
+ Moglie, peso maggior di rudi sterpi
+ Con elegante alacrità portando.
+ Ne' dì seguenti, al consüeto poggio
+ Le due donne riedean, ma fremebonda
+ Sempre era Elina, e, tramontato il sole,
+ Moveva a casa delirante d'ira
+ E di dolore; ognor vituperata
+ Ma affettüosa la seguìa Ildegarde.
+ Odon lontane grida, e nella valle,
+ Come all'usato i guardi avidamente
+ Con palpiti d'amor gettano entrambe
+ E di speranza e di paura. Il cane
+ Drizza i villosi orecchi, ed un acuto
+ Insolito latrato alza, e si scaglia
+ Giù per la praterìa precipitoso,
+ Folte siepi saltando ed ardui fossi
+ E scoscesi macigni. E ad intervalli
+ Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia,
+ Nè mai s'arresta.
+ --E sarà ver? Son dessi,
+ Son dessi certo! Esclamano a vicenda
+ Con ebbrezza febbril le desïose.
+ Ma se alle lance reduci or mancasse
+ Uno de' capitani, od ambo forse?
+ Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!
+ Chi ne assecura?
+ Sì dicendo, il passo
+ Raddoppiano affannate. Al piano giunte,
+ Odon le scalpitanti ugne veloci
+ D'uno o duo corridori: ah fosser duo!
+ Fosser de' duo baroni i corridori!
+ Scerner gli oggetti mal lasciava un denso
+ Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto
+ Camillo e Irnando precedean, con ansia
+ Di riveder le dolci spose. Oh gioia!
+ Oh certezza felice! Il lor saluto
+ Suona per l'aer, ben son lor voci queste.
+ Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!
+ Oh istante indescrittibile! E il consorte,
+ Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai
+ L'ha coperto di lagrime e di baci,
+ Ciascuna dell'amica infra le braccia
+ Gittasi giubilando.
+ --Il dolor mio
+ Aspra mi fea: perdonami Ildegarde.
+ E Ildegarde alla suora il detto tronca,
+ Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe
+ Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli
+ Preso frattanto ha fra le braccia Irnando,
+ E accarezzato li accarezza, e gode
+ Porgendoli a Camillo, e di Camillo
+ La nova tenerezza rimirando.
+ Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,
+ Un esclamar, un alternarsi accenti
+ Di cortesìa e d'amore, un romper folle
+ In pianto e in riso, un mescolar dimande
+ E risposte e racconti, e i cominciati
+ Detti obblïar per detti altri frapporre,
+ Che niun di lor cosa veruna intende.
+ Nel castello d'Irnando entrano. E assisi
+ Nella gran sala--e da donzelle e fanti
+ Portate l'ampie coppe--e zampillato
+ Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente
+ Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo--
+ E del giocondo brindisi i sonanti
+ Tocchi osservati--e roborato il core--
+ Allor le maschie voci alzano a gara
+ I baroni, e ripigliano il racconto
+ In più seguìta, intelligibil foggia:
+ --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,
+ Te in così tempestiva ora spingendo
+ A rannodar fra Irnando e me l'amato
+ Vincol che stoltamente io franto avea!--
+ Così Camillo, e l'interrompe l'altro:
+ Io lo stolto! Io il feroce!--
+ E quei la mano
+ Sovra il labbro gli pon rïassumendo:
+ --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!
+ Perduto er'io, se redentrice possa
+ D'amistà non venìa. L'assedïante
+ Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo
+ Novella frotta ragunò. Me chiuso
+ Nel castel della suora, egli ogni giorno
+ Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno
+ Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi
+ Del valor mio nulla potean su tanto
+ Nover crescente di nemici. A noi
+ Già le biade fallìan, già fallìan l'armi,
+ E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio
+ Rabido della fame a' guerrier nostri
+ Consigliavan rivolta ed abbandono.
+ Universal divenne voce alfine:
+ «Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero
+ Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora
+ E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso
+ E supplicante, io i perfidi arringava,
+ Che della rocca aprir volean le porte:
+ --«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,
+ Sino a dimane sospendete!» Un resto
+ Di pietà e di rispetto, al grido mio,
+ Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!
+ Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora
+ Portenti oprato non avrà a tuo scampo,
+ Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»
+ Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!
+ Oh come orrenda cosa eraci il suono
+ Del bronzo che segnavale! Oh angosciato
+ Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti
+ Muti sembianti della mia sorella
+ E de' suoi pargoletti! Oh contrastante
+ Dignità di parole in prepararci
+ A' vicini supplizi! Ed oh com'io
+ Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico
+ Tutta la vita conservarmi Irnando?--
+ Improvviso frastuono udiam levarsi
+ Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!
+ Una pugna! E con chi?--«La man di Dio!
+ La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra
+ Mi si prostran pentite, il giuramento
+ Di fedeltà rinnovano; a gagliarda
+ Sortita le süado, ed infinito
+ Macel lung'ora de' nemici è fatto.
+ Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:
+ --Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta
+ Prodezza ad ammirar non m'astringevi,
+ Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga
+ Eran molti de' miei, già in fuga io stesso
+ Omai volgeami disperato: i colpi
+ Tuoi scomposer l'esercito inimico,
+ E di salvezza io debitor t'andai!--
+ S'avvicendan la lode i cavalieri,
+ L'uno dell'altro memorando i fatti.
+ Alfine Elina sclama:--Ad Ildegarde
+ Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei
+ Prostratevi, e la sua destra baciate.--
+ E i cavalieri prostratisi, e la destra
+ Baciano d'Ildegarde, e penitenza
+ Le chieggon del furente odio passato;
+ Ed ella in penitenza un'annua festa
+ Intima in questo e in quel castel, che _festa
+ Dell'amistà_ si chiami, e dove uficio
+ De' vati sia cantar quanti sospetti
+ Calunnïosi partorisce l'ira,
+ E quanto l'ira accrescano le ambagi
+ De' falsi intercessori, e quanto egregia
+ Sappia interceditrice esser la donna.
+ --E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi
+ Penitenza? soggiugne in umil atto
+ Palma a palma accostando, ed il ginocchio
+ Piegando Elina.--
+ Ed Ildegarde:--Il primo
+ Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome
+ Porti del mio Camillo; e mi sia dato,
+ Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.
+
+
+
+
+AROLDO E CLARA
+
+CANTICA.
+
+
+ Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io,
+ sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di
+ vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della
+ mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro
+ Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi
+ dallo scrivere satire:--«La poesia arrabbiata non migliora nessuno;
+ e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in
+ versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora
+ cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di
+ carità e d'indulgenza.»
+
+
+
+
+AROLDO E CLARA.
+
+ _Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da
+ illi._
+
+ (Ep. ad Rom. 12.)
+
+
+I.
+
+ Piangi, o la più gentil fra le convalli
+ Dello spumante Pellice, ove un giorno
+ Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi
+ Cavalieri affluìano ad alte feste.
+ Più non vedrai delle sue torri a sera
+ Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,
+ Caramente appoggiando un braccio e l'altro
+ Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto
+ Ciglio volgendo con amor, ma indarno,
+ Ai dolci rai del tramontante sole.
+ Que' figli suoi nascean gemelli, e santa
+ Tenerezza li univa. Or sola e mesta
+ Clara accompagna il cieco padre a sera
+ Fuor della torre, perocchè il gagliardo
+ Fratel devote ha l'armi alla difesa
+ Del pio Tommaso suo ramingo prence
+ Contro i nemici della patria terra.
+ Rosseggiava bellissimo un tramonto
+ Sulle nevi lontane, e stupefatto
+ Pareva il sol che dal romito albergo
+ A salutarlo non venisse il vecchio.
+ Ahimè, quell'era di sventura un novo
+ Spaventevole dì! Schiudesi alfine
+ La porta del castello, e con veloci
+ Passi agitatamente escono Aroldo,
+ Clara e più servi; nè il canuto ciglio
+ Ai soavi del sole ultimi rai
+ Volger si cura. Che avvenia?--Dal campo
+ Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido
+ Contro l'usurpator del saluzzese
+ Seggio osando tropp'oltre avventurarsi
+ Nel calor della pugna, il circondaro
+ L'empie straniere spade, e prigion cadde.
+ Speme di riscattar sì cara vita
+ Nutre il barone antico; e vuole ei stesso
+ Trar supplichevol senza indugio al truce
+ Fortunato invasor, che se talora
+ Immolar gode i miseri captivi,
+ Talor si placa a ricca d'oro offerta,
+ Molto dovendo da sua iniqua sede
+ Oro il tiranno effonder sulle bande
+ Dell'alleato provenzal monarca.
+ Giunto al margin vicino ove al tragitto
+ Nel rigonfiato Pellice è apprestata
+ La navicella, Aroldo porge il bacio
+ Del congedo alla figlia. Allora al collo
+ Gli s'avvinghia la pia.--Sola a mie stanze
+ Non riederò, buon genitor; pupilla
+ Esser della tua fronte a chi s'aspetta
+ Se non a me? Forse pietà maggiore
+ Assalirà dello sdegnato sire
+ Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi
+ La veneranda tua canizie e gli anni
+ Giovenili di vergine scorgendo,
+ Che colla vita del fratel la vita
+ Chiede del padre.
+ Vuole opporsi Aroldo,
+ Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo
+ Già vel precede, e al consentir paterno
+ Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde
+ Perigliose attraversano. Ma ov'era
+ L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,
+ Generosa innocente? A voi non velo
+ Fecer colle tutrici ale a celarvi
+ Alla vista de' prossimi ladroni
+ Che irrompono co' brandi alla rapina.
+ Voler divino ai nembi di sfortuna
+ Lascia possanza sovra i giusti un tempo;
+ Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana
+ Nei patimenti una virtù Dio pose
+ Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.
+ Sbandato di predoni era un drappello,
+ Che della guerra col favor raccolto
+ S'era d'Itale spiagge e di straniere
+ A rubamenti ed omicidii, altero
+ Linguaggio alzando di zelanti eroi,
+ Campioni della patria e di Manfredo.
+ S'azzuffan del baron coi fidi servi,
+ E nell'orrenda mischia ad uno ad uno
+ Dal soverchiante numero feriti
+ Vengon que' servi, e de' vincenti in mano
+ Son le ricchezze che a comprar la vita
+ Destinava del figlio il cieco sire.
+ Intero un dì per boschi e per dirupi
+ Ei trascinato colla figlia venne,
+ Ma il manto della notte ai duo infelici
+ Prestò propizie tenebre, e dal mezzo
+ Del brïaco drappel de' masnadieri
+ Quetamente si trassero alla valle.
+ Come lontani fur dall'empia frotta,
+ E ardiron favellare, il cieco strinse
+ La figlia al seno, e grazie alte le rese
+ D'averlo addotto a salvamento, e lei
+ Per l'accorto suo senno e per la dolce
+ Filial carità ribenedisse.
+ --Or dove, o padre, senza aïta alcuna
+ Ci avvïeremo?
+ --O Clara mia, remoti
+ Siam dal nostro castello, e a ritornarvi
+ Il tempo mancheria; son prezïosi
+ Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo
+ Verso il campo nemico, appo le triste
+ Di Saluzzo rovine. O senza doni
+ Compariremo anzi al tremendo sire,
+ Ma sincere promesse il piegherranno
+ A moti di clemenza. Inoltre ho fede
+ In mia canizie e in queste spente occhiaie
+ E nel pianto che versano, e ben anco,
+ Figlia, nel tuo.
+ Pensava Aroldo ospizio
+ Prender non lunge, ove la figlia al raggio
+ Della luna scorgea l'amica torre
+ D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,
+ Odon che il giorno pria furibonda oste
+ Era quivi passata e avea deserta
+ La rocca e trucidato il castellano,
+ E devastato a' villici i tugurii.
+ Il negro pan de' villici dispersi
+ Piangendo rompe colla figlia Aroldo,
+ E beono alle lor tazze. Indi sen vanno
+ Per tutti i casolari, invan cercando
+ Palafreno o giumento: avean le schiere
+ De' nemici avidissime votata
+ In que' lochi ogni stalla.
+ --Ahi, dilungati
+ Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!
+ Or dove andrem?
+ --Pedon la via si segua
+ Sino al mattin: buio non è, dicesti.
+ Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo
+ D'altri ladron te, mia dovizia or sola,
+ Te il ciel pietoso asconderà.
+ Sì disse,
+ E di padre l'affetto e di sorella
+ Lena lor porge insino all'alba. Il campo
+ Mostrossi allora al pauroso orecchio
+ Della fanciulla pria che agli occhi.
+ --O padre,
+ Odi tu, disse, odi tu roco un suono
+ Simile al suon della bufèra o a quello
+ Di molte acque correnti?
+ Il vecchio capo
+ Ei soffermò, ed immemore un istante
+ Delle sue angosce, alzò la barba e rise.
+ --Oh di qual gioia quel fragor m'empiea
+ Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!
+ Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,
+ Come voce di sposa al suo diletto.
+ Un dì così fremente io il bellicoso
+ Aere appena sentia, sovra il mio scudo
+ Battea forte l'acciaro, e dai precordii
+ Metteva un grido che atterrìa da lunge
+ Del nemico le scolte. E i miei congiunti
+ Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,
+ Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca
+ È questa voce, e più la destra, e al breve
+ Giubilo del guerrier tosto succede
+ In me a quel suono il trepidar del padre.
+ Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,
+ Che sino allor söavemente a' detti
+ Del genitore avea frammisti i suoi,
+ Incominciò a interrompersi, e risposte
+ Dar che, non conscio l'intelletto, un moto
+ Parean sol delle labbra. A poco spazio
+ Vedea della distante oste per l'aure
+ Quasi di nave altissimi duo pini
+ Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi
+ Come al suolo confitti. E secondata
+ Venìa quell'opra da un clamor che il primo
+ Clamor non era, ma or fischiante or rotto
+ Da infami ghigni o da cupo silenzio.
+ A' sensi suoi creder dovea? Le cime
+ Parean gravate de' duo legni, e il pondo
+ Che le gravava non scerneasi. Udito
+ Spesso Clara ha di barbari supplizi,
+ Ove ad appesa vittima lo strale
+ Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.
+ Quei che divide dalle ciglia il teschio.
+ Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio
+ Peggior di morte! E chi alla sbigottita
+ Dice s'uno colà de' morïenti
+ L'amato suo fratello ora non sia?
+ Chi le dice se il passo al genitore
+ Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!
+ E se il padre trattien, non di Ioffrido,
+ Che forse ancor sull'albero non pende,
+ Cagionerà la morte?... Ad ogni costo
+ Vadasi al fatal loco!
+ Il piè, tremando
+ In ciò pensare, affretta. In man la mano
+ Della meschina Aroldo tien.--Di gelo,
+ Fra sè diceva, è questa man, siccome
+ Quella ch'io strinsi di sua madre al letto
+ Ove s'estinse.
+ Indi il vegliardo scuote
+ Il capo, quasi scuotere volesse
+ Un malaugurio, e non potea.--Di morte,
+ Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.
+ Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari
+ Detti mi porgi che tue labbra sciorre
+ Uniche san, quando scorato è il padre.
+ Nata ne' giorni di sventura, e in erma
+ Torre cresciuta, ove sorelle e madre
+ Vide spirar, sollecita a sinistri
+ Presentimenti schiuder l'alma, è fatto
+ In lei religïon. Si raccapriccia
+ In udir che s'affaccin alla mente
+ Del genitore e in quest'istante i negri
+ Pensamenti di morte. A lui si volge,
+ Apre le labbra--e i consolanti detti
+ Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:
+ Non trova, ed ahi! la prima volta è questa
+ Che inobbedito di suo padre è il cenno.
+ --Più de' pensier miei tristi or malaugurio
+ M'è il tuo silenzio, ei dice.
+ E lo spavento
+ In lei crescendo, e a' rai primi del sole
+ Splender veggendo le volanti frecce,
+ Improvviso s'arresta.--Oh genitore!
+ Non c'inoltriam: non odi tu le strida
+ Degli assassini?
+ --Il figlio, il figlio mio
+ Forse a morte strascinano: affrettiamci.
+ --Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.
+ Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido
+ In vita è ancor, di novo al fianco tuo
+ Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre
+ Te vivo a casa allor io posso almeno!
+ --Sciagurata, che parli? Orrende cose
+ Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero
+ Fra quelle voci che il mio antico orecchio
+ Non distinte percuotono, tu scerni
+ Voci di morte e del fratello il nome.
+ Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio
+ Porta il tumultüoso aere d'atroce?
+ --Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa
+ Che se tu, giunto appo i nemici, udissi
+ L'orribil caso... tu m'intendi... allora
+ Orfana forse rimarrei nel campo.
+ --Me perder temi, e non t'avvedi, insana,
+ Che scellerata è tua pietà? Egli muore,
+ E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,
+ Tel comando, obbedisci.
+ All'inusata
+ Ira paterna impaurissi Clara;
+ S'alzò. Con passi rapidi il cammino
+ Misura il cieco, e strascinata quasi
+ La giovinetta il segue. Erasi spersa
+ La turba intanto che cingea i duo pini,
+ E presso a questi il padre e la sorella
+ Arrivan di Ioffrido. Ella più volte
+ Erse il ciglio tremando, e insanguinate
+ Scorse due salme, e incontanente a terra
+ Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse
+ Fiso tenerlo ad indagar; chè franta
+ Han la coppa del cranio, e dal mozzato
+ Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.
+ Ma quell'orrida vista e lo spavento
+ Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:
+ --Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza
+ A' piè d'Aroldo.
+ E mentre brancolando
+ Col caro pegno tra le braccia fugge
+ D'in mezzo della via, però che udito
+ Brigata di cavalli ha scalpitante
+ Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro
+ Ad un de' lati fermasi, ove un tronco
+ D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo
+ Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,
+ Che di baroni provenzali cinto
+ Per intenti di guerra iva il terreno
+ Intorno visitando. Una fanciulla
+ Scorge egli tramortita ed un vegliardo;
+ E voltosi ad Aroldo, acerbamente
+ Così gli grida:--O discortese e stolto,
+ Perchè nel sangue d'un fellone e sotto
+ Il patibolo tratta hai quell'afflitta,
+ Cui toglie i sensi il raccapriccio?
+ --Oh sire,
+ Oh novo sire di Saluzzo! esclama
+ L'antico cavalier, cui non intera
+ L'aspra parola del crudel pungea,
+ Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:
+ Aroldo io son dalle romite torri
+ Che si specchian nel Pellice. E l'illustre
+ Tuo genitor te adolescente spesso
+ Adduceva a mie sale, e co' miei figli
+ In un calice sol beevi a mensa.
+ Ah per memoria del tuo estinto padre
+ Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio
+ Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,
+ E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!
+ Io non leggeri doni a te in riscatto
+ Dal mio castel portato avea, ma iniqui
+ Predatori per via m'hanno assalito.
+ Alle mie braccia il caro figlio rendi,
+ E qual tributo m'imporrai ti solvo,
+ Pareggiasse anco de' miei campi aviti
+ L'intero pregio.
+ --O sciagurato Aroldo,
+ Di qual osi tributo or favellarmi,
+ Se finor tutto mi negasti? È tardi.
+ --Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,
+ Fu da bollente figlio mio l'insegna
+ De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,
+ E la vittoria a tua prodezza arride.
+ Ma tu il fervido oprar del giovinetto
+ Dona pietosamente al supplicante
+ Suo genitor che in venti pugne il sangue
+ Versò pel nobil padre tuo, quand'esso
+ Con tanta gloria signorìa qui tenne.
+ --È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli
+ Tutta la forza ond'è capace il core
+ D'un cavalier. Sovra quel legno pende
+ Un trafitto cui grazia altra non posso
+ Conceder più che di ritorlo ai corvi,
+ E consentirgli de' suoi cari il pianto.
+ Disse, e accennando che una guardia il morto
+ Dalla croce calasse e all'infelice
+ Lo rimettesse, cogli sproni un tocco
+ Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.
+ Clara i sensi racquista, e oh di dolore
+ Qual novo orrendo palpito! Era dunque
+ Il fratel suo quel miserando ucciso!
+ Eccolo tolto dal funesto legno;
+ Ed ella il raffigura a cicatrici
+ Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio
+ E l'angosciata giovin su quel corpo
+ S'abbandonan piangendo! Ella in lino
+ L'infranta testa pïamente avvolge,
+ E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce
+ Carità si commove una famiglia
+ Di Saluzzesi agricoltori, e dato
+ Viene un carro con bovi, onde al lontano
+ Castello il morto cavalier si tragga.
+
+
+II.
+
+ Or da quel giorno d'ineffabil lutto
+ Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,
+ E la mesta mia cantica, i solinghi
+ Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia
+ Commiserando, svolga altra vicenda.
+ Era una sera: alle vetuste mura
+ Del baron s'appresenta un fuggitivo,
+ A cui ferite e febbril sete esausta
+ Miseramente avean la voce. Aroldo
+ Piena di vino gli mandò una coppa
+ Con questi detti: Al focolar t'accosta
+ Sin che apprestata sia la cena, e al sire
+ Perdona del castel s'ei di sue stanze
+ Non uscirà, dove cordoglio il tiene.
+ Clara portò que' detti, e il fuggitivo
+ Che al maestoso inceder cavaliero
+ Parea e mendìco a' finti panni, il volto
+ Pria si coverse, indi con pronti passi
+ Balzar tentò fuor della soglia, a guisa
+ Di mortal che, caduto in impensato
+ Orribile periglio, aneli scampo.
+ Ma nella mossa impetuosa a lui
+ Manca il fievole spirto, e piomba a terra.
+ Clara il soccorre, il mira, ed alla negra
+ Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.
+ Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente
+ Desolator della sua patria! il ladro
+ Che alla corona del nepote osava
+ Stender la man sacrilega, e sul capo
+ Inverecondo imporsela, e i diritti
+ Calpestar più sanciti, e di Saluzzo
+ Dirsi benefattor, serva a stranieri
+ Brandi facendo la natìa contrada!
+ Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco
+ Da compiuta sconfitta è l'empio sire,
+ E per sottrarsi agl'inseguenti ferri
+ Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote
+ Calcò deserte rupi. Indi pel sangue
+ Nella pugna perduto e per la rabbia
+ Gli s'era da brev'ora intorbidato
+ Sì fattamente il lume del pensiero,
+ Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto
+ Era ai campi d'Aroldo altra credendo
+ Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo
+ D'adolescenza riportate mai
+ Non avea l'orme, ed alberi e tugurii
+ Mutato avean l'aspetto della terra.
+ Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie
+ Raffigurò d'Aroldo, e se bastata
+ A lui fosse la possa, ei rifuggìa.
+ Manfredo! e senza guardie! e semivivo,
+ Sotto il tetto dell'uom cui trucidato
+ Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!
+ Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti
+ I famigli richiamano, ella corre
+ Alle stanze del padre, e già già quasi
+ A lui così sclamava:--Esci, un prodigio
+ Ad ammirar del Dio delle vendette:
+ Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene
+ Il suo assassin!
+ Ma in quell'istante gli occhi
+ Della donzella alzaronsi a parete,
+ Onde pendea dell'Uomo-Dio morente
+ Effigie veneranda, e a quella vista
+ L'irrompente parola in cor rattenne.
+ Religïoso fremito la invase
+ Dinanzi a quell'effigie.
+ --Oh mio Signore!
+ Quai voci arcane alla tua ancella parli?
+ Tu irreprensibil fosti e sì infelice!
+ E a quei che l'uccidean pur perdonavi!
+ Or chi sa? Forse il dolce mio fratello
+ Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,
+ In carcer sotterraneo, o d'inquieti
+ Elementi per l'alte aure ludibrio
+ Sta ancor penando, e a liberarlo vane
+ Fervon le preci, e in loco d'esse un atto
+ Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!
+ Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma
+ È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando
+ Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo
+ Come a noi perdonato ha il Redentore!
+ Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa
+ Delle forze d'un padre il dare aïta
+ D'un caro figlio all'uccisor. La lancia
+ Ei no giammai non bagnerìa nel sangue
+ D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure
+ Chi può segnar dove talor trascorra
+ Nella foga dell'ira un core offeso?
+ Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!
+ Disse, e prona curvossi, e lungamente
+ Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio
+ Esser tentata; innanzi a Dio temea
+ Calunnïar la santa alma del padre.
+ Ma nella mente repentino un raggio
+ Di fidanza pienissima le splende,
+ E ratta sorge e dice:--Ah sì, fratello!
+ Questo è il momento in che del ciel la porta
+ A tue brame si schiude: io di tua gioia
+ Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!
+ Un servo entrava:--Damigella, o carco
+ D'inaudite peccata, o fuor di senno
+ È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio
+ Parla tra sè com'uom cui prema occulto
+ Di vendette terribili spavento,
+ E di qui vuol fuggir.
+ --Tosto bardata
+ Per lui sia mia cavalla.
+ Il servo parte
+ Maravigliato, ed obbedisce. Intanto
+ Antico armadio la fanciulla schiude,
+ Ed indi tratto un de' paterni manti,
+ Al leve suo tesor poscia s'affretta
+ D'auree monete, e in una borsa il pone.
+ Così ver l'agitato ospite mosse,
+ E que' doni offerendogli--D'Aroldo
+ Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.
+ Fremea la generosa in lui mirando
+ L'uccisor di Ioffrido e il formidato
+ Di Saluzzo oppressor, ma pïamente
+ Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte
+ Del castello accennando, a lui soggiunse:
+ --Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena
+ Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!
+ Clara sparve, ciò detto. E l'infelice
+ Tiranno--Angiol! gridò.--Poi diè dal core
+ Uno scroscio di pianto. Ed allor forse
+ Pentimento verace a lui fu strazio,
+ Le proprie atroci colpe rammentando,
+ E rammentando il giovine Ioffrido,
+ E quel misero cieco che appoggiato
+ Ad un alber credeasi, e gli grondava
+ Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!
+ Frettoloso Manfredo i doni tolse;
+ L'inaudita pietà benedicendo,
+ D'Aroldo cinse su le spalle il manto,
+ E quindi a pochi tratti il vide Clara
+ Dalla fenestra, che, al cortil venuto,
+ Con sembiante commosso intorno intorno
+ Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo
+ In atto di preghiera ergea le mani,
+ Poi le briglie toccava ed era in sella.
+ Fermato ivi un istante, ad alta voce
+ Mise queste parole:--Aroldo! Aroldo!
+ Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto
+ Seggio e de' vituperi onde vo sazio,
+ Consolarmi potrò; non potrò mai
+ Consolarmi d'aver tua nobil alma
+ Col più truce rigore insanguinata.
+ Udì il vecchio baron quel forte grido,
+ E balzò dalla seggiola esclamando:
+ --Figlia! il nemico nostro! il maledetto
+ Uccisor di Ioffrido!
+ E sul rugoso
+ Pallido volto del canuto il foco
+ S'accese del furore. A' piedi suoi
+ Clara gettasi allora, e gli palesa
+ Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.
+ --No, Iddio
+ Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;
+ Manfredo è un empio! ei di dominio sete
+ Portò infernal su queste invase terre,
+ Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!
+ Infame della patria e del suo prence
+ Manfredo è traditor. Per sollevarsi
+ Sulla sede non sua, trasse alleati
+ E Provenzali e Càlabri e venduti
+ Guelfi di tutta Italia allo sterminio
+ De' nostri feudi e delle nostre plebi,
+ E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,
+ Il figlio mio su scellerata croce
+ A' carnefici suoi diede bersaglio!
+ Lunga e tremenda di rammarco e d'ira
+ Fu l'eloquenza dell'antico. A lui
+ Clara abbracciava le ginocchia, e santi
+ Detti porgea con supplice dolcezza:
+ --Le iniquità punir sol puote Iddio;
+ Noi non possiam sul misero fuggiasco
+ Punirle coll'acciar: solo a punirle
+ Una guisa n'è data, ed è il perdono.
+ Càlmati, o genitor; pensa che o degno
+ Per penitenza diverrà Manfredo,
+ O, rimanendo iniquo, a lui carboni
+ Saranno inestinguibili sul core,
+ Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi
+ E fra l'alme perverse il danno eterno.
+ A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,
+ E il benefico palpito e l'eccesso
+ Della pietà non sol sugl'innocenti,
+ Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo
+ Del perdono di Dio morendo avremo!
+ --Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,
+ Ti benedico; santamente oprasti!
+ L'alza, al petto la stringe, e lagrimando
+ Mercè le rende che alla prova il senno
+ D'esacerbato padre ella non mise.
+ Un dì alle torri del baron fu visto
+ Giungere di Manfredo un messaggero
+ Da lontana contrada, e apportatore
+ Venìa di ricchi doni. Eran tre lune
+ Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto
+ Era il castello, ed in vicino chiostro
+ Cinta di sacre lane, i dolci salmi
+ L'orfana, per la cara alma del padre
+ E del fratel, tutte le notti ergea.
+
+
+
+
+POESIE LIRICHE.
+
+
+
+
+LA MIA GIOVENTÙ.
+
+ _Cor mundum crea in me, Deus._
+
+ (PS. 50. )
+
+
+ Lamento sui fuggiti anni primieri,
+ Che fecondi di speme Iddio mi dava,
+ E di ricchi d'amore alti pensieri!
+
+ Tra giubili ed affanni io m'agitava,
+ Ed incessanti studi, e bramosia
+ Di sollevarmi dalla turba ignava;
+
+ E spesso dentro al cor parola udìa
+ Che diceami dell'uom sublimi cose,
+ Tali che d'esser uomo insuperbìa.
+
+ Pupille aver credea sì generose
+ Il mio intelletto, che dovesser tutte
+ Schiudersi a lui le verità nascose;
+
+ E di ragion nelle più forti lutte
+ Io mi scagliava indomito; sognante
+ Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.
+
+ Quella vita arditissima ed amante
+ Di scienza e di gloria e di giustizia
+ Alzarmi imprometteva a gioie sante.
+
+ Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,
+ Ma quando reo me stesso io discopriva,
+ L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.
+
+ Poi dal perturbamento io risaliva
+ A proposti elevati ed a preghiere,
+ Me concitando a carità più viva.
+
+ Perocchè m'avvedea ch'uom possedere
+ Stima non può di se medesmo e pace,
+ S'ei non calca del Bel le vie sincere.
+
+ Ma allor che fulger più parea la face
+ Di mia virtù, vi si mescea repente
+ D'innato orgoglio il luccicar fallace.
+
+ E allor Dio si scostava da mia mente,
+ E a gravi rischi mi traea baldanza,
+ Ed infelice er'io novellamente.
+
+ Se così vissi in lunga titubanza,
+ Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
+ Che tremenda cingeami ostil possanza!
+
+ Sfavillante d'ingegno il secol mio,
+ Ma da irreligiose ire insanito,
+ Parlava audace, ed ascoltaval'io.
+
+ E perocchè tra' suoi sofismi ordito
+ Pur tralucea qualche pregevol lampo,
+ Spesso da quelli io mi sentìa irretito.
+
+ Egli imprecando ogni maligno inciampo
+ Sciogliea della ragion laudi stupende,
+ Ma insiem menava di bestemmie vampo.
+
+ Ed io, come colui che intento pende
+ Da labbra eloquentissime e divine,
+ E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;
+
+ Meditando del secol le dottrine,
+ Inclinava i miei sensi alcuna volta
+ Di servil riverenza entro il confine.
+
+ Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta
+ Era sua sapïenza, e vidi tardi
+ Ch'ei debaccava per superbia stolta.
+
+ Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
+ Della mia giovinezza, e sovra mille
+ Splendide larve io posto avea gli sguardi;
+
+ E nulla oprai che d'alta luce brille!
+ E si sprecar fra inani desideri
+ Dell'alma mia bollente le faville!
+
+ Lamento sui fuggiti anni primieri
+ Che d'eccelse speranze ebbi fecondi,
+ E di ricchi d'amore alti pensieri!
+
+ Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi
+ Delirii miei, pur non sorrisi io mai
+ Agl'inimici suoi più furibondi:
+
+ Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
+ Del Vangel mi venian racconsolando;
+ Sempre la Croce occultamente amai.
+
+ Ed il maggior mio gaudio era allorquando
+ In una chiesa io stava, i dì beati
+ Di mia credente infanzia rammentando:
+
+ Que' dì pieni di fede, in che insegnati
+ Dal caro mi venian labbro materno
+ I portenti onde al ciel siamo appellati!
+
+ Di nuovo fean di me poscia governo
+ La incostanza, gli esempi, ed il timore
+ Dell'altrui vile e tracotante scherno;
+
+ E l'ira tua mertai per tanto errore:
+ Ma gl'indelebili anni che passaro
+ Ritesser non m'è dato, o mio Signore!
+
+ Presentarti non posso altro riparo
+ Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
+ Di cui non fosti sulla terra avaro
+
+ Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.
+
+
+
+
+I PARENTI.
+
+ _Deus enim honoravit patrem in filiis._
+
+ (ECCLI. c. 3, v. 3.)
+
+
+ Inno di gratitudine e d'amore
+ Al Creator de' nostri cuori amanti,
+ Di tutte meraviglie al Creatore!
+
+ Dacchè pel fallo prisco doloranti
+ Alla luce veniam, qual dolce aïta
+ Nè' genitori è data a' nostri pianti!
+
+ In ogni coppia umana, onde la vita
+ D'altri umani si svolge, ecco una diva
+ Pe' figliuoletti carità infinita.
+
+ Vedi la vergin titubante e priva
+ D'ogni ardimento, simile a cervetta
+ Che intorno guata, e de' perigli è schiva.
+
+ Chi nella fievol, timida animetta
+ Opra mutazïone inaspettata,
+ Quand'è fra il coro delle madri eletta?
+
+ Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,
+ Grave è il sen della dianzi paventosa,
+ E il pondo regge da dolor cruciata.
+
+ Ed il porta con forza generosa!
+ E dopo un figlio compro a tanto prezzo
+ D'orrende angosce, altri portar pur osa!
+
+ Oh di strazii mirabile disprezzo
+ In creatura sì gentil, che solo
+ Parea nata de' fiori al molle olezzo,
+
+ Onde bëasse a lei d'intorno il suolo
+ E le dolci aure col suo bel sorriso,
+ E morisse alla prima ombra di duolo
+
+ Per destarsi felice in Paradiso!
+
+ * * * * *
+
+ Vedi la donna col suo piccol nato,
+ Che suggendole il seno a lei sorride
+ Sebben abbiale tanto egli costato,
+ La madre da lui mai non si divide.
+ Insazïata il guarda, insazïato
+ È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:
+ Animo lieto o da timore oppresso
+ Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.
+
+ Lo sposo benchè a lei caro cotanto,
+ È più caro perch'ei pur ride al figlio;
+ Sovente, favellando a lei d'accanto,
+ S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio
+ Tien sovra il pargol con sì forte incanto,
+ Che non ha udito il marital consiglio:
+ Allora ei tace e mira, e con dolcezza
+ Il lattante e la madre egli accarezza.
+
+ Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando
+ Giace nella sua cuna egro il bambino,
+ E la giovine madre sospirando
+ Ad ogn'istante riede a lui vicino,
+ E invan teneri detti prodigando
+ Tien sulle amate labbra il petto chino,
+ Ma l'offerta mammella ei bacia appena,
+ E non la sugge, ed a vagir si sfrena!
+
+ Oh con qual lutto miserando allora
+ La spaventata si rivolge a Dio!
+ Oh come al dubbio che il figliuol le mora
+ Trema se in lei fu reo qualche desìo,
+ E perdono dimanda, e s'infervora,
+ Promettendo al Signor viver più pio!
+ I soli Angioli ponno anzi all'Eterno
+ Sì ardente prego alzar, qual è il materno.
+
+ Giorno di liete voci, ora felice,
+ Quando seman del pargolo i vagiti!
+ Quand'ei cerca la dolce genitrice
+ Con isguardi dal riso ingentiliti!
+ Quand'ei di novo il caro latte elice,
+ E scherzoso riprende i suoi garriti!
+ Tai porge allor la madre inni d'amore,
+ Quai mandar può de' Serafini il core!
+
+ * * * * *
+
+ Ov'alti rischi fervono,
+ Vieppiù la madre ardita
+ Pel frutto di sue viscere
+ Pronta è a donar la vita.
+
+ Ella, se fera scoppïa
+ Divoratrice vampa,
+ Verso la cuna avventasi,
+ E il pargoletto scampa.
+
+ Se il picciol piede illusero
+ Di cupo rio le sponde,
+ La madre piomba rapida,
+ E il tragge, o muor nell'onde.
+
+ Ella, se il figlio palpita
+ Tra infetto aere tremendo,
+ Tenta i suoi dì redimere,
+ Le piaghe a lui lambendo.
+
+ Se patria e tetto invadono
+ Empie, omicide squadre,
+ Stringe i suoi figli, e impavida
+ Pugna per lor la madre.
+
+ * * * * *
+
+ Tal è la nobil donna ingigantita
+ Dalla materna celestial possanza,
+ Che a tutte generose opre la invita.
+
+ Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza,
+ Ed è in lei quell'assidua ed operosa
+ Sulla cara progenie vigilanza.
+
+ Alma di buona madre più non posa
+ Finchè non ha ne' figli suoi destata
+ Di virtù la favilla glorïosa.
+
+ Nè puote alma di figlio esser pacata
+ Fra inique gioie, se ha una madre anco
+ Che i vestigi di lui tremando guata,
+
+ E occultamente prega, e s'addolora.
+
+ * * * * *
+
+ Negli anni primieri
+ Del forte maschietto,
+ V'è mente selvaggia,
+ V'è indocile affetto;
+ Par ch'indi s'annunci
+ Futur masnadier.
+ La picciola belva
+ Se alcun la minaccia,
+ Vieppiù baldanzosa
+ Innalza la faccia;
+ Di colpi, di rischi
+ Non prende pensier.
+
+ Qual è quello sguardo,
+ Qual è quella voce
+ Che frena l'audacia
+ Del picciol feroce,
+ Incanto sì dolce
+ La donna sol ha.
+ Ed ella ripete,
+ Ripete l'incanto,
+ Frammesce sorriso,
+ Disdegno, compianto,
+ E amore gl'infonde,
+ Gl'infonde pietà.
+
+ Non bada la saggia
+ Se petti inumani
+ Diran che a domarlo
+ Suoi studi son vani;
+ In cor d'una madre
+ Speranza non muor.
+ E quei che parea
+ Futur masnadiero,
+ S'infiamma del bello,
+ S'infiamma del vero,
+ Divien della patria
+ Gentile decor.
+ . . . . . . . .
+
+
+
+
+LE PASSIONI.
+
+ _Gustate et videte quoniam suavis est Dominus._
+
+ (PS. 39, 9.)
+
+
+ Dov'è mia gioventù? Dove i bëati
+ Anni d'amor, del Rodano appo l'onde?
+ Dove il ritorno a' miei dolci penati,
+ E mia stanza alle Insùbri aure gioconde?
+ Dove in Milano i glorïosi vati
+ Che mi cingean dell'apollinea fronde?
+ Dove mia gloria alle applaudite scene?
+ E poi dove il decennio infra catene?
+
+ Io di carcere usciva egro, e piangendo
+ Il mio buon Federico e gli altri cari,
+ Cui dato ancor da quel recinto orrendo
+ Rieder non era ai desïati lari:
+ Poscia esultava, Italia rivedendo,
+ Ed alfin temperando i giorni amari
+ Fra gli amplessi de' mei sacri canuti,
+ Per me sì lungamente in duol vissuti.
+
+ E omai da un lustro tutto ciò trascorse!
+ E nuovi plausi a me la patria diede,
+ E di nuovi Aristarchi ira mi morse,
+ E di nuovi propizi ebbe la fede,
+ E nuova infanzia a me d'intorno sorse,
+ E di morte vid'io novelle prede,
+ E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,
+ E separarmen voglio--ed ancor l'amo!
+
+ L'amo perch'alme vi trovai fraterne,
+ Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,
+ E diviser mie gioie, e nell'alterne
+ Pene collacrimàr sinceramente:
+ E v'ha tali amistà che fièno eterne,
+ Benchè tessute in questa ombra fuggente,
+ Benchè tessute ov'ogni nobil core
+ S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.
+
+ Degg'io, poss'io da tutte cose amate
+ Divellere una volta il mio pensiero?
+ Io, le cui sorti furono esaltate
+ Da tanto lutto e tanto gaudio vero!
+ Io, le cui rimembranze innamorate
+ Han su mia fantasia cotanto impero!
+ Io, cui balzar fa sin talora il petto
+ Vista di leve, inanimato oggetto!
+
+ Reduce a lidi miei, dopo che giacqui
+ Sepolto vivo per sì cupe notti,
+ Agli affetti più teneri compiacqui
+ Che la sventura non avea interrotti;
+ Nè agli estinti carissimi pur tacqui
+ Culto di preci e di sospir dirotti;
+ Indi a rivisitar presi le antiche
+ Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.
+
+ E sovente su libri polverosi
+ La man vo riponendo tremebonda,
+ Ed apro, e parmi a' giorni studïosi
+ Tornar di giovinezza, e il pianto gronda!
+ E trovo i segni che ne' libri io posi,
+ Ove con mente mi fermai profonda,
+ Ove ad alti pensier d'amato autore
+ Commento fei di verità o d'errore.
+
+ Pur con sensi diversi or vi rimiro;
+ O libri tanto amati a' dì primieri:
+ Vate son io, ma spento è in me il desiro
+ Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri.
+ Se volgendo lor carte ancor sospiro,
+ Magia non è de' grandi lor pensieri:
+ Più d'un libro m'è caro, e pure in esso
+ Di rado cerco lui; cerco me stesso.
+
+ E non sol me vi cerco: alla memoria
+ Del me passato aggiugnesi indivisa
+ Di palpiti d'amor söave istoria,
+ Quando un'egregia m'infiammava in guisa,
+ Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria,
+ Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa,
+ Che d'un sorriso suo per farmi degno,
+ Sempre agognava ingentilir lo ingegno!
+
+ E se pio talor fui, pregio egli è stato
+ Di quella generosa animatrice:
+ Era ad essa straniero il forsennato
+ Foco d'amor che mi rendea infelice;
+ Ma compatìa mie pene, ed elevato
+ Volea il mio spirto, e lo volea felice,
+ Ed allor che più insano io le parea,
+ S'affannava, e garrivami, e piangea.
+
+ Quella donna, onde il bel, nobile viso
+ Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio,
+ Non disamai, benchè da lei diviso,
+ E onorerolla tutto il viver mio:
+ Ma nuovi poscia affetti han me conquiso,
+ E quel primiero ardor s'intiepidìo:
+ Quel ch'era in me un incendio, è una favilla
+ Che come lampa ad un sepolcro brilla.
+
+ Senza obblïar la già cotanto amata,
+ Altra ammirai ch'or dispartita è anch'essa;
+ E in me virtù credendo io sublimata
+ Per averla a sì bello angiol commessa,
+ L'anima mia da orgoglio inebbrïata
+ Vana si fea di lungo ben promessa:
+ Giorni d'alto dolor mi mosser guerra,
+ E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!
+
+ Sete d'amor, sete di studi, e sete
+ D'innalzar sopra il volgo il nome mio,
+ Gran tempo mi rapìan sonno e quiete,
+ Nè scerno se ammendato oggi son io:
+ Tu che del cor le latebre secrete
+ Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio,
+ Pietà di me che tanto sempre amai,
+ E sino a te l'amor non sollevai!
+
+ Tante cose sfumarono al mio sguardo,
+ E tutto giorno sfumar altre io miro!
+ Valga d'esperïenza il raggio tardo,
+ In che sforzatamente oggi m'aggiro,
+ Ad oprar alfin sì che più gagliardo
+ A tua bellezza s'erga il mio desiro,
+ E nulla tanto da' mortali io brami,
+ Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!
+
+ La legge tua non è d'irto rigore,
+ Sol le idolatre passïoni abborri:
+ Lunge che a te dispaccia amante cuore,
+ Ad un cuor fatto gel più non accorri.
+ Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore
+ Così soccorra, come a me soccorri:
+ Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta,
+ Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.
+
+ Tu doni a' figli tuoi mente e parola,
+ Non perchè il dono tuo venga sepolto;
+ Tu non imprechi investigante scuola
+ Su non vietato ver fra l'ombre avvolto:
+ In odio a te l'indagin empia è sola
+ Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto:
+ Tu gl'ignari del mal chiami felici,
+ Ma il veggente non reo pur benedici.
+
+ Tu che sei tutto amor, la sacra stampa
+ Della natura tua nell'uomo imprimi:
+ Gagliardo sprone e inestinguibil lampa
+ Tu sei di tutti aneliti sublimi.
+ Tu godi quindi se il mio spirto avvampa
+ Per que' tuoi fidi che in virtù son primi:
+ Tu godi se fra lor taluni eleggo,
+ E nel lor santo oprar meglio ti veggo.
+
+ A me tu dato hai queste fiamme ardenti,
+ Con cui desìo de' petti amici il bene,
+ E con cui studïando i tuoi portenti
+ Traggo esultanza, e di capirti ho spene:
+ Così caldo sentir più non diventi
+ Esca giammai di vanità terrene:
+ Mie passïoni in guisa tal governa,
+ Che lode sièno a tua saggezza eterna.
+
+ Sempre le temo, e sempre sento ancora
+ Che in amar altre cose io troppo m'amo:
+ Cieca errò mia bollente alma sinora,
+ E presa fu di sua superbia all'amo.
+ Distruggi il suo sentire, o lei migliora;
+ O vil torpore, od amor santo io bramo;
+ Ah no, non vil torpor, dammi amor santo,
+ Tu che le tue fatture ami cotanto!
+
+
+
+
+SALUZZO.
+
+ _Et sit splendor Domini Dei nostri super nos._
+
+ (PS. 89, 17.)
+
+
+ Oh di Saluzzo antiche, amate mura!
+ Oh città, dove a riso apersi io prima
+ Il coro e a lutto e a speme ed a paura!
+
+ Oh dolci colli! Oh maëstosa cima
+ Del monte Viso, cui da lunge ammira
+ La subalpina, immensa valle opima!
+
+ Oh come nuovamente or su te gira
+ Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio,
+ E sacri affetti l'aër tuo m'ispira!
+
+ Nelle sembianze del terren natìo
+ V'è un potere indicibil che raccende
+ Ogni ricordo, ogni desir più pio.
+
+ So che spiagge, quai siansi, inclite rende
+ Più d'un merto soave a chi vi nacque,
+ E bella è patria pur fra balze orrende;
+
+ Ma nessuna di grazia armonìa tacque,
+ O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline,
+ E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.
+
+ Ogni spirto gentil che peregrine
+ A piè di queste nostre Alpi si sente
+ Letizïar da fantasie divine.
+
+ Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[3],
+ Che pii vergaron le memorie avite,
+ Spanda grazia immortal l'Onnipossente!
+
+ Dolce è saper che di non pigre vite
+ Progenie siamo, e qui tenzone e regno
+ Fu d'alme da amor patrio ingentilite.
+
+ Più d'un estero suol di canti degno
+ Porse a mie luci attonite dolcezza,
+ E alti pensieri mi parlò all'ingegno:
+
+ Ma tu mi parli al cor con tenerezza,
+ Qual madre che portommi in fra sue braccia
+ E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.
+
+ Ben è ver che stampata ho breve traccia
+ Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai
+ A noi già lontanissimo s'affaccia.
+
+ Pargoletto ancor m'era, e mi strappai
+ Non senza ambascia da tue dolci sponde,
+ E, diviso da te, più t'apprezzai.
+
+ Perocchè più la lontananza asconde
+ D'amata cosa i men leggiadri aspetti,
+ E più forte magìa sul bello infonde.
+
+ Felice terra a me parea d'eletti
+ La terra di mio Padre, e mi parea
+ Altrove meno amanti essere i petti.
+
+ E mi sovvien ch'io mai non m'assidea
+ Sui ginocchi paterni così pago,
+ Come quando tuoi vanti ei mi dicea.
+
+ In me ingrandiasi ogni tua bella imago;
+ Del nome saluzzese io insuperbiva;
+ Di portarlo con laude io crescea vago.
+
+ E degl'illustri ingegni tuoi gioiva,
+ E numerarli mi piacea, pensando
+ Che in me d'onor tu non andresti priva.
+
+ Vennemi quel pensiero accompagnando
+ Oltre i giorni infantili, allor che trassi
+ Al di là delle care Alpi angosciando.
+
+ Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi
+ All'Itale contrade io riportava,
+ Benchè in tue mura il capo io non posassi.
+
+ Chè il bacio de' parenti m'aspettava
+ Nella città ch'è in Lombardia regina,
+ E colà con anelito io volava.
+
+ E colà vissi, e colsi la divina
+ Fronde al suon di quel plauso generoso,
+ Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.
+
+ Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso
+ Pe' coronati miei tragici versi,
+ Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.
+
+ Oh quante volte allor che in me conversi
+ Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo,
+ E spirti egregi ad onorarmi fersi,
+
+ Ridissi a me con palpito gagliardo
+ La saluzzese cuna, e mi ridissi
+ Che grata a me rivolto avresti il guardo!
+
+ E poi che in ogni Itala riva udissi
+ Mentovar la mia scena innamorata,
+ Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,
+
+ L'aura vana, che fama era nomata,
+ Pareami gran tesor, ma vieppiù bello
+ Perchè a te gioia ne sarìa tornata.
+
+ Mie mille ardenti vanità un flagello
+ Orribile di Dio ratto deluse,
+ E negra carcer mi divenne ostello.
+
+ Non più sorriso d'immortali Muse!
+ Non più suono di plausi! e tutte vie
+ A crescente rinomo indi precluse!
+
+ Ma conforti reconditi alle mie
+ Tristezze pur il Ciel mescolar volle,
+ E il cor balzommi a rimembranze pie.
+
+ Del captivo l'afflitta alma s'estolle
+ A vita di pensier, che in qualche guisa
+ Il compensa di quanto uomo gli tolle.
+
+ E quella vita di pensier, divisa
+ Fra le non molte più dilette cose,
+ Ora è tormento ed ora imparadisa.
+
+ Io fra tai mura tetre e dolorose
+ Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio
+ Del poëtar, che il cielo entro me pose.
+
+ Miei carmi erano amor, prece e coraggio;
+ E fra le brame ch'esprimeano, v'era
+ Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.
+
+ Io alla rozza, ma buona alma straniera
+ Del carcerier pingea miei patrii monti,
+ E allor sua faccia apparìa men severa.
+
+ E m'esultava il sen, quando con pronti
+ Impeti d'amistà quel torvo sgherro
+ Commosso si mostrava a' miei racconti.
+
+ Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro
+ Umanità serbava! A lui di certo
+ Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.
+
+ Morto o insanito io fora in quel deserto,
+ Se confortato non m'avesse un core
+ Nato di donna, e a caritade aperto.
+
+ Scevra quasi or mia vita è di dolore,
+ Ad Italia renduto e a' natii poggi,
+ Ov'alte m'attendean prove d'amore.
+
+ Benedetti color, che dolci appoggi
+ Mi fur nell'infortunio, e benedetti
+ Color, che mia letizia addoppian oggi!
+
+ E benedetta l'ora in che sedetti,
+ Saluzzo mia, di novo entro tue sale,
+ E strinsi a me concittadini petti!
+
+ Non vana mai su te protenda l'ale
+ Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise,
+ Sì che nobil sia cosa in te il mortale!
+
+ L'alme de' figli tuoi non sien divise
+ Da fraterna discordia, e mai le pene
+ Dell'infelice qui non sien derise!
+
+ Le città circondanti ergan serene
+ Lor pupille su te, siccome a suora
+ Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.
+
+ E le lontane madri amin che nuora
+ Vergin ne venga di Saluzzo, e questa
+ Abbia figliuola reverente ognora;
+
+ E la straniera vergin, che fu chiesta
+ Da garzon saluzzese, in cor sorrida
+ Come a lampo di grazia manifesta!
+
+ Pera ogni spirto vil, se in te s'annida!
+ Vi regni indol pietosa ed elegante,
+ E magnanimo ardire, e amistà fida!
+
+ Mai non cessino in te fantasìe sante,
+ Che in dottrina gareggino, e sien luce
+ A chi del bello, a chi del vero è amante;
+
+ E del saver tra' figli tuoi sia duce
+ Non maligna arroganza, invereconda;
+ Ma quella fè che ad ogni bene induce;
+
+ Quella fede che agli uomini feconda
+ Le mentali potenze, a lor dicendo,
+ Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda,
+
+ Ma può farsi divin, virtù seguendo!
+ Ma dee farsi divino, o di viltate
+ L'involve eterno sentimento orrendo!
+
+ Tai son le preci che per te innalzate
+ Da me son oggi, e sempre, o suol nativo:
+ Breve soggiorno or fo in tue mura amate,
+
+ Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!
+
+
+[Nota 3: Carlo Muletti e Delfino suo padre, storici di Saluzzo.--Io
+m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del maggiore
+Felice, suo fratello.]
+
+
+
+
+LA BENEFICENZA.
+
+ _Esurivi enim, et dedistis mihi manducare._
+
+ (MATTH. 26, 35. )
+
+
+ Mentre tanti di nome e d'or potenti
+ Volgono a vanitate e nome ed oro,
+ Nè a taluni più bastano i contenti
+ Che sulla terra Iddio concede loro,
+ Mentre a meglio goder cercan furenti
+ La propria gioia nell'altrui disdoro,
+ Simili a falsi Dei d'età lontane
+ Che a' lor piedi volean vittime umane;
+
+ E mentre mirando
+ Que' ricchi malvagi
+ Il volgo fremente
+ Che invidia lor agi,
+ Esagera, infuria,
+ Invoca dal Ciel
+ Su tutti i felici
+ Sanguigno flagel;
+
+ Que' flagelli rattiene il ricco pio
+ Che riparar gli altrui misfatti agogna,
+ E oprando assai per gli uomini e per Dio,
+ Anco d'essere inutil si rampogna:
+ Degl'innocenti aiuta il buon desìo,
+ Gli erranti tragge a salutar vergogna;
+ Onora l'arti ed anima l'artiero,
+ E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.
+
+ Il volgo commosso
+ Ripensa, si calma,
+ Capisce che il ricco
+ Può aver nobil alma;
+ Insegna a' suoi figli,
+ Che pace e lavor
+ Del povero sono
+ Salute e decor.
+
+ Salve, o di carità sacra fiammella
+ Che accendi il cor del pio dovizioso!
+ Se a noi mortali fulgi or così bella,
+ Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?
+ A lui che, tutte mentre a sè le appella,
+ Le appella a mutuo affetto generoso!
+ A lui che quando cinse umano velo,
+ Ci palesò che tutto amore è il Cielo!
+
+ Amore santifica
+ Tesori e palagi,
+ Amore santifica
+ Tuguri e disagi;
+ Amor sulla terra
+ Può tutto abbellir,
+ L'impero, il servire,
+ La vita, il morir.
+
+ Amato molto, amato sia il Signore
+ Ch'è modello de' ricchi impietositi!
+ Amato molto, amato sia il Signore,
+ Modello ai cuori da sventura attriti!
+ Amato molto, amato sia il Signore
+ Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti!
+ Amato molto, amato sia il Signore
+ Che per l'anime umane arde d'amore!
+
+ Oscuro o potente,
+ Di Dio tu sei figlio,
+ Fratello degli Angioli,
+ Ancor che in esiglio!
+ Gran fallo ci avvolse
+ Nel fango e nel duol:
+ Amiam! ci fia reso
+ Degli Angioli il vol!
+
+
+
+
+LE SALE DI RICOVERO.
+
+ _Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit._
+
+ (MATTH. 18, 5.)
+
+
+ «Son pargoletto e povero e ammalato;
+ Abbi pietà di me, Gesù bambino,
+ Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!
+
+ Me qui lascia la mamma ogni mattino
+ Nel solingo tugurio, ed esce mesta
+ Il nostro a procacciar vitto meschino.
+
+ Ancella move a quella casa e questa,
+ Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
+ E vive appena, ed indigente resta.
+
+ Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
+ Senza dolcezza di parole amate,
+ E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.
+
+ Le melanconich'ore prolungate
+ M'empion l'alma di pianto e di paure,
+ E mi sfogo in ismanie sconsolate.
+
+ Amor la madre assai mi porta, e pure
+ Quando al tugurio torna e pianger m'ode,
+ Spesso le voci sue prorompon dure;
+
+ Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
+ Sì che allor quasi affetto io più non sento,
+ E in maligni pensieri il cor mi gode.
+
+ Povera madre! il viver nello stento
+ Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
+ Ed anch'io più cruccioso ognor divento.
+
+ Gesù, prendimi teco in Paradiso,
+ O tempra la tristezza che m'irrita,
+ E rasserena di mia madre il viso:
+
+ Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,
+ Fa che deserto io non mi strugga tanto
+ Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.
+
+ Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
+ E non sempre gemessi, e qualche mano
+ Söavemente m'asciugasse il pianto,
+
+ Crescerei più benevolo e più sano
+ E più caro a la madre io mi vedrìa:
+ Lassa! altrimenti ella fu madre invano!
+
+ Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
+ E per essa con gioia adoprerei
+ A laudevol sudor mia vigorìa.
+
+ Le poche forze ai patimenti rei
+ Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
+ Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.
+
+ Ovver, se presto a morte non mi mena
+ Tanta miseria, crescerò doglioso,
+ Me coll'afflitta madre amando appena.
+
+ Ed ella pur mi dice che odïoso
+ Il povero alla terra e al ciel rimane,
+ Quando alle brame sue non dà riposo,
+
+ Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.»
+
+ Ed ecco del bimbo
+ La mamma ritorna:
+ È stanca, ma un raggio
+ Di gioia l'adorna;
+ S'asside a lui presso,
+ Lo stringe al suo sen,
+ «Oh quanto sinora
+ Mi dolse, o figliuolo,
+ Lasciarti ogni giorno
+ Sì tristo, sì solo!
+ T'allegra: celeste
+ Soccorso a noi vien.
+
+ «Nell'ore ch'ai figli
+ Non ponno dar cura
+ Le madri, cui preme
+ Fatica e sventura,
+ Da provvide menti
+ Ricovro s'aprì.
+ Alquanto risana,
+ E là tu verrai:
+ Son piene due sale
+ Di pargoli omai:
+ Giocando, imparando,
+ Vi passano il dì.
+
+ «Al santo pensiero
+ Che aprì quel ricetto,
+ Ministre si fanno
+ Con tenero affetto
+ Più vergini umìli,
+ Sacrate al Signor:
+ Null'altro che amarti,
+ Il sai, potev'io,
+ Ma quelle söavi
+ Ancelle di Dio
+ Più dolce, più giusto
+ Faranno il tuo cor.
+
+ «Io, conscia che al figlio
+ Non manca un'aïta,
+ Trarrò senza pianto
+ Mia povera vita,
+ L'usato lavoro
+ Stimando leggèr.
+ Al tetto materno
+ Verrai verso sera,
+ E sempre alzeremo
+ Concorde preghiera
+ Per l'alme pietose
+ Che asilo ti dier.»
+
+ Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
+ Indi a non molto, in sì benigna scuola,
+ Rosee le guance e lieti i rai fu visto.
+
+ Oh d'amorose labbra la parola
+ Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
+ Addolcisce le doglie e li consola!
+
+ D'entrambo i sessi i pargoli tapini
+ Ivi sottratti vanno a rio squallore,
+ Ed a costumi stolidi e ferini.
+
+ Che invan vorria la madre o il genitore
+ Occhio assiduo tener sui cari pegni,
+ Qua e là faticando per lungh'ore.
+
+ Abbandonati a sè, crescere indegni
+ Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
+ Egre le membra ed egri più gl'ingegni.
+
+ Per cadute e per cento altri perigli
+ Vedi qual di storpiati e di languenti
+ Esce turba da' poveri covigli!
+
+ Quanti avrian le persone alte e ridenti
+ Ch'essi strascinan luride e contorte,
+ Perchè guaste d'infanzia agli elementi!
+
+ Oh benedetti voi che sulla sorte
+ Della schiatta plebea v'intenerite,
+ E pensate a scemarle e vizi e morte!
+
+ In voi sì belle le grandezze avite
+ Non son, quant'è il magnanimo disìo,
+ Onde a tanti innocenti asilo aprite.
+
+ Memori siete di quell'Uomo-Iddio
+ Che, cinto da drappel di bambinelli,
+ Li confortava col suo sguardo pio,
+
+ Ed imponea d'assomigliare a quelli.
+
+ E voi benedette,
+ Donzelle pietose,
+ Che al Dio de' bambini
+ Facendovi spose,
+ Di madri assumete
+ Le pene e l'amor.
+ Per voi dalla terra
+ Piacer non alligna:
+ Fors'anco taluno
+ Vi guarda e sogghigna,
+ Vi chiama delire
+ Da stolto fervor.
+
+ Ma voi non curanti
+ Di plauso o di scherno,
+ I poveri amando
+ Amate l'Eterno,
+ Ai bimbi servendo
+ Servite a Gesù.
+ Il mondo che ignora
+ Del core i misteri,
+ Non sa che più dolce
+ Di tutti i piaceri
+ È l'umil conflitto
+ D'arcana virtù.
+
+ La vergine sacra
+ Al Dio degl'infanti
+ Sublima sue pene
+ Con palpiti santi;
+ È abbietta ai mortali,
+ Ma l'anima ha in ciel.
+ Con Dio nella mente
+ Le cure più gravi,
+ Le cure più vili
+ Diventan söavi:
+ Bassezza non tange
+ Un'alma fedel.
+
+ La vergine sacra
+ Al Dio de' bambini
+ Vagheggia in Maria
+ Affetti divini,
+ Le impronte cercando
+ Di lei seguitar.
+ Non volgono ai bimbi
+ Tirannico ciglio
+ Color, che mirando
+ Maria col suo Figlio,
+ Li veggon dal cielo
+ Sui bimbi vegliar.
+
+ Ah! sì, benedette
+ Voi tutte, o bell'alme,
+ Che ai miseri infanti
+ Porgete le palme,
+ Di padri e di madri
+ Vestendo l'amor!
+ Pensier non vi preme
+ Di plauso o di scherno:
+ I poveri amando
+ Amate l'Eterno:
+ Ai bimbi servendo
+ Servite al Signor.
+
+
+FINE.
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+AL LETTORE 1
+FRANCESCA DA RIMINI Pag. 1
+ROSILDE 79
+ADELLO 115
+EBELINO 169
+ILDEGARDE 213
+AROLDO E CLARA 251
+POESIE LIRICHE 277
+
+
+FINE DELL'INDICE.
+
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of Poesie scelte, by Silvio Pellico
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE ***
+
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+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card
+donations. To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
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