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+The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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+using this eBook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante
+ Purgatorio
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Release Date: August, 1997 [eBook #998]
+[Most recently updated: April 25, 2021]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
+
+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+di Dante Alighieri
+
+CANTICA II: PURGATORIO
+
+
+Contents
+
+ PURGATORIO
+ Canto I.
+ Canto II.
+ Canto III.
+ Canto IV.
+ Canto V.
+ Canto VI.
+ Canto VII.
+ Canto VIII.
+ Canto IX.
+ Canto X.
+ Canto XI.
+ Canto XII.
+ Canto XIII.
+ Canto XIV.
+ Canto XV.
+ Canto XVI.
+ Canto XVII.
+ Canto XVIII.
+ Canto XIX.
+ Canto XX.
+ Canto XXI.
+ Canto XXII.
+ Canto XXIII.
+ Canto XXIV.
+ Canto XXV.
+ Canto XXVI.
+ Canto XXVII.
+ Canto XXVIII.
+ Canto XXIX.
+ Canto XXX.
+ Canto XXXI.
+ Canto XXXII.
+ Canto XXXIII.
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+omai la navicella del mio ingegno,
+che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+e canterò di quel secondo regno
+dove l’umano spirito si purga
+e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poesì resurga,
+o sante Muse, poi che vostro sono;
+e qui Calïopè alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+di cui le Piche misere sentiro
+lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color d’orïental zaffiro,
+che s’accoglieva nel sereno aspetto
+del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricominciò diletto,
+tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+Lo bel pianeto che d’amar conforta
+faceva tutto rider l’orïente,
+velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+oh settentrïonal vedovo sito,
+poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+Com’ io da loro sguardo fui partito,
+un poco me volgendo a l ’altro polo,
+là onde ’l Carro già era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+degno di tanta reverenza in vista,
+che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+portava, a’ suoi capelli simigliante,
+de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+«Chi siete voi che contro al cieco fiume
+fuggita avete la pregione etterna?»,
+diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+uscendo fuor de la profonda notte
+che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi d’abisso così rotte?
+o è mutato in ciel novo consiglio,
+che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+e con parole e con mani e con cenni
+reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+donna scese del ciel, per li cui prieghi
+de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai l’ultima sera;
+ma per la sua follia le fu sì presso,
+che molto poco tempo a volger era.
+
+Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+per lui campare; e non lì era altra via
+che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+e ora intendo mostrar quelli spirti
+che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+de l’alto scende virtù che m’aiuta
+conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+libertà va cercando, ch’è sì cara,
+come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+in Utica la morte, ove lasciasti
+la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ché questi vive e Minòs me non lega;
+ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+o santo petto, che per tua la tegni:
+per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+grazie riporterò di te a lei,
+se d’esser mentovato là giù degni».
+
+«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+«che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di là dal mal fiume dimora,
+più muover non mi può, per quella legge
+che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+Ma se donna del ciel ti move e regge,
+come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ché non si converria, l’occhio sorpriso
+d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+là giù colà dove la batte l’onda,
+porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+null’ altra pianta che facesse fronda
+o indurasse, vi puote aver vita,
+però ch’a le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+prendere il monte a più lieve salita».
+
+Così sparì; e io sù mi levai
+sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+volgianci in dietro, ché di qua dichina
+questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+L’alba vinceva l’ora mattutina
+che fuggia innanzi, sì che di lontano
+conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+com’ om che torna a la perduta strada,
+che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+pugna col sole, per essere in parte
+dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su l’erbetta sparte
+soavemente ’l mio maestro pose:
+ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ivi mi fece tutto discoverto
+quel color che l’inferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+che mai non vide navicar sue acque
+omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+oh maraviglia! ché qual elli scelse
+l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto II
+
+
+Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+lo cui meridïan cerchio coverchia
+Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+uscia di Gange fuor con le Bilance,
+che le caggion di man quando soverchia;
+
+sì che le bianche e le vermiglie guance,
+là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+come gente che pensa a suo cammino,
+che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+per li grossi vapor Marte rosseggia
+giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+un lume per lo mar venir sì ratto,
+che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+l’occhio per domandar lo duca mio,
+rividil più lucente e maggior fatto.
+
+Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+un non sapeva che bianco, e di sotto
+a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+mentre che i primi bianchi apparver ali;
+allor che ben conobbe il galeotto,
+
+gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+sì che remo non vuol, né altro velo
+che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+trattando l’aere con l’etterne penne,
+che non si mutan come mortal pelo».
+
+Poi, come più e più verso noi venne
+l’uccel divino, più chiaro appariva:
+per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+con un vasello snelletto e leggero,
+tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+tal che faria beato pur descripto;
+e più di cento spirti entro sediero.
+
+‘In exitu Isräel de Aegypto’
+cantavan tutti insieme ad una voce
+con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase lì, selvaggia
+parea del loco, rimirando intorno
+come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+lo sol, ch’avea con le saette conte
+di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alzò la fronte
+ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+mostratene la via di gire al monte».
+
+E Virgilio rispuose: «Voi credete
+forse che siamo esperti d’esto loco;
+ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+per altra via, che fu sì aspra e forte,
+che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+L’anime, che si fuor di me accorte,
+per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+tragge la gente per udir novelle,
+e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+così al viso mio s’affisar quelle
+anime fortunate tutte quante,
+quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+per abbracciarmi con sì grande affetto,
+che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse ch’io posasse;
+allor conobbi chi era, e pregai
+che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+«Casella mio, per tornar altra volta
+là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+se quei che leva quando e cui li piace,
+più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ché di giusto voler lo suo si face:
+veramente da tre mesi elli ha tolto
+chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+dove l’acqua di Tevero s’insala,
+benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+però che sempre quivi si ricoglie
+qual verso Acheronte non si cala».
+
+E io: «Se nuova legge non ti toglie
+memoria o uso a l’amoroso canto
+che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di ciò ti piaccia consolare alquanto
+l’anima mia, che, con la sua persona
+venendo qui, è affannata tanto!».
+
+‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+cominciò elli allor sì dolcemente,
+che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+ch’eran con lui parevan sì contenti,
+come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare è questo?
+Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+li colombi adunati a la pastura,
+queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+subitamente lasciano star l’esca,
+perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+così vid’ io quella masnada fresca
+lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+dispergesse color per la campagna,
+rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+e come sare’ io sanza lui corso?
+chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da sé stesso rimorso:
+o dignitosa coscïenza e netta,
+come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+rotto m’era dinanzi a la figura,
+ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+a dir mi cominciò tutto rivolto;
+«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+Vespero è già colà dov’ è sepolto
+lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+non ti maravigliar più che d’i cieli
+che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+simili corpi la Virtù dispone
+che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+Matto è chi spera che nostra ragione
+possa trascorrer la infinita via
+che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ché, se potuto aveste veder tutto,
+mestier non era parturir Maria;
+
+e disïar vedeste sanza frutto
+tai che sarebbe lor disio quetato,
+ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+io dico d’Aristotile e di Plato
+e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+e più non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+quivi trovammo la roccia sì erta,
+che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+la più rotta ruina è una scala,
+verso di quella, agevole e aperta.
+
+«Or chi sa da qual man la costa cala»,
+disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+«sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+essaminava del cammin la mente,
+e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra m’apparì una gente
+d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+e non pareva, sì venïan lente.
+
+«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ecco di qua chi ne darà consiglio,
+se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+Guardò allora, e con libero piglio
+rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+i’ dico dopo i nostri mille passi,
+quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+Virgilio incominciò, «per quella pace
+ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ditene dove la montagna giace,
+sì che possibil sia l’andare in suso;
+ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+sì vid’ io muovere a venir la testa
+di quella mandra fortunata allotta,
+pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+la luce in terra dal mio destro canto,
+sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+e tutti li altri che venieno appresso,
+non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+«Sanza vostra domanda io vi confesso
+che questo è corpo uman che voi vedete;
+per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+che non sanza virtù che da ciel vegna
+cerchi di soverchiar questa parete».
+
+Così ’l maestro; e quella gente degna
+«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incominciò: «Chiunque
+tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+nepote di Costanza imperadrice;
+ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+di due punte mortali, io mi rendei,
+piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+di me fu messo per Clemente allora,
+avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+in co del ponte presso a Benevento,
+sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+Per lor maladizion sì non si perde,
+che non possa tornar, l’etterno amore,
+mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero è che quale in contumacia more
+di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+in sua presunzïon, se tal decreto
+più corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+revelando a la mia buona Costanza
+come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+che alcuna virtù nostra comprenda,
+l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+par ch’a nulla potenza più intenda;
+e questo è contra quello error che crede
+ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+E però, quando s’ode cosa o vede
+che tegna forte a sé l’anima volta,
+vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+e altra è quella c’ha l’anima intera:
+questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+udendo quello spirto e ammirando;
+ché ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non m’era accorto, quando
+venimmo ove quell’ anime ad una
+gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+con una forcatella di sue spine
+l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+che non era la calla onde salìne
+lo duca mio, e io appresso, soli,
+come da noi la schiera si partìne.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+dico con l’ale snelle e con le piume
+del gran disio, di retro a quel condotto
+che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+pur su al monte dietro a me acquista,
+fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+e la costa superba più assai
+che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+«O dolce padre, volgiti, e rimira
+com’ io rimango sol, se non restai».
+
+«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+additandomi un balzo poco in sùe
+che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+Sì mi spronaron le parole sue,
+ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+poscia li alzai al sole, e ammirava
+che da sinistra n’eravam feriti.
+
+Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+stupido tutto al carro de la luce,
+ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+fossero in compagnia di quello specchio
+che sù e giù del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ancora a l’Orse più stretto rotare,
+se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+dentro raccolto, imagina Sïòn
+con questo monte in su la terra stare
+
+sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+e diversi emisperi; onde la strada
+che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+là dove mio ingegno parea manco,
+
+che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+per la ragion che di’, quinci si parte
+verso settentrïon, quanto li Ebrei
+vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+più che salir non posson li occhi miei».
+
+Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+che sempre al cominciar di sotto è grave;
+e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+Però, quand’ ella ti parrà soave
+tanto, che sù andar ti fia leggero
+com’ a seconda giù andar per nave,
+
+allor sarai al fin d’esto sentiero;
+quivi di riposar l’affanno aspetta.
+Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+E com’ elli ebbe sua parola detta,
+una voce di presso sonò: «Forse
+che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+e vedemmo a mancina un gran petrone,
+del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+Là ci traemmo; e ivi eran persone
+che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+sedeva e abbracciava le ginocchia,
+tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+colui che mostra sé più negligente
+che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+movendo ’l viso pur su per la coscia,
+e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+che m’avacciava un poco ancor la lena,
+non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+mosser le labbra mie un poco a riso;
+poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perché assiso
+quiritto se’? attendi tu iscorta,
+o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+di fuor da essa, quanto fece in vita,
+per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazïone in prima non m’aita
+che surga sù di cuor che in grazia viva;
+l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+E già il poeta innanzi mi saliva,
+e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+meridïan dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto V
+
+
+Io era già da quell’ ombre partito,
+e seguitava l’orme del mio duca,
+quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+una gridò: «Ve’ che non par che luca
+lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+e come vivo par che si conduca!».
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+e vidile guardar per maraviglia
+pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+sta come torre ferma, che non crolla
+già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+Dissilo, alquanto del color consperso
+che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+E ’ntanto per la costa di traverso
+venivan genti innanzi a noi un poco,
+cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+«Di vostra condizion fatene saggi».
+
+E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+e ritrarre a color che vi mandaro
+che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+com’ io avviso, assai è lor risposto:
+fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+di prima notte mai fender sereno,
+né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+come schiera che scorre sanza freno.
+
+«Questa gente che preme a noi è molta,
+e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+«però pur va, e in andando ascolta».
+
+«O anima che vai per esser lieta
+con quelle membra con le quai nascesti»,
+venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+sì che di lui di là novella porti:
+deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+Noi fummo tutti già per forza morti,
+e peccatori infino a l’ultima ora;
+quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+sì che, pentendo e perdonando, fora
+di vita uscimmo a Dio pacificati,
+che del disio di sé veder n’accora».
+
+E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io farò per quella pace
+che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+E uno incominciò: «Ciascun si fida
+del beneficio tuo sanza giurarlo,
+pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ti priego, se mai vedi quel paese
+che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+in Fano, sì che ben per me s’adori
+pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+là dov’ io più sicuro esser credea:
+quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+assai più là che dritto non volea.
+
+Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ancor sarei di là dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+de le mie vene farsi in terra laco».
+
+Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+si compia che ti tragge a l’alto monte,
+con buona pïetate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+Giovanna o altri non ha di me cura;
+per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ti travïò sì fuor di Campaldino,
+che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+arriva’ io forato ne la gola,
+fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola;
+nel nome di Maria fini’, e quivi
+caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui l’etterno
+per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+quell’ umido vapor che in acqua riede,
+tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+per la virtù che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+da Pratomagno al gran giogo coperse
+di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ver’ lo fiume real tanto veloce
+si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+e riposato de la lunga via»,
+seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+«ricorditi di me, che son la Pia;
+Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+salsi colui che ’nnanellata pria
+
+disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+colui che perde si riman dolente,
+repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con l’altro se ne va tutta la gente;
+qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non s’arresta, e questo e quello intende;
+a cui porge la man, più non fa pressa;
+e così da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+Federigo Novello, e quel da Pisa
+che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e l’anima divisa
+dal corpo suo per astio e per inveggia,
+com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+sì che però non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+o luce mia, espresso in alcun testo
+che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+sarebbe dunque loro speme vana,
+o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+e la speranza di costor non falla,
+se ben si guarda con la mente sana;
+
+ché cima di giudicio non s’avvalla
+perché foco d’amor compia in un punto
+ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+e là dov’ io fermai cotesto punto,
+non s’ammendava, per pregar, difetto,
+perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a così alto sospetto
+non ti fermar, se quella nol ti dice
+che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+di questo monte, ridere e felice».
+
+E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ché già non m’affatico come dianzi,
+e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+rispuose, «quanto più potremo omai;
+ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie là sù, tornar vedrai
+colui che già si cuopre de la costa,
+sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi là un’anima che, posta
+sola soletta, inverso noi riguarda:
+quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+come ti stavi altera e disdegnosa
+e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ma lasciavane gir, solo sguardando
+a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+che ne mostrasse la miglior salita;
+e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+non donna di province, ma bordello!
+
+Quell’ anima gentil fu così presta,
+sol per lo dolce suon de la sua terra,
+di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perché ti racconciasse il freno
+Iustinïano, se la sella è vòta?
+Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+e lasciar seder Cesare in la sella,
+se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera è fatta fella
+per non esser corretta da li sproni,
+poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco ch’abbandoni
+costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+per cupidigia di costà distretti,
+che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+color già tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+vedova e sola, e dì e notte chiama:
+«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+e se nulla di noi pietà ti move,
+a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m’è, o sommo Giove
+che fosti in terra per noi crucifisso,
+son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O è preparazion che ne l’abisso
+del tuo consiglio fai per alcun bene
+in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+Ché le città d’Italia tutte piene
+son di tiranni, e un Marcel diventa
+ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+di questa digression che non ti tocca,
+mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ma il popol tuo solicito risponde
+sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+l’antiche leggi e furon sì civili,
+fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+provedimenti, ch’a mezzo novembre
+non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+legge, moneta, officio e costume
+hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+vedrai te somigliante a quella inferma
+che non può trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VII
+
+
+Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+furo iterate tre e quattro volte,
+Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+«Anzi che a questo monte fosser volte
+l’anime degne di salire a Dio,
+fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+lo ciel perdei che per non aver fé».
+Così rispuose allora il duca mio.
+
+Qual è colui che cosa innanzi sé
+sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+e umilmente ritornò ver’ lui,
+e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+«O gloria di Latin», disse, «per cui
+mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+S’io son d’udir le tue parole degno,
+dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+«Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+rispuose lui, «son io di qua venuto;
+virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+a veder l’alto Sol che tu disiri
+e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ma di tenebre solo, ove i lamenti
+non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+dai denti morsi de la morte avante
+che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+virtù non si vestiro, e sanza vizio
+conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+dà noi per che venir possiam più tosto
+là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+licito m’è andar suso e intorno;
+per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+Ma vedi già come dichina il giorno,
+e andar sù di notte non si puote;
+però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote;
+se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+e non sanza diletto ti fier note».
+
+«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+salir di notte, fora elli impedito
+d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+dicendo: «Vedi? sola questa riga
+non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+non però ch’altra cosa desse briga,
+che la notturna tenebra, ad ir suso;
+quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+e passeggiar la costa intorno errando,
+mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ch’aver si può diletto dimorando».
+
+Poco allungati c’eravam di lici,
+quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+dove la costa face di sé grembo;
+e là il novo giorno attenderemo».
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+che ne condusse in fianco de la lacca,
+là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+indaco, legno lucido e sereno,
+fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+posti, ciascun saria di color vinto,
+come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ma di soavità di mille odori
+vi facea uno incognito e indistinto.
+
+‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+quindi seder cantando anime vidi,
+che per la valle non parean di fuori.
+
+«Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+«tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+conoscerete voi di tutti quanti,
+che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+Colui che più siede alto e fa sembianti
+d’aver negletto ciò che far dovea,
+e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+sì che tardi per altri si ricrea.
+
+L’altro che ne la vista lui conforta,
+resse la terra dove l’acqua nasce
+che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate là come si batte il petto!
+L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+sanno la vita sua viziata e lorda,
+e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+cantando, con colui dal maschio naso,
+d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+lo giovanetto che retro a lui siede,
+ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de l’altre rede;
+Iacomo e Federigo hanno i reami;
+del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+l’umana probitate; e questo vole
+quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+quanto, più che Beatrice e Margherita,
+Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che più basso tra costor s’atterra,
+guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VIII
+
+
+Era già l’ora che volge il disio
+ai navicanti e ’ntenerisce il core
+lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin d’amore
+punge, se ode squilla di lontano
+che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand’ io incominciai a render vano
+l’udire e a mirare una de l’alme
+surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e levò ambo le palme,
+ficcando li occhi verso l’orïente,
+come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+‘Te lucis ante’ sì devotamente
+le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+che fece me a me uscir di mente;
+
+e l’altre poi dolcemente e devote
+seguitar lei per tutto l’inno intero,
+avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+tacito poscia riguardare in sùe,
+quasi aspettando, palido e umìle;
+
+e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+due angeli con due spade affocate,
+tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+erano in veste, che da verdi penne
+percosse traean dietro e ventilate.
+
+L’un poco sovra noi a star si venne,
+e l’altro scese in l’opposita sponda,
+sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+«Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+disse Sordello, «a guardia de la valle,
+per lo serpente che verrà vie via».
+
+Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+e fui di sotto, e vidi un che mirava
+pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+a piè del monte per le lontane acque?».
+
+«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+venni stamane, e sono in prima vita,
+ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+E come fu la mia risposta udita,
+Sordello ed elli in dietro si raccolse
+come gente di sùbito smarrita.
+
+L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+che tu dei a colui che sì nasconde
+lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+quando sarai di là da le larghe onde,
+dì a Giovanna mia che per me chiami
+là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre più m’ami,
+poscia che trasmutò le bianche bende,
+le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+quanto in femmina foco d’amor dura,
+se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+Non le farà sì bella sepultura
+la vipera che Melanesi accampa,
+com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+Così dicea, segnato de la stampa,
+nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+pur là dove le stelle son più tarde,
+sì come rota più presso a lo stelo.
+
+E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+E io a lui: «A quelle tre facelle
+di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+che vedevi staman, son di là basse,
+e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+la picciola vallea, era una biscia,
+forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e però dicer non posso,
+come mosser li astor celestïali;
+ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+suso a le poste rivolando iguali.
+
+L’ombra che s’era al giudice raccolta
+quando chiamò, per tutto quello assalto
+punto non fu da me guardare sciolta.
+
+«Se la lucerna che ti mena in alto
+truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+cominciò ella, «se novella vera
+di Val di Magra o di parte vicina
+sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+non son l’antico, ma di lui discesi;
+a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+già mai non fui; ma dove si dimora
+per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+grida i segnori e grida la contrada,
+sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+che vostra gente onrata non si sfregia
+del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura sì la privilegia,
+che, perché il capo reo il mondo torca,
+sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+sette volte nel letto che ’l Montone
+con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinïone
+ti fia chiavata in mezzo de la testa
+con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+già s’imbiancava al balco d’orïente,
+fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+poste in figura del freddo animale
+che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de’ passi con che sale,
+fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne l’ora che comincia i tristi lai
+la rondinella presso a la mattina,
+forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+più da la carne e men da’ pensier presa,
+a le sue visïon quasi è divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea là dove fuoro
+abbandonati i suoi da Ganimede,
+quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+pur qui per uso, e forse d’altro loco
+disdegna di portarne suso in piede’.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+terribil come folgor discendesse,
+e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+li occhi svegliati rivolgendo in giro
+e non sappiendo là dove si fosse,
+
+quando la madre da Chirón a Schiro
+trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato m’era solo il mio conforto,
+e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+«Non aver tema», disse il mio segnore;
+«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+quando l’anima tua dentro dormia,
+sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+lasciatemi pigliar costui che dorme;
+sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+e che muta in conforto sua paura,
+poi che la verità li è discoperta,
+
+mi cambia’ io; e come sanza cura
+vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+la mia matera, e però con più arte
+non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+che là dove pareami prima rotto,
+pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+per gire ad essa, di color diversi,
+e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+E come l’occhio più e più v’apersi,
+vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+e una spada nuda avëa in mano,
+che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+«Dite costinci: che volete voi?»,
+cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ricominciò il cortese portinaio:
+«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+bianco marmo era sì pulito e terso,
+ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto più che perso,
+d’una petrina ruvida e arsiccia,
+crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+porfido mi parea, sì fiammeggiante
+come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tenëa ambo le piante
+l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi sù di buona voglia
+mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+d’un color fora col suo vestimento;
+e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+pria con la bianca e poscia con la gialla
+fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+che non si volga dritta per la toppa»,
+diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+E quando fuor ne’ cardini distorti
+li spigoli di quella regge sacra,
+che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+Tarpëa, come tolto le fu il buono
+Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+quando a cantar con organi si stea;
+
+ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+che ’l mal amor de l’anime disusa,
+perché fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti’ esser richiusa;
+e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+che si moveva e d’una e d’altra parte,
+sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+«Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+tanto che pria lo scemo de la luna
+rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ma quando fummo liberi e aperti
+sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ïo stancato e amendue incerti
+di nostra via, restammo in su un piano
+solingo più che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+al piè de l’alta ripa che pur sale,
+misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+or dal sinistro e or dal destro fianco,
+questa cornice mi parea cotale.
+
+Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+quand’ io conobbi quella ripa intorno
+che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+L’angel che venne in terra col decreto
+de la molt’ anni lagrimata pace,
+ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva sì verace
+quivi intagliato in un atto soave,
+che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+perché iv’ era imaginata quella
+ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+come figura in cera si suggella.
+
+«Non tener pur ad un loco la mente»,
+disse ’l dolce maestro, che m’avea
+da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+di retro da Maria, da quella costa
+onde m’era colui che mi movea,
+
+un’altra storia ne la roccia imposta;
+per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato lì nel marmo stesso
+lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+Similemente al fummo de li ’ncensi
+che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+e al sì e al no discordi fensi.
+
+Lì precedeva al benedetto vaso,
+trescando alzato, l’umile salmista,
+e più e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigïata ad una vista
+d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+sì come donna dispettosa e trista.
+
+I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+per avvisar da presso un’altra istoria,
+che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+Quiv’ era storïata l’alta gloria
+del roman principato, il cui valore
+mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i’ dico di Traiano imperadore;
+e una vedovella li era al freno,
+di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+come persona in cui dolor s’affretta,
+
+«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+produsse esto visibile parlare,
+novello a noi perché qui non si trova.
+
+Mentr’ io mi dilettava di guardare
+l’imagini di tante umilitadi,
+e per lo fabbro loro a veder care,
+
+«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+mormorava il poeta, «molte genti:
+questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+di buon proponimento per udire
+come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martìre:
+pensa la succession; pensa ch’al peggio
+oltre la gran sentenza non può ire.
+
+Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+muovere a noi, non mi sembian persone,
+e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+Ed elli a me: «La grave condizione
+di lor tormento a terra li rannicchia,
+sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+Ma guarda fiso là, e disviticchia
+col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+che, de la vista de la mente infermi,
+fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+non v’accorgete voi che noi siam vermi
+nati a formar l’angelica farfalla,
+che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che l’animo vostro in alto galla,
+poi siete quasi antomata in difetto,
+sì come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+per mensola talvolta una figura
+si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+nascere ’n chi la vede; così fatti
+vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero è che più e meno eran contratti
+secondo ch’avien più e meno a dosso;
+e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XI
+
+
+«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+non circunscritto, ma per più amore
+ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+da ogne creatura, com’ è degno
+di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ché noi ad essa non potem da noi,
+s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+fan sacrificio a te, cantando osanna,
+così facciano li uomini de’ suoi.
+
+Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+sanza la qual per questo aspro diserto
+a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+E come noi lo mal ch’avem sofferto
+perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virtù che di legger s’adona,
+non spermentar con l’antico avversaro,
+ma libera da lui che sì la sprona.
+
+Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ma per color che dietro a noi restaro».
+
+Così a sé e noi buona ramogna
+quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+simile a quel che talvolta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+e lasse su per la prima cornice,
+purgando la caligine del mondo.
+
+Se di là sempre ben per noi si dice,
+di qua che dire e far per lor si puote
+da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+Ben si de’ loro atar lavar le note
+che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+possano uscire a le stellate ruote.
+
+«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+tosto, sì che possiate muover l’ala,
+che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver’ la scala
+si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+de la carne d’Adamo onde si veste,
+al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+che dette avea colui cu’ io seguiva,
+non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: «A man destra per la riva
+con noi venite, e troverete il passo
+possibile a salir persona viva.
+
+E s’io non fossi impedito dal sasso
+che la cervice mia superba doma,
+onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+L’antico sangue e l’opere leggiadre
+d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+superbia fa, ché tutti miei consorti
+ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien ch’io questo peso porti
+per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+Ascoltando chinai in giù la faccia;
+e un di lor, non questi che parlava,
+si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+tenendo li occhi con fatica fisi
+a me che tutto chin con loro andava.
+
+«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+che pennelleggia Franco Bolognese;
+l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare’ io stato sì cortese
+mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+e ancor non sarei qui, se non fosse
+che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de l’umane posse!
+com’ poco verde in su la cima dura,
+se non è giunta da l’etati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+sì che la fama di colui è scura.
+
+Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+la gloria de la lingua; e forse è nato
+chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+e muta nome perché muta lato.
+
+Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+da te la carne, che se fossi morto
+anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+Colui che del cammin sì poco piglia
+dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond’ era sire quando fu distrutta
+la rabbia fiorentina, che superba
+fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+La vostra nominanza è color d’erba,
+che viene e va, e quei la discolora
+per cui ella esce de la terra acerba».
+
+E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ed è qui perché fu presuntüoso
+a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito è così e va, sanza riposo,
+poi che morì; cotal moneta rende
+a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+E io: «Se quello spirito ch’attende,
+pria che si penta, l’orlo de la vita,
+qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+se buona orazïon lui non aita,
+prima che passi tempo quanto visse,
+come fu la venuta lui largita?».
+
+«Quando vivea più glorïoso», disse,
+«liberamente nel Campo di Siena,
+ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+m’andava io con quell’ anima carca,
+fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+con la persona, avvegna che i pensieri
+mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io m’era mosso, e seguia volontieri
+del mio maestro i passi, e amendue
+già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+buon ti sarà, per tranquillar la via,
+veder lo letto de le piante tue».
+
+Come, perché di lor memoria sia,
+sovra i sepolti le tombe terragne
+portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+onde lì molte volte si ripiagne
+per la puntura de la rimembranza,
+che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+secondo l’artificio, figurato
+quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+più ch’altra creatura, giù dal cielo
+folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+Vedëa Brïareo fitto dal telo
+celestïal giacer, da l’altra parte,
+grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+armati ancora, intorno al padre loro,
+mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+quasi smarrito, e riguardar le genti
+che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+O Nïobè, con che occhi dolenti
+vedea io te segnata in su la strada,
+tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Saùl, come in su la propria spada
+quivi parevi morto in Gelboè,
+che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+O folle Aragne, sì vedea io te
+già mezza ragna, trista in su li stracci
+de l’opera che mal per te si fé.
+
+O Roboàm, già non par che minacci
+quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+come Almeon a sua madre fé caro
+parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+o Ilïón, come te basso e vile
+mostrava il segno che lì si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+non vide mei di me chi vide il vero,
+quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Più era già per noi del monte vòlto
+e del cammin del sole assai più speso
+che non stimava l’animo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+andava, cominciò: «Drizza la testa;
+non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+Vedi colà un angel che s’appresta
+per venir verso noi; vedi che torna
+dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi venìa la creatura bella,
+biancovestito e ne la faccia quale
+par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+o gente umana, per volar sù nata,
+perché a poco vento così cadi?».
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+quivi mi batté l’ali per la fronte;
+poi mi promise sicura l’andata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+dove siede la chiesa che soggioga
+la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar l’ardita foga
+per le scalee che si fero ad etade
+ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+così s’allenta la ripa che cade
+quivi ben ratta da l’altro girone;
+ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+da l’infernali! ché quivi per canti
+s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+Già montavam su per li scaglion santi,
+ed esser mi parea troppo più lieve
+che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+levata s’è da me, che nulla quasi
+per me fatica, andando, si riceve?».
+
+Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ancor nel volto tuo presso che stinti,
+saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+che non pur non fatica sentiranno,
+ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+Allor fec’ io come color che vanno
+con cosa in capo non da lor saputa,
+se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar s’aiuta,
+e cerca e truova e quello officio adempie
+che non si può fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+trovai pur sei le lettere che ’ncise
+quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+dove secondamente si risega
+lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi così una cornice lega
+dintorno il poggio, come la primaia;
+se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+Ombra non lì è né segno che si paia:
+parsi la ripa e parsi la via schietta
+col livido color de la petraia.
+
+«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ragionava il poeta, «io temo forse
+che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+fece del destro lato a muover centro,
+e la sinistra parte di sé torse.
+
+«O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+s’altra ragione in contrario non ponta,
+esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+tanto di là eravam noi già iti,
+con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+non però visti, spiriti parlando
+a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+La prima voce che passò volando
+‘Vinum non habent’ altamente disse,
+e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+E com’ io domandai, ecco la terza
+dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+la colpa de la invidia, e però sono
+tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+credo che l’udirai, per mio avviso,
+prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+Allora più che prima li occhi apersi;
+guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco più avanti,
+udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+omo sì duro, che non fosse punto
+per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+che li atti loro a me venivan certi,
+per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Così li ciechi a cui la roba falla,
+stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+non pur per lo sonar de le parole,
+ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+si fa però che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+veggendo altrui, non essendo veduto:
+per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+e però non attese mia dimanda,
+ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+Virgilio mi venìa da quella banda
+de la cornice onde cader si puote,
+perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+da l’altra parte m’eran le divote
+ombre, che per l’orribile costura
+premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+incominciai, «di veder l’alto lume
+che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+di vostra coscïenza sì che chiaro
+per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+s’anima è qui tra voi che sia latina;
+e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+«O frate mio, ciascuna è cittadina
+d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+che vivesse in Italia peregrina».
+
+Questo mi parve per risposta udire
+più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+altri rimendo qui la vita ria,
+lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapìa
+fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+più lieta assai che di ventura mia.
+
+E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+in campo giunti co’ loro avversari,
+e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+passi di fuga; e veggendo la caccia,
+letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+de la mia vita; e ancor non sarebbe
+lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+fatta per esser con invidia vòlti.
+
+Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+l’anima mia del tormento di sotto,
+che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e però mi richiedi,
+spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+di là per te ancor li mortai piedi».
+
+«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+però col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu più brami,
+se mai calchi la terra di Toscana,
+che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+che spera in Talamone, e perderagli
+più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIV
+
+
+«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+prima che morte li abbia dato il volo,
+e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+domandal tu che più li t’avvicini,
+e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ragionavan di me ivi a man dritta;
+poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse l’uno: «O anima che fitta
+nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+per carità ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+tanto maravigliar de la tua grazia,
+quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+E io: «Per mezza Toscana si spazia
+un fiumicel che nasce in Falterona,
+e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+E l’altro disse lui: «Perché nascose
+questi il vocabol di quella riviera,
+pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+E l’ombra che di ciò domandata era,
+si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin là ’ve si rende per ristoro
+di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+vertù così per nimica si fuga
+da tutti come biscia, o per sventura
+del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond’ hanno sì mutata lor natura
+li abitator de la misera valle,
+che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, più degni di galle
+che d’altro cibo fatto in uman uso,
+dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ringhiosi più che non chiede lor possa,
+e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+tanto più trova di can farsi lupi
+la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per più pelaghi cupi,
+trova le volpi sì piene di froda,
+che non temono ingegno che le occùpi.
+
+Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+cacciator di quei lupi in su la riva
+del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+poscia li ancide come antica belva;
+molti di vita e sé di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+lasciala tal, che di qui a mille anni
+ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+si turba il viso di colui ch’ascolta,
+da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+mi fer voglioso di saper lor nomi,
+e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlòmi
+ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+che se veduto avesse uom farsi lieto,
+visto m’avresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+o gente umana, perché poni ’l core
+là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+de la casa da Calboli, ove nullo
+fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ché dentro a questi termini è ripieno
+di venenosi sterpi, sì che tardi
+per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+quando rimembro, con Guido da Prata,
+Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+la casa Traversara e li Anastagi
+(e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+che ne ’nvogliava amore e cortesia
+là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+O Bretinoro, ché non fuggi via,
+poi che gita se n’è la tua famiglia
+e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+lor sen girà; ma non però che puro
+già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+troppo di pianger più che di parlare,
+sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+Noi sapavam che quell’ anime care
+ci sentivano andar; però, tacendo,
+facëan noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+folgore parve quando l’aere fende,
+voce che giunse di contra dicendo:
+
+‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+e fuggì come tuon che si dilegua,
+se sùbito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+che somigliò tonar che tosto segua:
+
+«Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+e allor, per ristrignermi al poeta,
+in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+de l’antico avversaro a sé vi tira;
+e però poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+mostrandovi le sue bellezze etterne,
+e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XV
+
+
+Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+e ’l principio del dì par de la spera
+che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva già inver’ la sera
+essere al sol del suo corso rimaso;
+vespero là, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+perché per noi girato era sì ’l monte,
+che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+a lo splendore assai più che di prima,
+e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ond’ io levai le mani inver’ la cima
+de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da l’acqua o da lo specchio
+salta lo raggio a l’opposita parte,
+salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+dal cader de la pietra in igual tratta,
+sì come mostra esperïenza e arte;
+
+così mi parve da luce rifratta
+quivi dinanzi a me esser percosso;
+per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+«Che è quel, dolce padre, a che non posso
+schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+la famiglia del cielo», a me rispuose:
+«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+Tosto sarà ch’a veder queste cose
+non ti fia grave, ma fieti diletto
+quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+Noi montavam, già partiti di linci,
+e ‘Beati misericordes!’ fue
+cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+suso andavamo; e io pensai, andando,
+prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+«Che volse dir lo spirto di Romagna,
+e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+conosce il danno; e però non s’ammiri
+se ne riprende perché men si piagna.
+
+Perché s’appuntano i vostri disiri
+dove per compagnia parte si scema,
+invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+Ma se l’amor de la spera supprema
+torcesse in suso il disiderio vostro,
+non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+tanto possiede più di ben ciascuno,
+e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+«Io son d’esser contento più digiuno»,
+diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+in più posseditor, faccia più ricchi
+di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+la mente pur a le cose terrene,
+di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+che là sù è, così corre ad amore
+com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+sì che, quantunque carità si stende,
+cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+E quanta gente più là sù s’intende,
+più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+come son già le due, le cinque piaghe,
+che si richiudon per esser dolente».
+
+Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+vidimi giunto in su l’altro girone,
+sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visïone
+estatica di sùbito esser tratto,
+e vedere in un tempio più persone;
+
+e una donna, in su l’entrar, con atto
+dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+perché hai tu così verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ciò che pareva prima, dispario.
+
+Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+giù per le gote che ’l dolor distilla
+quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+«Che farem noi a chi mal ne disira,
+se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+Poi vidi genti accese in foco d’ira
+con pietre un giovinetto ancider, forte
+gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+che perdonasse a’ suoi persecutori,
+con quello aspetto che pietà diserra.
+
+Quando l’anima mia tornò di fori
+a le cose che son fuor di lei vere,
+io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+far sì com’ om che dal sonno si slega,
+disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se’ venuto più che mezza lega
+velando li occhi e con le gambe avvolte,
+a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+«O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Ciò che vedesti fu perché non scuse
+d’aprir lo core a l’acque de la pace
+che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+così frugar conviensi i pigri, lenti
+ad usar lor vigilia quando riede».
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+oltre quanto potean li occhi allungarsi
+contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+verso di noi come la notte oscuro;
+né da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVI
+
+
+Buio d’inferno e di notte privata
+d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio sì grosso velo
+come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+né a sentir di così aspro pelo,
+
+che l’occhio stare aperto non sofferse;
+onde la scorta mia saputa e fida
+mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+Sì come cieco va dietro a sua guida
+per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ascoltando il mio duca che diceva
+pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+pregar per pace e per misericordia
+l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+una parola in tutte era e un modo,
+sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+e di noi parli pur come se tue
+partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+Così per una voce detto fue;
+onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+e domanda se quinci si va sùe».
+
+E io: «O creatura che ti mondi
+per tornar bella a colui che ti fece,
+maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+«Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+Allora incominciai: «Con quella fascia
+che la morte dissolve men vo suso,
+e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+e tue parole fier le nostre scorte».
+
+«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+del mondo seppi, e quel valore amai
+al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+Per montar sù dirittamente vai».
+Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+che per me prieghi quando sù sarai».
+
+E io a lui: «Per fede mi ti lego
+di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ne la sentenza tua, che mi fa certo
+qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+Lo mondo è ben così tutto diserto
+d’ogne virtute, come tu mi sone,
+e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che m’addite la cagione,
+sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+pur suso al cielo, pur come se tutto
+movesse seco di necessitate.
+
+Se così fosse, in voi fora distrutto
+libero arbitrio, e non fora giustizia
+per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ne le prime battaglie col ciel dura,
+poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+liberi soggiacete; e quella cria
+la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+Però, se ’l mondo presente disvia,
+in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+e io te ne sarò or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+prima che sia, a guisa di fanciulla
+che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+l’anima semplicetta che sa nulla,
+salvo che, mossa da lieto fattore,
+volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+convenne rege aver, che discernesse
+de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+Nullo, però che ’l pastor che procede,
+rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+due soli aver, che l’una e l’altra strada
+facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+per viva forza mal convien che vada;
+
+però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese ch’Adice e Po riga,
+solea valore e cortesia trovarsi,
+prima che Federigo avesse briga;
+
+or può sicuramente indi passarsi
+per qualunque lasciasse, per vergogna
+di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+l’antica età la nova, e par lor tardo
+che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+e Guido da Castel, che mei si noma,
+francescamente, il semplice Lombardo.
+
+Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+per confondere in sé due reggimenti,
+cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+e or discerno perché dal retaggio
+li figli di Levì furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+Vedi l’albor che per lo fummo raia
+già biancheggiare, e me convien partirmi
+(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ti colse nebbia per la qual vedessi
+non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+a diradar cominciansi, la spera
+del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+in giugnere a veder com’ io rividi
+lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+perché dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se ’l senso non ti porge?
+Moveti lume che nel ciel s’informa,
+per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+De l’empiezza di lei che mutò forma
+ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+e qui fu la mia mente sì ristretta
+dentro da sé, che di fuor non venìa
+cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+un crucifisso, dispettoso e fero
+ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assüero,
+Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+che fu al dire e al far così intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visïone una fanciulla
+piangendo forte, e dicea: «O regina,
+perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+nova luce percuote il viso chiuso,
+che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+così l’imaginar mio cadde giuso
+tosto che lume il volto mi percosse,
+maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+quando una voce disse «Qui si monta»,
+che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+di riguardar chi era che parlava,
+che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+e per soverchio sua figura vela,
+così la mia virtù quivi mancava.
+
+«Questo è divino spirito, che ne la
+via da ir sù ne drizza sanza prego,
+e col suo lume sé medesmo cela.
+
+Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+malignamente già si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+procacciam di salir pria che s’abbui,
+ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+Così disse il mio duca, e io con lui
+volgemmo i nostri passi ad una scala;
+e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+senti’mi presso quasi un muover d’ala
+e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+Già eran sovra noi tanto levati
+li ultimi raggi che la notte segue,
+che le stelle apparivan da più lati.
+
+‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove più non saliva
+la scala sù, ed eravamo affissi,
+pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, s’io udissi
+alcuna cosa nel novo girone;
+poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+«Dolce mio padre, dì, quale offensione
+si purga qui nel giro dove semo?
+Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+del suo dover, quiritta si ristora;
+qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perché più aperto intendi ancora,
+volgi la mente a me, e prenderai
+alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+«Né creator né creatura mai»,
+cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+Lo naturale è sempre sanza errore,
+ma l’altro puote errar per malo obietto
+o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+e ne’ secondi sé stesso misura,
+esser non può cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con più cura
+o con men che non dee corre nel bene,
+contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi ch’esser convene
+amor sementa in voi d’ogne virtute
+e d’ogne operazion che merta pene.
+
+Or, perché mai non può da la salute
+amor del suo subietto volger viso,
+da l’odio proprio son le cose tute;
+
+e perché intender non si può diviso,
+e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+È chi, per esser suo vicin soppresso,
+spera eccellenza, e sol per questo brama
+ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+è chi podere, grazia, onore e fama
+teme di perder perch’ altri sormonti,
+onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua giù di sotto
+si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+nel qual si queti l’animo, e disira;
+per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+o a lui acquistar, questa cornice,
+dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben è che non fa l’uom felice;
+non è felicità, non è la buona
+essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+l’alto dottore, e attento guardava
+ne la mia vista s’io parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+Ma quel padre verace, che s’accorse
+del timido voler che non s’apriva,
+parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Però ti prego, dolce padre caro,
+che mi dimostri amore, a cui reduci
+ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ad ogne cosa è mobile che piace,
+tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+sì che l’animo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+quel piegare è amor, quell’ è natura
+che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come ’l foco movesi in altura
+per la sua forma ch’è nata a salire
+là dove più in sua matera dura,
+
+così l’animo preso entra in disire,
+ch’è moto spiritale, e mai non posa
+fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+la veritate a la gente ch’avvera
+ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+però che forse appar la sua matera
+sempre esser buona, ma non ciascun segno
+è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+e l’anima non va con altro piede,
+se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzïal, che setta
+è da matera ed è con lei unita,
+specifica vertute ha in sé colletta,
+
+la qual sanza operar non è sentita,
+né si dimostra mai che per effetto,
+come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+de le prime notizie, omo non sape,
+e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+che sono in voi sì come studio in ape
+di far lo mele; e questa prima voglia
+merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+innata v’è la virtù che consiglia,
+e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ragion di meritare in voi, secondo
+che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+s’accorser d’esta innata libertate;
+però moralità lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+La nobile virtù Beatrice intende
+per lo libero arbitrio, e però guarda
+che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+facea le stelle a noi parer più rade,
+fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro ’l ciel per quelle strade
+che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+E quell’ ombra gentil per cui si noma
+Pietola più che villa mantoana,
+del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per ch’io, che la ragione aperta e piana
+sovra le mie quistioni avea ricolta,
+stava com’ om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+subitamente da gente che dopo
+le nostre spalle a noi era già volta.
+
+E quale Ismeno già vide e Asopo
+lungo di sè di notte furia e calca,
+pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+per quel ch’io vidi di color, venendo,
+cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+si movea tutta quella turba magna;
+e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+«Maria corse con fretta a la montagna;
+e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+per poco amor», gridavan li altri appresso,
+«che studio di ben far grazia rinverda».
+
+«O gente in cui fervore aguto adesso
+ricompie forse negligenza e indugio
+da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+Parole furon queste del mio duca;
+e un di quelli spirti disse: «Vieni
+di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+che restar non potem; però perdona,
+se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+che tosto piangerà quel monastero,
+e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+perché suo figlio, mal del corpo intero,
+e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+tant’ era già di là da noi trascorso;
+ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+disse: «Volgiti qua: vedine due
+venir dando a l’accidïa di morso».
+
+Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+morta la gente a cui il mar s’aperse,
+che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che l’affanno non sofferse
+fino a la fine col figlio d’Anchise,
+sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual più altri nacquero e diversi;
+e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIX
+
+
+Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+intepidar più ’l freddo de la luna,
+vinto da terra, e talor da Saturno
+
+—quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+surger per via che poco le sta bruna—,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come ’l sol conforta
+le fredde membra che la notte aggrava,
+così lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+com’ amor vuol, così le colorava.
+
+Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+cominciava a cantar sì, che con pena
+da lei avrei mio intento rivolto.
+
+«Io son», cantava, «io son dolce serena,
+che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+al canto mio; e qual meco s’ausa,
+rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+quand’ una donna apparve santa e presta
+lunghesso me per far colei confusa.
+
+«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+fieramente dicea; ed el venìa
+con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+de l’alto dì i giron del sacro monte,
+e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+come colui che l’ha di pensier carca,
+che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+parlare in modo soave e benigno,
+qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+volseci in sù colui che sì parlonne
+tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+la guida mia incominciò a dirmi,
+poco amendue da l’angel sormontati.
+
+E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+novella visïon ch’a sé mi piega,
+sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+«Vedesti», disse, «quell’antica strega
+che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+li occhi rivolgi al logoro che gira
+lo rege etterno con le rote magne».
+
+Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+indi si volge al grido e si protende
+per lo disio del pasto che là il tira,
+
+tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+la roccia per dar via a chi va suso,
+n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+vidi gente per esso che piangea,
+giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+‘Adhaesit pavimento anima mea’
+sentia dir lor con sì alti sospiri,
+che la parola a pena s’intendea.
+
+«O eletti di Dio, li cui soffriri
+e giustizia e speranza fa men duri,
+drizzate noi verso li alti saliri».
+
+«Se voi venite dal giacer sicuri,
+e volete trovar la via più tosto,
+le vostre destre sien sempre di fori».
+
+Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ciò che chiedea la vista del disio.
+
+Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+trassimi sovra quella creatura
+le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+una fiumana bella, e del suo nome
+lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e poco più prova’ io come
+pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ma, come fatto fui roman pastore,
+così scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che lì non s’acquetava il core,
+né più salir potiesi in quella vita;
+per che di questa in me s’accese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+da Dio anima fui, del tutto avara;
+or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+in purgazion de l’anime converse;
+e nulla pena il monte ha più amara.
+
+Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+in alto, fisso a le cose terrene,
+così giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+lo nostro amore, onde operar perdési,
+così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+e quanto fia piacer del giusto Sire,
+tanto staremo immobili e distesi».
+
+Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+solo ascoltando, del mio reverire,
+
+«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+E io a lui: «Per vostra dignitate
+mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+rispuose; «non errar: conservo sono
+teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ché la tua stanza mio pianger disagia,
+col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+buona da sé, pur che la nostra casa
+non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+luoghi spediti pur lungo la roccia,
+come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ché la gente che fonde a goccia a goccia
+per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+che più che tutte l’altre bestie hai preda
+per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+le condizion di qua giù trasmutarsi,
+quando verrà per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: «Povera fosti tanto,
+quanto veder si può per quello ospizio
+dove sponesti il tuo portato santo».
+
+Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+con povertà volesti anzi virtute
+che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+Queste parole m’eran sì piaciute,
+ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+che fece Niccolò a le pulcelle,
+per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+«O anima che tanto ben favelle,
+dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza mercé la tua parola,
+s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+di quella vita ch’al termine vola».
+
+Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ch’io attenda di là, ma perché tanta
+grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+che la terra cristiana tutta aduggia,
+sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+potesser, tosto ne saria vendetta;
+e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+di me son nati i Filippi e i Luigi
+per cui novellamente è Francia retta.
+
+Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+quando li regi antichi venner meno
+tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+trova’mi stretto ne le mani il freno
+del governo del regno, e tanta possa
+di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ch’a la corona vedova promossa
+la testa di mio figlio fu, dal quale
+cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+al sangue mio non tolse la vergogna,
+poco valea, ma pur non facea male.
+
+Lì cominciò con forza e con menzogna
+la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+vittima fé di Curradino; e poi
+ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+guadagnerà, per sé tanto più grave,
+quanto più lieve simil danno conta.
+
+L’altro, che già uscì preso di nave,
+veggio vender sua figlia e patteggiarne
+come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu più farne,
+poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+che non si cura de la propria carne?
+
+Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato sì crudele,
+che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando sarò io lieto
+a veder la vendetta che, nascosa,
+fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+de lo Spirito Santo e che ti fece
+verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto è risposto a tutte nostre prece
+quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+cui traditore e ladro e paricida
+fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+e la miseria de l’avaro Mida,
+che seguì a la sua dimanda gorda,
+per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+come furò le spoglie, sì che l’ira
+di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+e in infamia tutto ’l monte gira
+
+Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ultimamente ci si grida: “Crasso,
+dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+dianzi non era io sol; ma qui da presso
+non alzava la voce altra persona».
+
+Noi eravam partiti già da esso,
+e brigavam di soverchiar la strada
+tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+quand’ io senti’, come cosa che cada,
+tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+Certo non si scoteo sì forte Delo,
+pria che Latona in lei facesse ’l nido
+a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi cominciò da tutte parti un grido
+tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+onde intender lo grido si poteo.
+
+No’ istavamo immobili e sospesi
+come i pastor che prima udir quel canto,
+fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+guardando l’ombre che giacean per terra,
+tornate già in su l’usato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+mi fé desideroso di sapere,
+se la memoria mia in ciò non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+né per la fretta dimandare er’ oso,
+né per me lì potea cosa vedere:
+
+così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXI
+
+
+La sete natural che mai non sazia
+se non con l’acqua onde la femminetta
+samaritana domandò la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+dal piè guardando la turba che giace;
+né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ti ponga in pace la verace corte
+che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+che questi porta e che l’angel profila,
+ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+Ma perché lei che dì e notte fila
+non li avea tratta ancora la conocchia
+che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+venendo sù, non potea venir sola,
+però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+del mio disio, che pur con la speranza
+si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ordine senta la religïone
+de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+Libero è qui da ogne alterazione:
+di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+non rugiada, non brina più sù cade
+che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion né rade,
+né coruscar, né figlia di Taumante,
+che di là cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge più avante
+ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse più giù poco o assai;
+ma per vento che ’n terra si nasconda,
+non so come, qua sù non tremò mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+sentesi, sì che surga o che si mova
+per salir sù; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+che, tutto libero a mutar convento,
+l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+che divina giustizia, contra voglia,
+come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+libera volontà di miglior soglia:
+
+però sentisti il tremoto e li pii
+spiriti per lo monte render lode
+a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+Così ne disse; e però ch’el si gode
+tanto del ber quant’ è grande la sete,
+non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+perché ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+e perché tanti secoli giaciuto
+qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+del sommo rege, vendicò le fóra
+ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che più dura e più onora
+era io di là», rispuose quello spirto,
+«famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di là mi noma:
+cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+che mi scaldar, de la divina fiamma
+onde sono allumati più di mille;
+
+de l’Eneïda dico, la qual mamma
+fummi, e fummi nutrice, poetando:
+sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di là quando
+visse Virgilio, assentirei un sole
+più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ché riso e pianto son tanto seguaci
+a la passion di che ciascun si spicca,
+che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+e «Se tanto labore in bene assommi»,
+disse, «perché la tua faccia testeso
+un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+Or son io d’una parte e d’altra preso:
+l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+antico spirto, del rider ch’io fei;
+ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+lasciala per non vera, ed esser credi
+quelle parole che di lui dicesti».
+
+Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXII
+
+
+Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+detto n’avea beati, e le sue voci
+con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+E io più lieve che per l’altre foci
+m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incominciò: «Amore,
+acceso di virtù, sempre altro accese,
+pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da l’ora che tra noi discese
+nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+che la tua affezion mi fé palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+più strinse mai di non vista persona,
+sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+e come amico omai meco ragiona:
+
+come poté trovar dentro al tuo seno
+loco avarizia, tra cotanto senno
+di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+un poco a riso pria; poscia rispuose:
+«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+Veramente più volte appaion cose
+che danno a dubitar falsa matera
+per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder m’avvera
+esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+Or sappi ch’avarizia fu partita
+troppo da me, e questa dismisura
+migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+quand’ io intesi là dove tu chiame,
+crucciato quasi a l’umana natura:
+
+‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+potean le mani a spendere, e pente’mi
+così di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+per ignoranza, che di questa pecca
+toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+per dritta opposizione alcun peccato,
+con esso insieme qui suo verde secca;
+
+però, s’io son tra quella gente stato
+che piange l’avarizia, per purgarmi,
+per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+«Or quando tu cantasti le crude armi
+de la doppia trestizia di Giocasta»,
+disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+«per quello che Clïò teco lì tasta,
+non par che ti facesse ancor fedele
+la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se così è, qual sole o quai candele
+ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+poscia di retro al pescator le vele?».
+
+Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+che porta il lume dietro e sé non giova,
+ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+torna giustizia e primo tempo umano,
+e progenïe scende da ciel nova’.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+a colorare stenderò la mano.
+
+Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+de la vera credenza, seminata
+per li messaggi de l’etterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+si consonava a’ nuovi predicanti;
+ond’ io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+che, quando Domizian li perseguette,
+sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di là per me si stette,
+io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+e questa tepidezza il quarto cerchio
+cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+che m’ascondeva quanto bene io dico,
+mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+«Costoro e Persio e io e altri assai»,
+rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco;
+spesse fïate ragioniam del monte
+che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v’è nosco e Antifonte,
+Simonide, Agatone e altri piùe
+Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+Antigone, Deïfile e Argia,
+e Ismene sì trista come fue.
+
+Védeisi quella che mostrò Langia;
+èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+e con le suore sue Deïdamia».
+
+Tacevansi ambedue già li poeti,
+di novo attenti a riguardar dintorno,
+liberi da saliri e da pareti;
+
+e già le quattro ancelle eran del giorno
+rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+le destre spalle volger ne convegna,
+girando il monte come far solemo».
+
+Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+e prendemmo la via con men sospetto
+per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+un alber che trovammo in mezza strada,
+con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+di ramo in ramo, così quello in giuso,
+cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+e una voce per entro le fronde
+gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+Poi disse: «Più pensava Maria onde
+fosser le nozze orrevoli e intere,
+ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+contente furon d’acqua; e Danïello
+dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+fé savorose con fame le ghiande,
+e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+che nodriro il Batista nel diserto;
+per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ficcava ïo sì come far suole
+chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+più utilmente compartir si vuole».
+
+Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+appresso i savi, che parlavan sìe,
+che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+Sì come i peregrin pensosi fanno,
+giugnendo per cammin gente non nota,
+che si volgono ad essa e non restanno,
+
+così di retro a noi, più tosto mota,
+venendo e trapassando ci ammirava
+d’anime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+palida ne la faccia, e tanto scema
+che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+Non credo che così a buccia strema
+Erisittone fosse fatto secco,
+per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+la gente che perdé Ierusalemme,
+quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+sì governasse, generando brama,
+e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+Già era in ammirar che sì li affama,
+per la cagione ancor non manifesta
+di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ma ne la voce sua mi fu palese
+ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+mia conoscenza a la cangiata labbia,
+e ravvisai la faccia di Forese.
+
+«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+che mi scolora», pregava, «la pelle,
+né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+due anime che là ti fanno scorta;
+non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+per seguitar la gola oltra misura,
+in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+Di bere e di mangiar n’accende cura
+l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+girando, si rinfresca nostra pena:
+io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ché quella voglia a li alberi ci mena
+che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+quando ne liberò con la sua vena».
+
+E io a lui: «Forese, da quel dì
+nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+di peccar più, che sovvenisse l’ora
+del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+come se’ tu qua sù venuto ancora?
+Io ti credea trovar là giù di sotto,
+dove tempo per tempo si ristora».
+
+Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+e liberato m’ha de li altri giri.
+
+Tanto è a Dio più cara e più diletta
+la vedovella mia, che molto amai,
+quanto in bene operare è più soletta;
+
+ché la Barbagia di Sardigna assai
+ne le femmine sue più è pudica
+che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+nel qual sarà in pergamo interdetto
+a le sfacciate donne fiorentine
+l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+cui bisognasse, per farle ir coperte,
+o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+prima fien triste che le guance impeli
+colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+vedi che non pur io, ma questa gente
+tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+vi si mostrò la suora di colui»,
+
+e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+notte menato m’ha d’i veri morti
+con questa vera carne che ’l seconda.
+
+Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+salendo e rigirando la montagna
+che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna
+che io sarò là dove fia Beatrice;
+quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio è questi che così mi dice»,
+e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIV
+
+
+Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+facea, ma ragionando andavam forte,
+sì come nave pinta da buon vento;
+
+e l’ombre, che parean cose rimorte,
+per le fosse de li occhi ammirazione
+traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continüando al mio sermone,
+dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+dimmi s’io veggio da notar persona
+tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+«La mia sorella, che tra bella e buona
+non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+nostra sembianza via per la dïeta.
+
+Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+dal Torso fu, e purga per digiuno
+l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+e del nomar parean tutti contenti,
+sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a vòto usar li denti
+Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+che pasturò col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+già di bere a Forlì con men secchezza,
+e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+che più parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che «Gentucca»
+sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+de la giustizia che sì li pilucca.
+
+«O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+e te e me col tuo parlare appaga».
+
+«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+cominciò el, «che ti farà piacere
+la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+Tu te n’andrai con questo antivedere:
+se nel mio mormorar prendesti errore,
+dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+trasse le nove rime, cominciando
+‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+di retro al dittator sen vanno strette,
+che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual più a gradire oltre si mette,
+non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+alcuna volta in aere fanno schiera,
+poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+così tutta la gente che lì era,
+volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come l’uom che di trottare è lasso,
+lascia andar li compagni, e sì passeggia
+fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+sì lasciò trapassar la santa greggia
+Forese, e dietro meco sen veniva,
+dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+e a trista ruina par disposto».
+
+«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va più ratto,
+crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+venendo teco sì a paro a paro».
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+lo cavalier di schiera che cavalchi,
+e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si partì da noi con maggior valchi;
+e io rimasi in via con esso i due
+che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+d’un altro pomo, e non molto lontani
+per esser pur allora vòlto in laci.
+
+Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+e gridar non so che verso le fronde,
+quasi bramosi fantolini e vani
+
+che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si partì sì come ricreduta;
+e noi venimmo al grande arbore adesso,
+che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+«Trapassate oltre sanza farvi presso:
+legno è più sù che fu morso da Eva,
+e questa pianta si levò da esso».
+
+Sì tra le frasche non so chi diceva;
+per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+oltre andavam dal lato che si leva.
+
+«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+nei nuvoli formati, che, satolli,
+Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+per che no i volle Gedeon compagni,
+quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+passammo, udendo colpe de la gola
+seguite già da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ben mille passi e più ci portar oltre,
+contemplando ciascun sanza parola.
+
+«Che andate pensando sì voi sol tre?».
+sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+e già mai non si videro in fornace
+vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+montare in sù, qui si convien dar volta;
+quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+l’aura di maggio movesi e olezza,
+tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+tal mi senti’ un vento dar per mezza
+la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+E senti’ dir: «Beati cui alluma
+tanto di grazia, che l’amor del gusto
+nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXV
+
+
+Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+così intrammo noi per la callaia,
+uno innanzi altro prendendo la scala
+che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva l’ala
+per voglia di volare, e non s’attenta
+d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+di dimandar, venendo infino a l’atto
+che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+Allor sicuramente apri’ la bocca
+e cominciai: «Come si può far magro
+là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+«Se t’ammentassi come Meleagro
+si consumò al consumar d’un stizzo,
+non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+che sia or sanator de le tue piage».
+
+«Se la veduta etterna li dislego»,
+rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+discolpi me non potert’ io far nego».
+
+Poi cominciò: «Se le parole mie,
+figlio, la mente tua guarda e riceve,
+lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+da l’assetate vene, e si rimane
+quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+virtute informativa, come quello
+ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+tacer che dire; e quindi poscia geme
+sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+coagulando prima, e poi avviva
+ciò che per sua matera fé constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+qual d’una pianta, in tanto differente,
+che questa è in via e quella è già a riva,
+
+tanto ovra poi, che già si move e sente,
+come spungo marino; e indi imprende
+ad organar le posse ond’ è semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+la virtù ch’è dal cor del generante,
+dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come d’animal divegna fante,
+non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+che più savio di te fé già errante,
+
+sì che per sua dottrina fé disgiunto
+da l’anima il possibile intelletto,
+perché da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verità che viene il petto;
+e sappi che, sì tosto come al feto
+l’articular del cerebro è perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+sovra tant’ arte di natura, e spira
+spirito novo, di vertù repleto,
+
+che ciò che trova attivo quivi, tira
+in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+E perché meno ammiri la parola,
+guarda il calor del sole che si fa vino,
+giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+Quando Làchesis non ha più del lino,
+solvesi da la carne, e in virtute
+ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+l’altre potenze tutte quante mute;
+memoria, intelligenza e volontade
+in atto molto più che prima agute.
+
+Sanza restarsi, per sé stessa cade
+mirabilmente a l’una de le rive;
+quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco lì la circunscrive,
+la virtù formativa raggia intorno
+così e quanto ne le membra vive.
+
+E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+di diversi color diventa addorno;
+
+così l’aere vicin quivi si mette
+e in quella forma ch’è in lui suggella
+virtüalmente l’alma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+che segue il foco là ’vunque si muta,
+segue lo spirto sua forma novella.
+
+Però che quindi ha poscia sua paruta,
+è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affliggono i disiri
+e li altri affetti, l’ombra si figura;
+e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+E già venuto a l’ultima tortura
+s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+e la cornice spira fiato in suso
+che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+al grande ardore allora udi’ cantando,
+che di volger mi fé caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+si tenne Diana, ed Elice caccionne
+che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+gridavano e mariti che fuor casti
+come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVI
+
+
+Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+feriami il sole in su l’omero destro,
+che già, raggiando, tutto l’occidente
+mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con l’ombra più rovente
+parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+loro a parlar di me; e cominciarsi
+a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+poi verso me, quanto potëan farsi,
+certi si fero, sempre con riguardo
+di non uscir dove non fosser arsi.
+
+«O tu che vai, non per esser più tardo,
+ma forse reverente, a li altri dopo,
+rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ché tutti questi n’hanno maggior sete
+che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+Dinne com’ è che fai di te parete
+al sol, pur come tu non fossi ancora
+di morte intrato dentro da la rete».
+
+Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+già manifesto, s’io non fossi atteso
+ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ché per lo mezzo del cammino acceso
+venne gente col viso incontro a questa,
+la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+sanza restar, contente a brieve festa;
+
+così per entro loro schiera bruna
+s’ammusa l’una con l’altra formica,
+forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton l’accoglienza amica,
+prima che ’l primo passo lì trascorra,
+sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+queste del gel, quelle del sole schife,
+
+l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+e al gridar che più lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+essi medesmi che m’avean pregato,
+attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+incominciai: «O anime sicure
+d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe né mature
+le membra mie di là, ma son qui meco
+col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci sù vo per non esser più cieco;
+donna è di sopra che m’acquista grazia,
+per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+chi siete voi, e chi è quella turba
+che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+Non altrimenti stupido si turba
+lo montanaro, e rimirando ammuta,
+quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ma poi che furon di stupore scarche,
+lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+«Beato te, che de le nostre marche»,
+ricominciò colei che pria m’inchiese,
+«per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+“Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+però si parton “Soddoma” gridando,
+rimproverando a sé com’ hai udito,
+e aiutan l’arsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ma perché non servammo umana legge,
+seguendo come bestie l’appetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+quando partinci, il nome di colei
+che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+tempo non è di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+si fer due figli a riveder la madre,
+tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+mio e de li altri miei miglior che mai
+rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+lunga fïata rimirando lui,
+né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+tutto m’offersi pronto al suo servigio
+con l’affermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+dimmi che è cagion per che dimostri
+nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+che, quanto durerà l’uso moderno,
+faranno cari ancora i loro incostri».
+
+«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+col dito», e additò un spirto innanzi,
+«fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi d’amore e prose di romanzi
+soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+e così ferman sua oppinïone
+prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+Così fer molti antichi di Guittone,
+di grido in grido pur lui dando pregio,
+fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+Or se tu hai sì ampio privilegio,
+che licito ti sia l’andare al chiostro
+nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir d’un paternostro,
+quanto bisogna a noi di questo mondo,
+dove poter peccar non è più nostro».
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+che presso avea, disparve per lo foco,
+come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+e dissi ch’al suo nome il mio disire
+apparecchiava grazïoso loco.
+
+El cominciò liberamente a dire:
+«Tan m’abellis vostre cortes deman,
+qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+consiros vei la passada folor,
+e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+que vos guida al som de l’escalina,
+sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVII
+
+
+Sì come quando i primi raggi vibra
+là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+e l’onde in Gange da nona rïarse,
+sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+e cantava ‘Beati mundo corde!’
+in voce assai più che la nostra viva.
+
+Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+anime sante, il foco: intrate in esso,
+e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+guardando il foco e imaginando forte
+umani corpi già veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+qui può esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+che farò ora presso più a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a l’alvo
+di questa fiamma stessi ben mille anni,
+non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+Piramo in su la morte, e riguardolla,
+allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+così, la mia durezza fatta solla,
+mi volsi al savio duca, udendo il nome
+che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+volenci star di qua?»; indi sorrise
+come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+pregando Stazio che venisse retro,
+che pria per lunga strada ci divise.
+
+Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+pur di Beatrice ragionando andava,
+dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+Guidavaci una voce che cantava
+di là; e noi, attenti pur a lei,
+venimmo fuor là ove si montava.
+
+‘Venite, benedicti Patris mei’,
+sonò dentro a un lume che lì era,
+tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+non v’arrestate, ma studiate il passo,
+mentre che l’occidente non si annera».
+
+Dritta salia la via per entro ’l sasso
+verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che ’n tutte le sue parti immense
+fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ché la natura del monte ci affranse
+la possa del salir più e ’l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+le capre, state rapide e proterve
+sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+guardate dal pastor, che ’n su la verga
+poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+e quale il mandrïan che fori alberga,
+lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+guardando perché fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+io come capra, ed ei come pastori,
+fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+Poco parer potea lì del di fori;
+ma, per quel poco, vedea io le stelle
+di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+prima raggiò nel monte Citerea,
+che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+donna vedere andar per una landa
+cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+«Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ma mia suora Rachel mai non si smaga
+dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+com’ io de l’addornarmi con le mani;
+lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+E già per li splendori antelucani,
+che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+veggendo i gran maestri già levati.
+
+«Quel dolce pome che per tanti rami
+cercando va la cura de’ mortali,
+oggi porrà in pace le tue fami».
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+parole usò; e mai non furo strenne
+che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+lo tuo piacere omai prendi per duce;
+fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+che qui la terra sol da sé produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVIII
+
+
+Vago già di cercar dentro e dintorno
+la divina foresta spessa e viva,
+ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza più aspettar, lasciai la riva,
+prendendo la campagna lento lento
+su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+Un’aura dolce, sanza mutamento
+avere in sé, mi feria per la fronte
+non di più colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+tutte quante piegavano a la parte
+u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+non però dal loro esser dritto sparte
+tanto, che li augelletti per le cime
+lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia l’ore prime,
+cantando, ricevieno intra le foglie,
+che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+Già m’avean trasportato i lenti passi
+dentro a la selva antica tanto, ch’io
+non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ed ecco più andar mi tolse un rio,
+che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+Tutte l’acque che son di qua più monde,
+parrieno avere in sé mistura alcuna
+verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+sotto l’ombra perpetüa, che mai
+raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+Coi piè ristetti e con li occhi passai
+di là dal fiumicello, per mirare
+la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+e là m’apparve, sì com’ elli appare
+subitamente cosa che disvia
+per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+e cantando e scegliendo fior da fiore
+ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+Proserpina nel tempo che perdette
+la madre lei, ed ella primavera».
+
+Come si volge, con le piante strette
+a terra e intra sé, donna che balli,
+e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+fioretti verso me, non altrimenti
+che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+sì appressando sé, che ’l dolce suono
+veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu là dove l’erbe sono
+bagnate già da l’onde del bel fiume,
+di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+sotto le ciglia a Venere, trafitta
+dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da l’altra riva dritta,
+trattando più color con le sue mani,
+che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+più odio da Leandro non sofferse
+per mareggiare intra Sesto e Abido,
+che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+cominciò ella, «in questo luogo eletto
+a l’umana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ma luce rende il salmo Delectasti,
+che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ad ogne tua question tanto che basti».
+
+«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+impugnan dentro a me novella fede
+di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimorò poco;
+per sua difalta in pianto e in affanno
+cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+Or perché in circuito tutto quanto
+l’aere si volge con la prima volta,
+se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+che de la sua virtute l’aura impregna
+e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e l’altra terra, secondo ch’è degna
+per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+di diverse virtù diverse legna.
+
+Non parrebbe di là poi maraviglia,
+udito questo, quando alcuna pianta
+sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+L’acqua che vedi non surge di vena
+che ristori vapor che gel converta,
+come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+che tanto dal voler di Dio riprende,
+quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virtù discende
+che toglie altrui memoria del peccato;
+da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Letè; così da l’altro lato
+Eünoè si chiama, e non adopra
+se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+a tutti altri sapori esto è di sopra.
+E avvegna ch’assai possa esser sazia
+la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli ch’anticamente poetaro
+l’età de l’oro e suo stato felice,
+forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente l’umana radice;
+qui primavera sempre e ogne frutto;
+nettare è questo di che ciascun dice».
+
+Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+a’ miei poeti, e vidi che con riso
+udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+continüò col fin di sue parole:
+‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+E come ninfe che si givan sole
+per le salvatiche ombre, disïando
+qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra ’l fiume, andando
+su per la riva; e io pari di lei,
+picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+quando le ripe igualmente dier volta,
+per modo ch’a levante mi rendei.
+
+Né ancor fu così nostra via molta,
+quando la donna tutta a me si torse,
+dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+da tutte parti per la gran foresta,
+tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+e quel, durando, più e più splendeva,
+nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+E una melodia dolce correva
+per l’aere luminoso; onde buon zelo
+mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+femmina, sola e pur testé formata,
+non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto ’l qual se divota fosse stata,
+avrei quelle ineffabili delizie
+sentite prima e più lunga fïata.
+
+Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+de l’etterno piacer tutto sospeso,
+e disïoso ancora a più letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+e Uranìe m’aiuti col suo coro
+forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco più oltre, sette alberi d’oro
+falsava nel parere il lungo tratto
+del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+sì com’ elli eran candelabri apprese,
+e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+più chiaro assai che luna per sereno
+di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+sì ne l’affetto de le vive luci,
+e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+venire appresso, vestite di bianco;
+e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+e rendea me la mia sinistra costa,
+s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+che solo il fiume mi facea distante,
+per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+sì che lì sopra rimanea distinto
+di sette liste, tutte in quei colori
+onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ventiquattro seniori, a due a due,
+coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ne le figlie d’Adamo, e benedette
+sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+a rimpetto di me da l’altra sponda
+libere fuor da quelle genti elette,
+
+sì come luce luce in ciel seconda,
+vennero appresso lor quattro animali,
+coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme più non spargo
+rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+come li vide da la fredda parte
+venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+un carro, in su due rote, trïunfale,
+ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+tra la mezzana e le tre e tre liste,
+sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro così bello
+rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, svïando, fu combusto
+per l’orazion de la Terra devota,
+quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+venian danzando; l’una tanto rossa
+ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+fossero state di smeraldo fatte;
+la terza parea neve testé mossa;
+
+e or parëan da la bianca tratte,
+or da la rossa; e dal canto di questa
+l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+in porpore vestite, dietro al modo
+d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+vidi due vecchi in abito dispari,
+ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+di quel sommo Ipocràte che natura
+a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+mostrava l’altro la contraria cura
+con una spada lucida e aguta,
+tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+e di retro da tutti un vecchio solo
+venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+erano abitüati, ma di gigli
+dintorno al capo non facëan brolo,
+
+anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+giurato avria poco lontano aspetto
+che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+un tuon s’udì, e quelle genti degne
+parvero aver l’andar più interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXX
+
+
+Quando il settentrïon del primo cielo,
+che né occaso mai seppe né orto
+né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva lì ciascun accorto
+di suo dover, come ’l più basso face
+qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo s’affisse: la gente verace,
+venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+al carro volse sé come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+surgeran presti ognun di sua caverna,
+la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+e fior gittando e di sopra e dintorno,
+‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+Io vidi già nel cominciar del giorno
+la parte orïental tutta rosata,
+e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+sì che per temperanza di vapori
+l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+così dentro una nuvola di fiori
+che da le mani angeliche saliva
+e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta d’uliva
+donna m’apparve, sotto verde manto
+vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che già cotanto
+tempo era stato ch’a la sua presenza
+non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver più conoscenza,
+per occulta virtù che da lei mosse,
+d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+l’alta virtù che già m’avea trafitto
+prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+col quale il fantolin corre a la mamma
+quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+di sangue m’è rimaso che non tremi:
+conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+né quantunque perdeo l’antica matre,
+valse a le guance nette di rugiada,
+che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+«Dante, perché Virgilio se ne vada,
+non pianger anco, non piangere ancora;
+ché pianger ti conven per altra spada».
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+viene a veder la gente che ministra
+per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+quando mi volsi al suon del nome mio,
+che di necessità qui si registra,
+
+vidi la donna che pria m’appario
+velata sotto l’angelica festa,
+drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+cerchiato de le fronde di Minerva,
+non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne l’atto ancor proterva
+continüò come colui che dice
+e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+Come degnasti d’accedere al monte?
+non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+Così la madre al figlio par superba,
+com’ ella parve a me; perché d’amaro
+sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+Sì come neve tra le vive travi
+per lo dosso d’Italia si congela,
+soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+pur che la terra che perde ombra spiri,
+sì che par foco fonder la candela;
+
+così fui sanza lagrime e sospiri
+anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+lor compatire a me, par che se detto
+avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+spirito e acqua fessi, e con angoscia
+de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+del carro stando, a le sustanze pie
+volse le sue parole così poscia:
+
+«Voi vigilate ne l’etterno die,
+sì che notte né sonno a voi non fura
+passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta è con più cura
+che m’intenda colui che di là piagne,
+perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+che sì alti vapori hanno a lor piova,
+che nostre viste là non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+virtüalmente, ch’ogne abito destro
+fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto più maligno e più silvestro
+si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+mostrando li occhi giovanetti a lui,
+meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+Sì tosto come in su la soglia fui
+di mia seconda etade e mutai vita,
+questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita,
+e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+imagini di ben seguendo false,
+che nulla promession rendono intera.
+
+Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+con le quali e in sogno e altrimenti
+lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+a la salute sua eran già corti,
+fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+e a colui che l’ha qua sù condotto,
+li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+se Letè si passasse e tal vivanda
+fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXI
+
+
+«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+volgendo suo parlare a me per punta,
+che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ricominciò, seguendo sanza cunta,
+«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+tua confession conviene esser congiunta».
+
+Era la mia virtù tanto confusa,
+che la voce si mosse, e pria si spense
+che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+Rispondi a me; ché le memorie triste
+in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+Confusione e paura insieme miste
+mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+e la voce allentò per lo suo varco.
+
+Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+che ti menavano ad amar lo bene
+di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+trovasti, per che del passare innanzi
+dovessiti così spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ne la fronte de li altri si mostraro,
+per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+a pena ebbi la voce che rispuose,
+e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: «Le presenti cose
+col falso lor piacer volser miei passi,
+tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ciò che confessi, non fora men nota
+la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+l’accusa del peccato, in nostra corte
+rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perché mo vergogna porte
+del tuo errore, e perché altra volta,
+udendo le serene, sie più forte,
+
+pon giù il seme del piangere e ascolta:
+sì udirai come in contraria parte
+mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non t’appresentò natura o arte
+piacer, quanto le belle membra in ch’io
+rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+per la mia morte, qual cosa mortale
+dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+de le cose fallaci, levar suso
+di retro a me che non era più tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ad aspettar più colpo, o pargoletta
+o altra novità con sì breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+rete si spiega indarno o si saetta».
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+per udir se’ dolente, alza la barba,
+e prenderai più doglia riguardando».
+
+Con men di resistenza si dibarba
+robusto cerro, o vero al nostral vento
+o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ch’io non levai al suo comando il mento;
+e quando per la barba il viso chiese,
+ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+posarsi quelle prime creature
+da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+vider Beatrice volta in su la fiera
+ch’è sola una persona in due nature.
+
+Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+vincer pariemi più sé stessa antica,
+vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+che di tutte altre cose qual mi torse
+più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+la donna ch’io avea trovata sola
+sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+e tirandosi me dietro sen giva
+sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+abbracciommi la testa e mi sommerse
+ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+dentro a la danza de le quattro belle;
+e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+pria che Beatrice discendesse al mondo,
+fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+le tre di là, che miran più profondo».
+
+Così cantando cominciaro; e poi
+al petto del grifon seco menarmi,
+ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+Mille disiri più che fiamma caldi
+strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+la doppia fiera dentro vi raggiava,
+or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+quando vedea la cosa in sé star queta,
+e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+l’anima mia gustava di quel cibo
+che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+sé dimostrando di più alto tribo
+ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+danzando al loro angelico caribo.
+
+«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+era la sua canzone, «al tuo fedele
+che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+a lui la bocca tua, sì che discerna
+la seconda bellezza che tu cele».
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+chi palido si fece sotto l’ombra
+sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+tentando a render te qual tu paresti
+là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXII
+
+
+Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+a disbramarsi la decenne sete,
+che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+di non caler—così lo santo riso
+a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+quando per forza mi fu vòlto il viso
+ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+e la disposizion ch’a veder èe
+ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+lo glorïoso essercito, e tornarsi
+col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+volgesi schiera, e sé gira col segno,
+prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+che procedeva, tutta trapassonne
+pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+e ’l grifon mosse il benedetto carco
+sì, che però nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+e Stazio e io seguitavam la rota
+che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+colpa di quella ch’al serpente crese,
+temprava i passi un’angelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+disfrenata saetta, quanto eramo
+rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+poi cerchiaro una pianta dispogliata
+di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+«Beato se’, grifon, che non discindi
+col becco d’esto legno dolce al gusto,
+poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+Così dintorno a l’albero robusto
+gridaron li altri; e l’animal binato:
+«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+trasselo al piè de la vedova frasca,
+e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+giù la gran luce mischiata con quella
+che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e più che di vïole
+colore aprendo, s’innovò la pianta,
+che prima avea le ramora sì sole.
+
+Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+l’inno che quella gente allor cantaro,
+né la nota soffersi tutta quanta.
+
+S’io potessi ritrar come assonnaro
+li occhi spietati udendo di Siringa,
+li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+disegnerei com’ io m’addormentai;
+ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+Però trascorro a quando mi svegliai,
+e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+Quali a veder de’ fioretti del melo
+che del suo pome li angeli fa ghiotti
+e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+e vinti, ritornaro a la parola
+da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+così di Moïsè come d’Elia,
+e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna’ io, e vidi quella pia
+sovra me starsi che conducitrice
+fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+con più dolce canzone e più profonda».
+
+E se più fu lo suo parlar diffuso,
+non so, però che già ne li occhi m’era
+quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+come guardia lasciata lì del plaustro
+che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facevan di sé claustro
+le sette ninfe, con quei lumi in mano
+che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+«Qui sarai tu poco tempo silvano;
+e sarai meco sanza fine cive
+di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+Però, in pro del mondo che mal vive,
+al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+d’i suoi comandamenti era divoto,
+la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+Non scese mai con sì veloce moto
+foco di spessa nube, quando piove
+da quel confine che più va remoto,
+
+com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ond’ el piegò come nave in fortuna,
+vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+del trïunfal veiculo una volpe
+che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+la donna mia la volse in tanta futa
+quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+Poi parve a me che la terra s’aprisse
+tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+che per lo carro sù la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge l’ago,
+a sé traendo la coda maligna,
+trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+vivace terra, da la piuma, offerta
+forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato così ’l dificio santo
+mise fuor teste per le parti sue,
+tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+seder sovresso una puttana sciolta
+m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perché non li fosse tolta,
+vidi di costa a lei dritto un gigante;
+e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perché l’occhio cupido e vagante
+a me rivolse, quel feroce drudo
+la flagellò dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXIII
+
+
+‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+or tre or quattro dolce salmodia,
+le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Bëatrice, sospirosa e pia,
+quelle ascoltava sì fatta, che poco
+più a la croce si cambiò Maria.
+
+Ma poi che l’altre vergini dier loco
+a lei di dir, levata dritta in pè,
+rispuose, colorata come foco:
+
+‘Modicum, et non videbitis me;
+et iterum, sorelle mie dilette,
+modicum, et vos videbitis me’.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+e dopo sé, solo accennando, mosse
+me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+Così sen giva; e non credo che fosse
+lo decimo suo passo in terra posto,
+quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+a domandarmi omai venendo meco?».
+
+Come a color che troppo reverenti
+dinanzi a suo maggior parlando sono,
+che non traggon la voce viva ai denti,
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+incominciai: «Madonna, mia bisogna
+voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+voglio che tu omai ti disviluppe,
+sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sarà tutto tempo sanza reda
+l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ch’io veggio certamente, e però il narro,
+a darne tempo già stelle propinque,
+secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+messo di Dio, anciderà la fuia
+con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+che solveranno questo enigma forte
+sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e sì come da me son porte,
+così queste parole segna a’ vivi
+del viver ch’è un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+di non celar qual hai vista la pianta
+ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+con bestemmia di fatto offende a Dio,
+che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+cinquemilia anni e più l’anima prima
+bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+per singular cagione esser eccelsa
+lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua d’Elsa
+li pensier vani intorno a la tua mente,
+e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+che ’l te ne porti dentro a te per quello
+che si reca il bordon di palma cinto».
+
+E io: «Sì come cera da suggello,
+che la figura impressa non trasmuta,
+segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perché tanto sovra mia veduta
+vostra parola disïata vola,
+che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+«Perché conoschi», disse, «quella scuola
+c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+come può seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+distar cotanto, quanto si discorda
+da terra il ciel che più alto festina».
+
+Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+né honne coscïenza che rimorda».
+
+«E se tu ricordar non te ne puoi»,
+sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+come bevesti di Letè ancoi;
+
+e se dal fummo foco s’argomenta,
+cotesta oblivïon chiaro conchiude
+colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+le mie parole, quanto converrassi
+quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+E più corusco e con più lenti passi
+teneva il sole il cerchio di merigge,
+che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+quando s’affisser, sì come s’affigge
+chi va dinanzi a gente per iscorta
+se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+qual sotto foglie verdi e rami nigri
+sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+veder mi parve uscir d’una fontana,
+e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+«O luce, o gloria de la gente umana,
+che acqua è questa che qui si dispiega
+da un principio e sé da sé lontana?».
+
+Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: «Questo e altre cose
+dette li son per me; e son sicura
+che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+che spesse volte la memoria priva,
+fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eünoè che là diriva:
+menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+la tramortita sua virtù ravviva».
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ma fa sua voglia de la voglia altrui
+tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+così, poi che da essa preso fui,
+la bella donna mossesi, e a Stazio
+donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ma perché piene son tutte le carte
+ordite a questa cantica seconda,
+non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+rifatto sì come piante novelle
+rinovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
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+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
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+www.gutenberg.org
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
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+
+The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
+Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
+to date contact information can be found at the Foundation's website
+and official page at www.gutenberg.org/contact
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
+widespread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
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+state visit www.gutenberg.org/donate
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+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
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+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
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