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diff --git a/997-0.txt b/997-0.txt new file mode 100644 index 0000000..65b25e2 --- /dev/null +++ b/997-0.txt @@ -0,0 +1,6987 @@ +The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Inferno, by Dante Alighieri + +This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and +most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions +whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms +of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at +www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you +will have to check the laws of the country where you are located before +using this eBook. + +Title: La Divina Commedia di Dante + Inferno + +Author: Dante Alighieri + +Release Date: August, 1997 [eBook #997] +[Most recently updated: April 10, 2021] + +Language: Italian + +Character set encoding: UTF-8 + + +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + +di Dante Alighieri + +CANTICA I: INFERNO + + +Contents + + INFERNO + Canto I. + Canto II. + Canto III. + Canto IV. + Canto V. + Canto VI. + Canto VII. + Canto VIII. + Canto IX. + Canto X. + Canto XI. + Canto XII. + Canto XIII. + Canto XIV. + Canto XV. + Canto XVI. + Canto XVII. + Canto XVIII. + Canto XIX. + Canto XX. + Canto XXI. + Canto XXII. + Canto XXIII. + Canto XXIV. + Canto XXV. + Canto XXVI. + Canto XXVII. + Canto XXVIII. + Canto XXIX. + Canto XXX. + Canto XXXI. + Canto XXXII. + Canto XXXIII. + Canto XXXIV. + + + + +INFERNO + + + + +Inferno +Canto I + + +Nel mezzo del cammin di nostra vita +mi ritrovai per una selva oscura, +ché la diritta via era smarrita. + +Ahi quanto a dir qual era è cosa dura +esta selva selvaggia e aspra e forte +che nel pensier rinova la paura! + +Tant’ è amara che poco è più morte; +ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, +dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. + +Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, +tant’ era pien di sonno a quel punto +che la verace via abbandonai. + +Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, +là dove terminava quella valle +che m’avea di paura il cor compunto, + +guardai in alto e vidi le sue spalle +vestite già de’ raggi del pianeta +che mena dritto altrui per ogne calle. + +Allor fu la paura un poco queta, +che nel lago del cor m’era durata +la notte ch’i’ passai con tanta pieta. + +E come quei che con lena affannata, +uscito fuor del pelago a la riva, +si volge a l’acqua perigliosa e guata, + +così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, +si volse a retro a rimirar lo passo +che non lasciò già mai persona viva. + +Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, +ripresi via per la piaggia diserta, +sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. + +Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, +una lonza leggera e presta molto, +che di pel macolato era coverta; + +e non mi si partia dinanzi al volto, +anzi ’mpediva tanto il mio cammino, +ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. + +Temp’ era dal principio del mattino, +e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle +ch’eran con lui quando l’amor divino + +mosse di prima quelle cose belle; +sì ch’a bene sperar m’era cagione +di quella fiera a la gaetta pelle + +l’ora del tempo e la dolce stagione; +ma non sì che paura non mi desse +la vista che m’apparve d’un leone. + +Questi parea che contra me venisse +con la test’ alta e con rabbiosa fame, +sì che parea che l’aere ne tremesse. + +Ed una lupa, che di tutte brame +sembiava carca ne la sua magrezza, +e molte genti fé già viver grame, + +questa mi porse tanto di gravezza +con la paura ch’uscia di sua vista, +ch’io perdei la speranza de l’altezza. + +E qual è quei che volontieri acquista, +e giugne ’l tempo che perder lo face, +che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; + +tal mi fece la bestia sanza pace, +che, venendomi ’ncontro, a poco a poco +mi ripigneva là dove ’l sol tace. + +Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, +dinanzi a li occhi mi si fu offerto +chi per lungo silenzio parea fioco. + +Quando vidi costui nel gran diserto, +«Miserere di me», gridai a lui, +«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». + +Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, +e li parenti miei furon lombardi, +mantoani per patrïa ambedui. + +Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, +e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto +nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. + +Poeta fui, e cantai di quel giusto +figliuol d’Anchise che venne di Troia, +poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. + +Ma tu perché ritorni a tanta noia? +perché non sali il dilettoso monte +ch’è principio e cagion di tutta gioia?». + +«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte +che spandi di parlar sì largo fiume?», +rispuos’ io lui con vergognosa fronte. + +«O de li altri poeti onore e lume, +vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore +che m’ha fatto cercar lo tuo volume. + +Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, +tu se’ solo colui da cu’ io tolsi +lo bello stilo che m’ha fatto onore. + +Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; +aiutami da lei, famoso saggio, +ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». + +«A te convien tenere altro vïaggio», +rispuose, poi che lagrimar mi vide, +«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; + +ché questa bestia, per la qual tu gride, +non lascia altrui passar per la sua via, +ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; + +e ha natura sì malvagia e ria, +che mai non empie la bramosa voglia, +e dopo ’l pasto ha più fame che pria. + +Molti son li animali a cui s’ammoglia, +e più saranno ancora, infin che ’l veltro +verrà, che la farà morir con doglia. + +Questi non ciberà terra né peltro, +ma sapïenza, amore e virtute, +e sua nazion sarà tra feltro e feltro. + +Di quella umile Italia fia salute +per cui morì la vergine Cammilla, +Eurialo e Turno e Niso di ferute. + +Questi la caccerà per ogne villa, +fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, +là onde ’nvidia prima dipartilla. + +Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno +che tu mi segui, e io sarò tua guida, +e trarrotti di qui per loco etterno; + +ove udirai le disperate strida, +vedrai li antichi spiriti dolenti, +ch’a la seconda morte ciascun grida; + +e vederai color che son contenti +nel foco, perché speran di venire +quando che sia a le beate genti. + +A le quai poi se tu vorrai salire, +anima fia a ciò più di me degna: +con lei ti lascerò nel mio partire; + +ché quello imperador che là sù regna, +perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge, +non vuol che ’n sua città per me si vegna. + +In tutte parti impera e quivi regge; +quivi è la sua città e l’alto seggio: +oh felice colui cu’ ivi elegge!». + +E io a lui: «Poeta, io ti richeggio +per quello Dio che tu non conoscesti, +acciò ch’io fugga questo male e peggio, + +che tu mi meni là dov’ or dicesti, +sì ch’io veggia la porta di san Pietro +e color cui tu fai cotanto mesti». + +Allor si mosse, e io li tenni dietro. + + + + +Inferno +Canto II + + +Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno +toglieva li animai che sono in terra +da le fatiche loro; e io sol uno + +m’apparecchiava a sostener la guerra +sì del cammino e sì de la pietate, +che ritrarrà la mente che non erra. + +O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; +o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, +qui si parrà la tua nobilitate. + +Io cominciai: «Poeta che mi guidi, +guarda la mia virtù s’ell’ è possente, +prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. + +Tu dici che di Silvïo il parente, +corruttibile ancora, ad immortale +secolo andò, e fu sensibilmente. + +Però, se l’avversario d’ogne male +cortese i fu, pensando l’alto effetto +ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale + +non pare indegno ad omo d’intelletto; +ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero +ne l’empireo ciel per padre eletto: + +la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, +fu stabilita per lo loco santo +u’ siede il successor del maggior Piero. + +Per quest’ andata onde li dai tu vanto, +intese cose che furon cagione +di sua vittoria e del papale ammanto. + +Andovvi poi lo Vas d’elezïone, +per recarne conforto a quella fede +ch’è principio a la via di salvazione. + +Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? +Io non Enëa, io non Paulo sono; +me degno a ciò né io né altri ’l crede. + +Per che, se del venire io m’abbandono, +temo che la venuta non sia folle. +Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». + +E qual è quei che disvuol ciò che volle +e per novi pensier cangia proposta, +sì che dal cominciar tutto si tolle, + +tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, +perché, pensando, consumai la ’mpresa +che fu nel cominciar cotanto tosta. + +«S’i’ ho ben la parola tua intesa», +rispuose del magnanimo quell’ ombra, +«l’anima tua è da viltade offesa; + +la qual molte fïate l’omo ingombra +sì che d’onrata impresa lo rivolve, +come falso veder bestia quand’ ombra. + +Da questa tema acciò che tu ti solve, +dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi +nel primo punto che di te mi dolve. + +Io era tra color che son sospesi, +e donna mi chiamò beata e bella, +tal che di comandare io la richiesi. + +Lucevan li occhi suoi più che la stella; +e cominciommi a dir soave e piana, +con angelica voce, in sua favella: + +“O anima cortese mantoana, +di cui la fama ancor nel mondo dura, +e durerà quanto ’l mondo lontana, + +l’amico mio, e non de la ventura, +ne la diserta piaggia è impedito +sì nel cammin, che vòlt’ è per paura; + +e temo che non sia già sì smarrito, +ch’io mi sia tardi al soccorso levata, +per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. + +Or movi, e con la tua parola ornata +e con ciò c’ha mestieri al suo campare, +l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. + +I’ son Beatrice che ti faccio andare; +vegno del loco ove tornar disio; +amor mi mosse, che mi fa parlare. + +Quando sarò dinanzi al segnor mio, +di te mi loderò sovente a lui”. +Tacette allora, e poi comincia’ io: + +“O donna di virtù sola per cui +l’umana spezie eccede ogne contento +di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, + +tanto m’aggrada il tuo comandamento, +che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; +più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. + +Ma dimmi la cagion che non ti guardi +de lo scender qua giuso in questo centro +de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. + +“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, +dirotti brievemente”, mi rispuose, +“perch’ i’ non temo di venir qua entro. + +Temer si dee di sole quelle cose +c’hanno potenza di fare altrui male; +de l’altre no, ché non son paurose. + +I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, +che la vostra miseria non mi tange, +né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. + +Donna è gentil nel ciel che si compiange +di questo ’mpedimento ov’ io ti mando, +sì che duro giudicio là sù frange. + +Questa chiese Lucia in suo dimando +e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele +di te, e io a te lo raccomando—. + +Lucia, nimica di ciascun crudele, +si mosse, e venne al loco dov’ i’ era, +che mi sedea con l’antica Rachele. + +Disse:—Beatrice, loda di Dio vera, +ché non soccorri quei che t’amò tanto, +ch’uscì per te de la volgare schiera? + +Non odi tu la pieta del suo pianto, +non vedi tu la morte che ’l combatte +su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—. + +Al mondo non fur mai persone ratte +a far lor pro o a fuggir lor danno, +com’ io, dopo cotai parole fatte, + +venni qua giù del mio beato scanno, +fidandomi del tuo parlare onesto, +ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”. + +Poscia che m’ebbe ragionato questo, +li occhi lucenti lagrimando volse, +per che mi fece del venir più presto. + +E venni a te così com’ ella volse: +d’inanzi a quella fiera ti levai +che del bel monte il corto andar ti tolse. + +Dunque: che è? perché, perché restai, +perché tanta viltà nel core allette, +perché ardire e franchezza non hai, + +poscia che tai tre donne benedette +curan di te ne la corte del cielo, +e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». + +Quali fioretti dal notturno gelo +chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, +si drizzan tutti aperti in loro stelo, + +tal mi fec’ io di mia virtude stanca, +e tanto buono ardire al cor mi corse, +ch’i’ cominciai come persona franca: + +«Oh pietosa colei che mi soccorse! +e te cortese ch’ubidisti tosto +a le vere parole che ti porse! + +Tu m’hai con disiderio il cor disposto +sì al venir con le parole tue, +ch’i’ son tornato nel primo proposto. + +Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: +tu duca, tu segnore e tu maestro». +Così li dissi; e poi che mosso fue, + +intrai per lo cammino alto e silvestro. + + + + +Inferno +Canto III + + +‘Per me si va ne la città dolente, +per me si va ne l’etterno dolore, +per me si va tra la perduta gente. + +Giustizia mosse il mio alto fattore; +fecemi la divina podestate, +la somma sapïenza e ’l primo amore. + +Dinanzi a me non fuor cose create +se non etterne, e io etterno duro. +Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. + +Queste parole di colore oscuro +vid’ ïo scritte al sommo d’una porta; +per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». + +Ed elli a me, come persona accorta: +«Qui si convien lasciare ogne sospetto; +ogne viltà convien che qui sia morta. + +Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto +che tu vedrai le genti dolorose +c’hanno perduto il ben de l’intelletto». + +E poi che la sua mano a la mia puose +con lieto volto, ond’ io mi confortai, +mi mise dentro a le segrete cose. + +Quivi sospiri, pianti e alti guai +risonavan per l’aere sanza stelle, +per ch’io al cominciar ne lagrimai. + +Diverse lingue, orribili favelle, +parole di dolore, accenti d’ira, +voci alte e fioche, e suon di man con elle + +facevano un tumulto, il qual s’aggira +sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, +come la rena quando turbo spira. + +E io ch’avea d’error la testa cinta, +dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? +e che gent’ è che par nel duol sì vinta?». + +Ed elli a me: «Questo misero modo +tegnon l’anime triste di coloro +che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. + +Mischiate sono a quel cattivo coro +de li angeli che non furon ribelli +né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. + +Caccianli i ciel per non esser men belli, +né lo profondo inferno li riceve, +ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». + +E io: «Maestro, che è tanto greve +a lor che lamentar li fa sì forte?». +Rispuose: «Dicerolti molto breve. + +Questi non hanno speranza di morte, +e la lor cieca vita è tanto bassa, +che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. + +Fama di loro il mondo esser non lassa; +misericordia e giustizia li sdegna: +non ragioniam di lor, ma guarda e passa». + +E io, che riguardai, vidi una ’nsegna +che girando correva tanto ratta, +che d’ogne posa mi parea indegna; + +e dietro le venìa sì lunga tratta +di gente, ch’i’ non averei creduto +che morte tanta n’avesse disfatta. + +Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, +vidi e conobbi l’ombra di colui +che fece per viltade il gran rifiuto. + +Incontanente intesi e certo fui +che questa era la setta d’i cattivi, +a Dio spiacenti e a’ nemici sui. + +Questi sciaurati, che mai non fur vivi, +erano ignudi e stimolati molto +da mosconi e da vespe ch’eran ivi. + +Elle rigavan lor di sangue il volto, +che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi +da fastidiosi vermi era ricolto. + +E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, +vidi genti a la riva d’un gran fiume; +per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi + +ch’i’ sappia quali sono, e qual costume +le fa di trapassar parer sì pronte, +com’ i’ discerno per lo fioco lume». + +Ed elli a me: «Le cose ti fier conte +quando noi fermerem li nostri passi +su la trista riviera d’Acheronte». + +Allor con li occhi vergognosi e bassi, +temendo no ’l mio dir li fosse grave, +infino al fiume del parlar mi trassi. + +Ed ecco verso noi venir per nave +un vecchio, bianco per antico pelo, +gridando: «Guai a voi, anime prave! + +Non isperate mai veder lo cielo: +i’ vegno per menarvi a l’altra riva +ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. + +E tu che se’ costì, anima viva, +pàrtiti da cotesti che son morti». +Ma poi che vide ch’io non mi partiva, + +disse: «Per altra via, per altri porti +verrai a piaggia, non qui, per passare: +più lieve legno convien che ti porti». + +E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: +vuolsi così colà dove si puote +ciò che si vuole, e più non dimandare». + +Quinci fuor quete le lanose gote +al nocchier de la livida palude, +che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. + +Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, +cangiar colore e dibattero i denti, +ratto che ’nteser le parole crude. + +Bestemmiavano Dio e lor parenti, +l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme +di lor semenza e di lor nascimenti. + +Poi si ritrasser tutte quante insieme, +forte piangendo, a la riva malvagia +ch’attende ciascun uom che Dio non teme. + +Caron dimonio, con occhi di bragia +loro accennando, tutte le raccoglie; +batte col remo qualunque s’adagia. + +Come d’autunno si levan le foglie +l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo +vede a la terra tutte le sue spoglie, + +similemente il mal seme d’Adamo +gittansi di quel lito ad una ad una, +per cenni come augel per suo richiamo. + +Così sen vanno su per l’onda bruna, +e avanti che sien di là discese, +anche di qua nuova schiera s’auna. + +«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, +«quelli che muoion ne l’ira di Dio +tutti convegnon qui d’ogne paese; + +e pronti sono a trapassar lo rio, +ché la divina giustizia li sprona, +sì che la tema si volve in disio. + +Quinci non passa mai anima buona; +e però, se Caron di te si lagna, +ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». + +Finito questo, la buia campagna +tremò sì forte, che de lo spavento +la mente di sudore ancor mi bagna. + +La terra lagrimosa diede vento, +che balenò una luce vermiglia +la qual mi vinse ciascun sentimento; + +e caddi come l’uom cui sonno piglia. + + + + +Inferno +Canto IV + + +Ruppemi l’alto sonno ne la testa +un greve truono, sì ch’io mi riscossi +come persona ch’è per forza desta; + +e l’occhio riposato intorno mossi, +dritto levato, e fiso riguardai +per conoscer lo loco dov’ io fossi. + +Vero è che ’n su la proda mi trovai +de la valle d’abisso dolorosa +che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. + +Oscura e profonda era e nebulosa +tanto che, per ficcar lo viso a fondo, +io non vi discernea alcuna cosa. + +«Or discendiam qua giù nel cieco mondo», +cominciò il poeta tutto smorto. +«Io sarò primo, e tu sarai secondo». + +E io, che del color mi fui accorto, +dissi: «Come verrò, se tu paventi +che suoli al mio dubbiare esser conforto?». + +Ed elli a me: «L’angoscia de le genti +che son qua giù, nel viso mi dipigne +quella pietà che tu per tema senti. + +Andiam, ché la via lunga ne sospigne». +Così si mise e così mi fé intrare +nel primo cerchio che l’abisso cigne. + +Quivi, secondo che per ascoltare, +non avea pianto mai che di sospiri +che l’aura etterna facevan tremare; + +ciò avvenia di duol sanza martìri, +ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, +d’infanti e di femmine e di viri. + +Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi +che spiriti son questi che tu vedi? +Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, + +ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, +non basta, perché non ebber battesmo, +ch’è porta de la fede che tu credi; + +e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, +non adorar debitamente a Dio: +e di questi cotai son io medesmo. + +Per tai difetti, non per altro rio, +semo perduti, e sol di tanto offesi +che sanza speme vivemo in disio». + +Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, +però che gente di molto valore +conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. + +«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», +comincia’ io per voler esser certo +di quella fede che vince ogne errore: + +«uscicci mai alcuno, o per suo merto +o per altrui, che poi fosse beato?». +E quei che ’ntese il mio parlar coverto, + +rispuose: «Io era nuovo in questo stato, +quando ci vidi venire un possente, +con segno di vittoria coronato. + +Trasseci l’ombra del primo parente, +d’Abèl suo figlio e quella di Noè, +di Moïsè legista e ubidente; + +Abraàm patrïarca e Davìd re, +Israèl con lo padre e co’ suoi nati +e con Rachele, per cui tanto fé, + +e altri molti, e feceli beati. +E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, +spiriti umani non eran salvati». + +Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, +ma passavam la selva tuttavia, +la selva, dico, di spiriti spessi. + +Non era lunga ancor la nostra via +di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco +ch’emisperio di tenebre vincia. + +Di lungi n’eravamo ancora un poco, +ma non sì ch’io non discernessi in parte +ch’orrevol gente possedea quel loco. + +«O tu ch’onori scïenzïa e arte, +questi chi son c’hanno cotanta onranza, +che dal modo de li altri li diparte?». + +E quelli a me: «L’onrata nominanza +che di lor suona sù ne la tua vita, +grazïa acquista in ciel che sì li avanza». + +Intanto voce fu per me udita: +«Onorate l’altissimo poeta; +l’ombra sua torna, ch’era dipartita». + +Poi che la voce fu restata e queta, +vidi quattro grand’ ombre a noi venire: +sembianz’ avevan né trista né lieta. + +Lo buon maestro cominciò a dire: +«Mira colui con quella spada in mano, +che vien dinanzi ai tre sì come sire: + +quelli è Omero poeta sovrano; +l’altro è Orazio satiro che vene; +Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. + +Però che ciascun meco si convene +nel nome che sonò la voce sola, +fannomi onore, e di ciò fanno bene». + +Così vid’ i’ adunar la bella scola +di quel segnor de l’altissimo canto +che sovra li altri com’ aquila vola. + +Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, +volsersi a me con salutevol cenno, +e ’l mio maestro sorrise di tanto; + +e più d’onore ancora assai mi fenno, +ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, +sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. + +Così andammo infino a la lumera, +parlando cose che ’l tacere è bello, +sì com’ era ’l parlar colà dov’ era. + +Venimmo al piè d’un nobile castello, +sette volte cerchiato d’alte mura, +difeso intorno d’un bel fiumicello. + +Questo passammo come terra dura; +per sette porte intrai con questi savi: +giugnemmo in prato di fresca verdura. + +Genti v’eran con occhi tardi e gravi, +di grande autorità ne’ lor sembianti: +parlavan rado, con voci soavi. + +Traemmoci così da l’un de’ canti, +in loco aperto, luminoso e alto, +sì che veder si potien tutti quanti. + +Colà diritto, sovra ’l verde smalto, +mi fuor mostrati li spiriti magni, +che del vedere in me stesso m’essalto. + +I’ vidi Eletra con molti compagni, +tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, +Cesare armato con li occhi grifagni. + +Vidi Cammilla e la Pantasilea; +da l’altra parte vidi ’l re Latino +che con Lavina sua figlia sedea. + +Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, +Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; +e solo, in parte, vidi ’l Saladino. + +Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, +vidi ’l maestro di color che sanno +seder tra filosofica famiglia. + +Tutti lo miran, tutti onor li fanno: +quivi vid’ ïo Socrate e Platone, +che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; + +Democrito che ’l mondo a caso pone, +Dïogenès, Anassagora e Tale, +Empedoclès, Eraclito e Zenone; + +e vidi il buono accoglitor del quale, +Dïascoride dico; e vidi Orfeo, +Tulïo e Lino e Seneca morale; + +Euclide geomètra e Tolomeo, +Ipocràte, Avicenna e Galïeno, +Averoìs, che ’l gran comento feo. + +Io non posso ritrar di tutti a pieno, +però che sì mi caccia il lungo tema, +che molte volte al fatto il dir vien meno. + +La sesta compagnia in due si scema: +per altra via mi mena il savio duca, +fuor de la queta, ne l’aura che trema. + +E vegno in parte ove non è che luca. + + + + +Inferno +Canto V + + +Così discesi del cerchio primaio +giù nel secondo, che men loco cinghia +e tanto più dolor, che punge a guaio. + +Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: +essamina le colpe ne l’intrata; +giudica e manda secondo ch’avvinghia. + +Dico che quando l’anima mal nata +li vien dinanzi, tutta si confessa; +e quel conoscitor de le peccata + +vede qual loco d’inferno è da essa; +cignesi con la coda tante volte +quantunque gradi vuol che giù sia messa. + +Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: +vanno a vicenda ciascuna al giudizio, +dicono e odono e poi son giù volte. + +«O tu che vieni al doloroso ospizio», +disse Minòs a me quando mi vide, +lasciando l’atto di cotanto offizio, + +«guarda com’ entri e di cui tu ti fide; +non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». +E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? + +Non impedir lo suo fatale andare: +vuolsi così colà dove si puote +ciò che si vuole, e più non dimandare». + +Or incomincian le dolenti note +a farmisi sentire; or son venuto +là dove molto pianto mi percuote. + +Io venni in loco d’ogne luce muto, +che mugghia come fa mar per tempesta, +se da contrari venti è combattuto. + +La bufera infernal, che mai non resta, +mena li spirti con la sua rapina; +voltando e percotendo li molesta. + +Quando giungon davanti a la ruina, +quivi le strida, il compianto, il lamento; +bestemmian quivi la virtù divina. + +Intesi ch’a così fatto tormento +enno dannati i peccator carnali, +che la ragion sommettono al talento. + +E come li stornei ne portan l’ali +nel freddo tempo, a schiera larga e piena, +così quel fiato li spiriti mali + +di qua, di là, di giù, di sù li mena; +nulla speranza li conforta mai, +non che di posa, ma di minor pena. + +E come i gru van cantando lor lai, +faccendo in aere di sé lunga riga, +così vid’ io venir, traendo guai, + +ombre portate da la detta briga; +per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle +genti che l’aura nera sì gastiga?». + +«La prima di color di cui novelle +tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, +«fu imperadrice di molte favelle. + +A vizio di lussuria fu sì rotta, +che libito fé licito in sua legge, +per tòrre il biasmo in che era condotta. + +Ell’ è Semiramìs, di cui si legge +che succedette a Nino e fu sua sposa: +tenne la terra che ’l Soldan corregge. + +L’altra è colei che s’ancise amorosa, +e ruppe fede al cener di Sicheo; +poi è Cleopatràs lussurïosa. + +Elena vedi, per cui tanto reo +tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, +che con amore al fine combatteo. + +Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille +ombre mostrommi e nominommi a dito, +ch’amor di nostra vita dipartille. + +Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito +nomar le donne antiche e ’ cavalieri, +pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. + +I’ cominciai: «Poeta, volontieri +parlerei a quei due che ’nsieme vanno, +e paion sì al vento esser leggeri». + +Ed elli a me: «Vedrai quando saranno +più presso a noi; e tu allor li priega +per quello amor che i mena, ed ei verranno». + +Sì tosto come il vento a noi li piega, +mossi la voce: «O anime affannate, +venite a noi parlar, s’altri nol niega!». + +Quali colombe dal disio chiamate +con l’ali alzate e ferme al dolce nido +vegnon per l’aere, dal voler portate; + +cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, +a noi venendo per l’aere maligno, +sì forte fu l’affettüoso grido. + +«O animal grazïoso e benigno +che visitando vai per l’aere perso +noi che tignemmo il mondo di sanguigno, + +se fosse amico il re de l’universo, +noi pregheremmo lui de la tua pace, +poi c’hai pietà del nostro mal perverso. + +Di quel che udire e che parlar vi piace, +noi udiremo e parleremo a voi, +mentre che ’l vento, come fa, ci tace. + +Siede la terra dove nata fui +su la marina dove ’l Po discende +per aver pace co’ seguaci sui. + +Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, +prese costui de la bella persona +che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. + +Amor, ch’a nullo amato amar perdona, +mi prese del costui piacer sì forte, +che, come vedi, ancor non m’abbandona. + +Amor condusse noi ad una morte. +Caina attende chi a vita ci spense». +Queste parole da lor ci fuor porte. + +Quand’ io intesi quell’ anime offense, +china’ il viso, e tanto il tenni basso, +fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». + +Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, +quanti dolci pensier, quanto disio +menò costoro al doloroso passo!». + +Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, +e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri +a lagrimar mi fanno tristo e pio. + +Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, +a che e come concedette amore +che conosceste i dubbiosi disiri?». + +E quella a me: «Nessun maggior dolore +che ricordarsi del tempo felice +nella miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. + +Ma s’a conoscer la prima radice +del nostro amor tu hai cotanto affetto, +dirò come colui che piange e dice. + +Noi leggiavamo un giorno per diletto +di Lancialotto come amor lo strinse; +soli eravamo e sanza alcun sospetto. + +Per più fïate li occhi ci sospinse +quella lettura, e scolorocci il viso; +ma solo un punto fu quel che ci vinse. + +Quando leggemmo il disïato riso +esser basciato da cotanto amante, +questi, che mai da me non fia diviso, + +la bocca mi basciò tutto tremante. +Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: +quel giorno più non vi leggemmo avante». + +Mentre che l’uno spirto questo disse, +l’altro piangëa; sì che di pietade +io venni men così com’ io morisse. + +E caddi come corpo morto cade. + + + + +Inferno +Canto VI + + +Al tornar de la mente, che si chiuse +dinanzi a la pietà d’i due cognati, +che di trestizia tutto mi confuse, + +novi tormenti e novi tormentati +mi veggio intorno, come ch’io mi mova +e ch’io mi volga, e come che io guati. + +Io sono al terzo cerchio, de la piova +etterna, maladetta, fredda e greve; +regola e qualità mai non l’è nova. + +Grandine grossa, acqua tinta e neve +per l’aere tenebroso si riversa; +pute la terra che questo riceve. + +Cerbero, fiera crudele e diversa, +con tre gole caninamente latra +sovra la gente che quivi è sommersa. + +Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, +e ’l ventre largo, e unghiate le mani; +graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. + +Urlar li fa la pioggia come cani; +de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; +volgonsi spesso i miseri profani. + +Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, +le bocche aperse e mostrocci le sanne; +non avea membro che tenesse fermo. + +E ’l duca mio distese le sue spanne, +prese la terra, e con piene le pugna +la gittò dentro a le bramose canne. + +Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, +e si racqueta poi che ’l pasto morde, +ché solo a divorarlo intende e pugna, + +cotai si fecer quelle facce lorde +de lo demonio Cerbero, che ’ntrona +l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. + +Noi passavam su per l’ombre che adona +la greve pioggia, e ponavam le piante +sovra lor vanità che par persona. + +Elle giacean per terra tutte quante, +fuor d’una ch’a seder si levò, ratto +ch’ella ci vide passarsi davante. + +«O tu che se’ per questo ’nferno tratto», +mi disse, «riconoscimi, se sai: +tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». + +E io a lui: «L’angoscia che tu hai +forse ti tira fuor de la mia mente, +sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. + +Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente +loco se’ messo, e hai sì fatta pena, +che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». + +Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena +d’invidia sì che già trabocca il sacco, +seco mi tenne in la vita serena. + +Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: +per la dannosa colpa de la gola, +come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. + +E io anima trista non son sola, +ché tutte queste a simil pena stanno +per simil colpa». E più non fé parola. + +Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno +mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; +ma dimmi, se tu sai, a che verranno + +li cittadin de la città partita; +s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione +per che l’ha tanta discordia assalita». + +E quelli a me: «Dopo lunga tencione +verranno al sangue, e la parte selvaggia +caccerà l’altra con molta offensione. + +Poi appresso convien che questa caggia +infra tre soli, e che l’altra sormonti +con la forza di tal che testé piaggia. + +Alte terrà lungo tempo le fronti, +tenendo l’altra sotto gravi pesi, +come che di ciò pianga o che n’aonti. + +Giusti son due, e non vi sono intesi; +superbia, invidia e avarizia sono +le tre faville c’hanno i cuori accesi». + +Qui puose fine al lagrimabil suono. +E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni +e che di più parlar mi facci dono. + +Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, +Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca +e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, + +dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; +ché gran disio mi stringe di savere +se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». + +E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; +diverse colpe giù li grava al fondo: +se tanto scendi, là i potrai vedere. + +Ma quando tu sarai nel dolce mondo, +priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: +più non ti dico e più non ti rispondo». + +Li diritti occhi torse allora in biechi; +guardommi un poco e poi chinò la testa: +cadde con essa a par de li altri ciechi. + +E ’l duca disse a me: «Più non si desta +di qua dal suon de l’angelica tromba, +quando verrà la nimica podesta: + +ciascun rivederà la trista tomba, +ripiglierà sua carne e sua figura, +udirà quel ch’in etterno rimbomba». + +Sì trapassammo per sozza mistura +de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, +toccando un poco la vita futura; + +per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti +crescerann’ ei dopo la gran sentenza, +o fier minori, o saran sì cocenti?». + +Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, +che vuol, quanto la cosa è più perfetta, +più senta il bene, e così la doglienza. + +Tutto che questa gente maladetta +in vera perfezion già mai non vada, +di là più che di qua essere aspetta». + +Noi aggirammo a tondo quella strada, +parlando più assai ch’i’ non ridico; +venimmo al punto dove si digrada: + +quivi trovammo Pluto, il gran nemico. + + + + +Inferno +Canto VII + + +«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», +cominciò Pluto con la voce chioccia; +e quel savio gentil, che tutto seppe, + +disse per confortarmi: «Non ti noccia +la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, +non ci torrà lo scender questa roccia». + +Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, +e disse: «Taci, maladetto lupo! +consuma dentro te con la tua rabbia. + +Non è sanza cagion l’andare al cupo: +vuolsi ne l’alto, là dove Michele +fé la vendetta del superbo strupo». + +Quali dal vento le gonfiate vele +caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, +tal cadde a terra la fiera crudele. + +Così scendemmo ne la quarta lacca, +pigliando più de la dolente ripa +che ’l mal de l’universo tutto insacca. + +Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa +nove travaglie e pene quant’ io viddi? +e perché nostra colpa sì ne scipa? + +Come fa l’onda là sovra Cariddi, +che si frange con quella in cui s’intoppa, +così convien che qui la gente riddi. + +Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, +e d’una parte e d’altra, con grand’ urli, +voltando pesi per forza di poppa. + +Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì +si rivolgea ciascun, voltando a retro, +gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». + +Così tornavan per lo cerchio tetro +da ogne mano a l’opposito punto, +gridandosi anche loro ontoso metro; + +poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, +per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. +E io, ch’avea lo cor quasi compunto, + +dissi: «Maestro mio, or mi dimostra +che gente è questa, e se tutti fuor cherci +questi chercuti a la sinistra nostra». + +Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci +sì de la mente in la vita primaia, +che con misura nullo spendio ferci. + +Assai la voce lor chiaro l’abbaia, +quando vegnono a’ due punti del cerchio +dove colpa contraria li dispaia. + +Questi fuor cherci, che non han coperchio +piloso al capo, e papi e cardinali, +in cui usa avarizia il suo soperchio». + +E io: «Maestro, tra questi cotali +dovre’ io ben riconoscere alcuni +che furo immondi di cotesti mali». + +Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: +la sconoscente vita che i fé sozzi, +ad ogne conoscenza or li fa bruni. + +In etterno verranno a li due cozzi: +questi resurgeranno del sepulcro +col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. + +Mal dare e mal tener lo mondo pulcro +ha tolto loro, e posti a questa zuffa: +qual ella sia, parole non ci appulcro. + +Or puoi, figliuol, veder la corta buffa +d’i ben che son commessi a la fortuna, +per che l’umana gente si rabbuffa; + +ché tutto l’oro ch’è sotto la luna +e che già fu, di quest’ anime stanche +non poterebbe farne posare una». + +«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: +questa fortuna di che tu mi tocche, +che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». + +E quelli a me: «Oh creature sciocche, +quanta ignoranza è quella che v’offende! +Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. + +Colui lo cui saver tutto trascende, +fece li cieli e diè lor chi conduce +sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, + +distribuendo igualmente la luce. +Similemente a li splendor mondani +ordinò general ministra e duce + +che permutasse a tempo li ben vani +di gente in gente e d’uno in altro sangue, +oltre la difension d’i senni umani; + +per ch’una gente impera e l’altra langue, +seguendo lo giudicio di costei, +che è occulto come in erba l’angue. + +Vostro saver non ha contasto a lei: +questa provede, giudica, e persegue +suo regno come il loro li altri dèi. + +Le sue permutazion non hanno triegue: +necessità la fa esser veloce; +sì spesso vien chi vicenda consegue. + +Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce +pur da color che le dovrien dar lode, +dandole biasmo a torto e mala voce; + +ma ella s’è beata e ciò non ode: +con l’altre prime creature lieta +volve sua spera e beata si gode. + +Or discendiamo omai a maggior pieta; +già ogne stella cade che saliva +quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». + +Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva +sovr’ una fonte che bolle e riversa +per un fossato che da lei deriva. + +L’acqua era buia assai più che persa; +e noi, in compagnia de l’onde bige, +intrammo giù per una via diversa. + +In la palude va c’ha nome Stige +questo tristo ruscel, quand’ è disceso +al piè de le maligne piagge grige. + +E io, che di mirare stava inteso, +vidi genti fangose in quel pantano, +ignude tutte, con sembiante offeso. + +Queste si percotean non pur con mano, +ma con la testa e col petto e coi piedi, +troncandosi co’ denti a brano a brano. + +Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi +l’anime di color cui vinse l’ira; +e anche vo’ che tu per certo credi + +che sotto l’acqua è gente che sospira, +e fanno pullular quest’ acqua al summo, +come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. + +Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo +ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, +portando dentro accidïoso fummo: + +or ci attristiam ne la belletta negra”. +Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza, +ché dir nol posson con parola integra». + +Così girammo de la lorda pozza +grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo, +con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. + +Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. + + + + +Inferno +Canto VIII + + +Io dico, seguitando, ch’assai prima +che noi fossimo al piè de l’alta torre, +li occhi nostri n’andar suso a la cima + +per due fiammette che i vedemmo porre, +e un’altra da lungi render cenno, +tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. + +E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; +dissi: «Questo che dice? e che risponde +quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?». + +Ed elli a me: «Su per le sucide onde +già scorgere puoi quello che s’aspetta, +se ’l fummo del pantan nol ti nasconde». + +Corda non pinse mai da sé saetta +che sì corresse via per l’aere snella, +com’ io vidi una nave piccioletta + +venir per l’acqua verso noi in quella, +sotto ’l governo d’un sol galeoto, +che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!». + +«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», +disse lo mio segnore, «a questa volta: +più non ci avrai che sol passando il loto». + +Qual è colui che grande inganno ascolta +che li sia fatto, e poi se ne rammarca, +fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. + +Lo duca mio discese ne la barca, +e poi mi fece intrare appresso lui; +e sol quand’ io fui dentro parve carca. + +Tosto che ’l duca e io nel legno fui, +segando se ne va l’antica prora +de l’acqua più che non suol con altrui. + +Mentre noi corravam la morta gora, +dinanzi mi si fece un pien di fango, +e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». + +E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; +ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». +Rispuose: «Vedi che son un che piango». + +E io a lui: «Con piangere e con lutto, +spirito maladetto, ti rimani; +ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». + +Allor distese al legno ambo le mani; +per che ’l maestro accorto lo sospinse, +dicendo: «Via costà con li altri cani!». + +Lo collo poi con le braccia mi cinse; +basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa, +benedetta colei che ’n te s’incinse! + +Quei fu al mondo persona orgogliosa; +bontà non è che sua memoria fregi: +così s’è l’ombra sua qui furïosa. + +Quanti si tegnon or là sù gran regi +che qui staranno come porci in brago, +di sé lasciando orribili dispregi!». + +E io: «Maestro, molto sarei vago +di vederlo attuffare in questa broda +prima che noi uscissimo del lago». + +Ed elli a me: «Avante che la proda +ti si lasci veder, tu sarai sazio: +di tal disïo convien che tu goda». + +Dopo ciò poco vid’ io quello strazio +far di costui a le fangose genti, +che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. + +Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; +e ’l fiorentino spirito bizzarro +in sé medesmo si volvea co’ denti. + +Quivi il lasciammo, che più non ne narro; +ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, +per ch’io avante l’occhio intento sbarro. + +Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, +s’appressa la città c’ha nome Dite, +coi gravi cittadin, col grande stuolo». + +E io: «Maestro, già le sue meschite +là entro certe ne la valle cerno, +vermiglie come se di foco uscite + +fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno +ch’entro l’affoca le dimostra rosse, +come tu vedi in questo basso inferno». + +Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse +che vallan quella terra sconsolata: +le mura mi parean che ferro fosse. + +Non sanza prima far grande aggirata, +venimmo in parte dove il nocchier forte +«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata». + +Io vidi più di mille in su le porte +da ciel piovuti, che stizzosamente +dicean: «Chi è costui che sanza morte + +va per lo regno de la morta gente?». +E ’l savio mio maestro fece segno +di voler lor parlar segretamente. + +Allor chiusero un poco il gran disdegno +e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada +che sì ardito intrò per questo regno. + +Sol si ritorni per la folle strada: +pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai, +che li ha’ iscorta sì buia contrada». + +Pensa, lettor, se io mi sconfortai +nel suon de le parole maladette, +ché non credetti ritornarci mai. + +«O caro duca mio, che più di sette +volte m’hai sicurtà renduta e tratto +d’alto periglio che ’ncontra mi stette, + +non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; +e se ’l passar più oltre ci è negato, +ritroviam l’orme nostre insieme ratto». + +E quel segnor che lì m’avea menato, +mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo +non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. + +Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso +conforta e ciba di speranza buona, +ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso». + +Così sen va, e quivi m’abbandona +lo dolce padre, e io rimagno in forse, +che sì e no nel capo mi tenciona. + +Udir non potti quello ch’a lor porse; +ma ei non stette là con essi guari, +che ciascun dentro a pruova si ricorse. + +Chiuser le porte que’ nostri avversari +nel petto al mio segnor, che fuor rimase +e rivolsesi a me con passi rari. + +Li occhi a la terra e le ciglia avea rase +d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: +«Chi m’ha negate le dolenti case!». + +E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, +non sbigottir, ch’io vincerò la prova, +qual ch’a la difension dentro s’aggiri. + +Questa lor tracotanza non è nova; +ché già l’usaro a men segreta porta, +la qual sanza serrame ancor si trova. + +Sovr’ essa vedestù la scritta morta: +e già di qua da lei discende l’erta, +passando per li cerchi sanza scorta, + +tal che per lui ne fia la terra aperta». + + + + +Inferno +Canto IX + + +Quel color che viltà di fuor mi pinse +veggendo il duca mio tornare in volta, +più tosto dentro il suo novo ristrinse. + +Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; +ché l’occhio nol potea menare a lunga +per l’aere nero e per la nebbia folta. + +«Pur a noi converrà vincer la punga», +cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse. +Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». + +I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse +lo cominciar con l’altro che poi venne, +che fur parole a le prime diverse; + +ma nondimen paura il suo dir dienne, +perch’ io traeva la parola tronca +forse a peggior sentenzia che non tenne. + +«In questo fondo de la trista conca +discende mai alcun del primo grado, +che sol per pena ha la speranza cionca?». + +Questa question fec’ io; e quei «Di rado +incontra», mi rispuose, «che di noi +faccia il cammino alcun per qual io vado. + +Ver è ch’altra fïata qua giù fui, +congiurato da quella Eritón cruda +che richiamava l’ombre a’ corpi sui. + +Di poco era di me la carne nuda, +ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro, +per trarne un spirto del cerchio di Giuda. + +Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, +e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: +ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. + +Questa palude che ’l gran puzzo spira +cigne dintorno la città dolente, +u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». + +E altro disse, ma non l’ho a mente; +però che l’occhio m’avea tutto tratto +ver’ l’alta torre a la cima rovente, + +dove in un punto furon dritte ratto +tre furïe infernal di sangue tinte, +che membra feminine avieno e atto, + +e con idre verdissime eran cinte; +serpentelli e ceraste avien per crine, +onde le fiere tempie erano avvinte. + +E quei, che ben conobbe le meschine +de la regina de l’etterno pianto, +«Guarda», mi disse, «le feroci Erine. + +Quest’ è Megera dal sinistro canto; +quella che piange dal destro è Aletto; +Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. + +Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; +battiensi a palme e gridavan sì alto, +ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. + +«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», +dicevan tutte riguardando in giuso; +«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto». + +«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; +ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, +nulla sarebbe di tornar mai suso». + +Così disse ’l maestro; ed elli stessi +mi volse, e non si tenne a le mie mani, +che con le sue ancor non mi chiudessi. + +O voi ch’avete li ’ntelletti sani, +mirate la dottrina che s’asconde +sotto ’l velame de li versi strani. + +E già venìa su per le torbide onde +un fracasso d’un suon, pien di spavento, +per cui tremavano amendue le sponde, + +non altrimenti fatto che d’un vento +impetüoso per li avversi ardori, +che fier la selva e sanz’ alcun rattento + +li rami schianta, abbatte e porta fori; +dinanzi polveroso va superbo, +e fa fuggir le fiere e li pastori. + +Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo +del viso su per quella schiuma antica +per indi ove quel fummo è più acerbo». + +Come le rane innanzi a la nimica +biscia per l’acqua si dileguan tutte, +fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, + +vid’ io più di mille anime distrutte +fuggir così dinanzi ad un ch’al passo +passava Stige con le piante asciutte. + +Dal volto rimovea quell’ aere grasso, +menando la sinistra innanzi spesso; +e sol di quell’ angoscia parea lasso. + +Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, +e volsimi al maestro; e quei fé segno +ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. + +Ahi quanto mi parea pien di disdegno! +Venne a la porta e con una verghetta +l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. + +«O cacciati del ciel, gente dispetta», +cominciò elli in su l’orribil soglia, +«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta? + +Perché recalcitrate a quella voglia +a cui non puote il fin mai esser mozzo, +e che più volte v’ha cresciuta doglia? + +Che giova ne le fata dar di cozzo? +Cerbero vostro, se ben vi ricorda, +ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». + +Poi si rivolse per la strada lorda, +e non fé motto a noi, ma fé sembiante +d’omo cui altra cura stringa e morda + +che quella di colui che li è davante; +e noi movemmo i piedi inver’ la terra, +sicuri appresso le parole sante. + +Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; +e io, ch’avea di riguardar disio +la condizion che tal fortezza serra, + +com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: +e veggio ad ogne man grande campagna, +piena di duolo e di tormento rio. + +Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, +sì com’ a Pola, presso del Carnaro +ch’Italia chiude e suoi termini bagna, + +fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, +così facevan quivi d’ogne parte, +salvo che ’l modo v’era più amaro; + +ché tra li avelli fiamme erano sparte, +per le quali eran sì del tutto accesi, +che ferro più non chiede verun’ arte. + +Tutti li lor coperchi eran sospesi, +e fuor n’uscivan sì duri lamenti, +che ben parean di miseri e d’offesi. + +E io: «Maestro, quai son quelle genti +che, seppellite dentro da quell’ arche, +si fan sentir coi sospiri dolenti?». + +E quelli a me: «Qui son li eresïarche +con lor seguaci, d’ogne setta, e molto +più che non credi son le tombe carche. + +Simile qui con simile è sepolto, +e i monimenti son più e men caldi». +E poi ch’a la man destra si fu vòlto, + +passammo tra i martìri e li alti spaldi. + + + + +Inferno +Canto X + + +Ora sen va per un secreto calle, +tra ’l muro de la terra e li martìri, +lo mio maestro, e io dopo le spalle. + +«O virtù somma, che per li empi giri +mi volvi», cominciai, «com’ a te piace, +parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. + +La gente che per li sepolcri giace +potrebbesi veder? già son levati +tutt’ i coperchi, e nessun guardia face». + +E quelli a me: «Tutti saran serrati +quando di Iosafàt qui torneranno +coi corpi che là sù hanno lasciati. + +Suo cimitero da questa parte hanno +con Epicuro tutti suoi seguaci, +che l’anima col corpo morta fanno. + +Però a la dimanda che mi faci +quinc’ entro satisfatto sarà tosto, +e al disio ancor che tu mi taci». + +E io: «Buon duca, non tegno riposto +a te mio cuor se non per dicer poco, +e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». + +«O Tosco che per la città del foco +vivo ten vai così parlando onesto, +piacciati di restare in questo loco. + +La tua loquela ti fa manifesto +di quella nobil patrïa natio, +a la qual forse fui troppo molesto». + +Subitamente questo suono uscìo +d’una de l’arche; però m’accostai, +temendo, un poco più al duca mio. + +Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? +Vedi là Farinata che s’è dritto: +da la cintola in sù tutto ’l vedrai». + +Io avea già il mio viso nel suo fitto; +ed el s’ergea col petto e con la fronte +com’ avesse l’inferno a gran dispitto. + +E l’animose man del duca e pronte +mi pinser tra le sepulture a lui, +dicendo: «Le parole tue sien conte». + +Com’ io al piè de la sua tomba fui, +guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, +mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». + +Io ch’era d’ubidir disideroso, +non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi; +ond’ ei levò le ciglia un poco in suso; + +poi disse: «Fieramente furo avversi +a me e a miei primi e a mia parte, +sì che per due fïate li dispersi». + +«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», +rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata; +ma i vostri non appreser ben quell’ arte». + +Allor surse a la vista scoperchiata +un’ombra, lungo questa, infino al mento: +credo che s’era in ginocchie levata. + +Dintorno mi guardò, come talento +avesse di veder s’altri era meco; +e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, + +piangendo disse: «Se per questo cieco +carcere vai per altezza d’ingegno, +mio figlio ov’ è? e perché non è teco?». + +E io a lui: «Da me stesso non vegno: +colui ch’attende là, per qui mi mena +forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». + +Le sue parole e ’l modo de la pena +m’avean di costui già letto il nome; +però fu la risposta così piena. + +Di sùbito drizzato gridò: «Come? +dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora? +non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». + +Quando s’accorse d’alcuna dimora +ch’io facëa dinanzi a la risposta, +supin ricadde e più non parve fora. + +Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta +restato m’era, non mutò aspetto, +né mosse collo, né piegò sua costa; + +e sé continüando al primo detto, +«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa, +ciò mi tormenta più che questo letto. + +Ma non cinquanta volte fia raccesa +la faccia de la donna che qui regge, +che tu saprai quanto quell’ arte pesa. + +E se tu mai nel dolce mondo regge, +dimmi: perché quel popolo è sì empio +incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?». + +Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio +che fece l’Arbia colorata in rosso, +tal orazion fa far nel nostro tempio». + +Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, +«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo +sanza cagion con li altri sarei mosso. + +Ma fu’ io solo, là dove sofferto +fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, +colui che la difesi a viso aperto». + +«Deh, se riposi mai vostra semenza», +prega’ io lui, «solvetemi quel nodo +che qui ha ’nviluppata mia sentenza. + +El par che voi veggiate, se ben odo, +dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, +e nel presente tenete altro modo». + +«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, +le cose», disse, «che ne son lontano; +cotanto ancor ne splende il sommo duce. + +Quando s’appressano o son, tutto è vano +nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, +nulla sapem di vostro stato umano. + +Però comprender puoi che tutta morta +fia nostra conoscenza da quel punto +che del futuro fia chiusa la porta». + +Allor, come di mia colpa compunto, +dissi: «Or direte dunque a quel caduto +che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; + +e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, +fate i saper che ’l fei perché pensava +già ne l’error che m’avete soluto». + +E già ’l maestro mio mi richiamava; +per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio +che mi dicesse chi con lu’ istava. + +Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: +qua dentro è ’l secondo Federico +e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». + +Indi s’ascose; e io inver’ l’antico +poeta volsi i passi, ripensando +a quel parlar che mi parea nemico. + +Elli si mosse; e poi, così andando, +mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». +E io li sodisfeci al suo dimando. + +«La mente tua conservi quel ch’udito +hai contra te», mi comandò quel saggio; +«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: + +«quando sarai dinanzi al dolce raggio +di quella il cui bell’ occhio tutto vede, +da lei saprai di tua vita il vïaggio». + +Appresso mosse a man sinistra il piede: +lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo +per un sentier ch’a una valle fiede, + +che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. + + + + +Inferno +Canto XI + + +In su l’estremità d’un’alta ripa +che facevan gran pietre rotte in cerchio, +venimmo sopra più crudele stipa; + +e quivi, per l’orribile soperchio +del puzzo che ’l profondo abisso gitta, +ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio + +d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta +che dicea: ‘Anastasio papa guardo, +lo qual trasse Fotin de la via dritta’. + +«Lo nostro scender conviene esser tardo, +sì che s’ausi un poco in prima il senso +al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». + +Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», +dissi lui, «trova che ’l tempo non passi +perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». + +«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», +cominciò poi a dir, «son tre cerchietti +di grado in grado, come que’ che lassi. + +Tutti son pien di spirti maladetti; +ma perché poi ti basti pur la vista, +intendi come e perché son costretti. + +D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, +ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale +o con forza o con frode altrui contrista. + +Ma perché frode è de l’uom proprio male, +più spiace a Dio; e però stan di sotto +li frodolenti, e più dolor li assale. + +Di vïolenti il primo cerchio è tutto; +ma perché si fa forza a tre persone, +in tre gironi è distinto e costrutto. + +A Dio, a sé, al prossimo si pòne +far forza, dico in loro e in lor cose, +come udirai con aperta ragione. + +Morte per forza e ferute dogliose +nel prossimo si danno, e nel suo avere +ruine, incendi e tollette dannose; + +onde omicide e ciascun che mal fiere, +guastatori e predon, tutti tormenta +lo giron primo per diverse schiere. + +Puote omo avere in sé man vïolenta +e ne’ suoi beni; e però nel secondo +giron convien che sanza pro si penta + +qualunque priva sé del vostro mondo, +biscazza e fonde la sua facultade, +e piange là dov’ esser de’ giocondo. + +Puossi far forza ne la deïtade, +col cor negando e bestemmiando quella, +e spregiando natura e sua bontade; + +e però lo minor giron suggella +del segno suo e Soddoma e Caorsa +e chi, spregiando Dio col cor, favella. + +La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, +può l’omo usare in colui che ’n lui fida +e in quel che fidanza non imborsa. + +Questo modo di retro par ch’incida +pur lo vinco d’amor che fa natura; +onde nel cerchio secondo s’annida + +ipocresia, lusinghe e chi affattura, +falsità, ladroneccio e simonia, +ruffian, baratti e simile lordura. + +Per l’altro modo quell’ amor s’oblia +che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, +di che la fede spezïal si cria; + +onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto +de l’universo in su che Dite siede, +qualunque trade in etterno è consunto». + +E io: «Maestro, assai chiara procede +la tua ragione, e assai ben distingue +questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. + +Ma dimmi: quei de la palude pingue, +che mena il vento, e che batte la pioggia, +e che s’incontran con sì aspre lingue, + +perché non dentro da la città roggia +sono ei puniti, se Dio li ha in ira? +e se non li ha, perché sono a tal foggia?». + +Ed elli a me «Perché tanto delira», +disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle? +o ver la mente dove altrove mira? + +Non ti rimembra di quelle parole +con le quai la tua Etica pertratta +le tre disposizion che ’l ciel non vole, + +incontenenza, malizia e la matta +bestialitade? e come incontenenza +men Dio offende e men biasimo accatta? + +Se tu riguardi ben questa sentenza, +e rechiti a la mente chi son quelli +che sù di fuor sostegnon penitenza, + +tu vedrai ben perché da questi felli +sien dipartiti, e perché men crucciata +la divina vendetta li martelli». + +«O sol che sani ogne vista turbata, +tu mi contenti sì quando tu solvi, +che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. + +Ancora in dietro un poco ti rivolvi», +diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende +la divina bontade, e ’l groppo solvi». + +«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, +nota, non pure in una sola parte, +come natura lo suo corso prende + +dal divino ’ntelletto e da sua arte; +e se tu ben la tua Fisica note, +tu troverai, non dopo molte carte, + +che l’arte vostra quella, quanto pote, +segue, come ’l maestro fa ’l discente; +sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. + +Da queste due, se tu ti rechi a mente +lo Genesì dal principio, convene +prender sua vita e avanzar la gente; + +e perché l’usuriere altra via tene, +per sé natura e per la sua seguace +dispregia, poi ch’in altro pon la spene. + +Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; +ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, +e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, + +e ’l balzo via là oltra si dismonta». + + + + +Inferno +Canto XII + + +Era lo loco ov’ a scender la riva +venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, +tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. + +Qual è quella ruina che nel fianco +di qua da Trento l’Adice percosse, +o per tremoto o per sostegno manco, + +che da cima del monte, onde si mosse, +al piano è sì la roccia discoscesa, +ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: + +cotal di quel burrato era la scesa; +e ’n su la punta de la rotta lacca +l’infamïa di Creti era distesa + +che fu concetta ne la falsa vacca; +e quando vide noi, sé stesso morse, +sì come quei cui l’ira dentro fiacca. + +Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse +tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, +che sù nel mondo la morte ti porse? + +Pàrtiti, bestia, ché questi non vene +ammaestrato da la tua sorella, +ma vassi per veder le vostre pene». + +Qual è quel toro che si slaccia in quella +c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, +che gir non sa, ma qua e là saltella, + +vid’ io lo Minotauro far cotale; +e quello accorto gridò: «Corri al varco; +mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». + +Così prendemmo via giù per lo scarco +di quelle pietre, che spesso moviensi +sotto i miei piedi per lo novo carco. + +Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi +forse a questa ruina, ch’è guardata +da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi. + +Or vo’ che sappi che l’altra fïata +ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, +questa roccia non era ancor cascata. + +Ma certo poco pria, se ben discerno, +che venisse colui che la gran preda +levò a Dite del cerchio superno, + +da tutte parti l’alta valle feda +tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo +sentisse amor, per lo qual è chi creda + +più volte il mondo in caòsso converso; +e in quel punto questa vecchia roccia, +qui e altrove, tal fece riverso. + +Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia +la riviera del sangue in la qual bolle +qual che per vïolenza in altrui noccia». + +Oh cieca cupidigia e ira folle, +che sì ci sproni ne la vita corta, +e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! + +Io vidi un’ampia fossa in arco torta, +come quella che tutto ’l piano abbraccia, +secondo ch’avea detto la mia scorta; + +e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia +corrien centauri, armati di saette, +come solien nel mondo andare a caccia. + +Veggendoci calar, ciascun ristette, +e de la schiera tre si dipartiro +con archi e asticciuole prima elette; + +e l’un gridò da lungi: «A qual martiro +venite voi che scendete la costa? +Ditel costinci; se non, l’arco tiro». + +Lo mio maestro disse: «La risposta +farem noi a Chirón costà di presso: +mal fu la voglia tua sempre sì tosta». + +Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, +che morì per la bella Deianira, +e fé di sé la vendetta elli stesso. + +E quel di mezzo, ch’al petto si mira, +è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; +quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira. + +Dintorno al fosso vanno a mille a mille, +saettando qual anima si svelle +del sangue più che sua colpa sortille». + +Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: +Chirón prese uno strale, e con la cocca +fece la barba in dietro a le mascelle. + +Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, +disse a’ compagni: «Siete voi accorti +che quel di retro move ciò ch’el tocca? + +Così non soglion far li piè d’i morti». +E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, +dove le due nature son consorti, + +rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto +mostrar li mi convien la valle buia; +necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. + +Tal si partì da cantare alleluia +che mi commise quest’ officio novo: +non è ladron, né io anima fuia. + +Ma per quella virtù per cu’ io movo +li passi miei per sì selvaggia strada, +danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, + +e che ne mostri là dove si guada, +e che porti costui in su la groppa, +ché non è spirto che per l’aere vada». + +Chirón si volse in su la destra poppa, +e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida, +e fa cansar s’altra schiera v’intoppa». + +Or ci movemmo con la scorta fida +lungo la proda del bollor vermiglio, +dove i bolliti facieno alte strida. + +Io vidi gente sotto infino al ciglio; +e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni +che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. + +Quivi si piangon li spietati danni; +quivi è Alessandro, e Dïonisio fero +che fé Cicilia aver dolorosi anni. + +E quella fronte c’ha ’l pel così nero, +è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, +è Opizzo da Esti, il qual per vero + +fu spento dal figliastro sù nel mondo». +Allor mi volsi al poeta, e quei disse: +«Questi ti sia or primo, e io secondo». + +Poco più oltre il centauro s’affisse +sovr’ una gente che ’nfino a la gola +parea che di quel bulicame uscisse. + +Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, +dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio +lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola». + +Poi vidi gente che di fuor del rio +tenean la testa e ancor tutto ’l casso; +e di costoro assai riconobb’ io. + +Così a più a più si facea basso +quel sangue, sì che cocea pur li piedi; +e quindi fu del fosso il nostro passo. + +«Sì come tu da questa parte vedi +lo bulicame che sempre si scema», +disse ’l centauro, «voglio che tu credi + +che da quest’ altra a più a più giù prema +lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge +ove la tirannia convien che gema. + +La divina giustizia di qua punge +quell’ Attila che fu flagello in terra, +e Pirro e Sesto; e in etterno munge + +le lagrime, che col bollor diserra, +a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, +che fecero a le strade tanta guerra». + +Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. + + + + +Inferno +Canto XIII + + +Non era ancor di là Nesso arrivato, +quando noi ci mettemmo per un bosco +che da neun sentiero era segnato. + +Non fronda verde, ma di color fosco; +non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; +non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. + +Non han sì aspri sterpi né sì folti +quelle fiere selvagge che ’n odio hanno +tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. + +Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, +che cacciar de le Strofade i Troiani +con tristo annunzio di futuro danno. + +Ali hanno late, e colli e visi umani, +piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; +fanno lamenti in su li alberi strani. + +E ’l buon maestro «Prima che più entre, +sappi che se’ nel secondo girone», +mi cominciò a dire, «e sarai mentre + +che tu verrai ne l’orribil sabbione. +Però riguarda ben; sì vederai +cose che torrien fede al mio sermone». + +Io sentia d’ogne parte trarre guai +e non vedea persona che ’l facesse; +per ch’io tutto smarrito m’arrestai. + +Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse +che tante voci uscisser, tra quei bronchi, +da gente che per noi si nascondesse. + +Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi +qualche fraschetta d’una d’este piante, +li pensier c’hai si faran tutti monchi». + +Allor porsi la mano un poco avante +e colsi un ramicel da un gran pruno; +e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». + +Da che fatto fu poi di sangue bruno, +ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? +non hai tu spirto di pietade alcuno? + +Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: +ben dovrebb’ esser la tua man più pia, +se state fossimo anime di serpi». + +Come d’un stizzo verde ch’arso sia +da l’un de’ capi, che da l’altro geme +e cigola per vento che va via, + +sì de la scheggia rotta usciva insieme +parole e sangue; ond’ io lasciai la cima +cadere, e stetti come l’uom che teme. + +«S’elli avesse potuto creder prima», +rispuose ’l savio mio, «anima lesa, +ciò c’ha veduto pur con la mia rima, + +non averebbe in te la man distesa; +ma la cosa incredibile mi fece +indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. + +Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece +d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi +nel mondo sù, dove tornar li lece». + +E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, +ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi +perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi. + +Io son colui che tenni ambo le chiavi +del cor di Federigo, e che le volsi, +serrando e diserrando, sì soavi, + +che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; +fede portai al glorïoso offizio, +tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. + +La meretrice che mai da l’ospizio +di Cesare non torse li occhi putti, +morte comune e de le corti vizio, + +infiammò contra me li animi tutti; +e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, +che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. + +L’animo mio, per disdegnoso gusto, +credendo col morir fuggir disdegno, +ingiusto fece me contra me giusto. + +Per le nove radici d’esto legno +vi giuro che già mai non ruppi fede +al mio segnor, che fu d’onor sì degno. + +E se di voi alcun nel mondo riede, +conforti la memoria mia, che giace +ancor del colpo che ’nvidia le diede». + +Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», +disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; +ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». + +Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora +di quel che credi ch’a me satisfaccia; +ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». + +Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia +liberamente ciò che ’l tuo dir priega, +spirito incarcerato, ancor ti piaccia + +di dirne come l’anima si lega +in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, +s’alcuna mai di tai membra si spiega». + +Allor soffiò il tronco forte, e poi +si convertì quel vento in cotal voce: +«Brievemente sarà risposto a voi. + +Quando si parte l’anima feroce +dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta, +Minòs la manda a la settima foce. + +Cade in la selva, e non l’è parte scelta; +ma là dove fortuna la balestra, +quivi germoglia come gran di spelta. + +Surge in vermena e in pianta silvestra: +l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, +fanno dolore, e al dolor fenestra. + +Come l’altre verrem per nostre spoglie, +ma non però ch’alcuna sen rivesta, +ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. + +Qui le strascineremo, e per la mesta +selva saranno i nostri corpi appesi, +ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». + +Noi eravamo ancora al tronco attesi, +credendo ch’altro ne volesse dire, +quando noi fummo d’un romor sorpresi, + +similemente a colui che venire +sente ’l porco e la caccia a la sua posta, +ch’ode le bestie, e le frasche stormire. + +Ed ecco due da la sinistra costa, +nudi e graffiati, fuggendo sì forte, +che de la selva rompieno ogne rosta. + +Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». +E l’altro, cui pareva tardar troppo, +gridava: «Lano, sì non furo accorte + +le gambe tue a le giostre dal Toppo!». +E poi che forse li fallia la lena, +di sé e d’un cespuglio fece un groppo. + +Di rietro a loro era la selva piena +di nere cagne, bramose e correnti +come veltri ch’uscisser di catena. + +In quel che s’appiattò miser li denti, +e quel dilaceraro a brano a brano; +poi sen portar quelle membra dolenti. + +Presemi allor la mia scorta per mano, +e menommi al cespuglio che piangea +per le rotture sanguinenti in vano. + +«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, +che t’è giovato di me fare schermo? +che colpa ho io de la tua vita rea?». + +Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, +disse: «Chi fosti, che per tante punte +soffi con sangue doloroso sermo?». + +Ed elli a noi: «O anime che giunte +siete a veder lo strazio disonesto +c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, + +raccoglietele al piè del tristo cesto. +I’ fui de la città che nel Batista +mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo + +sempre con l’arte sua la farà trista; +e se non fosse che ’n sul passo d’Arno +rimane ancor di lui alcuna vista, + +que’ cittadin che poi la rifondarno +sovra ’l cener che d’Attila rimase, +avrebber fatto lavorare indarno. + +Io fei gibetto a me de le mie case». + + + + +Inferno +Canto XIV + + +Poi che la carità del natio loco +mi strinse, raunai le fronde sparte +e rende’le a colui, ch’era già fioco. + +Indi venimmo al fine ove si parte +lo secondo giron dal terzo, e dove +si vede di giustizia orribil arte. + +A ben manifestar le cose nove, +dico che arrivammo ad una landa +che dal suo letto ogne pianta rimove. + +La dolorosa selva l’è ghirlanda +intorno, come ’l fosso tristo ad essa; +quivi fermammo i passi a randa a randa. + +Lo spazzo era una rena arida e spessa, +non d’altra foggia fatta che colei +che fu da’ piè di Caton già soppressa. + +O vendetta di Dio, quanto tu dei +esser temuta da ciascun che legge +ciò che fu manifesto a li occhi mei! + +D’anime nude vidi molte gregge +che piangean tutte assai miseramente, +e parea posta lor diversa legge. + +Supin giacea in terra alcuna gente, +alcuna si sedea tutta raccolta, +e altra andava continüamente. + +Quella che giva ’ntorno era più molta, +e quella men che giacëa al tormento, +ma più al duolo avea la lingua sciolta. + +Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, +piovean di foco dilatate falde, +come di neve in alpe sanza vento. + +Quali Alessandro in quelle parti calde +d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo +fiamme cadere infino a terra salde, + +per ch’ei provide a scalpitar lo suolo +con le sue schiere, acciò che lo vapore +mei si stingueva mentre ch’era solo: + +tale scendeva l’etternale ardore; +onde la rena s’accendea, com’ esca +sotto focile, a doppiar lo dolore. + +Sanza riposo mai era la tresca +de le misere mani, or quindi or quinci +escotendo da sé l’arsura fresca. + +I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci +tutte le cose, fuor che ’ demon duri +ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, + +chi è quel grande che non par che curi +lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, +sì che la pioggia non par che ’l marturi?». + +E quel medesmo, che si fu accorto +ch’io domandava il mio duca di lui, +gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto. + +Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui +crucciato prese la folgore aguta +onde l’ultimo dì percosso fui; + +o s’elli stanchi li altri a muta a muta +in Mongibello a la focina negra, +chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, + +sì com’ el fece a la pugna di Flegra, +e me saetti con tutta sua forza: +non ne potrebbe aver vendetta allegra». + +Allora il duca mio parlò di forza +tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: +«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza + +la tua superbia, se’ tu più punito; +nullo martiro, fuor che la tua rabbia, +sarebbe al tuo furor dolor compito». + +Poi si rivolse a me con miglior labbia, +dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi +ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia + +Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; +ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti +sono al suo petto assai debiti fregi. + +Or mi vien dietro, e guarda che non metti, +ancor, li piedi ne la rena arsiccia; +ma sempre al bosco tien li piedi stretti». + +Tacendo divenimmo là ’ve spiccia +fuor de la selva un picciol fiumicello, +lo cui rossore ancor mi raccapriccia. + +Quale del Bulicame esce ruscello +che parton poi tra lor le peccatrici, +tal per la rena giù sen giva quello. + +Lo fondo suo e ambo le pendici +fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato; +per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. + +«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, +poscia che noi intrammo per la porta +lo cui sogliare a nessuno è negato, + +cosa non fu da li tuoi occhi scorta +notabile com’ è ’l presente rio, +che sovra sé tutte fiammelle ammorta». + +Queste parole fuor del duca mio; +per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto +di cui largito m’avëa il disio. + +«In mezzo mar siede un paese guasto», +diss’ elli allora, «che s’appella Creta, +sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. + +Una montagna v’è che già fu lieta +d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; +or è diserta come cosa vieta. + +Rëa la scelse già per cuna fida +del suo figliuolo, e per celarlo meglio, +quando piangea, vi facea far le grida. + +Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, +che tien volte le spalle inver’ Dammiata +e Roma guarda come süo speglio. + +La sua testa è di fin oro formata, +e puro argento son le braccia e ’l petto, +poi è di rame infino a la forcata; + +da indi in giuso è tutto ferro eletto, +salvo che ’l destro piede è terra cotta; +e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. + +Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta +d’una fessura che lagrime goccia, +le quali, accolte, fóran quella grotta. + +Lor corso in questa valle si diroccia; +fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; +poi sen van giù per questa stretta doccia, + +infin, là ove più non si dismonta, +fanno Cocito; e qual sia quello stagno +tu lo vedrai, però qui non si conta». + +E io a lui: «Se ’l presente rigagno +si diriva così dal nostro mondo, +perché ci appar pur a questo vivagno?». + +Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; +e tutto che tu sie venuto molto, +pur a sinistra, giù calando al fondo, + +non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; +per che, se cosa n’apparisce nova, +non de’ addur maraviglia al tuo volto». + +E io ancor: «Maestro, ove si trova +Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, +e l’altro di’ che si fa d’esta piova». + +«In tutte tue question certo mi piaci», +rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa +dovea ben solver l’una che tu faci. + +Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, +là dove vanno l’anime a lavarsi +quando la colpa pentuta è rimossa». + +Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi +dal bosco; fa che di retro a me vegne: +li margini fan via, che non son arsi, + +e sopra loro ogne vapor si spegne». + + + + +Inferno +Canto XV + + +Ora cen porta l’un de’ duri margini; +e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, +sì che dal foco salva l’acqua e li argini. + +Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, +temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, +fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; + +e quali Padoan lungo la Brenta, +per difender lor ville e lor castelli, +anzi che Carentana il caldo senta: + +a tale imagine eran fatti quelli, +tutto che né sì alti né sì grossi, +qual che si fosse, lo maestro félli. + +Già eravam da la selva rimossi +tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, +perch’ io in dietro rivolto mi fossi, + +quando incontrammo d’anime una schiera +che venian lungo l’argine, e ciascuna +ci riguardava come suol da sera + +guardare uno altro sotto nuova luna; +e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia +come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. + +Così adocchiato da cotal famiglia, +fui conosciuto da un, che mi prese +per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». + +E io, quando ’l suo braccio a me distese, +ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, +sì che ’l viso abbrusciato non difese + +la conoscenza süa al mio ’ntelletto; +e chinando la mano a la sua faccia, +rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». + +E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia +se Brunetto Latino un poco teco +ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». + +I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; +e se volete che con voi m’asseggia, +faròl, se piace a costui che vo seco». + +«O figliuol», disse, «qual di questa greggia +s’arresta punto, giace poi cent’ anni +sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia. + +Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; +e poi rigiugnerò la mia masnada, +che va piangendo i suoi etterni danni». + +Io non osava scender de la strada +per andar par di lui; ma ’l capo chino +tenea com’ uom che reverente vada. + +El cominciò: «Qual fortuna o destino +anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? +e chi è questi che mostra ’l cammino?». + +«Là sù di sopra, in la vita serena», +rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle, +avanti che l’età mia fosse piena. + +Pur ier mattina le volsi le spalle: +questi m’apparve, tornand’ ïo in quella, +e reducemi a ca per questo calle». + +Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, +non puoi fallire a glorïoso porto, +se ben m’accorsi ne la vita bella; + +e s’io non fossi sì per tempo morto, +veggendo il cielo a te così benigno, +dato t’avrei a l’opera conforto. + +Ma quello ingrato popolo maligno +che discese di Fiesole ab antico, +e tiene ancor del monte e del macigno, + +ti si farà, per tuo ben far, nimico; +ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi +si disconvien fruttare al dolce fico. + +Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; +gent’ è avara, invidiosa e superba: +dai lor costumi fa che tu ti forbi. + +La tua fortuna tanto onor ti serba, +che l’una parte e l’altra avranno fame +di te; ma lungi fia dal becco l’erba. + +Faccian le bestie fiesolane strame +di lor medesme, e non tocchin la pianta, +s’alcuna surge ancora in lor letame, + +in cui riviva la sementa santa +di que’ Roman che vi rimaser quando +fu fatto il nido di malizia tanta». + +«Se fosse tutto pieno il mio dimando», +rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora +de l’umana natura posto in bando; + +ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, +la cara e buona imagine paterna +di voi quando nel mondo ad ora ad ora + +m’insegnavate come l’uom s’etterna: +e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo +convien che ne la mia lingua si scerna. + +Ciò che narrate di mio corso scrivo, +e serbolo a chiosar con altro testo +a donna che saprà, s’a lei arrivo. + +Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, +pur che mia coscïenza non mi garra, +ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. + +Non è nuova a li orecchi miei tal arra: +però giri Fortuna la sua rota +come le piace, e ’l villan la sua marra». + +Lo mio maestro allora in su la gota +destra si volse in dietro e riguardommi; +poi disse: «Bene ascolta chi la nota». + +Né per tanto di men parlando vommi +con ser Brunetto, e dimando chi sono +li suoi compagni più noti e più sommi. + +Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; +de li altri fia laudabile tacerci, +ché ’l tempo saria corto a tanto suono. + +In somma sappi che tutti fur cherci +e litterati grandi e di gran fama, +d’un peccato medesmo al mondo lerci. + +Priscian sen va con quella turba grama, +e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, +s’avessi avuto di tal tigna brama, + +colui potei che dal servo de’ servi +fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, +dove lasciò li mal protesi nervi. + +Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone +più lungo esser non può, però ch’i’ veggio +là surger nuovo fummo del sabbione. + +Gente vien con la quale esser non deggio. +Sieti raccomandato il mio Tesoro, +nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». + +Poi si rivolse, e parve di coloro +che corrono a Verona il drappo verde +per la campagna; e parve di costoro + +quelli che vince, non colui che perde. + + + + +Inferno +Canto XVI + + +Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo +de l’acqua che cadea ne l’altro giro, +simile a quel che l’arnie fanno rombo, + +quando tre ombre insieme si partiro, +correndo, d’una torma che passava +sotto la pioggia de l’aspro martiro. + +Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: +«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri +esser alcun di nostra terra prava». + +Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, +ricenti e vecchie, da le fiamme incese! +Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. + +A le lor grida il mio dottor s’attese; +volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta», +disse, «a costor si vuole esser cortese. + +E se non fosse il foco che saetta +la natura del loco, i’ dicerei +che meglio stesse a te che a lor la fretta». + +Ricominciar, come noi restammo, ei +l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, +fenno una rota di sé tutti e trei. + +Qual sogliono i campion far nudi e unti, +avvisando lor presa e lor vantaggio, +prima che sien tra lor battuti e punti, + +così rotando, ciascuno il visaggio +drizzava a me, sì che ’n contraro il collo +faceva ai piè continüo vïaggio. + +E «Se miseria d’esto loco sollo +rende in dispetto noi e nostri prieghi», +cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo, + +la fama nostra il tuo animo pieghi +a dirne chi tu se’, che i vivi piedi +così sicuro per lo ’nferno freghi. + +Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, +tutto che nudo e dipelato vada, +fu di grado maggior che tu non credi: + +nepote fu de la buona Gualdrada; +Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita +fece col senno assai e con la spada. + +L’altro, ch’appresso me la rena trita, +è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce +nel mondo sù dovria esser gradita. + +E io, che posto son con loro in croce, +Iacopo Rusticucci fui, e certo +la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». + +S’i’ fossi stato dal foco coperto, +gittato mi sarei tra lor di sotto, +e credo che ’l dottor l’avria sofferto; + +ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, +vinse paura la mia buona voglia +che di loro abbracciar mi facea ghiotto. + +Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia +la vostra condizion dentro mi fisse, +tanta che tardi tutta si dispoglia, + +tosto che questo mio segnor mi disse +parole per le quali i’ mi pensai +che qual voi siete, tal gente venisse. + +Di vostra terra sono, e sempre mai +l’ovra di voi e li onorati nomi +con affezion ritrassi e ascoltai. + +Lascio lo fele e vo per dolci pomi +promessi a me per lo verace duca; +ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». + +«Se lungamente l’anima conduca +le membra tue», rispuose quelli ancora, +«e se la fama tua dopo te luca, + +cortesia e valor dì se dimora +ne la nostra città sì come suole, +o se del tutto se n’è gita fora; + +ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole +con noi per poco e va là coi compagni, +assai ne cruccia con le sue parole». + +«La gente nuova e i sùbiti guadagni +orgoglio e dismisura han generata, +Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». + +Così gridai con la faccia levata; +e i tre, che ciò inteser per risposta, +guardar l’un l’altro com’ al ver si guata. + +«Se l’altre volte sì poco ti costa», +rispuoser tutti, «il satisfare altrui, +felice te se sì parli a tua posta! + +Però, se campi d’esti luoghi bui +e torni a riveder le belle stelle, +quando ti gioverà dicere “I’ fui”, + +fa che di noi a la gente favelle». +Indi rupper la rota, e a fuggirsi +ali sembiar le gambe loro isnelle. + +Un amen non saria possuto dirsi +tosto così com’ e’ fuoro spariti; +per ch’al maestro parve di partirsi. + +Io lo seguiva, e poco eravam iti, +che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, +che per parlar saremmo a pena uditi. + +Come quel fiume c’ha proprio cammino +prima dal Monte Viso ’nver’ levante, +da la sinistra costa d’Apennino, + +che si chiama Acquacheta suso, avante +che si divalli giù nel basso letto, +e a Forlì di quel nome è vacante, + +rimbomba là sovra San Benedetto +de l’Alpe per cadere ad una scesa +ove dovea per mille esser recetto; + +così, giù d’una ripa discoscesa, +trovammo risonar quell’ acqua tinta, +sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa. + +Io avea una corda intorno cinta, +e con essa pensai alcuna volta +prender la lonza a la pelle dipinta. + +Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, +sì come ’l duca m’avea comandato, +porsila a lui aggroppata e ravvolta. + +Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, +e alquanto di lunge da la sponda +la gittò giuso in quell’ alto burrato. + +‘E’ pur convien che novità risponda’, +dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno +che ’l maestro con l’occhio sì seconda’. + +Ahi quanto cauti li uomini esser dienno +presso a color che non veggion pur l’ovra, +ma per entro i pensier miran col senno! + +El disse a me: «Tosto verrà di sovra +ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; +tosto convien ch’al tuo viso si scovra». + +Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna +de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, +però che sanza colpa fa vergogna; + +ma qui tacer nol posso; e per le note +di questa comedìa, lettor, ti giuro, +s’elle non sien di lunga grazia vòte, + +ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro +venir notando una figura in suso, +maravigliosa ad ogne cor sicuro, + +sì come torna colui che va giuso +talora a solver l’àncora ch’aggrappa +o scoglio o altro che nel mare è chiuso, + +che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. + + + + +Inferno +Canto XVII + + +«Ecco la fiera con la coda aguzza, +che passa i monti e rompe i muri e l’armi! +Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». + +Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; +e accennolle che venisse a proda, +vicino al fin d’i passeggiati marmi. + +E quella sozza imagine di froda +sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, +ma ’n su la riva non trasse la coda. + +La faccia sua era faccia d’uom giusto, +tanto benigna avea di fuor la pelle, +e d’un serpente tutto l’altro fusto; + +due branche avea pilose insin l’ascelle; +lo dosso e ’l petto e ambedue le coste +dipinti avea di nodi e di rotelle. + +Con più color, sommesse e sovraposte +non fer mai drappi Tartari né Turchi, +né fuor tai tele per Aragne imposte. + +Come talvolta stanno a riva i burchi, +che parte sono in acqua e parte in terra, +e come là tra li Tedeschi lurchi + +lo bivero s’assetta a far sua guerra, +così la fiera pessima si stava +su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. + +Nel vano tutta sua coda guizzava, +torcendo in sù la venenosa forca +ch’a guisa di scorpion la punta armava. + +Lo duca disse: «Or convien che si torca +la nostra via un poco insino a quella +bestia malvagia che colà si corca». + +Però scendemmo a la destra mammella, +e diece passi femmo in su lo stremo, +per ben cessar la rena e la fiammella. + +E quando noi a lei venuti semo, +poco più oltre veggio in su la rena +gente seder propinqua al loco scemo. + +Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena +esperïenza d’esto giron porti», +mi disse, «va, e vedi la lor mena. + +Li tuoi ragionamenti sian là corti; +mentre che torni, parlerò con questa, +che ne conceda i suoi omeri forti». + +Così ancor su per la strema testa +di quel settimo cerchio tutto solo +andai, dove sedea la gente mesta. + +Per li occhi fora scoppiava lor duolo; +di qua, di là soccorrien con le mani +quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: + +non altrimenti fan di state i cani +or col ceffo or col piè, quando son morsi +o da pulci o da mosche o da tafani. + +Poi che nel viso a certi li occhi porsi, +ne’ quali ’l doloroso foco casca, +non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi + +che dal collo a ciascun pendea una tasca +ch’avea certo colore e certo segno, +e quindi par che ’l loro occhio si pasca. + +E com’ io riguardando tra lor vegno, +in una borsa gialla vidi azzurro +che d’un leone avea faccia e contegno. + +Poi, procedendo di mio sguardo il curro, +vidine un’altra come sangue rossa, +mostrando un’oca bianca più che burro. + +E un che d’una scrofa azzurra e grossa +segnato avea lo suo sacchetto bianco, +mi disse: «Che fai tu in questa fossa? + +Or te ne va; e perché se’ vivo anco, +sappi che ’l mio vicin Vitalïano +sederà qui dal mio sinistro fianco. + +Con questi Fiorentin son padoano: +spesse fïate mi ’ntronan li orecchi +gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano, + +che recherà la tasca con tre becchi!”». +Qui distorse la bocca e di fuor trasse +la lingua, come bue che ’l naso lecchi. + +E io, temendo no ’l più star crucciasse +lui che di poco star m’avea ’mmonito, +torna’mi in dietro da l’anime lasse. + +Trova’ il duca mio ch’era salito +già su la groppa del fiero animale, +e disse a me: «Or sie forte e ardito. + +Omai si scende per sì fatte scale; +monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, +sì che la coda non possa far male». + +Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo +de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, +e triema tutto pur guardando ’l rezzo, + +tal divenn’ io a le parole porte; +ma vergogna mi fé le sue minacce, +che innanzi a buon segnor fa servo forte. + +I’ m’assettai in su quelle spallacce; +sì volli dir, ma la voce non venne +com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’. + +Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne +ad altro forse, tosto ch’i’ montai +con le braccia m’avvinse e mi sostenne; + +e disse: «Gerïon, moviti omai: +le rote larghe, e lo scender sia poco; +pensa la nova soma che tu hai». + +Come la navicella esce di loco +in dietro in dietro, sì quindi si tolse; +e poi ch’al tutto si sentì a gioco, + +là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, +e quella tesa, come anguilla, mosse, +e con le branche l’aere a sé raccolse. + +Maggior paura non credo che fosse +quando Fetonte abbandonò li freni, +per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; + +né quando Icaro misero le reni +sentì spennar per la scaldata cera, +gridando il padre a lui «Mala via tieni!», + +che fu la mia, quando vidi ch’i’ era +ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta +ogne veduta fuor che de la fera. + +Ella sen va notando lenta lenta; +rota e discende, ma non me n’accorgo +se non che al viso e di sotto mi venta. + +Io sentia già da la man destra il gorgo +far sotto noi un orribile scroscio, +per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. + +Allor fu’ io più timido a lo stoscio, +però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; +ond’ io tremando tutto mi raccoscio. + +E vidi poi, ché nol vedea davanti, +lo scendere e ’l girar per li gran mali +che s’appressavan da diversi canti. + +Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, +che sanza veder logoro o uccello +fa dire al falconiere «Omè, tu cali!», + +discende lasso onde si move isnello, +per cento rote, e da lunge si pone +dal suo maestro, disdegnoso e fello; + +così ne puose al fondo Gerïone +al piè al piè de la stagliata rocca, +e, discarcate le nostre persone, + +si dileguò come da corda cocca. + + + + +Inferno +Canto XVIII + + +Luogo è in inferno detto Malebolge, +tutto di pietra di color ferrigno, +come la cerchia che dintorno il volge. + +Nel dritto mezzo del campo maligno +vaneggia un pozzo assai largo e profondo, +di cui suo loco dicerò l’ordigno. + +Quel cinghio che rimane adunque è tondo +tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura, +e ha distinto in dieci valli il fondo. + +Quale, dove per guardia de le mura +più e più fossi cingon li castelli, +la parte dove son rende figura, + +tale imagine quivi facean quelli; +e come a tai fortezze da’ lor sogli +a la ripa di fuor son ponticelli, + +così da imo de la roccia scogli +movien che ricidien li argini e ’ fossi +infino al pozzo che i tronca e raccogli. + +In questo luogo, de la schiena scossi +di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta +tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. + +A la man destra vidi nova pieta, +novo tormento e novi frustatori, +di che la prima bolgia era repleta. + +Nel fondo erano ignudi i peccatori; +dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto, +di là con noi, ma con passi maggiori, + +come i Roman per l’essercito molto, +l’anno del giubileo, su per lo ponte +hanno a passar la gente modo colto, + +che da l’un lato tutti hanno la fronte +verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, +da l’altra sponda vanno verso ’l monte. + +Di qua, di là, su per lo sasso tetro +vidi demon cornuti con gran ferze, +che li battien crudelmente di retro. + +Ahi come facean lor levar le berze +a le prime percosse! già nessuno +le seconde aspettava né le terze. + +Mentr’ io andava, li occhi miei in uno +furo scontrati; e io sì tosto dissi: +«Già di veder costui non son digiuno». + +Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; +e ’l dolce duca meco si ristette, +e assentio ch’alquanto in dietro gissi. + +E quel frustato celar si credette +bassando ’l viso; ma poco li valse, +ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette, + +se le fazion che porti non son false, +Venedico se’ tu Caccianemico. +Ma che ti mena a sì pungenti salse?». + +Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; +ma sforzami la tua chiara favella, +che mi fa sovvenir del mondo antico. + +I’ fui colui che la Ghisolabella +condussi a far la voglia del marchese, +come che suoni la sconcia novella. + +E non pur io qui piango bolognese; +anzi n’è questo loco tanto pieno, +che tante lingue non son ora apprese + +a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; +e se di ciò vuoi fede o testimonio, +rècati a mente il nostro avaro seno». + +Così parlando il percosse un demonio +de la sua scurïada, e disse: «Via, +ruffian! qui non son femmine da conio». + +I’ mi raggiunsi con la scorta mia; +poscia con pochi passi divenimmo +là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia. + +Assai leggeramente quel salimmo; +e vòlti a destra su per la sua scheggia, +da quelle cerchie etterne ci partimmo. + +Quando noi fummo là dov’ el vaneggia +di sotto per dar passo a li sferzati, +lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia + +lo viso in te di quest’ altri mal nati, +ai quali ancor non vedesti la faccia +però che son con noi insieme andati». + +Del vecchio ponte guardavam la traccia +che venìa verso noi da l’altra banda, +e che la ferza similmente scaccia. + +E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, +mi disse: «Guarda quel grande che vene, +e per dolor non par lagrime spanda: + +quanto aspetto reale ancor ritene! +Quelli è Iasón, che per cuore e per senno +li Colchi del monton privati féne. + +Ello passò per l’isola di Lenno +poi che l’ardite femmine spietate +tutti li maschi loro a morte dienno. + +Ivi con segni e con parole ornate +Isifile ingannò, la giovinetta +che prima avea tutte l’altre ingannate. + +Lasciolla quivi, gravida, soletta; +tal colpa a tal martiro lui condanna; +e anche di Medea si fa vendetta. + +Con lui sen va chi da tal parte inganna; +e questo basti de la prima valle +sapere e di color che ’n sé assanna». + +Già eravam là ’ve lo stretto calle +con l’argine secondo s’incrocicchia, +e fa di quello ad un altr’ arco spalle. + +Quindi sentimmo gente che si nicchia +ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, +e sé medesma con le palme picchia. + +Le ripe eran grommate d’una muffa, +per l’alito di giù che vi s’appasta, +che con li occhi e col naso facea zuffa. + +Lo fondo è cupo sì, che non ci basta +loco a veder sanza montare al dosso +de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. + +Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso +vidi gente attuffata in uno sterco +che da li uman privadi parea mosso. + +E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, +vidi un col capo sì di merda lordo, +che non parëa s’era laico o cherco. + +Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo +di riguardar più me che li altri brutti?». +E io a lui: «Perché, se ben ricordo, + +già t’ho veduto coi capelli asciutti, +e se’ Alessio Interminei da Lucca: +però t’adocchio più che li altri tutti». + +Ed elli allor, battendosi la zucca: +«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe +ond’ io non ebbi mai la lingua stucca». + +Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», +mi disse, «il viso un poco più avante, +sì che la faccia ben con l’occhio attinghe + +di quella sozza e scapigliata fante +che là si graffia con l’unghie merdose, +e or s’accoscia e ora è in piedi stante. + +Taïde è, la puttana che rispuose +al drudo suo quando disse “Ho io grazie +grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”. + +E quinci sian le nostre viste sazie». + + + + +Inferno +Canto XIX + + +O Simon mago, o miseri seguaci +che le cose di Dio, che di bontate +deon essere spose, e voi rapaci + +per oro e per argento avolterate, +or convien che per voi suoni la tromba, +però che ne la terza bolgia state. + +Già eravamo, a la seguente tomba, +montati de lo scoglio in quella parte +ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. + +O somma sapïenza, quanta è l’arte +che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, +e quanto giusto tua virtù comparte! + +Io vidi per le coste e per lo fondo +piena la pietra livida di fóri, +d’un largo tutti e ciascun era tondo. + +Non mi parean men ampi né maggiori +che que’ che son nel mio bel San Giovanni, +fatti per loco d’i battezzatori; + +l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, +rupp’ io per un che dentro v’annegava: +e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni. + +Fuor de la bocca a ciascun soperchiava +d’un peccator li piedi e de le gambe +infino al grosso, e l’altro dentro stava. + +Le piante erano a tutti accese intrambe; +per che sì forte guizzavan le giunte, +che spezzate averien ritorte e strambe. + +Qual suole il fiammeggiar de le cose unte +muoversi pur su per la strema buccia, +tal era lì dai calcagni a le punte. + +«Chi è colui, maestro, che si cruccia +guizzando più che li altri suoi consorti», +diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?». + +Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti +là giù per quella ripa che più giace, +da lui saprai di sé e de’ suoi torti». + +E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: +tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto +dal tuo volere, e sai quel che si tace». + +Allor venimmo in su l’argine quarto; +volgemmo e discendemmo a mano stanca +là giù nel fondo foracchiato e arto. + +Lo buon maestro ancor de la sua anca +non mi dipuose, sì mi giunse al rotto +di quel che si piangeva con la zanca. + +«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, +anima trista come pal commessa», +comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». + +Io stava come ’l frate che confessa +lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, +richiama lui per che la morte cessa. + +Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, +se’ tu già costì ritto, Bonifazio? +Di parecchi anni mi mentì lo scritto. + +Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio +per lo qual non temesti tòrre a ’nganno +la bella donna, e poi di farne strazio?». + +Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, +per non intender ciò ch’è lor risposto, +quasi scornati, e risponder non sanno. + +Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: +“Non son colui, non son colui che credi”»; +e io rispuosi come a me fu imposto. + +Per che lo spirto tutti storse i piedi; +poi, sospirando e con voce di pianto, +mi disse: «Dunque che a me richiedi? + +Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, +che tu abbi però la ripa corsa, +sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; + +e veramente fui figliuol de l’orsa, +cupido sì per avanzar li orsatti, +che sù l’avere e qui me misi in borsa. + +Di sotto al capo mio son li altri tratti +che precedetter me simoneggiando, +per le fessure de la pietra piatti. + +Là giù cascherò io altresì quando +verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, +allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. + +Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi +e ch’i’ son stato così sottosopra, +ch’el non starà piantato coi piè rossi: + +ché dopo lui verrà di più laida opra, +di ver’ ponente, un pastor sanza legge, +tal che convien che lui e me ricuopra. + +Nuovo Iasón sarà, di cui si legge +ne’ Maccabei; e come a quel fu molle +suo re, così fia lui chi Francia regge». + +Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, +ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: +«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle + +Nostro Segnore in prima da san Pietro +ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? +Certo non chiese se non “Viemmi retro”. + +Né Pier né li altri tolsero a Matia +oro od argento, quando fu sortito +al loco che perdé l’anima ria. + +Però ti sta, ché tu se’ ben punito; +e guarda ben la mal tolta moneta +ch’esser ti fece contra Carlo ardito. + +E se non fosse ch’ancor lo mi vieta +la reverenza de le somme chiavi +che tu tenesti ne la vita lieta, + +io userei parole ancor più gravi; +ché la vostra avarizia il mondo attrista, +calcando i buoni e sollevando i pravi. + +Di voi pastor s’accorse il Vangelista, +quando colei che siede sopra l’acque +puttaneggiar coi regi a lui fu vista; + +quella che con le sette teste nacque, +e da le diece corna ebbe argomento, +fin che virtute al suo marito piacque. + +Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; +e che altro è da voi a l’idolatre, +se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? + +Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, +non la tua conversion, ma quella dote +che da te prese il primo ricco patre!». + +E mentr’ io li cantava cotai note, +o ira o coscïenza che ’l mordesse, +forte spingava con ambo le piote. + +I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, +con sì contenta labbia sempre attese +lo suon de le parole vere espresse. + +Però con ambo le braccia mi prese; +e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, +rimontò per la via onde discese. + +Né si stancò d’avermi a sé distretto, +sì men portò sovra ’l colmo de l’arco +che dal quarto al quinto argine è tragetto. + +Quivi soavemente spuose il carco, +soave per lo scoglio sconcio ed erto +che sarebbe a le capre duro varco. + +Indi un altro vallon mi fu scoperto. + + + + +Inferno +Canto XX + + +Di nova pena mi conven far versi +e dar matera al ventesimo canto +de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. + +Io era già disposto tutto quanto +a riguardar ne lo scoperto fondo, +che si bagnava d’angoscioso pianto; + +e vidi gente per lo vallon tondo +venir, tacendo e lagrimando, al passo +che fanno le letane in questo mondo. + +Come ’l viso mi scese in lor più basso, +mirabilmente apparve esser travolto +ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso, + +ché da le reni era tornato ’l volto, +e in dietro venir li convenia, +perché ’l veder dinanzi era lor tolto. + +Forse per forza già di parlasia +si travolse così alcun del tutto; +ma io nol vidi, né credo che sia. + +Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto +di tua lezione, or pensa per te stesso +com’ io potea tener lo viso asciutto, + +quando la nostra imagine di presso +vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi +le natiche bagnava per lo fesso. + +Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi +del duro scoglio, sì che la mia scorta +mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? + +Qui vive la pietà quand’ è ben morta; +chi è più scellerato che colui +che al giudicio divin passion comporta? + +Drizza la testa, drizza, e vedi a cui +s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; +per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, + +Anfïarao? perché lasci la guerra?”. +E non restò di ruinare a valle +fino a Minòs che ciascheduno afferra. + +Mira c’ha fatto petto de le spalle; +perché volle veder troppo davante, +di retro guarda e fa retroso calle. + +Vedi Tiresia, che mutò sembiante +quando di maschio femmina divenne, +cangiandosi le membra tutte quante; + +e prima, poi, ribatter li convenne +li duo serpenti avvolti, con la verga, +che rïavesse le maschili penne. + +Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, +che ne’ monti di Luni, dove ronca +lo Carrarese che di sotto alberga, + +ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca +per sua dimora; onde a guardar le stelle +e ’l mar non li era la veduta tronca. + +E quella che ricuopre le mammelle, +che tu non vedi, con le trecce sciolte, +e ha di là ogne pilosa pelle, + +Manto fu, che cercò per terre molte; +poscia si puose là dove nacqu’ io; +onde un poco mi piace che m’ascolte. + +Poscia che ’l padre suo di vita uscìo +e venne serva la città di Baco, +questa gran tempo per lo mondo gio. + +Suso in Italia bella giace un laco, +a piè de l’Alpe che serra Lamagna +sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. + +Per mille fonti, credo, e più si bagna +tra Garda e Val Camonica e Pennino +de l’acqua che nel detto laco stagna. + +Loco è nel mezzo là dove ’l trentino +pastore e quel di Brescia e ’l veronese +segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. + +Siede Peschiera, bello e forte arnese +da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, +ove la riva ’ntorno più discese. + +Ivi convien che tutto quanto caschi +ciò che ’n grembo a Benaco star non può, +e fassi fiume giù per verdi paschi. + +Tosto che l’acqua a correr mette co, +non più Benaco, ma Mencio si chiama +fino a Governol, dove cade in Po. + +Non molto ha corso, ch’el trova una lama, +ne la qual si distende e la ’mpaluda; +e suol di state talor essere grama. + +Quindi passando la vergine cruda +vide terra, nel mezzo del pantano, +sanza coltura e d’abitanti nuda. + +Lì, per fuggire ogne consorzio umano, +ristette con suoi servi a far sue arti, +e visse, e vi lasciò suo corpo vano. + +Li uomini poi che ’ntorno erano sparti +s’accolsero a quel loco, ch’era forte +per lo pantan ch’avea da tutte parti. + +Fer la città sovra quell’ ossa morte; +e per colei che ’l loco prima elesse, +Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte. + +Già fuor le genti sue dentro più spesse, +prima che la mattia da Casalodi +da Pinamonte inganno ricevesse. + +Però t’assenno che, se tu mai odi +originar la mia terra altrimenti, +la verità nulla menzogna frodi». + +E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti +mi son sì certi e prendon sì mia fede, +che li altri mi sarien carboni spenti. + +Ma dimmi, de la gente che procede, +se tu ne vedi alcun degno di nota; +ché solo a ciò la mia mente rifiede». + +Allor mi disse: «Quel che da la gota +porge la barba in su le spalle brune, +fu—quando Grecia fu di maschi vòta, + +sì ch’a pena rimaser per le cune— +augure, e diede ’l punto con Calcanta +in Aulide a tagliar la prima fune. + +Euripilo ebbe nome, e così ’l canta +l’alta mia tragedìa in alcun loco: +ben lo sai tu che la sai tutta quanta. + +Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, +Michele Scotto fu, che veramente +de le magiche frode seppe ’l gioco. + +Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, +ch’avere inteso al cuoio e a lo spago +ora vorrebbe, ma tardi si pente. + +Vedi le triste che lasciaron l’ago, +la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; +fecer malie con erbe e con imago. + +Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine +d’amendue li emisperi e tocca l’onda +sotto Sobilia Caino e le spine; + +e già iernotte fu la luna tonda: +ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque +alcuna volta per la selva fonda». + +Sì mi parlava, e andavamo introcque. + + + + +Inferno +Canto XXI + + +Così di ponte in ponte, altro parlando +che la mia comedìa cantar non cura, +venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando + +restammo per veder l’altra fessura +di Malebolge e li altri pianti vani; +e vidila mirabilmente oscura. + +Quale ne l’arzanà de’ Viniziani +bolle l’inverno la tenace pece +a rimpalmare i legni lor non sani, + +ché navicar non ponno—in quella vece +chi fa suo legno novo e chi ristoppa +le coste a quel che più vïaggi fece; + +chi ribatte da proda e chi da poppa; +altri fa remi e altri volge sarte; +chi terzeruolo e artimon rintoppa—: + +tal, non per foco ma per divin’ arte, +bollia là giuso una pegola spessa, +che ’nviscava la ripa d’ogne parte. + +I’ vedea lei, ma non vedëa in essa +mai che le bolle che ’l bollor levava, +e gonfiar tutta, e riseder compressa. + +Mentr’ io là giù fisamente mirava, +lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», +mi trasse a sé del loco dov’ io stava. + +Allor mi volsi come l’uom cui tarda +di veder quel che li convien fuggire +e cui paura sùbita sgagliarda, + +che, per veder, non indugia ’l partire: +e vidi dietro a noi un diavol nero +correndo su per lo scoglio venire. + +Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! +e quanto mi parea ne l’atto acerbo, +con l’ali aperte e sovra i piè leggero! + +L’omero suo, ch’era aguto e superbo, +carcava un peccator con ambo l’anche, +e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. + +Del nostro ponte disse: «O Malebranche, +ecco un de li anzïan di Santa Zita! +Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche + +a quella terra, che n’è ben fornita: +ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo; +del no, per li denar, vi si fa ita». + +Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro +si volse; e mai non fu mastino sciolto +con tanta fretta a seguitar lo furo. + +Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; +ma i demon che del ponte avean coperchio, +gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto! + +qui si nuota altrimenti che nel Serchio! +Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, +non far sopra la pegola soverchio». + +Poi l’addentar con più di cento raffi, +disser: «Coverto convien che qui balli, +sì che, se puoi, nascosamente accaffi». + +Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli +fanno attuffare in mezzo la caldaia +la carne con li uncin, perché non galli. + +Lo buon maestro «Acciò che non si paia +che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta +dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; + +e per nulla offension che mi sia fatta, +non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, +perch’ altra volta fui a tal baratta». + +Poscia passò di là dal co del ponte; +e com’ el giunse in su la ripa sesta, +mestier li fu d’aver sicura fronte. + +Con quel furore e con quella tempesta +ch’escono i cani a dosso al poverello +che di sùbito chiede ove s’arresta, + +usciron quei di sotto al ponticello, +e volser contra lui tutt’ i runcigli; +ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! + +Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, +traggasi avante l’un di voi che m’oda, +e poi d’arruncigliarmi si consigli». + +Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; +per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi— +e venne a lui dicendo: «Che li approda?». + +«Credi tu, Malacoda, qui vedermi +esser venuto», disse ’l mio maestro, +«sicuro già da tutti vostri schermi, + +sanza voler divino e fato destro? +Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto +ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». + +Allor li fu l’orgoglio sì caduto, +ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, +e disse a li altri: «Omai non sia feruto». + +E ’l duca mio a me: «O tu che siedi +tra li scheggion del ponte quatto quatto, +sicuramente omai a me ti riedi». + +Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; +e i diavoli si fecer tutti avanti, +sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; + +così vid’ ïo già temer li fanti +ch’uscivan patteggiati di Caprona, +veggendo sé tra nemici cotanti. + +I’ m’accostai con tutta la persona +lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi +da la sembianza lor ch’era non buona. + +Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», +diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». +E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi». + +Ma quel demonio che tenea sermone +col duca mio, si volse tutto presto +e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». + +Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo +iscoglio non si può, però che giace +tutto spezzato al fondo l’arco sesto. + +E se l’andare avante pur vi piace, +andatevene su per questa grotta; +presso è un altro scoglio che via face. + +Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, +mille dugento con sessanta sei +anni compié che qui la via fu rotta. + +Io mando verso là di questi miei +a riguardar s’alcun se ne sciorina; +gite con lor, che non saranno rei». + +«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», +cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; +e Barbariccia guidi la decina. + +Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, +Cirïatto sannuto e Graffiacane +e Farfarello e Rubicante pazzo. + +Cercate ’ntorno le boglienti pane; +costor sian salvi infino a l’altro scheggio +che tutto intero va sovra le tane». + +«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», +diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli, +se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. + +Se tu se’ sì accorto come suoli, +non vedi tu ch’e’ digrignan li denti +e con le ciglia ne minaccian duoli?». + +Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; +lasciali digrignar pur a lor senno, +ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». + +Per l’argine sinistro volta dienno; +ma prima avea ciascun la lingua stretta +coi denti, verso lor duca, per cenno; + +ed elli avea del cul fatto trombetta. + + + + +Inferno +Canto XXII + + +Io vidi già cavalier muover campo, +e cominciare stormo e far lor mostra, +e talvolta partir per loro scampo; + +corridor vidi per la terra vostra, +o Aretini, e vidi gir gualdane, +fedir torneamenti e correr giostra; + +quando con trombe, e quando con campane, +con tamburi e con cenni di castella, +e con cose nostrali e con istrane; + +né già con sì diversa cennamella +cavalier vidi muover né pedoni, +né nave a segno di terra o di stella. + +Noi andavam con li diece demoni. +Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa +coi santi, e in taverna coi ghiottoni. + +Pur a la pegola era la mia ’ntesa, +per veder de la bolgia ogne contegno +e de la gente ch’entro v’era incesa. + +Come i dalfini, quando fanno segno +a’ marinar con l’arco de la schiena +che s’argomentin di campar lor legno, + +talor così, ad alleggiar la pena, +mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso +e nascondea in men che non balena. + +E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso +stanno i ranocchi pur col muso fuori, +sì che celano i piedi e l’altro grosso, + +sì stavan d’ogne parte i peccatori; +ma come s’appressava Barbariccia, +così si ritraén sotto i bollori. + +I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, +uno aspettar così, com’ elli ’ncontra +ch’una rana rimane e l’altra spiccia; + +e Graffiacan, che li era più di contra, +li arruncigliò le ’mpegolate chiome +e trassel sù, che mi parve una lontra. + +I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, +sì li notai quando fuorono eletti, +e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. + +«O Rubicante, fa che tu li metti +li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», +gridavan tutti insieme i maladetti. + +E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, +che tu sappi chi è lo sciagurato +venuto a man de li avversari suoi». + +Lo duca mio li s’accostò allato; +domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: +«I’ fui del regno di Navarra nato. + +Mia madre a servo d’un segnor mi puose, +che m’avea generato d’un ribaldo, +distruggitor di sé e di sue cose. + +Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; +quivi mi misi a far baratteria, +di ch’io rendo ragione in questo caldo». + +E Cirïatto, a cui di bocca uscia +d’ogne parte una sanna come a porco, +li fé sentir come l’una sdruscia. + +Tra male gatte era venuto ’l sorco; +ma Barbariccia il chiuse con le braccia +e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco». + +E al maestro mio volse la faccia; +«Domanda», disse, «ancor, se più disii +saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia». + +Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii +conosci tu alcun che sia latino +sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii, + +poco è, da un che fu di là vicino. +Così foss’ io ancor con lui coperto, +ch’i’ non temerei unghia né uncino!». + +E Libicocco «Troppo avem sofferto», +disse; e preseli ’l braccio col runciglio, +sì che, stracciando, ne portò un lacerto. + +Draghignazzo anco i volle dar di piglio +giuso a le gambe; onde ’l decurio loro +si volse intorno intorno con mal piglio. + +Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, +a lui, ch’ancor mirava sua ferita, +domandò ’l duca mio sanza dimoro: + +«Chi fu colui da cui mala partita +di’ che facesti per venire a proda?». +Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, + +quel di Gallura, vasel d’ogne froda, +ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, +e fé sì lor, che ciascun se ne loda. + +Danar si tolse e lasciolli di piano, +sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche +barattier fu non picciol, ma sovrano. + +Usa con esso donno Michel Zanche +di Logodoro; e a dir di Sardigna +le lingue lor non si sentono stanche. + +Omè, vedete l’altro che digrigna; +i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello +non s’apparecchi a grattarmi la tigna». + +E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello +che stralunava li occhi per fedire, +disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!». + +«Se voi volete vedere o udire», +ricominciò lo spaürato appresso, +«Toschi o Lombardi, io ne farò venire; + +ma stieno i Malebranche un poco in cesso, +sì ch’ei non teman de le lor vendette; +e io, seggendo in questo loco stesso, + +per un ch’io son, ne farò venir sette +quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso +di fare allor che fori alcun si mette». + +Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, +crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia +ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!». + +Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, +rispuose: «Malizioso son io troppo, +quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia». + +Alichin non si tenne e, di rintoppo +a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, +io non ti verrò dietro di gualoppo, + +ma batterò sovra la pece l’ali. +Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo, +a veder se tu sol più di noi vali». + +O tu che leggi, udirai nuovo ludo: +ciascun da l’altra costa li occhi volse, +quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. + +Lo Navarrese ben suo tempo colse; +fermò le piante a terra, e in un punto +saltò e dal proposto lor si sciolse. + +Di che ciascun di colpa fu compunto, +ma quei più che cagion fu del difetto; +però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!». + +Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto +non potero avanzar; quelli andò sotto, +e quei drizzò volando suso il petto: + +non altrimenti l’anitra di botto, +quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa, +ed ei ritorna sù crucciato e rotto. + +Irato Calcabrina de la buffa, +volando dietro li tenne, invaghito +che quei campasse per aver la zuffa; + +e come ’l barattier fu disparito, +così volse li artigli al suo compagno, +e fu con lui sopra ’l fosso ghermito. + +Ma l’altro fu bene sparvier grifagno +ad artigliar ben lui, e amendue +cadder nel mezzo del bogliente stagno. + +Lo caldo sghermitor sùbito fue; +ma però di levarsi era neente, +sì avieno inviscate l’ali sue. + +Barbariccia, con li altri suoi dolente, +quattro ne fé volar da l’altra costa +con tutt’ i raffi, e assai prestamente + +di qua, di là discesero a la posta; +porser li uncini verso li ’mpaniati, +ch’eran già cotti dentro da la crosta. + +E noi lasciammo lor così ’mpacciati. + + + + +Inferno +Canto XXIII + + +Taciti, soli, sanza compagnia +n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, +come frati minor vanno per via. + +Vòlt’ era in su la favola d’Isopo +lo mio pensier per la presente rissa, +dov’ el parlò de la rana e del topo; + +ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ +che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia +principio e fine con la mente fissa. + +E come l’un pensier de l’altro scoppia, +così nacque di quello un altro poi, +che la prima paura mi fé doppia. + +Io pensava così: ‘Questi per noi +sono scherniti con danno e con beffa +sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. + +Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, +ei ne verranno dietro più crudeli +che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’. + +Già mi sentia tutti arricciar li peli +de la paura e stava in dietro intento, +quand’ io dissi: «Maestro, se non celi + +te e me tostamente, i’ ho pavento +d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; +io li ’magino sì, che già li sento». + +E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, +l’imagine di fuor tua non trarrei +più tosto a me, che quella dentro ’mpetro. + +Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, +con simile atto e con simile faccia, +sì che d’intrambi un sol consiglio fei. + +S’elli è che sì la destra costa giaccia, +che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, +noi fuggirem l’imaginata caccia». + +Già non compié di tal consiglio rendere, +ch’io li vidi venir con l’ali tese +non molto lungi, per volerne prendere. + +Lo duca mio di sùbito mi prese, +come la madre ch’al romore è desta +e vede presso a sé le fiamme accese, + +che prende il figlio e fugge e non s’arresta, +avendo più di lui che di sé cura, +tanto che solo una camiscia vesta; + +e giù dal collo de la ripa dura +supin si diede a la pendente roccia, +che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. + +Non corse mai sì tosto acqua per doccia +a volger ruota di molin terragno, +quand’ ella più verso le pale approccia, + +come ’l maestro mio per quel vivagno, +portandosene me sovra ’l suo petto, +come suo figlio, non come compagno. + +A pena fuoro i piè suoi giunti al letto +del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle +sovresso noi; ma non lì era sospetto: + +ché l’alta provedenza che lor volle +porre ministri de la fossa quinta, +poder di partirs’ indi a tutti tolle. + +Là giù trovammo una gente dipinta +che giva intorno assai con lenti passi, +piangendo e nel sembiante stanca e vinta. + +Elli avean cappe con cappucci bassi +dinanzi a li occhi, fatte de la taglia +che in Clugnì per li monaci fassi. + +Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; +ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, +che Federigo le mettea di paglia. + +Oh in etterno faticoso manto! +Noi ci volgemmo ancor pur a man manca +con loro insieme, intenti al tristo pianto; + +ma per lo peso quella gente stanca +venìa sì pian, che noi eravam nuovi +di compagnia ad ogne mover d’anca. + +Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi +alcun ch’al fatto o al nome si conosca, +e li occhi, sì andando, intorno movi». + +E un che ’ntese la parola tosca, +di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, +voi che correte sì per l’aura fosca! + +Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». +Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta, +e poi secondo il suo passo procedi». + +Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta +de l’animo, col viso, d’esser meco; +ma tardavali ’l carco e la via stretta. + +Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco +mi rimiraron sanza far parola; +poi si volsero in sé, e dicean seco: + +«Costui par vivo a l’atto de la gola; +e s’e’ son morti, per qual privilegio +vanno scoperti de la grave stola?». + +Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio +de l’ipocriti tristi se’ venuto, +dir chi tu se’ non avere in dispregio». + +E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto +sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, +e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. + +Ma voi chi siete, a cui tanto distilla +quant’ i’ veggio dolor giù per le guance? +e che pena è in voi che sì sfavilla?». + +E l’un rispuose a me: «Le cappe rance +son di piombo sì grosse, che li pesi +fan così cigolar le lor bilance. + +Frati godenti fummo, e bolognesi; +io Catalano e questi Loderingo +nomati, e da tua terra insieme presi + +come suole esser tolto un uom solingo, +per conservar sua pace; e fummo tali, +ch’ancor si pare intorno dal Gardingo». + +Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »; +ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse +un, crucifisso in terra con tre pali. + +Quando mi vide, tutto si distorse, +soffiando ne la barba con sospiri; +e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, + +mi disse: «Quel confitto che tu miri, +consigliò i Farisei che convenia +porre un uom per lo popolo a’ martìri. + +Attraversato è, nudo, ne la via, +come tu vedi, ed è mestier ch’el senta +qualunque passa, come pesa, pria. + +E a tal modo il socero si stenta +in questa fossa, e li altri dal concilio +che fu per li Giudei mala sementa». + +Allor vid’ io maravigliar Virgilio +sovra colui ch’era disteso in croce +tanto vilmente ne l’etterno essilio. + +Poscia drizzò al frate cotal voce: +«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci +s’a la man destra giace alcuna foce + +onde noi amendue possiamo uscirci, +sanza costrigner de li angeli neri +che vegnan d’esto fondo a dipartirci». + +Rispuose adunque: «Più che tu non speri +s’appressa un sasso che da la gran cerchia +si move e varca tutt’ i vallon feri, + +salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; +montar potrete su per la ruina, +che giace in costa e nel fondo soperchia». + +Lo duca stette un poco a testa china; +poi disse: «Mal contava la bisogna +colui che i peccator di qua uncina». + +E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna +del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ +ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna». + +Appresso il duca a gran passi sen gì, +turbato un poco d’ira nel sembiante; +ond’ io da li ’ncarcati mi parti’ + +dietro a le poste de le care piante. + + + + +Inferno +Canto XXIV + + +In quella parte del giovanetto anno +che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra +e già le notti al mezzo dì sen vanno, + +quando la brina in su la terra assempra +l’imagine di sua sorella bianca, +ma poco dura a la sua penna tempra, + +lo villanello a cui la roba manca, +si leva, e guarda, e vede la campagna +biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca, + +ritorna in casa, e qua e là si lagna, +come ’l tapin che non sa che si faccia; +poi riede, e la speranza ringavagna, + +veggendo ’l mondo aver cangiata faccia +in poco d’ora, e prende suo vincastro +e fuor le pecorelle a pascer caccia. + +Così mi fece sbigottir lo mastro +quand’ io li vidi sì turbar la fronte, +e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; + +ché, come noi venimmo al guasto ponte, +lo duca a me si volse con quel piglio +dolce ch’io vidi prima a piè del monte. + +Le braccia aperse, dopo alcun consiglio +eletto seco riguardando prima +ben la ruina, e diedemi di piglio. + +E come quei ch’adopera ed estima, +che sempre par che ’nnanzi si proveggia, +così, levando me sù ver’ la cima + +d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia +dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; +ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». + +Non era via da vestito di cappa, +ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, +potavam sù montar di chiappa in chiappa. + +E se non fosse che da quel precinto +più che da l’altro era la costa corta, +non so di lui, ma io sarei ben vinto. + +Ma perché Malebolge inver’ la porta +del bassissimo pozzo tutta pende, +lo sito di ciascuna valle porta + +che l’una costa surge e l’altra scende; +noi pur venimmo al fine in su la punta +onde l’ultima pietra si scoscende. + +La lena m’era del polmon sì munta +quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, +anzi m’assisi ne la prima giunta. + +«Omai convien che tu così ti spoltre», +disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, +in fama non si vien, né sotto coltre; + +sanza la qual chi sua vita consuma, +cotal vestigio in terra di sé lascia, +qual fummo in aere e in acqua la schiuma. + +E però leva sù; vinci l’ambascia +con l’animo che vince ogne battaglia, +se col suo grave corpo non s’accascia. + +Più lunga scala convien che si saglia; +non basta da costoro esser partito. +Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». + +Leva’mi allor, mostrandomi fornito +meglio di lena ch’i’ non mi sentia, +e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». + +Su per lo scoglio prendemmo la via, +ch’era ronchioso, stretto e malagevole, +ed erto più assai che quel di pria. + +Parlando andava per non parer fievole; +onde una voce uscì de l’altro fosso, +a parole formar disconvenevole. + +Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso +fossi de l’arco già che varca quivi; +ma chi parlava ad ire parea mosso. + +Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi +non poteano ire al fondo per lo scuro; +per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi + +da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; +ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, +così giù veggio e neente affiguro». + +«Altra risposta», disse, «non ti rendo +se non lo far; ché la dimanda onesta +si de’ seguir con l’opera tacendo». + +Noi discendemmo il ponte da la testa +dove s’aggiugne con l’ottava ripa, +e poi mi fu la bolgia manifesta: + +e vidivi entro terribile stipa +di serpenti, e di sì diversa mena +che la memoria il sangue ancor mi scipa. + +Più non si vanti Libia con sua rena; +ché se chelidri, iaculi e faree +produce, e cencri con anfisibena, + +né tante pestilenzie né sì ree +mostrò già mai con tutta l’Etïopia +né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. + +Tra questa cruda e tristissima copia +corrëan genti nude e spaventate, +sanza sperar pertugio o elitropia: + +con serpi le man dietro avean legate; +quelle ficcavan per le ren la coda +e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. + +Ed ecco a un ch’era da nostra proda, +s’avventò un serpente che ’l trafisse +là dove ’l collo a le spalle s’annoda. + +Né O sì tosto mai né I si scrisse, +com’ el s’accese e arse, e cener tutto +convenne che cascando divenisse; + +e poi che fu a terra sì distrutto, +la polver si raccolse per sé stessa +e ’n quel medesmo ritornò di butto. + +Così per li gran savi si confessa +che la fenice more e poi rinasce, +quando al cinquecentesimo anno appressa; + +erba né biado in sua vita non pasce, +ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, +e nardo e mirra son l’ultime fasce. + +E qual è quel che cade, e non sa como, +per forza di demon ch’a terra il tira, +o d’altra oppilazion che lega l’omo, + +quando si leva, che ’ntorno si mira +tutto smarrito de la grande angoscia +ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: + +tal era ’l peccator levato poscia. +Oh potenza di Dio, quant’ è severa, +che cotai colpi per vendetta croscia! + +Lo duca il domandò poi chi ello era; +per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, +poco tempo è, in questa gola fiera. + +Vita bestial mi piacque e non umana, +sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci +bestia, e Pistoia mi fu degna tana». + +E ïo al duca: «Dilli che non mucci, +e domanda che colpa qua giù ’l pinse; +ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci». + +E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, +ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, +e di trista vergogna si dipinse; + +poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto +ne la miseria dove tu mi vedi, +che quando fui de l’altra vita tolto. + +Io non posso negar quel che tu chiedi; +in giù son messo tanto perch’ io fui +ladro a la sagrestia d’i belli arredi, + +e falsamente già fu apposto altrui. +Ma perché di tal vista tu non godi, +se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, + +apri li orecchi al mio annunzio, e odi. +Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; +poi Fiorenza rinova gente e modi. + +Tragge Marte vapor di Val di Magra +ch’è di torbidi nuvoli involuto; +e con tempesta impetüosa e agra + +sovra Campo Picen fia combattuto; +ond’ ei repente spezzerà la nebbia, +sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. + +E detto l’ho perché doler ti debbia!». + + + + +Inferno +Canto XXV + + +Al fine de le sue parole il ladro +le mani alzò con amendue le fiche, +gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». + +Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, +perch’ una li s’avvolse allora al collo, +come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; + +e un’altra a le braccia, e rilegollo, +ribadendo sé stessa sì dinanzi, +che non potea con esse dare un crollo. + +Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi +d’incenerarti sì che più non duri, +poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? + +Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri +non vidi spirto in Dio tanto superbo, +non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. + +El si fuggì che non parlò più verbo; +e io vidi un centauro pien di rabbia +venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?». + +Maremma non cred’ io che tante n’abbia, +quante bisce elli avea su per la groppa +infin ove comincia nostra labbia. + +Sovra le spalle, dietro da la coppa, +con l’ali aperte li giacea un draco; +e quello affuoca qualunque s’intoppa. + +Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, +che, sotto ’l sasso di monte Aventino, +di sangue fece spesse volte laco. + +Non va co’ suoi fratei per un cammino, +per lo furto che frodolente fece +del grande armento ch’elli ebbe a vicino; + +onde cessar le sue opere biece +sotto la mazza d’Ercule, che forse +gliene diè cento, e non sentì le diece». + +Mentre che sì parlava, ed el trascorse, +e tre spiriti venner sotto noi, +de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse, + +se non quando gridar: «Chi siete voi?»; +per che nostra novella si ristette, +e intendemmo pur ad essi poi. + +Io non li conoscea; ma ei seguette, +come suol seguitar per alcun caso, +che l’un nomar un altro convenette, + +dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; +per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, +mi puosi ’l dito su dal mento al naso. + +Se tu se’ or, lettore, a creder lento +ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, +ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. + +Com’ io tenea levate in lor le ciglia, +e un serpente con sei piè si lancia +dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. + +Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia +e con li anterïor le braccia prese; +poi li addentò e l’una e l’altra guancia; + +li diretani a le cosce distese, +e miseli la coda tra ’mbedue +e dietro per le ren sù la ritese. + +Ellera abbarbicata mai non fue +ad alber sì, come l’orribil fiera +per l’altrui membra avviticchiò le sue. + +Poi s’appiccar, come di calda cera +fossero stati, e mischiar lor colore, +né l’un né l’altro già parea quel ch’era: + +come procede innanzi da l’ardore, +per lo papiro suso, un color bruno +che non è nero ancora e ’l bianco more. + +Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno +gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! +Vedi che già non se’ né due né uno». + +Già eran li due capi un divenuti, +quando n’apparver due figure miste +in una faccia, ov’ eran due perduti. + +Fersi le braccia due di quattro liste; +le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso +divenner membra che non fuor mai viste. + +Ogne primaio aspetto ivi era casso: +due e nessun l’imagine perversa +parea; e tal sen gio con lento passo. + +Come ’l ramarro sotto la gran fersa +dei dì canicular, cangiando sepe, +folgore par se la via attraversa, + +sì pareva, venendo verso l’epe +de li altri due, un serpentello acceso, +livido e nero come gran di pepe; + +e quella parte onde prima è preso +nostro alimento, a l’un di lor trafisse; +poi cadde giuso innanzi lui disteso. + +Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; +anzi, co’ piè fermati, sbadigliava +pur come sonno o febbre l’assalisse. + +Elli ’l serpente e quei lui riguardava; +l’un per la piaga e l’altro per la bocca +fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. + +Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca +del misero Sabello e di Nasidio, +e attenda a udir quel ch’or si scocca. + +Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, +ché se quello in serpente e quella in fonte +converte poetando, io non lo ’nvidio; + +ché due nature mai a fronte a fronte +non trasmutò sì ch’amendue le forme +a cambiar lor matera fosser pronte. + +Insieme si rispuosero a tai norme, +che ’l serpente la coda in forca fesse, +e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. + +Le gambe con le cosce seco stesse +s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura +non facea segno alcun che si paresse. + +Togliea la coda fessa la figura +che si perdeva là, e la sua pelle +si facea molle, e quella di là dura. + +Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, +e i due piè de la fiera, ch’eran corti, +tanto allungar quanto accorciavan quelle. + +Poscia li piè di rietro, insieme attorti, +diventaron lo membro che l’uom cela, +e ’l misero del suo n’avea due porti. + +Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela +di color novo, e genera ’l pel suso +per l’una parte e da l’altra il dipela, + +l’un si levò e l’altro cadde giuso, +non torcendo però le lucerne empie, +sotto le quai ciascun cambiava muso. + +Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, +e di troppa matera ch’in là venne +uscir li orecchi de le gote scempie; + +ciò che non corse in dietro e si ritenne +di quel soverchio, fé naso a la faccia +e le labbra ingrossò quanto convenne. + +Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, +e li orecchi ritira per la testa +come face le corna la lumaccia; + +e la lingua, ch’avëa unita e presta +prima a parlar, si fende, e la forcuta +ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. + +L’anima ch’era fiera divenuta, +suffolando si fugge per la valle, +e l’altro dietro a lui parlando sputa. + +Poscia li volse le novelle spalle, +e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, +com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle». + +Così vid’ io la settima zavorra +mutare e trasmutare; e qui mi scusi +la novità se fior la penna abborra. + +E avvegna che li occhi miei confusi +fossero alquanto e l’animo smagato, +non poter quei fuggirsi tanto chiusi, + +ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; +ed era quel che sol, di tre compagni +che venner prima, non era mutato; + +l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. + + + + +Inferno +Canto XXVI + + +Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande +che per mare e per terra batti l’ali, +e per lo ’nferno tuo nome si spande! + +Tra li ladron trovai cinque cotali +tuoi cittadini onde mi ven vergogna, +e tu in grande orranza non ne sali. + +Ma se presso al mattin del ver si sogna, +tu sentirai, di qua da picciol tempo, +di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. + +E se già fosse, non saria per tempo. +Così foss’ ei, da che pur esser dee! +ché più mi graverà, com’ più m’attempo. + +Noi ci partimmo, e su per le scalee +che n’avea fatto iborni a scender pria, +rimontò ’l duca mio e trasse mee; + +e proseguendo la solinga via, +tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio +lo piè sanza la man non si spedia. + +Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio +quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, +e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, + +perché non corra che virtù nol guidi; +sì che, se stella bona o miglior cosa +m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. + +Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, +nel tempo che colui che ’l mondo schiara +la faccia sua a noi tien meno ascosa, + +come la mosca cede a la zanzara, +vede lucciole giù per la vallea, +forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: + +di tante fiamme tutta risplendea +l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi +tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. + +E qual colui che si vengiò con li orsi +vide ’l carro d’Elia al dipartire, +quando i cavalli al cielo erti levorsi, + +che nol potea sì con li occhi seguire, +ch’el vedesse altro che la fiamma sola, +sì come nuvoletta, in sù salire: + +tal si move ciascuna per la gola +del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, +e ogne fiamma un peccatore invola. + +Io stava sovra ’l ponte a veder surto, +sì che s’io non avessi un ronchion preso, +caduto sarei giù sanz’ esser urto. + +E ’l duca che mi vide tanto atteso, +disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; +catun si fascia di quel ch’elli è inceso». + +«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti +son io più certo; ma già m’era avviso +che così fosse, e già voleva dirti: + +chi è ’n quel foco che vien sì diviso +di sopra, che par surger de la pira +dov’ Eteòcle col fratel fu miso?». + +Rispuose a me: «Là dentro si martira +Ulisse e Dïomede, e così insieme +a la vendetta vanno come a l’ira; + +e dentro da la lor fiamma si geme +l’agguato del caval che fé la porta +onde uscì de’ Romani il gentil seme. + +Piangevisi entro l’arte per che, morta, +Deïdamìa ancor si duol d’Achille, +e del Palladio pena vi si porta». + +«S’ei posson dentro da quelle faville +parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego +e ripriego, che ’l priego vaglia mille, + +che non mi facci de l’attender niego +fin che la fiamma cornuta qua vegna; +vedi che del disio ver’ lei mi piego!». + +Ed elli a me: «La tua preghiera è degna +di molta loda, e io però l’accetto; +ma fa che la tua lingua si sostegna. + +Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto +ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, +perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto». + +Poi che la fiamma fu venuta quivi +dove parve al mio duca tempo e loco, +in questa forma lui parlare audivi: + +«O voi che siete due dentro ad un foco, +s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, +s’io meritai di voi assai o poco + +quando nel mondo li alti versi scrissi, +non vi movete; ma l’un di voi dica +dove, per lui, perduto a morir gissi». + +Lo maggior corno de la fiamma antica +cominciò a crollarsi mormorando, +pur come quella cui vento affatica; + +indi la cima qua e là menando, +come fosse la lingua che parlasse, +gittò voce di fuori e disse: «Quando + +mi diparti’ da Circe, che sottrasse +me più d’un anno là presso a Gaeta, +prima che sì Enëa la nomasse, + +né dolcezza di figlio, né la pieta +del vecchio padre, né ’l debito amore +lo qual dovea Penelopè far lieta, + +vincer potero dentro a me l’ardore +ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto +e de li vizi umani e del valore; + +ma misi me per l’alto mare aperto +sol con un legno e con quella compagna +picciola da la qual non fui diserto. + +L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, +fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, +e l’altre che quel mare intorno bagna. + +Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi +quando venimmo a quella foce stretta +dov’ Ercule segnò li suoi riguardi + +acciò che l’uom più oltre non si metta; +da la man destra mi lasciai Sibilia, +da l’altra già m’avea lasciata Setta. + +“O frati”, dissi “che per cento milia +perigli siete giunti a l’occidente, +a questa tanto picciola vigilia + +d’i nostri sensi ch’è del rimanente +non vogliate negar l’esperïenza, +di retro al sol, del mondo sanza gente. + +Considerate la vostra semenza: +fatti non foste a viver come bruti, +ma per seguir virtute e canoscenza”. + +Li miei compagni fec’ io sì aguti, +con questa orazion picciola, al cammino, +che a pena poscia li avrei ritenuti; + +e volta nostra poppa nel mattino, +de’ remi facemmo ali al folle volo, +sempre acquistando dal lato mancino. + +Tutte le stelle già de l’altro polo +vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, +che non surgëa fuor del marin suolo. + +Cinque volte racceso e tante casso +lo lume era di sotto da la luna, +poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, + +quando n’apparve una montagna, bruna +per la distanza, e parvemi alta tanto +quanto veduta non avëa alcuna. + +Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; +ché de la nova terra un turbo nacque +e percosse del legno il primo canto. + +Tre volte il fé girar con tutte l’acque; +a la quarta levar la poppa in suso +e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, + +infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». + + + + +Inferno +Canto XXVII + + +Già era dritta in sù la fiamma e queta +per non dir più, e già da noi sen gia +con la licenza del dolce poeta, + +quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, +ne fece volger li occhi a la sua cima +per un confuso suon che fuor n’uscia. + +Come ’l bue cicilian che mugghiò prima +col pianto di colui, e ciò fu dritto, +che l’avea temperato con sua lima, + +mugghiava con la voce de l’afflitto, +sì che, con tutto che fosse di rame, +pur el pareva dal dolor trafitto; + +così, per non aver via né forame +dal principio nel foco, in suo linguaggio +si convertïan le parole grame. + +Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio +su per la punta, dandole quel guizzo +che dato avea la lingua in lor passaggio, + +udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo +la voce e che parlavi mo lombardo, +dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, + +perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, +non t’incresca restare a parlar meco; +vedi che non incresce a me, e ardo! + +Se tu pur mo in questo mondo cieco +caduto se’ di quella dolce terra +latina ond’ io mia colpa tutta reco, + +dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; +ch’io fui d’i monti là intra Orbino +e ’l giogo di che Tever si diserra». + +Io era in giuso ancora attento e chino, +quando il mio duca mi tentò di costa, +dicendo: «Parla tu; questi è latino». + +E io, ch’avea già pronta la risposta, +sanza indugio a parlare incominciai: +«O anima che se’ là giù nascosta, + +Romagna tua non è, e non fu mai, +sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; +ma ’n palese nessuna or vi lasciai. + +Ravenna sta come stata è molt’ anni: +l’aguglia da Polenta la si cova, +sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. + +La terra che fé già la lunga prova +e di Franceschi sanguinoso mucchio, +sotto le branche verdi si ritrova. + +E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, +che fecer di Montagna il mal governo, +là dove soglion fan d’i denti succhio. + +Le città di Lamone e di Santerno +conduce il lïoncel dal nido bianco, +che muta parte da la state al verno. + +E quella cu’ il Savio bagna il fianco, +così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte, +tra tirannia si vive e stato franco. + +Ora chi se’, ti priego che ne conte; +non esser duro più ch’altri sia stato, +se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». + +Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato +al modo suo, l’aguta punta mosse +di qua, di là, e poi diè cotal fiato: + +«S’i’ credesse che mia risposta fosse +a persona che mai tornasse al mondo, +questa fiamma staria sanza più scosse; + +ma però che già mai di questo fondo +non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, +sanza tema d’infamia ti rispondo. + +Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, +credendomi, sì cinto, fare ammenda; +e certo il creder mio venìa intero, + +se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, +che mi rimise ne le prime colpe; +e come e quare, voglio che m’intenda. + +Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe +che la madre mi diè, l’opere mie +non furon leonine, ma di volpe. + +Li accorgimenti e le coperte vie +io seppi tutte, e sì menai lor arte, +ch’al fine de la terra il suono uscie. + +Quando mi vidi giunto in quella parte +di mia etade ove ciascun dovrebbe +calar le vele e raccoglier le sarte, + +ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, +e pentuto e confesso mi rendei; +ahi miser lasso! e giovato sarebbe. + +Lo principe d’i novi Farisei, +avendo guerra presso a Laterano, +e non con Saracin né con Giudei, + +ché ciascun suo nimico era cristiano, +e nessun era stato a vincer Acri +né mercatante in terra di Soldano, + +né sommo officio né ordini sacri +guardò in sé, né in me quel capestro +che solea fare i suoi cinti più macri. + +Ma come Costantin chiese Silvestro +d’entro Siratti a guerir de la lebbre, +così mi chiese questi per maestro + +a guerir de la sua superba febbre; +domandommi consiglio, e io tacetti +perché le sue parole parver ebbre. + +E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; +finor t’assolvo, e tu m’insegna fare +sì come Penestrino in terra getti. + +Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, +come tu sai; però son due le chiavi +che ’l mio antecessor non ebbe care”. + +Allor mi pinser li argomenti gravi +là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, +e dissi: “Padre, da che tu mi lavi + +di quel peccato ov’ io mo cader deggio, +lunga promessa con l’attender corto +ti farà trïunfar ne l’alto seggio”. + +Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, +per me; ma un d’i neri cherubini +li disse: “Non portar: non mi far torto. + +Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini +perché diede ’l consiglio frodolente, +dal quale in qua stato li sono a’ crini; + +ch’assolver non si può chi non si pente, +né pentere e volere insieme puossi +per la contradizion che nol consente”. + +Oh me dolente! come mi riscossi +quando mi prese dicendomi: “Forse +tu non pensavi ch’io löico fossi!”. + +A Minòs mi portò; e quelli attorse +otto volte la coda al dosso duro; +e poi che per gran rabbia la si morse, + +disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; +per ch’io là dove vedi son perduto, +e sì vestito, andando, mi rancuro». + +Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, +la fiamma dolorando si partio, +torcendo e dibattendo ’l corno aguto. + +Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, +su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco +che cuopre ’l fosso in che si paga il fio + +a quei che scommettendo acquistan carco. + + + + +Inferno +Canto XXVIII + + +Chi poria mai pur con parole sciolte +dicer del sangue e de le piaghe a pieno +ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? + +Ogne lingua per certo verria meno +per lo nostro sermone e per la mente +c’hanno a tanto comprender poco seno. + +S’el s’aunasse ancor tutta la gente +che già, in su la fortunata terra +di Puglia, fu del suo sangue dolente + +per li Troiani e per la lunga guerra +che de l’anella fé sì alte spoglie, +come Livïo scrive, che non erra, + +con quella che sentio di colpi doglie +per contastare a Ruberto Guiscardo; +e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie + +a Ceperan, là dove fu bugiardo +ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, +dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo; + +e qual forato suo membro e qual mozzo +mostrasse, d’aequar sarebbe nulla +il modo de la nona bolgia sozzo. + +Già veggia, per mezzul perdere o lulla, +com’ io vidi un, così non si pertugia, +rotto dal mento infin dove si trulla. + +Tra le gambe pendevan le minugia; +la corata pareva e ’l tristo sacco +che merda fa di quel che si trangugia. + +Mentre che tutto in lui veder m’attacco, +guardommi e con le man s’aperse il petto, +dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco! + +vedi come storpiato è Mäometto! +Dinanzi a me sen va piangendo Alì, +fesso nel volto dal mento al ciuffetto. + +E tutti li altri che tu vedi qui, +seminator di scandalo e di scisma +fuor vivi, e però son fessi così. + +Un diavolo è qua dietro che n’accisma +sì crudelmente, al taglio de la spada +rimettendo ciascun di questa risma, + +quand’ avem volta la dolente strada; +però che le ferite son richiuse +prima ch’altri dinanzi li rivada. + +Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, +forse per indugiar d’ire a la pena +ch’è giudicata in su le tue accuse?». + +«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», +rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo; +ma per dar lui esperïenza piena, + +a me, che morto son, convien menarlo +per lo ’nferno qua giù di giro in giro; +e quest’ è ver così com’ io ti parlo». + +Più fuor di cento che, quando l’udiro, +s’arrestaron nel fosso a riguardarmi +per maraviglia, oblïando il martiro. + +«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, +tu che forse vedra’ il sole in breve, +s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, + +sì di vivanda, che stretta di neve +non rechi la vittoria al Noarese, +ch’altrimenti acquistar non saria leve». + +Poi che l’un piè per girsene sospese, +Mäometto mi disse esta parola; +indi a partirsi in terra lo distese. + +Un altro, che forata avea la gola +e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, +e non avea mai ch’una orecchia sola, + +ristato a riguardar per maraviglia +con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, +ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, + +e disse: «O tu cui colpa non condanna +e cu’ io vidi su in terra latina, +se troppa simiglianza non m’inganna, + +rimembriti di Pier da Medicina, +se mai torni a veder lo dolce piano +che da Vercelli a Marcabò dichina. + +E fa saper a’ due miglior da Fano, +a messer Guido e anco ad Angiolello, +che, se l’antiveder qui non è vano, + +gittati saran fuor di lor vasello +e mazzerati presso a la Cattolica +per tradimento d’un tiranno fello. + +Tra l’isola di Cipri e di Maiolica +non vide mai sì gran fallo Nettuno, +non da pirate, non da gente argolica. + +Quel traditor che vede pur con l’uno, +e tien la terra che tale qui meco +vorrebbe di vedere esser digiuno, + +farà venirli a parlamento seco; +poi farà sì, ch’al vento di Focara +non sarà lor mestier voto né preco». + +E io a lui: «Dimostrami e dichiara, +se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, +chi è colui da la veduta amara». + +Allor puose la mano a la mascella +d’un suo compagno e la bocca li aperse, +gridando: «Questi è desso, e non favella. + +Questi, scacciato, il dubitar sommerse +in Cesare, affermando che ’l fornito +sempre con danno l’attender sofferse». + +Oh quanto mi pareva sbigottito +con la lingua tagliata ne la strozza +Curïo, ch’a dir fu così ardito! + +E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, +levando i moncherin per l’aura fosca, +sì che ’l sangue facea la faccia sozza, + +gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, +che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, +che fu mal seme per la gente tosca». + +E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; +per ch’elli, accumulando duol con duolo, +sen gio come persona trista e matta. + +Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, +e vidi cosa ch’io avrei paura, +sanza più prova, di contarla solo; + +se non che coscïenza m’assicura, +la buona compagnia che l’uom francheggia +sotto l’asbergo del sentirsi pura. + +Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, +un busto sanza capo andar sì come +andavan li altri de la trista greggia; + +e ’l capo tronco tenea per le chiome, +pesol con mano a guisa di lanterna: +e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». + +Di sé facea a sé stesso lucerna, +ed eran due in uno e uno in due; +com’ esser può, quei sa che sì governa. + +Quando diritto al piè del ponte fue, +levò ’l braccio alto con tutta la testa +per appressarne le parole sue, + +che fuoro: «Or vedi la pena molesta, +tu che, spirando, vai veggendo i morti: +vedi s’alcuna è grande come questa. + +E perché tu di me novella porti, +sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli +che diedi al re giovane i ma’ conforti. + +Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; +Achitofèl non fé più d’Absalone +e di Davìd coi malvagi punzelli. + +Perch’ io parti’ così giunte persone, +partito porto il mio cerebro, lasso!, +dal suo principio ch’è in questo troncone. + +Così s’osserva in me lo contrapasso». + + + + +Inferno +Canto XXIX + + +La molta gente e le diverse piaghe +avean le luci mie sì inebrïate, +che de lo stare a piangere eran vaghe. + +Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? +perché la vista tua pur si soffolge +là giù tra l’ombre triste smozzicate? + +Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; +pensa, se tu annoverar le credi, +che miglia ventidue la valle volge. + +E già la luna è sotto i nostri piedi; +lo tempo è poco omai che n’è concesso, +e altro è da veder che tu non vedi». + +«Se tu avessi», rispuos’ io appresso, +«atteso a la cagion per ch’io guardava, +forse m’avresti ancor lo star dimesso». + +Parte sen giva, e io retro li andava, +lo duca, già faccendo la risposta, +e soggiugnendo: «Dentro a quella cava + +dov’ io tenea or li occhi sì a posta, +credo ch’un spirto del mio sangue pianga +la colpa che là giù cotanto costa». + +Allor disse ’l maestro: «Non si franga +lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello. +Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; + +ch’io vidi lui a piè del ponticello +mostrarti e minacciar forte col dito, +e udi’ ’l nominar Geri del Bello. + +Tu eri allor sì del tutto impedito +sovra colui che già tenne Altaforte, +che non guardasti in là, sì fu partito». + +«O duca mio, la vïolenta morte +che non li è vendicata ancor», diss’ io, +«per alcun che de l’onta sia consorte, + +fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio +sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo: +e in ciò m’ha el fatto a sé più pio». + +Così parlammo infino al loco primo +che de lo scoglio l’altra valle mostra, +se più lume vi fosse, tutto ad imo. + +Quando noi fummo sor l’ultima chiostra +di Malebolge, sì che i suoi conversi +potean parere a la veduta nostra, + +lamenti saettaron me diversi, +che di pietà ferrati avean li strali; +ond’ io li orecchi con le man copersi. + +Qual dolor fora, se de li spedali +di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre +e di Maremma e di Sardigna i mali + +fossero in una fossa tutti ’nsembre, +tal era quivi, e tal puzzo n’usciva +qual suol venir de le marcite membre. + +Noi discendemmo in su l’ultima riva +del lungo scoglio, pur da man sinistra; +e allor fu la mia vista più viva + +giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra +de l’alto Sire infallibil giustizia +punisce i falsador che qui registra. + +Non credo ch’a veder maggior tristizia +fosse in Egina il popol tutto infermo, +quando fu l’aere sì pien di malizia, + +che li animali, infino al picciol vermo, +cascaron tutti, e poi le genti antiche, +secondo che i poeti hanno per fermo, + +si ristorar di seme di formiche; +ch’era a veder per quella oscura valle +languir li spirti per diverse biche. + +Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle +l’un de l’altro giacea, e qual carpone +si trasmutava per lo tristo calle. + +Passo passo andavam sanza sermone, +guardando e ascoltando li ammalati, +che non potean levar le lor persone. + +Io vidi due sedere a sé poggiati, +com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia, +dal capo al piè di schianze macolati; + +e non vidi già mai menare stregghia +a ragazzo aspettato dal segnorso, +né a colui che mal volontier vegghia, + +come ciascun menava spesso il morso +de l’unghie sopra sé per la gran rabbia +del pizzicor, che non ha più soccorso; + +e sì traevan giù l’unghie la scabbia, +come coltel di scardova le scaglie +o d’altro pesce che più larghe l’abbia. + +«O tu che con le dita ti dismaglie», +cominciò ’l duca mio a l’un di loro, +«e che fai d’esse talvolta tanaglie, + +dinne s’alcun Latino è tra costoro +che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti +etternalmente a cotesto lavoro». + +«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti +qui ambedue», rispuose l’un piangendo; +«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?». + +E ’l duca disse: «I’ son un che discendo +con questo vivo giù di balzo in balzo, +e di mostrar lo ’nferno a lui intendo». + +Allor si ruppe lo comun rincalzo; +e tremando ciascuno a me si volse +con altri che l’udiron di rimbalzo. + +Lo buon maestro a me tutto s’accolse, +dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; +e io incominciai, poscia ch’ei volse: + +«Se la vostra memoria non s’imboli +nel primo mondo da l’umane menti, +ma s’ella viva sotto molti soli, + +ditemi chi voi siete e di che genti; +la vostra sconcia e fastidiosa pena +di palesarvi a me non vi spaventi». + +«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», +rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; +ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. + +Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: +“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; +e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, + +volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo +perch’ io nol feci Dedalo, mi fece +ardere a tal che l’avea per figliuolo. + +Ma ne l’ultima bolgia de le diece +me per l’alchìmia che nel mondo usai +dannò Minòs, a cui fallar non lece». + +E io dissi al poeta: «Or fu già mai +gente sì vana come la sanese? +Certo non la francesca sì d’assai!». + +Onde l’altro lebbroso, che m’intese, +rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca +che seppe far le temperate spese, + +e Niccolò che la costuma ricca +del garofano prima discoverse +ne l’orto dove tal seme s’appicca; + +e tra’ne la brigata in che disperse +Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, +e l’Abbagliato suo senno proferse. + +Ma perché sappi chi sì ti seconda +contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, +sì che la faccia mia ben ti risponda: + +sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, +che falsai li metalli con l’alchìmia; +e te dee ricordar, se ben t’adocchio, + +com’ io fui di natura buona scimia». + + + + +Inferno +Canto XXX + + +Nel tempo che Iunone era crucciata +per Semelè contra ’l sangue tebano, +come mostrò una e altra fïata, + +Atamante divenne tanto insano, +che veggendo la moglie con due figli +andar carcata da ciascuna mano, + +gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli +la leonessa e ’ leoncini al varco»; +e poi distese i dispietati artigli, + +prendendo l’un ch’avea nome Learco, +e rotollo e percosselo ad un sasso; +e quella s’annegò con l’altro carco. + +E quando la fortuna volse in basso +l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, +sì che ’nsieme col regno il re fu casso, + +Ecuba trista, misera e cattiva, +poscia che vide Polissena morta, +e del suo Polidoro in su la riva + +del mar si fu la dolorosa accorta, +forsennata latrò sì come cane; +tanto il dolor le fé la mente torta. + +Ma né di Tebe furie né troiane +si vider mäi in alcun tanto crude, +non punger bestie, nonché membra umane, + +quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, +che mordendo correvan di quel modo +che ’l porco quando del porcil si schiude. + +L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo +del collo l’assannò, sì che, tirando, +grattar li fece il ventre al fondo sodo. + +E l’Aretin che rimase, tremando +mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, +e va rabbioso altrui così conciando». + +«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi +li denti a dosso, non ti sia fatica +a dir chi è, pria che di qui si spicchi». + +Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica +di Mirra scellerata, che divenne +al padre, fuor del dritto amore, amica. + +Questa a peccar con esso così venne, +falsificando sé in altrui forma, +come l’altro che là sen va, sostenne, + +per guadagnar la donna de la torma, +falsificare in sé Buoso Donati, +testando e dando al testamento norma». + +E poi che i due rabbiosi fuor passati +sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, +rivolsilo a guardar li altri mal nati. + +Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, +pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia +tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. + +La grave idropesì, che sì dispaia +le membra con l’omor che mal converte, +che ’l viso non risponde a la ventraia, + +faceva lui tener le labbra aperte +come l’etico fa, che per la sete +l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte. + +«O voi che sanz’ alcuna pena siete, +e non so io perché, nel mondo gramo», +diss’ elli a noi, «guardate e attendete + +a la miseria del maestro Adamo; +io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, +e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. + +Li ruscelletti che d’i verdi colli +del Casentin discendon giuso in Arno, +faccendo i lor canali freddi e molli, + +sempre mi stanno innanzi, e non indarno, +ché l’imagine lor vie più m’asciuga +che ’l male ond’ io nel volto mi discarno. + +La rigida giustizia che mi fruga +tragge cagion del loco ov’ io peccai +a metter più li miei sospiri in fuga. + +Ivi è Romena, là dov’ io falsai +la lega suggellata del Batista; +per ch’io il corpo sù arso lasciai. + +Ma s’io vedessi qui l’anima trista +di Guido o d’Alessandro o di lor frate, +per Fonte Branda non darei la vista. + +Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate +ombre che vanno intorno dicon vero; +ma che mi val, c’ho le membra legate? + +S’io fossi pur di tanto ancor leggero +ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia, +io sarei messo già per lo sentiero, + +cercando lui tra questa gente sconcia, +con tutto ch’ella volge undici miglia, +e men d’un mezzo di traverso non ci ha. + +Io son per lor tra sì fatta famiglia; +e’ m’indussero a batter li fiorini +ch’avevan tre carati di mondiglia». + +E io a lui: «Chi son li due tapini +che fumman come man bagnate ’l verno, +giacendo stretti a’ tuoi destri confini?». + +«Qui li trovai—e poi volta non dierno—», +rispuose, «quando piovvi in questo greppo, +e non credo che dieno in sempiterno. + +L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; +l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia: +per febbre aguta gittan tanto leppo». + +E l’un di lor, che si recò a noia +forse d’esser nomato sì oscuro, +col pugno li percosse l’epa croia. + +Quella sonò come fosse un tamburo; +e mastro Adamo li percosse il volto +col braccio suo, che non parve men duro, + +dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto +lo muover per le membra che son gravi, +ho io il braccio a tal mestiere sciolto». + +Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi +al fuoco, non l’avei tu così presto; +ma sì e più l’avei quando coniavi». + +E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: +ma tu non fosti sì ver testimonio +là ’ve del ver fosti a Troia richesto». + +«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», +disse Sinon; «e son qui per un fallo, +e tu per più ch’alcun altro demonio!». + +«Ricorditi, spergiuro, del cavallo», +rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; +«e sieti reo che tutto il mondo sallo!». + +«E te sia rea la sete onde ti crepa», +disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia +che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!». + +Allora il monetier: «Così si squarcia +la bocca tua per tuo mal come suole; +ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, + +tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, +e per leccar lo specchio di Narcisso, +non vorresti a ’nvitar molte parole». + +Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, +quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira, +che per poco che teco non mi risso!». + +Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, +volsimi verso lui con tal vergogna, +ch’ancor per la memoria mi si gira. + +Qual è colui che suo dannaggio sogna, +che sognando desidera sognare, +sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, + +tal mi fec’ io, non possendo parlare, +che disïava scusarmi, e scusava +me tuttavia, e nol mi credea fare. + +«Maggior difetto men vergogna lava», +disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato; +però d’ogne trestizia ti disgrava. + +E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, +se più avvien che fortuna t’accoglia +dove sien genti in simigliante piato: + +ché voler ciò udire è bassa voglia». + + + + +Inferno +Canto XXXI + + +Una medesma lingua pria mi morse, +sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, +e poi la medicina mi riporse; + +così od’ io che solea far la lancia +d’Achille e del suo padre esser cagione +prima di trista e poi di buona mancia. + +Noi demmo il dosso al misero vallone +su per la ripa che ’l cinge dintorno, +attraversando sanza alcun sermone. + +Quiv’ era men che notte e men che giorno, +sì che ’l viso m’andava innanzi poco; +ma io senti’ sonare un alto corno, + +tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, +che, contra sé la sua via seguitando, +dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. + +Dopo la dolorosa rotta, quando +Carlo Magno perdé la santa gesta, +non sonò sì terribilmente Orlando. + +Poco portäi in là volta la testa, +che me parve veder molte alte torri; +ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?». + +Ed elli a me: «Però che tu trascorri +per le tenebre troppo da la lungi, +avvien che poi nel maginare abborri. + +Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, +quanto ’l senso s’inganna di lontano; +però alquanto più te stesso pungi». + +Poi caramente mi prese per mano +e disse: «Pria che noi siam più avanti, +acciò che ’l fatto men ti paia strano, + +sappi che non son torri, ma giganti, +e son nel pozzo intorno da la ripa +da l’umbilico in giuso tutti quanti». + +Come quando la nebbia si dissipa, +lo sguardo a poco a poco raffigura +ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, + +così forando l’aura grossa e scura, +più e più appressando ver’ la sponda, +fuggiemi errore e cresciemi paura; + +però che, come su la cerchia tonda +Montereggion di torri si corona, +così la proda che ’l pozzo circonda + +torreggiavan di mezza la persona +li orribili giganti, cui minaccia +Giove del cielo ancora quando tuona. + +E io scorgeva già d’alcun la faccia, +le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, +e per le coste giù ambo le braccia. + +Natura certo, quando lasciò l’arte +di sì fatti animali, assai fé bene +per tòrre tali essecutori a Marte. + +E s’ella d’elefanti e di balene +non si pente, chi guarda sottilmente, +più giusta e più discreta la ne tene; + +ché dove l’argomento de la mente +s’aggiugne al mal volere e a la possa, +nessun riparo vi può far la gente. + +La faccia sua mi parea lunga e grossa +come la pina di San Pietro a Roma, +e a sua proporzione eran l’altre ossa; + +sì che la ripa, ch’era perizoma +dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto +di sovra, che di giugnere a la chioma + +tre Frison s’averien dato mal vanto; +però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi +dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. + +«Raphèl maì amècche zabì almi», +cominciò a gridar la fiera bocca, +cui non si convenia più dolci salmi. + +E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, +tienti col corno, e con quel ti disfoga +quand’ ira o altra passïon ti tocca! + +Cércati al collo, e troverai la soga +che ’l tien legato, o anima confusa, +e vedi lui che ’l gran petto ti doga». + +Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; +questi è Nembrotto per lo cui mal coto +pur un linguaggio nel mondo non s’usa. + +Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; +ché così è a lui ciascun linguaggio +come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». + +Facemmo adunque più lungo vïaggio, +vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro +trovammo l’altro assai più fero e maggio. + +A cigner lui qual che fosse ’l maestro, +non so io dir, ma el tenea soccinto +dinanzi l’altro e dietro il braccio destro + +d’una catena che ’l tenea avvinto +dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto +si ravvolgëa infino al giro quinto. + +«Questo superbo volle esser esperto +di sua potenza contra ’l sommo Giove», +disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto. + +Fïalte ha nome, e fece le gran prove +quando i giganti fer paura a’ dèi; +le braccia ch’el menò, già mai non move». + +E io a lui: «S’esser puote, io vorrei +che de lo smisurato Brïareo +esperïenza avesser li occhi mei». + +Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo +presso di qui che parla ed è disciolto, +che ne porrà nel fondo d’ogne reo. + +Quel che tu vuo’ veder, più là è molto +ed è legato e fatto come questo, +salvo che più feroce par nel volto». + +Non fu tremoto già tanto rubesto, +che scotesse una torre così forte, +come Fïalte a scuotersi fu presto. + +Allor temett’ io più che mai la morte, +e non v’era mestier più che la dotta, +s’io non avessi viste le ritorte. + +Noi procedemmo più avante allotta, +e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, +sanza la testa, uscia fuor de la grotta. + +«O tu che ne la fortunata valle +che fece Scipïon di gloria reda, +quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle, + +recasti già mille leon per preda, +e che, se fossi stato a l’alta guerra +de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda + +ch’avrebber vinto i figli de la terra: +mettine giù, e non ten vegna schifo, +dove Cocito la freddura serra. + +Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: +questi può dar di quel che qui si brama; +però ti china e non torcer lo grifo. + +Ancor ti può nel mondo render fama, +ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta +se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». + +Così disse ’l maestro; e quelli in fretta +le man distese, e prese ’l duca mio, +ond’ Ercule sentì già grande stretta. + +Virgilio, quando prender si sentio, +disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; +poi fece sì ch’un fascio era elli e io. + +Qual pare a riguardar la Carisenda +sotto ’l chinato, quando un nuvol vada +sovr’ essa sì, ched ella incontro penda: + +tal parve Antëo a me che stava a bada +di vederlo chinare, e fu tal ora +ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. + +Ma lievemente al fondo che divora +Lucifero con Giuda, ci sposò; +né, sì chinato, lì fece dimora, + +e come albero in nave si levò. + + + + +Inferno +Canto XXXII + + +S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, +come si converrebbe al tristo buco +sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, + +io premerei di mio concetto il suco +più pienamente; ma perch’ io non l’abbo, +non sanza tema a dicer mi conduco; + +ché non è impresa da pigliare a gabbo +discriver fondo a tutto l’universo, +né da lingua che chiami mamma o babbo. + +Ma quelle donne aiutino il mio verso +ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe, +sì che dal fatto il dir non sia diverso. + +Oh sovra tutte mal creata plebe +che stai nel loco onde parlare è duro, +mei foste state qui pecore o zebe! + +Come noi fummo giù nel pozzo scuro +sotto i piè del gigante assai più bassi, +e io mirava ancora a l’alto muro, + +dicere udi’mi: «Guarda come passi: +va sì, che tu non calchi con le piante +le teste de’ fratei miseri lassi». + +Per ch’io mi volsi, e vidimi davante +e sotto i piedi un lago che per gelo +avea di vetro e non d’acqua sembiante. + +Non fece al corso suo sì grosso velo +di verno la Danoia in Osterlicchi, +né Tanaï là sotto ’l freddo cielo, + +com’ era quivi; che se Tambernicchi +vi fosse sù caduto, o Pietrapana, +non avria pur da l’orlo fatto cricchi. + +E come a gracidar si sta la rana +col muso fuor de l’acqua, quando sogna +di spigolar sovente la villana, + +livide, insin là dove appar vergogna +eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, +mettendo i denti in nota di cicogna. + +Ognuna in giù tenea volta la faccia; +da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo +tra lor testimonianza si procaccia. + +Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, +volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, +che ’l pel del capo avieno insieme misto. + +«Ditemi, voi che sì strignete i petti», +diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; +e poi ch’ebber li visi a me eretti, + +li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, +gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse +le lagrime tra essi e riserrolli. + +Con legno legno spranga mai non cinse +forte così; ond’ ei come due becchi +cozzaro insieme, tanta ira li vinse. + +E un ch’avea perduti ambo li orecchi +per la freddura, pur col viso in giùe, +disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? + +Se vuoi saper chi son cotesti due, +la valle onde Bisenzo si dichina +del padre loro Alberto e di lor fue. + +D’un corpo usciro; e tutta la Caina +potrai cercare, e non troverai ombra +degna più d’esser fitta in gelatina: + +non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra +con esso un colpo per la man d’Artù; +non Focaccia; non questi che m’ingombra + +col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, +e fu nomato Sassol Mascheroni; +se tosco se’, ben sai omai chi fu. + +E perché non mi metti in più sermoni, +sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; +e aspetto Carlin che mi scagioni». + +Poscia vid’ io mille visi cagnazzi +fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, +e verrà sempre, de’ gelati guazzi. + +E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo +al quale ogne gravezza si rauna, +e io tremava ne l’etterno rezzo; + +se voler fu o destino o fortuna, +non so; ma, passeggiando tra le teste, +forte percossi ’l piè nel viso ad una. + +Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? +se tu non vieni a crescer la vendetta +di Montaperti, perché mi moleste?». + +E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, +sì ch’io esca d’un dubbio per costui; +poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». + +Lo duca stette, e io dissi a colui +che bestemmiava duramente ancora: +«Qual se’ tu che così rampogni altrui?». + +«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, +percotendo», rispuose, «altrui le gote, +sì che, se fossi vivo, troppo fora?». + +«Vivo son io, e caro esser ti puote», +fu mia risposta, «se dimandi fama, +ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». + +Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. +Lèvati quinci e non mi dar più lagna, +ché mal sai lusingar per questa lama!». + +Allor lo presi per la cuticagna +e dissi: «El converrà che tu ti nomi, +o che capel qui sù non ti rimagna». + +Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, +né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, +se mille fiate in sul capo mi tomi». + +Io avea già i capelli in mano avvolti, +e tratti glien’ avea più d’una ciocca, +latrando lui con li occhi in giù raccolti, + +quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? +non ti basta sonar con le mascelle, +se tu non latri? qual diavol ti tocca?». + +«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, +malvagio traditor; ch’a la tua onta +io porterò di te vere novelle». + +«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; +ma non tacer, se tu di qua entro eschi, +di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. + +El piange qui l’argento de’ Franceschi: +“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera +là dove i peccatori stanno freschi”. + +Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, +tu hai dallato quel di Beccheria +di cui segò Fiorenza la gorgiera. + +Gianni de’ Soldanier credo che sia +più là con Ganellone e Tebaldello, +ch’aprì Faenza quando si dormia». + +Noi eravam partiti già da ello, +ch’io vidi due ghiacciati in una buca, +sì che l’un capo a l’altro era cappello; + +e come ’l pan per fame si manduca, +così ’l sovran li denti a l’altro pose +là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: + +non altrimenti Tidëo si rose +le tempie a Menalippo per disdegno, +che quei faceva il teschio e l’altre cose. + +«O tu che mostri per sì bestial segno +odio sovra colui che tu ti mangi, +dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno, + +che se tu a ragion di lui ti piangi, +sappiendo chi voi siete e la sua pecca, +nel mondo suso ancora io te ne cangi, + +se quella con ch’io parlo non si secca». + + + + +Inferno +Canto XXXIII + + +La bocca sollevò dal fiero pasto +quel peccator, forbendola a’ capelli +del capo ch’elli avea di retro guasto. + +Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli +disperato dolor che ’l cor mi preme +già pur pensando, pria ch’io ne favelli. + +Ma se le mie parole esser dien seme +che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, +parlar e lagrimar vedrai insieme. + +Io non so chi tu se’ né per che modo +venuto se’ qua giù; ma fiorentino +mi sembri veramente quand’ io t’odo. + +Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, +e questi è l’arcivescovo Ruggieri: +or ti dirò perché i son tal vicino. + +Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, +fidandomi di lui, io fossi preso +e poscia morto, dir non è mestieri; + +però quel che non puoi avere inteso, +cioè come la morte mia fu cruda, +udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. + +Breve pertugio dentro da la Muda, +la qual per me ha ’l titol de la fame, +e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, + +m’avea mostrato per lo suo forame +più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno +che del futuro mi squarciò ’l velame. + +Questi pareva a me maestro e donno, +cacciando il lupo e ’ lupicini al monte +per che i Pisan veder Lucca non ponno. + +Con cagne magre, studïose e conte +Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi +s’avea messi dinanzi da la fronte. + +In picciol corso mi parieno stanchi +lo padre e ’ figli, e con l’agute scane +mi parea lor veder fender li fianchi. + +Quando fui desto innanzi la dimane, +pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli +ch’eran con meco, e dimandar del pane. + +Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli +pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; +e se non piangi, di che pianger suoli? + +Già eran desti, e l’ora s’appressava +che ’l cibo ne solëa essere addotto, +e per suo sogno ciascun dubitava; + +e io senti’ chiavar l’uscio di sotto +a l’orribile torre; ond’ io guardai +nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. + +Io non piangëa, sì dentro impetrai: +piangevan elli; e Anselmuccio mio +disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. + +Perciò non lagrimai né rispuos’ io +tutto quel giorno né la notte appresso, +infin che l’altro sol nel mondo uscìo. + +Come un poco di raggio si fu messo +nel doloroso carcere, e io scorsi +per quattro visi il mio aspetto stesso, + +ambo le man per lo dolor mi morsi; +ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia +di manicar, di sùbito levorsi + +e disser: “Padre, assai ci fia men doglia +se tu mangi di noi: tu ne vestisti +queste misere carni, e tu le spoglia”. + +Queta’mi allor per non farli più tristi; +lo dì e l’altro stemmo tutti muti; +ahi dura terra, perché non t’apristi? + +Poscia che fummo al quarto dì venuti, +Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, +dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. + +Quivi morì; e come tu mi vedi, +vid’ io cascar li tre ad uno ad uno +tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi, + +già cieco, a brancolar sovra ciascuno, +e due dì li chiamai, poi che fur morti. +Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». + +Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti +riprese ’l teschio misero co’ denti, +che furo a l’osso, come d’un can, forti. + +Ahi Pisa, vituperio de le genti +del bel paese là dove ’l sì suona, +poi che i vicini a te punir son lenti, + +muovasi la Capraia e la Gorgona, +e faccian siepe ad Arno in su la foce, +sì ch’elli annieghi in te ogne persona! + +Che se ’l conte Ugolino aveva voce +d’aver tradita te de le castella, +non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. + +Innocenti facea l’età novella, +novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata +e li altri due che ’l canto suso appella. + +Noi passammo oltre, là ’ve la gelata +ruvidamente un’altra gente fascia, +non volta in giù, ma tutta riversata. + +Lo pianto stesso lì pianger non lascia, +e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, +si volge in entro a far crescer l’ambascia; + +ché le lagrime prime fanno groppo, +e sì come visiere di cristallo, +rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. + +E avvegna che, sì come d’un callo, +per la freddura ciascun sentimento +cessato avesse del mio viso stallo, + +già mi parea sentire alquanto vento; +per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? +non è qua giù ogne vapore spento?». + +Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove +di ciò ti farà l’occhio la risposta, +veggendo la cagion che ’l fiato piove». + +E un de’ tristi de la fredda crosta +gridò a noi: «O anime crudeli +tanto che data v’è l’ultima posta, + +levatemi dal viso i duri veli, +sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, +un poco, pria che ’l pianto si raggeli». + +Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, +dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, +al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». + +Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; +i’ son quel da le frutta del mal orto, +che qui riprendo dattero per figo». + +«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». +Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea +nel mondo sù, nulla scïenza porto. + +Cotal vantaggio ha questa Tolomea, +che spesse volte l’anima ci cade +innanzi ch’Atropòs mossa le dea. + +E perché tu più volentier mi rade +le ’nvetrïate lagrime dal volto, +sappie che, tosto che l’anima trade + +come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto +da un demonio, che poscia il governa +mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. + +Ella ruina in sì fatta cisterna; +e forse pare ancor lo corpo suso +de l’ombra che di qua dietro mi verna. + +Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: +elli è ser Branca Doria, e son più anni +poscia passati ch’el fu sì racchiuso». + +«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; +ché Branca Doria non morì unquanche, +e mangia e bee e dorme e veste panni». + +«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, +là dove bolle la tenace pece, +non era ancora giunto Michel Zanche, + +che questi lasciò il diavolo in sua vece +nel corpo suo, ed un suo prossimano +che ’l tradimento insieme con lui fece. + +Ma distendi oggimai in qua la mano; +aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi; +e cortesia fu lui esser villano. + +Ahi Genovesi, uomini diversi +d’ogne costume e pien d’ogne magagna, +perché non siete voi del mondo spersi? + +Ché col peggiore spirto di Romagna +trovai di voi un tal, che per sua opra +in anima in Cocito già si bagna, + +e in corpo par vivo ancor di sopra. + + + + +Inferno +Canto XXXIV + + +«Vexilla regis prodeunt inferni +verso di noi; però dinanzi mira», +disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni». + +Come quando una grossa nebbia spira, +o quando l’emisperio nostro annotta, +par di lungi un molin che ’l vento gira, + +veder mi parve un tal dificio allotta; +poi per lo vento mi ristrinsi retro +al duca mio, ché non lì era altra grotta. + +Già era, e con paura il metto in metro, +là dove l’ombre tutte eran coperte, +e trasparien come festuca in vetro. + +Altre sono a giacere; altre stanno erte, +quella col capo e quella con le piante; +altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte. + +Quando noi fummo fatti tanto avante, +ch’al mio maestro piacque di mostrarmi +la creatura ch’ebbe il bel sembiante, + +d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, +«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco +ove convien che di fortezza t’armi». + +Com’ io divenni allor gelato e fioco, +nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, +però ch’ogne parlar sarebbe poco. + +Io non mori’ e non rimasi vivo; +pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, +qual io divenni, d’uno e d’altro privo. + +Lo ’mperador del doloroso regno +da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; +e più con un gigante io mi convegno, + +che i giganti non fan con le sue braccia: +vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto +ch’a così fatta parte si confaccia. + +S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, +e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, +ben dee da lui procedere ogne lutto. + +Oh quanto parve a me gran maraviglia +quand’ io vidi tre facce a la sua testa! +L’una dinanzi, e quella era vermiglia; + +l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa +sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, +e sé giugnieno al loco de la cresta: + +e la destra parea tra bianca e gialla; +la sinistra a vedere era tal, quali +vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. + +Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, +quanto si convenia a tanto uccello: +vele di mar non vid’ io mai cotali. + +Non avean penne, ma di vispistrello +era lor modo; e quelle svolazzava, +sì che tre venti si movean da ello: + +quindi Cocito tutto s’aggelava. +Con sei occhi piangëa, e per tre menti +gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. + +Da ogne bocca dirompea co’ denti +un peccatore, a guisa di maciulla, +sì che tre ne facea così dolenti. + +A quel dinanzi il mordere era nulla +verso ’l graffiar, che talvolta la schiena +rimanea de la pelle tutta brulla. + +«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», +disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto, +che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. + +De li altri due c’hanno il capo di sotto, +quel che pende dal nero ceffo è Bruto: +vedi come si storce, e non fa motto!; + +e l’altro è Cassio, che par sì membruto. +Ma la notte risurge, e oramai +è da partir, ché tutto avem veduto». + +Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; +ed el prese di tempo e loco poste, +e quando l’ali fuoro aperte assai, + +appigliò sé a le vellute coste; +di vello in vello giù discese poscia +tra ’l folto pelo e le gelate croste. + +Quando noi fummo là dove la coscia +si volge, a punto in sul grosso de l’anche, +lo duca, con fatica e con angoscia, + +volse la testa ov’ elli avea le zanche, +e aggrappossi al pel com’ om che sale, +sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. + +«Attienti ben, ché per cotali scale», +disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso, +«conviensi dipartir da tanto male». + +Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso +e puose me in su l’orlo a sedere; +appresso porse a me l’accorto passo. + +Io levai li occhi e credetti vedere +Lucifero com’ io l’avea lasciato, +e vidili le gambe in sù tenere; + +e s’io divenni allora travagliato, +la gente grossa il pensi, che non vede +qual è quel punto ch’io avea passato. + +«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: +la via è lunga e ’l cammino è malvagio, +e già il sole a mezza terza riede». + +Non era camminata di palagio +là ’v’ eravam, ma natural burella +ch’avea mal suolo e di lume disagio. + +«Prima ch’io de l’abisso mi divella, +maestro mio», diss’ io quando fui dritto, +«a trarmi d’erro un poco mi favella: + +ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto +sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora, +da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». + +Ed elli a me: «Tu imagini ancora +d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi +al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. + +Di là fosti cotanto quant’ io scesi; +quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto +al qual si traggon d’ogne parte i pesi. + +E se’ or sotto l’emisperio giunto +ch’è contraposto a quel che la gran secca +coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto + +fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; +tu haï i piedi in su picciola spera +che l’altra faccia fa de la Giudecca. + +Qui è da man, quando di là è sera; +e questi, che ne fé scala col pelo, +fitto è ancora sì come prim’ era. + +Da questa parte cadde giù dal cielo; +e la terra, che pria di qua si sporse, +per paura di lui fé del mar velo, + +e venne a l’emisperio nostro; e forse +per fuggir lui lasciò qui loco vòto +quella ch’appar di qua, e sù ricorse». + +Luogo è là giù da Belzebù remoto +tanto quanto la tomba si distende, +che non per vista, ma per suono è noto + +d’un ruscelletto che quivi discende +per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, +col corso ch’elli avvolge, e poco pende. + +Lo duca e io per quel cammino ascoso +intrammo a ritornar nel chiaro mondo; +e sanza cura aver d’alcun riposo, + +salimmo sù, el primo e io secondo, +tanto ch’i’ vidi de le cose belle +che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. + +E quindi uscimmo a riveder le stelle. + + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + +***** This file should be named 997-0.txt or 997-0.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + https://www.gutenberg.org/9/9/997/ + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the +United States without permission and without paying copyright +royalties. 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