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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 05:16:17 -0700 |
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If you are not located in the United States, you +will have to check the laws of the country where you are located before +using this eBook. + +Title: La Divina Commedia di Dante + Purgatorio + +Author: Dante Alighieri + +Release Date: August, 1997 [eBook #998] +[Most recently updated: April 25, 2021] + +Language: Italian + +Character set encoding: UTF-8 + + +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + +di Dante Alighieri + +CANTICA II: PURGATORIO + + +Contents + + PURGATORIO + Canto I. + Canto II. + Canto III. + Canto IV. + Canto V. + Canto VI. + Canto VII. + Canto VIII. + Canto IX. + Canto X. + Canto XI. + Canto XII. + Canto XIII. + Canto XIV. + Canto XV. + Canto XVI. + Canto XVII. + Canto XVIII. + Canto XIX. + Canto XX. + Canto XXI. + Canto XXII. + Canto XXIII. + Canto XXIV. + Canto XXV. + Canto XXVI. + Canto XXVII. + Canto XXVIII. + Canto XXIX. + Canto XXX. + Canto XXXI. + Canto XXXII. + Canto XXXIII. + + + + +PURGATORIO + + + + +Purgatorio +Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele +omai la navicella del mio ingegno, +che lascia dietro a sé mar sì crudele; + +e canterò di quel secondo regno +dove l’umano spirito si purga +e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poesì resurga, +o sante Muse, poi che vostro sono; +e qui Calïopè alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono +di cui le Piche misere sentiro +lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color d’orïental zaffiro, +che s’accoglieva nel sereno aspetto +del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricominciò diletto, +tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta +che m’avea contristati li occhi e ’l petto. + +Lo bel pianeto che d’amar conforta +faceva tutto rider l’orïente, +velando i Pesci ch’erano in sua scorta. + +I’ mi volsi a man destra, e puosi mente +a l’altro polo, e vidi quattro stelle +non viste mai fuor ch’a la prima gente. + +Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: +oh settentrïonal vedovo sito, +poi che privato se’ di mirar quelle! + +Com’ io da loro sguardo fui partito, +un poco me volgendo a l ’altro polo, +là onde ’l Carro già era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, +degno di tanta reverenza in vista, +che più non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista +portava, a’ suoi capelli simigliante, +de’ quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante +fregiavan sì la sua faccia di lume, +ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. + +«Chi siete voi che contro al cieco fiume +fuggita avete la pregione etterna?», +diss’ el, movendo quelle oneste piume. + +«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, +uscendo fuor de la profonda notte +che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi d’abisso così rotte? +o è mutato in ciel novo consiglio, +che, dannati, venite a le mie grotte?». + +Lo duca mio allor mi diè di piglio, +e con parole e con mani e con cenni +reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. + +Poscia rispuose lui: «Da me non venni: +donna scese del ciel, per li cui prieghi +de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi +di nostra condizion com’ ell’ è vera, +esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai l’ultima sera; +ma per la sua follia le fu sì presso, +che molto poco tempo a volger era. + +Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso +per lui campare; e non lì era altra via +che questa per la quale i’ mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; +e ora intendo mostrar quelli spirti +che purgan sé sotto la tua balìa. + +Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; +de l’alto scende virtù che m’aiuta +conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: +libertà va cercando, ch’è sì cara, +come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara +in Utica la morte, ove lasciasti +la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, +ché questi vive e Minòs me non lega; +ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, +o santo petto, che per tua la tegni: +per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; +grazie riporterò di te a lei, +se d’esser mentovato là giù degni». + +«Marzïa piacque tanto a li occhi miei +mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, +«che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di là dal mal fiume dimora, +più muover non mi può, per quella legge +che fatta fu quando me n’usci’ fora. + +Ma se donna del ciel ti move e regge, +come tu di’, non c’è mestier lusinghe: +bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe +d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, +sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + +ché non si converria, l’occhio sorpriso +d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo +ministro, ch’è di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, +là giù colà dove la batte l’onda, +porta di giunchi sovra ’l molle limo: + +null’ altra pianta che facesse fronda +o indurasse, vi puote aver vita, +però ch’a le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; +lo sol vi mosterrà, che surge omai, +prendere il monte a più lieve salita». + +Così sparì; e io sù mi levai +sanza parlare, e tutto mi ritrassi +al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: +volgianci in dietro, ché di qua dichina +questa pianura a’ suoi termini bassi». + +L’alba vinceva l’ora mattutina +che fuggia innanzi, sì che di lontano +conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano +com’ om che torna a la perduta strada, +che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo là ’ve la rugiada +pugna col sole, per essere in parte +dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su l’erbetta sparte +soavemente ’l mio maestro pose: +ond’ io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver’ lui le guance lagrimose; +ivi mi fece tutto discoverto +quel color che l’inferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, +che mai non vide navicar sue acque +omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: +oh maraviglia! ché qual elli scelse +l’umile pianta, cotal si rinacque + +subitamente là onde l’avelse. + + + + +Purgatorio +Canto II + + +Già era ’l sole a l’orizzonte giunto +lo cui meridïan cerchio coverchia +Ierusalèm col suo più alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, +uscia di Gange fuor con le Bilance, +che le caggion di man quando soverchia; + +sì che le bianche e le vermiglie guance, +là dov’ i’ era, de la bella Aurora +per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, +come gente che pensa a suo cammino, +che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, +per li grossi vapor Marte rosseggia +giù nel ponente sovra ’l suol marino, + +cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, +un lume per lo mar venir sì ratto, +che ’l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto +l’occhio per domandar lo duca mio, +rividil più lucente e maggior fatto. + +Poi d’ogne lato ad esso m’appario +un non sapeva che bianco, e di sotto +a poco a poco un altro a lui uscìo. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, +mentre che i primi bianchi apparver ali; +allor che ben conobbe il galeotto, + +gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. +Ecco l’angel di Dio: piega le mani; +omai vedrai di sì fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, +sì che remo non vuol, né altro velo +che l’ali sue, tra liti sì lontani. + +Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, +trattando l’aere con l’etterne penne, +che non si mutan come mortal pelo». + +Poi, come più e più verso noi venne +l’uccel divino, più chiaro appariva: +per che l’occhio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva +con un vasello snelletto e leggero, +tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, +tal che faria beato pur descripto; +e più di cento spirti entro sediero. + +‘In exitu Isräel de Aegypto’ +cantavan tutti insieme ad una voce +con quanto di quel salmo è poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; +ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: +ed el sen gì, come venne, veloce. + +La turba che rimase lì, selvaggia +parea del loco, rimirando intorno +come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno +lo sol, ch’avea con le saette conte +di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alzò la fronte +ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, +mostratene la via di gire al monte». + +E Virgilio rispuose: «Voi credete +forse che siamo esperti d’esto loco; +ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, +per altra via, che fu sì aspra e forte, +che lo salire omai ne parrà gioco». + +L’anime, che si fuor di me accorte, +per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, +maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo +tragge la gente per udir novelle, +e di calcar nessun si mostra schivo, + +così al viso mio s’affisar quelle +anime fortunate tutte quante, +quasi oblïando d’ire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante +per abbracciarmi con sì grande affetto, +che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! +tre volte dietro a lei le mani avvinsi, +e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; +per che l’ombra sorrise e si ritrasse, +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse ch’io posasse; +allor conobbi chi era, e pregai +che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + +Rispuosemi: «Così com’ io t’amai +nel mortal corpo, così t’amo sciolta: +però m’arresto; ma tu perché vai?». + +«Casella mio, per tornar altra volta +là dov’ io son, fo io questo vïaggio», +diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + +Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, +se quei che leva quando e cui li piace, +più volte m’ha negato esto passaggio; + +ché di giusto voler lo suo si face: +veramente da tre mesi elli ha tolto +chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto +dove l’acqua di Tevero s’insala, +benignamente fu’ da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta l’ala, +però che sempre quivi si ricoglie +qual verso Acheronte non si cala». + +E io: «Se nuova legge non ti toglie +memoria o uso a l’amoroso canto +che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di ciò ti piaccia consolare alquanto +l’anima mia, che, con la sua persona +venendo qui, è affannata tanto!». + +‘Amor che ne la mente mi ragiona’ +cominciò elli allor sì dolcemente, +che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente +ch’eran con lui parevan sì contenti, +come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti +a le sue note; ed ecco il veglio onesto +gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare è questo? +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio +ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + +Come quando, cogliendo biado o loglio, +li colombi adunati a la pastura, +queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + +se cosa appare ond’ elli abbian paura, +subitamente lasciano star l’esca, +perch’ assaliti son da maggior cura; + +così vid’ io quella masnada fresca +lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, +com’ om che va, né sa dove rïesca; + +né la nostra partita fu men tosta. + + + + +Purgatorio +Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga +dispergesse color per la campagna, +rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i’ mi ristrinsi a la fida compagna: +e come sare’ io sanza lui corso? +chi m’avria tratto su per la montagna? + +El mi parea da sé stesso rimorso: +o dignitosa coscïenza e netta, +come t’è picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, +che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, +la mente mia, che prima era ristretta, + +lo ’ntento rallargò, sì come vaga, +e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio +che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, +rotto m’era dinanzi a la figura, +ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + +Io mi volsi dallato con paura +d’essere abbandonato, quand’ io vidi +solo dinanzi a me la terra oscura; + +e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», +a dir mi cominciò tutto rivolto; +«non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + +Vespero è già colà dov’ è sepolto +lo corpo dentro al quale io facea ombra; +Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, +non ti maravigliar più che d’i cieli +che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli +simili corpi la Virtù dispone +che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + +Matto è chi spera che nostra ragione +possa trascorrer la infinita via +che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; +ché, se potuto aveste veder tutto, +mestier non era parturir Maria; + +e disïar vedeste sanza frutto +tai che sarebbe lor disio quetato, +ch’etternalmente è dato lor per lutto: + +io dico d’Aristotile e di Plato +e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, +e più non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a piè del monte; +quivi trovammo la roccia sì erta, +che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turbìa la più diserta, +la più rotta ruina è una scala, +verso di quella, agevole e aperta. + +«Or chi sa da qual man la costa cala», +disse ’l maestro mio fermando ’l passo, +«sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + +E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso +essaminava del cammin la mente, +e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra m’apparì una gente +d’anime, che movieno i piè ver’ noi, +e non pareva, sì venïan lente. + +«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: +ecco di qua chi ne darà consiglio, +se tu da te medesmo aver nol puoi». + +Guardò allora, e con libero piglio +rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; +e tu ferma la spene, dolce figlio». + +Ancora era quel popol di lontano, +i’ dico dopo i nostri mille passi, +quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi +de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti +com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +«O ben finiti, o già spiriti eletti», +Virgilio incominciò, «per quella pace +ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + +ditene dove la montagna giace, +sì che possibil sia l’andare in suso; +ché perder tempo a chi più sa più spiace». + +Come le pecorelle escon del chiuso +a una, a due, a tre, e l’altre stanno +timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + +e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, +addossandosi a lei, s’ella s’arresta, +semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + +sì vid’ io muovere a venir la testa +di quella mandra fortunata allotta, +pudica in faccia e ne l’andare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta +la luce in terra dal mio destro canto, +sì che l’ombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser sé in dietro alquanto, +e tutti li altri che venieno appresso, +non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + +«Sanza vostra domanda io vi confesso +che questo è corpo uman che voi vedete; +per che ’l lume del sole in terra è fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete +che non sanza virtù che da ciel vegna +cerchi di soverchiar questa parete». + +Così ’l maestro; e quella gente degna +«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», +coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incominciò: «Chiunque +tu se’, così andando, volgi ’l viso: +pon mente se di là mi vedesti unque». + +Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: +biondo era e bello e di gentile aspetto, +ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + +Quand’ io mi fui umilmente disdetto +d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; +e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + +Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, +nepote di Costanza imperadrice; +ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice +de l’onor di Cicilia e d’Aragona, +e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + +Poscia ch’io ebbi rotta la persona +di due punte mortali, io mi rendei, +piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; +ma la bontà infinita ha sì gran braccia, +che prende ciò che si rivolge a lei. + +Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia +di me fu messo per Clemente allora, +avesse in Dio ben letta questa faccia, + +l’ossa del corpo mio sarieno ancora +in co del ponte presso a Benevento, +sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento +di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, +dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + +Per lor maladizion sì non si perde, +che non possa tornar, l’etterno amore, +mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero è che quale in contumacia more +di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, +star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, +in sua presunzïon, se tal decreto +più corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, +revelando a la mia buona Costanza +come m’hai visto, e anco esto divieto; + +ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + +Purgatorio +Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, +che alcuna virtù nostra comprenda, +l’anima bene ad essa si raccoglie, + +par ch’a nulla potenza più intenda; +e questo è contra quello error che crede +ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + +E però, quando s’ode cosa o vede +che tegna forte a sé l’anima volta, +vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + +ch’altra potenza è quella che l’ascolta, +e altra è quella c’ha l’anima intera: +questa è quasi legata e quella è sciolta. + +Di ciò ebb’ io esperïenza vera, +udendo quello spirto e ammirando; +ché ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non m’era accorto, quando +venimmo ove quell’ anime ad una +gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + +Maggiore aperta molte volte impruna +con una forcatella di sue spine +l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + +che non era la calla onde salìne +lo duca mio, e io appresso, soli, +come da noi la schiera si partìne. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, +montasi su in Bismantova e ’n Cacume +con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + +dico con l’ale snelle e con le piume +del gran disio, di retro a quel condotto +che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro ’l sasso rotto, +e d’ogne lato ne stringea lo stremo, +e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo +de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, +«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + +Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; +pur su al monte dietro a me acquista, +fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + +Lo sommo er’ alto che vincea la vista, +e la costa superba più assai +che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: +«O dolce padre, volgiti, e rimira +com’ io rimango sol, se non restai». + +«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», +additandomi un balzo poco in sùe +che da quel lato il poggio tutto gira. + +Sì mi spronaron le parole sue, +ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, +tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui +vòlti a levante ond’ eravam saliti, +che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; +poscia li alzai al sole, e ammirava +che da sinistra n’eravam feriti. + +Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava +stupido tutto al carro de la luce, +ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce +fossero in compagnia di quello specchio +che sù e giù del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodïaco rubecchio +ancora a l’Orse più stretto rotare, +se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, +dentro raccolto, imagina Sïòn +con questo monte in su la terra stare + +sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn +e diversi emisperi; onde la strada +che mal non seppe carreggiar Fetòn, + +vedrai come a costui convien che vada +da l’un, quando a colui da l’altro fianco, +se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + +«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco +non vid’ io chiaro sì com’ io discerno +là dove mio ingegno parea manco, + +che ’l mezzo cerchio del moto superno, +che si chiama Equatore in alcun’ arte, +e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + +per la ragion che di’, quinci si parte +verso settentrïon, quanto li Ebrei +vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei +quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale +più che salir non posson li occhi miei». + +Ed elli a me: «Questa montagna è tale, +che sempre al cominciar di sotto è grave; +e quant’ om più va sù, e men fa male. + +Però, quand’ ella ti parrà soave +tanto, che sù andar ti fia leggero +com’ a seconda giù andar per nave, + +allor sarai al fin d’esto sentiero; +quivi di riposar l’affanno aspetta. +Più non rispondo, e questo so per vero». + +E com’ elli ebbe sua parola detta, +una voce di presso sonò: «Forse +che di sedere in pria avrai distretta!». + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, +e vedemmo a mancina un gran petrone, +del qual né io né ei prima s’accorse. + +Là ci traemmo; e ivi eran persone +che si stavano a l’ombra dietro al sasso +come l’uom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, +sedeva e abbracciava le ginocchia, +tenendo ’l viso giù tra esse basso. + +«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia +colui che mostra sé più negligente +che se pigrizia fosse sua serocchia». + +Allor si volse a noi e puose mente, +movendo ’l viso pur su per la coscia, +e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia +che m’avacciava un poco ancor la lena, +non m’impedì l’andare a lui; e poscia + +ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, +dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole +da l’omero sinistro il carro mena?». + +Li atti suoi pigri e le corte parole +mosser le labbra mie un poco a riso; +poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perché assiso +quiritto se’? attendi tu iscorta, +o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + +Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? +ché non mi lascerebbe ire a’ martìri +l’angel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel m’aggiri +di fuor da essa, quanto fece in vita, +per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazïone in prima non m’aita +che surga sù di cuor che in grazia viva; +l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + +E già il poeta innanzi mi saliva, +e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco +meridïan dal sole e a la riva + +cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + +Purgatorio +Canto V + + +Io era già da quell’ ombre partito, +e seguitava l’orme del mio duca, +quando di retro a me, drizzando ’l dito, + +una gridò: «Ve’ che non par che luca +lo raggio da sinistra a quel di sotto, +e come vivo par che si conduca!». + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, +e vidile guardar per maraviglia +pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + +«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», +disse ’l maestro, «che l’andare allenti? +che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: +sta come torre ferma, che non crolla +già mai la cima per soffiar di venti; + +ché sempre l’omo in cui pensier rampolla +sovra pensier, da sé dilunga il segno, +perché la foga l’un de l’altro insolla». + +Che potea io ridir, se non «Io vegno»? +Dissilo, alquanto del color consperso +che fa l’uom di perdon talvolta degno. + +E ’ntanto per la costa di traverso +venivan genti innanzi a noi un poco, +cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + +Quando s’accorser ch’i’ non dava loco +per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, +mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, +corsero incontr’ a noi e dimandarne: +«Di vostra condizion fatene saggi». + +E ’l mio maestro: «Voi potete andarne +e ritrarre a color che vi mandaro +che ’l corpo di costui è vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, +com’ io avviso, assai è lor risposto: +fàccianli onore, ed esser può lor caro». + +Vapori accesi non vid’ io sì tosto +di prima notte mai fender sereno, +né, sol calando, nuvole d’agosto, + +che color non tornasser suso in meno; +e, giunti là, con li altri a noi dier volta, +come schiera che scorre sanza freno. + +«Questa gente che preme a noi è molta, +e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: +«però pur va, e in andando ascolta». + +«O anima che vai per esser lieta +con quelle membra con le quai nascesti», +venian gridando, «un poco il passo queta. + +Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, +sì che di lui di là novella porti: +deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + +Noi fummo tutti già per forza morti, +e peccatori infino a l’ultima ora; +quivi lume del ciel ne fece accorti, + +sì che, pentendo e perdonando, fora +di vita uscimmo a Dio pacificati, +che del disio di sé veder n’accora». + +E io: «Perché ne’ vostri visi guati, +non riconosco alcun; ma s’a voi piace +cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io farò per quella pace +che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, +di mondo in mondo cercar mi si face». + +E uno incominciò: «Ciascun si fida +del beneficio tuo sanza giurarlo, +pur che ’l voler nonpossa non ricida. + +Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, +ti priego, se mai vedi quel paese +che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese +in Fano, sì che ben per me s’adori +pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu’ io; ma li profondi fóri +ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, +fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +là dov’ io più sicuro esser credea: +quel da Esti il fé far, che m’avea in ira +assai più là che dritto non volea. + +Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, +quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, +ancor sarei di là dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco +m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io +de le mie vene farsi in terra laco». + +Poi disse un altro: «Deh, se quel disio +si compia che ti tragge a l’alto monte, +con buona pïetate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; +Giovanna o altri non ha di me cura; +per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + +E io a lui: «Qual forza o qual ventura +ti travïò sì fuor di Campaldino, +che non si seppe mai tua sepultura?». + +«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino +traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, +che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + +Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, +arriva’ io forato ne la gola, +fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola; +nel nome di Maria fini’, e quivi +caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: +l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno +gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + +Tu te ne porti di costui l’etterno +per una lagrimetta che ’l mi toglie; +ma io farò de l’altro altro governo!”. + +Ben sai come ne l’aere si raccoglie +quell’ umido vapor che in acqua riede, +tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede +con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento +per la virtù che sua natura diede. + +Indi la valle, come ’l dì fu spento, +da Pratomagno al gran giogo coperse +di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + +sì che ’l pregno aere in acqua si converse; +la pioggia cadde, e a’ fossati venne +di lei ciò che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, +ver’ lo fiume real tanto veloce +si ruinò, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce +trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse +ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + +ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; +voltòmmi per le ripe e per lo fondo, +poi di sua preda mi coperse e cinse». + +«Deh, quando tu sarai tornato al mondo +e riposato de la lunga via», +seguitò ’l terzo spirito al secondo, + +«ricorditi di me, che son la Pia; +Siena mi fé, disfecemi Maremma: +salsi colui che ’nnanellata pria + +disposando m’avea con la sua gemma». + + + + +Purgatorio +Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, +colui che perde si riman dolente, +repetendo le volte, e tristo impara; + +con l’altro se ne va tutta la gente; +qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, +e qual dallato li si reca a mente; + +el non s’arresta, e questo e quello intende; +a cui porge la man, più non fa pressa; +e così da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, +volgendo a loro, e qua e là, la faccia, +e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv’ era l’Aretin che da le braccia +fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, +e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte +Federigo Novello, e quel da Pisa +che fé parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e l’anima divisa +dal corpo suo per astio e per inveggia, +com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, +mentr’ è di qua, la donna di Brabante, +sì che però non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante +quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, +sì che s’avacci lor divenir sante, + +io cominciai: «El par che tu mi nieghi, +o luce mia, espresso in alcun testo +che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: +sarebbe dunque loro speme vana, +o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + +Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; +e la speranza di costor non falla, +se ben si guarda con la mente sana; + +ché cima di giudicio non s’avvalla +perché foco d’amor compia in un punto +ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + +e là dov’ io fermai cotesto punto, +non s’ammendava, per pregar, difetto, +perché ’l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a così alto sospetto +non ti fermar, se quella nol ti dice +che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + +Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; +tu la vedrai di sopra, in su la vetta +di questo monte, ridere e felice». + +E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, +ché già non m’affatico come dianzi, +e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + +«Noi anderem con questo giorno innanzi», +rispuose, «quanto più potremo omai; +ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + +Prima che sie là sù, tornar vedrai +colui che già si cuopre de la costa, +sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi là un’anima che, posta +sola soletta, inverso noi riguarda: +quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + +Venimmo a lei: o anima lombarda, +come ti stavi altera e disdegnosa +e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dicëa alcuna cosa, +ma lasciavane gir, solo sguardando +a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando +che ne mostrasse la miglior salita; +e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita +ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava +«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + +surse ver’ lui del loco ove pria stava, +dicendo: «O Mantoano, io son Sordello +de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, +nave sanza nocchiere in gran tempesta, +non donna di province, ma bordello! + +Quell’ anima gentil fu così presta, +sol per lo dolce suon de la sua terra, +di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra +li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode +di quei ch’un muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode +le tue marine, e poi ti guarda in seno, +s’alcuna parte in te di pace gode. + +Che val perché ti racconciasse il freno +Iustinïano, se la sella è vòta? +Sanz’ esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, +e lasciar seder Cesare in la sella, +se bene intendi ciò che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera è fatta fella +per non esser corretta da li sproni, +poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco ch’abbandoni +costei ch’è fatta indomita e selvaggia, +e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia +sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, +tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + +Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, +per cupidigia di costà distretti, +che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, +Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: +color già tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura +d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; +e vedrai Santafior com’ è oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne +vedova e sola, e dì e notte chiama: +«Cesare mio, perché non m’accompagne?». + +Vieni a veder la gente quanto s’ama! +e se nulla di noi pietà ti move, +a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m’è, o sommo Giove +che fosti in terra per noi crucifisso, +son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O è preparazion che ne l’abisso +del tuo consiglio fai per alcun bene +in tutto de l’accorger nostro scisso? + +Ché le città d’Italia tutte piene +son di tiranni, e un Marcel diventa +ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta +di questa digression che non ti tocca, +mercé del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca +per non venir sanza consiglio a l’arco; +ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; +ma il popol tuo solicito risponde +sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + +Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: +tu ricca, tu con pace e tu con senno! +S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno +l’antiche leggi e furon sì civili, +fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili +provedimenti, ch’a mezzo novembre +non giugne quel che tu d’ottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, +legge, moneta, officio e costume +hai tu mutato, e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, +vedrai te somigliante a quella inferma +che non può trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + +Purgatorio +Canto VII + + +Poscia che l’accoglienze oneste e liete +furo iterate tre e quattro volte, +Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + +«Anzi che a questo monte fosser volte +l’anime degne di salire a Dio, +fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null’ altro rio +lo ciel perdei che per non aver fé». +Così rispuose allora il duca mio. + +Qual è colui che cosa innanzi sé +sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, +che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + +tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, +e umilmente ritornò ver’ lui, +e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + +«O gloria di Latin», disse, «per cui +mostrò ciò che potea la lingua nostra, +o pregio etterno del loco ond’ io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? +S’io son d’udir le tue parole degno, +dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + +«Per tutt’ i cerchi del dolente regno», +rispuose lui, «son io di qua venuto; +virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto +a veder l’alto Sol che tu disiri +e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo è là giù non tristo di martìri, +ma di tenebre solo, ove i lamenti +non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti +dai denti morsi de la morte avante +che fosser da l’umana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante +virtù non si vestiro, e sanza vizio +conobber l’altre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio +dà noi per che venir possiam più tosto +là dove purgatorio ha dritto inizio». + +Rispuose: «Loco certo non c’è posto; +licito m’è andar suso e intorno; +per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + +Ma vedi già come dichina il giorno, +e andar sù di notte non si puote; +però è buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote; +se mi consenti, io ti merrò ad esse, +e non sanza diletto ti fier note». + +«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse +salir di notte, fora elli impedito +d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + +E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, +dicendo: «Vedi? sola questa riga +non varcheresti dopo ’l sol partito: + +non però ch’altra cosa desse briga, +che la notturna tenebra, ad ir suso; +quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso +e passeggiar la costa intorno errando, +mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, +«Menane», disse, «dunque là ’ve dici +ch’aver si può diletto dimorando». + +Poco allungati c’eravam di lici, +quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, +a guisa che i vallon li sceman quici. + +«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo +dove la costa face di sé grembo; +e là il novo giorno attenderemo». + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, +che ne condusse in fianco de la lacca, +là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, +indaco, legno lucido e sereno, +fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + +da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno +posti, ciascun saria di color vinto, +come dal suo maggiore è vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, +ma di soavità di mille odori +vi facea uno incognito e indistinto. + +‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori +quindi seder cantando anime vidi, +che per la valle non parean di fuori. + +«Prima che ’l poco sole omai s’annidi», +cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, +«tra color non vogliate ch’io vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e ’ volti +conoscerete voi di tutti quanti, +che ne la lama giù tra essi accolti. + +Colui che più siede alto e fa sembianti +d’aver negletto ciò che far dovea, +e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea +sanar le piaghe c’hanno Italia morta, +sì che tardi per altri si ricrea. + +L’altro che ne la vista lui conforta, +resse la terra dove l’acqua nasce +che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce +fu meglio assai che Vincislao suo figlio +barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio +par con colui c’ha sì benigno aspetto, +morì fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate là come si batte il petto! +L’altro vedete c’ha fatto a la guancia +de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: +sanno la vita sua viziata e lorda, +e quindi viene il duol che sì li lancia. + +Quel che par sì membruto e che s’accorda, +cantando, con colui dal maschio naso, +d’ogne valor portò cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso +lo giovanetto che retro a lui siede, +ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de l’altre rede; +Iacomo e Federigo hanno i reami; +del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami +l’umana probitate; e questo vole +quei che la dà, perché da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole +non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, +onde Puglia e Proenza già si dole. + +Tant’ è del seme suo minor la pianta, +quanto, più che Beatrice e Margherita, +Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita +seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: +questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + +Quel che più basso tra costor s’atterra, +guardando in suso, è Guiglielmo marchese, +per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + +Purgatorio +Canto VIII + + +Era già l’ora che volge il disio +ai navicanti e ’ntenerisce il core +lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin d’amore +punge, se ode squilla di lontano +che paia il giorno pianger che si more; + +quand’ io incominciai a render vano +l’udire e a mirare una de l’alme +surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e levò ambo le palme, +ficcando li occhi verso l’orïente, +come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + +‘Te lucis ante’ sì devotamente +le uscìo di bocca e con sì dolci note, +che fece me a me uscir di mente; + +e l’altre poi dolcemente e devote +seguitar lei per tutto l’inno intero, +avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, +ché ’l velo è ora ben tanto sottile, +certo che ’l trapassar dentro è leggero. + +Io vidi quello essercito gentile +tacito poscia riguardare in sùe, +quasi aspettando, palido e umìle; + +e vidi uscir de l’alto e scender giùe +due angeli con due spade affocate, +tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate +erano in veste, che da verdi penne +percosse traean dietro e ventilate. + +L’un poco sovra noi a star si venne, +e l’altro scese in l’opposita sponda, +sì che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discernëa in lor la testa bionda; +ma ne la faccia l’occhio si smarria, +come virtù ch’a troppo si confonda. + +«Ambo vegnon del grembo di Maria», +disse Sordello, «a guardia de la valle, +per lo serpente che verrà vie via». + +Ond’ io, che non sapeva per qual calle, +mi volsi intorno, e stretto m’accostai, +tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: «Or avvalliamo omai +tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; +grazïoso fia lor vedervi assai». + +Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, +e fui di sotto, e vidi un che mirava +pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp’ era già che l’aere s’annerava, +ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei +non dichiarisse ciò che pria serrava. + +Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: +giudice Nin gentil, quanto mi piacque +quando ti vidi non esser tra ’ rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; +poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti +a piè del monte per le lontane acque?». + +«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi +venni stamane, e sono in prima vita, +ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + +E come fu la mia risposta udita, +Sordello ed elli in dietro si raccolse +come gente di sùbito smarrita. + +L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse +che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! +vieni a veder che Dio per grazia volse». + +Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado +che tu dei a colui che sì nasconde +lo suo primo perché, che non lì è guado, + +quando sarai di là da le larghe onde, +dì a Giovanna mia che per me chiami +là dove a li ’nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre più m’ami, +poscia che trasmutò le bianche bende, +le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende +quanto in femmina foco d’amor dura, +se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + +Non le farà sì bella sepultura +la vipera che Melanesi accampa, +com’ avria fatto il gallo di Gallura». + +Così dicea, segnato de la stampa, +nel suo aspetto, di quel dritto zelo +che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, +pur là dove le stelle son più tarde, +sì come rota più presso a lo stelo. + +E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». +E io a lui: «A quelle tre facelle +di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + +Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle +che vedevi staman, son di là basse, +e queste son salite ov’ eran quelle». + +Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse +dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; +e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo +la picciola vallea, era una biscia, +forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, +volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso +leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e però dicer non posso, +come mosser li astor celestïali; +ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + +Sentendo fender l’aere a le verdi ali, +fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, +suso a le poste rivolando iguali. + +L’ombra che s’era al giudice raccolta +quando chiamò, per tutto quello assalto +punto non fu da me guardare sciolta. + +«Se la lucerna che ti mena in alto +truovi nel tuo arbitrio tanta cera +quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + +cominciò ella, «se novella vera +di Val di Magra o di parte vicina +sai, dillo a me, che già grande là era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; +non son l’antico, ma di lui discesi; +a’ miei portai l’amor che qui raffina». + +«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi +già mai non fui; ma dove si dimora +per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, +grida i segnori e grida la contrada, +sì che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, s’io di sopra vada, +che vostra gente onrata non si sfregia +del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura sì la privilegia, +che, perché il capo reo il mondo torca, +sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + +Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca +sette volte nel letto che ’l Montone +con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinïone +ti fia chiavata in mezzo de la testa +con maggior chiovi che d’altrui sermone, + +se corso di giudicio non s’arresta». + + + + +Purgatorio +Canto IX + + +La concubina di Titone antico +già s’imbiancava al balco d’orïente, +fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, +poste in figura del freddo animale +che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de’ passi con che sale, +fatti avea due nel loco ov’ eravamo, +e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + +quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, +vinto dal sonno, in su l’erba inchinai +là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + +Ne l’ora che comincia i tristi lai +la rondinella presso a la mattina, +forse a memoria de’ suo’ primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina +più da la carne e men da’ pensier presa, +a le sue visïon quasi è divina, + +in sogno mi parea veder sospesa +un’aguglia nel ciel con penne d’oro, +con l’ali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea là dove fuoro +abbandonati i suoi da Ganimede, +quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: ‘Forse questa fiede +pur qui per uso, e forse d’altro loco +disdegna di portarne suso in piede’. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, +terribil come folgor discendesse, +e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; +e sì lo ’ncendio imaginato cosse, +che convenne che ’l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, +li occhi svegliati rivolgendo in giro +e non sappiendo là dove si fosse, + +quando la madre da Chirón a Schiro +trafuggò lui dormendo in le sue braccia, +là onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss’ io, sì come da la faccia +mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, +come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato m’era solo il mio conforto, +e ’l sole er’ alto già più che due ore, +e ’l viso m’era a la marina torto. + +«Non aver tema», disse il mio segnore; +«fatti sicur, ché noi semo a buon punto; +non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se’ omai al purgatorio giunto: +vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; +vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + +Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, +quando l’anima tua dentro dormia, +sovra li fiori ond’ è là giù addorno + +venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; +lasciatemi pigliar costui che dorme; +sì l’agevolerò per la sua via”. + +Sordel rimase e l’altre genti forme; +ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, +sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti posò, ma pria mi dimostraro +li occhi suoi belli quella intrata aperta; +poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + +A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta +e che muta in conforto sua paura, +poi che la verità li è discoperta, + +mi cambia’ io; e come sanza cura +vide me ’l duca mio, su per lo balzo +si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + +Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo +la mia matera, e però con più arte +non ti maravigliar s’io la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte +che là dove pareami prima rotto, +pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto +per gire ad essa, di color diversi, +e un portier ch’ancor non facea motto. + +E come l’occhio più e più v’apersi, +vidil seder sovra ’l grado sovrano, +tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + +e una spada nuda avëa in mano, +che reflettëa i raggi sì ver’ noi, +ch’io drizzava spesso il viso in vano. + +«Dite costinci: che volete voi?», +cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? +Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + +«Donna del ciel, di queste cose accorta», +rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi +ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + +«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», +ricominciò il cortese portinaio: +«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + +Là ne venimmo; e lo scaglion primaio +bianco marmo era sì pulito e terso, +ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto più che perso, +d’una petrina ruvida e arsiccia, +crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, +porfido mi parea, sì fiammeggiante +come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tenëa ambo le piante +l’angel di Dio sedendo in su la soglia +che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi sù di buona voglia +mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi +umilemente che ’l serrame scioglia». + +Divoto mi gittai a’ santi piedi; +misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, +ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse +col punton de la spada, e «Fa che lavi, +quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, +d’un color fora col suo vestimento; +e di sotto da quel trasse due chiavi. + +L’una era d’oro e l’altra era d’argento; +pria con la bianca e poscia con la gialla +fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + +«Quandunque l’una d’este chiavi falla, +che non si volga dritta per la toppa», +diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + +Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa +d’arte e d’ingegno avanti che diserri, +perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri +anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, +pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + +Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, +dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti +che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + +E quando fuor ne’ cardini distorti +li spigoli di quella regge sacra, +che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghiò sì né si mostrò sì acra +Tarpëa, come tolto le fu il buono +Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, +e ‘Te Deum laudamus’ mi parea +udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea +ciò ch’io udiva, qual prender si suole +quando a cantar con organi si stea; + +ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + +Purgatorio +Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta +che ’l mal amor de l’anime disusa, +perché fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti’ esser richiusa; +e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, +qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, +che si moveva e d’una e d’altra parte, +sì come l’onda che fugge e s’appressa. + +«Qui si conviene usare un poco d’arte», +cominciò ’l duca mio, «in accostarsi +or quinci, or quindi al lato che si parte». + +E questo fece i nostri passi scarsi, +tanto che pria lo scemo de la luna +rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; +ma quando fummo liberi e aperti +sù dove il monte in dietro si rauna, + +ïo stancato e amendue incerti +di nostra via, restammo in su un piano +solingo più che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, +al piè de l’alta ripa che pur sale, +misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, +or dal sinistro e or dal destro fianco, +questa cornice mi parea cotale. + +Là sù non eran mossi i piè nostri anco, +quand’ io conobbi quella ripa intorno +che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno +d’intagli sì, che non pur Policleto, +ma la natura lì avrebbe scorno. + +L’angel che venne in terra col decreto +de la molt’ anni lagrimata pace, +ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva sì verace +quivi intagliato in un atto soave, +che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; +perché iv’ era imaginata quella +ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella +‘Ecce ancilla Deï’, propriamente +come figura in cera si suggella. + +«Non tener pur ad un loco la mente», +disse ’l dolce maestro, che m’avea +da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + +Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea +di retro da Maria, da quella costa +onde m’era colui che mi movea, + +un’altra storia ne la roccia imposta; +per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, +acciò che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato lì nel marmo stesso +lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, +per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, +partita in sette cori, a’ due mie’ sensi +faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + +Similemente al fummo de li ’ncensi +che v’era imaginato, li occhi e ’l naso +e al sì e al no discordi fensi. + +Lì precedeva al benedetto vaso, +trescando alzato, l’umile salmista, +e più e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigïata ad una vista +d’un gran palazzo, Micòl ammirava +sì come donna dispettosa e trista. + +I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, +per avvisar da presso un’altra istoria, +che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + +Quiv’ era storïata l’alta gloria +del roman principato, il cui valore +mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i’ dico di Traiano imperadore; +e una vedovella li era al freno, +di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno +di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro +sovr’ essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro +pareva dir: «Segnor, fammi vendetta +di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + +ed elli a lei rispondere: «Or aspetta +tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», +come persona in cui dolor s’affretta, + +«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, +la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene +a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + +ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene +ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: +giustizia vuole e pietà mi ritene». + +Colui che mai non vide cosa nova +produsse esto visibile parlare, +novello a noi perché qui non si trova. + +Mentr’ io mi dilettava di guardare +l’imagini di tante umilitadi, +e per lo fabbro loro a veder care, + +«Ecco di qua, ma fanno i passi radi», +mormorava il poeta, «molte genti: +questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + +Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti +per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, +volgendosi ver’ lui non furon lenti. + +Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi +di buon proponimento per udire +come Dio vuol che ’l debito si paghi. + +Non attender la forma del martìre: +pensa la succession; pensa ch’al peggio +oltre la gran sentenza non può ire. + +Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio +muovere a noi, non mi sembian persone, +e non so che, sì nel veder vaneggio». + +Ed elli a me: «La grave condizione +di lor tormento a terra li rannicchia, +sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + +Ma guarda fiso là, e disviticchia +col viso quel che vien sotto a quei sassi: +già scorger puoi come ciascun si picchia». + +O superbi cristian, miseri lassi, +che, de la vista de la mente infermi, +fidanza avete ne’ retrosi passi, + +non v’accorgete voi che noi siam vermi +nati a formar l’angelica farfalla, +che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che l’animo vostro in alto galla, +poi siete quasi antomata in difetto, +sì come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, +per mensola talvolta una figura +si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura +nascere ’n chi la vede; così fatti +vid’ io color, quando puosi ben cura. + +Vero è che più e meno eran contratti +secondo ch’avien più e meno a dosso; +e qual più pazïenza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + +Purgatorio +Canto XI + + +«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, +non circunscritto, ma per più amore +ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + +laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore +da ogne creatura, com’ è degno +di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, +ché noi ad essa non potem da noi, +s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi +fan sacrificio a te, cantando osanna, +così facciano li uomini de’ suoi. + +Dà oggi a noi la cotidiana manna, +sanza la qual per questo aspro diserto +a retro va chi più di gir s’affanna. + +E come noi lo mal ch’avem sofferto +perdoniamo a ciascuno, e tu perdona +benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virtù che di legger s’adona, +non spermentar con l’antico avversaro, +ma libera da lui che sì la sprona. + +Quest’ ultima preghiera, segnor caro, +già non si fa per noi, ché non bisogna, +ma per color che dietro a noi restaro». + +Così a sé e noi buona ramogna +quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, +simile a quel che talvolta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo +e lasse su per la prima cornice, +purgando la caligine del mondo. + +Se di là sempre ben per noi si dice, +di qua che dire e far per lor si puote +da quei c’hanno al voler buona radice? + +Ben si de’ loro atar lavar le note +che portar quinci, sì che, mondi e lievi, +possano uscire a le stellate ruote. + +«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi +tosto, sì che possiate muover l’ala, +che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver’ la scala +si va più corto; e se c’è più d’un varco, +quel ne ’nsegnate che men erto cala; + +ché questi che vien meco, per lo ’ncarco +de la carne d’Adamo onde si veste, +al montar sù, contra sua voglia, è parco». + +Le lor parole, che rendero a queste +che dette avea colui cu’ io seguiva, +non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: «A man destra per la riva +con noi venite, e troverete il passo +possibile a salir persona viva. + +E s’io non fossi impedito dal sasso +che la cervice mia superba doma, +onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, ch’ancor vive e non si noma, +guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, +e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato d’un gran Tosco: +Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; +non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + +L’antico sangue e l’opere leggiadre +d’i miei maggior mi fer sì arrogante, +che, non pensando a la comune madre, + +ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, +ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, +e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno +superbia fa, ché tutti miei consorti +ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien ch’io questo peso porti +per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, +poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + +Ascoltando chinai in giù la faccia; +e un di lor, non questi che parlava, +si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, +tenendo li occhi con fatica fisi +a me che tutto chin con loro andava. + +«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, +l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte +ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + +«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte +che pennelleggia Franco Bolognese; +l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare’ io stato sì cortese +mentre ch’io vissi, per lo gran disio +de l’eccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; +e ancor non sarei qui, se non fosse +che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de l’umane posse! +com’ poco verde in su la cima dura, +se non è giunta da l’etati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura +tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, +sì che la fama di colui è scura. + +Così ha tolto l’uno a l’altro Guido +la gloria de la lingua; e forse è nato +chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + +Non è il mondan romore altro ch’un fiato +di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, +e muta nome perché muta lato. + +Che voce avrai tu più, se vecchia scindi +da te la carne, che se fossi morto +anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + +pria che passin mill’ anni? ch’è più corto +spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia +al cerchio che più tardi in cielo è torto. + +Colui che del cammin sì poco piglia +dinanzi a me, Toscana sonò tutta; +e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond’ era sire quando fu distrutta +la rabbia fiorentina, che superba +fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + +La vostra nominanza è color d’erba, +che viene e va, e quei la discolora +per cui ella esce de la terra acerba». + +E io a lui: «Tuo vero dir m’incora +bona umiltà, e gran tumor m’appiani; +ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + +«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; +ed è qui perché fu presuntüoso +a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito è così e va, sanza riposo, +poi che morì; cotal moneta rende +a sodisfar chi è di là troppo oso». + +E io: «Se quello spirito ch’attende, +pria che si penta, l’orlo de la vita, +qua giù dimora e qua sù non ascende, + +se buona orazïon lui non aita, +prima che passi tempo quanto visse, +come fu la venuta lui largita?». + +«Quando vivea più glorïoso», disse, +«liberamente nel Campo di Siena, +ogne vergogna diposta, s’affisse; + +e lì, per trar l’amico suo di pena, +ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, +si condusse a tremar per ogne vena. + +Più non dirò, e scuro so che parlo; +ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini +faranno sì che tu potrai chiosarlo. + +Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + +Purgatorio +Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, +m’andava io con quell’ anima carca, +fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: «Lascia lui e varca; +ché qui è buono con l’ali e coi remi, +quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + +dritto sì come andar vuolsi rife’mi +con la persona, avvegna che i pensieri +mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io m’era mosso, e seguia volontieri +del mio maestro i passi, e amendue +già mostravam com’ eravam leggeri; + +ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: +buon ti sarà, per tranquillar la via, +veder lo letto de le piante tue». + +Come, perché di lor memoria sia, +sovra i sepolti le tombe terragne +portan segnato quel ch’elli eran pria, + +onde lì molte volte si ripiagne +per la puntura de la rimembranza, +che solo a’ pïi dà de le calcagne; + +sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza +secondo l’artificio, figurato +quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato +più ch’altra creatura, giù dal cielo +folgoreggiando scender, da l’un lato. + +Vedëa Brïareo fitto dal telo +celestïal giacer, da l’altra parte, +grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, +armati ancora, intorno al padre loro, +mirar le membra d’i Giganti sparte. + +Vedea Nembròt a piè del gran lavoro +quasi smarrito, e riguardar le genti +che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + +O Nïobè, con che occhi dolenti +vedea io te segnata in su la strada, +tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Saùl, come in su la propria spada +quivi parevi morto in Gelboè, +che poi non sentì pioggia né rugiada! + +O folle Aragne, sì vedea io te +già mezza ragna, trista in su li stracci +de l’opera che mal per te si fé. + +O Roboàm, già non par che minacci +quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento +nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento +come Almeon a sua madre fé caro +parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro +sovra Sennacherìb dentro dal tempio, +e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e ’l crudo scempio +che fé Tamiri, quando disse a Ciro: +«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + +Mostrava come in rotta si fuggiro +li Assiri, poi che fu morto Oloferne, +e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; +o Ilïón, come te basso e vile +mostrava il segno che lì si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile +che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi +mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: +non vide mei di me chi vide il vero, +quant’ io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, +figliuoli d’Eva, e non chinate il volto +sì che veggiate il vostro mal sentero! + +Più era già per noi del monte vòlto +e del cammin del sole assai più speso +che non stimava l’animo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso +andava, cominciò: «Drizza la testa; +non è più tempo di gir sì sospeso. + +Vedi colà un angel che s’appresta +per venir verso noi; vedi che torna +dal servigio del dì l’ancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, +sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; +pensa che questo dì mai non raggiorna!». + +Io era ben del suo ammonir uso +pur di non perder tempo, sì che ’n quella +materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi venìa la creatura bella, +biancovestito e ne la faccia quale +par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; +disse: «Venite: qui son presso i gradi, +e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: +o gente umana, per volar sù nata, +perché a poco vento così cadi?». + +Menocci ove la roccia era tagliata; +quivi mi batté l’ali per la fronte; +poi mi promise sicura l’andata. + +Come a man destra, per salire al monte +dove siede la chiesa che soggioga +la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar l’ardita foga +per le scalee che si fero ad etade +ch’era sicuro il quaderno e la doga; + +così s’allenta la ripa che cade +quivi ben ratta da l’altro girone; +ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, +‘Beati pauperes spiritu!’ voci +cantaron sì, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci +da l’infernali! ché quivi per canti +s’entra, e là giù per lamenti feroci. + +Già montavam su per li scaglion santi, +ed esser mi parea troppo più lieve +che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve +levata s’è da me, che nulla quasi +per me fatica, andando, si riceve?». + +Rispuose: «Quando i P che son rimasi +ancor nel volto tuo presso che stinti, +saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + +fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, +che non pur non fatica sentiranno, +ma fia diletto loro esser sù pinti». + +Allor fec’ io come color che vanno +con cosa in capo non da lor saputa, +se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar s’aiuta, +e cerca e truova e quello officio adempie +che non si può fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie +trovai pur sei le lettere che ’ncise +quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + +Purgatorio +Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, +dove secondamente si risega +lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi così una cornice lega +dintorno il poggio, come la primaia; +se non che l’arco suo più tosto piega. + +Ombra non lì è né segno che si paia: +parsi la ripa e parsi la via schietta +col livido color de la petraia. + +«Se qui per dimandar gente s’aspetta», +ragionava il poeta, «io temo forse +che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + +Poi fisamente al sole li occhi porse; +fece del destro lato a muover centro, +e la sinistra parte di sé torse. + +«O dolce lume a cui fidanza i’ entro +per lo novo cammin, tu ne conduci», +dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; +s’altra ragione in contrario non ponta, +esser dien sempre li tuoi raggi duci». + +Quanto di qua per un migliaio si conta, +tanto di là eravam noi già iti, +con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, +non però visti, spiriti parlando +a la mensa d’amor cortesi inviti. + +La prima voce che passò volando +‘Vinum non habent’ altamente disse, +e dietro a noi l’andò reïterando. + +E prima che del tutto non si udisse +per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ +passò gridando, e anco non s’affisse. + +«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». +E com’ io domandai, ecco la terza +dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + +E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza +la colpa de la invidia, e però sono +tratte d’amor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; +credo che l’udirai, per mio avviso, +prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, +e vedrai gente innanzi a noi sedersi, +e ciascun è lungo la grotta assiso». + +Allora più che prima li occhi apersi; +guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti +al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco più avanti, +udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: +gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + +Non credo che per terra vada ancoi +omo sì duro, che non fosse punto +per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + +ché, quando fui sì presso di lor giunto, +che li atti loro a me venivan certi, +per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, +e l’un sofferia l’altro con la spalla, +e tutti da la ripa eran sofferti. + +Così li ciechi a cui la roba falla, +stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, +e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + +perché ’n altrui pietà tosto si pogna, +non pur per lo sonar de le parole, +ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, +così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, +luce del ciel di sé largir non vole; + +ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra +e cusce sì, come a sparvier selvaggio +si fa però che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, +veggendo altrui, non essendo veduto: +per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; +e però non attese mia dimanda, +ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + +Virgilio mi venìa da quella banda +de la cornice onde cader si puote, +perché da nulla sponda s’inghirlanda; + +da l’altra parte m’eran le divote +ombre, che per l’orribile costura +premevan sì, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e: «O gente sicura», +incominciai, «di veder l’alto lume +che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume +di vostra coscïenza sì che chiaro +per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, ché mi fia grazioso e caro, +s’anima è qui tra voi che sia latina; +e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + +«O frate mio, ciascuna è cittadina +d’una vera città; ma tu vuo’ dire +che vivesse in Italia peregrina». + +Questo mi parve per risposta udire +più innanzi alquanto che là dov’ io stava, +ond’ io mi feci ancor più là sentire. + +Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava +in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, +lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + +«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, +se tu se’ quelli che mi rispondesti, +fammiti conto o per luogo o per nome». + +«Io fui sanese», rispuose, «e con questi +altri rimendo qui la vita ria, +lagrimando a colui che sé ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapìa +fossi chiamata, e fui de li altrui danni +più lieta assai che di ventura mia. + +E perché tu non creda ch’io t’inganni, +odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, +già discendendo l’arco d’i miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle +in campo giunti co’ loro avversari, +e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + +Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari +passi di fuga; e veggendo la caccia, +letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, +gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, +come fé ’l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo +de la mia vita; e ancor non sarebbe +lo mio dover per penitenza scemo, + +se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe +Pier Pettinaio in sue sante orazioni, +a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se’, che nostre condizioni +vai dimandando, e porti li occhi sciolti, +sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + +«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, +ma picciol tempo, ché poca è l’offesa +fatta per esser con invidia vòlti. + +Troppa è più la paura ond’ è sospesa +l’anima mia del tormento di sotto, +che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + +Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto +qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». +E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + +E vivo sono; e però mi richiedi, +spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova +di là per te ancor li mortai piedi». + +«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», +rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; +però col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu più brami, +se mai calchi la terra di Toscana, +che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana +che spera in Talamone, e perderagli +più di speranza ch’a trovar la Diana; + +ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + +Purgatorio +Canto XIV + + +«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia +prima che morte li abbia dato il volo, +e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + +«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; +domandal tu che più li t’avvicini, +e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + +Così due spirti, l’uno a l’altro chini, +ragionavan di me ivi a man dritta; +poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse l’uno: «O anima che fitta +nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, +per carità ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se’; ché tu ne fai +tanto maravigliar de la tua grazia, +quanto vuol cosa che non fu più mai». + +E io: «Per mezza Toscana si spazia +un fiumicel che nasce in Falterona, +e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr’ esso rech’ io questa persona: +dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, +ché ’l nome mio ancor molto non suona». + +«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno +con lo ’ntelletto», allora mi rispuose +quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + +E l’altro disse lui: «Perché nascose +questi il vocabol di quella riviera, +pur com’ om fa de l’orribili cose?». + +E l’ombra che di ciò domandata era, +si sdebitò così: «Non so; ma degno +ben è che ’l nome di tal valle pèra; + +ché dal principio suo, ov’ è sì pregno +l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, +che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin là ’ve si rende per ristoro +di quel che ’l ciel de la marina asciuga, +ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + +vertù così per nimica si fuga +da tutti come biscia, o per sventura +del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond’ hanno sì mutata lor natura +li abitator de la misera valle, +che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, più degni di galle +che d’altro cibo fatto in uman uso, +dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, +ringhiosi più che non chiede lor possa, +e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, +tanto più trova di can farsi lupi +la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per più pelaghi cupi, +trova le volpi sì piene di froda, +che non temono ingegno che le occùpi. + +Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; +e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta +di ciò che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa +cacciator di quei lupi in su la riva +del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; +poscia li ancide come antica belva; +molti di vita e sé di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; +lasciala tal, che di qui a mille anni +ne lo stato primaio non si rinselva». + +Com’ a l’annunzio di dogliosi danni +si turba il viso di colui ch’ascolta, +da qual che parte il periglio l’assanni, + +così vid’ io l’altr’ anima, che volta +stava a udir, turbarsi e farsi trista, +poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + +Lo dir de l’una e de l’altra la vista +mi fer voglioso di saper lor nomi, +e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlòmi +ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca +nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca +tanto sua grazia, non ti sarò scarso; +però sappi ch’io fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, +che se veduto avesse uom farsi lieto, +visto m’avresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; +o gente umana, perché poni ’l core +là ’v’ è mestier di consorte divieto? + +Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore +de la casa da Calboli, ove nullo +fatto s’è reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue è fatto brullo, +tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, +del ben richesto al vero e al trastullo; + +ché dentro a questi termini è ripieno +di venenosi sterpi, sì che tardi +per coltivare omai verrebber meno. + +Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? +Pier Traversaro e Guido di Carpigna? +Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? +quando in Faenza un Bernardin di Fosco, +verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, +quando rimembro, con Guido da Prata, +Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, +la casa Traversara e li Anastagi +(e l’una gente e l’altra è diretata), + +le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi +che ne ’nvogliava amore e cortesia +là dove i cuor son fatti sì malvagi. + +O Bretinoro, ché non fuggi via, +poi che gita se n’è la tua famiglia +e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; +e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, +che di figliar tai conti più s’impiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio +lor sen girà; ma non però che puro +già mai rimagna d’essi testimonio. + +O Ugolin de’ Fantolin, sicuro +è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta +chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta +troppo di pianger più che di parlare, +sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + +Noi sapavam che quell’ anime care +ci sentivano andar; però, tacendo, +facëan noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, +folgore parve quando l’aere fende, +voce che giunse di contra dicendo: + +‘Anciderammi qualunque m’apprende’; +e fuggì come tuon che si dilegua, +se sùbito la nuvola scoscende. + +Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, +ed ecco l’altra con sì gran fracasso, +che somigliò tonar che tosto segua: + +«Io sono Aglauro che divenni sasso»; +e allor, per ristrignermi al poeta, +in destro feci, e non innanzi, il passo. + +Già era l’aura d’ogne parte queta; +ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo +che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo +de l’antico avversaro a sé vi tira; +e però poco val freno o richiamo. + +Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, +mostrandovi le sue bellezze etterne, +e l’occhio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne». + + + + +Purgatorio +Canto XV + + +Quanto tra l’ultimar de l’ora terza +e ’l principio del dì par de la spera +che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva già inver’ la sera +essere al sol del suo corso rimaso; +vespero là, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, +perché per noi girato era sì ’l monte, +che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + +quand’ io senti’ a me gravar la fronte +a lo splendore assai più che di prima, +e stupor m’eran le cose non conte; + +ond’ io levai le mani inver’ la cima +de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, +che del soverchio visibile lima. + +Come quando da l’acqua o da lo specchio +salta lo raggio a l’opposita parte, +salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte +dal cader de la pietra in igual tratta, +sì come mostra esperïenza e arte; + +così mi parve da luce rifratta +quivi dinanzi a me esser percosso; +per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +«Che è quel, dolce padre, a che non posso +schermar lo viso tanto che mi vaglia», +diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + +«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia +la famiglia del cielo», a me rispuose: +«messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + +Tosto sarà ch’a veder queste cose +non ti fia grave, ma fieti diletto +quanto natura a sentir ti dispuose». + +Poi giunti fummo a l’angel benedetto, +con lieta voce disse: «Intrate quinci +ad un scaleo vie men che li altri eretto». + +Noi montavam, già partiti di linci, +e ‘Beati misericordes!’ fue +cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + +Lo mio maestro e io soli amendue +suso andavamo; e io pensai, andando, +prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizza’mi a lui sì dimandando: +«Che volse dir lo spirto di Romagna, +e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + +Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna +conosce il danno; e però non s’ammiri +se ne riprende perché men si piagna. + +Perché s’appuntano i vostri disiri +dove per compagnia parte si scema, +invidia move il mantaco a’ sospiri. + +Ma se l’amor de la spera supprema +torcesse in suso il disiderio vostro, +non vi sarebbe al petto quella tema; + +ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, +tanto possiede più di ben ciascuno, +e più di caritate arde in quel chiostro». + +«Io son d’esser contento più digiuno», +diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, +e più di dubbio ne la mente aduno. + +Com’ esser puote ch’un ben, distributo +in più posseditor, faccia più ricchi +di sé che se da pochi è posseduto?». + +Ed elli a me: «Però che tu rificchi +la mente pur a le cose terrene, +di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene +che là sù è, così corre ad amore +com’ a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si dà quanto trova d’ardore; +sì che, quantunque carità si stende, +cresce sovr’ essa l’etterno valore. + +E quanta gente più là sù s’intende, +più v’è da bene amare, e più vi s’ama, +e come specchio l’uno a l’altro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, +vedrai Beatrice, ed ella pienamente +ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, +come son già le due, le cinque piaghe, +che si richiudon per esser dolente». + +Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, +vidimi giunto in su l’altro girone, +sì che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visïone +estatica di sùbito esser tratto, +e vedere in un tempio più persone; + +e una donna, in su l’entrar, con atto +dolce di madre dicer: «Figliuol mio, +perché hai tu così verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io +ti cercavamo». E come qui si tacque, +ciò che pareva prima, dispario. + +Indi m’apparve un’altra con quell’ acque +giù per le gote che ’l dolor distilla +quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: «Se tu se’ sire de la villa +del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, +e onde ogne scïenza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite +ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». +E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: +«Che farem noi a chi mal ne disira, +se quei che ci ama è per noi condannato?», + +Poi vidi genti accese in foco d’ira +con pietre un giovinetto ancider, forte +gridando a sé pur: «Martira, martira!». + +E lui vedea chinarsi, per la morte +che l’aggravava già, inver’ la terra, +ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a l’alto Sire, in tanta guerra, +che perdonasse a’ suoi persecutori, +con quello aspetto che pietà diserra. + +Quando l’anima mia tornò di fori +a le cose che son fuor di lei vere, +io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere +far sì com’ om che dal sonno si slega, +disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se’ venuto più che mezza lega +velando li occhi e con le gambe avvolte, +a guisa di cui vino o sonno piega?». + +«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, +io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve +quando le gambe mi furon sì tolte». + +Ed ei: «Se tu avessi cento larve +sovra la faccia, non mi sarian chiuse +le tue cogitazion, quantunque parve. + +Ciò che vedesti fu perché non scuse +d’aprir lo core a l’acque de la pace +che da l’etterno fonte son diffuse. + +Non dimandai “Che hai?” per quel che face +chi guarda pur con l’occhio che non vede, +quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: +così frugar conviensi i pigri, lenti +ad usar lor vigilia quando riede». + +Noi andavam per lo vespero, attenti +oltre quanto potean li occhi allungarsi +contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi +verso di noi come la notte oscuro; +né da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + +Purgatorio +Canto XVI + + +Buio d’inferno e di notte privata +d’ogne pianeto, sotto pover cielo, +quant’ esser può di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio sì grosso velo +come quel fummo ch’ivi ci coperse, +né a sentir di così aspro pelo, + +che l’occhio stare aperto non sofferse; +onde la scorta mia saputa e fida +mi s’accostò e l’omero m’offerse. + +Sì come cieco va dietro a sua guida +per non smarrirsi e per non dar di cozzo +in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + +m’andava io per l’aere amaro e sozzo, +ascoltando il mio duca che diceva +pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + +Io sentia voci, e ciascuna pareva +pregar per pace e per misericordia +l’Agnel di Dio che le peccata leva. + +Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; +una parola in tutte era e un modo, +sì che parea tra esse ogne concordia. + +«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», +diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, +e d’iracundia van solvendo il nodo». + +«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, +e di noi parli pur come se tue +partissi ancor lo tempo per calendi?». + +Così per una voce detto fue; +onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, +e domanda se quinci si va sùe». + +E io: «O creatura che ti mondi +per tornar bella a colui che ti fece, +maraviglia udirai, se mi secondi». + +«Io ti seguiterò quanto mi lece», +rispuose; «e se veder fummo non lascia, +l’udir ci terrà giunti in quella vece». + +Allora incominciai: «Con quella fascia +che la morte dissolve men vo suso, +e venni qui per l’infernale ambascia. + +E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, +tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte +per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, +ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; +e tue parole fier le nostre scorte». + +«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; +del mondo seppi, e quel valore amai +al quale ha or ciascun disteso l’arco. + +Per montar sù dirittamente vai». +Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego +che per me prieghi quando sù sarai». + +E io a lui: «Per fede mi ti lego +di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio +dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora è fatto doppio +ne la sentenza tua, che mi fa certo +qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + +Lo mondo è ben così tutto diserto +d’ogne virtute, come tu mi sone, +e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che m’addite la cagione, +sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; +ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + +Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», +mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, +lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate +pur suso al cielo, pur come se tutto +movesse seco di necessitate. + +Se così fosse, in voi fora distrutto +libero arbitrio, e non fora giustizia +per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; +non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, +lume v’è dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica +ne le prime battaglie col ciel dura, +poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura +liberi soggiacete; e quella cria +la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + +Però, se ’l mondo presente disvia, +in voi è la cagione, in voi si cheggia; +e io te ne sarò or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia +prima che sia, a guisa di fanciulla +che piangendo e ridendo pargoleggia, + +l’anima semplicetta che sa nulla, +salvo che, mossa da lieto fattore, +volontier torna a ciò che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; +quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, +se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; +convenne rege aver, che discernesse +de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? +Nullo, però che ’l pastor che procede, +rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede +pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, +di quel si pasce, e più oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta +è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, +e non natura che ’n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, +due soli aver, che l’una e l’altra strada +facean vedere, e del mondo e di Deo. + +L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada +col pasturale, e l’un con l’altro insieme +per viva forza mal convien che vada; + +però che, giunti, l’un l’altro non teme: +se non mi credi, pon mente a la spiga, +ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + +In sul paese ch’Adice e Po riga, +solea valore e cortesia trovarsi, +prima che Federigo avesse briga; + +or può sicuramente indi passarsi +per qualunque lasciasse, per vergogna +di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + +Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna +l’antica età la nova, e par lor tardo +che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo +e Guido da Castel, che mei si noma, +francescamente, il semplice Lombardo. + +Dì oggimai che la Chiesa di Roma, +per confondere in sé due reggimenti, +cade nel fango, e sé brutta e la soma». + +«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; +e or discerno perché dal retaggio +li figli di Levì furono essenti. + +Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio +di’ ch’è rimaso de la gente spenta, +in rimprovèro del secol selvaggio?». + +«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», +rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, +par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, +s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. +Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + +Vedi l’albor che per lo fummo raia +già biancheggiare, e me convien partirmi +(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + +Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + +Purgatorio +Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe +ti colse nebbia per la qual vedessi +non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi +a diradar cominciansi, la spera +del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera +in giugnere a veder com’ io rividi +lo sole in pria, che già nel corcar era. + +Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi +del mio maestro, usci’ fuor di tal nube +ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube +talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge +perché dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se ’l senso non ti porge? +Moveti lume che nel ciel s’informa, +per sé o per voler che giù lo scorge. + +De l’empiezza di lei che mutò forma +ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, +ne l’imagine mia apparve l’orma; + +e qui fu la mia mente sì ristretta +dentro da sé, che di fuor non venìa +cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a l’alta fantasia +un crucifisso, dispettoso e fero +ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assüero, +Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, +che fu al dire e al far così intero. + +E come questa imagine rompeo +sé per sé stessa, a guisa d’una bulla +cui manca l’acqua sotto qual si feo, + +surse in mia visïone una fanciulla +piangendo forte, e dicea: «O regina, +perché per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa t’hai per non perder Lavina; +or m’hai perduta! Io son essa che lutto, +madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + +Come si frange il sonno ove di butto +nova luce percuote il viso chiuso, +che fratto guizza pria che muoia tutto; + +così l’imaginar mio cadde giuso +tosto che lume il volto mi percosse, +maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + +I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, +quando una voce disse «Qui si monta», +che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta +di riguardar chi era che parlava, +che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava +e per soverchio sua figura vela, +così la mia virtù quivi mancava. + +«Questo è divino spirito, che ne la +via da ir sù ne drizza sanza prego, +e col suo lume sé medesmo cela. + +Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; +ché quale aspetta prego e l’uopo vede, +malignamente già si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; +procacciam di salir pria che s’abbui, +ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + +Così disse il mio duca, e io con lui +volgemmo i nostri passi ad una scala; +e tosto ch’io al primo grado fui, + +senti’mi presso quasi un muover d’ala +e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati +pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + +Già eran sovra noi tanto levati +li ultimi raggi che la notte segue, +che le stelle apparivan da più lati. + +‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, +fra me stesso dicea, ché mi sentiva +la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove più non saliva +la scala sù, ed eravamo affissi, +pur come nave ch’a la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, s’io udissi +alcuna cosa nel novo girone; +poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +«Dolce mio padre, dì, quale offensione +si purga qui nel giro dove semo? +Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + +Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo +del suo dover, quiritta si ristora; +qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perché più aperto intendi ancora, +volgi la mente a me, e prenderai +alcun buon frutto di nostra dimora». + +«Né creator né creatura mai», +cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, +o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + +Lo naturale è sempre sanza errore, +ma l’altro puote errar per malo obietto +o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, +e ne’ secondi sé stesso misura, +esser non può cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con più cura +o con men che non dee corre nel bene, +contra ’l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi ch’esser convene +amor sementa in voi d’ogne virtute +e d’ogne operazion che merta pene. + +Or, perché mai non può da la salute +amor del suo subietto volger viso, +da l’odio proprio son le cose tute; + +e perché intender non si può diviso, +e per sé stante, alcuno esser dal primo, +da quello odiare ogne effetto è deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, +che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso +amor nasce in tre modi in vostro limo. + +È chi, per esser suo vicin soppresso, +spera eccellenza, e sol per questo brama +ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + +è chi podere, grazia, onore e fama +teme di perder perch’ altri sormonti, +onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + +ed è chi per ingiuria par ch’aonti, +sì che si fa de la vendetta ghiotto, +e tal convien che ’l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua giù di sotto +si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, +che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende +nel qual si queti l’animo, e disira; +per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira +o a lui acquistar, questa cornice, +dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben è che non fa l’uom felice; +non è felicità, non è la buona +essenza, d’ogne ben frutto e radice. + +L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, +di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; +ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + +Purgatorio +Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento +l’alto dottore, e attento guardava +ne la mia vista s’io parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, +di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse +lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + +Ma quel padre verace, che s’accorse +del timido voler che non s’apriva, +parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva +sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro +quanto la tua ragion parta o descriva. + +Però ti prego, dolce padre caro, +che mi dimostri amore, a cui reduci +ogne buono operare e ’l suo contraro». + +«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci +de lo ’ntelletto, e fieti manifesto +l’error de’ ciechi che si fanno duci. + +L’animo, ch’è creato ad amar presto, +ad ogne cosa è mobile che piace, +tosto che dal piacere in atto è desto. + +Vostra apprensiva da esser verace +tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, +sì che l’animo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver’ di lei si piega, +quel piegare è amor, quell’ è natura +che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come ’l foco movesi in altura +per la sua forma ch’è nata a salire +là dove più in sua matera dura, + +così l’animo preso entra in disire, +ch’è moto spiritale, e mai non posa +fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant’ è nascosa +la veritate a la gente ch’avvera +ciascun amore in sé laudabil cosa; + +però che forse appar la sua matera +sempre esser buona, ma non ciascun segno +è buono, ancor che buona sia la cera». + +«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», +rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, +ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + +ché, s’amore è di fuori a noi offerto +e l’anima non va con altro piede, +se dritta o torta va, non è suo merto». + +Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, +dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta +pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + +Ogne forma sustanzïal, che setta +è da matera ed è con lei unita, +specifica vertute ha in sé colletta, + +la qual sanza operar non è sentita, +né si dimostra mai che per effetto, +come per verdi fronde in pianta vita. + +Però, là onde vegna lo ’ntelletto +de le prime notizie, omo non sape, +e de’ primi appetibili l’affetto, + +che sono in voi sì come studio in ape +di far lo mele; e questa prima voglia +merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, +innata v’è la virtù che consiglia, +e de l’assenso de’ tener la soglia. + +Quest’ è ’l principio là onde si piglia +ragion di meritare in voi, secondo +che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, +s’accorser d’esta innata libertate; +però moralità lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate +surga ogne amor che dentro a voi s’accende, +di ritenerlo è in voi la podestate. + +La nobile virtù Beatrice intende +per lo libero arbitrio, e però guarda +che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + +La luna, quasi a mezza notte tarda, +facea le stelle a noi parer più rade, +fatta com’ un secchion che tuttor arda; + +e correa contro ’l ciel per quelle strade +che ’l sole infiamma allor che quel da Roma +tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + +E quell’ ombra gentil per cui si noma +Pietola più che villa mantoana, +del mio carcar diposta avea la soma; + +per ch’io, che la ragione aperta e piana +sovra le mie quistioni avea ricolta, +stava com’ om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta +subitamente da gente che dopo +le nostre spalle a noi era già volta. + +E quale Ismeno già vide e Asopo +lungo di sè di notte furia e calca, +pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, +per quel ch’io vidi di color, venendo, +cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo +si movea tutta quella turba magna; +e due dinanzi gridavan piangendo: + +«Maria corse con fretta a la montagna; +e Cesare, per soggiogare Ilerda, +punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + +«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda +per poco amor», gridavan li altri appresso, +«che studio di ben far grazia rinverda». + +«O gente in cui fervore aguto adesso +ricompie forse negligenza e indugio +da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i’ non vi bugio, +vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; +però ne dite ond’ è presso il pertugio». + +Parole furon queste del mio duca; +e un di quelli spirti disse: «Vieni +di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, +che restar non potem; però perdona, +se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona +sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, +di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha già l’un piè dentro la fossa, +che tosto piangerà quel monastero, +e tristo fia d’avere avuta possa; + +perché suo figlio, mal del corpo intero, +e de la mente peggio, e che mal nacque, +ha posto in loco di suo pastor vero». + +Io non so se più disse o s’ei si tacque, +tant’ era già di là da noi trascorso; +ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che m’era ad ogne uopo soccorso +disse: «Volgiti qua: vedine due +venir dando a l’accidïa di morso». + +Di retro a tutti dicean: «Prima fue +morta la gente a cui il mar s’aperse, +che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che l’affanno non sofferse +fino a la fine col figlio d’Anchise, +sé stessa a vita sanza gloria offerse». + +Poi quando fuor da noi tanto divise +quell’ ombre, che veder più non potiersi, +novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual più altri nacquero e diversi; +e tanto d’uno in altro vaneggiai, +che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + +Purgatorio +Canto XIX + + +Ne l’ora che non può ’l calor dïurno +intepidar più ’l freddo de la luna, +vinto da terra, e talor da Saturno + +—quando i geomanti lor Maggior Fortuna +veggiono in orïente, innanzi a l’alba, +surger per via che poco le sta bruna—, + +mi venne in sogno una femmina balba, +ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, +con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come ’l sol conforta +le fredde membra che la notte aggrava, +così lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava +in poco d’ora, e lo smarrito volto, +com’ amor vuol, così le colorava. + +Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, +cominciava a cantar sì, che con pena +da lei avrei mio intento rivolto. + +«Io son», cantava, «io son dolce serena, +che ’ marinari in mezzo mar dismago; +tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago +al canto mio; e qual meco s’ausa, +rado sen parte; sì tutto l’appago!». + +Ancor non era sua bocca richiusa, +quand’ una donna apparve santa e presta +lunghesso me per far colei confusa. + +«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», +fieramente dicea; ed el venìa +con li occhi fitti pur in quella onesta. + +L’altra prendea, e dinanzi l’apria +fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; +quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + +Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre +voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; +troviam l’aperta per la qual tu entre». + +Sù mi levai, e tutti eran già pieni +de l’alto dì i giron del sacro monte, +e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte +come colui che l’ha di pensier carca, +che fa di sé un mezzo arco di ponte; + +quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» +parlare in modo soave e benigno, +qual non si sente in questa mortal marca. + +Con l’ali aperte, che parean di cigno, +volseci in sù colui che sì parlonne +tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, +‘Qui lugent’ affermando esser beati, +ch’avran di consolar l’anime donne. + +«Che hai che pur inver’ la terra guati?», +la guida mia incominciò a dirmi, +poco amendue da l’angel sormontati. + +E io: «Con tanta sospeccion fa irmi +novella visïon ch’a sé mi piega, +sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + +«Vedesti», disse, «quell’antica strega +che sola sovr’ a noi omai si piagne; +vedesti come l’uom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; +li occhi rivolgi al logoro che gira +lo rege etterno con le rote magne». + +Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, +indi si volge al grido e si protende +per lo disio del pasto che là il tira, + +tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende +la roccia per dar via a chi va suso, +n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + +Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, +vidi gente per esso che piangea, +giacendo a terra tutta volta in giuso. + +‘Adhaesit pavimento anima mea’ +sentia dir lor con sì alti sospiri, +che la parola a pena s’intendea. + +«O eletti di Dio, li cui soffriri +e giustizia e speranza fa men duri, +drizzate noi verso li alti saliri». + +«Se voi venite dal giacer sicuri, +e volete trovar la via più tosto, +le vostre destre sien sempre di fori». + +Così pregò ’l poeta, e sì risposto +poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io +nel parlare avvisai l’altro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: +ond’ elli m’assentì con lieto cenno +ciò che chiedea la vista del disio. + +Poi ch’io potei di me fare a mio senno, +trassimi sovra quella creatura +le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: «Spirto in cui pianger matura +quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, +sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perché vòlti avete i dossi +al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri +cosa di là ond’ io vivendo mossi». + +Ed elli a me: «Perché i nostri diretri +rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima +scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Sïestri e Chiaveri s’adima +una fiumana bella, e del suo nome +lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e poco più prova’ io come +pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, +che piuma sembran tutte l’altre some. + +La mia conversïone, omè!, fu tarda; +ma, come fatto fui roman pastore, +così scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che lì non s’acquetava il core, +né più salir potiesi in quella vita; +per che di questa in me s’accese amore. + +Fino a quel punto misera e partita +da Dio anima fui, del tutto avara; +or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara +in purgazion de l’anime converse; +e nulla pena il monte ha più amara. + +Sì come l’occhio nostro non s’aderse +in alto, fisso a le cose terrene, +così giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene +lo nostro amore, onde operar perdési, +così giustizia qui stretti ne tene, + +ne’ piedi e ne le man legati e presi; +e quanto fia piacer del giusto Sire, +tanto staremo immobili e distesi». + +Io m’era inginocchiato e volea dire; +ma com’ io cominciai ed el s’accorse, +solo ascoltando, del mio reverire, + +«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». +E io a lui: «Per vostra dignitate +mia coscïenza dritto mi rimorse». + +«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», +rispuose; «non errar: conservo sono +teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono +che dice ‘Neque nubent’ intendesti, +ben puoi veder perch’ io così ragiono. + +Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; +ché la tua stanza mio pianger disagia, +col qual maturo ciò che tu dicesti. + +Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, +buona da sé, pur che la nostra casa +non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di là m’è rimasa». + + + + +Purgatorio +Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; +onde contra ’l piacer mio, per piacerli, +trassi de l’acqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li +luoghi spediti pur lungo la roccia, +come si va per muro stretto a’ merli; + +ché la gente che fonde a goccia a goccia +per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, +da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, +che più che tutte l’altre bestie hai preda +per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda +le condizion di qua giù trasmutarsi, +quando verrà per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, +e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia +pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi’ «Dolce Maria!» +dinanzi a noi chiamar così nel pianto +come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: «Povera fosti tanto, +quanto veder si può per quello ospizio +dove sponesti il tuo portato santo». + +Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, +con povertà volesti anzi virtute +che gran ricchezza posseder con vizio». + +Queste parole m’eran sì piaciute, +ch’io mi trassi oltre per aver contezza +di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza +che fece Niccolò a le pulcelle, +per condurre ad onor lor giovinezza. + +«O anima che tanto ben favelle, +dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola +tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza mercé la tua parola, +s’io ritorno a compiér lo cammin corto +di quella vita ch’al termine vola». + +Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto +ch’io attenda di là, ma perché tanta +grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta +che la terra cristiana tutta aduggia, +sì che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia +potesser, tosto ne saria vendetta; +e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; +di me son nati i Filippi e i Luigi +per cui novellamente è Francia retta. + +Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: +quando li regi antichi venner meno +tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + +trova’mi stretto ne le mani il freno +del governo del regno, e tanta possa +di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + +ch’a la corona vedova promossa +la testa di mio figlio fu, dal quale +cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale +al sangue mio non tolse la vergogna, +poco valea, ma pur non facea male. + +Lì cominciò con forza e con menzogna +la sua rapina; e poscia, per ammenda, +Pontì e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, +vittima fé di Curradino; e poi +ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, +che tragge un altro Carlo fuor di Francia, +per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + +Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia +con la qual giostrò Giuda, e quella ponta +sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta +guadagnerà, per sé tanto più grave, +quanto più lieve simil danno conta. + +L’altro, che già uscì preso di nave, +veggio vender sua figlia e patteggiarne +come fanno i corsar de l’altre schiave. + +O avarizia, che puoi tu più farne, +poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, +che non si cura de la propria carne? + +Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, +veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, +e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo un’altra volta esser deriso; +veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, +e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato sì crudele, +che ciò nol sazia, ma sanza decreto +portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando sarò io lieto +a veder la vendetta che, nascosa, +fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + +Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa +de lo Spirito Santo e che ti fece +verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto è risposto a tutte nostre prece +quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, +contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalïon allotta, +cui traditore e ladro e paricida +fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + +e la miseria de l’avaro Mida, +che seguì a la sua dimanda gorda, +per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, +come furò le spoglie, sì che l’ira +di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; +lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; +e in infamia tutto ’l monte gira + +Polinestòr ch’ancise Polidoro; +ultimamente ci si grida: “Crasso, +dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + +Talor parla l’uno alto e l’altro basso, +secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona +ora a maggiore e ora a minor passo: + +però al ben che ’l dì ci si ragiona, +dianzi non era io sol; ma qui da presso +non alzava la voce altra persona». + +Noi eravam partiti già da esso, +e brigavam di soverchiar la strada +tanto quanto al poder n’era permesso, + +quand’ io senti’, come cosa che cada, +tremar lo monte; onde mi prese un gelo +qual prender suol colui ch’a morte vada. + +Certo non si scoteo sì forte Delo, +pria che Latona in lei facesse ’l nido +a parturir li due occhi del cielo. + +Poi cominciò da tutte parti un grido +tal, che ’l maestro inverso me si feo, +dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + +‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ +dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, +onde intender lo grido si poteo. + +No’ istavamo immobili e sospesi +come i pastor che prima udir quel canto, +fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, +guardando l’ombre che giacean per terra, +tornate già in su l’usato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra +mi fé desideroso di sapere, +se la memoria mia in ciò non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; +né per la fretta dimandare er’ oso, +né per me lì potea cosa vedere: + +così m’andava timido e pensoso. + + + + +Purgatorio +Canto XXI + + +La sete natural che mai non sazia +se non con l’acqua onde la femminetta +samaritana domandò la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta +per la ’mpacciata via dietro al mio duca, +e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, sì come ne scrive Luca +che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, +già surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, +dal piè guardando la turba che giace; +né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + +dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». +Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio +rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + +Poi cominciò: «Nel beato concilio +ti ponga in pace la verace corte +che me rilega ne l’etterno essilio». + +«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: +«se voi siete ombre che Dio sù non degni, +chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + +E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni +che questi porta e che l’angel profila, +ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + +Ma perché lei che dì e notte fila +non li avea tratta ancora la conocchia +che Cloto impone a ciascuno e compila, + +l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, +venendo sù, non potea venir sola, +però ch’al nostro modo non adocchia. + +Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola +d’inferno per mostrarli, e mosterrolli +oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli +diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una +parve gridare infino a’ suoi piè molli». + +Sì mi diè, dimandando, per la cruna +del mio disio, che pur con la speranza +si fece la mia sete men digiuna. + +Quei cominciò: «Cosa non è che sanza +ordine senta la religïone +de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + +Libero è qui da ogne alterazione: +di quel che ’l ciel da sé in sé riceve +esser ci puote, e non d’altro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, +non rugiada, non brina più sù cade +che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion né rade, +né coruscar, né figlia di Taumante, +che di là cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge più avante +ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, +dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse più giù poco o assai; +ma per vento che ’n terra si nasconda, +non so come, qua sù non tremò mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda +sentesi, sì che surga o che si mova +per salir sù; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, +che, tutto libero a mutar convento, +l’alma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento +che divina giustizia, contra voglia, +come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia +cinquecent’ anni e più, pur mo sentii +libera volontà di miglior soglia: + +però sentisti il tremoto e li pii +spiriti per lo monte render lode +a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + +Così ne disse; e però ch’el si gode +tanto del ber quant’ è grande la sete, +non saprei dir quant’ el mi fece prode. + +E ’l savio duca: «Omai veggio la rete +che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, +perché ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, +e perché tanti secoli giaciuto +qui se’, ne le parole tue mi cappia». + +«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto +del sommo rege, vendicò le fóra +ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + +col nome che più dura e più onora +era io di là», rispuose quello spirto, +«famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, +che, tolosano, a sé mi trasse Roma, +dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di là mi noma: +cantai di Tebe, e poi del grande Achille; +ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, +che mi scaldar, de la divina fiamma +onde sono allumati più di mille; + +de l’Eneïda dico, la qual mamma +fummi, e fummi nutrice, poetando: +sanz’ essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di là quando +visse Virgilio, assentirei un sole +più che non deggio al mio uscir di bando». + +Volser Virgilio a me queste parole +con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; +ma non può tutto la virtù che vuole; + +ché riso e pianto son tanto seguaci +a la passion di che ciascun si spicca, +che men seguon voler ne’ più veraci. + +Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; +per che l’ombra si tacque, e riguardommi +ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + +e «Se tanto labore in bene assommi», +disse, «perché la tua faccia testeso +un lampeggiar di riso dimostrommi?». + +Or son io d’una parte e d’altra preso: +l’una mi fa tacer, l’altra scongiura +ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e «Non aver paura», +mi dice, «di parlar; ma parla e digli +quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + +Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, +antico spirto, del rider ch’io fei; +ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, +è quel Virgilio dal qual tu togliesti +forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + +Se cagion altra al mio rider credesti, +lasciala per non vera, ed esser credi +quelle parole che di lui dicesti». + +Già s’inchinava ad abbracciar li piedi +al mio dottor, ma el li disse: «Frate, +non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + +Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate +comprender de l’amor ch’a te mi scalda, +quand’ io dismento nostra vanitate, + +trattando l’ombre come cosa salda». + + + + +Purgatorio +Canto XXII + + +Già era l’angel dietro a noi rimaso, +l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, +avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei c’hanno a giustizia lor disiro +detto n’avea beati, e le sue voci +con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + +E io più lieve che per l’altre foci +m’andava, sì che sanz’ alcun labore +seguiva in sù li spiriti veloci; + +quando Virgilio incominciò: «Amore, +acceso di virtù, sempre altro accese, +pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da l’ora che tra noi discese +nel limbo de lo ’nferno Giovenale, +che la tua affezion mi fé palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale +più strinse mai di non vista persona, +sì ch’or mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona +se troppa sicurtà m’allarga il freno, +e come amico omai meco ragiona: + +come poté trovar dentro al tuo seno +loco avarizia, tra cotanto senno +di quanto per tua cura fosti pieno?». + +Queste parole Stazio mover fenno +un poco a riso pria; poscia rispuose: +«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + +Veramente più volte appaion cose +che danno a dubitar falsa matera +per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder m’avvera +esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, +forse per quella cerchia dov’ io era. + +Or sappi ch’avarizia fu partita +troppo da me, e questa dismisura +migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse ch’io drizzai mia cura, +quand’ io intesi là dove tu chiame, +crucciato quasi a l’umana natura: + +‘Per che non reggi tu, o sacra fame +de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, +voltando sentirei le giostre grame. + +Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali +potean le mani a spendere, e pente’mi +così di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi +per ignoranza, che di questa pecca +toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca +per dritta opposizione alcun peccato, +con esso insieme qui suo verde secca; + +però, s’io son tra quella gente stato +che piange l’avarizia, per purgarmi, +per lo contrario suo m’è incontrato». + +«Or quando tu cantasti le crude armi +de la doppia trestizia di Giocasta», +disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + +«per quello che Clïò teco lì tasta, +non par che ti facesse ancor fedele +la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se così è, qual sole o quai candele +ti stenebraron sì, che tu drizzasti +poscia di retro al pescator le vele?». + +Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti +verso Parnaso a ber ne le sue grotte, +e prima appresso Dio m’alluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, +che porta il lume dietro e sé non giova, +ma dopo sé fa le persone dotte, + +quando dicesti: ‘Secol si rinova; +torna giustizia e primo tempo umano, +e progenïe scende da ciel nova’. + +Per te poeta fui, per te cristiano: +ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, +a colorare stenderò la mano. + +Già era ’l mondo tutto quanto pregno +de la vera credenza, seminata +per li messaggi de l’etterno regno; + +e la parola tua sopra toccata +si consonava a’ nuovi predicanti; +ond’ io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, +che, quando Domizian li perseguette, +sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di là per me si stette, +io li sovvenni, e i lor dritti costumi +fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi +di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; +ma per paura chiuso cristian fu’mi, + +lungamente mostrando paganesmo; +e questa tepidezza il quarto cerchio +cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio +che m’ascondeva quanto bene io dico, +mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, +Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: +dimmi se son dannati, e in qual vico». + +«Costoro e Persio e io e altri assai», +rispuose il duca mio, «siam con quel Greco +che le Muse lattar più ch’altri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco; +spesse fïate ragioniam del monte +che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v’è nosco e Antifonte, +Simonide, Agatone e altri piùe +Greci che già di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue +Antigone, Deïfile e Argia, +e Ismene sì trista come fue. + +Védeisi quella che mostrò Langia; +èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, +e con le suore sue Deïdamia». + +Tacevansi ambedue già li poeti, +di novo attenti a riguardar dintorno, +liberi da saliri e da pareti; + +e già le quattro ancelle eran del giorno +rimase a dietro, e la quinta era al temo, +drizzando pur in sù l’ardente corno, + +quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo +le destre spalle volger ne convegna, +girando il monte come far solemo». + +Così l’usanza fu lì nostra insegna, +e prendemmo la via con men sospetto +per l’assentir di quell’ anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto +di retro, e ascoltava i lor sermoni, +ch’a poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni +un alber che trovammo in mezza strada, +con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada +di ramo in ramo, così quello in giuso, +cred’ io, perché persona sù non vada. + +Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, +cadea de l’alta roccia un liquor chiaro +e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a l’alber s’appressaro; +e una voce per entro le fronde +gridò: «Di questo cibo avrete caro». + +Poi disse: «Più pensava Maria onde +fosser le nozze orrevoli e intere, +ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, +contente furon d’acqua; e Danïello +dispregiò cibo e acquistò savere. + +Lo secol primo, quant’ oro fu bello, +fé savorose con fame le ghiande, +e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande +che nodriro il Batista nel diserto; +per ch’elli è glorïoso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + +Purgatorio +Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde +ficcava ïo sì come far suole +chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo più che padre mi dicea: «Figliuole, +vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto +più utilmente compartir si vuole». + +Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, +appresso i savi, che parlavan sìe, +che l’andar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar s’udìe +‘Labïa mëa, Domine’ per modo +tal, che diletto e doglia parturìe. + +«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», +comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno +forse di lor dover solvendo il nodo». + +Sì come i peregrin pensosi fanno, +giugnendo per cammin gente non nota, +che si volgono ad essa e non restanno, + +così di retro a noi, più tosto mota, +venendo e trapassando ci ammirava +d’anime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, +palida ne la faccia, e tanto scema +che da l’ossa la pelle s’informava. + +Non credo che così a buccia strema +Erisittone fosse fatto secco, +per digiunar, quando più n’ebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco +la gente che perdé Ierusalemme, +quando Maria nel figlio diè di becco!’ + +Parean l’occhiaie anella sanza gemme: +chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ +ben avria quivi conosciuta l’emme. + +Chi crederebbe che l’odor d’un pomo +sì governasse, generando brama, +e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + +Già era in ammirar che sì li affama, +per la cagione ancor non manifesta +di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa +volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; +poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + +Mai non l’avrei riconosciuto al viso; +ma ne la voce sua mi fu palese +ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese +mia conoscenza a la cangiata labbia, +e ravvisai la faccia di Forese. + +«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia +che mi scolora», pregava, «la pelle, +né a difetto di carne ch’io abbia; + +ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle +due anime che là ti fanno scorta; +non rimaner che tu non mi favelle!». + +«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, +mi dà di pianger mo non minor doglia», +rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + +Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; +non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, +ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + +Ed elli a me: «De l’etterno consiglio +cade vertù ne l’acqua e ne la pianta +rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta +per seguitar la gola oltra misura, +in fame e ’n sete qui si rifà santa. + +Di bere e di mangiar n’accende cura +l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo +che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo +girando, si rinfresca nostra pena: +io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +ché quella voglia a li alberi ci mena +che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, +quando ne liberò con la sua vena». + +E io a lui: «Forese, da quel dì +nel qual mutasti mondo a miglior vita, +cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita +di peccar più, che sovvenisse l’ora +del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + +come se’ tu qua sù venuto ancora? +Io ti credea trovar là giù di sotto, +dove tempo per tempo si ristora». + +Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto +a ber lo dolce assenzo d’i martìri +la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri +tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, +e liberato m’ha de li altri giri. + +Tanto è a Dio più cara e più diletta +la vedovella mia, che molto amai, +quanto in bene operare è più soletta; + +ché la Barbagia di Sardigna assai +ne le femmine sue più è pudica +che la Barbagia dov’ io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? +Tempo futuro m’è già nel cospetto, +cui non sarà quest’ ora molto antica, + +nel qual sarà in pergamo interdetto +a le sfacciate donne fiorentine +l’andar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, +cui bisognasse, per farle ir coperte, +o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe +di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, +già per urlare avrian le bocche aperte; + +ché, se l’antiveder qui non m’inganna, +prima fien triste che le guance impeli +colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! +vedi che non pur io, ma questa gente +tutta rimira là dove ’l sol veli». + +Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente +qual fosti meco, e qual io teco fui, +ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui +che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda +vi si mostrò la suora di colui», + +e ’l sol mostrai; «costui per la profonda +notte menato m’ha d’i veri morti +con questa vera carne che ’l seconda. + +Indi m’han tratto sù li suoi conforti, +salendo e rigirando la montagna +che drizza voi che ’l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna +che io sarò là dove fia Beatrice; +quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio è questi che così mi dice», +e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra +per cuï scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + +Purgatorio +Canto XXIV + + +Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento +facea, ma ragionando andavam forte, +sì come nave pinta da buon vento; + +e l’ombre, che parean cose rimorte, +per le fosse de li occhi ammirazione +traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continüando al mio sermone, +dissi: «Ella sen va sù forse più tarda +che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; +dimmi s’io veggio da notar persona +tra questa gente che sì mi riguarda». + +«La mia sorella, che tra bella e buona +non so qual fosse più, trïunfa lieta +ne l’alto Olimpo già di sua corona». + +Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta +di nominar ciascun, da ch’è sì munta +nostra sembianza via per la dïeta. + +Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, +Bonagiunta da Lucca; e quella faccia +di là da lui più che l’altre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: +dal Torso fu, e purga per digiuno +l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + +Molti altri mi nomò ad uno ad uno; +e del nomar parean tutti contenti, +sì ch’io però non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a vòto usar li denti +Ubaldin da la Pila e Bonifazio +che pasturò col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio +già di bere a Forlì con men secchezza, +e sì fu tal, che non si sentì sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza +più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, +che più parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che «Gentucca» +sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga +de la giustizia che sì li pilucca. + +«O anima», diss’ io, «che par sì vaga +di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, +e te e me col tuo parlare appaga». + +«Femmina è nata, e non porta ancor benda», +cominciò el, «che ti farà piacere +la mia città, come ch’om la riprenda. + +Tu te n’andrai con questo antivedere: +se nel mio mormorar prendesti errore, +dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore +trasse le nove rime, cominciando +‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + +E io a lui: «I’ mi son un che, quando +Amor mi spira, noto, e a quel modo +ch’e’ ditta dentro vo significando». + +«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo +che ’l Notaro e Guittone e me ritenne +di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + +Io veggio ben come le vostre penne +di retro al dittator sen vanno strette, +che de le nostre certo non avvenne; + +e qual più a gradire oltre si mette, +non vede più da l’uno a l’altro stilo»; +e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, +alcuna volta in aere fanno schiera, +poi volan più a fretta e vanno in filo, + +così tutta la gente che lì era, +volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, +e per magrezza e per voler leggera. + +E come l’uom che di trottare è lasso, +lascia andar li compagni, e sì passeggia +fin che si sfoghi l’affollar del casso, + +sì lasciò trapassar la santa greggia +Forese, e dietro meco sen veniva, +dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + +«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; +ma già non fïa il tornar mio tantosto, +ch’io non sia col voler prima a la riva; + +però che ’l loco u’ fui a viver posto, +di giorno in giorno più di ben si spolpa, +e a trista ruina par disposto». + +«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, +vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto +inver’ la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va più ratto, +crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, +e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote», +e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro +ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro +in questo regno, sì ch’io perdo troppo +venendo teco sì a paro a paro». + +Qual esce alcuna volta di gualoppo +lo cavalier di schiera che cavalchi, +e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si partì da noi con maggior valchi; +e io rimasi in via con esso i due +che fuor del mondo sì gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, +che li occhi miei si fero a lui seguaci, +come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci +d’un altro pomo, e non molto lontani +per esser pur allora vòlto in laci. + +Vidi gente sott’ esso alzar le mani +e gridar non so che verso le fronde, +quasi bramosi fantolini e vani + +che pregano, e ’l pregato non risponde, +ma, per fare esser ben la voglia acuta, +tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si partì sì come ricreduta; +e noi venimmo al grande arbore adesso, +che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +«Trapassate oltre sanza farvi presso: +legno è più sù che fu morso da Eva, +e questa pianta si levò da esso». + +Sì tra le frasche non so chi diceva; +per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, +oltre andavam dal lato che si leva. + +«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti +nei nuvoli formati, che, satolli, +Tesëo combatter co’ doppi petti; + +e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, +per che no i volle Gedeon compagni, +quando inver’ Madïan discese i colli». + +Sì accostati a l’un d’i due vivagni +passammo, udendo colpe de la gola +seguite già da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, +ben mille passi e più ci portar oltre, +contemplando ciascun sanza parola. + +«Che andate pensando sì voi sol tre?». +sùbita voce disse; ond’ io mi scossi +come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; +e già mai non si videro in fornace +vetri o metalli sì lucenti e rossi, + +com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace +montare in sù, qui si convien dar volta; +quinci si va chi vuole andar per pace». + +L’aspetto suo m’avea la vista tolta; +per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, +com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, +l’aura di maggio movesi e olezza, +tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + +tal mi senti’ un vento dar per mezza +la fronte, e ben senti’ mover la piuma, +che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + +E senti’ dir: «Beati cui alluma +tanto di grazia, che l’amor del gusto +nel petto lor troppo disir non fuma, + +esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + +Purgatorio +Canto XXV + + +Ora era onde ’l salir non volea storpio; +ché ’l sole avëa il cerchio di merigge +lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa l’uom che non s’affigge +ma vassi a la via sua, che che li appaia, +se di bisogno stimolo il trafigge, + +così intrammo noi per la callaia, +uno innanzi altro prendendo la scala +che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva l’ala +per voglia di volare, e non s’attenta +d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta +di dimandar, venendo infino a l’atto +che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + +Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, +lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca +l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + +Allor sicuramente apri’ la bocca +e cominciai: «Come si può far magro +là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + +«Se t’ammentassi come Meleagro +si consumò al consumar d’un stizzo, +non fora», disse, «a te questo sì agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, +guizza dentro a lo specchio vostra image, +ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perché dentro a tuo voler t’adage, +ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego +che sia or sanator de le tue piage». + +«Se la veduta etterna li dislego», +rispuose Stazio, «là dove tu sie, +discolpi me non potert’ io far nego». + +Poi cominciò: «Se le parole mie, +figlio, la mente tua guarda e riceve, +lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve +da l’assetate vene, e si rimane +quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane +virtute informativa, come quello +ch’a farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov’ è più bello +tacer che dire; e quindi poscia geme +sovr’ altrui sangue in natural vasello. + +Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, +l’un disposto a patire, e l’altro a fare +per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare +coagulando prima, e poi avviva +ciò che per sua matera fé constare. + +Anima fatta la virtute attiva +qual d’una pianta, in tanto differente, +che questa è in via e quella è già a riva, + +tanto ovra poi, che già si move e sente, +come spungo marino; e indi imprende +ad organar le posse ond’ è semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende +la virtù ch’è dal cor del generante, +dove natura a tutte membra intende. + +Ma come d’animal divegna fante, +non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, +che più savio di te fé già errante, + +sì che per sua dottrina fé disgiunto +da l’anima il possibile intelletto, +perché da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verità che viene il petto; +e sappi che, sì tosto come al feto +l’articular del cerebro è perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto +sovra tant’ arte di natura, e spira +spirito novo, di vertù repleto, + +che ciò che trova attivo quivi, tira +in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, +che vive e sente e sé in sé rigira. + +E perché meno ammiri la parola, +guarda il calor del sole che si fa vino, +giunto a l’omor che de la vite cola. + +Quando Làchesis non ha più del lino, +solvesi da la carne, e in virtute +ne porta seco e l’umano e ’l divino: + +l’altre potenze tutte quante mute; +memoria, intelligenza e volontade +in atto molto più che prima agute. + +Sanza restarsi, per sé stessa cade +mirabilmente a l’una de le rive; +quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco lì la circunscrive, +la virtù formativa raggia intorno +così e quanto ne le membra vive. + +E come l’aere, quand’ è ben pïorno, +per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, +di diversi color diventa addorno; + +così l’aere vicin quivi si mette +e in quella forma ch’è in lui suggella +virtüalmente l’alma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella +che segue il foco là ’vunque si muta, +segue lo spirto sua forma novella. + +Però che quindi ha poscia sua paruta, +è chiamata ombra; e quindi organa poi +ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; +quindi facciam le lagrime e ’ sospiri +che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affliggono i disiri +e li altri affetti, l’ombra si figura; +e quest’ è la cagion di che tu miri». + +E già venuto a l’ultima tortura +s’era per noi, e vòlto a la man destra, +ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, +e la cornice spira fiato in suso +che la reflette e via da lei sequestra; + +ond’ ir ne convenia dal lato schiuso +ad uno ad uno; e io temëa ’l foco +quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: «Per questo loco +si vuol tenere a li occhi stretto il freno, +però ch’errar potrebbesi per poco». + +‘Summae Deus clementïae’ nel seno +al grande ardore allora udi’ cantando, +che di volger mi fé caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; +per ch’io guardava a loro e a’ miei passi +compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, +gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; +indi ricominciavan l’inno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: «Al bosco +si tenne Diana, ed Elice caccionne +che di Venere avea sentito il tòsco». + +Indi al cantar tornavano; indi donne +gridavano e mariti che fuor casti +come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti +per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: +con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + +Purgatorio +Canto XXVI + + +Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, +ce n’andavamo, e spesso il buon maestro +diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + +feriami il sole in su l’omero destro, +che già, raggiando, tutto l’occidente +mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con l’ombra più rovente +parer la fiamma; e pur a tanto indizio +vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio +loro a parlar di me; e cominciarsi +a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + +poi verso me, quanto potëan farsi, +certi si fero, sempre con riguardo +di non uscir dove non fosser arsi. + +«O tu che vai, non per esser più tardo, +ma forse reverente, a li altri dopo, +rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + +Né solo a me la tua risposta è uopo; +ché tutti questi n’hanno maggior sete +che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + +Dinne com’ è che fai di te parete +al sol, pur come tu non fossi ancora +di morte intrato dentro da la rete». + +Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora +già manifesto, s’io non fossi atteso +ad altra novità ch’apparve allora; + +ché per lo mezzo del cammino acceso +venne gente col viso incontro a questa, +la qual mi fece a rimirar sospeso. + +Lì veggio d’ogne parte farsi presta +ciascun’ ombra e basciarsi una con una +sanza restar, contente a brieve festa; + +così per entro loro schiera bruna +s’ammusa l’una con l’altra formica, +forse a spïar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton l’accoglienza amica, +prima che ’l primo passo lì trascorra, +sopragridar ciascuna s’affatica: + +la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; +e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, +perché ’l torello a sua lussuria corra». + +Poi, come grue ch’a le montagne Rife +volasser parte, e parte inver’ l’arene, +queste del gel, quelle del sole schife, + +l’una gente sen va, l’altra sen vene; +e tornan, lagrimando, a’ primi canti +e al gridar che più lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, +essi medesmi che m’avean pregato, +attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, +incominciai: «O anime sicure +d’aver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe né mature +le membra mie di là, ma son qui meco +col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci sù vo per non esser più cieco; +donna è di sopra che m’acquista grazia, +per che ’l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia +tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi +ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + +ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, +chi siete voi, e chi è quella turba +che se ne va di retro a’ vostri terghi». + +Non altrimenti stupido si turba +lo montanaro, e rimirando ammuta, +quando rozzo e salvatico s’inurba, + +che ciascun’ ombra fece in sua paruta; +ma poi che furon di stupore scarche, +lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + +«Beato te, che de le nostre marche», +ricominciò colei che pria m’inchiese, +«per morir meglio, esperïenza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese +di ciò per che già Cesar, trïunfando, +“Regina” contra sé chiamar s’intese: + +però si parton “Soddoma” gridando, +rimproverando a sé com’ hai udito, +e aiutan l’arsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; +ma perché non servammo umana legge, +seguendo come bestie l’appetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, +quando partinci, il nome di colei +che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: +se forse a nome vuo’ saper chi semo, +tempo non è di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: +son Guido Guinizzelli, e già mi purgo +per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + +Quali ne la tristizia di Ligurgo +si fer due figli a riveder la madre, +tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + +quand’ io odo nomar sé stesso il padre +mio e de li altri miei miglior che mai +rime d’amore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai +lunga fïata rimirando lui, +né, per lo foco, in là più m’appressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, +tutto m’offersi pronto al suo servigio +con l’affermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, +per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, +che Letè nol può tòrre né far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, +dimmi che è cagion per che dimostri +nel dire e nel guardar d’avermi caro». + +E io a lui: «Li dolci detti vostri, +che, quanto durerà l’uso moderno, +faranno cari ancora i loro incostri». + +«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno +col dito», e additò un spirto innanzi, +«fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi d’amore e prose di romanzi +soverchiò tutti; e lascia dir li stolti +che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + +A voce più ch’al ver drizzan li volti, +e così ferman sua oppinïone +prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + +Così fer molti antichi di Guittone, +di grido in grido pur lui dando pregio, +fin che l’ha vinto il ver con più persone. + +Or se tu hai sì ampio privilegio, +che licito ti sia l’andare al chiostro +nel quale è Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir d’un paternostro, +quanto bisogna a noi di questo mondo, +dove poter peccar non è più nostro». + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo +che presso avea, disparve per lo foco, +come per l’acqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, +e dissi ch’al suo nome il mio disire +apparecchiava grazïoso loco. + +El cominciò liberamente a dire: +«Tan m’abellis vostre cortes deman, +qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; +consiros vei la passada folor, +e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor +que vos guida al som de l’escalina, +sovenha vos a temps de ma dolor!». + +Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + +Purgatorio +Canto XXVII + + +Sì come quando i primi raggi vibra +là dove il suo fattor lo sangue sparse, +cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + +e l’onde in Gange da nona rïarse, +sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, +come l’angel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, +e cantava ‘Beati mundo corde!’ +in voce assai più che la nostra viva. + +Poscia «Più non si va, se pria non morde, +anime sante, il foco: intrate in esso, +e al cantar di là non siate sorde», + +ci disse come noi li fummo presso; +per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, +qual è colui che ne la fossa è messo. + +In su le man commesse mi protesi, +guardando il foco e imaginando forte +umani corpi già veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; +e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, +qui può esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io +sovresso Gerïon ti guidai salvo, +che farò ora presso più a Dio? + +Credi per certo che se dentro a l’alvo +di questa fiamma stessi ben mille anni, +non ti potrebbe far d’un capel calvo. + +E se tu forse credi ch’io t’inganni, +fatti ver’ lei, e fatti far credenza +con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + +Pon giù omai, pon giù ogne temenza; +volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». +E io pur fermo e contra coscïenza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, +turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: +tra Bëatrice e te è questo muro». + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio +Piramo in su la morte, e riguardolla, +allor che ’l gelso diventò vermiglio; + +così, la mia durezza fatta solla, +mi volsi al savio duca, udendo il nome +che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! +volenci star di qua?»; indi sorrise +come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, +pregando Stazio che venisse retro, +che pria per lunga strada ci divise. + +Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro +gittato mi sarei per rinfrescarmi, +tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, +pur di Beatrice ragionando andava, +dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + +Guidavaci una voce che cantava +di là; e noi, attenti pur a lei, +venimmo fuor là ove si montava. + +‘Venite, benedicti Patris mei’, +sonò dentro a un lume che lì era, +tal che mi vinse e guardar nol potei. + +«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; +non v’arrestate, ma studiate il passo, +mentre che l’occidente non si annera». + +Dritta salia la via per entro ’l sasso +verso tal parte ch’io toglieva i raggi +dinanzi a me del sol ch’era già basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, +che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, +sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che ’n tutte le sue parti immense +fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, +e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi d’un grado fece letto; +ché la natura del monte ci affranse +la possa del salir più e ’l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse +le capre, state rapide e proterve +sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, +guardate dal pastor, che ’n su la verga +poggiato s’è e lor di posa serve; + +e quale il mandrïan che fori alberga, +lungo il pecuglio suo queto pernotta, +guardando perché fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, +io come capra, ed ei come pastori, +fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + +Poco parer potea lì del di fori; +ma, per quel poco, vedea io le stelle +di lor solere e più chiare e maggiori. + +Sì ruminando e sì mirando in quelle, +mi prese il sonno; il sonno che sovente, +anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + +Ne l’ora, credo, che de l’orïente +prima raggiò nel monte Citerea, +che di foco d’amor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea +donna vedere andar per una landa +cogliendo fiori; e cantando dicea: + +«Sappia qualunque il mio nome dimanda +ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno +le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; +ma mia suora Rachel mai non si smaga +dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga +com’ io de l’addornarmi con le mani; +lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + +E già per li splendori antelucani, +che tanto a’ pellegrin surgon più grati, +quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, +e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, +veggendo i gran maestri già levati. + +«Quel dolce pome che per tanti rami +cercando va la cura de’ mortali, +oggi porrà in pace le tue fami». + +Virgilio inverso me queste cotali +parole usò; e mai non furo strenne +che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne +de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi +al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi +fu corsa e fummo in su ’l grado superno, +in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + +e disse: «Il temporal foco e l’etterno +veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte +dov’ io per me più oltre non discerno. + +Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; +lo tuo piacere omai prendi per duce; +fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + +Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; +vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli +che qui la terra sol da sé produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli +che, lagrimando, a te venir mi fenno, +seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir più né mio cenno; +libero, dritto e sano è tuo arbitrio, +e fallo fora non fare a suo senno: + +per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + +Purgatorio +Canto XXVIII + + +Vago già di cercar dentro e dintorno +la divina foresta spessa e viva, +ch’a li occhi temperava il novo giorno, + +sanza più aspettar, lasciai la riva, +prendendo la campagna lento lento +su per lo suol che d’ogne parte auliva. + +Un’aura dolce, sanza mutamento +avere in sé, mi feria per la fronte +non di più colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte +tutte quante piegavano a la parte +u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + +non però dal loro esser dritto sparte +tanto, che li augelletti per le cime +lasciasser d’operare ogne lor arte; + +ma con piena letizia l’ore prime, +cantando, ricevieno intra le foglie, +che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie +per la pineta in su ’l lito di Chiassi, +quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + +Già m’avean trasportato i lenti passi +dentro a la selva antica tanto, ch’io +non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + +ed ecco più andar mi tolse un rio, +che ’nver’ sinistra con sue picciole onde +piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + +Tutte l’acque che son di qua più monde, +parrieno avere in sé mistura alcuna +verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna +sotto l’ombra perpetüa, che mai +raggiar non lascia sole ivi né luna. + +Coi piè ristetti e con li occhi passai +di là dal fiumicello, per mirare +la gran varïazion d’i freschi mai; + +e là m’apparve, sì com’ elli appare +subitamente cosa che disvia +per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia +e cantando e scegliendo fior da fiore +ond’ era pinta tutta la sua via. + +«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore +ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti +che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti», +diss’ io a lei, «verso questa rivera, +tanto ch’io possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era +Proserpina nel tempo che perdette +la madre lei, ed ella primavera». + +Come si volge, con le piante strette +a terra e intra sé, donna che balli, +e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli +fioretti verso me, non altrimenti +che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, +sì appressando sé, che ’l dolce suono +veniva a me co’ suoi intendimenti. + +Tosto che fu là dove l’erbe sono +bagnate già da l’onde del bel fiume, +di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume +sotto le ciglia a Venere, trafitta +dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da l’altra riva dritta, +trattando più color con le sue mani, +che l’alta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; +ma Elesponto, là ’ve passò Serse, +ancora freno a tutti orgogli umani, + +più odio da Leandro non sofferse +per mareggiare intra Sesto e Abido, +che quel da me perch’ allor non s’aperse. + +«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», +cominciò ella, «in questo luogo eletto +a l’umana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; +ma luce rende il salmo Delectasti, +che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, +dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta +ad ogne tua question tanto che basti». + +«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta +impugnan dentro a me novella fede +di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + +Ond’ ella: «Io dicerò come procede +per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, +e purgherò la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, +fé l’uom buono e a bene, e questo loco +diede per arr’ a lui d’etterna pace. + +Per sua difalta qui dimorò poco; +per sua difalta in pianto e in affanno +cambiò onesto riso e dolce gioco. + +Perché ’l turbar che sotto da sé fanno +l’essalazion de l’acqua e de la terra, +che quanto posson dietro al calor vanno, + +a l’uomo non facesse alcuna guerra, +questo monte salìo verso ’l ciel tanto, +e libero n’è d’indi ove si serra. + +Or perché in circuito tutto quanto +l’aere si volge con la prima volta, +se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + +in questa altezza ch’è tutta disciolta +ne l’aere vivo, tal moto percuote, +e fa sonar la selva perch’ è folta; + +e la percossa pianta tanto puote, +che de la sua virtute l’aura impregna +e quella poi, girando, intorno scuote; + +e l’altra terra, secondo ch’è degna +per sé e per suo ciel, concepe e figlia +di diverse virtù diverse legna. + +Non parrebbe di là poi maraviglia, +udito questo, quando alcuna pianta +sanza seme palese vi s’appiglia. + +E saper dei che la campagna santa +dove tu se’, d’ogne semenza è piena, +e frutto ha in sé che di là non si schianta. + +L’acqua che vedi non surge di vena +che ristori vapor che gel converta, +come fiume ch’acquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, +che tanto dal voler di Dio riprende, +quant’ ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virtù discende +che toglie altrui memoria del peccato; +da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + +Quinci Letè; così da l’altro lato +Eünoè si chiama, e non adopra +se quinci e quindi pria non è gustato: + +a tutti altri sapori esto è di sopra. +E avvegna ch’assai possa esser sazia +la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; +né credo che ’l mio dir ti sia men caro, +se oltre promession teco si spazia. + +Quelli ch’anticamente poetaro +l’età de l’oro e suo stato felice, +forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente l’umana radice; +qui primavera sempre e ogne frutto; +nettare è questo di che ciascun dice». + +Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto +a’ miei poeti, e vidi che con riso +udito avëan l’ultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + +Purgatorio +Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, +continüò col fin di sue parole: +‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + +E come ninfe che si givan sole +per le salvatiche ombre, disïando +qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra ’l fiume, andando +su per la riva; e io pari di lei, +picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, +quando le ripe igualmente dier volta, +per modo ch’a levante mi rendei. + +Né ancor fu così nostra via molta, +quando la donna tutta a me si torse, +dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + +Ed ecco un lustro sùbito trascorse +da tutte parti per la gran foresta, +tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perché ’l balenar, come vien, resta, +e quel, durando, più e più splendeva, +nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + +E una melodia dolce correva +per l’aere luminoso; onde buon zelo +mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + +che là dove ubidia la terra e ’l cielo, +femmina, sola e pur testé formata, +non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto ’l qual se divota fosse stata, +avrei quelle ineffabili delizie +sentite prima e più lunga fïata. + +Mentr’ io m’andava tra tante primizie +de l’etterno piacer tutto sospeso, +e disïoso ancora a più letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, +ci si fé l’aere sotto i verdi rami; +e ’l dolce suon per canti era già inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, +freddi o vigilie mai per voi soffersi, +cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, +e Uranìe m’aiuti col suo coro +forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco più oltre, sette alberi d’oro +falsava nel parere il lungo tratto +del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + +ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, +che l’obietto comun, che ’l senso inganna, +non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virtù ch’a ragion discorso ammanna, +sì com’ elli eran candelabri apprese, +e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese +più chiaro assai che luna per sereno +di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi d’ammirazion pieno +al buon Virgilio, ed esso mi rispuose +con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei l’aspetto a l’alte cose +che si movieno incontr’ a noi sì tardi, +che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgridò: «Perché pur ardi +sì ne l’affetto de le vive luci, +e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + +Genti vid’ io allor, come a lor duci, +venire appresso, vestite di bianco; +e tal candor di qua già mai non fuci. + +L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, +e rendea me la mia sinistra costa, +s’io riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, +che solo il fiume mi facea distante, +per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, +lasciando dietro a sé l’aere dipinto, +e di tratti pennelli avean sembiante; + +sì che lì sopra rimanea distinto +di sette liste, tutte in quei colori +onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori +che la mia vista; e, quanto a mio avviso, +diece passi distavan quei di fori. + +Sotto così bel ciel com’ io diviso, +ventiquattro seniori, a due a due, +coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: «Benedicta tue +ne le figlie d’Adamo, e benedette +sieno in etterno le bellezze tue!». + +Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette +a rimpetto di me da l’altra sponda +libere fuor da quelle genti elette, + +sì come luce luce in ciel seconda, +vennero appresso lor quattro animali, +coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; +le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, +se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme più non spargo +rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, +tanto ch’a questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechïel, che li dipigne +come li vide da la fredda parte +venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, +tali eran quivi, salvo ch’a le penne +Giovanni è meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne +un carro, in su due rote, trïunfale, +ch’al collo d’un grifon tirato venne. + +Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale +tra la mezzana e le tre e tre liste, +sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; +le membra d’oro avea quant’ era uccello, +e bianche l’altre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro così bello +rallegrasse Affricano, o vero Augusto, +ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, svïando, fu combusto +per l’orazion de la Terra devota, +quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota +venian danzando; l’una tanto rossa +ch’a pena fora dentro al foco nota; + +l’altr’ era come se le carni e l’ossa +fossero state di smeraldo fatte; +la terza parea neve testé mossa; + +e or parëan da la bianca tratte, +or da la rossa; e dal canto di questa +l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, +in porpore vestite, dietro al modo +d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo +vidi due vecchi in abito dispari, +ma pari in atto e onesto e sodo. + +L’un si mostrava alcun de’ famigliari +di quel sommo Ipocràte che natura +a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + +mostrava l’altro la contraria cura +con una spada lucida e aguta, +tal che di qua dal rio mi fé paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; +e di retro da tutti un vecchio solo +venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo +erano abitüati, ma di gigli +dintorno al capo non facëan brolo, + +anzi di rose e d’altri fior vermigli; +giurato avria poco lontano aspetto +che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, +un tuon s’udì, e quelle genti degne +parvero aver l’andar più interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + +Purgatorio +Canto XXX + + +Quando il settentrïon del primo cielo, +che né occaso mai seppe né orto +né d’altra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva lì ciascun accorto +di suo dover, come ’l più basso face +qual temon gira per venire a porto, + +fermo s’affisse: la gente verace, +venuta prima tra ’l grifone ed esso, +al carro volse sé come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, +‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando +gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando +surgeran presti ognun di sua caverna, +la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna +si levar cento, ad vocem tanti senis, +ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, +e fior gittando e di sopra e dintorno, +‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + +Io vidi già nel cominciar del giorno +la parte orïental tutta rosata, +e l’altro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, +sì che per temperanza di vapori +l’occhio la sostenea lunga fïata: + +così dentro una nuvola di fiori +che da le mani angeliche saliva +e ricadeva in giù dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta d’uliva +donna m’apparve, sotto verde manto +vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che già cotanto +tempo era stato ch’a la sua presenza +non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver più conoscenza, +per occulta virtù che da lei mosse, +d’antico amor sentì la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse +l’alta virtù che già m’avea trafitto +prima ch’io fuor di püerizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto +col quale il fantolin corre a la mamma +quando ha paura o quando elli è afflitto, + +per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma +di sangue m’è rimaso che non tremi: +conosco i segni de l’antica fiamma’. + +Ma Virgilio n’avea lasciati scemi +di sé, Virgilio dolcissimo patre, +Virgilio a cui per mia salute die’mi; + +né quantunque perdeo l’antica matre, +valse a le guance nette di rugiada, +che, lagrimando, non tornasser atre. + +«Dante, perché Virgilio se ne vada, +non pianger anco, non piangere ancora; +ché pianger ti conven per altra spada». + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora +viene a veder la gente che ministra +per li altri legni, e a ben far l’incora; + +in su la sponda del carro sinistra, +quando mi volsi al suon del nome mio, +che di necessità qui si registra, + +vidi la donna che pria m’appario +velata sotto l’angelica festa, +drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + +Tutto che ’l vel che le scendea di testa, +cerchiato de le fronde di Minerva, +non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne l’atto ancor proterva +continüò come colui che dice +e ’l più caldo parlar dietro reserva: + +«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. +Come degnasti d’accedere al monte? +non sapei tu che qui è l’uom felice?». + +Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; +ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, +tanta vergogna mi gravò la fronte. + +Così la madre al figlio par superba, +com’ ella parve a me; perché d’amaro +sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro +di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; +ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + +Sì come neve tra le vive travi +per lo dosso d’Italia si congela, +soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in sé stessa trapela, +pur che la terra che perde ombra spiri, +sì che par foco fonder la candela; + +così fui sanza lagrime e sospiri +anzi ’l cantar di quei che notan sempre +dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre +lor compatire a me, par che se detto +avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + +lo gel che m’era intorno al cor ristretto, +spirito e acqua fessi, e con angoscia +de la bocca e de li occhi uscì del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia +del carro stando, a le sustanze pie +volse le sue parole così poscia: + +«Voi vigilate ne l’etterno die, +sì che notte né sonno a voi non fura +passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta è con più cura +che m’intenda colui che di là piagne, +perché sia colpa e duol d’una misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, +che drizzan ciascun seme ad alcun fine +secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, +che sì alti vapori hanno a lor piova, +che nostre viste là non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova +virtüalmente, ch’ogne abito destro +fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto più maligno e più silvestro +si fa ’l terren col mal seme e non cólto, +quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: +mostrando li occhi giovanetti a lui, +meco il menava in dritta parte vòlto. + +Sì tosto come in su la soglia fui +di mia seconda etade e mutai vita, +questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita, +e bellezza e virtù cresciuta m’era, +fu’ io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, +imagini di ben seguendo false, +che nulla promession rendono intera. + +Né l’impetrare ispirazion mi valse, +con le quali e in sogno e altrimenti +lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + +Tanto giù cadde, che tutti argomenti +a la salute sua eran già corti, +fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai l’uscio d’i morti, +e a colui che l’ha qua sù condotto, +li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, +se Letè si passasse e tal vivanda +fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda». + + + + +Purgatorio +Canto XXXI + + +«O tu che se’ di là dal fiume sacro», +volgendo suo parlare a me per punta, +che pur per taglio m’era paruto acro, + +ricominciò, seguendo sanza cunta, +«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa +tua confession conviene esser congiunta». + +Era la mia virtù tanto confusa, +che la voce si mosse, e pria si spense +che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: «Che pense? +Rispondi a me; ché le memorie triste +in te non sono ancor da l’acqua offense». + +Confusione e paura insieme miste +mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, +al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca +da troppa tesa, la sua corda e l’arco, +e con men foga l’asta il segno tocca, + +sì scoppia’ io sottesso grave carco, +fuori sgorgando lagrime e sospiri, +e la voce allentò per lo suo varco. + +Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, +che ti menavano ad amar lo bene +di là dal qual non è a che s’aspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene +trovasti, per che del passare innanzi +dovessiti così spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi +ne la fronte de li altri si mostraro, +per che dovessi lor passeggiare anzi?». + +Dopo la tratta d’un sospiro amaro, +a pena ebbi la voce che rispuose, +e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: «Le presenti cose +col falso lor piacer volser miei passi, +tosto che ’l vostro viso si nascose». + +Ed ella: «Se tacessi o se negassi +ciò che confessi, non fora men nota +la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota +l’accusa del peccato, in nostra corte +rivolge sé contra ’l taglio la rota. + +Tuttavia, perché mo vergogna porte +del tuo errore, e perché altra volta, +udendo le serene, sie più forte, + +pon giù il seme del piangere e ascolta: +sì udirai come in contraria parte +mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non t’appresentò natura o arte +piacer, quanto le belle membra in ch’io +rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + +e se ’l sommo piacer sì ti fallio +per la mia morte, qual cosa mortale +dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale +de le cose fallaci, levar suso +di retro a me che non era più tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, +ad aspettar più colpo, o pargoletta +o altra novità con sì breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; +ma dinanzi da li occhi d’i pennuti +rete si spiega indarno o si saetta». + +Quali fanciulli, vergognando, muti +con li occhi a terra stannosi, ascoltando +e sé riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando +per udir se’ dolente, alza la barba, +e prenderai più doglia riguardando». + +Con men di resistenza si dibarba +robusto cerro, o vero al nostral vento +o vero a quel de la terra di Iarba, + +ch’io non levai al suo comando il mento; +e quando per la barba il viso chiese, +ben conobbi il velen de l’argomento. + +E come la mia faccia si distese, +posarsi quelle prime creature +da loro aspersïon l’occhio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, +vider Beatrice volta in su la fiera +ch’è sola una persona in due nature. + +Sotto ’l suo velo e oltre la rivera +vincer pariemi più sé stessa antica, +vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + +Di penter sì mi punse ivi l’ortica, +che di tutte altre cose qual mi torse +più nel suo amor, più mi si fé nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, +ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, +salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, +la donna ch’io avea trovata sola +sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + +Tratto m’avea nel fiume infin la gola, +e tirandosi me dietro sen giva +sovresso l’acqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, +‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, +che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; +abbracciommi la testa e mi sommerse +ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato m’offerse +dentro a la danza de le quattro belle; +e ciascuna del braccio mi coperse. + +«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; +pria che Beatrice discendesse al mondo, +fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo +lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi +le tre di là, che miran più profondo». + +Così cantando cominciaro; e poi +al petto del grifon seco menarmi, +ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: «Fa che le viste non risparmi; +posto t’avem dinanzi a li smeraldi +ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + +Mille disiri più che fiamma caldi +strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, +che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti +la doppia fiera dentro vi raggiava, +or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, +quando vedea la cosa in sé star queta, +e ne l’idolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta +l’anima mia gustava di quel cibo +che, saziando di sé, di sé asseta, + +sé dimostrando di più alto tribo +ne li atti, l’altre tre si fero avanti, +danzando al loro angelico caribo. + +«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», +era la sua canzone, «al tuo fedele +che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele +a lui la bocca tua, sì che discerna +la seconda bellezza che tu cele». + +O isplendor di viva luce etterna, +chi palido si fece sotto l’ombra +sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, +tentando a render te qual tu paresti +là dove armonizzando il ciel t’adombra, + +quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + +Purgatorio +Canto XXXII + + +Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti +a disbramarsi la decenne sete, +che li altri sensi m’eran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete +di non caler—così lo santo riso +a sé traéli con l’antica rete!—; + +quando per forza mi fu vòlto il viso +ver’ la sinistra mia da quelle dee, +perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + +e la disposizion ch’a veder èe +ne li occhi pur testé dal sol percossi, +sanza la vista alquanto esser mi fée. + +Ma poi ch’al poco il viso riformossi +(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto +sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi ’n sul braccio destro esser rivolto +lo glorïoso essercito, e tornarsi +col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi +volgesi schiera, e sé gira col segno, +prima che possa tutta in sé mutarsi; + +quella milizia del celeste regno +che procedeva, tutta trapassonne +pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, +e ’l grifon mosse il benedetto carco +sì, che però nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco +e Stazio e io seguitavam la rota +che fé l’orbita sua con minore arco. + +Sì passeggiando l’alta selva vòta, +colpa di quella ch’al serpente crese, +temprava i passi un’angelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese +disfrenata saetta, quanto eramo +rimossi, quando Bëatrice scese. + +Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; +poi cerchiaro una pianta dispogliata +di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata +più quanto più è sù, fora da l’Indi +ne’ boschi lor per altezza ammirata. + +«Beato se’, grifon, che non discindi +col becco d’esto legno dolce al gusto, +poscia che mal si torce il ventre quindi». + +Così dintorno a l’albero robusto +gridaron li altri; e l’animal binato: +«Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + +E vòlto al temo ch’elli avea tirato, +trasselo al piè de la vedova frasca, +e quel di lei a lei lasciò legato. + +Come le nostre piante, quando casca +giù la gran luce mischiata con quella +che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella +di suo color ciascuna, pria che ’l sole +giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e più che di vïole +colore aprendo, s’innovò la pianta, +che prima avea le ramora sì sole. + +Io non lo ’ntesi, né qui non si canta +l’inno che quella gente allor cantaro, +né la nota soffersi tutta quanta. + +S’io potessi ritrar come assonnaro +li occhi spietati udendo di Siringa, +li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + +come pintor che con essempro pinga, +disegnerei com’ io m’addormentai; +ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + +Però trascorro a quando mi svegliai, +e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo +del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + +Quali a veder de’ fioretti del melo +che del suo pome li angeli fa ghiotti +e perpetüe nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti +e vinti, ritornaro a la parola +da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola +così di Moïsè come d’Elia, +e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna’ io, e vidi quella pia +sovra me starsi che conducitrice +fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». +Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda +nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: +li altri dopo ’l grifon sen vanno suso +con più dolce canzone e più profonda». + +E se più fu lo suo parlar diffuso, +non so, però che già ne li occhi m’era +quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, +come guardia lasciata lì del plaustro +che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facevan di sé claustro +le sette ninfe, con quei lumi in mano +che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + +«Qui sarai tu poco tempo silvano; +e sarai meco sanza fine cive +di quella Roma onde Cristo è romano. + +Però, in pro del mondo che mal vive, +al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, +ritornato di là, fa che tu scrive». + +Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi +d’i suoi comandamenti era divoto, +la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + +Non scese mai con sì veloce moto +foco di spessa nube, quando piove +da quel confine che più va remoto, + +com’ io vidi calar l’uccel di Giove +per l’alber giù, rompendo de la scorza, +non che d’i fiori e de le foglie nove; + +e ferì ’l carro di tutta sua forza; +ond’ el piegò come nave in fortuna, +vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna +del trïunfal veiculo una volpe +che d’ogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, +la donna mia la volse in tanta futa +quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond’ era pria venuta, +l’aguglia vidi scender giù ne l’arca +del carro e lasciar lei di sé pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, +tal voce uscì del cielo e cotal disse: +«O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + +Poi parve a me che la terra s’aprisse +tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago +che per lo carro sù la coda fisse; + +e come vespa che ritragge l’ago, +a sé traendo la coda maligna, +trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna +vivace terra, da la piuma, offerta +forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta +e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto +che più tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato così ’l dificio santo +mise fuor teste per le parti sue, +tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, +ma le quattro un sol corno avean per fronte: +simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, +seder sovresso una puttana sciolta +m’apparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perché non li fosse tolta, +vidi di costa a lei dritto un gigante; +e basciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perché l’occhio cupido e vagante +a me rivolse, quel feroce drudo +la flagellò dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, +disciolse il mostro, e trassel per la selva, +tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + + +Purgatorio +Canto XXXIII + + +‘Deus, venerunt gentes’, alternando +or tre or quattro dolce salmodia, +le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Bëatrice, sospirosa e pia, +quelle ascoltava sì fatta, che poco +più a la croce si cambiò Maria. + +Ma poi che l’altre vergini dier loco +a lei di dir, levata dritta in pè, +rispuose, colorata come foco: + +‘Modicum, et non videbitis me; +et iterum, sorelle mie dilette, +modicum, et vos videbitis me’. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, +e dopo sé, solo accennando, mosse +me e la donna e ’l savio che ristette. + +Così sen giva; e non credo che fosse +lo decimo suo passo in terra posto, +quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», +mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, +ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + +Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, +dissemi: «Frate, perché non t’attenti +a domandarmi omai venendo meco?». + +Come a color che troppo reverenti +dinanzi a suo maggior parlando sono, +che non traggon la voce viva ai denti, + +avvenne a me, che sanza intero suono +incominciai: «Madonna, mia bisogna +voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + +Ed ella a me: «Da tema e da vergogna +voglio che tu omai ti disviluppe, +sì che non parli più com’ om che sogna. + +Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, +fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda +che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sarà tutto tempo sanza reda +l’aguglia che lasciò le penne al carro, +per che divenne mostro e poscia preda; + +ch’io veggio certamente, e però il narro, +a darne tempo già stelle propinque, +secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, +messo di Dio, anciderà la fuia +con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, +qual Temi e Sfinge, men ti persuade, +perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, +che solveranno questo enigma forte +sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e sì come da me son porte, +così queste parole segna a’ vivi +del viver ch’è un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, +di non celar qual hai vista la pianta +ch’è or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, +con bestemmia di fatto offende a Dio, +che solo a l’uso suo la creò santa. + +Per morder quella, in pena e in disio +cinquemilia anni e più l’anima prima +bramò colui che ’l morso in sé punio. + +Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima +per singular cagione esser eccelsa +lei tanto e sì travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua d’Elsa +li pensier vani intorno a la tua mente, +e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente +la giustizia di Dio, ne l’interdetto, +conosceresti a l’arbor moralmente. + +Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto +fatto di pietra e, impetrato, tinto, +sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, +che ’l te ne porti dentro a te per quello +che si reca il bordon di palma cinto». + +E io: «Sì come cera da suggello, +che la figura impressa non trasmuta, +segnato è or da voi lo mio cervello. + +Ma perché tanto sovra mia veduta +vostra parola disïata vola, +che più la perde quanto più s’aiuta?». + +«Perché conoschi», disse, «quella scuola +c’hai seguitata, e veggi sua dottrina +come può seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina +distar cotanto, quanto si discorda +da terra il ciel che più alto festina». + +Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda +ch’i’ stranïasse me già mai da voi, +né honne coscïenza che rimorda». + +«E se tu ricordar non te ne puoi», +sorridendo rispuose, «or ti rammenta +come bevesti di Letè ancoi; + +e se dal fummo foco s’argomenta, +cotesta oblivïon chiaro conchiude +colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude +le mie parole, quanto converrassi +quelle scovrire a la tua vista rude». + +E più corusco e con più lenti passi +teneva il sole il cerchio di merigge, +che qua e là, come li aspetti, fassi, + +quando s’affisser, sì come s’affigge +chi va dinanzi a gente per iscorta +se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin d’un’ombra smorta, +qual sotto foglie verdi e rami nigri +sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + +Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri +veder mi parve uscir d’una fontana, +e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +«O luce, o gloria de la gente umana, +che acqua è questa che qui si dispiega +da un principio e sé da sé lontana?». + +Per cotal priego detto mi fu: «Priega +Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, +come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: «Questo e altre cose +dette li son per me; e son sicura +che l’acqua di Letè non gliel nascose». + +E Bëatrice: «Forse maggior cura, +che spesse volte la memoria priva, +fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eünoè che là diriva: +menalo ad esso, e come tu se’ usa, +la tramortita sua virtù ravviva». + +Come anima gentil, che non fa scusa, +ma fa sua voglia de la voglia altrui +tosto che è per segno fuor dischiusa; + +così, poi che da essa preso fui, +la bella donna mossesi, e a Stazio +donnescamente disse: «Vien con lui». + +S’io avessi, lettor, più lungo spazio +da scrivere, i’ pur cantere’ in parte +lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + +ma perché piene son tutte le carte +ordite a questa cantica seconda, +non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + +Io ritornai da la santissima onda +rifatto sì come piante novelle +rinovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire a le stelle. + + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + +***** This file should be named 998-0.txt or 998-0.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + https://www.gutenberg.org/9/9/998/ + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the +United States without permission and without paying copyright +royalties. 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