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+The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Inferno, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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+using this eBook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante
+ Inferno
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Release Date: August, 1997 [eBook #997]
+[Most recently updated: April 10, 2021]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
+
+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+di Dante Alighieri
+
+CANTICA I: INFERNO
+
+
+Contents
+
+ INFERNO
+ Canto I.
+ Canto II.
+ Canto III.
+ Canto IV.
+ Canto V.
+ Canto VI.
+ Canto VII.
+ Canto VIII.
+ Canto IX.
+ Canto X.
+ Canto XI.
+ Canto XII.
+ Canto XIII.
+ Canto XIV.
+ Canto XV.
+ Canto XVI.
+ Canto XVII.
+ Canto XVIII.
+ Canto XIX.
+ Canto XX.
+ Canto XXI.
+ Canto XXII.
+ Canto XXIII.
+ Canto XXIV.
+ Canto XXV.
+ Canto XXVI.
+ Canto XXVII.
+ Canto XXVIII.
+ Canto XXIX.
+ Canto XXX.
+ Canto XXXI.
+ Canto XXXII.
+ Canto XXXIII.
+ Canto XXXIV.
+
+
+
+
+INFERNO
+
+
+
+
+Inferno
+Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+mi ritrovai per una selva oscura,
+ché la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
+esta selva selvaggia e aspra e forte
+che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant’ è amara che poco è più morte;
+ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
+dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
+
+Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
+tant’ era pien di sonno a quel punto
+che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
+là dove terminava quella valle
+che m’avea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto e vidi le sue spalle
+vestite già de’ raggi del pianeta
+che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta,
+che nel lago del cor m’era durata
+la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata,
+uscito fuor del pelago a la riva,
+si volge a l’acqua perigliosa e guata,
+
+così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
+si volse a retro a rimirar lo passo
+che non lasciò già mai persona viva.
+
+Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
+ripresi via per la piaggia diserta,
+sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
+una lonza leggera e presta molto,
+che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
+ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
+
+Temp’ era dal principio del mattino,
+e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
+ch’eran con lui quando l’amor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+sì ch’a bene sperar m’era cagione
+di quella fiera a la gaetta pelle
+
+l’ora del tempo e la dolce stagione;
+ma non sì che paura non mi desse
+la vista che m’apparve d’un leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+con la test’ alta e con rabbiosa fame,
+sì che parea che l’aere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+sembiava carca ne la sua magrezza,
+e molte genti fé già viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+con la paura ch’uscia di sua vista,
+ch’io perdei la speranza de l’altezza.
+
+E qual è quei che volontieri acquista,
+e giugne ’l tempo che perder lo face,
+che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
+mi ripigneva là dove ’l sol tace.
+
+Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
+dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+«Miserere di me», gridai a lui,
+«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
+
+Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
+e li parenti miei furon lombardi,
+mantoani per patrïa ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
+nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+figliuol d’Anchise che venne di Troia,
+poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
+
+Ma tu perché ritorni a tanta noia?
+perché non sali il dilettoso monte
+ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
+
+«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
+che spandi di parlar sì largo fiume?»,
+rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
+
+«O de li altri poeti onore e lume,
+vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
+che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
+tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
+lo bello stilo che m’ha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
+aiutami da lei, famoso saggio,
+ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
+
+«A te convien tenere altro vïaggio»,
+rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
+
+ché questa bestia, per la qual tu gride,
+non lascia altrui passar per la sua via,
+ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
+
+e ha natura sì malvagia e ria,
+che mai non empie la bramosa voglia,
+e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui s’ammoglia,
+e più saranno ancora, infin che ’l veltro
+verrà, che la farà morir con doglia.
+
+Questi non ciberà terra né peltro,
+ma sapïenza, amore e virtute,
+e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+per cui morì la vergine Cammilla,
+Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccerà per ogne villa,
+fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
+là onde ’nvidia prima dipartilla.
+
+Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
+che tu mi segui, e io sarò tua guida,
+e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ove udirai le disperate strida,
+vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ch’a la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+nel foco, perché speran di venire
+quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+anima fia a ciò più di me degna:
+con lei ti lascerò nel mio partire;
+
+ché quello imperador che là sù regna,
+perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
+non vuol che ’n sua città per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+quivi è la sua città e l’alto seggio:
+oh felice colui cu’ ivi elegge!».
+
+E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
+per quello Dio che tu non conoscesti,
+acciò ch’io fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni là dov’ or dicesti,
+sì ch’io veggia la porta di san Pietro
+e color cui tu fai cotanto mesti».
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto II
+
+
+Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
+toglieva li animai che sono in terra
+da le fatiche loro; e io sol uno
+
+m’apparecchiava a sostener la guerra
+sì del cammino e sì de la pietate,
+che ritrarrà la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
+o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
+qui si parrà la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
+guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
+prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvïo il parente,
+corruttibile ancora, ad immortale
+secolo andò, e fu sensibilmente.
+
+Però, se l’avversario d’ogne male
+cortese i fu, pensando l’alto effetto
+ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
+
+non pare indegno ad omo d’intelletto;
+ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
+ne l’empireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
+fu stabilita per lo loco santo
+u’ siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
+intese cose che furon cagione
+di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
+per recarne conforto a quella fede
+ch’è principio a la via di salvazione.
+
+Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
+Io non Enëa, io non Paulo sono;
+me degno a ciò né io né altri ’l crede.
+
+Per che, se del venire io m’abbandono,
+temo che la venuta non sia folle.
+Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
+
+E qual è quei che disvuol ciò che volle
+e per novi pensier cangia proposta,
+sì che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
+perché, pensando, consumai la ’mpresa
+che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
+rispuose del magnanimo quell’ ombra,
+«l’anima tua è da viltade offesa;
+
+la qual molte fïate l’omo ingombra
+sì che d’onrata impresa lo rivolve,
+come falso veder bestia quand’ ombra.
+
+Da questa tema acciò che tu ti solve,
+dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
+nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+e donna mi chiamò beata e bella,
+tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi più che la stella;
+e cominciommi a dir soave e piana,
+con angelica voce, in sua favella:
+
+“O anima cortese mantoana,
+di cui la fama ancor nel mondo dura,
+e durerà quanto ’l mondo lontana,
+
+l’amico mio, e non de la ventura,
+ne la diserta piaggia è impedito
+sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
+
+e temo che non sia già sì smarrito,
+ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
+per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
+l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
+
+I’ son Beatrice che ti faccio andare;
+vegno del loco ove tornar disio;
+amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando sarò dinanzi al segnor mio,
+di te mi loderò sovente a lui”.
+Tacette allora, e poi comincia’ io:
+
+“O donna di virtù sola per cui
+l’umana spezie eccede ogne contento
+di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
+
+tanto m’aggrada il tuo comandamento,
+che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
+più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+de lo scender qua giuso in questo centro
+de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
+
+“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
+dirotti brievemente”, mi rispuose,
+“perch’ i’ non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+c’hanno potenza di fare altrui male;
+de l’altre no, ché non son paurose.
+
+I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
+che la vostra miseria non mi tange,
+né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
+
+Donna è gentil nel ciel che si compiange
+di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
+sì che duro giudicio là sù frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
+di te, e io a te lo raccomando—.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
+che mi sedea con l’antica Rachele.
+
+Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,
+ché non soccorri quei che t’amò tanto,
+ch’uscì per te de la volgare schiera?
+
+Non odi tu la pieta del suo pianto,
+non vedi tu la morte che ’l combatte
+su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+a far lor pro o a fuggir lor danno,
+com’ io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua giù del mio beato scanno,
+fidandomi del tuo parlare onesto,
+ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
+
+Poscia che m’ebbe ragionato questo,
+li occhi lucenti lagrimando volse,
+per che mi fece del venir più presto.
+
+E venni a te così com’ ella volse:
+d’inanzi a quella fiera ti levai
+che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che è? perché, perché restai,
+perché tanta viltà nel core allette,
+perché ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+curan di te ne la corte del cielo,
+e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
+si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
+e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ch’i’ cominciai come persona franca:
+
+«Oh pietosa colei che mi soccorse!
+e te cortese ch’ubidisti tosto
+a le vere parole che ti porse!
+
+Tu m’hai con disiderio il cor disposto
+sì al venir con le parole tue,
+ch’i’ son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
+tu duca, tu segnore e tu maestro».
+Così li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto III
+
+
+‘Per me si va ne la città dolente,
+per me si va ne l’etterno dolore,
+per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore;
+fecemi la divina podestate,
+la somma sapïenza e ’l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+se non etterne, e io etterno duro.
+Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
+
+Queste parole di colore oscuro
+vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
+per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ogne viltà convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
+che tu vedrai le genti dolorose
+c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+con lieto volto, ond’ io mi confortai,
+mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+risonavan per l’aere sanza stelle,
+per ch’io al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+parole di dolore, accenti d’ira,
+voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual s’aggira
+sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
+come la rena quando turbo spira.
+
+E io ch’avea d’error la testa cinta,
+dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
+e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
+
+Ed elli a me: «Questo misero modo
+tegnon l’anime triste di coloro
+che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+de li angeli che non furon ribelli
+né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+né lo profondo inferno li riceve,
+ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
+
+E io: «Maestro, che è tanto greve
+a lor che lamentar li fa sì forte?».
+Rispuose: «Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte,
+e la lor cieca vita è tanto bassa,
+che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+misericordia e giustizia li sdegna:
+non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
+
+E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
+che girando correva tanto ratta,
+che d’ogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le venìa sì lunga tratta
+di gente, ch’i’ non averei creduto
+che morte tanta n’avesse disfatta.
+
+Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
+vidi e conobbi l’ombra di colui
+che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+che questa era la setta d’i cattivi,
+a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+erano ignudi e stimolati molto
+da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
+da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
+vidi genti a la riva d’un gran fiume;
+per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
+
+ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
+le fa di trapassar parer sì pronte,
+com’ i’ discerno per lo fioco lume».
+
+Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
+quando noi fermerem li nostri passi
+su la trista riviera d’Acheronte».
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+temendo no ’l mio dir li fosse grave,
+infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+un vecchio, bianco per antico pelo,
+gridando: «Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+i’ vegno per menarvi a l’altra riva
+ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
+
+E tu che se’ costì, anima viva,
+pàrtiti da cotesti che son morti».
+Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
+
+disse: «Per altra via, per altri porti
+verrai a piaggia, non qui, per passare:
+più lieve legno convien che ti porti».
+
+E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
+vuolsi così colà dove si puote
+ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+al nocchier de la livida palude,
+che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
+cangiar colore e dibattero i denti,
+ratto che ’nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
+di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+forte piangendo, a la riva malvagia
+ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia
+loro accennando, tutte le raccoglie;
+batte col remo qualunque s’adagia.
+
+Come d’autunno si levan le foglie
+l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
+vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme d’Adamo
+gittansi di quel lito ad una ad una,
+per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Così sen vanno su per l’onda bruna,
+e avanti che sien di là discese,
+anche di qua nuova schiera s’auna.
+
+«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
+«quelli che muoion ne l’ira di Dio
+tutti convegnon qui d’ogne paese;
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ché la divina giustizia li sprona,
+sì che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+e però, se Caron di te si lagna,
+ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
+
+Finito questo, la buia campagna
+tremò sì forte, che de lo spavento
+la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+che balenò una luce vermiglia
+la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come l’uom cui sonno piglia.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto IV
+
+
+Ruppemi l’alto sonno ne la testa
+un greve truono, sì ch’io mi riscossi
+come persona ch’è per forza desta;
+
+e l’occhio riposato intorno mossi,
+dritto levato, e fiso riguardai
+per conoscer lo loco dov’ io fossi.
+
+Vero è che ’n su la proda mi trovai
+de la valle d’abisso dolorosa
+che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+io non vi discernea alcuna cosa.
+
+«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
+cominciò il poeta tutto smorto.
+«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+dissi: «Come verrò, se tu paventi
+che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
+
+Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
+che son qua giù, nel viso mi dipigne
+quella pietà che tu per tema senti.
+
+Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
+Così si mise e così mi fé intrare
+nel primo cerchio che l’abisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+non avea pianto mai che di sospiri
+che l’aura etterna facevan tremare;
+
+ciò avvenia di duol sanza martìri,
+ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
+d’infanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
+che spiriti son questi che tu vedi?
+Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
+
+ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
+non basta, perché non ebber battesmo,
+ch’è porta de la fede che tu credi;
+
+e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
+non adorar debitamente a Dio:
+e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+semo perduti, e sol di tanto offesi
+che sanza speme vivemo in disio».
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
+però che gente di molto valore
+conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
+
+«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
+comincia’ io per voler esser certo
+di quella fede che vince ogne errore:
+
+«uscicci mai alcuno, o per suo merto
+o per altrui, che poi fosse beato?».
+E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
+quando ci vidi venire un possente,
+con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci l’ombra del primo parente,
+d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
+di Moïsè legista e ubidente;
+
+Abraàm patrïarca e Davìd re,
+Israèl con lo padre e co’ suoi nati
+e con Rachele, per cui tanto fé,
+
+e altri molti, e feceli beati.
+E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
+spiriti umani non eran salvati».
+
+Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
+ma passavam la selva tuttavia,
+la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
+ch’emisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi n’eravamo ancora un poco,
+ma non sì ch’io non discernessi in parte
+ch’orrevol gente possedea quel loco.
+
+«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
+questi chi son c’hanno cotanta onranza,
+che dal modo de li altri li diparte?».
+
+E quelli a me: «L’onrata nominanza
+che di lor suona sù ne la tua vita,
+grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
+
+Intanto voce fu per me udita:
+«Onorate l’altissimo poeta;
+l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
+sembianz’ avevan né trista né lieta.
+
+Lo buon maestro cominciò a dire:
+«Mira colui con quella spada in mano,
+che vien dinanzi ai tre sì come sire:
+
+quelli è Omero poeta sovrano;
+l’altro è Orazio satiro che vene;
+Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
+
+Però che ciascun meco si convene
+nel nome che sonò la voce sola,
+fannomi onore, e di ciò fanno bene».
+
+Così vid’ i’ adunar la bella scola
+di quel segnor de l’altissimo canto
+che sovra li altri com’ aquila vola.
+
+Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
+volsersi a me con salutevol cenno,
+e ’l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e più d’onore ancora assai mi fenno,
+ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
+sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
+
+Così andammo infino a la lumera,
+parlando cose che ’l tacere è bello,
+sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
+
+Venimmo al piè d’un nobile castello,
+sette volte cerchiato d’alte mura,
+difeso intorno d’un bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+per sette porte intrai con questi savi:
+giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
+di grande autorità ne’ lor sembianti:
+parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci così da l’un de’ canti,
+in loco aperto, luminoso e alto,
+sì che veder si potien tutti quanti.
+
+Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
+mi fuor mostrati li spiriti magni,
+che del vedere in me stesso m’essalto.
+
+I’ vidi Eletra con molti compagni,
+tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
+Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+da l’altra parte vidi ’l re Latino
+che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
+Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
+e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
+
+Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
+vidi ’l maestro di color che sanno
+seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
+che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
+
+Democrito che ’l mondo a caso pone,
+Dïogenès, Anassagora e Tale,
+Empedoclès, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
+Tulïo e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geomètra e Tolomeo,
+Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
+Averoìs, che ’l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+però che sì mi caccia il lungo tema,
+che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+per altra via mi mena il savio duca,
+fuor de la queta, ne l’aura che trema.
+
+E vegno in parte ove non è che luca.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto V
+
+
+Così discesi del cerchio primaio
+giù nel secondo, che men loco cinghia
+e tanto più dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
+essamina le colpe ne l’intrata;
+giudica e manda secondo ch’avvinghia.
+
+Dico che quando l’anima mal nata
+li vien dinanzi, tutta si confessa;
+e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco d’inferno è da essa;
+cignesi con la coda tante volte
+quantunque gradi vuol che giù sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+dicono e odono e poi son giù volte.
+
+«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
+disse Minòs a me quando mi vide,
+lasciando l’atto di cotanto offizio,
+
+«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
+non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
+E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+vuolsi così colà dove si puote
+ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+Or incomincian le dolenti note
+a farmisi sentire; or son venuto
+là dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco d’ogne luce muto,
+che mugghia come fa mar per tempesta,
+se da contrari venti è combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+mena li spirti con la sua rapina;
+voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+quivi le strida, il compianto, il lamento;
+bestemmian quivi la virtù divina.
+
+Intesi ch’a così fatto tormento
+enno dannati i peccator carnali,
+che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan l’ali
+nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+così quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di là, di giù, di sù li mena;
+nulla speranza li conforta mai,
+non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+faccendo in aere di sé lunga riga,
+così vid’ io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
+genti che l’aura nera sì gastiga?».
+
+«La prima di color di cui novelle
+tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
+«fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu sì rotta,
+che libito fé licito in sua legge,
+per tòrre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
+che succedette a Nino e fu sua sposa:
+tenne la terra che ’l Soldan corregge.
+
+L’altra è colei che s’ancise amorosa,
+e ruppe fede al cener di Sicheo;
+poi è Cleopatràs lussurïosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
+che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
+ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ch’amor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
+nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
+pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I’ cominciai: «Poeta, volontieri
+parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
+e paion sì al vento esser leggeri».
+
+Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
+più presso a noi; e tu allor li priega
+per quello amor che i mena, ed ei verranno».
+
+Sì tosto come il vento a noi li piega,
+mossi la voce: «O anime affannate,
+venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+con l’ali alzate e ferme al dolce nido
+vegnon per l’aere, dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
+a noi venendo per l’aere maligno,
+sì forte fu l’affettüoso grido.
+
+«O animal grazïoso e benigno
+che visitando vai per l’aere perso
+noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de l’universo,
+noi pregheremmo lui de la tua pace,
+poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+noi udiremo e parleremo a voi,
+mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+su la marina dove ’l Po discende
+per aver pace co’ seguaci sui.
+
+Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
+prese costui de la bella persona
+che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
+
+Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
+mi prese del costui piacer sì forte,
+che, come vedi, ancor non m’abbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte.
+Caina attende chi a vita ci spense».
+Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand’ io intesi quell’ anime offense,
+china’ il viso, e tanto il tenni basso,
+fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
+
+Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
+quanti dolci pensier, quanto disio
+menò costoro al doloroso passo!».
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
+e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
+a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
+a che e come concedette amore
+che conosceste i dubbiosi disiri?».
+
+E quella a me: «Nessun maggior dolore
+che ricordarsi del tempo felice
+nella miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
+
+Ma s’a conoscer la prima radice
+del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+dirò come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+di Lancialotto come amor lo strinse;
+soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per più fïate li occhi ci sospinse
+quella lettura, e scolorocci il viso;
+ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disïato riso
+esser basciato da cotanto amante,
+questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi basciò tutto tremante.
+Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
+quel giorno più non vi leggemmo avante».
+
+Mentre che l’uno spirto questo disse,
+l’altro piangëa; sì che di pietade
+io venni men così com’ io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto VI
+
+
+Al tornar de la mente, che si chiuse
+dinanzi a la pietà d’i due cognati,
+che di trestizia tutto mi confuse,
+
+novi tormenti e novi tormentati
+mi veggio intorno, come ch’io mi mova
+e ch’io mi volga, e come che io guati.
+
+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+etterna, maladetta, fredda e greve;
+regola e qualità mai non l’è nova.
+
+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+per l’aere tenebroso si riversa;
+pute la terra che questo riceve.
+
+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+con tre gole caninamente latra
+sovra la gente che quivi è sommersa.
+
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
+graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
+volgonsi spesso i miseri profani.
+
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+non avea membro che tenesse fermo.
+
+E ’l duca mio distese le sue spanne,
+prese la terra, e con piene le pugna
+la gittò dentro a le bramose canne.
+
+Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
+e si racqueta poi che ’l pasto morde,
+ché solo a divorarlo intende e pugna,
+
+cotai si fecer quelle facce lorde
+de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
+l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
+
+Noi passavam su per l’ombre che adona
+la greve pioggia, e ponavam le piante
+sovra lor vanità che par persona.
+
+Elle giacean per terra tutte quante,
+fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
+ch’ella ci vide passarsi davante.
+
+«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
+mi disse, «riconoscimi, se sai:
+tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
+
+E io a lui: «L’angoscia che tu hai
+forse ti tira fuor de la mia mente,
+sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
+loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
+che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
+
+Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
+d’invidia sì che già trabocca il sacco,
+seco mi tenne in la vita serena.
+
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+per la dannosa colpa de la gola,
+come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ché tutte queste a simil pena stanno
+per simil colpa». E più non fé parola.
+
+Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
+mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
+ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la città partita;
+s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
+per che l’ha tanta discordia assalita».
+
+E quelli a me: «Dopo lunga tencione
+verranno al sangue, e la parte selvaggia
+caccerà l’altra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+infra tre soli, e che l’altra sormonti
+con la forza di tal che testé piaggia.
+
+Alte terrà lungo tempo le fronti,
+tenendo l’altra sotto gravi pesi,
+come che di ciò pianga o che n’aonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+superbia, invidia e avarizia sono
+le tre faville c’hanno i cuori accesi».
+
+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
+e che di più parlar mi facci dono.
+
+Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
+Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
+e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
+ché gran disio mi stringe di savere
+se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
+
+E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
+diverse colpe giù li grava al fondo:
+se tanto scendi, là i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
+più non ti dico e più non ti rispondo».
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+guardommi un poco e poi chinò la testa:
+cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+E ’l duca disse a me: «Più non si desta
+di qua dal suon de l’angelica tromba,
+quando verrà la nimica podesta:
+
+ciascun rivederà la trista tomba,
+ripiglierà sua carne e sua figura,
+udirà quel ch’in etterno rimbomba».
+
+Sì trapassammo per sozza mistura
+de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+toccando un poco la vita futura;
+
+per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
+crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
+o fier minori, o saran sì cocenti?».
+
+Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
+che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
+più senta il bene, e così la doglienza.
+
+Tutto che questa gente maladetta
+in vera perfezion già mai non vada,
+di là più che di qua essere aspetta».
+
+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+parlando più assai ch’i’ non ridico;
+venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto VII
+
+
+«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
+cominciò Pluto con la voce chioccia;
+e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: «Non ti noccia
+la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
+non ci torrà lo scender questa roccia».
+
+Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
+e disse: «Taci, maladetto lupo!
+consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+Non è sanza cagion l’andare al cupo:
+vuolsi ne l’alto, là dove Michele
+fé la vendetta del superbo strupo».
+
+Quali dal vento le gonfiate vele
+caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
+tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+Così scendemmo ne la quarta lacca,
+pigliando più de la dolente ripa
+che ’l mal de l’universo tutto insacca.
+
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+nove travaglie e pene quant’ io viddi?
+e perché nostra colpa sì ne scipa?
+
+Come fa l’onda là sovra Cariddi,
+che si frange con quella in cui s’intoppa,
+così convien che qui la gente riddi.
+
+Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
+e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
+voltando pesi per forza di poppa.
+
+Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
+si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
+
+Così tornavan per lo cerchio tetro
+da ogne mano a l’opposito punto,
+gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
+per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
+E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
+che gente è questa, e se tutti fuor cherci
+questi chercuti a la sinistra nostra».
+
+Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
+sì de la mente in la vita primaia,
+che con misura nullo spendio ferci.
+
+Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
+quando vegnono a’ due punti del cerchio
+dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+piloso al capo, e papi e cardinali,
+in cui usa avarizia il suo soperchio».
+
+E io: «Maestro, tra questi cotali
+dovre’ io ben riconoscere alcuni
+che furo immondi di cotesti mali».
+
+Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
+la sconoscente vita che i fé sozzi,
+ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+In etterno verranno a li due cozzi:
+questi resurgeranno del sepulcro
+col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+d’i ben che son commessi a la fortuna,
+per che l’umana gente si rabbuffa;
+
+ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
+e che già fu, di quest’ anime stanche
+non poterebbe farne posare una».
+
+«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
+questa fortuna di che tu mi tocche,
+che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
+
+E quelli a me: «Oh creature sciocche,
+quanta ignoranza è quella che v’offende!
+Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+fece li cieli e diè lor chi conduce
+sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+Similemente a li splendor mondani
+ordinò general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+di gente in gente e d’uno in altro sangue,
+oltre la difension d’i senni umani;
+
+per ch’una gente impera e l’altra langue,
+seguendo lo giudicio di costei,
+che è occulto come in erba l’angue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+questa provede, giudica, e persegue
+suo regno come il loro li altri dèi.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue:
+necessità la fa esser veloce;
+sì spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
+pur da color che le dovrien dar lode,
+dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s’è beata e ciò non ode:
+con l’altre prime creature lieta
+volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+già ogne stella cade che saliva
+quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
+
+Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
+sovr’ una fonte che bolle e riversa
+per un fossato che da lei deriva.
+
+L’acqua era buia assai più che persa;
+e noi, in compagnia de l’onde bige,
+intrammo giù per una via diversa.
+
+In la palude va c’ha nome Stige
+questo tristo ruscel, quand’ è disceso
+al piè de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+vidi genti fangose in quel pantano,
+ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ma con la testa e col petto e coi piedi,
+troncandosi co’ denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
+l’anime di color cui vinse l’ira;
+e anche vo’ che tu per certo credi
+
+che sotto l’acqua è gente che sospira,
+e fanno pullular quest’ acqua al summo,
+come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
+
+Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
+ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
+portando dentro accidïoso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra”.
+Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
+ché dir nol posson con parola integra».
+
+Così girammo de la lorda pozza
+grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
+con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, ch’assai prima
+che noi fossimo al piè de l’alta torre,
+li occhi nostri n’andar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre,
+e un’altra da lungi render cenno,
+tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
+dissi: «Questo che dice? e che risponde
+quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
+
+Ed elli a me: «Su per le sucide onde
+già scorgere puoi quello che s’aspetta,
+se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
+
+Corda non pinse mai da sé saetta
+che sì corresse via per l’aere snella,
+com’ io vidi una nave piccioletta
+
+venir per l’acqua verso noi in quella,
+sotto ’l governo d’un sol galeoto,
+che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
+
+«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
+disse lo mio segnore, «a questa volta:
+più non ci avrai che sol passando il loto».
+
+Qual è colui che grande inganno ascolta
+che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+e poi mi fece intrare appresso lui;
+e sol quand’ io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
+segando se ne va l’antica prora
+de l’acqua più che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+dinanzi mi si fece un pien di fango,
+e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
+
+E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
+ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
+Rispuose: «Vedi che son un che piango».
+
+E io a lui: «Con piangere e con lutto,
+spirito maladetto, ti rimani;
+ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+per che ’l maestro accorto lo sospinse,
+dicendo: «Via costà con li altri cani!».
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
+benedetta colei che ’n te s’incinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+bontà non è che sua memoria fregi:
+così s’è l’ombra sua qui furïosa.
+
+Quanti si tegnon or là sù gran regi
+che qui staranno come porci in brago,
+di sé lasciando orribili dispregi!».
+
+E io: «Maestro, molto sarei vago
+di vederlo attuffare in questa broda
+prima che noi uscissimo del lago».
+
+Ed elli a me: «Avante che la proda
+ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+di tal disïo convien che tu goda».
+
+Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
+far di costui a le fangose genti,
+che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
+e ’l fiorentino spirito bizzarro
+in sé medesmo si volvea co’ denti.
+
+Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
+ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
+per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
+s’appressa la città c’ha nome Dite,
+coi gravi cittadin, col grande stuolo».
+
+E io: «Maestro, già le sue meschite
+là entro certe ne la valle cerno,
+vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
+ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
+come tu vedi in questo basso inferno».
+
+Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
+che vallan quella terra sconsolata:
+le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+venimmo in parte dove il nocchier forte
+«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
+
+Io vidi più di mille in su le porte
+da ciel piovuti, che stizzosamente
+dicean: «Chi è costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?».
+E ’l savio mio maestro fece segno
+di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno
+e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
+che sì ardito intrò per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
+che li ha’ iscorta sì buia contrada».
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+nel suon de le parole maladette,
+ché non credetti ritornarci mai.
+
+«O caro duca mio, che più di sette
+volte m’hai sicurtà renduta e tratto
+d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
+e se ’l passar più oltre ci è negato,
+ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
+
+E quel segnor che lì m’avea menato,
+mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
+non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
+
+Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
+conforta e ciba di speranza buona,
+ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
+
+Così sen va, e quivi m’abbandona
+lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+che sì e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello ch’a lor porse;
+ma ei non stette là con essi guari,
+che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que’ nostri avversari
+nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
+«Chi m’ha negate le dolenti case!».
+
+E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
+non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
+qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
+
+Questa lor tracotanza non è nova;
+ché già l’usaro a men segreta porta,
+la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
+e già di qua da lei discende l’erta,
+passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto IX
+
+
+Quel color che viltà di fuor mi pinse
+veggendo il duca mio tornare in volta,
+più tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
+ché l’occhio nol potea menare a lunga
+per l’aere nero e per la nebbia folta.
+
+«Pur a noi converrà vincer la punga»,
+cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
+Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
+
+I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
+lo cominciar con l’altro che poi venne,
+che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+perch’ io traeva la parola tronca
+forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+«In questo fondo de la trista conca
+discende mai alcun del primo grado,
+che sol per pena ha la speranza cionca?».
+
+Questa question fec’ io; e quei «Di rado
+incontra», mi rispuose, «che di noi
+faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
+congiurato da quella Eritón cruda
+che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
+per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
+e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
+ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
+
+Questa palude che ’l gran puzzo spira
+cigne dintorno la città dolente,
+u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
+
+E altro disse, ma non l’ho a mente;
+però che l’occhio m’avea tutto tratto
+ver’ l’alta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+tre furïe infernal di sangue tinte,
+che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+serpentelli e ceraste avien per crine,
+onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+de la regina de l’etterno pianto,
+«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
+
+Quest’ è Megera dal sinistro canto;
+quella che piange dal destro è Aletto;
+Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
+
+Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
+battiensi a palme e gridavan sì alto,
+ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
+dicevan tutte riguardando in giuso;
+«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
+
+«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
+ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
+nulla sarebbe di tornar mai suso».
+
+Così disse ’l maestro; ed elli stessi
+mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
+mirate la dottrina che s’asconde
+sotto ’l velame de li versi strani.
+
+E già venìa su per le torbide onde
+un fracasso d’un suon, pien di spavento,
+per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che d’un vento
+impetüoso per li avversi ardori,
+che fier la selva e sanz’ alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+dinanzi polveroso va superbo,
+e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
+del viso su per quella schiuma antica
+per indi ove quel fummo è più acerbo».
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+biscia per l’acqua si dileguan tutte,
+fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
+
+vid’ io più di mille anime distrutte
+fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
+passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
+menando la sinistra innanzi spesso;
+e sol di quell’ angoscia parea lasso.
+
+Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
+e volsimi al maestro; e quei fé segno
+ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+Venne a la porta e con una verghetta
+l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
+
+«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
+cominciò elli in su l’orribil soglia,
+«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
+
+Perché recalcitrate a quella voglia
+a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+e che più volte v’ha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+e non fé motto a noi, ma fé sembiante
+d’omo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li è davante;
+e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
+sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
+e io, ch’avea di riguardar disio
+la condizion che tal fortezza serra,
+
+com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
+e veggio ad ogne man grande campagna,
+piena di duolo e di tormento rio.
+
+Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
+sì com’ a Pola, presso del Carnaro
+ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
+così facevan quivi d’ogne parte,
+salvo che ’l modo v’era più amaro;
+
+ché tra li avelli fiamme erano sparte,
+per le quali eran sì del tutto accesi,
+che ferro più non chiede verun’ arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
+che ben parean di miseri e d’offesi.
+
+E io: «Maestro, quai son quelle genti
+che, seppellite dentro da quell’ arche,
+si fan sentir coi sospiri dolenti?».
+
+E quelli a me: «Qui son li eresïarche
+con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
+più che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile è sepolto,
+e i monimenti son più e men caldi».
+E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
+
+passammo tra i martìri e li alti spaldi.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+tra ’l muro de la terra e li martìri,
+lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+«O virtù somma, che per li empi giri
+mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
+parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+potrebbesi veder? già son levati
+tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
+
+E quelli a me: «Tutti saran serrati
+quando di Iosafàt qui torneranno
+coi corpi che là sù hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+con Epicuro tutti suoi seguaci,
+che l’anima col corpo morta fanno.
+
+Però a la dimanda che mi faci
+quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
+e al disio ancor che tu mi taci».
+
+E io: «Buon duca, non tegno riposto
+a te mio cuor se non per dicer poco,
+e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
+
+«O Tosco che per la città del foco
+vivo ten vai così parlando onesto,
+piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+di quella nobil patrïa natio,
+a la qual forse fui troppo molesto».
+
+Subitamente questo suono uscìo
+d’una de l’arche; però m’accostai,
+temendo, un poco più al duca mio.
+
+Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
+Vedi là Farinata che s’è dritto:
+da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
+
+Io avea già il mio viso nel suo fitto;
+ed el s’ergea col petto e con la fronte
+com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
+
+E l’animose man del duca e pronte
+mi pinser tra le sepulture a lui,
+dicendo: «Le parole tue sien conte».
+
+Com’ io al piè de la sua tomba fui,
+guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
+
+Io ch’era d’ubidir disideroso,
+non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
+ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: «Fieramente furo avversi
+a me e a miei primi e a mia parte,
+sì che per due fïate li dispersi».
+
+«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
+rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
+ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+un’ombra, lungo questa, infino al mento:
+credo che s’era in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guardò, come talento
+avesse di veder s’altri era meco;
+e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: «Se per questo cieco
+carcere vai per altezza d’ingegno,
+mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
+
+E io a lui: «Da me stesso non vegno:
+colui ch’attende là, per qui mi mena
+forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
+
+Le sue parole e ’l modo de la pena
+m’avean di costui già letto il nome;
+però fu la risposta così piena.
+
+Di sùbito drizzato gridò: «Come?
+dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
+non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
+
+Quando s’accorse d’alcuna dimora
+ch’io facëa dinanzi a la risposta,
+supin ricadde e più non parve fora.
+
+Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
+restato m’era, non mutò aspetto,
+né mosse collo, né piegò sua costa;
+
+e sé continüando al primo detto,
+«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
+ciò mi tormenta più che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+la faccia de la donna che qui regge,
+che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+dimmi: perché quel popolo è sì empio
+incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
+
+Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
+che fece l’Arbia colorata in rosso,
+tal orazion fa far nel nostro tempio».
+
+Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
+«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
+sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu’ io solo, là dove sofferto
+fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
+colui che la difesi a viso aperto».
+
+«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
+prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
+che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
+e nel presente tenete altro modo».
+
+«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
+le cose», disse, «che ne son lontano;
+cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando s’appressano o son, tutto è vano
+nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
+nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Però comprender puoi che tutta morta
+fia nostra conoscenza da quel punto
+che del futuro fia chiusa la porta».
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+dissi: «Or direte dunque a quel caduto
+che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
+
+e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
+fate i saper che ’l fei perché pensava
+già ne l’error che m’avete soluto».
+
+E già ’l maestro mio mi richiamava;
+per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
+che mi dicesse chi con lu’ istava.
+
+Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
+qua dentro è ’l secondo Federico
+e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
+
+Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
+poeta volsi i passi, ripensando
+a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, così andando,
+mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
+E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+«La mente tua conservi quel ch’udito
+hai contra te», mi comandò quel saggio;
+«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
+
+«quando sarai dinanzi al dolce raggio
+di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
+da lei saprai di tua vita il vïaggio».
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
+per un sentier ch’a una valle fiede,
+
+che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XI
+
+
+In su l’estremità d’un’alta ripa
+che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+venimmo sopra più crudele stipa;
+
+e quivi, per l’orribile soperchio
+del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
+ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
+che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
+lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
+
+«Lo nostro scender conviene esser tardo,
+sì che s’ausi un poco in prima il senso
+al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
+
+Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
+dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
+perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
+
+«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
+cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
+di grado in grado, come que’ che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ma perché poi ti basti pur la vista,
+intendi come e perché son costretti.
+
+D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
+ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
+o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perché frode è de l’uom proprio male,
+più spiace a Dio; e però stan di sotto
+li frodolenti, e più dolor li assale.
+
+Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
+ma perché si fa forza a tre persone,
+in tre gironi è distinto e costrutto.
+
+A Dio, a sé, al prossimo si pòne
+far forza, dico in loro e in lor cose,
+come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+guastatori e predon, tutti tormenta
+lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in sé man vïolenta
+e ne’ suoi beni; e però nel secondo
+giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva sé del vostro mondo,
+biscazza e fonde la sua facultade,
+e piange là dov’ esser de’ giocondo.
+
+Puossi far forza ne la deïtade,
+col cor negando e bestemmiando quella,
+e spregiando natura e sua bontade;
+
+e però lo minor giron suggella
+del segno suo e Soddoma e Caorsa
+e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
+può l’omo usare in colui che ’n lui fida
+e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par ch’incida
+pur lo vinco d’amor che fa natura;
+onde nel cerchio secondo s’annida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+falsità, ladroneccio e simonia,
+ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
+che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
+di che la fede spezïal si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
+de l’universo in su che Dite siede,
+qualunque trade in etterno è consunto».
+
+E io: «Maestro, assai chiara procede
+la tua ragione, e assai ben distingue
+questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+che mena il vento, e che batte la pioggia,
+e che s’incontran con sì aspre lingue,
+
+perché non dentro da la città roggia
+sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
+
+Ed elli a me «Perché tanto delira»,
+disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
+o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+con le quai la tua Etica pertratta
+le tre disposizion che ’l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+bestialitade? e come incontenenza
+men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+e rechiti a la mente chi son quelli
+che sù di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perché da questi felli
+sien dipartiti, e perché men crucciata
+la divina vendetta li martelli».
+
+«O sol che sani ogne vista turbata,
+tu mi contenti sì quando tu solvi,
+che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
+diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
+la divina bontade, e ’l groppo solvi».
+
+«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
+nota, non pure in una sola parte,
+come natura lo suo corso prende
+
+dal divino ’ntelletto e da sua arte;
+e se tu ben la tua Fisica note,
+tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che l’arte vostra quella, quanto pote,
+segue, come ’l maestro fa ’l discente;
+sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+lo Genesì dal principio, convene
+prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perché l’usuriere altra via tene,
+per sé natura e per la sua seguace
+dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
+ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
+e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
+
+e ’l balzo via là oltra si dismonta».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XII
+
+
+Era lo loco ov’ a scender la riva
+venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
+tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual è quella ruina che nel fianco
+di qua da Trento l’Adice percosse,
+o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+al piano è sì la roccia discoscesa,
+ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+e ’n su la punta de la rotta lacca
+l’infamïa di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+e quando vide noi, sé stesso morse,
+sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
+tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
+che sù nel mondo la morte ti porse?
+
+Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
+ammaestrato da la tua sorella,
+ma vassi per veder le vostre pene».
+
+Qual è quel toro che si slaccia in quella
+c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
+che gir non sa, ma qua e là saltella,
+
+vid’ io lo Minotauro far cotale;
+e quello accorto gridò: «Corri al varco;
+mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
+
+Così prendemmo via giù per lo scarco
+di quelle pietre, che spesso moviensi
+sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
+forse a questa ruina, ch’è guardata
+da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
+
+Or vo’ che sappi che l’altra fïata
+ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
+questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+che venisse colui che la gran preda
+levò a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti l’alta valle feda
+tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
+sentisse amor, per lo qual è chi creda
+
+più volte il mondo in caòsso converso;
+e in quel punto questa vecchia roccia,
+qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
+la riviera del sangue in la qual bolle
+qual che per vïolenza in altrui noccia».
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+che sì ci sproni ne la vita corta,
+e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
+
+Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
+come quella che tutto ’l piano abbraccia,
+secondo ch’avea detto la mia scorta;
+
+e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
+corrien centauri, armati di saette,
+come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+e de la schiera tre si dipartiro
+con archi e asticciuole prima elette;
+
+e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
+venite voi che scendete la costa?
+Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
+
+Lo mio maestro disse: «La risposta
+farem noi a Chirón costà di presso:
+mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
+
+Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
+che morì per la bella Deianira,
+e fé di sé la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
+è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
+quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+saettando qual anima si svelle
+del sangue più che sua colpa sortille».
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+Chirón prese uno strale, e con la cocca
+fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
+disse a’ compagni: «Siete voi accorti
+che quel di retro move ciò ch’el tocca?
+
+Così non soglion far li piè d’i morti».
+E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
+dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
+mostrar li mi convien la valle buia;
+necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
+
+Tal si partì da cantare alleluia
+che mi commise quest’ officio novo:
+non è ladron, né io anima fuia.
+
+Ma per quella virtù per cu’ io movo
+li passi miei per sì selvaggia strada,
+danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri là dove si guada,
+e che porti costui in su la groppa,
+ché non è spirto che per l’aere vada».
+
+Chirón si volse in su la destra poppa,
+e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
+e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+lungo la proda del bollor vermiglio,
+dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
+che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
+che fé Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
+è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
+è Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro sù nel mondo».
+Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+«Questi ti sia or primo, e io secondo».
+
+Poco più oltre il centauro s’affisse
+sovr’ una gente che ’nfino a la gola
+parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
+dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
+lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
+e di costoro assai riconobb’ io.
+
+Così a più a più si facea basso
+quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
+e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+«Sì come tu da questa parte vedi
+lo bulicame che sempre si scema»,
+disse ’l centauro, «voglio che tu credi
+
+che da quest’ altra a più a più giù prema
+lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
+ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+quell’ Attila che fu flagello in terra,
+e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+che fecero a le strade tanta guerra».
+
+Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XIII
+
+
+Non era ancor di là Nesso arrivato,
+quando noi ci mettemmo per un bosco
+che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
+non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
+
+Non han sì aspri sterpi né sì folti
+quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
+tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+che cacciar de le Strofade i Troiani
+con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
+fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E ’l buon maestro «Prima che più entre,
+sappi che se’ nel secondo girone»,
+mi cominciò a dire, «e sarai mentre
+
+che tu verrai ne l’orribil sabbione.
+Però riguarda ben; sì vederai
+cose che torrien fede al mio sermone».
+
+Io sentia d’ogne parte trarre guai
+e non vedea persona che ’l facesse;
+per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
+
+Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
+che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+da gente che per noi si nascondesse.
+
+Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
+qualche fraschetta d’una d’este piante,
+li pensier c’hai si faran tutti monchi».
+
+Allor porsi la mano un poco avante
+e colsi un ramicel da un gran pruno;
+e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
+non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
+se state fossimo anime di serpi».
+
+Come d’un stizzo verde ch’arso sia
+da l’un de’ capi, che da l’altro geme
+e cigola per vento che va via,
+
+sì de la scheggia rotta usciva insieme
+parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
+cadere, e stetti come l’uom che teme.
+
+«S’elli avesse potuto creder prima»,
+rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
+ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ma la cosa incredibile mi fece
+indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
+d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
+nel mondo sù, dove tornar li lece».
+
+E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
+ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
+perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+del cor di Federigo, e che le volsi,
+serrando e diserrando, sì soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
+fede portai al glorïoso offizio,
+tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
+
+La meretrice che mai da l’ospizio
+di Cesare non torse li occhi putti,
+morte comune e de le corti vizio,
+
+infiammò contra me li animi tutti;
+e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
+che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+L’animo mio, per disdegnoso gusto,
+credendo col morir fuggir disdegno,
+ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici d’esto legno
+vi giuro che già mai non ruppi fede
+al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+conforti la memoria mia, che giace
+ancor del colpo che ’nvidia le diede».
+
+Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
+disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
+ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
+
+Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
+di quel che credi ch’a me satisfaccia;
+ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
+
+Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
+liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
+spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come l’anima si lega
+in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+s’alcuna mai di tai membra si spiega».
+
+Allor soffiò il tronco forte, e poi
+si convertì quel vento in cotal voce:
+«Brievemente sarà risposto a voi.
+
+Quando si parte l’anima feroce
+dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
+Minòs la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
+ma là dove fortuna la balestra,
+quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come l’altre verrem per nostre spoglie,
+ma non però ch’alcuna sen rivesta,
+ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
+
+Qui le strascineremo, e per la mesta
+selva saranno i nostri corpi appesi,
+ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+credendo ch’altro ne volesse dire,
+quando noi fummo d’un romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
+ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
+che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
+E l’altro, cui pareva tardar troppo,
+gridava: «Lano, sì non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
+E poi che forse li fallia la lena,
+di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+di nere cagne, bramose e correnti
+come veltri ch’uscisser di catena.
+
+In quel che s’appiattò miser li denti,
+e quel dilaceraro a brano a brano;
+poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+e menommi al cespuglio che piangea
+per le rotture sanguinenti in vano.
+
+«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
+che t’è giovato di me fare schermo?
+che colpa ho io de la tua vita rea?».
+
+Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
+disse: «Chi fosti, che per tante punte
+soffi con sangue doloroso sermo?».
+
+Ed elli a noi: «O anime che giunte
+siete a veder lo strazio disonesto
+c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
+
+raccoglietele al piè del tristo cesto.
+I’ fui de la città che nel Batista
+mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
+
+sempre con l’arte sua la farà trista;
+e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
+rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que’ cittadin che poi la rifondarno
+sovra ’l cener che d’Attila rimase,
+avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibetto a me de le mie case».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XIV
+
+
+Poi che la carità del natio loco
+mi strinse, raunai le fronde sparte
+e rende’le a colui, ch’era già fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+lo secondo giron dal terzo, e dove
+si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+dico che arrivammo ad una landa
+che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l’è ghirlanda
+intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
+quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+non d’altra foggia fatta che colei
+che fu da’ piè di Caton già soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+esser temuta da ciascun che legge
+ciò che fu manifesto a li occhi mei!
+
+D’anime nude vidi molte gregge
+che piangean tutte assai miseramente,
+e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+alcuna si sedea tutta raccolta,
+e altra andava continüamente.
+
+Quella che giva ’ntorno era più molta,
+e quella men che giacëa al tormento,
+ma più al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
+piovean di foco dilatate falde,
+come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
+fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
+con le sue schiere, acciò che lo vapore
+mei si stingueva mentre ch’era solo:
+
+tale scendeva l’etternale ardore;
+onde la rena s’accendea, com’ esca
+sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+de le misere mani, or quindi or quinci
+escotendo da sé l’arsura fresca.
+
+I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
+tutte le cose, fuor che ’ demon duri
+ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi è quel grande che non par che curi
+lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
+sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+ch’io domandava il mio duca di lui,
+gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
+crucciato prese la folgore aguta
+onde l’ultimo dì percosso fui;
+
+o s’elli stanchi li altri a muta a muta
+in Mongibello a la focina negra,
+chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
+
+sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
+e me saetti con tutta sua forza:
+non ne potrebbe aver vendetta allegra».
+
+Allora il duca mio parlò di forza
+tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
+«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
+
+la tua superbia, se’ tu più punito;
+nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+sarebbe al tuo furor dolor compito».
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
+ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
+ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
+sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
+
+Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
+fuor de la selva un picciol fiumicello,
+lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+che parton poi tra lor le peccatrici,
+tal per la rena giù sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
+per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
+
+«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
+poscia che noi intrammo per la porta
+lo cui sogliare a nessuno è negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+notabile com’ è ’l presente rio,
+che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
+di cui largito m’avëa il disio.
+
+«In mezzo mar siede un paese guasto»,
+diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
+sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
+
+Una montagna v’è che già fu lieta
+d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
+or è diserta come cosa vieta.
+
+Rëa la scelse già per cuna fida
+del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+che tien volte le spalle inver’ Dammiata
+e Roma guarda come süo speglio.
+
+La sua testa è di fin oro formata,
+e puro argento son le braccia e ’l petto,
+poi è di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso è tutto ferro eletto,
+salvo che ’l destro piede è terra cotta;
+e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
+d’una fessura che lagrime goccia,
+le quali, accolte, fóran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia;
+fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+poi sen van giù per questa stretta doccia,
+
+infin, là ove più non si dismonta,
+fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+tu lo vedrai, però qui non si conta».
+
+E io a lui: «Se ’l presente rigagno
+si diriva così dal nostro mondo,
+perché ci appar pur a questo vivagno?».
+
+Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
+e tutto che tu sie venuto molto,
+pur a sinistra, giù calando al fondo,
+
+non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
+per che, se cosa n’apparisce nova,
+non de’ addur maraviglia al tuo volto».
+
+E io ancor: «Maestro, ove si trova
+Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
+e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
+
+«In tutte tue question certo mi piaci»,
+rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
+dovea ben solver l’una che tu faci.
+
+Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
+là dove vanno l’anime a lavarsi
+quando la colpa pentuta è rimossa».
+
+Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
+dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XV
+
+
+Ora cen porta l’un de’ duri margini;
+e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
+fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+per difender lor ville e lor castelli,
+anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+tutto che né sì alti né sì grossi,
+qual che si fosse, lo maestro félli.
+
+Già eravam da la selva rimossi
+tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
+perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo d’anime una schiera
+che venian lungo l’argine, e ciascuna
+ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
+come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Così adocchiato da cotal famiglia,
+fui conosciuto da un, che mi prese
+per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
+
+E io, quando ’l suo braccio a me distese,
+ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
+sì che ’l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
+e chinando la mano a la sua faccia,
+rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
+
+E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
+se Brunetto Latino un poco teco
+ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
+
+I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
+e se volete che con voi m’asseggia,
+faròl, se piace a costui che vo seco».
+
+«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
+s’arresta punto, giace poi cent’ anni
+sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
+
+Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
+e poi rigiugnerò la mia masnada,
+che va piangendo i suoi etterni danni».
+
+Io non osava scender de la strada
+per andar par di lui; ma ’l capo chino
+tenea com’ uom che reverente vada.
+
+El cominciò: «Qual fortuna o destino
+anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
+e chi è questi che mostra ’l cammino?».
+
+«Là sù di sopra, in la vita serena»,
+rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
+avanti che l’età mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
+e reducemi a ca per questo calle».
+
+Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
+non puoi fallire a glorïoso porto,
+se ben m’accorsi ne la vita bella;
+
+e s’io non fossi sì per tempo morto,
+veggendo il cielo a te così benigno,
+dato t’avrei a l’opera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+che discese di Fiesole ab antico,
+e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si farà, per tuo ben far, nimico;
+ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
+si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+gent’ è avara, invidiosa e superba:
+dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+che l’una parte e l’altra avranno fame
+di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+s’alcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+di que’ Roman che vi rimaser quando
+fu fatto il nido di malizia tanta».
+
+«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
+rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
+de l’umana natura posto in bando;
+
+ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
+la cara e buona imagine paterna
+di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+m’insegnavate come l’uom s’etterna:
+e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
+convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Ciò che narrate di mio corso scrivo,
+e serbolo a chiosar con altro testo
+a donna che saprà, s’a lei arrivo.
+
+Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
+pur che mia coscïenza non mi garra,
+ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
+però giri Fortuna la sua rota
+come le piace, e ’l villan la sua marra».
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+destra si volse in dietro e riguardommi;
+poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
+
+Né per tanto di men parlando vommi
+con ser Brunetto, e dimando chi sono
+li suoi compagni più noti e più sommi.
+
+Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
+de li altri fia laudabile tacerci,
+ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+e litterati grandi e di gran fama,
+d’un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
+s’avessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de’ servi
+fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
+dove lasciò li mal protesi nervi.
+
+Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
+più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
+là surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+che corrono a Verona il drappo verde
+per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XVI
+
+
+Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
+de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
+simile a quel che l’arnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+correndo, d’una torma che passava
+sotto la pioggia de l’aspro martiro.
+
+Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
+«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
+esser alcun di nostra terra prava».
+
+Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
+ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor s’attese;
+volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
+disse, «a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+la natura del loco, i’ dicerei
+che meglio stesse a te che a lor la fretta».
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+fenno una rota di sé tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+avvisando lor presa e lor vantaggio,
+prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+così rotando, ciascuno il visaggio
+drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
+faceva ai piè continüo vïaggio.
+
+E «Se miseria d’esto loco sollo
+rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
+cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
+così sicuro per lo ’nferno freghi.
+
+Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
+tutto che nudo e dipelato vada,
+fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+fece col senno assai e con la spada.
+
+L’altro, ch’appresso me la rena trita,
+è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+nel mondo sù dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+Iacopo Rusticucci fui, e certo
+la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
+
+S’i’ fossi stato dal foco coperto,
+gittato mi sarei tra lor di sotto,
+e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
+
+ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
+vinse paura la mia buona voglia
+che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
+la vostra condizion dentro mi fisse,
+tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+parole per le quali i’ mi pensai
+che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+l’ovra di voi e li onorati nomi
+con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+promessi a me per lo verace duca;
+ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
+
+«Se lungamente l’anima conduca
+le membra tue», rispuose quelli ancora,
+«e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor dì se dimora
+ne la nostra città sì come suole,
+o se del tutto se n’è gita fora;
+
+ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+con noi per poco e va là coi compagni,
+assai ne cruccia con le sue parole».
+
+«La gente nuova e i sùbiti guadagni
+orgoglio e dismisura han generata,
+Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
+
+Così gridai con la faccia levata;
+e i tre, che ciò inteser per risposta,
+guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
+
+«Se l’altre volte sì poco ti costa»,
+rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
+felice te se sì parli a tua posta!
+
+Però, se campi d’esti luoghi bui
+e torni a riveder le belle stelle,
+quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
+
+fa che di noi a la gente favelle».
+Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria possuto dirsi
+tosto così com’ e’ fuoro spariti;
+per ch’al maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
+che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume c’ha proprio cammino
+prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
+da la sinistra costa d’Apennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+che si divalli giù nel basso letto,
+e a Forlì di quel nome è vacante,
+
+rimbomba là sovra San Benedetto
+de l’Alpe per cadere ad una scesa
+ove dovea per mille esser recetto;
+
+così, giù d’una ripa discoscesa,
+trovammo risonar quell’ acqua tinta,
+sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+e con essa pensai alcuna volta
+prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
+sì come ’l duca m’avea comandato,
+porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
+e alquanto di lunge da la sponda
+la gittò giuso in quell’ alto burrato.
+
+‘E’ pur convien che novità risponda’,
+dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
+che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+presso a color che non veggion pur l’ovra,
+ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: «Tosto verrà di sovra
+ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
+tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
+
+Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
+de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
+però che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+di questa comedìa, lettor, ti giuro,
+s’elle non sien di lunga grazia vòte,
+
+ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
+venir notando una figura in suso,
+maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+sì come torna colui che va giuso
+talora a solver l’àncora ch’aggrappa
+o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
+
+che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XVII
+
+
+«Ecco la fiera con la coda aguzza,
+che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
+Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
+
+Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
+e accennolle che venisse a proda,
+vicino al fin d’i passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
+ma ’n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia d’uom giusto,
+tanto benigna avea di fuor la pelle,
+e d’un serpente tutto l’altro fusto;
+
+due branche avea pilose insin l’ascelle;
+lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
+dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con più color, sommesse e sovraposte
+non fer mai drappi Tartari né Turchi,
+né fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come talvolta stanno a riva i burchi,
+che parte sono in acqua e parte in terra,
+e come là tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero s’assetta a far sua guerra,
+così la fiera pessima si stava
+su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+torcendo in sù la venenosa forca
+ch’a guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: «Or convien che si torca
+la nostra via un poco insino a quella
+bestia malvagia che colà si corca».
+
+Però scendemmo a la destra mammella,
+e diece passi femmo in su lo stremo,
+per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+poco più oltre veggio in su la rena
+gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
+esperïenza d’esto giron porti»,
+mi disse, «va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian là corti;
+mentre che torni, parlerò con questa,
+che ne conceda i suoi omeri forti».
+
+Così ancor su per la strema testa
+di quel settimo cerchio tutto solo
+andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+di qua, di là soccorrien con le mani
+quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+or col ceffo or col piè, quando son morsi
+o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ne’ quali ’l doloroso foco casca,
+non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ch’avea certo colore e certo segno,
+e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
+
+E com’ io riguardando tra lor vegno,
+in una borsa gialla vidi azzurro
+che d’un leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+vidine un’altra come sangue rossa,
+mostrando un’oca bianca più che burro.
+
+E un che d’una scrofa azzurra e grossa
+segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
+sappi che ’l mio vicin Vitalïano
+sederà qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
+gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
+
+che recherà la tasca con tre becchi!”».
+Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
+
+E io, temendo no ’l più star crucciasse
+lui che di poco star m’avea ’mmonito,
+torna’mi in dietro da l’anime lasse.
+
+Trova’ il duca mio ch’era salito
+già su la groppa del fiero animale,
+e disse a me: «Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per sì fatte scale;
+monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
+sì che la coda non possa far male».
+
+Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
+de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
+e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
+
+tal divenn’ io a le parole porte;
+ma vergogna mi fé le sue minacce,
+che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I’ m’assettai in su quelle spallacce;
+sì volli dir, ma la voce non venne
+com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
+
+Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
+ad altro forse, tosto ch’i’ montai
+con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
+
+e disse: «Gerïon, moviti omai:
+le rote larghe, e lo scender sia poco;
+pensa la nova soma che tu hai».
+
+Come la navicella esce di loco
+in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
+e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
+
+là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
+e quella tesa, come anguilla, mosse,
+e con le branche l’aere a sé raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+quando Fetonte abbandonò li freni,
+per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+né quando Icaro misero le reni
+sentì spennar per la scaldata cera,
+gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
+
+che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
+ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
+ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta;
+rota e discende, ma non me n’accorgo
+se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia già da la man destra il gorgo
+far sotto noi un orribile scroscio,
+per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
+
+Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
+però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
+ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, ché nol vedea davanti,
+lo scendere e ’l girar per li gran mali
+che s’appressavan da diversi canti.
+
+Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
+che sanza veder logoro o uccello
+fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+per cento rote, e da lunge si pone
+dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+così ne puose al fondo Gerïone
+al piè al piè de la stagliata rocca,
+e, discarcate le nostre persone,
+
+si dileguò come da corda cocca.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XVIII
+
+
+Luogo è in inferno detto Malebolge,
+tutto di pietra di color ferrigno,
+come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+di cui suo loco dicerò l’ordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque è tondo
+tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
+e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+più e più fossi cingon li castelli,
+la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+e come a tai fortezze da’ lor sogli
+a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+così da imo de la roccia scogli
+movien che ricidien li argini e ’ fossi
+infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
+tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+novo tormento e novi frustatori,
+di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
+di là con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per l’essercito molto,
+l’anno del giubileo, su per lo ponte
+hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da l’un lato tutti hanno la fronte
+verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
+da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
+
+Di qua, di là, su per lo sasso tetro
+vidi demon cornuti con gran ferze,
+che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+a le prime percosse! già nessuno
+le seconde aspettava né le terze.
+
+Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
+furo scontrati; e io sì tosto dissi:
+«Già di veder costui non son digiuno».
+
+Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
+e ’l dolce duca meco si ristette,
+e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+bassando ’l viso; ma poco li valse,
+ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+Venedico se’ tu Caccianemico.
+Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
+
+Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;
+ma sforzami la tua chiara favella,
+che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I’ fui colui che la Ghisolabella
+condussi a far la voglia del marchese,
+come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+anzi n’è questo loco tanto pieno,
+che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
+e se di ciò vuoi fede o testimonio,
+rècati a mente il nostro avaro seno».
+
+Così parlando il percosse un demonio
+de la sua scurïada, e disse: «Via,
+ruffian! qui non son femmine da conio».
+
+I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
+poscia con pochi passi divenimmo
+là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+e vòlti a destra su per la sua scheggia,
+da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
+di sotto per dar passo a li sferzati,
+lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest’ altri mal nati,
+ai quali ancor non vedesti la faccia
+però che son con noi insieme andati».
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+che venìa verso noi da l’altra banda,
+e che la ferza similmente scaccia.
+
+E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
+mi disse: «Guarda quel grande che vene,
+e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
+li Colchi del monton privati féne.
+
+Ello passò per l’isola di Lenno
+poi che l’ardite femmine spietate
+tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+Isifile ingannò, la giovinetta
+che prima avea tutte l’altre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+tal colpa a tal martiro lui condanna;
+e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+e questo basti de la prima valle
+sapere e di color che ’n sé assanna».
+
+Già eravam là ’ve lo stretto calle
+con l’argine secondo s’incrocicchia,
+e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
+e sé medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate d’una muffa,
+per l’alito di giù che vi s’appasta,
+che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
+loco a veder sanza montare al dosso
+de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
+vidi gente attuffata in uno sterco
+che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
+vidi un col capo sì di merda lordo,
+che non parëa s’era laico o cherco.
+
+Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
+di riguardar più me che li altri brutti?».
+E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
+
+già t’ho veduto coi capelli asciutti,
+e se’ Alessio Interminei da Lucca:
+però t’adocchio più che li altri tutti».
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
+ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
+
+Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
+mi disse, «il viso un poco più avante,
+sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+che là si graffia con l’unghie merdose,
+e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
+
+Taïde è, la puttana che rispuose
+al drudo suo quando disse “Ho io grazie
+grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
+
+E quinci sian le nostre viste sazie».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+che le cose di Dio, che di bontate
+deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+or convien che per voi suoni la tromba,
+però che ne la terza bolgia state.
+
+Già eravamo, a la seguente tomba,
+montati de lo scoglio in quella parte
+ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
+
+O somma sapïenza, quanta è l’arte
+che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+e quanto giusto tua virtù comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+piena la pietra livida di fóri,
+d’un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi né maggiori
+che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
+fatti per loco d’i battezzatori;
+
+l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
+rupp’ io per un che dentro v’annegava:
+e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+d’un peccator li piedi e de le gambe
+infino al grosso, e l’altro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+per che sì forte guizzavan le giunte,
+che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+muoversi pur su per la strema buccia,
+tal era lì dai calcagni a le punte.
+
+«Chi è colui, maestro, che si cruccia
+guizzando più che li altri suoi consorti»,
+diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
+
+Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
+là giù per quella ripa che più giace,
+da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
+
+E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
+tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
+dal tuo volere, e sai quel che si tace».
+
+Allor venimmo in su l’argine quarto;
+volgemmo e discendemmo a mano stanca
+là giù nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
+di quel che si piangeva con la zanca.
+
+«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
+anima trista come pal commessa»,
+comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
+
+Io stava come ’l frate che confessa
+lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
+richiama lui per che la morte cessa.
+
+Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
+se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
+Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
+
+Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
+per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
+la bella donna, e poi di farne strazio?».
+
+Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
+per non intender ciò ch’è lor risposto,
+quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
+“Non son colui, non son colui che credi”»;
+e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+poi, sospirando e con voce di pianto,
+mi disse: «Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
+che tu abbi però la ripa corsa,
+sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de l’orsa,
+cupido sì per avanzar li orsatti,
+che sù l’avere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+che precedetter me simoneggiando,
+per le fessure de la pietra piatti.
+
+Là giù cascherò io altresì quando
+verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
+allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
+
+Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
+e ch’i’ son stato così sottosopra,
+ch’el non starà piantato coi piè rossi:
+
+ché dopo lui verrà di più laida opra,
+di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
+tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
+ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
+suo re, così fia lui chi Francia regge».
+
+Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
+ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
+«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
+Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
+
+Né Pier né li altri tolsero a Matia
+oro od argento, quando fu sortito
+al loco che perdé l’anima ria.
+
+Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
+e guarda ben la mal tolta moneta
+ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
+la reverenza de le somme chiavi
+che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor più gravi;
+ché la vostra avarizia il mondo attrista,
+calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
+quando colei che siede sopra l’acque
+puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+e da le diece corna ebbe argomento,
+fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
+e che altro è da voi a l’idolatre,
+se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+non la tua conversion, ma quella dote
+che da te prese il primo ricco patre!».
+
+E mentr’ io li cantava cotai note,
+o ira o coscïenza che ’l mordesse,
+forte spingava con ambo le piote.
+
+I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
+con sì contenta labbia sempre attese
+lo suon de le parole vere espresse.
+
+Però con ambo le braccia mi prese;
+e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
+rimontò per la via onde discese.
+
+Né si stancò d’avermi a sé distretto,
+sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
+che dal quarto al quinto argine è tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+soave per lo scoglio sconcio ed erto
+che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+e dar matera al ventesimo canto
+de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
+
+Io era già disposto tutto quanto
+a riguardar ne lo scoperto fondo,
+che si bagnava d’angoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+venir, tacendo e lagrimando, al passo
+che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come ’l viso mi scese in lor più basso,
+mirabilmente apparve esser travolto
+ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
+
+ché da le reni era tornato ’l volto,
+e in dietro venir li convenia,
+perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza già di parlasia
+si travolse così alcun del tutto;
+ma io nol vidi, né credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+di tua lezione, or pensa per te stesso
+com’ io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
+le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
+del duro scoglio, sì che la mia scorta
+mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
+chi è più scellerato che colui
+che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
+per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
+
+Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
+E non restò di ruinare a valle
+fino a Minòs che ciascheduno afferra.
+
+Mira c’ha fatto petto de le spalle;
+perché volle veder troppo davante,
+di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che mutò sembiante
+quando di maschio femmina divenne,
+cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+li duo serpenti avvolti, con la verga,
+che rïavesse le maschili penne.
+
+Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
+che ne’ monti di Luni, dove ronca
+lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
+per sua dimora; onde a guardar le stelle
+e ’l mar non li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+e ha di là ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cercò per terre molte;
+poscia si puose là dove nacqu’ io;
+onde un poco mi piace che m’ascolte.
+
+Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
+e venne serva la città di Baco,
+questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+a piè de l’Alpe che serra Lamagna
+sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e più si bagna
+tra Garda e Val Camonica e Pennino
+de l’acqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
+pastore e quel di Brescia e ’l veronese
+segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ove la riva ’ntorno più discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
+e fassi fiume giù per verdi paschi.
+
+Tosto che l’acqua a correr mette co,
+non più Benaco, ma Mencio si chiama
+fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
+ne la qual si distende e la ’mpaluda;
+e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+vide terra, nel mezzo del pantano,
+sanza coltura e d’abitanti nuda.
+
+Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
+ristette con suoi servi a far sue arti,
+e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
+s’accolsero a quel loco, ch’era forte
+per lo pantan ch’avea da tutte parti.
+
+Fer la città sovra quell’ ossa morte;
+e per colei che ’l loco prima elesse,
+Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
+
+Già fuor le genti sue dentro più spesse,
+prima che la mattia da Casalodi
+da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Però t’assenno che, se tu mai odi
+originar la mia terra altrimenti,
+la verità nulla menzogna frodi».
+
+E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
+mi son sì certi e prendon sì mia fede,
+che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ché solo a ciò la mia mente rifiede».
+
+Allor mi disse: «Quel che da la gota
+porge la barba in su le spalle brune,
+fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
+
+sì ch’a pena rimaser per le cune—
+augure, e diede ’l punto con Calcanta
+in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
+l’alta mia tragedìa in alcun loco:
+ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
+Michele Scotto fu, che veramente
+de le magiche frode seppe ’l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
+ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron l’ago,
+la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
+fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
+d’amendue li emisperi e tocca l’onda
+sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e già iernotte fu la luna tonda:
+ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
+alcuna volta per la selva fonda».
+
+Sì mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXI
+
+
+Così di ponte in ponte, altro parlando
+che la mia comedìa cantar non cura,
+venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
+
+restammo per veder l’altra fessura
+di Malebolge e li altri pianti vani;
+e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
+bolle l’inverno la tenace pece
+a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ché navicar non ponno—in quella vece
+chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+le coste a quel che più vïaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+altri fa remi e altri volge sarte;
+chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
+
+tal, non per foco ma per divin’ arte,
+bollia là giuso una pegola spessa,
+che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
+
+I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
+mai che le bolle che ’l bollor levava,
+e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr’ io là giù fisamente mirava,
+lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
+mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
+
+Allor mi volsi come l’uom cui tarda
+di veder quel che li convien fuggire
+e cui paura sùbita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia ’l partire:
+e vidi dietro a noi un diavol nero
+correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
+e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
+con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
+
+L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
+carcava un peccator con ambo l’anche,
+e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
+ecco un de li anzïan di Santa Zita!
+Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
+
+a quella terra, che n’è ben fornita:
+ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
+del no, per li denar, vi si fa ita».
+
+Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
+si volse; e mai non fu mastino sciolto
+con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
+ma i demon che del ponte avean coperchio,
+gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
+non far sopra la pegola soverchio».
+
+Poi l’addentar con più di cento raffi,
+disser: «Coverto convien che qui balli,
+sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
+
+Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
+fanno attuffare in mezzo la caldaia
+la carne con li uncin, perché non galli.
+
+Lo buon maestro «Acciò che non si paia
+che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
+dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
+perch’ altra volta fui a tal baratta».
+
+Poscia passò di là dal co del ponte;
+e com’ el giunse in su la ripa sesta,
+mestier li fu d’aver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+ch’escono i cani a dosso al poverello
+che di sùbito chiede ove s’arresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+e volser contra lui tutt’ i runcigli;
+ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
+traggasi avante l’un di voi che m’oda,
+e poi d’arruncigliarmi si consigli».
+
+Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
+per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
+e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
+
+«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+esser venuto», disse ’l mio maestro,
+«sicuro già da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
+ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
+
+Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
+ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
+e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
+
+E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
+tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+sicuramente omai a me ti riedi».
+
+Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
+e i diavoli si fecer tutti avanti,
+sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
+
+così vid’ ïo già temer li fanti
+ch’uscivan patteggiati di Caprona,
+veggendo sé tra nemici cotanti.
+
+I’ m’accostai con tutta la persona
+lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
+da la sembianza lor ch’era non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
+diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
+E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+col duca mio, si volse tutto presto
+e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
+
+Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
+iscoglio non si può, però che giace
+tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
+
+E se l’andare avante pur vi piace,
+andatevene su per questa grotta;
+presso è un altro scoglio che via face.
+
+Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
+mille dugento con sessanta sei
+anni compié che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso là di questi miei
+a riguardar s’alcun se ne sciorina;
+gite con lor, che non saranno rei».
+
+«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
+cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
+e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
+Cirïatto sannuto e Graffiacane
+e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate ’ntorno le boglienti pane;
+costor sian salvi infino a l’altro scheggio
+che tutto intero va sovra le tane».
+
+«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
+diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
+se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
+
+Se tu se’ sì accorto come suoli,
+non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
+e con le ciglia ne minaccian duoli?».
+
+Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
+lasciali digrignar pur a lor senno,
+ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
+
+Per l’argine sinistro volta dienno;
+ma prima avea ciascun la lingua stretta
+coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXII
+
+
+Io vidi già cavalier muover campo,
+e cominciare stormo e far lor mostra,
+e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+o Aretini, e vidi gir gualdane,
+fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+con tamburi e con cenni di castella,
+e con cose nostrali e con istrane;
+
+né già con sì diversa cennamella
+cavalier vidi muover né pedoni,
+né nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
+per veder de la bolgia ogne contegno
+e de la gente ch’entro v’era incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+a’ marinar con l’arco de la schiena
+che s’argomentin di campar lor legno,
+
+talor così, ad alleggiar la pena,
+mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
+e nascondea in men che non balena.
+
+E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
+stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+sì che celano i piedi e l’altro grosso,
+
+sì stavan d’ogne parte i peccatori;
+ma come s’appressava Barbariccia,
+così si ritraén sotto i bollori.
+
+I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
+uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
+ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era più di contra,
+li arruncigliò le ’mpegolate chiome
+e trassel sù, che mi parve una lontra.
+
+I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
+sì li notai quando fuorono eletti,
+e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
+
+«O Rubicante, fa che tu li metti
+li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
+gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
+che tu sappi chi è lo sciagurato
+venuto a man de li avversari suoi».
+
+Lo duca mio li s’accostò allato;
+domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
+«I’ fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
+che m’avea generato d’un ribaldo,
+distruggitor di sé e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+quivi mi misi a far baratteria,
+di ch’io rendo ragione in questo caldo».
+
+E Cirïatto, a cui di bocca uscia
+d’ogne parte una sanna come a porco,
+li fé sentir come l’una sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto ’l sorco;
+ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
+
+E al maestro mio volse la faccia;
+«Domanda», disse, «ancor, se più disii
+saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
+
+Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
+conosci tu alcun che sia latino
+sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
+
+poco è, da un che fu di là vicino.
+Così foss’ io ancor con lui coperto,
+ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
+
+E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
+disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
+sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
+si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
+a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
+domandò ’l duca mio sanza dimoro:
+
+«Chi fu colui da cui mala partita
+di’ che facesti per venire a proda?».
+Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
+ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
+e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse e lasciolli di piano,
+sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
+barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+di Logodoro; e a dir di Sardigna
+le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Omè, vedete l’altro che digrigna;
+i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
+non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
+
+E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
+che stralunava li occhi per fedire,
+disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
+
+«Se voi volete vedere o udire»,
+ricominciò lo spaürato appresso,
+«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+sì ch’ei non teman de le lor vendette;
+e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un ch’io son, ne farò venir sette
+quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
+di fare allor che fori alcun si mette».
+
+Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
+crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
+ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
+
+Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
+rispuose: «Malizioso son io troppo,
+quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
+io non ti verrò dietro di gualoppo,
+
+ma batterò sovra la pece l’ali.
+Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
+a veder se tu sol più di noi vali».
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ciascun da l’altra costa li occhi volse,
+quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+fermò le piante a terra, e in un punto
+saltò e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ma quei più che cagion fu del difetto;
+però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
+
+Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
+non potero avanzar; quelli andò sotto,
+e quei drizzò volando suso il petto:
+
+non altrimenti l’anitra di botto,
+quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
+ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+volando dietro li tenne, invaghito
+che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come ’l barattier fu disparito,
+così volse li artigli al suo compagno,
+e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
+
+Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
+ad artigliar ben lui, e amendue
+cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor sùbito fue;
+ma però di levarsi era neente,
+sì avieno inviscate l’ali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+quattro ne fé volar da l’altra costa
+con tutt’ i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di là discesero a la posta;
+porser li uncini verso li ’mpaniati,
+ch’eran già cotti dentro da la crosta.
+
+E noi lasciammo lor così ’mpacciati.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
+come frati minor vanno per via.
+
+Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
+lo mio pensier per la presente rissa,
+dov’ el parlò de la rana e del topo;
+
+ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
+che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
+principio e fine con la mente fissa.
+
+E come l’un pensier de l’altro scoppia,
+così nacque di quello un altro poi,
+che la prima paura mi fé doppia.
+
+Io pensava così: ‘Questi per noi
+sono scherniti con danno e con beffa
+sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
+
+Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
+ei ne verranno dietro più crudeli
+che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
+
+Già mi sentia tutti arricciar li peli
+de la paura e stava in dietro intento,
+quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i’ ho pavento
+d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
+io li ’magino sì, che già li sento».
+
+E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
+l’imagine di fuor tua non trarrei
+più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
+con simile atto e con simile faccia,
+sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
+
+S’elli è che sì la destra costa giaccia,
+che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
+noi fuggirem l’imaginata caccia».
+
+Già non compié di tal consiglio rendere,
+ch’io li vidi venir con l’ali tese
+non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di sùbito mi prese,
+come la madre ch’al romore è desta
+e vede presso a sé le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
+avendo più di lui che di sé cura,
+tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e giù dal collo de la ripa dura
+supin si diede a la pendente roccia,
+che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
+
+Non corse mai sì tosto acqua per doccia
+a volger ruota di molin terragno,
+quand’ ella più verso le pale approccia,
+
+come ’l maestro mio per quel vivagno,
+portandosene me sovra ’l suo petto,
+come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
+del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
+sovresso noi; ma non lì era sospetto:
+
+ché l’alta provedenza che lor volle
+porre ministri de la fossa quinta,
+poder di partirs’ indi a tutti tolle.
+
+Là giù trovammo una gente dipinta
+che giva intorno assai con lenti passi,
+piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+che in Clugnì per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
+ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+venìa sì pian, che noi eravam nuovi
+di compagnia ad ogne mover d’anca.
+
+Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
+alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
+e li occhi, sì andando, intorno movi».
+
+E un che ’ntese la parola tosca,
+di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
+voi che correte sì per l’aura fosca!
+
+Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
+Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
+e poi secondo il suo passo procedi».
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+de l’animo, col viso, d’esser meco;
+ma tardavali ’l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
+mi rimiraron sanza far parola;
+poi si volsero in sé, e dicean seco:
+
+«Costui par vivo a l’atto de la gola;
+e s’e’ son morti, per qual privilegio
+vanno scoperti de la grave stola?».
+
+Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
+de l’ipocriti tristi se’ venuto,
+dir chi tu se’ non avere in dispregio».
+
+E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
+sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
+e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
+e che pena è in voi che sì sfavilla?».
+
+E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
+son di piombo sì grosse, che li pesi
+fan così cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+io Catalano e questi Loderingo
+nomati, e da tua terra insieme presi
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+per conservar sua pace; e fummo tali,
+ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
+
+Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;
+ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
+un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+soffiando ne la barba con sospiri;
+e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
+
+mi disse: «Quel confitto che tu miri,
+consigliò i Farisei che convenia
+porre un uom per lo popolo a’ martìri.
+
+Attraversato è, nudo, ne la via,
+come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
+qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+in questa fossa, e li altri dal concilio
+che fu per li Giudei mala sementa».
+
+Allor vid’ io maravigliar Virgilio
+sovra colui ch’era disteso in croce
+tanto vilmente ne l’etterno essilio.
+
+Poscia drizzò al frate cotal voce:
+«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+s’a la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+sanza costrigner de li angeli neri
+che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
+
+Rispuose adunque: «Più che tu non speri
+s’appressa un sasso che da la gran cerchia
+si move e varca tutt’ i vallon feri,
+
+salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
+montar potrete su per la ruina,
+che giace in costa e nel fondo soperchia».
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+poi disse: «Mal contava la bisogna
+colui che i peccator di qua uncina».
+
+E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
+del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
+ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
+
+Appresso il duca a gran passi sen gì,
+turbato un poco d’ira nel sembiante;
+ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
+e già le notti al mezzo dì sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+l’imagine di sua sorella bianca,
+ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+si leva, e guarda, e vede la campagna
+biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
+
+ritorna in casa, e qua e là si lagna,
+come ’l tapin che non sa che si faccia;
+poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
+in poco d’ora, e prende suo vincastro
+e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Così mi fece sbigottir lo mastro
+quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
+e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
+
+ché, come noi venimmo al guasto ponte,
+lo duca a me si volse con quel piglio
+dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+eletto seco riguardando prima
+ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei ch’adopera ed estima,
+che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
+così, levando me sù ver’ la cima
+
+d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
+dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
+ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+potavam sù montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+più che da l’altro era la costa corta,
+non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perché Malebolge inver’ la porta
+del bassissimo pozzo tutta pende,
+lo sito di ciascuna valle porta
+
+che l’una costa surge e l’altra scende;
+noi pur venimmo al fine in su la punta
+onde l’ultima pietra si scoscende.
+
+La lena m’era del polmon sì munta
+quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
+anzi m’assisi ne la prima giunta.
+
+«Omai convien che tu così ti spoltre»,
+disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
+in fama non si vien, né sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+cotal vestigio in terra di sé lascia,
+qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E però leva sù; vinci l’ambascia
+con l’animo che vince ogne battaglia,
+se col suo grave corpo non s’accascia.
+
+Più lunga scala convien che si saglia;
+non basta da costoro esser partito.
+Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
+
+Leva’mi allor, mostrandomi fornito
+meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
+e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
+ed erto più assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+onde una voce uscì de l’altro fosso,
+a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
+fossi de l’arco già che varca quivi;
+ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
+non poteano ire al fondo per lo scuro;
+per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
+
+da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
+così giù veggio e neente affiguro».
+
+«Altra risposta», disse, «non ti rendo
+se non lo far; ché la dimanda onesta
+si de’ seguir con l’opera tacendo».
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
+e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+di serpenti, e di sì diversa mena
+che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Più non si vanti Libia con sua rena;
+ché se chelidri, iaculi e faree
+produce, e cencri con anfisibena,
+
+né tante pestilenzie né sì ree
+mostrò già mai con tutta l’Etïopia
+né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+corrëan genti nude e spaventate,
+sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+quelle ficcavan per le ren la coda
+e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
+s’avventò un serpente che ’l trafisse
+là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
+
+Né O sì tosto mai né I si scrisse,
+com’ el s’accese e arse, e cener tutto
+convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra sì distrutto,
+la polver si raccolse per sé stessa
+e ’n quel medesmo ritornò di butto.
+
+Così per li gran savi si confessa
+che la fenice more e poi rinasce,
+quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba né biado in sua vita non pasce,
+ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
+e nardo e mirra son l’ultime fasce.
+
+E qual è quel che cade, e non sa como,
+per forza di demon ch’a terra il tira,
+o d’altra oppilazion che lega l’omo,
+
+quando si leva, che ’ntorno si mira
+tutto smarrito de la grande angoscia
+ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era ’l peccator levato poscia.
+Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
+che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domandò poi chi ello era;
+per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
+poco tempo è, in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
+bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
+
+E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
+e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
+ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
+
+E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
+ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
+e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
+ne la miseria dove tu mi vedi,
+che quando fui de l’altra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+in giù son messo tanto perch’ io fui
+ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
+
+e falsamente già fu apposto altrui.
+Ma perché di tal vista tu non godi,
+se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
+poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ch’è di torbidi nuvoli involuto;
+e con tempesta impetüosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
+sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
+
+E detto l’ho perché doler ti debbia!».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+le mani alzò con amendue le fiche,
+gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+perch’ una li s’avvolse allora al collo,
+come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
+
+e un’altra a le braccia, e rilegollo,
+ribadendo sé stessa sì dinanzi,
+che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
+d’incenerarti sì che più non duri,
+poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
+non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
+
+El si fuggì che non parlò più verbo;
+e io vidi un centauro pien di rabbia
+venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
+
+Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
+quante bisce elli avea su per la groppa
+infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+con l’ali aperte li giacea un draco;
+e quello affuoca qualunque s’intoppa.
+
+Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
+che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
+di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co’ suoi fratei per un cammino,
+per lo furto che frodolente fece
+del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+sotto la mazza d’Ercule, che forse
+gliene diè cento, e non sentì le diece».
+
+Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
+e tre spiriti venner sotto noi,
+de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
+
+se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
+per che nostra novella si ristette,
+e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+come suol seguitar per alcun caso,
+che l’un nomar un altro convenette,
+
+dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
+per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
+mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se’ or, lettore, a creder lento
+ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
+ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
+e un serpente con sei piè si lancia
+dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
+
+Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
+e con li anterïor le braccia prese;
+poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+e miseli la coda tra ’mbedue
+e dietro per le ren sù la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ad alber sì, come l’orribil fiera
+per l’altrui membra avviticchiò le sue.
+
+Poi s’appiccar, come di calda cera
+fossero stati, e mischiar lor colore,
+né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
+
+come procede innanzi da l’ardore,
+per lo papiro suso, un color bruno
+che non è nero ancora e ’l bianco more.
+
+Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
+gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
+Vedi che già non se’ né due né uno».
+
+Già eran li due capi un divenuti,
+quando n’apparver due figure miste
+in una faccia, ov’ eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
+divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+due e nessun l’imagine perversa
+parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come ’l ramarro sotto la gran fersa
+dei dì canicular, cangiando sepe,
+folgore par se la via attraversa,
+
+sì pareva, venendo verso l’epe
+de li altri due, un serpentello acceso,
+livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima è preso
+nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
+poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
+anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
+pur come sonno o febbre l’assalisse.
+
+Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
+l’un per la piaga e l’altro per la bocca
+fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
+del misero Sabello e di Nasidio,
+e attenda a udir quel ch’or si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
+ché se quello in serpente e quella in fonte
+converte poetando, io non lo ’nvidio;
+
+ché due nature mai a fronte a fronte
+non trasmutò sì ch’amendue le forme
+a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+che ’l serpente la coda in forca fesse,
+e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
+non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+che si perdeva là, e la sua pelle
+si facea molle, e quella di là dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
+e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
+tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
+diventaron lo membro che l’uom cela,
+e ’l misero del suo n’avea due porti.
+
+Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
+di color novo, e genera ’l pel suso
+per l’una parte e da l’altra il dipela,
+
+l’un si levò e l’altro cadde giuso,
+non torcendo però le lucerne empie,
+sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
+e di troppa matera ch’in là venne
+uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ciò che non corse in dietro e si ritenne
+di quel soverchio, fé naso a la faccia
+e le labbra ingrossò quanto convenne.
+
+Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
+e li orecchi ritira per la testa
+come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, ch’avëa unita e presta
+prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
+
+L’anima ch’era fiera divenuta,
+suffolando si fugge per la valle,
+e l’altro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
+com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
+
+Così vid’ io la settima zavorra
+mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+la novità se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+fossero alquanto e l’animo smagato,
+non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ed era quel che sol, di tre compagni
+che venner prima, non era mutato;
+
+l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
+che per mare e per terra batti l’ali,
+e per lo ’nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
+
+E se già fosse, non saria per tempo.
+Così foss’ ei, da che pur esser dee!
+ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+che n’avea fatto iborni a scender pria,
+rimontò ’l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
+lo piè sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
+e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
+
+perché non corra che virtù nol guidi;
+sì che, se stella bona o miglior cosa
+m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
+
+Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
+nel tempo che colui che ’l mondo schiara
+la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede a la zanzara,
+vede lucciole giù per la vallea,
+forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
+tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengiò con li orsi
+vide ’l carro d’Elia al dipartire,
+quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea sì con li occhi seguire,
+ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
+sì come nuvoletta, in sù salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
+e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
+sì che s’io non avessi un ronchion preso,
+caduto sarei giù sanz’ esser urto.
+
+E ’l duca che mi vide tanto atteso,
+disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
+catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
+
+«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
+son io più certo; ma già m’era avviso
+che così fosse, e già voleva dirti:
+
+chi è ’n quel foco che vien sì diviso
+di sopra, che par surger de la pira
+dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
+
+Rispuose a me: «Là dentro si martira
+Ulisse e Dïomede, e così insieme
+a la vendetta vanno come a l’ira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+l’agguato del caval che fé la porta
+onde uscì de’ Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro l’arte per che, morta,
+Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
+e del Palladio pena vi si porta».
+
+«S’ei posson dentro da quelle faville
+parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
+e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de l’attender niego
+fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
+
+Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
+di molta loda, e io però l’accetto;
+ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
+ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
+perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+dove parve al mio duca tempo e loco,
+in questa forma lui parlare audivi:
+
+«O voi che siete due dentro ad un foco,
+s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
+s’io meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+non vi movete; ma l’un di voi dica
+dove, per lui, perduto a morir gissi».
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+cominciò a crollarsi mormorando,
+pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e là menando,
+come fosse la lingua che parlasse,
+gittò voce di fuori e disse: «Quando
+
+mi diparti’ da Circe, che sottrasse
+me più d’un anno là presso a Gaeta,
+prima che sì Enëa la nomasse,
+
+né dolcezza di figlio, né la pieta
+del vecchio padre, né ’l debito amore
+lo qual dovea Penelopè far lieta,
+
+vincer potero dentro a me l’ardore
+ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
+e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per l’alto mare aperto
+sol con un legno e con quella compagna
+picciola da la qual non fui diserto.
+
+L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
+fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
+e l’altre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
+quando venimmo a quella foce stretta
+dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
+
+acciò che l’uom più oltre non si metta;
+da la man destra mi lasciai Sibilia,
+da l’altra già m’avea lasciata Setta.
+
+“O frati”, dissi “che per cento milia
+perigli siete giunti a l’occidente,
+a questa tanto picciola vigilia
+
+d’i nostri sensi ch’è del rimanente
+non vogliate negar l’esperïenza,
+di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+fatti non foste a viver come bruti,
+ma per seguir virtute e canoscenza”.
+
+Li miei compagni fec’ io sì aguti,
+con questa orazion picciola, al cammino,
+che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+de’ remi facemmo ali al folle volo,
+sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle già de l’altro polo
+vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
+che non surgëa fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+lo lume era di sotto da la luna,
+poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
+
+quando n’apparve una montagna, bruna
+per la distanza, e parvemi alta tanto
+quanto veduta non avëa alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
+ché de la nova terra un turbo nacque
+e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
+a la quarta levar la poppa in suso
+e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
+
+infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXVII
+
+
+Già era dritta in sù la fiamma e queta
+per non dir più, e già da noi sen gia
+con la licenza del dolce poeta,
+
+quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
+ne fece volger li occhi a la sua cima
+per un confuso suon che fuor n’uscia.
+
+Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
+col pianto di colui, e ciò fu dritto,
+che l’avea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de l’afflitto,
+sì che, con tutto che fosse di rame,
+pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+così, per non aver via né forame
+dal principio nel foco, in suo linguaggio
+si convertïan le parole grame.
+
+Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
+su per la punta, dandole quel guizzo
+che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
+la voce e che parlavi mo lombardo,
+dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
+
+perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
+non t’incresca restare a parlar meco;
+vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+caduto se’ di quella dolce terra
+latina ond’ io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ch’io fui d’i monti là intra Orbino
+e ’l giogo di che Tever si diserra».
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+quando il mio duca mi tentò di costa,
+dicendo: «Parla tu; questi è latino».
+
+E io, ch’avea già pronta la risposta,
+sanza indugio a parlare incominciai:
+«O anima che se’ là giù nascosta,
+
+Romagna tua non è, e non fu mai,
+sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
+ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata è molt’ anni:
+l’aguglia da Polenta la si cova,
+sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
+
+La terra che fé già la lunga prova
+e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
+che fecer di Montagna il mal governo,
+là dove soglion fan d’i denti succhio.
+
+Le città di Lamone e di Santerno
+conduce il lïoncel dal nido bianco,
+che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
+così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
+tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se’, ti priego che ne conte;
+non esser duro più ch’altri sia stato,
+se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
+
+Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
+al modo suo, l’aguta punta mosse
+di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
+
+«S’i’ credesse che mia risposta fosse
+a persona che mai tornasse al mondo,
+questa fiamma staria sanza più scosse;
+
+ma però che già mai di questo fondo
+non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
+sanza tema d’infamia ti rispondo.
+
+Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
+credendomi, sì cinto, fare ammenda;
+e certo il creder mio venìa intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+che mi rimise ne le prime colpe;
+e come e quare, voglio che m’intenda.
+
+Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
+che la madre mi diè, l’opere mie
+non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+io seppi tutte, e sì menai lor arte,
+ch’al fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+di mia etade ove ciascun dovrebbe
+calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
+e pentuto e confesso mi rendei;
+ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe d’i novi Farisei,
+avendo guerra presso a Laterano,
+e non con Saracin né con Giudei,
+
+ché ciascun suo nimico era cristiano,
+e nessun era stato a vincer Acri
+né mercatante in terra di Soldano,
+
+né sommo officio né ordini sacri
+guardò in sé, né in me quel capestro
+che solea fare i suoi cinti più macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
+così mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre;
+domandommi consiglio, e io tacetti
+perché le sue parole parver ebbre.
+
+E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
+finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
+sì come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
+come tu sai; però son due le chiavi
+che ’l mio antecessor non ebbe care”.
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
+e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
+lunga promessa con l’attender corto
+ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
+
+Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
+per me; ma un d’i neri cherubini
+li disse: “Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
+perché diede ’l consiglio frodolente,
+dal quale in qua stato li sono a’ crini;
+
+ch’assolver non si può chi non si pente,
+né pentere e volere insieme puossi
+per la contradizion che nol consente”.
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+quando mi prese dicendomi: “Forse
+tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
+
+A Minòs mi portò; e quelli attorse
+otto volte la coda al dosso duro;
+e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
+per ch’io là dove vedi son perduto,
+e sì vestito, andando, mi rancuro».
+
+Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
+la fiamma dolorando si partio,
+torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
+
+Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
+su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
+che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+per lo nostro sermone e per la mente
+c’hanno a tanto comprender poco seno.
+
+S’el s’aunasse ancor tutta la gente
+che già, in su la fortunata terra
+di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+che de l’anella fé sì alte spoglie,
+come Livïo scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+per contastare a Ruberto Guiscardo;
+e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
+
+a Ceperan, là dove fu bugiardo
+ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
+dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
+il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
+com’ io vidi un, così non si pertugia,
+rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+la corata pareva e ’l tristo sacco
+che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
+guardommi e con le man s’aperse il petto,
+dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato è Mäometto!
+Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
+fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+seminator di scandalo e di scisma
+fuor vivi, e però son fessi così.
+
+Un diavolo è qua dietro che n’accisma
+sì crudelmente, al taglio de la spada
+rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand’ avem volta la dolente strada;
+però che le ferite son richiuse
+prima ch’altri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
+forse per indugiar d’ire a la pena
+ch’è giudicata in su le tue accuse?».
+
+«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
+rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
+ma per dar lui esperïenza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
+e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
+
+Più fuor di cento che, quando l’udiro,
+s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
+per maraviglia, oblïando il martiro.
+
+«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
+tu che forse vedra’ il sole in breve,
+s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+sì di vivanda, che stretta di neve
+non rechi la vittoria al Noarese,
+ch’altrimenti acquistar non saria leve».
+
+Poi che l’un piè per girsene sospese,
+Mäometto mi disse esta parola;
+indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
+e non avea mai ch’una orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
+ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
+
+e disse: «O tu cui colpa non condanna
+e cu’ io vidi su in terra latina,
+se troppa simiglianza non m’inganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+se mai torni a veder lo dolce piano
+che da Vercelli a Marcabò dichina.
+
+E fa saper a’ due miglior da Fano,
+a messer Guido e anco ad Angiolello,
+che, se l’antiveder qui non è vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+e mazzerati presso a la Cattolica
+per tradimento d’un tiranno fello.
+
+Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
+non vide mai sì gran fallo Nettuno,
+non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con l’uno,
+e tien la terra che tale qui meco
+vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+farà venirli a parlamento seco;
+poi farà sì, ch’al vento di Focara
+non sarà lor mestier voto né preco».
+
+E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
+se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
+chi è colui da la veduta amara».
+
+Allor puose la mano a la mascella
+d’un suo compagno e la bocca li aperse,
+gridando: «Questi è desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+in Cesare, affermando che ’l fornito
+sempre con danno l’attender sofferse».
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+con la lingua tagliata ne la strozza
+Curïo, ch’a dir fu così ardito!
+
+E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
+levando i moncherin per l’aura fosca,
+sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
+
+gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
+che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
+che fu mal seme per la gente tosca».
+
+E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
+per ch’elli, accumulando duol con duolo,
+sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+e vidi cosa ch’io avrei paura,
+sanza più prova, di contarla solo;
+
+se non che coscïenza m’assicura,
+la buona compagnia che l’uom francheggia
+sotto l’asbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
+un busto sanza capo andar sì come
+andavan li altri de la trista greggia;
+
+e ’l capo tronco tenea per le chiome,
+pesol con mano a guisa di lanterna:
+e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
+
+Di sé facea a sé stesso lucerna,
+ed eran due in uno e uno in due;
+com’ esser può, quei sa che sì governa.
+
+Quando diritto al piè del ponte fue,
+levò ’l braccio alto con tutta la testa
+per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
+tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+vedi s’alcuna è grande come questa.
+
+E perché tu di me novella porti,
+sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
+che diedi al re giovane i ma’ conforti.
+
+Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
+Achitofèl non fé più d’Absalone
+e di Davìd coi malvagi punzelli.
+
+Perch’ io parti’ così giunte persone,
+partito porto il mio cerebro, lasso!,
+dal suo principio ch’è in questo troncone.
+
+Così s’osserva in me lo contrapasso».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+avean le luci mie sì inebrïate,
+che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
+perché la vista tua pur si soffolge
+là giù tra l’ombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
+pensa, se tu annoverar le credi,
+che miglia ventidue la valle volge.
+
+E già la luna è sotto i nostri piedi;
+lo tempo è poco omai che n’è concesso,
+e altro è da veder che tu non vedi».
+
+«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
+«atteso a la cagion per ch’io guardava,
+forse m’avresti ancor lo star dimesso».
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+lo duca, già faccendo la risposta,
+e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
+
+dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
+credo ch’un spirto del mio sangue pianga
+la colpa che là giù cotanto costa».
+
+Allor disse ’l maestro: «Non si franga
+lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
+Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
+
+ch’io vidi lui a piè del ponticello
+mostrarti e minacciar forte col dito,
+e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor sì del tutto impedito
+sovra colui che già tenne Altaforte,
+che non guardasti in là, sì fu partito».
+
+«O duca mio, la vïolenta morte
+che non li è vendicata ancor», diss’ io,
+«per alcun che de l’onta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
+sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
+e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
+
+Così parlammo infino al loco primo
+che de lo scoglio l’altra valle mostra,
+se più lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
+di Malebolge, sì che i suoi conversi
+potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+che di pietà ferrati avean li strali;
+ond’ io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali
+di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
+e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti ’nsembre,
+tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
+qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su l’ultima riva
+del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+e allor fu la mia vista più viva
+
+giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
+de l’alto Sire infallibil giustizia
+punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo ch’a veder maggior tristizia
+fosse in Egina il popol tutto infermo,
+quando fu l’aere sì pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+ch’era a veder per quella oscura valle
+languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
+l’un de l’altro giacea, e qual carpone
+si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+guardando e ascoltando li ammalati,
+che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a sé poggiati,
+com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+dal capo al piè di schianze macolati;
+
+e non vidi già mai menare stregghia
+a ragazzo aspettato dal segnorso,
+né a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
+del pizzicor, che non ha più soccorso;
+
+e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
+come coltel di scardova le scaglie
+o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
+
+«O tu che con le dita ti dismaglie»,
+cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
+«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
+
+dinne s’alcun Latino è tra costoro
+che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
+etternalmente a cotesto lavoro».
+
+«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
+qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
+«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
+
+E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
+con questo vivo giù di balzo in balzo,
+e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+e tremando ciascuno a me si volse
+con altri che l’udiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
+dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
+e io incominciai, poscia ch’ei volse:
+
+«Se la vostra memoria non s’imboli
+nel primo mondo da l’umane menti,
+ma s’ella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+la vostra sconcia e fastidiosa pena
+di palesarvi a me non vi spaventi».
+
+«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
+rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
+ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
+
+Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
+“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
+e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
+
+volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
+perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
+ardere a tal che l’avea per figliuolo.
+
+Ma ne l’ultima bolgia de le diece
+me per l’alchìmia che nel mondo usai
+dannò Minòs, a cui fallar non lece».
+
+E io dissi al poeta: «Or fu già mai
+gente sì vana come la sanese?
+Certo non la francesca sì d’assai!».
+
+Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
+rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
+che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccolò che la costuma ricca
+del garofano prima discoverse
+ne l’orto dove tal seme s’appicca;
+
+e tra’ne la brigata in che disperse
+Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
+e l’Abbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perché sappi chi sì ti seconda
+contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
+sì che la faccia mia ben ti risponda:
+
+sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
+che falsai li metalli con l’alchìmia;
+e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
+
+com’ io fui di natura buona scimia».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+per Semelè contra ’l sangue tebano,
+come mostrò una e altra fïata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+che veggendo la moglie con due figli
+andar carcata da ciascuna mano,
+
+gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
+la leonessa e ’ leoncini al varco»;
+e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo l’un ch’avea nome Learco,
+e rotollo e percosselo ad un sasso;
+e quella s’annegò con l’altro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
+sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+poscia che vide Polissena morta,
+e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+forsennata latrò sì come cane;
+tanto il dolor le fé la mente torta.
+
+Ma né di Tebe furie né troiane
+si vider mäi in alcun tanto crude,
+non punger bestie, nonché membra umane,
+
+quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
+che mordendo correvan di quel modo
+che ’l porco quando del porcil si schiude.
+
+L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+del collo l’assannò, sì che, tirando,
+grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E l’Aretin che rimase, tremando
+mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
+e va rabbioso altrui così conciando».
+
+«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
+li denti a dosso, non ti sia fatica
+a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
+
+Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
+di Mirra scellerata, che divenne
+al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+Questa a peccar con esso così venne,
+falsificando sé in altrui forma,
+come l’altro che là sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+falsificare in sé Buoso Donati,
+testando e dando al testamento norma».
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
+rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
+pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
+tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
+
+La grave idropesì, che sì dispaia
+le membra con l’omor che mal converte,
+che ’l viso non risponde a la ventraia,
+
+faceva lui tener le labbra aperte
+come l’etico fa, che per la sete
+l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
+
+«O voi che sanz’ alcuna pena siete,
+e non so io perché, nel mondo gramo»,
+diss’ elli a noi, «guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo;
+io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
+e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
+
+Li ruscelletti che d’i verdi colli
+del Casentin discendon giuso in Arno,
+faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ché l’imagine lor vie più m’asciuga
+che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+tragge cagion del loco ov’ io peccai
+a metter più li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi è Romena, là dov’ io falsai
+la lega suggellata del Batista;
+per ch’io il corpo sù arso lasciai.
+
+Ma s’io vedessi qui l’anima trista
+di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
+per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
+ombre che vanno intorno dicon vero;
+ma che mi val, c’ho le membra legate?
+
+S’io fossi pur di tanto ancor leggero
+ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
+io sarei messo già per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+con tutto ch’ella volge undici miglia,
+e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra sì fatta famiglia;
+e’ m’indussero a batter li fiorini
+ch’avevan tre carati di mondiglia».
+
+E io a lui: «Chi son li due tapini
+che fumman come man bagnate ’l verno,
+giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
+
+«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
+rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
+e non credo che dieno in sempiterno.
+
+L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
+l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
+per febbre aguta gittan tanto leppo».
+
+E l’un di lor, che si recò a noia
+forse d’esser nomato sì oscuro,
+col pugno li percosse l’epa croia.
+
+Quella sonò come fosse un tamburo;
+e mastro Adamo li percosse il volto
+col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
+lo muover per le membra che son gravi,
+ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
+
+Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
+al fuoco, non l’avei tu così presto;
+ma sì e più l’avei quando coniavi».
+
+E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
+ma tu non fosti sì ver testimonio
+là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
+
+«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
+disse Sinon; «e son qui per un fallo,
+e tu per più ch’alcun altro demonio!».
+
+«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
+rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
+«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
+
+«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
+disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
+che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
+
+Allora il monetier: «Così si squarcia
+la bocca tua per tuo mal come suole;
+ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
+e per leccar lo specchio di Narcisso,
+non vorresti a ’nvitar molte parole».
+
+Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
+quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
+che per poco che teco non mi risso!».
+
+Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
+volsimi verso lui con tal vergogna,
+ch’ancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual è colui che suo dannaggio sogna,
+che sognando desidera sognare,
+sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec’ io, non possendo parlare,
+che disïava scusarmi, e scusava
+me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+«Maggior difetto men vergogna lava»,
+disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
+però d’ogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
+se più avvien che fortuna t’accoglia
+dove sien genti in simigliante piato:
+
+ché voler ciò udire è bassa voglia».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
+e poi la medicina mi riporse;
+
+così od’ io che solea far la lancia
+d’Achille e del suo padre esser cagione
+prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+su per la ripa che ’l cinge dintorno,
+attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv’ era men che notte e men che giorno,
+sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
+ma io senti’ sonare un alto corno,
+
+tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+che, contra sé la sua via seguitando,
+dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+Carlo Magno perdé la santa gesta,
+non sonò sì terribilmente Orlando.
+
+Poco portäi in là volta la testa,
+che me parve veder molte alte torri;
+ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
+
+Ed elli a me: «Però che tu trascorri
+per le tenebre troppo da la lungi,
+avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
+quanto ’l senso s’inganna di lontano;
+però alquanto più te stesso pungi».
+
+Poi caramente mi prese per mano
+e disse: «Pria che noi siam più avanti,
+acciò che ’l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+e son nel pozzo intorno da la ripa
+da l’umbilico in giuso tutti quanti».
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+lo sguardo a poco a poco raffigura
+ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
+
+così forando l’aura grossa e scura,
+più e più appressando ver’ la sponda,
+fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+però che, come su la cerchia tonda
+Montereggion di torri si corona,
+così la proda che ’l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+li orribili giganti, cui minaccia
+Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva già d’alcun la faccia,
+le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
+e per le coste giù ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lasciò l’arte
+di sì fatti animali, assai fé bene
+per tòrre tali essecutori a Marte.
+
+E s’ella d’elefanti e di balene
+non si pente, chi guarda sottilmente,
+più giusta e più discreta la ne tene;
+
+ché dove l’argomento de la mente
+s’aggiugne al mal volere e a la possa,
+nessun riparo vi può far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+come la pina di San Pietro a Roma,
+e a sua proporzione eran l’altre ossa;
+
+sì che la ripa, ch’era perizoma
+dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
+di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison s’averien dato mal vanto;
+però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
+dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
+
+«Raphèl maì amècche zabì almi»,
+cominciò a gridar la fiera bocca,
+cui non si convenia più dolci salmi.
+
+E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
+tienti col corno, e con quel ti disfoga
+quand’ ira o altra passïon ti tocca!
+
+Cércati al collo, e troverai la soga
+che ’l tien legato, o anima confusa,
+e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
+
+Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
+questi è Nembrotto per lo cui mal coto
+pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
+
+Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
+ché così è a lui ciascun linguaggio
+come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
+
+Facemmo adunque più lungo vïaggio,
+vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
+trovammo l’altro assai più fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
+non so io dir, ma el tenea soccinto
+dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
+
+d’una catena che ’l tenea avvinto
+dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
+si ravvolgëa infino al giro quinto.
+
+«Questo superbo volle esser esperto
+di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
+disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
+
+Fïalte ha nome, e fece le gran prove
+quando i giganti fer paura a’ dèi;
+le braccia ch’el menò, già mai non move».
+
+E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
+che de lo smisurato Brïareo
+esperïenza avesser li occhi mei».
+
+Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
+presso di qui che parla ed è disciolto,
+che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
+
+Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
+ed è legato e fatto come questo,
+salvo che più feroce par nel volto».
+
+Non fu tremoto già tanto rubesto,
+che scotesse una torre così forte,
+come Fïalte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett’ io più che mai la morte,
+e non v’era mestier più che la dotta,
+s’io non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo più avante allotta,
+e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+«O tu che ne la fortunata valle
+che fece Scipïon di gloria reda,
+quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
+
+recasti già mille leon per preda,
+e che, se fossi stato a l’alta guerra
+de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ch’avrebber vinto i figli de la terra:
+mettine giù, e non ten vegna schifo,
+dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
+questi può dar di quel che qui si brama;
+però ti china e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti può nel mondo render fama,
+ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
+se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
+
+Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
+le man distese, e prese ’l duca mio,
+ond’ Ercule sentì già grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
+poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
+sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
+
+tal parve Antëo a me che stava a bada
+di vederlo chinare, e fu tal ora
+ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+Lucifero con Giuda, ci sposò;
+né, sì chinato, lì fece dimora,
+
+e come albero in nave si levò.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXXII
+
+
+S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
+come si converrebbe al tristo buco
+sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
+non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ché non è impresa da pigliare a gabbo
+discriver fondo a tutto l’universo,
+né da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
+sì che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+che stai nel loco onde parlare è duro,
+mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo giù nel pozzo scuro
+sotto i piè del gigante assai più bassi,
+e io mirava ancora a l’alto muro,
+
+dicere udi’mi: «Guarda come passi:
+va sì, che tu non calchi con le piante
+le teste de’ fratei miseri lassi».
+
+Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
+e sotto i piedi un lago che per gelo
+avea di vetro e non d’acqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo sì grosso velo
+di verno la Danoia in Osterlicchi,
+né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
+
+com’ era quivi; che se Tambernicchi
+vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
+non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+col muso fuor de l’acqua, quando sogna
+di spigolar sovente la villana,
+
+livide, insin là dove appar vergogna
+eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
+mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in giù tenea volta la faccia;
+da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
+volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
+che ’l pel del capo avieno insieme misto.
+
+«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
+diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
+e poi ch’ebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
+gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
+le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+forte così; ond’ ei come due becchi
+cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un ch’avea perduti ambo li orecchi
+per la freddura, pur col viso in giùe,
+disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+la valle onde Bisenzo si dichina
+del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+D’un corpo usciro; e tutta la Caina
+potrai cercare, e non troverai ombra
+degna più d’esser fitta in gelatina:
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
+con esso un colpo per la man d’Artù;
+non Focaccia; non questi che m’ingombra
+
+col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
+e fu nomato Sassol Mascheroni;
+se tosco se’, ben sai omai chi fu.
+
+E perché non mi metti in più sermoni,
+sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
+e aspetto Carlin che mi scagioni».
+
+Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
+fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
+
+E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
+al quale ogne gravezza si rauna,
+e io tremava ne l’etterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+non so; ma, passeggiando tra le teste,
+forte percossi ’l piè nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
+se tu non vieni a crescer la vendetta
+di Montaperti, perché mi moleste?».
+
+E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
+sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
+poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+che bestemmiava duramente ancora:
+«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
+
+«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
+percotendo», rispuose, «altrui le gote,
+sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
+
+«Vivo son io, e caro esser ti puote»,
+fu mia risposta, «se dimandi fama,
+ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
+
+Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
+Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
+ché mal sai lusingar per questa lama!».
+
+Allor lo presi per la cuticagna
+e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
+o che capel qui sù non ti rimagna».
+
+Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
+né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
+se mille fiate in sul capo mi tomi».
+
+Io avea già i capelli in mano avvolti,
+e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
+latrando lui con li occhi in giù raccolti,
+
+quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
+non ti basta sonar con le mascelle,
+se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
+
+«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
+malvagio traditor; ch’a la tua onta
+io porterò di te vere novelle».
+
+«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
+ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
+
+El piange qui l’argento de’ Franceschi:
+“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
+là dove i peccatori stanno freschi”.
+
+Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
+tu hai dallato quel di Beccheria
+di cui segò Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de’ Soldanier credo che sia
+più là con Ganellone e Tebaldello,
+ch’aprì Faenza quando si dormia».
+
+Noi eravam partiti già da ello,
+ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
+sì che l’un capo a l’altro era cappello;
+
+e come ’l pan per fame si manduca,
+così ’l sovran li denti a l’altro pose
+là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tidëo si rose
+le tempie a Menalippo per disdegno,
+che quei faceva il teschio e l’altre cose.
+
+«O tu che mostri per sì bestial segno
+odio sovra colui che tu ti mangi,
+dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con ch’io parlo non si secca».
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollevò dal fiero pasto
+quel peccator, forbendola a’ capelli
+del capo ch’elli avea di retro guasto.
+
+Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
+disperato dolor che ’l cor mi preme
+già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
+parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se’ né per che modo
+venuto se’ qua giù; ma fiorentino
+mi sembri veramente quand’ io t’odo.
+
+Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
+e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
+or ti dirò perché i son tal vicino.
+
+Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
+fidandomi di lui, io fossi preso
+e poscia morto, dir non è mestieri;
+
+però quel che non puoi avere inteso,
+cioè come la morte mia fu cruda,
+udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda,
+la qual per me ha ’l titol de la fame,
+e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
+
+m’avea mostrato per lo suo forame
+più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
+che del futuro mi squarciò ’l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
+per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studïose e conte
+Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+s’avea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
+mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
+ch’eran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
+pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
+e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Già eran desti, e l’ora s’appressava
+che ’l cibo ne solëa essere addotto,
+e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
+a l’orribile torre; ond’ io guardai
+nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
+
+Io non piangëa, sì dentro impetrai:
+piangevan elli; e Anselmuccio mio
+disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
+
+Perciò non lagrimai né rispuos’ io
+tutto quel giorno né la notte appresso,
+infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+nel doloroso carcere, e io scorsi
+per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
+di manicar, di sùbito levorsi
+
+e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
+se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+queste misere carni, e tu le spoglia”.
+
+Queta’mi allor per non farli più tristi;
+lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
+ahi dura terra, perché non t’apristi?
+
+Poscia che fummo al quarto dì venuti,
+Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
+dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
+
+Quivi morì; e come tu mi vedi,
+vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
+tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
+
+già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+e due dì li chiamai, poi che fur morti.
+Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
+
+Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
+riprese ’l teschio misero co’ denti,
+che furo a l’osso, come d’un can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+del bel paese là dove ’l sì suona,
+poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
+
+Che se ’l conte Ugolino aveva voce
+d’aver tradita te de le castella,
+non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea l’età novella,
+novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
+e li altri due che ’l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
+ruvidamente un’altra gente fascia,
+non volta in giù, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
+e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+si volge in entro a far crescer l’ambascia;
+
+ché le lagrime prime fanno groppo,
+e sì come visiere di cristallo,
+rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, sì come d’un callo,
+per la freddura ciascun sentimento
+cessato avesse del mio viso stallo,
+
+già mi parea sentire alquanto vento;
+per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
+non è qua giù ogne vapore spento?».
+
+Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
+di ciò ti farà l’occhio la risposta,
+veggendo la cagion che ’l fiato piove».
+
+E un de’ tristi de la fredda crosta
+gridò a noi: «O anime crudeli
+tanto che data v’è l’ultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
+un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
+
+Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
+dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
+al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
+
+Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
+i’ son quel da le frutta del mal orto,
+che qui riprendo dattero per figo».
+
+«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
+Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
+nel mondo sù, nulla scïenza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+che spesse volte l’anima ci cade
+innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
+
+E perché tu più volentier mi rade
+le ’nvetrïate lagrime dal volto,
+sappie che, tosto che l’anima trade
+
+come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
+da un demonio, che poscia il governa
+mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
+
+Ella ruina in sì fatta cisterna;
+e forse pare ancor lo corpo suso
+de l’ombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+elli è ser Branca Doria, e son più anni
+poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
+
+«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
+ché Branca Doria non morì unquanche,
+e mangia e bee e dorme e veste panni».
+
+«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
+là dove bolle la tenace pece,
+non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+che questi lasciò il diavolo in sua vece
+nel corpo suo, ed un suo prossimano
+che ’l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
+e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
+perché non siete voi del mondo spersi?
+
+Ché col peggiore spirto di Romagna
+trovai di voi un tal, che per sua opra
+in anima in Cocito già si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+
+Inferno
+Canto XXXIV
+
+
+«Vexilla regis prodeunt inferni
+verso di noi; però dinanzi mira»,
+disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+o quando l’emisperio nostro annotta,
+par di lungi un molin che ’l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+poi per lo vento mi ristrinsi retro
+al duca mio, ché non lì era altra grotta.
+
+Già era, e con paura il metto in metro,
+là dove l’ombre tutte eran coperte,
+e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+quella col capo e quella con le piante;
+altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
+la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
+
+d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
+«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
+ove convien che di fortezza t’armi».
+
+Com’ io divenni allor gelato e fioco,
+nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
+però ch’ogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori’ e non rimasi vivo;
+pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
+qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
+
+Lo ’mperador del doloroso regno
+da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+e più con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
+ch’a così fatta parte si confaccia.
+
+S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
+e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
+ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
+L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
+sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
+e sé giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+la sinistra a vedere era tal, quali
+vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
+quanto si convenia a tanto uccello:
+vele di mar non vid’ io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+era lor modo; e quelle svolazzava,
+sì che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto s’aggelava.
+Con sei occhi piangëa, e per tre menti
+gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co’ denti
+un peccatore, a guisa di maciulla,
+sì che tre ne facea così dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
+rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
+disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
+che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due c’hanno il capo di sotto,
+quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
+vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
+Ma la notte risurge, e oramai
+è da partir, ché tutto avem veduto».
+
+Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ed el prese di tempo e loco poste,
+e quando l’ali fuoro aperte assai,
+
+appigliò sé a le vellute coste;
+di vello in vello giù discese poscia
+tra ’l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo là dove la coscia
+si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
+lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov’ elli avea le zanche,
+e aggrappossi al pel com’ om che sale,
+sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
+
+«Attienti ben, ché per cotali scale»,
+disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
+«conviensi dipartir da tanto male».
+
+Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
+e puose me in su l’orlo a sedere;
+appresso porse a me l’accorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+Lucifero com’ io l’avea lasciato,
+e vidili le gambe in sù tenere;
+
+e s’io divenni allora travagliato,
+la gente grossa il pensi, che non vede
+qual è quel punto ch’io avea passato.
+
+«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
+la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
+e già il sole a mezza terza riede».
+
+Non era camminata di palagio
+là ’v’ eravam, ma natural burella
+ch’avea mal suolo e di lume disagio.
+
+«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
+maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
+«a trarmi d’erro un poco mi favella:
+
+ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
+sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
+da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
+
+Ed elli a me: «Tu imagini ancora
+d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
+al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
+
+Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
+quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
+al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
+
+E se’ or sotto l’emisperio giunto
+ch’è contraposto a quel che la gran secca
+coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
+
+fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
+tu haï i piedi in su picciola spera
+che l’altra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui è da man, quando di là è sera;
+e questi, che ne fé scala col pelo,
+fitto è ancora sì come prim’ era.
+
+Da questa parte cadde giù dal cielo;
+e la terra, che pria di qua si sporse,
+per paura di lui fé del mar velo,
+
+e venne a l’emisperio nostro; e forse
+per fuggir lui lasciò qui loco vòto
+quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
+
+Luogo è là giù da Belzebù remoto
+tanto quanto la tomba si distende,
+che non per vista, ma per suono è noto
+
+d’un ruscelletto che quivi discende
+per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
+col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+e sanza cura aver d’alcun riposo,
+
+salimmo sù, el primo e io secondo,
+tanto ch’i’ vidi de le cose belle
+che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***
+
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+
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+Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
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+approach us with offers to donate.
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+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
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+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
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+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
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+Most people start at our website which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
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+This website includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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