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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***
+
+ RACCONTI
+ POETICI
+
+ DI ALESSANDRO PUSCHIN
+
+ POETA RUSSO,
+
+
+ TRADOTTI DA LUIGI DELÂTRE.
+
+
+
+ FIRENZE
+ FELICE LE MONNIER.
+ 1856.
+
+
+
+
+ Proprietà letteraria.
+
+
+
+
+ A SUA ALTEZZA
+
+ IL PRINCIPE LEONE CZERNICHEFF
+
+ AIUTANTE DI CAMPO
+ DI S. M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE.
+
+
+ _Principe_,
+
+_Inclito amante delle arti belle e della poesia, applaudiste altamente
+il mio disegno di volgere in lingua italiana alcuni poemi di Alessandro
+Puschin. E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste ancora
+essere a parte delle mie fatiche, giovandomi col consiglio, ogni qual
+volta il testo russo mi riesciva troppo oscuro e difficile. Bene
+è dunque ragione che in segno di gratitudine io iscriva in fronte
+a questo volumetto il Vostro illustre nome, ormai per sempre unito
+nel mio cuore al nome del principe Viasemschi, il quale, allorchè,
+nell’anno 1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di darmi la
+prima idea di quei poemi, traducendomene a voce i più stupendi passi._
+
+_Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per l’omaggio reso al
+sommo poeta russo, e perchè queste pagine forse ridesteranno in voi
+la rimembranza dei giorni passati in riva all’Arno, nella città dei
+fiori._
+
+_Credetemi intanto, Principe_,
+
+ _di Vostra Altezza_,
+
+ Umil. servo, affezion. amico
+
+ =Luigi Delâtre=.
+
+_Firenze, a dì 20 di giugno 1856._
+
+
+
+
+CENNI
+
+INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN.
+
+
+Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno
+1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre
+discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età
+di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli
+schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in
+regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro
+il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma
+accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi,
+ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima.
+_Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione
+per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito
+francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in
+Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal
+fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava
+despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice
+Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e
+finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe
+Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò
+un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal
+proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla
+prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò
+Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta.
+
+Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza
+africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici
+rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un
+colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava
+facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran
+tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne
+scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano
+che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e
+rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3]
+
+Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina
+II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva
+belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina
+francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore
+un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere,
+nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà
+di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il
+quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli,
+per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi
+talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la
+maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine
+Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In
+età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e
+incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente
+le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse
+che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da
+lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la
+sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato
+_L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando
+contro sè stesso il seguente epigramma:
+
+ Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_
+ Est-il sifflé par le parterre?
+ Hélas! c’est que le pauvre auteur
+ L’escamota de Molière.
+
+Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione
+tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una
+commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore
+del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle
+stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in
+essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come
+attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di
+Firenze.
+
+Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse
+privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto
+argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile
+serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò
+nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il
+giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla
+sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e
+leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali
+egli, più tardi, trattò in verso.
+
+Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló,
+fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva
+regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero
+quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori
+malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di
+essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un
+suo rapporto:
+
+«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca
+di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi
+fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.»
+
+Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il
+professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che
+facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti
+saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore
+dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che
+osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì
+in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali
+distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi
+mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del
+giovine alunno delle Muse.
+
+Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii,
+un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto
+pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile
+Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi
+tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi
+avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe
+scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo
+del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo
+distogliamo dalla sua vocazione.«
+
+Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817,
+Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e
+incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e
+diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni
+popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore,
+e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema
+in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e
+_seccatura_ erano stati sinonimi.
+
+Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro
+Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non
+di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu
+cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale,
+verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le
+lettere.
+
+La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia
+del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il
+governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva
+egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche
+scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era
+troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua
+porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva
+dietro?»
+
+Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del
+Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo
+malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono,
+poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche
+produzione _byroniana_.»
+
+E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del
+Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_.
+
+L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli
+altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le
+cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle.
+Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si
+suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia.
+
+Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore,
+nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti
+stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è
+partito? Che gli sarà successo?»
+
+Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero
+in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari
+erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi
+sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_,
+la disparizione del poeta.
+
+Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i
+quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò
+che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i
+suoi lavori.
+
+Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni
+altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari,
+dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile
+dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo
+poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_.
+
+Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò
+al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino
+al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare
+Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò,
+nel giorno del suo incoronamento.
+
+Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai
+jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel
+_Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia
+all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva
+francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella
+tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per
+forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e
+meditare.»
+
+Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver
+affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre
+solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla
+sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli
+diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli
+l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava
+debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali.
+
+Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva
+anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte
+s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di
+cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout
+parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di
+Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato
+molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si
+fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar
+dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma
+di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione,
+riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa.
+
+«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni
+cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro
+_mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son
+cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in
+tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe
+appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere
+alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più
+può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con
+risoluzione tentar l’impresa....»
+
+«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la
+precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i
+caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La
+verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta
+tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è
+quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono
+meschine accanto a quelle di Shakespeare!...
+
+«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion
+assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo
+carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di
+Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua,
+bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di
+cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i
+suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità
+degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter
+loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.»
+
+Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel
+successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti
+di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato
+nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di
+Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile
+del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al
+bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così
+fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee
+e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale.
+
+A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin
+ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale,
+fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima
+accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di
+eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai
+posteri le virtù del proprio paese.»
+
+Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere
+e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non
+trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva,
+non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e
+troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino,
+ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così
+acre come i poeti voglion far credere.»
+
+Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità
+instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi
+sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli
+ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non
+componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè
+fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene,
+diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale
+scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile
+al popolo, cioè la prosa.»
+
+Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il
+negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto
+lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del
+capitano_.
+
+Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria
+russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto
+aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo
+nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco.
+Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di
+Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva
+tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità
+generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore
+attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco
+di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io
+un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I
+bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.»
+
+Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione
+straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di
+questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero
+aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà
+che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro
+catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle.
+Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle
+vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite
+fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a
+sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in
+quello vuole che marciscano i suoi figli.
+
+Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali
+pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse
+ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì
+sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore.
+Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di
+rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai
+gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè
+dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette
+di venalità.
+
+Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e
+incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di
+accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo
+ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice
+Schiller,
+
+ Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.
+
+Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza
+far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si
+intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del
+Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato
+viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove
+ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare
+(dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era
+precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi
+questo passo:
+
+«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo
+maneggiare lo schioppo.»
+
+L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte
+Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella
+campagna in qualità di volontario.
+
+«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats
+(de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre
+luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de
+leurs orthodoxies.»
+
+Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie
+escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo,
+non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma
+con l’animo più sereno e più placido di quando era partito.
+
+Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_.
+Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come
+prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali
+però non sembrarono degni della sua alta riputazione.
+
+Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte
+col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono
+estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna.
+
+«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à
+propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément
+indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition
+rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de
+littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot,
+consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire
+du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les
+expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le
+russe perdes Russes! Singulière découverte!
+
+»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être
+complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers
+ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non
+une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée
+des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation
+brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le
+cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées
+et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel
+peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque
+peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit
+nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....»
+
+Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di
+Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è
+politica.
+
+«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la
+Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas
+de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute
+prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des
+Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe.
+Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux
+la Russie, toute vaincue qu’elle était.»
+
+Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina
+Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva
+tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante
+attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso.
+
+Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial
+famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò
+quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con
+maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin,
+il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente
+quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento
+s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la
+vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese
+in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello
+stesso giorno essa gli veniva concessa.
+
+«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des
+études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou.
+J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui
+prouve que l’homme propose et que la femme dispose!»
+
+Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a
+prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono
+dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase
+quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne
+compose alcune nuove.
+
+Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa.
+Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile
+di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa
+esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era
+più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale.
+
+Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831.
+Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi
+incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle
+sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa
+enorme cui lo astringe.
+
+«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité
+de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont
+l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très
+peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf
+capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras
+plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre
+que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend
+qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et
+autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma
+belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle
+a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à
+ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant
+l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand
+les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au
+ratelier du poète?»
+
+Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli
+all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si
+valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di
+Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci.
+
+Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più
+sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea
+cessare che colla vita.
+
+Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già
+parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_,
+morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella
+più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig,
+troviamo il seguente in una lettera:
+
+«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible
+développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine
+et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme,
+de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements
+romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens
+lumineux.»
+
+L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto
+della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel
+1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello
+stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita
+di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono
+in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente
+l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo
+poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla
+perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del
+teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per
+visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso
+settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel
+1834.
+
+Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò;
+ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal
+piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi,
+e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla
+fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito.
+
+Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin.
+Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo
+di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla
+consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito
+l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato
+nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture.
+
+Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin,
+ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la
+conclusione.
+
+«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia
+moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano;
+gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo
+l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li
+benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi.
+Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,»
+sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai,
+ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’
+all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato
+tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre
+contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al
+principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin
+gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si
+affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse:
+«La morte s’appressa....»
+
+»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in
+pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente.
+Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano
+ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva
+venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un
+lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al
+nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati
+in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In
+noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile
+la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno,
+e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un
+fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo
+intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine,
+con rammarico eguale al nostro.
+
+»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli
+stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che
+ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!...
+Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in
+breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi
+patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano
+troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso
+che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva
+Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava
+Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi
+sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....»
+
+»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi
+che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo
+migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt
+(altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di
+fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano
+fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la
+destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due
+pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene
+recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora;
+«ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a
+capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la
+sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via,
+via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con
+che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia.
+«Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava
+l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io.
+Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava
+ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e
+gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese
+per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il
+sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo:
+«Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole
+estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si
+gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue
+labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita
+senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio,
+dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal.
+
+»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio....
+Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I
+lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era
+quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno
+andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi
+tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin.
+Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte
+per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina,
+collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per
+ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune
+lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda
+immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle
+preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto
+singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia.
+Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle
+Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più
+illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze
+estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per
+l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu
+deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per
+qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e
+persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre.
+
+»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla
+piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che
+il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del
+5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono
+il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di
+sua madre.»
+
+Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice
+poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non
+potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento
+e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro
+Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con
+quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata.
+Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche
+profeti.
+
+Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e
+otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile
+impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte.
+
+Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo,
+illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e
+Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro,
+in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla
+sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle
+condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur
+troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura.
+
+Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella
+disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera
+ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi,
+riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile
+è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima
+di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua
+francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità
+attinse Gœthe alla stessa fonte.
+
+L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti
+capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_,
+nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don
+Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle
+peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile
+svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla
+quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive
+gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo
+grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori.
+
+Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano
+Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron
+è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai
+a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è
+un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro
+il suo volere.
+
+I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti,
+vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie,
+ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile,
+ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti
+ed allori. La loro poesia era la poesia della vita.
+
+Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la
+contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta
+risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui
+generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai
+lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione,
+del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della
+morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro
+spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del
+dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico,
+i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta
+intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto
+composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è
+l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau,
+il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_
+di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi
+sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un
+vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria
+procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron.
+
+Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare
+che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_,
+che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia,
+ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha
+di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore.
+
+ * * *
+
+Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni
+schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro
+greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa,
+perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la
+scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore
+moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo
+per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho
+aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato
+dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano
+inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità
+che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico.
+
+Darò qui due esempi delle libertà da me prese.
+
+Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio
+Anieghin_, il poeta dice:
+
+«La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante.
+(Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma
+se le porti il diavolo).»
+
+Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una
+freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa.
+
+Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo:
+
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
+di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al
+minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa
+attenzione spiano ec.»
+
+Ho tradotto nel seguente modo:
+
+«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella
+di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano
+silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.»
+
+Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata
+io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe
+senza utilità il corso del racconto.
+
+Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società
+galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella
+mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i
+lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole
+evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo.
+
+Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di
+Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_,
+sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma
+per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare
+quel volume.
+
+Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal
+signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto
+stampato nella tipografia Le Monnier.[10]
+
+
+
+
+Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai
+lettori dei racconti di Alessandro Puschin.
+
+Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte
+le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste
+lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in
+infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia:
+
+ =Sanscrito=.
+ |
+ | _Celtico._
+ | |
+ | | Erso.
+ | | Irlandese.
+ | | Gaelico ec.
+ |
+ | _Greco._
+ | |
+ | | Dorico.
+ | | Attico.
+ | | Ionio.
+ | | Eolico ec.
+ | | Romaico ossia greco moderno.
+ |
+ | _Latino._
+ | |
+ | | Etrusco ed ombro.
+ | | Osco.
+ | | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese.
+ | | Vallacco. Francese ec.
+ |
+ | _Gotico e Teutonico._
+ | |
+ | | Svedese.
+ | | Danese.
+ | | Tedesco.
+ | | Orlandese.
+ | | Inglese ec.
+ |
+ | _Slavone._
+ | |
+ | | Lituano.
+ | | Russo.
+ | | Illirico.
+ | | Pollacco.
+ | | Boemo ec.
+
+In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il
+sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di
+derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità
+consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la
+_grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_
+di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel
+libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e
+finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le
+sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_.
+
+La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato
+nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere
+omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più
+coltivati e più illustri.
+
+Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole
+europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non
+conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime
+le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il
+Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_,
+l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
+_genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne
+hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il
+_dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha
+sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il
+_genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_,
+l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La
+coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le
+può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la
+russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono
+ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_.
+Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee
+le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri
+idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono
+raggiungere.
+
+
+
+
+IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.
+
+
+I.
+
+I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11]
+I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla
+bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano
+le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro
+sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’
+loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere
+carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo
+al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma
+tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a
+sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il
+Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia,
+e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace
+immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non
+bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già
+imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa.
+
+Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una
+lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce
+calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil
+fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente
+altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni,
+riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa
+dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi:
+quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e
+allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà!
+Egli è schiavo.
+
+Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne
+dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’_aúl_ è vuoto
+d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi
+le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di
+sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio.
+Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e
+svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice
+palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in
+Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli
+anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto,
+ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice
+delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una
+seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli
+uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i
+fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo
+dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da
+gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta
+calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò
+l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna.
+
+Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue
+illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un
+masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino,
+e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito
+tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli _aúl_, armati
+di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si
+va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada
+l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un
+ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che
+s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza
+con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo
+si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira
+con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva
+suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un
+sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e
+gli mesce una tazza di _kumi_[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza,
+ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da
+quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica,
+ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra.
+Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la
+grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di
+quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno
+sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga
+l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra
+il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale
+sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non
+possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e
+i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime.
+
+Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei
+monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende
+dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la
+gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli
+arreca del _kumi_, del miele e della candida farina di miglio; divide
+seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente
+lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia;
+gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto
+per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la
+prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può
+corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme
+di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non
+fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e
+spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti
+ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste
+della prima passione; no, tu non torni più mai.
+
+Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà,
+e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel
+destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra
+gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei
+monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla
+natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi
+eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi
+l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore
+gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e
+rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante
+volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che
+sovrastava all’_aúl_! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi
+piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito
+ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno
+ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío
+dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della
+bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle
+nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un
+momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove,
+e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il
+prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore,
+aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con
+secreto diletto l’impotente furore della burrasca.
+
+Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli,
+le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava
+la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari.
+L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro
+passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il
+giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla
+_burca_[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella,
+assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati
+sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli
+della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità
+l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto
+di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre
+ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno
+stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche
+e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi
+in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante
+o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte
+senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per
+amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli
+stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba
+fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in
+men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo,
+e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca
+terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le
+macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue
+segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma
+non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il
+prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida,
+e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo
+ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il
+deserto.
+
+Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in
+preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli,
+l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi
+circostanti la targa, la _burca_, la lorica, l’elmo, e non serba presso
+sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione
+nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco
+galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi
+sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano
+il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e
+li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche
+prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti
+la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi
+villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le
+belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca
+dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte
+stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso
+se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso;
+e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel
+tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si
+rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona
+venuta, e gli fa empire una ciotola di _tcikir_[14] odoroso. Lo
+straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in
+sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con
+rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato.
+
+Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo
+Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso
+pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi;
+ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e
+come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi
+polverosi.
+
+Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e
+non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende
+contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan
+balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra
+gli applausi feroci dei fanciulli.
+
+Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non
+vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e
+ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea
+veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle
+palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei
+certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea
+con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti,
+delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici
+e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio,
+i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio
+l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla
+altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno
+sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di
+possedere un tale schiavo.
+
+
+II.
+
+La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza
+dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano
+d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte,
+t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di
+brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero,
+rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo,
+oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o
+arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli
+occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia
+coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte
+mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un
+ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non
+li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile,
+soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero,
+e l’anima mia è tutta tua....”
+
+Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata
+giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose
+parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero,
+e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista
+di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo.
+Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le
+dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di
+gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi
+della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua
+bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini
+accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri
+e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice
+amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire
+le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima,
+allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è
+troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro
+del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce
+dell’amore....
+
+”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le
+lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella
+d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle
+braccia d’una appassionata fanciulla!...
+
+”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà,
+lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo,
+discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta;
+io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro
+che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non
+te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime
+l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima
+mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata....
+
+”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e
+il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un
+amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai
+di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.”
+
+La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio
+asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero;
+pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano
+impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno
+in questo modo:
+
+“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere
+i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto,
+e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse
+mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi
+nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente
+bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure
+umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno
+irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori?
+Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo
+lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....”
+
+Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La
+rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta
+alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il
+fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle:
+“Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa
+fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo
+solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora
+che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me
+caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene
+righerà le mie ossa esiliate....”
+
+Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve
+si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano
+in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da
+quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo
+intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue
+alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una
+camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i
+suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene
+furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti.
+Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío
+delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare
+dell’uomo, si rintanano nelle loro buche.
+
+Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra
+circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso
+nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_,
+un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte
+per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa
+di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le
+opulenti campagne del Cubano.
+
+Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano
+al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano
+e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio
+venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande
+azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle
+ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire.
+
+ CANZONE CIRCASSA.
+
+ I.
+
+ Regna il silenzio sulla steppa vasta;
+ Tace il Caucaso avvolto in velo bianco;
+ Dorme il Cosacco spensierato e stanco
+ Col capo chino sulla fulgid’asta.
+ Mira quell’onde, o amico, e quelle spume:
+ I Cecceneti scendono sul fiume.
+
+ II.
+
+ Va il Cosacco in barchetta per pescare,
+ Ma del lido non sa tutti i ripieghi.
+ Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi
+ Come un bambino che non sa notare
+ E che pur di varcare il rio presume:
+ Il Circasso t’aspetta in riva al fiume.
+
+ III.
+
+ In riva al fiumicel con lento passo
+ Van le fanciulle a coglier le viole,
+ O tesson qua e là gaie carole.
+ Scappate, o forosette! ecco il Circasso
+ Che rapir le ragazze ha per costume:
+ Il Circasso vi coglie in riva al fiume.
+
+Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava
+la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente
+è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti
+s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata
+di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle
+boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il
+roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi.
+
+Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un
+velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la
+figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia
+adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno
+e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un
+pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa
+lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi
+non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia....
+Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa
+oscurità....”
+
+Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge
+a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola
+sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio
+della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa
+esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che
+le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei
+gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo
+fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene
+meco....”
+
+“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita
+è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò
+quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?...
+raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai
+tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò....
+addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima
+volta....”
+
+Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda
+la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la
+sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano
+silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio;
+già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli
+opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo
+e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in
+giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda,
+ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè
+del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i
+giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si
+cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna.
+
+Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato
+di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove
+trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno,
+mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà.
+Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono
+le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero
+che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano
+davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi
+annunziano il suo arrivo.
+
+
+EPILOGO.
+
+Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava
+ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per
+farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella
+stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in
+quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola
+intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle
+delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei
+Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe,
+quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di
+rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del
+Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà
+delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il
+glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il
+Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek
+petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace
+Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o
+Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano,
+perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto
+la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili
+ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che
+pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: _armi,
+armi!_... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco
+Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando
+moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati;
+nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri
+monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara
+indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15]
+dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri
+costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà
+arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato;
+e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro
+castigo.
+
+
+
+
+IL CONTE NULIN.
+
+
+Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri in gran gala stanno in
+sella sin dall’alba; i levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore
+s’avanza sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina ogni
+cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. Ha indosso un
+soprabito tartaro, un coltello turco a cintola, una boccetta di rum
+ad armacollo, e un corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie,
+colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto sulle
+spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, osserva dalla finestra
+quella turba d’uomini e di cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi
+impugna la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: “Non
+m’aspettare!” E tosto sprona, e via.
+
+Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come si parla in prosa)
+la campagna è noiosa; piove, fa della mota, tira vento, neviscola, e
+i lupi ululano intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace
+al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; lancia il corsiero
+nelle vaste campagne; cangia ogni sera soggiorno; bestemmiando,
+inzuppandosi, e mangiando a più non posso, insegue le fiere e ne fa
+orrenda strage.
+
+Ma che sarà della signora, durante l’assenza del marito? Non le mancano
+le faccende. Salare i funghi, pascere le oche, ordinare il pranzo e
+la cena, sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona è
+necessario in ogni dove; vede bene e vede tutto.
+
+Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che mi sono scordato di dirvi
+il suo nome! Suo marito la chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo
+Natalía Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva punto dei
+suoi interessi domestici, per la ragione che era stata educata, non già
+nella casa paterna, ma in una pensione nobile diretta da una emigrata
+francese, madama Falbalà.
+
+Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino giace aperto il
+quarto volume d’un romanzo sentimentale intitolato: _Amours d’Elisa
+et d’Armand ou La correspondance de deux familles_; romanzo classico,
+antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro di sottigliezze
+romantiche.
+
+Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; ma, frastornata
+dalla zuffa d’un becco con un cane, s’affacciò alla grata per mirar la
+giostra. I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le tacchine
+dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo fradicio; tre anatre
+sguazzavano in una pozzanghera; una vecchia attraversava il cortile
+fangoso per andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo
+s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a un tratto s’udì
+in lontananza un tintinnío di sonagli.
+
+Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, sa per esperienza quanto
+il distante squillo dei sonagli esalta il cuore e la immaginazione.
+Forse sarà qualche amico attardato, qualche compagno della
+nostra gioventù.... Forse sarà _dessa_?... Dio mio!... s’accosta,
+s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore s’appressa sempre
+più... ma ohimè! già s’indebolisce, si dilegua e svanisce dietro il
+monte.
+
+Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica la rallegra; guarda e
+scorge una calescia che corre accanto al mulino al di là del fiume....
+ora passa il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a
+sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange dal dolore.
+Ma di subito.... oh che fortuna! Nello scender la china, la calescia
+ribalta.
+
+“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata una calescia!
+Conducetela qua, e invitate a pranzo il viaggiatore.... ma sarà
+vivo?... andate a domandarne.... presto, presto!”
+
+Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda in fretta i suoi ricci,
+si getta uno scialle in dosso, tira le cortine, spinge una sedia, e
+aspetta: quanto le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano
+finalmente. Impillaccherato dalla melletta della strada, tristo e
+mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. Segue il signore zoppicando.
+Il cameriere francese non si sgomenta; va ripetendo: _allons! courage!_
+Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. Mentre il cameriere _Picard_
+brontola, e si adira; mentre il signore introdotto a porte spalancate
+in una stanza separata, s’occupa della sua toelette; domanderete
+forse chi è costui? Egli è il conte Nulin che torna dall’estero, ove
+dissipò in pazzie e in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto
+di _fracchi_, di _gilè_, di cappelli, di ventagli, di mantelli, di
+fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, di _foular_,
+di calze ricamate a giorno, egli si trasporta a Pietroburgo per farvisi
+vedere come un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro serio
+di monsieur Guizot, un _album_ di pessime caricature, un nuovo romanzo
+di Walter Scott, la raccolta dei _bons mots_ della corte di Francia,
+le ultime canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini e di
+Paer, ec. ec. ec.
+
+Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora di pranzo; la padrona
+aspetta con impazienza; l’uscio s’apre; il conte comparisce. Natalía
+Pavlovna si alza a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute e
+come sta la sua gamba.... Il conte risponde: “Non sarà nulla.”
+
+Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata a quella di Natalía;
+appiccano conversazione. Il conte impreca alla santa Russia; non
+comprende che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira e
+anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il teatro è
+orfano.... _c’est bien mauvais; ça fait pitié_. Talma divien sordo
+e scade; _Mademoiselle_ Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è
+_Potier, le grand Potier_! Solo questo cantante mantiene la sua
+antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori di moda?” — “Sempre
+D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno imitatori anche presso di noi.”
+— “Dite davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a svilupparsi
+anche in Russia. Piaccia a Dio che alla fine c’inciviliamo!” — “Come
+si portano i busti?” — “Molto bassi.... quasi sino al.... ecco, fin
+qui.... Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto così....
+_ruches_, nastri; questo è proprio un modello; tutto insomma mi par
+assai conforme alle ultime mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” —
+“Vuol’ella sentire un grazioso _vaudeville_?”
+
+E il conte si mette a canterellare.
+
+“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se così è....”
+
+Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente allegra. Il
+conte si dimentica di Parigi, e ammira la di lei leggiadria. Passano
+la serata in festa e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. Lo
+sguardo della signora esprime la benevolenza, e talora si china a terra
+fiso e languido. Sta per suonar mezza notte; i servi russano da gran
+tempo nell’anticamera; il gallo ha già strillato più volte; la guardia
+notturna picchia sulla lastra di ferro;[16] le candele consumate stanno
+per estinguersi. Natalía Pavlovna si rizza.
+
+— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi bene....” Il galante
+conte, mezzo innamorato, si leva a malincuore, e bacia la mano della
+sua gentile ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria delle
+donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, ha dato una lieve stretta di
+mano a Nulin.
+
+Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la sua cameriera
+Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia è la confidente dei capricci
+di Natalía; cuce, lava, porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti
+usati, di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche volta lo
+sgrida, e mènte con impudenza in faccia alla padrona. Adesso discorre
+gravemente del conte, delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo
+negozio. Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente la padrona le
+impone silenzio: — “Chétati, tu mi secchi!” Domanda la camiciola e la
+scuffia da notte; s’insinua nel letto e manda via la cameriera.
+
+Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si corca e chiede un
+sigaro. _Monsieur Picard_ glielo arreca, e al tempo stesso una boccia
+d’acqua, una tazza d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio a
+molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor tagliato.
+
+Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. Ma il suo pensiero è
+altrove. Una atroce cura lo martira; egli dice fra sè: “Sono io forse
+innamorato? Possibile?... Che caso strano! Sarebbe bella davvero...
+Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” E così
+meditando smorzò il lume.
+
+Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il diavolo neppure, il
+quale gli suscita in testa mille idee incongrue. Il nostro focoso
+protagonista si rappresenta al vivo lo sguardo significante della
+padrona; quella statura rotondetta e grassoccia, quella voce soave
+veramente femminile, quel volto, quelle carnagioni cui la sanità rende
+più fresche del rossetto. Si rimembra il gentil tocco della punta di
+quel piedino; si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta la
+mano con quella sua manina negligente. È uno stolido; doveva rimanere
+con lei e cogliere il momento opportuno. Ma non è ancora troppo tardi,
+la porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, indossa
+una guarnacca di seta a più colori, rovescia una seggiola in mezzo al
+buio, e, colla speranza di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo
+Tarquinio, verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro.
+
+Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito delle serve, si
+pone in agguato presso al focolare; s’inoltra bel bello, furtivamente,
+socchiude le palpebre, ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un
+tratto acchiappa l’infelice sorcio.
+
+L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si fa strada brancolando;
+oppresso dall’ansia del cuore, può appena trarre il fiato, e trepida
+quando ode il tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle
+bramate mura, volta la maniglia d’ottone della toppa, e l’uscio pian
+pianino cede. Egli getta un’occhiata nella camera: la fiamma della
+lampada mezzo estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La
+padrona riposa placidamente o finge di riposare.
+
+Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente si butta in
+ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, prego le signore di San
+Pietroburgo d’imaginarsi che spavento provò al destarsi la nostra
+Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva che facesse.
+
+Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il conte; il nostro eroe
+esterna con calore la sua passione, e già la sua mano audace preme
+quella della dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un
+generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse anche, vo’
+credere, di paura, balza dal letto, e vibrando il braccio, dà a
+Tarquinio uno schiaffo; sì, uno schiaffo, e che schiaffo!
+
+Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte inghiotte
+quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata a finire la faccenda, se
+il cane barbetto che si mise a guaire non avesse svegliato Prascovia.
+Il conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, maledicendo la
+sua dimora in quella casa e i capricci delle donne.
+
+Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il resto di quella notte,
+pensalo tu, lettore, se il puoi; io non intendo aiutarti a figurartelo.
+
+La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, si veste
+svogliatamente, si mette, sbadigliando, a limar le sue unghie color
+di rosa, s’annoda con negligenza la cravatta, e non si liscia gli
+inanellati capelli colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io
+non so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? Il conte,
+comprimendo la stizza della sua balordaggine e il suo secreto furore,
+esce dalla stanza.
+
+La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, e mordendosi le
+labbra di cinabro, parla con modestia di cose indifferenti. Confuso a
+prima giunta, poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo.
+Era appena un’ora che stavano insieme, e già il conte scherzava con
+disinvoltura, e si sentiva di bel nuovo innamorato, quando s’udì uno
+strepito nel vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai?
+
+“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, ecco mio marito. Mio
+caro, il conte Nulin.” — “Me ne rallegro assai. Che tempo scellerato!
+Ho veduto la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia!
+abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi vicini. Ehi! acquavite.
+Conte, vi prego d’assaggiarla; vien di lontano. Rimarrete a pranzo con
+noi.” — “Grazie, non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, io ve ne
+supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo grati. Ci siamo intesi; voi
+restate.”
+
+Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a voler andarsene.
+Picard, che si è ristorato le forze con un buon sorso di vino, si
+lagna di dover di nuovo ripor la roba. Già due servitori attaccano i
+bauli sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta nel
+cortile, e il conte parte....
+
+Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, ma aggiungerò due
+parolette.
+
+Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò al marito tutto
+l’accaduto, e scrisse l’impresa del conte a tutti i di lei conoscenti.
+Ma chi fu quello che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo
+indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. Non fu lo sposo.
+S’adirò fortemente; disse che il conte era un matto, uno sguaiato, e
+che lo caccerebbe a furia di cani come una lepre.
+
+Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, un giovinotto di
+ventitrè anni, nominato Lidin.
+
+Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol nostro, una donna
+fedele al consorte non sia prodigio?
+
+
+
+
+LI ZINGARI.
+
+
+Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia.
+Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere.
+La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto
+nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo
+ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la
+cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono
+nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere;
+i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì
+seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli
+si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma
+subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode
+nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i
+fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto
+empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti
+dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che
+esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure
+circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una
+libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà,
+ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori
+dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre
+si raffredda.
+
+Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio
+zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la
+ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del
+deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la
+legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a
+seguirci dovunque andremo.”
+
+_Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della
+nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace.
+Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al
+nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente.
+Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un
+mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena
+a ballar l’orso per le strade.
+
+_Alecco_. Io resto.
+
+_Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi;
+la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le
+palpebre....
+
+ * * *
+
+Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda
+silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende:
+svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli
+piume.”
+
+Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni,
+rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano
+nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese
+ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli,
+le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo
+luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle
+zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar
+dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà
+di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di
+quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in
+mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto
+colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i
+ritornelli delli schiavi.
+
+Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che
+attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli
+angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede
+allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e
+gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e
+morde?
+
+L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a
+fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli.
+Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote
+le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e
+sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo
+s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane,
+ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera.
+
+Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha
+covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo,
+ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina
+offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai
+estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a
+calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli
+largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte
+isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo
+alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e
+ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto
+esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto
+tempo si sono placate? Aspettiamo.
+
+_Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per
+sempre?
+
+_Alecco_. Che ho io abbandonato?
+
+_Zemfira_. La patria, i concittadini.
+
+_Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi
+figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli
+uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano
+mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano
+d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte
+davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato?
+Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione
+del volgo insano, e l’opprobrio splendido.
+
+_Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi,
+banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti!
+
+_Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può
+esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè
+priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia
+diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il
+mio volontario esilio....
+
+_Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la
+libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una
+nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal
+suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e
+l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine,
+un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la
+sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene.
+Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva
+la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole
+e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli
+uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e
+fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di
+calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza
+così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava
+che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della
+sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle
+spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo
+lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le
+sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare
+il riposo in questa terra da lui aborrita.
+
+_Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice
+delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la
+gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola
+di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro
+sotto l’ombra della sua tenda affumicata?
+
+ * * *
+
+Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a
+caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona
+accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai
+ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una
+esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il
+tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire
+all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che
+vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa.
+L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca,
+danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle
+steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto
+va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo
+bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva
+cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei
+contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non
+macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel
+padiglione.
+
+Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato
+dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla.
+Alecco ascolta, e freme.
+
+_Zemfira_.
+
+ Vecchio marito,
+ Sposo aborrito,
+ Scannami pure
+ Colla tua scure;
+ Io ti disprezzo,
+ Mi fai ribrezzo;
+ Un altro adoro,
+ Per lui mi moro.
+
+_Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle
+parole feroci.
+
+_Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per
+te.
+
+ Vecchio marito,
+ Sposo aborrito,
+ Da te trafitta,
+ Io starò zitta;
+ Il nome tuo
+ Bestemmierò;
+ Il nome suo
+ Non ti dirò.
+ Per lui sol canto;
+ È l’idol mio;
+ Ei m’ama tanto!
+ Ma più l’amo io.
+
+_Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa....
+
+_Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone?
+
+_Alecco_. Zemfira!...
+
+_Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio
+marito_).
+
+_Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero
+giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia
+Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno,
+mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van
+sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è
+profondamente impresso.
+
+ * * *
+
+Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole
+sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi
+spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.”
+
+_Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa:
+verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro
+che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco.
+
+_Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira!
+
+_Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto.
+
+_Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio
+cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia
+un altro nome!
+
+_Il Vecchio_. Che nome?
+
+_Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io
+lo sveglierò.
+
+_Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne
+andrà da sè.
+
+_Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso
+di lui. Addio, padre; raddormentati.
+
+ * * *
+
+_Alecco_. Ove sei ita?
+
+_Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti
+tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i
+denti, e proferivi il mio nome.
+
+_Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con....
+insomma, ho fatto un sogno spaventevole.
+
+_Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne.
+
+_Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste
+affettuose, nè al tuo amore.
+
+ * * *
+
+_Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente?
+Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle
+donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe.
+
+_Alecco_. O padre! essa non mi ama più.
+
+_Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza
+fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la
+luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde
+egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in
+una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè
+vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non
+andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta,
+non cangiar mai d’amore? Plácati.
+
+_Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie
+braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante
+volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio
+inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che?
+Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica.
+
+_Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo
+remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio....
+— Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando
+obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri
+di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva
+d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra
+tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la
+feci mia propria.
+
+Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del
+piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo.
+
+Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari
+stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte,
+e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se
+ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la
+mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più
+la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira
+piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a
+tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda.
+
+_Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata?
+Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo
+drudo?
+
+_Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà
+mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente;
+quel che fu, non sarà più.
+
+_Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto
+ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se
+io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo
+risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli
+farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con
+diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo.
+
+ * * *
+
+_Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo!
+
+_Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo.
+
+_Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo....
+
+_Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni.
+
+_Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo?
+
+_Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su
+quella stessa altura....
+
+_Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai!
+
+_Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino!
+
+ * * *
+
+Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta
+cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua
+mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua
+consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode;
+la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza
+dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono,
+tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle
+spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi
+sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo.
+Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce
+egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra
+tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un
+sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío
+profano.
+
+_Prima voce_. Io mi parto.
+
+_Seconda voce_. Ferma, amor mio.
+
+_Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico.
+
+_Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba.
+
+_Prima voce_. È già tardi.
+
+_Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto.
+
+_Prima voce_. Tu mi perdi.
+
+_Seconda voce_. Un momento.
+
+_Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova....
+
+_Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate....
+Stavate molto bene su questa tomba....
+
+_Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi!
+
+_Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà
+una coltellata._)
+
+_Zemfira_. Alecco!
+
+_Lo Zingaro_. Io spiro.
+
+_Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di
+sangue.... Che hai fatto?...
+
+_Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore....
+
+_Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io
+maledico la tua crudeltà.
+
+_Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._)
+
+_Zemfira_. Muoro amandolo.
+
+ * * *
+
+L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede
+dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri
+giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede;
+gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una
+fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare,
+secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto
+solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano
+i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda
+terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata
+di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato.
+
+Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e
+spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti
+nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra
+noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi
+la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu
+sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!”
+
+Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso
+dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa.
+Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura.
+Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine,
+uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a
+mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale
+resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata.
+
+Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del
+maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno.
+
+
+EPILOGO.
+
+Così, colla magia del canto io evocava nella mia mente le imagini dei
+giorni andati, oscuri o sereni. Nel paese ove tanto tempo rimbombarono
+le folgori della guerra, ove il Russo determinò i confini della potenza
+turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite fa legge e impera tuttora,
+io incontrai un tranquillo accampamento di Zingari figli della libertà.
+Ma la felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli della
+natura! Sotto i vostri padiglioni laceri s’aggirano sogni funebri e
+tormentosi, i vostri carri vagabondi non vi sottraggono alle ambasce;
+chè anche nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo vi è, come
+altrove, bersaglio del destino.
+
+
+
+
+LA FONTANA DI BAKCISARAI.
+
+
+PREFAZIONE.
+
+L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva
+in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede
+un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica.
+Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle
+ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta
+schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un
+viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non
+abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu,
+come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti
+alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la
+tradizione popolare.
+
+Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema
+del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli
+un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo
+secolo, ispirati dallo stesso soggetto.
+
+Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui
+Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema.
+
+
+I.
+
+BAKCISARAI DI GIORNO.
+
+La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano,
+le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte
+dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità
+sovrana, ove s’annidava l’amore.
+
+
+L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica
+alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in
+nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare:
+_Ruina_.
+
+
+In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa
+la fontana dell’_harem_; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella
+solitudine:
+
+
+“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda
+tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana
+resta.”
+
+
+II.
+
+BAKCISARAI DI NOTTE.
+
+I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’_izam_[17]
+si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora;
+l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto.
+
+
+L’eterne lampade del cielo rilucono nell’_harem_; una nuvoletta
+naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno
+sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una
+ghirlanda d’oro.
+
+
+L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù
+nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni
+seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle
+tenebre.
+
+
+Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come
+un _faris_[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro.
+
+
+III.
+
+LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.
+
+Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in
+mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del
+passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno
+il verme della rimembranza.
+
+
+Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia....
+Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo
+sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo
+quegli eterni segni sfavillanti?
+
+
+O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano
+dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra.
+
+
+Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono
+del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta
+pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche
+alla mia memoria.
+
+
+IV.
+
+LE TOMBE DELL’HAREM.
+
+(Mirza parla al Pellegrino.)
+
+Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa
+d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora
+e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del
+mare.
+
+
+Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla
+loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito
+delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise
+dalla mano d’un _giaur_.[20]
+
+
+O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità,
+sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli
+infedeli.
+
+
+Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo
+permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le
+mira con lacrime.
+
+
+V.
+
+L’AIU-DAG.
+
+Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che
+s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che,
+simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi
+baleni.
+
+
+Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come
+un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in
+precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli.
+
+
+In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo
+le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti,
+
+
+Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti
+immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue
+tempie.
+
+
+Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le
+vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione
+surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio
+della sua relazione:
+
+“Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di
+sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne
+del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche
+avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro
+colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische
+talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che
+ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_....
+
+”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione.
+Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un
+fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il
+gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più
+elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....”
+
+ (_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)
+
+
+
+
+Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di
+lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano
+silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa
+attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e
+del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e
+tutti riverenti si ritirano.
+
+Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore
+si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo
+ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi.
+Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i
+pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi
+alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure
+scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio
+dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese?
+
+No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si
+riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli
+infiamma più la mente.
+
+Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_
+educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_?
+
+No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare,
+e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di
+tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e
+inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici
+sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni
+fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e
+l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente.
+L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi
+s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il
+tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando,
+oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque
+zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le
+segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui
+sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu
+stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere
+del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del
+Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua,
+egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni,
+gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i
+languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce
+bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà
+e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le
+lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede.
+
+Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno,
+durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono
+sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone
+eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione
+quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto,
+l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui
+tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da
+continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il
+loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti;
+di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome
+straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche
+sfrenata e matta cupidigia!
+
+Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è
+spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini
+del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza
+in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla
+dimora delle donne altre volte a lui sì care.
+
+Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una
+fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza
+in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca.
+Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto
+le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto
+sonoro e gaio che fa echeggiar le sale.
+
+
+ CANZONE TARTARA.
+
+I.
+
+Largisce il cielo agli uomini il compenso delle pene e delle lacrime:
+beato il _Fachir_[22] che vede la Mecca nei tristi anni della sua
+vecchiaia.
+
+II.
+
+Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose sponde del Danubio:
+una celeste fanciulla gli volerà incontro, sorridendo d’amore.
+
+III.
+
+Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti
+accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_.
+
+ * * *
+
+Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla
+dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma
+rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può
+piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.
+
+Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli
+ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del
+giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere
+gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle
+tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare
+per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i
+tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella
+solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_.
+
+Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa,
+essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso
+che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca
+volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte
+della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè
+anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata,
+si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose
+e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava
+maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un
+azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava
+i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti
+e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi
+sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida
+non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava
+l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne.
+
+Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la
+Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un
+incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla
+guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i
+giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello
+è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del
+palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con
+intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura.
+Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede
+il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori
+della campagna.
+
+La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi
+si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui
+è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il
+sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della
+sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_.
+Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce
+custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte;
+non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa
+neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce
+turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola
+nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso
+ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde
+una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza,
+ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la
+sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina
+e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano
+forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia,
+un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della
+castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita
+dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro
+deposito: il sentimento della divinità....
+
+Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre;
+in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar
+del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro
+di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve.
+Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e
+vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera.
+
+La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno
+strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco
+ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia
+assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del
+tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un
+calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio
+incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore....
+ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori
+quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di
+marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua
+compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma
+invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.
+
+Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto
+soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso
+splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi
+e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par
+ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore!
+
+Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza
+da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello
+s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il
+vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto;
+il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro.
+
+Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la
+maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore
+s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella
+dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella
+lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso,
+simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo
+della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti.
+S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno
+giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso,
+sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta
+il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia.
+E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden,
+sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il
+di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano
+a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti
+miei....”
+
+Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la
+principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo;
+tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a
+questa ora, in queste mura? Che brami?...”
+
+— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te
+riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma
+svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.
+
+”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni
+sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i
+monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti
+impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della
+sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del
+mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele....
+Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in
+pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore
+con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero
+esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla
+dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura
+dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un
+palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo
+tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità
+perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia
+crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma
+tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un
+empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio
+alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più
+delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice
+della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so;
+quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti
+gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare
+come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore?
+Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come
+fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli
+ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà
+mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti
+supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace;
+rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli
+è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo,
+coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben
+io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di
+mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con
+Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè
+del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”
+
+Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente
+giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni
+tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che
+preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia?
+Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei
+potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se
+volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita!
+Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue
+ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa
+nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in
+cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno.
+
+Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un
+momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato
+paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua
+disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. —
+Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio
+è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari
+egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come
+prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta
+nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla
+battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta;
+Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come
+côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un
+torrente d’amare lacrime.
+
+Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate
+invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia
+dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un
+pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella
+notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei
+gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce,
+immane fu il castigo.
+
+Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del
+Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e
+fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo
+recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto
+l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto
+di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione
+che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica
+bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in
+lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di
+Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto
+sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese
+conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la
+fontana delle lacrime.
+
+Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale,
+io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le
+silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli,
+e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni
+ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira
+nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose
+rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla
+sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere
+consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando
+i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_,
+ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte
+d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente
+i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace
+all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro
+pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle
+fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui
+scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....
+
+Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che
+m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè
+evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa
+di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle
+forme ancora terrestri.
+
+Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e
+dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir.
+Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti
+cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione
+incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i
+boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e
+fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto
+eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la
+strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino
+d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano
+al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....
+
+
+
+
+EUGENIO ANIEGHIN.[24]
+
+
+
+
+CAPITOLO PRIMO.
+
+ Si affretta di vivere, s’affanna a godere.
+ VIASEMSKI.
+
+
+“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era
+giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul
+serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura
+per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene
+di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo,
+assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine,
+mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via
+il diavolo, maladetto vecchio!”
+
+Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così
+fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove,
+di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di _Ruslano e Liudmila_,[25]
+permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare
+amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono
+Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste
+voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io
+le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è
+contrario.[26]
+
+Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di
+debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte
+dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una _Madame_; quindi un
+_Monsieur_ per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero
+diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno,
+lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera
+morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel
+Giardino d’estate.
+
+Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera
+melancolia, _monsieur l’abbé_ fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente
+libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un _dandy_ di
+Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in
+francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran
+disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò
+spiritoso e compito.
+
+Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo
+dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi,
+Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice
+talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione
+grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le
+signore coi suoi frizzi satirici e spontanei.
+
+La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la
+conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di
+Giovenale, per cacciare un _vale_ in fondo a una lettera e citare a
+mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran
+vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma
+sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri.
+
+Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta
+delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un
+coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva
+un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e
+s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i
+prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie,
+e ipotecava i suoi beni.
+
+Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma
+la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si
+applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava
+le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la
+scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per
+la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della
+Moldavia, lungi dalla sua cara Italia......
+
+Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito,
+occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere,
+mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento,
+or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto,
+o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio
+intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una
+sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora
+la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di
+obedienti lacrime.
+
+Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte
+disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante
+di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza
+di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare
+una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione,
+sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza
+posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso
+appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come
+sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva
+sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva
+sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il
+marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio,
+maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di
+sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio.
+
+Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio
+di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso
+è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di
+ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti
+si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco
+importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il
+suo largo _bolivar_,[27] corre al _boulevard_, passeggia in su e in giù
+finchè il suo infallibile _Breguet_[28] gli segni l’ora del pranzo.
+
+Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!”
+gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il
+bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già
+lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino
+della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un
+_roast-beef_ sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della
+gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio
+di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio _vivente_ di
+Limburgo e una piramide d’aurei ananassi.
+
+La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi
+altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che
+è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro,
+incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle
+quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti
+stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar
+Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi
+osservare dalla gente.
+
+Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von
+Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise
+colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro
+fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime
+di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame
+delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì,
+all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri.
+
+Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata:
+siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma
+non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo
+della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà
+più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo
+spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra
+una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi
+delle reminiscenze del tempo trascorso?
+
+La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro
+fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un
+grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno
+dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza
+Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre
+l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve
+che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e
+intreccia e batte in tempo gli agili calcagni.
+
+Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra,
+calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo
+ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina
+l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla
+gli garba, nè i sembianti nè le _toelette_.[38] Saluta i conoscenti che
+scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento,
+gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo
+ho sofferto i _ballets_; persino Didelot m’è venuto a uggia.”
+
+Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già
+i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli
+spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani.
+Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo
+scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono
+i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi.
+Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo _costume_.
+
+Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove
+l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si
+rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica
+per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il
+Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che
+il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la
+vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto
+ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe
+turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette
+di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici
+dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti,
+ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra
+parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le
+unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore
+della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un
+uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare
+senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio
+Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi,
+era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi
+fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo
+specchio, ed esciva dal suo _boudoir_, acconciato come una Venere
+notturna che sen va al veglione mascherata da uomo.
+
+Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre
+l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien
+ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci
+corrispondenti a _pantalon, frac, gilet_. E d’altronde m’accorgo e
+confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è
+già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso
+scartabelli il Dizionario dell’Accademia.
+
+Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo
+alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle
+facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i
+fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange
+in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso
+d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare
+e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di
+signore e di cavalieri.
+
+Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo
+introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli
+colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di
+gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano
+la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli
+speroni dei _chevaliers gardes_,[41] guizzano e trepidano i piedini
+delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e
+l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla
+moda.
+
+Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le
+feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni
+d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi
+offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio
+salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la
+condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni
+sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi!
+Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più.
+
+Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli!
+Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero
+la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria,
+gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro
+piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre
+paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò
+sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io
+gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno.
+In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini,
+piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di
+primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle
+orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di
+Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi
+miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come
+sull’erba dei prati la traccia vostra.
+
+Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare,
+ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa,
+lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro
+a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di
+primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari
+del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie
+delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio.
+
+Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh
+come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle
+amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia
+gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o
+le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in
+quel punto di baciare quei piedini.
+
+Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi
+tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino
+adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto
+mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo
+ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le
+belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci
+ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili
+come i loro piedi.
+
+Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo,
+e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha
+svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza
+da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere
+s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle
+sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti
+passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le
+imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in
+ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco
+in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega.
+
+Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono
+delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra
+beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita
+varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete
+forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra
+i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se
+fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?...
+
+No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del
+mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi
+pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli
+amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le
+bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole
+quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne,
+abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole.
+
+Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare;
+un contagio fratello dello _spleen_ inglese, vale a dire l’ipocondria
+russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi
+saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro
+come _Childe Harold_. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del
+_boston_, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo
+commovevano, e non vi badava nemmeno.
+
+In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta
+società. A dir vero, il _bon ton_ d’oggigiorno è bastantemente
+seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e
+Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro
+compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose,
+così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così
+inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo _spleen_.
+
+E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido _droschi_ mena in
+giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche
+voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò
+nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella
+applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella
+sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono
+di quel numero uno.
+
+Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò
+un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise
+col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse,
+lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno
+e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio;
+ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un
+po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri
+come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi
+polverosi tesori.
+
+Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io,
+come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle
+vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole
+astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta
+a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia.
+Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue
+sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della
+esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della
+ceca fortuna, e dei nostri simili.
+
+Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli
+uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non
+torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il
+pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha
+più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li
+prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio
+d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive,
+ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or
+là, come tanti strali mortiferi.
+
+Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso
+nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più
+non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde
+del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri
+primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo
+in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre
+sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro,
+nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il
+quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a
+un fiorito boschetto.
+
+Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne
+stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal
+poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito
+che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle
+ruote d’un _droschi_ nel quartiere della Miliona. Al più al più, una
+barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume;
+e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in
+lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia
+delle ottave del Tasso.
+
+O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi
+al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli
+d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra
+e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io
+vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana,
+ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la
+favella di Petrarca, e d’amore.
+
+Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore.
+Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni
+alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto
+periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del
+pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite;
+è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa
+natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho
+amato, ove giace sepolto il mio cuore.
+
+Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque
+al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin
+passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio.
+Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che
+abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro
+l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando
+forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a
+poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia,
+e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito
+ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente
+sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro,
+gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di
+questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello
+zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene
+sotterra.
+
+Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e
+nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I
+preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti,
+si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito
+un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore
+assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin
+ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno!
+Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in
+una esistenza regolata e sicura.
+
+Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura
+crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli
+tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli,
+non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale.
+Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle
+borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi,
+nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria
+accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o
+una sposa fedele.
+
+Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono
+della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente
+son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido
+cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce _far niente_.
+La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo
+un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella
+gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia
+scevro di cure e di pensieri.
+
+Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari.
+Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra
+il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i
+coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio,
+andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto,
+secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più
+difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi?
+
+Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar
+dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui
+effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un
+corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le
+captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado
+mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto?
+A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella,
+destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata?
+Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo
+giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice
+colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il
+sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva
+il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma
+io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto.
+
+La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve
+e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora
+di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo,
+e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non
+si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti
+di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è
+esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione
+sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque
+canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome
+dell’eroe.
+
+Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho
+riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni,
+ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la
+censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo
+mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio
+ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri:
+le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi.
+
+
+
+
+CAPITOLO SECONDO.
+
+ O rus!
+ ORAZIO.
+
+ O Russia!
+ _Traduzione libera_.
+
+
+La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale
+un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità.
+La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a
+piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno
+verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati
+ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un
+vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le
+Driadi a meditare.
+
+Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i
+castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso
+dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle
+pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto
+ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde,
+l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che
+sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi.
+
+Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni
+di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla
+governante e acciaccato mosche.
+
+Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali,
+un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro.
+Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa;
+nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un
+lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende,
+non leggeva altri libri.
+
+Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo,
+determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio.
+Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo
+annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo
+signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia
+all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un
+altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare
+Eugenio un matto pernicioso.
+
+Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto
+che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella
+d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento
+ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un
+ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li
+tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_
+e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione
+della gente intorno ad Anieghin.
+
+Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo
+pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi.
+Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine
+e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei
+principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio
+esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato
+dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla
+lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era
+Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente
+illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della
+gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La
+vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa
+a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse
+scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della
+sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla
+compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante,
+languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni
+sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la
+prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie....
+
+L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della
+gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva
+peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra.
+Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla
+poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse.
+Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile
+e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti
+eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un
+fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna,
+regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione,
+la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore
+di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani
+paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare
+lacrime.
+
+In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di
+Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei
+possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al
+vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia.
+Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei
+barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè
+di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro
+carissime mogli era molto più sciocco ancora.
+
+Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi
+veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è
+la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie
+per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia
+si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano
+Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di
+mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!”
+Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a
+miagolare:
+
+ Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52]
+
+Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del
+matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità
+con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e
+la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi
+e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel
+reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno
+a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così,
+pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce
+gli uomini.
+
+Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio,
+reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri.
+Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi
+nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto
+ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva
+gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune
+eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava
+l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato
+ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio
+sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si
+asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando
+fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità
+momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella
+sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel
+fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
+
+Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia
+e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni
+antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei
+secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano
+a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della
+disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici,
+e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran
+tempo li conoscesse.
+
+Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le
+passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente
+tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento.
+Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi
+al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse
+l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando
+egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare
+da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale
+tramandatogli dagli avi.
+
+Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente
+sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci
+consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le
+loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo;
+tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la
+descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi
+e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo
+tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che
+tornano dalla guerra.
+
+La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a
+confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi.
+Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le
+confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore,
+svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in
+breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che
+già da un pezzo ci son noti.
+
+Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci
+d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol
+tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi
+anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi
+forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze,
+poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi.
+
+Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì
+della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili
+sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici,
+vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e
+incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza,
+fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi
+paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura,
+ignoto alle farfalle e alle api.
+
+Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli,
+trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della
+cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli
+ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle,
+la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte
+come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo
+dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per
+confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate.
+
+Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera
+e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio
+d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di
+sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave,
+Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque,
+vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho
+veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa,
+lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella
+maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle
+pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e
+sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più
+alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto
+gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che
+mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto
+l’affettazione e le smorfie di quella.
+
+Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose,
+nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre
+sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica,
+paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella
+propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona
+grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle
+fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni
+interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle
+orribili e strane.
+
+Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle
+finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi
+diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per
+screziar la tela di fogliami e figure di seta.
+
+Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si
+esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette
+della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha
+ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè
+conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode.
+Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle
+del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava
+altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano.
+Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba,
+quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato;
+quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto
+messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle
+notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti
+della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da
+letto al chiaror d’una lucerna.
+
+Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di
+tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di
+Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non
+leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava
+di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino
+sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente
+Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse
+Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di
+Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca,
+il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme.
+Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo
+spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia,
+famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre
+vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della
+fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso.
+L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò
+immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata
+da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto
+di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò
+al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro
+largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque
+sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta
+che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi
+della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il
+consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia.
+
+Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il
+conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al
+bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza
+mai chieder licenza ai marito.
+
+Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava
+per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette
+molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col
+naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò
+gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette;
+chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina,
+e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle
+ovattate.
+
+Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di
+lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto.
+Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in
+perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a
+veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un
+poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga
+di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire,
+ciascun se ne tornava a casa propria.
+
+Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi
+antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57]
+era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun
+convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa
+invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e
+il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti
+desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli
+altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono
+le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione:
+_Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore,
+servitore del Signore, e brigadiere_.
+
+Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto
+monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un
+istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi
+tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia
+d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà
+quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla
+pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena
+poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per
+sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano,
+per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si
+inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra
+razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine
+nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un
+momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il
+nostro posto.
+
+Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca
+stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni,
+ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi
+rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza
+lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama:
+vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico
+serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse
+troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà
+in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio
+ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli
+dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui
+mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto
+di sempre verdi allori!
+
+
+
+
+CAPITOLO TERZO.
+
+ Elle était fille, elle était amoureuse.
+ MALFILATRE.
+
+
+“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
+
+“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
+
+“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
+
+“Dai Larin.”
+
+“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi
+istanti?”
+
+“Niente affatto.”
+
+“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una
+sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli
+di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al
+bestiame.”
+
+“Non ci vedo nessun male.”
+
+“Il male, caro amico, è la noia.”
+
+“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza
+pretensione ove posso....”
+
+“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu
+parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide,
+oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera?
+Presentami.”
+
+“Tu mi beffi.”
+
+“Oibò.”
+
+“Acconsento.”
+
+“Quando?”
+
+“Adesso subito.”
+
+“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
+
+I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le
+gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli
+nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un
+desco incerato.
+
+ . . . . . . .
+
+Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran
+fretta.
+
+Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi.
+
+“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
+
+“È un vizio, Lenschi.”
+
+“Sei forse più annoiato di prima?”
+
+“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più
+presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona
+vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo
+m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?”
+
+“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella
+che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.”
+
+“Come mai ti sei innamorato della minore?”
+
+“Perchè?”
+
+“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è
+vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck.
+Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello
+stolto orizzonte.”
+
+Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto
+del cammino.
+
+Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse
+una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si
+almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò
+senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino
+asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il
+motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto
+allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo
+combinato.
+
+Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in
+secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio
+le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò.
+Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di
+primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata
+dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran
+tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e
+quell’anima inesperta aspettava qualcheduno.
+
+Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e
+le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui
+senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia,
+e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa
+nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa;
+maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
+
+Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà
+gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti
+quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia
+Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e
+l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si
+condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero
+tutti nella persona di Anieghin.
+
+Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi
+prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia
+sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova
+l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei
+sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira,
+e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone
+sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il
+nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
+
+Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al
+tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come
+un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un
+ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato
+dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata,
+animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar
+sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio
+vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
+
+Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico.
+Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei
+quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno
+delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al
+pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere,
+o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63]
+Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia
+l’egoismo disperato.
+
+Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di
+verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà
+di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la
+vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto.
+Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti
+secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche
+famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei
+nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un
+buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un
+vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione
+e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei
+personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò
+del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni
+appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore
+nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella,
+ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente.
+
+Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il
+tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma
+frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori
+il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose
+visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto
+propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti
+agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore.
+
+In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino.
+Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre.
+Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di
+porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le
+luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella
+volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli
+nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma
+confavella a bassa voce colla balia.
+
+“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e
+pónti a sedere accanto a me.”
+
+“Che hai, Taziana, che hai?...”
+
+“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....”
+
+“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e
+di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo
+so più.”
+
+“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?”
+
+“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci
+avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
+
+“Come dunque facesti per maritarti?”
+
+“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più
+giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei
+genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi
+tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei
+miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova
+famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....”
+
+“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per
+prorompere in pianto.”
+
+“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi!
+Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua
+santa.... Sei tutta bollente....”
+
+“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono....
+innamorata....
+
+“Dio ti guardi, figliuola mia!”
+
+E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa,
+benedì la giovinetta.
+
+“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
+
+“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
+
+“Lasciami; io sono innamorata.”
+
+Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto,
+i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia
+canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello
+con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera
+raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana
+collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove....
+Le salta in testa una idea:
+
+“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio;
+approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
+
+Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa
+puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente.
+Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le
+ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta
+lettera?
+
+Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come
+l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava
+il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le
+scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro
+fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno.
+Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i
+cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde
+della Neva.
+
+Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose,
+egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio
+stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano
+l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e
+di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a
+ripigliare le antiche catene.
+
+Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara
+semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente
+in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione
+del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta,
+ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente?
+Non le perdonerete forse la sua imprudenza?
+
+Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da
+bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa
+non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai
+favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di
+tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il
+cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò,
+il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante
+di rompere i suoi ceppi.”
+
+Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio
+paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana.
+Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica
+ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa
+scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo
+confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore
+in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea
+allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger
+libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella
+signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani
+poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali,
+pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a
+stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero
+che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria?
+
+Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone,
+all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un
+accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro
+vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza
+solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova
+generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa,
+si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda.
+Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un
+balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi
+ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi
+di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia
+gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo
+ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola,
+— eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie
+di Parny[67] non godon più la stima comune.
+
+Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi
+qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in
+armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei?
+Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli
+elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello.
+
+Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una
+reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di
+scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di
+venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico,
+persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una
+traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica
+del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di
+principianti.
+
+ _Lettera di Taziana a Anieghin._
+
+“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora,
+voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla
+mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva
+tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi
+potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando;
+per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce,
+di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi
+solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la
+campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi
+siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste
+a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e
+non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le
+ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un
+amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...
+
+”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto
+nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta
+la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che
+Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da
+gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti
+conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave
+mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti
+riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso!
+Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato
+mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava
+di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che
+sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti
+chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio
+parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o
+il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò
+è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia.
+D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie
+lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola....
+nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo.
+Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie
+illusioni tacciandole di delitto.
+
+”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla
+vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa
+confido.”
+
+Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano.
+L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega
+il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In
+quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda
+e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come
+un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba
+brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta
+colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla
+lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un
+vassoio.
+
+“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro?
+sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti
+ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo
+incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.”
+
+“O balia, fammi un piacere....”
+
+“Due, figliuola. Comanda pure....”
+
+“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!”
+
+“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”
+
+“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante
+A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non
+dica....”
+
+“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci
+son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.”
+
+“Come sei poco furba, balia mia!”
+
+“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito
+l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere
+dei padroni a un cenno, a un alito....”
+
+“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’;
+questo biglietto è per Anieghin.”
+
+“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura
+di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?”
+
+“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.”
+
+Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual
+silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana
+aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga.
+
+“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha
+del tutto dimenticati.”
+
+Taziana a quelle parole arrossì e tremò.
+
+“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che
+abbia lettere da scrivere....”
+
+Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara.
+
+Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola,
+e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale
+s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga
+scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna.
+Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui
+cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un
+E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi
+traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue
+le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio.
+Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone,
+balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi.
+Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i
+ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige
+al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti
+dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile.
+
+“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata
+dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta....
+Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse
+per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando
+in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia
+signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno
+staccando dalla pianta.
+
+CANTO DELLE SERVE.
+
+ Sull’erba folta
+ Delle campagne,
+ Andiam, compagne,
+ Alla raccolta.
+ Per le viottole,
+ Narrando favole.
+ Cantando frottole,
+ Cogliam le fravole
+ E l’uva spina
+ Carca di brina.
+ Dal nostro canto
+ Sedotti, intanto,
+ I garzoncelli
+ Leggiadri e snelli
+ Verranno a tresca
+ Sull’erba fresca.
+ A lui che amiamo,
+ Al nostro rege,
+ In sen gettiamo
+ Fiori e ciriege,
+ Nero mirtillo,
+ Verde serpillo!
+ Il canto dolce
+ Le pene molce;
+ Al cuor che geme
+ Rende la speme;
+ I voti appaga;
+ Sana ogni piaga.
+ Cantiam, cantiamo!
+
+Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche
+melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti
+del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più
+l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale
+vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un
+protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade
+quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per
+appuntare l’arme.
+
+Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi
+aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve
+in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso,
+con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal
+fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di
+quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di
+lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco.
+Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque.
+
+
+
+
+CAPITOLO QUARTO.
+
+ La morale est dans la nature des choses.
+ NECKER.
+
+
+Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di
+acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio
+libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava
+e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi
+licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati
+dai nostri antichi; gli allori di _Lovelace_[70] si sono avvizziti e
+sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni.
+
+Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza
+fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son
+da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre
+confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno
+presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa
+dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie,
+le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie
+e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto
+pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale
+smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal
+lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri,
+consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre
+occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre
+in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo
+rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire
+il più bel fior degli anni suoi.
+
+Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle
+donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano,
+godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e
+le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’
+loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato
+a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il
+trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza
+saper dove anderà a conversazione la sera susseguente.
+
+Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin.
+L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i
+suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato
+e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga
+contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica
+baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una
+fanciulla inesperta.
+
+Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi
+s’incontrarono.
+
+Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana
+dicendo:
+
+“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la
+confessione d’un’anima credula e ingenua.
+
+”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi
+l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio
+lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una
+schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto
+alla vostra sentenza.
+
+”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica;
+se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti
+piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi;
+io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza
+nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son
+dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi
+giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi
+io sarei felice quanto mi sia concesso di essere.
+
+”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si
+para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei
+goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un
+vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei
+dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero,
+anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui
+ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni.
+
+”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una
+povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito,
+il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre
+barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia
+il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo,
+o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta
+grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono
+come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi
+amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi
+dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un
+errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella
+le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate
+moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho
+inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....”
+
+In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro
+interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè
+ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese
+mestamente o _meccanicamente_ (come dicon taluni), e vi si appoggiò in
+silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla
+testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La
+vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la
+città di Mosca.
+
+Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente
+colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di
+generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio.
+I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo
+a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio
+ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il
+cielo se la loro amicizia mi fu _cara_!
+
+Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano.
+Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda
+e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei
+postriboli e ampliata dalla scelleraggine del _gran mondo_,[72] che
+il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone
+oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di
+benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un
+prossimo consanguineo.
+
+Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?...
+Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo
+definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre
+obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore;
+coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare
+nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un
+biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi
+seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga
+vita!
+
+L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici
+e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva
+i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda,
+l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi,
+il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele
+compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a
+spasso la vostra felicità!
+
+Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce?
+Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla
+nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci
+lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello?
+Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti
+a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si
+conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità.
+
+Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente
+indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare
+quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava
+Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue
+palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma
+infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce
+nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore
+d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La
+vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna
+che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la
+testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che
+le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a
+descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi
+tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera
+Taziana!
+
+D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona
+tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera
+siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina
+errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro
+d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce,
+imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e
+baciarle il lembo della vesta.
+
+Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce
+la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro
+arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene
+di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta.
+Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla
+tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi,
+preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina.
+
+Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna
+d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna
+e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il
+tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo
+ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso,
+timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale
+dopo tanti anni di costanza.
+
+Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’_album_ di qualche signorina
+provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in
+fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà
+fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul
+frontispizio si legge: _Qu’écrirez vous sur ces tablettes?_ Poi al
+basso: _t. à. v. Annette_. In fondo al volume ti si presenta questa
+frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non
+morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse
+di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una
+facezia inserita da qualche gioviale militare.
+
+Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale
+_album_, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello
+meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a
+scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia
+livore in quei miei strambotti.
+
+In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo,
+patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal
+maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75]
+v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi
+consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in
+fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un
+madrigale.
+
+Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo
+stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota
+quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida,
+serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo
+cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei
+tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita.
+
+Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella
+fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in
+Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul
+tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci
+additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare
+le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! —
+Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri
+antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il
+satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera
+a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di
+buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo
+nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto:
+non voglio armar due secoli l’un contro l’altro.
+
+Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe
+partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un
+poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi
+che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto,
+colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato
+colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a
+tutt’altro.
+
+In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche
+alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure
+incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro
+per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli
+faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità)
+sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove
+si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie
+strofe scappano via a rotta di collo.
+
+Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi
+descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta.
+D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia,
+sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del
+cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce
+la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi
+si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi;
+talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un
+cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia
+di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che
+solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel
+tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in
+seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle
+feste.
+
+Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno
+d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo
+sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento
+d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente;
+già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si
+sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra;
+una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima
+la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle.
+
+L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori
+agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa
+affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore
+scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano
+non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama
+più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella
+fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti
+illumina la sua povera cameretta.
+
+La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più
+liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato
+di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel
+cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe
+rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela,
+sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve;
+ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può
+fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona
+nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe
+disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare
+al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De
+Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati;
+bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di
+domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente.
+
+Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e
+all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza
+rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al
+far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare
+davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una _troica_[79] di
+cavalli bigi.... — Presto! la cena!
+
+In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia
+della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero
+Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose!
+Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo
+denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie,
+di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche
+bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende
+la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il
+prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a
+una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa.
+Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così
+nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo,
+sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o
+Bordò, nostro Acate e nostro Pilade!
+
+Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda
+appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il
+vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale
+rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande
+sulla terra.... A quell’ora che si chiama _fra cane e lupo_ mi diletta
+oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il
+perchè poi nol so.
+
+Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri
+vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?”
+
+“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così....
+basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle
+le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro;
+te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non
+lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!...
+Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.”
+
+“Me?”
+
+“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano
+di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.”
+
+“Vi sarà molta gente, — molta feccia.”
+
+“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci.
+Fammi questa finezza!”
+
+“Va là, io acconsento.”
+
+“Come sei garbato!”
+
+Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il
+suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così
+sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato
+istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il
+misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli
+non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio
+padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita
+celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di
+scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto
+Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella
+sorta di esistenza.
+
+Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso
+colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta
+nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero
+(per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di
+cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede,
+che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da
+ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che
+l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave
+oblio, al grato errore!
+
+
+
+
+CAPITOLO QUINTO.
+
+ Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca
+ quelle orrende novità.
+ GIVCOVSCHI.
+
+
+In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo
+dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di
+gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della
+finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco.
+I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi
+d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le
+gazze saltellano e ciaramellano nel cortile.
+
+Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino
+trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84]
+vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione
+siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa
+alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo
+carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza
+gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo
+garrisce dalla finestra.
+
+Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte
+queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un
+altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo
+la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della
+rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa
+descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non
+voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine
+Finlandese.[86]
+
+Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale,
+la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della
+neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania.
+I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve
+predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro
+un militare per sposo e un viaggio.
+
+Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla
+cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le
+pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il
+petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si
+lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir
+visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava
+e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno,
+Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo
+cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella
+attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore
+si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento
+stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei
+contrasti e degli estremi.
+
+Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare
+ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati
+che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende
+vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i
+vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa.
+— Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe
+di altre volte.
+
+Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il
+cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi
+anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta
+fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono
+ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per
+chi cantiamo.”
+
+Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La
+fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per
+consiglio della balia, volle esorcizzare di notte.
+
+L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita
+nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel
+cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della
+luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido
+miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la
+fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in
+suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli
+la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88]
+
+Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola
+della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e
+io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non
+farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si
+spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto.
+Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana
+dorme.
+
+Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un
+campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non
+incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro
+e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche
+appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un
+ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro
+mugghiente si ferma come priva di senno.
+
+Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma
+non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto
+a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale
+orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre
+alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia
+con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra
+sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger
+indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe
+lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro
+accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve;
+il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma
+dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di
+strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana
+avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo
+ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro.
+Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli,
+e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode
+grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante,
+priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza
+e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira.
+Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio
+mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna
+rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,”
+grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo
+s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
+
+La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come
+a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede,
+s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti
+mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha
+una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro
+attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru,
+mezzo gatto.
+
+Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una
+aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino
+che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati,
+risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di
+cavalli.
+
+Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle
+bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì
+tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a
+quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio.
+Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano;
+sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti
+tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio.
+Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a
+tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si
+smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli
+occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed
+egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan
+le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio
+spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i
+mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la
+sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code,
+colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna,
+colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!”
+
+“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta
+sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo
+amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra
+uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco
+sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin
+vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni
+visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio
+impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna
+intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla....
+Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza.
+I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata;
+s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più
+leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in
+sogno?”
+
+Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una
+dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro
+non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli
+filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine,
+o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo
+del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei
+sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini.
+Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e
+la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_
+scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due
+_Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne
+in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua
+afflizione, e dorme ogni notte con lei.
+
+Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran
+repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine
+alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca,
+neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non
+solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una
+moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne
+paventa.
+
+Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della
+sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti
+vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca,
+in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei
+salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le
+signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i
+bambini vagiscono.
+
+Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin,
+esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli
+Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due
+fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo;
+venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto
+militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego,
+famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran
+buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet,
+furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca
+rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale
+sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel
+madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco;
+Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla
+luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di
+_belle Nina_.
+
+Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze
+aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese.
+Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del
+reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.”
+
+Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve
+il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano.
+Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno
+il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere.
+
+Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano;
+i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco
+s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada;
+tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca.
+Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.
+
+I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata
+e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li
+ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di
+mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non
+ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per
+le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due
+amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere
+in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza
+momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e
+rimase a tavola.
+
+Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli
+svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai
+d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma
+quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli
+occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e
+di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a
+schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.
+
+Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di
+Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di
+carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto
+e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata.
+Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti
+come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere
+dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore!
+
+Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora,
+con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La
+compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva.
+Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare
+stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È
+forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel
+suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso
+manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò
+tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e
+stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza
+aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente
+un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta?
+Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la
+simpatia e rese il respiro a Taziana.
+
+Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita
+dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie
+esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli
+ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al
+caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92]
+e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i
+vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere
+chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto
+otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno
+diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In
+campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa
+da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in
+questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi
+come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua!
+
+Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza
+di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto
+di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti
+metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi
+circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla
+Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa
+della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia.
+
+Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo
+dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma
+diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro
+alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei
+il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io
+diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò
+questo quinto canto da ogni digressione superflua.
+
+Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la
+gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta
+s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi
+quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due
+minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono.
+Lenschi stesso non può credere ai propri occhi.
+
+I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava
+quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si
+sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori.
+Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le
+signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei
+villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi
+onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il
+resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia
+epidemica dei nuovi Russi.
+
+Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin
+danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di
+lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in
+sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la
+fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa
+ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa
+sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce
+sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e
+saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì
+improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e
+parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema.
+
+
+
+
+CAPITOLO SESTO.
+
+ Là sotto giorni nebulosi e brevi
+ Nasce una gente cui il morir non dole.
+ PETRARCA.
+
+
+Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua
+vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca
+Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si
+va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino
+alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti
+sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare
+sotto il proprio tetto.
+
+Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua
+pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre
+d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della
+sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio
+berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le
+camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una
+finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura
+campagna.
+
+La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi,
+il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la
+curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto.
+Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che
+sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,”
+essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno;
+perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”
+
+Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A
+cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva
+e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole
+e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo
+semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato,
+possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora!
+— La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla
+sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94]
+Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco
+come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero
+dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe
+volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter
+ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di
+Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare
+i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue
+burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò
+infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare
+con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare
+a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare
+in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi
+disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità
+passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata.
+Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo
+sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo,
+piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A.
+B. C. ai bambini.
+
+Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava
+il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose.
+Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di
+vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti
+usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per
+intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto
+di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.
+
+Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi,
+garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La
+prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione
+ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in
+silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio,
+abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso
+e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si
+trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato
+con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva
+spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile
+ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di
+tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei
+pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di
+senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi
+come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è
+troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere
+si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran
+parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo;
+ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione
+pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul
+quale gravita il mondo.
+
+Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta.
+Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa
+per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con
+qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo
+petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi
+si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e
+spareranno alle gambe o alla testa.
+
+Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una
+civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo
+e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine.
+Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma
+sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro,
+leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel
+ch’era antecedentemente.
+
+“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.
+
+A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se
+ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il
+dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel
+contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con
+occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo
+assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è
+felice.... è quasi guarito.
+
+Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla
+fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il
+di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel
+giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che
+un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che
+quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.”
+Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.
+
+Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana!
+Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro
+dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure
+avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è
+accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più
+di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto
+indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.
+
+Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto;
+ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli
+siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi
+ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io
+parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla
+gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che
+avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.
+
+Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre
+un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e
+l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza
+ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti
+calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi,
+nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna
+questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.
+
+ Dalla fortuna oppresso
+ Aspetto impazïente il dì venturo.
+ Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:
+ Mi cingerai d’alloro o di cipresso?
+ Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?
+ Cadrò trafitto da letal saetta
+ Oppur dal gran cimento escirò illeso?
+ Qualunque sia la sorte che m’aspetta
+ Io dirò rassegnato e disdegnoso:
+ Benedetta la veglia e benedetta
+ L’ora del gran riposo.
+ Forse, questa sarà l’ultima guerra
+ Del rio destin che bersagliar mi suole.
+ Domani riderà, come oggi, il sole,
+ E canterà la terra;
+ Ma privo ormai d’udito e di veduta
+ Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,
+ Ombra squallida e muta,
+ Spazierò per le tenebre d’abisso.
+ Divorerà il mio nome il ceco oblio:
+ Ma tu, casta colomba,
+ Forse a sparger verrai di tanto in tanto
+ Qualche stilla di pianto
+ Sulla precoce e solitaria tomba;
+ E dirai sospirando: “Egli fu mio:
+ ”A me sola sacrò la cetra, il cuore,
+ ”E dei begli anni il fiore....”
+ E mi ripeterai l’ultimo addio.
+
+Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li
+chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo;
+ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò
+pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le
+ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo:
+“Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”
+
+Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della
+notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole
+ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano
+in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira
+le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto
+trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese
+Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole
+e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi
+ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta.
+Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di
+Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole
+quercie.
+
+Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo,
+biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.
+
+Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il
+vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava
+d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva
+che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si
+osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi;
+lo che è da lodarsi in lui.
+
+“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che
+non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un
+galantuomo.”
+
+Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:
+
+“Ebbene, cominciamo!”
+
+“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.
+
+E si portarono dietro il molino.
+
+Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le
+condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle
+ciglia basse.
+
+Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno
+sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene,
+la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro
+come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e
+incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si
+separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il
+coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.
+
+Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La
+palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la
+polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e
+fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro
+un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi
+ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa
+distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.
+
+“Ora partite!”
+
+I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi,
+quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano
+la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo
+l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto
+l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia
+sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi
+offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il
+rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava
+sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al
+moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò
+anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato
+appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla
+sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito
+il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa,
+quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue
+ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in
+una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son
+intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: —
+se n’è smarrita ogni traccia.
+
+È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è
+un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno
+specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore
+vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec
+plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura,
+e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però
+_ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto
+ghiotto.
+
+Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter
+pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra
+bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente
+in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando
+lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido,
+sordo al vostro disperato appello?
+
+Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta,
+contempla l’infelice Lenschi.
+
+“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.
+
+Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante
+s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il
+cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria
+dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano
+il morso di spuma, e volano come strali.
+
+Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel
+fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti.
+Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di
+generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei
+fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo
+studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree
+visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?
+
+Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra
+ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli
+venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale.
+L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per
+noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le
+benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....
+
+Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe
+lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi
+nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato
+le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte
+le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una
+guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la
+podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato,
+e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di
+figliuoli, di donnicciuole e di dottori.
+
+Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il
+sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra,
+quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le
+loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla
+valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno
+a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione
+dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca,
+sorge adesso la sua umile sepoltura.
+
+Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe
+dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene
+talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora
+che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna,
+sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla
+mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il
+velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma
+il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il
+suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista
+fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante,
+oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella
+d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne
+alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”
+
+Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non
+oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo
+in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età
+vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e
+accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna
+non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi,
+cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla
+società.
+
+Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai
+non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O
+illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con
+giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante
+corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre,
+spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più?
+È egli vero che fra poco avrò trent’anni?
+
+Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza
+ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata
+gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del
+trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne
+ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io
+ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova
+via per divezzarmi della vita passata.
+
+Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì
+fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle
+astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva
+la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio
+ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che
+s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta!
+Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli
+astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli
+scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le
+civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del
+_gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista
+fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo
+insieme, o cari amici!
+
+
+
+
+CAPITOLO SETTIMO.
+
+ Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò
+ una città che ti somigli?
+ DIMITRIEFF.
+
+ Chi può non amare la paterna Mosca?
+ BARATINSCHI.
+
+ Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo!
+ Ove si sta meglio? — Dove non si sta.
+ GRIBOIEDOFF.
+
+
+La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, precipita dai monti
+vicini in ruscelli torbidi, e allaga le campagna. La natura mezza
+addormentata accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il
+cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, si adornano
+d’una tenera lanugine di verdura. Le api abbandonano i loro palazzi
+di cera per andare a predare i fiori novelli. Le valli si asciugano
+e si smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel silenzio
+notturno.
+
+Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, primavera stagione
+d’amore! Che crudele agitazione regna nel mio sangue e nel mio
+spirito! Con che mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia
+intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato il piacere?
+o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto ciò che esulta e brilla,
+deve sembrare orrido e tetro a chi è morto al mondo? Il susurro delle
+nuove giovinette fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso,
+ci richiama forse a mente qualche amara perdita nostra, sicchè non
+ci possiamo rallegrare del rinascimento dei fiori? O, comparando con
+angoscia i nostri belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi ci fa
+più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse anche ci apparisce
+in una visione poetica qualche antica primavera, la cui idea ci ripone
+sotto occhio una regione remota, una serata serena al lume della
+luna....
+
+Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti e beati,
+uccelletti nutriti nel nido di Levscin,[99] Priami delle campagne, e
+voi sensibili dame, la primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del
+caldo, dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate fantastiche,
+delle notti scandalose. In villa, amici miei! Presto, presto, salite
+nelle carrozze cariche a più non posso, salite nelle diligenze;
+evadetevi dal carcere delle città.
+
+E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e abbandona la
+affaccendata metropoli dove hai passato l’inverno in feste e in gioco.
+Vieni in compagnia della mia capricciosa Musa a udire il mormorio
+crescente delle selve, lungo il ruscello innominato, presso alla
+borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare e ozioso, viveva poco fa in
+vicinanza della giovine Taziana, di quella mia diletta visionaria....
+Egli non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia.
+
+Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là dove un’acqua limpida
+serpeggiando per i verdi prati scende al fiume a traverso una macchia
+di tigli. Là il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la notte,
+e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì sboccia la rosa
+selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale adombrata da due pini
+annosi. Si legge sulla lapida questa iscrizione:
+
+“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane della morte dei
+valorosi, nell’anno...... in età di..... — Riposa in pace, o gentil
+vate.”
+
+Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa ai ramoscelli curvi,
+si librava al soffio matutino; altre volte, verso sera, due amiche
+visitavano quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella tomba,
+al chiaror della luna. Ma adesso il monumento funebre è obliato. Sul
+terreno che lo circonda non s’improntan più le consuete orme.... la
+ghirlandetta rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo il
+pastorello canuto e infermo vi viene come prima a lavorar, cantando, le
+sue rozze scarpe di scorza.
+
+Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di piangere e mancò di
+costanza nel dolore. Un altro attrasse li sguardi di lei, un altro
+seppe, a forza di premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha
+invaghita. Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto la corona
+nuziale, e china modestamente il capo; li occhi suoi volti a terra
+sfavillano d’amore; un dolce sorriso splende sulle sue labbra.
+
+Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo della muta eternità, ti
+sdegnasti di quel tradimento? Oppure, addormentato in grembo a Lete,
+insensibile e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè forse
+dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... Nè la terra più si
+cura di noi. La voce degli amici, dei nemici, delle amanti, in un
+subito tace. I voraci eredi si disputano i brani del nostro avere, come
+cani famelici un osso.
+
+La bella Olga più non adorna la magione dei Larin. L’Ulano, schiavo del
+suo dovere, fu costretto di raggiunger il suo reggimento. La vecchia
+madre nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime e tanto
+patì, che parve dovesse spirar l’anima. Taziana stette col ciglio
+asciutto, ma tinse il volto afflitto d’un biancor di morte. Quando i
+parenti e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno alla
+carrozza degli sposi per dare loro un ultimo addio, Taziana seguì la
+folla; e quando la carrozza partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche
+dopo che fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione.
+
+Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna della sua infanzia,
+la sua favorita tortorella Olga le è rapita dal fato, le è strappata
+dal seno per sempre. Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino
+deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione nè sollievo.
+Vorrebbe piangere, ma le lacrime non sgorgano dal ciglio inaridito e
+pare che il cuore le si schianti in due pezzi.
+
+In quella crudele solitudine, la sua passione diviene più violenta;
+amore le parla più altamente del lontano Anieghin. Essa non lo vedrà
+più; essa deve odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è
+spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la sua fidanzata si
+è donata ad un altro; la memoria del poeta si è spersa come un vapore
+nel vasto azzurro cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a lui e
+si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi?
+
+È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il melolonta ronza intorno
+agli alberi. Le danze s’intrecciano. Il fuoco dei pescatori splende
+sulla riva opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, vaga per
+la campagna all’argenteo chiarore della luna.... avanza, avanza....
+Finalmente scorge sulla cima d’un colle una casa signorile, una
+borgata, un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato da un
+ruscello. Taziana contempla quella dimora e il suo cuore batte più
+forte e più presto. Un momento sta titubante e incerta: “Andrò io più
+oltre, o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi conosce...
+darò una occhiata alla casa e all’orto....” E la fanciulla prosiegue il
+suo cammino, respirando appena... gira attorno lo sguardo inquieto...
+ed entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano incontro
+abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta alle strida della giovinetta
+spaventata. Scacciano i mastini a forza di bastoni e si fanno i
+protettori dell’incognita.
+
+“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana.
+
+Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a cercar la chiave del
+vestibolo. Questa si fece incontro alla visitatrice e le aprì le porte.
+
+Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il nostro protagonista.
+Guarda, e vede una stecca di bigliardo giacente in un angolo del
+salotto e un frustino da cavallerizza sopra un divano. La contadina
+che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui il padrone se ne stava
+seduto tutto solo. Qui desinava secolui nell’inverno il signor Lenschi,
+defunto. Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. Qui dormiva;
+qui beveva il caffè. Qui ascoltava i rapporti dell’intendente e leggeva
+in un libro la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in questa
+stanza. Tutte le domeniche, presso a questa finestra, mettendosi gli
+occhiali, giuocava meco al _duraccèc_.[100] Dio abbia pietà della anima
+sua e gli dia pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!”
+
+Taziana considerava tutto con attenzione e con intenerimento; ogni
+minima cosa le sembrava cara, e le destava in seno un sentimento
+mezzo gaio e mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri
+ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante coltrone;
+un ritratto di Lord Byron; una colonnetta sormontata da una statua
+di bronzo, col cappello abbassato sulla fronte tetra e colle braccia
+conserte al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per
+goder della campagna rischiarata dal pallido raggio della luna....
+
+Quasi incantata, non può decidersi a lasciare quel gabinetto. Ma si
+fa tardi. Il vento è freddo, la valle è buia, e il villaggio dorme
+velato di vapori grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella
+pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar la sua emozione, ma
+non può pertanto reprimere un sospiro. Si dispone a partire; ma prima
+di lasciar quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare un’altra
+volta nel castello deserto per dare una scorsa ai libri sparsi sul
+tavolino.
+
+Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana era nel gabinetto
+d’Eugenio; e rimasta sola, in quella solitudine, in quel silenzio,
+dimenticando il mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore
+e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare nei libri. Dapprima
+non voleva aprirli, ma i titoli strani e disparati la empirono di
+meraviglia e lesse con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua
+vista. Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da gran tempo rinunziato
+alla lettura, e ceduto ai tarli la sua biblioteca, pure teneva presso
+di sè alcuni volumi, quali, per esempio, i poemi dell’autore del
+_Giaur_ e di _Don Giovanni_, e due o tre romanzi che rappresentavano
+i costumi contemporanei con bastante esattezza: quella immoralità,
+quell’egoismo, quella secchezza d’idee, mista di melancolia e
+d’irritazione che ferve e s’agita nel vuoto.
+
+Alcune pagine portavano impresse le tracce di una unghia tagliente
+che avea segnati con strisce i passi più notevoli. Taziana fermò
+particolarmente su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito di
+quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean colpito Anieghin e che
+egli aveva meditati e ponderati a lungo. Qua e là sui margini un punto
+interrogativo, una croce o alcune righe scritte col lapis rivelavano i
+più interni sensi del nostro eroe.
+
+Adesso, Taziana incomincia a comprendere un po’ meglio, la Dio mercè,
+il carattere di colui per cui essa sospira in forza d’una tirannica
+fatalità. Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un
+cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un demonio ribelle?
+Forse un fantasma, una copia vana, un moscovita con in dosso un
+mantello di Harold, una interpretazione dei capricci altrui, un
+indice alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? Potè
+Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare la soluzione di quel
+logogrifo?
+
+Le ore volano. Taziana non riflette che sua madre l’aspetta da un
+pezzo. Due vicinanti sono venuti a veglia in casa sua, e discorrono
+appunto di lei.
+
+“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia sdentata, tossendo.
+
+“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. È tempo ch’io mariti
+anche Taziana; ma come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre
+pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.”
+
+“Che non sarebbe innamorata?”
+
+“Di chi mai?”
+
+“Buianoff la corteggiava.”
+
+“Fu rifiutato.”
+
+“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.”
+
+“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è stato qualche tempo
+quartierato da noi. Correva dietro a Taziana come un matto; ne era
+innamorato cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più felice degli
+altri.... Eppure non ci fu verso.”
+
+“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, cara signora Larin.
+Quello è il gran mercato delle giovani da marito. E si dice che ci sia
+gran mancanza di donne. Andateci.”
+
+“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si spende molto.”
+
+“Avete abbastanza per camparci un inverno, e, caso mai, io vi presterò
+l’occorrente.”
+
+La buona vecchia gustò assai questo consiglio ragionevole e stimato.
+Contò il suo denaro, e stabilì immediatamente d’andare a stare
+l’inverno a Mosca. Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa
+raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società che non la perdona
+a nulla nè a nessuno, la loro semplicità provinciale; la loro toelette
+usata e fuor di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di dovere
+esporsi alla critica dei damerini e delle galanti dame di quella
+capitale! Oibò! oibò! Più saggio e più sicuro partito è lasciarla in
+fondo alle sue macchie natie.
+
+Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi albori, se ne va
+pei campi e mirandoli con tenerezza, esclama: “Addio valli quiete, e
+voi vette dei monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio bel
+cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita pacifica e grata con
+una vita piena di illustre tumulto e di splendide ambasce! Addio, mia
+dolce libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che avvenire mi serba la
+sorte?”
+
+Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni passo, si sente
+fascinata dalla leggiadria d’un colle o d’un ruscello. Si affretta di
+conversare coi suoi boschetti, coi suoi prati, come si suol fare con
+antichi compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. Ma l’estate
+già volge al suo termine; l’aurato autunno già nasce. La natura,
+pallida, tremante, appare magnificamente adorna, come una vittima che
+procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le nubi, già sbuffa,
+sibila, e l’inverno lo segue.
+
+L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento ai ramoscelli
+nudi degli alberi; stende candidi tappeti sulle pianure, sui poggi;
+ferma i ruscelli e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio
+ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi scherzi della
+natura. Ma Taziana questa volta non vi prende piacere. Non muove a
+salutar l’inverno, come era solita; non va a respirar la prima polvere
+del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il seno, colla prima neve
+caduta sui tetti; Taziana maledice l’inverno, che la rapisce al suo
+nido.
+
+L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza dimenticata nella
+rimessa, è tratta fuori, esaminata, rispalmata, rassettata. Tre
+_chibitche_ trasportano la mobilia della casa, le marmitte, le
+seggiole, i cassettoni, i vasetti di conserva, le materasse, i piumini,
+i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, insomma, ogni sorta
+di arnesi. Una caterva di servitori e di contadini è adunata nel
+cortile; chi chiacchiera, chi piange; diciotto carogne sono attaccate
+alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le _chibitche_
+sono cariche in modo che sembran montagne ambulanti; le vecchie si
+bisticciano coi cocchieri barbuti. Il corriere inforca una brenna
+emaciata e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii ripetuti
+echeggiano intorno. I padroni entrano in carrozza; la venerabile
+vettura si scuote, crepita, si strascica sino alla porta del recinto.
+
+“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... ti rivedrò
+io mai?...”
+
+E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di Taziana.
+
+Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli dei filosofi, verrà,
+per l’effetto dei progressi della civiltà moderna, un giorno in cui
+si riformerà il nostro sistema di communicazione, e allora una rete
+di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i ponti di bronzo
+accavalcheranno le acque con un solo arco; le montagne si traforeranno;
+si scaveranno ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna
+stazione i fedeli cristiani troveranno una buona trattoria.
+
+Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti di legno marciscono
+negletti; le cimici e le pulci non ti lasciano un istante di posa nelle
+stazioni postali; di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista delle
+vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non serve ad altro che
+ad aguzzare invano l’appetito dei miseri viaggiatori. Frattanto, ritti
+davanti a un fuoco lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono
+sull’incudine coi loro martelli russi i fragili ferramenti delle
+carrozze europee, e benedicono le rotaie e le frane della patria, che
+loro procurano quel po’ di lavoro.
+
+Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile e piacevole in questo
+paese. Le strade sono allora dritte e piatte come i versi scipiti
+dei nostri poetastri alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i
+nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,[101] sì grati alla
+vista, ci volano davanti così fitti come le sbarre d’un cancello.
+Sventuratamente la signora Larin andava coi propri cavalli e non
+con quelli della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. Il
+tragitto durò una settimana; ma Taziana non si lagnò di tal lentezza,
+anzi ne fu lieta.
+
+Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle mille cupole
+impennacchiate di croci che lampeggiano al sole come folgori! O amici!
+Come io gioiva quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di
+chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante volte nel mio
+tristo esilio, errando qua e là, io pensai a te, Mosca mia! Oh quante
+cose racchiuse in questo solo nome! Che significato presenta a un cuore
+russo!
+
+Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di querce e superbo della
+sua antica gloria. Ivi indarno Napoleone, accecato dalla fortuna e
+dall’orgoglio, aspettava che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse
+davanti porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca non gli
+andò incontro colla testa bassa. Non preparò per l’eroe impaziente, nè
+banchetti, nè regali; preparò un incendio. Dalle finestre di questo
+castello, l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò le
+fiamme minacciose.
+
+Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile reggia! Avanti!
+avanti! Già le colonne delle barriere biancheggiano; già l’equipaggio
+s’inoltra nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come ombre
+i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i monelli, le botteghe,
+i lampioni, i palazzi, i giardini; le slitte, gli orti, i mercanti, i
+tuguri, i contadini, i _boulevards_, le torri, i cosacchi, le farmacie,
+i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, e gli stormi di
+cornacchie svolazzanti intorno alle croci. Durò due ore intere questa
+corsa.
+
+Finalmente la carrozza si fermò davanti a una casa nel vicolo di
+Caraton. Le nostre viaggiatrici smontano da una vecchia zia che soffre
+di etisia da quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco canuto,
+cogli occhiali sul naso, con un _caftano_ logoro indosso e una calza
+in mano.[102] La principessa sdraiata sopra un divano del salotto,
+accoglie le straniere con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le
+due vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille esclamazioni.
+
+“Principessa, _mon ange_!”
+
+“_Pachette!_”
+
+“_Aline!_”
+
+“Chi l’avrebbe detto!”
+
+“È tanto che non ci siamo vedute!”
+
+“Sarà per qualche giorno, eh?”
+
+“Cara cugina!”
+
+“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È proprio una combinazione
+da romanzo!”
+
+“Ti presento mia figlia Taziana.”
+
+“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di sognare! Cugina, ti ricordi
+di Grandisson?”
+
+“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, me lo ricordo, me lo
+ricordo. Dov’è adesso?”
+
+“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita la vigilia di Natale.
+Poco tempo fa ammogliò il figliuolo.”
+
+“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra volta, vero? Dimani,
+presenteremo Taziana a tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena
+reggermi in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi siete stracche
+del viaggio... Andiamo a riposare tutti assieme... ahi, che non ho
+forza..... mi duole il petto... non solo il dispiacere, ma anche il
+piacere mi stanca e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla....
+è una gran brutta cosa la vecchiaia....”
+
+E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire senza cessar di
+piangere.
+
+Le finezze, le premure gentili della ammalata cattivano Taziana;
+la quale contuttociò non può avvezzarsi alla sua nuova dimora tanto
+diversa di quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato
+di cortine di seta, essa non può dormire; e il suono mattinale
+delle campane banditore delle fatiche quotidiane, la desta nel più
+bel momento dei suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla
+finestra. La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; ma
+Taziana non scorge le sue campagne dilette, e altro non vede innanzi a
+sè che un cortile incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata.
+
+Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo di famiglia, è
+presentata a qualche avola o zia a cui poco bada. Ai parenti che vengon
+di lontano si fa sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e le
+carezze, e si offre il pane e il sale.
+
+“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho fatto da comare!”
+
+“E io che t’ho tenuta sulle braccia!”
+
+“E io che t’ho tirata per gli orecchi!”
+
+“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!”
+
+E le mamme e le nonne ripetevano in coro:
+
+“Oh, come gli anni passano presto!”
+
+Ma non v’è nulla di cambiato presso quella buona gente. Tutto è rimasto
+nell’antico stato. La principessa Elena, la zia, porta sempre una
+scuffia di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso di biacca;
+Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di prima; Semen Petrovicc
+è sempre lo stesso spilorcio di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre
+l’amico Monsieur Finemouche, il can levriero e il marito, il quale è
+sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, sempre sordo, e sempre
+mangia e beve per due.
+
+A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca esaminano Taziana
+da capo a piedi senza far motto; la trovano qualche poco strana,
+provinciale, svenevole, affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma
+in totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura si fanno sue
+amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, le stringono le mani,
+le acconciano i capelli secondo la moda, e finalmente le palesano i
+loro secreti di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste proprie e
+le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. Le loro innocenti
+conversazioni passano lievissimamente cosperse di maldicenza. Quindi
+esigono gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze con
+una confessione ingenua. Ma essa ascolta quei discorsi senza diletto,
+non li comprende, e copre di silenzio e di mistero i pensieri del suo
+cuore, il tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e non ne
+fa parte a nessuno.
+
+Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; ma non vi sente
+che futilità sconnesse, sonore bagattelle, freddure; il linguaggio è
+sterile e secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa.
+
+In mezzo a quella confusione d’inchieste, di brighe, di pettegolezzi
+non balena una sola idea in ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen
+per disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno per burla e lo
+spirito si caria e si petrifica. Nè anche ciarlando di cose ridicole,
+sai trovare una parola arguta, o mondo elegante e frivolo!
+
+I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, e parlano
+di essa fra loro poco favorevolmente. Un bell’ingegno stravagante la
+dichiara _ideale_, e piantandosi sulla soglia della porta si dispone
+a recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, che l’aveva
+veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside allato alla fanciulla e
+cerca d’innamorarla coi suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio,
+vedendola favellare con B***, domandò chi era, e ricompose in onore di
+lei la sua arruffata parrucca.
+
+Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda alza la sua tremenda
+voce e sventola il suo mantello screziato di lustrini davanti a un
+pubblico di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia nè ode
+che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà ove la gioventù non bada
+se non a Terpsicore sola, il che si vedeva già a tempo vostro, si è
+veduto a tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece attenzione
+a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose dame, nè le _jumelles_ degli
+intelligenti in materia di bellezza feminile, si fissarono sopra di lei
+dai palchi o dai posti distinti.
+
+La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi calca orrenda, tumulto
+atroce, calore carbonizzante. Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore
+delle lumiere, il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle
+coppie danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro aereo
+abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto ciò ti rapisce fuori di
+te. Ivi, i _dandy_ insigni fan mostra della loro sfacciataggine, dei
+loro _gilè_, dei loro _binocles_ superflui. Qui, gli ussari in congedo,
+appariscono un momento, cianciano, trionfano e s’involano.
+
+Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e molte belle rifulgono
+nella città di Mosca. La luna però, più chiara di tutti gli astri,
+regna senza rivale nei vasti campi di zaffiro.[103] Quella di che io
+non oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. Con qual
+celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo piedino non tocchi il
+suolo. Che grazia in quel seno! Che languore in quegli occhi! Ma fermo,
+fermo! Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania.
+
+Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la galoppa, la masurca,
+il valzer... Taziana intanto seduta presso ad una colonna, fra due
+zie, non osservata da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce quel
+fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua vita agreste, al suo
+villaggio, ai suoi poveri contadini, al cantuccio solitario ove mormora
+il ruscello limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità
+del viale di tigli, nel quale egli le apparve.
+
+Così erra la fantasia di lei.
+
+Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla.
+
+Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana col gomito, dicendole
+sotto voce:
+
+“Guarda un po’ a sinistra! presto!...”
+
+“A sinistra? Dove? Che ci è?”
+
+“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo di persone,
+vedi? Davanti a te... lì... dove sono due uniformi.... Ma ora egli
+s’allontana... Si mette da banda...”
+
+“Chi? Quel grosso generale?”
+
+Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana della sua vittoria,
+e la lasciamo andare. Prenderemo un’altra via per seguire il nostro
+protagonista.
+
+A proposito. Dimenticai di porre una invocazione in fronte a questo
+poema. Ma meglio tardi che mai. Eccola.
+
+“Canto un giovine amico mio e la moltitudine dei suoi capricci.
+Dégnati, o epica Musa, di secondare la mia lunga impresa. Porgimi il
+tuo sostegno valido affinchè io non esca del seminato....”
+
+E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito omaggio: il mio poema
+ha una invocazione!
+
+
+
+
+CAPITOLO OTTAVO.
+
+ Fare thee well, and if for ever.
+ Still for ever fare thee well.
+ BYRON.
+
+
+Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini del Liceo; allorchè
+io leggeva molto Apuleio e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve
+un giorno di primavera nella valle misteriosa, presso alle acque
+che scorrevano in silenzio. La mia cella di studente s’illuminò a un
+tratto. La Musa mi vi imbandì lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare
+i piaceri della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi sogni del
+cuore. Quando la menai fuori meco nella società, la gente l’accolse
+con benevolenza e mi fece animo a proseguire d’amarla. Il vecchio
+Dergiavin[104] volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti di
+vita.
+
+Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai nei miei scritti
+ogni mia bizzarria e impressione. Lanciai la Musa in mezzo allo
+strepito dei banchetti e delle dispute, e divenne il terrore delle
+guardie notturne. Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti,
+scherzando come una baccante, bevendo e cantando in onore dei
+commensali. E la gioventù corse dietro ai suoi passi ed io insuperbiva
+cogli amici di possedere sì leggiadra compagna.
+
+Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii lontano. La Musa mi
+seguì. Quante volte coi suoi racconti amabili essa addolcì il mio amaro
+esilio! Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo meco
+come un’altra Leonora[105] al lume di luna! Quante volte sulle spiagge
+della Tauride mi condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo
+dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza eterna delle onde,
+il vasto concento del mare in onore del padre dei mondi!
+
+Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, essa visitò nelle
+infelici steppe della Moldavia le tranquille tende della razza
+vagabonda delli Zingari. E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il
+linguaggio degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, e modulò
+canzoni mezzo barbare..... Ma in un subito, cambiò il destino della mia
+Musa. Eccola seduta nel mio giardino, vestita da signorina nobile, con
+un pensiero melancolico negli occhi e un volume francese fralle mani.
+
+Ora per la prima volta io la meno a un _raut_ del _gran mondo_.
+Io guardo le sue bellezze con un brivido di gelosia. Essa passa
+tralle file strette delli aristocratici, dei zerbini militari, dei
+diplomatici, delle dame orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli
+occhi attorno e si diverte a veder passare le signore in gran gala che
+salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto un quadro
+vivente di cui i signori formano, per così dire, la cornice. Ammira
+l’ordine perfetto delle società oligarchiche, la calma d’una nobile
+alterigia e quella confusione di qualità e di età diverse.
+
+Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro nella folla loquace e
+scintillante? Sembra straniero a tutti. Passano innanzi a lui tutte
+quelle figure come una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso
+in fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi egli qui?
+Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!...
+
+“Sì, è desso.”
+
+“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale o s’è corretto?
+Ditemi, perchè mai torna a star fra noi? Che parte vuol fare, che
+personaggio vuol rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il
+Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, il Quacchero,
+il Tartufo? Che maschera presceglierà?... O forse si contenterà
+d’essere un galantuomo come voi ed io, come tutti siamo?”
+
+“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio di rinunziare a quella
+moda rancida. È assai lungo tempo ch’egli gabba il mondo...”
+
+“Lo conoscete?”
+
+“Sì, e no.”
+
+“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?”
+
+Forse perchè ci travagliamo indefessamente a giudicar di tutto; perchè
+l’imprudenza d’un’anima focosa o ferisce o allegra la nullità[106]
+egoistica; perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli
+altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo ad accettar
+ciarle per fatti; perchè la stoltezza è credula e maligna, perchè le
+cianciafruscole hanno importanza per gli uomini d’importanza, e perchè
+la mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e non ci sembra
+stramba e folle?
+
+Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui che maturò nella
+giusta stagione; che seppe sopportar con coraggio il freddo ognor
+crescente dell’età, che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che
+non allontanò da sè il profano volgo; che di venti anni fu un damerino
+e un bravo, e di trenta anni prese una moglie adorna d’una buona dote;
+che di cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e altri;
+che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, onori e ricchezze;
+e di cui tutti s’accordano a dire: il tal di tale è un’ottima persona.
+
+È un tormento il pensare che la gioventù ci fu data invano, che la
+tradiamo, e che ci tradisce ad ogni istante; il veder che le nostre
+migliori brame, le nostre più floride speranze, si sono sbiadite e
+sperse come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso il
+mirare davanti a sè in prospettiva una infinita serie di pranzi e dover
+considerar la vita come una funzione e seguir le pedate della gente
+senza poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle masse.
+
+Converrete meco, lettore, che è una posizione intollerabile quella
+d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto delle critiche universali, è
+dichiarato dalle persone di senno un originale pretenzioso, o un matto
+feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il fratello carnale del mio
+demonio familiare. Anieghin, (io torno a intrattenervene), Anieghin,
+dopo di avere ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino a
+ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva in una inerzia
+fracida, senza impiego, senza moglie, senza occupazione, e non sapeva
+prender gusto a nulla. Lo _spleen_ s’indonnò di lui; volle mutare
+aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero di ricchi).
+Lasciò il suo villaggio, la solitudine delle selve e dei campi, ove di
+continuo gli appariva una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a
+caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come tutto il resto, lo
+annoiarono. Tornò a casa, e, come Ciaschi, dalla nave passò al festino.
+
+E la folla ondeggia e mormora, e una notizia vola di bocca in bocca....
+Una dama accompagnata da un grave generale, s’approssima alla padrona
+di casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. Non guarda la gente
+con disprezzo, non cerca, non allice gli applausi e l’attenzione, non
+fa smorfie e contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, e
+tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello del _comme il faut_. —
+Scusate: anche questa è una espressione che ci manca.
+
+Le giovani signore si assidevano già presso ad essa; le vecchie le
+sorridevano, i cavalieri la salutavano profondamente, e cercavano
+di ottenere un suo sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto
+con passo più lento quando passavano avanti a lei, e il generale che
+l’accompagnava, alzava il ceffo e le spalle più di tutti gli astanti.
+Essa non poteva dirsi bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo
+della testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire ombra di
+ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, si chiama _vulgar_...
+Vorrei tradurre questo termine, ma non posso.... è nuovo nel nostro
+idioma, e temo che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un
+epigramma.[107] Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa di cui parlavamo,
+tanto più vezzosa ch’era naturale nelle sue maniere, stava accanto a
+Nina Voronsca la Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante
+di questa non eclissava quella della sua vicina. Perchè? Perchè Nina
+era una statua.
+
+“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma sì; è appunto dessa....
+No.... Come! Da un oscuro villaggio nelle steppe!...”
+
+E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, lo volge spesso su
+quella signora, i cui lineamenti gli rimembrano una persona obliata da
+un pezzo.
+
+“Principe, non conoscereste quella che discorre coll’ambasciador di
+Spagna, e che ha un turbante chermisi?”
+
+Il Principe osserva Anieghin con stupore.
+
+“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società da molto tempo.
+Aspetta, io ti presenterò a lei.”
+
+“Ma chi è essa?”
+
+“È mia moglie.”
+
+“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando in qua?”
+
+“Da circa due anni.”
+
+“Con chi?”
+
+“Con una Larin.”
+
+“Taziana?...”
+
+“La conosci?”
+
+“Io sono loro vicinante.”
+
+“Dunque vieni.”
+
+Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta il suo collaterale
+ed amico. La Principessa lo saluta. E qualunque si fosse il turbamento,
+l’emozione, la meraviglia che essa provò in quel punto, seppe celarla
+in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e riverì Eugenio con
+indifferenza.
+
+No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì a vicenda. Non
+increspò le ciglia, non si presse nemmen le labbra. Anieghin la
+contemplava attentamente, ma non poteva rinvenire in lei la Taziana
+d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli mancò la voce.
+Allora, la Principessa gli domandò da quanto tempo era giunto, e se
+veniva dalla loro provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono
+sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase immobile e
+stordito.
+
+È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero Eugenio, nel
+principio della nostra istoria, dava lezioni di morale, in una villa
+remota e agreste; quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un
+biglietto, schietta espression d’un cuore che svela apertamente il suo
+secreto?... È questa, quella stessa fanciulla, oppure è una altra? Come
+mai quella fanciulla ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo
+amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso di lui?
+
+Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a casa tutto pensieroso.
+Il suo sonno tardivo è tramezzato di visioni or triste or liete. Si
+desta; il cameriere gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita
+gentilmente a una _soirée_.[108]
+
+“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.”
+
+E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta.
+
+Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle in fondo a quella anima
+indolente ed egoista? La stizza, la vanità, o l’amore supplizio della
+gioventù?
+
+Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente troppo lunghi gli sembrano
+i giorni. Battono le dieci; egli esce, vola, entra nel palazzo, e
+tremante, s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano alcuni
+minuti a quattro occhi. Anieghin non può parlare; turbato, smarrito,
+anelante, risponde appena. Mille idee strambe gli girano per la testa.
+Non cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla e tutta in
+sè raccolta.
+
+Sopravviene il marito e interrompe quel penoso _tête à tête_. Egli
+rammenta ad Eugenio le beffe e le malizie della loro infanzia, e
+ne ridono di buon animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali
+grossolani della malignità mondana condiscono la loro conversazione.
+Ma intorno alla principessa il discorso è brillante di spirito senza
+leziosaggine; di quando in quando vi balena un raggio di profondo
+buon senso; e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità,
+le pedanterie, e quelle parole svergognate che inquietano gli orecchi
+delicati.
+
+Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli stolidi
+inevitabili, quelle caricature che incontransi dappertutto,
+s’accoglievano lì. Lì s’adunavano le signore attempate, con ceffi da
+mascheroni e scuffie fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle
+che non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava sulle faccende
+dello Stato; lì un vecchio dai crini profumati che motteggiava come
+al tempo di prima, con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al
+dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, il quale tutto
+criticava, e biasimava la troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle
+signore, il contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, il
+monogramma fatto per due sorelle, le bugie delle gazzette, la guerra,
+la neve, e sua moglie. Eravi N. N. celebre per la sua infamia; N. N.
+per cui, o Saint-Priest,[109] spuntasti tanti lapis sugli album di
+San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, che stava ritto
+fralle due porte,[110] attillato come un figurino del giornale delle
+mode, bianco e rosso come un cherubino, stringato, mutolo e immoto.
+Eravi un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, che
+moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; uno sguardo scambiato
+in silenzio fra gli astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui.
+
+Per tutta quella sera, Anieghin non badò che a Taziana sola. Taziana
+però non è più quella ragazzina timida, innamorata, povera e semplice;
+ma una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile e
+superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate tutti alla vostra
+prima madre Eva. Ciò che vi fu concesso in dono, non vi alletta; il
+serpente ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo il
+frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso più non vi sembra
+paradiso.
+
+Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata dello spirito del
+suo nuovo rango! Come si è presto appropriato i modi d’una dignità
+stentata! Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di tempo fa, in
+quella altera e disinvolta legislatrice dei saloni? Ed egli potè
+infiammare quel cuore! Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle
+quiete notti, a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e con
+lui la gentil vergine sperava finire tranquilla il sentiero della vita.
+
+Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma mentre sono benefiche alla
+virtuosa giovinezza come la pioggia di primavera ai campi, sono funeste
+alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, rinnovellano,
+maturano i cuori di venti anni, e fan loro produrre splendidi fiori
+e saporiti frutti. Ma nell’età provetta e infeconda, il ravvivamento
+degli affetti non genera che doglia e pianto, simile alle piogge
+d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono i prati ameni in fetidi
+pantani.
+
+Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente invaghito di Taziana.
+Passa i giorni e le notti in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe
+rimostranze della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella sul
+verone o nel vestibolo; la segue come ombra il corpo; si stima beato
+se gli vien concesso di assettarle il soffice _boa_ sulle spalle, di
+stringerle amichevolmente la mano, di farle strada a traverso la folla
+variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto cadutole a terra.
+
+Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle il suo affetto e il
+suo tormento, essa non se ne accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli
+dirige due o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta non
+lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di civetteria; quindi è che il
+_gran mondo_ non la può patire.
+
+Anieghin soffre, le sue guance si scolorano e Taziana non se ne avvede,
+o non se ne cura. Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi
+volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare un medico; tutti
+lo consigliano ad andare a far le bagnature, ma egli è più disposto a
+scendere da Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene sa
+grado; così sono le donne! Egli s’ostina; spera, sospira; e intanto
+istecchisce. Finalmente, più audace di quello che sarebbe forse in
+buona salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un biglietto
+appassionato, diretto alla principessa. Quantunque egli non avesse
+gran fiducia nelle lettere, pure, spinto dalla violenza della passione,
+prese la penna e così sfogò il cuore.
+
+Ecco la sua dichiarazione tale e quale.
+
+“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa franca confessione d’un
+secreto amore. Che amaro disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi!
+
+”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? Perchè vi porgo io così
+l’opportunità di deridermi e di vendicarvi?
+
+”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere in voi una scintilla
+di affetto, ma non volli prestar fede agli occhi miei, non diedi
+libera carriera alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla mia
+libertà.
+
+”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde misera vittima della
+sua suscettività.... Io mi divelsi da tutto ciò che m’era caro....
+Straniero a tutti gli uomini, non amando più niente, io pensava che
+la libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio mio! Come io
+errava! Come sono punito!
+
+”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni luogo; cogliere alla
+sfuggita i vostri sorrisi, i vostri raggi, i vostri moti; udir la
+vostra voce, ammirare le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle
+torture, agonizzare e spengersi.... questa è la felicità!
+
+”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo vagando a caso nel
+mondo; per voi mi è cara la luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo
+in molesta inazione gli anni largitimi dal fato che già da per loro
+erano assai tristi.... Io so che i miei momenti son contati; ma se deve
+la mia vita prolungarsi, se deve arrivare fino a domani, convien ch’io
+speri di vedervi nella giornata....
+
+”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il vostro truce sguardo,
+e d’udire le vostre rampogne. Se sapeste quanto è tormentosa la sete
+d’amore, come arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è difficile
+placare la passione col ragionamento; come è crudele volervi abbracciar
+le ginocchia, e spargere piangendo a’ vostri piedi, le preci, le
+lacrime, tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto dover
+imprigionare li sguardi e le parole in una gelida etichetta; dover
+conversare con voi tranquillamente, e mirarvi con volto sereno!
+
+”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a freno. Io son vostro; io
+m’abbandono al mio destino.”
+
+Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo biglietto; medesimo
+silenzio. Va in una _soirée_.... appena entrato, la incontra.... com’è
+severa!... Essa non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì
+dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la sua indignazione.
+Le scocca una occhiata investigatrice. Dov’è la timidezza, dov’è la
+simpatia, dov’è il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non
+anela che ira e vendetta.
+
+Se almeno potesse credere tal condotta suggerita dal timore che il
+marito o la gente indovinino le conseguenze d’una debolezza momentanea!
+Ma così non è.... Non v’ha speranza alcuna.
+
+Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e poi abbandonandovisi
+di nuovo fa divorzio colla società. Solo nel suo quieto gabinetto, si
+ricorda quel tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava persino
+nel _gran mondo_, lo ghermiva, lo incarcerava in un cantuccio oscuro
+e ve lo tenea rinchiuso a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio.
+Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,[111] Chamfort,[112] Madama di
+Staël, Bichat,[113] Tissot;[114] lesse lo scettico Bayle;[115] lesse
+Fontenelle,[116] e non volendo mostrarsi parziale, lesse anche alcune
+opere nostre: gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le mie
+lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste con certi complimenti
+pieni di garbo.
+
+_E sempre bene._
+
+Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava
+lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono
+ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre
+tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie
+assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato
+ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce,
+interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e
+le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella
+fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro
+instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine
+giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E
+ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da
+gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle
+traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta
+distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne
+essa... essa sempre!
+
+S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il
+giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato
+a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a
+comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al
+caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora
+una pantofola, ora un giornale, canterellava: _Benedetta_, o _Idol
+mio_, Eugenio pareva proprio un poeta.
+
+I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio
+non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel
+mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove
+ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo
+la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano
+al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in
+pozzanghere.
+
+Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango?
+L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro
+incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno
+nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una
+porta. Che vede? Vede la principessa, in _déshabillé_, pallida, sola,
+occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata
+sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio.
+
+Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il
+suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana,
+Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le
+si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza
+spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto
+supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità.
+Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni,
+colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli
+sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci
+ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa
+esclama:
+
+“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin,
+vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale
+del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre
+ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane,
+e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del
+mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non
+è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran
+novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi
+rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non
+vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante;
+mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma
+in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè
+mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre
+attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società;
+perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle
+guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso
+il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa
+celebrità nei saloni del _gran mondo_!...
+
+”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate
+che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri
+pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa
+passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora,
+avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la
+mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi!
+Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi
+d’un affetto passeggero?
+
+”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi,
+le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non
+mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle
+mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno
+scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta
+villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li
+darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra
+d’un salcio e d’una croce....
+
+”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è
+ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava
+piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io
+mi maritai....
+
+”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace
+d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè
+celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla
+morte!”
+
+Così dicendo sparve.
+
+Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che
+ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di
+sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore,
+ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre.
+Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla
+meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero?
+
+Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar
+come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò
+che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai;
+o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi
+diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti,
+o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce
+diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche
+dei giornali. Ora separiamoci. Addio!
+
+Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio
+libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra
+mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita
+e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son
+molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di
+Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva
+ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma.
+
+Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi
+squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani”
+(per servirmi di una frase di Saadi).[117] Ho coronato l’opera, ma essi
+non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che
+mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime
+dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita,
+prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo,
+e che lo lascia in tronco come io lascio il mio.
+
+
+
+
+PULTAVA.
+
+
+PREFAZIONE.
+
+Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron
+e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di
+quell’eroe dei Cosacchi.
+
+Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema
+di _Pultava_ narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei,
+la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno[118] furono vinti, e dopo la
+quale doverono ricovrarsi in Turchia.
+
+Caviamo i seguenti ragguagli dalla _Biografia universale_. Nominato che
+fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il
+quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso,
+lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe
+dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che
+da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed
+i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un
+re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si
+sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma
+che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i
+principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto
+l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe
+ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che
+Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse
+di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII,
+e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori
+dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin
+di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri
+alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve
+assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici,
+stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole
+e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo
+all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità
+al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando
+d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava
+che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila
+scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e
+toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel
+popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro
+che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola
+Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina
+regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore
+per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e
+d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder
+nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due
+denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio
+dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue
+piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di
+quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde
+coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il
+supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa
+in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo
+tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero,
+e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso
+l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello
+dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la
+rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si
+ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non
+si accordano sulla età che aveva allora.
+
+L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di
+Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali
+Puschin si è giovato per la composizione del suo poema.
+
+
+I.
+
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali
+errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli.
+Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in
+quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non
+insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii
+aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il
+vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa.
+
+Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi
+a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli
+zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che
+di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni
+del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno
+è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua
+fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle
+serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola
+bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti
+l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla
+Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la
+schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa
+tutti i pretendenti.
+
+L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito
+dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto
+Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato.
+
+Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e
+decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia.
+
+Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile,
+nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è
+appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non
+colla vita.
+
+Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali
+dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e
+tutta ansante aspetta la sua sentenza.
+
+La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano
+le dice:
+
+“Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo,
+egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il
+protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del
+battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!”
+
+Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi
+estinta stramazza sul verone.
+
+Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far
+parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a
+dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella
+mente. Ma indarno.
+
+Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora
+piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno,
+la sua stanza era vuota.
+
+Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte
+avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua,
+e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla
+rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo.
+
+Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non
+solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto
+austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono
+destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi.
+
+L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha
+calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un
+ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla
+voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando
+la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della
+figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di
+aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte,
+perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i
+banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava
+altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza
+povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare
+della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i
+clamori della gente quando appariva il _bunciuc_[119] e la clava[120]
+del dominatore della Piccola Russia.
+
+Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel
+sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia
+assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli....
+ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei.
+
+In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze
+per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato
+le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo
+svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in
+quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina,
+e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante
+sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi.
+
+Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo
+di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti
+russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante
+inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro
+potente nemico della Russia.
+
+L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite
+d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una
+lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla
+dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente,
+correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è
+tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno
+rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta
+austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno
+passa la vita fra i banchetti.
+
+“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio
+decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero
+generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava?
+Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia.
+Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o
+Gardienco,[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non
+perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola
+Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.[122]
+
+In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità,
+dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan,
+delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva
+contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con
+circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo
+assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare
+lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi
+d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa,
+frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo
+petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia
+tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si
+dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione.
+
+Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che
+destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime
+latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e
+nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere!
+Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi
+riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli
+oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è
+feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico;
+dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire
+ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non
+serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il
+sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di
+patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno
+tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame.
+
+“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no;
+non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia;
+non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei
+Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai
+sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono,
+maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto
+in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci
+furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!”
+
+Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano
+i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme
+volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado
+sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato
+svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente
+rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi
+imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era
+ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della
+figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar
+Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria.
+
+Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più
+occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a
+Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia
+conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione
+d’ogni legge divina ed umana....
+
+Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella
+turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e
+fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova
+in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma
+di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa,
+simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna,
+piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe
+giura.
+
+Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei:
+“La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il
+baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè
+di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?”
+
+Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve
+n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la
+mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava
+aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se
+passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai
+d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto.
+Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si
+ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò
+fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e
+la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto.
+Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli
+impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo.
+
+ IL COSACCO MESSAGGERO.
+
+ Di chi è quel corsier dall’alta groppa
+ Che ratto corre per la steppa bruna?
+ Chi è quei cavaliero che galoppa
+ Al chiaror delle stelle e della luna?
+
+ Fan cenno indarno al cavaliero stracco
+ I cavi spechi ed i boschetti foschi;
+ Non vuol prender riposo, il buon cosacco
+ Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.
+
+ Splende il suo brando come vetro terso;
+ Gli balza al fianco un borsellin d’argento;
+ E il suo nobil corsier di schiuma asperso
+ Spiega la lunga chioma al vago vento.
+
+ Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;
+ Il gaio aspetto dei ducati adora;
+ Come un parente il suo caval gli è caro,
+ Ma il suo berretto gli è più caro ancora.
+
+ Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto
+ La borsa, il brando, il destrier, la vesta;
+ Ma non darà il berretto a verun costo;
+ Più volentieri egli daria la testa.
+
+ Perchè mai quel Cosacco audace e rude
+ Tanto cura un berretto informe e tetro?
+ Perchè il berretto la denunzia acclude
+ Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.
+
+Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i
+suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi[123] suo fido sicario prepara una
+sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si
+concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono
+la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro,
+trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno;
+non si sa d’onde venga; il secretario Orlic[124] lo introduce e lo
+riconduce.
+
+Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e
+l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi
+le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni
+che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di
+Pietro.
+
+Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in
+ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla
+sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati
+di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro
+accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi
+il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione
+corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure.
+
+Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo
+capo! Come trema quando i boiari[125] di Mosca suoi amici[126] mandano
+a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle
+meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima!
+
+Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non
+bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di
+attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo.
+
+Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al
+suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno
+da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di
+questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto
+è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della
+fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha
+egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto
+la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva,
+i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle
+suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta?
+Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello
+Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso
+ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce
+coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?...
+Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...”
+
+E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che
+non li vedrà puniti.
+
+Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti
+stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza
+che lo rimbrotta.
+
+“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il
+superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre
+cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio
+per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo
+al regnante... altrimenti, son perduto.”
+
+O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente
+tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè
+indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli
+tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il
+suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi
+fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti
+al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso
+dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi
+foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e
+riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi
+con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua
+bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta
+persino la forza del pentimento.
+
+Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i
+rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa
+sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica
+le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi
+secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza
+e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come
+una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio
+del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e
+soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti
+e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma
+la funesta verità le è tuttora occulta.
+
+
+II.
+
+Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con
+tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli
+ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a
+sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi
+a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose
+premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la
+bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a
+tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te
+distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella
+notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non
+m’ami più?”
+
+_Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti
+edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi,
+Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.
+
+_Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza
+l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei
+banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi
+più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita.
+Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa
+bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?
+
+_Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia
+età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io
+avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le
+donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti
+imbelli.
+
+_Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.
+
+_Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo
+concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione;
+squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la
+fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori
+e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i
+tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della
+libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano
+meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io
+erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il
+gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro
+mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono
+secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?
+
+_Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al
+tuo capo canuto la corona dei Zar!
+
+_Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara;
+ma chi sa quale ne sarà l’esito?
+
+_Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti
+aspetta.
+
+_Mazeppa_. E se fosse il patibolo?
+
+_Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma
+no; tu porti le insegne dei principi.
+
+_Mazeppa_. Mi ami?
+
+_Maria_. Io! se t’amo?
+
+_Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?
+
+_Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto
+per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo
+sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?...
+
+_Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi....
+
+_Maria_. Dio mio!
+
+_Mazeppa_. Rispondi alfine.
+
+_Maria_. Rispondi tu per me.
+
+_Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi
+scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti?
+
+_Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti.
+
+_Mazeppa_. Rispondi.
+
+_Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non
+adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi
+straziano senza utilità. Lasciale.
+
+_Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.
+
+ * * *
+
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
+stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde
+dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa
+Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna
+intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel
+palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in
+profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza.
+
+Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte;
+non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È
+pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo
+in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito
+seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove
+al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo
+nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa
+i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare
+lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto
+la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e
+mandatario delle sue vendette!
+
+Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le
+sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica
+casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e
+il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli
+abbandona, e perchè?
+
+La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei,
+risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce
+che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati,
+il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato
+per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi
+l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar
+l’eterna vita!”
+
+E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere
+e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote;
+è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli
+grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?”
+
+_Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi.
+
+_Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace.
+
+_Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione.
+
+_Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte
+le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie.
+L’etmanno è probo. Che volete di più?
+
+_Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai
+nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il
+tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la
+fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?
+
+_Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in
+questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me
+l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie
+braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è
+la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba.
+
+_Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita,
+di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni
+nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove
+s’asconde il tuo tesoro?
+
+_Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili?
+Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio
+palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue;
+fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie
+case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto.
+Lasciami in pace, per l’amor di Dio.
+
+_Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del
+tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla
+tortura! Olà, boia!”
+
+Il boia comparve.... Oh notte atroce!
+
+ * * *
+
+Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della
+sua coscienza?
+
+Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che
+nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della
+bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso
+graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con
+rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio
+scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.”
+
+Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:
+
+“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa
+ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della
+fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno
+spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le
+più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una
+donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido
+destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il
+fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li
+recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le
+offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...”
+
+E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le
+labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente
+in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce
+la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il
+solitario suo giardino.
+
+La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
+stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee
+fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo
+dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti
+occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto
+in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è
+ardente come la vampa d’una fornace.
+
+Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del
+castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo
+d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a
+quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso,
+con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage
+e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in
+compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo
+accusatore.
+
+La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani
+rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi
+biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo
+si desta....
+
+Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto
+sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e
+una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude
+abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche
+braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”
+
+Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda
+intorno e vede.... vede sua madre!
+
+_La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui
+furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è
+il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.
+
+_La figlia_. Che padre? Che supplizio?
+
+_La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un
+palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo;
+che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la
+propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge,
+allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo
+padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti,
+figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva
+il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà
+quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi,
+scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i
+genitori, Dio medesimo.
+
+_La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio....
+mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io
+deliro, o è un sogno....
+
+_La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione....
+Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo
+tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò
+fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che,
+martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi
+verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto
+l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del
+castello?
+
+_La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!...
+
+E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere.
+
+La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba.
+I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine
+ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano.
+
+Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza.
+Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora
+motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli
+alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto
+clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio.
+Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato
+di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un
+corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta.
+Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella.
+
+In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con
+Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è
+Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo.
+
+La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti
+cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce
+per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei
+loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco.
+Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La
+moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne
+balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa
+ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento
+della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote
+con mano nerboruta davanti al popolo.
+
+Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde,
+e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi.
+Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate
+dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro
+dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando
+al patibolo che si andava scomponendo.
+
+Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano
+un feretro di quercia sopra un carro.
+
+Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e
+s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo
+sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce
+al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi
+tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa
+alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra
+qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non
+scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli
+servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli
+nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente
+volano in ogni direzione.
+
+Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno
+ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia.
+I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia,
+l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al
+letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal
+rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I
+cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le
+briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue;
+ma nessun messo reca notizie di Maria.
+
+La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò
+nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza.
+
+
+III.
+
+Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento
+delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua
+le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene
+secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge
+sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo
+e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della
+vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo
+caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui
+oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin
+canuto dello spergiuro Mazeppa.
+
+Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto
+giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe
+nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra
+nell’Ucrania.
+
+Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo,
+che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il
+magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito
+schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa
+curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano
+e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce,
+quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale
+della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro,
+e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno
+rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile.
+
+Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle
+cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio
+supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama
+dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo
+le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie,
+e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso
+Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli
+accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima,
+si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei
+Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito
+della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè
+sei giunto in vista delle mura di Pultava.
+
+Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come
+il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo
+alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri,
+anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran
+tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse
+imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben
+armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.
+
+Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”
+
+Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un
+susurro di voci:
+
+“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci
+a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon
+generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar
+da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che
+gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio,
+alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli
+ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e
+perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento,
+a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile;
+confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza;
+abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale
+superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si
+fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi
+per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un
+inesperto e debile fanciullo.
+
+_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in
+trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto
+da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.
+
+_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi
+meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira
+e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le
+mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino
+ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue
+incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba.
+I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa,
+e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi
+quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito
+la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il
+momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro;
+il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina
+della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città,
+le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i
+baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per
+chi parteggeremo.
+
+Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.
+
+La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui
+poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per
+l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file;
+i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le
+palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano
+il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria
+la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre
+campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni
+che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni
+svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono
+stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei
+monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli
+Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle
+loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni
+nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro
+esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce
+della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante
+incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come
+un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele.
+Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano
+la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e
+superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.
+
+Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i
+mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno.
+I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il
+cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un
+immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.
+
+Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte.
+Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi
+compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del
+governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.
+
+Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori,
+pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe
+decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda
+meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge
+il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno
+e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi
+assaliscono i Russi.
+
+E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un
+velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di
+Pultava!
+
+Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le
+falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son
+supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la
+terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano
+come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri
+s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo
+accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano,
+rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi,
+rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di
+tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la
+morte e l’inferno.
+
+In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano
+tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe,
+predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a
+bassa voce.
+
+Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due
+Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto
+i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e
+al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il
+vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa.
+Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si
+copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo
+fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo
+nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza
+imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia,
+attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e
+di guardie.
+
+Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile
+tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito
+a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso
+di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde
+nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno,
+colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al
+moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille
+spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della
+Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate
+del nome di Maria.
+
+L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O
+glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li
+Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade
+si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in
+mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.
+
+Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria,
+egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni
+dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con
+amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei
+suoi maestri nella grande arte della guerra.
+
+Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio
+maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato
+e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non
+fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?
+
+Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite
+e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo
+vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda
+ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la
+caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.
+
+Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno
+sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè
+raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella
+abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta
+aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico
+orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella
+dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu
+scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile
+asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la
+bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?
+
+Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del
+ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle
+rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si
+ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può
+gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama
+nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra
+lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure.
+Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra,
+squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della
+luna.
+
+_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...
+
+_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono
+andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....
+
+_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...
+
+_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata!
+Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha
+mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi
+alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva
+ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi
+strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”
+
+Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria,
+trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.
+
+“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella
+plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa...
+Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror
+della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli
+pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio....
+Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme....
+Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà
+il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi
+rosseggiano di sangue.”
+
+E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta
+saltella, corre, e sparisce nella oscurità.
+
+L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I
+cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie
+menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su,
+Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno
+non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in
+silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo
+sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.
+
+Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi,
+violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni
+vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle
+loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento
+durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato
+e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati
+circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti
+vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli
+avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel
+suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo
+coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra
+quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come
+Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro
+dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno,
+l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.
+
+Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida.
+La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei
+giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore
+dagli amici piangenti.
+
+In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo
+impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma
+di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti
+alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per
+incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.
+
+
+ FINE.
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+ Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin Pag. VII
+ Il Prigioniero del Caucaso 1
+ Il Conte Nulin 21
+ Li Zingari 33
+ La Fontana di Bakcisarai 49
+ Eugenio Anieghin 73
+ Pultava 203
+
+
+
+
+Errata-Corrige.
+
+
+ Pag. 25, lin. 1. attardato _leggasi_ ritardato
+ » 131, » 23. livore — lepore
+ » 142, » 32. cuore — nome
+ » 153, » 14. asse — asso
+
+
+
+
+NOTE:
+
+
+[1] L’_s_ che sussegue all’_u_ deve pronunziarsi come l’_sc_ in
+_scisso_. Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente,
+abbiamo scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si
+può scrivere il nome di Puschin come va pronunziato, cioè _Pouchkine_.
+
+[2] Così si pronunzia e così va scritto e non già _czar_, come lo
+scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia
+condannata da tutti coloro che sanno un poco di russo.
+
+[3] Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore mezzo
+moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, e porta
+sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza.
+
+[4] Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo
+parallelo fra l’_Ippolito Stefanoforo_ di Euripide e la _Fedra_ di
+Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi
+della greca alla quale assegna la palma.
+
+[5] Cane che leggeva, ballava e tirava di spada.
+
+[6] Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia.
+
+[7] Vedi a pag. 163 di questo volume.
+
+[8] In russo _morosui_.
+
+[9] In russo _rosui_.
+
+[10] Un vol. di 32 pag. in-8.
+
+[11] _Aúl_ chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi.
+
+[12] Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro.
+
+[13] Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia.
+
+[14] Così chiamano i Circassi il vino.
+
+[15] Antico re e conquistatore tartaro.
+
+[16] V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di
+notte picchiando sopra delle lastre di ferro.
+
+[17] Invito alla preghiera.
+
+[18] Il diavolo, dal greco διαβολος.
+
+[19] Cavaliere arabo.
+
+[20] Un infedele, un miscredente.
+
+[21] Nome dei re dei Tartari.
+
+[22] Sorta di monaco che fa voto di povertà.
+
+[23] È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, chiamata
+Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi dati dal
+profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente le qualità
+di Allah.
+
+[24] Questo nome si scrive _Onieghin_, ma si pronunzia _Anieghin_.
+L’abbiamo scritto come si pronunzia.
+
+[25] Titolo del primo poema composto da Puschin.
+
+[26] Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato
+per ordine superiore.
+
+[27] Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia.
+
+[28] Celebre orologiaro.
+
+[29] Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio Cesare.
+
+[30] Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche.
+
+[31] Attrice.
+
+[32] Poeta comico.
+
+[33] Poeta tragico.
+
+[34] Attrice.
+
+[35] Traduttore di Cornelio.
+
+[36] Direttore del ballo.
+
+[37] Ballerina.
+
+[38] _Toelette_ e _costume_ sono francesismi legittimati dall’uso.
+
+[39] “Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui
+n’en croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par
+l’embellissement de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc
+sur sa toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je
+le trouvai brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès,
+ouvrage qu’il continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme
+qui passe deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien
+passer quelques instants à remplir de blanc les creux de sa peau.
+
+ _Confessions_ de Jean Jacques Rousseau, liv. VII.
+
+Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. Così
+fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia
+nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano
+Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei
+l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le
+idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il _costume_ moderno
+che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi;
+tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora
+in poi tutti i popoli, _volens, nolens_, stanno sotto l’influenza
+francese. Ma l’unità di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta
+e di lingua.... dove ci fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli
+formeranno fra qualche secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione
+di dare grande importanza alle cose di moda.
+
+[40] _Le Suisse_, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così
+chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri,
+ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale
+dice nei _Plaideurs_ di Racine:
+
+ Il m’avait fait venir d’Amiens pour être _Suisse_.
+ Atto I, Sc. I.
+
+[41] Guardie particolari dell’imperatore.
+
+[42] _Aggomitare_ non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario si
+può usare.
+
+[43] Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff.
+
+[44] Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di
+_Childe Harold_, la tragedia dei _Due Foscari_, e altri poemi.
+
+[45] Puschin era allora in Odessa.
+
+[46] Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre
+discendeva da un negro africano.
+
+[47] Nel _Prigioniero del Caucaso_.
+
+[48] Nella _Fontana di Bakcisarai_.
+
+[49] “_Il n’y a que les sots qui s’ennuient_” dice Beaumarchais
+(_Barbier de Séville_, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol
+significare che la scioperatezza genera la noia, e che i _dandy_ si
+annoiano perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti.
+
+[50] In russo _barsccinu_, in francese _corvée_.
+
+[51] Cioè che per educazione è francese o tedesco.
+
+[52] Primo verso d’un canto popolare russo.
+
+[53] Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette
+una corona di fiori sul capo degli sposi.
+
+[54] Nome in uso nelle classi popolari soltanto.
+
+[55] È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che
+devono arruolarsi.
+
+[56] Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi.
+
+[57] Bevanda fermentata che bevono le povere genti.
+
+[58] I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di
+Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick.
+Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare
+con le sue celie i conviti del re, ed esclama: _Poor Yorick!_
+
+[59] Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale
+questi ebbero la peggio.
+
+[60] Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua
+potenza.
+
+[61] _Giulia Volmare_ nella _Nuova Eloisa_ di G. G. Rousseau; _Malec
+Adel_, romanzo di Madama Cottin; _Gustavo de Linard_, romanzo di Madama
+di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice della Santa
+Alleanza.
+
+[62] _Delfina_, romanzo di Madama di Stäel.
+
+[63] _Il Vampiro_, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron;
+_Melmoth_, di Mathurin; _Giovanni Sbogar_, di Carlo Nodier.
+
+[64] Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo:
+
+ Agli immortali Dei simil mi sembra
+ L’avventuroso che ti siede a lato,
+ E a sè vicino ode suonar la tua
+ Voce soave,
+ E il tuo soave riso. A me nel seno
+ Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza;
+ E il labro ansante, quando ti rimiro,
+ Non trova accento.
+ Muta è la lingua e come rotta. Fiamma
+ Sottil mi corre su per ogni vena;
+ Fugge la luce dalle mie pupille,
+ Ronzan gli orecchi.
+ Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido
+ Tutta m’invade; qual recisa pianta
+ Mi discoloro, e, come s’io morissi,
+ Perdo il respiro.
+
+[65] Giornale morale e seccante.
+
+[66] Poeta anacreontico.
+
+[67] Poeta elegiaco francese.
+
+[68] _Freischuetz_, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber.
+
+[69] Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. _Samovar_
+significa _che bolle da sè_, αὺτοζἐων.
+
+[70] Il seduttore di _Clarissa Harlowe_ in un romanzo di Richardson.
+
+[71] Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra un
+muro dei pozzi di Venezia:
+
+ Da chi mi fido mi guardi Dio,
+ Di chi non mi fido mi guarderò io.
+
+[72] Gallicismo inevitabile.
+
+[73] Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente
+nelli stessi termini del _Viscardello_.
+
+[74] Altro gallicismo necessario.
+
+[75] Poeta lirico, amico di Puschin.
+
+[76] Personaggio del _Corsaro_ di Lord Byron. Ognun sa che Lord Byron
+volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione di
+Leandro che lo varcava per andar da Ero.
+
+[77] In russo _luccinca_ che è propriamente un pezzetto di legno che
+serve ai contadini di candela.
+
+[78] Famoso pubblicista.
+
+[79] Equipaggio con _tre_ cavalli. _Tri_, tre.
+
+[80] Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna.
+
+[81] Vino d’Ungheria.
+
+[82] Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti
+romanzi d’argomento domestico.
+
+[83] Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre,
+le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno che di
+primavera e d’estate.
+
+[84] Sorta di carrozza.
+
+[85] La _Prima neve_, poema del Principe Viasemschi celebre poeta
+tuttora vivente.
+
+[86] In un’ode di Baratinschi.
+
+[87] Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il
+futuro.
+
+[88] Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per sapere
+il cuore del loro futuro sposo.
+
+[89] Poema russo nel genere classico, cioè noioso.
+
+[90] Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata
+_Il vicinante pericoloso_. Il nome di questo personaggio ridicolo è
+appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo.
+
+[91] Vino di Crimea.
+
+[92] Cioè le tavole da gioco.
+
+[93] Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi.
+
+[94] _Sagena_, tesa (6 piedi).
+
+[95] Celebre trattore del _Palais royal_.
+
+[96] Celebre fabbricante d’armi in Parigi.
+
+[97] Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana.
+È forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano
+_metstatel_, i tedeschi _schwaermer_, i francesi _rêveur_.
+
+[98] Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune
+che non mi fo scrupolo di adoprarla.
+
+[99] Autore di opere economiche.
+
+[100] Specie di tavola reale.
+
+[101] Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste
+sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno.
+
+[102] Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie.
+
+[103] Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro.
+
+[104] Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin.
+
+[105] Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può
+darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla
+a cavallo e la porta seco in inferno.
+
+[106] Perdonino i puristi questo neologismo.
+
+[107] Vuole dire che il _vulgar_ è frequente nella società russa.
+
+[108] Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si
+può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società.
+Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi
+da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano
+giornalmente sulle labbra delle persone bennate.
+
+[109] Disegnatore francese.
+
+[110] Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre.
+
+[111] Filosofo tedesco, autore delle _Idee sull’umanità_.
+
+[112] Filosofo e novelliere francese.
+
+[113] Fisiologista francese, autore del libro _Della vita e della
+morte_.
+
+[114] Medico francese, autore del libro sull’_Onanismo_.
+
+[115] Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale
+Voltaire trasse i suoi più validi argomenti.
+
+[116] Filosofo francese, autore del libro sulla _Pluralità dei mondi_,
+primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a
+tutte le intelligenze.
+
+[117] Poeta persiano, autore del _Gulistan_ (giardino delle rose) e di
+altri poemi celebri.
+
+[118] _Hetmann_ o _ataman_ chiamano i Cosacchi il loro comandante.
+_Het-man_ vien dal tedesco _hauptmann_, capitano.
+
+[119] Coda di cavallo che serve d’insegna.
+
+[120] Distintivo dell’etmanno.
+
+[121] Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e
+Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I.
+
+[122] Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in
+Finlandia da Mazeppa.
+
+[123] Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di
+Mazeppa.
+
+[124] Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte
+di questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo
+fu sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione
+islamitica, e morì a Bender nel 1726.
+
+[125] _Boiar_ significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo di
+nobile.
+
+[126] Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono
+orribilmente castigati.
+
+[127] Una delle chiese di Chieff.
+
+[128] Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff.
+
+[129] Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire,
+_Histoire de Charles XII_.
+
+[130] “Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò
+il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma
+ciò successe più tardi.
+
+[131] Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un
+crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo
+e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì
+Carlo alla gamba.
+
+[132] L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait
+pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les
+prisonniers qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment:
+“Où est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A
+la santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild
+lui demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous,
+Messieurs les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est
+donc bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses
+maîtres.”
+
+ Voltaire, _Histoire de Charles XII_.
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
+pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 77714 ***